Editori.CAPOVIII.

Editori.CAPOVIII.Più vasto campo ci presentano le opere degli antichi pubblicate dai nostri. Non parlerò di quelle edizioni, che essendo fatte unicamente per mercantile speculazone, e con somma trascuratezza, recan danno alla lingua piuttosto che vantaggio pe' molti errori da cui sogliono esser bruttate. Nè pure farò parola di certe magnifiche edizioni, che il chiarissimo Signor Bodoni ha fatto uscir de' suoi torchj, se non quando siano corredate d'utili illustrazioni. Esse servono al lusso degli uomini ricchi, non al comodo degli uomini studiosi. Omero è il più antico scrittor profano, e ragion vuole, che si cominci da lui. Dell'Omero del Sig. Cesarotti dirò fra i traduttori. L'Iliade stampata a Parma è commendabile per la magnificenza dell'impressione, e per la scelta del testo. La prima lode si deve al Sig. Bodoni, e la seconda al dottissimo Sig. Cavaliere Luigi Lamberti, che alcune delle lezioni ivi adottate ha poi illustrate con molta erudizione e sottil critica.[131]Ma della illustrazione impressa nel secolo presente non debbo quì tener discorso. Più vasto campo prese a percorrere il P. Alessandro Politi delle Scuole Pie, che tutto Omero, ed i comenti d'Eustazio cominciò a pubblicare colla traduzionLatina, e parecchie annotazioni sue in gran parte e in parte d'Anton Maria Salvini; ma la morte interruppe il suo disegno, mentre si stampava il quarto volume[132]. Le annotazioni sono erudite e giudiziose, la traduzione è esatta, il testo è emendato dall'editore, che era dotto Grecista. Taluno forse potrebbe reputare inutile la traduzione, e di quest'avviso era il Sig. Heyne. E in un'opera così voluminosa il togliere una cosa inutile è un vantaggio grande. Benemerito d'Omero fu altresì il Buongiovanni pubblicando uno Scoliaste inedito pregevolissimo[133]. Se non che egli non ne dette, che una parte, ed era riservato al Signor Villoison il darlo tutto con altri Scolj antichissimi[134]. Ma giacchè ho nominato l'edizion procurata da questo Francese Grecista dottissimo concedendo a lui la gloria d'aver dati in luce quegli Scoliasti coll'Iliade d'Omero, coi segni critici usati dagli antichi, e con prolegomeni ricchi di molta erudizione, nondebbo tacere, che una parte di questa gloria si ha da attribuire ancora ai Signori fratelli Coleti dotti nella Greca Lingua, come in ogni maniera d'erudizione, i quali nella lontananza dell'editore eseguirono quella difficile impressione. E per non dissimile ragione ad essi pure si debbe parte di quella gloria, che egli si meritò divulgando i celebri suoi Greci Aneddoti, dove dei Signori Coleti fece giusta, ed onorata menzione[135]. Anzi pareva quasi destinato, che le opere maggiori di quel sommo uomo si mandassero in luce dagl'Italiani; perchè anche il suo Apollonio si deve all'Italiano Signor Molini dimorante in Parigi[136], il quale se non poteva colla dottrina giovare all'edizione, come i Coleti fecero nelle accennate due opere, le giovò almeno col tollerarne la spesa.Da Omero non deve andar disgiunto Esiodo, del quale si possono quì ricordare due edizioni, quella cioè di Padova coll'Italiana versione del Salvini[137]; e quella di Parma del celebre Signor Bodoni colla traduzione Latina del Gesuita Zamagna[138]. Ambedue sono più commendabili per le traduzioni, che le accompagnano, che per le illustrazioni aggiunte all'originale. E queste illustrazioni l'intelligenza riguardano del testo, non l'emendazione, nè pure in quei luoghi, ne' quali lo richiederebbe forse l'edizion del Clerc, che quì si segue sempre fedelmente. Ad Esiodo succeda Teognide, le sentenze del quale furono dal Canonico Bandini pubblicatecol poemetto ammonitorio, ed i versi aurei attribuiti a Pitagora[139]. E giacchè il mio discorso è caduto sopra questo editore stimo non inopportuno l'aggiunger quì ancora gli altri poeti, che egli fece stampare, perchè di tutti dovrò dare lo stesso giudizio. Questi sono Callimaco, Arato, Nicandro, Trifiodoro, Coluto, e Museo[140], ai quali tutti, come pure a Teognide, e agli altri già nominati, unì le traduzioni in versi Italiani d'Anton Maria Salvini. Util cosa fece il Bandini, dando questi volgarizzamenti, che erano inediti, ed oltre a ciò alcune varianti a Callimaco, a Trifiodoro, e a Nicandro prese dai Codici Fiorentini, e l'inedita metafrasi di questo poeta fatta da Eutecnio Sofista, che egli in parte ricavò da un codice Laurenziano, e in parte da uno Viennese. Nulla però v'aggiunse di proprio, fuorchè alcune annotazioni a Callimaco molto diffuse, ma poco utili a spiegare il testo, e nulla ad illustrare la lingua. Le note aggiunte a Museo, e a Coluto sono o copiate fedelmente, o abbreviate da quelle, con che il Rover, e il Lennep accompagnarono i versi di questi due poeti, e la metafrasi d'Eutecnio fu da lui pubblicata con tutti gli errori de' codici, benchè manifesti.Nella traduzione dell'Harvood fatta in Venezia si attribuisce al Bandini un'edizione Fiorentina d'Anacreonte del 1742.; ma ciò è errore e lo ha già osservato il Signor Chardon de la Rochette nelle sueMelanges de Critique, et de PhilologieT. 1. p. 190.[141]Tre sono le edizioni d'Anacreonte, delle quali debbo quì far parola, tralasciandone più altre, che nulla hanno di osservabile per la illustrazione della lingua, o che sono osservabili solamente pe' volgarizzamenti di cui dirò altrove. E' la prima quella dell'Ab. Spalletti, nella quale egli ci ha dato il testo d'un codice del secol decimo della Libreria Vaticana. Il Barnes ne aveva ottenute le principali varianti delle quali fece uso, non però sempre fedelmente. L'Ab. Spalletti volendo pubblicare il testo di questo codice ne ha fatta incidere una copia, che dicesi non esatta, ed ha poi stampate le poesie d'Anacreonte con caratteri fusi espressamente a imitazione del manoscritto, e vi ha contrapposto il testo del Barnes, che era allora più comunemente adottato. Quindi si vede quanta superfluità sia in questa edizione,che a minor prezzo poteva offerire quel testo. In fatti M. Levesque dotto Grecista Francese ha poi stampate le varianti di quel codice[142], il che rende inutile la fatica del Romano editore. Pregevolissima poi è la magnifica edizione, che il Sig. Bodoni dette di questo poeta nel 1785.[143]in lettere majuscole. Non considero la bellezza de' caratteri, e della carta, e tuttociò che all'arte tipografica appartiene, nelle quali cose tutti sanno quanto quell'insigne tipografo fosse grande. Questi sono esteriori ornamenti; ed io debbo esaminar solamente i pregi intrinseci dell'edizione. Erudito è il comentario posto in principio, in cui dottamente si parla del poeta, delle edizioni de' suoi versi, e delle traduzioni Italiane, e Francesi. Con molto avvedimento si è scelta per testo la prima edizione, cioè quella del 1554. in cui Enrico Stefano dette esattamente la lezion de' suoi codici, e le poesie di Anacreonte non erano anche state alterate dalle congetture degli editor posteriori. Io lodo que' dotti critici, che le fatiche loro consacrano alla emendazione degli antichi scrittori; ma più lodo quelli, che contenti di esporre le loro correzioni ne' comenti si astengono dall'inserirle nel testo. Così fece allora lo Stefano, e così pure ha fatto il dottissimo Sig. Ab. Valperga Caluso, che è l'autore delle varianti poste in fine di questa edizione. Queste egli ha scelte da tutti gli editori, ed alcune sue ne ha aggiunte molto lodevoli, talchè ha dato quì in poche pagine il meglio, chedar si potesse in questo genere[144]. Dobbiamo al Ch. Signor de Rogati la terza edizione nella quale egli ha accompagnato il testo colla sua traduzione poetica, e con annotazioni[145]. Della traduzione parlerò in altro luogo. Le annotazioni mentre servono a dar ragione del suo volgarizzamento, o ad esaminare gli altrui, giovano ancora a spiegare il testo. Ma niente v'ha intorno all'emendazione del testo, niente per isceverare le odi genuine, da quelle che certamente non sono d'Anacreonte.Un solo editore di Pindaro ci offre l'Italia in questo secolo, cioè l'Abate Gautier[146]. Della sua traduzione parlerò altrove, ed ora considero solamente l'edizione del testo, e le annotazioni, di che egli l'accompagnò. Ma di ciò ancora non posso dire che poco; perchè quanto al testo seguì fedelmente l'impressione d'Oxford, e nelle annotazioni nulla è di nuovo: niun confronto, non dirò coi codici, ma nè pure colle edizioni precedenti, niuna spiegazione relativa alla illustrazion della lingua. Più benemerito del Principe dei Poeti Lirici fu il P. Luigi Mingarelli Canonico del Salvatore, che per le sue congetture su questo poeta meritò d'essere annoverato dal dottissimo Heyneinter praestantissimos rei metricae magistros[147]. Nè quì si arrestò il Grecista Bolognese, ma più altre illustrazioni mandò all'Heyne principalmente intorno ai metri, delle quali questi fece uso nella edizione del 1798. essendo a lui liberale di molta lode[148].Poco si è fatto per Eschilo, ed ancor meno per Sofocle. Il Pasqualoni, che ho già citato, volgarizzando due Tragedie, cioè iSette a Tebe, ed ilPrometeodel primo ne ha pubblicato il testo colle sue annotazioni[149]. In queste egli spiega l'originale attenendosi frequentemente allo Schutz senza esser però al tutto ligio delle sue opinioni, dalle quali talvolta si allontana per seguire lo Stanley, il Pauvv, e l'Heathe. Ma niuna correzione v'ha tratta dai codici o dal suo ingegno. Il Prometeo fu pubblicato ancora da Monsignor Giacomelli, come pure l'Elettra di Sofocle[150]che arricchì di sua traduzione e di note. Questo dotto Prelato, che dovrò mentovar più volte, era assai valoroso Grecista, e ben lo dimostra nel comentare queste due tragedie ora spiegando i passi più oscuri, ora scegliendo le migliori fra le diverse varianti proposte da altri, ora proponendo egli stesso nuove lezioni. Assai più s'è fatto per Euripide,cui toccò in sorte un editore, che tutte le opere ne pubblicò e tradusse. Questi fu il P. Carmeli[151]. Il Reiske negli atti di Lipsia del 1748. dando ragguaglio del primo volume di quest'edizione, il quale solo era pervenuto alle sue mani fece alcune critiche osservazioni sull'Ecuba d'Euripide, sulla traduzione del P. Carmeli, e sulle sue note. Questi però non tacque, e rispose ai rimproveri del Grecista Tedesco[152]. Lasciando stare la difesa del Greco Tragico, e considerando solamente quella del volgarizzamento, e delle note dirò, che il Reiske o ingiustamente, o troppo severamente condanna il traduttore d'inesattezza. Una sola delle sue critiche può dirsi giusta, ed è dove al v. 183. il Carmeli traducePerchè con voce di pietà mi chiami? le paroleτί με δυσφημεἶς, perchèδυσφημὦ non ha questo significato. Egli lo trova nello Scoliaste, e ve lo trovò pure Enrico Stefano nel Tesoro della Lingua Greca. Ma se ben si considera lo Scoliaste dice:διατί δυσφημεἶς καὶ ἐλεεινογεἶς ἐμέ; doveἐλεεινογεἶςnon è posto, come spiegazione diδυσφημεἶςnel qual caso in vece diκαὶavrebbe dettoτουτέςιo in altra simil maniera, ma come spiegazione, del modo, con che Ecuba veniva a dar cattivo augurio a Polissena. Ciò non ostante però la critica di questo luogo è troppo severa a parer mio, perchè in una poetica versione non si dee pretendere, che il senso d'ogni parola sia trasportato dall'una all'altra lingua rigorosamente, bastando solo che i concetti, e i sentimenti sieno conservati. Riguardo poi alle note, il critico biasima il Carmeli se correggeil testo condannando le sue emendazioni, come non necessarie, e inopportune: lo biasima se non lo corregge, indicando egli stesso parecchie emendazioni, che a suo giudizio si doveano fare. Io confesserò, che talvolta il Reiske ha ragione; ma dubito forte, che ciò succeda non molte volte, e tengo per fermo, che alcune delle correzioni Reiskiane non saranno approvate da altri. Era il Reiske dotto Grecista, ma nelle sue illustrazioni degli antichi scrittori soverchiamente si lasciava trasportare dal desiderio d'alterare il testo. Questo difetto è stato a lui apposto da uomini dottissimi: fra' quali mi piace d'allegarne tre, che tutti riconosceranno come ottimi giudici.Perversam, dice lo Jacobs,[153]Reiskii omnia mutandi libidinem tot exemplis cognitam: e il Brunck[154], che pure non era troppo parco nell'emendare lo condanna, come poco attento alle leggi della prosodia.Reiskius quì minus etiam quam Strepsiades metra curabat etc.Il terzo sarà lo stesso Reiske, il quale parlando delle sue emendazioni a Demostene dice:retractans nunc longo tempore post illa mea ausa demosthenica, incipio nonnunquam vereri ne festinatio me passim locorum praecipitem egerit[155]. Difendendo però in qualche modo il Carmeli da alcune fra le accuse di quel dotto critico non intendo di difenderlo da quelle, che altri potrebbe fargli. Lo condannò l'Heyne dicendo le sue annotazioninec multum continere novi, nec prodere insignem scientiam linguae, artis criticae, reique metricae[156], ed alla sentenza di tanto giudice niuno sarà che voglia contradire.L'ordine dei tempi, e la menzione da me fatta del P. Carmeli mi costringe a trattenermi ancor per poco sul teatro Ateniese per parlare d'Aristofane. L'avvocato Invernizzi Romano si adoperò con molta lode ad emendare ed illustrare le sue commedie[157]. A me rincresce, che avendo un giorno letta ed esaminata la sua edizione, ora non l'abbia al presente uopo, nè possa farne quell'accurato elogio che merita il suo dotto lavoro. Parlerò perciò solamente del poco che altri ha fatto intorno a questo poeta. Il P. Carmeli testè mentovato ne pubblicò una Commedia, cioè ilPluto[158], e due ne dette il Nerucci di Siena, cioè lo stessoPluto, e leNuvole[159]. Ambedue accompagnarono il testo di traduzione poetica Italiana, e di note dirette a spiegare, ed illustrare l'originale, non a correggerlo, o mutarlo. Nè da Aristofane separerò il suo Scoliaste, e i due comici Filemone e Menandro. I frammenti di questi illustrò il Salvini con alcune sue brevi annotazioni, che poi il Clerc senza sua saputa o licenza pubblicò nel libro intitolato:Philargyrii emendationes in Menandri, et Philemonis reliquias etc. Amstelodami1711. in 8. Lo Scoliaste poi d'Aristofane fu tradotto in latino, e con molte ed erudite annotazioni spiegato da Francesco Galluppi di Tropea in Calabria. Egli fece ancora un comento a Teocrito, in cui prese a censurare specialmente quel dell'Heinsio, ed uno sopra Stefano Bizantino, che mandò al Dorvilleperchè fosse inserito nelle sueObservationes Miscellaneae[160].Maggiore impresa, e più ardimentosa assunse Gio. Vincenzo Lucchesini, che poi fu Prelato nella Corte di Roma, e pel suo valore nella lingua latina meritò d'esser Segretario di più Pontefici. Egli tradusse in Latino, ed illustrò pressochè tutte le orazioni politiche di Demostene[161]; il che io chiamo impresa ardimentosa, perchè nel tempo medesimo prese ad esaminare, e condannare in più luoghi la traduzione del Volfio sommo Grecista. Il Dorville lo biasimò;[162]e il Reiske, se si considera il modo, con cui ne parla nella prefazione al suo Demostene[163], e il non citarlo mai nelle sue annotazioni, mostra abbastanza, che non dissentiva dal Dorville. Tre cose debbono osservarsi nell'opera del Lucchesini: la fedeltà ed eleganza della traduzione, le note critiche sulla traduzione del Volfio, e le note storiche. La fedeltà della traduzione si potrà revocare in dubbio in quei luoghi, in cui discorda dal Volfio, e di questi parlerò dopo. Nel rimanente essa è fedele, quanto si dee richiedere da chi traduce, come oratore, non come interpetre. Riguardo all'eleganza, tutti coloro ve la troveranno grandissima, i quali hanno qualche familiarità con Cicerone, e cogli altri aurei scrittori di quell'età. Le annotazioni storiche sono erudite, sono profonde, si discutono in esse molte belle ed opportunissime quistioni, si illustrano molti luoghi d'altri scrittori, e meritano lodeancorchè non in tutto abbia colto nel segno. Anzi è a parer mio una mancanza grande nel Demostene e negli Oratori attici del Reiske d'avere eccessivamente trascurata questa parte d'illustrazione, che è necessaria a ben intendere le opere degli antichi. Per ciò che spetta alle note critiche confesserò, che egli combattendo contro al Volfio combatteva con armi disuguali. In primo luogo però mi si concederà non esser la traduzione del Volfio quel Sacrario, sul quale non sia lecito di porre le mani. Lo stesso Reiske parlando della sua edizione dice:porro si recundenda interpretatio Volfiana fuisset, non sola mera, intemerata debuisset repraesentari, sed etiam annotationes criticae ei substerni, quibus lapsus ejus benigne indicarentur, et blande castigarentur[164]. No: l'applauso, che a gran ragione meritano le opere del Volfio, non impedisce che vi si trovi qualche difetto, e trovatolo si accenni altrui. Vero è che talvolta il Lucchesini lo condanna a torto, tal altra volta le sue osservazioni si aggirano sopra cose minute troppo, e che non meritavano d'esser censurate. Ma è poi vero altresì che parecchie altre volte le sue critiche sono giuste, e mostrano in lui ingegno acuto e dottrina; e che ciò sia vero non mi si potrà negare dal Reiske almeno allora, quando egli stesso senza citare il Lucchesini ha adottate le stesse spiegazioni e le correzioni del testo, che il Grecista Lucchese aveva proposte cinquantotto anni prima di lui[165]. Colle qualimie estreme parole non voglio già accusare il Reiske di plagio. So che non abbisognava di togliere le emendazioni altrui di nascosto egli che è accusato d'essere soverchio nell'emendare arbitrariamente. Voglio però dir solamente, che se avesse avuto agio di consultar la dotta fatica del Grecista Italiano, se nel gusto della lingua Latina fosse stato così profondo, come era nella Greca Filologia, se avesse stimato più (come doveva) le illustrazioni storiche, che erano pure stimate molto dai Salmasj, dai Pitischi, dai Burmanni, e da tanti altri comentatori delle età trapassate, più assai, che non faceva, avrebbe stimata l'opera del Lucchesini. Degli altri Oratori d'Atene null'altro debbo indicare tranne iMonita Isocrateastampati in Padova dal Facciolati il 1747. e questi stessi per la loro piccolezza non richiedono più lungo discorso.Coetaneo di Demostene fu Teofrasto, il quale ne' suoi caratteri mostrò quanto ben conoscesse il cuor umano. Il Senatore del Riccio li pubblicò, li comentò, li tradusse[166]; ma la sua opera non ha ottenuto molto plauso. Quelle sue lunghissime note non contengono cose di gran pregio, nè assai felice è la traduzione. L'Ab. Prospero Petroni scrittore della Vaticana ne aveva preparata una edizione. Era noto, che un codice di quella Libreria dava il titolo di due nuovi capitoli, cioè del ventinovesimo, e del trentesimo, i quali mancavano, e si credevan perduti. Il Petroni gli scoperse nel 1740. in un altro codice della medesima Libreria, li copiò, e divisò di dare un edizione di tutta l'opera illustrando il testo, e traducendolo in Latino novellamente. Le notizie letterarie, che si stampavano in Roma dal Pagliarini l'annunziarono nel 1742. dicendo, che i caratteri di Teofrasto sarebbono accresciuti di piùdel terzo. In fatti si cominciò l'edizione, e l'Ab. Amaduzzi ne aveva i primi tre fogli, che giungevano quasi alla fine del capitolo tredicesimo; ma rimase interrotta, nè se ne sa il motivo. Dopo la morte del Petroni si perdè il suo manoscritto, col quale egli doveva aver preparata tutta l'opera, ed ingiustamente il Siebenkees ed il Goes hanno accusato l'Amaduzzi di plagio asserendo, che egli s'impadronì delle carte del Petroni, e che da queste fece l'edizione, di cui parlerò fra poco. L'Amaduzzi aveva solamente i tre fogli indicati della sua edizione, ed avendo da lui sentito, che in quel codice ai trovavano i due capitoli inediti, li copiò ed eccitò M. Chardon de la Rochette a stamparli. Questi però occupato tutto dell'Antologia non accettò l'invito, ed anzi animò lo stesso Amaduzzi a farlo, siccome eseguì con magnifica edizione Bodoniana il 1797. in 4. Gli si rimprovera non senza ragione di non avere alcuna volta spiegato bene l'originale, ed io gli rimprovererò ancora l'eccessiva e non utile prolissità della prefazione, e delle note, per cui di due brevi capitoli ha fatto un libro di 148. pagine.Al P. Giuseppe Pagnini dobbiamo un'egregia edizion di Teocrito, ed una di Callimaco[167]. Parlerò solamente della prima, non avendo veduta mai la seconda. Si ha quì il testo di Teocrito Mosco e Bione accuratamente stampato colla versione Latina, e poetica in Italiano. Vi ha aggiunte in fine l'Egloghe di Virgilio colla traduzion Greca di Daniello Alsvort stampata già in Roma il 1594. e l'Italiana dell'editore, ed alcune sue poesie. Egli vi unisce alcune annotazioni, nelle quali ora spiega i luoghi più oscuri, ed ora esamina le emendazioniproposte dai Comentator precedenti, o alcune nuove ne propone tratte dai codici Vaticani da Lui con molta diligenza collazionati.Gio. Battista Zanobetti pubblicò come inedito l'Idillio di Meleagro sopra la primavera[168], che avevamo più esattamente nelle precedenti edizioni dell'Antologia. Pure fece cosa utile assai, perchè lo illustrò lodevolmente con erudite annotazioni e parecchi Greci Epigrammi. L'Ab. Spalletti, del quale ho già parlato, forse aveva in animo di dare una edizione dell'Antologia di Costantino Cefala, giacchè tutta la trascrisse da un celebre codice Vaticano, ed il suo apografo dopo la morte sua passò ad arricchire la Libreria del Duca di Saxe Gotha[169]. Ora quali altri tesori è da credersi, che egli abbia copiati da quella gran Libreria, e qual uso ne avrebbe egli fatto, se in tempi più felici gli fosse avvenuto di vivere, o più efficaci favoreggiatori de' suoi studj avesse incontrati!Un altro autore più difficile per la materia, che tratta, e più bisognoso di nuova edizione era Archimede, e richiedeva un editore, che fosse nel tempo stesso buon mattematico, e grecista. Tale appunto era il Torelli, che accintosi all'impresa vi riuscì con somma felicità[170]. Il Bjoernstahel, che ne' suoi viaggi aveva veduta l'opera prima che uscisse alla luce, molto la commendò[171], e tutti gli uomini dotti hanno poi confermato il suo giudizio. I codici non gli hanno recato nessun ajuto, e il dotto editore ha dovuto correggere il testo guidato solamente dal proprio ingegno, il che ha fatto egregiamente, e quindi v'aggiunse la traduzionlatina. Un altro mattematico fu illustrato da Antonio Matani cioè Eliodoro, ma piccolo è il libro, e il nuovo editore non v'adoperò molta fatica non abbisognando il testo d'emendazione[172].Molto fece altresì per l'Argonautica d'Apollonio il Cardinal Flangini[173], il testo della quale arricchì di poetica traduzione, di doppio genere di note e di copiose varianti. Delle note alcune servono ad illustrare il testo, o a correggerne la lezione, o a dar ragione della traduzione. Ma in ciò che si spetta alla correzione del testo egli non fa quasi altro, che dar giudizio delle emendazioni del Brunck, le quali spesso egli suole adottare. Ora sarebbe stato a desiderarsi, che avendo collazionati alcuni codici Romani, e recatene le varianti avesse poi fatto qualche uso delle migliori fra queste in quelle sue annotazioni. L'altro genere di note appartiene alla spiegazione delle favole mitologiche, nella quale egli si diffonde con molta erudizione, e merita somma lode.Molto dopo questi scrittori dovrei porre l'opuscolo sul sublime, che porta il nome di Longino, e comunemente a quel Longino si attribuisce, il quale viveva presso Zenobia Regina di Palmira nel terzo secolo dell'era volgare. Ma recentemente il dottissimo Sig. Amati scrittore della Vaticana non senza probabilità ha sostenuto, che l'autor sia Dionisio d'Alicarnasso, di che si veda l'edizion fatta in Lipsia il 1809. di quell'opera. Credo perciò di poter collocare fin d'ora a quest'epoca l'edizione di quell'opera, che il Gori dette in Verona con traduzione Italiana, e Latina arricchita di non dispregevoli annotazioni[174].Più special menzione domanda ciò che si è fatto intorno a Dione Cassio. Notissimo è quanto poco sia fino all'età nostra pervenuto della sua storia, e quanto dannosa sia la perdita del rimanente. Nicolao Carminio Falcone con un Codice antichissimo della Vaticana pretese di darne gli ultimi tre libri, e gli stampò a Roma nel 1724. Ma tutto ciò, che egli pubblicò, o era già stampato assai prima, o non sono che tenui avanzi di poca o niuna utilità. Il Reimaro in una lettera diretta al Cardinal Quirini, e stampata in Amburgo il 1746. lo censurò per non avere assai esattamente collazionato quel codice, confrontandolo coll'epitome di Xifilino, e per non avere bene inteso l'autore in alcuni passi: vuolsi però temperare alquanto la severità di questa censura. Il Codice fu prima pubblicato da Fulvio Orsino, ed essendo esso malconcio, e guasto vi lasciò molte lacune, le quali furono supplite in parte dal Falconi, usando molta diligenza, e ricorrendo appunto a Xifilino, il che non era caduto in mente al dottissimo Orsino. Vuolsi dunque dargli lode di quel che ha fatto, e non riprenderlo soverchiamente, perchè non ha fatto di più. Egli poi pretese di far molto più e ristabilire i primi libri,[175]credendo d'aver tanta esperienza dello stil di Dione da conoscer ciò che vi può esser di suo negli altri scrittori, che ne avessero copiata alcuna cosa senza citarlo. Altro però non fece che un centone tratto da Dionisio d'Alicarnasso, Plutarco, Zonara, e Tzetze.Più benemerito di Dionisio, è stato uno de' più grandi letterati, che a' passati giorni vantasse l'Italia, cioè il chiarissimo signor Cavalier Morelli celebre Bibliotecario di S. Marco a Venezia. Egli da un codice del secolo undecimo, che fu giàdel Cardinal Bessarione, ed ora è nella Libreria di S. Marco, alla quale con tanta lode presiedeva, trasse molte pregevoli varianti, ed alcuni insigni frammenti di questo istorico, e li pubblicò in un libretto piccolo di mole, ma grande di pregio[176]. Al medesimo signor Cavaliere dobbiamo ancora un'orazione d'Aristide contro Leptine, una di Libanio a favor di Socrate, e un lungo frammento dei Ritmici d'Aristosseno[177], il che era inedito, ed egli mandandolo in luce lo ha accompagnato con un'elegante traduzione latina, e con prefazione, e note dottissime, quali da lui si poteano aspettare.Ma ciò che per una certa singolarità supera ogni altra cosa sono i papiri d'Ercolano. Il giorno 3. di Novembre del 1753. sarà memorabile sempre ne' fasti della Storia letteraria per la scoperta, che in esso se ne fece. Sono questi in rotoli mezzo bruciati, ed il Mazzocchi fu il primo, che si accorgesse che erano papiri. Qual fosse allora la sua allegrezza per sì fatta scoperta si può piuttosto immaginare, che descrivere. Difficile era lo svolgerli ma il P. Antonio Piaggio Genovese delle scuole pie riuscì a trovare una macchina, ed il metodo opportuno a questo intento; il che poi fu descritto dal Vinkelmann, dal Bartel, e nelle lettere de' Signori Heinse, Gleim e Muller. Svolti i papiri si copiano esattamente, ed il Mazzocchi da prima fu incaricato di tradurli in latino ed illustrarli. A lui successe l'Ignarra, e a questo il dotto Monsignor Carlo Rosini Vescovo di Pozzuolo. Un solo volume abbiamo fino ad ora per frutto dellesue fatiche, e contiene il quarto libro dell'opera di Filodemo contro la Musica[178]. Non mi è riuscito di vedere quest'opera pregevolissima, onde son costretto di seguire favellandone le altrui relazioni. Il chiarissimo Prelato editore ne' prolegomeni parla eruditamente di Filodemo, ed illustra alcuni de' suoi epigrammi[179]. Il suo comento sull'opera contro la musica mostra ingegno acuto, e profonda dottrina; ma lo svolgimento de' Papiri è così difficile, che quantunque si adoperi ogni diligenza non si possono ottenere, che frammenti confusi, intorno ai quali invano s'affatica l'editore per deciferarli.[180]Nè è da sperarsi, che nuove cure nello svolgerli possano dare un esito più fortunato. Infatti alcuni papiri furono dalla Corte di Napoli donati (son già alcuni anni) al Principe di Galles, ora Re di Inghilterra, intorno ai quali con niun successo l'Inglese Hayster si è affaticato per interpetrarli. E non migliori speranze ha la classe della storia dell'Instituto Francese, alla quale Buonaparte ne contò sei[181]. Può sperarsi però, che qualche papiro si trovi meno indocile alle cure assidue di quelli, che sono incaricati di questa fatica, il che sarebbe di sommo vantaggio al coltivamento de' buoni studj[182]. Ed ove ancora tutti fossero ugualmentedifficili, se ne raccorranno almeno de' frammenti, che saranno utili, e preziosi avanzi d'un immenso e ricchissimo naufragio. Si dice che 1700. sieno i papiri trovati fra le rovine d'Ercolano, e che intorno a 300. sieno quelli già svolti, o su' quali si è fatto qualche tentativo.[183]Oltre all'opera già indicata di Filodemo due altre se ne sono trovate dell'autor medesimo, cioè due libri sulla Rettorica ed uno sopra i vizj e le virtù ad essi opposte, si parla pure d'altre opere di Demetrio, d'Epicuro, di Polistrato discepolo di Epicuro, ma comunemente quei papiri non hanno nome d'autore. Un solo latino se n'è trovato di cui parlerò altrove.Con molto minor fatica le opere degli antichi si trovano ne' codici delle Librerie d'Italia, e molte se ne trovano inedite, delle quali alcune han veduta per la prima volta la luce nel passato secolo. Fra queste nominerò in primo luogo diciassette orazioni di Libanio, che il Buongiovanni stampò in Venezia.[184]Egli non avvertì, che fra queste quella contro Severo era già stampata dal Morell, il che gli rimprovera il Reiske, e molto più lo condanna per la traduzione, e per le note, che vi aggiunse delle quali parla in modo aspro e mordace più assai del dovere e del giusto.[185]Il Cocchi dotto medico e buon Grecistaraccolse le opere degli antichi Scrittori di Chirurgia,[186]e da un codice de' Monaci Benedettini di Firenze trasse l'elegantissimo Romanzo di Senofonte Efesio, che poi ristampò in Lucca[187]in quattro lingue.Il Baron Loccella che di quest'opera ha data una nuova ed egregia edizione in Vienna mentre loda l'editore Lucchese d'alcune ingegnose, e felici correzioni, lo rimprovera poi di non avere emendati parecchi altri evidenti errori di quella di Londra, e d'averne anzi aggiunti alcuni, che in quella non erano. Ma l'amore della verità richiede, che io conceda alcune parole di risposta a quest'accusa. Quello che il Loccella chiama editor Lucchese era il testè defunto Malanima, dotto Professore nella Pisana università che fu pregato soltanto di emendare gli errori tipografici. A lui non si lasciavano i fogli, se non quanto bastava per quest'oggetto, nè poteva egli vedere, se il tipografo faceva le correzioni da lui segnate, o se volendo pur farle, cadeva (come spesso avviene) in nuovi errori. Vuolsi dunque lodarlo molto d'avere in parecchi luoghi migliorata l'edizione inglese in tanta angustia di tempo; nè gli si può attribuire a colpa di non aver fatto anche più, e molto meno gli si possono rimproverare gli error tipografici.Al Cocchi succeda un altro medico, e grecista ottimo, il Sig. Gaetano d'Ancora, che nel tempo stesso ha giovato alla Greca lingua, ed alla storia naturale con una nuova eccellente edizione del libro di Senocrate sugli alimenti, che si ricavano dagli animali acquatici,[188]pregevolissima per l'emendazione del testo, e per le dotte illustrazioni e varianti di che è arricchita. Nè minor giovamento prestarono alla storia delle filosofiche oppinioni degli antichi il P. Corsini colla sua edizione del libro di Plutarcode placitis Philosophorum[189]e il Sig. Ignazio Rossi exgesuita colle sueCommentationes laertianae[190]e il secondo principalmente, che molti luoghi o scorretti, o male interpetrati prima di lui, emenda o spiega felicemente. All'antica Geografia recò non mediocre giovamento il P. Alessandro Politi stampando e traducendo il poemetto di Dionigi Periegetede situ orbis, e il comento d'Eustazio, e poi illustrandolo con erudite annotazioni.[191]Vollepoi correr di nuovo lo stesso arringo stampando un'altra volta quel libro, colle sue annotazioni molto accresciute, e con Rufo, Festo, Avieno, e Prisciano, e già l'impressione era cominciata; ma per mancanza di danaro, e di mecenati rimase interrotta.[192]Si può aggiungere a questo la storia Bizantina di nuovo pubblicata a Venezia, e massimamente l'appendice, che il Foggini ne dette in Roma stampando per la prima volta le opere di Giorgio Pisida, Teodosio Grammatico, e Corippo.[193]Appendice di quella storia si può chiamare altresì la vita di Giorgio o Gregorio Ciprio Patriarca di Costantinopoli data in luce dal P. de Rossi.[194]A un altro Impero, cioè a quello di Russia aveva rivolti i suoi studi l'Ab. Vernazza scrittor Greco della Vaticana che da' codici di quella libreria voleva pubblicare gli ammaestramenti, che lo Czar Basilio aveva dati al figlio Giovanni con molti altri trattati, e discorsi del medesimo:[195]ma qualunque ne sia stato il motivo non eseguì il suo disegno.Benemeriti di sì fatti studi si rendono eziandio i raccoglitori d'opuscoli non mai impressi, i qualicon Greca voce chiamanoaneddoti. Il che pe' greci scrittori soltanto fecero alcuni, cioè il Muratori[196]e il Canonico Bandini:[197]ed altri più ampiamente gli hanno raccolti come il Lami,[198]il Mingarelli[199]il P. Lazzari[200]e l'Amaduzzi[201]benemeriti pure ne sono gli autori de' cataloghi di manoscritti, che le ricchezze nascoste nelle librerie d'Italia hanno indicate a pubblica utilità, e vi hanno inseriti parecchie cose di questo genere, il Canonico Bandini in quello della Laurenziana, il Buongiovanni in quello della Veneta di S. Marco, il Mingarelli per la Naniana[202]oltre agli autori del catalogo della libreria Reale di Torino, de' quali ho già parlato.Se poi di tutti gl'italiani, che utilmente si sono affaticati nel pubblicare i Greci scrittori Ecclesiastici volessi tener minuto discorso troppo sarei costretto di diffondermi. Basterà per tanto d'indicarli brevemente. E in primo luogo non farò che accennare le venete edizioni di S. Ireneo, Clemente Allessandrino, Origene, S. Basilio, S. Giovanni Grisostomo, S. Cirillo Gerosolimitano, S. Giovanni Damasceno,alcune delle quali in ciò che spetta alla tipografia uguagliano, ed anche vincono le celebri Francesi de' Maurini. Accennerò pur solamente gli scrittori della storia Ecclesiastica ristampati in Turino non però così correttamente, come erano stati in Cambridge. Più special menzione richiedono le instituzioni teologiche de' PP. antichi raccolte prima dal B. Cardinal Tornasi, e poi di nuovo arricchite di note dal P. Anton Francesco Vezzosi,[203]la storia ecclesiastica d'Eusebio ristampata dal P. Tommaso Cacciari,[204]l'anonimo scrittore d'un'altra storia ecclesiastica pubblicato da Gio. Battista Bianconi,[205]il S. Gregorio di Girgenti tratto per la prima volta dai codici per opera del chiarissimo Gesuita Morcelli,[206]al qualedobbiamo ancora un'egregia illustrazione del Calendario di Costantinopoli,[207]la spiegazione Pseudo-Atanasiana sul simbolo per opera del P. Giuseppe Bianchini dell'Oratorio,[208]la spiegazione di Filone della cantica per opera di Monsignor Giacomelli,[209]ilvetus officium quadragesimalede' Greci Ortodossi dal Cardinal Quirini, quando era tuttavia monaco,[210]un'Omilia di Eusebio Alessandrino inParasceven,[211]le opere di Dionisio Alessandrino,[212]e gli atti de' Martiri d'Ostia[213]da Monsignor de Magistris Vescovo di Cirene, nelle quali due edizioni egli dà una luminosa conferma di quella cognizione delle lingue orientali che aveva dimostrata, nel suo Daniele, una lettera Greca di Francesco Filelfo dall'Ab. Angelo Teodoro Villa[214]. Del Daniele del citato P. De Magistris terrò discorso, quando dovrò parlare di quello in lingua Siriaca pubblicato dal chiarissimo Signor Dottor Bugatti. Finalmente non debbo tacere, che il Signor Gerbini Assistente della Real libreria di Torino meditava di pubblicare le quistioni Amfilochiane di Fozio da un manoscritto di quella libreria, nel quale esse ascendono al numero di 297. Egli aveva già tutto copiato il testo Greco, e ne apparecchiava la versione, ma qualunque, ne sia la ragione la sua fatica restò inedita. Il Bjoernstaehl attribuisce questo lavoro all'Ab. Berta; ma il SignorPeyron, da chi ho ricevute queste, ed altre parecchie pregevoli notizie mi ha avvisato, che appartiene al Gerbini.Anche gli editori delle antiche inscrizioni sono illustratori delle lingue, laonde essi pure non debbono essere dimenticati. Il Muratori nel suo Tesoro, il Donati nel supplimento, il Gori nelle iscrizioni Doniane e in quelle della Toscana dettero iscrizioni Greche, ma l'indole di queste opere non era tale, che porgesse loro occasion favorevole per far conoscere una perizia non ordinaria in questa lingua. Maggiori Grecisti si mostrarono nel Museo Veronese il Marchese Maffei, in varie opere il P. Corsini, ne' monumenti del Peloponeso il P. Pacciaudi, e nelle due iscrizioni di Regilla il sommo antiquario Signor Visconti cui la Francia poi rapì all'Italia. Non bastò ai tre ultimi principalmente di mostrare il lor valore in questa lingua pubblicando, e spiegando iscrizioni; ma vie più lo mostrarono in queste, e nelle altre opere d'antiquaria interpetrando ed emendando gli antichi scrittori. Ed io son d'avviso, che se il Pacciaudi, ed il Visconti non si fossero rivolti a maggiori imprese, e avessero voluto coltivare ex professo quella parte della critica, che si aggira intorno alla emendazione delle opere antiche non sarebbono mancati all'Italia gli Hemsterhusi, gli Heyne, e i Wittenbach. Lo stesso dicasi d'altri parecchi, che in ciò si sono esercitati quasi per ozio. Tali sono oltre il Mingarelli, il Pagnini, ed altri nominati di sopra, il Martorelli nelle sue opere d'antiquaria, l'Ignarra nelle annotazioni sopra l'inno a Cerere attribuito ad Omero, il Salvini in varie opere, e massimamente nelle emendazioni di Menandro e Filemone, di cui pure ho già fatta parola. A questi si deve aggiungere Benedetto Averani, che nelle sue dissertazioni parecchi luoghi dell'Antologia, di Tucidide,ed Euripide tra i Greci, di Livio, Cicerone, Virgilio tra i Latini spiega o corregge.[215]Anche l'Almagesto di Tolomeo avrebbe ottenuto da lui somigliante favorevole officio, ed i Comentarj di Teone, di Nicolao Cabasila, e di Pappo sull'Almagesto, le quali opere aveva egli cominciato a trasportare in latino, ed a collazionare coi codici Laurenziani: ma poi ne abbandonò l'idea, quando seppe, che il Viviani dal Cardinal Leopoldo de' Medici aveva ottenuto un Codice contenente la traduzione de' Comentarj di Teone fatta da Teofilo d'Urbino, e che questi troppo liberalmente donata l'aveva non so a qual Francese a condizione che ritornato in Patria la desse alle stampe. Ma il Francese quanto fu facile a ricevere il dono, altrettanto fu restio a mantenere la data fede.[216]Al secolo diciassettesimo a dir vero appartiene Benedetto Averani più presto che al diciottesimo: siccome però in questo egli è morto, in questo sono stampate le sue dissertazioni, ho giudicato non alieno dal mio argomento il farne parola. All'Averani si unisca il P. Politi. Fino dagli anni suoi giovanili egli coltivò questa parte della critica, e non cessò di coltivarla finchè visse. Molto si adoperò per illustrare l'Etimologico magno, Stefano Bizantino, Dionisio d'Alicarnasso, Erodoto, e Marziale; ma nulla di ciò è uscito in luce. Se però dalle annotazioni sopra Eustazio possiamo trarre argomento, di leggieri c'indurremo a credere che utile ne sarebbe la pubblicazione.[217]

Più vasto campo ci presentano le opere degli antichi pubblicate dai nostri. Non parlerò di quelle edizioni, che essendo fatte unicamente per mercantile speculazone, e con somma trascuratezza, recan danno alla lingua piuttosto che vantaggio pe' molti errori da cui sogliono esser bruttate. Nè pure farò parola di certe magnifiche edizioni, che il chiarissimo Signor Bodoni ha fatto uscir de' suoi torchj, se non quando siano corredate d'utili illustrazioni. Esse servono al lusso degli uomini ricchi, non al comodo degli uomini studiosi. Omero è il più antico scrittor profano, e ragion vuole, che si cominci da lui. Dell'Omero del Sig. Cesarotti dirò fra i traduttori. L'Iliade stampata a Parma è commendabile per la magnificenza dell'impressione, e per la scelta del testo. La prima lode si deve al Sig. Bodoni, e la seconda al dottissimo Sig. Cavaliere Luigi Lamberti, che alcune delle lezioni ivi adottate ha poi illustrate con molta erudizione e sottil critica.[131]Ma della illustrazione impressa nel secolo presente non debbo quì tener discorso. Più vasto campo prese a percorrere il P. Alessandro Politi delle Scuole Pie, che tutto Omero, ed i comenti d'Eustazio cominciò a pubblicare colla traduzionLatina, e parecchie annotazioni sue in gran parte e in parte d'Anton Maria Salvini; ma la morte interruppe il suo disegno, mentre si stampava il quarto volume[132]. Le annotazioni sono erudite e giudiziose, la traduzione è esatta, il testo è emendato dall'editore, che era dotto Grecista. Taluno forse potrebbe reputare inutile la traduzione, e di quest'avviso era il Sig. Heyne. E in un'opera così voluminosa il togliere una cosa inutile è un vantaggio grande. Benemerito d'Omero fu altresì il Buongiovanni pubblicando uno Scoliaste inedito pregevolissimo[133]. Se non che egli non ne dette, che una parte, ed era riservato al Signor Villoison il darlo tutto con altri Scolj antichissimi[134]. Ma giacchè ho nominato l'edizion procurata da questo Francese Grecista dottissimo concedendo a lui la gloria d'aver dati in luce quegli Scoliasti coll'Iliade d'Omero, coi segni critici usati dagli antichi, e con prolegomeni ricchi di molta erudizione, nondebbo tacere, che una parte di questa gloria si ha da attribuire ancora ai Signori fratelli Coleti dotti nella Greca Lingua, come in ogni maniera d'erudizione, i quali nella lontananza dell'editore eseguirono quella difficile impressione. E per non dissimile ragione ad essi pure si debbe parte di quella gloria, che egli si meritò divulgando i celebri suoi Greci Aneddoti, dove dei Signori Coleti fece giusta, ed onorata menzione[135]. Anzi pareva quasi destinato, che le opere maggiori di quel sommo uomo si mandassero in luce dagl'Italiani; perchè anche il suo Apollonio si deve all'Italiano Signor Molini dimorante in Parigi[136], il quale se non poteva colla dottrina giovare all'edizione, come i Coleti fecero nelle accennate due opere, le giovò almeno col tollerarne la spesa.

Da Omero non deve andar disgiunto Esiodo, del quale si possono quì ricordare due edizioni, quella cioè di Padova coll'Italiana versione del Salvini[137]; e quella di Parma del celebre Signor Bodoni colla traduzione Latina del Gesuita Zamagna[138]. Ambedue sono più commendabili per le traduzioni, che le accompagnano, che per le illustrazioni aggiunte all'originale. E queste illustrazioni l'intelligenza riguardano del testo, non l'emendazione, nè pure in quei luoghi, ne' quali lo richiederebbe forse l'edizion del Clerc, che quì si segue sempre fedelmente. Ad Esiodo succeda Teognide, le sentenze del quale furono dal Canonico Bandini pubblicatecol poemetto ammonitorio, ed i versi aurei attribuiti a Pitagora[139]. E giacchè il mio discorso è caduto sopra questo editore stimo non inopportuno l'aggiunger quì ancora gli altri poeti, che egli fece stampare, perchè di tutti dovrò dare lo stesso giudizio. Questi sono Callimaco, Arato, Nicandro, Trifiodoro, Coluto, e Museo[140], ai quali tutti, come pure a Teognide, e agli altri già nominati, unì le traduzioni in versi Italiani d'Anton Maria Salvini. Util cosa fece il Bandini, dando questi volgarizzamenti, che erano inediti, ed oltre a ciò alcune varianti a Callimaco, a Trifiodoro, e a Nicandro prese dai Codici Fiorentini, e l'inedita metafrasi di questo poeta fatta da Eutecnio Sofista, che egli in parte ricavò da un codice Laurenziano, e in parte da uno Viennese. Nulla però v'aggiunse di proprio, fuorchè alcune annotazioni a Callimaco molto diffuse, ma poco utili a spiegare il testo, e nulla ad illustrare la lingua. Le note aggiunte a Museo, e a Coluto sono o copiate fedelmente, o abbreviate da quelle, con che il Rover, e il Lennep accompagnarono i versi di questi due poeti, e la metafrasi d'Eutecnio fu da lui pubblicata con tutti gli errori de' codici, benchè manifesti.

Nella traduzione dell'Harvood fatta in Venezia si attribuisce al Bandini un'edizione Fiorentina d'Anacreonte del 1742.; ma ciò è errore e lo ha già osservato il Signor Chardon de la Rochette nelle sueMelanges de Critique, et de PhilologieT. 1. p. 190.[141]Tre sono le edizioni d'Anacreonte, delle quali debbo quì far parola, tralasciandone più altre, che nulla hanno di osservabile per la illustrazione della lingua, o che sono osservabili solamente pe' volgarizzamenti di cui dirò altrove. E' la prima quella dell'Ab. Spalletti, nella quale egli ci ha dato il testo d'un codice del secol decimo della Libreria Vaticana. Il Barnes ne aveva ottenute le principali varianti delle quali fece uso, non però sempre fedelmente. L'Ab. Spalletti volendo pubblicare il testo di questo codice ne ha fatta incidere una copia, che dicesi non esatta, ed ha poi stampate le poesie d'Anacreonte con caratteri fusi espressamente a imitazione del manoscritto, e vi ha contrapposto il testo del Barnes, che era allora più comunemente adottato. Quindi si vede quanta superfluità sia in questa edizione,che a minor prezzo poteva offerire quel testo. In fatti M. Levesque dotto Grecista Francese ha poi stampate le varianti di quel codice[142], il che rende inutile la fatica del Romano editore. Pregevolissima poi è la magnifica edizione, che il Sig. Bodoni dette di questo poeta nel 1785.[143]in lettere majuscole. Non considero la bellezza de' caratteri, e della carta, e tuttociò che all'arte tipografica appartiene, nelle quali cose tutti sanno quanto quell'insigne tipografo fosse grande. Questi sono esteriori ornamenti; ed io debbo esaminar solamente i pregi intrinseci dell'edizione. Erudito è il comentario posto in principio, in cui dottamente si parla del poeta, delle edizioni de' suoi versi, e delle traduzioni Italiane, e Francesi. Con molto avvedimento si è scelta per testo la prima edizione, cioè quella del 1554. in cui Enrico Stefano dette esattamente la lezion de' suoi codici, e le poesie di Anacreonte non erano anche state alterate dalle congetture degli editor posteriori. Io lodo que' dotti critici, che le fatiche loro consacrano alla emendazione degli antichi scrittori; ma più lodo quelli, che contenti di esporre le loro correzioni ne' comenti si astengono dall'inserirle nel testo. Così fece allora lo Stefano, e così pure ha fatto il dottissimo Sig. Ab. Valperga Caluso, che è l'autore delle varianti poste in fine di questa edizione. Queste egli ha scelte da tutti gli editori, ed alcune sue ne ha aggiunte molto lodevoli, talchè ha dato quì in poche pagine il meglio, chedar si potesse in questo genere[144]. Dobbiamo al Ch. Signor de Rogati la terza edizione nella quale egli ha accompagnato il testo colla sua traduzione poetica, e con annotazioni[145]. Della traduzione parlerò in altro luogo. Le annotazioni mentre servono a dar ragione del suo volgarizzamento, o ad esaminare gli altrui, giovano ancora a spiegare il testo. Ma niente v'ha intorno all'emendazione del testo, niente per isceverare le odi genuine, da quelle che certamente non sono d'Anacreonte.

Un solo editore di Pindaro ci offre l'Italia in questo secolo, cioè l'Abate Gautier[146]. Della sua traduzione parlerò altrove, ed ora considero solamente l'edizione del testo, e le annotazioni, di che egli l'accompagnò. Ma di ciò ancora non posso dire che poco; perchè quanto al testo seguì fedelmente l'impressione d'Oxford, e nelle annotazioni nulla è di nuovo: niun confronto, non dirò coi codici, ma nè pure colle edizioni precedenti, niuna spiegazione relativa alla illustrazion della lingua. Più benemerito del Principe dei Poeti Lirici fu il P. Luigi Mingarelli Canonico del Salvatore, che per le sue congetture su questo poeta meritò d'essere annoverato dal dottissimo Heyneinter praestantissimos rei metricae magistros[147]. Nè quì si arrestò il Grecista Bolognese, ma più altre illustrazioni mandò all'Heyne principalmente intorno ai metri, delle quali questi fece uso nella edizione del 1798. essendo a lui liberale di molta lode[148].

Poco si è fatto per Eschilo, ed ancor meno per Sofocle. Il Pasqualoni, che ho già citato, volgarizzando due Tragedie, cioè iSette a Tebe, ed ilPrometeodel primo ne ha pubblicato il testo colle sue annotazioni[149]. In queste egli spiega l'originale attenendosi frequentemente allo Schutz senza esser però al tutto ligio delle sue opinioni, dalle quali talvolta si allontana per seguire lo Stanley, il Pauvv, e l'Heathe. Ma niuna correzione v'ha tratta dai codici o dal suo ingegno. Il Prometeo fu pubblicato ancora da Monsignor Giacomelli, come pure l'Elettra di Sofocle[150]che arricchì di sua traduzione e di note. Questo dotto Prelato, che dovrò mentovar più volte, era assai valoroso Grecista, e ben lo dimostra nel comentare queste due tragedie ora spiegando i passi più oscuri, ora scegliendo le migliori fra le diverse varianti proposte da altri, ora proponendo egli stesso nuove lezioni. Assai più s'è fatto per Euripide,cui toccò in sorte un editore, che tutte le opere ne pubblicò e tradusse. Questi fu il P. Carmeli[151]. Il Reiske negli atti di Lipsia del 1748. dando ragguaglio del primo volume di quest'edizione, il quale solo era pervenuto alle sue mani fece alcune critiche osservazioni sull'Ecuba d'Euripide, sulla traduzione del P. Carmeli, e sulle sue note. Questi però non tacque, e rispose ai rimproveri del Grecista Tedesco[152]. Lasciando stare la difesa del Greco Tragico, e considerando solamente quella del volgarizzamento, e delle note dirò, che il Reiske o ingiustamente, o troppo severamente condanna il traduttore d'inesattezza. Una sola delle sue critiche può dirsi giusta, ed è dove al v. 183. il Carmeli traducePerchè con voce di pietà mi chiami? le paroleτί με δυσφημεἶς, perchèδυσφημὦ non ha questo significato. Egli lo trova nello Scoliaste, e ve lo trovò pure Enrico Stefano nel Tesoro della Lingua Greca. Ma se ben si considera lo Scoliaste dice:διατί δυσφημεἶς καὶ ἐλεεινογεἶς ἐμέ; doveἐλεεινογεἶςnon è posto, come spiegazione diδυσφημεἶςnel qual caso in vece diκαὶavrebbe dettoτουτέςιo in altra simil maniera, ma come spiegazione, del modo, con che Ecuba veniva a dar cattivo augurio a Polissena. Ciò non ostante però la critica di questo luogo è troppo severa a parer mio, perchè in una poetica versione non si dee pretendere, che il senso d'ogni parola sia trasportato dall'una all'altra lingua rigorosamente, bastando solo che i concetti, e i sentimenti sieno conservati. Riguardo poi alle note, il critico biasima il Carmeli se correggeil testo condannando le sue emendazioni, come non necessarie, e inopportune: lo biasima se non lo corregge, indicando egli stesso parecchie emendazioni, che a suo giudizio si doveano fare. Io confesserò, che talvolta il Reiske ha ragione; ma dubito forte, che ciò succeda non molte volte, e tengo per fermo, che alcune delle correzioni Reiskiane non saranno approvate da altri. Era il Reiske dotto Grecista, ma nelle sue illustrazioni degli antichi scrittori soverchiamente si lasciava trasportare dal desiderio d'alterare il testo. Questo difetto è stato a lui apposto da uomini dottissimi: fra' quali mi piace d'allegarne tre, che tutti riconosceranno come ottimi giudici.Perversam, dice lo Jacobs,[153]Reiskii omnia mutandi libidinem tot exemplis cognitam: e il Brunck[154], che pure non era troppo parco nell'emendare lo condanna, come poco attento alle leggi della prosodia.Reiskius quì minus etiam quam Strepsiades metra curabat etc.Il terzo sarà lo stesso Reiske, il quale parlando delle sue emendazioni a Demostene dice:retractans nunc longo tempore post illa mea ausa demosthenica, incipio nonnunquam vereri ne festinatio me passim locorum praecipitem egerit[155]. Difendendo però in qualche modo il Carmeli da alcune fra le accuse di quel dotto critico non intendo di difenderlo da quelle, che altri potrebbe fargli. Lo condannò l'Heyne dicendo le sue annotazioninec multum continere novi, nec prodere insignem scientiam linguae, artis criticae, reique metricae[156], ed alla sentenza di tanto giudice niuno sarà che voglia contradire.

L'ordine dei tempi, e la menzione da me fatta del P. Carmeli mi costringe a trattenermi ancor per poco sul teatro Ateniese per parlare d'Aristofane. L'avvocato Invernizzi Romano si adoperò con molta lode ad emendare ed illustrare le sue commedie[157]. A me rincresce, che avendo un giorno letta ed esaminata la sua edizione, ora non l'abbia al presente uopo, nè possa farne quell'accurato elogio che merita il suo dotto lavoro. Parlerò perciò solamente del poco che altri ha fatto intorno a questo poeta. Il P. Carmeli testè mentovato ne pubblicò una Commedia, cioè ilPluto[158], e due ne dette il Nerucci di Siena, cioè lo stessoPluto, e leNuvole[159]. Ambedue accompagnarono il testo di traduzione poetica Italiana, e di note dirette a spiegare, ed illustrare l'originale, non a correggerlo, o mutarlo. Nè da Aristofane separerò il suo Scoliaste, e i due comici Filemone e Menandro. I frammenti di questi illustrò il Salvini con alcune sue brevi annotazioni, che poi il Clerc senza sua saputa o licenza pubblicò nel libro intitolato:Philargyrii emendationes in Menandri, et Philemonis reliquias etc. Amstelodami1711. in 8. Lo Scoliaste poi d'Aristofane fu tradotto in latino, e con molte ed erudite annotazioni spiegato da Francesco Galluppi di Tropea in Calabria. Egli fece ancora un comento a Teocrito, in cui prese a censurare specialmente quel dell'Heinsio, ed uno sopra Stefano Bizantino, che mandò al Dorvilleperchè fosse inserito nelle sueObservationes Miscellaneae[160].

Maggiore impresa, e più ardimentosa assunse Gio. Vincenzo Lucchesini, che poi fu Prelato nella Corte di Roma, e pel suo valore nella lingua latina meritò d'esser Segretario di più Pontefici. Egli tradusse in Latino, ed illustrò pressochè tutte le orazioni politiche di Demostene[161]; il che io chiamo impresa ardimentosa, perchè nel tempo medesimo prese ad esaminare, e condannare in più luoghi la traduzione del Volfio sommo Grecista. Il Dorville lo biasimò;[162]e il Reiske, se si considera il modo, con cui ne parla nella prefazione al suo Demostene[163], e il non citarlo mai nelle sue annotazioni, mostra abbastanza, che non dissentiva dal Dorville. Tre cose debbono osservarsi nell'opera del Lucchesini: la fedeltà ed eleganza della traduzione, le note critiche sulla traduzione del Volfio, e le note storiche. La fedeltà della traduzione si potrà revocare in dubbio in quei luoghi, in cui discorda dal Volfio, e di questi parlerò dopo. Nel rimanente essa è fedele, quanto si dee richiedere da chi traduce, come oratore, non come interpetre. Riguardo all'eleganza, tutti coloro ve la troveranno grandissima, i quali hanno qualche familiarità con Cicerone, e cogli altri aurei scrittori di quell'età. Le annotazioni storiche sono erudite, sono profonde, si discutono in esse molte belle ed opportunissime quistioni, si illustrano molti luoghi d'altri scrittori, e meritano lodeancorchè non in tutto abbia colto nel segno. Anzi è a parer mio una mancanza grande nel Demostene e negli Oratori attici del Reiske d'avere eccessivamente trascurata questa parte d'illustrazione, che è necessaria a ben intendere le opere degli antichi. Per ciò che spetta alle note critiche confesserò, che egli combattendo contro al Volfio combatteva con armi disuguali. In primo luogo però mi si concederà non esser la traduzione del Volfio quel Sacrario, sul quale non sia lecito di porre le mani. Lo stesso Reiske parlando della sua edizione dice:porro si recundenda interpretatio Volfiana fuisset, non sola mera, intemerata debuisset repraesentari, sed etiam annotationes criticae ei substerni, quibus lapsus ejus benigne indicarentur, et blande castigarentur[164]. No: l'applauso, che a gran ragione meritano le opere del Volfio, non impedisce che vi si trovi qualche difetto, e trovatolo si accenni altrui. Vero è che talvolta il Lucchesini lo condanna a torto, tal altra volta le sue osservazioni si aggirano sopra cose minute troppo, e che non meritavano d'esser censurate. Ma è poi vero altresì che parecchie altre volte le sue critiche sono giuste, e mostrano in lui ingegno acuto e dottrina; e che ciò sia vero non mi si potrà negare dal Reiske almeno allora, quando egli stesso senza citare il Lucchesini ha adottate le stesse spiegazioni e le correzioni del testo, che il Grecista Lucchese aveva proposte cinquantotto anni prima di lui[165]. Colle qualimie estreme parole non voglio già accusare il Reiske di plagio. So che non abbisognava di togliere le emendazioni altrui di nascosto egli che è accusato d'essere soverchio nell'emendare arbitrariamente. Voglio però dir solamente, che se avesse avuto agio di consultar la dotta fatica del Grecista Italiano, se nel gusto della lingua Latina fosse stato così profondo, come era nella Greca Filologia, se avesse stimato più (come doveva) le illustrazioni storiche, che erano pure stimate molto dai Salmasj, dai Pitischi, dai Burmanni, e da tanti altri comentatori delle età trapassate, più assai, che non faceva, avrebbe stimata l'opera del Lucchesini. Degli altri Oratori d'Atene null'altro debbo indicare tranne iMonita Isocrateastampati in Padova dal Facciolati il 1747. e questi stessi per la loro piccolezza non richiedono più lungo discorso.

Coetaneo di Demostene fu Teofrasto, il quale ne' suoi caratteri mostrò quanto ben conoscesse il cuor umano. Il Senatore del Riccio li pubblicò, li comentò, li tradusse[166]; ma la sua opera non ha ottenuto molto plauso. Quelle sue lunghissime note non contengono cose di gran pregio, nè assai felice è la traduzione. L'Ab. Prospero Petroni scrittore della Vaticana ne aveva preparata una edizione. Era noto, che un codice di quella Libreria dava il titolo di due nuovi capitoli, cioè del ventinovesimo, e del trentesimo, i quali mancavano, e si credevan perduti. Il Petroni gli scoperse nel 1740. in un altro codice della medesima Libreria, li copiò, e divisò di dare un edizione di tutta l'opera illustrando il testo, e traducendolo in Latino novellamente. Le notizie letterarie, che si stampavano in Roma dal Pagliarini l'annunziarono nel 1742. dicendo, che i caratteri di Teofrasto sarebbono accresciuti di piùdel terzo. In fatti si cominciò l'edizione, e l'Ab. Amaduzzi ne aveva i primi tre fogli, che giungevano quasi alla fine del capitolo tredicesimo; ma rimase interrotta, nè se ne sa il motivo. Dopo la morte del Petroni si perdè il suo manoscritto, col quale egli doveva aver preparata tutta l'opera, ed ingiustamente il Siebenkees ed il Goes hanno accusato l'Amaduzzi di plagio asserendo, che egli s'impadronì delle carte del Petroni, e che da queste fece l'edizione, di cui parlerò fra poco. L'Amaduzzi aveva solamente i tre fogli indicati della sua edizione, ed avendo da lui sentito, che in quel codice ai trovavano i due capitoli inediti, li copiò ed eccitò M. Chardon de la Rochette a stamparli. Questi però occupato tutto dell'Antologia non accettò l'invito, ed anzi animò lo stesso Amaduzzi a farlo, siccome eseguì con magnifica edizione Bodoniana il 1797. in 4. Gli si rimprovera non senza ragione di non avere alcuna volta spiegato bene l'originale, ed io gli rimprovererò ancora l'eccessiva e non utile prolissità della prefazione, e delle note, per cui di due brevi capitoli ha fatto un libro di 148. pagine.

Al P. Giuseppe Pagnini dobbiamo un'egregia edizion di Teocrito, ed una di Callimaco[167]. Parlerò solamente della prima, non avendo veduta mai la seconda. Si ha quì il testo di Teocrito Mosco e Bione accuratamente stampato colla versione Latina, e poetica in Italiano. Vi ha aggiunte in fine l'Egloghe di Virgilio colla traduzion Greca di Daniello Alsvort stampata già in Roma il 1594. e l'Italiana dell'editore, ed alcune sue poesie. Egli vi unisce alcune annotazioni, nelle quali ora spiega i luoghi più oscuri, ed ora esamina le emendazioniproposte dai Comentator precedenti, o alcune nuove ne propone tratte dai codici Vaticani da Lui con molta diligenza collazionati.

Gio. Battista Zanobetti pubblicò come inedito l'Idillio di Meleagro sopra la primavera[168], che avevamo più esattamente nelle precedenti edizioni dell'Antologia. Pure fece cosa utile assai, perchè lo illustrò lodevolmente con erudite annotazioni e parecchi Greci Epigrammi. L'Ab. Spalletti, del quale ho già parlato, forse aveva in animo di dare una edizione dell'Antologia di Costantino Cefala, giacchè tutta la trascrisse da un celebre codice Vaticano, ed il suo apografo dopo la morte sua passò ad arricchire la Libreria del Duca di Saxe Gotha[169]. Ora quali altri tesori è da credersi, che egli abbia copiati da quella gran Libreria, e qual uso ne avrebbe egli fatto, se in tempi più felici gli fosse avvenuto di vivere, o più efficaci favoreggiatori de' suoi studj avesse incontrati!

Un altro autore più difficile per la materia, che tratta, e più bisognoso di nuova edizione era Archimede, e richiedeva un editore, che fosse nel tempo stesso buon mattematico, e grecista. Tale appunto era il Torelli, che accintosi all'impresa vi riuscì con somma felicità[170]. Il Bjoernstahel, che ne' suoi viaggi aveva veduta l'opera prima che uscisse alla luce, molto la commendò[171], e tutti gli uomini dotti hanno poi confermato il suo giudizio. I codici non gli hanno recato nessun ajuto, e il dotto editore ha dovuto correggere il testo guidato solamente dal proprio ingegno, il che ha fatto egregiamente, e quindi v'aggiunse la traduzionlatina. Un altro mattematico fu illustrato da Antonio Matani cioè Eliodoro, ma piccolo è il libro, e il nuovo editore non v'adoperò molta fatica non abbisognando il testo d'emendazione[172].

Molto fece altresì per l'Argonautica d'Apollonio il Cardinal Flangini[173], il testo della quale arricchì di poetica traduzione, di doppio genere di note e di copiose varianti. Delle note alcune servono ad illustrare il testo, o a correggerne la lezione, o a dar ragione della traduzione. Ma in ciò che si spetta alla correzione del testo egli non fa quasi altro, che dar giudizio delle emendazioni del Brunck, le quali spesso egli suole adottare. Ora sarebbe stato a desiderarsi, che avendo collazionati alcuni codici Romani, e recatene le varianti avesse poi fatto qualche uso delle migliori fra queste in quelle sue annotazioni. L'altro genere di note appartiene alla spiegazione delle favole mitologiche, nella quale egli si diffonde con molta erudizione, e merita somma lode.

Molto dopo questi scrittori dovrei porre l'opuscolo sul sublime, che porta il nome di Longino, e comunemente a quel Longino si attribuisce, il quale viveva presso Zenobia Regina di Palmira nel terzo secolo dell'era volgare. Ma recentemente il dottissimo Sig. Amati scrittore della Vaticana non senza probabilità ha sostenuto, che l'autor sia Dionisio d'Alicarnasso, di che si veda l'edizion fatta in Lipsia il 1809. di quell'opera. Credo perciò di poter collocare fin d'ora a quest'epoca l'edizione di quell'opera, che il Gori dette in Verona con traduzione Italiana, e Latina arricchita di non dispregevoli annotazioni[174].

Più special menzione domanda ciò che si è fatto intorno a Dione Cassio. Notissimo è quanto poco sia fino all'età nostra pervenuto della sua storia, e quanto dannosa sia la perdita del rimanente. Nicolao Carminio Falcone con un Codice antichissimo della Vaticana pretese di darne gli ultimi tre libri, e gli stampò a Roma nel 1724. Ma tutto ciò, che egli pubblicò, o era già stampato assai prima, o non sono che tenui avanzi di poca o niuna utilità. Il Reimaro in una lettera diretta al Cardinal Quirini, e stampata in Amburgo il 1746. lo censurò per non avere assai esattamente collazionato quel codice, confrontandolo coll'epitome di Xifilino, e per non avere bene inteso l'autore in alcuni passi: vuolsi però temperare alquanto la severità di questa censura. Il Codice fu prima pubblicato da Fulvio Orsino, ed essendo esso malconcio, e guasto vi lasciò molte lacune, le quali furono supplite in parte dal Falconi, usando molta diligenza, e ricorrendo appunto a Xifilino, il che non era caduto in mente al dottissimo Orsino. Vuolsi dunque dargli lode di quel che ha fatto, e non riprenderlo soverchiamente, perchè non ha fatto di più. Egli poi pretese di far molto più e ristabilire i primi libri,[175]credendo d'aver tanta esperienza dello stil di Dione da conoscer ciò che vi può esser di suo negli altri scrittori, che ne avessero copiata alcuna cosa senza citarlo. Altro però non fece che un centone tratto da Dionisio d'Alicarnasso, Plutarco, Zonara, e Tzetze.

Più benemerito di Dionisio, è stato uno de' più grandi letterati, che a' passati giorni vantasse l'Italia, cioè il chiarissimo signor Cavalier Morelli celebre Bibliotecario di S. Marco a Venezia. Egli da un codice del secolo undecimo, che fu giàdel Cardinal Bessarione, ed ora è nella Libreria di S. Marco, alla quale con tanta lode presiedeva, trasse molte pregevoli varianti, ed alcuni insigni frammenti di questo istorico, e li pubblicò in un libretto piccolo di mole, ma grande di pregio[176]. Al medesimo signor Cavaliere dobbiamo ancora un'orazione d'Aristide contro Leptine, una di Libanio a favor di Socrate, e un lungo frammento dei Ritmici d'Aristosseno[177], il che era inedito, ed egli mandandolo in luce lo ha accompagnato con un'elegante traduzione latina, e con prefazione, e note dottissime, quali da lui si poteano aspettare.

Ma ciò che per una certa singolarità supera ogni altra cosa sono i papiri d'Ercolano. Il giorno 3. di Novembre del 1753. sarà memorabile sempre ne' fasti della Storia letteraria per la scoperta, che in esso se ne fece. Sono questi in rotoli mezzo bruciati, ed il Mazzocchi fu il primo, che si accorgesse che erano papiri. Qual fosse allora la sua allegrezza per sì fatta scoperta si può piuttosto immaginare, che descrivere. Difficile era lo svolgerli ma il P. Antonio Piaggio Genovese delle scuole pie riuscì a trovare una macchina, ed il metodo opportuno a questo intento; il che poi fu descritto dal Vinkelmann, dal Bartel, e nelle lettere de' Signori Heinse, Gleim e Muller. Svolti i papiri si copiano esattamente, ed il Mazzocchi da prima fu incaricato di tradurli in latino ed illustrarli. A lui successe l'Ignarra, e a questo il dotto Monsignor Carlo Rosini Vescovo di Pozzuolo. Un solo volume abbiamo fino ad ora per frutto dellesue fatiche, e contiene il quarto libro dell'opera di Filodemo contro la Musica[178]. Non mi è riuscito di vedere quest'opera pregevolissima, onde son costretto di seguire favellandone le altrui relazioni. Il chiarissimo Prelato editore ne' prolegomeni parla eruditamente di Filodemo, ed illustra alcuni de' suoi epigrammi[179]. Il suo comento sull'opera contro la musica mostra ingegno acuto, e profonda dottrina; ma lo svolgimento de' Papiri è così difficile, che quantunque si adoperi ogni diligenza non si possono ottenere, che frammenti confusi, intorno ai quali invano s'affatica l'editore per deciferarli.[180]Nè è da sperarsi, che nuove cure nello svolgerli possano dare un esito più fortunato. Infatti alcuni papiri furono dalla Corte di Napoli donati (son già alcuni anni) al Principe di Galles, ora Re di Inghilterra, intorno ai quali con niun successo l'Inglese Hayster si è affaticato per interpetrarli. E non migliori speranze ha la classe della storia dell'Instituto Francese, alla quale Buonaparte ne contò sei[181]. Può sperarsi però, che qualche papiro si trovi meno indocile alle cure assidue di quelli, che sono incaricati di questa fatica, il che sarebbe di sommo vantaggio al coltivamento de' buoni studj[182]. Ed ove ancora tutti fossero ugualmentedifficili, se ne raccorranno almeno de' frammenti, che saranno utili, e preziosi avanzi d'un immenso e ricchissimo naufragio. Si dice che 1700. sieno i papiri trovati fra le rovine d'Ercolano, e che intorno a 300. sieno quelli già svolti, o su' quali si è fatto qualche tentativo.[183]Oltre all'opera già indicata di Filodemo due altre se ne sono trovate dell'autor medesimo, cioè due libri sulla Rettorica ed uno sopra i vizj e le virtù ad essi opposte, si parla pure d'altre opere di Demetrio, d'Epicuro, di Polistrato discepolo di Epicuro, ma comunemente quei papiri non hanno nome d'autore. Un solo latino se n'è trovato di cui parlerò altrove.

Con molto minor fatica le opere degli antichi si trovano ne' codici delle Librerie d'Italia, e molte se ne trovano inedite, delle quali alcune han veduta per la prima volta la luce nel passato secolo. Fra queste nominerò in primo luogo diciassette orazioni di Libanio, che il Buongiovanni stampò in Venezia.[184]Egli non avvertì, che fra queste quella contro Severo era già stampata dal Morell, il che gli rimprovera il Reiske, e molto più lo condanna per la traduzione, e per le note, che vi aggiunse delle quali parla in modo aspro e mordace più assai del dovere e del giusto.[185]Il Cocchi dotto medico e buon Grecistaraccolse le opere degli antichi Scrittori di Chirurgia,[186]e da un codice de' Monaci Benedettini di Firenze trasse l'elegantissimo Romanzo di Senofonte Efesio, che poi ristampò in Lucca[187]in quattro lingue.

Il Baron Loccella che di quest'opera ha data una nuova ed egregia edizione in Vienna mentre loda l'editore Lucchese d'alcune ingegnose, e felici correzioni, lo rimprovera poi di non avere emendati parecchi altri evidenti errori di quella di Londra, e d'averne anzi aggiunti alcuni, che in quella non erano. Ma l'amore della verità richiede, che io conceda alcune parole di risposta a quest'accusa. Quello che il Loccella chiama editor Lucchese era il testè defunto Malanima, dotto Professore nella Pisana università che fu pregato soltanto di emendare gli errori tipografici. A lui non si lasciavano i fogli, se non quanto bastava per quest'oggetto, nè poteva egli vedere, se il tipografo faceva le correzioni da lui segnate, o se volendo pur farle, cadeva (come spesso avviene) in nuovi errori. Vuolsi dunque lodarlo molto d'avere in parecchi luoghi migliorata l'edizione inglese in tanta angustia di tempo; nè gli si può attribuire a colpa di non aver fatto anche più, e molto meno gli si possono rimproverare gli error tipografici.

Al Cocchi succeda un altro medico, e grecista ottimo, il Sig. Gaetano d'Ancora, che nel tempo stesso ha giovato alla Greca lingua, ed alla storia naturale con una nuova eccellente edizione del libro di Senocrate sugli alimenti, che si ricavano dagli animali acquatici,[188]pregevolissima per l'emendazione del testo, e per le dotte illustrazioni e varianti di che è arricchita. Nè minor giovamento prestarono alla storia delle filosofiche oppinioni degli antichi il P. Corsini colla sua edizione del libro di Plutarcode placitis Philosophorum[189]e il Sig. Ignazio Rossi exgesuita colle sueCommentationes laertianae[190]e il secondo principalmente, che molti luoghi o scorretti, o male interpetrati prima di lui, emenda o spiega felicemente. All'antica Geografia recò non mediocre giovamento il P. Alessandro Politi stampando e traducendo il poemetto di Dionigi Periegetede situ orbis, e il comento d'Eustazio, e poi illustrandolo con erudite annotazioni.[191]Vollepoi correr di nuovo lo stesso arringo stampando un'altra volta quel libro, colle sue annotazioni molto accresciute, e con Rufo, Festo, Avieno, e Prisciano, e già l'impressione era cominciata; ma per mancanza di danaro, e di mecenati rimase interrotta.[192]

Si può aggiungere a questo la storia Bizantina di nuovo pubblicata a Venezia, e massimamente l'appendice, che il Foggini ne dette in Roma stampando per la prima volta le opere di Giorgio Pisida, Teodosio Grammatico, e Corippo.[193]Appendice di quella storia si può chiamare altresì la vita di Giorgio o Gregorio Ciprio Patriarca di Costantinopoli data in luce dal P. de Rossi.[194]A un altro Impero, cioè a quello di Russia aveva rivolti i suoi studi l'Ab. Vernazza scrittor Greco della Vaticana che da' codici di quella libreria voleva pubblicare gli ammaestramenti, che lo Czar Basilio aveva dati al figlio Giovanni con molti altri trattati, e discorsi del medesimo:[195]ma qualunque ne sia stato il motivo non eseguì il suo disegno.

Benemeriti di sì fatti studi si rendono eziandio i raccoglitori d'opuscoli non mai impressi, i qualicon Greca voce chiamanoaneddoti. Il che pe' greci scrittori soltanto fecero alcuni, cioè il Muratori[196]e il Canonico Bandini:[197]ed altri più ampiamente gli hanno raccolti come il Lami,[198]il Mingarelli[199]il P. Lazzari[200]e l'Amaduzzi[201]benemeriti pure ne sono gli autori de' cataloghi di manoscritti, che le ricchezze nascoste nelle librerie d'Italia hanno indicate a pubblica utilità, e vi hanno inseriti parecchie cose di questo genere, il Canonico Bandini in quello della Laurenziana, il Buongiovanni in quello della Veneta di S. Marco, il Mingarelli per la Naniana[202]oltre agli autori del catalogo della libreria Reale di Torino, de' quali ho già parlato.

Se poi di tutti gl'italiani, che utilmente si sono affaticati nel pubblicare i Greci scrittori Ecclesiastici volessi tener minuto discorso troppo sarei costretto di diffondermi. Basterà per tanto d'indicarli brevemente. E in primo luogo non farò che accennare le venete edizioni di S. Ireneo, Clemente Allessandrino, Origene, S. Basilio, S. Giovanni Grisostomo, S. Cirillo Gerosolimitano, S. Giovanni Damasceno,alcune delle quali in ciò che spetta alla tipografia uguagliano, ed anche vincono le celebri Francesi de' Maurini. Accennerò pur solamente gli scrittori della storia Ecclesiastica ristampati in Turino non però così correttamente, come erano stati in Cambridge. Più special menzione richiedono le instituzioni teologiche de' PP. antichi raccolte prima dal B. Cardinal Tornasi, e poi di nuovo arricchite di note dal P. Anton Francesco Vezzosi,[203]la storia ecclesiastica d'Eusebio ristampata dal P. Tommaso Cacciari,[204]l'anonimo scrittore d'un'altra storia ecclesiastica pubblicato da Gio. Battista Bianconi,[205]il S. Gregorio di Girgenti tratto per la prima volta dai codici per opera del chiarissimo Gesuita Morcelli,[206]al qualedobbiamo ancora un'egregia illustrazione del Calendario di Costantinopoli,[207]la spiegazione Pseudo-Atanasiana sul simbolo per opera del P. Giuseppe Bianchini dell'Oratorio,[208]la spiegazione di Filone della cantica per opera di Monsignor Giacomelli,[209]ilvetus officium quadragesimalede' Greci Ortodossi dal Cardinal Quirini, quando era tuttavia monaco,[210]un'Omilia di Eusebio Alessandrino inParasceven,[211]le opere di Dionisio Alessandrino,[212]e gli atti de' Martiri d'Ostia[213]da Monsignor de Magistris Vescovo di Cirene, nelle quali due edizioni egli dà una luminosa conferma di quella cognizione delle lingue orientali che aveva dimostrata, nel suo Daniele, una lettera Greca di Francesco Filelfo dall'Ab. Angelo Teodoro Villa[214]. Del Daniele del citato P. De Magistris terrò discorso, quando dovrò parlare di quello in lingua Siriaca pubblicato dal chiarissimo Signor Dottor Bugatti. Finalmente non debbo tacere, che il Signor Gerbini Assistente della Real libreria di Torino meditava di pubblicare le quistioni Amfilochiane di Fozio da un manoscritto di quella libreria, nel quale esse ascendono al numero di 297. Egli aveva già tutto copiato il testo Greco, e ne apparecchiava la versione, ma qualunque, ne sia la ragione la sua fatica restò inedita. Il Bjoernstaehl attribuisce questo lavoro all'Ab. Berta; ma il SignorPeyron, da chi ho ricevute queste, ed altre parecchie pregevoli notizie mi ha avvisato, che appartiene al Gerbini.

Anche gli editori delle antiche inscrizioni sono illustratori delle lingue, laonde essi pure non debbono essere dimenticati. Il Muratori nel suo Tesoro, il Donati nel supplimento, il Gori nelle iscrizioni Doniane e in quelle della Toscana dettero iscrizioni Greche, ma l'indole di queste opere non era tale, che porgesse loro occasion favorevole per far conoscere una perizia non ordinaria in questa lingua. Maggiori Grecisti si mostrarono nel Museo Veronese il Marchese Maffei, in varie opere il P. Corsini, ne' monumenti del Peloponeso il P. Pacciaudi, e nelle due iscrizioni di Regilla il sommo antiquario Signor Visconti cui la Francia poi rapì all'Italia. Non bastò ai tre ultimi principalmente di mostrare il lor valore in questa lingua pubblicando, e spiegando iscrizioni; ma vie più lo mostrarono in queste, e nelle altre opere d'antiquaria interpetrando ed emendando gli antichi scrittori. Ed io son d'avviso, che se il Pacciaudi, ed il Visconti non si fossero rivolti a maggiori imprese, e avessero voluto coltivare ex professo quella parte della critica, che si aggira intorno alla emendazione delle opere antiche non sarebbono mancati all'Italia gli Hemsterhusi, gli Heyne, e i Wittenbach. Lo stesso dicasi d'altri parecchi, che in ciò si sono esercitati quasi per ozio. Tali sono oltre il Mingarelli, il Pagnini, ed altri nominati di sopra, il Martorelli nelle sue opere d'antiquaria, l'Ignarra nelle annotazioni sopra l'inno a Cerere attribuito ad Omero, il Salvini in varie opere, e massimamente nelle emendazioni di Menandro e Filemone, di cui pure ho già fatta parola. A questi si deve aggiungere Benedetto Averani, che nelle sue dissertazioni parecchi luoghi dell'Antologia, di Tucidide,ed Euripide tra i Greci, di Livio, Cicerone, Virgilio tra i Latini spiega o corregge.[215]Anche l'Almagesto di Tolomeo avrebbe ottenuto da lui somigliante favorevole officio, ed i Comentarj di Teone, di Nicolao Cabasila, e di Pappo sull'Almagesto, le quali opere aveva egli cominciato a trasportare in latino, ed a collazionare coi codici Laurenziani: ma poi ne abbandonò l'idea, quando seppe, che il Viviani dal Cardinal Leopoldo de' Medici aveva ottenuto un Codice contenente la traduzione de' Comentarj di Teone fatta da Teofilo d'Urbino, e che questi troppo liberalmente donata l'aveva non so a qual Francese a condizione che ritornato in Patria la desse alle stampe. Ma il Francese quanto fu facile a ricevere il dono, altrettanto fu restio a mantenere la data fede.[216]Al secolo diciassettesimo a dir vero appartiene Benedetto Averani più presto che al diciottesimo: siccome però in questo egli è morto, in questo sono stampate le sue dissertazioni, ho giudicato non alieno dal mio argomento il farne parola. All'Averani si unisca il P. Politi. Fino dagli anni suoi giovanili egli coltivò questa parte della critica, e non cessò di coltivarla finchè visse. Molto si adoperò per illustrare l'Etimologico magno, Stefano Bizantino, Dionisio d'Alicarnasso, Erodoto, e Marziale; ma nulla di ciò è uscito in luce. Se però dalle annotazioni sopra Eustazio possiamo trarre argomento, di leggieri c'indurremo a credere che utile ne sarebbe la pubblicazione.[217]


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