Chapter 25

Descrizione della peste di Firenze dell'anno 1348.Boccaccio,Decamerone Giornata I.«Già erano gli anni della fruttifera Incarnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti dimille trecento quarant'otto, quando nell'egregia città di Fiorenza, oltre ad ogni altra Italica bellissima, pervenne la mortifera pestilenza: la quale per operazion de' corpi superiori, o per le nostre inique opere, da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali, alquanti anni davanti nelle parti Orientali incominciata, quelle d'innumerabile quantità di viventi avendo private, senza ristare, d'un luogo in un altro continuandosi, verso l'Occidente miserabilmente s'era ampliata; ed in quella non valendo alcun senno, nè umano provvedimento, per lo quale fu da molte immondizie purgata la città da ufficiali sopra ciò ordinati, e vietato l'entrarvi dentro a ciascuno infermo, e molti consigli dati a conservazion della sanità, nè ancora umili supplicazioni non una volta, ma molte, ed in processioni ordinate, ed in altre guise a Dio fatte dalle divote persone; quasi nel principio della primavera dell'anno predetto orribilmente cominciò i suoi dolorosi effetti, ed in miracolosa maniera a dimostrare. E non come in Oriente aveva fatto, dove a chiunque usciva il sangue del naso, era manifesto segno d'inevitabile morte; ma nascevano nel cominciamento d'essa a' maschi, ed alle femmine parimente,o nell'anguinaia, o sotto le ditella certe enfiature; delle quali alcune crescevano come una comunal mela, altre come un uovo, ed alcune più, ed alcune altre meno, le quali i volgari nominavangavoccioli. E dalle due parti del corpo predette infra breve spazio cominciò il già detto gavocciolo mortifero indifferentemente in ogni parte di quello a nascere, ed a venire: e da questo appresso s'incominciò la qualità della predetta infermità a permutare in macchie nere, o livide, le quali nelle braccia, e per le cosce, ed in ciascuna altra parte del corpo apparivano a molti, a cui grandi, e rade, ed a cui minute, e spesse. E, come il gavocciolo primieramente era stato, ed ancora era, certissimo indizio di futura morte, così erano queste a ciascuno, a cui venieno. A cura delle quali infermità nè consiglio di medico, nè virtù di medicina alcuna pareva che valesse, o facesse profitto: anzi, o che natura del malore nol patisse, o che la 'gnoranza de' medicanti (de' quali, oltre al numero degli scienziati, così di femmine, come d'uomini, senza avere alcuna dottrina di medicina avuta giammai, era il numero divenuto grandissimo) non conoscesse da che si movesse, e per conseguente, debito argomento non vi prendesse;non solamente pochi ne guarivano, anzi quasi tutti infra il terzo giorno dalla apparizione de' sopraddetti segni, chi piuttosto, e chi meno, e il più senza alcuna febbre, o altro accidente morivano. E fu questa pestilenza di maggior forza, perciocchè essa dagl'infermi di quella per lo comunicare insieme s'avventava a sani, non altrimenti che faccia il fuoco alle cose secche, o unte, quando molto gli sono avvicinate. E più avanti ancora ebbe di male, che non solamente il parlare, e l'usare congl'infermi dava a' sani infermità, o cagione di comune morte; ma ancora il toccare i panni, o qualunque altra cosa da quegl'infermi stata tocca, o adoperata, pareva seco quella cotale infermità nel toccator trasportare. Maravigliosa cosa è ad udire quello, che io debbo dire; il che se dagli occhi di molti, e da' miei non fosse stato veduto, appena che io ardissi di crederlo, non che di scriverlo, quantunque da fededegno udito l'avessi. Dico che di tanta efficacia fu la qualità della pestilenza narrata nello appiccarsi da uno ad altro, che non solamente l'uomo all'uomo, ma questo, che è molto più, assai volte visibilmente fece; cioè, che la cosa dell'uomo infermo stato, o morto di tale infermità, tocca da un altro animale fuori della specie dell'uomo,non solamente della 'nfermità il contaminasse, ma quello infra brevissimo spazio occidesse: di che gli occhi miei (siccome poco davanti è detto) presero, tra l'altre volte, un dì così fatta esperienza; che essendo gli stracci d'un povero uomo, da tale infermità morto, gittati nella via pubblica, ed avvenendosi ad essi due porci, e quegli, secondo il lor costume, prima, molto col grifo, e poi co' denti presigli, e scossiglisi alle guance, in piccola ora appresso, dopo alcuno avvolgimento, come se veleno avesser preso, amenduni sopra gli mal tirati stracci morti caddero in terra. Dalle quali cose, e da assai altre a queste somiglianti, o maggiori, nacquero diverse paure, ed immaginazioni in quegli, che rimanevano vivi, e tutti, quasi ad un fine tiravano assai crudele: ciò era di schifare, e di fuggire gl'infermi, e le lor cose: e così facendo si credeva ciascuno a se medesimo salute acquistare. Ed erano alcuni, i quali avvisavano, che il vivere moderatamente, ed il guardarsi da ogni superfluità avesse molto a così fatto accidente resistere: e, fatta lor brigata, da ogni altro separati viveano, ed in quelle case ricogliendosi, e rinchiudendosi, dove niuno infermo fosse, e da viver meglio, dilicatissimi cibi, ed ottimi vinitemperatissimamente usando, ed ogni lussuria fuggendo, senza lasciarsi parlare ad alcuno, o volere di fuori di morte, o d'infermi alcuna novella sentire, con suoni, e con quelli piaceri che aver potevano, si dimoravano. Altri, in contraria opinion tratti, affermavano, il bere assai, ed il godere, e l'andar cantando attorno, e sollazzando, ed il soddisfare d'ogni cosa all'appetito che si potesse, e di ciò, che avveniva, ridersi, e beffarsi, essere medecina certissima a tanto male; e così, come il dicevano, il mettevano in opera a lor potere, il giorno, e la notte, ora a quella taverna, ora a quell'altra andando, bevendo senza modo, e senza misura: e molto più ciò per l'altrui case facendo, solamente che cose vi sentissero, che loro venissero a grado, o in piacere. E ciò potevan far di leggiere, perciocchè ciascun (quasi non più viver dovesse) aveva, siccome se, le sue cose messe in abbandono; di che le più delle case erano divenute comuni, e così l'usava lo straniere, pure che ad esse s'avvenisse, come l'avrebbe il propio signore usate: e con tutto questo proponimento bestiale, sempre gl'infermi fuggivano a lor potere. Ed in tanta afflizione, e miseria della nostra città, era la reverenda autorità delle leggi cosìdivine, come umane quasi caduta, e dissoluta tutta per li ministri, ed esecutori di quelle, li quali, siccome gli altri uomini, erano tutti o morti, o infermi, o sì di famigli rimasi stremi, che uficio alcuno non potean fare: per la qual cosa era a ciascuno licito, quanto a grado gli era, d'adoperare.Molti altri servavano tra questi due di sopra detti una mezzana via, non istrignendosi nelle vivande quanto i primi, nè nel bere, e nell'altre dissoluzioni allargandosi quanto i secondi: ma a sofficienza secondo gli appetiti le cose usavano, e senza rinchiudersi andavano attorno, portando nelle mani chi fiori, chi erbe odorifere, e chi diverse maniere di spezierie, quelle al naso ponendosi spesso, estimando essere ottima cosa il cerebro con cotali odori confortare: conciofossecosa che l'aere tutto paresse dal puzzo de' morti corpi, e delle infermità, e delle medicine compreso, e puzzolente. Alcuni erano di più crudel sentimento, (comechè per avventura più fosse sicuro) dicendo, niun'altra medicina essere contro alle pestilenze migliore, nè così buona, come il fuggire loro davanti. E da questo argomento mossi, non curando d'alcuna cosa, se non di sè, assai ed uomini, e donne abbandonaronola propia città, le propie case, i lor luoghi, e i lor parenti, e le lor cose, e cercarono l'altrui, o almeno il lor contado: quasi l'ira di Dio a punire la iniquità degli uomini con quella pestilenza, non dove fossero, procedesse; ma solamente a coloro opprimere, li quali dentro alle mura della lor città si trovassero, commossa intendesse; o quasi avvisando, niuna persona in quella dover rimanere e la sua ultima ora esser venuta. E, come che questi così variamente opinanti non morissero tutti, non perciò tutti campavano; anzi infermandone di ciascuna molti, ed in ogni luogo, avendo essi stessi, quando sani erano, esemplo dato a coloro, che sani rimanevano, quasi abbandonati per tutto languieno. E lasciamo stare, che l'uno cittadino l'altro schifasse, e quasi niuno vicino avesse dell'altro cura, e i parenti insieme rade volte, o non mai si visitassero, e di lontano; era con sì fatto spavento questa tribulazione entrata ne' petti degli uomini, e delle donne, che l'un fratello l'altro abbandonava, ed il zio il nipote, e la sorella il fratello, e spesse volte la donna il suo marito; e, che maggior cosa è, e quasi non credibile, li padri, e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano. Perla qual cosa a coloro, de' quali era la moltitudine inestimabile, e maschi, e femmine, che infermavano, niuno altro sussidio rimase, che o la carità degli amici, (e di questi fur pochi) o l'avarizia de' serventi, li quali da grossi salarj, e sconvenevoli tratti servieno, quantunque per tutto ciò molti non fossero divenuti; e quelli cotanti erano uomini, e femmine di grosso ingegno, e i più di tali servigi non usati, li quali quasi di niuna altra cosa servieno, che di porgere alcune cose dagl'infermi addomandate, o di riguardare, quando morieno: e, servendo in tal servigio, sè molte volte col guadagno perdevano. E da questo essere abbandonati gl'infermi da' vicini, da' parenti, e dagli amici, ed avere scarsità di serventi, discorse un uso, quasi davanti mai non udito, che niuna, quantunque leggiadra, o bella, o gentil donna fosse, infermando, non curava d'aver a' suoi servigi uomo, qual che egli si fosse, o giovane, o altro, solo che la necessità della sua infermità il richiedesse: il che in quelle che ne guarirono, fu forse di minore onestà nel tempo, che succedette, cagione. Ed oltre a questo ne seguio la morte di molti, che peravventura, se stati fossero atati, campati sarieno. Di che, tra per lo difettodegli opportuni servigi, li quali gl'infermi aver non poteano, e per la forza della pestilenza, era tanta nella città la moltitudine di quelli che di dì, e di notte morieno, che uno stupore era ad udir dire, non che a riguardarlo. Perchè quasi di necessità cose contrarie a' primi costumi de' cittadini nacquero tra coloro, li quali rimanean vivi.Era usanza (siccome ancora oggi veggiamo usare) che le donne parenti, e vicine nella casa del morto si ragunavano, e quivi con quelle che più gli appartenevano, piangevano; e d'altra parte dinanzi alla casa del morto co' suoi prossimi si ragunavano i suoi vicini, ed altri cittadini assai, e secondo la qualità del morto vi veniva il chericato, ed egli sopra gli omeri de' suoi pari, con funeral pompa di cera, e di canti, alla chiesa da lui prima eletta anzi la morte n'era portato. Le quali cose, poichè a montar cominciò la ferocità della pistolenza, o in tutto, o in maggior parte, quasi cessarono, ed altre nuove in loro luogo ne sopravvennero. Perciocchè non solamente senz'aver molte donne dattorno morivan le genti, ma assai n'erano di quelli che di questa vita senza testimonio trapassavano; e pochissimi erano coloro, a' quali i pietosi pianti, e l'amarelagrime de' suoi congiunti fossero concedute: anzi, in luogo di quelle, s'usavano per li più risa, e motti, e festeggiar compagnevole: la quale usanza le donne in gran parte, posposta la donnesca pietà, per salute di loro avevano ottimamente appresa. Ed erano radi coloro, i corpi de' quali fosser più che da un dieci o dodici de' suoi vicini alla chiesa accompagnati: de' quali non gli orrevoli, e cari cittadini, ma una maniera di beccamorti sopravvenuti di minuta gente, che chiamar si facevan becchini, la quale questi servigi prezzolata faceva, sottentravano alla bara, e quella con frettolosi passi, non a quella chiesa, che esso aveva anzi la morte disposto, ma alla più vicina le più volte il portavano, dietro a quattro, o sei cherici, con poco lume, e tal fiata senza alcuno; li quali con l'ajuto de' detti becchini, senza faticarsi in troppo lungo ofizio, o solenne, in qualunque sepoltura disoccupata trovavano piuttosto, il mettevano. Della minuta gente, e forse in gran parte della mezzana, era il ragguardamento di molto maggior miseria pieno: perciocchè essi il più o da speranza, o da povertà ritenuti nelle lor case, nelle lor vicinanze standosi, a migliaja per giorno infermavano; e, non essendo nè serviti, nè atatid'alcuna cosa, quasi senz'alcuna redenzione tutti morivano; ed assai n'erano che nella strada pubblica o di dì, o di notte finivano; e molti, ancorachè nelle case finissero, prima col puzzo de' loro corpi corrotti, che altramenti, facevano a' vicini sentire, sè esser morti: e di questi, e degli altri che per tutto morivano, tutto pieno. Era il più da' vicini una medesima maniera servata, mossi non meno da tema che la corruzione de' morti non gli offendesse, che da carità, la quale avessero a' trapassati. Essi e per se medesimi, e coll'ajuto d'alcuni portatori, quando aver ne potevano, traevano delle lor case li corpi de' già passati, e quelli davanti agli loro usci ponevano, dove la mattina spezialmente n'avrebbe potuti vedere senza numero chi fosse attorno andato. E quindi fatto venir bare, e tali furono che, per difetto di quelle, sopra alcuna tavola ne ponieno. Nè fu una bara sola quella, che due, o tre ne portò insiememente: nè avvenne pure una volta, ma sene sarieno assai potute annoverare di quelle, che la moglie, e 'l marito, gli due o' tre fratelli, o il padre, o 'l figliuolo, o così fattamente ne contenieno. Ed infinite volte avvenne che andando due preti con una croce per alcuno, si misero tre, o quattro bareda' portatori portate di dietro a quella, e dove un morto credevano avere i preti a seppellire, n'aveano sei, o otto, e tal fiata più. Nè erano perciò questi da alcuna lagrima, o lume, o compagnia onorati; anzi era la cosa pervenuta a tanto, che non altramenti si curava degli uomini che morivano, che ora si curerebbe di capre. Perchè assai manifestamente apparve, che quello che il natural corso delle cose non aveva potuto con piccoli, e rari danni a' savj mostrare doversi con pazienza passare; la grandezza de' mali eziandio i semplici far di ciò scorti, e non curanti. Alla gran moltitudine de' corpi mostrata, che ad ogni chiesa ogni dì, e quasi ogni ora concorreva portata, non bastando la terra sacra alle sepolture, e massimamente volendo dare a ciascun luogo propio secondo l'antico costume; si facevano per gli cimiteri delle chiese, poichè ogni parte era piena, fosse grandissime, nelle quali a centinaja si mettevano i sopravvegnenti. Ed in quelle stivati, come si mettono le mercatanzie nelle navi, a suolo a suolo; con poca terra si ricoprieno, infino a tanto che della fossa al sommo si perveniva. Ed acciocchè dietro ad ogni particularità le nostre passate miserie, per la città avvenute, più ricercandonon vada, dico, che così inimico tempo correndo per quella, non perciò meno d'alcuna cosa risparmiò il circustante contado, nel quale (lasciando star le castella, che simili erano nella loro piccolezza alla città) per le sparte ville, e per gli campi i lavoratori miseri, e poveri, e le loro famiglie, senz'alcuna fatica di medico, o ajuto di servidore, per le vie, e per li loro colti, e per le case, di dì e di notte indifferentemente, non come uomini, ma quasi come bestie morieno. Per la qual cosa, essi così nelli loro costumi, come i cittadini, divenuti lascivi, di niuna lor cosa, o faccenda curavano: anzi tutti, quasi quel giorno, nel quale si vedevano esser venuti, la morte aspettassero, non d'ajutare i futuri frutti delle bestie, e delle terre, e delle loro passate fatiche; ma di consumare quelli, che si trovavano presenti, si sforzavano con ogni ingegno. Perchè adivenne che i buoi, gli asini, le pecore, le capre, i porci, i polli, ed i cani medesimi, fedelissimi agli uomini, fuori delle proprie case cacciati, per li campi, dove ancora le biade abbandonate erano, senza essere non che raccolte, ma pur segate, come meglio piaceva loro, sen'andavano. E molli, quasi come razionali, poichè pasciuti erano bene il giorno, la nottealle lor case, senza alcuno correggimento di pastore, si tornavan satolli. Che più si può dire, lasciando stare il contado, ed alla città ritornando, se non che tanta, e tal fu la crudeltà del cielo, e forse in parte quella degli uomini, che infra 'l Marzo, ed il prossimo Luglio vegnente, tra per la forza della pestifera infermità, e per l'esser molti infermi mal serviti, o abbandonati ne' lor bisogni, per la paura che avevano i sani, oltre a centomila creature umane, si crede per certo dentro alle mura della città di Firenze essere stati di vita tolti; che forse anzi l'accidente mortifero non si saria estimato tanti avervene dentro avuti. O quanti gran palagi, quante belle case, quanti nobili abituri, per addietro di famiglie pieni, di signori, e di donne, infino al menomo fante rimasero voti! O quante memorabili schiatte, quante amplissime eredità, quante famose ricchezze si videro senza successor debito rimanere! Quanti valorosi uomini, quante belle donne, quanti leggiadri giovani, i quali non che altri, ma Galieno, Ippocrate, o Esculapio avrieno giudicati sanissimi, la mattina desinarono co' loro parenti, compagni, ed amici, che poi la sera vegnente appresso nell'altro mondo cenarono con li loro passati!. Ame medesimo incresce andarmi tanto tra tante miserie ravvolgendo».

Descrizione della peste di Firenze dell'anno 1348.

Boccaccio,Decamerone Giornata I.

«Già erano gli anni della fruttifera Incarnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti dimille trecento quarant'otto, quando nell'egregia città di Fiorenza, oltre ad ogni altra Italica bellissima, pervenne la mortifera pestilenza: la quale per operazion de' corpi superiori, o per le nostre inique opere, da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali, alquanti anni davanti nelle parti Orientali incominciata, quelle d'innumerabile quantità di viventi avendo private, senza ristare, d'un luogo in un altro continuandosi, verso l'Occidente miserabilmente s'era ampliata; ed in quella non valendo alcun senno, nè umano provvedimento, per lo quale fu da molte immondizie purgata la città da ufficiali sopra ciò ordinati, e vietato l'entrarvi dentro a ciascuno infermo, e molti consigli dati a conservazion della sanità, nè ancora umili supplicazioni non una volta, ma molte, ed in processioni ordinate, ed in altre guise a Dio fatte dalle divote persone; quasi nel principio della primavera dell'anno predetto orribilmente cominciò i suoi dolorosi effetti, ed in miracolosa maniera a dimostrare. E non come in Oriente aveva fatto, dove a chiunque usciva il sangue del naso, era manifesto segno d'inevitabile morte; ma nascevano nel cominciamento d'essa a' maschi, ed alle femmine parimente,o nell'anguinaia, o sotto le ditella certe enfiature; delle quali alcune crescevano come una comunal mela, altre come un uovo, ed alcune più, ed alcune altre meno, le quali i volgari nominavangavoccioli. E dalle due parti del corpo predette infra breve spazio cominciò il già detto gavocciolo mortifero indifferentemente in ogni parte di quello a nascere, ed a venire: e da questo appresso s'incominciò la qualità della predetta infermità a permutare in macchie nere, o livide, le quali nelle braccia, e per le cosce, ed in ciascuna altra parte del corpo apparivano a molti, a cui grandi, e rade, ed a cui minute, e spesse. E, come il gavocciolo primieramente era stato, ed ancora era, certissimo indizio di futura morte, così erano queste a ciascuno, a cui venieno. A cura delle quali infermità nè consiglio di medico, nè virtù di medicina alcuna pareva che valesse, o facesse profitto: anzi, o che natura del malore nol patisse, o che la 'gnoranza de' medicanti (de' quali, oltre al numero degli scienziati, così di femmine, come d'uomini, senza avere alcuna dottrina di medicina avuta giammai, era il numero divenuto grandissimo) non conoscesse da che si movesse, e per conseguente, debito argomento non vi prendesse;non solamente pochi ne guarivano, anzi quasi tutti infra il terzo giorno dalla apparizione de' sopraddetti segni, chi piuttosto, e chi meno, e il più senza alcuna febbre, o altro accidente morivano. E fu questa pestilenza di maggior forza, perciocchè essa dagl'infermi di quella per lo comunicare insieme s'avventava a sani, non altrimenti che faccia il fuoco alle cose secche, o unte, quando molto gli sono avvicinate. E più avanti ancora ebbe di male, che non solamente il parlare, e l'usare congl'infermi dava a' sani infermità, o cagione di comune morte; ma ancora il toccare i panni, o qualunque altra cosa da quegl'infermi stata tocca, o adoperata, pareva seco quella cotale infermità nel toccator trasportare. Maravigliosa cosa è ad udire quello, che io debbo dire; il che se dagli occhi di molti, e da' miei non fosse stato veduto, appena che io ardissi di crederlo, non che di scriverlo, quantunque da fededegno udito l'avessi. Dico che di tanta efficacia fu la qualità della pestilenza narrata nello appiccarsi da uno ad altro, che non solamente l'uomo all'uomo, ma questo, che è molto più, assai volte visibilmente fece; cioè, che la cosa dell'uomo infermo stato, o morto di tale infermità, tocca da un altro animale fuori della specie dell'uomo,non solamente della 'nfermità il contaminasse, ma quello infra brevissimo spazio occidesse: di che gli occhi miei (siccome poco davanti è detto) presero, tra l'altre volte, un dì così fatta esperienza; che essendo gli stracci d'un povero uomo, da tale infermità morto, gittati nella via pubblica, ed avvenendosi ad essi due porci, e quegli, secondo il lor costume, prima, molto col grifo, e poi co' denti presigli, e scossiglisi alle guance, in piccola ora appresso, dopo alcuno avvolgimento, come se veleno avesser preso, amenduni sopra gli mal tirati stracci morti caddero in terra. Dalle quali cose, e da assai altre a queste somiglianti, o maggiori, nacquero diverse paure, ed immaginazioni in quegli, che rimanevano vivi, e tutti, quasi ad un fine tiravano assai crudele: ciò era di schifare, e di fuggire gl'infermi, e le lor cose: e così facendo si credeva ciascuno a se medesimo salute acquistare. Ed erano alcuni, i quali avvisavano, che il vivere moderatamente, ed il guardarsi da ogni superfluità avesse molto a così fatto accidente resistere: e, fatta lor brigata, da ogni altro separati viveano, ed in quelle case ricogliendosi, e rinchiudendosi, dove niuno infermo fosse, e da viver meglio, dilicatissimi cibi, ed ottimi vinitemperatissimamente usando, ed ogni lussuria fuggendo, senza lasciarsi parlare ad alcuno, o volere di fuori di morte, o d'infermi alcuna novella sentire, con suoni, e con quelli piaceri che aver potevano, si dimoravano. Altri, in contraria opinion tratti, affermavano, il bere assai, ed il godere, e l'andar cantando attorno, e sollazzando, ed il soddisfare d'ogni cosa all'appetito che si potesse, e di ciò, che avveniva, ridersi, e beffarsi, essere medecina certissima a tanto male; e così, come il dicevano, il mettevano in opera a lor potere, il giorno, e la notte, ora a quella taverna, ora a quell'altra andando, bevendo senza modo, e senza misura: e molto più ciò per l'altrui case facendo, solamente che cose vi sentissero, che loro venissero a grado, o in piacere. E ciò potevan far di leggiere, perciocchè ciascun (quasi non più viver dovesse) aveva, siccome se, le sue cose messe in abbandono; di che le più delle case erano divenute comuni, e così l'usava lo straniere, pure che ad esse s'avvenisse, come l'avrebbe il propio signore usate: e con tutto questo proponimento bestiale, sempre gl'infermi fuggivano a lor potere. Ed in tanta afflizione, e miseria della nostra città, era la reverenda autorità delle leggi cosìdivine, come umane quasi caduta, e dissoluta tutta per li ministri, ed esecutori di quelle, li quali, siccome gli altri uomini, erano tutti o morti, o infermi, o sì di famigli rimasi stremi, che uficio alcuno non potean fare: per la qual cosa era a ciascuno licito, quanto a grado gli era, d'adoperare.

Molti altri servavano tra questi due di sopra detti una mezzana via, non istrignendosi nelle vivande quanto i primi, nè nel bere, e nell'altre dissoluzioni allargandosi quanto i secondi: ma a sofficienza secondo gli appetiti le cose usavano, e senza rinchiudersi andavano attorno, portando nelle mani chi fiori, chi erbe odorifere, e chi diverse maniere di spezierie, quelle al naso ponendosi spesso, estimando essere ottima cosa il cerebro con cotali odori confortare: conciofossecosa che l'aere tutto paresse dal puzzo de' morti corpi, e delle infermità, e delle medicine compreso, e puzzolente. Alcuni erano di più crudel sentimento, (comechè per avventura più fosse sicuro) dicendo, niun'altra medicina essere contro alle pestilenze migliore, nè così buona, come il fuggire loro davanti. E da questo argomento mossi, non curando d'alcuna cosa, se non di sè, assai ed uomini, e donne abbandonaronola propia città, le propie case, i lor luoghi, e i lor parenti, e le lor cose, e cercarono l'altrui, o almeno il lor contado: quasi l'ira di Dio a punire la iniquità degli uomini con quella pestilenza, non dove fossero, procedesse; ma solamente a coloro opprimere, li quali dentro alle mura della lor città si trovassero, commossa intendesse; o quasi avvisando, niuna persona in quella dover rimanere e la sua ultima ora esser venuta. E, come che questi così variamente opinanti non morissero tutti, non perciò tutti campavano; anzi infermandone di ciascuna molti, ed in ogni luogo, avendo essi stessi, quando sani erano, esemplo dato a coloro, che sani rimanevano, quasi abbandonati per tutto languieno. E lasciamo stare, che l'uno cittadino l'altro schifasse, e quasi niuno vicino avesse dell'altro cura, e i parenti insieme rade volte, o non mai si visitassero, e di lontano; era con sì fatto spavento questa tribulazione entrata ne' petti degli uomini, e delle donne, che l'un fratello l'altro abbandonava, ed il zio il nipote, e la sorella il fratello, e spesse volte la donna il suo marito; e, che maggior cosa è, e quasi non credibile, li padri, e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano. Perla qual cosa a coloro, de' quali era la moltitudine inestimabile, e maschi, e femmine, che infermavano, niuno altro sussidio rimase, che o la carità degli amici, (e di questi fur pochi) o l'avarizia de' serventi, li quali da grossi salarj, e sconvenevoli tratti servieno, quantunque per tutto ciò molti non fossero divenuti; e quelli cotanti erano uomini, e femmine di grosso ingegno, e i più di tali servigi non usati, li quali quasi di niuna altra cosa servieno, che di porgere alcune cose dagl'infermi addomandate, o di riguardare, quando morieno: e, servendo in tal servigio, sè molte volte col guadagno perdevano. E da questo essere abbandonati gl'infermi da' vicini, da' parenti, e dagli amici, ed avere scarsità di serventi, discorse un uso, quasi davanti mai non udito, che niuna, quantunque leggiadra, o bella, o gentil donna fosse, infermando, non curava d'aver a' suoi servigi uomo, qual che egli si fosse, o giovane, o altro, solo che la necessità della sua infermità il richiedesse: il che in quelle che ne guarirono, fu forse di minore onestà nel tempo, che succedette, cagione. Ed oltre a questo ne seguio la morte di molti, che peravventura, se stati fossero atati, campati sarieno. Di che, tra per lo difettodegli opportuni servigi, li quali gl'infermi aver non poteano, e per la forza della pestilenza, era tanta nella città la moltitudine di quelli che di dì, e di notte morieno, che uno stupore era ad udir dire, non che a riguardarlo. Perchè quasi di necessità cose contrarie a' primi costumi de' cittadini nacquero tra coloro, li quali rimanean vivi.

Era usanza (siccome ancora oggi veggiamo usare) che le donne parenti, e vicine nella casa del morto si ragunavano, e quivi con quelle che più gli appartenevano, piangevano; e d'altra parte dinanzi alla casa del morto co' suoi prossimi si ragunavano i suoi vicini, ed altri cittadini assai, e secondo la qualità del morto vi veniva il chericato, ed egli sopra gli omeri de' suoi pari, con funeral pompa di cera, e di canti, alla chiesa da lui prima eletta anzi la morte n'era portato. Le quali cose, poichè a montar cominciò la ferocità della pistolenza, o in tutto, o in maggior parte, quasi cessarono, ed altre nuove in loro luogo ne sopravvennero. Perciocchè non solamente senz'aver molte donne dattorno morivan le genti, ma assai n'erano di quelli che di questa vita senza testimonio trapassavano; e pochissimi erano coloro, a' quali i pietosi pianti, e l'amarelagrime de' suoi congiunti fossero concedute: anzi, in luogo di quelle, s'usavano per li più risa, e motti, e festeggiar compagnevole: la quale usanza le donne in gran parte, posposta la donnesca pietà, per salute di loro avevano ottimamente appresa. Ed erano radi coloro, i corpi de' quali fosser più che da un dieci o dodici de' suoi vicini alla chiesa accompagnati: de' quali non gli orrevoli, e cari cittadini, ma una maniera di beccamorti sopravvenuti di minuta gente, che chiamar si facevan becchini, la quale questi servigi prezzolata faceva, sottentravano alla bara, e quella con frettolosi passi, non a quella chiesa, che esso aveva anzi la morte disposto, ma alla più vicina le più volte il portavano, dietro a quattro, o sei cherici, con poco lume, e tal fiata senza alcuno; li quali con l'ajuto de' detti becchini, senza faticarsi in troppo lungo ofizio, o solenne, in qualunque sepoltura disoccupata trovavano piuttosto, il mettevano. Della minuta gente, e forse in gran parte della mezzana, era il ragguardamento di molto maggior miseria pieno: perciocchè essi il più o da speranza, o da povertà ritenuti nelle lor case, nelle lor vicinanze standosi, a migliaja per giorno infermavano; e, non essendo nè serviti, nè atatid'alcuna cosa, quasi senz'alcuna redenzione tutti morivano; ed assai n'erano che nella strada pubblica o di dì, o di notte finivano; e molti, ancorachè nelle case finissero, prima col puzzo de' loro corpi corrotti, che altramenti, facevano a' vicini sentire, sè esser morti: e di questi, e degli altri che per tutto morivano, tutto pieno. Era il più da' vicini una medesima maniera servata, mossi non meno da tema che la corruzione de' morti non gli offendesse, che da carità, la quale avessero a' trapassati. Essi e per se medesimi, e coll'ajuto d'alcuni portatori, quando aver ne potevano, traevano delle lor case li corpi de' già passati, e quelli davanti agli loro usci ponevano, dove la mattina spezialmente n'avrebbe potuti vedere senza numero chi fosse attorno andato. E quindi fatto venir bare, e tali furono che, per difetto di quelle, sopra alcuna tavola ne ponieno. Nè fu una bara sola quella, che due, o tre ne portò insiememente: nè avvenne pure una volta, ma sene sarieno assai potute annoverare di quelle, che la moglie, e 'l marito, gli due o' tre fratelli, o il padre, o 'l figliuolo, o così fattamente ne contenieno. Ed infinite volte avvenne che andando due preti con una croce per alcuno, si misero tre, o quattro bareda' portatori portate di dietro a quella, e dove un morto credevano avere i preti a seppellire, n'aveano sei, o otto, e tal fiata più. Nè erano perciò questi da alcuna lagrima, o lume, o compagnia onorati; anzi era la cosa pervenuta a tanto, che non altramenti si curava degli uomini che morivano, che ora si curerebbe di capre. Perchè assai manifestamente apparve, che quello che il natural corso delle cose non aveva potuto con piccoli, e rari danni a' savj mostrare doversi con pazienza passare; la grandezza de' mali eziandio i semplici far di ciò scorti, e non curanti. Alla gran moltitudine de' corpi mostrata, che ad ogni chiesa ogni dì, e quasi ogni ora concorreva portata, non bastando la terra sacra alle sepolture, e massimamente volendo dare a ciascun luogo propio secondo l'antico costume; si facevano per gli cimiteri delle chiese, poichè ogni parte era piena, fosse grandissime, nelle quali a centinaja si mettevano i sopravvegnenti. Ed in quelle stivati, come si mettono le mercatanzie nelle navi, a suolo a suolo; con poca terra si ricoprieno, infino a tanto che della fossa al sommo si perveniva. Ed acciocchè dietro ad ogni particularità le nostre passate miserie, per la città avvenute, più ricercandonon vada, dico, che così inimico tempo correndo per quella, non perciò meno d'alcuna cosa risparmiò il circustante contado, nel quale (lasciando star le castella, che simili erano nella loro piccolezza alla città) per le sparte ville, e per gli campi i lavoratori miseri, e poveri, e le loro famiglie, senz'alcuna fatica di medico, o ajuto di servidore, per le vie, e per li loro colti, e per le case, di dì e di notte indifferentemente, non come uomini, ma quasi come bestie morieno. Per la qual cosa, essi così nelli loro costumi, come i cittadini, divenuti lascivi, di niuna lor cosa, o faccenda curavano: anzi tutti, quasi quel giorno, nel quale si vedevano esser venuti, la morte aspettassero, non d'ajutare i futuri frutti delle bestie, e delle terre, e delle loro passate fatiche; ma di consumare quelli, che si trovavano presenti, si sforzavano con ogni ingegno. Perchè adivenne che i buoi, gli asini, le pecore, le capre, i porci, i polli, ed i cani medesimi, fedelissimi agli uomini, fuori delle proprie case cacciati, per li campi, dove ancora le biade abbandonate erano, senza essere non che raccolte, ma pur segate, come meglio piaceva loro, sen'andavano. E molli, quasi come razionali, poichè pasciuti erano bene il giorno, la nottealle lor case, senza alcuno correggimento di pastore, si tornavan satolli. Che più si può dire, lasciando stare il contado, ed alla città ritornando, se non che tanta, e tal fu la crudeltà del cielo, e forse in parte quella degli uomini, che infra 'l Marzo, ed il prossimo Luglio vegnente, tra per la forza della pestifera infermità, e per l'esser molti infermi mal serviti, o abbandonati ne' lor bisogni, per la paura che avevano i sani, oltre a centomila creature umane, si crede per certo dentro alle mura della città di Firenze essere stati di vita tolti; che forse anzi l'accidente mortifero non si saria estimato tanti avervene dentro avuti. O quanti gran palagi, quante belle case, quanti nobili abituri, per addietro di famiglie pieni, di signori, e di donne, infino al menomo fante rimasero voti! O quante memorabili schiatte, quante amplissime eredità, quante famose ricchezze si videro senza successor debito rimanere! Quanti valorosi uomini, quante belle donne, quanti leggiadri giovani, i quali non che altri, ma Galieno, Ippocrate, o Esculapio avrieno giudicati sanissimi, la mattina desinarono co' loro parenti, compagni, ed amici, che poi la sera vegnente appresso nell'altro mondo cenarono con li loro passati!. Ame medesimo incresce andarmi tanto tra tante miserie ravvolgendo».

Il morbo pestilenziale che a questa età funestissima ha tante Provincie e Città così crudelmente afflitte e deserte, si è manifestato pur anco nella città di Spalatro in Dalmazia nel giorno 25 Dicembre dello stesso anno 1348; e vi fece così rapidi e terribili progressi, che distrusse quasi tutti gli abitanti di quella città, compreso lo stesso zelantissimo arcivescovo Domenico Cucari. Là pure non si trovava chi si prestasse di dar sepoltura ai morti, i quali restavano insepolti e nelle case, e nelle piazze, e nei campi a libero pascolo de' corvi, de' lupi e d'altre fiere, che con somma maraviglia si vider quell'anno in gran numero scorrer le terre della Dalmazia; dove pur si osservarono straordinarj fenomeni, cioè l'eclissi solare, e lunare, due visibili comete, non che l'aria atmosferica ingombra di neri vapori, e di esalazioni morbifere.

Nel tomo III dell'Illyricum Sacrumdi Michele Farlato si legge riportata la descrizione di questa peste, scritta a quel tempo da un individuo dell'antichissima famigliaa Cutteisdi Spalatro, la qual descrizione ritiene quelle formesolenni ed energiche di verità, che suol avere la storia, scritta da chi ha sott'occhio lo spaventevole quadro di così immense sciagure[9].

Nell'anno successivo 1349 il contagio si propagò anco nella città di Zara, i cui abitanti erano già in preda all'estremo terrore, e ne andaron periti oltre a due mila di essi. Un'epizoozia ferocissima regnava contemporaneamente inquella città e suo territorio, la quale distrusse la maggior parte degli animali. (Joan. Lucius lib. 2. a Cutteis de flagello pestis in homines et pecudes. Simeon Glinbavaz, in suis memoriis cap. 2. pag. 157.).

La città di Ragusi, capitale a quel tempo dell'antichissima Repubblica di questo nome, non andò illesa dalla grave sciagura, a cui Europa tutta andò soggetta, ma nel ridetto anno 1348 circa li 13 di Dicembre penetrata fra suoi abitanti la terribile pestilenza, vi operò miserando strazio. Durò sei mesi: cento esettanta patrizj, trecento cittadini del secondo ordine; e circa settemille individui della plebe furono estinti a quel tempo dall'esiziale contagio. La narrazione di questa grave calamità trovasi registrata nel Libro de' Testamenti di quell'epoca, esistente nel Tesoro Ragusino; nel qual antico monumento viene indicata la rea indole del morbo, e le crudeli stragi per esso operate, da que' medesimi, che di tanto flagello furono ocular testimoni. (Serafin. Razzi V. Farlati Illyric. Sacr. Tom. III. pag. m. 130).

Nessun'altra pestilenza giammai non giunse a tanta mortalità. Marsiglia perdette nel 1347 due terzi de' suoi abitanti. Roma fu travagliata dal contagio per tre anni interi, cioè nel 1346. 47-48; e v'ebbe perdita incalcolabile. A Firenze ed in tutto il suo territorio delle cinque persone ne morirono tre; sette di dieci a Pisa nello stesso anno 1348. Conta lo storico Agnolo da Tura, che nei quattro mesi di Maggio, Giugno, Luglio, e Agosto la peste rapì a Siena ottanta mila persone, e ch'egli stesso seppellì colle proprie mani i suoi cinque figli in una medesima fossa. La città di Trapani in Sicilia restò compiutamente deserta. Genova perdette quaranta mila persone, Napoli sessanta mila, e la Sicilia unitamente alla Puglia cinquecentotrenta mila; Venezia due terzi circa della sua popolazione; Avignone, compreso il suo territorio, da circa cencinquanta mila abitanti, e n'andò quasi distrutta. A Montpellier la peste incominciò nel 1345; cessò nel 1348; si riprodusse nel 1361; ed ivi secondo il Ranchin, professore e cancelliere dell'Università, morivano più di 500 persone al giorno, talchè questa città restò quasi affatto spoglia di abitatori. Parigi pure nel 1348 soffrì infiniti disastri e danni. A Basilea morirono dalla peste da quattordici mila persone; a Lubecca novanta mila; in Ispagna negli anni 1347-48-49 la peste involò quasi due terzi di tutta la sua popolazione. E se può credersi giusto il calcolo, narrasi, che in tre anni l'Europa per questo contagio abbia perduti 124,484 religiosi scalzi. Nella Certosa di Montrieux in Provenza di trentacinque religiosi, che componevano quella famiglia, non vi restò che il solo Gerardo fratello del Petrarca. Nè minori furono le stragi fatte da questo spaventevole flagello in Inghilterra e in Germania; dove forti e frequenti terremoti hanno preceduto le devastazioni della peste del 1360.

Questo memorando contagio fu generalmente di una qualità atroce, ed in sommo grado penetrantissimo. Succedeva la propagazione,e diffondevasi fra le popolazioni quasi con la rapidità del fulmine. Pochi superavano la sua violenza. I sintomi però non erano gli stessi di tutti e da per tutto. Nell'Oriente il sintoma più costante col quale si enunciava la malattia era l'emorragia di sangue dal naso, e costituiva il segno quasi sicuro della morte. In Italia, in Francia, in Germania, e altrove incominciava per lo più da lassezza improvvisa ed insolita degli arti inferiori; e l'accompagnavano debolezza generale della persona, dolor di testa, turbamento nelle funzioni del cerebro, vomiti frequenti e crudeli, smania, ardori ai precordj, angoscia, languori straordinarj, polsi deboli, contratti, e mancanti quasi sotto le dita; altre volte pieni, duri, frequenti, intermittenti, irregolari; soventi volte il polso non mostrava indizio di febbre; diarree copiose, che traevano in breve ora a sfinimento e a morte i malati, e malgrado gli ostinati corsi del ventre, sussistente tensione degl'ippocondrj; difficoltà di respirare; talvolta tosse ostinata ed inane; emorragie, delirj, frenesia, torpore, letargo. La pelle si copriva di esantemi rossi, lividi o nerastri; agl'inguini, alle ascelle, al collo, e in altre parti comparivan buboni: al collo, al dorso, fra le scapole,sulle cosce, e in altre parti del corpo apparivan carbonchi. Qualche tempo dopo si osservò alcuna variazione nei sintomi. Il contagio enunciavasi il più di sovente con macchie livide o nere, che larghe e rare presso gli uni, picciole e spesse presso gli altri comparivano, da principio in sulle braccia e sulle cosce, poi sopra il resto della persona, e che ben presto si cangiavano in carbone, ed erano indicio quasi certo di una vicina morte. Il male deludeva d'ordinario tutti i soccorsi dell'arte medica; e i malati morivano per lo più entro i primi tre giorni, e talora improvvisamente quasi colpiti da fulmine. I giorni più funesti erano il primo, il terzo, il quinto, e finalmente il settimo. Fino da quest'irruzione pestilenziale gli autori osservarono, che quanto il facile uscire della materia morbosa, per mezzo di una buona suppurazione dava speranza di guarigione, altrettanto riusciva pericolosa cosa il sopprimerla.

Narra il Villani che la suddetta peste di solito non durava più di cinque mesi in ciascuna terra, e secondo il Cortusio sei mesi. In alcuni luoghi oltre le calamità della peste v'ebbero quelle della guerra. A Napoli ardeva la peste, mentre vi facean la guerra Lodovico Ire di Ungheria, ed Alfonso; in Francia sussisteva la guerra contro l'Inghilterra.

Alcuni popoli attribuirono questa terribile pestilenza ad una causa soprannaturale. Eglino si contentaron di risguardarla semplicemente come un castigo fulminato su di loro dal giusto sdegno di Dio. Altri pretesero che la causa ne fosse stata un fuoco scoppiato in Oriente dalle viscere della terra, o caduto di cielo; il quale, spargendosi, distruggeva uomini ed animali. (Cortus. hist. lib. 9. c. 14 Matt. Villani t. 1. et 2. Villarc. lib. 12. c. 83). La maggior parte poi conveniva nell'opinione che sussistessero sparsi nell'aria dei vapori nocivi, i quali ritenesser fra loro raccolto il veleno pestilenziale[10].

Parecchi storici hanno descritta questa pestilenza, e specialmente fra gl'italiani il Cortusio, il Petrarca, il Boccaccio, Giovanni e Matteo Villani. Quindi le notizie storiche ad essa relative le ho raccolte da questi scrittori, edanche dai seguenti (Guid. de Chaulieu Chirurg. magn. etc. Raymund. de Vinario lib. I. de Peste; El. Cavriol. Chronic. Brixiens.; Bernardin. Corio Storia di Milano; Papon. Chronolog. des Pestes V. I.; Sabellic. Decad. III. lib. 3. Joan. Tarcagnot. Hist. Mund. lib. XVI. Spangenberg Chronic. Contacuz. lib. 5. c. 8. Gratiol. Catalog. Pest. ad. a. 134-8. Lebenswaldt. p. 15. Adam. Bibl. Loim. de Sismondi Histoire des Republiques Italiennes du moyen âge. T. VI. p. 16-23. Georg. Agricol. Lib. de Peste, Kircher. lib. X.).

A. dell'E. C. 1374. La peste ricomparve quest'anno in Toscana, in Provenza, e in Linguadocca. Gravi danni vi ha essa nuovamente recati, quantunque minori de' sopraddescritti, (Papon.; Raymund. de Vinario; P. Kircher. opp. cit.).

A. dell'E. C. 1375. Nel successivo anno mille trecento settantacinque si rinnovò la peste in quasi tutta la Germania (Raymund. de Vinario; Kircher. opp. cit.).

A. dell'E. C. 1377. Nuova e terribile pestilenza spopolò in quest'anno le città di Venezia e di Genova (Papon. op. cit.).

A. dell'E. C. 1381-82-83. Dominato tutto questo secolo da fierissima peste, ne andò presa ora una parte ed or l'altra del mondo abitato,per modo che appena estinguevasi in una provincia il fuoco del contagio divoratore, riaccendevasi in un'altra. Nuove scintille scoppiar si videro qua e là nel 1381. Verso la fine di detto anno invasane di nuovo la città di Venezia, vi continuò ad infierire per alcuni mesi del 1382, recando gravi danni e sciagure. Fra gli altri morì dal contagio il doge Michele Morosini nel quarto mese del suo dogato (Petr. Pacifico Hist. Venet. p. 77.). Nel 1382 divampò con grave rovina nella città di Bologna, e ne' circostanti paesi. Nello stesso anno trecento ottantadue ne andò devastata la Boemia. Narra il Lebenswaldt, che a Praga si contarono da 1116 morti in un sol giorno. A questo stesso tempo alcune provincie dell'Asia rimasero pur dalla peste desolate e deserte. Nel 1383 penetrò di nuovo il contagio a Firenze, e fu di tal modo micidiale e feroce, che uccideva fino a tre e a quattrocento persone al giorno. Altri luoghi di Europa ancora provarono di si terribile calamità i funestissimi effetti (Cherubino Ghirardazzi Storia di Bologna lib. XXV. Raymund. de Vinario lib. de Peste; Julius Palmarius de morbis contagiosis p. 373. Papon. op. cit.).

A. dell'E. C. 1390-91. Seguendo la storiatrovasi ancora nel 1390 la peste in Francia, nella Provenza, e a Bologna in Italia. Sia, che quivi fosse rigermogliata da qualche seme non bene estinto dell'ultimo terribile contagio, sia, come altri vogliono, che fossevi stata portata di nuovo da persona infetta, narrasi, che da di là si è diffusa nella Romagna; e dalla Romagna col mezzo de' bastimenti commerciali passata a Genova, e a Venezia; dalla quale ultima città venne poi introdotta nell'anno susseguente 1391 col mezzo di un individuo infetto a Verona ed a Brescia.

Nel 1391 v'ebbe parimenti fiera peste nella Turingia, ed in varj altri luoghi della Germania. Nel 1391 comparve una cometa, la cui apparizione fu susseguitata da dirotte piogge, da tempeste, da inondazioni, come pure dalla fame e dalla peste: fenomeni ordinarj delle gravissime calamità fisiche, le quali togliendo agli uomini i necessarj mezzi di sussistenza, li lasciano esposti a tutte le ingiurie del bisogno, al cordoglio delle privazioni, e alla roditrice miseria. (S. Giovanni di Capistrano nel suo Specchio della coscienza; Papon. T. II. p. 277. Lebenswaldt).

A. dell'E. C. 1399-1400. Nel mille trecento novantanove si sviluppò nuovamente la pestenella Lombardia. Nel mille quattrocento si ampliò, desolando parecchie delle principali città e paesi d'Italia; ma in nessun luogo fece tanta strage, quanto a Firenze, dove secondo la relazione degli storici più accreditati vi perirono da circa trenta mille persone. Riferisce il Karnero, che la città di Siena ne andò pur fieramente travagliata, e che Roma fece immensa perdita di persone, tra le quali moltissimi pellegrini ed altri forestieri, che in gran numero vi si erano trasferiti in quell'anno per la ricorrenza del Giubileo (Boninsegn. lib. IV. El. Cavriol. lib. 8. Gratiol. Chronic. Pest. Karner. Lib. de Peste. Kircher. Chronolog. Pest. Papon. opp. cit.).

Nel giorno 20 Febbraio dello stesso anno 1400 cominciò nella città di Ragusi la peste, la quale fu fierissima, e durò due anni. Vi perirono 160 patrizj, appartenenti al maggior consiglio, 207 matrone, e da circa cinque mille delle altre classi del popolo. Nell'anno 1403 cessata la peste, venne confermato il decreto del Senato del 1400 risguardante la solennità della festa dei ss. quaranta Martiri, ed ampliata quella di s. Biagio, protettore di quella Republica. (Seraphin. Cerva Compend. Historiae Ecclesiasticae Rhacusinae; Giovanni di MarinoGondola, Annali della città dì Ragusa pag. 97. Storia di Ragusi scritta da un Anonimo; Serafino Razzi Storia di Raugia pag. 124.).

A. dell'E. C. 1415.Francesco Valeriolanel settimo libro degliEpidemjP. I. fa menzione di una pestilenza, che in quest'anno 1415 afflisse la Spagna, e che secondo il detto autore desolò quel regno per più anni seguitamente. Non mi fu fatto di rinvenire memoria di questa pestilenza in altri autori, nè di raccogliere alcuna particolarità, donde la stessa sia stata contraddistinta.

A. dell'E. C. 1416. Nell'anno mille quattrocento sedici incominciarono li Ragusei a pagare il tributo di 500 ducati annui alla Porta Ottomana sotto l'impero di Bajazet Begh Gran Signore de' Turchi. A questo stesso anno Paolo Gondola, reduce dall'Ungheria, e dalla Turchia, portò la peste in Ragusa, la quale si è sviluppata nel giorno 28 Aprile di detto anno, e durò fino il dì 29 Giugno, dopo aver tratto al sepolcro da circa 3800 di quegli abitanti (Annali della città di Ragusa op. cit. pag. 98. Storia di Ragusi scritta dall'Anonimoec. Compend. Historiae Ecclesiasticae Rhacusinae).

A. dell'E. C. 1420. Nell'anno mille quattrocento venti vi fu peste a Spalatro, portata, come si crede dalla vicina Turchia (Bajamonti Storia della peste che regnò in Dalmazia ecc. p. 137).

A. dell'E. C. 1421. La peste travagliò in quest'anno la città di Napoli, secondo il Kircheroex Nauclero.

A. dell'E. C. 1422. La peste invase di nuovo Ragusi in quest'anno. Incominciò parimenti nel mese di Aprile, e terminò in Giugno dell'anno stesso. Giacomo Gondoaldo, medico Ferrarese, stanziato fin dal 1410 qual medico in condotta a Ragusi, avendo suggerito il preservativo e la precauzione di separare gl'infetti dai sani, ne ottenne, che questa volta la peste v'ebbe di pochi danni recati (Biblioth. Script. Rhagusinor. a P. Seraph. Cerva concinn.; Storia di Ragusi dell'Anonimo).

A. dell'E. C. 1423. Anche in quest'anno la città di Bologna soffrì innumerabili danni per cagion della peste, da cui fu crudelmente afflitta. Contemporaneamente il contagio operò orrendi strazj a Brescia, ove dal mese di Marzo sino alla fine di Ottobre uccise da circa ottomilapersone (Cherub. Ghirardazzi Storia di Bologna lib. 29. El. Cavriol. Chron. Brix.).

A. dell'E. C. 1428. Ad un verno assai dolce conseguitò una state caldissima, a tale che l'aria atmosferica eccessivamente riscaldata respiravasi a pena. A questa inclemenza di stagione tenne dietro la peste, la quale si sviluppò a Roma l'anno stesso, ed estinse parecchie migliaja di abitatori (Spondan. eodem an. Papon. l. c.).

In questo stesso anno mille quattrocento ventotto v'ebbe una terribile e micidial pestilenza nella città di Curzola in Dalmazia (ora appartenente al Circolo di Ragusi), la quale distrusse quasi interamente quella popolazione; per modo che andò diserta questa città, che prima della peste racchiudeva oltre a sette mila abitanti, come segnano le memorie, e' vestigi dell'antica città; nè più mai si ripopolò, contando ora appena da 1000 persone. Tentando di sottrarsi dal comune eccidio, i rettori della città ed altri cittadini si ritirarono nella vicina villa Zernova, dove rimasero più mesi, ed ivi unirono le magistrature e ragunarono il loro consiglio (Memorie di Curzola esistenti nell'Archivio di detta città. Vedi Ragguaglio di questa peste scritto da uncontemporaneo; Statuto di Curzola a Stampa nelle Riformazioni cap. 190-91. p. 107.).

A. dell'E. C. 1430. S'apprese di nuovo la peste a Ragusi in quest'anno 1430 proveniente da Trebigne, borgata della confinante Turchia, dove vi fu il giorno 30 Maggio di quest'anno un combattimento tra li Ragusei, e Radosav Paulovich, signor di Trebigne. Per merito dei sempre più cauti provvedimenti di Polizia sanitaria, che i Magistrati della Repubblica di Ragusi adottarono dietro i saggi suggerimenti del sopraccennato medico dott. Gondoaldo, pochissime furono le vittime di questo contagio (Bibliotheca Script. Ragusin. Istoria anonima di Ragusi). Or piacemi di aggiugnere un picciolo squarcio dell'OperaBibliotheca Scriptor. Ragusin.[11]; perchè consti che fin da quel tempo si avevano a Ragusi chiare idee della qualità attaccaticcia della peste, e si conoscevano ottimi provvedimenti sanitarj per impedire la propagazione del contagio, e per distruggerne il micidiale suo germe.

A. dell'E. C. 1434-35. Per l'irregolarità delle stagioni nata la sterilità delle terre, e scarseggiando ogni anno più i lor prodotti, si provarono in diversi luoghi d'Europa la carestia e la fame. A questa calamità successe in parecchie provincie della Germania la peste, o, come altri vogliono, un'epidemia d'indole alla peste somigliante, la quale fu micidiale di sì fattamaniera, che uccideva improvisamente i passeggieri sulle strade e ne' campi. Nella sola città di Norimberga estinse da circa dieci mille persone (Georg. Agricola Gratiol. opp. cit. Adami Bibl. Loim.).

A. dell'E. C. 1436. La Lusitania propriamente detta, ossia il Portogallo, l'Estremadura, e la vecchia Castiglia (dacchè tutti e tre questi regni erano una volta compresi nella Lusitania), furon quest'anno miseramente devastati dalla pestilenza, la quale durò più anni continuamente. Il re Edoardo, che per cessarne il pericolo s'era ritirato nel monastero di Thomast, prese il contagio per una lettera da esso incautamente aperta, la quale dopo stata infetta, se gli era fatta pervenire coll'espresso divisamento di appiccargli la peste. Questo sventurato principe morì da quello, dirò così, assorbito malore il dì 9 Settembre 1438 nell'età di 37 anni (Spondan. hoc ipso anno, Marian. lib. 21. cap. 13.).

A. dell'E. C. 1437. La città di Ragusi andò in quest'anno pur devastata dalla peste. Dessa fu d'indole così maligna e violenta, che nel corso di soli tre mesi, ne' quali infuriò, cioè dal primo Aprile a tutto Giugno, spogliò la città quasi interamente di abitatori. La maggiorparte de' patrizj però si è preservata; dacchè al primo scoppiare del morbo si sono ritirati a Gravosa, ed altri ricoveratisi in altri luoghi. Considerevole numero di persone imitarono il loro esempio, sottraendosi colla fuga a tale calamità. Di undici patrizj rimasti in città alle redini del governo, dieci ne sono morti; il più vecchio sopravvisse, e morti sono del pari tutti quelli, che rimasti erano ad abitar la città. Si nota essere stata questa peste introdotta da certo nobile Resti (Compend. Hist. Ecclesiast. Rhacusinae; Sal. de Diversis Descriptio Rhagusina pag. 146 et seq.[12]).

A. dell'E. C. 1438. Nella città di Venezia la peste consunse quest'anno gran numero di abitanti, sotto il principato di Francesco Foscari (Sabellic. Decad. 3. lib. 6. Gratiol. ad. h. a.). In questo stesso anno 1438 il contagio penetrò in parecchi altri paesi d'Italia, e si propagò in Francia, in Germania, e in Inghilterra.

Dopo sette anni di tristissima carestia, e dinotabil disagio d'ogni cosa necessaria alla sussistenza, quest'anno fu sommamente fertile, ma pur venne fieramente travagliato dalla peste, che continuò in varie parti delle sopraccennate regioni fino alla primavera del seguente anno 1439, ed in altra fino il 1440, spopolando, e distruggendo parecchi paesi. Notano gli storici che nella città di Costanza si contavano fino 4000 morti al giorno, lo che però sembra esagerato e così in altri luoghi, fino al successivo anno 1440. Nel 1439, nel tempo in cui l'esercito di Milano teneva assediata Brescia, detta città provò prima gli orrori della fame, poi quelli della peste (El. Cavriol. lib. 10.). Il morbo aveva per sintomo particolare un profondo letargo; tal che i malati dopo un apparente sonno di due o tre giorni si destavano, ricadendo poi tra poco in agonia (Lebenswaldt; Papon. Adami; opp. cit.).

A. dell'E. C. 1440. La peste in quest'anno fece orrendo strazio a Basilea, dove a quel tempo tenevasi il famoso Concilio. Parecchi di que' prelati, ed altri padri insigni della chiesa ivi ragunati perirono vittime dello struggitore contagio. Enea Silvio Piccolomini, poi Pontefice Massimo sotto il nome di Pio II, fu pure da questa peste invaso, e ne guarì; ene la descrisse in un singolare suo librode Peste(Tarcagnot. opp. cit. lib. 19.).

A. dell'E. C. 1448-49-50. Gran parte di Europa, quasi tutta l'Italia, e in particolar modo il Milanese, e l'Insubria intera andarono a questi anni soggette a pestilenza, la quale si mantenne fierissima per circa due anni, attaccando or l'uno or l'altro paese; e nè anche la Dalmazia andò esente nell'anno 1449 da tale calamità[13]. La Francia, la Germania, e la Spagna nel 1450 furono pur travagliate ferocemente dalla peste. Si pretende, che nel 1450 essa involasse alla sola città di Parigi quaranta mille persone in due mesi. Dice il Senac (Traité de la peste p. 23.), «il Quercetano è il solo medico, che dell'indole di questa peste ci abbia data un'idea». Soggiunge, «essa era accompagnata da accidenti terribili. Lo spavento invadeva tosto gli animi i più coraggiosi e più fermi, di maniera che non permetteva loro di vedere altri oggetti, che una morte inevitabile.Abbandonati intieramente alla disperazione, s'avviluppavano essi medesimi in un lenzuolo. Altri non avevano neppur il tempo di occuparsi di questo apparato funebre, poichè morivano improvvisamente. Quegli, che avevano la sventura di percorrere il corso della malattia, venivano coperti da pustule carbonchiose, terribile conseguenza delle febbri pestilenziali». (Ciacconio nella vita di Nicolò V. Platina nella vita dello stesso; Bernardin. Corio Storia di Milano; Joann. Tarcagnot. Hist. Mund. P. II. lib. 19. Saladin. Ferro Tract. de Peste. Jul. Palmarius de Morb. Contag. Francisc. Rondelet opp.).

A. dell'E. C. 1453. Michele Sachs nella vita di Federico III narra, che in quest'anno v'ebbe peste fierissima ad Erfurt capitale della Turingia nella Sassonia, vittime della quale restarono da ventotto mila persone.

Qualche comentatore sostiene essere questo numero esagerato; pure se si consideri che Erfurt è città grande, in un terreno assai fertile, e se ora non è molto popolata, la sua vastità però mostra di esserne stata altra volta. Di più, considerato che nel principio del secolo decimoquinto era al sommo della sua floridezza, concorrendovi alla sua Università, fondatanel 1392, gran numero di studenti, non v'ha ragione per credere di troppo esagerato il numero sopraddetto.

A. dell'E. C. 1456. Col mezzo di mercanzie infette venne introdotta in quest'anno la peste a Ragusi, la quale uccise circa un quaranta individui del corpo nobile, e 500 dell'altre classi del popolo. Anco in questa circostanza la maggior parte degl'individui del corpo nobile, e molte altre famiglie si erano ritirate a Gravosa, e in altri luoghi del territorio (Farlati Histor. Eccles. Rhacusin. pag. 163.).

Nello stesso anno 1456 vi fu peste a Spalatro, e nell'isola di Pago in Dalmazia. In una relazione del Conte di Pago al magistrato al Sal di Venezia si legge: che fino al giorno due Luglio di quell'anno 1456 erano da 300 persone perite dalla peste in quella appena costrutta, e non ancora terminata città.

A. dell'E. C. 1460. Gli storici narrano essersi sviluppata in quest'anno in più luoghi della Germania una pestilenza d'indole singolare, la quale uccideva irremissibilmente gli uomini robusti, meno però le donne, e più meno i fanciulli (Spondan. eod. an. Kircher. opp. cit.). Si deve supporre questa non essere stata vera peste, ma bensì un altro genere di epidemia.

In quest'anno 1460 fu pur fierissima peste in Zara, per la quale, fra l'altre memorie, avvi una ducale dell'Eccellentissimo Senato Veneto 17 Agosto, in cui leggesi: «Che i Zaratini usciti dalla città per causa della peste possino ritornar in Zara a loro beneplacito». (lib. 11. Privilegior. Nob. Nonens. ad an. 1460).

A. dell'E. C. 1464-65-66. La peste ha ricominciato quest'anno a Ragusi, e vi durò li sovraccennati tre anni. In questo spazio vi uccise grande quantità di persone; e sussistendovi ancora nel 1466, il Senato nel mese di Maggio di detto anno decretò l'erezione di un Lazzeretto vicino alla città, quello, che tuttavia sussiste, e che è il solo in Dalmazia, che accolga le merci sospette provenienti per la via di terra dalla vicina Turchia (Seraph. Cerva Hist. Ecclesiast. Rhacusina p. 288. e segg.; Storia Anonima di Ragusi).

A. dell'E. C. 1473. Calori straordinarj, ed eccessivi, lunga siccità, tempeste desolatrici, e immensa quantità d'insetti devastatori cagionarono la perdita de' ricolti, a cui è succeduta una terribile crudissima fame, la quale ha preceduto la peste, che in quest'anno desolò l'Italia. (Gratiol. Catalog. Pest.; Lebenswaldt opp. cit.).

A. dell'E. C. 1475-76. O non bene estinta,o riprodotta, cominciò di nuovo ad infierire la peste in Italia verso la fine dell'anno 1475. Si propagò essa in più luoghi, ed accrebbe la sua sevizie nel successivo anno 1476, bersagliando più fieramente d'ogni altro paese la città di Roma. Contemporaneamente il morbo fece molte stragi a Marsiglia in Francia. Quest'anno fu considerevole per il continuo piovere dirottamente, per tempeste spaventevoli, ed inondazioni allagatrici; cose tutte, che fanno suppor di leggieri, che sussistessero nell'atmosfera quelle condizioni, e que' principj, che sono i più favorevoli allo sviluppo, ed alla propagazion del contagio.

A. dell'E. C. 1477-78-79. Vedemmo riaccesa la peste in Italia nel 1475, e ampliata nel 1476 inferocire in varie città e paesi; ora seguendo la storia la troviamo di nuovo in Italia nel mese di Agosto del 1478, sparsa in parecchi luoghi farvi di somme stragi. Quantunque gli storici non facciano menzione alcuna ch'essa sia sussistita nell'anno intermedio 1477, si dee però ritenere, che in detto anno non fosse, che minorata, od assopita, non già estinta del tutto; e che quella del 1478 non sia stata, che la continuazione della precedente del 1475 e 76.

Nel detto anno 1478 la maggior parte d'Italia fu crudelmente vessata da atroce pestilenza. A Firenze in ispezieltà fece orrendo strazio di quegli abitanti. Si contavano oltre cinquecento morti al giorno. Venezia pur ne fu presa, e nel corso di detta pestilenza perdette da circa trentamila abitanti; Brescia venti mille, e così altri luoghi. Gli storici fanno menzione di una immensa quantità di locuste, che a quel tempo distrussero i seminati, aumentarono la putrefazione, ed accrebbero le calamità e le miserie di quelle desolate popolazioni (Marsil. Ficin. Libro della Peste capo 2. e 3. Georg. Agricol. Lib. de Peste. El. Cavriol. Chron. Brixiens.).

A. dell'E. C. 1480-81-82. Nel mille quattrocentottanta la peste venne portata dalla Siria nella città di Ragusa col mezzo di alcune balle di cotone infetto, le quali appartenevano a certo Biagio de Ragnina. Si è sviluppata nel giorno 15 Ottobre, e vi durò tre anni. In detto corso sono periti 135 individui del corpo nobile, e 1948 persone delle altre classi (Seraph. M. Cerva Histor. Ecclesiast. Rhacusin. p. 268. Serafin. Razzi Storia di Raugia p. 152. Anonimo Storia di Ragusi an. 1481). Contemporaneamente nell'anno 1481 vi fu peste nellacittà di Zara in Dalmazia, come si rileva da una pergamena testamentaria esistente nell'Archivio di quella città.

Allo stesso anno 1482 e nel successivo 1483 v'ebbe peste in Francia; intorno la quale notano gli storici, che la frenesia e l'avidità dell'acqua erano sintomi più comuni del morbo per modo, che i malati si precipitavano dai tetti, e si gittavano nei fiumi, e nei pozzi per l'avidità del bere (Briet. Annal. Mund. p. 78. Edit. Vindobonens.). Nel 1483 si riprodusse il contagio in Italia e in Germania, e Norimberga ne fu particolarmente afflitta (V. Statutum Norimbergense).

A. dell'E. C. 1485-86. La guerra e la peste desolarono l'Italia nel 1485 in modo oltre l'ordinario crudele; e le tolsero parte de' suoi pregi. Vi continuò ad infierire anche nell'anno successivo 1486, ed immenso numero di vittime ne restarono alla sua sevizie immolate. A Venezia cominciò nella state 1485, aumentò i suoi furori nell'autunno, continuò tutto l'inverno, e non cessò che nella seguente primavera (Sabellic. Decad. IV. lib. 3.). Volendo credere al Corio, la peste involò alla città di Milano in quest'anni cento trenta sette mille persone (Bernardin. Corio Storia diMilano). Crede qualche altro autore essere questo numero esagerato.

Nell'anno 1486 l'Inghilterra fu terribilmente afflitta da quella spezie di morbo epidemico, conosciuto sotto il nome diSudor Anglico, dal quale fra cento malati uno appena superava la malattia. Attesa l'estrema malignità e sevizie di questo morbo, alcuni l'hanno spesso confuso colla peste Orientale. Il principio di questo singolar malore rimonta al 1483. Esso fece strazio orrendo in Inghilterra. Di là passò nel Belgio, nella Francia, nella Germania, dove invase principalmente le provincie del Reno. Dopo il 1551 non si è più osservato (Jacob. Castrius; Joan. Frisius, ecc.).

A. dell'E. C. 1495. In quest'anno v'ebbe la peste nell'Austria inferiore (Chronic. Melicens.).

Alcuni storici fanno menzione di una pestilenza introdotta in Napoli quest'anno stesso 1495 dalle truppe Francesi e Gallo-Elvetiche, conchiusa la pace cogli Aragonesi (Paul. Giov. P. I. lib. IV.). Sembra però molto verisimile che questa non sia stata altro che una malattia epidemica.

A. dell'E. C. 1500. In quest'anno è stata introdotta la peste nella città di Ragusi da certoRicciati, e vi recò gravi danni, quantunque non abbia durato che due soli mesi. Si è pur manifestata a questo tempo in parecchie città e paesi d'Italia. Terribili straripamenti di fiumi, inondazioni sterminatrici accrebbero in Italia il peso di tale calamità (Spondan. an. oct. Alexandr. VII.).

Intorno all'origine di questa peste si raccolgono alcune precise notizie da un'opera di certo Giacomo Lucari, nobile Raguseo, nella quale si legge, che portatosi Bajazet, Gran Signore de' Turchi nel Levante all'espugnazione di Modone, Corone, Navarino, e Corinto, i Greci per salvarsi dal barbaro furore de' Saraceni abbandonarono la loro patria, e si sparsero per l'Italia e per la Sicilia, una porzione di essi ricoveratasi a Ragusi. Questi fuggitivi apportarono in detti luoghi la peste[14].

Nel medesimo anno 1500. il morbo pestilenziale afflisse fieramente la città di Zara, e spopolò i borghi, e gran parte de' villaggi circonvicini. (Queste notizie si rilevano da un libro dimemor. miscellan. ann. 1500.esistente nell'Archivio di s. Domenico di Zara, e da alcuni Testamenti, che si conservano nel medesimo Archivio, Capsula Testamentor. Ann. 1501).

Pur in quest'anno 1500. gli storici accennano essere stata la Germania e l'Inghilterra travagliate dalla peste; ed aver l'ultima perduto in questa occasione da circa 30,000 persone (Lebenswaldt op. cit.). Forse anco in questo caso il sovraccennato terribile morboSudor Anglicovenne confuso colla peste Orientale.

A. dell'E. C. 1502. La città di Aix, ed altri luoghi della Provenza in Francia furonoin quest'anno devastati dalla peste; e contemporaneamente ne fu desolata la Puglia (Papon. op. cit.).

A. dell'E. C. 1503. La peste ha di nuovo regnato nell'anno 1503 sul territorio della Repubblica di Ragusi. F. Serafino Razzi nella sua storia di Ragusi narra quanto segue, intorno il contagio di detto anno. «Nell'anno 1503 fu portata la peste da Barletta nell'isola di Calamota, da Alessandria fu recata a Giuppana, e da Chioggia fu portata a Canali; ma per la Dio grazia e per le buone guardie non penetrò nella città».

A. dell'E. C. 1504-505-506. Nel mille cinquecento quattro scoppiò la peste nella città di Marsiglia con estremo furore; si propagò nel territorio; durò tre anni, e vi spense gran numero di quegli abitanti (Papon, op. cit.) Questa peste è succeduta ad ardentissimi calori nell'atmosfera, e ad un'estrema penuria delle biade.

A. dell'E. C. 1506-507. Nelle provincie Turche Bossina, Erzegovina, ed Albania, confinanti col territorio di Ragusi e con quello di Cattaro appartenente alla Albania Veneta, vi ebbe a quest'anni peste fierissima e sterminatrice. Grandissima ne fu la mortalità fra quelle miserepopolazioni suddite degli Ottomani. Continuava pur la peste a menar le sue stragi nella Puglia, e s'era ivi riprodotta. I Ragusei attorniati da ogni parte dallo spaventevole contagio, avendo cautamente provveduto alla loro difesa coll'impedire rigorosamente ogni comunicazione sì per la via di terra, che per quella di mare, co' paesi infetti, ottennero di preservarsi dal contagio. I magistrati, che presiedevano al governo di Cattaro, meno cauti, o meno fortunati dei Ragusei, videro il loro paese in preda alla peste, la quale s'era propagata dalla vicina Turchia. In ispezieltà nel mese di Giugno del 1507 v'ebbe nella città di Cattaro grande mortalità. In cinque giorni sono morti più di quattrocento persone; e in pochi istanti il contagio si sparse per tutte le contrade della città, ed invase i villaggi circonvicini. Nel tempo stesso la fame desolava quelle popolazioni, ed immolava nuove vittime, le quali forse sarebbero state risparmiate ai furori del morbo (Marino Gondola Annali della nobilissima città di Ragusa an. 1507.).

A. dell'E. C. 1509. In quest'anno vi fu peste terribile e devastatrice nella Carniola. Nel tempo della peste avvenne pure in quella provincia uno spaventevole terremoto (Papon. l. cit.).

A. dell'E. C. 1510. La peste afflisse crudelmente in quest'anno la Francia, e particolarmente la città di Parigi. Il Lebenswaldt accenna essere stato questo contagio molto più esteso in Europa, ed avervi ucciso una immensa moltitudine di persone, togliendo di vita in brevissimo corso di malattia, o improvvisamente a guisa di fulmine. Egli di più indica, che i sintomi, che per l'ordinario accompagnavano il morbo, erano un veementissimo dolor di testa con vertigine, e vasti carbonchi sotto le orecchie. Riferisce il Palmario essersi osservato in detta pestilenza che le sottrazioni sanguigne ed i purganti riuscivano costantemente di manifesto nocumento; mentre all'incontro l'esperienza ha mostrato utilissimi i così detti cordiali, o sia medicamenti, o sia tratti dalla classe degli alimenti (Julius Palmarius de morbis contagiosis p. 503. 507.).

A. dell'E. C. 1511. Il Fracastoro fa menzione della peste, che circa quest'anno operò grandi stragi a Costantinopoli (Fracastor. de contagiis lib. III. cap. 7.).

A. dell'E. C. 1513. La città di Crema, stretta d'assedio dai Milanesi, fu in quest'anno travagliata dalla peste (Francesco Guicciardini Storia d'Italia lib. XI.). Probabilmente questanon fu che una grave malattia tifica prodotta dalle calamità e dai disagi della guerra.

A. dell'E. C. 1515. In quest'anno si è riacceso il contagio pestilenziale in Germania, e vi continuò due anni (Papon. l. cit.).

A. dell'E. C. 1522-23-24. Ripullulata la peste in Italia nel 1522 si propagò rapidamente in parecchie città, e luoghi di quel regno, imperversando or qua or là un intero triennio con molta ferocia, senza mai dar tregua e riposo. A Roma specialmente, sin che furon neglette le necessarie precauzioni e discipline necessarie ad arrestarla, o praticatevi troppo tardi, incrudelì nell'anno 1524 con fierezza maggiore dell'ordinario (Gratiol. Catalog. Pest. Guicciardini Hist. lib. XI. XII. XV. Paul. Giov. lib. XXI.). Nell'anno stesso 1524 presa dai Milanesi Biagrassa, dov'era incominciata la peste, furono, per il commercio delle cose saccheggiate trasportate a Milano, sparsi in quella città i semi di tanta pestifera contagione, la quale pochi mesi dopo si ampliò tanto, che solamente in Milano tolse la vita a più di cinquanta mille persone (Guicciardini Storia d'Italia lib. XV.).

Nell'anno 1523 secondo il Lebenswaldt si è spiegata di nuovo la peste nella Germania, edin quell'anno, e nel susseguente 1524 travagliò in ispezial modo Vienna, Norimberga, ed Augusta.

A. dell'E. C. 1525. I paesi dell'Insubria situati lungo la sponda del Ticino e del Po furono in ispecial modo e crudele afflitti dalla peste. Si narra che nell'attual corso di pestilenza sia perito un terzo di quegli abitanti. Se ne attribuì la cagione alla quantità di cadaveri insepolti, che rigettati dalle acque sulle sponde degli stessi fiumi, ov'erano stati sommersi, ivi terminarono il loro corrompimento, sollevando nell'aria funeste nubi di putride esalazioni (Georg. Agricola de Peste ec.).

A. dell'E. C. 1526-27. Incrudeliva la peste fieramente in Italia, quando nel 1526 col mezzo di alcune mercanzie provenienti da Ancona furono portati in Ragusi i funesti semi del micidiale contagio. Questo in pochi giorni si propagò in tutta la città e nel territorio, e vi fece orribili stragi; per modo che nello spazio di circa venti mesi, che durò tal pestilenza, fra la città e il contado sono morte da circa ventimila persone, delle quali otto mille entro i recinti della città. Riporto uno squarcio della storia di F. Serafino Razzi relativo alla sopra indicata pestilenza, perchè può tornarutile ai nazionali, e perchè vi si trovano descritti alcuni fatti, i quali in seguito dell'opera servir possono a viemeglio provare alcune essenziali verità[15].

Da un antico manoscritto si raccoglie che nello stesso anno 1526 vi fu pur la peste a Spalatro (V. Bajamonti Storia della Peste della Dalmazia degli anni 1783-84. p. 137.).

A. dell'E. C. 1527. V'ebbe in quest'anno mille cinquecento ventisette e nei precedenti peste terribile e struggitrice nella città di Firenze ed in tutta la Toscana. Di essa ci lasciò una succinta, ma elegante descrizione messer Niccolò Machiavelli, che ora mi giova di riportare.


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