The Project Gutenberg eBook ofDella illustrazione delle lingue antiche e moderne e principalmente dell'italianaThis ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.Title: Della illustrazione delle lingue antiche e moderne e principalmente dell'italianaAuthor: Cesare LucchesiniRelease date: March 12, 2014 [eBook #45120]Most recently updated: October 24, 2024Language: ItalianCredits: Produced by Giovanni Fini, Carlo Traverso and the OnlineDistributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (Thisfile was produced from images generously made availableby The Internet Archive)*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK DELLA ILLUSTRAZIONE DELLE LINGUE ANTICHE E MODERNE E PRINCIPALMENTE DELL'ITALIANA ***
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Title: Della illustrazione delle lingue antiche e moderne e principalmente dell'italianaAuthor: Cesare LucchesiniRelease date: March 12, 2014 [eBook #45120]Most recently updated: October 24, 2024Language: ItalianCredits: Produced by Giovanni Fini, Carlo Traverso and the OnlineDistributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (Thisfile was produced from images generously made availableby The Internet Archive)
Title: Della illustrazione delle lingue antiche e moderne e principalmente dell'italiana
Author: Cesare Lucchesini
Author: Cesare Lucchesini
Release date: March 12, 2014 [eBook #45120]Most recently updated: October 24, 2024
Language: Italian
Credits: Produced by Giovanni Fini, Carlo Traverso and the OnlineDistributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (Thisfile was produced from images generously made availableby The Internet Archive)
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INDICEDE' CAPI DELLA SECONDA PARTETrattati generali. Capo. I.Pag.3Della lingua ebraica. Grammatici. Capo. II.10Interpetri de' libri sacri. Capo. III.25Traduttori de' libri sacri. Capo. IV.32Scrittori d'antiquaria, e di bibliografia. Scrittori in Ebraico. Capo. V.38Delle lingue Caldea, e Rabbinica. Capo. VI.42Della lingua Greca. Grammatici. Capo. VII.52Editori. Capo. VIII.72Traduzioni. Capo. IX.101Scrittori in Greco. Capo. X.128Della lingua Etrusca. Capo. XI.130Della lingua latina. Grammatici. Capo. XII.136Edizioni degli autori classici. Capo. XIII.144Traduzioni. Capo. XIV.157Scrittori in latino. Capo. XV.171Iscrizioni. Capo. XVI.178Delle lingue Samaritana, e Siriaca. Capo. XVII.180Delle lingue Araba, e Turca. Capo. XVIII.186Delle lingue Etiopica, Persiana, Copta, Fenicia, e Palmirena. Capo. XIX.192Della lingua Armena. Capo. XX.201Delle lingue dell'Indie, e della China. Capo. XXI.205Conclusione218Appendice221
INDICEDE' CAPI DELLA SECONDA PARTE
DELLA ILLUSTRAZIONEDELLE LINGUE ANTICHE, E MODERNEE PRINCIPALMENTE DELL'ITALIANAprocurata nel SecoloXVIII.DAGL'ITALIANIRAGIONAMENTOSTORICO, E CRITICODI CESARE LUCCHESINICONSIGLIERO DI STATODI S. M. L'INFANTA DUCHESSA DI LUCCADELLE LINGUE ANTICHEE DELLE ALTRE MODERNE, CHE SI CHIAMANOORIENTALIPARTE II.LUCCAPresso Francesco Baroni Stampatore RealeMDCCCXIX.Delle lingue antiche, e di quelle moderneche si chiamano Orientali.PARTEII.
RAGIONAMENTOSTORICO, E CRITICODI CESARE LUCCHESINICONSIGLIERO DI STATODI S. M. L'INFANTA DUCHESSA DI LUCCA
DELLE LINGUE ANTICHEE DELLE ALTRE MODERNE, CHE SI CHIAMANOORIENTALI
PARTE II.
LUCCA
Presso Francesco Baroni Stampatore RealeMDCCCXIX.
Trattati Generali.CAPOI.Degnissima di lode è l'opera, che altri impiega nell'illustrare la propria lingua, e le altre moderne lingue d'Europa; ma se si considera solo la difficoltà dell'impresa maggior tributo di lode si accorderà a coloro, che i lor sudori, e le loro vigilie dedicarono al coltivamento delle lingue antiche, e di quelle antiche o moderne, che si chiamano Orientali. Di queste debbo adesso tener discorso. Il che facendo, allorchè parlerò di certe lingue più difficili, e dal comune uso più remote, giudico opportuno di prendere in senso più esteso la parola illustrazione; perchè laddove sono più scarsi gli ajuti per illustrare una lingua necessario è raccogliere tutto ciò che anche indirettamente può contribuire a questo intento. Quindi per queste non trascurerò nè i cataloghi de' manoscritti, nè le opere di storia letteraria e di bibliografia, e quelle ancor d'antiquaria, ove alcuna illustrazione d'antichi autori contengano, o interpetrazione di voci e modi di dire.Un'opera grande sulle lingue d'ogni età, e d'ogni parte del mondo intraprese il P. Bonifazio Finetti dell'Ordine de' Predicatori, che perdifetto d'incoraggiamento non potè eseguire, fuorchè in una piccola parte. Molte lingue hanno fra loro una certa somiglianza, e dirò quasi cognazione, che meritava l'esame degli eruditi. Questa somiglianza si vede nelle declinazioni de' nomi, nelle conjugazioni de' verbi, in certe proprietà della sintassi, e in molte voci; il che talvolta mostra, che una lingua deriva da un'altra, ed altre volte fa conoscere, che una lingua ha modificata, ed alterata un'altra. Dalle quali considerazioni, ove sieno cautamente trattate, dedur se ne possono utili conseguenze intorno alle emigrazioni de' popoli dall'una all'altra contrada. Il P. Finetti dunque nell'opera sua voleva mostrar l'indole d'ogni lingua, ed unendo in un solo capo tutte quelle, che a suo giudizio sono simili, come discendenti da una stessa lingua madre, indicarne la somiglianza. Ne dette egli un saggio nel trattato della lingua Ebraica, e sue affini,[1]perchè fosse quasi il prodromo del suo lavoro. Le affini dell'Ebraica per lui sono solamente la Rabbinica, la Caldaica, la Siriaca, la Samaritana, la Fenicia, la Punica, l'Arabica, l'Etiopica, e l'Amharica. Di ciascuna dà brevemente la storia, accenna le prime regole intorno alle declinazioni e alle conjugazioni, e in essa traduce ilPater noster. In fine aggiunge una tavola comparativa della prima conjugazione del verbomasàr,consegnò. Fa maraviglia a dir vero il novero di tutte le lingue, che si vede nella prefazione p.xixe seguenti, e delle quali egli avevasufficiente cognizione, o possedeva qualche libro, o sperava d'averlo in breve, onde parlarne fondatamente. Il prospetto però, che dell'opera egli dà in questo libro, non è a parer mio scevro da ogni difficoltà. Non parlo dell'impossibilità di parlare di tutte le lingue del mondo, perchè utilissima impresa ed ammirabile sarebbe stata la sua, ancorchè ne avesse tralasciate molte. Le objezioni, che io fo a quel saggio sono due. Per mostrare la somiglianza delle lingue, e conoscere quali derivino da una, che sia lingua madre non bastano le cose da me accennate di sopra; ma bisogna aggiungere le voci simili, e queste trovar non si possono se non da chi è profondamente dotto nelle lingue. Or questa ricerca egli tralascia del tutto nel suo trattato. Io leggo poi in quella sua prefazione che nel secondo capo voleva unire la lingua Greca all'Armena, alla Georgiana, alla Turca, e alla Persiana, e nell'ottavo voleva parlare della Latina, Italiana, Francese, Spagnola, e Portoghese. Ora io non vedo qual motivo inducesse l'Autore ad unire la lingua Greca con lingue, colle quali non ha veruna affinità, e a separarla così dalla Latina, che è sua figlia. Per indagar poi meglio l'affinità delle lingue sarebbe stato a desiderarsi, che non fosse stato sollecito solamente di unire quelle, che da una come madre derivano immediatamente; ma a quelle prime avesse fatto succeder le altre, che da quella prima provengono per una più remota generazione. La lingua Greca unir si doveva all'Ebraica a mio giudizio, perchè io penso, che nella prima sua origine da questa provenga immediatamente; alla Greca dovevan succedere la Latina, l'Etrusca, e le altre antiche Italiche, ed alla Latina l'Italiana la Francese la Spagnola, e la Portoghese.All'opposto poi a me pare, che al P. Paolino da S. Bartolommeo, il quale altresì della somiglianzadi alcune lingue ha preso a discorrere si possa rimproverare, che della somiglianza delle voci soltanto abbia parlato, e gli altri argomenti adoperati dal P. Finetti abbia negletti. Questo celebre missionario dell'Indie, di cui dovrò favellare lungamente in altro luogo, in una breve dissertazione sopra l'antichità, ed affinità delle lingue Zend della Persia, Samscrit dell'Indie, e antica Tedesca si vale appunto della somiglianza di alcune voci per provare la somiglianza, che esse hanno fra loro, e che la Zend e la Tedesca vengono dalla Samscrit.[2]Parla egli in prima delle lingue Zend e Samscrit, delle quali adduce molte voci simili tratte dai dizionarj d'ambedue, e quaranta ne aggiunge, che gli antichi scrittori Greci, e Latini ci hanno conservate, benchè guaste e corrotte. Passa poi alla Tedesca, di cui però non molte parole registra simili alle Indiane,al che vorrebbe egli aggiungere la storica tradizione. Dice Tacito, che i Germanicelebrant carminibus antiquis...... Tuistonem(o Tuisconem)Deum terra editum, et filium Mannum, originem gentis conditoresque[3]. E siccome gl'Indiani hanno nella loro Mitologia unMannu, che si dice autore e istitutore di questa nazione, perciò il P. Paolino asserisce, che ilMannuIndiano sia lo stesso del Manno della Germania, e che i Germani vengano dall'Indie. Se ciò fosse vero non sarebbe maraviglia, che l'antica lingua Tedesca fosse affine dell'Indiana; ma non pare, che la buona critica sia molto favorevole all'asserzione di quest'autore appoggiata a così debole fondamento. Tanto più che quello dal P. Paolino chiamatoMannu, dagl'Inglesi dotti nelle lingue dell'Indie, e quindi dagli altri Europei si diceMenu, onde vie più si affievolisce il debole argomento fondato sulla somiglianza di questi nomi.Altri pure posero molto studio nell'indagare la somiglianza che alcune voci delle lingue Orientali hanno con quelle d'altre lingue, e quindi vollero trarre conseguenze talvolta singolari. Il Mazzocchi intento a mostrare che i Tirreni trassero l'origin loro da quelle parti, che si sogliono chiamar Orientali fece uso dell'etimologia de' nomi proprj delle Città, e d'altri luoghi loro, derivandoli dalla lingua Ebraica.[4]Egli da principio promette di condurre le sue ricerche a tal segno di evidenza, che niuno debba dubitarne. Chiunque però con animo scevro da preoccupazione considera quelle derivazioni, e le riflessioni, che le accompagnano, le trova sovente capricciose,e prive di fondamento. Questo difetto stesso, ma in grado anche maggiore si scorge nell'opere d'altri due scrittori, che avevano col Mazzocchi comune la patria, cioè Ciro Saverio Minervino, e il Duca Michele Vargas Macciucca. Il primo in una lettera all'Ab. Domenico Fata sull'etimologia del Monte Volture[5]vuole che i primi abitatori d'Italia fossero Etiopi passati prima in Libia, e poi venuti quì, e che il loro linguaggio fosse affine dei Cinese, Etiopico, Pehlvi, Zend, Malaico, Persiano, Arabo, e Copto. Questa ed altre sì fatte non comuni scoperte voleva eglicon somma evidenzaprovare in altra opera, che non ha mai veduta la luce,sulla religione de' Pagani. Come le lingue Cinese Pehlvi, Malaica si possano associare all'Etiopica, ed all'Araba l'autore non ce l'ha fino ad ora insegnato, e forse voleva insegnarlo in quell'opera, in cui pure dar volevaprove più che convincenti...... che l'Iliade e l'Odissea, e qualche altro libro attribuito ad Omero, furono libri sacri e simbolici de' nostri Sacerdoti Siriti. Colla prima delle quali opere con tanti personificati Eroi e Dei si volle simboleggiare la rovina cagionata in diverse guise nella Troade da' fuochi sotterranei, dopo che avevano fatto sentire i loro effetti nella Grecia; colla seconda si volle tessere una storia simbolica delle rovine fatte dopo la destruzione della Troade in altre parti da' fuochi sotterranei, che faceano gonfiar la terra, e poi scoppiare nel mezzo, o verso il basso, quasi dandole di morso. Si vedranno pur ivi le pruove, che 'l favoloso Omero è titolo dei detti libri, non già personaggio vero, e reale. Intanto in questa lettera egli ci ha date più e diverse etimologiedei nome Volture, e d'altri luoghi del Regno di Napoli, traendole dalle lingue Ebraica, Etiopica, Araba Copta e Zend con una franchezza maravigliosa. In tanto lusso però d'erudizione orientale non si trova mai, non dirò l'evidenza dall'autore promessa, ma nè pure una mediocre probabilità. Dell'Ebraica sola si servì il Duca Vargas Macciucca per indicar quali fossero i primi abitatori di Napoli.[6]Egli pure segue il metodo dell'etimologie, delle quali è così persuaso, che giudica dover rinunziareal senso e ragion comune[7]chiunque pensa in altro modo. Il fatto sta però, che quelle sue etimologie niuno persuadono, tanto sono strane ed arbitrarie. Egli pure volle interpetrare Omero, anzi anche Esiodo in quest'opera, e pretese, che i fatti narrati nell'Odissea e nella Teogonìa fossero accaduti presso a Napoli, e alla Sicilia, il che quanto da lui si faccia forzatamente è inutile il dirlo a quelli, che hanno letti questi due poeti. Ed è da notarsi, che questi due vantatori d'evidenzia trovavano negli stessi libri d'Omero e d'Esiodo cose fra loro discordi affatto. Utilissima cosa è l'indagare l'etimologia delle parole principalmente nelle antiche lingue, e queste possono talvolta servire d'ajuto alla storia: ma conviene usare cautela grande nel rintracciarle, nè si può pretendere, che in vece d'ajuto servano alla storia di fondamento.Comuni ai tre citati scrittori sono questi difetti: ma l'autore dell'opera sulleantiche colonievenute a Napolirichiede qualche particolare osservazione. Egli mostra non mediocre cognizione della lingua Greca correggendo o spiegando più e diversi scrittori non rade volte felicemente. Ma nel tempo medesimo uopo è confessare, che assai volte lasciandosi trasportare da una fantasia troppo fervida devia dal retto sentiero, ed appoggiato a deboli congetture spiega a capriccio gli autori. Basti un solo esempio, e si prenda dal T. 1. p. 78. e seguenti, dove pretende, che Prometeo inventasse gli specchj ustorj, e vuole che di ciò parli Esiodo nella Teogonìa v. 566. ed Eschilo nella Tragedia di questo nome v. 498. e si adira cogli interpetri, perchè non hanno assai prima spiegati così que' due poeti. Egli è però manifesto, che il primo parla del fuoco da lui involato in cielo, ed il secondo della divinazione per mezzo del fuoco.
Degnissima di lode è l'opera, che altri impiega nell'illustrare la propria lingua, e le altre moderne lingue d'Europa; ma se si considera solo la difficoltà dell'impresa maggior tributo di lode si accorderà a coloro, che i lor sudori, e le loro vigilie dedicarono al coltivamento delle lingue antiche, e di quelle antiche o moderne, che si chiamano Orientali. Di queste debbo adesso tener discorso. Il che facendo, allorchè parlerò di certe lingue più difficili, e dal comune uso più remote, giudico opportuno di prendere in senso più esteso la parola illustrazione; perchè laddove sono più scarsi gli ajuti per illustrare una lingua necessario è raccogliere tutto ciò che anche indirettamente può contribuire a questo intento. Quindi per queste non trascurerò nè i cataloghi de' manoscritti, nè le opere di storia letteraria e di bibliografia, e quelle ancor d'antiquaria, ove alcuna illustrazione d'antichi autori contengano, o interpetrazione di voci e modi di dire.
Un'opera grande sulle lingue d'ogni età, e d'ogni parte del mondo intraprese il P. Bonifazio Finetti dell'Ordine de' Predicatori, che perdifetto d'incoraggiamento non potè eseguire, fuorchè in una piccola parte. Molte lingue hanno fra loro una certa somiglianza, e dirò quasi cognazione, che meritava l'esame degli eruditi. Questa somiglianza si vede nelle declinazioni de' nomi, nelle conjugazioni de' verbi, in certe proprietà della sintassi, e in molte voci; il che talvolta mostra, che una lingua deriva da un'altra, ed altre volte fa conoscere, che una lingua ha modificata, ed alterata un'altra. Dalle quali considerazioni, ove sieno cautamente trattate, dedur se ne possono utili conseguenze intorno alle emigrazioni de' popoli dall'una all'altra contrada. Il P. Finetti dunque nell'opera sua voleva mostrar l'indole d'ogni lingua, ed unendo in un solo capo tutte quelle, che a suo giudizio sono simili, come discendenti da una stessa lingua madre, indicarne la somiglianza. Ne dette egli un saggio nel trattato della lingua Ebraica, e sue affini,[1]perchè fosse quasi il prodromo del suo lavoro. Le affini dell'Ebraica per lui sono solamente la Rabbinica, la Caldaica, la Siriaca, la Samaritana, la Fenicia, la Punica, l'Arabica, l'Etiopica, e l'Amharica. Di ciascuna dà brevemente la storia, accenna le prime regole intorno alle declinazioni e alle conjugazioni, e in essa traduce ilPater noster. In fine aggiunge una tavola comparativa della prima conjugazione del verbomasàr,consegnò. Fa maraviglia a dir vero il novero di tutte le lingue, che si vede nella prefazione p.xixe seguenti, e delle quali egli avevasufficiente cognizione, o possedeva qualche libro, o sperava d'averlo in breve, onde parlarne fondatamente. Il prospetto però, che dell'opera egli dà in questo libro, non è a parer mio scevro da ogni difficoltà. Non parlo dell'impossibilità di parlare di tutte le lingue del mondo, perchè utilissima impresa ed ammirabile sarebbe stata la sua, ancorchè ne avesse tralasciate molte. Le objezioni, che io fo a quel saggio sono due. Per mostrare la somiglianza delle lingue, e conoscere quali derivino da una, che sia lingua madre non bastano le cose da me accennate di sopra; ma bisogna aggiungere le voci simili, e queste trovar non si possono se non da chi è profondamente dotto nelle lingue. Or questa ricerca egli tralascia del tutto nel suo trattato. Io leggo poi in quella sua prefazione che nel secondo capo voleva unire la lingua Greca all'Armena, alla Georgiana, alla Turca, e alla Persiana, e nell'ottavo voleva parlare della Latina, Italiana, Francese, Spagnola, e Portoghese. Ora io non vedo qual motivo inducesse l'Autore ad unire la lingua Greca con lingue, colle quali non ha veruna affinità, e a separarla così dalla Latina, che è sua figlia. Per indagar poi meglio l'affinità delle lingue sarebbe stato a desiderarsi, che non fosse stato sollecito solamente di unire quelle, che da una come madre derivano immediatamente; ma a quelle prime avesse fatto succeder le altre, che da quella prima provengono per una più remota generazione. La lingua Greca unir si doveva all'Ebraica a mio giudizio, perchè io penso, che nella prima sua origine da questa provenga immediatamente; alla Greca dovevan succedere la Latina, l'Etrusca, e le altre antiche Italiche, ed alla Latina l'Italiana la Francese la Spagnola, e la Portoghese.
All'opposto poi a me pare, che al P. Paolino da S. Bartolommeo, il quale altresì della somiglianzadi alcune lingue ha preso a discorrere si possa rimproverare, che della somiglianza delle voci soltanto abbia parlato, e gli altri argomenti adoperati dal P. Finetti abbia negletti. Questo celebre missionario dell'Indie, di cui dovrò favellare lungamente in altro luogo, in una breve dissertazione sopra l'antichità, ed affinità delle lingue Zend della Persia, Samscrit dell'Indie, e antica Tedesca si vale appunto della somiglianza di alcune voci per provare la somiglianza, che esse hanno fra loro, e che la Zend e la Tedesca vengono dalla Samscrit.[2]Parla egli in prima delle lingue Zend e Samscrit, delle quali adduce molte voci simili tratte dai dizionarj d'ambedue, e quaranta ne aggiunge, che gli antichi scrittori Greci, e Latini ci hanno conservate, benchè guaste e corrotte. Passa poi alla Tedesca, di cui però non molte parole registra simili alle Indiane,al che vorrebbe egli aggiungere la storica tradizione. Dice Tacito, che i Germanicelebrant carminibus antiquis...... Tuistonem(o Tuisconem)Deum terra editum, et filium Mannum, originem gentis conditoresque[3]. E siccome gl'Indiani hanno nella loro Mitologia unMannu, che si dice autore e istitutore di questa nazione, perciò il P. Paolino asserisce, che ilMannuIndiano sia lo stesso del Manno della Germania, e che i Germani vengano dall'Indie. Se ciò fosse vero non sarebbe maraviglia, che l'antica lingua Tedesca fosse affine dell'Indiana; ma non pare, che la buona critica sia molto favorevole all'asserzione di quest'autore appoggiata a così debole fondamento. Tanto più che quello dal P. Paolino chiamatoMannu, dagl'Inglesi dotti nelle lingue dell'Indie, e quindi dagli altri Europei si diceMenu, onde vie più si affievolisce il debole argomento fondato sulla somiglianza di questi nomi.
Altri pure posero molto studio nell'indagare la somiglianza che alcune voci delle lingue Orientali hanno con quelle d'altre lingue, e quindi vollero trarre conseguenze talvolta singolari. Il Mazzocchi intento a mostrare che i Tirreni trassero l'origin loro da quelle parti, che si sogliono chiamar Orientali fece uso dell'etimologia de' nomi proprj delle Città, e d'altri luoghi loro, derivandoli dalla lingua Ebraica.[4]Egli da principio promette di condurre le sue ricerche a tal segno di evidenza, che niuno debba dubitarne. Chiunque però con animo scevro da preoccupazione considera quelle derivazioni, e le riflessioni, che le accompagnano, le trova sovente capricciose,e prive di fondamento. Questo difetto stesso, ma in grado anche maggiore si scorge nell'opere d'altri due scrittori, che avevano col Mazzocchi comune la patria, cioè Ciro Saverio Minervino, e il Duca Michele Vargas Macciucca. Il primo in una lettera all'Ab. Domenico Fata sull'etimologia del Monte Volture[5]vuole che i primi abitatori d'Italia fossero Etiopi passati prima in Libia, e poi venuti quì, e che il loro linguaggio fosse affine dei Cinese, Etiopico, Pehlvi, Zend, Malaico, Persiano, Arabo, e Copto. Questa ed altre sì fatte non comuni scoperte voleva eglicon somma evidenzaprovare in altra opera, che non ha mai veduta la luce,sulla religione de' Pagani. Come le lingue Cinese Pehlvi, Malaica si possano associare all'Etiopica, ed all'Araba l'autore non ce l'ha fino ad ora insegnato, e forse voleva insegnarlo in quell'opera, in cui pure dar volevaprove più che convincenti...... che l'Iliade e l'Odissea, e qualche altro libro attribuito ad Omero, furono libri sacri e simbolici de' nostri Sacerdoti Siriti. Colla prima delle quali opere con tanti personificati Eroi e Dei si volle simboleggiare la rovina cagionata in diverse guise nella Troade da' fuochi sotterranei, dopo che avevano fatto sentire i loro effetti nella Grecia; colla seconda si volle tessere una storia simbolica delle rovine fatte dopo la destruzione della Troade in altre parti da' fuochi sotterranei, che faceano gonfiar la terra, e poi scoppiare nel mezzo, o verso il basso, quasi dandole di morso. Si vedranno pur ivi le pruove, che 'l favoloso Omero è titolo dei detti libri, non già personaggio vero, e reale. Intanto in questa lettera egli ci ha date più e diverse etimologiedei nome Volture, e d'altri luoghi del Regno di Napoli, traendole dalle lingue Ebraica, Etiopica, Araba Copta e Zend con una franchezza maravigliosa. In tanto lusso però d'erudizione orientale non si trova mai, non dirò l'evidenza dall'autore promessa, ma nè pure una mediocre probabilità. Dell'Ebraica sola si servì il Duca Vargas Macciucca per indicar quali fossero i primi abitatori di Napoli.[6]Egli pure segue il metodo dell'etimologie, delle quali è così persuaso, che giudica dover rinunziareal senso e ragion comune[7]chiunque pensa in altro modo. Il fatto sta però, che quelle sue etimologie niuno persuadono, tanto sono strane ed arbitrarie. Egli pure volle interpetrare Omero, anzi anche Esiodo in quest'opera, e pretese, che i fatti narrati nell'Odissea e nella Teogonìa fossero accaduti presso a Napoli, e alla Sicilia, il che quanto da lui si faccia forzatamente è inutile il dirlo a quelli, che hanno letti questi due poeti. Ed è da notarsi, che questi due vantatori d'evidenzia trovavano negli stessi libri d'Omero e d'Esiodo cose fra loro discordi affatto. Utilissima cosa è l'indagare l'etimologia delle parole principalmente nelle antiche lingue, e queste possono talvolta servire d'ajuto alla storia: ma conviene usare cautela grande nel rintracciarle, nè si può pretendere, che in vece d'ajuto servano alla storia di fondamento.
Comuni ai tre citati scrittori sono questi difetti: ma l'autore dell'opera sulleantiche colonievenute a Napolirichiede qualche particolare osservazione. Egli mostra non mediocre cognizione della lingua Greca correggendo o spiegando più e diversi scrittori non rade volte felicemente. Ma nel tempo medesimo uopo è confessare, che assai volte lasciandosi trasportare da una fantasia troppo fervida devia dal retto sentiero, ed appoggiato a deboli congetture spiega a capriccio gli autori. Basti un solo esempio, e si prenda dal T. 1. p. 78. e seguenti, dove pretende, che Prometeo inventasse gli specchj ustorj, e vuole che di ciò parli Esiodo nella Teogonìa v. 566. ed Eschilo nella Tragedia di questo nome v. 498. e si adira cogli interpetri, perchè non hanno assai prima spiegati così que' due poeti. Egli è però manifesto, che il primo parla del fuoco da lui involato in cielo, ed il secondo della divinazione per mezzo del fuoco.
Della lingua Ebraica.Grammatici.CAPOII.Dai trattati, che a tutte le lingue, o almeno a molte appartengono, facciamo ormai passaggio a ciò, che intorno a ciascheduna si è scritto, e cominciamo dall'Ebraica, che probabilmente è d'ogni altra più antica. Niuno v'ha precettor di questa lingua, che non abbia preso a mostrarne l'utilità e la necessità. Così a cagion d'esempio il Pasini scrisse un'orazione su questo argomento, che abbiamo unita alla sua grammatica, e più ampio scopo scegliendo il P. Porta stampò in Milano un suo librode linguarum Orientalium ad omne doctrinae genus praestantia. Ma sarei infinito, se tutti indicar volessi gli scrittori di questo genere. Uno però fra tanti e per la sua dottrina singolare, e per l'importanza del suo libro nonpotrebbe senza colpa esser da me trascurato. Questi è il Signor Ab. Bernardo de Rossi, di cui dovrò quì parlare più volte. Era egli nella prima sua giovinezza, e tutto era dedito allo studio delle lingue Orientali. I giovani compagni suoi, che avrebbono voluto divenir dotti senza troppa fatica, credevano inutile quello studio, e molti, e gravi argomenti opponevano al de Rossi, che pensava altrimenti. A persuadere i compagni scrisse un'opera sulle cause principali, per cui lo studio della lingua Ebraica si trascura, e lo diede alle stampe.[8]Mostra in questo libro, che i testi Ebraici non sono nè troppo corrotti, nè indegni d'esser consultati; che le versioni, e l'autorità della volgata non ci dispensano dal ricorrere al testo originale; che colle versioni, e colla volgata non si possono assai volte convincere gli Eretici, e molto meno gli Ebrei, e di ciò si offrono occasioni non rare, nè inutili; che hanno gli Ebreiparecchi libri, dai quali si può trarre giovamento: che questa lingua non è poi difficil tanto, che lungo tempo richieda per bene impararla. E nel trattare di queste materie discute questioni sottilissime, alle quali, aggiunge nuovi lumi di sommo pregio. Si veda a cagion d'esempio ciò che ivi p. 38. e seguenti dice di quel famoso versettofoderunt manus meas, et pedes meosPs. 25. v. 18. Era egli in età di 26. in 27. anni, ma se gli anni eran pochi la dottrina era molta, e l'opera riuscì quale aspettar si poteva da un uom provetto in questi studj.Ma venendo più da presso a ciò che spetta alla lingua Ebraica parlerò prima delle Grammatiche. E quì mi si presenta innanzi ad ogni altra l'ingegnoso libretto del P. Giovenale Sacchi sul modo di leggere l'Ebraico senza i punti[9]. Tutti sanno, che in questa lingua ugualmente che in più e diverse altre Orientali, si suole scrivere senza le vocali, cui si dee supplire leggendo, e che queste si vedono espresse per l'Ebraica nella Bibbia, ed ivi pure non in tutte le edizioni, e per l'Araba nell'Alcorano, per assicurare da ogn'incertezza ed equivoco la lezione in questi libri. Tutti sanno altresì, o almeno vedono tutti la difficoltà, che deve ciò cagionare. Alcuni hanno voluto persuadersi, che antichissimamente non fosse così nella lingua Ebraica, ed han creduto, che l'Alef, He, Vau, Jod, Het, Ain fossero vere vocali. Ma ciò ancora supposto non bastava per poter leggere, perchè molte parole si hanno, nelle quali parecchie consonanti si trovano unite senza interposizione di veruna di quelle supposte vocali; onde varj modi si propongono per supplirealla loro mancanza. Così pensava il Masclef, e poi il P. Giraudau. Si oppose a queste innovazioni il Benedettino Guarin, ma alle sue opposizioni non si arrendettero questi novatori, e si vide anche in Italia ristampata la Grammatica del Masclef,[10]il che mostra fra noi pure aver trovato fautori il suo sistema. Il P. Sacchi cadde in questo errore, ma la sua opinione almeno sostenne con maggiore apparato di ragioni, che i precedenti non fecero. Osserva egli, che i punti furono inventati dai Masoreti nel sesto secolo dell'era volgare, o in quel torno, e che S. Girolamo chiama vocali appunto quelle sei lettere dette di sopra. Vuol poi, che, tolte le aspirazioni tutte, quelle vocali si pronunzino A, E breve, E lunga U, I, ed O, ed ove dopo una consonante manchi una di queste lettere si supplisca un A: onde per esempioבראשיתsi leggabarascit, nonberescit, come or si legge. Per qual motivo egli supplisca questa piuttosto, che un'altra vocale troppo lungo sarebbe a ridirsi, e molto più lungo ad impugnarsi. Lasciando dunque star ciò, lasciando stare ugualmente l'improbabilità, che la memoria, e l'uso si perdesse dell'antica pronunzia, quando la regola era così breve, e facile a ricordarsi, domanderei volentieri, come possa accadere, che la lingua Ebraica non abbia veruna aspirazione, mentre quelle, che da lei nacquero ne hanno varie; come possa accadere, che in essa sola non si abbia scontro di due consonanti, mentre in quelle, che sono più dolci non solamente due, ma anche tre si uniscono senza vocali fra mezzo, e quattro e cinque in quelle, che sono più aspre.Un argomento molto ingegnoso, e al primo aspetto assai forte deduce il P. Sacchi dal confronto de' due alfabeti Greco ed Ebraico e del valore numerico di ciascheduna lettera. Ma per rispondere a questo dovrei molto diffondermi, e perciò lo tralascio, tanto più che non è del mio instituto il fare una completa confutazione di quegli scrittori, che hanno traviato dalla verità. Dirò però solamente, che volendo persuadere i suoi lettori doveva almeno rispondere a tutti gli argomenti, che il citato Guarin ha recati in contrario nella sua Grammatica, e il Dupuy in una dissertazione sulle vocali della lingua Ebraica e dell'altre Orientali, che si legge negli atti della Reale Accademia delle inscrizioni e belle lettere di Parigi T. 36.Alla Grammatica eziandio appartengono le ricerche erudite, che intorno alle Ebraiche lettere hanno fatte il Bianconi[11]e il P. Arizzara.[12]Il primo fa vedere qual fosse anticamente la forma delle lettere Ebraiche e Greche. Riguardo alle prime esamina se Esdra le cambiasse, e sostiene, che, tranne poche accidentali variazioni introdotte dai copisti, gli Ebrei conservarono dopo la schiavitù Babilonese gli stessi caratteri, che avevano innanzi. Nega in secondo luogo, che essi avessero due sorte di caratteri, cioè uno per le cose sacre, e l'altro per l'uso comune, come alcuni Rabbini hanno preteso. Mostra altresì, che gli Ebrei e i Caldei avevano la stessa lingua, e che solamente il tempo introdusse quelle varietà,che ora vediamo, e che della Caldea hanno fatto un dialetto dell'Ebraica. Qualche strana opinione sostenne questo dotto scrittore, siccome è quella, che anticamente gli Ebrei scrivessero da sinistra a destra,[13]a sostegno della quale opinione ricorse a certo siclo Samaritano pubblicato dal P. Hardouin.[14]Di quest'avviso fu pure il P. Ogerio,[15]il quale sull'orme del Nanclero attribuì ad Esdra l'aver introdotto l'uso di scrivere da destra a sinistra. Io non confuterò quì questo paradosso, che come ha detto il P. Fabricy[16]a niuno stabile fondamento è appoggiato, e riguardo alla interpetrazione di quel siclo è stato già confutato dal Canonico Francesco Perez Bayero.[17]Nè meno strano è l'altro suo divisamento, con cui dopo il Chishull vorrebbe togliere dall'alfabeto parecchie lettere, quantunque i Salmi 9. 25. 36. 37. 118. ed altri luoghi della Bibbia abbiano i versi, o le strofe contrassegnate colle lettere, che abbiamo presentemente, e coll'ordine stesso. Il P. Arizzara si è proposto di provare, che il carattere Ebraico adoprato ne' sacri libri del vecchio testamento è quello stesso, che usò Mosè, e gli altri scrittori sacri contro il Cappell il Vossio ed altri, i quali vollero questo esser Caldaico, e introdotto da Esdra, e quello di Mosè essere stato il Samaritano. Mostra egli, che nulla provano i contrarj argomenti tratti dalla schiavitù Babilonica, o da alcuni passi della Scrittura, o dall'odio degli Ebrei contro i Samaritani,e quindi da certe parole d'Isaia, e di S. Matteo, e da altre ingegnose osservazioni si sforza di cavar le prove della sua opinione. Egli perciò sostiene la sentenza del Bianconi; ma gli argomenti sono diversi.Le Grammatiche di questa lingua pubblicate in Italia nel secolo decimottavo non sono poche; ma io indicherò quelle solamente, che o per la celebrità degli autori, o per qualche pregio particolare meritano, che se ne faccia special menzione. E sia la prima quella di Gennaro Sisti, che ha per titolola lingua santa da apprendersi anche in quattro lezioni.[18]Per l'università di Napoli aveva egli pubblicata una breve grammatica[19], e poi l'Officio Pentaglotto a vantaggio di quella gioventù. Ma per agevolare vie più l'apprendimento di questa lingua immaginò poscia un metodo brevissimo e facile, e l'espose in questo libro. Pochi precetti racchiusi in piccoli versi, alcune tavole pe' suffissi de' nomi, e de' verbi e per le conjugazioni, certe industrie nella maniera d'espor le regole, di combinare, e riunire quelle, che hanno fra loro qualche analogia, e regolare gli esercizi, che dagli scolari si debbon fare, sono le cose, che rendono compendioso molto il metodo del Sisti. Esso è diviso veramente in quattro lezioni, ma queste son tali però, che richiedono almeno venti giorni ne' giovani più perspicaci d'ingegno. Nè con ciò s'impara la lingua, il che sarebbe impossibile, come ognun vede; masolamente la declinazione de' nomi, i pronomi, la conjugazione de' verbi, i principali precetti intorno alla mutazione de' punti, ed a far uso del Lessico, col quale poi si possa cominciare a tradurre. Ma per dire il vero volendo esser breve è riuscito mancante di cose necessarie, e talvolta segue certe sue opinioni, che non da tutti gli saranno concedute. Quei versi poi sono affatto barbari, e spesso non intelligibili, e presso che sempre mancanti talmente, che la spiegazione aggiunta in prosa deve supplire a molte cose. Quantunque imperfetti però mi sembrano utili quei versi, come ajuti della memoria, alla quale basta spesso una parola, o un piccolo cenno, perchè si risvegli l'idea di più altre cose, che a quella parola, o a quel cenno sono connesse. Quantunque poi sia nuovo il metodo del Sisti non è nuovo il vanto d'insegnar questa ed altre lingue in tempo brevissimo.[20]Non può negarsi a questimetodi la lode di molta utilità, perchè giovano ad imparare la parte, che chiamano materiale delle lingue, ed a diminuirne la noja, che trattiene parecchi dal continuarne lo studio. Ma riuscirebbono dannosi ove un dotto e diligente Maestro non supplisse poi, quando è opportuno, con altri più diffusi precetti.In ordine autem, et modo disciplinae, diceva Bacone da Verulamio,illud in primis consuluerim, ut caveatur a compendiis, et a praecocitate quadam doctrinae, quae ingenia reddat audacula, et magnos profectus potius ostentent, quam faciant. Ho quì voluto notare queste parole, affinchè l'autorità di tanto scrittore serva a me di difesa, se tralascerò di registrare tanti compendj, che per la lingua latina massimamente agli anni passati inondaron l'Italia ad imitazione di qualche altra nazione, e al tempo stesso sia d'avviso a coloro, che con simili arti vogliono fare de' giovanetti tanti prodigj di dottrina in ogni facoltà; ma formano de' prodigj d'ignoranza.Alcuni accusano la maggior parte delle grammatiche dei Cattolici di soverchia scarsità di precetti, ed altri condannano quelle degli Eretici, e molto più quelle degli Ebrei di soverchia prolissità, e minutezza. Il Pasini si prefisse di tenere una via media, e con questo intendimento fece la sua grammatica tratta in gran parte dal Buxtorfio.[21]Discreta e sufficiente quantità diprecetti, chiarezza, e precisione nell'esporli sono i pregj di questa grammatica, che a ragione vien molto adoperata in parecchie scuole d'Italia. Molte eccezioni ed anomalìe, che sparse nella grammatica annojerebbono i principianti, e verrebbono dimenticate, si tralasciano, e a ciò si supplisce più opportunamente col porre in fine il catalogo alfabetico, e la spiegazione delle voci anomale, che nella Bibbia s'incontrano. Io bramerei solamente, che maggior estensione avesse data al trattato della sintassi, come tra i Cattolici ha fatto il Guarin, e tra gli Eretici il Buxtorfio, ed altri. Se nella lingua latina, nella quale tanti ajuti abbiamo per bene impararla, a lungo e minutamente si spiega la sintassi, e niuno crederebbe d'aver bene insegnata questa lingua, se ciò non facesse, io non so comprendere, come altri possa sperare d'aver bene insegnata l'Ebraica, facendo altrimenti. Alcuni dicono, che l'uso in ciò è il miglior maestro; ma se nella latina all'uso si vuole unire l'abbondanza delle regole, a me pare, che si debba dir lo stesso ancor dell'Ebraica. Il qual rimprovero io faccio non al Pasini solamente, ma ancora ad altri molti Grammatici Ebraici, ed a quelli delle altre lingue orientali, e della Greca. Nè mi si oppongano quelle, che poco fa hanno mandate alle stampe due chiarissimi luminari in questo genere di letteratura i signori Abb. de Rossi e Valperga Caluso.[22]Essi hanno voluto darci dei compendj, i quali io non condanno; anzi li credo ne' primi rudimenti giovevoli più che i molti precetti. Ma credo poi, che ai compendj debba succedere piùcopioso insegnamento o d'una grammatica più diffusa, o della viva voce d'un dotto Precettore, quali sono appunto i due testè nominati. E certamente il primo non tiene in se racchiuso il tesoro (bisogna bene usar questa voce per parlare di lui con verità) della sua erudizione, ma lo comunica senza riserva a' suoi uditori. Nè altrimenti fece il secondo, finchè fu moderatore della scuola Torinese, dove le prime, e vere origini della lingua Ebraica spiegava secondo gl'insegnamenti dello Schultens, e degli altri più insigni letterati Tedeschi ed Olandesi, il che senza dubbio si pratica ancora dal Signor Peyron, il quale ha meritato d'essergli successore.[23]Oltre alla Grammatica già citata altre opere ha preparate il Signor Ab. de Rossi, che riuscite sarebbono utilissime agli studiosi, e dobbiamo dolerci, che gli siano mancati gl'incoraggiamenti per pubblicarle.[24]Utile altresì dovremo credere, che sarebbe riuscita, se si fosse pubblicata la Grammatica Ebraica, e Caldaica di Jacopo Cavalli Veronese, se possiamo congetturarlo dal titolo, che ne porta il P. Zaccaria negli annali letterarj d'Italia T. 3. p. 505.[25]Non mancarono i Lessici all'Italia. Primo di tempo, se non di merito è quello del Bouget.[26]Egli non era Italiano, ma nato a Salmur, e lo pongo quì solamente, perchè fu per più e diversi anni maestro di questa lingua nel Seminario di Propaganda, e poi della Greca nell'Università di Roma, e per quel Seminario fece il suo Lessico, ed una Grammatica.[27]Egli lasciato l'ordine delle radici segue l'alfabetico, il che dispiacerà a molti. Ma più assai di questo credo, che si debba rimproverare al Bouget la totale mancanza d'esempj, e il significato non sempre esatto e compiuto delle voci, oltre all'esecuzion Tipografica, che spesso genera confusione.Altri Lessici dettero lo Zanolini e il P. Montaldi. Ambedue seguono l'ordine delle radici, ambedue ebbero in mira di togliere dalle mani della gioventù i lessici degli Eretici, ne' quali v'ha sempre più o meno nascosta qualche parte de' loro errori. Il primo lo fece pel Seminario di Padova.[28]Egli è diligente nel registrare i significati diversi di tutte le voci, le diverse modificazioni de' nomi, e le costruzioni loro cogli affissi; ed inoltre vi ha aggiunte alcune osservazioni intorno alle antichità Giudaiche, ed alla Filologia Sagra,dove gliene veniva il destro. Io sarò costretto d'accusare più volte di plagio quest'autore, ma non posso dire, se simil taccia abbia meritata ancora nel Lessico Ebraico, che non ho veduto. Il secondo,[29]professore della stessa lingua e di controversie nel Collegio Germanico di Roma ha usato anch'egli la maggior diligenza nel porre tutte le modificazioni testè accennate, e le diverse spiegazioni delle voci, ricorrendo, ove è qualche controversia, ai migliori Lessicografi e Critici sacri, ed alle interpetrazioni Greche dei Settanta d'Aquila di Teodozione e di Simmaco, e a quelle delle altre lingue affini all'Ebraica, ed ai migliori Rabbini, avendo però sempre quel riguardo, che alla volgata si deve in quelle cose massimamente, che ai costumi appartengono ed alla Fede. Sì fatta cautela è senza dubbio non solo commendabile, ma ancor necessaria: e riprendo l'ardir degli Eretici autori di cose ebraiche, che spesso a lor talento spiegano il sacro testo. Parmi però, che alcuna volta util cosa sarebbe ricorrere alle lingue araba, e siriaca, che sono, dirò così, della stessa famiglia coll'ebraica, come hanno fatto parecchi Tedeschi, e massimamente lo Schultens, il Michaelis, il Simonis, l'Eichorn, ed altri: ed ove ciò si faccia non a capriccio, ma secondo le regole della critica i cattolici dogmi rimarrebbono inconcussi, salve le leggi de' costumi, e la Santa Romana Chiesa trionfante. Un Lessico Ebraico compilò il dottissimo Cardinale Michelangelo Luchi, che si dee conservare fra i molti suoi manuscrittinella Vaticana. Ed il Bjoernstaehl ne' suoi viaggj parla del P. Conreale monaco Benedettino, che nell'anno 1772. viveva a Monte Cassino e fece una Grammatica, un Lessico, ed altre opere intorno a questa lingua in novanta volumi in foglio, di che ha pubblicato ancora un saggio,[30]ma non mi è riuscito d'averne ulterior notizia.Celebre è la quistione, che fra gli eruditi si agita intorno alla poesia degli antichi Ebrei. Vogliono alcuni, che essa consistesse in una determinata disposizione di piedi composti di sillabe lunghe, e brevi, come la Greca, e la Latina. Altri pretendono, che avesse rime, e fosse simile alla nostra. V'ha chi la fa consister tutta negli accenti. E finalmente alcuni niuna altra poesia concedono agli Ebrei, fuorchè lo stile. L'Abate Biagio Garofolo scrivendo intorno alla poesia degli Ebrei e de' Greci difese la seconda opinione.[31]Vuol però, che le rime degli Ebrei non fossero sempre composte delle stesse lettere. Confessa, che mancano molte rime, e lo attribuisce a negligenza de' copisti. Quindi parla dello stile, di cui rileva le bellezze: e finalmente de' principali poeti Greci ragiona secondo i tempi, in cui vissero, e secondo i diversi generi, ne' quali scrissero, dando di ciascuno un conveniente giudizio. Incontrò egli un acre avversario in Raffaele Rabbenio Medico Ebreo, che sotto finto nome stampò,squarcio di Lettera del dottissimo Bernabò Sacchi sopra le considerazioni del signore Biagio Garofolo intorno alla poesia degli Ebrei.Aosta.(Padova) 1709. in 8. E poco dopo unaLettera di***scritta ad uno de' suoi amici sopra un saggio di critica del signor Giovanni Clerico intorno alla poesia degli Ebrei. in 8. Il Rabbenio voleva provare, che la poesia Ebraica avesse metro consistente in una determinata misura di piedi composti di sillabe lunghe, e brevi, ma gli è accaduto di mostrar solamente, che consiste nelle parti del tempo, in cui i versi si pronunziano, e che la quantità di questo tempo dipende dall'accento, il che avverte il Garofolo nella sua replica.[32]Il Rabbenio, negando la rima alla poesia Ebraica, confessò però, che vi si trovano alcunifinimenti simili, nella qual confessione crede il Garofolo, che egli si contradica, perchè ifinimenti similisono rime. Ma a me pare, che in ciò lo riprenda a torto, perchè il trovarsi qualche rima nel testo Ebraico non vuol dire, che nella rima consista quella poesia. Più altre operette poi si stamparono da ambe le parti, che tralascio d'indicare, perchè niun utile ne venne per decidere la questione, o per illustrare la lingua. Favorevole alla rima si mostrò ancora il P. Casini Gesuita, e Lettore di Sacra Scrittura nel Collegio Romano nella sua breve dissertazionede divina poesia sive de psalmis, canticis, deque omni re poetica.Romae1751. in 4. Ma distingue due sorte di versi, una a più severe leggi soggetta di certa misura di piedi, e di desinenze, e la vuole usata nelle lamentazioni ne' cantici, e ne' Salmi; l'altra più libera, e quasi media fra la prosa e il nostro verso nella quale dice, che scritte furono le profezie. L'Avvocato Mattei, che trattò anch'egli della poesiaEbrea[33]molto saviamente lasciò indeciso, se fosse rimata, o simile alla Greca, e alla Latina, o se consistesse in altro modo diverso; ma poi, non so con qual fondamento, pretende, che essa fosse a foggia de' ditirambi, ne' quali si trovano unite a capriccio molte sorte di versi. Il fatto sta che non abbiamo più mezzi per decidere sì fatta questione, cui gli eruditi dovrebbono ormai abbandonare, come insolubile.
Dai trattati, che a tutte le lingue, o almeno a molte appartengono, facciamo ormai passaggio a ciò, che intorno a ciascheduna si è scritto, e cominciamo dall'Ebraica, che probabilmente è d'ogni altra più antica. Niuno v'ha precettor di questa lingua, che non abbia preso a mostrarne l'utilità e la necessità. Così a cagion d'esempio il Pasini scrisse un'orazione su questo argomento, che abbiamo unita alla sua grammatica, e più ampio scopo scegliendo il P. Porta stampò in Milano un suo librode linguarum Orientalium ad omne doctrinae genus praestantia. Ma sarei infinito, se tutti indicar volessi gli scrittori di questo genere. Uno però fra tanti e per la sua dottrina singolare, e per l'importanza del suo libro nonpotrebbe senza colpa esser da me trascurato. Questi è il Signor Ab. Bernardo de Rossi, di cui dovrò quì parlare più volte. Era egli nella prima sua giovinezza, e tutto era dedito allo studio delle lingue Orientali. I giovani compagni suoi, che avrebbono voluto divenir dotti senza troppa fatica, credevano inutile quello studio, e molti, e gravi argomenti opponevano al de Rossi, che pensava altrimenti. A persuadere i compagni scrisse un'opera sulle cause principali, per cui lo studio della lingua Ebraica si trascura, e lo diede alle stampe.[8]Mostra in questo libro, che i testi Ebraici non sono nè troppo corrotti, nè indegni d'esser consultati; che le versioni, e l'autorità della volgata non ci dispensano dal ricorrere al testo originale; che colle versioni, e colla volgata non si possono assai volte convincere gli Eretici, e molto meno gli Ebrei, e di ciò si offrono occasioni non rare, nè inutili; che hanno gli Ebreiparecchi libri, dai quali si può trarre giovamento: che questa lingua non è poi difficil tanto, che lungo tempo richieda per bene impararla. E nel trattare di queste materie discute questioni sottilissime, alle quali, aggiunge nuovi lumi di sommo pregio. Si veda a cagion d'esempio ciò che ivi p. 38. e seguenti dice di quel famoso versettofoderunt manus meas, et pedes meosPs. 25. v. 18. Era egli in età di 26. in 27. anni, ma se gli anni eran pochi la dottrina era molta, e l'opera riuscì quale aspettar si poteva da un uom provetto in questi studj.
Ma venendo più da presso a ciò che spetta alla lingua Ebraica parlerò prima delle Grammatiche. E quì mi si presenta innanzi ad ogni altra l'ingegnoso libretto del P. Giovenale Sacchi sul modo di leggere l'Ebraico senza i punti[9]. Tutti sanno, che in questa lingua ugualmente che in più e diverse altre Orientali, si suole scrivere senza le vocali, cui si dee supplire leggendo, e che queste si vedono espresse per l'Ebraica nella Bibbia, ed ivi pure non in tutte le edizioni, e per l'Araba nell'Alcorano, per assicurare da ogn'incertezza ed equivoco la lezione in questi libri. Tutti sanno altresì, o almeno vedono tutti la difficoltà, che deve ciò cagionare. Alcuni hanno voluto persuadersi, che antichissimamente non fosse così nella lingua Ebraica, ed han creduto, che l'Alef, He, Vau, Jod, Het, Ain fossero vere vocali. Ma ciò ancora supposto non bastava per poter leggere, perchè molte parole si hanno, nelle quali parecchie consonanti si trovano unite senza interposizione di veruna di quelle supposte vocali; onde varj modi si propongono per supplirealla loro mancanza. Così pensava il Masclef, e poi il P. Giraudau. Si oppose a queste innovazioni il Benedettino Guarin, ma alle sue opposizioni non si arrendettero questi novatori, e si vide anche in Italia ristampata la Grammatica del Masclef,[10]il che mostra fra noi pure aver trovato fautori il suo sistema. Il P. Sacchi cadde in questo errore, ma la sua opinione almeno sostenne con maggiore apparato di ragioni, che i precedenti non fecero. Osserva egli, che i punti furono inventati dai Masoreti nel sesto secolo dell'era volgare, o in quel torno, e che S. Girolamo chiama vocali appunto quelle sei lettere dette di sopra. Vuol poi, che, tolte le aspirazioni tutte, quelle vocali si pronunzino A, E breve, E lunga U, I, ed O, ed ove dopo una consonante manchi una di queste lettere si supplisca un A: onde per esempioבראשיתsi leggabarascit, nonberescit, come or si legge. Per qual motivo egli supplisca questa piuttosto, che un'altra vocale troppo lungo sarebbe a ridirsi, e molto più lungo ad impugnarsi. Lasciando dunque star ciò, lasciando stare ugualmente l'improbabilità, che la memoria, e l'uso si perdesse dell'antica pronunzia, quando la regola era così breve, e facile a ricordarsi, domanderei volentieri, come possa accadere, che la lingua Ebraica non abbia veruna aspirazione, mentre quelle, che da lei nacquero ne hanno varie; come possa accadere, che in essa sola non si abbia scontro di due consonanti, mentre in quelle, che sono più dolci non solamente due, ma anche tre si uniscono senza vocali fra mezzo, e quattro e cinque in quelle, che sono più aspre.
Un argomento molto ingegnoso, e al primo aspetto assai forte deduce il P. Sacchi dal confronto de' due alfabeti Greco ed Ebraico e del valore numerico di ciascheduna lettera. Ma per rispondere a questo dovrei molto diffondermi, e perciò lo tralascio, tanto più che non è del mio instituto il fare una completa confutazione di quegli scrittori, che hanno traviato dalla verità. Dirò però solamente, che volendo persuadere i suoi lettori doveva almeno rispondere a tutti gli argomenti, che il citato Guarin ha recati in contrario nella sua Grammatica, e il Dupuy in una dissertazione sulle vocali della lingua Ebraica e dell'altre Orientali, che si legge negli atti della Reale Accademia delle inscrizioni e belle lettere di Parigi T. 36.
Alla Grammatica eziandio appartengono le ricerche erudite, che intorno alle Ebraiche lettere hanno fatte il Bianconi[11]e il P. Arizzara.[12]Il primo fa vedere qual fosse anticamente la forma delle lettere Ebraiche e Greche. Riguardo alle prime esamina se Esdra le cambiasse, e sostiene, che, tranne poche accidentali variazioni introdotte dai copisti, gli Ebrei conservarono dopo la schiavitù Babilonese gli stessi caratteri, che avevano innanzi. Nega in secondo luogo, che essi avessero due sorte di caratteri, cioè uno per le cose sacre, e l'altro per l'uso comune, come alcuni Rabbini hanno preteso. Mostra altresì, che gli Ebrei e i Caldei avevano la stessa lingua, e che solamente il tempo introdusse quelle varietà,che ora vediamo, e che della Caldea hanno fatto un dialetto dell'Ebraica. Qualche strana opinione sostenne questo dotto scrittore, siccome è quella, che anticamente gli Ebrei scrivessero da sinistra a destra,[13]a sostegno della quale opinione ricorse a certo siclo Samaritano pubblicato dal P. Hardouin.[14]Di quest'avviso fu pure il P. Ogerio,[15]il quale sull'orme del Nanclero attribuì ad Esdra l'aver introdotto l'uso di scrivere da destra a sinistra. Io non confuterò quì questo paradosso, che come ha detto il P. Fabricy[16]a niuno stabile fondamento è appoggiato, e riguardo alla interpetrazione di quel siclo è stato già confutato dal Canonico Francesco Perez Bayero.[17]Nè meno strano è l'altro suo divisamento, con cui dopo il Chishull vorrebbe togliere dall'alfabeto parecchie lettere, quantunque i Salmi 9. 25. 36. 37. 118. ed altri luoghi della Bibbia abbiano i versi, o le strofe contrassegnate colle lettere, che abbiamo presentemente, e coll'ordine stesso. Il P. Arizzara si è proposto di provare, che il carattere Ebraico adoprato ne' sacri libri del vecchio testamento è quello stesso, che usò Mosè, e gli altri scrittori sacri contro il Cappell il Vossio ed altri, i quali vollero questo esser Caldaico, e introdotto da Esdra, e quello di Mosè essere stato il Samaritano. Mostra egli, che nulla provano i contrarj argomenti tratti dalla schiavitù Babilonica, o da alcuni passi della Scrittura, o dall'odio degli Ebrei contro i Samaritani,e quindi da certe parole d'Isaia, e di S. Matteo, e da altre ingegnose osservazioni si sforza di cavar le prove della sua opinione. Egli perciò sostiene la sentenza del Bianconi; ma gli argomenti sono diversi.
Le Grammatiche di questa lingua pubblicate in Italia nel secolo decimottavo non sono poche; ma io indicherò quelle solamente, che o per la celebrità degli autori, o per qualche pregio particolare meritano, che se ne faccia special menzione. E sia la prima quella di Gennaro Sisti, che ha per titolola lingua santa da apprendersi anche in quattro lezioni.[18]Per l'università di Napoli aveva egli pubblicata una breve grammatica[19], e poi l'Officio Pentaglotto a vantaggio di quella gioventù. Ma per agevolare vie più l'apprendimento di questa lingua immaginò poscia un metodo brevissimo e facile, e l'espose in questo libro. Pochi precetti racchiusi in piccoli versi, alcune tavole pe' suffissi de' nomi, e de' verbi e per le conjugazioni, certe industrie nella maniera d'espor le regole, di combinare, e riunire quelle, che hanno fra loro qualche analogia, e regolare gli esercizi, che dagli scolari si debbon fare, sono le cose, che rendono compendioso molto il metodo del Sisti. Esso è diviso veramente in quattro lezioni, ma queste son tali però, che richiedono almeno venti giorni ne' giovani più perspicaci d'ingegno. Nè con ciò s'impara la lingua, il che sarebbe impossibile, come ognun vede; masolamente la declinazione de' nomi, i pronomi, la conjugazione de' verbi, i principali precetti intorno alla mutazione de' punti, ed a far uso del Lessico, col quale poi si possa cominciare a tradurre. Ma per dire il vero volendo esser breve è riuscito mancante di cose necessarie, e talvolta segue certe sue opinioni, che non da tutti gli saranno concedute. Quei versi poi sono affatto barbari, e spesso non intelligibili, e presso che sempre mancanti talmente, che la spiegazione aggiunta in prosa deve supplire a molte cose. Quantunque imperfetti però mi sembrano utili quei versi, come ajuti della memoria, alla quale basta spesso una parola, o un piccolo cenno, perchè si risvegli l'idea di più altre cose, che a quella parola, o a quel cenno sono connesse. Quantunque poi sia nuovo il metodo del Sisti non è nuovo il vanto d'insegnar questa ed altre lingue in tempo brevissimo.[20]Non può negarsi a questimetodi la lode di molta utilità, perchè giovano ad imparare la parte, che chiamano materiale delle lingue, ed a diminuirne la noja, che trattiene parecchi dal continuarne lo studio. Ma riuscirebbono dannosi ove un dotto e diligente Maestro non supplisse poi, quando è opportuno, con altri più diffusi precetti.In ordine autem, et modo disciplinae, diceva Bacone da Verulamio,illud in primis consuluerim, ut caveatur a compendiis, et a praecocitate quadam doctrinae, quae ingenia reddat audacula, et magnos profectus potius ostentent, quam faciant. Ho quì voluto notare queste parole, affinchè l'autorità di tanto scrittore serva a me di difesa, se tralascerò di registrare tanti compendj, che per la lingua latina massimamente agli anni passati inondaron l'Italia ad imitazione di qualche altra nazione, e al tempo stesso sia d'avviso a coloro, che con simili arti vogliono fare de' giovanetti tanti prodigj di dottrina in ogni facoltà; ma formano de' prodigj d'ignoranza.
Alcuni accusano la maggior parte delle grammatiche dei Cattolici di soverchia scarsità di precetti, ed altri condannano quelle degli Eretici, e molto più quelle degli Ebrei di soverchia prolissità, e minutezza. Il Pasini si prefisse di tenere una via media, e con questo intendimento fece la sua grammatica tratta in gran parte dal Buxtorfio.[21]Discreta e sufficiente quantità diprecetti, chiarezza, e precisione nell'esporli sono i pregj di questa grammatica, che a ragione vien molto adoperata in parecchie scuole d'Italia. Molte eccezioni ed anomalìe, che sparse nella grammatica annojerebbono i principianti, e verrebbono dimenticate, si tralasciano, e a ciò si supplisce più opportunamente col porre in fine il catalogo alfabetico, e la spiegazione delle voci anomale, che nella Bibbia s'incontrano. Io bramerei solamente, che maggior estensione avesse data al trattato della sintassi, come tra i Cattolici ha fatto il Guarin, e tra gli Eretici il Buxtorfio, ed altri. Se nella lingua latina, nella quale tanti ajuti abbiamo per bene impararla, a lungo e minutamente si spiega la sintassi, e niuno crederebbe d'aver bene insegnata questa lingua, se ciò non facesse, io non so comprendere, come altri possa sperare d'aver bene insegnata l'Ebraica, facendo altrimenti. Alcuni dicono, che l'uso in ciò è il miglior maestro; ma se nella latina all'uso si vuole unire l'abbondanza delle regole, a me pare, che si debba dir lo stesso ancor dell'Ebraica. Il qual rimprovero io faccio non al Pasini solamente, ma ancora ad altri molti Grammatici Ebraici, ed a quelli delle altre lingue orientali, e della Greca. Nè mi si oppongano quelle, che poco fa hanno mandate alle stampe due chiarissimi luminari in questo genere di letteratura i signori Abb. de Rossi e Valperga Caluso.[22]Essi hanno voluto darci dei compendj, i quali io non condanno; anzi li credo ne' primi rudimenti giovevoli più che i molti precetti. Ma credo poi, che ai compendj debba succedere piùcopioso insegnamento o d'una grammatica più diffusa, o della viva voce d'un dotto Precettore, quali sono appunto i due testè nominati. E certamente il primo non tiene in se racchiuso il tesoro (bisogna bene usar questa voce per parlare di lui con verità) della sua erudizione, ma lo comunica senza riserva a' suoi uditori. Nè altrimenti fece il secondo, finchè fu moderatore della scuola Torinese, dove le prime, e vere origini della lingua Ebraica spiegava secondo gl'insegnamenti dello Schultens, e degli altri più insigni letterati Tedeschi ed Olandesi, il che senza dubbio si pratica ancora dal Signor Peyron, il quale ha meritato d'essergli successore.[23]
Oltre alla Grammatica già citata altre opere ha preparate il Signor Ab. de Rossi, che riuscite sarebbono utilissime agli studiosi, e dobbiamo dolerci, che gli siano mancati gl'incoraggiamenti per pubblicarle.[24]Utile altresì dovremo credere, che sarebbe riuscita, se si fosse pubblicata la Grammatica Ebraica, e Caldaica di Jacopo Cavalli Veronese, se possiamo congetturarlo dal titolo, che ne porta il P. Zaccaria negli annali letterarj d'Italia T. 3. p. 505.[25]
Non mancarono i Lessici all'Italia. Primo di tempo, se non di merito è quello del Bouget.[26]Egli non era Italiano, ma nato a Salmur, e lo pongo quì solamente, perchè fu per più e diversi anni maestro di questa lingua nel Seminario di Propaganda, e poi della Greca nell'Università di Roma, e per quel Seminario fece il suo Lessico, ed una Grammatica.[27]Egli lasciato l'ordine delle radici segue l'alfabetico, il che dispiacerà a molti. Ma più assai di questo credo, che si debba rimproverare al Bouget la totale mancanza d'esempj, e il significato non sempre esatto e compiuto delle voci, oltre all'esecuzion Tipografica, che spesso genera confusione.
Altri Lessici dettero lo Zanolini e il P. Montaldi. Ambedue seguono l'ordine delle radici, ambedue ebbero in mira di togliere dalle mani della gioventù i lessici degli Eretici, ne' quali v'ha sempre più o meno nascosta qualche parte de' loro errori. Il primo lo fece pel Seminario di Padova.[28]Egli è diligente nel registrare i significati diversi di tutte le voci, le diverse modificazioni de' nomi, e le costruzioni loro cogli affissi; ed inoltre vi ha aggiunte alcune osservazioni intorno alle antichità Giudaiche, ed alla Filologia Sagra,dove gliene veniva il destro. Io sarò costretto d'accusare più volte di plagio quest'autore, ma non posso dire, se simil taccia abbia meritata ancora nel Lessico Ebraico, che non ho veduto. Il secondo,[29]professore della stessa lingua e di controversie nel Collegio Germanico di Roma ha usato anch'egli la maggior diligenza nel porre tutte le modificazioni testè accennate, e le diverse spiegazioni delle voci, ricorrendo, ove è qualche controversia, ai migliori Lessicografi e Critici sacri, ed alle interpetrazioni Greche dei Settanta d'Aquila di Teodozione e di Simmaco, e a quelle delle altre lingue affini all'Ebraica, ed ai migliori Rabbini, avendo però sempre quel riguardo, che alla volgata si deve in quelle cose massimamente, che ai costumi appartengono ed alla Fede. Sì fatta cautela è senza dubbio non solo commendabile, ma ancor necessaria: e riprendo l'ardir degli Eretici autori di cose ebraiche, che spesso a lor talento spiegano il sacro testo. Parmi però, che alcuna volta util cosa sarebbe ricorrere alle lingue araba, e siriaca, che sono, dirò così, della stessa famiglia coll'ebraica, come hanno fatto parecchi Tedeschi, e massimamente lo Schultens, il Michaelis, il Simonis, l'Eichorn, ed altri: ed ove ciò si faccia non a capriccio, ma secondo le regole della critica i cattolici dogmi rimarrebbono inconcussi, salve le leggi de' costumi, e la Santa Romana Chiesa trionfante. Un Lessico Ebraico compilò il dottissimo Cardinale Michelangelo Luchi, che si dee conservare fra i molti suoi manuscrittinella Vaticana. Ed il Bjoernstaehl ne' suoi viaggj parla del P. Conreale monaco Benedettino, che nell'anno 1772. viveva a Monte Cassino e fece una Grammatica, un Lessico, ed altre opere intorno a questa lingua in novanta volumi in foglio, di che ha pubblicato ancora un saggio,[30]ma non mi è riuscito d'averne ulterior notizia.
Celebre è la quistione, che fra gli eruditi si agita intorno alla poesia degli antichi Ebrei. Vogliono alcuni, che essa consistesse in una determinata disposizione di piedi composti di sillabe lunghe, e brevi, come la Greca, e la Latina. Altri pretendono, che avesse rime, e fosse simile alla nostra. V'ha chi la fa consister tutta negli accenti. E finalmente alcuni niuna altra poesia concedono agli Ebrei, fuorchè lo stile. L'Abate Biagio Garofolo scrivendo intorno alla poesia degli Ebrei e de' Greci difese la seconda opinione.[31]Vuol però, che le rime degli Ebrei non fossero sempre composte delle stesse lettere. Confessa, che mancano molte rime, e lo attribuisce a negligenza de' copisti. Quindi parla dello stile, di cui rileva le bellezze: e finalmente de' principali poeti Greci ragiona secondo i tempi, in cui vissero, e secondo i diversi generi, ne' quali scrissero, dando di ciascuno un conveniente giudizio. Incontrò egli un acre avversario in Raffaele Rabbenio Medico Ebreo, che sotto finto nome stampò,squarcio di Lettera del dottissimo Bernabò Sacchi sopra le considerazioni del signore Biagio Garofolo intorno alla poesia degli Ebrei.Aosta.(Padova) 1709. in 8. E poco dopo unaLettera di***scritta ad uno de' suoi amici sopra un saggio di critica del signor Giovanni Clerico intorno alla poesia degli Ebrei. in 8. Il Rabbenio voleva provare, che la poesia Ebraica avesse metro consistente in una determinata misura di piedi composti di sillabe lunghe, e brevi, ma gli è accaduto di mostrar solamente, che consiste nelle parti del tempo, in cui i versi si pronunziano, e che la quantità di questo tempo dipende dall'accento, il che avverte il Garofolo nella sua replica.[32]Il Rabbenio, negando la rima alla poesia Ebraica, confessò però, che vi si trovano alcunifinimenti simili, nella qual confessione crede il Garofolo, che egli si contradica, perchè ifinimenti similisono rime. Ma a me pare, che in ciò lo riprenda a torto, perchè il trovarsi qualche rima nel testo Ebraico non vuol dire, che nella rima consista quella poesia. Più altre operette poi si stamparono da ambe le parti, che tralascio d'indicare, perchè niun utile ne venne per decidere la questione, o per illustrare la lingua. Favorevole alla rima si mostrò ancora il P. Casini Gesuita, e Lettore di Sacra Scrittura nel Collegio Romano nella sua breve dissertazionede divina poesia sive de psalmis, canticis, deque omni re poetica.Romae1751. in 4. Ma distingue due sorte di versi, una a più severe leggi soggetta di certa misura di piedi, e di desinenze, e la vuole usata nelle lamentazioni ne' cantici, e ne' Salmi; l'altra più libera, e quasi media fra la prosa e il nostro verso nella quale dice, che scritte furono le profezie. L'Avvocato Mattei, che trattò anch'egli della poesiaEbrea[33]molto saviamente lasciò indeciso, se fosse rimata, o simile alla Greca, e alla Latina, o se consistesse in altro modo diverso; ma poi, non so con qual fondamento, pretende, che essa fosse a foggia de' ditirambi, ne' quali si trovano unite a capriccio molte sorte di versi. Il fatto sta che non abbiamo più mezzi per decidere sì fatta questione, cui gli eruditi dovrebbono ormai abbandonare, come insolubile.
Interpetri de' LibriSacri.CAPOIII.Lo studio della lingua Ebraica dee sopra tutto esser rivolto alla interpetrazione dei divini libri del vecchio Testamento, e questo scopo non è stato dimenticato dai nostri. Il primo mezzo per ottenere ciò è stato il raccogliere le varie lezioni, il che ha fatto con incredibil fatica ed erudizione il Sig. Ab. de Rossi. Il Kennicott aveva già prima intrapresa ed eseguita questa fatica in Inghilterra, nella quale opera si era prevaluto degli Europei più dotti nella lingua Ebraica, fra' quali voglionsi da me ricordare il medesimo Signor de Rossi, che non pensava allora ad essergli successore nello stesso lavoro, il P. Porta in Milano, i PP. Berretta, e Bartoli in Firenze, i due Assemani, i PP. Giorgi,Teoli, Ballerini, e il Costanzo in Roma, ed altri certamente a me ignoti. Fu lodata la fatica di quel dotto Inglese; ma quando vennero alla luce le varianti del Poliglotto Italiano[34]la gloria del primo restò offuscata. I MSS esaminati dal Kennicott erano 579. e quelli solamente che possedeva l'autore Italiano nella domestica sua ma ricchissima libreria erano 617. A queste si aggiungano 310. sue edizioni, 46. MSS. Samaritani, 134. codici e 42. edizioni d'estere librerie. Se grande fu la sua diligenza nel raccogliere ed esaminare tanti codici, e trarne le varianti di qualche importanza, lasciate le minuzie masoretiche, di che ridonda l'opera Inglese, fu anche maggior la dottrina, con cui nei prolegomeni si parla de' fonti della critica sacra, nelle dissertazioni si esaminano le precedenti collazioni fatte dagli Ebrei e dai Cristiani, e si mostra l'utilità di questa, e tutta l'opera dal principio sino alla fine è condotta. E quantunque tanto facesse allora, pure quest'uomo instancabile trovò poi modo di fare a quell'opera un'appendice di nuove varianti importantissime.[35]Nè in ciò si limita l'illustrazione del sacro testo fatta da lui, ma sono fra le sue carte altre cose non ancor pubblicate, in parte già compite, in parte cominciate soltanto. E' fra le prime unaManuductio philhebraei ad hebraia biblia, che contiene una breve, ed esatta notizia del suo pregio, autorità, ed uso delle migliori sue edizioni, e delle più stimate traduzioni.[36]Vi è l'introductio in criticam sacram veteris Testamenti, una parte della quale ha servito ai prolegomeni delle varianti. Vi è l'operade studio legis, seu Biblico ex Rabbinorum praeceptis optime instituendo. È fra le seconde lasynopsis institutionum Biblicarum Sacrarumque antiquitatum, e un commentariode locis theologicis hebraeorum eorumque tum apud Judaeos tum apud Christianos auctoritate.A questa classe può riferirsi ciò che egli scrisse intorno al Messia, cioè in primo luogo l'operadella vana espettazione degli Ebrei del loro Re Messia dal compimento di tutte le epoche.[37]Mostra egli che v'ha una data e certa epoca rivelata della venuta del Messia, che questa non poteva esser ritardata, che tutte l'epoche più autorevoli determinate dalla Scrittura o dalla tradizione sono passate, che in niuno, come in Gesù Cristo, si avverano queste epoche, e i caratteri tutti del Messia. Quest'opera applaudita trovò due oppositori, ma per loro onore non dirò quali fossero,e quanto spregevoli le loro obiezioni. Dirò solamente, che il Signor de Rossi rispose coll'esame delle riflessioni teologico-critiche contro il libro della vana espettazione degli Ebrei,[38]nè i critici osarono più di ritornare in campo. Altre opere ancora aveva preparate intorno al Messia, cioè illumen salutis, seu Biblica Messiae oracula ex Chaldaicis paraphrasibus ac Rabinorum commentariis illustrata, alcuni estratti delSanhedrinin Ebraico, e in Latino, e ilsystema recentioris judaeorum theologiae de eorum rege Messia, ma rimangono manoscritte.Se tutti io volessi quì registrare gl'interpetri della Sacra Scrittura, e devierei dal cammino, che mi debbo proporre, e diffondermi dovrei soverchiamente. Parlerò però soltanto di volo d'alcuni che questa parte coltivando de' sacri studj fecero uso della lingua Ebraica, il che mi pare intimamente connesso col mio argomento. E prima ricorderò l'Ermeneutica del già citato Arizzarra[39]nella qual opera, oltre alle molte cose, che al teologo appartengono, e all'uomo erudito, più altre ne sono, che questa lingua riguardano, cioè dove parla della necessità di studiarla, delle Bibbie Poliglotte, del Talmud, e de' Commenti Rabbinici, dello stile de' Sacri Libri, dell'officio proprio d'un sacro interpetre, del merito de' SS. PP. e degl'Interpetri moderni, de' varj sensi della Sacra Scrittura, e delle regole, che voglionsi osservare nell'Ermeneutica Sacra. All'Arizzarra, che generalmente ha trattata questa parte, coloro debbon succedere, che più particolarmente coll'usodella lingua Ebraica, o dell'altre Orientali han preso a spiegare le sacre carte. Tale è il Gesuita Airoli, che in più e diverse dissertazioni mostrò quanto profondo egli fosse in queste lingue, le quali insegnava nel Collegio Romano.[40]Tale è il Pasini, che mentre nel Seminario di Padova insegnava queste lingue un picciol libro pubblicò pieno di dottrina sul sacro testo sulle sue traduzioni, e su parecchi luoghi del testo medesimo, i quali coll'ajuto di molta erudizion poliglotta egli spiega dottamente.[41]Quest'opera forse fece sì che la fama del suo sapere giunse al Re Sardo, il quale lo chiamò a Torino professore delle lingue Orientali. Ivi oltre alla Grammatica di cui ho parlato, ed altre opere, che altrove si accenneranno, stampò con molto corredo d'erudizione, e di dottrina le sue dissertazioni sul Pentateuco.[42]Al Pasini successe prima in Padova lo Zanolini, e poi nella scuola di Torino il Marchini, i quali pure rivolsero la lor dottrina Orientale alla interpetrazione della Scrittura.[43]Intanto ilSeminario di Napoli aveva affidata la stessa scuola al celebre Alessio Simmaco Marzocchi, che col suoSpicilegio Biblico[44]aveva confermata quell'alta idea di vasta erudizione, che l'altre sue opere gli aveano procacciata. A queste opere voglionsi aggiugnere lePandectae Biblicaeopera inedita di Jacopo Cavalli in trenta volumi,nella quale si rischiarano tutte le voci, i sensi tutti, tutte le spiegazioni della sacra Scrittura, colla concordanza de' sacri interpetri, de' dottori Cattolici, e di quanto scrisse principalmente il Cardinale Ugone ne' suoi biblici comentarj, come dice il P. Zaccaria negliAnnali letterarj d'ItaliaT. 3.p.505.Molto aggiunger potrei, se le minori opere di questo genere volessi andare indagando, come una lettera del P. Ferdinando Mingarelli contro il Celotti[45]il Commentario del Matani sopra il nome di Dio presso gli Ebrei,[46]una dissertazione del Marcuzzi[47]sull'interpetrazione d'un passodi S. Matteo, quella del celebre Signor Ab. Caluso sul nome tetragramma di Dio stampata dal Bodoni, ed altre sì fatte moltissime. Queste dunque tralascio, e tante altre, che stampar solevano i Gesuiti Interpetri della sacra Scrittura nel Collegio Romano, delle quali molte si debbono al solo P. Antonio Casini. Questi è ancora autore d'una Enciclopedia scritturale piena d'ingegnose riflessioni, ma mancante d'ordine e di metodo.[48]Finalmente debbo far menzione del P. Luigi Mingarelli. Il P. Cavalieri che ne scrisse la vita ci fa sapere, che egli lasciò manuscritte alcune osservazioni sopra il Salterio Ebraico stampato a Mantova da Rafaele Hajim il 1743.: altre osservazioni sopra un'Ebraica Grammatica stampata in Venezia dal Vandramini ed altrove, il titolo della quale suona in latino:Portae Sion: adduntur praeparatio convivii, et liber formationis: osservazioni sopra i passi del vecchio Testamento, che occorrono nel nuovo: e finalmente l'indice ragionato de' codici Ebraici, Greci, e Latini della libreria di S. Salvatore di Bologna. Queste tre opere non hanno veduta la pubblica luce, e furono ignote al Fantuzzi, che non ne ha parlato ne' suoiScrittori Bolognesi: ed io non avrei potuto darne questo cenno, se il P. Cavalieri non ne avesse fatta menzione nella vita allegata.
Lo studio della lingua Ebraica dee sopra tutto esser rivolto alla interpetrazione dei divini libri del vecchio Testamento, e questo scopo non è stato dimenticato dai nostri. Il primo mezzo per ottenere ciò è stato il raccogliere le varie lezioni, il che ha fatto con incredibil fatica ed erudizione il Sig. Ab. de Rossi. Il Kennicott aveva già prima intrapresa ed eseguita questa fatica in Inghilterra, nella quale opera si era prevaluto degli Europei più dotti nella lingua Ebraica, fra' quali voglionsi da me ricordare il medesimo Signor de Rossi, che non pensava allora ad essergli successore nello stesso lavoro, il P. Porta in Milano, i PP. Berretta, e Bartoli in Firenze, i due Assemani, i PP. Giorgi,Teoli, Ballerini, e il Costanzo in Roma, ed altri certamente a me ignoti. Fu lodata la fatica di quel dotto Inglese; ma quando vennero alla luce le varianti del Poliglotto Italiano[34]la gloria del primo restò offuscata. I MSS esaminati dal Kennicott erano 579. e quelli solamente che possedeva l'autore Italiano nella domestica sua ma ricchissima libreria erano 617. A queste si aggiungano 310. sue edizioni, 46. MSS. Samaritani, 134. codici e 42. edizioni d'estere librerie. Se grande fu la sua diligenza nel raccogliere ed esaminare tanti codici, e trarne le varianti di qualche importanza, lasciate le minuzie masoretiche, di che ridonda l'opera Inglese, fu anche maggior la dottrina, con cui nei prolegomeni si parla de' fonti della critica sacra, nelle dissertazioni si esaminano le precedenti collazioni fatte dagli Ebrei e dai Cristiani, e si mostra l'utilità di questa, e tutta l'opera dal principio sino alla fine è condotta. E quantunque tanto facesse allora, pure quest'uomo instancabile trovò poi modo di fare a quell'opera un'appendice di nuove varianti importantissime.[35]Nè in ciò si limita l'illustrazione del sacro testo fatta da lui, ma sono fra le sue carte altre cose non ancor pubblicate, in parte già compite, in parte cominciate soltanto. E' fra le prime unaManuductio philhebraei ad hebraia biblia, che contiene una breve, ed esatta notizia del suo pregio, autorità, ed uso delle migliori sue edizioni, e delle più stimate traduzioni.[36]Vi è l'introductio in criticam sacram veteris Testamenti, una parte della quale ha servito ai prolegomeni delle varianti. Vi è l'operade studio legis, seu Biblico ex Rabbinorum praeceptis optime instituendo. È fra le seconde lasynopsis institutionum Biblicarum Sacrarumque antiquitatum, e un commentariode locis theologicis hebraeorum eorumque tum apud Judaeos tum apud Christianos auctoritate.
A questa classe può riferirsi ciò che egli scrisse intorno al Messia, cioè in primo luogo l'operadella vana espettazione degli Ebrei del loro Re Messia dal compimento di tutte le epoche.[37]Mostra egli che v'ha una data e certa epoca rivelata della venuta del Messia, che questa non poteva esser ritardata, che tutte l'epoche più autorevoli determinate dalla Scrittura o dalla tradizione sono passate, che in niuno, come in Gesù Cristo, si avverano queste epoche, e i caratteri tutti del Messia. Quest'opera applaudita trovò due oppositori, ma per loro onore non dirò quali fossero,e quanto spregevoli le loro obiezioni. Dirò solamente, che il Signor de Rossi rispose coll'esame delle riflessioni teologico-critiche contro il libro della vana espettazione degli Ebrei,[38]nè i critici osarono più di ritornare in campo. Altre opere ancora aveva preparate intorno al Messia, cioè illumen salutis, seu Biblica Messiae oracula ex Chaldaicis paraphrasibus ac Rabinorum commentariis illustrata, alcuni estratti delSanhedrinin Ebraico, e in Latino, e ilsystema recentioris judaeorum theologiae de eorum rege Messia, ma rimangono manoscritte.
Se tutti io volessi quì registrare gl'interpetri della Sacra Scrittura, e devierei dal cammino, che mi debbo proporre, e diffondermi dovrei soverchiamente. Parlerò però soltanto di volo d'alcuni che questa parte coltivando de' sacri studj fecero uso della lingua Ebraica, il che mi pare intimamente connesso col mio argomento. E prima ricorderò l'Ermeneutica del già citato Arizzarra[39]nella qual opera, oltre alle molte cose, che al teologo appartengono, e all'uomo erudito, più altre ne sono, che questa lingua riguardano, cioè dove parla della necessità di studiarla, delle Bibbie Poliglotte, del Talmud, e de' Commenti Rabbinici, dello stile de' Sacri Libri, dell'officio proprio d'un sacro interpetre, del merito de' SS. PP. e degl'Interpetri moderni, de' varj sensi della Sacra Scrittura, e delle regole, che voglionsi osservare nell'Ermeneutica Sacra. All'Arizzarra, che generalmente ha trattata questa parte, coloro debbon succedere, che più particolarmente coll'usodella lingua Ebraica, o dell'altre Orientali han preso a spiegare le sacre carte. Tale è il Gesuita Airoli, che in più e diverse dissertazioni mostrò quanto profondo egli fosse in queste lingue, le quali insegnava nel Collegio Romano.[40]Tale è il Pasini, che mentre nel Seminario di Padova insegnava queste lingue un picciol libro pubblicò pieno di dottrina sul sacro testo sulle sue traduzioni, e su parecchi luoghi del testo medesimo, i quali coll'ajuto di molta erudizion poliglotta egli spiega dottamente.[41]Quest'opera forse fece sì che la fama del suo sapere giunse al Re Sardo, il quale lo chiamò a Torino professore delle lingue Orientali. Ivi oltre alla Grammatica di cui ho parlato, ed altre opere, che altrove si accenneranno, stampò con molto corredo d'erudizione, e di dottrina le sue dissertazioni sul Pentateuco.[42]Al Pasini successe prima in Padova lo Zanolini, e poi nella scuola di Torino il Marchini, i quali pure rivolsero la lor dottrina Orientale alla interpetrazione della Scrittura.[43]Intanto ilSeminario di Napoli aveva affidata la stessa scuola al celebre Alessio Simmaco Marzocchi, che col suoSpicilegio Biblico[44]aveva confermata quell'alta idea di vasta erudizione, che l'altre sue opere gli aveano procacciata. A queste opere voglionsi aggiugnere lePandectae Biblicaeopera inedita di Jacopo Cavalli in trenta volumi,nella quale si rischiarano tutte le voci, i sensi tutti, tutte le spiegazioni della sacra Scrittura, colla concordanza de' sacri interpetri, de' dottori Cattolici, e di quanto scrisse principalmente il Cardinale Ugone ne' suoi biblici comentarj, come dice il P. Zaccaria negliAnnali letterarj d'ItaliaT. 3.p.505.
Molto aggiunger potrei, se le minori opere di questo genere volessi andare indagando, come una lettera del P. Ferdinando Mingarelli contro il Celotti[45]il Commentario del Matani sopra il nome di Dio presso gli Ebrei,[46]una dissertazione del Marcuzzi[47]sull'interpetrazione d'un passodi S. Matteo, quella del celebre Signor Ab. Caluso sul nome tetragramma di Dio stampata dal Bodoni, ed altre sì fatte moltissime. Queste dunque tralascio, e tante altre, che stampar solevano i Gesuiti Interpetri della sacra Scrittura nel Collegio Romano, delle quali molte si debbono al solo P. Antonio Casini. Questi è ancora autore d'una Enciclopedia scritturale piena d'ingegnose riflessioni, ma mancante d'ordine e di metodo.[48]
Finalmente debbo far menzione del P. Luigi Mingarelli. Il P. Cavalieri che ne scrisse la vita ci fa sapere, che egli lasciò manuscritte alcune osservazioni sopra il Salterio Ebraico stampato a Mantova da Rafaele Hajim il 1743.: altre osservazioni sopra un'Ebraica Grammatica stampata in Venezia dal Vandramini ed altrove, il titolo della quale suona in latino:Portae Sion: adduntur praeparatio convivii, et liber formationis: osservazioni sopra i passi del vecchio Testamento, che occorrono nel nuovo: e finalmente l'indice ragionato de' codici Ebraici, Greci, e Latini della libreria di S. Salvatore di Bologna. Queste tre opere non hanno veduta la pubblica luce, e furono ignote al Fantuzzi, che non ne ha parlato ne' suoiScrittori Bolognesi: ed io non avrei potuto darne questo cenno, se il P. Cavalieri non ne avesse fatta menzione nella vita allegata.