Traduzioni.CAPOXIV.

Traduzioni.CAPOXIV.Ma passiamo alle traduzioni, delle quali tal è la copia, che mi vedo costretto a tralasciarne molte. Cominciamo dai poeti, e fra questi da Plauto. Il Cavalier Lorenzo Guazzesi volgarizzò l'Aulularia, e l'Ab. Angelo Teodoro Villa il Curculione ambedue egregiamente. Il P. Brunamonti, il P. Carmeli, e l'Ab. Domenico Ferri ne tradussero alcune commedie con lode, ma il Napoletano Nicolò Eugenio Angelio diede la versione di tutte. Il signor Napoli Signorelli trova nell'Angelio una particolare accuratezza ed intelligenza de' due idiomi[375], nè in ciò lo contradirò. Credo però che meritino maggior lode il Guazzesi, il Villa, e gli altri testè nominati, ed approvo i Monaci Milanesi, che nel loro Plauto hanno poste le traduzioni di questi, e solamente per l'altre commedie hanno prese quelle dell'Angelio. Luisa Bergalli[376],Monsignor Forteguerri[377], e l'Ab. Francesco Bellaviti[378]volgarizzarono Terenzio. Il Forteguerri merita plauso, se si ha riguardo alla difficoltà di trasportare nella nostra lingua i sali, le grazie, e certi modi spiritosi e concisi de' Comici Latini: il che si deve osservare ancora riguardo ai traduttori di Plauto. Della Bergalli poi, e del Bellaviti non posso dar giudizio, perchè non mi è riuscito di vedere le loro traduzioni. Non minor difficoltà forse s'incontra nel trasportare il poema filosofico di Lucrezio: ciò non ostante con ammirabile felicità la superò Alessandro Marchetti, la versione del quale è celebre tanto, che non abbisogna delle mie lodi[379]. Commendando però l'opera del Marchetti io intendo dire, che belli sono i suoi versi, e che fedelmente ha espressi i sensi dell'Autore, ma biasimo solennemente i sentimenti d'irreligione e d'Epicureismo, che la Chiesa ha in lui condannati, e da' quali doveva la sua penna tenersi più lontana, come n'era lontano il suo cuore. Questo rimprovero ha meritato ancora, e l'ha meritato assai più l'Ab. Raffaele Pastore, la versione del quale non ho veduta[380].Quantunque grande sia la difficoltà, che si prova nel tradurre i poeti nominati fin quì, assai maggiore però a mio giudizio la presentano Virgilio, ed Orazio. Ciò non ostante, o che la stessa difficoltà dell'impresa abbia animato alcuni colla speranza di superarla, o che gli abbia allettati la familiarità,che tutti abbiamo fin dall'adolescenza con questi poeti, essi hanno avuto maggior numero di versioni che gli altri. La Buccolica ne ha avute tre, una in terza rima, unitivi dov'era opportuno altri metri, del Marchese Prospero Manara[381], la seconda del P. Ambrogi Gesuita[382], la terza del P. Soave[383]. Non dispiacerebbero quelle degli ultimi due, se non si fosse letta quella del primo. La traduzione del Manara è opera egregia; e credo quasi che se Virgilio avesse voluto esprimere in versi Italiani i suoi sentimenti non lo avrebbe potuto fare in altro modo. Maggior numero di volgarizzamenti vanta la Georgica. Sette ne sono a me noti in questo secolo. La prima è del Modenese Cantuti in versi sdruccioli, che basti d'aver nominati. Degli altri sei uno è in ottava rima del Conte Lorenzo Tornieri[384]e cinque in versi sciolti, cioè del P. Ambrogi[385], del P. Soave[386], di Lodovico Antonio Vincenzi[387], del Manara[388], e dell'Abate Clemente Bondi[389]. Il Tornieri è elegante, ma dalla tirannia della rima spesso è strascinato, anzi che tradurre, a dir cose, che in Virgilio non sono. Il P. Soave è di soverchio abondante di epiteti; l'Ambrogi, il Manara, e il Vincenzi sono fedeli, corretti nello stile, ma forse un poco troppo timidiseguaci dell'originale, e perciò appunto non aggiungono alla maestà Virgiliana; il Bondi non è fedele abbastanza, e anch'egli non si può sollevare fino alla maestà del poeta latino. Anche l'Eneide ha avuti i suoi volgarizzamenti per opera dell'Ambrogi, e del Bondi, de' quali credo, che dar si debba il giudizio medesimo, che ho dato poco fa delle loro Georgiche.Maggiore è ancora il numero de' traduttori d'Orazio. Parecchi ne sono a me noti, fra' quali due inediti, o al meno promessi. Lascio il Calabrese Ierocades, che è di tutti il più malvagio. Lascio il Genovese Caprio ed Ottavio dalla Riva[390], de' quali non ho veduto nè pure alcun saggio, onde far congettura del merito loro. Giuseppe de Necchi d'Aquila[391], e Gio. Pezzoli[392]hanno usato il verso sciolto, ed anche per ciò solo non saprei commendarli. Ma oltre a questo il Pezzoli scrivendo ad uso dalle scuole e quindi traducendo letteralmente non ha potuto conservare la forza dell'originale, e l'Aquila non ha saputo conservarla, quantunque non abbia nè pure il pregio della fedeltà. Lo stesso si dica di Girolamo del Buono, che ha la sua traduzione nella prima Raccolta Milanese. Questi volgarizzò ancora i sermoni e le Epistole, l'Egloghe e la Georgica di Virgilio, e i Fasti d'Ovidio, il che è rimasto inedito, come dice il Fantuzzi negli scrittori Bolognesi; nè è gran danno. Non molto migliore è il Savelli[393]per certa sua fiacchezza di stile, chetroppo è lontana dallo stile d'Orazio. Francesco Corsetti dopo aver plausibilmente tradotte le satire e le Pistole[394]volle tradurre anche le odi, che morendo lasciò imperfette. L'Abate Bertola le stampò poi e ne supplì più di trenta, che mancavano, senza avvertire quali sono aggiunte da lui[395], ed alcune, non però molte, ve ne ha di bellissime; ma la più parte non sono fedeli, e mancano di quella forza, e concisione, che tanto si ammira nell'originale. I miglior traduttori d'Orazio sono a mio giudizio il Pallavicini notissimo a tutti, l'Ab. Venini, che contrasta con lui, e molte volte lo vince, il Borgianelli, il Bramieri, il Cassola, ed il Cesari[396]. Ciascuno di questi volgarizzatori meritano molta lode, si sono adoperati d'accostarsi all'originale con ogni sforzo, e se non hanno potuto ottenere il loro intento non si debbe attribuire a difetto d'ingegno, ma alla qualità dello stile Oraziano, che non può essere uguagliato traducendo. Il Pallavicini, e il Borgianelli fra questi hanno tradotti anche i sermoni, meno però felicemente delle odi. Luigi Ceretti altresì, e il P. Soave[397]e il P. Pagnini[398]tradussero alcune odi, ed alcune pure il Balì Gregorio Redi,che sono fra le sue opere, ma non le ho vedute. Finalmente il Vannetti tradusse un'epistola, e due nuove versioni annunziò[399], cioè del signor Ab. Godard, e del signor Roberto Sanseverino: ma il Sanseverino non so se veramente abbia pubblicata l'opera sua, e l'Abate Godard non si è fino ad ora determinato di pubblicare la sua versione. Alcune però delle odi per lui volgarizzate ho sentite leggere nella Romana Arcadia dove ottennero molto plauso, e n'erano degne. Delle versioni della Poetica non fo parola, perchè non posso annoverare tutte le cose più minute, e solamente indicherò quella del Metastasio, non osando però darne giudizio, perchè a me non appartiene il giudicare ciò che ha scritto un uomo così grande[400].Catullo, Tibullo, e Properzio[401]sogliono unirsi nelle edizioni, nè io li separerò adesso ricordando la versione che ne fece il Sig. Agostino Peruzzi nelParnasso de' Poeti Classici d'ogni nazione trasportati in lingua Italiana. Noi dobbiamo commendarlo doppiamente, e per la sua traduzione, che è assai pregevole, e per la modestia, che non ha voluto offendere. Il chiarissimo signor Ab. Rubbi loda in luil'armonia del verso, la prontezza della rima, la nobiltà dello stile negli argomenti sublimi, e la morbidezzanegli amatorj, ed io confermo le sue lodi. Non può piacermi però l'uso de' metri lirici nel volgarizzamento delle elegie. Oltre a ciò mi pare di scorgere talvolta nella sua opera qualche indizio di soverchia fretta, per cui alcuni tratti sono meno felici del rimanente. Ne recherò due soli esempi. In Catullo egli usa l'espressioneamare alla follia[402], la quale dubito che non sia Italiana: e in Properzio trovo questi versi.Sul sasso assisa a piangereS'udia sue piaghe nuoveDa far pietate a Giove[403].Il testo dice,Vulnera vicino non patienda Jovi, il che significa l'opposto. L'amorosa ferita della Vestale Tarpea, che amava Tazio nemico di Roma, ed era in procinto di tradir la patria, non poteva eccitar pietà, ma collera in Giove. Più felice nella scelta del metro fu Francesco Corsetti, ed inclinerei ancora a giudicarlo più felice nell'eleganza, e nell'esattezza; ma poche Elegie di Tibullo e Properzio, e quella d'Albinovano abbiamo da lui con altre cose, che non appartengono a questo luogo[404]. Di Ovidio son molti i traduttori; io però per non tesser quì un lungo, e nojoso catalogo di nomi, mi contenterò di ricordar solamente quelli che per la celebrità loro e pel merito delle loro versioni debbono essere preferiti; cioè Girolamo Pompei per l'Eroidi, Giov. Batista Bianchi pe' Fasti per le Tristezze e per le Pistole scritte dal Ponto, un Anonimo, che si nasconde salto il nomeArcadico d'Eschilo Acanzio pe' Rimedj d'amore, l'Ab. Pellegrino Salandri per l'Invettive contro Ibi, pe' Lisci, e per la Pescagione, e l'Abate Angelo Teodoro Villa per la consolazione a Livia, e per la Noce, oltre alle tre lettere d'Aulo Sabino[405].Coetaneo d'Ovidio fu Fedro liberto d'Augusto, e il P. Trombelli interruppe i gravi suoi studj per tradurne lodevolmente e illustrarne con buone annotazioni le favole[406], siccome ho detto, alle quali fece precedere quelle d'Avieno e di Gabria[407]. Ma parlando di questi poeti siamo già passati ad un'età meno felice per la lingua Latina. Ciò non ostante non furono trascurati ancora gli scrittori di questi tempi e de' seguenti. Lucano fu volgarizzato dal P. Gabriele M. Meloncelli Barnabita in ottava rima[408], e dal Signor Cassoli in versi sciolti nella seconda Raccolta Milanese. Più assai del primo è lodevole il secondo. Egli è buon poeta, e se considerar si potesse l'opera sua separatamente dall'originale meriterebbe plauso. Difficile impresa è il tradurre Lucano, perchè se si vuole esser fedele si arrischia di ritrarre nel nostro volgare i suoi difetti, e se questi si vogliono evitare si arrischiadi trascurare alcune bellezze, che in lui sono grandissime, e talvolta sono di tal natura, che difficilmente si trasportano in altra lingua. Dubito che il signor Cassola abbia urtato nel secondo scoglio. Vediamo il principio della sua versione.La civil di Farsaglia orrida guerraE il fren lentato ai rei delitti io canto,E un popol forte, che la man vittriceArmò contro se stesso, e sciolti i nodiD'ogni amistà le consanguinee schiereCon l'intere del mondo armate forzeGareggianti alla pubblica rovinaE tutte contro lor rivolte a zuffaL'Aquile, i dardi, e le Romane insegne.Non aggiungo quì il testo Latino perchè è nelle mani di tutti. Ora io non trovo nella versione ilplusquam civilia, delle quali parole Floro Lib. 4. Cap. 2. fa quasi il comento, come osservò già il Gronovio.Il fren lentato ai rei delittidice molto meno chejusque datum sceleri. Tralascio per brevità le osservazioni, che gli altri versi domandano, e solamente aggiungo che poco dopo questi versi il traduttore si dee riprendere ancora per un fallo assai maggiore, dove egli dice l'opposto del testo. In Lucano Lib. 2. v. 20. leggiamo,Gens si qua jacet nascenti conscia Nilo, e il traduttore,Se v'ha gente sulla foce del Niloin vece di direalla fonte, o alle fonti[409].Alle versioni di Lucano succedano quelle assai commendabili dell'Argonautica di Valerio Flacco fatte da un'anonimo nello seconda Raccolta Milanese, e da Marc'Antonio Pindemonte[410], e poila Tebaide di Selvaggio Porpora, cioè del Cardinale Bentivoglio[411]. Questa è celebre tanto, che non abbisogna delle mie lodi. Non debbo però tacere l'autorevol giudizio d'Apostolo Zeno, che nelle annotazioni alla Biblioteca del Fontanini dice: nelvolgarizzamento del Cardinal Bentivoglio Stazio è sempre Stazio, con altro abito, ma col medesimo aspetto sublime senza gonfiezza, grande senza sproporzione, soave senza mollezzaec. Anche l'Achilleide e le selve del Poeta medesimo ebbero i lor traduttori, la prima in Orazio Bianchi, e le seconde nell'Abate Biacca non affatto spregevoli, ma non paragonabili col traduttore della Tebaide. L'ebbero il Tragico Seneca in Benedetto Pasqualigo[412], Calpurnio, e Nemesiano in Tommaso Giuseppe Farsetti[413]e Claudiano in Nicola Beregani[414]. Fra i poeti di questa età, che hanno avuto in sorte ottimi volgarizzamenti debbono porsi Giovenale, e Persio. Tali non li chiamo per la versione ed illustrazione, che di molte satire del primo ha fatte il celebre Cesarotti, e pel saggio d'altra versione d'un'anonimo, che il chiarissimo signor Ab. Rubbi ha dato nel suo Parnasso de' Classici volgarizzati, perchè queste appartengono al secol presente; ma bensì per quella del Silvestri[415]. D'ambedue questi Satirici fece egli una parafrasi, piuttosto che una traduzione, in modo però che il sentimento è accuratamente presentato nel nostro volgare. E siccome egli era dotto antiquario, la sua parafrasi è accompagnata daun comentario erudito, in cui illustrandosi il testo molte cose spettanti all'antichità si espongono copiosamente. Due altri volgarizzamenti ebbe Persio. Il primo è il Salvini[416], di cui ho già indicato abbastanza il modo di tradurre: l'altro è il Soranzo, la versione del quale non ho veduta. Ma basti ormai de' Poeti; giacchè credo inutile il diffondermi ricordando le minori lor produzioni.Primo fra gli scrittori di prosa esser dee Cicerone, e prima fra le sue opere sia quella, in cui mostrando quale esser debbe il perfetto oratore mostrò qual era egli stesso. Il P. Cantova Gesuita poteva aver luogo onorato fra gli editori, come ora glielo do fra i volgarizzatori. A lui dobbiamo i tre libri dell'Oratore di belle note arricchiti, e d'una egregia versione[417]. Le note in parte sono scelte da quelle dei miglior commentatori, in parte sono sue; e sì l'une che l'altre sono giudiziose, ed utili all'intelligenza. La versione è fedele senza esser servile, elegante, e scritta con purità di lingua. Il P. Cantova volgarizzò ancora dodici orazioni di Cicerone, che mi duole di non aver vedute. Di queste tre altri traduttori sono a me noti, cioè il Bordoni[418], il P. Alessandro Bandiera[419]de' Servi di Maria, e il P. Leonardo Giannelli de' Chierici Regolari della Madre di Dio[420]. Non esaminerò quì la faticaprimo, perchè i pregi degli altri due tutto a se richiamano il mio discorso. Anche il Giannelli poteva essere da me annoverato fra gli editori per ogni maniera di copiose illustrazioni rettoriche, critiche, ed erudite, colle quali accompagna l'opera sua. Egli poi traducendo esprime i sentimenti dell'originale con maggior precisione che il Bandiera non fa, abbondando ancora di parole ove ha giudicato, che la maggior copia di queste giovar potesse al suo intento: ed il Bandiera è stato forse più sollecito del Giannelli di rappresentare nel suo volgare la dignità, l'armonia, e l'eleganza di Cicerone. Nè bastò al P. Bandiera di darci tutte le orazioni nella nostra Lingua, ma volgarizzò ancora l'epistole familiari[421]l'epistole al fratello Quinto[422], i tre libri degli Officj[423]e finalmente le vite di Cornelio Nepote[424]. Ed i Libri degli Officj ebbero ancora tre altri volgarizzalori, cioè Gianagostino Zeviani[425]Matteo Facciolati[426]e il Marchese Luigi de Silva[427], ed uno n'ebbero l'epistole familari nell'Ab. Ciliari[428]che tradusse pure i libri di Celso sulla medicina[429]. Due storici furon tradotti, cioè Sallustio e Cornelio Nepote,il primo dal P. Pietro Savi Gesuita[430]dal Dottor Giovan Battista Bianchi[431], e dal Conte Vittorio Alfieri[432], e il secondo dal P. Bandiera e dal Soresi[433]. Non ho veduto il volgarizzamento del Savi, ma se dalle altre Opere sue si può dedurre una probabile congettura, vuolsi credere che meriti lode, e certamente sarà scritto puramente, perchè egli era scrittor purissimo. Commendabile è la traduzione del Bianchi, ma troppo resta offuscata da quella dell'Alfieri; che di molto supera tutte le precedenti. Altre forse avranno stile più nobile, e numerose, saranno altre più costantemente fedeli, ma per energia d'espressione, e per una certa aria originale parmi, che non ceda la palma a veruna[434]. Il P. Bandiera poi nel volgarizzar Cornelio Nepote è stato elegante e fedele, onde dobbiamo sapergli grado di questa, come dell'altre sue letterarie fatiche. Può contrastare con lui il Milanese Soresi, principalmente per la fedeltà; ma non così facilmente crederei, che lo superasse per l'eleganza.Minor materia porgono al mio ragionamento l'età seguenti. Nulla posso dire delle lettere di Plinio il giovine trasportate nel nostro volgare dal Canonico Gio. Antonio Tedeschi[435], che non ho vedute. Maggior fatica intraprese Lorenzo Patarol, che le orazioni tutte panegiriche degli oratori Latini volledarci corrette nel testo, illustrate da annotazioni, e spiegate in Italiano, ed a tutti i tre officj d'editore, di comentatore, e di traduttore sodisfece lodevolmente[436]. I codici Veneti, Vaticani, e Fiorentini, le edizioni precedenti, e il proprio ingegno gli somministraron il modo di rendere il testo più emendato, che prima non era. Ma per ciò che spetta alla traduzione, se altri lo avevano preceduto nel volgarizzare il panegirico di Plinio, intatta era la strada riguardo agli altri, ed altrettanto era ingrata per la rozzezza degli oratori. Al Patarol succeda il P. Marco Poleti Somasco, che l'Ottavio di Minucio Felice diede tradotto, e d'opportune annotazioni lo corredò[437].Ma savio ed util consiglio sopra molti da me in questo capo noverati fu quello di trasportare nella nostra lingua i latini scrittori di agricoltura, il che si eseguì a Venezia colle stampe del Pepoli[438]. Non dirò della Georgica di Virgilio tradotta dal P. Soave, di cui ho già fatta parola. Il Bordoni tradusse tre libri della storia naturale di Plinio, cioè il diciassettesimo co' due seguenti; e di ciò credo che debba recarsi quel giudizio, che vuolsi dare delle orazioni di Cicerone per lui volgarizzate. Gli altri traduttori parmi che sieno stati solleciti di spiegar chiaramente il testo; ma non tutti hanno posta bastevol cura d'aggiugnere all'eleganza di quelli antichi. Piace Catone con quella sua semplicità; ma non mi piace ugualmente nella traduzione del Compagnoni. E s'incontrano talvolta in questa parole che non reputo Italiane pure, ma Lombarde. Oltre a ciò egli non di rado distendecon molte parole i concetti dell'originale; il che quanto convenga a un traduttor di Catone, altri sel veda. Più felici a parer mio son le versioni di Giangirolamo Pagani, che trasportò nella nostra lingua Varrone e Columella, se si riguarda l'eleganza, e la castigatezza della lingua; poichè quanto allo spiegare il testo nè a lui fo rimprovero, nè al Compagnoni. Le annotazioni poi (giacchè ne sono in copia fornite queste opere) sono in ambedue ricche d'erudizione; ma quelle del Pagani vogliono ancora esser lodate per buona critica intorno alla emendazione del testo.

Ma passiamo alle traduzioni, delle quali tal è la copia, che mi vedo costretto a tralasciarne molte. Cominciamo dai poeti, e fra questi da Plauto. Il Cavalier Lorenzo Guazzesi volgarizzò l'Aulularia, e l'Ab. Angelo Teodoro Villa il Curculione ambedue egregiamente. Il P. Brunamonti, il P. Carmeli, e l'Ab. Domenico Ferri ne tradussero alcune commedie con lode, ma il Napoletano Nicolò Eugenio Angelio diede la versione di tutte. Il signor Napoli Signorelli trova nell'Angelio una particolare accuratezza ed intelligenza de' due idiomi[375], nè in ciò lo contradirò. Credo però che meritino maggior lode il Guazzesi, il Villa, e gli altri testè nominati, ed approvo i Monaci Milanesi, che nel loro Plauto hanno poste le traduzioni di questi, e solamente per l'altre commedie hanno prese quelle dell'Angelio. Luisa Bergalli[376],Monsignor Forteguerri[377], e l'Ab. Francesco Bellaviti[378]volgarizzarono Terenzio. Il Forteguerri merita plauso, se si ha riguardo alla difficoltà di trasportare nella nostra lingua i sali, le grazie, e certi modi spiritosi e concisi de' Comici Latini: il che si deve osservare ancora riguardo ai traduttori di Plauto. Della Bergalli poi, e del Bellaviti non posso dar giudizio, perchè non mi è riuscito di vedere le loro traduzioni. Non minor difficoltà forse s'incontra nel trasportare il poema filosofico di Lucrezio: ciò non ostante con ammirabile felicità la superò Alessandro Marchetti, la versione del quale è celebre tanto, che non abbisogna delle mie lodi[379]. Commendando però l'opera del Marchetti io intendo dire, che belli sono i suoi versi, e che fedelmente ha espressi i sensi dell'Autore, ma biasimo solennemente i sentimenti d'irreligione e d'Epicureismo, che la Chiesa ha in lui condannati, e da' quali doveva la sua penna tenersi più lontana, come n'era lontano il suo cuore. Questo rimprovero ha meritato ancora, e l'ha meritato assai più l'Ab. Raffaele Pastore, la versione del quale non ho veduta[380].

Quantunque grande sia la difficoltà, che si prova nel tradurre i poeti nominati fin quì, assai maggiore però a mio giudizio la presentano Virgilio, ed Orazio. Ciò non ostante, o che la stessa difficoltà dell'impresa abbia animato alcuni colla speranza di superarla, o che gli abbia allettati la familiarità,che tutti abbiamo fin dall'adolescenza con questi poeti, essi hanno avuto maggior numero di versioni che gli altri. La Buccolica ne ha avute tre, una in terza rima, unitivi dov'era opportuno altri metri, del Marchese Prospero Manara[381], la seconda del P. Ambrogi Gesuita[382], la terza del P. Soave[383]. Non dispiacerebbero quelle degli ultimi due, se non si fosse letta quella del primo. La traduzione del Manara è opera egregia; e credo quasi che se Virgilio avesse voluto esprimere in versi Italiani i suoi sentimenti non lo avrebbe potuto fare in altro modo. Maggior numero di volgarizzamenti vanta la Georgica. Sette ne sono a me noti in questo secolo. La prima è del Modenese Cantuti in versi sdruccioli, che basti d'aver nominati. Degli altri sei uno è in ottava rima del Conte Lorenzo Tornieri[384]e cinque in versi sciolti, cioè del P. Ambrogi[385], del P. Soave[386], di Lodovico Antonio Vincenzi[387], del Manara[388], e dell'Abate Clemente Bondi[389]. Il Tornieri è elegante, ma dalla tirannia della rima spesso è strascinato, anzi che tradurre, a dir cose, che in Virgilio non sono. Il P. Soave è di soverchio abondante di epiteti; l'Ambrogi, il Manara, e il Vincenzi sono fedeli, corretti nello stile, ma forse un poco troppo timidiseguaci dell'originale, e perciò appunto non aggiungono alla maestà Virgiliana; il Bondi non è fedele abbastanza, e anch'egli non si può sollevare fino alla maestà del poeta latino. Anche l'Eneide ha avuti i suoi volgarizzamenti per opera dell'Ambrogi, e del Bondi, de' quali credo, che dar si debba il giudizio medesimo, che ho dato poco fa delle loro Georgiche.

Maggiore è ancora il numero de' traduttori d'Orazio. Parecchi ne sono a me noti, fra' quali due inediti, o al meno promessi. Lascio il Calabrese Ierocades, che è di tutti il più malvagio. Lascio il Genovese Caprio ed Ottavio dalla Riva[390], de' quali non ho veduto nè pure alcun saggio, onde far congettura del merito loro. Giuseppe de Necchi d'Aquila[391], e Gio. Pezzoli[392]hanno usato il verso sciolto, ed anche per ciò solo non saprei commendarli. Ma oltre a questo il Pezzoli scrivendo ad uso dalle scuole e quindi traducendo letteralmente non ha potuto conservare la forza dell'originale, e l'Aquila non ha saputo conservarla, quantunque non abbia nè pure il pregio della fedeltà. Lo stesso si dica di Girolamo del Buono, che ha la sua traduzione nella prima Raccolta Milanese. Questi volgarizzò ancora i sermoni e le Epistole, l'Egloghe e la Georgica di Virgilio, e i Fasti d'Ovidio, il che è rimasto inedito, come dice il Fantuzzi negli scrittori Bolognesi; nè è gran danno. Non molto migliore è il Savelli[393]per certa sua fiacchezza di stile, chetroppo è lontana dallo stile d'Orazio. Francesco Corsetti dopo aver plausibilmente tradotte le satire e le Pistole[394]volle tradurre anche le odi, che morendo lasciò imperfette. L'Abate Bertola le stampò poi e ne supplì più di trenta, che mancavano, senza avvertire quali sono aggiunte da lui[395], ed alcune, non però molte, ve ne ha di bellissime; ma la più parte non sono fedeli, e mancano di quella forza, e concisione, che tanto si ammira nell'originale. I miglior traduttori d'Orazio sono a mio giudizio il Pallavicini notissimo a tutti, l'Ab. Venini, che contrasta con lui, e molte volte lo vince, il Borgianelli, il Bramieri, il Cassola, ed il Cesari[396]. Ciascuno di questi volgarizzatori meritano molta lode, si sono adoperati d'accostarsi all'originale con ogni sforzo, e se non hanno potuto ottenere il loro intento non si debbe attribuire a difetto d'ingegno, ma alla qualità dello stile Oraziano, che non può essere uguagliato traducendo. Il Pallavicini, e il Borgianelli fra questi hanno tradotti anche i sermoni, meno però felicemente delle odi. Luigi Ceretti altresì, e il P. Soave[397]e il P. Pagnini[398]tradussero alcune odi, ed alcune pure il Balì Gregorio Redi,che sono fra le sue opere, ma non le ho vedute. Finalmente il Vannetti tradusse un'epistola, e due nuove versioni annunziò[399], cioè del signor Ab. Godard, e del signor Roberto Sanseverino: ma il Sanseverino non so se veramente abbia pubblicata l'opera sua, e l'Abate Godard non si è fino ad ora determinato di pubblicare la sua versione. Alcune però delle odi per lui volgarizzate ho sentite leggere nella Romana Arcadia dove ottennero molto plauso, e n'erano degne. Delle versioni della Poetica non fo parola, perchè non posso annoverare tutte le cose più minute, e solamente indicherò quella del Metastasio, non osando però darne giudizio, perchè a me non appartiene il giudicare ciò che ha scritto un uomo così grande[400].

Catullo, Tibullo, e Properzio[401]sogliono unirsi nelle edizioni, nè io li separerò adesso ricordando la versione che ne fece il Sig. Agostino Peruzzi nelParnasso de' Poeti Classici d'ogni nazione trasportati in lingua Italiana. Noi dobbiamo commendarlo doppiamente, e per la sua traduzione, che è assai pregevole, e per la modestia, che non ha voluto offendere. Il chiarissimo signor Ab. Rubbi loda in luil'armonia del verso, la prontezza della rima, la nobiltà dello stile negli argomenti sublimi, e la morbidezzanegli amatorj, ed io confermo le sue lodi. Non può piacermi però l'uso de' metri lirici nel volgarizzamento delle elegie. Oltre a ciò mi pare di scorgere talvolta nella sua opera qualche indizio di soverchia fretta, per cui alcuni tratti sono meno felici del rimanente. Ne recherò due soli esempi. In Catullo egli usa l'espressioneamare alla follia[402], la quale dubito che non sia Italiana: e in Properzio trovo questi versi.

Sul sasso assisa a piangereS'udia sue piaghe nuoveDa far pietate a Giove[403].

Il testo dice,Vulnera vicino non patienda Jovi, il che significa l'opposto. L'amorosa ferita della Vestale Tarpea, che amava Tazio nemico di Roma, ed era in procinto di tradir la patria, non poteva eccitar pietà, ma collera in Giove. Più felice nella scelta del metro fu Francesco Corsetti, ed inclinerei ancora a giudicarlo più felice nell'eleganza, e nell'esattezza; ma poche Elegie di Tibullo e Properzio, e quella d'Albinovano abbiamo da lui con altre cose, che non appartengono a questo luogo[404]. Di Ovidio son molti i traduttori; io però per non tesser quì un lungo, e nojoso catalogo di nomi, mi contenterò di ricordar solamente quelli che per la celebrità loro e pel merito delle loro versioni debbono essere preferiti; cioè Girolamo Pompei per l'Eroidi, Giov. Batista Bianchi pe' Fasti per le Tristezze e per le Pistole scritte dal Ponto, un Anonimo, che si nasconde salto il nomeArcadico d'Eschilo Acanzio pe' Rimedj d'amore, l'Ab. Pellegrino Salandri per l'Invettive contro Ibi, pe' Lisci, e per la Pescagione, e l'Abate Angelo Teodoro Villa per la consolazione a Livia, e per la Noce, oltre alle tre lettere d'Aulo Sabino[405].

Coetaneo d'Ovidio fu Fedro liberto d'Augusto, e il P. Trombelli interruppe i gravi suoi studj per tradurne lodevolmente e illustrarne con buone annotazioni le favole[406], siccome ho detto, alle quali fece precedere quelle d'Avieno e di Gabria[407]. Ma parlando di questi poeti siamo già passati ad un'età meno felice per la lingua Latina. Ciò non ostante non furono trascurati ancora gli scrittori di questi tempi e de' seguenti. Lucano fu volgarizzato dal P. Gabriele M. Meloncelli Barnabita in ottava rima[408], e dal Signor Cassoli in versi sciolti nella seconda Raccolta Milanese. Più assai del primo è lodevole il secondo. Egli è buon poeta, e se considerar si potesse l'opera sua separatamente dall'originale meriterebbe plauso. Difficile impresa è il tradurre Lucano, perchè se si vuole esser fedele si arrischia di ritrarre nel nostro volgare i suoi difetti, e se questi si vogliono evitare si arrischiadi trascurare alcune bellezze, che in lui sono grandissime, e talvolta sono di tal natura, che difficilmente si trasportano in altra lingua. Dubito che il signor Cassola abbia urtato nel secondo scoglio. Vediamo il principio della sua versione.

La civil di Farsaglia orrida guerraE il fren lentato ai rei delitti io canto,E un popol forte, che la man vittriceArmò contro se stesso, e sciolti i nodiD'ogni amistà le consanguinee schiereCon l'intere del mondo armate forzeGareggianti alla pubblica rovinaE tutte contro lor rivolte a zuffaL'Aquile, i dardi, e le Romane insegne.

Non aggiungo quì il testo Latino perchè è nelle mani di tutti. Ora io non trovo nella versione ilplusquam civilia, delle quali parole Floro Lib. 4. Cap. 2. fa quasi il comento, come osservò già il Gronovio.Il fren lentato ai rei delittidice molto meno chejusque datum sceleri. Tralascio per brevità le osservazioni, che gli altri versi domandano, e solamente aggiungo che poco dopo questi versi il traduttore si dee riprendere ancora per un fallo assai maggiore, dove egli dice l'opposto del testo. In Lucano Lib. 2. v. 20. leggiamo,Gens si qua jacet nascenti conscia Nilo, e il traduttore,Se v'ha gente sulla foce del Niloin vece di direalla fonte, o alle fonti[409].

Alle versioni di Lucano succedano quelle assai commendabili dell'Argonautica di Valerio Flacco fatte da un'anonimo nello seconda Raccolta Milanese, e da Marc'Antonio Pindemonte[410], e poila Tebaide di Selvaggio Porpora, cioè del Cardinale Bentivoglio[411]. Questa è celebre tanto, che non abbisogna delle mie lodi. Non debbo però tacere l'autorevol giudizio d'Apostolo Zeno, che nelle annotazioni alla Biblioteca del Fontanini dice: nelvolgarizzamento del Cardinal Bentivoglio Stazio è sempre Stazio, con altro abito, ma col medesimo aspetto sublime senza gonfiezza, grande senza sproporzione, soave senza mollezzaec. Anche l'Achilleide e le selve del Poeta medesimo ebbero i lor traduttori, la prima in Orazio Bianchi, e le seconde nell'Abate Biacca non affatto spregevoli, ma non paragonabili col traduttore della Tebaide. L'ebbero il Tragico Seneca in Benedetto Pasqualigo[412], Calpurnio, e Nemesiano in Tommaso Giuseppe Farsetti[413]e Claudiano in Nicola Beregani[414]. Fra i poeti di questa età, che hanno avuto in sorte ottimi volgarizzamenti debbono porsi Giovenale, e Persio. Tali non li chiamo per la versione ed illustrazione, che di molte satire del primo ha fatte il celebre Cesarotti, e pel saggio d'altra versione d'un'anonimo, che il chiarissimo signor Ab. Rubbi ha dato nel suo Parnasso de' Classici volgarizzati, perchè queste appartengono al secol presente; ma bensì per quella del Silvestri[415]. D'ambedue questi Satirici fece egli una parafrasi, piuttosto che una traduzione, in modo però che il sentimento è accuratamente presentato nel nostro volgare. E siccome egli era dotto antiquario, la sua parafrasi è accompagnata daun comentario erudito, in cui illustrandosi il testo molte cose spettanti all'antichità si espongono copiosamente. Due altri volgarizzamenti ebbe Persio. Il primo è il Salvini[416], di cui ho già indicato abbastanza il modo di tradurre: l'altro è il Soranzo, la versione del quale non ho veduta. Ma basti ormai de' Poeti; giacchè credo inutile il diffondermi ricordando le minori lor produzioni.

Primo fra gli scrittori di prosa esser dee Cicerone, e prima fra le sue opere sia quella, in cui mostrando quale esser debbe il perfetto oratore mostrò qual era egli stesso. Il P. Cantova Gesuita poteva aver luogo onorato fra gli editori, come ora glielo do fra i volgarizzatori. A lui dobbiamo i tre libri dell'Oratore di belle note arricchiti, e d'una egregia versione[417]. Le note in parte sono scelte da quelle dei miglior commentatori, in parte sono sue; e sì l'une che l'altre sono giudiziose, ed utili all'intelligenza. La versione è fedele senza esser servile, elegante, e scritta con purità di lingua. Il P. Cantova volgarizzò ancora dodici orazioni di Cicerone, che mi duole di non aver vedute. Di queste tre altri traduttori sono a me noti, cioè il Bordoni[418], il P. Alessandro Bandiera[419]de' Servi di Maria, e il P. Leonardo Giannelli de' Chierici Regolari della Madre di Dio[420]. Non esaminerò quì la faticaprimo, perchè i pregi degli altri due tutto a se richiamano il mio discorso. Anche il Giannelli poteva essere da me annoverato fra gli editori per ogni maniera di copiose illustrazioni rettoriche, critiche, ed erudite, colle quali accompagna l'opera sua. Egli poi traducendo esprime i sentimenti dell'originale con maggior precisione che il Bandiera non fa, abbondando ancora di parole ove ha giudicato, che la maggior copia di queste giovar potesse al suo intento: ed il Bandiera è stato forse più sollecito del Giannelli di rappresentare nel suo volgare la dignità, l'armonia, e l'eleganza di Cicerone. Nè bastò al P. Bandiera di darci tutte le orazioni nella nostra Lingua, ma volgarizzò ancora l'epistole familiari[421]l'epistole al fratello Quinto[422], i tre libri degli Officj[423]e finalmente le vite di Cornelio Nepote[424]. Ed i Libri degli Officj ebbero ancora tre altri volgarizzalori, cioè Gianagostino Zeviani[425]Matteo Facciolati[426]e il Marchese Luigi de Silva[427], ed uno n'ebbero l'epistole familari nell'Ab. Ciliari[428]che tradusse pure i libri di Celso sulla medicina[429]. Due storici furon tradotti, cioè Sallustio e Cornelio Nepote,il primo dal P. Pietro Savi Gesuita[430]dal Dottor Giovan Battista Bianchi[431], e dal Conte Vittorio Alfieri[432], e il secondo dal P. Bandiera e dal Soresi[433]. Non ho veduto il volgarizzamento del Savi, ma se dalle altre Opere sue si può dedurre una probabile congettura, vuolsi credere che meriti lode, e certamente sarà scritto puramente, perchè egli era scrittor purissimo. Commendabile è la traduzione del Bianchi, ma troppo resta offuscata da quella dell'Alfieri; che di molto supera tutte le precedenti. Altre forse avranno stile più nobile, e numerose, saranno altre più costantemente fedeli, ma per energia d'espressione, e per una certa aria originale parmi, che non ceda la palma a veruna[434]. Il P. Bandiera poi nel volgarizzar Cornelio Nepote è stato elegante e fedele, onde dobbiamo sapergli grado di questa, come dell'altre sue letterarie fatiche. Può contrastare con lui il Milanese Soresi, principalmente per la fedeltà; ma non così facilmente crederei, che lo superasse per l'eleganza.

Minor materia porgono al mio ragionamento l'età seguenti. Nulla posso dire delle lettere di Plinio il giovine trasportate nel nostro volgare dal Canonico Gio. Antonio Tedeschi[435], che non ho vedute. Maggior fatica intraprese Lorenzo Patarol, che le orazioni tutte panegiriche degli oratori Latini volledarci corrette nel testo, illustrate da annotazioni, e spiegate in Italiano, ed a tutti i tre officj d'editore, di comentatore, e di traduttore sodisfece lodevolmente[436]. I codici Veneti, Vaticani, e Fiorentini, le edizioni precedenti, e il proprio ingegno gli somministraron il modo di rendere il testo più emendato, che prima non era. Ma per ciò che spetta alla traduzione, se altri lo avevano preceduto nel volgarizzare il panegirico di Plinio, intatta era la strada riguardo agli altri, ed altrettanto era ingrata per la rozzezza degli oratori. Al Patarol succeda il P. Marco Poleti Somasco, che l'Ottavio di Minucio Felice diede tradotto, e d'opportune annotazioni lo corredò[437].

Ma savio ed util consiglio sopra molti da me in questo capo noverati fu quello di trasportare nella nostra lingua i latini scrittori di agricoltura, il che si eseguì a Venezia colle stampe del Pepoli[438]. Non dirò della Georgica di Virgilio tradotta dal P. Soave, di cui ho già fatta parola. Il Bordoni tradusse tre libri della storia naturale di Plinio, cioè il diciassettesimo co' due seguenti; e di ciò credo che debba recarsi quel giudizio, che vuolsi dare delle orazioni di Cicerone per lui volgarizzate. Gli altri traduttori parmi che sieno stati solleciti di spiegar chiaramente il testo; ma non tutti hanno posta bastevol cura d'aggiugnere all'eleganza di quelli antichi. Piace Catone con quella sua semplicità; ma non mi piace ugualmente nella traduzione del Compagnoni. E s'incontrano talvolta in questa parole che non reputo Italiane pure, ma Lombarde. Oltre a ciò egli non di rado distendecon molte parole i concetti dell'originale; il che quanto convenga a un traduttor di Catone, altri sel veda. Più felici a parer mio son le versioni di Giangirolamo Pagani, che trasportò nella nostra lingua Varrone e Columella, se si riguarda l'eleganza, e la castigatezza della lingua; poichè quanto allo spiegare il testo nè a lui fo rimprovero, nè al Compagnoni. Le annotazioni poi (giacchè ne sono in copia fornite queste opere) sono in ambedue ricche d'erudizione; ma quelle del Pagani vogliono ancora esser lodate per buona critica intorno alla emendazione del testo.

Scrittori in Latino.CAPOXV.Questi diversi modi d'illustrar la lingua Latina somministrano (come fin quì s'è veduto) parecchi uomini chiarissimi, de' quali si può a gran ragione gloriare l'Italia nostra; ma quello di che essa si può ancor più gloriare è lo scrivere latinamente. Lo scriver bene in Latino è così proprio degl'Italiani, che Marc'Antonio Flaminio volendo lodar Filippo Obermayer gli disse, che niun Italiano più di lui si accostava a Tibullo.Natus Vindelicis Philippus orisSed tam cultus et elegans poeta,Tam dulcis lepidusque, ut ItalorumNemo sit proprior tuo Tibullo[439].Hanno i Francesi gli Spagnoli i Portoghesi, hanno le altre Nazioni Europee i loro scrittori Latini puri ed eleganti; ma debbono confessare, che per copia, e dirò ancora per isquisitezza di gusto, coll'Italia nonpossono contrastare. Non è difficile il dar ragione di ciò; ma questa indagine mi farebbe deviar troppo dal mio scopo. Dirò piuttosto, che se dal rinascimento delle lettere l'Italia ha avuti sempre uomini sommi in questo genere, non ne ha mancato nè pure nello spazio di tempo, che appartiene a questo mio ragionamento. Ma sono alcuni, i quali pretendono, che or non si possa col solo studio de' buoni scrittori Latini scriver com'essi in questa lingua; ed altri asseriscono, che non sia necessario di scrivere come essi scrivevano. Fu tra i primi l'Algarotti siccome abbiamo veduto, e il D'Alembert, che aveva forse qualche motivo per non esser molto amico della lingua Latina. Anche un certo Paolo Zambardi prese a sostenere questa opinione[440]. Mostra egli che ignoriamo ora qual fosse la vera pronunzia della lingua Latina, il che niuno gli negherà. Come è impossibile il pronunziare bene il Latino vorrebbe l'autore far credere, che fosse impossibile ancora l'intenderlo bene. Quest'errore però non contro il Zambardi, perchè il suo libro fu presto dimenticato, ma contro il D'Alembert combattè vittoriosamente il Cavaliere Clementino Vannetti in una lettera, che egli aggiunse alla vita dell'Ab. Zorzi da lui scritta in Latino e lo combattè in doppio modo, cioè colle ragioni e coll'esempio, perchè la vita e la lettera sono scritte in guisa, che avrebbero ottenuto plauso anche dall'antica Roma. Lo stesso e con ugual lode fece Girolamo Ferri di Longiano in alcune lettere da lui unite al suo commentario intorno alla vita ed alle opere del Cardinale Adriano Castelli stampato a Faenza il 1771. La seconda opinione è del signor Cesarotti. Quella divisione di secol d'oro di secol d'argento e di ferro non piace a lui, e la stima volgar pregiudiziode' grammatici, e vuole anzi che si usino indistintamente parole, e modi d'ogni secolo, e se così piace parole nuove non adoperate mai dagli antichi. Quindi egli usò la voceflexilitatem[441], che non si trova negli scrittori latini, e difese il Flaminio, che adoperò la parolafloricomum, nuova anch'essa. Egli dice, che aveva l'anima di bronzo quel latinista che osò rimproverare all'elegantissimo Flaminio questo vocabolo; che questi rispose sensatamente al Zanchi sull'uso di conciar voci nuove in lingua Latina; confessa che la sua opinione fu combattuta, da varj critici, e passa generalmente per un paradosso; che si potrebbe però piantarla sopra una base più salda, ma converrebbe avanzar qualche teoria, che parrebbe un paradosso più grande, ed è meglio tacere contentandosi d'errar col Flaminio[442]. Non essendo piaciuto a questo celebre scrittore di pubblicare la sua teoria io mi terrò all'opinione comune, che chi vuole aver nome di scrittore elegante d'una lingua morta non deve coniare nuovi vocaboli. Con quale autorità potrò io confermare quest'opinione? Con quella dello stesso Flaminio.Mi sarà grato(scriveva egli ad Ulisse Bassiano)che m'avvisiate dove Cicerone usa, satis superque facere alicui;perchè quantunque io reputi questa locuzione esser rarissima, nondimeno essendo ella di Cicerone, non lascerò d'usarla, purchè io possa mostrare il luogo a chi mi volesse riprendere; ma non ardirei già d'usarreputoin luogo diputo:se nol vedessi usato in questo modo da Cicerone, o da qualche altro, quì sit bonus latinitatis auctor[443]. IlFlaminio dunque quando aveva agio di riflettere non voleva usare espressione, che non fosse usata da' buoni scrittori. Gli avvenne però talvolta d'usar qualche voce non pura, efloricomusnon è l'unica. Egli stesso ne dà la ragione in quella lettera medesima, dicendo all'amico, che non si dee fidare del suo giudizio, perchè da molti anni il suo studio versava tuttonella Scrittura Santa, in S. Bernardo, ed altri simili, i quali siccome sono elegantissimi nelle sentenze, così sono barbari nelle parole: e come si dice a Casa mia, chi pratica al molino s'infarina; peròè cosa molta verisimile, che io m'inganni spessoin hoc genere. Le quali parole giovano assai a mostrare non affatto irragionevole il dubbio di taluni, che Marc'Antonio Flaminio non sempre fosse purissimo latinista, quantunque fosse poeta elegantissimo. Queste parole ricordano nel tempo medesimo, che altri può essere elegante nelle sentenze, e rozzo nelle parole, e che all'apice della perfezione giunge quello scrittore, che non contento della prima qualità evita con ogni studio la seconda.D'ambedue queste qualità furon solleciti nella lingua latina alcuni preclarissimi ingegni nel secolo decimottavo, i quali tutti se volessi quì annoverare sarei infinito. Bastino pochi. Stay Cunich e Zamagna Ragusei di patria, Italiani di domicilio, furono egregi poeti. Il primo espose in bei versi Lucreziani prima la filosofia Cartesiana, poi la Neutoniana; e gli altri due oltre a più altre cose minori fecero le traduzioni, delle quali ho già fatta parola. Quel bizzarro ingegno di Monsignor Sergardi, che sotto nome di Settano scrisse parecchie satire appartiene ugualmente al secolo decimosettimo, e al decimottavo. Egli o scherzi con Orazio, o si sdegni con Giovenale sempre è ammirabile. Ebbe un comentatore forse troppo copioso, ma erudito, ottimo latinista, e degno di lui, cioè il P. Leonardo Giannelli Chierico Regolaredella Madre di Dio[444]. A questi poeti si debbono aggiungere il Volpi, il Farsetti, l'Ab. Taruffi, Giuseppe Aurelio di Gennaro, i Gesuiti Noceti, Bassani, Mazzolari, Giovenazzi con più altri raccolti in un aureo libretto di versi latini di quell'insigne Religione, il P. Guglielmini delle scuole Pie, parecchi che hanno i loro versi tra le poesie latine degli Arcadi. Taccio d'altri molti per esser breve, ma non posso tacere del Sig. Ab. Gagliuffi Professore chiarissimo dell'Accademia Genovese, che o scriva versi meditati, o li dica all'improvviso è sempre maraviglioso, e di Giovacchino Salvioni singolare anch'egli (quantunque assai meno colto del Gagliuffi) nell'improvvisar latinamente.Ai poeti succedano gli scrittori di prosa. Elegantissime sono le orazioni del P. Paolino Chelucci Lucchese, e del P. Alessandro Politi ambedue delle Scuole Pie. Loderei pur molto le orazioni di Gio. Vincenzo Lucchesini, se la sua storia non richiamasse a se tutta la mia considerazione[445]. Eleganza, e nobiltà di stile, gravità nelle sentenze, diligenza nelle descrizioni con molta purità di lingua sono le doti che io scorgo in quest'opera, la qual sola basta a renderlo immortale. Illustre storico altresì fu Giulio Cesare Cordara Gesuita, che fu parimente poeta satirico acre, e veemente[446]. E ancor più illustre fu Guido Ferrari pur Gesuita, che le Guerre del Principe Eugenio di Savoja in Italia e in Ungheriadescrisse egregiamente[447]; e molte altre cose pubblicò in questa lingua. Nè meno celebri sono Jacopo Facciolati[448], Francesco Maria Zanotti, il Lagomarsini Gesuita, Monsignor Fabbroni, Jacopo Bacci[449], Jacopo Garatoni[450], con altri molti che potrei ricordare. Ma sopra tutti, e sopra quanti furono ancora più insigni scrittori del secolo XVI. io credo che si debbano porre i due fratelli Castruccio, e Filippo Buonamici. Quando io leggo i libride bello Italico, e più ancora il Commentariode rebus ad Velitras gestisdel primo parmi, che se Giulio Cesare risorgesse, e prendesse a descrivere quei fatti non li descriverebbe diversamente; e Filippo nel suo dialogode claris Pontificiarum epistolarum scriptoribusparmi, che si accosti tanto a Cicerone, che nulla più. Se la materia dai due fratelli trattata non ci avvertisse, che gli autori sono de' tempi nostri, il modo, con cui è scritta ci farebbe credere, che essi appartengono al miglior secolo di Roma. Il plauso, che quelle opere levarono fu sommo, e si vide in alcune scuole d'Italia, di Olanda, e d'Inghilterra spiegarsi ai giovanetti le opere di Castruccio[451]insieme con Cicerone Cesare Sallustio e Livio. E quando io vedo, che una sola città in poco più d'un mezzo secolo ha prodotto un Lucchesini, un Bacci, e due Buonamici io chiamo gloriosa questa Città; e dico che in questa si sono ricoverate quasi in propria sede le lettere Latine.Ma non è sola Lucca ad aver questo vanto. Bologna altresì merita molta lode, giacchè in questa, come in molte altre parti della letteratura si rese celebre nel passato secolo. In fatti i Zanotti, i Manfredi, i Beccari, i Ghedini, i Taruffi pareva che non potessero mai dimenticar le grazie e l'eleganza della lingua latina, come ne fanno testimonianza le opere loro. La stessa lode deesi ancora attribuire alla Compagnia di Gesù, che tanti insigni Latini scrittori ha prodotti, de' quali pochi ne ho ricordati per saggio di quel moltissimo, che dir potrei. I meriti suoi in questa parte della letteratura sono in breve, ma bastevolmente accennati da Monsignor Filippo Buonamici, dove parlando del Lagomarsini dice:Hyeronimus Lagomarsinius latini sermonis et amantissimus et peritissimus, ejusque homo societatis, quae latinarum litterarum fugientem jam gloriam omni scriptorum genere retinere quodammodo conatur[452].

Questi diversi modi d'illustrar la lingua Latina somministrano (come fin quì s'è veduto) parecchi uomini chiarissimi, de' quali si può a gran ragione gloriare l'Italia nostra; ma quello di che essa si può ancor più gloriare è lo scrivere latinamente. Lo scriver bene in Latino è così proprio degl'Italiani, che Marc'Antonio Flaminio volendo lodar Filippo Obermayer gli disse, che niun Italiano più di lui si accostava a Tibullo.

Natus Vindelicis Philippus orisSed tam cultus et elegans poeta,Tam dulcis lepidusque, ut ItalorumNemo sit proprior tuo Tibullo[439].

Hanno i Francesi gli Spagnoli i Portoghesi, hanno le altre Nazioni Europee i loro scrittori Latini puri ed eleganti; ma debbono confessare, che per copia, e dirò ancora per isquisitezza di gusto, coll'Italia nonpossono contrastare. Non è difficile il dar ragione di ciò; ma questa indagine mi farebbe deviar troppo dal mio scopo. Dirò piuttosto, che se dal rinascimento delle lettere l'Italia ha avuti sempre uomini sommi in questo genere, non ne ha mancato nè pure nello spazio di tempo, che appartiene a questo mio ragionamento. Ma sono alcuni, i quali pretendono, che or non si possa col solo studio de' buoni scrittori Latini scriver com'essi in questa lingua; ed altri asseriscono, che non sia necessario di scrivere come essi scrivevano. Fu tra i primi l'Algarotti siccome abbiamo veduto, e il D'Alembert, che aveva forse qualche motivo per non esser molto amico della lingua Latina. Anche un certo Paolo Zambardi prese a sostenere questa opinione[440]. Mostra egli che ignoriamo ora qual fosse la vera pronunzia della lingua Latina, il che niuno gli negherà. Come è impossibile il pronunziare bene il Latino vorrebbe l'autore far credere, che fosse impossibile ancora l'intenderlo bene. Quest'errore però non contro il Zambardi, perchè il suo libro fu presto dimenticato, ma contro il D'Alembert combattè vittoriosamente il Cavaliere Clementino Vannetti in una lettera, che egli aggiunse alla vita dell'Ab. Zorzi da lui scritta in Latino e lo combattè in doppio modo, cioè colle ragioni e coll'esempio, perchè la vita e la lettera sono scritte in guisa, che avrebbero ottenuto plauso anche dall'antica Roma. Lo stesso e con ugual lode fece Girolamo Ferri di Longiano in alcune lettere da lui unite al suo commentario intorno alla vita ed alle opere del Cardinale Adriano Castelli stampato a Faenza il 1771. La seconda opinione è del signor Cesarotti. Quella divisione di secol d'oro di secol d'argento e di ferro non piace a lui, e la stima volgar pregiudiziode' grammatici, e vuole anzi che si usino indistintamente parole, e modi d'ogni secolo, e se così piace parole nuove non adoperate mai dagli antichi. Quindi egli usò la voceflexilitatem[441], che non si trova negli scrittori latini, e difese il Flaminio, che adoperò la parolafloricomum, nuova anch'essa. Egli dice, che aveva l'anima di bronzo quel latinista che osò rimproverare all'elegantissimo Flaminio questo vocabolo; che questi rispose sensatamente al Zanchi sull'uso di conciar voci nuove in lingua Latina; confessa che la sua opinione fu combattuta, da varj critici, e passa generalmente per un paradosso; che si potrebbe però piantarla sopra una base più salda, ma converrebbe avanzar qualche teoria, che parrebbe un paradosso più grande, ed è meglio tacere contentandosi d'errar col Flaminio[442]. Non essendo piaciuto a questo celebre scrittore di pubblicare la sua teoria io mi terrò all'opinione comune, che chi vuole aver nome di scrittore elegante d'una lingua morta non deve coniare nuovi vocaboli. Con quale autorità potrò io confermare quest'opinione? Con quella dello stesso Flaminio.Mi sarà grato(scriveva egli ad Ulisse Bassiano)che m'avvisiate dove Cicerone usa, satis superque facere alicui;perchè quantunque io reputi questa locuzione esser rarissima, nondimeno essendo ella di Cicerone, non lascerò d'usarla, purchè io possa mostrare il luogo a chi mi volesse riprendere; ma non ardirei già d'usarreputoin luogo diputo:se nol vedessi usato in questo modo da Cicerone, o da qualche altro, quì sit bonus latinitatis auctor[443]. IlFlaminio dunque quando aveva agio di riflettere non voleva usare espressione, che non fosse usata da' buoni scrittori. Gli avvenne però talvolta d'usar qualche voce non pura, efloricomusnon è l'unica. Egli stesso ne dà la ragione in quella lettera medesima, dicendo all'amico, che non si dee fidare del suo giudizio, perchè da molti anni il suo studio versava tuttonella Scrittura Santa, in S. Bernardo, ed altri simili, i quali siccome sono elegantissimi nelle sentenze, così sono barbari nelle parole: e come si dice a Casa mia, chi pratica al molino s'infarina; peròè cosa molta verisimile, che io m'inganni spessoin hoc genere. Le quali parole giovano assai a mostrare non affatto irragionevole il dubbio di taluni, che Marc'Antonio Flaminio non sempre fosse purissimo latinista, quantunque fosse poeta elegantissimo. Queste parole ricordano nel tempo medesimo, che altri può essere elegante nelle sentenze, e rozzo nelle parole, e che all'apice della perfezione giunge quello scrittore, che non contento della prima qualità evita con ogni studio la seconda.

D'ambedue queste qualità furon solleciti nella lingua latina alcuni preclarissimi ingegni nel secolo decimottavo, i quali tutti se volessi quì annoverare sarei infinito. Bastino pochi. Stay Cunich e Zamagna Ragusei di patria, Italiani di domicilio, furono egregi poeti. Il primo espose in bei versi Lucreziani prima la filosofia Cartesiana, poi la Neutoniana; e gli altri due oltre a più altre cose minori fecero le traduzioni, delle quali ho già fatta parola. Quel bizzarro ingegno di Monsignor Sergardi, che sotto nome di Settano scrisse parecchie satire appartiene ugualmente al secolo decimosettimo, e al decimottavo. Egli o scherzi con Orazio, o si sdegni con Giovenale sempre è ammirabile. Ebbe un comentatore forse troppo copioso, ma erudito, ottimo latinista, e degno di lui, cioè il P. Leonardo Giannelli Chierico Regolaredella Madre di Dio[444]. A questi poeti si debbono aggiungere il Volpi, il Farsetti, l'Ab. Taruffi, Giuseppe Aurelio di Gennaro, i Gesuiti Noceti, Bassani, Mazzolari, Giovenazzi con più altri raccolti in un aureo libretto di versi latini di quell'insigne Religione, il P. Guglielmini delle scuole Pie, parecchi che hanno i loro versi tra le poesie latine degli Arcadi. Taccio d'altri molti per esser breve, ma non posso tacere del Sig. Ab. Gagliuffi Professore chiarissimo dell'Accademia Genovese, che o scriva versi meditati, o li dica all'improvviso è sempre maraviglioso, e di Giovacchino Salvioni singolare anch'egli (quantunque assai meno colto del Gagliuffi) nell'improvvisar latinamente.

Ai poeti succedano gli scrittori di prosa. Elegantissime sono le orazioni del P. Paolino Chelucci Lucchese, e del P. Alessandro Politi ambedue delle Scuole Pie. Loderei pur molto le orazioni di Gio. Vincenzo Lucchesini, se la sua storia non richiamasse a se tutta la mia considerazione[445]. Eleganza, e nobiltà di stile, gravità nelle sentenze, diligenza nelle descrizioni con molta purità di lingua sono le doti che io scorgo in quest'opera, la qual sola basta a renderlo immortale. Illustre storico altresì fu Giulio Cesare Cordara Gesuita, che fu parimente poeta satirico acre, e veemente[446]. E ancor più illustre fu Guido Ferrari pur Gesuita, che le Guerre del Principe Eugenio di Savoja in Italia e in Ungheriadescrisse egregiamente[447]; e molte altre cose pubblicò in questa lingua. Nè meno celebri sono Jacopo Facciolati[448], Francesco Maria Zanotti, il Lagomarsini Gesuita, Monsignor Fabbroni, Jacopo Bacci[449], Jacopo Garatoni[450], con altri molti che potrei ricordare. Ma sopra tutti, e sopra quanti furono ancora più insigni scrittori del secolo XVI. io credo che si debbano porre i due fratelli Castruccio, e Filippo Buonamici. Quando io leggo i libride bello Italico, e più ancora il Commentariode rebus ad Velitras gestisdel primo parmi, che se Giulio Cesare risorgesse, e prendesse a descrivere quei fatti non li descriverebbe diversamente; e Filippo nel suo dialogode claris Pontificiarum epistolarum scriptoribusparmi, che si accosti tanto a Cicerone, che nulla più. Se la materia dai due fratelli trattata non ci avvertisse, che gli autori sono de' tempi nostri, il modo, con cui è scritta ci farebbe credere, che essi appartengono al miglior secolo di Roma. Il plauso, che quelle opere levarono fu sommo, e si vide in alcune scuole d'Italia, di Olanda, e d'Inghilterra spiegarsi ai giovanetti le opere di Castruccio[451]insieme con Cicerone Cesare Sallustio e Livio. E quando io vedo, che una sola città in poco più d'un mezzo secolo ha prodotto un Lucchesini, un Bacci, e due Buonamici io chiamo gloriosa questa Città; e dico che in questa si sono ricoverate quasi in propria sede le lettere Latine.

Ma non è sola Lucca ad aver questo vanto. Bologna altresì merita molta lode, giacchè in questa, come in molte altre parti della letteratura si rese celebre nel passato secolo. In fatti i Zanotti, i Manfredi, i Beccari, i Ghedini, i Taruffi pareva che non potessero mai dimenticar le grazie e l'eleganza della lingua latina, come ne fanno testimonianza le opere loro. La stessa lode deesi ancora attribuire alla Compagnia di Gesù, che tanti insigni Latini scrittori ha prodotti, de' quali pochi ne ho ricordati per saggio di quel moltissimo, che dir potrei. I meriti suoi in questa parte della letteratura sono in breve, ma bastevolmente accennati da Monsignor Filippo Buonamici, dove parlando del Lagomarsini dice:Hyeronimus Lagomarsinius latini sermonis et amantissimus et peritissimus, ejusque homo societatis, quae latinarum litterarum fugientem jam gloriam omni scriptorum genere retinere quodammodo conatur[452].

Iscrizioni.CAPOXVI.Un altro genere d'illustrazione ci offrono finalmente le iscrizioni. Se io volessi quì far parola de' raccoglitori, e degl'interpetri delle antiche iscrizioni mi si aprirebbe davanti un campo troppo vasto da percorrere. Molto mi somministrerebbono da dire le grandi raccolte del Gori, del Maffei, del Muratori, del Donati; molto il P. Lupi, il P. Bonada, il P. Corsini, il Rivautella e il Ricolvi, l'Olivieri, il Mazzocchi, il Martorelli, l'Oderici, il Passionei, il P. Zaccaria, il del Signore, gli editori degliAneddotistampati a Roma, l'Avvocato Cantini, e tanti altri. Fra una messe così abbondante sceglierò due soli scrittori, che illustrando iscrizioni hanno illustrata l'antica lingua del Lazio. Sarà il primo Matteo Egizio pel suo Commentario sul celebre Senatus-Consulto de' Baccanali[453]. Il Langlet dice, che esso piacerà a quegli eruditi,quì aiment les citations prodiguèes[454]. Ma il principal difetto dell'Egizio non consiste nella moltitudine delle citazioni, le quali a coloro sogliono dispiacere sopra ogni altro, che vogliono mentire impunemente. Gli attribuirei piuttosto a difetto quella soverchia copia d'erudizione, che stanca il lettore, benchè paziente. Essa però nella sua opera è piena d'ottime notizie, e niente lascia a desiderare per la spiegazione di quel decreto, e per l'illustrazione dell'antica lingualatina, nella quale è scritto. L' altro è Monsignor Gaetano Marini, del quale non dubito d'asserire, che niuno lo superò, anzi niuno l'uguagliò in questa parte difficile dell'Antiquaria. Fanno di ciò piena testimonianza le sue opere immortali sopra gli Atti de' Fratelli Arvali, e sulle iscrizioni di Casa Albani[455]. Ma non basta il raccogliere e spiegare le iscrizioni antiche; bisogna ancora assai volte far nuove iscrizioni per tramandare alla posterità le memorie de' nostri tempi. Alcuni sperano di meritare i sommi onori in questo genere, perchè hanno tratta qualche parola o qualche espressione dai sepolcri degli Scipioni, o dai frammenti d'Ennio e di Pacuvio; ma sono in errore. Quale esser debba lo stile delle iscrizioni l'insegnò l'Ex-GesuitaAbate Morcelli in un'egregia sua opera[456], nella quale per qualsivoglia genere dette gli opportuni precetti, ed in altra opera somministrò gli esempj da lui stesso composti con ammirabile felicità[457], onde è divenuto regola ed esempio in questa parte delle latina letteratura.

Un altro genere d'illustrazione ci offrono finalmente le iscrizioni. Se io volessi quì far parola de' raccoglitori, e degl'interpetri delle antiche iscrizioni mi si aprirebbe davanti un campo troppo vasto da percorrere. Molto mi somministrerebbono da dire le grandi raccolte del Gori, del Maffei, del Muratori, del Donati; molto il P. Lupi, il P. Bonada, il P. Corsini, il Rivautella e il Ricolvi, l'Olivieri, il Mazzocchi, il Martorelli, l'Oderici, il Passionei, il P. Zaccaria, il del Signore, gli editori degliAneddotistampati a Roma, l'Avvocato Cantini, e tanti altri. Fra una messe così abbondante sceglierò due soli scrittori, che illustrando iscrizioni hanno illustrata l'antica lingua del Lazio. Sarà il primo Matteo Egizio pel suo Commentario sul celebre Senatus-Consulto de' Baccanali[453]. Il Langlet dice, che esso piacerà a quegli eruditi,quì aiment les citations prodiguèes[454]. Ma il principal difetto dell'Egizio non consiste nella moltitudine delle citazioni, le quali a coloro sogliono dispiacere sopra ogni altro, che vogliono mentire impunemente. Gli attribuirei piuttosto a difetto quella soverchia copia d'erudizione, che stanca il lettore, benchè paziente. Essa però nella sua opera è piena d'ottime notizie, e niente lascia a desiderare per la spiegazione di quel decreto, e per l'illustrazione dell'antica lingualatina, nella quale è scritto. L' altro è Monsignor Gaetano Marini, del quale non dubito d'asserire, che niuno lo superò, anzi niuno l'uguagliò in questa parte difficile dell'Antiquaria. Fanno di ciò piena testimonianza le sue opere immortali sopra gli Atti de' Fratelli Arvali, e sulle iscrizioni di Casa Albani[455]. Ma non basta il raccogliere e spiegare le iscrizioni antiche; bisogna ancora assai volte far nuove iscrizioni per tramandare alla posterità le memorie de' nostri tempi. Alcuni sperano di meritare i sommi onori in questo genere, perchè hanno tratta qualche parola o qualche espressione dai sepolcri degli Scipioni, o dai frammenti d'Ennio e di Pacuvio; ma sono in errore. Quale esser debba lo stile delle iscrizioni l'insegnò l'Ex-GesuitaAbate Morcelli in un'egregia sua opera[456], nella quale per qualsivoglia genere dette gli opportuni precetti, ed in altra opera somministrò gli esempj da lui stesso composti con ammirabile felicità[457], onde è divenuto regola ed esempio in questa parte delle latina letteratura.

Delle lingueSamaritana, e Siriaca.CAPOXVII.Dopo avere a lungo ragionato di quelle lingue, che dall'Ebraica ebber origine, ma ne serban le tracce più oscuramente, è tempo ormai che passi all'altre, che ad essa con più stretti vincoli sono congiunte[458]. Tali sono la Samaritana, la Siriaca, ed altre. Poca materia mi somministra la prima. Il P. Giorgi in più e diverse sue opere ha mostrato quanto in essa fosse profondo; ma siccome l'ha fatto per incidenza, non mi tratterrò parlando di lui. Farò bensì onorata menzione del Sig. Abate de Rossi, che in tutte le lingue Orientali è così grande. Per più e diverse occasioni scrisse componimenti in questa e in altre lingue Orientali che ho ricordati altrove. Un celebre codice poi della libreria Barberini di Roma gli offerse nuova occasione di mostrare il suo valore in questa lingua[459]. Il Bianchini, il Bjoernstahel, e il Hvviid avevano dati saggi di quel codice; ma parecchi errori avevan commessi, cheil Signor de Rossi emendò, ed alle altre mancanze loro supplì dottamente.Meno breve sarò parlando della lingua Siriaca. Il Zanolini, di cui ho già fatta menzione, parlando della lingua Ebraica, si esercitò ancora nella Siriaca. Egli dette in luce la Grammatica di questa lingua[460]e il Lessico[461], in cui però ebbe in animo di provvedere solo ai principianti, onde il suo lessico serve soltanto all'intelligenza della version Siriaca del nuovo Testamento, nè si estende più oltre. Ma cose di molto maggior momento ci si offrono da altri. Tali sono le opere degli Assemani, e del P. Benedetti Gesuita, Siri Maroniti di nascita ed Italiani per domicilio. La Biblioteca Orientale Clementino-Vaticana di Giuseppe Simonio Assemani è opera classica ed è grave danno, che non sia compiuta[462]. Molti sono gli antichi monumenti Siriaci, che quì si vedono pubblicati per la prima volta, come pur molte ed egregie son le notizie alla storia letteraria appartenenti, ed alla Ecclesiastica, esposte dal dottoautore. Nè meno commendabile è la collezione degli atti de' Martiri Orientali, e Occidentali di Stefano Evodio Assemani[463], e l'edizione delle opere di S. Efrem Siro cominciata dal P. Benedetti e dopo la morte di questo da lui condotta a fine[464].Che se vantarsi non può l'Italia d'aver data a questi la nascita, può ben vantarsi d'averla data a un de Rossi e ad un Bugatti illustratori anch'essi chiarissimi di questa lingua, de' quali debbo ora parlare. Mancava la traduzione dei Settanta alle profezie di Daniele, e a questo difetto si era supplito con quella di Teodozione. Qualche frammento ne aveva raccolto il Montfaucon ne' suoi Esapli, ma questi non facevano, che accendere vie più il desiderio di averla tutta. Trovavasi questa in Roma in un codice della libreria Chigi, del quale avevano fatta parola parecchi letterati. Fra questi il Mazzocchi avendone ricevuto un piccolo saggio ne conobbe il pregio ugualmente, che qualche difetto, cui indicò nella sua Diatribade Graeco Prophetarum codice Chisiano[465]. Il Bianchini però, che aveva in animo di ristabilire i Tetrapli d'Origene aveva tratta copia del Daniele Chigiano. Morto lui senza aver potuto eseguir l'opera meditata il P. de Magistris determinò di pubblicare il Daniele, siccome fece con molto corredod'erudizione, e di dottrina[466]. In questa edizione oltre alla versione dei Settanta si ha un'erudita prefazione; copiose, e belle note, in cui colle traduzioni Siriaca, Araba, Copta ed Etiopica, e cogli altri libri da essi tradotti si illustra il loro Daniele, la traduzion di Teodozione colle varianti tratte da un Codice Vaticano, e il confronto di questa con quella dei Settanta; una interpetrazione di Daniele di S. Ippolito Martire, e Vescovo di Porto, una parte del libro d'Ester in Caldaico Greco e Latino; il prologo di Cosmo Indopleuste sui Salmi, un frammento di S. Papia Ierapolitano sul canone delle S. Scritture; ed alcune dissertazioni dell'editore su varj punti d'erudizione Ecclesiastica, le quali perciò non riguardano lo scopo del mio ragionamento. Non può negarsi molta lode al P. de Magistris; ma si dee confessare nel tempo stesso, che i pregi di quel codice sono scemati alquanto da parecchi errori, ed omissioni, che vi si vedono. Oltre a ciò è da notarsi, che esso è munito de' segni Origeniani, ma vi sono confusi. Avventuratamente è nella libreria Ambrogiana di Milano un insigne codice Siro-Estranghelo dell'ottavo o nono secolo, in cui fra l'altre cose si ha la versione Siriaca di Daniele fatta appunto su quella de' Settanta. Lo vide il celebre Signor Ab. de Rossi, e ne diede al pubblico un saggio[467]. Consiste questo nel primo Salmo (giacchèivi son pure i Salmi) cui unì la version Siriaca, che chiamano, semplice, coi fonti d'ambedue, cioè l'Ebraico di questa, e il Greco di quella e le versioni latine, ed una dissertazione sulla rarità, e pregi di quel manoscritto, degna di così insigne scrittore, quantunque sia lavoro fatto in somma fretta. Ma troppo poco era un saggio pel desiderio universale. Il chiarissimo Signor Dottor Bugatti, che era uno de' Bibliotecarj dell'Ambrogiana si accinse a dare la versione tutta di Daniele[468], e quella de' Salmi. Non ho veduta la seconda, che non è ancor pubblicata, quantunque sia giàtutta impressa, tranne la prefazione. La prima è opera utilissima, perchè per essa e coll'edizion Romana si ha esattamente la versione de' settanta quale era ne' Tetrapli d'Origene. E' poi ancora opera classica perciò che l'editore v'ha aggiunto. Nella prefazione ha scoperta l'origine di quella confusione, che siccome ho detto, si vede ne' segni Origeniani nell'edizion di Roma. Ivi e nelle dottissime annotazioni dà alcuni squarci dell'inedita versione Siriaca di Giacomo Edesseno; emenda gli errori dell'edizione Romana, e del codice Chigiano, come pure d'alcuni scrittori, ed illustra il testo Siriaco di questa versione, e in tutto mostra d'esser uno de' più dotti critici, che vanti l'età presente. Parecchie altre osservazioni vi si leggono pure Bibliche, e di storia letteraria le quali tralascio d'indicare, perchè non appartengono al mio argomento.Basterà poi l'indicar solamente l'epistola del P. Agostino Giorgi su le versioni Siriache del Testamento nuovo, che l'Alder stampò a Coppenaghen il 1790. nella sua opera su questo argomento. Potrei far parola ancora delle belle dissertazioni del lodato più volte signor Ab. de Rossi sulla lingua propria di Cristo e degli Ebrei nazionali della Palestina da' tempi de' Maccabei[469], e del rito nell'adorazione della Croce usato dalla Chiesa Siriaca d'Antiochia, che il Cardinal Borgia illustrò nel suoCommentario de Cruce Vaticana[470]. Le tralascio però perchè propriamente non appartengono al mio instituto. E pel motivo medesimo parlando della lingua Greca non ho ricordata l'opera del Signor Domenico Diodati deChristo Graece loquente[471], che è quella appunto, cui il signor Ab. de Rossisi è proposto di confutare in quelle sue dissertazioni. Laonde senza più alla lingua Araba farò passaggio.

Dopo avere a lungo ragionato di quelle lingue, che dall'Ebraica ebber origine, ma ne serban le tracce più oscuramente, è tempo ormai che passi all'altre, che ad essa con più stretti vincoli sono congiunte[458]. Tali sono la Samaritana, la Siriaca, ed altre. Poca materia mi somministra la prima. Il P. Giorgi in più e diverse sue opere ha mostrato quanto in essa fosse profondo; ma siccome l'ha fatto per incidenza, non mi tratterrò parlando di lui. Farò bensì onorata menzione del Sig. Abate de Rossi, che in tutte le lingue Orientali è così grande. Per più e diverse occasioni scrisse componimenti in questa e in altre lingue Orientali che ho ricordati altrove. Un celebre codice poi della libreria Barberini di Roma gli offerse nuova occasione di mostrare il suo valore in questa lingua[459]. Il Bianchini, il Bjoernstahel, e il Hvviid avevano dati saggi di quel codice; ma parecchi errori avevan commessi, cheil Signor de Rossi emendò, ed alle altre mancanze loro supplì dottamente.

Meno breve sarò parlando della lingua Siriaca. Il Zanolini, di cui ho già fatta menzione, parlando della lingua Ebraica, si esercitò ancora nella Siriaca. Egli dette in luce la Grammatica di questa lingua[460]e il Lessico[461], in cui però ebbe in animo di provvedere solo ai principianti, onde il suo lessico serve soltanto all'intelligenza della version Siriaca del nuovo Testamento, nè si estende più oltre. Ma cose di molto maggior momento ci si offrono da altri. Tali sono le opere degli Assemani, e del P. Benedetti Gesuita, Siri Maroniti di nascita ed Italiani per domicilio. La Biblioteca Orientale Clementino-Vaticana di Giuseppe Simonio Assemani è opera classica ed è grave danno, che non sia compiuta[462]. Molti sono gli antichi monumenti Siriaci, che quì si vedono pubblicati per la prima volta, come pur molte ed egregie son le notizie alla storia letteraria appartenenti, ed alla Ecclesiastica, esposte dal dottoautore. Nè meno commendabile è la collezione degli atti de' Martiri Orientali, e Occidentali di Stefano Evodio Assemani[463], e l'edizione delle opere di S. Efrem Siro cominciata dal P. Benedetti e dopo la morte di questo da lui condotta a fine[464].

Che se vantarsi non può l'Italia d'aver data a questi la nascita, può ben vantarsi d'averla data a un de Rossi e ad un Bugatti illustratori anch'essi chiarissimi di questa lingua, de' quali debbo ora parlare. Mancava la traduzione dei Settanta alle profezie di Daniele, e a questo difetto si era supplito con quella di Teodozione. Qualche frammento ne aveva raccolto il Montfaucon ne' suoi Esapli, ma questi non facevano, che accendere vie più il desiderio di averla tutta. Trovavasi questa in Roma in un codice della libreria Chigi, del quale avevano fatta parola parecchi letterati. Fra questi il Mazzocchi avendone ricevuto un piccolo saggio ne conobbe il pregio ugualmente, che qualche difetto, cui indicò nella sua Diatribade Graeco Prophetarum codice Chisiano[465]. Il Bianchini però, che aveva in animo di ristabilire i Tetrapli d'Origene aveva tratta copia del Daniele Chigiano. Morto lui senza aver potuto eseguir l'opera meditata il P. de Magistris determinò di pubblicare il Daniele, siccome fece con molto corredod'erudizione, e di dottrina[466]. In questa edizione oltre alla versione dei Settanta si ha un'erudita prefazione; copiose, e belle note, in cui colle traduzioni Siriaca, Araba, Copta ed Etiopica, e cogli altri libri da essi tradotti si illustra il loro Daniele, la traduzion di Teodozione colle varianti tratte da un Codice Vaticano, e il confronto di questa con quella dei Settanta; una interpetrazione di Daniele di S. Ippolito Martire, e Vescovo di Porto, una parte del libro d'Ester in Caldaico Greco e Latino; il prologo di Cosmo Indopleuste sui Salmi, un frammento di S. Papia Ierapolitano sul canone delle S. Scritture; ed alcune dissertazioni dell'editore su varj punti d'erudizione Ecclesiastica, le quali perciò non riguardano lo scopo del mio ragionamento. Non può negarsi molta lode al P. de Magistris; ma si dee confessare nel tempo stesso, che i pregi di quel codice sono scemati alquanto da parecchi errori, ed omissioni, che vi si vedono. Oltre a ciò è da notarsi, che esso è munito de' segni Origeniani, ma vi sono confusi. Avventuratamente è nella libreria Ambrogiana di Milano un insigne codice Siro-Estranghelo dell'ottavo o nono secolo, in cui fra l'altre cose si ha la versione Siriaca di Daniele fatta appunto su quella de' Settanta. Lo vide il celebre Signor Ab. de Rossi, e ne diede al pubblico un saggio[467]. Consiste questo nel primo Salmo (giacchèivi son pure i Salmi) cui unì la version Siriaca, che chiamano, semplice, coi fonti d'ambedue, cioè l'Ebraico di questa, e il Greco di quella e le versioni latine, ed una dissertazione sulla rarità, e pregi di quel manoscritto, degna di così insigne scrittore, quantunque sia lavoro fatto in somma fretta. Ma troppo poco era un saggio pel desiderio universale. Il chiarissimo Signor Dottor Bugatti, che era uno de' Bibliotecarj dell'Ambrogiana si accinse a dare la versione tutta di Daniele[468], e quella de' Salmi. Non ho veduta la seconda, che non è ancor pubblicata, quantunque sia giàtutta impressa, tranne la prefazione. La prima è opera utilissima, perchè per essa e coll'edizion Romana si ha esattamente la versione de' settanta quale era ne' Tetrapli d'Origene. E' poi ancora opera classica perciò che l'editore v'ha aggiunto. Nella prefazione ha scoperta l'origine di quella confusione, che siccome ho detto, si vede ne' segni Origeniani nell'edizion di Roma. Ivi e nelle dottissime annotazioni dà alcuni squarci dell'inedita versione Siriaca di Giacomo Edesseno; emenda gli errori dell'edizione Romana, e del codice Chigiano, come pure d'alcuni scrittori, ed illustra il testo Siriaco di questa versione, e in tutto mostra d'esser uno de' più dotti critici, che vanti l'età presente. Parecchie altre osservazioni vi si leggono pure Bibliche, e di storia letteraria le quali tralascio d'indicare, perchè non appartengono al mio argomento.

Basterà poi l'indicar solamente l'epistola del P. Agostino Giorgi su le versioni Siriache del Testamento nuovo, che l'Alder stampò a Coppenaghen il 1790. nella sua opera su questo argomento. Potrei far parola ancora delle belle dissertazioni del lodato più volte signor Ab. de Rossi sulla lingua propria di Cristo e degli Ebrei nazionali della Palestina da' tempi de' Maccabei[469], e del rito nell'adorazione della Croce usato dalla Chiesa Siriaca d'Antiochia, che il Cardinal Borgia illustrò nel suoCommentario de Cruce Vaticana[470]. Le tralascio però perchè propriamente non appartengono al mio instituto. E pel motivo medesimo parlando della lingua Greca non ho ricordata l'opera del Signor Domenico Diodati deChristo Graece loquente[471], che è quella appunto, cui il signor Ab. de Rossisi è proposto di confutare in quelle sue dissertazioni. Laonde senza più alla lingua Araba farò passaggio.


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