Scrittori in Greco.CAPOX.

Scrittori in Greco.CAPOX.Per compimento di ciò che della lingua Greca per me si doveva dire resta ora solamente, che di coloro i quali in Greco hanno scritto, faccia onorevole ricordanza. Pochi nomi però posso quì ricordare; ma fra questi uno solo domanderebbe lungo discorso. Della Greca traduzione delle Orazioni concistoriali di Clemente XI. ho dato un cenno parlando della lingua Ebraica. Una sola Omelìa dello stesso Pontefice trasportò in Greco Biagio Garofolo, che non ho veduta[290]. Anton Maria Salvini, che tanto scrisse si esercitò ancora in questa parte. A esortazione del Marchese Maffeiprese a tradurre in versi Greci le favole di Fedro, ma non le terminò. Terminò bensì la traduzione di Catullo[291], della quale però abbiamo alle stampe solamente l'elegìa, che quel poeta aveva tradotta da Callimaco, e di cui l'original testo Greco è perduto. Il Salvini tien quì pure il suo metodo di tradurre letteralmente, e con ciò appunto mostra quanto possedesse la lingua Greca. A me sembra però che la fedeltà troppo scrupolosa e servile non sia quì commendabile, perchè non può aver quello scopo, che egli si era proposto nelle versioni Italiane. Chi vuol rendere in versi Greci quell'elegia dovrebbe, se non m'inganno, adoperarsi d'indovinare il modo, con che la scrisse Callimaco, e dovrebbe inserirvi que' pochi frammenti dell'originale, che sono fino a noi pervenuti. A maggiore impresa, e più difficile si accinse il P. Carmeli, che nel 1757. stampò un Greco poema in quattro libri in lode di Lorenzo Morosini intitolatoΘεῶν ἀγορὰ, cioèil Concilio degli Deie a me rincresce che non solamente non ho potuto vederlo, ma nè pure m'è riuscito d'averne verun'altro indizio. Il Canonico Checozzi Vicentino tradusse i Salmi in versi greci, come ci assicura il Lazzarini[292]. Di quest'opera rimasta inedita non parla il P. Zaccaria nel suo elogio[293]nè il dizionario storico stampato a Bassano nel suo articolo, e invece parlano dimolte sue poesie Latine e Grecheunite a quelle del Volpi. Essi però errarono, perchè il Checozzi ivi non ha che un solo epigramma Greco colla versione latina. Ma quello che più d'ogn'altro ha scritto in questa linguaè il Cardinale Michel'Angelo Luchi troppo immaturatamente rapito alla Chiesa ed alle lettere. Le sue lodi sono maggiori di quello che io potessi dir quì, e sono state esposte dal signor Canonico Luigi Ciolli nell'orazion funebre da lui detta in Subiaco ai 2. d'ottobre del 1802. e l'anno medesimo stampata in Roma dal Lazzarini. Molte sono le opere sue, fra le quali settantacinque son quelle scritte in Greco tutt'ora inedite oltre agli Esapli, di cui ho già parlato, e tutte si conservano nella Vaticana. Voglionsi a queste aggiungere due dialoghi stampati, uno sulla vita rustica, e l'altro sulla necessità, che i giovani hanno d'applicare allo studio, e far buon uso del tempo[294]. Egli scriveva queste operette in Greco sopra argomenti d'ogni genere, affinchè i giovani studiosi di questa lingua trovassero in esse raccolte le principali voci, e modi di dire usati dagli scrittori, onde minor difficoltà incontrassero nel leggere l'opere degli antichi, di che gli si dee saper molto grado. Ma lasciam finalmente questa lingua, della quale troppo a lungo forse ho favellato, e a quelle facciam passaggio, che nacquer da lei.

Per compimento di ciò che della lingua Greca per me si doveva dire resta ora solamente, che di coloro i quali in Greco hanno scritto, faccia onorevole ricordanza. Pochi nomi però posso quì ricordare; ma fra questi uno solo domanderebbe lungo discorso. Della Greca traduzione delle Orazioni concistoriali di Clemente XI. ho dato un cenno parlando della lingua Ebraica. Una sola Omelìa dello stesso Pontefice trasportò in Greco Biagio Garofolo, che non ho veduta[290]. Anton Maria Salvini, che tanto scrisse si esercitò ancora in questa parte. A esortazione del Marchese Maffeiprese a tradurre in versi Greci le favole di Fedro, ma non le terminò. Terminò bensì la traduzione di Catullo[291], della quale però abbiamo alle stampe solamente l'elegìa, che quel poeta aveva tradotta da Callimaco, e di cui l'original testo Greco è perduto. Il Salvini tien quì pure il suo metodo di tradurre letteralmente, e con ciò appunto mostra quanto possedesse la lingua Greca. A me sembra però che la fedeltà troppo scrupolosa e servile non sia quì commendabile, perchè non può aver quello scopo, che egli si era proposto nelle versioni Italiane. Chi vuol rendere in versi Greci quell'elegia dovrebbe, se non m'inganno, adoperarsi d'indovinare il modo, con che la scrisse Callimaco, e dovrebbe inserirvi que' pochi frammenti dell'originale, che sono fino a noi pervenuti. A maggiore impresa, e più difficile si accinse il P. Carmeli, che nel 1757. stampò un Greco poema in quattro libri in lode di Lorenzo Morosini intitolatoΘεῶν ἀγορὰ, cioèil Concilio degli Deie a me rincresce che non solamente non ho potuto vederlo, ma nè pure m'è riuscito d'averne verun'altro indizio. Il Canonico Checozzi Vicentino tradusse i Salmi in versi greci, come ci assicura il Lazzarini[292]. Di quest'opera rimasta inedita non parla il P. Zaccaria nel suo elogio[293]nè il dizionario storico stampato a Bassano nel suo articolo, e invece parlano dimolte sue poesie Latine e Grecheunite a quelle del Volpi. Essi però errarono, perchè il Checozzi ivi non ha che un solo epigramma Greco colla versione latina. Ma quello che più d'ogn'altro ha scritto in questa linguaè il Cardinale Michel'Angelo Luchi troppo immaturatamente rapito alla Chiesa ed alle lettere. Le sue lodi sono maggiori di quello che io potessi dir quì, e sono state esposte dal signor Canonico Luigi Ciolli nell'orazion funebre da lui detta in Subiaco ai 2. d'ottobre del 1802. e l'anno medesimo stampata in Roma dal Lazzarini. Molte sono le opere sue, fra le quali settantacinque son quelle scritte in Greco tutt'ora inedite oltre agli Esapli, di cui ho già parlato, e tutte si conservano nella Vaticana. Voglionsi a queste aggiungere due dialoghi stampati, uno sulla vita rustica, e l'altro sulla necessità, che i giovani hanno d'applicare allo studio, e far buon uso del tempo[294]. Egli scriveva queste operette in Greco sopra argomenti d'ogni genere, affinchè i giovani studiosi di questa lingua trovassero in esse raccolte le principali voci, e modi di dire usati dagli scrittori, onde minor difficoltà incontrassero nel leggere l'opere degli antichi, di che gli si dee saper molto grado. Ma lasciam finalmente questa lingua, della quale troppo a lungo forse ho favellato, e a quelle facciam passaggio, che nacquer da lei.

Della linguaEtrusca.CAPOXI.Dalla lingua Greca crede ormai la maggior parte degli eruditi, che provengano l'Etrusca,e la Latina. Nel parlar della prima terrò una via diversa da quella, che ho calcata parlando delle altre lingue. Per queste ho procurato, quanto era in me di raccogliere i nomi de' principali scrittori Italiani, che le hanno illustrate, e le opere loro ho esaminate secondo che la tenuità del mio ingegno me lo ha permesso. Per l'Etrusca posso esser più breve. La storia di questa lingua si raccoglie abbastanza dal Giornale de' Letterati, che per opera d'Apostolo Zeno, e poi del P. Pier Caterino suo fratello si stampava in Venezia, dal Gori nella lunga prefazione premessa alla difesa dell'alfabeto Etrusco, e credo inutile il ripeter ciò che ivi si legge minutamente descritto. Dopo la pubblicazione di questi libri più altre opere di autori Italiani sono uscite in luce, e fra queste sono principalmente degne d'osservazione quelle del PasseriPicturae Etruscorum in vasculis etc. Romae1767. 1775. T. 3. in fog. ein Thomae Dempsteri libros de Etruria Regali paralipomena. Lucae.1767. in fog. Abbiamo nella primalinguae Oscae specimen singulare, quod superest Nolae in marmore musaei. Seminarii, l'alfabeto Etrusco dell'Ab. Amaduzzi[295], una tavola Eugubina, cioè la seconda del Dempstero illustrato dal Passeri, e tre brevi lessici di parole Ebraiche, dalle quali si derivano altre simili voci Etrusche o Latine, delle parole Etrusche, che si hanno negli scrittori o ne' monumenti antichi, e di quelle delle tavole Eugubine. L'Amaduzzi con molte parole dette solamente l'alfabeto del Gori; e dovendo io parlare del secondo stimo inutile il far quì parola di lui. Del sistema del Passeri dirò a suo luogo. Altre opereancora han veduta la luce dopo ladifesadel Gori, che saranno da me ricordate, dove tornerà più in acconcio.Furon parecchi, che ne' passati secoli con diligenza raccolsero gli antichi monumenti Etruschi, e si adoperarono di legger le parole, che vi si vedono scolpite. Vane però furono per lungo tempo tante fatiche ed era riserbata al secolo decimottavo la gloria di gittare i primi fondamenti di questa parte dell'antiquaria, e poi sollevarla a così alto segno, che niuno da principio ardito avrebbe sperar tanto. Il Francese Bourguet[296]fu il primo, che trovò il vero metodo per conoscer l'alfabeto di quella nazione; il che fece prendendo le tavole di Gubbio pubblicate dal Dempstero, e confrontando le due prime scritte in Latino colla quarta scritta in Etrusco; giacchè si era avvisto, che molte voci e molti sensi si ripetevano in questa; i quali con piccola variazione si contenevano in quella. Imperfetto è quel suo alfabeto; ma merita molta lode, perchè con esso additò agli altri la strada per farne uno migliore. Il Gori seguitò le sue tracce, e condusse quell'alfabeto più vicino alla perfezione[297]. Contro gli si oppose il Marchese Maffei[298]uomo d'acuto ingegno e d'erudiziongrande, ma troppo amante di contradire agli altrui divisamenti. Dopo questi Girolamo Zannetti propose un sistema nuovo asserendo, che le lettere Etrusche erano Gotiche e Runiche, e che tutti i monumenti, i quali noi chiamiamo Etruschi erano stati posti dai Goti invasori dell'Italia[299]. Se pure non fu quello (come pare) uno scherzo fatto per deridere gli antiquarj, che con tenue profitto intorno ad essi si affaticavano per intepetrarli.Stabilito l'Alfabeto volle il Bourguet spiegar le tavole Eugubine, e si valse in ciò della lingua Greca ed anche delle Orientali, ma specialmente della Caldea; e credette di ravvisare in esse preghiere rituali a Giove, e ad altre Divinità per ottenerne il favore nelle disgrazie e desolazioni delle campagne e degli armenti; onde le chiamòLitanie Pelasgiche[300]. L'Olivieri rimase da prima abbagliato da quell'erudizione etimologica, e seguì le sue pedate, spiegando il Bronzo Lespiriano[301]. Il Gori però giudicò non doversi ricorrere alle lingue Orientali, ma principalmente alla Greca, e talvolta ancora alla Latina antica, e quindi con nuove etimologie prese a spiegare una tavola Eugubina, che è la seconda del Dempstero[302], nella quale trovò egli pure preci e lamenti non molto dissimili da quelli del Bourguet. All'opposto il Lami voleva, che si spiegasse l'Etrusco col latino principalmente; nè si ricorresse al Greco se non se rade volte; e con questo metodo spiegando una tavola, che è la seconda presso il Dempsterovi trovò la fuga de' cittadini di Gubbio dalla città loro presa dai nemici, messa a sacco, e devastata[303], i lamenti de' fuggitivi, e le loro preghiere a Giove vendicatore. Il Passeri imitò il Lami servendosi molto della lingua latina; ma nella spiegazione delle tavole fu più cauto degli altri, perchè non s'impegnò a una traduzion letterale[304]. Un sistema affatto diverso da questi tennero il Mattei, che ricorse alla lingua Ebraica[305], e il Mazzocchi, che i nomi delle città Etrusche derivò unicamente da questa, e da altre lingue Orientali[306]. Il P. Bardetti seguì molto da vicino le vestigie del Lami, e solamente nuove etimologie v'aggiunse derivate dalle lingue Settentrionali[307]. Tutti poi questi scrittori errarono, perchè nel derivare le etimologie bastò loro una somiglianza, qualunque essa fosse, delle parole Etrusche colle Greche Latine e simili. Anzi a taluni bastò ancora la somiglianza di due o tre sole lettere. Oltre a ciò spesso ne' loro libri si trova incertezza di metodi, incostanza nelle decisioni, e nulla in somma, che debba appagare i desiderj degli eruditi.All'Ab. Luigi Lanzi era riserbato di terminare le dispute in questa parte dell'antiquaria[308]. Egli si procacciò copie esatte delle principali iscrizioni; stabilì il vero alfabeto; col soccorso dell'antica lingua latina e de' più antichi dialetti dellaGreca, e con diligenti osservazioni su certi nomi determinò l'ortografia; raccolse le più antiche voci Greche e latine da' lessicografi dagli scoliasti e dagli antichi grammatici; trasse profitto dalle figure protesi, aferesi, ed altre simili frequenti presso il volgo, e dal volgo passate agli scrittori, e principalmente ai poeti; lo trasse dall'etimologia giudiziosamente adoperata, e dall'analogia. Questi unitamente alla storia de' primi abitatori dell'Italia sono i fondamenti della sua grand'opera, de' quali egli fa uso colla maggiore avvedutezza. Fra il sistema del Gori, che quasi tutto riduceva alla lingua Greca, e quello del Lami, che riduceva quasi tutto alla Latina, egli tiene una via media, la quale sembra più sicura. In questa guisa potè indagare gli articoli, i nomi, i pronomi, i nomi numerali, i verbi, le proposizioni, gli avverbj, le congiunzioni, e la sintassi di questa lingua perduta. Spiega da prima le iscrizioni più brevi, poi le maggiori, e finalmente le celebri tavole Eugubine. Giunto il lettore al termine dell'opera se addietro si volge, e porta lo sguardo sul lungo cammino già fatto in mezzo a tanti scogli, a tanta oscurità, appena crede d'esser pervenuto a quel segno, a cui da principio creduto avrebbe impossibile di pervenire. Gli eruditi principalmente hanno adottato il sistema del Lanzi, e se v'ha alcuno, che ricusi d'arrendersi, e speri di poter derivare dalle lingue Orientali l'etimologia di qualche parola, non può però, e credo che non potrà mai formare per questa via un altro sistema così saldamente fondato e connesso in tutte le sue parti.

Dalla lingua Greca crede ormai la maggior parte degli eruditi, che provengano l'Etrusca,e la Latina. Nel parlar della prima terrò una via diversa da quella, che ho calcata parlando delle altre lingue. Per queste ho procurato, quanto era in me di raccogliere i nomi de' principali scrittori Italiani, che le hanno illustrate, e le opere loro ho esaminate secondo che la tenuità del mio ingegno me lo ha permesso. Per l'Etrusca posso esser più breve. La storia di questa lingua si raccoglie abbastanza dal Giornale de' Letterati, che per opera d'Apostolo Zeno, e poi del P. Pier Caterino suo fratello si stampava in Venezia, dal Gori nella lunga prefazione premessa alla difesa dell'alfabeto Etrusco, e credo inutile il ripeter ciò che ivi si legge minutamente descritto. Dopo la pubblicazione di questi libri più altre opere di autori Italiani sono uscite in luce, e fra queste sono principalmente degne d'osservazione quelle del PasseriPicturae Etruscorum in vasculis etc. Romae1767. 1775. T. 3. in fog. ein Thomae Dempsteri libros de Etruria Regali paralipomena. Lucae.1767. in fog. Abbiamo nella primalinguae Oscae specimen singulare, quod superest Nolae in marmore musaei. Seminarii, l'alfabeto Etrusco dell'Ab. Amaduzzi[295], una tavola Eugubina, cioè la seconda del Dempstero illustrato dal Passeri, e tre brevi lessici di parole Ebraiche, dalle quali si derivano altre simili voci Etrusche o Latine, delle parole Etrusche, che si hanno negli scrittori o ne' monumenti antichi, e di quelle delle tavole Eugubine. L'Amaduzzi con molte parole dette solamente l'alfabeto del Gori; e dovendo io parlare del secondo stimo inutile il far quì parola di lui. Del sistema del Passeri dirò a suo luogo. Altre opereancora han veduta la luce dopo ladifesadel Gori, che saranno da me ricordate, dove tornerà più in acconcio.

Furon parecchi, che ne' passati secoli con diligenza raccolsero gli antichi monumenti Etruschi, e si adoperarono di legger le parole, che vi si vedono scolpite. Vane però furono per lungo tempo tante fatiche ed era riserbata al secolo decimottavo la gloria di gittare i primi fondamenti di questa parte dell'antiquaria, e poi sollevarla a così alto segno, che niuno da principio ardito avrebbe sperar tanto. Il Francese Bourguet[296]fu il primo, che trovò il vero metodo per conoscer l'alfabeto di quella nazione; il che fece prendendo le tavole di Gubbio pubblicate dal Dempstero, e confrontando le due prime scritte in Latino colla quarta scritta in Etrusco; giacchè si era avvisto, che molte voci e molti sensi si ripetevano in questa; i quali con piccola variazione si contenevano in quella. Imperfetto è quel suo alfabeto; ma merita molta lode, perchè con esso additò agli altri la strada per farne uno migliore. Il Gori seguitò le sue tracce, e condusse quell'alfabeto più vicino alla perfezione[297]. Contro gli si oppose il Marchese Maffei[298]uomo d'acuto ingegno e d'erudiziongrande, ma troppo amante di contradire agli altrui divisamenti. Dopo questi Girolamo Zannetti propose un sistema nuovo asserendo, che le lettere Etrusche erano Gotiche e Runiche, e che tutti i monumenti, i quali noi chiamiamo Etruschi erano stati posti dai Goti invasori dell'Italia[299]. Se pure non fu quello (come pare) uno scherzo fatto per deridere gli antiquarj, che con tenue profitto intorno ad essi si affaticavano per intepetrarli.

Stabilito l'Alfabeto volle il Bourguet spiegar le tavole Eugubine, e si valse in ciò della lingua Greca ed anche delle Orientali, ma specialmente della Caldea; e credette di ravvisare in esse preghiere rituali a Giove, e ad altre Divinità per ottenerne il favore nelle disgrazie e desolazioni delle campagne e degli armenti; onde le chiamòLitanie Pelasgiche[300]. L'Olivieri rimase da prima abbagliato da quell'erudizione etimologica, e seguì le sue pedate, spiegando il Bronzo Lespiriano[301]. Il Gori però giudicò non doversi ricorrere alle lingue Orientali, ma principalmente alla Greca, e talvolta ancora alla Latina antica, e quindi con nuove etimologie prese a spiegare una tavola Eugubina, che è la seconda del Dempstero[302], nella quale trovò egli pure preci e lamenti non molto dissimili da quelli del Bourguet. All'opposto il Lami voleva, che si spiegasse l'Etrusco col latino principalmente; nè si ricorresse al Greco se non se rade volte; e con questo metodo spiegando una tavola, che è la seconda presso il Dempsterovi trovò la fuga de' cittadini di Gubbio dalla città loro presa dai nemici, messa a sacco, e devastata[303], i lamenti de' fuggitivi, e le loro preghiere a Giove vendicatore. Il Passeri imitò il Lami servendosi molto della lingua latina; ma nella spiegazione delle tavole fu più cauto degli altri, perchè non s'impegnò a una traduzion letterale[304]. Un sistema affatto diverso da questi tennero il Mattei, che ricorse alla lingua Ebraica[305], e il Mazzocchi, che i nomi delle città Etrusche derivò unicamente da questa, e da altre lingue Orientali[306]. Il P. Bardetti seguì molto da vicino le vestigie del Lami, e solamente nuove etimologie v'aggiunse derivate dalle lingue Settentrionali[307]. Tutti poi questi scrittori errarono, perchè nel derivare le etimologie bastò loro una somiglianza, qualunque essa fosse, delle parole Etrusche colle Greche Latine e simili. Anzi a taluni bastò ancora la somiglianza di due o tre sole lettere. Oltre a ciò spesso ne' loro libri si trova incertezza di metodi, incostanza nelle decisioni, e nulla in somma, che debba appagare i desiderj degli eruditi.

All'Ab. Luigi Lanzi era riserbato di terminare le dispute in questa parte dell'antiquaria[308]. Egli si procacciò copie esatte delle principali iscrizioni; stabilì il vero alfabeto; col soccorso dell'antica lingua latina e de' più antichi dialetti dellaGreca, e con diligenti osservazioni su certi nomi determinò l'ortografia; raccolse le più antiche voci Greche e latine da' lessicografi dagli scoliasti e dagli antichi grammatici; trasse profitto dalle figure protesi, aferesi, ed altre simili frequenti presso il volgo, e dal volgo passate agli scrittori, e principalmente ai poeti; lo trasse dall'etimologia giudiziosamente adoperata, e dall'analogia. Questi unitamente alla storia de' primi abitatori dell'Italia sono i fondamenti della sua grand'opera, de' quali egli fa uso colla maggiore avvedutezza. Fra il sistema del Gori, che quasi tutto riduceva alla lingua Greca, e quello del Lami, che riduceva quasi tutto alla Latina, egli tiene una via media, la quale sembra più sicura. In questa guisa potè indagare gli articoli, i nomi, i pronomi, i nomi numerali, i verbi, le proposizioni, gli avverbj, le congiunzioni, e la sintassi di questa lingua perduta. Spiega da prima le iscrizioni più brevi, poi le maggiori, e finalmente le celebri tavole Eugubine. Giunto il lettore al termine dell'opera se addietro si volge, e porta lo sguardo sul lungo cammino già fatto in mezzo a tanti scogli, a tanta oscurità, appena crede d'esser pervenuto a quel segno, a cui da principio creduto avrebbe impossibile di pervenire. Gli eruditi principalmente hanno adottato il sistema del Lanzi, e se v'ha alcuno, che ricusi d'arrendersi, e speri di poter derivare dalle lingue Orientali l'etimologia di qualche parola, non può però, e credo che non potrà mai formare per questa via un altro sistema così saldamente fondato e connesso in tutte le sue parti.

Della lingua latina.Grammatici.CAPOXII.Ho già detto, che dalla Greca lingua è nata la Latina[309]; laonde ragion vuole, che si parli ora di questa dopo avere pel mio instituto detto abbastanza dell'Etrusca, che ebbe la stessa origine. E quì non abbiano a sdegno i dotti miei leggitori se alla loro memoria richiamo sulle prime tenuissimi oggetti, cioè i libri de' teneri fanciulli, che cominciano a dar opera agli studj. Sono questi i fondamenti di quel letterario edificio, che deve un giorno inalzarsi, e se piccola ed umile è l'opera, non è però piccola l'utilità, cui sì fatti libri cercano procacciare. Parlando però degli elementi della lingua Latina sarò brevissimo. Alessandro Zorzi Veneziano scrissedel modo d'insegnare ai fanciulli le due lingue Italiana, e Latina[310]. Egli riduce le declinazioni, e le conjugazioni a certe tavole, colle quali si debbono facilmente imparare i nomi, e i verbi. Quindi il maestro dee trarre dai migliori scrittori Latini dei dettati, ne' quali la sintassi corrisponda esattamente all'Italiana, e su questi si addestrerà il principiantesenza fatica. Per gl'idiotismi poi, per certe figure grammaticali, e per altre simili difficoltà, che ad ogni passo s'incontrano, egli si riserba d'istruire il discepolo praticamente nell'atto stesso della traduzione. Con queste, ed altre simili industrie egli spera, che un fanciullo di sei anni possa applicarsi alla lingua Latina con profitto, e si vuole, che ne abbia fatta la prova. Io però non sono punto sollecito, che un fanciullo cominci a sei anni a studiare il Latino; ma vorrei, che, quando lo comincia, si avvezzasse a ragionare alquanto, e non fosse ammaestrato con sì fatti metodi meccanici, i quali se giovano, perchè diminuiscono la fatica, nocciono, perchè intorpidiscono la riflessione, e l'ingegno. Il metodo migliore è, siccome io giudico, quello di Ferdinando Porretti, (e sarà questa la prima grammatica, di cui parlerò) che imitò la grammatica celebre del P. Emanuele Alvarez Gesuita. Chiari sono e precisi i precetti, ottimi gli esempj, naturale è l'ordine, e se v'ha qualche neo si potrebbe agevolmente emendare. A cagion d'esempio vorrei, che parlando dei verbi non fosse trascurato il modopotenziale, e ilconcessivo, che da tutti i moderni scrittor di Grammatica si tralascia. Non lo trascurò però il loro gran maestro Alvarez, perchè raro non ne è l'uso negli antichi autori. Reputo poi inutile di aggiugner quì il novero delle molte altre Grammatiche venute alla luce in Italia nel passato secolo, le quali non essendo notabili per qualche pregio parmi, che non richiedano d'essere ad una ad una nominate con noja soverchia di quelli che leggono, e mia.La seconda Grammatica, di cui ho deliberato di parlare è quella d'Agostino Maria del Monte. Egli provvide prima ai fanciulli con alcune illustrazioni dell'Alvarez, e le stampò in Roma col titolo d'Emanuele elucidato, che basti d'aver nominato.Maggior opera poi intraprese scrivendo un'ampia grammatica pe' maestri, cui chiamòLatium restitutum[311]. Le parti tutte quante di questa facoltà vi si vedono esposte diffusamente con molta copia d'esempj, secondo il metodo dell'Alvarez, che a mio giudicio è ottimo. Le regole sono chiare, gli usi diversi di molte voci, che ne' Latini scrittori s'incontrano, vi son notati, i modi di dire meritevoli d'osservazione vi sono accennati minutamente.Ma torniamo ancora per poco fra i libri elementari dei fanciulli. Maurizio Francesconi compilò un Dizionarietto acconcio al bisogno de' principianti, ed un altro ne fece il P. Mandosio Gesuita; ma il celebre Tiraboschi, che li trovava alquanto difettosi, prese a correggere il secondo, e ad accrescerlo; il che fece per modo, che riuscì un'opera affatto nuova, e questa fu la prima fatica dell'immortale autore della storia della Letteratura Italiana, e di più altre opere, che portarono poi la sua gloria a quell'alto segno, a cui la vediamo pervenuta. Ma questo Dizionario serve solamente all'età più tenera, che si trattiene fra gli elementi primi della lingua Latina. L'Ab. Pasini volle, che del necessario ajuto non mancassero nè pure quei giovanetti, che qualche maggiore progresso hanno fatto in questo studio, e compilò un ottimo Dizionario in due parti diviso, che servisse nel tempo stesso a tradurre dai Latino in Italiano, e dall'Italiano in Latino.Giudiziosa è la scelta delle parole, che sono tutte di tersa Latinità, copiosi ma non soverchi gli esempj tratti da' buoni scrittori per mostrar l'uso delle diverse voci, e i modi di dire più eleganti.Ma usciamo finalmente dagli studj puerili. Il Dizionario di Ambrogio Calepino tante volte stampato, ed accresciuto in guisa, che egli non avrebbe potuto più riconoscerlo come opera sua, aveva tuttavia bisogno di molte cure, e Iacopo Facciolati ve le impiegò ajutato in ciò da Egidio Forcellini, che stato era suo discepolo, e dal P. Lagomarsini Gesuita. Lo stampò egli di nuovo, molte cose aggiungendo, altre levandone con fatica grande di parecchi anni. Quantunque però la diligenza da lui usata fosse molta, e moltissima fosse la dottrina, che in questa lingua aveva il nuovo editore, la sua edizione riuscì imperfetta, e Gio. Francesco Corradini dall'Aglio vi fece un supplimento non senza molta mordacità[312]. Con migliore e più utile divisamento il Gallizioli deposta ogni malignità sempre ingiusta e biasimevole prese a supplire ai difetti del Facciolati, e procurando una nuova impressione di quel Dizionario l'accrebbe di moltissime voci Latine, e di molte delle lingue Orientali, e in questa guisa lo condusse presso alla perfezione[313].Ma la gloria di dare a questa lingua un Lessico in tutte le sue parti compiuto, era riserbata ad Egidio Forcellini[314]. Egli v'impiegò trenta anni, e la perfezione dell'opera corrisponde egregiamente alla lunghezza di questo tempo. Niuna altra nazione può vantare un Dizionario Latino così pregevole: anzi tutti quelli, che l'hanno preceduto gli sono di gran lunga inferiori. Si hanno quì raccolte le voci Latine tutte quante, i diversi loro significati, il modo di usarle; e gli esempi accennano ciò che appartiene ai secoli migliori, e si può usare volendo scrivere puramente, e ciò che è de' secoli posteriori, e vuolsi evitare. Ma per ciò che riguarda le voci da evitarsi abbiamo ancora un altro Dizionario compilato per opera del P. Marchelli[315]. Egli è stato parco in quest'indice, che dopo ilLexicon Latinae linguae antibarbarumdel Noltenio, e dopo l'opera del Vossiode vitiis latini sermonis et glossematis latino-barbarisavrebbe agevolmente potuto rendere molto più copioso. Ma l'autore ha voluto provvedere al commodo de' giovani studiosi, cui la copia soverchia riuscita sarebbe rincrescevole; e piuttosto ha abbondato nella critica con maggior loro vantaggio. Un altro vocabolario in parte di cattiva latinità, ma pur necessario preparò il Baruffaldi di quelle voci che nel vecchio, e nuovo Testamento, nel Rituale, nel Martirologio, e in altrettali libri ecclesiastici s'incontrano, che è rimasto inedito[316].Ma lasciando la Latinità barbara, e quella che i riti sacri hanno necessariamente introdotta, altre opere devo aggiungere, che in qualche modo appartengono ai Dizionarj. Tali sono in primo luogo leanimadversiones criticae, colle quali il Facciolati emendò il Dizionario Latino Francese del Danet. Al genere stesso ridur si può l'aurea operetta del Gesuita TurselliniParticulae latini sermonis. Essa appartiene al secolo XVII.; ma poi nel seguente il Facciolati la prese tra mano, l'accrebbe, la migliorò a vantaggio del Seminario di Padova[317], al quale tante opere eccellenti dobbiamo; o per dir meglio nulla ha dato quel Seminario, che non sia eccellente.Non son mancati alla lingua Latina i Dizionarj spettanti alle arti. Tre ne ha dati il P. Carlo d'Aquino, cioè quelli dell'arte militare[318], dell'architettura[319], e dell'agricoltura[320]. E Vincenzo Cavallucci insegnò, come latinamente si esprimano le voci degli animali[321]. A questa classe riduco ancora le sigle. Molti avevano nei passati secoli raccolte e interpetrate le sigle latine, e principalmente si era reso celebre in ciò Sertorio Orsato. Ma l'antiquaria è una facoltà vastissima, nuoveiscrizioni vengono alla luce, e quindi nuove sigle si trovano, o le antiche si debbono spiegare diversamente da quello che si era fatto; onde era necessario, che se ne desse una nuova compilazione. Il Marchese Maffei nel Museo Veronese l'aveva promessa; ma poi non l'eseguì. Il chiarissimo signor Giovan Domenico Coleti si accinse all'opera, e raccolto quanto in sì fatto genere si ha nelle grandi collezioni lapidarie, o altrove potè trovare, tutto riunì, e lo pubblicò nellaRaccolta Ferrarese d'opuscoliT. 14. e seguenti. Egli stesso previde subito che altri vi avrebbe fatto qualche supplimento.Deerunt(dice nella prefazione)fortasse aliqua? Non inficior: erit aliquando, quì augeat, quum. Quicquid sub terra est in apricum proferet aetas.Il supplimento lo ha poi fatto l'Abate Rubbi nel già citato Dizionario d'antichità, dove è inserita l'opera del signor Coleti con parecchie aggiunte di lui. Ma è da dolersi, che sia rimasta interrotta l'impressione di quel Dizionario, che non oltrepassa la lettera M, e perciò fino a questo segno solamente giungono ancora le sigle del Rubbi. Avrei desiderato, che il Coleti ugualmente che il Rubbi non avessero tralasciate le illustrazioni, colle quali l'Orsato accompagnò le sue sigle, ed altre ne avessero aggiunte, ed erano bene da ciò. Ma la grettezza degli stampatori, come sovente avviene, impedì forse una cosa tanto opportuna. A queste compilazioni di sigle una se ne dee aggiugnere non mai impressa. Il signor Conte Polcastro pronipote di Sertorio Orsato coll'Ab. Gennari prese a perfezionare l'opera citata di quel suo bisavolo, correggendo qualche errore, in cui egli era caduto, ed accrescendola di cinquemila segni; ed in questa fatica ebbe gran parte ancora il signor Gianantonio Mussato. Il Cesarotti ne parla in una Relazione Accademicadel 1786.[322]e dopo quest'epoca non si è più fatto parola dell'opera loro, nè so se essi abbiano reputato inutile il pubblicarla, da che si cominciarono a stampare le sigle del sig. Ab. Rubbi. Vuolsi pur ricordare il Lessico lapidario, che il Gori meditava di fare[323], e ilLexicon vestiarium sacrum et profanum,che forse aveva già fatto[324]. Porrò quì pure quasi appendice dei Lessici laCalligrafia Plautina, eTerenzianadel Ricci[325], alla quale si potrebbe aggiungere quella d'Angelo Rocca[326]e qualche altro libro di simil genere. Sopra tutto si deve aggiungere il Lessico Ciceroniano compilato già dal Nizolio fino dal secolo sestodecimo, ed accresciuto poi di molto dall'instancabile Facciolati[327]. Egli però non impiegò in quest'opera tutta quella diligenza, che era necessaria; talchè non poco rimarrebbe a fare a coloro che dopo lui volessero assumere lo stesso incarico.Chiuderò finalmente la serie de' Grammatici con uno scrittore d'etimologie. Notissimo è il lessico etimologico latino del Vossio. Il Mazzocchi ne procacciò una nuova impressione in Napoli, cui fece molte aggiunte[328]. Il Vossio trae gran parte dellesue etimologie dal Greco e il Mazzocchi dall'Ebraico. Egli era assai dotto in questa lingua; ma troppo facilmente a dir vero gli pareva di scoprirne le vestigie anche dove non sono. Ne ho dato un cenno nel primo capo di questa parte; e lo stesso giudizio credo, che si debba fare anche di questa per altro ingegnosa fatica di quel grande erudito.

Ho già detto, che dalla Greca lingua è nata la Latina[309]; laonde ragion vuole, che si parli ora di questa dopo avere pel mio instituto detto abbastanza dell'Etrusca, che ebbe la stessa origine. E quì non abbiano a sdegno i dotti miei leggitori se alla loro memoria richiamo sulle prime tenuissimi oggetti, cioè i libri de' teneri fanciulli, che cominciano a dar opera agli studj. Sono questi i fondamenti di quel letterario edificio, che deve un giorno inalzarsi, e se piccola ed umile è l'opera, non è però piccola l'utilità, cui sì fatti libri cercano procacciare. Parlando però degli elementi della lingua Latina sarò brevissimo. Alessandro Zorzi Veneziano scrissedel modo d'insegnare ai fanciulli le due lingue Italiana, e Latina[310]. Egli riduce le declinazioni, e le conjugazioni a certe tavole, colle quali si debbono facilmente imparare i nomi, e i verbi. Quindi il maestro dee trarre dai migliori scrittori Latini dei dettati, ne' quali la sintassi corrisponda esattamente all'Italiana, e su questi si addestrerà il principiantesenza fatica. Per gl'idiotismi poi, per certe figure grammaticali, e per altre simili difficoltà, che ad ogni passo s'incontrano, egli si riserba d'istruire il discepolo praticamente nell'atto stesso della traduzione. Con queste, ed altre simili industrie egli spera, che un fanciullo di sei anni possa applicarsi alla lingua Latina con profitto, e si vuole, che ne abbia fatta la prova. Io però non sono punto sollecito, che un fanciullo cominci a sei anni a studiare il Latino; ma vorrei, che, quando lo comincia, si avvezzasse a ragionare alquanto, e non fosse ammaestrato con sì fatti metodi meccanici, i quali se giovano, perchè diminuiscono la fatica, nocciono, perchè intorpidiscono la riflessione, e l'ingegno. Il metodo migliore è, siccome io giudico, quello di Ferdinando Porretti, (e sarà questa la prima grammatica, di cui parlerò) che imitò la grammatica celebre del P. Emanuele Alvarez Gesuita. Chiari sono e precisi i precetti, ottimi gli esempj, naturale è l'ordine, e se v'ha qualche neo si potrebbe agevolmente emendare. A cagion d'esempio vorrei, che parlando dei verbi non fosse trascurato il modopotenziale, e ilconcessivo, che da tutti i moderni scrittor di Grammatica si tralascia. Non lo trascurò però il loro gran maestro Alvarez, perchè raro non ne è l'uso negli antichi autori. Reputo poi inutile di aggiugner quì il novero delle molte altre Grammatiche venute alla luce in Italia nel passato secolo, le quali non essendo notabili per qualche pregio parmi, che non richiedano d'essere ad una ad una nominate con noja soverchia di quelli che leggono, e mia.

La seconda Grammatica, di cui ho deliberato di parlare è quella d'Agostino Maria del Monte. Egli provvide prima ai fanciulli con alcune illustrazioni dell'Alvarez, e le stampò in Roma col titolo d'Emanuele elucidato, che basti d'aver nominato.Maggior opera poi intraprese scrivendo un'ampia grammatica pe' maestri, cui chiamòLatium restitutum[311]. Le parti tutte quante di questa facoltà vi si vedono esposte diffusamente con molta copia d'esempj, secondo il metodo dell'Alvarez, che a mio giudicio è ottimo. Le regole sono chiare, gli usi diversi di molte voci, che ne' Latini scrittori s'incontrano, vi son notati, i modi di dire meritevoli d'osservazione vi sono accennati minutamente.

Ma torniamo ancora per poco fra i libri elementari dei fanciulli. Maurizio Francesconi compilò un Dizionarietto acconcio al bisogno de' principianti, ed un altro ne fece il P. Mandosio Gesuita; ma il celebre Tiraboschi, che li trovava alquanto difettosi, prese a correggere il secondo, e ad accrescerlo; il che fece per modo, che riuscì un'opera affatto nuova, e questa fu la prima fatica dell'immortale autore della storia della Letteratura Italiana, e di più altre opere, che portarono poi la sua gloria a quell'alto segno, a cui la vediamo pervenuta. Ma questo Dizionario serve solamente all'età più tenera, che si trattiene fra gli elementi primi della lingua Latina. L'Ab. Pasini volle, che del necessario ajuto non mancassero nè pure quei giovanetti, che qualche maggiore progresso hanno fatto in questo studio, e compilò un ottimo Dizionario in due parti diviso, che servisse nel tempo stesso a tradurre dai Latino in Italiano, e dall'Italiano in Latino.Giudiziosa è la scelta delle parole, che sono tutte di tersa Latinità, copiosi ma non soverchi gli esempj tratti da' buoni scrittori per mostrar l'uso delle diverse voci, e i modi di dire più eleganti.

Ma usciamo finalmente dagli studj puerili. Il Dizionario di Ambrogio Calepino tante volte stampato, ed accresciuto in guisa, che egli non avrebbe potuto più riconoscerlo come opera sua, aveva tuttavia bisogno di molte cure, e Iacopo Facciolati ve le impiegò ajutato in ciò da Egidio Forcellini, che stato era suo discepolo, e dal P. Lagomarsini Gesuita. Lo stampò egli di nuovo, molte cose aggiungendo, altre levandone con fatica grande di parecchi anni. Quantunque però la diligenza da lui usata fosse molta, e moltissima fosse la dottrina, che in questa lingua aveva il nuovo editore, la sua edizione riuscì imperfetta, e Gio. Francesco Corradini dall'Aglio vi fece un supplimento non senza molta mordacità[312]. Con migliore e più utile divisamento il Gallizioli deposta ogni malignità sempre ingiusta e biasimevole prese a supplire ai difetti del Facciolati, e procurando una nuova impressione di quel Dizionario l'accrebbe di moltissime voci Latine, e di molte delle lingue Orientali, e in questa guisa lo condusse presso alla perfezione[313].Ma la gloria di dare a questa lingua un Lessico in tutte le sue parti compiuto, era riserbata ad Egidio Forcellini[314]. Egli v'impiegò trenta anni, e la perfezione dell'opera corrisponde egregiamente alla lunghezza di questo tempo. Niuna altra nazione può vantare un Dizionario Latino così pregevole: anzi tutti quelli, che l'hanno preceduto gli sono di gran lunga inferiori. Si hanno quì raccolte le voci Latine tutte quante, i diversi loro significati, il modo di usarle; e gli esempi accennano ciò che appartiene ai secoli migliori, e si può usare volendo scrivere puramente, e ciò che è de' secoli posteriori, e vuolsi evitare. Ma per ciò che riguarda le voci da evitarsi abbiamo ancora un altro Dizionario compilato per opera del P. Marchelli[315]. Egli è stato parco in quest'indice, che dopo ilLexicon Latinae linguae antibarbarumdel Noltenio, e dopo l'opera del Vossiode vitiis latini sermonis et glossematis latino-barbarisavrebbe agevolmente potuto rendere molto più copioso. Ma l'autore ha voluto provvedere al commodo de' giovani studiosi, cui la copia soverchia riuscita sarebbe rincrescevole; e piuttosto ha abbondato nella critica con maggior loro vantaggio. Un altro vocabolario in parte di cattiva latinità, ma pur necessario preparò il Baruffaldi di quelle voci che nel vecchio, e nuovo Testamento, nel Rituale, nel Martirologio, e in altrettali libri ecclesiastici s'incontrano, che è rimasto inedito[316].

Ma lasciando la Latinità barbara, e quella che i riti sacri hanno necessariamente introdotta, altre opere devo aggiungere, che in qualche modo appartengono ai Dizionarj. Tali sono in primo luogo leanimadversiones criticae, colle quali il Facciolati emendò il Dizionario Latino Francese del Danet. Al genere stesso ridur si può l'aurea operetta del Gesuita TurselliniParticulae latini sermonis. Essa appartiene al secolo XVII.; ma poi nel seguente il Facciolati la prese tra mano, l'accrebbe, la migliorò a vantaggio del Seminario di Padova[317], al quale tante opere eccellenti dobbiamo; o per dir meglio nulla ha dato quel Seminario, che non sia eccellente.

Non son mancati alla lingua Latina i Dizionarj spettanti alle arti. Tre ne ha dati il P. Carlo d'Aquino, cioè quelli dell'arte militare[318], dell'architettura[319], e dell'agricoltura[320]. E Vincenzo Cavallucci insegnò, come latinamente si esprimano le voci degli animali[321]. A questa classe riduco ancora le sigle. Molti avevano nei passati secoli raccolte e interpetrate le sigle latine, e principalmente si era reso celebre in ciò Sertorio Orsato. Ma l'antiquaria è una facoltà vastissima, nuoveiscrizioni vengono alla luce, e quindi nuove sigle si trovano, o le antiche si debbono spiegare diversamente da quello che si era fatto; onde era necessario, che se ne desse una nuova compilazione. Il Marchese Maffei nel Museo Veronese l'aveva promessa; ma poi non l'eseguì. Il chiarissimo signor Giovan Domenico Coleti si accinse all'opera, e raccolto quanto in sì fatto genere si ha nelle grandi collezioni lapidarie, o altrove potè trovare, tutto riunì, e lo pubblicò nellaRaccolta Ferrarese d'opuscoliT. 14. e seguenti. Egli stesso previde subito che altri vi avrebbe fatto qualche supplimento.Deerunt(dice nella prefazione)fortasse aliqua? Non inficior: erit aliquando, quì augeat, quum. Quicquid sub terra est in apricum proferet aetas.Il supplimento lo ha poi fatto l'Abate Rubbi nel già citato Dizionario d'antichità, dove è inserita l'opera del signor Coleti con parecchie aggiunte di lui. Ma è da dolersi, che sia rimasta interrotta l'impressione di quel Dizionario, che non oltrepassa la lettera M, e perciò fino a questo segno solamente giungono ancora le sigle del Rubbi. Avrei desiderato, che il Coleti ugualmente che il Rubbi non avessero tralasciate le illustrazioni, colle quali l'Orsato accompagnò le sue sigle, ed altre ne avessero aggiunte, ed erano bene da ciò. Ma la grettezza degli stampatori, come sovente avviene, impedì forse una cosa tanto opportuna. A queste compilazioni di sigle una se ne dee aggiugnere non mai impressa. Il signor Conte Polcastro pronipote di Sertorio Orsato coll'Ab. Gennari prese a perfezionare l'opera citata di quel suo bisavolo, correggendo qualche errore, in cui egli era caduto, ed accrescendola di cinquemila segni; ed in questa fatica ebbe gran parte ancora il signor Gianantonio Mussato. Il Cesarotti ne parla in una Relazione Accademicadel 1786.[322]e dopo quest'epoca non si è più fatto parola dell'opera loro, nè so se essi abbiano reputato inutile il pubblicarla, da che si cominciarono a stampare le sigle del sig. Ab. Rubbi. Vuolsi pur ricordare il Lessico lapidario, che il Gori meditava di fare[323], e ilLexicon vestiarium sacrum et profanum,che forse aveva già fatto[324]. Porrò quì pure quasi appendice dei Lessici laCalligrafia Plautina, eTerenzianadel Ricci[325], alla quale si potrebbe aggiungere quella d'Angelo Rocca[326]e qualche altro libro di simil genere. Sopra tutto si deve aggiungere il Lessico Ciceroniano compilato già dal Nizolio fino dal secolo sestodecimo, ed accresciuto poi di molto dall'instancabile Facciolati[327]. Egli però non impiegò in quest'opera tutta quella diligenza, che era necessaria; talchè non poco rimarrebbe a fare a coloro che dopo lui volessero assumere lo stesso incarico.

Chiuderò finalmente la serie de' Grammatici con uno scrittore d'etimologie. Notissimo è il lessico etimologico latino del Vossio. Il Mazzocchi ne procacciò una nuova impressione in Napoli, cui fece molte aggiunte[328]. Il Vossio trae gran parte dellesue etimologie dal Greco e il Mazzocchi dall'Ebraico. Egli era assai dotto in questa lingua; ma troppo facilmente a dir vero gli pareva di scoprirne le vestigie anche dove non sono. Ne ho dato un cenno nel primo capo di questa parte; e lo stesso giudizio credo, che si debba fare anche di questa per altro ingegnosa fatica di quel grande erudito.

Edizioni degli AutoriClassici, e commentatori.CAPOXIII.Usciamo finalmente dalle noje Grammaticali, e passando a cose alquanto maggiori vediamo qual vantaggio abbian recato gl'Italiani alla lingua latina procurando nuove edizioni de' classici scrittori. Quella di molti Poeti fatta dall'Argelati in Milano, ed accompagnata da versione Italiana, la quale chiamerò prima collezione Milanese, e la collezione di tutti gli stessi poeti pubblicata in Pesaro niuna illustrazione presentano, e perciò non debbono aver quì luogo. Celebri sono le edizioni Cominiane; ma debbono la celebrità loro alla nitidezza della stampa, ed alla correzione, non a nuovi comenti; se poche se ne eccettuino delle quali parlerò fra poco. Anche il Loschi co' torchj del Bettinelli stampò nitidamente gran parte de' classici latini con poche annotazioni, le quali però non sono quasi altro che un succinto compendio di quelle de' precedenti comentatori. Parecchi Poeti latini con versione Italiana furono pubblicati dai Monaci di S. Ambrogio di Milano poco innanzi alla fine del secolo, e questa edizione sarà da me chiamata seconda collezioneMilanese. In essa i chiarissimi editori accompagnarono il testo d'alcuni autori con pregevoli annotazioni di sobria, ma utile erudizione, e di giudiziosa critica. Lasciando però queste grandi Collezioni parlerò piuttosto dei particolari scrittori, e di Cicerone prima d'ogni altro. Le opere di questo grande Oratore, e Filosofo prese a pubblicare lo stampator Porcelli di Napoli, ed è da dolersi, che la sua ottima edizione non sia compiuta[329]. Quanto v'ha di meglio nelle edizione del Manuzio, del Grevio, del Vesburgio, del Davis, del Pearce, e in una parola di tutti gli editor precedenti, con parecchie altre collezioni inedite si trova quì raccolto. Sono alcuni, ai quali dispiacciono quei lunghi commenti, che nell'edizione de' Classici usurpano la maggior parte d'ogni facciata, concedendo appena poche linee al testo. Questi forse si dorranno dell'editore Napoletano, che è stato copiosissimo nel raccogliere annotazioni. Ma quì la copia non è inutile, anzi è giudiziosa molto, e mal si apporrebbe chi volesse fargli per ciò querela. De' commentatori, che quì si vedono, io debbo nominar quelli soltanto, che sono Italiani, e vissero nel secolo decimottavo. In primo luogo vuol essere ricordato Gasparo Garatoni, che parecchie egregie note somministrò, ora interpetrando alcuni luoghi più oscuri, ed ora presentando nuove varianti utilissime. Il secondo è Marc'Antonio Ferrati, che nelle sue Latine epistole[330]non poco giovò all'intelligenza del testo, ma non fu sollecito di consultar manoscritti per emendarlo. Jacopo Facciolati è il terzo, che le due orazionipro P. Quintio e pro Sex. Roscio Amerinopubblicò in Padova,[331]e poi in Venezia i libride officiise quello di Quinto Cicerone depetizione consulatus[332], corredando queste opere d'ottime sue note, che nell'impressione del Porcelli si vedono almeno in parte ristampate. Molto più di questi, e più d'ogni altro illustratore di Cicerone faticò intorno alle opere sue il Gesuita Lagomarsini. Egli impiegò ben trent'anni a collazionare trecento codici, e trarne le varianti, che in ventisei volumi trascrisse[333]. Ma sventuratamente il frutto di tanta fatica è forse perduto.[334]Certo è almeno, che dopo la morte del Lagomarsini, e dopo che con grave danno della Chiesa, e delle lettere furono soppressi i Gesuiti niuno ha più fatta menzione di quella sua opera, e l'editore Napoletano di Cicerone, che tanta diligenza adoperò per la sua edizione nè pure ha fatta parola di lui[335]. Egli aveva altresìdai Codici Fiorentini raccolto gran numero di varie lezioni per gli autori delle cose rustiche, e in molti luoghi aveva emendata l'edizion Gesneriana, e ciò che egli scrisse e radunò intorno a questa si conserva nella libreria del Collegio Romano[336]. E giacchè è caduta menzione degli autori delle cose rustiche mi viene in acconcio di parlar quì del Morgagni, e del Pontedera. Poco fece il primo in questa parte, ma quel poco è ottimo.Morgagni paucae nimis observationes ingenium suave atque eruditionem egregiam medici peritissimi totae spirare mihi visae suntdice lo Schneider accuratissimo editore di questi scrittori[337]. Ma il Pontedera non solamente gl'illustrò bene, ma gl'illustrò anche molto. I precedenti editori Gesner, ed Ernesti erano stati verso lui alquanto ingiusti, e v'ha chi asserisce ancora essersi il primo non poco arricchito delle spoglie dell'Italiano Filologo[338]. Il che mal sofferendo l'amico suo Andrea Marano, e facendone con lui amichevole lagnanza il Pontedera si risolvette finalmente di apprestare un'edizion nuova di Catone, Varrone, e Columella. Fu allora che da lui pregato il Lagomarsini raccolse le varianti, delle quali ho fatto parola. La morte interruppe poi il suo disegno, ma non fu inutile ciò che egli aveva apparecchiato, perchè un dotto Padovano raccogliendo le suecarte inedite le stampò non sono ora molti anni[339].A questi succedano due medici illustrati dal principe de' moderni anatomici, cioè Celso, e Sammonico. Una bella edizione ne fece uscire dai celebri torchj Cominiani Giambattista Volpi ricca di due lettere sopra il primo, ed una sul secondo[340]del Morgagni, il quale però non cessò con ciò di lavorare intorno alle opere di quegli autori. Ma alcuni anni dopo le sue lettere Celsiane aggiunsero al numero di otto, ed a due quelle intorno a Sammonico[341]. Molto fece quel grand'uomo in quest'opera per correggere ed emendare il testo, e v'impiegò tutta la sua dottrina medica, che era somma, e la sua cognizione nella lingua latina che era pure grandissima; ed in ciò l'ajutò ancora il latinissimo Facciolati, che gli somministrò quindici belle osservazioni da lui ivi inserite. Restò però molto a farsi, ed altri medici chiarissimi si affaticarono intorno a Celso. Leonardo Targadotto medico Veronese, e pieno della più bella letteratura[342]intraprese il viaggio di Firenze e di Roma per consultar codici, e col soccorso di questi ne dette un'ottima edizione in Veronanel 1769.[343]Anche Lodovico Bianconi ebbe in animo di far lo stesso, e ve l'ebbe lungo tempo, perchè molto amava Celso, e frutto del suo amore furono le auree sue lettere dirette al Tiraboschi. Collazionò molti codici Romani, Parigini, Modenesi, Milanesi, Bavaresi, e mandò da Dresda a Firenze un suo Segretario per collazionarne altri. Qual fosse l'esito delle sue carte, e come all'impresa medesima si accingessero il Lupacchini medico dell'Aquila e il Mariotti di Perugia si può vedere nelle citate lettere p. 262. 263.Difficil cosa era il dare una buona edizione di questo scrittore, perchè richiedeva pazienza molta, e molta cognizione di medicina. Ma più difficile era il far lo stesso per Vitruvio, l'opera del quale con molti errori ci è stata tramandata per la negligenza ed ignoranza de' copisti, ed a correggerli si richiede profondità di dottrina nell'architettura. La possedeva il Poleni, che pensò di darne una nuova edizione, ma con danno grave della Repubblica delle lettere non l'eseguì. Qual sarebbe riuscita per le sue cure si può facilmente congetturare dalle sueExercitationes Vitruvianae Patavii1739. T. 2. in 4. e dal giudizio, che Apostolo Zeno ne dà. «Egli (il Poleni) dopo molti anni sta tutto ancora applicato nell'illustrare Vitruvio, sopra il quale ha fatte fatiche incredibili, collazionandone non solo tutte le edizioni, e le versioni, che ne abbiamo alle stampe, ma ancora molti antichi codici, che da varie parti gli sono stati inviati, e corredando l'opera sua di bellissime annotazioni: talchè sono persuaso, che la pubblicazione di quest'opera sarà per fare onore non solamente a lui, ma all'Italia, ed al secolo in cui viviamo»[344].Lo fece poi il Galiani ristampando il testo latino, che accompagnò con traduzione, note, e varianti[345]. Fece egli cosa utile molto, e lodevole; non tanto però che abbia tolta l'occasione di desiderare un'altra edizione più accuratata, e meglio illustrata. All'architettura appartiene ancora l'opera di Frontino su gli acquedotti di Roma, che il Poleni ristampò corredandola d'un egregio comento, che niente lascia a bramare[346].Gratissimo dono fece al pubblico l'Abate Giovenazzi d'un frammento medito di Tito Livio, che ha il solo difetto d'esser troppo breve: ed egli lo ha reso ancor più prezioso accompagnandolo con eruditissime annotazioni[347]. Alla scoperta di così insigne monumento paragonar si potrebbe in qualche modo, benchè molto inferiore di pregio, la nuova edizione di Sesto Rufo, e di Publio Vittore deregionibus urbis, che il Gori nel Tomo quinto delle sue simbole Fiorentine promise, in cui il testo non solamente esser doveva emendato, e corredato di note, ma ancora accresciuto. Egli però non eseguì la sua promessa, e difficilmente miposso persuadere, che gli accrescimenti dovessero esser molto considerabili. Chiuderà il novero degli scrittori di prosa lo storico Sallustio. Molto egli deve a Gaetano Volpi, che una nitidissima edizione dette delle sue opere dopo averle con diligenza collazionate con ottimi codici, e le illustrò con eccellenti annotazioni[348].Non parlerò quì delledisquisitiones Plinianaedel Conte della Torre di Rezzonico, le quali appartengono piuttosto alla storia letteraria, che al mio argomento. Nè dirò pure d'alcune edizioni d'autori classici accompagnate dalla traduzione Italiana, che mi tornerà in acconcio di ricordare, ove de' traduttori terrò discorso. A parlar de' poeti mi condurrà naturalmente l'Apocolocyntosidi Seneca, mordace Satira mista di prosa, e di versi. Il Guasco ristampandola la corredò di molte e belle annotazioni, e di parecchi pregevoli monumenti[349], con che quell'operetta, che dopo le cure de' precedenti editori era tuttavia alquanto oscura, è adesso chiara abbastanza. Un piccolo saggio, ma lodevole diede ancora il Vannetti del suo valore nell'illustrazione degli antichi scrittori, comentando una scena di Terenzio[350]. Ma passiamo a cose maggiori. Non molta fatica fu impiegata intorno a Virgilio. Le opere sue di propria mano trascritte da Turcio Rufo Aproniano, che fu console il 494. giunsero fino a noi non offese dal tempo, equel codice prezioso si conserva nella Laurenziana. Il Foggini lo pubblicò nel 1741. pe' torchj del Manni con ottimo divisamento, ed è questa edizione per la singolare antichità del manoscritto la migliore illustrazione, che si potesse desiderare. Orazio ebbe nell'Abate Francesco Dorighelli un buono interpetre, che da' precedenti comentatori scegliendo il meglio, ed aggiungendo le sue spiegazioni ha dato prova non mediocre di giusto criterio e di erudizione[351]. Forse alcuno potrebbe accusarlo di soverchia parsimonia nelle note, ma dove tanti editori sono in ciò copiosi eccessivamente merita scusa quello, che per evitare tale difetto inclina alquanto al difetto opposto. Fra gl'illustratori d'Orazio si dee collocare il Signor Cesarotti per leOsservazioniche si leggono nel tomo trentesimo delle sue opere. Riguardano queste due oggetti diversi. Alcune sono filologiche ed hanno in mira di spiegare alcuni luoghi, che desiderano qualche dilucidazione, altre sono critiche, ed indicano le maggiori bellezze, o riprendono i difetti, ne' quali a suo giudizio è caduto il principe de' lirici Latini. Molti forse non vorranno adottare certe sue spiegazioni, come nel principio della prima ode, dove propone con una nuova punteggiatura una nuova spiegazione. E basti questo cenno solo per brevità, giacchè l'opera è nelle mani di tutti. Che dirò poi delle critiche? Nel primo libro l'ode 13. (secondo altri 12.)Quem virumec.non è che un accozzamento d'elogi che vanno a terminare in Augusto senza proporzione, disegno ed economia, ed in essal'auritas quercus è un espressione assai ardita, e che a' tempi nostri si direbbe non a torto secentistica.Nella 16. (ovvero 15.) al v. 3.in vece che Nereo incatenasse i venti a loro dispetto non sarebbestato meglio l'immaginar che i venti s'arrestassero da se? Così feci nella mia traduzione.La chiusa poi èlanguida, e il Signor Cesarotti con ammirabile ingenuità ci assicura, che egli ha fatto assai meglio traducendo,Per te fellon fia cenere, come ho accennato di sopra. La 21. (oppure 20.)è un biglietto che non vale la pena d'esser posto in versi. La 24. e la 27.sono cose da nulla, la39.è una vera inezia. Nel lib. 3. l'ode 4.così vantataa luipare una fanfaronata poetica piena di luoghi comuni nella quale si è incastrato un episodio mitologico senza appicco, e che in fondo ha più di borra, che d'interesse o di sostanza. La 9.alzata alle stelle generalmentea lui pareuna puerilità priva di naturalezza, di interesse, e di grazia. Anche, nella lingua Latina egli vuole che abbia peccato Orazio ora usando qualche espressione, che sentedel comico, comeuxorius amnisLib. 1. od. 2. la quale però egli avrà creduta poetica[352], ora adoperando altre espressioni non adattate, come nella 14. (ovvero 13.) al v. 8.lentis penitus macerer ignibus, dove il critico c'insegna chelentusvuol dire arrendevole, ed Orazio forse avrà creduto che avesse ancora altri significati, e fra gli altri quello didiuturnoe per ciò non male esprimesse la qualità d'un fuoco, che lentamente lo tormentava; e in questa opinione sarà stato anche Tibullo, quando disselento torquet amoreLib. 1. El. 4. v. 81. Su queste ed altre simili critiche non farò veruna riflessione, poichè qualunque leggitore saprà farlada se, e senza più parlerò d'un'altro illustratore d'Orazio assai diverso, cioè del Cavaliere Clementino Vannetti. Egli nelle sue osservazioni sopra questo poeta[353]parlando di più, e diverse traduzioni delle sue opere, nel volgarizzamento d'una epistola, nelle lettere sopra il Sermone Oraziano imitato dagl'Italiani e sulle poesie didascaliche di lui ingiustamente condannate dallo Scaligero, nella descrizione della sua Villa, e nel giudizio sopra l'Orazio Bodoniano si può chiamare un perpetuo comentatore; ma un comentatore molto giudizioso ugualmente se ne spiega i concetti, o se ne accenna le bellezze.Un ampio comentatore hanno avuto nel Volpi Catullo, Tibullo, e Properzio[354]. Egli considera il testo e lo emenda come giudica opportuno, non però con quella insaziabile avidità di mutar sempre per cui certi editori hanno guastate, e guastano le opere de' classici; spiega ingegnosamente i luoghi alquanto oscuri, e sparge a larga mano gran copia di erudizione forse soverchia, raccogliendo i luoghi simili d'altri autori, il che non è senza utilità per l'imitazione ove si faccia parcamente. Parecchi anni prima aveva egli data un'altra edizione degli autori medesimi pregevole anch'essa, e forse più comoda, perchè ivi le note sono più brevi, e perciò meno ricche d'erudizione[355]. Anche Gio. Francesco Corradini dell'Aglio dette un'edizione di Catullo con diffuso comento, che non ha ottenuto molto plauso[356].Mordace l'abbiam veduto nel suo Lessico contro il Facciolati, e tale è pure in quest'opera contro tutti gl'interpetri che lo precedettero, e contro il Volpi massimamente. Raro è che approvi le spiegazioni e l'emendazioni altrui, e vuol che si seguano le lezioni di certo suo codice, il quale a dir vero ne ha alcune assai buone, non però quante egli vorrebbe. Lodata è l'edizione delle favole di Fedro; che con buone annotazioni, e buona traduzione dette il Padre Trombelli, ripetuta poi molte volte per soddisfare al desiderio comune[357]. Un altro poeta, alquanto più recente di questi, cioè Rutilio Numaziano si dovea pubblicare dal Gori colle illustrazioni di Giovanni Targioni[358]ma l'edizione non si è poi eseguita. Nè pure si sono stampati mai i comenti dal P. Alessandro Politi delle Scuole Pie preparati a Lucrezio, Catullo, Marziale, ed altri poeti Latini, di cui ho fatto parola in altro luogo.Ho detto di sopra, che tra i papiri d'Ercolano se n'è trovato uno solo Latino, e questo non ci presenta che poche linee. È un poema anonimo sulla guerra d'Alessandria, che terminò colla battaglia d'Azio e colla morte di Cleopatra. I pochi versi, che si sono potuti leggere, sono stampati a Napoli, ma non sono ancora là renduti pubblici. Il Sig. Morgenstern però avendone ottenuto un esemplare lo ha indirizzato all'Accademia di Gottinga con un suo commentario,e M. Millin lo ha ristampato nelMagasin Encyclopédique Ianv.1812. Noi dobbiamo render grazie all'editore Tedesco d'aver procurato di spiegare alquanto questi laceri avanzi dell'antichità; ma la sua industriosa fatica non appartiene al mio argomento. I versi latini però dell'anonimo autore di niuna utilità possono esser fuorchè per la paleografia, giacchè nell'edizione Napoletana si vedrà la forma degli antichi caratteri, i quali (come si dice) vi sono esattamente delineati.De' Padri delle Chiesa, e d'alcuni altri scrittori ecclesiastici Latini si sono altresì fatte edizioni di gran pregio. Perchè lasciando stare certe Venete ristampe, che solamente ripetono ciò che prima si aveva, v'ha il S. Leone Magno del P. Cacciari[359]e dei Ballerini[360], S. Girolamo del Vallarsi[361], Venanzio Fortunato del Cardinal Luchi[362], Lattanzio del P. Eduardo Franceschini[363], Sulpizio Severo del P. Girolamo da Prato[364], le Complessioni di Cassiodoro del Marchese Maffei[365], S. Zenone de' Fratelli Ballerini[366], Lucifero di Cagliari de' fratelli Coleti[367], S. Gaudenzio del Gagliardi[368], Rufino del P. Cacciari[369], e del Vallarsi[370],S. Paulino del Mandrisi[371], S. Pier Grisologo del P. Paoli[372], S. Massimo del P. Bruni[373], e Cresconio del Foggini[374].

Usciamo finalmente dalle noje Grammaticali, e passando a cose alquanto maggiori vediamo qual vantaggio abbian recato gl'Italiani alla lingua latina procurando nuove edizioni de' classici scrittori. Quella di molti Poeti fatta dall'Argelati in Milano, ed accompagnata da versione Italiana, la quale chiamerò prima collezione Milanese, e la collezione di tutti gli stessi poeti pubblicata in Pesaro niuna illustrazione presentano, e perciò non debbono aver quì luogo. Celebri sono le edizioni Cominiane; ma debbono la celebrità loro alla nitidezza della stampa, ed alla correzione, non a nuovi comenti; se poche se ne eccettuino delle quali parlerò fra poco. Anche il Loschi co' torchj del Bettinelli stampò nitidamente gran parte de' classici latini con poche annotazioni, le quali però non sono quasi altro che un succinto compendio di quelle de' precedenti comentatori. Parecchi Poeti latini con versione Italiana furono pubblicati dai Monaci di S. Ambrogio di Milano poco innanzi alla fine del secolo, e questa edizione sarà da me chiamata seconda collezioneMilanese. In essa i chiarissimi editori accompagnarono il testo d'alcuni autori con pregevoli annotazioni di sobria, ma utile erudizione, e di giudiziosa critica. Lasciando però queste grandi Collezioni parlerò piuttosto dei particolari scrittori, e di Cicerone prima d'ogni altro. Le opere di questo grande Oratore, e Filosofo prese a pubblicare lo stampator Porcelli di Napoli, ed è da dolersi, che la sua ottima edizione non sia compiuta[329]. Quanto v'ha di meglio nelle edizione del Manuzio, del Grevio, del Vesburgio, del Davis, del Pearce, e in una parola di tutti gli editor precedenti, con parecchie altre collezioni inedite si trova quì raccolto. Sono alcuni, ai quali dispiacciono quei lunghi commenti, che nell'edizione de' Classici usurpano la maggior parte d'ogni facciata, concedendo appena poche linee al testo. Questi forse si dorranno dell'editore Napoletano, che è stato copiosissimo nel raccogliere annotazioni. Ma quì la copia non è inutile, anzi è giudiziosa molto, e mal si apporrebbe chi volesse fargli per ciò querela. De' commentatori, che quì si vedono, io debbo nominar quelli soltanto, che sono Italiani, e vissero nel secolo decimottavo. In primo luogo vuol essere ricordato Gasparo Garatoni, che parecchie egregie note somministrò, ora interpetrando alcuni luoghi più oscuri, ed ora presentando nuove varianti utilissime. Il secondo è Marc'Antonio Ferrati, che nelle sue Latine epistole[330]non poco giovò all'intelligenza del testo, ma non fu sollecito di consultar manoscritti per emendarlo. Jacopo Facciolati è il terzo, che le due orazionipro P. Quintio e pro Sex. Roscio Amerinopubblicò in Padova,[331]e poi in Venezia i libride officiise quello di Quinto Cicerone depetizione consulatus[332], corredando queste opere d'ottime sue note, che nell'impressione del Porcelli si vedono almeno in parte ristampate. Molto più di questi, e più d'ogni altro illustratore di Cicerone faticò intorno alle opere sue il Gesuita Lagomarsini. Egli impiegò ben trent'anni a collazionare trecento codici, e trarne le varianti, che in ventisei volumi trascrisse[333]. Ma sventuratamente il frutto di tanta fatica è forse perduto.[334]Certo è almeno, che dopo la morte del Lagomarsini, e dopo che con grave danno della Chiesa, e delle lettere furono soppressi i Gesuiti niuno ha più fatta menzione di quella sua opera, e l'editore Napoletano di Cicerone, che tanta diligenza adoperò per la sua edizione nè pure ha fatta parola di lui[335]. Egli aveva altresìdai Codici Fiorentini raccolto gran numero di varie lezioni per gli autori delle cose rustiche, e in molti luoghi aveva emendata l'edizion Gesneriana, e ciò che egli scrisse e radunò intorno a questa si conserva nella libreria del Collegio Romano[336]. E giacchè è caduta menzione degli autori delle cose rustiche mi viene in acconcio di parlar quì del Morgagni, e del Pontedera. Poco fece il primo in questa parte, ma quel poco è ottimo.Morgagni paucae nimis observationes ingenium suave atque eruditionem egregiam medici peritissimi totae spirare mihi visae suntdice lo Schneider accuratissimo editore di questi scrittori[337]. Ma il Pontedera non solamente gl'illustrò bene, ma gl'illustrò anche molto. I precedenti editori Gesner, ed Ernesti erano stati verso lui alquanto ingiusti, e v'ha chi asserisce ancora essersi il primo non poco arricchito delle spoglie dell'Italiano Filologo[338]. Il che mal sofferendo l'amico suo Andrea Marano, e facendone con lui amichevole lagnanza il Pontedera si risolvette finalmente di apprestare un'edizion nuova di Catone, Varrone, e Columella. Fu allora che da lui pregato il Lagomarsini raccolse le varianti, delle quali ho fatto parola. La morte interruppe poi il suo disegno, ma non fu inutile ciò che egli aveva apparecchiato, perchè un dotto Padovano raccogliendo le suecarte inedite le stampò non sono ora molti anni[339].

A questi succedano due medici illustrati dal principe de' moderni anatomici, cioè Celso, e Sammonico. Una bella edizione ne fece uscire dai celebri torchj Cominiani Giambattista Volpi ricca di due lettere sopra il primo, ed una sul secondo[340]del Morgagni, il quale però non cessò con ciò di lavorare intorno alle opere di quegli autori. Ma alcuni anni dopo le sue lettere Celsiane aggiunsero al numero di otto, ed a due quelle intorno a Sammonico[341]. Molto fece quel grand'uomo in quest'opera per correggere ed emendare il testo, e v'impiegò tutta la sua dottrina medica, che era somma, e la sua cognizione nella lingua latina che era pure grandissima; ed in ciò l'ajutò ancora il latinissimo Facciolati, che gli somministrò quindici belle osservazioni da lui ivi inserite. Restò però molto a farsi, ed altri medici chiarissimi si affaticarono intorno a Celso. Leonardo Targadotto medico Veronese, e pieno della più bella letteratura[342]intraprese il viaggio di Firenze e di Roma per consultar codici, e col soccorso di questi ne dette un'ottima edizione in Veronanel 1769.[343]Anche Lodovico Bianconi ebbe in animo di far lo stesso, e ve l'ebbe lungo tempo, perchè molto amava Celso, e frutto del suo amore furono le auree sue lettere dirette al Tiraboschi. Collazionò molti codici Romani, Parigini, Modenesi, Milanesi, Bavaresi, e mandò da Dresda a Firenze un suo Segretario per collazionarne altri. Qual fosse l'esito delle sue carte, e come all'impresa medesima si accingessero il Lupacchini medico dell'Aquila e il Mariotti di Perugia si può vedere nelle citate lettere p. 262. 263.

Difficil cosa era il dare una buona edizione di questo scrittore, perchè richiedeva pazienza molta, e molta cognizione di medicina. Ma più difficile era il far lo stesso per Vitruvio, l'opera del quale con molti errori ci è stata tramandata per la negligenza ed ignoranza de' copisti, ed a correggerli si richiede profondità di dottrina nell'architettura. La possedeva il Poleni, che pensò di darne una nuova edizione, ma con danno grave della Repubblica delle lettere non l'eseguì. Qual sarebbe riuscita per le sue cure si può facilmente congetturare dalle sueExercitationes Vitruvianae Patavii1739. T. 2. in 4. e dal giudizio, che Apostolo Zeno ne dà. «Egli (il Poleni) dopo molti anni sta tutto ancora applicato nell'illustrare Vitruvio, sopra il quale ha fatte fatiche incredibili, collazionandone non solo tutte le edizioni, e le versioni, che ne abbiamo alle stampe, ma ancora molti antichi codici, che da varie parti gli sono stati inviati, e corredando l'opera sua di bellissime annotazioni: talchè sono persuaso, che la pubblicazione di quest'opera sarà per fare onore non solamente a lui, ma all'Italia, ed al secolo in cui viviamo»[344].Lo fece poi il Galiani ristampando il testo latino, che accompagnò con traduzione, note, e varianti[345]. Fece egli cosa utile molto, e lodevole; non tanto però che abbia tolta l'occasione di desiderare un'altra edizione più accuratata, e meglio illustrata. All'architettura appartiene ancora l'opera di Frontino su gli acquedotti di Roma, che il Poleni ristampò corredandola d'un egregio comento, che niente lascia a bramare[346].

Gratissimo dono fece al pubblico l'Abate Giovenazzi d'un frammento medito di Tito Livio, che ha il solo difetto d'esser troppo breve: ed egli lo ha reso ancor più prezioso accompagnandolo con eruditissime annotazioni[347]. Alla scoperta di così insigne monumento paragonar si potrebbe in qualche modo, benchè molto inferiore di pregio, la nuova edizione di Sesto Rufo, e di Publio Vittore deregionibus urbis, che il Gori nel Tomo quinto delle sue simbole Fiorentine promise, in cui il testo non solamente esser doveva emendato, e corredato di note, ma ancora accresciuto. Egli però non eseguì la sua promessa, e difficilmente miposso persuadere, che gli accrescimenti dovessero esser molto considerabili. Chiuderà il novero degli scrittori di prosa lo storico Sallustio. Molto egli deve a Gaetano Volpi, che una nitidissima edizione dette delle sue opere dopo averle con diligenza collazionate con ottimi codici, e le illustrò con eccellenti annotazioni[348].

Non parlerò quì delledisquisitiones Plinianaedel Conte della Torre di Rezzonico, le quali appartengono piuttosto alla storia letteraria, che al mio argomento. Nè dirò pure d'alcune edizioni d'autori classici accompagnate dalla traduzione Italiana, che mi tornerà in acconcio di ricordare, ove de' traduttori terrò discorso. A parlar de' poeti mi condurrà naturalmente l'Apocolocyntosidi Seneca, mordace Satira mista di prosa, e di versi. Il Guasco ristampandola la corredò di molte e belle annotazioni, e di parecchi pregevoli monumenti[349], con che quell'operetta, che dopo le cure de' precedenti editori era tuttavia alquanto oscura, è adesso chiara abbastanza. Un piccolo saggio, ma lodevole diede ancora il Vannetti del suo valore nell'illustrazione degli antichi scrittori, comentando una scena di Terenzio[350]. Ma passiamo a cose maggiori. Non molta fatica fu impiegata intorno a Virgilio. Le opere sue di propria mano trascritte da Turcio Rufo Aproniano, che fu console il 494. giunsero fino a noi non offese dal tempo, equel codice prezioso si conserva nella Laurenziana. Il Foggini lo pubblicò nel 1741. pe' torchj del Manni con ottimo divisamento, ed è questa edizione per la singolare antichità del manoscritto la migliore illustrazione, che si potesse desiderare. Orazio ebbe nell'Abate Francesco Dorighelli un buono interpetre, che da' precedenti comentatori scegliendo il meglio, ed aggiungendo le sue spiegazioni ha dato prova non mediocre di giusto criterio e di erudizione[351]. Forse alcuno potrebbe accusarlo di soverchia parsimonia nelle note, ma dove tanti editori sono in ciò copiosi eccessivamente merita scusa quello, che per evitare tale difetto inclina alquanto al difetto opposto. Fra gl'illustratori d'Orazio si dee collocare il Signor Cesarotti per leOsservazioniche si leggono nel tomo trentesimo delle sue opere. Riguardano queste due oggetti diversi. Alcune sono filologiche ed hanno in mira di spiegare alcuni luoghi, che desiderano qualche dilucidazione, altre sono critiche, ed indicano le maggiori bellezze, o riprendono i difetti, ne' quali a suo giudizio è caduto il principe de' lirici Latini. Molti forse non vorranno adottare certe sue spiegazioni, come nel principio della prima ode, dove propone con una nuova punteggiatura una nuova spiegazione. E basti questo cenno solo per brevità, giacchè l'opera è nelle mani di tutti. Che dirò poi delle critiche? Nel primo libro l'ode 13. (secondo altri 12.)Quem virumec.non è che un accozzamento d'elogi che vanno a terminare in Augusto senza proporzione, disegno ed economia, ed in essal'auritas quercus è un espressione assai ardita, e che a' tempi nostri si direbbe non a torto secentistica.Nella 16. (ovvero 15.) al v. 3.in vece che Nereo incatenasse i venti a loro dispetto non sarebbestato meglio l'immaginar che i venti s'arrestassero da se? Così feci nella mia traduzione.La chiusa poi èlanguida, e il Signor Cesarotti con ammirabile ingenuità ci assicura, che egli ha fatto assai meglio traducendo,Per te fellon fia cenere, come ho accennato di sopra. La 21. (oppure 20.)è un biglietto che non vale la pena d'esser posto in versi. La 24. e la 27.sono cose da nulla, la39.è una vera inezia. Nel lib. 3. l'ode 4.così vantataa luipare una fanfaronata poetica piena di luoghi comuni nella quale si è incastrato un episodio mitologico senza appicco, e che in fondo ha più di borra, che d'interesse o di sostanza. La 9.alzata alle stelle generalmentea lui pareuna puerilità priva di naturalezza, di interesse, e di grazia. Anche, nella lingua Latina egli vuole che abbia peccato Orazio ora usando qualche espressione, che sentedel comico, comeuxorius amnisLib. 1. od. 2. la quale però egli avrà creduta poetica[352], ora adoperando altre espressioni non adattate, come nella 14. (ovvero 13.) al v. 8.lentis penitus macerer ignibus, dove il critico c'insegna chelentusvuol dire arrendevole, ed Orazio forse avrà creduto che avesse ancora altri significati, e fra gli altri quello didiuturnoe per ciò non male esprimesse la qualità d'un fuoco, che lentamente lo tormentava; e in questa opinione sarà stato anche Tibullo, quando disselento torquet amoreLib. 1. El. 4. v. 81. Su queste ed altre simili critiche non farò veruna riflessione, poichè qualunque leggitore saprà farlada se, e senza più parlerò d'un'altro illustratore d'Orazio assai diverso, cioè del Cavaliere Clementino Vannetti. Egli nelle sue osservazioni sopra questo poeta[353]parlando di più, e diverse traduzioni delle sue opere, nel volgarizzamento d'una epistola, nelle lettere sopra il Sermone Oraziano imitato dagl'Italiani e sulle poesie didascaliche di lui ingiustamente condannate dallo Scaligero, nella descrizione della sua Villa, e nel giudizio sopra l'Orazio Bodoniano si può chiamare un perpetuo comentatore; ma un comentatore molto giudizioso ugualmente se ne spiega i concetti, o se ne accenna le bellezze.

Un ampio comentatore hanno avuto nel Volpi Catullo, Tibullo, e Properzio[354]. Egli considera il testo e lo emenda come giudica opportuno, non però con quella insaziabile avidità di mutar sempre per cui certi editori hanno guastate, e guastano le opere de' classici; spiega ingegnosamente i luoghi alquanto oscuri, e sparge a larga mano gran copia di erudizione forse soverchia, raccogliendo i luoghi simili d'altri autori, il che non è senza utilità per l'imitazione ove si faccia parcamente. Parecchi anni prima aveva egli data un'altra edizione degli autori medesimi pregevole anch'essa, e forse più comoda, perchè ivi le note sono più brevi, e perciò meno ricche d'erudizione[355]. Anche Gio. Francesco Corradini dell'Aglio dette un'edizione di Catullo con diffuso comento, che non ha ottenuto molto plauso[356].Mordace l'abbiam veduto nel suo Lessico contro il Facciolati, e tale è pure in quest'opera contro tutti gl'interpetri che lo precedettero, e contro il Volpi massimamente. Raro è che approvi le spiegazioni e l'emendazioni altrui, e vuol che si seguano le lezioni di certo suo codice, il quale a dir vero ne ha alcune assai buone, non però quante egli vorrebbe. Lodata è l'edizione delle favole di Fedro; che con buone annotazioni, e buona traduzione dette il Padre Trombelli, ripetuta poi molte volte per soddisfare al desiderio comune[357]. Un altro poeta, alquanto più recente di questi, cioè Rutilio Numaziano si dovea pubblicare dal Gori colle illustrazioni di Giovanni Targioni[358]ma l'edizione non si è poi eseguita. Nè pure si sono stampati mai i comenti dal P. Alessandro Politi delle Scuole Pie preparati a Lucrezio, Catullo, Marziale, ed altri poeti Latini, di cui ho fatto parola in altro luogo.

Ho detto di sopra, che tra i papiri d'Ercolano se n'è trovato uno solo Latino, e questo non ci presenta che poche linee. È un poema anonimo sulla guerra d'Alessandria, che terminò colla battaglia d'Azio e colla morte di Cleopatra. I pochi versi, che si sono potuti leggere, sono stampati a Napoli, ma non sono ancora là renduti pubblici. Il Sig. Morgenstern però avendone ottenuto un esemplare lo ha indirizzato all'Accademia di Gottinga con un suo commentario,e M. Millin lo ha ristampato nelMagasin Encyclopédique Ianv.1812. Noi dobbiamo render grazie all'editore Tedesco d'aver procurato di spiegare alquanto questi laceri avanzi dell'antichità; ma la sua industriosa fatica non appartiene al mio argomento. I versi latini però dell'anonimo autore di niuna utilità possono esser fuorchè per la paleografia, giacchè nell'edizione Napoletana si vedrà la forma degli antichi caratteri, i quali (come si dice) vi sono esattamente delineati.

De' Padri delle Chiesa, e d'alcuni altri scrittori ecclesiastici Latini si sono altresì fatte edizioni di gran pregio. Perchè lasciando stare certe Venete ristampe, che solamente ripetono ciò che prima si aveva, v'ha il S. Leone Magno del P. Cacciari[359]e dei Ballerini[360], S. Girolamo del Vallarsi[361], Venanzio Fortunato del Cardinal Luchi[362], Lattanzio del P. Eduardo Franceschini[363], Sulpizio Severo del P. Girolamo da Prato[364], le Complessioni di Cassiodoro del Marchese Maffei[365], S. Zenone de' Fratelli Ballerini[366], Lucifero di Cagliari de' fratelli Coleti[367], S. Gaudenzio del Gagliardi[368], Rufino del P. Cacciari[369], e del Vallarsi[370],S. Paulino del Mandrisi[371], S. Pier Grisologo del P. Paoli[372], S. Massimo del P. Bruni[373], e Cresconio del Foggini[374].


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