Traduzioni.CAPOIX.Dopo aver finquì parlato degli editori vuolsi ora far passaggio ai traduttori. Questi però sono tanti di numero, che reputo conveniente di tralasciare del tutto coloro, che poche, e piccole cose hanno volgarizzate. Degli altri poi parlerò brevemente, tranne alcuni che richiedono più lungo ragionamento. E in primo luogo si dee molto commendare il chiarissimo Sig. Ab. Rubbi, il quale con ottimo divisamento prese a raccogliere le versioni dei poeti tolti d'ogni età, e d'ogni nazione, e solamente è da dolersi, che la morte dello Stampatore Zatta abbia interrotto così util disegno[218]. Nè bastò a lui d'esser giudizioso editore, ma fu ancora traduttore elegante, inserendovi oltre ad alcuni pezzi biblici, (i quali non essendo volgarizzati dall'originale non appartengono alla presente trattazione) la versione del poemetto di Museo sugli avvenimenti d'Ero, e Leandro, che ivi si legge da lui recato in bei versi sciolti. Due sono i traduttori, che per certi riguardi a mio giudizio richiedono special menzione, cioè Anton Maria Salvini, e il Cesarotti. Moltissime son le traduzioni fatte dal primo, parecchie stampate, ed alcune inedite; e sono tante, che appena si crederebbe esser lavoro d'un solo uomo. Egli volgarizzò Omero, Esiodo, Anacreonte due volte,Callimaco, Teocrito, Oppiano, Orfeo, Nicandro, Teognide, Museo, Trifiodoro, Coluto, Senofonte Efesio, Epitteto, Quinto Calabro, Nonno Panopolita, alcune cose d'Euripide, d'Aristofane, di Proclo, di Luciano, di Diogene Laerzio, di Plotino, di Libanio, e di S. Gregorio Nazianzeno, oltre ad alcuni scrittori Latini, Francesi, Inglesi, e a molte altre produzioni letterarie. Egli traduce sempre letteralmente, avendo cura di rendere Italiana quasi ogni parola dell'originale. Lo stesso si dica delle versioni da lui fatte in latino, e di quelle che dal Latino ha fatte in Italiano o in Greco. Ora ognun vede, che traducendo così in versi i poeti debbono le sue versioni esser prive di quella grazia o maestà o forza, che hanno gli originali. E tali sono veramente; onde gran lamento si fa da molti contro a lui per questo appunto. Anzi non v'ha quasi traduttore buono o mediocre (parlo di quelli, che si sono allontanati dal metodo Salviniano) il quale non l'abbia a quando a quando voluto mordere. Ma tanti rimproveri sono poi giusti? Era il Salvini assai buon poeta, come si vede dalle sue rime; e se nelle versioni usò modi triviali, e diciam anche plebei che non usò poi nelle rime, è manifesto segno, che egli non volle in queste esser poeta, e solamente ebbe in mira di giovare a coloro, che hanno bisogno di qualche ajuto per intendere quegli Autori. Laonde il biasimar lui, perchè non ha conservata la dignità la grazia e gli altri pregi de' Greci Poeti, è lo stesso che se altri biasimasse il Cesarotti, perchè non ha espresso nellamorte d'Ettoreil rigoroso significato di qualche parola, o di qualche espressione dell'Iliade. Ha egli tradotto in versi, perchè forse credeva, che, qualunque sia il fine, che altri si propone traducendo, fosse disdicevole di recare in prosa le opere de' Poeti; non perchè usando la misura de' versi giudicassenecessario adoperar lo stile proprio della poesia: cioè prese dalla poesia tutto quello, che poteva senza allontanarsi dal suo scopo. Un altro fine ancora ebbe egli forse, o almeno un altro vantaggio si ritrae da' suoi volgarizzamenti, ed è il vantaggio della nostra lingua. Molte voci, e maniere di dire, che erano disusate richiamò a nuova vita, molte ne tolse dalla lingua Greca dalla Latina dalla Francese ad arricchire il tesoro della nostra. I suoi contradittori hanno avuto in mira d'emulare quanto era possibile gli originali, sforzandosi di rappresentare con parole, e modi Italiani, o Latini la grazia, la forza, la dignità loro, mentre procuravano di rappresentarne il senso. Quantunque io confessi, che non sempre sia riuscito al Salvini di conseguire i fini, che si era proposti, pure desidero, che i suoi critici non si siano mai allontanati dal loro meno di quello, che egli abbia fatto dal suo.Ho detto, che al Salvini non è sempre riuscito di conseguire ciò che si era proposto, volendo intendere, che non è stato sempre fedele all'originale. Questo rimprovero gli fece Giuseppe Torelli,[219]al quale però procurò di rispondere il Lami sotto il nome di Accademico Apatista nelle Novelle Fiorentine del 1747. Glielo fece altresì il celebre Ab. Lazzaro Spallanzani, che la sua carriera Letteraria cominciò con due lettere dirette al Conte Algarotti,[220]nelle quali esamina i primi due libri della traduzion dell'Iliade. E in altri volgarizzamenti ancora altri potrà notare qualchedifetto. E perchè no? In una notte tradusse Museo, come si vede da una postilla, che egli vi aggiunse in fine. E gli altri suoi volgarizzamenti debbono pure esser fatti con molta fretta, il che si deduce dal loro numero grande, e dal numero pur grande dell'altre cose sue. Che se Omero dormicchia talvolta, come dice Orazio, e chi è discreto, gliele perdona, può ben dormicchiare anche il Salvini. Ma la sua negligenza non è frequente, ed è perdonabile. Pure le sue versioni meriterebbono d'essere alquanto più accarezzate dagli eruditi, e dirò anche studiate, e ne ritrarrebbono ottime emendazioni degli originali. Ognuno se ne potrà di leggieri persuadere, ove solamente si prenda fra mano il Senofonte Efesio del Baron Loccella, che più, e diverse volte lo fa vedere. So che l'Hemsterhusio, l'Abresch, il d'Orville, e sopra gli altri il Loccella hanno molto più del Salvini giovato alla correzione di quel romanzo. Ma essi lo studiarono lungamente a fine d'emendarlo, ed il Salvini lo leggeva per tradurlo, e traducendo faceva quelle emendazioni, che spontanee gli si presentavano alla mente.Certo è che dottissimo era nella lingua Greca, e il Pope non molto modestamente soleva dire, che due sole persone a' tempi suoi erano al Mondo, le quali sapessero bene questa lingua, cioè il Salvini in Toscana, ed egli stesso in Londra. Io non dirò tanto nè dell'uno nè dell'altro, ma francamente asserisco, che ambedue erano dottissimi, e del Salvini lo mostrano i contrastati suoi volgarizzamenti, fra' quali non tiene l'ultimo luogo quello testè citato di Senofonte Efesio, e tiene il primo per l'eleganza, colla quale ha ottimamente emulato l'elegantissimo originale.Il Cesarotti è l'altro traduttore di cui vuolsi far, come ho detto, più special menzione. Osserva il Salvini una scrupolosa fedeltà; segue il Cesarottiuna libertà or più or meno grande. Non tenne egli questo metodo volgarizzando il Prometeo d'Eschilo nel qual lavoro fu Salviniano anzi che no.[221]Ma poi nella traduzione di Demostene, nel corso di letteratura Greca, ed in Omero fu molto diverso. E quì, se pongo mente alle molte cose, che meriterebbono d'essere esaminate, ed alla riputazione grande, alla quale questo celebre letterato è salito, mi vedo costretto ad entrare in un campo vasto e pericoloso e superiore di molto alle mie deboli forze. Pure dirò ciò che sento, e lo dirò più brevemente che mi sarà possibile.Volgarizzò il Cesarotti l'orazioni politiche di Demostene, quelle della corona, e dell'ambasceria colle contrarie d'Eschine, e le criminali, e in ciò fare volle essere fedele, ma non servile, prendendo qualche discreta libertà dove non solamente il genio della lingua nostra lo richiedeva, ma ancora qualche piccolo difetto dell'originale pareva a lui, che lo consigliasse. Tutti debbono confessare che le orazioni scritte da Demostene per le cause civili sono inferiori alle altre. Il Cesarotti non le volle tradurre, nè lo condanno per ciò; giacchè non era obbligato a tradurre tutto. Ne fece però l'analisi, e ne tradusse i pezzi più belli, e dobbiamo essergliene grati. Lo stesso fece nel corso di letteratura Greca riguardo a quelle Aringhe dei Greci Oratori che a lui sembrarono meno felici, e volgarizzando quelle solamente che reputava megliori. Ma ciò che non posso non biasimare è un certo disprezzo col quale sovente egli tratta quegli scrittori. In due difetti contrari principalmente si può cadere giudicando gli scrittori antichi, cioè o di stimarli troppo, come se fossero più che uomini, e niente possa essere in loro che non sia perfetto, e in questo errore caddeMadama Dacier, o di sprezzarli troppo, come faceva l'Ab. Terrasson. Il primo errore certamente non è proprio di questa età, nella quale ormai pochissimo si studia la Greca lingua, e non molto la Latina. Quindi il gridare continuamente contro gli scrittori Greci essere deve pernicioso alla gioventù, e non può non alienarla vie più dallo studiare que' gran Maestri. Il Cesarotti protesta, che egli riprende l'ingiusta pretensione d'alcuni, che esaltando gli antichi voglion deprimer troppo i moderni. Ma le sue osservazioni tendono, se non m'inganno, a provare assai più di ciò, che egli dice. Rechiamone un esempio. Nell'analisi dell'aringa di Demostene contro Conone egli osserva, che i giovani d'Atene delle migliori famiglie erano dissoluti, e insolenti; e poi dice così «Dica ora chi ha fior di senno se possa credersi che gli Ateniesi con una tale educazione possedessero esclusivamente quella squisitezza di gusto, quel senso delicato del bello del gentile e del conveniente, che si comunica all'espressioni ed alle parole. La politezza dello stile va del pari con quella delle maniere. Ambedue sono il risultato del complesso delle idee dominanti nel sistema della vita socievole: e queste non si riconoscono più chiaramente quanto dai divertimenti generali d'una nazione. I bordelli, e le taverne sono scuola di tutt'altro che di politezza; nè la decenza può esseredu bon ton, ove la sfrenatezza, e la crapula sondu bel air.[222]» Se queste parole provassero qualche cosa proverebbono, che gli Ateniesi (e diciam pure de' Greci in generale) non avevano politezza di stile, non senso delicato del bello del gentile del conveniente: di che lascio il giudizio agli uomini sensati d'ogni età, d'ogniculta nazione. Condannerò sempre coloro che frequentano i bordelli, e le taverne; ma credo che fra questi esser possano buoni poeti, buoni storici, buoni Oratori. Se quelle parole provassero qualche cosa proverebbero ancora che non potevano i Greci aver buoni pittori, scultori, e architetti, giacchè non vedo, come non si dovessero applicare alle arti loro quelle riflessioni. A me pare che il Cesarotti dotato d'ingegno acuto talvolta si lasciasse trasportare da questo, e quindi prendesse a sostenere certe opinioni lontane dal comune pensamento degli uomini. Egli era ammiratore degli scrittori Francesi, e dichiara M. d'Alembert autorevolissimo in letteratura, e in filosofia ugualmente.[223]Io lo credo autorevolissimo in mattematica, ma (non parlando della filosofia) poco o nulla nella letteratura. Egli dopo aver condannati parecchi scrittori antichi, ed Omero massimamente chiama poi M. Thomasdittatore dell'arte degli elogi, e quel che è molto piùincomparabile[224]. Certo è che chi pensa in questo modo non può esser favorevole agli antichi.Il Greco scrittore, che sopra ogni altro fu celebrato, è quello stesso che più d'ogni altro è stato criticato dal Cesarotti. Questi è Omero. Prese egli da prima a far traduzione poetica molto libera dell'Iliade, ma poi gli parve così difettoso quel poema, che stimò opportuno di fare un poema quasi nuovo in cui, seguitando in generale le tracce d'Omero se ne allontana quando egli crede, che esso abbia errato, cambiando anche il titolo d'Iliade in quello di morte d'Ettore. Vi aggiunse oltre a molte altre cose la versione in prosa, e moltissime annotazioni erudite, e critiche. In queste si leggono bellissimeosservazioni, che possono essere di grande utilità, e degne sono di un uomo grande, com'egli era. Ma nel tempo stesso fra le critiche se ne trovano parecchie, che molti stimano non giuste. Lascio stare la celebre pasquinata, che contro lui fu fatta, perchè odio le satire, colle quali arti non si dee riprender niuno, e molto meno un uomo celebre. Il Chiarissimo Signor Ab. Ciampi ora Professore di lingua Greca nell'università di Varsavia si oppose al critico Padovano in una maniera più nobile, e degna di lui. Non ha egli preso a tessere una minuta apologia d'Omero, che troppo lunga opera sarebbe; ma esaminando le principali accuse ad esse ha risposto senza mordacità, ma con energia[225]. Egli per tanto ha risparmiata a me la fatica di parlare più a lungo di questo oggetto. Dirò piuttosto succintamente qualche cosa delle traduzioni degli Oratori, e di quella in prosa dell'Iliade, che ho già indicate. Generalmente sono queste fedeli, ed eleganti; vi scorgo però talvolta qualche negligenza. Ne recherò due soli esempi per non abusare della sofferenza dei leggitori. Sarà il primo nell'Archidamo d'Isocrate, dove si legge:sovvengavi di quegli antichi Lacedemoni, che fattisi incontro agli Arcadi con una sola banda d'uomini armata di scudo molte migliaja di nemici messero in fuga.[226]Sarebbe alquanto strano, che gli Spartani si esponessero contro i nemici armati non d'altro che di scudo, cioè d'un'arma arma difensiva; nè meno strano sarebbe, che così li ponessero in fuga: e non credo che in tutta la storia militare si trovi esempio di ciò. Il testo Greco diceἐπὶ μιἆς ἀσπίδος παραταξαμἑνοι. Ora è noto, cheἀσπίςsi adopera per denotare il soldatoe che la proposizioneἐπὶcon un numero cardinale in genitivo se è declinabile significa spesso ordinanza o di fronte o di profondità.Οι δὲ Θηβαἶοι οὐκ ἒλαττον ἢπὶ πενυήκοντα ἀσπίδων συνεςραμμένοι ᾖσανI Tebani avevano non meno di cinquanta soldati di profonditàdice Senofonte[227]. Quindi le parole d'Isocrate si dovevano spiegare,disposti in una sola fila. L'altro esempio sarà preso dall'Iliade. Teti nel libro 18. dolendosi, che Achille dovesse presto morire dice secondo il Signor Cesarotti così:Lassa: che dopo aver partorito un figlio........ che cresceva simile a pianta, poichè l'ebbi allevato siccome pianta in campo fecondo ec.Ed ivi egli aggiunge questa nota.L'immagine è bella e buona. Ma era poi necessario di replicarla in due versi consecutivi? Il Bitaubè afferma, che questa è una bellezza. Lo creda chi vuole, ma è certo, chein un moderno si chiamerebbe una vera battologia.[228]Ecco ora le parole dell'originale.......ὁ δ᾿ἀνέδραμεν ἔρνεϊ ἶσοςΤόν μέν ἐγὼ θρέψασα, φυτὸν ὡς γουνῷ ἀλωἦς. κ.τ.λ.ε.Ερνος in questo luogo è una pianticella tenera, φυτὸν è la pianta già cresciuta.ερνος, ὂ κλάδοςdice l'autore del Lessico degli spiriti pubblicato da Valckenaer con Ammonio p. 218. Apollonio nel Lessico Omerico,ἁρνεϊ.δένδρῳ θαλλοντι, ed Esichio,ἔρνος.κλάδος ςέλεχος δένδρον βλάστημα, e in ultimo luogo φυτόν. Se il Signor Cesarotti avesse usato in vece di pianta nel primo luogo il vero significato di ἔρνος, non avrebbe ravvisato quì veruna battologia; ma un'elegante, e necessaria continuazione di metafora. Teti si rammenta delle materne cure da lei usate per Achille, quando nella sua puerizia era quasi tenera pianticella, e si duole, che debbano queste esser perdute ora, che è pervenuto alla giovinezza, ed è quasi pianta vigorosa, e fiorente.Altri hanno poeticamente tradotta l'Iliade, e l'Odissea. Lascio stare il Lucchese Bugliazzini, che non merita d'esser ricordato per l'infelicissima sua versione[229]. Parliamo piuttosto del Bozzoli del Ceruti e del Ridolfi. Il primo[230]volle usare l'ottava rima, aggiungendo così una difficoltà maggiore, quasi che il mestier di tradurre non fosse abbastanza difficile per se stesso. Volle imitare lo stile dell'Ariosto, cioè lo stile il più lontano da Omero. Io cerco in lui la forza poetica dell'originale, ma la cerco inutilmente: e molte volte vi trovo il senso snervato in una parafrasi, la qualespesso aggiunge ancora ciò che il poeta Greco non dice. Meglio pensarono il Ridolfi e il Ceruti, che usarono il verso sciolto. Del primo non ho veduto che qualche breve squarcio, nel quale ho trovata fedele la versione, ma non abbastanza poetica[231]. Più poetica è l'Iliade del Ceruti, e più commendabile di quante ne ha prodotte il secolo decimottavo, e bene avvisò l'Ab. Rubbi, che la scelse pel suo Parnaso. Pure assai volte non è nè fedele nè poetica, onde rimase ad altri libero il campo di far cosa migliore[232]. Il Marchese Maffei cominciò a trasportar l'Iliade in versi sciolti, e ne pubblicò i primi due libri, ma non è molto a dolersi, che non abbia compito il suo lavoro[233].Fra i volgarizzatori dell'Odissea oltre al Bozzoli, di cui ho già parlato può meritare qualche menzione il P. Soave.[234]Egli giudicò che due cose diverse si debbano considerare in questo poema, cioè ilritorno d'Ulisse in Itaca e i mezzi da lui usati per vendicarsi de' proci e rimettersi al possesso del regno.Tradusse la prima parte solamente, e in questa pure tralasciò il viaggio fatto da Telemaco per rintracciare il padre, onde dal v. 87. del litro I. salta improvviso al 28. del V. Pare per tanto che il P. Soave condannasse l'Odissea, come mancante d'unità, e l'episodio del viaggio di Telemaco come strano, e non tendente al fine del poema: il che non tutti gli vorranno concedere. In ciò poi che gli è piaciuto di volgarizzare trovo comunemente bastevole fedeltà, non però quell'anima poetica, che si ravvisa nell'originale. Manca dunque una buona traduzione dell'Odissea, e l'aspettiamo dal Signor Marchese Ippolito Pindemonti, che tanti saggi ha dati del suo valore in questo genere, ed è senza dubbio uno dei più illustri poeti, che vanti l'Italia in questa età. Egli ne ha già pubblicati i primi due libri con sommo plauso, ma essi appartengono al secolo decimonono; onde non è di questo luogo il parlarne. Più felici traduttori hanno avuto gl'inni, che portano il nome d'Omero. Quello a Cerere fu egregiamente volgarizzato dallo stesso Signor Pindemonti, e dal P. Pagnini, e quello a Venere da Dionigi Strocchi e da Amarilli Etrusca, cioè dalla Signora Teresa Bandettini celebre ugualmente nel far versi estemporanei, e meditati. Non parlo della guerra de' topi e delle rane, che il Ricci, ed altri hanno recata in versi Italiani; perchè essendo quello un poemetto piacevole, i volgarizzatori hanno forse creduto non doverci impiegare molto studio.Un altro molto lodevole traduttore dell'Iliade Omerica fu Paolo Brazuolo, ma la sua traduzione non è stata impressa mai. Se io però la commendo ho del mio giudizio due autorevoli mallevadori il Conte Algarotti, ed Angelo Mazza. Il primo ne parla più e diverse volte nelle sue lettere[235]e gli rimprovera d'essere incontentabile nell'emendarla. Ma il rimprovero fu inutile, perchè la rifece tutta, e non contento pure della riforma, l'arse, e finalmente venuto in furore si uccise. Egli tradusse eziandio l'Europa di Mosco di cui l'Algarotti reca qualche verso, come ne ha ancora alcuni dell'Iliade, della quale altri ne reca il Mazza.[236]Questi piccoli saggj accrescono il dolore che l'opera sia perduta, e mostrano quanto egli fosse accurato nel trasportare in Italiano i modi di dire, e dirò ancora le voci stesse del Greco poeta, senza che se ne perda la gravità e lo spirito.Esiodo fu tradotto dal Salvini, e con metodo quasi Salviniano il Conte Gian Rinaldo Carli dette la Teogonìa, e il Marchese Giovanni Arrivabene l'opere e i giorni. Del primo è inutile il dar giudizio perchè della sua maniera di tradurre ho già detto abbastanza. Gli altri due sono fedeli, non però scrupolosamente.L'avviso celebre d'Orazio non ha sgomentato alcuni da tentare i voli di Pindaro. Il P. Stellini ne tradusse alcune odi in versi sciolti di varia misura, ed il Gautier tutte le dette in versi rimati. Il primo è assai fedele, quando ha inteso l'originale. Del secondo vuole il Sig. Heyne, che abbia tradotto non dal testo Greco, ma dalla versione Latina, e da quella dell'Adimari[237]. Egli pure non sempre ha inteso l'originale, ed il metro, e la rima l'ha costretto a dir ciò, che Pindaro non ha detto. In niuno poi si cerchi lo stile di Pindaroperchè non se ne troverà veruna traccia, benchè remota. Alcune odi volgarizzò il P. Gius. Mazzari Gesuita che non ho vedute, onde nulla ne posso dire[238]. Ma quello che maggiore impresa d'ogni altro ha tentata, e felicemente eseguita è il Sig. Ab. Costa, il quale tutte le odi di Pindaro ha trasportate in bei versi Latini. L'opera è stampata nel secolo presente[239], e perciò non dovrebbe aver quì luogo; ma fino dal 1787.[240]cominciò egli a presentare all'Accademica di Padova le sue osservazioni su questo poeta, e nel 1792. vi aveva già letta una parte della sua versione[241]; onde io mi credo in diritto d'attribuire al secolo decimottavo la gloria d'avere almeno in parte prodotta un'opera così insigne[242].Molta somiglianza col Principe de' Lirici Greci ha Eschilo in ciò che spetta allo stile, e molte delle difficoltà, che si hanno nel volgarizzare il primo si provano riguardo al secondo. Ciò non ostante tentaronoquesto guado, oltre al Cesarotti di cui già ho parlato, il Pasqualoni nel Prometeo e nei sette a Tebe[243], e il Giacomelli altresì nel Prometeo[244]. In primo luogo non so approvare in questi traduttori l'uso de' versi ottonari settenari ed altri simili senza rima nei cori, il che riesce ingratissimo al mio orecchio; e poi i cori essendo affatto lirici pel metro, e per lo stile parmi che richiedano stile e metro lirico, e perciò qualche rima. In secondo luogo questi due volgarizzatori hanno voluto esser molto fedeli, e una fedeltà troppo rigorosa non si può ottenere senza pregiudizio della poesia. Lo stesso io dico della versione dell'Elettra di Sofocle che fece il secondo. Bellissime poi sono le traduzioni che questo dotto Prelato dette di Caritone[245]e dell'opera di S. Giovanni Grisostomo del Sacerdozio[246]. Non ugualmente felice in tutte le sue parti parmi quella di Senofonte dei detti memorabili di Socrate che forse non fu da lui emendata[247]. La prima fu paragonata colla latina del Reiske, e fu dimostrato quanto sia a questa superiore dal P. Antognoli in una bella lettera da lui diretta al Perelli[248]; nè meno pregevole è la seconda per esattezza ed eleganza. Ma torniamo ai Tragici.Commendabile molto è la versione di parecchie tragedie di Sofocle del Signor Lenzini, che mostra in lui molta cognizione della Greca lingua e dell'Italiana, nella quale è puro scrittore[249]. Commendabile pure è quella che di tre tragedie dello stesso poeta, e del Ciclope d'Euripide ha fatta il P. Angelini in bei versi nobili, e armoniosi. L'Euripide del P. Carmeli è stato da me considerato di sopra riguardo alla illustrazione del testo. Ma la sua letteral traduzione non ha i pregi di quelle del Salvini, e ne ha i difetti[250]. Anche il Mattei volle tradurre qualche squarcio de' tragici Greci; ma i suoi tentativi non furono più felici di quello che fossero nella version de' Salmi. Egli adoperandosi d'accostarsi allo stile del Metastasio affievolisce la forza degli originali, e introducendo qua, e là terzetti, e duetti altera la natura della Greca Tragedia. Darò fine al novero dei traduttori de' poeti tragici con un nome grande. Ennio Quirino Visconti sin dalla fanciullezza dette segno di ciò che doveva essere un giorno. Gli scrittori della sua vitahanno raccontato le prove letterarie per lui date in Roma a quell'età, fra le quali è mio officio mentovar solamente l'Ecuba d'Euripide, ch'egli recò in versi italiani, e stampò a tredici anni[251]. Il libro è raro, nè mi è avvenuto di leggerlo: ma oltre agli allegati scrittori ne parla l'Abate Amaduzzi in una lettera al Brunelli, che può vedersi nel tomo settimo delle Miscellanee stampate a Lucca, e nella lettera, colla quale gl'indirizzò uno degli opuscoli inserito negli Aneddoti Romani[252]. Il Visconti si accinse altresì a volgarizzar Pindaro, e nel tomo secondo del Giornale, che si stampava a Modena si vedono le odi undecima e dodicesima delle olimpiche (ivi per errore dette decima ed undecima) da lui tradotte in versi con brevi annotazioni, e con qualche riflessione sul modo da tenersi volgarizzando questo poeta. Io non dirò che queste traduzioni sieno al tutto scevre da ogni macchia, ma queste son piccole, e vuolsi concedere qualche cosa all'età sua giovanile, ed alla difficoltà della rima.D'Aristofane, e de' pochi suoi volgarizzamenti ho già parlato, dove degli editori ho tenuto discorso. A queste nulla ho da aggiugnere fuor solamente, che il Bjoernstahel[253]ricorda il volgarizzamento, che delle sue commedie fece Monsignor Giacomelli e che è rimasto inedito[254].Le grazie d'Anacreonte, che tanto piacciono a chi le legge nell'originale, non potevano esser dimenticate da' poeti Italiani. L'Argelati raccolse le traduzioni d'alcuni fatte da' varj Anonimi[255], che furono poi svelati dal Quadrio, e dal Paitoni, e sono Claudio Nicola Stampa, Francesco Lorenzini, Giambattista Ciappetti, Giovanni Salvi, e Domenico Petrosellini. Le ristampò poi nel 1736. il Piacentini in Venezia col testo Greco secondo le correzioni del Barnes, la versione letterale Latina, e le Italiane poetiche del Corsini, del Regnier des Marais, del Marchetti, e le due del Salvini. Anche Paolo Rolli volgarizzò Anacreonte[256], e verso la fine del secolo il P. Pagnini[257], e il signor de Rogati[258], che vi unì il testo Greco con pregevoli annotazioni. Di queste traduzioni recherò quì il giudizio, che ne dà l'Ab. Rubbi, il quale all'esattezza della critica unisce le grazie tutte dello stile. «Il Salvini fece due traduzioni. La prima con rime. Ma qual venustà danno esse mai al più venusto di tutti i Poeti? L'altra non è rimata; ed ecco il povero Anacreonte spogliato de' migliori abbigliamenti, perchè lo veggiate nudo nudo alla Greca. L'Ab. Conti era troppo esatto, perchè troppo possedeva la Greca lingua, o sia assai più delle grazie Italiane. Il Corsini amò più una parafrasi, che una traduzione, e scelse anche il metro de' Sonetti. Il Marchetti pure egli parafrasò, ma senza ordine,e si rivolse talvolta alla forma de' ditirambi. Fu parafraste il Lorenzini. Il Rolli, che aveva l'anima più anacreontica di tutti gli altri, si attene alla fedeltà del testo, e riuscì snervato con versi sciolti, e con qualche rima per grazia. Il Catalani ha seguito i difetti de' traduttori contemporanei. Lo stesso dite del Ridolfi. Mi trovo il palato insipido dopo tanta lettura. Il Cav. Gaetani si è incatenato nel Sonetto di versi ottonarj. Mal per lui che ha dovuto così talora divider le odi, e i sensi non ricordandosi che il Sonetto è un poema finito. Appena leggete il de Rogati potete cantarlo, e dire; questi è Anacreonte Italiano[259].» Quando il Sig. Ab. Rubbi scriveva così non era stampato l'Anacreonte del P. Pagnini, ed è da osservarsi, che egli come editore doveva giudicare per iscegliere la miglior traduzione. Io debbo avere mire diverse. Senza allontanarmi dunque dalla sua opinione dirò, che il Salvini, il Rolli, il Ridolfi sono ottimi per coloro che abbisognano di qualche ajuto per intendere il testo. Il P. Pagnini ha voluto unire la fedeltà con qualche grazia; ma la sua grazia è arida troppo. Il Lorenzini, e il Marchetti hanno fatte buone parafrasi, e il Derogati è quello, che ha vinti tutti gli altri suoi predecessori[260].Il Rolli dette anche la versione di Teocrito, Mosco, e Bione, che non ho veduta come nè pure ho vedute quelle che di questi poeti[261]e di Callimacofece l'Ab. Giambattista Vicini[262], e il breve saggio, che della seconda si ha nel Giornale di Modena[263]non è bastevole per giudicarne. Ho bensì veduta quella, che di Teocrito fece il Regalotti languida, e fredda molto, perchè volle esser servile, e non lo fu però tanto, che basti a coloro che di sì fatti ajuti han bisogno per intendere l'originale[264]. A dir vero a me pare, che tra i volgarizzatori seguaci d'una severa fedeltà pochi abbiano così lodevolmente colto nel segno quanto il P. Pagnini, il quale oltre ad Anacreonte Saffo ed Erinna tradusse ancora Callimaco, Teocrito, Mosco, e Bione[265], e parecchi epigrammi dell'Antologia, nei quali seppe unirla felicemente alla grazia poetica, ed alla eleganza. Non così fece nell'Epitteto, e nel Cebete, ne' quali talvolta ha voluto più presto parafrasare, che tradurre, e (se mi è permesso di parlare liberamente d'un uom così dotto) temo non forse la sua parafrasi sia riuscita alquanto snervata. Anche i Poeti de' bassi tempi Museo, Coluto, e Trifiodoro ebbero i loro traduttori. E il primo come migliore degli altri, n'ebbe più e diversi, cioè oltre all'Ab. Rubbi, di cui ho detto di sopra, il Pompei castigato ed elegante, il P. Caracciolo pedestre, e il Signor Mazzarella Farao Napoletano, che o scriva in prosa o in verso in ciò che spetta allo stile non so commendarlo.Del Pompei sono pure da lodarsi molto altre poetiche versioni, che abbiamo fra le sue opere, cioè sei Idillj di Teocrito, e due di Mosco con pregevoli note, molti epigrammi dell'Antologia,e i lavacri di Pallade di Callimaco, nelle quali tutte si vede e fedeltà ed eleganza di stile. Di questi pregj medesimi sono arricchiti eziandio i volgarizzamenti del Signor Luigi Lamberti Prefetto della Real Libreria di Milano, il quale dottissimo essendo in ambedue le lingue, e buon poeta, ci diede l'Edipo di Sofocle, i cantici guerrieri di Tirteo, l'inno a Cerere, ed altro[266]; pe' quali niun altro rimprovero gli si può fare se non che sono troppo scarsi di numero pel comun desiderio. Anche della Cassandra dell'oscuro Licofrone ci fu promessa una traduzione per opera del Conte Francesco Montani. Il Giornale de' Letterati d'Italia, che si stampava a Venezia l'annunziò nel tomo 31. art. 13. e il Marchese Maffei la registrò ne' suoiTraduttori Italiani. L'Autore però morì nel mese di febbrajo del 1754. senza averla pubblicata. E veramente non so bene quali speranze si potessero concepir di quest'opera. In fatti se nel volgar nostro si trasportassero le maniere di quel poeta essa riuscirebbe oscura per modo, che pochi ed a fatica giunger potrebbono ad intenderlo; se si riducesse ad una conveniente chiarezza si altererebbe l'indole dell'originale. Alcuni epigrammi dell'Antologia furono volgarizzati da Antonio Buongiovanni, e da Girolamo Zanetti,[267]e finalmente il P. Giuliano Ferrari della Congregazione dell'Oratorio tradusse in versi Italiani il poema, che sulla propria vita scrisse il Nazianzeno, come ci avverte il P. Bevilacqua nella prefazionealla sua versione di due Orazioni del medesimo santo. Ma non è a mia notizia, che la traduzione del P. Ferrari sia venuta alla luce.Altri chiarissimi ingegni trasportarono i Greci Poeti nella lingua del Lazio. Fra questi debbono aver il primo luogo gli Ab. Cunich e Zamagna Gesuiti, Ragusei di patria, ed Italiani per domicilio. Recarono essi egregiamente in versi latini, il primo l'Iliade d'Omero, e parecchi epigrammi dell'Antologia[268], il secondo l'Odissea, le opere d'Esiodo e di Teocrito. E Teocrito incontrò ancora un altro valoroso traduttore nel Sig. Roni di Garfagnana Professor d'eloquenza nel Collegio d'Osimo.Un altro egregio traduttore è il P. Giuseppe Petrucci della Compagnia di Gesù. Egli in bei versi latini veramente Virgiliani trasportò gl'inni di Callimaco nel 1795. tranne i lavacri di Pallade pe' quali vi pose la versione del Cunich[269]. O si consideri la fedeltà della traduzione, o la purità della lingua latina, o la eleganza e la maestà dello stile poetico pareva che il suo lavoro non lasciasse nulla a desiderare. Egli però ha saputo trovarvi non so bene se io debba dire qualche neo da togliere, o qualche bellezza da aggiugnere, e ne ha data una nuova impressione col testo Greco nel 1818.[270]In questa il P. Petrucci sostituì la sua versione de' lavacri di Pallade a quella del Cunich: e quantunque questa sia ottima, pure quella del P. Petrucci mi sembra e per fedeltà e per eleganza megliore. Egli fin da principio vi aggiunse parecchie note critiche e filologiche pregevolissime, che nella seconda stampa hanno ottenuto qualche accrescimento.Molti sono i Greci poeti nel passato secolo volgarizzati; e pel numero superano quelli degli scrittori di prosa. Di parecchi ho già parlato, e debbonsi ricordar gli altri. Giulio Cesare Becelli tradusse Erodoto, come dice il P. Zaccaria, ma non ho veduta la sua versione. Il P. Politi tradusse lo stesso storico in latino; ma questa sua fatica è rimasta inedita[271]. Dieci orazioni di Demostene volgarizzò il Gesuita Gio. Battista Noghera con esattezza ed eleganza[272], se non che è caduto in qualche troppo umile espressione, non degna della gravità Demostenica. Il P. Michel'Angelo Bonotto Domenicano trasportò nella nostra lingua i libri della repubblica di Platone[273], ma non seppe conservar la grazia dell'originale. Il quadro di Cebete fu tradotto da un anonimo[274], dai Canonico Gio. Battista Tognaccini, e dal Conte Gasparo Gozzi[275]. A Cebete succeda un altro filosofo assai più celebre, e al tempo stesso storico grandissimo, cioè Plutarco. Il Pompei ne volgarizzòle vite con molta lode[276], l'Ab. Zendrini il Ragionamento intorno all'Amministrazione degli affari pubblici[277], ed altre operette il P. Giovanni Guglielmi[278].Da un filosofo grave passiamo ora ad uno scrittore, che amava di filosofare scherzando, e derideva ugualmente i costumi degli uomini, e le favole degli Dei del Gentilesimo, ch'erano spessopeggiori degli uomini; voglio dire Luciano. Il Conte Gasparo Gozzi ne tradusse alcuni dialoghi, e Spiridione Lusi altri, e aggiunti ai primi li pubblicò[279]. Essi si sono adoperati di trasportare nel nostro volgare non solo i sentimenti, ma le grazie ancora dell'originale, e vi sono riusciti assai felicemente.Non fu altrettanto felice il Gozzi nel conservare l'eleganza del suo autore, quando prese a tradurre gli amori di Dafni, e Cloe di Longo Sofista, del quale non vedo in Italiano che troppo languide orme[280]. Degli altri romanzi Greci poi nulla ho quì da dire, giacchè del Caritone del Giacomelli ho già parlato di sopra. Fra i libri storici oltre alle vite di Plutarco e ad Erodoto, di che pure ho già parlato, domandano d'essere ricordati i Cesari di Giuliano volgarizzati da G. F. Zanetti[281], le Storie de' Greci di Giorgio Gemisto Pletone da Antonio dalla Bona[282], e le opere di Giuseppe Ebreo dall'Ab. Francesco Angiolini Piacentino[283]. Dell'Angiolini ho già parlato due volte con lode, e debbo ora commendarlo anche più per questa laboriosa impresa. Pregevole è la traduzione per la fedeltà sua, e per lo stile nobile con cui è scritta, e pregevoli sono lenote, che l'accompagnano, e che mentre illustrano l'originale, dove fa di mestieri mostrano la molta dottrina del traduttore nelle lingue Orientali.Non molto si è fatto pel volgarizzamento degli autori ecclesiastici. Dell'opera di S. Gio. Grisostomo del Sacerdozio tradotta dal Giacomelli ho già fatta menzione di sopra. Le altre non sono di gran momento, e perciò non farò che accennarle. Dobbiamo dunque a Giov. Maria Lucchini alcune Omelìe de' Santi Giovanni Grisostomo, e Basilio[284]ed altre pure di S. Basilio, e di S. Gregorio Nazianzeno con un Ragionamento di Plutarco ad Angelo Maria Ricci[285], il Pastore di S. Erma[286], l'orazione di Taziano ai Greci con un frammento di Bardesane sul destino[287]al Gallizioli. Il P. Francesco Colangelo della Congregazione dell'Oratorio di Napoli ha elegantemente, ma alquanto liberamente tradotto il trattato di S. Gio. Grisostomo, cheCristo sia Dio[288]e vi ha aggiunte parecchie dotte annotazioni, le quali però essendo dirette solo a combattere i miscredenti non appartengono al presente mio instituto.Sarà forse alcuno cui recherà maraviglia osservando, che molti essendo i traduttori de' poeti, pochi sieno stati quelli di prosa, pochissimi quelli degli scrittori ecclesiastici. Non è però difficile a mio giudizio, il rendere di ciò ragione. Quantunque le parti tutte de' buoni studj siano state dagl'Italiani nel passato secolo ben coltivate, pure fra quelli delle umane lettere, se non m'inganno, la poesia è quella, che ha ottenuto un maggior numero di seguaci. E a ciò contribuirono le tanteAccademie, che erano in ogni città, e dirò quasi in ogni borgo. Vi contribuirono pure quelle malagurate raccolte, che ad ogni matrimonio alquanto illustre si consacravano, e in certe città ad ogni Laurea dottorale, ad ogni celebrazione di nuova Messa, ad ogni sacra Vergine, ad ogni buono, o mediocre Predicatore, anzi si profanarono per fino alle Taidi del ballo e della musica teatrale. Fra tante migliaja di versi degni solo d'esser portatiIn vicum vendentem thus, et odores,Et piper, et quicquid chartis amicitur ineptis[289]si leggevano i versi de' Manfredi, Ghedini, Frugoni, Paradisi, Bettinelli, e di tanti altri chiari poeti. La celebre ode del Conte Agostino Paradisi, che cominciaA te che siedi immolaec.fu fatta per una Raccolta, e il gran Sonetto del P. Quirico Rossi GesuitaIo nol vedrò, poichè il cangiato aspettofu letto per la prima volta appeso a una colonna d'un portico di Bologna per una festa secondo la costumanza di quella città. Ora senza quella Raccolta, e senza quella festa la poesia Italiana sarebbe priva di questi due solenni componimenti, che vivranno finchè vivrà o sarà intesa la lingua Italiana, e il buon gusto non sarà spento affatto. Così si dica pure di qualche centinajo d'altri buoni componimenti, che in altrettali occasioni furono scritti. Le Accademie, le Raccolte, le Feste animavano molti a far versi, e fra i molti se ne destavano poi alcuni ottimi, o almeno assai lodevoli, che avevano dalla natura ingegno da ciò, e altrimenti avrebbono intorpidito nell'ozio e nell'oscurità. Fra tanti coltivatori della poesia buoni, mediocri, e cattivi non è strano, che parecchi si applicassero a tradurre i poeti antichi,e quindi che sia maggiore il numero de' volgarizzamenti di questi, che degli scrittori di prosa. Pochi poi dovevano esser coloro, che traducessero gli scrittori Ecclesiastici, perchè ciò naturalmente conveniva agli uomini di Chiesa, e questi sogliono farne uso predicando o scrivendo, ma raro è che li adoprino in altra lingua, fuorchè nella latina, onde una traduzione poteva sembrar loro di non grande utilità. Si aggiunga a ciò, che molti sono d'avviso non doversi trattare gli studj sacri in lingua volgare per togliere alla gente idiota l'occasione di legger ciò che gli antichi hanno scritto in Greco o in Latino. Mi si perdoni questa breve digressione, la quale mi pareva in qualche modo richiesta dal mio assunto, e ritorno all'argomento.
Dopo aver finquì parlato degli editori vuolsi ora far passaggio ai traduttori. Questi però sono tanti di numero, che reputo conveniente di tralasciare del tutto coloro, che poche, e piccole cose hanno volgarizzate. Degli altri poi parlerò brevemente, tranne alcuni che richiedono più lungo ragionamento. E in primo luogo si dee molto commendare il chiarissimo Sig. Ab. Rubbi, il quale con ottimo divisamento prese a raccogliere le versioni dei poeti tolti d'ogni età, e d'ogni nazione, e solamente è da dolersi, che la morte dello Stampatore Zatta abbia interrotto così util disegno[218]. Nè bastò a lui d'esser giudizioso editore, ma fu ancora traduttore elegante, inserendovi oltre ad alcuni pezzi biblici, (i quali non essendo volgarizzati dall'originale non appartengono alla presente trattazione) la versione del poemetto di Museo sugli avvenimenti d'Ero, e Leandro, che ivi si legge da lui recato in bei versi sciolti. Due sono i traduttori, che per certi riguardi a mio giudizio richiedono special menzione, cioè Anton Maria Salvini, e il Cesarotti. Moltissime son le traduzioni fatte dal primo, parecchie stampate, ed alcune inedite; e sono tante, che appena si crederebbe esser lavoro d'un solo uomo. Egli volgarizzò Omero, Esiodo, Anacreonte due volte,Callimaco, Teocrito, Oppiano, Orfeo, Nicandro, Teognide, Museo, Trifiodoro, Coluto, Senofonte Efesio, Epitteto, Quinto Calabro, Nonno Panopolita, alcune cose d'Euripide, d'Aristofane, di Proclo, di Luciano, di Diogene Laerzio, di Plotino, di Libanio, e di S. Gregorio Nazianzeno, oltre ad alcuni scrittori Latini, Francesi, Inglesi, e a molte altre produzioni letterarie. Egli traduce sempre letteralmente, avendo cura di rendere Italiana quasi ogni parola dell'originale. Lo stesso si dica delle versioni da lui fatte in latino, e di quelle che dal Latino ha fatte in Italiano o in Greco. Ora ognun vede, che traducendo così in versi i poeti debbono le sue versioni esser prive di quella grazia o maestà o forza, che hanno gli originali. E tali sono veramente; onde gran lamento si fa da molti contro a lui per questo appunto. Anzi non v'ha quasi traduttore buono o mediocre (parlo di quelli, che si sono allontanati dal metodo Salviniano) il quale non l'abbia a quando a quando voluto mordere. Ma tanti rimproveri sono poi giusti? Era il Salvini assai buon poeta, come si vede dalle sue rime; e se nelle versioni usò modi triviali, e diciam anche plebei che non usò poi nelle rime, è manifesto segno, che egli non volle in queste esser poeta, e solamente ebbe in mira di giovare a coloro, che hanno bisogno di qualche ajuto per intendere quegli Autori. Laonde il biasimar lui, perchè non ha conservata la dignità la grazia e gli altri pregi de' Greci Poeti, è lo stesso che se altri biasimasse il Cesarotti, perchè non ha espresso nellamorte d'Ettoreil rigoroso significato di qualche parola, o di qualche espressione dell'Iliade. Ha egli tradotto in versi, perchè forse credeva, che, qualunque sia il fine, che altri si propone traducendo, fosse disdicevole di recare in prosa le opere de' Poeti; non perchè usando la misura de' versi giudicassenecessario adoperar lo stile proprio della poesia: cioè prese dalla poesia tutto quello, che poteva senza allontanarsi dal suo scopo. Un altro fine ancora ebbe egli forse, o almeno un altro vantaggio si ritrae da' suoi volgarizzamenti, ed è il vantaggio della nostra lingua. Molte voci, e maniere di dire, che erano disusate richiamò a nuova vita, molte ne tolse dalla lingua Greca dalla Latina dalla Francese ad arricchire il tesoro della nostra. I suoi contradittori hanno avuto in mira d'emulare quanto era possibile gli originali, sforzandosi di rappresentare con parole, e modi Italiani, o Latini la grazia, la forza, la dignità loro, mentre procuravano di rappresentarne il senso. Quantunque io confessi, che non sempre sia riuscito al Salvini di conseguire i fini, che si era proposti, pure desidero, che i suoi critici non si siano mai allontanati dal loro meno di quello, che egli abbia fatto dal suo.
Ho detto, che al Salvini non è sempre riuscito di conseguire ciò che si era proposto, volendo intendere, che non è stato sempre fedele all'originale. Questo rimprovero gli fece Giuseppe Torelli,[219]al quale però procurò di rispondere il Lami sotto il nome di Accademico Apatista nelle Novelle Fiorentine del 1747. Glielo fece altresì il celebre Ab. Lazzaro Spallanzani, che la sua carriera Letteraria cominciò con due lettere dirette al Conte Algarotti,[220]nelle quali esamina i primi due libri della traduzion dell'Iliade. E in altri volgarizzamenti ancora altri potrà notare qualchedifetto. E perchè no? In una notte tradusse Museo, come si vede da una postilla, che egli vi aggiunse in fine. E gli altri suoi volgarizzamenti debbono pure esser fatti con molta fretta, il che si deduce dal loro numero grande, e dal numero pur grande dell'altre cose sue. Che se Omero dormicchia talvolta, come dice Orazio, e chi è discreto, gliele perdona, può ben dormicchiare anche il Salvini. Ma la sua negligenza non è frequente, ed è perdonabile. Pure le sue versioni meriterebbono d'essere alquanto più accarezzate dagli eruditi, e dirò anche studiate, e ne ritrarrebbono ottime emendazioni degli originali. Ognuno se ne potrà di leggieri persuadere, ove solamente si prenda fra mano il Senofonte Efesio del Baron Loccella, che più, e diverse volte lo fa vedere. So che l'Hemsterhusio, l'Abresch, il d'Orville, e sopra gli altri il Loccella hanno molto più del Salvini giovato alla correzione di quel romanzo. Ma essi lo studiarono lungamente a fine d'emendarlo, ed il Salvini lo leggeva per tradurlo, e traducendo faceva quelle emendazioni, che spontanee gli si presentavano alla mente.
Certo è che dottissimo era nella lingua Greca, e il Pope non molto modestamente soleva dire, che due sole persone a' tempi suoi erano al Mondo, le quali sapessero bene questa lingua, cioè il Salvini in Toscana, ed egli stesso in Londra. Io non dirò tanto nè dell'uno nè dell'altro, ma francamente asserisco, che ambedue erano dottissimi, e del Salvini lo mostrano i contrastati suoi volgarizzamenti, fra' quali non tiene l'ultimo luogo quello testè citato di Senofonte Efesio, e tiene il primo per l'eleganza, colla quale ha ottimamente emulato l'elegantissimo originale.
Il Cesarotti è l'altro traduttore di cui vuolsi far, come ho detto, più special menzione. Osserva il Salvini una scrupolosa fedeltà; segue il Cesarottiuna libertà or più or meno grande. Non tenne egli questo metodo volgarizzando il Prometeo d'Eschilo nel qual lavoro fu Salviniano anzi che no.[221]Ma poi nella traduzione di Demostene, nel corso di letteratura Greca, ed in Omero fu molto diverso. E quì, se pongo mente alle molte cose, che meriterebbono d'essere esaminate, ed alla riputazione grande, alla quale questo celebre letterato è salito, mi vedo costretto ad entrare in un campo vasto e pericoloso e superiore di molto alle mie deboli forze. Pure dirò ciò che sento, e lo dirò più brevemente che mi sarà possibile.
Volgarizzò il Cesarotti l'orazioni politiche di Demostene, quelle della corona, e dell'ambasceria colle contrarie d'Eschine, e le criminali, e in ciò fare volle essere fedele, ma non servile, prendendo qualche discreta libertà dove non solamente il genio della lingua nostra lo richiedeva, ma ancora qualche piccolo difetto dell'originale pareva a lui, che lo consigliasse. Tutti debbono confessare che le orazioni scritte da Demostene per le cause civili sono inferiori alle altre. Il Cesarotti non le volle tradurre, nè lo condanno per ciò; giacchè non era obbligato a tradurre tutto. Ne fece però l'analisi, e ne tradusse i pezzi più belli, e dobbiamo essergliene grati. Lo stesso fece nel corso di letteratura Greca riguardo a quelle Aringhe dei Greci Oratori che a lui sembrarono meno felici, e volgarizzando quelle solamente che reputava megliori. Ma ciò che non posso non biasimare è un certo disprezzo col quale sovente egli tratta quegli scrittori. In due difetti contrari principalmente si può cadere giudicando gli scrittori antichi, cioè o di stimarli troppo, come se fossero più che uomini, e niente possa essere in loro che non sia perfetto, e in questo errore caddeMadama Dacier, o di sprezzarli troppo, come faceva l'Ab. Terrasson. Il primo errore certamente non è proprio di questa età, nella quale ormai pochissimo si studia la Greca lingua, e non molto la Latina. Quindi il gridare continuamente contro gli scrittori Greci essere deve pernicioso alla gioventù, e non può non alienarla vie più dallo studiare que' gran Maestri. Il Cesarotti protesta, che egli riprende l'ingiusta pretensione d'alcuni, che esaltando gli antichi voglion deprimer troppo i moderni. Ma le sue osservazioni tendono, se non m'inganno, a provare assai più di ciò, che egli dice. Rechiamone un esempio. Nell'analisi dell'aringa di Demostene contro Conone egli osserva, che i giovani d'Atene delle migliori famiglie erano dissoluti, e insolenti; e poi dice così «Dica ora chi ha fior di senno se possa credersi che gli Ateniesi con una tale educazione possedessero esclusivamente quella squisitezza di gusto, quel senso delicato del bello del gentile e del conveniente, che si comunica all'espressioni ed alle parole. La politezza dello stile va del pari con quella delle maniere. Ambedue sono il risultato del complesso delle idee dominanti nel sistema della vita socievole: e queste non si riconoscono più chiaramente quanto dai divertimenti generali d'una nazione. I bordelli, e le taverne sono scuola di tutt'altro che di politezza; nè la decenza può esseredu bon ton, ove la sfrenatezza, e la crapula sondu bel air.[222]» Se queste parole provassero qualche cosa proverebbono, che gli Ateniesi (e diciam pure de' Greci in generale) non avevano politezza di stile, non senso delicato del bello del gentile del conveniente: di che lascio il giudizio agli uomini sensati d'ogni età, d'ogniculta nazione. Condannerò sempre coloro che frequentano i bordelli, e le taverne; ma credo che fra questi esser possano buoni poeti, buoni storici, buoni Oratori. Se quelle parole provassero qualche cosa proverebbero ancora che non potevano i Greci aver buoni pittori, scultori, e architetti, giacchè non vedo, come non si dovessero applicare alle arti loro quelle riflessioni. A me pare che il Cesarotti dotato d'ingegno acuto talvolta si lasciasse trasportare da questo, e quindi prendesse a sostenere certe opinioni lontane dal comune pensamento degli uomini. Egli era ammiratore degli scrittori Francesi, e dichiara M. d'Alembert autorevolissimo in letteratura, e in filosofia ugualmente.[223]Io lo credo autorevolissimo in mattematica, ma (non parlando della filosofia) poco o nulla nella letteratura. Egli dopo aver condannati parecchi scrittori antichi, ed Omero massimamente chiama poi M. Thomasdittatore dell'arte degli elogi, e quel che è molto piùincomparabile[224]. Certo è che chi pensa in questo modo non può esser favorevole agli antichi.
Il Greco scrittore, che sopra ogni altro fu celebrato, è quello stesso che più d'ogni altro è stato criticato dal Cesarotti. Questi è Omero. Prese egli da prima a far traduzione poetica molto libera dell'Iliade, ma poi gli parve così difettoso quel poema, che stimò opportuno di fare un poema quasi nuovo in cui, seguitando in generale le tracce d'Omero se ne allontana quando egli crede, che esso abbia errato, cambiando anche il titolo d'Iliade in quello di morte d'Ettore. Vi aggiunse oltre a molte altre cose la versione in prosa, e moltissime annotazioni erudite, e critiche. In queste si leggono bellissimeosservazioni, che possono essere di grande utilità, e degne sono di un uomo grande, com'egli era. Ma nel tempo stesso fra le critiche se ne trovano parecchie, che molti stimano non giuste. Lascio stare la celebre pasquinata, che contro lui fu fatta, perchè odio le satire, colle quali arti non si dee riprender niuno, e molto meno un uomo celebre. Il Chiarissimo Signor Ab. Ciampi ora Professore di lingua Greca nell'università di Varsavia si oppose al critico Padovano in una maniera più nobile, e degna di lui. Non ha egli preso a tessere una minuta apologia d'Omero, che troppo lunga opera sarebbe; ma esaminando le principali accuse ad esse ha risposto senza mordacità, ma con energia[225]. Egli per tanto ha risparmiata a me la fatica di parlare più a lungo di questo oggetto. Dirò piuttosto succintamente qualche cosa delle traduzioni degli Oratori, e di quella in prosa dell'Iliade, che ho già indicate. Generalmente sono queste fedeli, ed eleganti; vi scorgo però talvolta qualche negligenza. Ne recherò due soli esempi per non abusare della sofferenza dei leggitori. Sarà il primo nell'Archidamo d'Isocrate, dove si legge:sovvengavi di quegli antichi Lacedemoni, che fattisi incontro agli Arcadi con una sola banda d'uomini armata di scudo molte migliaja di nemici messero in fuga.[226]Sarebbe alquanto strano, che gli Spartani si esponessero contro i nemici armati non d'altro che di scudo, cioè d'un'arma arma difensiva; nè meno strano sarebbe, che così li ponessero in fuga: e non credo che in tutta la storia militare si trovi esempio di ciò. Il testo Greco diceἐπὶ μιἆς ἀσπίδος παραταξαμἑνοι. Ora è noto, cheἀσπίςsi adopera per denotare il soldatoe che la proposizioneἐπὶcon un numero cardinale in genitivo se è declinabile significa spesso ordinanza o di fronte o di profondità.Οι δὲ Θηβαἶοι οὐκ ἒλαττον ἢπὶ πενυήκοντα ἀσπίδων συνεςραμμένοι ᾖσανI Tebani avevano non meno di cinquanta soldati di profonditàdice Senofonte[227]. Quindi le parole d'Isocrate si dovevano spiegare,disposti in una sola fila. L'altro esempio sarà preso dall'Iliade. Teti nel libro 18. dolendosi, che Achille dovesse presto morire dice secondo il Signor Cesarotti così:Lassa: che dopo aver partorito un figlio........ che cresceva simile a pianta, poichè l'ebbi allevato siccome pianta in campo fecondo ec.Ed ivi egli aggiunge questa nota.L'immagine è bella e buona. Ma era poi necessario di replicarla in due versi consecutivi? Il Bitaubè afferma, che questa è una bellezza. Lo creda chi vuole, ma è certo, chein un moderno si chiamerebbe una vera battologia.[228]Ecco ora le parole dell'originale
.......ὁ δ᾿ἀνέδραμεν ἔρνεϊ ἶσοςΤόν μέν ἐγὼ θρέψασα, φυτὸν ὡς γουνῷ ἀλωἦς. κ.τ.λ.ε.
Ερνος in questo luogo è una pianticella tenera, φυτὸν è la pianta già cresciuta.ερνος, ὂ κλάδοςdice l'autore del Lessico degli spiriti pubblicato da Valckenaer con Ammonio p. 218. Apollonio nel Lessico Omerico,ἁρνεϊ.δένδρῳ θαλλοντι, ed Esichio,ἔρνος.κλάδος ςέλεχος δένδρον βλάστημα, e in ultimo luogo φυτόν. Se il Signor Cesarotti avesse usato in vece di pianta nel primo luogo il vero significato di ἔρνος, non avrebbe ravvisato quì veruna battologia; ma un'elegante, e necessaria continuazione di metafora. Teti si rammenta delle materne cure da lei usate per Achille, quando nella sua puerizia era quasi tenera pianticella, e si duole, che debbano queste esser perdute ora, che è pervenuto alla giovinezza, ed è quasi pianta vigorosa, e fiorente.
Altri hanno poeticamente tradotta l'Iliade, e l'Odissea. Lascio stare il Lucchese Bugliazzini, che non merita d'esser ricordato per l'infelicissima sua versione[229]. Parliamo piuttosto del Bozzoli del Ceruti e del Ridolfi. Il primo[230]volle usare l'ottava rima, aggiungendo così una difficoltà maggiore, quasi che il mestier di tradurre non fosse abbastanza difficile per se stesso. Volle imitare lo stile dell'Ariosto, cioè lo stile il più lontano da Omero. Io cerco in lui la forza poetica dell'originale, ma la cerco inutilmente: e molte volte vi trovo il senso snervato in una parafrasi, la qualespesso aggiunge ancora ciò che il poeta Greco non dice. Meglio pensarono il Ridolfi e il Ceruti, che usarono il verso sciolto. Del primo non ho veduto che qualche breve squarcio, nel quale ho trovata fedele la versione, ma non abbastanza poetica[231]. Più poetica è l'Iliade del Ceruti, e più commendabile di quante ne ha prodotte il secolo decimottavo, e bene avvisò l'Ab. Rubbi, che la scelse pel suo Parnaso. Pure assai volte non è nè fedele nè poetica, onde rimase ad altri libero il campo di far cosa migliore[232]. Il Marchese Maffei cominciò a trasportar l'Iliade in versi sciolti, e ne pubblicò i primi due libri, ma non è molto a dolersi, che non abbia compito il suo lavoro[233].
Fra i volgarizzatori dell'Odissea oltre al Bozzoli, di cui ho già parlato può meritare qualche menzione il P. Soave.[234]Egli giudicò che due cose diverse si debbano considerare in questo poema, cioè ilritorno d'Ulisse in Itaca e i mezzi da lui usati per vendicarsi de' proci e rimettersi al possesso del regno.Tradusse la prima parte solamente, e in questa pure tralasciò il viaggio fatto da Telemaco per rintracciare il padre, onde dal v. 87. del litro I. salta improvviso al 28. del V. Pare per tanto che il P. Soave condannasse l'Odissea, come mancante d'unità, e l'episodio del viaggio di Telemaco come strano, e non tendente al fine del poema: il che non tutti gli vorranno concedere. In ciò poi che gli è piaciuto di volgarizzare trovo comunemente bastevole fedeltà, non però quell'anima poetica, che si ravvisa nell'originale. Manca dunque una buona traduzione dell'Odissea, e l'aspettiamo dal Signor Marchese Ippolito Pindemonti, che tanti saggi ha dati del suo valore in questo genere, ed è senza dubbio uno dei più illustri poeti, che vanti l'Italia in questa età. Egli ne ha già pubblicati i primi due libri con sommo plauso, ma essi appartengono al secolo decimonono; onde non è di questo luogo il parlarne. Più felici traduttori hanno avuto gl'inni, che portano il nome d'Omero. Quello a Cerere fu egregiamente volgarizzato dallo stesso Signor Pindemonti, e dal P. Pagnini, e quello a Venere da Dionigi Strocchi e da Amarilli Etrusca, cioè dalla Signora Teresa Bandettini celebre ugualmente nel far versi estemporanei, e meditati. Non parlo della guerra de' topi e delle rane, che il Ricci, ed altri hanno recata in versi Italiani; perchè essendo quello un poemetto piacevole, i volgarizzatori hanno forse creduto non doverci impiegare molto studio.
Un altro molto lodevole traduttore dell'Iliade Omerica fu Paolo Brazuolo, ma la sua traduzione non è stata impressa mai. Se io però la commendo ho del mio giudizio due autorevoli mallevadori il Conte Algarotti, ed Angelo Mazza. Il primo ne parla più e diverse volte nelle sue lettere[235]e gli rimprovera d'essere incontentabile nell'emendarla. Ma il rimprovero fu inutile, perchè la rifece tutta, e non contento pure della riforma, l'arse, e finalmente venuto in furore si uccise. Egli tradusse eziandio l'Europa di Mosco di cui l'Algarotti reca qualche verso, come ne ha ancora alcuni dell'Iliade, della quale altri ne reca il Mazza.[236]Questi piccoli saggj accrescono il dolore che l'opera sia perduta, e mostrano quanto egli fosse accurato nel trasportare in Italiano i modi di dire, e dirò ancora le voci stesse del Greco poeta, senza che se ne perda la gravità e lo spirito.
Esiodo fu tradotto dal Salvini, e con metodo quasi Salviniano il Conte Gian Rinaldo Carli dette la Teogonìa, e il Marchese Giovanni Arrivabene l'opere e i giorni. Del primo è inutile il dar giudizio perchè della sua maniera di tradurre ho già detto abbastanza. Gli altri due sono fedeli, non però scrupolosamente.
L'avviso celebre d'Orazio non ha sgomentato alcuni da tentare i voli di Pindaro. Il P. Stellini ne tradusse alcune odi in versi sciolti di varia misura, ed il Gautier tutte le dette in versi rimati. Il primo è assai fedele, quando ha inteso l'originale. Del secondo vuole il Sig. Heyne, che abbia tradotto non dal testo Greco, ma dalla versione Latina, e da quella dell'Adimari[237]. Egli pure non sempre ha inteso l'originale, ed il metro, e la rima l'ha costretto a dir ciò, che Pindaro non ha detto. In niuno poi si cerchi lo stile di Pindaroperchè non se ne troverà veruna traccia, benchè remota. Alcune odi volgarizzò il P. Gius. Mazzari Gesuita che non ho vedute, onde nulla ne posso dire[238]. Ma quello che maggiore impresa d'ogni altro ha tentata, e felicemente eseguita è il Sig. Ab. Costa, il quale tutte le odi di Pindaro ha trasportate in bei versi Latini. L'opera è stampata nel secolo presente[239], e perciò non dovrebbe aver quì luogo; ma fino dal 1787.[240]cominciò egli a presentare all'Accademica di Padova le sue osservazioni su questo poeta, e nel 1792. vi aveva già letta una parte della sua versione[241]; onde io mi credo in diritto d'attribuire al secolo decimottavo la gloria d'avere almeno in parte prodotta un'opera così insigne[242].
Molta somiglianza col Principe de' Lirici Greci ha Eschilo in ciò che spetta allo stile, e molte delle difficoltà, che si hanno nel volgarizzare il primo si provano riguardo al secondo. Ciò non ostante tentaronoquesto guado, oltre al Cesarotti di cui già ho parlato, il Pasqualoni nel Prometeo e nei sette a Tebe[243], e il Giacomelli altresì nel Prometeo[244]. In primo luogo non so approvare in questi traduttori l'uso de' versi ottonari settenari ed altri simili senza rima nei cori, il che riesce ingratissimo al mio orecchio; e poi i cori essendo affatto lirici pel metro, e per lo stile parmi che richiedano stile e metro lirico, e perciò qualche rima. In secondo luogo questi due volgarizzatori hanno voluto esser molto fedeli, e una fedeltà troppo rigorosa non si può ottenere senza pregiudizio della poesia. Lo stesso io dico della versione dell'Elettra di Sofocle che fece il secondo. Bellissime poi sono le traduzioni che questo dotto Prelato dette di Caritone[245]e dell'opera di S. Giovanni Grisostomo del Sacerdozio[246]. Non ugualmente felice in tutte le sue parti parmi quella di Senofonte dei detti memorabili di Socrate che forse non fu da lui emendata[247]. La prima fu paragonata colla latina del Reiske, e fu dimostrato quanto sia a questa superiore dal P. Antognoli in una bella lettera da lui diretta al Perelli[248]; nè meno pregevole è la seconda per esattezza ed eleganza. Ma torniamo ai Tragici.
Commendabile molto è la versione di parecchie tragedie di Sofocle del Signor Lenzini, che mostra in lui molta cognizione della Greca lingua e dell'Italiana, nella quale è puro scrittore[249]. Commendabile pure è quella che di tre tragedie dello stesso poeta, e del Ciclope d'Euripide ha fatta il P. Angelini in bei versi nobili, e armoniosi. L'Euripide del P. Carmeli è stato da me considerato di sopra riguardo alla illustrazione del testo. Ma la sua letteral traduzione non ha i pregi di quelle del Salvini, e ne ha i difetti[250]. Anche il Mattei volle tradurre qualche squarcio de' tragici Greci; ma i suoi tentativi non furono più felici di quello che fossero nella version de' Salmi. Egli adoperandosi d'accostarsi allo stile del Metastasio affievolisce la forza degli originali, e introducendo qua, e là terzetti, e duetti altera la natura della Greca Tragedia. Darò fine al novero dei traduttori de' poeti tragici con un nome grande. Ennio Quirino Visconti sin dalla fanciullezza dette segno di ciò che doveva essere un giorno. Gli scrittori della sua vitahanno raccontato le prove letterarie per lui date in Roma a quell'età, fra le quali è mio officio mentovar solamente l'Ecuba d'Euripide, ch'egli recò in versi italiani, e stampò a tredici anni[251]. Il libro è raro, nè mi è avvenuto di leggerlo: ma oltre agli allegati scrittori ne parla l'Abate Amaduzzi in una lettera al Brunelli, che può vedersi nel tomo settimo delle Miscellanee stampate a Lucca, e nella lettera, colla quale gl'indirizzò uno degli opuscoli inserito negli Aneddoti Romani[252]. Il Visconti si accinse altresì a volgarizzar Pindaro, e nel tomo secondo del Giornale, che si stampava a Modena si vedono le odi undecima e dodicesima delle olimpiche (ivi per errore dette decima ed undecima) da lui tradotte in versi con brevi annotazioni, e con qualche riflessione sul modo da tenersi volgarizzando questo poeta. Io non dirò che queste traduzioni sieno al tutto scevre da ogni macchia, ma queste son piccole, e vuolsi concedere qualche cosa all'età sua giovanile, ed alla difficoltà della rima.
D'Aristofane, e de' pochi suoi volgarizzamenti ho già parlato, dove degli editori ho tenuto discorso. A queste nulla ho da aggiugnere fuor solamente, che il Bjoernstahel[253]ricorda il volgarizzamento, che delle sue commedie fece Monsignor Giacomelli e che è rimasto inedito[254].
Le grazie d'Anacreonte, che tanto piacciono a chi le legge nell'originale, non potevano esser dimenticate da' poeti Italiani. L'Argelati raccolse le traduzioni d'alcuni fatte da' varj Anonimi[255], che furono poi svelati dal Quadrio, e dal Paitoni, e sono Claudio Nicola Stampa, Francesco Lorenzini, Giambattista Ciappetti, Giovanni Salvi, e Domenico Petrosellini. Le ristampò poi nel 1736. il Piacentini in Venezia col testo Greco secondo le correzioni del Barnes, la versione letterale Latina, e le Italiane poetiche del Corsini, del Regnier des Marais, del Marchetti, e le due del Salvini. Anche Paolo Rolli volgarizzò Anacreonte[256], e verso la fine del secolo il P. Pagnini[257], e il signor de Rogati[258], che vi unì il testo Greco con pregevoli annotazioni. Di queste traduzioni recherò quì il giudizio, che ne dà l'Ab. Rubbi, il quale all'esattezza della critica unisce le grazie tutte dello stile. «Il Salvini fece due traduzioni. La prima con rime. Ma qual venustà danno esse mai al più venusto di tutti i Poeti? L'altra non è rimata; ed ecco il povero Anacreonte spogliato de' migliori abbigliamenti, perchè lo veggiate nudo nudo alla Greca. L'Ab. Conti era troppo esatto, perchè troppo possedeva la Greca lingua, o sia assai più delle grazie Italiane. Il Corsini amò più una parafrasi, che una traduzione, e scelse anche il metro de' Sonetti. Il Marchetti pure egli parafrasò, ma senza ordine,e si rivolse talvolta alla forma de' ditirambi. Fu parafraste il Lorenzini. Il Rolli, che aveva l'anima più anacreontica di tutti gli altri, si attene alla fedeltà del testo, e riuscì snervato con versi sciolti, e con qualche rima per grazia. Il Catalani ha seguito i difetti de' traduttori contemporanei. Lo stesso dite del Ridolfi. Mi trovo il palato insipido dopo tanta lettura. Il Cav. Gaetani si è incatenato nel Sonetto di versi ottonarj. Mal per lui che ha dovuto così talora divider le odi, e i sensi non ricordandosi che il Sonetto è un poema finito. Appena leggete il de Rogati potete cantarlo, e dire; questi è Anacreonte Italiano[259].» Quando il Sig. Ab. Rubbi scriveva così non era stampato l'Anacreonte del P. Pagnini, ed è da osservarsi, che egli come editore doveva giudicare per iscegliere la miglior traduzione. Io debbo avere mire diverse. Senza allontanarmi dunque dalla sua opinione dirò, che il Salvini, il Rolli, il Ridolfi sono ottimi per coloro che abbisognano di qualche ajuto per intendere il testo. Il P. Pagnini ha voluto unire la fedeltà con qualche grazia; ma la sua grazia è arida troppo. Il Lorenzini, e il Marchetti hanno fatte buone parafrasi, e il Derogati è quello, che ha vinti tutti gli altri suoi predecessori[260].
Il Rolli dette anche la versione di Teocrito, Mosco, e Bione, che non ho veduta come nè pure ho vedute quelle che di questi poeti[261]e di Callimacofece l'Ab. Giambattista Vicini[262], e il breve saggio, che della seconda si ha nel Giornale di Modena[263]non è bastevole per giudicarne. Ho bensì veduta quella, che di Teocrito fece il Regalotti languida, e fredda molto, perchè volle esser servile, e non lo fu però tanto, che basti a coloro che di sì fatti ajuti han bisogno per intendere l'originale[264]. A dir vero a me pare, che tra i volgarizzatori seguaci d'una severa fedeltà pochi abbiano così lodevolmente colto nel segno quanto il P. Pagnini, il quale oltre ad Anacreonte Saffo ed Erinna tradusse ancora Callimaco, Teocrito, Mosco, e Bione[265], e parecchi epigrammi dell'Antologia, nei quali seppe unirla felicemente alla grazia poetica, ed alla eleganza. Non così fece nell'Epitteto, e nel Cebete, ne' quali talvolta ha voluto più presto parafrasare, che tradurre, e (se mi è permesso di parlare liberamente d'un uom così dotto) temo non forse la sua parafrasi sia riuscita alquanto snervata. Anche i Poeti de' bassi tempi Museo, Coluto, e Trifiodoro ebbero i loro traduttori. E il primo come migliore degli altri, n'ebbe più e diversi, cioè oltre all'Ab. Rubbi, di cui ho detto di sopra, il Pompei castigato ed elegante, il P. Caracciolo pedestre, e il Signor Mazzarella Farao Napoletano, che o scriva in prosa o in verso in ciò che spetta allo stile non so commendarlo.
Del Pompei sono pure da lodarsi molto altre poetiche versioni, che abbiamo fra le sue opere, cioè sei Idillj di Teocrito, e due di Mosco con pregevoli note, molti epigrammi dell'Antologia,e i lavacri di Pallade di Callimaco, nelle quali tutte si vede e fedeltà ed eleganza di stile. Di questi pregj medesimi sono arricchiti eziandio i volgarizzamenti del Signor Luigi Lamberti Prefetto della Real Libreria di Milano, il quale dottissimo essendo in ambedue le lingue, e buon poeta, ci diede l'Edipo di Sofocle, i cantici guerrieri di Tirteo, l'inno a Cerere, ed altro[266]; pe' quali niun altro rimprovero gli si può fare se non che sono troppo scarsi di numero pel comun desiderio. Anche della Cassandra dell'oscuro Licofrone ci fu promessa una traduzione per opera del Conte Francesco Montani. Il Giornale de' Letterati d'Italia, che si stampava a Venezia l'annunziò nel tomo 31. art. 13. e il Marchese Maffei la registrò ne' suoiTraduttori Italiani. L'Autore però morì nel mese di febbrajo del 1754. senza averla pubblicata. E veramente non so bene quali speranze si potessero concepir di quest'opera. In fatti se nel volgar nostro si trasportassero le maniere di quel poeta essa riuscirebbe oscura per modo, che pochi ed a fatica giunger potrebbono ad intenderlo; se si riducesse ad una conveniente chiarezza si altererebbe l'indole dell'originale. Alcuni epigrammi dell'Antologia furono volgarizzati da Antonio Buongiovanni, e da Girolamo Zanetti,[267]e finalmente il P. Giuliano Ferrari della Congregazione dell'Oratorio tradusse in versi Italiani il poema, che sulla propria vita scrisse il Nazianzeno, come ci avverte il P. Bevilacqua nella prefazionealla sua versione di due Orazioni del medesimo santo. Ma non è a mia notizia, che la traduzione del P. Ferrari sia venuta alla luce.
Altri chiarissimi ingegni trasportarono i Greci Poeti nella lingua del Lazio. Fra questi debbono aver il primo luogo gli Ab. Cunich e Zamagna Gesuiti, Ragusei di patria, ed Italiani per domicilio. Recarono essi egregiamente in versi latini, il primo l'Iliade d'Omero, e parecchi epigrammi dell'Antologia[268], il secondo l'Odissea, le opere d'Esiodo e di Teocrito. E Teocrito incontrò ancora un altro valoroso traduttore nel Sig. Roni di Garfagnana Professor d'eloquenza nel Collegio d'Osimo.
Un altro egregio traduttore è il P. Giuseppe Petrucci della Compagnia di Gesù. Egli in bei versi latini veramente Virgiliani trasportò gl'inni di Callimaco nel 1795. tranne i lavacri di Pallade pe' quali vi pose la versione del Cunich[269]. O si consideri la fedeltà della traduzione, o la purità della lingua latina, o la eleganza e la maestà dello stile poetico pareva che il suo lavoro non lasciasse nulla a desiderare. Egli però ha saputo trovarvi non so bene se io debba dire qualche neo da togliere, o qualche bellezza da aggiugnere, e ne ha data una nuova impressione col testo Greco nel 1818.[270]In questa il P. Petrucci sostituì la sua versione de' lavacri di Pallade a quella del Cunich: e quantunque questa sia ottima, pure quella del P. Petrucci mi sembra e per fedeltà e per eleganza megliore. Egli fin da principio vi aggiunse parecchie note critiche e filologiche pregevolissime, che nella seconda stampa hanno ottenuto qualche accrescimento.
Molti sono i Greci poeti nel passato secolo volgarizzati; e pel numero superano quelli degli scrittori di prosa. Di parecchi ho già parlato, e debbonsi ricordar gli altri. Giulio Cesare Becelli tradusse Erodoto, come dice il P. Zaccaria, ma non ho veduta la sua versione. Il P. Politi tradusse lo stesso storico in latino; ma questa sua fatica è rimasta inedita[271]. Dieci orazioni di Demostene volgarizzò il Gesuita Gio. Battista Noghera con esattezza ed eleganza[272], se non che è caduto in qualche troppo umile espressione, non degna della gravità Demostenica. Il P. Michel'Angelo Bonotto Domenicano trasportò nella nostra lingua i libri della repubblica di Platone[273], ma non seppe conservar la grazia dell'originale. Il quadro di Cebete fu tradotto da un anonimo[274], dai Canonico Gio. Battista Tognaccini, e dal Conte Gasparo Gozzi[275]. A Cebete succeda un altro filosofo assai più celebre, e al tempo stesso storico grandissimo, cioè Plutarco. Il Pompei ne volgarizzòle vite con molta lode[276], l'Ab. Zendrini il Ragionamento intorno all'Amministrazione degli affari pubblici[277], ed altre operette il P. Giovanni Guglielmi[278].
Da un filosofo grave passiamo ora ad uno scrittore, che amava di filosofare scherzando, e derideva ugualmente i costumi degli uomini, e le favole degli Dei del Gentilesimo, ch'erano spessopeggiori degli uomini; voglio dire Luciano. Il Conte Gasparo Gozzi ne tradusse alcuni dialoghi, e Spiridione Lusi altri, e aggiunti ai primi li pubblicò[279]. Essi si sono adoperati di trasportare nel nostro volgare non solo i sentimenti, ma le grazie ancora dell'originale, e vi sono riusciti assai felicemente.
Non fu altrettanto felice il Gozzi nel conservare l'eleganza del suo autore, quando prese a tradurre gli amori di Dafni, e Cloe di Longo Sofista, del quale non vedo in Italiano che troppo languide orme[280]. Degli altri romanzi Greci poi nulla ho quì da dire, giacchè del Caritone del Giacomelli ho già parlato di sopra. Fra i libri storici oltre alle vite di Plutarco e ad Erodoto, di che pure ho già parlato, domandano d'essere ricordati i Cesari di Giuliano volgarizzati da G. F. Zanetti[281], le Storie de' Greci di Giorgio Gemisto Pletone da Antonio dalla Bona[282], e le opere di Giuseppe Ebreo dall'Ab. Francesco Angiolini Piacentino[283]. Dell'Angiolini ho già parlato due volte con lode, e debbo ora commendarlo anche più per questa laboriosa impresa. Pregevole è la traduzione per la fedeltà sua, e per lo stile nobile con cui è scritta, e pregevoli sono lenote, che l'accompagnano, e che mentre illustrano l'originale, dove fa di mestieri mostrano la molta dottrina del traduttore nelle lingue Orientali.
Non molto si è fatto pel volgarizzamento degli autori ecclesiastici. Dell'opera di S. Gio. Grisostomo del Sacerdozio tradotta dal Giacomelli ho già fatta menzione di sopra. Le altre non sono di gran momento, e perciò non farò che accennarle. Dobbiamo dunque a Giov. Maria Lucchini alcune Omelìe de' Santi Giovanni Grisostomo, e Basilio[284]ed altre pure di S. Basilio, e di S. Gregorio Nazianzeno con un Ragionamento di Plutarco ad Angelo Maria Ricci[285], il Pastore di S. Erma[286], l'orazione di Taziano ai Greci con un frammento di Bardesane sul destino[287]al Gallizioli. Il P. Francesco Colangelo della Congregazione dell'Oratorio di Napoli ha elegantemente, ma alquanto liberamente tradotto il trattato di S. Gio. Grisostomo, cheCristo sia Dio[288]e vi ha aggiunte parecchie dotte annotazioni, le quali però essendo dirette solo a combattere i miscredenti non appartengono al presente mio instituto.
Sarà forse alcuno cui recherà maraviglia osservando, che molti essendo i traduttori de' poeti, pochi sieno stati quelli di prosa, pochissimi quelli degli scrittori ecclesiastici. Non è però difficile a mio giudizio, il rendere di ciò ragione. Quantunque le parti tutte de' buoni studj siano state dagl'Italiani nel passato secolo ben coltivate, pure fra quelli delle umane lettere, se non m'inganno, la poesia è quella, che ha ottenuto un maggior numero di seguaci. E a ciò contribuirono le tanteAccademie, che erano in ogni città, e dirò quasi in ogni borgo. Vi contribuirono pure quelle malagurate raccolte, che ad ogni matrimonio alquanto illustre si consacravano, e in certe città ad ogni Laurea dottorale, ad ogni celebrazione di nuova Messa, ad ogni sacra Vergine, ad ogni buono, o mediocre Predicatore, anzi si profanarono per fino alle Taidi del ballo e della musica teatrale. Fra tante migliaja di versi degni solo d'esser portati
In vicum vendentem thus, et odores,Et piper, et quicquid chartis amicitur ineptis[289]
si leggevano i versi de' Manfredi, Ghedini, Frugoni, Paradisi, Bettinelli, e di tanti altri chiari poeti. La celebre ode del Conte Agostino Paradisi, che comincia
A te che siedi immolaec.
fu fatta per una Raccolta, e il gran Sonetto del P. Quirico Rossi Gesuita
Io nol vedrò, poichè il cangiato aspetto
fu letto per la prima volta appeso a una colonna d'un portico di Bologna per una festa secondo la costumanza di quella città. Ora senza quella Raccolta, e senza quella festa la poesia Italiana sarebbe priva di questi due solenni componimenti, che vivranno finchè vivrà o sarà intesa la lingua Italiana, e il buon gusto non sarà spento affatto. Così si dica pure di qualche centinajo d'altri buoni componimenti, che in altrettali occasioni furono scritti. Le Accademie, le Raccolte, le Feste animavano molti a far versi, e fra i molti se ne destavano poi alcuni ottimi, o almeno assai lodevoli, che avevano dalla natura ingegno da ciò, e altrimenti avrebbono intorpidito nell'ozio e nell'oscurità. Fra tanti coltivatori della poesia buoni, mediocri, e cattivi non è strano, che parecchi si applicassero a tradurre i poeti antichi,e quindi che sia maggiore il numero de' volgarizzamenti di questi, che degli scrittori di prosa. Pochi poi dovevano esser coloro, che traducessero gli scrittori Ecclesiastici, perchè ciò naturalmente conveniva agli uomini di Chiesa, e questi sogliono farne uso predicando o scrivendo, ma raro è che li adoprino in altra lingua, fuorchè nella latina, onde una traduzione poteva sembrar loro di non grande utilità. Si aggiunga a ciò, che molti sono d'avviso non doversi trattare gli studj sacri in lingua volgare per togliere alla gente idiota l'occasione di legger ciò che gli antichi hanno scritto in Greco o in Latino. Mi si perdoni questa breve digressione, la quale mi pareva in qualche modo richiesta dal mio assunto, e ritorno all'argomento.