Traduttori de' Libri Sacri.CAPOIV.

Traduttori de' Libri Sacri.CAPOIV.Ma questo è un modo troppo indiretto per illustrar le lingue. Molto più tendono allo scopo del mio ragionamento le traduzioni, delle quali ora farò parola. Tralascio però la traduzione in prosa de' sacri libri di Monsignor Martini prestantissimo Arcivescovo di Firenze, il Giobbe del Rezzano, e del Zampieri, le lamentazioni di Geremia del Menzini, e di Gianfrancesco Manzini, i Salmi penitenziali del Vicini, e del Cerati, quelle de' Profeti minori ed una parte delle lamentazioni di Geremia di Monsignor Domenico Pacchi, la parafrasi de' Proverbj, dell'Ecclesiaste, dell'Ecclesiastico, d'alcuni Salmi del medesimo, e le altre molte, che fatte sono sulla volgata per ristringere il mio discorso solo a quelle dell'original testo Ebraico. Il P. Ab. Luigi Mingarelli Canonico Regolare del Salvatore aprirà l'adito a questa parte del mio discorso colla traduzione in prosa dei Salmi.[49]Egli ha voluto combinare il testo Ebraico, e la volgata, e alle volte si scosta da quello per seguire la seconda, senza che se ne veda la ragione. Più famosa molto è la poetica traduzione de' Salmi,e d'altri libri poetici della Bibbia dell'Avv. Mattei, di cui tanto si è parlato a favore, e contro, e della quale si son vedute tante edizioni. L'antologia Romana, il giornale Ecclesiastico pure di Roma, il giornale di Modena, il P. Hintz, il P. Canati Teatino, il P. Fantuzzi, Monsignor Rugilo[50]ed altri ne hanno fatte critiche acri, ma vittoriose, che risparmiano a me la fatica di diffondermi sopra di lui con particolari osservazioni. Dirò solamente in generale, che egli è da riprendersi per gl'indecenti rimproveri, che fa ai SS. Padri ed ai moderni interpetri con espressioni spesso mordaci, e ingiuriose: è da riprendersi per l'arbitraria spiegazione de' titoli de' Salmi, ne' quali di suo capriccio trova i nomi de' maestri di Cappella, degli strumenti, che dovevano accompagnare il canto, il tempo della musica, se comune, o di tripola, ec. ed altri simili sogni: è da riprendersi per la libertà intollerabile, colla quale ora vorrebe, che si cangiasse la punteggiatura, ora che si aggiugnesse qualche versetto, ora che se ne togliessero altri, o si mutilassero: è da riprendersi per erronee spiegazioni del testo, o male adottando le altrui, o proponendone delle nuove: è da riprendersi per gli errori di lingua, ne' quali cade più volte: è da riprendersi per l'imitazione del Metastasio, al quale però poche volte si accosta, ma generalmente troppo ne è lontano. Ma lo stile del Metastasio bellissimo è pe' drammi, e acconcio sarebbeancora ad alcuni altri generi di poesia, mal però si adatta ad una traduzione de' Salmi, nè ha quel genere di sublimità, o di delicatezza, che questi richiedono. I suoi panegiristi sono col tempo scemati molto di numero, e fra questi il Mingarelli nella sua traduzione si allontano dalle opinioni del Mattei, ed Evasio Leone, che n'era stato grande ammiratore, confessò poi d'aver cambiato avviso in una lettera diretta al chiarissimo signor Giordani.[51]Molto ancora offerirebbero a dire le sue dissertazioni, ma l'entrare in questa indagine mi farebbe deviar troppo dal mio sentiero. E già di queste pure si è tanto parlato, che pare inutile il parlarne di nuovo.Altri pure hanno tentato la medesima impresa e fra questi è il signor Canonico Alberto Catenacci d'Ameria, che al cadere del secolo decimottavo pubblicò una sua traduzione dall'Ebraico de' Salmi, e de' cantici della Bibbia in varj metri.[52]Ma l'opera sua è per lo più una vera parafrasi, come il suo titolo annunzia, e una parafrasi poetica non appartiene a quel genere di traduzioni, che illustrano una lingua. Lo stesso è da dirsi della sua traduzione d'altri libri poetici della Bibbia.[53]Un motivo molto diverso mi dispensa altresì dal parlare della traduzione de' Salmi del P. Canati Teatino, che non mi è avvenuto di vedere. Ne parlerà per me il Ch. signor Abate Andrea Rubbi, il giudizio del qualevaluto moltissimo, e meco lo valuteranno gli nomini dotti. Egli[54]dunque alludendo alla sua critica del Mattei da me citata poco fa, e a questa sua traduzione dice, che il P. Canatifece un volume d'ingiurie contro Saverio Mattei; poi volle superarlo con sua traduzione. Col primo screditò la sua fama; col secondo la sua penna. La traduzione dunque de' Salmi è infelice, e riguardo alla critica del Mattei è vero che screditò la fama del P. Canati, perchè piena è tutta d'ingiuriose espressioni contro quello scrittore, dalle quali ogni uomo onesto si dee astener favellando, ed assai più scrivendo. Finalmente Monsignor Rugilo tradusse i Salmi in metri lirici lodevolmente, ma per soverchio zelo criticando il Mattei usò maniere troppo aspre, ed ingiuriose.Molto più felice di tutte quante le traduzioni fin quì nominate è la Cantica d'Evasio Leone.[55]Essa a dir vero non è tratta intieramente dall'originale, ma in gran parte dalla volgata, alla quale il dotto autore ha avuto molto riguardo. Siccome però non ha mai perduto di mira il testo Ebraico, e questo nelle annotazioni ha egregiamente illustrato, deve aver quì luogo. Egli ha conosciuto con altri, che l'opera ha una forma drammatica, ma divisa, in varie parti, che noi diremmo cantate. Ha per ciò usati i versi drammatici, tali però, che sono degni del Metastasio. Lo stile dunque è bellissimo, e solamente alcuno potrebbe credere, che fosse troppo molle principalmente per un sacro argomento. Eglipreviene questa objezione (opereT. 3. p. 140.) indicando il fine, ch'egli si era proposto in questa sua fatica, e ricordando gli esempj di quelli, che l'avevano preceduto. Il suo scopo era di opporsi all'empio autore delPrecis sur le Cantique des Cantiques, e al non meno empio volgarizzatore Italiano di quel librettaccio Francese, il che richiedeva fedeltà nella traduzione. Nel metro stesso ha egli tradotti i treni di Geremia ottimamente, ma dubiterei, che per questo non fosse adatto il metro drammatico da lui usato anche quì; ed a me pare, che con miglior consiglio il Menzini adoperasse la terza rima, e il Manzoni quello delle Canzoni Petrarchesche. Un altro valoroso traduttore ancora ha avuto la Cantica, ed uno Giobbe; la prima nel celebre signor Abate Valperga Caluso nascosto sotto il nome di Euforbo Melesigene, e il secondo nel signor Ab. Ceruti,[56]i quali hanno mostrato, come si possa esser fedele traducendo, e meritarsi nel tempo stesso il titolo di buon Poeta.Nella illustrazione delle lingue meritano onorevol menzione gli editori de' Classici, di che ora debbo parlare. Passerò sotto silenzio le molte edizioni del testo Ebraico del vecchio testamento, che non hanno verun pregio particolare per essere commendate. Ma non tacerò quelle di Mantova di Livorno e di Pisa con ottimo avvedimento emendate secondo le correzioni del Norzi. Non èdi questo luogo il dire qual fosse la diligenza usata dal Norzi nel secolo sestodecimo per richiamare il testo Ebraico alla primitiva lezione, e come in gran parte riuscirono commendabili le sue fatiche; di che ha già parlato abbastanza il dottissimo signor Abate de Rossi.[57]Il suo comento con troppo superbo nome intitolato da luiGomér peretz, cioèRiparatore della rovinafu finalmente posto in luce co' torchj di Mantova il 1742. insieme col sacro testo da Raffaele Chajìm Basilea, che vi aggiunse ancora alcune sue utili note, e l'esame di ben novecento varianti, che il Vander Hoogth aveva raccolte da altre edizioni della Bibbia. Questo dotto editore intitolò il comento del Norzi più modestamenteMinchad scai, cioèoblazione liberale, e presso che sempre emendò il sacro testo secondo l'avviso di quell'antico Rabbino. L'edizione Mantovana della Bibbia fu ripetuta in Livorno nel 1780. e poi in Pisa nel 1803.[58]Ma i due Editori non la ripeterono servilmente, avendo essi ora seguiti ed ora abbandonati i consigli del Norzi, quando il Mantovano Basilea aveva fatto altramente. Il signor de Rossi colla sua profonda dottrina ha già mostrati parecchi de' pregj e de' difetti di queste edizioni, e a lui potranno ricorrere gli studiosi della lingua Ebraica.[59]

Ma questo è un modo troppo indiretto per illustrar le lingue. Molto più tendono allo scopo del mio ragionamento le traduzioni, delle quali ora farò parola. Tralascio però la traduzione in prosa de' sacri libri di Monsignor Martini prestantissimo Arcivescovo di Firenze, il Giobbe del Rezzano, e del Zampieri, le lamentazioni di Geremia del Menzini, e di Gianfrancesco Manzini, i Salmi penitenziali del Vicini, e del Cerati, quelle de' Profeti minori ed una parte delle lamentazioni di Geremia di Monsignor Domenico Pacchi, la parafrasi de' Proverbj, dell'Ecclesiaste, dell'Ecclesiastico, d'alcuni Salmi del medesimo, e le altre molte, che fatte sono sulla volgata per ristringere il mio discorso solo a quelle dell'original testo Ebraico. Il P. Ab. Luigi Mingarelli Canonico Regolare del Salvatore aprirà l'adito a questa parte del mio discorso colla traduzione in prosa dei Salmi.[49]Egli ha voluto combinare il testo Ebraico, e la volgata, e alle volte si scosta da quello per seguire la seconda, senza che se ne veda la ragione. Più famosa molto è la poetica traduzione de' Salmi,e d'altri libri poetici della Bibbia dell'Avv. Mattei, di cui tanto si è parlato a favore, e contro, e della quale si son vedute tante edizioni. L'antologia Romana, il giornale Ecclesiastico pure di Roma, il giornale di Modena, il P. Hintz, il P. Canati Teatino, il P. Fantuzzi, Monsignor Rugilo[50]ed altri ne hanno fatte critiche acri, ma vittoriose, che risparmiano a me la fatica di diffondermi sopra di lui con particolari osservazioni. Dirò solamente in generale, che egli è da riprendersi per gl'indecenti rimproveri, che fa ai SS. Padri ed ai moderni interpetri con espressioni spesso mordaci, e ingiuriose: è da riprendersi per l'arbitraria spiegazione de' titoli de' Salmi, ne' quali di suo capriccio trova i nomi de' maestri di Cappella, degli strumenti, che dovevano accompagnare il canto, il tempo della musica, se comune, o di tripola, ec. ed altri simili sogni: è da riprendersi per la libertà intollerabile, colla quale ora vorrebe, che si cangiasse la punteggiatura, ora che si aggiugnesse qualche versetto, ora che se ne togliessero altri, o si mutilassero: è da riprendersi per erronee spiegazioni del testo, o male adottando le altrui, o proponendone delle nuove: è da riprendersi per gli errori di lingua, ne' quali cade più volte: è da riprendersi per l'imitazione del Metastasio, al quale però poche volte si accosta, ma generalmente troppo ne è lontano. Ma lo stile del Metastasio bellissimo è pe' drammi, e acconcio sarebbeancora ad alcuni altri generi di poesia, mal però si adatta ad una traduzione de' Salmi, nè ha quel genere di sublimità, o di delicatezza, che questi richiedono. I suoi panegiristi sono col tempo scemati molto di numero, e fra questi il Mingarelli nella sua traduzione si allontano dalle opinioni del Mattei, ed Evasio Leone, che n'era stato grande ammiratore, confessò poi d'aver cambiato avviso in una lettera diretta al chiarissimo signor Giordani.[51]Molto ancora offerirebbero a dire le sue dissertazioni, ma l'entrare in questa indagine mi farebbe deviar troppo dal mio sentiero. E già di queste pure si è tanto parlato, che pare inutile il parlarne di nuovo.

Altri pure hanno tentato la medesima impresa e fra questi è il signor Canonico Alberto Catenacci d'Ameria, che al cadere del secolo decimottavo pubblicò una sua traduzione dall'Ebraico de' Salmi, e de' cantici della Bibbia in varj metri.[52]Ma l'opera sua è per lo più una vera parafrasi, come il suo titolo annunzia, e una parafrasi poetica non appartiene a quel genere di traduzioni, che illustrano una lingua. Lo stesso è da dirsi della sua traduzione d'altri libri poetici della Bibbia.[53]Un motivo molto diverso mi dispensa altresì dal parlare della traduzione de' Salmi del P. Canati Teatino, che non mi è avvenuto di vedere. Ne parlerà per me il Ch. signor Abate Andrea Rubbi, il giudizio del qualevaluto moltissimo, e meco lo valuteranno gli nomini dotti. Egli[54]dunque alludendo alla sua critica del Mattei da me citata poco fa, e a questa sua traduzione dice, che il P. Canatifece un volume d'ingiurie contro Saverio Mattei; poi volle superarlo con sua traduzione. Col primo screditò la sua fama; col secondo la sua penna. La traduzione dunque de' Salmi è infelice, e riguardo alla critica del Mattei è vero che screditò la fama del P. Canati, perchè piena è tutta d'ingiuriose espressioni contro quello scrittore, dalle quali ogni uomo onesto si dee astener favellando, ed assai più scrivendo. Finalmente Monsignor Rugilo tradusse i Salmi in metri lirici lodevolmente, ma per soverchio zelo criticando il Mattei usò maniere troppo aspre, ed ingiuriose.

Molto più felice di tutte quante le traduzioni fin quì nominate è la Cantica d'Evasio Leone.[55]Essa a dir vero non è tratta intieramente dall'originale, ma in gran parte dalla volgata, alla quale il dotto autore ha avuto molto riguardo. Siccome però non ha mai perduto di mira il testo Ebraico, e questo nelle annotazioni ha egregiamente illustrato, deve aver quì luogo. Egli ha conosciuto con altri, che l'opera ha una forma drammatica, ma divisa, in varie parti, che noi diremmo cantate. Ha per ciò usati i versi drammatici, tali però, che sono degni del Metastasio. Lo stile dunque è bellissimo, e solamente alcuno potrebbe credere, che fosse troppo molle principalmente per un sacro argomento. Eglipreviene questa objezione (opereT. 3. p. 140.) indicando il fine, ch'egli si era proposto in questa sua fatica, e ricordando gli esempj di quelli, che l'avevano preceduto. Il suo scopo era di opporsi all'empio autore delPrecis sur le Cantique des Cantiques, e al non meno empio volgarizzatore Italiano di quel librettaccio Francese, il che richiedeva fedeltà nella traduzione. Nel metro stesso ha egli tradotti i treni di Geremia ottimamente, ma dubiterei, che per questo non fosse adatto il metro drammatico da lui usato anche quì; ed a me pare, che con miglior consiglio il Menzini adoperasse la terza rima, e il Manzoni quello delle Canzoni Petrarchesche. Un altro valoroso traduttore ancora ha avuto la Cantica, ed uno Giobbe; la prima nel celebre signor Abate Valperga Caluso nascosto sotto il nome di Euforbo Melesigene, e il secondo nel signor Ab. Ceruti,[56]i quali hanno mostrato, come si possa esser fedele traducendo, e meritarsi nel tempo stesso il titolo di buon Poeta.

Nella illustrazione delle lingue meritano onorevol menzione gli editori de' Classici, di che ora debbo parlare. Passerò sotto silenzio le molte edizioni del testo Ebraico del vecchio testamento, che non hanno verun pregio particolare per essere commendate. Ma non tacerò quelle di Mantova di Livorno e di Pisa con ottimo avvedimento emendate secondo le correzioni del Norzi. Non èdi questo luogo il dire qual fosse la diligenza usata dal Norzi nel secolo sestodecimo per richiamare il testo Ebraico alla primitiva lezione, e come in gran parte riuscirono commendabili le sue fatiche; di che ha già parlato abbastanza il dottissimo signor Abate de Rossi.[57]Il suo comento con troppo superbo nome intitolato da luiGomér peretz, cioèRiparatore della rovinafu finalmente posto in luce co' torchj di Mantova il 1742. insieme col sacro testo da Raffaele Chajìm Basilea, che vi aggiunse ancora alcune sue utili note, e l'esame di ben novecento varianti, che il Vander Hoogth aveva raccolte da altre edizioni della Bibbia. Questo dotto editore intitolò il comento del Norzi più modestamenteMinchad scai, cioèoblazione liberale, e presso che sempre emendò il sacro testo secondo l'avviso di quell'antico Rabbino. L'edizione Mantovana della Bibbia fu ripetuta in Livorno nel 1780. e poi in Pisa nel 1803.[58]Ma i due Editori non la ripeterono servilmente, avendo essi ora seguiti ed ora abbandonati i consigli del Norzi, quando il Mantovano Basilea aveva fatto altramente. Il signor de Rossi colla sua profonda dottrina ha già mostrati parecchi de' pregj e de' difetti di queste edizioni, e a lui potranno ricorrere gli studiosi della lingua Ebraica.[59]

Scrittori d'antiquaria, e di bibliografia.Scrittori in Ebraico.CAPOV.Illustratori di questa lingua chiamar si debbono anche coloro, che i suoi riti spiegarono, gli usi, e i costumi, e le leggi, e tuttociò che sotto il nome d'antichità si suole intendere, come pure quelli che trattarono della Bibliografia dei libri Ebraici, e della storia letteraria. Gli scrittori, e i raccoglitori d'opere d'antiquaria allora illustrano una lingua, quando o scrivendo in questo genere entrano ne' misteri di quella lingua, o danno in luce opere d'antichi autori, che in essa hanno scritto. Tale appunto è Taddeo Ugolino, che nel suo tesoro dell'Ebraiche antichità[60]parecchie opere di Rabbini raccolse, o quelle d'altri, che all'intelligenza della lingua Ebrea, della Caldea, e della Rabbinica sono vantaggiose. Noi dobbiamo saper di ciò molto grado a lui, che con molta fatica e dottrina eseguì così nobile impresa, e all'immortal Mecenate, che per solo amore dei buoni studj la promosse, e ne sopportòla spesa, voglio dire il signor Francesco Foscari nobile Veneziano. Nè fu egli editor solamente, ma dieci sue dissertazioni v'inserì, ad alcune di altri fece considerabili aggiunte, e le opere de' Rabbini tradusse, illustrò, ed arricchì di sue appendici. Lo Schooetgenio nelle sue ore Ebraiche, e Talmudiche lo biasimò per aver quì pubblicate alcune opere del Rabbino Maimonide, di cui parlò con sommo disprezzo. Gli rispose però l'Ugolini, e per avere nella questione un giudice, cui l'avversario non potesse ricusare diresse la sua risposta al celebre Cristiano Benedetto Michaelis, e la stampò in Venezia nel 1748. Due soli oltre all'editore sono gl'Italiani, che in questo tesoro abbian luogo, cioè il P. Casto Innocenzo Ansaldi con un librode Forensi Iudaeorum buccina, e il P. Gio. Girolamo Gradenigo con una dissertazionede Syclo argenteo Brixiae reperto.[61]Per ciò poi che spetta alla bibliografia e alla storia Letteraria ritorna di nuovo in campo il celebre signor Ab. de Rossi, che le origini indicò dell'Ebraica tipografia, la storia della tipografia di Ferrara, di Sabioneta, e di Cremona, non meno, che dell'Ebraica tipografia in generale, e dette il novero degli Ebrei, che scrissero contro la santa Religion nostra, e la descrizione de' codici da' quali trasse le varianti della Bibbia.[62]Dopo questogrande scrittore si dee far menzione altresì del Pasini, Rivautella, e Berta, che il Catalogo ci dettero dei codici della Real Libreria di Torino,[63]fra' quali han luogo pure gli Ebraici; delCanonico Biscioni, che quello ci dette della Laurenziana di Firenze;[64]e dell'Assemani, che tutti descrisse i codici orientali della Laurenziana e della Palatina della stessa Città.[65]Egli con Giuseppe Simonio Assemani quello ancora intraprese della Vaticana.[66]Vuolsi finalmente fare onorevol menzione di coloro, che alcune cose scrissero in lingua Ebraica, il che tanto più è da lodarsi, quanto più sono rari quelli che possono farlo. Più e diverse cose in questa lingua, ed in più altre orientali ha scritto il Sig. Ab. de Rossi, che ho già lodato più volte, e che non posso mai lodare abbastanza. Nelle memorie storiche de' suoi studj si vedono registrate,[67]il catalogo delle quali troppolungo sarebbe a trascriversi. Il Cardinal Luchi scrisse un dialogo in questa lingua fra un Cristiano, ed un Ebreo, e prese a tradurre dal Greco in Ebraico il vecchio, e il nuovo Testamento ma la sua versione è rimasta imperfetta.[68]E finalmente l'Ab. Angelini (per tralasciare parecchi altri, che hanno fatto cose minori) alcune sue poesie Ebraiche ha unite alla sua traduzione d'alcune Tragedie di Sofocle.[69]

Illustratori di questa lingua chiamar si debbono anche coloro, che i suoi riti spiegarono, gli usi, e i costumi, e le leggi, e tuttociò che sotto il nome d'antichità si suole intendere, come pure quelli che trattarono della Bibliografia dei libri Ebraici, e della storia letteraria. Gli scrittori, e i raccoglitori d'opere d'antiquaria allora illustrano una lingua, quando o scrivendo in questo genere entrano ne' misteri di quella lingua, o danno in luce opere d'antichi autori, che in essa hanno scritto. Tale appunto è Taddeo Ugolino, che nel suo tesoro dell'Ebraiche antichità[60]parecchie opere di Rabbini raccolse, o quelle d'altri, che all'intelligenza della lingua Ebrea, della Caldea, e della Rabbinica sono vantaggiose. Noi dobbiamo saper di ciò molto grado a lui, che con molta fatica e dottrina eseguì così nobile impresa, e all'immortal Mecenate, che per solo amore dei buoni studj la promosse, e ne sopportòla spesa, voglio dire il signor Francesco Foscari nobile Veneziano. Nè fu egli editor solamente, ma dieci sue dissertazioni v'inserì, ad alcune di altri fece considerabili aggiunte, e le opere de' Rabbini tradusse, illustrò, ed arricchì di sue appendici. Lo Schooetgenio nelle sue ore Ebraiche, e Talmudiche lo biasimò per aver quì pubblicate alcune opere del Rabbino Maimonide, di cui parlò con sommo disprezzo. Gli rispose però l'Ugolini, e per avere nella questione un giudice, cui l'avversario non potesse ricusare diresse la sua risposta al celebre Cristiano Benedetto Michaelis, e la stampò in Venezia nel 1748. Due soli oltre all'editore sono gl'Italiani, che in questo tesoro abbian luogo, cioè il P. Casto Innocenzo Ansaldi con un librode Forensi Iudaeorum buccina, e il P. Gio. Girolamo Gradenigo con una dissertazionede Syclo argenteo Brixiae reperto.[61]

Per ciò poi che spetta alla bibliografia e alla storia Letteraria ritorna di nuovo in campo il celebre signor Ab. de Rossi, che le origini indicò dell'Ebraica tipografia, la storia della tipografia di Ferrara, di Sabioneta, e di Cremona, non meno, che dell'Ebraica tipografia in generale, e dette il novero degli Ebrei, che scrissero contro la santa Religion nostra, e la descrizione de' codici da' quali trasse le varianti della Bibbia.[62]Dopo questogrande scrittore si dee far menzione altresì del Pasini, Rivautella, e Berta, che il Catalogo ci dettero dei codici della Real Libreria di Torino,[63]fra' quali han luogo pure gli Ebraici; delCanonico Biscioni, che quello ci dette della Laurenziana di Firenze;[64]e dell'Assemani, che tutti descrisse i codici orientali della Laurenziana e della Palatina della stessa Città.[65]Egli con Giuseppe Simonio Assemani quello ancora intraprese della Vaticana.[66]

Vuolsi finalmente fare onorevol menzione di coloro, che alcune cose scrissero in lingua Ebraica, il che tanto più è da lodarsi, quanto più sono rari quelli che possono farlo. Più e diverse cose in questa lingua, ed in più altre orientali ha scritto il Sig. Ab. de Rossi, che ho già lodato più volte, e che non posso mai lodare abbastanza. Nelle memorie storiche de' suoi studj si vedono registrate,[67]il catalogo delle quali troppolungo sarebbe a trascriversi. Il Cardinal Luchi scrisse un dialogo in questa lingua fra un Cristiano, ed un Ebreo, e prese a tradurre dal Greco in Ebraico il vecchio, e il nuovo Testamento ma la sua versione è rimasta imperfetta.[68]E finalmente l'Ab. Angelini (per tralasciare parecchi altri, che hanno fatto cose minori) alcune sue poesie Ebraiche ha unite alla sua traduzione d'alcune Tragedie di Sofocle.[69]

Delle lingueCaldea, e Rabbinica.CAPOVI.Alla lingua Ebrea per intima cognazione unite sono la Caldaica, e la Rabbinica, alle quali farò ora passaggio. Di queste volle mostrarsi benemerito lo Zanolini pubblicandone la grammatica e il Lessico,[70]ma in questi due libri egli non fece quasi altro, che copiare il Buxtorf, di che mi ha fatto accorto il signor Peyron dottissimo professore di lingue orientali nell'Accademia diTorino. In fatti l'ordine, e gli esempj sono gli stessi: nellaPrassi Grammaticagli squarci del decalogo ricavati da Onkelos, e da Jonatan, e quelli dello Zoar, e del Sanhedrin sono trascritti dallaPrassidel Buxtorf. Dal suo trattatode abbreviaturisè preso ciò che ivi aggiunge sul Talmud, talchè ne ha copiato fino gli errori tipografici onde alla pagina 105. cita il numeroפתdei Chetuvoth invece diפא, perchè si ha così alla pagina 255. del Buxtorf nell'edizione del 1640.[71]Così pure dal Filologo Ebreo del Leusden prese molto di ciò che disse sopra Onkelos. E riguardo alle abbreviature fu sì fedele al Buxtorf, che nè pure vi aggiunse il supplimento unito dal Volfio alla sua Biblioteca Ebraica, nè quelle che Giovanni Enrico Majo diede nel catalogo della Libreria Uffembachiana.[72]Molto certamente aggiugnerebbe il signor de Rossi, se si risolvesse di compiere e di pubblicare la sua operade studio Rabbinico, la quale in cinque libri parla dell'uso, e dell'utilità di questo studio, del modo di leggere ed intendere gli scritti de' Rabbini, e delle oscure loro frasi ed autori. Nè questa è la sola opera che mostri la profonda dottrina sua nella lingua Rabbinica. Perchè oltre a quelle, che intorno alla Ebraica Storia letteraria ho già indicate, oltre a quelle che essendo stampate in questo secolo[73]non appartengono ai presentemio ragionamento, altre molte ne serba nel tesoro de' suoi manoscritti; che ben si debbono con questo titolo designare, siccome quelli che per la moltitudine sono prodigiosi, e tali debbono essere anche più per la loro profondità. Per esserne convinti basta per una parte percorrerne i titoli nel catalogo delle sue opere inedite, che unito si legge alle memorie della sua vita, e per l'altra parte richiamarsi alla mente la vastità della sua dottrina nelle lingue orientali, e nell'Ebraica massimamente. NelRapport historique sur les progrés de l'histoire et de la litterature ancienne depuis1789. presentato a Buonaparte M. de Sacy (giacchè a lui appartiene la parte relativa alle lingue orientali) ricorda appunto il signor Abate de Rossi, come versato nella lingua Rabbinica, e gli dà per compagno il signor Tichsen Professore a Rostoch. Del secondo egli dice, chefrequemment consultè par les tribunaux sur des controverses judiciaires dont la decision exige la connoissance du droit actuel des Juifs, a prouvè par ses consultations imprimèes, qu'aucune question de ce genre ne fui ètoit etrangère. Non negherò al signor Tichsen la lode di uomo versato in questa lingua; ma domando, che questa lode si conceda ancora al signor Malanima chiarissimo Professore di lingue orientali nell'Accademia Pisana, il quale non dai tribunali, ma dagli Ebrei stessi litiganti è stato chiamato a difendere le loro cause giudiciarie; ed ha pubblicati dotti consulti, in cui dimostra quanto profondamente egli conosca il Talmud e gl'interpetri suoi.[74]Oltre a ciò i comenti del Rabbino David Kimchi sopra le profezie d'Isaia trasse dai codici, tradusse, e illustrò dottamente.[75]La stessa lode domando pure, che si conceda all'Ab. Poch Genovese, che nel 1772. scriveva in Roma in lingua Rabbinica una confutazione degli error degli Ebrei,[76]quantunque poi non l'abbia forse condotta a fine, o almeno non l'abbia mandata in luce. Finalmente domando la lode medesima per Biagio Ugolini nominato di sopra, il quale nel tesoro dell'Ebraiche antichità tante prove ci ha date della sua perizia nella lingua Rabbinica, ora illustrando nelle sue dissertazioni gli usi di quella nazione, ora pubblicando e traducendo le opere de' Rabbini, come ho già detto di sopra.Se questi scrittori fra i Cristiani illustravano così la lingua Rabbinica, ragion voleva, che molto più si adoperassero di coltivarla gli Ebrei, scrivendo in essa sopra ogni argomento. Cominciamo dai Grammatici. Io non ho vedute leInstituzioni Ebraichedi Giuda o Leone Briel primario Rabbino di Mantova, nè so se sieno scritte in Rabbinico, o in Italiano. Ma in Rabbinico scrisse certamente Simone Calimani la suaGrammatica Ebraica, che si legge al principio della Bibbia nell'impression di Venezia del 1739. La volgarizzò poi, e in questa nuova forma la pubblicò colle stampe della stessa città nel 1751. Alla Grammatica doveva poi succedere un lessico Ebraico ed Italiano, che fin da quell'anno aveva cominciato a compilare: ma quantunque lungo tempo vi faticasse non giunse a compirlo. Anche i precetti dell'eloquenza furon dettati in questa lingua per opera di Mosè Chajìm Luzzato che gli stampò in Mantova il 1727. col titolo diLescòn limudim, cioèlingua dei dotti, indirizzandoli al suo precettore Isaìa Bassani, di cui parlerò altrove.Fra gli Oratori due soli ne trovo in questo secolo, e sono Biniamino Coèn, e Giacobbe Saravàl: giacchè quantunque Abramo Coèn, di cui farò parola in altro luogo, appartenga a quest'epoca, i suoi ragionamenti però intitolatila gloria de' sapienti, essendo impressi il 1700. appartengono al secolo precedente. Di Biniamino Coèn e del Saravàl abbiamo alcuni ragionamenti morali: ma quelli del secondo principalmente non ottennero molto plauso. Maggior lode riscossero gli Ebrei nella Poesia, o il numero si consideri di quelli, che la coltivarono, o il lor valore. Se fra gli oratori del secolo decimottavo nonho potato annoverare Abramo Coèn,[77]posso almeno collocarlo fra i poeti. Una bella parafrasi de' Salmi abbiamo da lui in varj metri, impressa in Venezia il 1719. col titolo diCheunàd Avraàm, cioèSacerdozio d'Abramo, per cui egli si meritò uno de' più onorevoli posti nel Parnasso Rabbinico. Non meno di lui degno è di lode Israele Biniamino Bassani Rabbino di Reggio commendato ugualmente per le sue virtù e per la sua dottrina. Ma le eleganti poesie di questo Rabbino, che gli detter nome d'uno de' poeti migliori della sua età fra gli Ebrei, giacciono qua e là disperse, nè mai raccolte furono unitamente.[78]Si loda altresì unaKinà, o poema lamentevole di Giacobbe Saravàl testè mentovato pel funesto accidente della caduta d'un pavimento, per cui nel 1776. rimasero in Mantova morti ad un tratto e sepolti sessantacinque de' suoi; ed un'altraKinàdi Sansòn Modòn in morte di Giuda o Leone Brièl. Più lunga e difficil fatica intraprese Sabtai Chajìm Marini Medico e Rabbino di Padova, che in altrettante ottave Ebraiche tradusse la versione dell'Anguillara delle Metamorfosi. L'original manoscritto si conserva nell'incomparabile libreria del signor Abate de Rossi col titolo discirè Hahhaliphòth, cioèCanto delle mutazioni.[79]Niuno scrittore di storia abbiamo in questo secolo, tranne Chajìm David Azulai, che un'opera di Bibliografia pubblicò in Livorno col titolo discem haghedolìm, cioèNomi de' grandiper le prime due parti, e diVahad lachachamim, o assemblea dei dottiper la terza. Essa è ripiena di ottime e non comuni notizie, essendo egli stato uomo erudito, e possessore di parecchi pregevoli manuscritti. Anche Sabbatai Ambron romano[80]voleva darci una Biblioteca Rabbinica, che superasse quella del Bartolocci; ma, qual che ne sia stata la cagione, la sua opera o non fu per lui condotta a fine, o non ha veduta la luce. Il giornale de' Letterati d'Italia, che si stampava a Venezia per opera d'Apostolo Zeno[81]gli attribuisce un'altr'opera intitolataPancosmosofia, in cui prendevaa investigare quanto appartiene alla scienza della fabbrica dell'universo, e di dare una nuova ipotesi del sistema del mondo. Ivi si dice, ch'essa era sotto ilpesatissimo esame de' Revisori. Il Mazzucchelli per un equivoco singolare chiamòpesantissimoquell'esame, e ad esso attribuì il non essere venuta in luce. Ciò è falso. Basta vedere in quel giornale il breve cenno, che se ne dà, per conoscere gli errori, di che era pieno quel libro: onde è da credersi, che niuno stampator di Venezia, dove l'autor si recò per pubblicarlo, fosse così poco avveduto, che stampar lo volesse con proprio sicuro danno. Che che sia di questo, se si considera, che l'opera, e le sue diverse parti sono intitolate con nomi presi dal Greco, si crederà, ch'essa non era scritta in lingua Rabbinica, e che perciò non appartiene alla mia indagin presente.Non vuolsi dunque annoverare l'Ambron tra' Filosofi, che scrissero in questa lingua; de' quali passando ora a favellare trovo solamente Mosè Chefetz, o Gentili, come lo chiama il Giornale citato,[82]oriundo di Trieste. Egli nel 1710. all'età di cent'anni cominciò a stampare un'opera, che ha per titoloMelechèd machascevèd, opus adinventum, che è quasi un comento filosofico del Pentateuco, cui aggiunse più e diverse dissertazioni su gli attributi di Dio, su gli Angeli, su l'anima umana, sul libero arbitrio, su i premj e le pene della vita avvenire, e su l'anima delle bestie, spargendo ovunque non volgari cognizioni della moderna filosofia.Ma la parte, in cui più si esercitaron gli Ebrei nel secolo trapassato è quella, che riguarda l'Ebraica Religione. Cominciamo dai critici Comentatori del sacro Testo. Non farò quì parola di quei dotti Rabbini di Mantova, Pisa, e Livorno, che si adoperarono di pubblicare ed emendare la Bibbia del Norzi; perchè di questi ho già favellato di sopra. Chiunque è mezzanamente instruito ne' biblici studj sa, che sia la Masora, e quali difetti essa abbia, colpa de' copisti, ed anche dei suoi primi autori. David Viterbo Mantovano la prese a scopo delle sue fatiche, e sopra essa scrisse e stampò in patria il 1748. l'Em lammasored, cioèMadre della Masora, che essendo dal signor Abate de Rossi riputata utile ai sacri Critici, niuno si vorrà opporre alla sentenza d'un giudice così autorevole. I Treni di Geremia interpetrò Biniamino Coèn con un'opera, che dal lamentevole argomento del testo intitolòAllòn bacuth,quercia del pianto, e con un altro comento illustrò iPirkè avoth,capitoli de' Padri, cioè quellacollezione di sentenze morali degli amichi Rabbini, che porta questo titolo. Emmanuele Riki Rabbino Ferrarese prese ad interpetrare i Salmi con un comento cabalistico, che nel 1742. stampò in Livorno col titolo diChazè Tziòn, cioèProfeta di Sion, del quale scrittore abbiamo ancora ilMoasseh Choscèv, o opera artificiosa, che contiene la descrizione dell'antico Tabernacolo, e venne in luce il 1737. co' torchj d'Amsterdam. Un comento sopra i Salmi aveva compilato anche un altro Rabbino, cioè Giosuè Segre di Vercelli, che non è impresso.[83]Non mai pubblicata parimente, e forse nè pure compita è la dilucidazione dell'Ecclesiaste, che fin dal 1772. preparava Giacobbe Saravàl Rabbino prima in Venezia sua patria, e poi in Mantova. In essa egli si assottigliava di mostrare che la voceKohelethche porta in fronte questo sacro libro, significaAccademia, e che esso consiste tutto in un dialogo fra diverse persone.[84]Maggior sollecitudine, come ognuno può agevolmente immaginare, adoperaron gli Ebrei nel combattere la santa Religion nostra, o nel difendere i loro errori contro gli assalti de' nostri Teologi. Prese a guerreggiar questa guerra il Rabbino di Mantova con Giuda Brièl co' suoiAssagoth, oArgomenti contro i racconti degli Apostoli, e contro gli Evangelj. Ma quantunque il titolo sia così generale, l'opera però nel codice del signor de Rossi non parla che dei diciannove primi Capitoli del Vangelo di S. Giovanni.[85]Non so, sealtri manuscritti ve ne abbia, che meglio rispondano alle promesse del titolo: ma so per testimonianza del medesimo signor de Rossi, che l'autore mostra un'ignoranza grande della lingua latina, quantunque pretenda di chiamar ad esame parecchi luoghi della traduzione del sacro Testo lasciataci in questa lingua da S. Girolamo. Non minore ignoranza e presunzione ebbe il suo discepolo Giosuè Segre di Vercelli, Rabbino di Scandiano, che nell'arringo medesimo volle entrare coll'Ascàm talui, o vogliam direpeccato del dubbio.[86]Non contro i nostri, ma sì contro gl'increduli difese l'Ebraiche dottrine, e le sentenze degli Ebrei Dottori Aviad Basilea Rabbino di Mantova stampando in patria il 1730. il suoEmunàd chachamim, cioèla Fede de' Sapienti. Un'opera liturgica altresì egli compose, facendo l'apologia del rito ebraico della Pasqua contro il P. Carlo da Crevalcore: ma il modo, con che ne parla il signor de Rossi, mi fa credere, che essa sia scritta in Italiano.[87]In Ebraico bensì Isacco Lampronti Medico e primario Rabbino di Ferrara scrisse un amplissimo Dizionario su i riti tutti quanti della sua nazione in parecchi volumi in foglio, i quali non oltrepassano la lettera Teth. A queste voglionsi aggiugnere leTephiloth, cioè uno dei libri di preghiere usate dagli Ebrei, che Mardocheo Ventura tradusse in Francese, e stampò in Nizza il 1772.Se poi dalle leggi, che riguardano i sacri riti facciam passaggio alle altre ci si presentanoin prima i Consulti legali e dommatici d'Isaia Bassani Rabbino di Reggio, che formano la seconda parte deiTodàd scelamìmimpressi in Venezia il 1741. Ed a questo scrittore voglionsi unire eziandio Giuda o Leone Briel, che ho nominato fra i grammatici, e Sansone Morpurgo Medico e Rabbino in Ancona, i quali ottennero in questo genere molta lode. I Consulti legali del primo sparsi si leggono in varj libri, e quelli del secondo vider la luce in Venezia il 1743. col titolo diScemèsc tzedakà, cioèSole di giustiziaper opera del figlio, che gl'illustrò con parecchie annotazioni. Nè questa è la sola opera, che abbia meritato plauso a Sansone: ma fin dal 1704. egli aveva stampato un comento delBechinàd olàmda lui chiamatoEtz adahad, oalbero della scienza, il quale come avverte il signor de Rossi si annovera fra i comenti migliori di questa celebre opera morale.Fra gl'Italiani finalmente non per nascita, ma per lungo domicilio, si può annoverare Zelig figlio d'Isacco chiamato Margalioth, che il 1715. stampò in Venezia una raccolta di sue osservazioni su varj trattati Talmudici. Ma già abbastanza, e forse ancor troppo a lungo mi son trattenuto tessendo questa nojosa serie di nomi, ed è ormai tempo di percorrere un più vasto campo, e meno ingrato.

Alla lingua Ebrea per intima cognazione unite sono la Caldaica, e la Rabbinica, alle quali farò ora passaggio. Di queste volle mostrarsi benemerito lo Zanolini pubblicandone la grammatica e il Lessico,[70]ma in questi due libri egli non fece quasi altro, che copiare il Buxtorf, di che mi ha fatto accorto il signor Peyron dottissimo professore di lingue orientali nell'Accademia diTorino. In fatti l'ordine, e gli esempj sono gli stessi: nellaPrassi Grammaticagli squarci del decalogo ricavati da Onkelos, e da Jonatan, e quelli dello Zoar, e del Sanhedrin sono trascritti dallaPrassidel Buxtorf. Dal suo trattatode abbreviaturisè preso ciò che ivi aggiunge sul Talmud, talchè ne ha copiato fino gli errori tipografici onde alla pagina 105. cita il numeroפתdei Chetuvoth invece diפא, perchè si ha così alla pagina 255. del Buxtorf nell'edizione del 1640.[71]Così pure dal Filologo Ebreo del Leusden prese molto di ciò che disse sopra Onkelos. E riguardo alle abbreviature fu sì fedele al Buxtorf, che nè pure vi aggiunse il supplimento unito dal Volfio alla sua Biblioteca Ebraica, nè quelle che Giovanni Enrico Majo diede nel catalogo della Libreria Uffembachiana.[72]Molto certamente aggiugnerebbe il signor de Rossi, se si risolvesse di compiere e di pubblicare la sua operade studio Rabbinico, la quale in cinque libri parla dell'uso, e dell'utilità di questo studio, del modo di leggere ed intendere gli scritti de' Rabbini, e delle oscure loro frasi ed autori. Nè questa è la sola opera che mostri la profonda dottrina sua nella lingua Rabbinica. Perchè oltre a quelle, che intorno alla Ebraica Storia letteraria ho già indicate, oltre a quelle che essendo stampate in questo secolo[73]non appartengono ai presentemio ragionamento, altre molte ne serba nel tesoro de' suoi manoscritti; che ben si debbono con questo titolo designare, siccome quelli che per la moltitudine sono prodigiosi, e tali debbono essere anche più per la loro profondità. Per esserne convinti basta per una parte percorrerne i titoli nel catalogo delle sue opere inedite, che unito si legge alle memorie della sua vita, e per l'altra parte richiamarsi alla mente la vastità della sua dottrina nelle lingue orientali, e nell'Ebraica massimamente. NelRapport historique sur les progrés de l'histoire et de la litterature ancienne depuis1789. presentato a Buonaparte M. de Sacy (giacchè a lui appartiene la parte relativa alle lingue orientali) ricorda appunto il signor Abate de Rossi, come versato nella lingua Rabbinica, e gli dà per compagno il signor Tichsen Professore a Rostoch. Del secondo egli dice, chefrequemment consultè par les tribunaux sur des controverses judiciaires dont la decision exige la connoissance du droit actuel des Juifs, a prouvè par ses consultations imprimèes, qu'aucune question de ce genre ne fui ètoit etrangère. Non negherò al signor Tichsen la lode di uomo versato in questa lingua; ma domando, che questa lode si conceda ancora al signor Malanima chiarissimo Professore di lingue orientali nell'Accademia Pisana, il quale non dai tribunali, ma dagli Ebrei stessi litiganti è stato chiamato a difendere le loro cause giudiciarie; ed ha pubblicati dotti consulti, in cui dimostra quanto profondamente egli conosca il Talmud e gl'interpetri suoi.[74]Oltre a ciò i comenti del Rabbino David Kimchi sopra le profezie d'Isaia trasse dai codici, tradusse, e illustrò dottamente.[75]La stessa lode domando pure, che si conceda all'Ab. Poch Genovese, che nel 1772. scriveva in Roma in lingua Rabbinica una confutazione degli error degli Ebrei,[76]quantunque poi non l'abbia forse condotta a fine, o almeno non l'abbia mandata in luce. Finalmente domando la lode medesima per Biagio Ugolini nominato di sopra, il quale nel tesoro dell'Ebraiche antichità tante prove ci ha date della sua perizia nella lingua Rabbinica, ora illustrando nelle sue dissertazioni gli usi di quella nazione, ora pubblicando e traducendo le opere de' Rabbini, come ho già detto di sopra.

Se questi scrittori fra i Cristiani illustravano così la lingua Rabbinica, ragion voleva, che molto più si adoperassero di coltivarla gli Ebrei, scrivendo in essa sopra ogni argomento. Cominciamo dai Grammatici. Io non ho vedute leInstituzioni Ebraichedi Giuda o Leone Briel primario Rabbino di Mantova, nè so se sieno scritte in Rabbinico, o in Italiano. Ma in Rabbinico scrisse certamente Simone Calimani la suaGrammatica Ebraica, che si legge al principio della Bibbia nell'impression di Venezia del 1739. La volgarizzò poi, e in questa nuova forma la pubblicò colle stampe della stessa città nel 1751. Alla Grammatica doveva poi succedere un lessico Ebraico ed Italiano, che fin da quell'anno aveva cominciato a compilare: ma quantunque lungo tempo vi faticasse non giunse a compirlo. Anche i precetti dell'eloquenza furon dettati in questa lingua per opera di Mosè Chajìm Luzzato che gli stampò in Mantova il 1727. col titolo diLescòn limudim, cioèlingua dei dotti, indirizzandoli al suo precettore Isaìa Bassani, di cui parlerò altrove.

Fra gli Oratori due soli ne trovo in questo secolo, e sono Biniamino Coèn, e Giacobbe Saravàl: giacchè quantunque Abramo Coèn, di cui farò parola in altro luogo, appartenga a quest'epoca, i suoi ragionamenti però intitolatila gloria de' sapienti, essendo impressi il 1700. appartengono al secolo precedente. Di Biniamino Coèn e del Saravàl abbiamo alcuni ragionamenti morali: ma quelli del secondo principalmente non ottennero molto plauso. Maggior lode riscossero gli Ebrei nella Poesia, o il numero si consideri di quelli, che la coltivarono, o il lor valore. Se fra gli oratori del secolo decimottavo nonho potato annoverare Abramo Coèn,[77]posso almeno collocarlo fra i poeti. Una bella parafrasi de' Salmi abbiamo da lui in varj metri, impressa in Venezia il 1719. col titolo diCheunàd Avraàm, cioèSacerdozio d'Abramo, per cui egli si meritò uno de' più onorevoli posti nel Parnasso Rabbinico. Non meno di lui degno è di lode Israele Biniamino Bassani Rabbino di Reggio commendato ugualmente per le sue virtù e per la sua dottrina. Ma le eleganti poesie di questo Rabbino, che gli detter nome d'uno de' poeti migliori della sua età fra gli Ebrei, giacciono qua e là disperse, nè mai raccolte furono unitamente.[78]Si loda altresì unaKinà, o poema lamentevole di Giacobbe Saravàl testè mentovato pel funesto accidente della caduta d'un pavimento, per cui nel 1776. rimasero in Mantova morti ad un tratto e sepolti sessantacinque de' suoi; ed un'altraKinàdi Sansòn Modòn in morte di Giuda o Leone Brièl. Più lunga e difficil fatica intraprese Sabtai Chajìm Marini Medico e Rabbino di Padova, che in altrettante ottave Ebraiche tradusse la versione dell'Anguillara delle Metamorfosi. L'original manoscritto si conserva nell'incomparabile libreria del signor Abate de Rossi col titolo discirè Hahhaliphòth, cioèCanto delle mutazioni.[79]

Niuno scrittore di storia abbiamo in questo secolo, tranne Chajìm David Azulai, che un'opera di Bibliografia pubblicò in Livorno col titolo discem haghedolìm, cioèNomi de' grandiper le prime due parti, e diVahad lachachamim, o assemblea dei dottiper la terza. Essa è ripiena di ottime e non comuni notizie, essendo egli stato uomo erudito, e possessore di parecchi pregevoli manuscritti. Anche Sabbatai Ambron romano[80]voleva darci una Biblioteca Rabbinica, che superasse quella del Bartolocci; ma, qual che ne sia stata la cagione, la sua opera o non fu per lui condotta a fine, o non ha veduta la luce. Il giornale de' Letterati d'Italia, che si stampava a Venezia per opera d'Apostolo Zeno[81]gli attribuisce un'altr'opera intitolataPancosmosofia, in cui prendevaa investigare quanto appartiene alla scienza della fabbrica dell'universo, e di dare una nuova ipotesi del sistema del mondo. Ivi si dice, ch'essa era sotto ilpesatissimo esame de' Revisori. Il Mazzucchelli per un equivoco singolare chiamòpesantissimoquell'esame, e ad esso attribuì il non essere venuta in luce. Ciò è falso. Basta vedere in quel giornale il breve cenno, che se ne dà, per conoscere gli errori, di che era pieno quel libro: onde è da credersi, che niuno stampator di Venezia, dove l'autor si recò per pubblicarlo, fosse così poco avveduto, che stampar lo volesse con proprio sicuro danno. Che che sia di questo, se si considera, che l'opera, e le sue diverse parti sono intitolate con nomi presi dal Greco, si crederà, ch'essa non era scritta in lingua Rabbinica, e che perciò non appartiene alla mia indagin presente.

Non vuolsi dunque annoverare l'Ambron tra' Filosofi, che scrissero in questa lingua; de' quali passando ora a favellare trovo solamente Mosè Chefetz, o Gentili, come lo chiama il Giornale citato,[82]oriundo di Trieste. Egli nel 1710. all'età di cent'anni cominciò a stampare un'opera, che ha per titoloMelechèd machascevèd, opus adinventum, che è quasi un comento filosofico del Pentateuco, cui aggiunse più e diverse dissertazioni su gli attributi di Dio, su gli Angeli, su l'anima umana, sul libero arbitrio, su i premj e le pene della vita avvenire, e su l'anima delle bestie, spargendo ovunque non volgari cognizioni della moderna filosofia.

Ma la parte, in cui più si esercitaron gli Ebrei nel secolo trapassato è quella, che riguarda l'Ebraica Religione. Cominciamo dai critici Comentatori del sacro Testo. Non farò quì parola di quei dotti Rabbini di Mantova, Pisa, e Livorno, che si adoperarono di pubblicare ed emendare la Bibbia del Norzi; perchè di questi ho già favellato di sopra. Chiunque è mezzanamente instruito ne' biblici studj sa, che sia la Masora, e quali difetti essa abbia, colpa de' copisti, ed anche dei suoi primi autori. David Viterbo Mantovano la prese a scopo delle sue fatiche, e sopra essa scrisse e stampò in patria il 1748. l'Em lammasored, cioèMadre della Masora, che essendo dal signor Abate de Rossi riputata utile ai sacri Critici, niuno si vorrà opporre alla sentenza d'un giudice così autorevole. I Treni di Geremia interpetrò Biniamino Coèn con un'opera, che dal lamentevole argomento del testo intitolòAllòn bacuth,quercia del pianto, e con un altro comento illustrò iPirkè avoth,capitoli de' Padri, cioè quellacollezione di sentenze morali degli amichi Rabbini, che porta questo titolo. Emmanuele Riki Rabbino Ferrarese prese ad interpetrare i Salmi con un comento cabalistico, che nel 1742. stampò in Livorno col titolo diChazè Tziòn, cioèProfeta di Sion, del quale scrittore abbiamo ancora ilMoasseh Choscèv, o opera artificiosa, che contiene la descrizione dell'antico Tabernacolo, e venne in luce il 1737. co' torchj d'Amsterdam. Un comento sopra i Salmi aveva compilato anche un altro Rabbino, cioè Giosuè Segre di Vercelli, che non è impresso.[83]Non mai pubblicata parimente, e forse nè pure compita è la dilucidazione dell'Ecclesiaste, che fin dal 1772. preparava Giacobbe Saravàl Rabbino prima in Venezia sua patria, e poi in Mantova. In essa egli si assottigliava di mostrare che la voceKohelethche porta in fronte questo sacro libro, significaAccademia, e che esso consiste tutto in un dialogo fra diverse persone.[84]

Maggior sollecitudine, come ognuno può agevolmente immaginare, adoperaron gli Ebrei nel combattere la santa Religion nostra, o nel difendere i loro errori contro gli assalti de' nostri Teologi. Prese a guerreggiar questa guerra il Rabbino di Mantova con Giuda Brièl co' suoiAssagoth, oArgomenti contro i racconti degli Apostoli, e contro gli Evangelj. Ma quantunque il titolo sia così generale, l'opera però nel codice del signor de Rossi non parla che dei diciannove primi Capitoli del Vangelo di S. Giovanni.[85]Non so, sealtri manuscritti ve ne abbia, che meglio rispondano alle promesse del titolo: ma so per testimonianza del medesimo signor de Rossi, che l'autore mostra un'ignoranza grande della lingua latina, quantunque pretenda di chiamar ad esame parecchi luoghi della traduzione del sacro Testo lasciataci in questa lingua da S. Girolamo. Non minore ignoranza e presunzione ebbe il suo discepolo Giosuè Segre di Vercelli, Rabbino di Scandiano, che nell'arringo medesimo volle entrare coll'Ascàm talui, o vogliam direpeccato del dubbio.[86]Non contro i nostri, ma sì contro gl'increduli difese l'Ebraiche dottrine, e le sentenze degli Ebrei Dottori Aviad Basilea Rabbino di Mantova stampando in patria il 1730. il suoEmunàd chachamim, cioèla Fede de' Sapienti. Un'opera liturgica altresì egli compose, facendo l'apologia del rito ebraico della Pasqua contro il P. Carlo da Crevalcore: ma il modo, con che ne parla il signor de Rossi, mi fa credere, che essa sia scritta in Italiano.[87]In Ebraico bensì Isacco Lampronti Medico e primario Rabbino di Ferrara scrisse un amplissimo Dizionario su i riti tutti quanti della sua nazione in parecchi volumi in foglio, i quali non oltrepassano la lettera Teth. A queste voglionsi aggiugnere leTephiloth, cioè uno dei libri di preghiere usate dagli Ebrei, che Mardocheo Ventura tradusse in Francese, e stampò in Nizza il 1772.

Se poi dalle leggi, che riguardano i sacri riti facciam passaggio alle altre ci si presentanoin prima i Consulti legali e dommatici d'Isaia Bassani Rabbino di Reggio, che formano la seconda parte deiTodàd scelamìmimpressi in Venezia il 1741. Ed a questo scrittore voglionsi unire eziandio Giuda o Leone Briel, che ho nominato fra i grammatici, e Sansone Morpurgo Medico e Rabbino in Ancona, i quali ottennero in questo genere molta lode. I Consulti legali del primo sparsi si leggono in varj libri, e quelli del secondo vider la luce in Venezia il 1743. col titolo diScemèsc tzedakà, cioèSole di giustiziaper opera del figlio, che gl'illustrò con parecchie annotazioni. Nè questa è la sola opera, che abbia meritato plauso a Sansone: ma fin dal 1704. egli aveva stampato un comento delBechinàd olàmda lui chiamatoEtz adahad, oalbero della scienza, il quale come avverte il signor de Rossi si annovera fra i comenti migliori di questa celebre opera morale.

Fra gl'Italiani finalmente non per nascita, ma per lungo domicilio, si può annoverare Zelig figlio d'Isacco chiamato Margalioth, che il 1715. stampò in Venezia una raccolta di sue osservazioni su varj trattati Talmudici. Ma già abbastanza, e forse ancor troppo a lungo mi son trattenuto tessendo questa nojosa serie di nomi, ed è ormai tempo di percorrere un più vasto campo, e meno ingrato.

Della lingua greca.Grammatici.CAPOVII.La Greca lingua deve, siccome io credo, la sua prima origine all'Ebraica, e perciò dopo aver parlato di questa, e delle altre due, cheda lei non si possono separare, debbo ora parlar di lei. Confesso, che altre lingue vi sono fra le Orientali molto affini all'Ebraica, le quali parrà forse ad alcuno, che dovessero precedere. Ma la Greca è madre della Latina, la quale così prossimamente ci appartiene, che fo quasi a me stesso un rimprovero d'aver fin quì differito a farne parola. Che la lingua Greca nasca dall'Ebraica, come ho detto, è per mio avviso opinione sicura, cui l'abuso delle etimologie fatto da alcuni per confermarla, non deve togliere il credito. Il P. Ogerio Carmelitano ha difesa questa opinione con una operetta, che ha per titolo:Graeca, et Latina lingua Hebraizantes, seu de Graecae, et Latinae linguae cum Hebraica affinitate libellus, cui accedit brevis tractatus de linguae Italicae Hebraismis. Venetiis typis Sebastiani Coleti.1764.in8. Esamina egli in primo luogo la quistione già da molti agitata, se la lingua Ebraica sia la lingua primitiva che parlarono Abramo, e Noè, sulla quale io non mi tratterrò, bastandomi il dire, che non porta nuovi argomenti, e solamente quelli indicati da altri raccoglie con diligenza, e talvolta li estende più che non si era fatto prima di lui. Ciò che sopra tutto richiede il mio discorso è la derivazione della lingua Greca dall'Ebraica. Egli la prova principalmente coll'addurre oltre a quattrocento parole Greche simili di suono ad altrettante Ebraiche d'uguale o affine significato; e questo numero si potrebbe senza fatica accrescer molto. So che il Lennep il Valckenaer e lo Scheid[88]sommi Grecisticondannano altamente sì fatte derivazioni, tranne poche voci d'arti, erbe, piante, che introdusse il commercio. A me rincresce dovermi opporre a tre così solenni maestri; ma da una parte l'indole del mio ragionamento mi costringe ad esporre il mio avviso, qualunque esso sia; e per l'altra mi conforta alquanto il vedere, che a questo loro divisamento è contrario ancora il Fischer,[89]sommo Grecista egli pure. Essi vogliono, che le vere radici di una lingua siano verbi solamente; il che a mio giudizio si può negare. Suppongono in secondo luogo, che in principio, quando si formò la lingua Greca, gli uomini sceglier dovessero le voci più semplici,[90]e che perciò i verbi radicali fossero di due, tre, o quattro lettere, o al più di cinque.[91]Ma per ammetter ciò converrebbe supporre, che i primi uomini fossero nati in Grecia, e fossero senza uso di verun linguaggio, nel qual caso le prime voci da essi adoperate sarebbono state semplicissime. Or sappiamo dalla Storia Mosaica, che il fatto andò altramente. I discendenti di Noè andarono ad abitare quelle contrade parlando una lingua, qualunque essa fosse, che col volger degli anni si deve essere alterata in modo, che si è formata la Greca. Vedo in questa molte voci simili all'Ebraiche, ed a ragion ne deduco, che quella prima lingua era l'Ebraica, o affine all'Ebraica. Egli è vero che la somiglianza di qualche voce d'una lingua con quelle d'un altra non è un sicuroindizio, che le une provengano dall'altre, e il caso può produrre ciò facilmente. Se però quella somiglianza è in molte voci, e la tradizione storica mostra probabile, che una lingua provenga dall'altra, allora non posso non riconoscere sì fatta derivazione, se non di tutte almeno di molte.Ma torniamo all'opera del P. Ogerio. Egli ha voluto evitare le accuse, che si danno al Martini pel suo Cadmus Graeco-Phoenix, e perciò è stato parco anzi che no nelle sue etimologie; onde contento di registrar quelle, che quasi spontanee ci presenta il confronto delle due lingue ne ha trascurate molte altre, che richiedevano qualche maggiore indagine. Sono però alcune, che a me sembrano immeritevoli d'esser da lui dimenticate. Ne darò pochissimi esempj.Ατηnoxa, peccatum, ed Ate Dea celebre, presso Omero, e il verboἀτάωnoceovengono daἂτω, che significa lo stesso. Ma io vedo in Ebraicoחטה, che significapeccavit,peccatum,peccatorsecondo i diversi punti, e nella conjugazione Hiphilהחטיא,peccare fecit,ad peccandum induxit. Vedo che Arabo, come in Siriacoחטהsignificano purepeccavit. La somiglianza di queste due voci Araba, e Siriaca, coll'Ebraica mi obbliga a credere, che esse vengano da questa; e non dovrò poi credere che ne provengaἂτωco' suoi derivatiἀὰτω,ἂτη, ec.? Manca in Greco l'aspirazione, che si vede in quell'altre lingue; ma è probabile che anticamente vi fosse, e si scrivesseϜατηcol digamma Eolico. So che l'Heyne dottissimo Grecista non ve lo riconosce nel catalogo delle voci Omeriche dotate del digamma.[92]Ma egli ammette questa aspirazione solamente, dove la richiedono certe regole da lui stabilite. Ora nonostante l'alta venerazione, che io ho per un uomo così grande, credo che mi sia concesso di dire, che quelle sue regole non sono abbastanza sicure, perchè (tralasciando altre ragioni) l'escludono da alcune parole, le quali per testimonianza di Dionisio d'Alicarnasso l'avevano.[93]Cheἂτω, edἂτηavessero digamma lo mostra la parolaἀυἁτη, che leggiamo due volte in Pindaro,[94]e sono d'avviso, che lo mostri il verboἀπατάωco' suoi derivati, il quale a me pare che venga daἀτω,ἀτάω, piuttosto che da un supposto verbo ἂπω come vorrebbe il Lennep. Osservo, che il citato verbo Arabo presenta, ancora un'idea di moto, onde l'Erpenio[95]lo traducelapsus estche vuol dire ugualmentecadde, ecadde in qualche fallo; il qual significato pare che abbia ancora il verbo Ebraico. Nè diverso forse l'aveva il Greco, che nell'attivo si potrebbe tradurrefo cadere altri in qualche fallo, o in qualche sventura, cioènuoccio, e quindi nel mediocado in qualche fallo, o sventura.Αασάμην.... περιέπεσον(ἄτη) dice Esichio. Anche i pronomi potevano aver luogo nell'opera del P. Ogerio. Lo Scheid[96]porta opinione che il pronomeἑγώanticamente si dicesseἒνω, che è la voce Siriaca, e viene dall'Ebraicoאני. Ma lasciando star questo, almeno il dualeνώϊ,nosviene daאנו.Τὺconservato nel dialetto Dorico, e nel latinotuera probabilmente il vero pronome antico, e pare derivato daאתה. Il pronome della terza personaὁὖ,οὶ,ἓanticamente aveva per Nominativo ὶ,[97]che aver dee la stessa origine. In fatti che cosa è in Ebraico la formativa Jod della terza persona del futuro, se non il pronome della stessa persona, come l'Aleph, e il Nun sono quelli della prima persona nel singolare, e nel plurale, e il Thau della seconda? Così parecchie altre etimologie si potrebbono aggiugnere, e non poche ne ho aggiunte nelle margini del mio esemplare fino dal primo momento, che l'ebbi in dono dall'umanissimo e dottissimo signor Cavaliere Jacopo Morelli ora defunto con danno gravissimo de' buoni studj. Ora se di queste voci si vogliono assegnare altre etimologie derivate dalla lingua Greca convien supporre assai volte verbi, ch'essa non ebbe mai, o da quelli, che ebbe, ed ha, trarle forzatamente, mentre derivar si possono dall'Ebraica con certa naturale spontaneità, che concilia persuasione. All'Ebraica ho unita l'Araba, e la Siriaca non per fare vana pompa d'un'erudizion, che non ho, ma perchè ho creduto, che quegli esempj qualche peso accrescessero alle mie asserzioni. Siccome poi parecchie etimologie si possono aggiugnere al catalogo del P. Ogerio, così se ne debbono levare alcune, e quelle principalmente, che egli trae da' futuri Ebraici. Essi hanno le lettere dai Grammatici chiamate preformanti, che essendo veri pronomi personali non possono far parte dei derivati.Alla storia ed alla etimologia egli aggiunge certe proprietà di lingua, che nel Greco, e nell'Ebraico s'incontrano ugualmente, e la somiglianza del nome e della figura delle lettere dell'Alfabeto. Ma riguardo alle proprietà della lingua avrebbe potuto annoverarne più altre, che ha trascurate, come l'uso del verbo medio nel Greco, il quale suole esprimere in qualche modo il ritorno dell'azione nell'agente, il che spesso accade pure nella conjugazione Hithpahel dell'Ebraico; oltre a molti idiotismi, per cui i sacri scrittoridel nuovo Testamento sovente sono contro ragione accusati d'Ebraismo, quando que' modi di dire sono proprj delle due lingue, siccome da altri già è stato avvertito. Riguardo poi ai nomi, ed alla figura delle lettere Greche nulla dice oltre a quello, che aveva detto il Bianconi.Dell'etimologia si serve il P. Ogerio per mostrare la derivazione della lingua Latina dall'Ebraica, registrando molte voci, che sono simili nelle due lingue. Anzi le parole latine da lui notate vincono di numero le Greche, perchè gli è piaciuto (nè si vede la ragione) d'annoverarne molte, che sono Greche manifestamente; per esempioaratrum,arceo,aspis,astrum,asylum,aulaec. Queste tutte si debbon togliere, con molte altre, che vengon pure dal Greco, ma non così direttamente: per esempioaestasdaαἲθω, preterito perfetto passivoῂςαι,albusdaἀλφὸς,annusdaἓνοςondeἓννος,vetus, ec. Si debbon toglier le parole introdotte ne' bassi tempi, comeabbas,cabala,celtis,cherubim,cifraec. ed i termini d'arti. Diminuito così di molto quel catalogo non farà maraviglia il vedere, che le rimanenti voci siano simili all'Ebraiche, ove si considerino, che la lingua latina vien dalla Greca, o per meglio dire l'antichissima lingua, che si parlava una volta nel Lazio era la stessa, che antichissimamente si parlava nella Grecia;[98]laonde se la lingua Greca aveva molte parole simili῁ all'Ebraiche debbono esserne restate alcune ancora nella latina. Rimarrebbe a parlare dell'appendice dell'opera, in cui si registrano gli Ebraismi della lingua Italiana. Questi però son pochi; e se si fanno le detrazioni, che abbiamo indicate perla latina ne resta così scarso numero, che vuolsi disprezzare.[99]Ma troppo lungamente forse mi son trattenuto intorno a quest'opera, ed è ormai tempo di far passaggio agli altri scrittori di cose grammaticali. E dovrei cominciare da quella del Marchese Maffei intitolata,litterarum Graecarum potestas et affectiones, che si vuole stampata in Verona il 1716. o 1726. La pone il P. Zaccaria nel catalogo delle sue opere affidato all'asserzione del P. Reiffemberg, ma confessa di non averla veduta. Io nè pur l'ho veduta, e non trovandola nell'edizion generale delle sue opere dubito che sia supposta.La lingua Greca ne' primi suoi elementi presenta quistioni difficili ed opinioni diverse, e ciascuna parte crede d'aver ragione, e chiama ostinati i suoi avversarj. Si quistiona dunque sul modo di pronunziare certe lettere, e i dittonghi, e se si debba leggere secondo gli accenti, o secondo la quantità. I Greci moderni tutti leggono e pronunziano in un modo, ed una parte degli altri coltivatori di questa lingua in un modo diverso introdotto, o rinnovato da Erasmo. A me non appartiene di decidere la questione, e questo non ne sarebbe il luogo; onde per esser più rigorosamente neutrale chiamerò le due partiGreci moderni, edErasmiani. La questione fu a lungo discussa ne' secoli passati, e si è di nuovo trattata nel decimottavo. Il P. Piacentini Monaco Basiliano di Grotta ferrata difese la causa dei Greci moderni;[100]al quale avendo risposto un Gesuita Tedesco[101]replicò il Piacentini[102]e nel tempo stesso il P. Velasti Gesuita di Scio, che si potrebbe quasi dire Italiano, perchè nacque da una colonia Ligure già da gran tempo stabilita in quell'Isola.[103]La loro causa parimente sostenne in questi ultimi anni il Sig. Pietro Pasqualoni professore di questa lingua in Roma.[104]Al contrario nellaStoria Letterariad'Italia del P. Zaccaria T. 5. p. 1. 26. Si legge un bell'estratto dell'opera del Velasti, che credo esser fatica del P. Gabardi, dove la controversia brevemente si descrive, e molte forti objezioni si fanno contro gli argomenti (per altro dotti ed ingegnosi) di quell'autore. Il Velasti è a parer mio il miglior difensore di quella causa fra quanti ne furono prima di lui, nè altri poi per molti anni l'ha non dirò vinto, ma nè pur uguagliato.[105]Egli però, e molto piùil Piacentini, e il Pasqualoni evitano accortamente certe obiezioni più difficili a sciogliersi, che altri hanno mosse contro alla lor sentenza. Ne recherò due soli esempj. Par certo, che l'Ηsi pronunciasse E lungo non I, come ora fanno i Greci. Fra gli argomenti diversi, che si adducono a provar ciò ha molta forza per mio avviso l'osservazione, che anticamente la letteraΕserviva ugualmente per l'E breve, e per quella vocale, che poi fu espressa coll'Η. Or se si usava scrivendo la stessa lettera pare, che si dovesse usare leggendo lo stesso suono, o almeno simile molto, cioè un E lungo come dicono gli Erasmiani. Era forse un E stretto, talchè col progresso del tempo alterandosi, come suole accadere, la pronunzia si sarà cambiato finalmente in I. L'altro esempio, che mi piace di portare spetta all'uso di pronunziare secondo gli accenti, non secondo la quantità delle sillabe. E' certo che gli antichi pronunziando avevano riguardo ai primi e alla seconda nel tempo stesso. E' certo altresì, che i diversi accenti si esprimevano diversamente, alzando la voce per l'acuto, abbassandola pel grave, e prendendo un tuono medio pel circonflesso. Nè questa è una congettura d'Erasmo, o de' suoi seguaci, ma un insegnamento di Porfirio, e d'altri antichi.[106]Pare ciò impossibile ai seguaci de' Greci moderni, perchè quest'alternativa di varj suoni avrebbe fatta del Greco linguaggio una specie di musica: convien però credere così, perchè questo appunto dice Porfirio ed altri con lui.[107]Or questo alzamento e abbassamento di voce non s'insegna dai citati scrittori, i qualitutti gli accenti esprimono nel modo stesso. Queste ed altrettali osservazioni dovevano dal Piacentini dal Velasti e dal Pasqualoni esser esaminate. Siccome poi l'ultimo vuole, che dalla varia collocazione degli accenti provenga l'armonia nella Greca lingua, avrei volute, a che ci desse le regole di questa sua armonia nella prosa, e nelle varie qualità di versi, recando anche gli esempj degli scrittori a conferma delle medesime. Certo è, che Aristotele, Dionisio d'Alicarnasso, e Longino[108]fanno consistere l'armonia nei piedi cioè nella quantità delle sillabe, e punto non parlano degli accenti. Non è poi di questo luogo l'esaminare, se alcuna cosa rimanga a desiderare dagli Erasmiani, quando difendono la propria causa; perchè niuno m'è avvenuto di trovarne fra gl'Italiani nel secolo decimottavo, il quale abbia fatto ciò di proposito, e minutamente.Mentre questi scrittori disputavano intorno al modo di pronunziare, il Sisti insegnava a leggere la intralciata scrittura de' codici Greci. Sono essi pieni di nessi, e di abbreviature difficili, e spesso ancora impossibili a intendersi per coloro, che non v'abbiano fatta molta pratica. Egli perciò pubblicò unindirizzo per la lettura Greca dalla sua oscurità rischiarata,[109]dove di ciò e delle sigle note e monogrammi parla diffusamente per appianare le difficoltà tutte, che nel leggere i manoscritti antichi s'incontrano. Sono però d'avviso che il miglior mezzo sia l'esercitarsi molto sui manoscritti stessi per acquistare la necessaria esperienza. Finalmente vuolsi ricordare una dissertazione tuttavia inedita di Giacomo Martorellide origine Graecarum litterarum, seuςοιχειων[110]Di quella del Bianconi, che in parte tratta ancora di questo argomento, ho già parlato di sopra.Alla Grammatica appartiene ancora una gran parte de' prolegomeni, che il chiarissimo signor Principe di Torremuzza ha premessi alla sua bell'opera delle inscrizioni della Sicilia.[111]In essi egli tratta de' Greci dialetti de' Siciliani, della loro paleografia Greca, e dei nessi, che si vedono ne' monumenti della Sicilia e della loro antichità. Nelle quali erudite disquisizioni si mostra non meno dotto antiquario, che profondo Grecista.Molte son le Grammatiche, che han veduta la luce in Italia nel passato secolo, delle quali però nominerò quelle solamente, che per qualche pregio particolare debbono esser distinte. Nella Storia letteraria d'Italia del P. Zaccaria[112]si fa menzione d'un'eccellente Greca Grammaticadel P. Gennaro Sancez de Luna della compagnia di Gesù stampata in Napoli il 1751.con molto giudizio condotta a norma della latina, che volgarmente dicesi dell'Alvaro. Io non l'ho veduta, ma le parole quì recate mi fanno credere, che buona sia o almeno che buono siane il metodo. Nè mi muovono in contrario quell'altre parole ivi aggiunte, che l'autoreva un pò per le lunghe, perchè niuna via breve io conosco, tranne il tacere molte cose utili, e ancor necessarie, come il più de' Grammatici fanno. Da che ne viene poi che si studia questa lingua per non impararla mai. Quindi dubitoforte che ilbreve metodo per facilmente apprendere la lingua Grecad'un'altro Gesuita, cioè del P. Michele del Bono[113]non abbia forse quell'utilità che egli si sarà proposta. Ma non posso darne certo giudizio, perchè nè pur questa ho letta. Anche il Sisti insegnò un breve metodo, e come per la lingua Ebraica, così per la Greca additò una via cortissima per impararla in poche lezioni.[114]Ma intorno alla sua grammatica credo inutile il diffondermi, bastando il dire che ha i pregj, ed i difetti medesimi dell'Ebraica. Molto dal Sisti dissentiva il Cocchi, e se quegli racchiuse i suoi precetti in quattro lezioni questi voleva estenderli in cento, di che scrisse una lettera, che non essendo impressa basterà d'averla solamente indicata.[115]Commendabile in molte cose è la Grammatica pubblicata ad uso del Seminario di Padova, che si attribuisce a Jacopo Facciolati, e molto è adoperata nelle scuole d'Italia.[116]In essa si hanno tutte le principali regole intorno alle diverse parti dell'orazione con molta chiarezza esposte, e buon metodo. Ottimo è stato il consiglio di disporre i tempi de' verbi non nell'ordine naturale, come nelle precedenti Grammatiche si faceva, ma con quello secondo il quale si generano; onde nell'attivo, e nel medio all'imperfetto succede l'aoristo secondo, il futuro secondo,il futuro primo, l'aoristo primo, il preterito perfetto, e finalmente il più che perfetto, e nel passivo al futuro secondo succede il perfetto, il più che perfetto, il futuro prossimo, l'aoristo primo, e il futuro primo. Ottimo pure è stato il consiglio di porre in fine le regole de' dialetti dove ad ogni caso de' nomi, e de' pronomi, e ad ogni persona de' verbi si vede aggiunta la corrispondente proprietà d'ogni dialetto. Solamente sarebbe stata opportuna una maggiore abbondanza riguardo a questi, come pure riguardo ai verbi anomali, dei quali alcuni si tralasciono, e d'altri si tacciono alcuni tempi, che sono in uso. Ma ciò che soprattutto è difettoso è il trattato della sintassi, il quale è esposto con metodo non lodevole, ed è mancante di molte cose necessarie. Poco vi si dice delle preposizioni, pochissimo delle congiunzioni, nulla del vario significato dei tempi de' verbi, le quali cose tutte domandavano lungo e diligente discorso. Che dirò poi del verbo medio? Da che il Kustero ha mostrato qual sia di questo verbo il vero significato, da che gl'insegnamenti del Kustero sono stati da parecchi altri dotti Grecisti confermati, e illustrati, non si vorrebbe ora sentir ripetere, che esso ha significato attivo, e passivo, e nulla più. Nè è da riprendersi meno il trattato della prosodia, il quale pure è mancante, e le sue regole alcuna volta sono fallaci.Assai migliore è la Grammatica del P. Antognoli delle Scuole Pie,[117]che sventuratamente è divenuta rara molto. Segue essa il metodo del Facciolati riguardo ai verbi ed ai dialetti, ma in tutte le sue parti è più ampia, e la sintassi, se non è completa, è almeno discretamente trattata. Anche il Seminario di Catania ha una lodevolGrammatica in due parti divisa.[118]Non si è quì dimenticata la sintassi, ma dopo averne dato un saggio più breve nella prima parte pe' comincianti, più diffusamente se ne tratta nella seconda, che è destinata a una classe superiore. Bramerei però un metodo migliore. Quì ad imitazione della Grammatica dell'Hulevvicz[119]dopo aver date le regole relative a una parte dell'orazione si fan succedere quelle della sintassi della medesima; così dopo aver insegnate le declinazioni de' nomi si spiega la loro sintassi, la sintassi de' verbi viene immediatamente dopo le conjugazioni, e così si dica dell'altre parti. Il che non so quanto possa essere utile. L'esperienza c'insegna, che il metodo comunemente adoperato nelle Grammatiche Latine è utile molto a' giovanetti, che danno opera alla lingua Latina, e il metodo stesso sarebbe di gran vantaggio a coloro, che si applicano alla Greca. Si è forse fino ad ora trascurato di usarlo, perchè da molti si stima inutile d'esercitar gli scolari nello scrivere in Greco. Tale in fatti era l'opinione dell'Ernesti, che volendo pubblicare una nuova edizione del Lessico dell'Hederico voleva toglierne quella parte, che ivi è chiamata sintetica, cioè quella che serve a tradurre dal Latino in Greco. Egli aveva osservato, che molti giovani nelle scuole scrivevano pessimamente in Greco; talchè le loro cose o non erano da lui intese,o gli eccitavano il riso.[120]Quindi avrebbe voluto, che i supremi moderatori delle scuole vietassero severamente ai maestri d'esercitare la gioventù nello scriver Greco. Io, a dir vero, ne avrei dedotta una conseguenza affatto opposta, cioè che gli esercitassero molto. Certo è che il signor Villoison, il giudizio del quale niuno vorrà disprezzare, diceva:J'ai fait autrefois, sans la moindre prètention une foule de vers Latins, et surtout de vers Grecs, non pour être poête dans ces langues mais pour entendre les poêtes quì les ont parlèes. Je crois, messieurs, qu'il faut avoir beaucoup ecrit dans une langue pour pouvoir en acquerir la parfaite intelligence.[121]Ma torniamo alla Grammatica di Catania. Due mancanze gravissime sono in essa, cioè de' dialetti, e della prosodia. De' primi se ne dà un breve cenno affatto inutile, e della seconda si dice, che si è giudicato non parlarne punto, anzi che darne un compendio, e che non molto essa giova a intendere i poeti. Quanto sia necessario d'essere instruiti negli uni, e nell'altra lo vede ognuno, che abbia qualche cognizione di questa lingua, nè è necessario che io prenda a provarlo.Finalmente debbo rammentare la Grammatica del Signor Mazzarella Farao,[122]sulla quale però non farò molto lungo discorso. In questa nonsi fa verun uso degli accenti; laonde può servire a quelli solamente, che tanto ne son nemici, che nè pure gli vogliono adoperare scrivendo, i quali però non sono molti. Del rimanente essa è accurata, e se lo stile fosse meno verboso e più castigato, potrebbe loro esser utile.Alle istituzioni grammaticali debbono succedere i trattati sulla prosodia. Il signor Becucci ne ha parlato a lungo,[123]e lo ha fatto con diligenza e chiarezza somma, e così esattamente, che (ove si eccettui l'Hermanno) egli ha superati quanti sono scrittori di questo argomento.Niun Lessico nuovo possiamo vantare in quest'epoca, ma i Lessici altrui si sono pubblicati novellamente in maniera che meritano ricordanza. Tali sono le nuove impressioni dello Schrevelio, e dell'Hederico, che dobbiamo ambedue al non mai lodato abbastanza Seminario di Padova. Lo Schrevelio fu pubblicato con accrescimenti considerabili dal Facciolati[124]che avrà voluto provvedere ai principianti, i quali facilmente s'imbarazzano nell'investigare il tema, e perdono il coraggio. Ma quel Lessico è pericoloso, perchè fomenta la pigrizia de' giovani, e perciò ne ritarda il profitto, onde io non so bene se dobbiamo esser grati all'editore. Molto più util cosa fece quegli, che di nuovo dette in luce il Lessico dell'Hederico con le emendazioni e gli aumenti del Patrick, e dell'Ernesti.[125]A me non è avvenuto di riscontrarein questa impressione veruna aggiunta o ammenda: anzi qualche errore delle impressioni precedenti è quì copiato fedelmente. Era però facile di aggiugnere nuove voci, o nuovi significati: e bastava dirò quasi aprire a caso qualunque greco scrittore e si sarebbe offerta spontanea la messe. Tanto sono manchevoli i Lessici tutti quanti. Dicesi che i dotti Direttori di quel Seminario abbiano in animo di ristampare quel Lessico con più altre aggiunte, il che sarà un nuovo benefizio, che essi faranno alla Repubblica delle lettere. Ma se potessi sperare, che un mio desiderio giungesse fino a loro vorrei pregarli, che facessero anche più. Il Lessico dell'Hederico ha un difetto grande, cioè la mancanza degli esempj. Gli esempj mostrano, come si costruiscano i verbi, e molte altre voci, che richiedono speciale osservanza, quali modi reggano certe congiunzioni ec. Gli stessi significati assai volte meglio s'intendono se vi sono uniti gli esempj. Il Facciolati nell'aumentare tanto il Dizionario del Calepino, e il Forcellini nell'aureo suo Lessico Latino, se avessero lasciati gli esempj quanto tenue sarebbe stata l'utilità della loro grande impresa! Ma limitando ora le nostre considerazioni a più piccolo, ma sempre utile oggetto, i giovani, che danno opera alle latine lettere usano il Dizionario del Pasini. Or qual profitto farebbono essi, se a questo si togliessero gli esempj, nè s'indicassero i casi, co' quali i verbi si debbono costruire? Scarsissimo a mio giudizio. Perchè non si dee lo stesso dire de' Greci Lessici? Qual motivo v'ha per togliere tantovantaggio nell'insegnamento d'una lingua più difficile per la sua ampiezza, e per la sua varietà, nell'imparar la quale mancano molti di quei comodi, che nella lingua latina si hanno? L'impresa è faticosa, lo confesso; ma il pensiero di giovare alla gioventù è un gran sollievo nella fatica. Oltre a ciò molti ajuti si avrebbono per togliere una parte grandissima della fatica. I Lessici generali d'Enrico Stefano, del Costantini, ed ora dello Schneider, i Lessici particolari, come quello di Senofonte del Thieme e Sturz, d'Omero e Pindaro del Damm, gl'indici di cui son corredate parecchie edizioni dei Classici, come d'Euripide, di Tucidide, di Dione Cassio, di Polibio, degli Oratori Greci, ed altri somministrano molti materiali. Abbia finalmente l'Italia la gloria d'aver dato un Lessico in questa forma, e l'abbia dal Seminario di Padova, cui da molti anni tanto debbono i buoni studj per molte ammirabili, e dottissime imprese. Vie maggiore utilità apporterebbe ancora il ristampare lo Scapula. Una nuova impressione se n'è fatta testè in Inghilterra di molta spesa, la quale, per questo appunto non può comprarsi da' giovani studiosi. Ma torniamo all'argomento.Ai Lessici generali della Lingua Greca si vogliono unire quei particolari delle radici, e delle sigle. Si quistiona quante, e quali siano le vere radici; ma a me non appartiene l'entrare in questo esame, giacchè non si è trattata in Italia sì fatta questione. Chi fra noi ha compilato un Lessico delle radici è stato sollecito di giovare alla gioventù studiosa, ed a imitazione di ciò che in Francia aveva fatto il Lancelot ha raccolte tutte quelle, che comunemente si chiamano radici, e le ha poste in versi coi loro significati, affinchè ilverso e la rima agevoli l'impararle a memoria.[126]Più erudito scopo hanno preso i raccoglitori delle sigle, che nelle inscrizioni si trovano, e nelle monete. Il Marchese Maffei può dirsi il primo, che raccogliesse, e interpetrasse le sigle delle inscrizioni Greche[127]e a lui poco dopo successe il P. Corsini delle Scuole Pie, che non solo dalle lapidi, come il Maffei aveva fatto, ma ancora dalle monete le ricavò[128]. Più copiosa collezione ne fece poi il P. Piacentini, che dal P. Cardoni fu stampata dopo la sua morte.[129]Anch'esso però fu superato dall'Ab. Andrea Rubbi, il quale nel suo Dizionario d'antichità ad ogni lettera dell'Alfabeto aggiunge le Greche sigle, e le Latine.[130]Dirò ora delle prime solamente, riserbandomi a parlare delle seconde altrove. Pone in prima quelle del Maffei, indi le sue moltissime, e finalmente dà il catalogo delle Città libere, di cui abbiamo medaglie, i nomi delle quali essendo assai volte espressi colle sole lettere iniziali accrescono il novero delle sigle, che per le sue cure è giunto ormai a un grado altissimo di perfezione. Eraa desiderarsi, che egli non si stancasse nel continuare quest'opera utile, da cui sommo lustro avrebbono ricevuto le parti tutte dell'antiquaria. Ma sventuratamente la sua morte ce ne ha tolta la speranza.

La Greca lingua deve, siccome io credo, la sua prima origine all'Ebraica, e perciò dopo aver parlato di questa, e delle altre due, cheda lei non si possono separare, debbo ora parlar di lei. Confesso, che altre lingue vi sono fra le Orientali molto affini all'Ebraica, le quali parrà forse ad alcuno, che dovessero precedere. Ma la Greca è madre della Latina, la quale così prossimamente ci appartiene, che fo quasi a me stesso un rimprovero d'aver fin quì differito a farne parola. Che la lingua Greca nasca dall'Ebraica, come ho detto, è per mio avviso opinione sicura, cui l'abuso delle etimologie fatto da alcuni per confermarla, non deve togliere il credito. Il P. Ogerio Carmelitano ha difesa questa opinione con una operetta, che ha per titolo:Graeca, et Latina lingua Hebraizantes, seu de Graecae, et Latinae linguae cum Hebraica affinitate libellus, cui accedit brevis tractatus de linguae Italicae Hebraismis. Venetiis typis Sebastiani Coleti.1764.in8. Esamina egli in primo luogo la quistione già da molti agitata, se la lingua Ebraica sia la lingua primitiva che parlarono Abramo, e Noè, sulla quale io non mi tratterrò, bastandomi il dire, che non porta nuovi argomenti, e solamente quelli indicati da altri raccoglie con diligenza, e talvolta li estende più che non si era fatto prima di lui. Ciò che sopra tutto richiede il mio discorso è la derivazione della lingua Greca dall'Ebraica. Egli la prova principalmente coll'addurre oltre a quattrocento parole Greche simili di suono ad altrettante Ebraiche d'uguale o affine significato; e questo numero si potrebbe senza fatica accrescer molto. So che il Lennep il Valckenaer e lo Scheid[88]sommi Grecisticondannano altamente sì fatte derivazioni, tranne poche voci d'arti, erbe, piante, che introdusse il commercio. A me rincresce dovermi opporre a tre così solenni maestri; ma da una parte l'indole del mio ragionamento mi costringe ad esporre il mio avviso, qualunque esso sia; e per l'altra mi conforta alquanto il vedere, che a questo loro divisamento è contrario ancora il Fischer,[89]sommo Grecista egli pure. Essi vogliono, che le vere radici di una lingua siano verbi solamente; il che a mio giudizio si può negare. Suppongono in secondo luogo, che in principio, quando si formò la lingua Greca, gli uomini sceglier dovessero le voci più semplici,[90]e che perciò i verbi radicali fossero di due, tre, o quattro lettere, o al più di cinque.[91]Ma per ammetter ciò converrebbe supporre, che i primi uomini fossero nati in Grecia, e fossero senza uso di verun linguaggio, nel qual caso le prime voci da essi adoperate sarebbono state semplicissime. Or sappiamo dalla Storia Mosaica, che il fatto andò altramente. I discendenti di Noè andarono ad abitare quelle contrade parlando una lingua, qualunque essa fosse, che col volger degli anni si deve essere alterata in modo, che si è formata la Greca. Vedo in questa molte voci simili all'Ebraiche, ed a ragion ne deduco, che quella prima lingua era l'Ebraica, o affine all'Ebraica. Egli è vero che la somiglianza di qualche voce d'una lingua con quelle d'un altra non è un sicuroindizio, che le une provengano dall'altre, e il caso può produrre ciò facilmente. Se però quella somiglianza è in molte voci, e la tradizione storica mostra probabile, che una lingua provenga dall'altra, allora non posso non riconoscere sì fatta derivazione, se non di tutte almeno di molte.

Ma torniamo all'opera del P. Ogerio. Egli ha voluto evitare le accuse, che si danno al Martini pel suo Cadmus Graeco-Phoenix, e perciò è stato parco anzi che no nelle sue etimologie; onde contento di registrar quelle, che quasi spontanee ci presenta il confronto delle due lingue ne ha trascurate molte altre, che richiedevano qualche maggiore indagine. Sono però alcune, che a me sembrano immeritevoli d'esser da lui dimenticate. Ne darò pochissimi esempj.Ατηnoxa, peccatum, ed Ate Dea celebre, presso Omero, e il verboἀτάωnoceovengono daἂτω, che significa lo stesso. Ma io vedo in Ebraicoחטה, che significapeccavit,peccatum,peccatorsecondo i diversi punti, e nella conjugazione Hiphilהחטיא,peccare fecit,ad peccandum induxit. Vedo che Arabo, come in Siriacoחטהsignificano purepeccavit. La somiglianza di queste due voci Araba, e Siriaca, coll'Ebraica mi obbliga a credere, che esse vengano da questa; e non dovrò poi credere che ne provengaἂτωco' suoi derivatiἀὰτω,ἂτη, ec.? Manca in Greco l'aspirazione, che si vede in quell'altre lingue; ma è probabile che anticamente vi fosse, e si scrivesseϜατηcol digamma Eolico. So che l'Heyne dottissimo Grecista non ve lo riconosce nel catalogo delle voci Omeriche dotate del digamma.[92]Ma egli ammette questa aspirazione solamente, dove la richiedono certe regole da lui stabilite. Ora nonostante l'alta venerazione, che io ho per un uomo così grande, credo che mi sia concesso di dire, che quelle sue regole non sono abbastanza sicure, perchè (tralasciando altre ragioni) l'escludono da alcune parole, le quali per testimonianza di Dionisio d'Alicarnasso l'avevano.[93]Cheἂτω, edἂτηavessero digamma lo mostra la parolaἀυἁτη, che leggiamo due volte in Pindaro,[94]e sono d'avviso, che lo mostri il verboἀπατάωco' suoi derivati, il quale a me pare che venga daἀτω,ἀτάω, piuttosto che da un supposto verbo ἂπω come vorrebbe il Lennep. Osservo, che il citato verbo Arabo presenta, ancora un'idea di moto, onde l'Erpenio[95]lo traducelapsus estche vuol dire ugualmentecadde, ecadde in qualche fallo; il qual significato pare che abbia ancora il verbo Ebraico. Nè diverso forse l'aveva il Greco, che nell'attivo si potrebbe tradurrefo cadere altri in qualche fallo, o in qualche sventura, cioènuoccio, e quindi nel mediocado in qualche fallo, o sventura.Αασάμην.... περιέπεσον(ἄτη) dice Esichio. Anche i pronomi potevano aver luogo nell'opera del P. Ogerio. Lo Scheid[96]porta opinione che il pronomeἑγώanticamente si dicesseἒνω, che è la voce Siriaca, e viene dall'Ebraicoאני. Ma lasciando star questo, almeno il dualeνώϊ,nosviene daאנו.Τὺconservato nel dialetto Dorico, e nel latinotuera probabilmente il vero pronome antico, e pare derivato daאתה. Il pronome della terza personaὁὖ,οὶ,ἓanticamente aveva per Nominativo ὶ,[97]che aver dee la stessa origine. In fatti che cosa è in Ebraico la formativa Jod della terza persona del futuro, se non il pronome della stessa persona, come l'Aleph, e il Nun sono quelli della prima persona nel singolare, e nel plurale, e il Thau della seconda? Così parecchie altre etimologie si potrebbono aggiugnere, e non poche ne ho aggiunte nelle margini del mio esemplare fino dal primo momento, che l'ebbi in dono dall'umanissimo e dottissimo signor Cavaliere Jacopo Morelli ora defunto con danno gravissimo de' buoni studj. Ora se di queste voci si vogliono assegnare altre etimologie derivate dalla lingua Greca convien supporre assai volte verbi, ch'essa non ebbe mai, o da quelli, che ebbe, ed ha, trarle forzatamente, mentre derivar si possono dall'Ebraica con certa naturale spontaneità, che concilia persuasione. All'Ebraica ho unita l'Araba, e la Siriaca non per fare vana pompa d'un'erudizion, che non ho, ma perchè ho creduto, che quegli esempj qualche peso accrescessero alle mie asserzioni. Siccome poi parecchie etimologie si possono aggiugnere al catalogo del P. Ogerio, così se ne debbono levare alcune, e quelle principalmente, che egli trae da' futuri Ebraici. Essi hanno le lettere dai Grammatici chiamate preformanti, che essendo veri pronomi personali non possono far parte dei derivati.

Alla storia ed alla etimologia egli aggiunge certe proprietà di lingua, che nel Greco, e nell'Ebraico s'incontrano ugualmente, e la somiglianza del nome e della figura delle lettere dell'Alfabeto. Ma riguardo alle proprietà della lingua avrebbe potuto annoverarne più altre, che ha trascurate, come l'uso del verbo medio nel Greco, il quale suole esprimere in qualche modo il ritorno dell'azione nell'agente, il che spesso accade pure nella conjugazione Hithpahel dell'Ebraico; oltre a molti idiotismi, per cui i sacri scrittoridel nuovo Testamento sovente sono contro ragione accusati d'Ebraismo, quando que' modi di dire sono proprj delle due lingue, siccome da altri già è stato avvertito. Riguardo poi ai nomi, ed alla figura delle lettere Greche nulla dice oltre a quello, che aveva detto il Bianconi.

Dell'etimologia si serve il P. Ogerio per mostrare la derivazione della lingua Latina dall'Ebraica, registrando molte voci, che sono simili nelle due lingue. Anzi le parole latine da lui notate vincono di numero le Greche, perchè gli è piaciuto (nè si vede la ragione) d'annoverarne molte, che sono Greche manifestamente; per esempioaratrum,arceo,aspis,astrum,asylum,aulaec. Queste tutte si debbon togliere, con molte altre, che vengon pure dal Greco, ma non così direttamente: per esempioaestasdaαἲθω, preterito perfetto passivoῂςαι,albusdaἀλφὸς,annusdaἓνοςondeἓννος,vetus, ec. Si debbon toglier le parole introdotte ne' bassi tempi, comeabbas,cabala,celtis,cherubim,cifraec. ed i termini d'arti. Diminuito così di molto quel catalogo non farà maraviglia il vedere, che le rimanenti voci siano simili all'Ebraiche, ove si considerino, che la lingua latina vien dalla Greca, o per meglio dire l'antichissima lingua, che si parlava una volta nel Lazio era la stessa, che antichissimamente si parlava nella Grecia;[98]laonde se la lingua Greca aveva molte parole simili῁ all'Ebraiche debbono esserne restate alcune ancora nella latina. Rimarrebbe a parlare dell'appendice dell'opera, in cui si registrano gli Ebraismi della lingua Italiana. Questi però son pochi; e se si fanno le detrazioni, che abbiamo indicate perla latina ne resta così scarso numero, che vuolsi disprezzare.[99]

Ma troppo lungamente forse mi son trattenuto intorno a quest'opera, ed è ormai tempo di far passaggio agli altri scrittori di cose grammaticali. E dovrei cominciare da quella del Marchese Maffei intitolata,litterarum Graecarum potestas et affectiones, che si vuole stampata in Verona il 1716. o 1726. La pone il P. Zaccaria nel catalogo delle sue opere affidato all'asserzione del P. Reiffemberg, ma confessa di non averla veduta. Io nè pur l'ho veduta, e non trovandola nell'edizion generale delle sue opere dubito che sia supposta.

La lingua Greca ne' primi suoi elementi presenta quistioni difficili ed opinioni diverse, e ciascuna parte crede d'aver ragione, e chiama ostinati i suoi avversarj. Si quistiona dunque sul modo di pronunziare certe lettere, e i dittonghi, e se si debba leggere secondo gli accenti, o secondo la quantità. I Greci moderni tutti leggono e pronunziano in un modo, ed una parte degli altri coltivatori di questa lingua in un modo diverso introdotto, o rinnovato da Erasmo. A me non appartiene di decidere la questione, e questo non ne sarebbe il luogo; onde per esser più rigorosamente neutrale chiamerò le due partiGreci moderni, edErasmiani. La questione fu a lungo discussa ne' secoli passati, e si è di nuovo trattata nel decimottavo. Il P. Piacentini Monaco Basiliano di Grotta ferrata difese la causa dei Greci moderni;[100]al quale avendo risposto un Gesuita Tedesco[101]replicò il Piacentini[102]e nel tempo stesso il P. Velasti Gesuita di Scio, che si potrebbe quasi dire Italiano, perchè nacque da una colonia Ligure già da gran tempo stabilita in quell'Isola.[103]La loro causa parimente sostenne in questi ultimi anni il Sig. Pietro Pasqualoni professore di questa lingua in Roma.[104]Al contrario nellaStoria Letterariad'Italia del P. Zaccaria T. 5. p. 1. 26. Si legge un bell'estratto dell'opera del Velasti, che credo esser fatica del P. Gabardi, dove la controversia brevemente si descrive, e molte forti objezioni si fanno contro gli argomenti (per altro dotti ed ingegnosi) di quell'autore. Il Velasti è a parer mio il miglior difensore di quella causa fra quanti ne furono prima di lui, nè altri poi per molti anni l'ha non dirò vinto, ma nè pur uguagliato.[105]Egli però, e molto piùil Piacentini, e il Pasqualoni evitano accortamente certe obiezioni più difficili a sciogliersi, che altri hanno mosse contro alla lor sentenza. Ne recherò due soli esempj. Par certo, che l'Ηsi pronunciasse E lungo non I, come ora fanno i Greci. Fra gli argomenti diversi, che si adducono a provar ciò ha molta forza per mio avviso l'osservazione, che anticamente la letteraΕserviva ugualmente per l'E breve, e per quella vocale, che poi fu espressa coll'Η. Or se si usava scrivendo la stessa lettera pare, che si dovesse usare leggendo lo stesso suono, o almeno simile molto, cioè un E lungo come dicono gli Erasmiani. Era forse un E stretto, talchè col progresso del tempo alterandosi, come suole accadere, la pronunzia si sarà cambiato finalmente in I. L'altro esempio, che mi piace di portare spetta all'uso di pronunziare secondo gli accenti, non secondo la quantità delle sillabe. E' certo che gli antichi pronunziando avevano riguardo ai primi e alla seconda nel tempo stesso. E' certo altresì, che i diversi accenti si esprimevano diversamente, alzando la voce per l'acuto, abbassandola pel grave, e prendendo un tuono medio pel circonflesso. Nè questa è una congettura d'Erasmo, o de' suoi seguaci, ma un insegnamento di Porfirio, e d'altri antichi.[106]Pare ciò impossibile ai seguaci de' Greci moderni, perchè quest'alternativa di varj suoni avrebbe fatta del Greco linguaggio una specie di musica: convien però credere così, perchè questo appunto dice Porfirio ed altri con lui.[107]Or questo alzamento e abbassamento di voce non s'insegna dai citati scrittori, i qualitutti gli accenti esprimono nel modo stesso. Queste ed altrettali osservazioni dovevano dal Piacentini dal Velasti e dal Pasqualoni esser esaminate. Siccome poi l'ultimo vuole, che dalla varia collocazione degli accenti provenga l'armonia nella Greca lingua, avrei volute, a che ci desse le regole di questa sua armonia nella prosa, e nelle varie qualità di versi, recando anche gli esempj degli scrittori a conferma delle medesime. Certo è, che Aristotele, Dionisio d'Alicarnasso, e Longino[108]fanno consistere l'armonia nei piedi cioè nella quantità delle sillabe, e punto non parlano degli accenti. Non è poi di questo luogo l'esaminare, se alcuna cosa rimanga a desiderare dagli Erasmiani, quando difendono la propria causa; perchè niuno m'è avvenuto di trovarne fra gl'Italiani nel secolo decimottavo, il quale abbia fatto ciò di proposito, e minutamente.

Mentre questi scrittori disputavano intorno al modo di pronunziare, il Sisti insegnava a leggere la intralciata scrittura de' codici Greci. Sono essi pieni di nessi, e di abbreviature difficili, e spesso ancora impossibili a intendersi per coloro, che non v'abbiano fatta molta pratica. Egli perciò pubblicò unindirizzo per la lettura Greca dalla sua oscurità rischiarata,[109]dove di ciò e delle sigle note e monogrammi parla diffusamente per appianare le difficoltà tutte, che nel leggere i manoscritti antichi s'incontrano. Sono però d'avviso che il miglior mezzo sia l'esercitarsi molto sui manoscritti stessi per acquistare la necessaria esperienza. Finalmente vuolsi ricordare una dissertazione tuttavia inedita di Giacomo Martorellide origine Graecarum litterarum, seuςοιχειων[110]Di quella del Bianconi, che in parte tratta ancora di questo argomento, ho già parlato di sopra.

Alla Grammatica appartiene ancora una gran parte de' prolegomeni, che il chiarissimo signor Principe di Torremuzza ha premessi alla sua bell'opera delle inscrizioni della Sicilia.[111]In essi egli tratta de' Greci dialetti de' Siciliani, della loro paleografia Greca, e dei nessi, che si vedono ne' monumenti della Sicilia e della loro antichità. Nelle quali erudite disquisizioni si mostra non meno dotto antiquario, che profondo Grecista.

Molte son le Grammatiche, che han veduta la luce in Italia nel passato secolo, delle quali però nominerò quelle solamente, che per qualche pregio particolare debbono esser distinte. Nella Storia letteraria d'Italia del P. Zaccaria[112]si fa menzione d'un'eccellente Greca Grammaticadel P. Gennaro Sancez de Luna della compagnia di Gesù stampata in Napoli il 1751.con molto giudizio condotta a norma della latina, che volgarmente dicesi dell'Alvaro. Io non l'ho veduta, ma le parole quì recate mi fanno credere, che buona sia o almeno che buono siane il metodo. Nè mi muovono in contrario quell'altre parole ivi aggiunte, che l'autoreva un pò per le lunghe, perchè niuna via breve io conosco, tranne il tacere molte cose utili, e ancor necessarie, come il più de' Grammatici fanno. Da che ne viene poi che si studia questa lingua per non impararla mai. Quindi dubitoforte che ilbreve metodo per facilmente apprendere la lingua Grecad'un'altro Gesuita, cioè del P. Michele del Bono[113]non abbia forse quell'utilità che egli si sarà proposta. Ma non posso darne certo giudizio, perchè nè pur questa ho letta. Anche il Sisti insegnò un breve metodo, e come per la lingua Ebraica, così per la Greca additò una via cortissima per impararla in poche lezioni.[114]Ma intorno alla sua grammatica credo inutile il diffondermi, bastando il dire che ha i pregj, ed i difetti medesimi dell'Ebraica. Molto dal Sisti dissentiva il Cocchi, e se quegli racchiuse i suoi precetti in quattro lezioni questi voleva estenderli in cento, di che scrisse una lettera, che non essendo impressa basterà d'averla solamente indicata.[115]Commendabile in molte cose è la Grammatica pubblicata ad uso del Seminario di Padova, che si attribuisce a Jacopo Facciolati, e molto è adoperata nelle scuole d'Italia.[116]In essa si hanno tutte le principali regole intorno alle diverse parti dell'orazione con molta chiarezza esposte, e buon metodo. Ottimo è stato il consiglio di disporre i tempi de' verbi non nell'ordine naturale, come nelle precedenti Grammatiche si faceva, ma con quello secondo il quale si generano; onde nell'attivo, e nel medio all'imperfetto succede l'aoristo secondo, il futuro secondo,il futuro primo, l'aoristo primo, il preterito perfetto, e finalmente il più che perfetto, e nel passivo al futuro secondo succede il perfetto, il più che perfetto, il futuro prossimo, l'aoristo primo, e il futuro primo. Ottimo pure è stato il consiglio di porre in fine le regole de' dialetti dove ad ogni caso de' nomi, e de' pronomi, e ad ogni persona de' verbi si vede aggiunta la corrispondente proprietà d'ogni dialetto. Solamente sarebbe stata opportuna una maggiore abbondanza riguardo a questi, come pure riguardo ai verbi anomali, dei quali alcuni si tralasciono, e d'altri si tacciono alcuni tempi, che sono in uso. Ma ciò che soprattutto è difettoso è il trattato della sintassi, il quale è esposto con metodo non lodevole, ed è mancante di molte cose necessarie. Poco vi si dice delle preposizioni, pochissimo delle congiunzioni, nulla del vario significato dei tempi de' verbi, le quali cose tutte domandavano lungo e diligente discorso. Che dirò poi del verbo medio? Da che il Kustero ha mostrato qual sia di questo verbo il vero significato, da che gl'insegnamenti del Kustero sono stati da parecchi altri dotti Grecisti confermati, e illustrati, non si vorrebbe ora sentir ripetere, che esso ha significato attivo, e passivo, e nulla più. Nè è da riprendersi meno il trattato della prosodia, il quale pure è mancante, e le sue regole alcuna volta sono fallaci.

Assai migliore è la Grammatica del P. Antognoli delle Scuole Pie,[117]che sventuratamente è divenuta rara molto. Segue essa il metodo del Facciolati riguardo ai verbi ed ai dialetti, ma in tutte le sue parti è più ampia, e la sintassi, se non è completa, è almeno discretamente trattata. Anche il Seminario di Catania ha una lodevolGrammatica in due parti divisa.[118]Non si è quì dimenticata la sintassi, ma dopo averne dato un saggio più breve nella prima parte pe' comincianti, più diffusamente se ne tratta nella seconda, che è destinata a una classe superiore. Bramerei però un metodo migliore. Quì ad imitazione della Grammatica dell'Hulevvicz[119]dopo aver date le regole relative a una parte dell'orazione si fan succedere quelle della sintassi della medesima; così dopo aver insegnate le declinazioni de' nomi si spiega la loro sintassi, la sintassi de' verbi viene immediatamente dopo le conjugazioni, e così si dica dell'altre parti. Il che non so quanto possa essere utile. L'esperienza c'insegna, che il metodo comunemente adoperato nelle Grammatiche Latine è utile molto a' giovanetti, che danno opera alla lingua Latina, e il metodo stesso sarebbe di gran vantaggio a coloro, che si applicano alla Greca. Si è forse fino ad ora trascurato di usarlo, perchè da molti si stima inutile d'esercitar gli scolari nello scrivere in Greco. Tale in fatti era l'opinione dell'Ernesti, che volendo pubblicare una nuova edizione del Lessico dell'Hederico voleva toglierne quella parte, che ivi è chiamata sintetica, cioè quella che serve a tradurre dal Latino in Greco. Egli aveva osservato, che molti giovani nelle scuole scrivevano pessimamente in Greco; talchè le loro cose o non erano da lui intese,o gli eccitavano il riso.[120]Quindi avrebbe voluto, che i supremi moderatori delle scuole vietassero severamente ai maestri d'esercitare la gioventù nello scriver Greco. Io, a dir vero, ne avrei dedotta una conseguenza affatto opposta, cioè che gli esercitassero molto. Certo è che il signor Villoison, il giudizio del quale niuno vorrà disprezzare, diceva:J'ai fait autrefois, sans la moindre prètention une foule de vers Latins, et surtout de vers Grecs, non pour être poête dans ces langues mais pour entendre les poêtes quì les ont parlèes. Je crois, messieurs, qu'il faut avoir beaucoup ecrit dans une langue pour pouvoir en acquerir la parfaite intelligence.[121]

Ma torniamo alla Grammatica di Catania. Due mancanze gravissime sono in essa, cioè de' dialetti, e della prosodia. De' primi se ne dà un breve cenno affatto inutile, e della seconda si dice, che si è giudicato non parlarne punto, anzi che darne un compendio, e che non molto essa giova a intendere i poeti. Quanto sia necessario d'essere instruiti negli uni, e nell'altra lo vede ognuno, che abbia qualche cognizione di questa lingua, nè è necessario che io prenda a provarlo.

Finalmente debbo rammentare la Grammatica del Signor Mazzarella Farao,[122]sulla quale però non farò molto lungo discorso. In questa nonsi fa verun uso degli accenti; laonde può servire a quelli solamente, che tanto ne son nemici, che nè pure gli vogliono adoperare scrivendo, i quali però non sono molti. Del rimanente essa è accurata, e se lo stile fosse meno verboso e più castigato, potrebbe loro esser utile.

Alle istituzioni grammaticali debbono succedere i trattati sulla prosodia. Il signor Becucci ne ha parlato a lungo,[123]e lo ha fatto con diligenza e chiarezza somma, e così esattamente, che (ove si eccettui l'Hermanno) egli ha superati quanti sono scrittori di questo argomento.

Niun Lessico nuovo possiamo vantare in quest'epoca, ma i Lessici altrui si sono pubblicati novellamente in maniera che meritano ricordanza. Tali sono le nuove impressioni dello Schrevelio, e dell'Hederico, che dobbiamo ambedue al non mai lodato abbastanza Seminario di Padova. Lo Schrevelio fu pubblicato con accrescimenti considerabili dal Facciolati[124]che avrà voluto provvedere ai principianti, i quali facilmente s'imbarazzano nell'investigare il tema, e perdono il coraggio. Ma quel Lessico è pericoloso, perchè fomenta la pigrizia de' giovani, e perciò ne ritarda il profitto, onde io non so bene se dobbiamo esser grati all'editore. Molto più util cosa fece quegli, che di nuovo dette in luce il Lessico dell'Hederico con le emendazioni e gli aumenti del Patrick, e dell'Ernesti.[125]A me non è avvenuto di riscontrarein questa impressione veruna aggiunta o ammenda: anzi qualche errore delle impressioni precedenti è quì copiato fedelmente. Era però facile di aggiugnere nuove voci, o nuovi significati: e bastava dirò quasi aprire a caso qualunque greco scrittore e si sarebbe offerta spontanea la messe. Tanto sono manchevoli i Lessici tutti quanti. Dicesi che i dotti Direttori di quel Seminario abbiano in animo di ristampare quel Lessico con più altre aggiunte, il che sarà un nuovo benefizio, che essi faranno alla Repubblica delle lettere. Ma se potessi sperare, che un mio desiderio giungesse fino a loro vorrei pregarli, che facessero anche più. Il Lessico dell'Hederico ha un difetto grande, cioè la mancanza degli esempj. Gli esempj mostrano, come si costruiscano i verbi, e molte altre voci, che richiedono speciale osservanza, quali modi reggano certe congiunzioni ec. Gli stessi significati assai volte meglio s'intendono se vi sono uniti gli esempj. Il Facciolati nell'aumentare tanto il Dizionario del Calepino, e il Forcellini nell'aureo suo Lessico Latino, se avessero lasciati gli esempj quanto tenue sarebbe stata l'utilità della loro grande impresa! Ma limitando ora le nostre considerazioni a più piccolo, ma sempre utile oggetto, i giovani, che danno opera alle latine lettere usano il Dizionario del Pasini. Or qual profitto farebbono essi, se a questo si togliessero gli esempj, nè s'indicassero i casi, co' quali i verbi si debbono costruire? Scarsissimo a mio giudizio. Perchè non si dee lo stesso dire de' Greci Lessici? Qual motivo v'ha per togliere tantovantaggio nell'insegnamento d'una lingua più difficile per la sua ampiezza, e per la sua varietà, nell'imparar la quale mancano molti di quei comodi, che nella lingua latina si hanno? L'impresa è faticosa, lo confesso; ma il pensiero di giovare alla gioventù è un gran sollievo nella fatica. Oltre a ciò molti ajuti si avrebbono per togliere una parte grandissima della fatica. I Lessici generali d'Enrico Stefano, del Costantini, ed ora dello Schneider, i Lessici particolari, come quello di Senofonte del Thieme e Sturz, d'Omero e Pindaro del Damm, gl'indici di cui son corredate parecchie edizioni dei Classici, come d'Euripide, di Tucidide, di Dione Cassio, di Polibio, degli Oratori Greci, ed altri somministrano molti materiali. Abbia finalmente l'Italia la gloria d'aver dato un Lessico in questa forma, e l'abbia dal Seminario di Padova, cui da molti anni tanto debbono i buoni studj per molte ammirabili, e dottissime imprese. Vie maggiore utilità apporterebbe ancora il ristampare lo Scapula. Una nuova impressione se n'è fatta testè in Inghilterra di molta spesa, la quale, per questo appunto non può comprarsi da' giovani studiosi. Ma torniamo all'argomento.

Ai Lessici generali della Lingua Greca si vogliono unire quei particolari delle radici, e delle sigle. Si quistiona quante, e quali siano le vere radici; ma a me non appartiene l'entrare in questo esame, giacchè non si è trattata in Italia sì fatta questione. Chi fra noi ha compilato un Lessico delle radici è stato sollecito di giovare alla gioventù studiosa, ed a imitazione di ciò che in Francia aveva fatto il Lancelot ha raccolte tutte quelle, che comunemente si chiamano radici, e le ha poste in versi coi loro significati, affinchè ilverso e la rima agevoli l'impararle a memoria.[126]Più erudito scopo hanno preso i raccoglitori delle sigle, che nelle inscrizioni si trovano, e nelle monete. Il Marchese Maffei può dirsi il primo, che raccogliesse, e interpetrasse le sigle delle inscrizioni Greche[127]e a lui poco dopo successe il P. Corsini delle Scuole Pie, che non solo dalle lapidi, come il Maffei aveva fatto, ma ancora dalle monete le ricavò[128]. Più copiosa collezione ne fece poi il P. Piacentini, che dal P. Cardoni fu stampata dopo la sua morte.[129]Anch'esso però fu superato dall'Ab. Andrea Rubbi, il quale nel suo Dizionario d'antichità ad ogni lettera dell'Alfabeto aggiunge le Greche sigle, e le Latine.[130]Dirò ora delle prime solamente, riserbandomi a parlare delle seconde altrove. Pone in prima quelle del Maffei, indi le sue moltissime, e finalmente dà il catalogo delle Città libere, di cui abbiamo medaglie, i nomi delle quali essendo assai volte espressi colle sole lettere iniziali accrescono il novero delle sigle, che per le sue cure è giunto ormai a un grado altissimo di perfezione. Eraa desiderarsi, che egli non si stancasse nel continuare quest'opera utile, da cui sommo lustro avrebbono ricevuto le parti tutte dell'antiquaria. Ma sventuratamente la sua morte ce ne ha tolta la speranza.


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