Chapter 26

Descrizione della Peste di Firenze dell'anno 1527.diNiccolò Machiavelli.«Non ardisco in sul foglio porre la timida mano per ordire sì nojoso principio; anzi quanto più le tante miserie fra la mente mi rivolgo, più l'orrenda descrizione mi spaventa. E sebbene il tutto ho visto, mi rinnova il raccontarlo doloroso pianto; nè so anche da che parte tale cominciamento fare mi deggia, e se lecito mi fusse, da tale proponimento indietro mi ritrarrei. Il soverchio disio nondimeno, quale ho di sapere, se ancora voi vivo sete, romperà ogni timore. Non altrimenti che si resti una città dagl'infedeli forzatamente presa, e poi abbandonata, si truova al presente la misera Fiorenza nostra. Parte degli abitatori, siccome voi, la pestifera mortalità fuggendo, per le sparte ville ridutti si sono, parte morti, parte in sul morire; inmodochè le cose presenti ci offendono, le future ci minacciano, e così nella morte si travaglia, nella vita si teme. O dannoso secolo, o lagrimabile stagione! Le pulite e belle contrade, che piene di ricchi, e nobili cittadini esser solevano,sono ora puzzolenti, e brutte, di poveri ripiene; per la improntitudine de' quali e paurose strida, difficilmente e con timore si va. Sono serrate le botteghe, gli esercizj fermi, i Fori tolti via, prostrate le leggi. Ora s'intende questo furto, ora quell'omicidio; le piazze, i mercati, dove adunarsi frequentemente i cittadini soleano, sepolcri son ora fatti, e di vili brigate ricettacoli. Gli uomini vanno soli, e in cambio di amica, gente di questo pestifero morbo infetta si riscontra. L'un parente seppure l'altro truova, o il fratello il fratello, o la moglie il marito, ciascuno va largo. E che più? Schifano i padri e le madri i propri loro figliuoli, e gli abbandonano. Chi fiori, chi odorifere erbe, chi spugne, chi ampolle, chi palle di diverse spezierie composte in mano porta, o per meglio dire al naso sempre tiene; e questi sono i provvedimenti. Sonci certe canove ancora, ove si distribuisce pane, anzi per ricorre gavoccioli si semina. I ragionamenti ch'esser solevano in piazza onorevoli, e in mercato utili, in cose miserabili e meste si convertono. Chi dice: il tale è morto, quell'altro è malato, chi fuggito, chi in casa confitto, chi allo spedale, chi in guardia, chi non si truova, e somiglianti nuove, atte collasola immaginazione a fare Esculapio, non che altri ammorbare. Molti vanno ricercando la cagione del male, ed alcuni dicono: gli astrologi ci minacciano: alcuni: i profeti l'hanno predetto; chi si ricorda di qualche prodigio, chi la qualità del tempo e la disposizione dell'aria atta a peste ne incolpa, e che tal fu nel 1348 e 1478 ed altre di tal maniera cose; immodochè d'accordo tutti concludono, che non solo questa, ma infiniti altri mali ci hanno a rovinare addosso. Questi sono i piacevoli ragionamenti, che ad ogni ora si sentono; e benchè con una sola parola dinanzi agli occhi della mente questa nostra miserabile patria porre vi potessi, dicendovi che di vederla tutta dissimile e diversa da quella che veder solevi già, v'imaginassi (che niuna cosa meglio che tale comparazione in voi medesimo fatta dimostrarlavi potrebbe) voglio nondimeno che considerare più particolarmente la possiate; perchè la cosa immaginata alla verità di quello che s'immagina al tutto mai non aggiugne. Nè mi pare da potervela dipignere con migliore esemplo che col mio; perciò vi descriverò la vita mia, acciò da essa possiate tutta quella di qualunque altro misurare........».

Descrizione della Peste di Firenze dell'anno 1527.

diNiccolò Machiavelli.

«Non ardisco in sul foglio porre la timida mano per ordire sì nojoso principio; anzi quanto più le tante miserie fra la mente mi rivolgo, più l'orrenda descrizione mi spaventa. E sebbene il tutto ho visto, mi rinnova il raccontarlo doloroso pianto; nè so anche da che parte tale cominciamento fare mi deggia, e se lecito mi fusse, da tale proponimento indietro mi ritrarrei. Il soverchio disio nondimeno, quale ho di sapere, se ancora voi vivo sete, romperà ogni timore. Non altrimenti che si resti una città dagl'infedeli forzatamente presa, e poi abbandonata, si truova al presente la misera Fiorenza nostra. Parte degli abitatori, siccome voi, la pestifera mortalità fuggendo, per le sparte ville ridutti si sono, parte morti, parte in sul morire; inmodochè le cose presenti ci offendono, le future ci minacciano, e così nella morte si travaglia, nella vita si teme. O dannoso secolo, o lagrimabile stagione! Le pulite e belle contrade, che piene di ricchi, e nobili cittadini esser solevano,sono ora puzzolenti, e brutte, di poveri ripiene; per la improntitudine de' quali e paurose strida, difficilmente e con timore si va. Sono serrate le botteghe, gli esercizj fermi, i Fori tolti via, prostrate le leggi. Ora s'intende questo furto, ora quell'omicidio; le piazze, i mercati, dove adunarsi frequentemente i cittadini soleano, sepolcri son ora fatti, e di vili brigate ricettacoli. Gli uomini vanno soli, e in cambio di amica, gente di questo pestifero morbo infetta si riscontra. L'un parente seppure l'altro truova, o il fratello il fratello, o la moglie il marito, ciascuno va largo. E che più? Schifano i padri e le madri i propri loro figliuoli, e gli abbandonano. Chi fiori, chi odorifere erbe, chi spugne, chi ampolle, chi palle di diverse spezierie composte in mano porta, o per meglio dire al naso sempre tiene; e questi sono i provvedimenti. Sonci certe canove ancora, ove si distribuisce pane, anzi per ricorre gavoccioli si semina. I ragionamenti ch'esser solevano in piazza onorevoli, e in mercato utili, in cose miserabili e meste si convertono. Chi dice: il tale è morto, quell'altro è malato, chi fuggito, chi in casa confitto, chi allo spedale, chi in guardia, chi non si truova, e somiglianti nuove, atte collasola immaginazione a fare Esculapio, non che altri ammorbare. Molti vanno ricercando la cagione del male, ed alcuni dicono: gli astrologi ci minacciano: alcuni: i profeti l'hanno predetto; chi si ricorda di qualche prodigio, chi la qualità del tempo e la disposizione dell'aria atta a peste ne incolpa, e che tal fu nel 1348 e 1478 ed altre di tal maniera cose; immodochè d'accordo tutti concludono, che non solo questa, ma infiniti altri mali ci hanno a rovinare addosso. Questi sono i piacevoli ragionamenti, che ad ogni ora si sentono; e benchè con una sola parola dinanzi agli occhi della mente questa nostra miserabile patria porre vi potessi, dicendovi che di vederla tutta dissimile e diversa da quella che veder solevi già, v'imaginassi (che niuna cosa meglio che tale comparazione in voi medesimo fatta dimostrarlavi potrebbe) voglio nondimeno che considerare più particolarmente la possiate; perchè la cosa immaginata alla verità di quello che s'immagina al tutto mai non aggiugne. Nè mi pare da potervela dipignere con migliore esemplo che col mio; perciò vi descriverò la vita mia, acciò da essa possiate tutta quella di qualunque altro misurare........».

Questa peste afflisse la Toscana e specialmente Firenze dall'anno 1522 a tutto il 1527. Di essa vi perirono più di 200 mila persone nel solo dominio della Repubblica Fiorentina. (Ne fanno menzione il Varchi e varj altri Cronologisti).

Nell'anno mille cinquecento ventisette fierissima peste spopolò la Puglia, ed altri paesi circonvicini (Papon. op. cit.).

A. dell'E. C. 1527-28-29. Nel medesimo anno mille cinquecento ventisette erano venute in Roma col marchese dal Guasto molte truppe tedesche e spagnuole, le quali restarono ivi esposte alla pestilenza, la quale già incominciata, vi fece un gravissimo danno, e che fu più fiera e più funesta nell'anno successivo. La pestilenza era anco penetrata in castel s. Angelo con pericolo grande della vita del pontefice Clemente VII, intorno al quale morirono alcuni di quelli che servivano la sua persona. (Guicciardini Storia d'Italia lib. XIX.).

Nell'anno 1528 attivandosi la città di Napoli strettamente assediata dai Francesi comandati da Lutrech, soffrì gravissima pestilenza; la quale si appiccò anco all'esercito degli assedianti per contagione di gente uscita di Napoli. Lo stesso Lutrech ne fu preso, e guarì,mentre Valdemonte altro capitano, da questo morbo perì. L'esercito ne andò per la contagione molto scemato e pressocchè distrutto. (Guicciardini l. c.). In detto anno 1528 incrudelì fieramente la peste sì a Napoli, che a Roma, che quelle due illustri città perdettero gran numero de' suoi abitatori. Continuò la contagione nel seguente anno 1529. Si tenne conto, che in due anni a Napoli andarono estinti da questa pestilenza più di sessanta mila persone (Giannone Storia Civile del Regno di Napoli). Assicura poi il Bugati che a Roma perirono da nove decimi di quella popolazione; il che pare esagerato con ogni evidenza. Checchè però ne sia, prova che gravissima ne sia stata la mortalità, e sommamente fiera e maligna l'indole del morbo.

A questo tempo, cioè nel mille cinquecento ventisette, ventotto, e ventinove, quasi tutta l'Italia fu in preda a fierissima pestilenza. Alle stragi, che faceva la peste, vi s'aggiunsero quelle della guerra. Le devastazioni e le crudeltà commesse in Italia dalle armate del contestabile di Borbone procedetter del paro con quelle della pestilenza; e siccome della sfrenata licenza de' soldati si riconobbe esserne stato cagione il lor capitano, così dei disagi dellaguerra si tenne effetto la pestilenza; perciò tutte le calamità, che a quest'anni si riunirono a desolare l'Italia, al solo contestabile di Borbone furono imputate (Paul. Jov. Hist. lib. XVI.; Guicciard. Storia d'Ital. lib. XIX.; Andr. Gratiol. Catalog. Pest.; Fracastor. lib. II. cap. 7.).

Nello stesso anno 1529 la peste recò innumerevoli danni nell'Ungheria e nella Germania. (Mambrin. Roseo Lib. II.; Gratiol. Catalog. Pest.; Papon. Chronolog. ec.). Confrontando però le narrazioni degli autori, che dette pestilenze descrissero, sembra che in Ungheria vi fosse effettivamente in quest'anno la vera peste, portata dalle armate Turche, comandate dal feroce Solimano, le quali, oltre all'aver devastato il paese, vi sparsero i fatali semi della pestilenza; e sembra del pari che in Germania il morbo dominatore fosse laFebbre sudatoria Epidemica, ossia il così dettoSudor Anglico, compreso sotto il nome generale di peste; del quale abbiamo già fatto menzione.

Nell'anno medesimo 1529 si manifestò la peste anco nella città di Lesina in Dalmazia, la quale riuscì tanto più pericolosa e funesta quanto è a dire che nel principio non fu conosciuta. Dopo aver serpeggiato occulta per qualche tempo si diffuse rapidamente in tutte le contrade dellacittà fra tutte le classi degli abitanti. Quella Magistratura Sanitaria, fatto trar fuori della città gl'infetti, gli ha confinati sullo scoglio di Sdoilza un miglio distante dalla città. Questa pestilenza durò circa sei mesi (Memoria tratta da un antico MS. di Alessandro Gazzari esistente presso un raccoglitore di cose patrie).

Dalle sovrasposte cose si raccoglie, che la pestilenza in questi ultimi tempi regnò in Italia otto anni di seguito; cioè dal 1522 al 1529. In tutto questo spazio che durò la malattia in Italia, assicura il Falloppio essersi costantemente osservato, che tutti i malati, i quali furono disanguati, morirono, mentre ne guarirono molti di quelli, coi quali non si usò del salasso.

A. dell'E. C. 1531. Nel Portogallo regnando Giovanni III infierì terribile e micidial pestilenza, la quale devastò molte città e castella di quel regno, e soprattutto la città di Lisbona. (Spondan. hoc. anno; et Pontan. de rebus memorabil. Georg. Agricola lib. de Peste; Gratiol. Catalog. Pest.).

Dal 1528 fino il 1532 in una gran parte di Europa vi ebbe di eccessivi calori a tale, che sembrava la state essersi prolungata cinque anni continui. Nel 1629 nel giorno 31 Ottobreuna parte dell'Olanda, della Zelanda, delle Fiandre restò sommersa dall'Oceano.

A. dell'E. C. 1533-34. Nel giorno 27 Marzo dell'anno mille cinquecento trentatrè si manifestò nuovamente la peste in Ragusi, recatavi dalla Turchia per ragione di alcune merci. Durò la maggiore sua furia fino al 4 Luglio appresso. Indi cominciò a declinare. Non estinta però del tutto, riaccendevasi di tratto in tratto. Durò così per altri 16 mesi incirca. Nel corso di questa pestilenza sono morti quarantasei individui del corpo de' nobili, e da circa due mila seicento delle altre classi. In mezzo a tale calamità, per ottenere da Dio salute fattosi voto dai Ragusei, si fabbricò una chiesa consacrata a Maria Santissima nel sito medesimo, ove giaceva la casa, in cui era scoppiata la prima scintilla del morbo. Riconosciutosi che la partenza del rettore e del senato dalla città cagionava maggiori danni, si decretò che nessun ne partisse. Il perchè usatasi maggior diligenza nelle guardie, nel provvedere ai bisogni, e nell'ajutare gl'infermi, la peste declinò più presto dalla sua naturale ferocia (Serafino Razzi Storia di Ragusi p. 107.).

A. dell'E. C. 1540. La peste in quest'anno devastò la Polonia (Papon. op. cit.) e nellostesso anno recò molti danni nel ducato di Munster nella Slesia (Adami Bibl. Loimic.).

Pur nello stesso anno 1540 la città di Ragusi venne ancor desolata da un doppio flagello, cioè dalla carestia e dalla peste, che succedette poco dopo alla fame. La contagione pestilenziale si sviluppò nel Marzo 1540, e continuò ad infierire per molti mesi fino al 1541. Moriron di essa da cinquanta individui del corpo nobile, oltre a quattromila e cinquecento persone delle altre differenti classi de' cittadini, e della plebe. In questo numero fur compresi pur quelli, che moriron di fame (F. Serafino Razzi Storia di Ragusi an. 1540. p. 236.).

A. dell'E. C. 1542. Secondo il P. Kirchero v'ebbe in quest'anno atrocissima peste a Costantinopoli; e da tale calamità andò contemporaneamente afflitta la Germania, peritavi dal contagio la maggior parte delle truppe imperiali nella spedizione Ungarica contro i Turchi. (Kircher.; Lebenswaldt op. cit.).

A. dell'E. C. 1543. A Stagno, picciola città appartenente una volta alla Repubblica, ora al Circolo di Ragusi, v'ebbe in quest'anno peste tanto atroce e funesta, che secondo lo storico Razzi vi perirono nove decimi de' suoiabitanti. Questa città, i cui vestigi mostrano essere stata una volta florida e ben popolata, ora è misera e pressochè spoglia di abitatori.

A. dell'E. C. 1544. Il Papon nella sua cronologia delle pesti fa menzione di una terribile pestilenza, che in quest'anno travagliò l'Inghilterra, la Germania, e la Francia. È facile (come altrove si avvertì), che gli autori abbiano chiamato col nome generico di peste alcune gravi epidemie tifiche, od altri morbi d'indole contagiosa e maligna. Ora però è impossibile di ben chiarirsi di questi fatti.

A. dell'E. C. 1546. Peste del pari fierissima in quest'anno nella Provenza, secondo lo stesso autore.

Nello stesso anno 1546 penetrata la pestilenza nel territorio del Narenta in Dalmazia, si propagò in diversi luoghi confinanti col tener di Ragusi. Ma ben custodito il cordone di guardie apposte alla difesa del paese di Ragusi, la peste non penetrò nelle terre di quella Repubblica (Seraf. Razzi Storia della Repubblica di Ragusi p. 265.).

A. dell'E. C. 1547. La Peste fece nuovamente immense stragi nella città di Costantinopoli. Si narra che vi perisse ogni giorno un numero assai grande di persone (V. Adami Bibl. Loim. p. 155.).

A. dell'E. C. 1550. Nel mille cinquecento cinquanta s'incontra di nuovo la peste nella città di Milano. Il Morigia nella sua storia pretende che per essa fosse tolta quella città la metà circa della sua popolazione (Papon. Chronolog. des Pest.).

A. dell'E. C. 1551. In quest'anno la peste afflisse la città ed i borghi di Sebenico in Dalmazia (Memoria tratta dall'Archivio Civico di quella città).

A. dell'E. C. 1552. In quest'anno v'ebbe peste crudelissima in Ungheria, nell'Austria, ed in varie parti della Germania. L'Italia non ne andò esente. Quindi penetrò essa nell'esercito di Carlo V, quando le sue armate invadevano i confini della Gallia, appunto nel tempo, che stavano all'assedio di Metz; e vi fece orrenda strage degli abitanti, e delle truppe. Si giudicò originata dai disagi della guerra, del freddo, e della fame (Andr. Matthiol. Comentar. in lib. VI. Dioscorid. Mambrin. Roseo lib. 6.; Adami Bibl. Loimic. p. 152.).

A. dell'E. C. 1553. Peste atroce e fierissima desolò in quest'anno la Gallia Narbonese. Tal contagione fu così veemente e micidiale, che, secondo che ne riferisce il Valeriola, gli uomini, caminando e discorrendo, perivano improvvisamente,quasi colpiti da fulmine (Franciscus Valeriola in suis Observation, et Enarration. Medicinal.).

A. dell'E. C. 1554. Fierissima peste regnò in quest'anno nell'Ungheria, e specialmente nella Transilvania, e ne' circonvicini paesi. Narra il Lebenswaldt che essa mostrava di sè un singolar fenomeno, qual era che i malati venivano straziati da dolori così crudeli e veementi, che per l'acerbità si laceravano co' denti le carni delle braccia e delle mani, e l'un l'altro furiosamente invadeva, comunicandosi a vicenda miseramente la contagione e la morte. (Lebenswaldt ad Fincelium; Papon. op. cit.).

A. dell'E. C. 1555. In quest'anno la peste ha fieramente travagliato la città di Padova. (V. Bassian. Laudi de Origine et Causis Pestis Patavinae an. 1555.).

Nello stesso anno 1555. V'ebbe peste nella Franconia (V. Klein Ludovic. Godofrid. Tentamen Physico-Med. de aere, aquis, et locis agri Erbacensis).

A. dell'E. C. 1556. La peste ha gravemente straziato in quest'anno la città di Venezia (V. Jo. Francisci Boccalini de Causis Pestilentiae Venetae ann. 1556.).

Nel medesimo anno 1556 la peste si esteseanco a Zara, ma vi fece poco danno. Danno maggiore le arrecò la carestia, che a quel tempo afflisse quella popolazione (Tazlinger in suis Memoriis).

Narra il Lebenswaldt aver negli anni 1554-55-56-57 inferocito in Germania e in parecchi altri luoghi la peste, per modo che non rimaneva più chi servir potesse a dar sepoltura ai morti. Dalla descrizione però ch'egli ne dà, sembra piuttosto essere stato quel morbo una particolare spezie di catarro contagioso epidemico, d'indole sommamente maligna e pestilenziale[16].

A. dell'E. C. 1560. Per tutto quest'anno la peste afflisse crudelmente or l'una, or l'altra parte di Europa. Riferisce il Palmario esserne stata soprattutto da tale calamità fieramente travagliata Parigi, dove accenna averne egli stesso superato la malattia presa in quella occasione.

A. dell'E. C. 1564. Nell'anno mille cinquecento sessantaquattro, secondo il Muratori, la peste infierì sì rabbiosamente sul Lionese, nella Savoja, stendendosi ai confini degli Svizzeri, e nel territorio de' Grigioni, che uccise in quelle bande poco meno dei quattro quinti degli abitatori (Muratori Lib. I. Cap. I.).

Vi ebbero in quest'anno quattro aurore boreali, una in Febbrajo; in Settembre, in Ottobre, in Decembre le altre (Papon. l. cit.).

In questo stesso anno 1564 la peste regnò anche nella città di Londra (Adami. Bibl. Loimic.).

A. dell'E. C. 1565. Nel mille cinquecento sessantacinque la città di Amburgo andò gravemente afflitta dalla peste (V. Jon. Bokelius de Peste, quae Amburgensem Civitatem an. 1565. gravissime afflixit.).

A. dell'E. C. 1566. Vi fu peste in quest'anno nella città di Weimar nella Turingia (V. Arnold Karner, Pestbüchel.).

A. dell'E. C. 1566-67-68. Il Palmario riferisce che nel 1566 ripullulò la peste in Parigi, la quale, secondo lo stesso autore, si propagò in varj luoghi della Francia ne' due anni susseguenti 1567 e 68.

A. dell'E. C. 1570. Peste in quest'anno nellaStiria (V. Constitut. Edictal. ratione pestis eod. anno publicat.).

In un ricinto, che serviva ad uso di cimitero vicino alla basilica di Ragusa, si rinvenne a piedi di un altare di s. Rocco la seguente iscrizione:Ex voto civitatis ob memoriam salutis receptae anno domini 1571, lo che prova che circa quest'anni vi fosse stata nuovamente la peste a Ragusi. Niente di più mi venne fatto di raccogliere intorno a questo contagio.

Peste fierissima vi fu nel 1570 nella città di Curzola, che terminò di distruggere quella popolazione. Finì nel 1571. (Memoria tratta da un antico manoscritto della città).

A. dell'E. C. 1571-72. Vi fu in quest'anno peste violentissima a Cremnitz, ed in altri paesi dell'Ungheria, la quale continuò anco nell'anno seguente 1572.

Nell'anno 1572 v'ebbe pur peste a Spalatro. (V. Bajamonti op. cit. p. 137.).

A. dell'E. C. 1572. La peste nell'anno mille cinquecento settantadue penetrò in Germania, ed incominciò le sue offese contro la città di Augusta, ove fece nel detto anno e nel susseguente miserando strazio di quegli abitanti. (Georg. Agricol. lib. de Peste).

Nello stesso tempo si propagò il contagio nellaPolonia, ed invase tutto quel regno, recando in ogni luogo gravissimi danni (Lebenswaldt; Managetta; Sorbait. Pestordnung p. 8. et 9. der Wiener Pestbeschreibung).

A. dell'E. C. 1575-76-77. Quest'anni infieriva, come si è detto nel 1571-72, la peste nell'Ungheria. Essa v'era del pari ne' paesi della Turchia confinanti coll'Ungheria, dove fin da quel tempo soleva essere famigliare. In sul finir di detta pestilenza certi mercatanti alemanni levaron di là alcune lor mercanzie, facendole per il Danubio passare in Germania. Quindi parte trasferitane a Trento, e parte, comecchè picciola, nella Svizzera. A Trento vi cominciò le solite sue rovine nel 1575. Calate che furon per l'Adige a Verona le mercanzie infette, qui pure si diffuse la contagione con danno gravissimo di questi abitanti. Da Verona il morbo passò a Mantova, dove spiegò egualmente la sua ferocia. Circa il mese di Luglio del 1575, quando infieriva più che mai il contagio a Trento e a Verona, un Trentino rifugiatosi a Venezia, vi recò in quella metropoli la peste. Per errore dei medici, che non la riconobbero, e per la soverchia fiducia de' magistrati nelle loro opinioni, trascurate in sul principio le necessarie precauzioni di Sanità, la peste vicagionò in quella città di spaventevoli stragi. Nel Dicembre del 1575 sembrava estinta, ma nel Marzo 1576 rincrudelì con vie maggior ferocia di prima. Vi continuò tutto l'anno 1576; e nel corso di diciassette mesi, che vi durò, perirono da circa sessanta mila persone. I due professori Girolamo Mercuriale, e Girolamo Capodivacca da Padova chiamati a Venezia dalla Repubblica per riconoscer la vera natura del morbo, che già cominciava a divenire sospetto, andarono errati nel lor giudizio con danno gravissimo de' Veneziani. Il primo descrisse tal pestilenza nelle sue pubbliche lezioni dell'anno 1576. La città di Padova nello stesso anno veniva pur desolata dalla stessa pestilenza, introdottavi per ragione di mercanzie infette. Quivi però finì alcuni mesi prima che a Venezia; nè vi menò tante stragi. Nella Svizzera fece ancor minor male, quantunque si fusse appreso il contagio in Zurigo, Bolzano, e in qualche altro luogo. A questo stesso tempo (del 1575, 76, e 77) la peste, secondo il Graziolo, sortita dalla Russia, e spezialmente dalla Livonia, invase la Sarmazia, e la Pomerania. Giusta il concorde sentimento de' cronologi furono infette a pari tempo l'Austria, la Transilvania, la Turingia, la Misniacon altre Provincie Sassone, Renane, Illiriche, ed altri luoghi del Belgio; e in Italia, la Sicilia, dove arrecò innumerabili danni, la Calabria, e le città di Forlì, e di Milano.

I Milanesi all'udir le prime voci di peste, che vicino infieriva per tante parti, affrettaronsi di usar buone misure di difesa, mettendo guardie ai loro confini, per impedire, quanto era in loro, di sì crudel nemico l'accesso; pur malgrado di ciò s'inoltrò esso nella loro provincia, recatovi da alcuni fuggitivi di Mantova. La pestilenza si manifestò da prima a Oleggio, indi a Nogara, Belignano, Monza; passò quindi nella città. Quivi cominciò in Agosto del 1576, e durò sino al finire del 1577, e vi perirono da 18,300 persone nella sola città. Questo fu il tempo, in cui s. Carlo Borromeo, il grande arcivescovo di Milano, con invitto animo e coraggio affrontò ogni pericolo, dando prove assai chiare delle sublimi virtù, proprie soltanto della religione di Cristo. I poveri ne furono largamente soccorsi e provveduti; la carità e la pietà recaron per tutto consolazione e conforto all'acerbità di tante sciagure. Si adottò l'uso della quarantena generale, ed altre sagge precauzioni e discipline, che prescrisse l'ufizio della Sanità, secondoche dava quel tempo. Ma siccome pur troppo alcune altre pratiche distruggevan le prime; così non se ne aveva un compiuto effetto; e la peste vi durò più di quel che doveva. I nobili, i ricchi, i potenti collo stesso Governatore si ritirarono nelle castella, e ne' poderi più discosti, ancorchè fosse stato ciò proibito: «scusandosi ciascuno con la pelle» come dice il Bugati. Anco a questo tempo grande quantità di lupi vidersi con istupore discesi nelle terre del Milanese, che ferivano e divoravan fanciulli, e gente d'ogni maniera. Altra singolarità, che contraddistinse tal pestilenza, fu quella, che aborrendo, specialmente le donne, di esser condotte e spogliate al lazzeretto o ad altri luoghi degl'infetti, o sì veramente prese alla superstizione uscendo del senno, si uccidevan da sè; tal che ben assai di loro, e giovani ed oneste, trovaronsi nelle lor case appiccate; e molte ogni giorno se ne trovavano; nè valeva por guardie per impedire sì fatta frenesia, dond'erano incolte. Il perchè a curarle, come si potesse il meglio, da così fatto malore, con prudentissimo consiglio si prese partito di sporre sulle pubbliche piazze alla comun vista i corpi ignudi di quelle, che si uccidevano di propria mano. Tanto bastò per sanarle. Finda quel tempo gli storici hanno posto attenzione al fenomeno, ch'è quasi costante in ogni pestilenza, cioè in ambo i sessi lo straordinario stimolo del naturale appetito; il che in que' tristissimi giorni, e specialmente subito menomato il pericolo pestilenziale, si osservò per modo, che secondo lo storico «sì dentro che fuori della città quasi tutte le donne restarono gravide, e se bene n'erano morti tanti, ne sariano nati più assai fra un anno; conciossiacosafosseche fin le sterili eran di parto, e che l'altre forse avrieno partoriti i figliuoli gemelli; oltre che erano riusciti molti amorevoli matrimonj ec.». Quest'è la pestilenza, in cui si trovò a Milano Lodovico Settala, il quale ci lasciò scritto il suo librode Peste et pestiferis affectibus; a Palermo Gio. Filippo Ingrassia, protomedico del Regno di Sicilia, il quale si giovò dell'occasione per corredare la sua Opera (del Pestifero e Contagioso Morbo ec.) di molte utili osservazioni, fatte, per così dire, su d'esso il campo di morte. Di questa stessa contagione, che travagliava il Belgio, nel 1575 morì Cornelio Gemma, celebre medico di Lovanio. (Mercurial. Lection. de Pestilentia, in quibus de Peste Veneta et Patavina; Georg. Garnerus Liber de Peste, quae grassata est Venetiis 1576;Ingrassia l. c.; Glissente, Trattato del metodo di vivere e precauzioni da osservarsi nel tempo di peste, Venezia 1777; P. Bugat., i Fatti di Milano al Contrasto della Peste del 1576-77; Cesare Rinci i cinque libri di avvertimenti, editti, ec. fatti in Milano nel tempo della Peste degli anni 1576-77; de Hortensiis Ascan. Lib. V. in quibus exponuntur observat. atque alia plurima, quae contigerunt in Mediolanensi peste an 1576-77; Karner. de Peste Friburgensi; Wolf de Peste Norimbergensi etc.; it. Adami; Lebenswaldt; Gratiol.; Mauroc. lib. 6.; Sorbait; Papon; Spondan. opp. citt. etc.).

A. dell'E. C. 1580-81. La peste desolò la Provenza nel 1580. Essa venne chiamatala gran peste, sì riguardo l'estension del paese, che invase, e sì per la lunga durata di tredici mesi in Aix; e in fine perchè ne perirono quasi tutti quelli, a' quali s'apprese. Questa si riaccese in Marsiglia nel Marzo del 1581, sì che ne distrusse quella popolazione, non lasciandovi superstiti più che tre mila abitanti (Papon op. cit.). Prospero Alpino nella sua operade Medicina Egyptiorumriferisce che circa a' quest'anni 1580-81 nell'Egitto sono periti dalla peste da circa cinquecento mila abitanti.

A. dell'E. C. 1586. La peste, forse non beneestinta, rigerminò in Francia nel 1586; e fece miserando strazio a Parigi. Il Palmario, medico dello Spedale degli appestati, ce ne lasciò una regolare e dotta descrizione. Vi narra egli che il più di quelli, che ne venivano presi, cadevano in frenesia, la quale si menomava, o accrescevasi secondo la varia scorrevolezza del ventre; talchè pareva che da quello dipendesse il suo variare. Durò a Parigi fino al 1587. Presa ne fu pur Marsiglia; ma spaventati, al primo suo comparire, quegli abitanti se ne fuggirono quasi tutti; il perchè non trovò materia da appiccarvi il mal seme, e in pochi dì vi si spense del tutto (Papon. op. cit.).

In questo anno stesso 1586 la peste travagliò l'Austria e l'Ungheria; mentre la fame, ed un fiero morbo epidemico affliggevano l'Italia ed il Belgio (Lebenswaldt op. cit.).

A. dell'E. C. 1591. Fu la peste in Trento, e in Roma. In questa città vi rapì da 60,000 persone. Avvisano però alcuni storici, non vera peste, ma altro morbo epidemico e dura fame essere stati di tanta mortalità la potissima cagione, sì nell'un luogo, che nell'altro. (Spondan. Kircher. Lebenswaldt; Papon. op. cit.).

A. dell'E. C. 1593. Il Lebenswaldt ricorda esservi stato quest'anno peste in Inghilterra.

A. dell'E. C. 1596. Quest'anno peste in Amburgo (Roderic. a Castro de Natura et causis Pestis, quae an. 1596. Hamburgum afflixit). Ciò non per tanto alcuni pongono in dubbio, se questo morbo fosse vera pestilenza, o no.

A. dell'E. C. 1598. Rigermogliata la peste in Francia, involò alla città di Marsiglia in quest'anno quattro mila persone (Papon. l. c.). Stando al Lebenswaldt, la città di Lisbona incominciò in detto anno 1598 a provare i primi colpi della peste, che v'infierì qualche anno dopo.

A. dell'E. C. 1599. Perchè la peste non era per anco al tutto spenta in Francia, vi ripullulò in quest'anno, e a Bordeaux, e ne perì gran numero di persone (Papon. op. cit.).

A. dell'E. C. 1601-2. Fu a Lisbona in quest'anni fiera e micidial pestilenza. Tutti i mezzi adoperati per estinguerla riuscendo vani, si credette necessario il dar fuoco al grande Ospital Regio, la cui fabbrica importò grandi somme, avvisatosi per quel modo di spegner con esso ogni germe del contagio (Lebenswaldt; Zacut. Lusitan. Medic. Princip. histor.).

A. dell'E. C. 1603. In quest'anno vi fu peste funestissima nella Livonia, succeduta a carestia desolatrice, anzi ad una fame delle più crudeli ed orribili, che ricordi la storia. Per la fame vi si divoravano i cani, i gatti, i topi, e, cosa che fa inorridire, sin anche i cadaveri si disotterravano per isbramar con essi la fame (Lebenswaldt ad ann. 1602. V. Wiener Pestbeschreibung; Tobias Dornerell von der Pestilenz im Jahr 1603.).

Nello stesso anno 1603 v'ebbe funestissima peste nell'Inghilterra. Scrivesi che nella sola città di Londra perivano da circa due mille persone ogni settimana (Wienerische Pestbeschreib. und Infektions' ordnung T. I. Cap. 7. Lebenswaldt ad h. an.).

A. dell'E. C. 1606. Peste fiera regnò quest'anno in più luoghi della Germania, secondo il Lebenswaldt; nel Palatinato del Reno, a Magonza e nel suo Territorio, nel Maddeburghese, e in altri luoghi.

A. dell'E. C. 1607. La peste travagliò nel mille seicento sette la città di Augusta (V. Joan. Castelli de Peste ejusque causis, signis etc. Augustae Vindelicor. 1608.).

A. dell'E. C. 1607-8. Sotto l'arcivescovado del dotto, ma troppo riscaldato filosofo e politicoMarc'Antonio de Dominis si appiccò la peste in quest'anno alla città di Spalatro, la quale fu così fiera e mortale, che vi estinse la maggior parte di quegli abitanti. Molti al primo annunzio di peste sono fuggiti; ma di quelli, che rimasero nella città, da circa quattro mila perirono. Sembra che abbia continuato il flagello fino al 1608. Ad illustrazione di questo fatto piacemi di riportare uno squarcio tratto dall'Illyricum Sacrumdi Michele Farlato T. III. pag. 489; non che una Memoria cavata da un MS. autografo dello stesso arcivescovo de Dominis del 1612.[17].

A. dell'E. C. 1609. Il Lebenswaldt stessonarra che nella città di Londra, o introdotto di nuovo, oppur rigermogliato, scoppiò il contagio, estinte per esso in quell'anno da 11,587 persone. Per altri si dubita, se questo morbo sia stato veramente la peste, od altra spezie di malattia epidemica, prodotta dall'inclemenza della stagione, che fu oltre modo mutabile e varia per tutto il corso dell'anno.

A. dell'E. C. 1610. Insinuatasi quest'anno la peste nella città di Basilea, vi uccise da circa quattro mila persone (Uret., sive Wursteisen Chronic. Basileens.).

A questo tempo medesimo v'ebbe peste a Colmar, a Schelestadt, ed in tutta l'Alsazia. Mentre la contagione pestilenziale infieriva sopra gli uomini, una maligna epizoozia distruggeva gli animali. Anzi narrasi che gli stessi volatili silvestri n'erano presi, tal che assai sovente vedevansi dall'aria cader a terra colti da improvviso malore (Lebenswaldt op. cit.).

A. dell'E. C. 1611. Nell'anno mille seicento undici vi fu peste in varj paesi della Svevia. (Lebenswaldt op. cit.).

A. dell'E. C. 1613. In quest'anno si manifestò la peste nell'esercito del re di Danimarca; e, secondo il Ricciolo (Chronic. Magn.) vi fece orrenda strage. Si osserva però, che,siccome tal malore fu limitato ai soli soldati e non appresasi ad alcuna classe della civica popolazione; così vuolsi creder piuttosto che quella fosse un'altra epidemia.

A. dell'E. C. 1614. La peste, forse non bene estinta nel circolo della Svevia, ripullulò quest'anno nella città di Dillingen, residenza del principe vescovo di Ausburgo (Carol. Stengel. Historia Pestis Dillingae a. 1614.).

A. dell'E. C. 1619. La peste rinnovossi in quest'anno nella città di Augusta, e vi recò molti danni (V. Raymund. Minderer Lib. de Pestilent. Augustae Vindelic.).

Nel detto anno mille seicento diciannove morirono dalla peste in Zara il maggior numero di quegli abitanti; talchè terminato il male, che durò nove mesi, si contarono viventi sole 2073 persone. Il contagio passò poi in altre città della provincia (Joan. Tanzlinger in Dam. Chronologic. Jadrens. n. 97. Simeon Glinbavaz in suis memoriis[18]).

A. dell'E. C. 1623-24-25. In questo triennio fu una peste così terribile e micidiale a Petau o Petaw, piccola città dell'Austria nellaStiria inferiore, che, durando troppo lungo e miserando lo strazio di quella popolazione, ne andò essa quasi interamente distrutta. Tale era il terrore, messo negli animi, dalla violenza del male, che, tutto il tempo che vi durò, non eravi quasi più alcuno, che osasse avvicinarsi a quella sventurata città, convertita pressochè tutta in uno squallido e tristissimo cimitero (Lebenswaldt P. I. p. 26. Adam. Bibl. Loim. p. 98.).

A. dell'E. C. 1625. In quest'anno v'ebbe di nuovo la peste a Londra, e nella città di Metz nella Lorena (Papon. op. cit.).

A. dell'E. C. 1626. Fiera peste vi fu quest'anno a Tolosa nella Linguadocca; la quale, non bene estinta, poco dopo si riprodusse (Papon. op. cit.).

A. dell'E. C. 1627-28. Riferisce il Lebenswaldt aver regnato a' quest'armi fierissima peste in Costantinopoli. Narra egli ancora che per sottrarsi quegli abitanti alla furia del morbo struggitore, che ardeva in ogni parte, ed ampliavasi rapidamente, furon costretti in gran parte d'abbandonare le lor case e tutte le loro sostanze, fuggendo alla campagna. Lo che non è da credere sì di leggieri rispetto ai Turchi, stante il fatalismo, che regna infra loro. Lostesso autor riferisce che a questo tempo (cioè negli anni 1627-28), la città d'Augusta, percossa nuovamente dalla peste perdette da circa trenta mille persone.

Ma or mi s'apre nuova luttuosissima scena di orrori e di stragi. La pestilenza, che son per descrivere degli anni 28 e 29 in Francia, 29, 30, e 31 in Italia, è una delle più spaventevoli, e più micidiali, ch'abbiano mai inferocito sulla umana generazione.

A. dell'E. C. 1627-28-29. Abbiam già veduto fin dal 1625, che la peste aveva incominciato ad affliggere alcuni paesi della Lorena, e che nel 1626 erasi ampliata in altri luoghi della Francia. Quivi, a questo tempo le false dottrine di Lutero e di Calvino, assalendo i principj dell'antica religion dominante, avevano seminato il fuoco della discordia, sollevati partiti, e gittate specialmente le Provincie Meridionali in preda alla guerra civile. Quindi ne' continui movimenti di truppe, e fra i disordini della guerra il contagio pestilenziale aveva grande opportunità e mezzi parecchi di vieppiù propagarsi, e di preparare le sue rovine.

Alla fine di Settembre del 1628 fu portata la peste nella città di Lione. Assicura il Papon che ciò sia seguito col mezzo di alcuni soldativenuti d'Italia; ma non sì tosto si dichiarò quella esser la peste, che gli abitanti, da grande spavento presi, d'altro non si occuparono, che de' mezzi di porsi in salvo, fuggendo dalla città. Quindi, imballate le masserizie lor più preziose, e dato ordine alle lor cose più care, affrettarono il momento di abbandonar il natio paese. Quelli, che avevano case proprie alla campagna, vi si ritirarono, ma chi non le aveva, dalle città e da' villaggi vicini vennero colla forza respinti, per modo che si rimasero erranti senza tetto, e senza ricovero. A taluni affannati e mal conci riusciva di poter alla città ritornare. I sintomi, che accompagnavano la malattia, erano violentissimi. Per lo più manifestavasi in alcuni la frenesia, che non cessava che colla morte; in altri il delirio giugneva a dovernegli far incatenare. Cadevano altri in profondo sopore, donde cosa nessuna valeva a riscuoterli. Sofferivano altri ostinatissima veglia, vomiti continui, diarree che gli sfinivano, e spessi svenimenti, con dolori atrocissimi, urente ardore alla region de' precordj, violentissimi dolori di testa, delle reni, e degli arti, ec. Passavano alcuni sei o sette giorni senza cibo di sorta, quando altri divorati venivano da canina famee continua. Serie infinita di contrarj sintomi comparivano; v'erano esantemi lividi, carbonchj, buboni, tumori al collo, ec., e si terminava in breve la sofferenza, e la vita. Alcuni cadevano morti in sulle strade improvvisamente; ed altri, presi da mortali angosce, nell'atto di coricarsi a letto spiravan l'anima. Il morire secondo ordine era fra due, tre, quattro, o sette giorni dall'accesso del male. Il morbo non sì alle donne, come agli uomini si apprese; nè questi, come quelle, sì di leggieri il vincevano, appreso che lor si fosse. I medici non sapendo propriamente che farsi d'una malattia, di cui ingenuamente confessavano la loro ignoranza, stavansi neghittosi senza far nulla. In loro luogo si fecero avanti di molti empirici; come suol avvenire in tempi di spavento, e ne' luoghi di confusione e disordine. Si osservò che l'uso del vino fu utile, e funesto l'abuso. A parecchi tornò vantaggiosa la zuppa d'orzo, ripresa cinque o sei volte al giorno, e nessun'altra cosa nè alimento, nè medicina. Un religioso s'occupava in far cauterj, e applicare vescicatorj; preservativo che fu riconosciuto eccellente. A due fratelli fornaj appresasi ad uno stesso tempo la peste, uno ai primi sintomi si cacciò nel forno ancoracaldo; sudò molto, e guarì; l'altro, che sì non fece, credesi che sia morto.

Non v'ha cosa, che uguagliar possa lo spettacolo d'orrore e di pianto, che offeriva di se a' risguardanti la città di Lion ne' mesi di Settembre, Ottobre e Novembre. Da tre a quattrocento persone all'ora venivano colte, parte dall'infezione, parte da morte. Stavano sei o sette malati nella medesima camera, tre o quattro nel medesimo letto; l'uno moriva, l'altro era agonizzante; e quale tormentato da acerbissimi dolori metteva angosciose grida, mentrechè l'altro fatto delirante, e divenuto maniaco per effetto del male, commetteva stranissimi eccessi. In questo mezzo i meno gravati dal male desolati e tristi usavano delle fiocche lor forze a soccorrere chi più ne aveva bisogno. Chi per lo spavento impazziva, chi diveniva muto, chi sentendo i sacri bronzi invitare alla preghiera per la cessazione del male, colto da brividio d'improvviso terrore cadeva malato, e in poche ore si moriva. Le strade erano tutte, parte diserte, e parte ingombre di cadaveri. La fame, la immondezza, l'abbandono concorrevano ad abbreviare gl'istanti dei miseri infermi, cacciati negli spedali; alcuni di loro, mentre combattevano ancorcolla morte, venivano da' ladri spogliati d'ogni lor masserizia e danaro. Se le più autorevoli storie nol ci confermassero, appena uom crederebbe la natura e moltiplicità de' misfatti, che in sì trista calamità si commettevano. Un testimonio oculare sia suggello al mio dire. Egli assicura che gli eccessi giunsero a tanto che v'ebbero da trovarsi a Lione e a Milano, e in altri luoghi cotanto perversi uomini, che coll'opera loro procuravano di propagare essi stessi la peste, infettandone le case e le persone sane. A tanto giugne l'umana malvagità pur sotto il flagello! Alcuni gittati semivivi nelle fosse coi morti se ne traevano il giorno appresso ancor vivi[19]. Altri sentendo vicina l'ultima ora avvolgevansi in un lenzuolo per menomarsi l'orrore d'esser nudi sepolti; altri scavatasi la propria fossa, vi si coricavano presso di maniera, che speravano potervi dentro cadere senza lasciarne sì tristo ufizio a' suoi col pericolo di andarne pur essi infetti. È degno di considerazione, come i piùdi leggieri venivano dimenticati, e come in tante sciagure si passava poi dalla tristezza alla consolazione; come si si abbandonava alle passioni, a' piaceri, manifestando somma indifferenza sugli altrui mali. Risonavano le taverne notte e dì di grida, e di suoni, di bestemmie, e di smodati cantari. Si vide pur anche chi accompagnava i funebri carri, ir cantando e saltando; e parecchi maritarsi fino a tre volte. Una donna fra l'altre si sposò successivamente a sei mariti in poco di tempo, e li seppellì tutti e sei, senza averne preso la peste. È pur considerevole, che in questo corso di pestilenza gli sterquilinj, e le case d'immondezza ripiene fossero luoghi di maggior sicurezza, che non erano le case ventilate e pulite. La peste cominciò a diminuirsi nel mese di marzo 1729; e fu pressochè estinta ne' mesi di Giugno e di Luglio. Se ne riaccesero le scintille in Agosto; ma in Settembre terminò affatto. La peste lasciò quasi in tutti quelli, che ne sono guariti, assai triste conseguenze e reliquie, rimasti tutti più o meno infermicci. Chi ne andò cieco, chi sordo, e chi muto; ed i più mal fermi delle gambe. Non è conforme tra gli storici il numero de' morti. Danno i più, che di tal peste sieno periti da circa 70 mila persone;il che è pur verisimile, atteso il sommo disordine nella cura e nel corso di tal malattia. Di gravissimi falli si accusano i Magistrati municipali di Lione. Dal soprattocco abbandono grandi sconvenevolezze ne derivarono, anche per riguardo alla legittima successione delle famiglie, perchè insorsero di lunghissime liti, e rovinose (Theoph. Reyn. de Mart, pro pest. p.451.Papon. T. I. pag.165.).

A. dell'E. C. 1629. Nel mese di Luglio del mille seicento ventinove un Cappuccino, infetto di quattro carbonchj e di due buboni, giunse a Montpellier da Tolosa. I medici, secondo lor uso, disputavan fra loro sull'indole di quella malattia. Alcuni tenevano che fosse peste, altri il negavano. Il Cappuccino intanto morì fra brevissimo spazio di tempo; ma non perciò la quistion terminò. Due dì appresso morì altra persona co' medesimi sintomi; ed anzichè conchiuderne la cagione, si riaccese la disputa sempre più viva; per modo che i medici disputavano co' sillogismi, e la peste la finiva col fatto, assalendo qua e là le persone indifferentemente. Si occultarono colla maggior gelosia questi nuovi accidenti; il che impedì agli officiali del Municipio, sotto la presidenza del celebre medico Ranchin, di prendere le necessarieprecauzioni per arrestare i progressi del male. E di vero, per alcuni giorni non si sentì più parlare d'infortunj, nè di morte. In questo mezzo arrivò a Montpellier il cardinal Richelieu; vi giunse il Re poco appresso con numerosa corte, e porzion dell'armata, che faceva la guerra ai Calvinisti. Non appena e' vi giunse, che il male, che covava occulto, apertamente scoppiò ad un tratto in più contrade della città, e vi sparse il terrore. Il Re fugge, l'armata se ne ritira, gli abitanti smarriti fanno loro fardelli e bagagli; chi fugge da una parte e chi dall'altra. Le strade ne van piene di fuggitivi, non sicuri nè anche di trovare asilo. I consoli o provveditori della città, riavutisi dal loro sbigottimento, s'occuparono seriamente della salute de' cittadini; ma in vano, perchè troppo tardi. Tra i diversi provvedimenti creano un Consiglio di Sanità; ma della paura ne fuggirono gli eletti. Questa peste aveva a un incirca i medesimi segni delle altre. Spiegò essa la maggior sua violenza nell'autunno del 1629; andò quindi declinando per gradi fino all'Aprile del 1630, in cui fu estinta; ma di essa in questo spazio perirono nella città di Montpellier da circa cinque mille persone, cioè a dire la metà di quantieran rimasti in città. Fra' morti si contò gran numero di religiosi e di chirurghi impiegati all'assistenza degl'infermi. Terminò in Aprile, e gli abitanti fuggiti vi ritornarono senza pericolo La municipalità, durante il contagio, mantenne certo ordine d'amministrazione, e tra le misure migliori quella si fu di far trasportare i malati fuori della città. I latrocinj nel tempo di questa peste non furon meno frequenti, che negli altri luoghi. A Montpellier si ebbe singolare altra specie di furfanteria; questa è, che i serventi degli ammalati nelle case e negli spedali s'accordavan fra loro, inducendo gl'infermi a far testamento reciprocamente a loro favore. Nè anche il terribil cospetto della morte tiene in freno la sozza e cieca passione dell'avarizia, e della frode.

La città di Digne nella Provenza fu pur in quest'anno 1629 travagliata fino agli estremi dalla peste. Essa presentò questa volta dei singolari fenomeni. Gl'individui, che ne furon presi, vennero tormentati da sete ardentissima, da veglia, da gravezza di capo, stanchezza e sfinimento di forze, debolezza e mancamento della voce, nausee, vomiti, ardori d'urina, sputi misti di sangue, copiosi sudori, brividi, convulsioni, delirio, frenesie. Oltre di ciò buboni,or uno, or più, della grossezza di un'amandorla o di un uovo con dolori violenti, e senza infiammagione. Non di rado si risolvevano, ma per lo più suppuravano e s'aprivano, ed allora i dolori diventavano insofferibili; spessissimo carbonchi, de' quali se ne osservavano tal volta fino a dodici, in un solo individuo, ora lividi, ora purpurei, accompagnati da ardori vivissimi, e da pustole, che rodevano le carni. La maggior parte de' malati divenivano gonfi; e molti ne morivano improvvisamente senza aver dato alcun segno di malattia. I cadaveri erano orribili a vedere; avevano il viso storto, sghembo, le membra rigide, e ordinariamente contratte.

In questa pestilenza, secondo il Papon e il Gassendi, che la descrissero, intervennero particolari fenomeni. Tra gli altri si vide un malato uscir repentinamente dal letto, arrampicarsi per le mura della casa, salire in sul tetto, e gittarne le tegole in sulla strada. Altri, salito sopra un tetto col mezzo di una scala, danzarvi qualche tempo; disceso quindi darsi a correre per la città, finchè presentatosi a un corpo di guardia ne venne ucciso con un colpo di fucile. Tale dallo spedal si fuggì, corse alla sua moglie, ch'ebbe la debolezza diaccondiscendergli, e nell'atto stesso ambedue si morirono. Un altro malato, immaginandosi nel suo delirio di poter volare, prese il volo da un sito elevato; ma caduto, si fracassò; ed altro, credendo di essere in una nave agitata dalla tempesta, gittò le sue masserizie in sulla strada, avvisando di menomare il peso delle mercanzie, onde salvare il naviglio dal naufragio. Uno sventurato padre, in istato di delirio, gittò dalla finestra il suo figlio ancora in fasce. Una giovane di vent'anni riebbesi del suo letargo nell'atto, che fu gittata sopra un mucchio di morti. Un'altra di 25 anni, caduta per quella malattia in una fossa, vi restò tre giorni senza segni di vita, il quarto, destatasi dal dolore cagionatole dallo scoppio di un bubone, risanò. Una vedova malata, priva d'ogni soccorso, restò sei dì nella sua stanza, senza mangiare nè bere, e dopo tanta inedia si guarì. Un uomo, preso dalla peste, e rimasto senza dar alcun segno di vita, sua moglie, che lo credeva morto, gli scavò la fossa, ma non avendo forza bastante di portarvelo, nè strascinarvelo, lo lasciò nel suo letto altri quattro giorni, al termine de' quali si svegliò, alzossi, e uscito di casa diedesi a scorrere per la campagna, profetizzando ed annunziando il giudiziofinale, coll'esortar gli uomini alla penitenza, maledicendo quelli, che non si genuflettevano dinanzi da lui; ed altre sì fatte stravaganze; così fece fin che durò il delirio, il quale poco dopo terminò, e terminò pure felicemente la malattia.

Lo spettacolo, che offeriva la peste alla campagna, era altresì il più lagrimevole e spaventoso. Gli abitanti colpiti dalla peste si coricavano in sulla terra, e quivi ben presto esalavano l'anima, privi d'ogni soccorso. Trovaronsi dei fanciulli, che succhiavano il seno della madre già morta; altri che le capre avean preso cura di nutrire. D'ordinario in famiglia i vivi prestavano ai morti gli ultimi uffizj della sepoltura. Il padre seppelliva suo figlio, il figlio scavava la fossa al padre, il marito sotterrava la propria moglie, la moglie rendeva questo ultimo doloroso ufficio al marito; e le fosse erano così poco profonde, che il più leggier vento discopriva le membra livide dei cada veri.

L'arte medica e chirurgica fecero assai poco a pro' di quegli infelici. Appena 500 persone furon soccorse confusamente dall'arte; e di queste la maggior parte morì.

L'immagine della morte era da per tutto a tutti presente. Ciascuno non si occupava più,che di se, e del proprio pericolo, nè pensava a quello degli altri. L'uno l'altro fuggiva. Non si dava più alcuno scambievole soccorso. La desolazione era generale ed estrema.

Il flagello della peste cominciò a Digne il primo giorno di Giugno 1629, e vi durò quattro mesi. Per tutto questo tempo il cielo fu coperto di dense nubi, l'aria esprimeva un calore bruciante, e vi ebbero frequentissimi temporali. Nessun uccello si sentì in tutto quel tempo nè in città nè in campagna. Nessun'altra malattia regnò oltre la peste. Nella prima settimana di Giugno morivano 3 o 4 persone al giorno; verso la metà fino a 15;fino a 40 circa al principio di Luglio; e fino a 100 verso la metà; da 160 alla fine dello stesso mese ed ai primi di Agosto. Alli 15 di Agosto la malattia cominciò declinare. Nel mese di Settembre non vi avevano, che 5, o 6 morti al giorno; in Ottobre terminò intieramente. Fra la città e la campagna non restaron superstiti, che solo mille e cinquecento persone di 10,000, a che montava quella popolazione; sicchè 8,500 perirono, che è a dire, quasi sei settimi di tutti gli abitanti nello spazio di cinque mesi; più uomini che donne, più giovani che vecchi. Fra i 1,500 individui, che sono rimasti, non ve n'erano, checinque o sei soltanto, i quali non fossero stati presi dalla malattia. La peste ricominciò sei mesi appresso; ma quegli abitanti, che fresca avevano la memoria delle passate disgrazie, se ne fuggirono quasi tutti, e non vi perirono, che cento persone, tutte straniere. Nessuno nuovamente fu preso di quelli, che avevano superata la malattia. Si attribuì cotanta strage all'inesperienza de' medici, allo spavento de' magistrati, alla mancanza di buona polizia Sanitaria, e degli opportuni provvedimenti; alla confusione, e al disordine, che quivi regnò. Un decreto del Parlamento proibì sotto pena di morte agli abitanti di Digne l'uscire della città. Il commissario incaricato dell'esecuzione, quando aveva qualche ordine da notificare agli abitanti, si metteva sul ponte della Bleona, faceva suonar la tromba, e quegli sventurati accorrevano in folla, comunicandosi il contagio l'un l'altro. I paesani de' contorni, che armavano il cordone attorno la città, e custodivano i passaggi, confiscavano e s'appropriavano le poche provisioni, che onorate e liberali persone inviavano a Digne ai loro parenti ed amici. Alcuni barbari monopolisti vendevano a troppo grave prezzo le derrate, che non si potevano aver che da essi. Mille ruberie, incendj, atrocità accrebberola desolazione e gli strazj di quella sventurata popolazione (Gassendi Notit. Eccles. Diniens. Papon. T. I. p.194.). Questo medesimo flagello desolava allora Aix, Marsiglia, quasi tutta la Linguadocca, e la Provenza. Ciò riguardo alla Francia.

A. dell'E. C. 1629-30-31. Nell'anno 1628 vi fu gran carestia in Italia, e specialmente nello Stato di Milano, e in alcune terre della Lombardia, accresciuta poi dalla guerra, che sopraggiunse di maniera che in detto anno 1628, e nel seguente 1629 morì di fame e di stento non poca gente[20].

La guerra che successe a quest'anni tra la Francia e l'Austria per la successione al ducato di Mantova, diede occasione alla peste, che si sviluppò nella Lombardia, e quindi in quasi tutta l'Italia. Secondo l'opinione degli storici essa vi fu portata dalle truppe Alemanne, e specialmente da quelle venutevi dalle Fiandre, ov'essa a quel tempo crudelmente infieriva. La peste si spiegò da prima nellaparte settentrionale del Milanese; nè vi fu conosciuta, se non quando aveva già fatto di molti progressi, nè tempo era più di arrestarla. Alle prime notizie, che se n'ebbero a Milano, il magistrato di sanità inviò commissarj sopra luogo, tra' quali il medico Tadino del magistrato medesimo, che poi ci lasciò la storia di questa pestilenza.

Que' commissarj trovarono gli abitanti delle città in preda allo spavento, i quali fuggivano alla campagna, e riconobber col fatto che la malattia, da cui erano afflitti, era la vera peste, e donde fosse proceduta. Prescrittivi alcuni rimedj, provvedettero pur il paese di viveri, ma non preser alcuna precauzione per arrestarne i progressi. Vi lasciarono aperte e libere le comunicazioni, come per l'innanzi: e la peste vi si dilatò e diffuse con una rapidità incredibile. Penetrò essa a Milano in sul finir dell'Ottobre del 1629 per ragion di alcune robe, che taluni del popolo avean rubate, o comperate dai soldati Alemanni.

La città di Milano astretta così dall'imminente pericolo, in cui si trovava, cominciò a formare un governo conforme alle circostanze, e lo affidò per ogni parte amministrativa e politica al magistrato della Sanità, compostodi nobili, di cittadini, e di medici. Questo magistrato divise la città in quartieri; vi stabilì de' lazzeretti; distribuì le mansioni; ordinò non poche e buone discipline, e saggi provvedimenti di polizia; ma non porse molto di considerazione alle forme e al divisamento dell'esecuzione; perchè moltiplicandosi in alcuni casi la ragion dell'usare degli abitanti fra loro, giusta i bisogni comuni di sussistenza, sovente s'abbattevano in folla ad alcuni luoghi della città, e così ne veniva cresciuto l'alimento al contagio. D'altra parte l'incredulità de' cittadini, l'ignoranza prosuntuosa di alcuni medici e chirurghi, che si ostinarono a sostenere che quel male non fosse peste, contro l'autorità di molti altri dotti e sperimentati che l'affermavano, ne originarono una specie di scisma nella città, e ciascun partito vi aveva i suoi partigiani. Mentre costoro disputavano, la peste ampliava le sue conquiste, e finalmente la morte a visiera alzata abbattendo da tutte parti gran numero di vittime, disingannò gl'increduli. Crescendo i malati e i sospetti, si aumentò il numero dei lazzeretti fino a quattro, ma, neppur questi bastando, fu preso il partito di lasciar nelle loro case que' malati, e sospetti,che avevano comodi alloggiamenti per esserne sequestrati. Si adottò in oltre la misura di cacciare dalla città tutti i forestieri, i vagabondi, le persone senza mestiere; e su di ciò qualche storico osserva, che questa disposizione, la quale sarebbe stata utile ed opportuna in principio, doveva esser riguardata, come barbara e improvvida a quel momento. Cacciar fuori tante persone da una città, ove la peste era nel forte, oltre che era cosa inumana, non poteva aver che tristissime conseguenze per tutto il resto d'Italia. Quest'infelici non potevano, nè dovevano esser ricevuti in alcun luogo; stretti dall'imperiosa necessità di procurarsi di che vivere, dovevan tutto tentare. L'estremo bisogno e la disperazione inducono l'uomo a vincere le più gravi difficoltà, e a commettere di gravissimi eccessi. Giunto il carnevale, si volle osservare il rito Ambrosiano, ad onta dell'opinion de' più saggi magistrati, e dar luogo ai soliti divertimenti, e a' baccanali, per lo innanzi già usati. Finalmente non preveduti gli accidenti succedendosi l'uno all'altro rapidamente, e aumentandosi ogni giorno più la malattia, non bastando mezzo nessuno a combatterla, si cominciò a vedere in essa qualche cosa di soprannaturale; quindi si prese a chiamarlamale divino. Il perchè si ebbe ricorso alle preghiere pubbliche, alle processioni, e alle penitenze. Ma Dio non fa miracoli ad ogni nostra inchiesta; sicchè queste pratiche (ragionevolmente parlando) concorsero anzi a vieppiù accender la peste. L'affluenza di molte persone in un medesimo luogo, la mescolanza di più individui e diversi, sani e malati, o che sieno pur mo' guariti, o che nascondano il male, senza un miracolo far altro non possono, se non influire all'aumento, e alla propagazione del male. Quindi è che a quel tempo il numero dei morti giunse fino ai 3555 al giorno; e questa grande mortalità durò qualche tempo. Vedendosi continuare una strage sì orribile, si andò pensando a straordinarie cagioni. Dappoichè i giovani dell'uno e dell'altro sesso andavano di que' dì a pie' nudi per ispirito di penitenza, si pensò che alcuni scellerati, con divisamento di nuocere, avessero abbrucciato robe da appestare, e sparsene poi le ceneri in sulle strade, per le quali dovevan passare le processioni; e così spacciavano sì fatte fole. Si credette pure che in quella terribile circostanza vi fosser uomini tanto perversi, che, per uccidere chi lor piacesse, formato avessero unguenti misti di materia purulenta pestilenziale,o d'altre sostanze venefiche e micidiali. Il fatto fu pur anche giuridicamente chiarito. S'arrestarono i pretesi colpevoli, e dicesi, che confessassero il loro misfatto, e sieno stati puniti. La casa, ove si è creduta eseguita la manipolazione di questi veleni, fu spianata, e vi si innalzò una colonna d'infamia il dì 30 Agosto del 1630 con epigrafe, che ciò manifestasse all'età avvenire. Il Muratori dice di averla veduta. Lo stesso però osserva, che le persone spaventate veggono mostri e fantasime, ove non sono; che in tempi di terrore e di miseria è facil cosa, che l'immaginativa si riscaldi; che si offuschi la ragione, e che a forza di tormenti si cavi di bocca alle persone la confession di delitti, che non hanno giammai commessi. Ciò non per tanto cotali misfatti in caso di pestilenza si narran da tanto accreditati autori, e da molti, che pur si può credere che sieno stati le più volte commessi. Io poi posso e debbo crederlo più d'ogni altro, dappoichè alcuno d'essi avvenne quasi sotto a' miei occhi, come a suo luogo per l'appunto riferirò. Finalmente la peste era già in sul finire; e si ordinò la quarantena generale, che produsse ottimo effetto, tanto più ch'era già il mese di Dicembre del 1630, ed il freddoagisce contro il mal influsso pestilenziale. Si conta che Milano abbia perduto per questo contagio da circa 160 mila abitanti, e che in proporzione maggiore sia stata la perdita, che seguì nel Ducato. Comunque ne sia, la mortalità dee essere stata grandissima, se pur non fosse in tutto, quale ci vien narrata (Tadino Origine e progressi della gran peste di Milano lib. I. cap.4.; Joseph Ripamonti de Peste Mediolanensi; Muratori Governo Politico ec.).

La primavera dell'anno 1629 fu calda con piogge continue; secca la state con eccessivi calori. Nel 1628 comparve una gran cometa, da cui gli astrologi, che ben avevano allora grande influenza sullo spirito popolare, presero argomento di far pronostichi funesti all'Italia: «Fames in Italia, morsque vigebat ubique». È più probabile però che que' ciarlatani per conservarsi in credito abbiano fatto questa predizione dopo gli avvenimenti.

Nell'anno 1629 insinuossi pur in Dalmazia la peste, e vi attaccò Spalatro, recandovi nuove rovine. Quivi scopertasi, gli Zaratini usarono di ogni diligenza, perchè non penetrasse nella città loro. Aprirono il lazzeretto per li sospetti, e si giovarono d'altre precauzioni per difendersi da questo formidabile nemico.Ad onta di tutto ciò per introdottevi merci penetrò anco in Zara l'anno 1630, e vi sterminò in poco di tempo più di mille persone, oltre a tre mille e più del suo allora popolato contado: tra queste cento quarantadue ecclesiastici. Il morbo fu violentissimo, ma di breve durata, interamente cessatovi lo stesso anno, e riconosciutane apertamente la grazia dalla intercessione del santo vecchio Simeone. In quel tempo di pubblica calamità gli Zarattini fecer solenne voto di affrettare la traslazione del corpo di detto santo; lo che eseguirono con magnifica pompa l'anno 1632 (Joan. Tazlinger op. cit.; Laurentius Fondra Historia Simeonis).

A. dell'E. C. 1630. Cotesta fierissima pestilenza, che mi fo a descrivere, prese in quest'anno a vieppiù desolare molte parti d'Italia. Dessa fu preceduta da crudelissima fame, come si è detto; la quale per le devastazioni della guerra divenuta più atroce, alterando e debilitando la complessione de' corpi, accresceva al contagio la potenza di nuocere e di propagarsi. L'un dopo l'altro cadevan morti gli armenti, colpiti da maligno epizootico morbo; il quale, congiunto cogli altri mali, compieva in Italia lo spettacolo più doloroso e funesto. Il Milanese, come ho già soprattocco,era già in preda a tutte le desolazioni del più fiero contagio. Brescia col suo territorio già ne provava i tristissimi effetti. Mantova assediata dagl'Imperiali al di fuori, dalla peste straziata al di dentro; così in varie altre città e paesi divampava la peste. Verona, che si trovava in mezzo a tutto questo fuoco pestilenziale, si mantenne sana ed illesa fino al Marzo del 1630, non però senza gravissimi timori, specialmente per il passaggio e commercio, che aveva colle truppe, alle quali non poteva in alcun modo impedire il passo. Ma circa la metà del Marzo di quell'anno infelice pur qua giunse infermo un soldato da Asola Bresciana, o, come altri vogliono, da Pontevico. Prese alloggio in casa di certa Lucrezia detta Isolana a s. Salvator Corte Regia, e vi morì in cinque giorni. Visitato da Adriano Grandi veronese del Collegio de' Medici, e' giudicò non esser lui altramente morto di pestilenza; maneggiati però i suoi vestiti dalla albergatrice e dalle sue figlie e fantesca, tutte queste infelici in poche ore infermarono e si morirono. Altre donne della contrada avendole visitate ed assistite, caddero inferme pur esse, e poi morte di quel morbo medesimo, contrattone il maligno seme tutti di loro casa. Sedici furonessi, che da febbre assaliti immediatamente, fra diversi gradi e accidenti, e solo cinque ne sopravvissero, morti gli altri, parte in casa, e parte al lazzeretto. Tante morti, quasi repentine in poche famiglie d'una contrada, misero in guardia i magistrati, sparso già lo spavento fra la popolazione. Dai provveditori di Sanità venne ordinata l'ispezion dei cadaveri; fatta scelta di medici e di chirurghi, si esaminò, si consultò, e si ragionò; ma, come il solito, diverse ne furono le opinioni: chi affermava che fosse peste, chi lo negava, e chi ne dubitava. Il medico Francesco Graziolo e Camillo Giordani chirurgo con ferma opinione conchiusero esser quelle morti procedute da pestilenza, principalmente perchè nell'anguinaja destra della fanciulla Isolana appariva un livido tumoretto. Il popolo, che spesso vuol farla da giudice, anco pur in ciò che non conosce, nè intende, giudicò falsa e temeraria l'opinione dei due sopraccennati professori. Quindi, come è proprio della vulgare temerità, e vie peggio se venga aizzata da malvagi e da scaltri, ne furono que' due, che pur videro il vero, morsi e punti da satiriche voci e scritture, e poco fu, che non ne fossero le persone loro straziate, e conquise.Ma le morti successive di molti altri abitanti della stessa contrada e delle case contigue alle prime infette dissiparono i dubbj, e convertirono molti duri e ostinati. Il perchè ragunatosi il magistrato della Sanità coll'intervento dei Rettori della provincia, dieronsi posatamente a deliberare su ciò, che si dovesse fare in sì difficile e calamitoso frangente. Ci aveva appena qualche vestigio di ricordanza negli atti della cancelleria sul contagio dell'anno 1575. Quindi non restando memoria sicura di quanto allora si fosse operato, non si potè giovarsi della sperienza. Il perchè fu luogo di regolarsi giusta i dettami della sola prudenza. Impertanto si ordinò tosto che ne' luoghi sospetti fossero chiuse le case infette, sequestrate le persone, e abbruciate le masserizie. «Ma, dice il Pona, questa in apparenza rigorosa esecuzione fu diversamente sentita per la città, perchè il volgo, facile a parlar licenziosamente, cavillava questa severità, come che soverchio timore imprimer potesse negli animi, pur troppo da altri motivi feriti, e contaminati». Passando il male evidentemente da persona in persona, in breve, ad onta della pubblica vigilanza, furono appestate assaissime case; e per moltiriguardi cercando ognuna di celar il male, per quanto fosse possibile, temendo d'esser diviso da' suoi famigliari, venne a farsi in pochi dì universale, attaccando pur anche le più rimote contrade. La morte moltiplicava ad ogni istante i suoi colpi. Nelle famiglie non restava appena chi raccontasse l'altrui morte. Non si trovava sì ardito cuore, dice lo storico, che volesse porger all'infermo medicina o alimento. Cessata ogni cirimonia ecclesiastica, tacevano i sacri bronzi; li sacerdoti ricusavano di accompagnare i feretri; negletto ogni riguardo dovuto alla dignità del soggetto, tacitamente i corrotti corpi si portavano alla sepoltura comune. Taceva l'umana pietà; gli animi, percossi dalla paura, non erano più mossi dall'amor degli amici, nè da quello de' congiunti. Arrivate a Venezia le relazioni di sì grave calamità, che desolava Verona, la Repubblica Veneta, onde provvedere allo straordinario bisogno de' suoi sudditi, elesse Alvise Valaresso in qualità di Provveditore straordinario al di qua dal Mincio, cavaliere chiaro per nascita, e per talenti, per coraggio e per altre qualità distintissimo. Il Valaresso determinò di fissare il suo soggiorno in Verona, sprezzando il pericolo, quantunque avrebbe potuto eleggerselo in luogo sano.

Azzuffatesi poi tra loro a Villabona le Venete e le Imperiali truppe, colla sconfitta e dispersion delle prime, Verona fu costretta di dar ricovero a molta soldatesca sbandata e ferita; il che accrebbe la calamità, e somministrò nuovo pascolo alla contagion struggitrice.

De' primi ordini del Valaresso uno si fu che le genti del contado, le quali per timor delle truppe Alemanne si erano rifugiate nella città, tornar dovessero alle case loro, onde tal moltitudine non accrescesse il fomite pestilente, essendo per ciò a quel tempo montata la popolazion in città ad ottanta e più mila persone. Comandò poi che si convocassero i medici e' chirurghi tutti della città, onde versare sui mezzi di sollevare la città dalla peste. Chi il crederebbe! Ragunatisi i medici sotto la presidenza dello stesso Provveditor Valaresso, ad onta della gravissima mortalità, e malgrado la più chiara evidenza dei fatti, v'ebbe tuttavia chi ne mettesse in dubbio la verità; chi la cagione delle subite moltiplicate morti a vermini attribuisse, e chi a maligne febbri, ma non pestilenti, negando pur tuttavia che in Verona peste vi fosse. Il perchè Alessandro da Lisca, dottor di Medicina, e prior del Collegio de' Medici, gentiluomo giudizioso, graveed autorevole, rigettate assolutamente le altrui opinioni dubbie ed erronee, affermò per assoluto quel malore, che cotanto affliggeva la città, essere pur troppo micidial pestilenza. Nè dopo questo suo giudizio vi furon per quel tempo altre quistioni tra i medici. Venne quindi proposto di deputare un convenevole numero di medici per li pubblici bisogni della città e del lazzeretto; ognuno però cercò di sottrarsi, adducendo scuse e ragioni. Ma fuori della comune espettazione Francesco Graziolo, Adriano Grandi, e Orazio Graziani si offerirono spontanei per la città. Per il lazzeretto si elessero Ottavio Franchini medico, e Camillo Giordani chirurgo, con adeguato stipendio. Miseramente moltiplicavansi ogni giorno le stragi. E dappoichè gentiluomini ed altre benestanti persone erano morte nelle lor case senza soccorso il più menomo, nè anche di un sorso d'acqua, ciascuno senza riguardo di condizione o di nascita cercava di esser condotto al lazzeretto, dove si teneva che nè medicine nè altri soccorsi mancassero. La maniera di trasferire al lazzeretto gl'infermi era con barche a ciò deputate. Quivi accorrevano da tutte parti della città persone infette d'ogni condizion, d'ogni età, e vi concorrevano i congiuntiad accompagnarvele. Alcuni morivano in passando dalla casa alla barca; altri in esso la barca, come v'erano entrati; giugnevan altri semivivi al luogo pubblico; ed in questo mezzo, tra gli ultimi congedi de' parenti, nella folla, che a certe ore prefisse ragunavasi al luogo, donde partir doveva il trasporto, moltiplicavano le ragion del contagio e diffondevasi l'infezione e la morte. Non andò guari che il lazzeretto, vieppiù crescendo ogni dì il numero de' malati e de' moribondi, offerse a vedere uno spettacolo di angosce e di miserie da non poterle ridire. Nella città morivano i medici, i chirurghi, gli assistenti, i becchini. La fame, lo spavento, il cordoglio, e' disagi accrescevano il numero, e gli orrori de' morti, e le sinistre lor conseguenze; cercavano i magistrati, quanto era in loro, di provvedere, ma non valeva provvedimento di sorta, e così succedevano sempre cose nuove e funeste. In questo tempo perirono dalla peste tutti i fornaj; e la città versava in un manifesto pericolo di morirsi di fame, ridotta già agli ultimi patimenti e disagi. Si pregarono le monache, presso le quali il morbo non aveva ancora adoperato la sua ferocia, di fare pane da vendere nelle piazze, somministrata loro dal pubblico la farina; partito,che riuscì utilissimo. Intanto cresceva la strage. Dai dieci fino ai sedici di Giugno dello stesso anno montò il numero de' morti dai dugentosei fino ai trecento e più al giorno. Diedersi altri ordini pubblicamente, e nuove deliberazioni si presero; ma tutto in vano. L'infezione aveva già invaso tutto il territorio. Si tentò di porvi riparo; ma difficile, se non impossibile, si riconobbe l'impresa in que' tristi frangenti. Il Graziolo, il Grandi, il Graziani, medici per la città, in poche ore tutti e tre si morirono, e così fu d'altri medici parecchi. Pur vi perì il maggior numero de' chirurghi, malgrado le poma d'ambra, ed altre sostanze odorose, di cui a preservarsi dal morbo si faceva uso[21]. Altri medici si tennero chiusi in casa. Leonardo Tedeschi, medico e canonico, diede ben raro esempio di singolare coraggio, di esimia pietà, e di carità generosa. Ma l'atrocissima calamità continuava. Si fe' ricorso alle pubbliche preci, al digiuno, alla penitenza, moltiplicandosi tuttavia le morti; e mancando modi, luoghi, e ministri per seppellirne i cadaveri,si consultò, se meglio fosse dargli alle fiamme, ovvero gittarli nel fiume. La mancanza di legno e di operaj nella città fece sì, che si eleggesse il secondo partito. Il perchè ammassati i cadaveri lungo le rive dell'Adige per lo imbarco, venivano gittati nella corrente dell'acque. Giravan mortuarie carrette per tutte le contrade della città, raccogliendo cadaveri, di cui erano ingombre le pubbliche strade, e le case. Questi spaventosi carrocci ricolmi di cadaveri, orribilmente scomposti, tra le confuse teste e le crollanti membra trasportavansi al luogo del lor deposito, e quindi i corpi sommersi. Mancando però gli operaj, o già partite le barche piene di morti non di rado si restavano i cadaveri ammonticchiati e insepolti su quelle rive li tre e' quattro giorni seguitamente, mettendo orribile puzzo. Ahi miserando spettacolo! In questo mezzo s'infettò pur Ala di Trento, mentrechè già il contagio nel territorio Veronese s'andava sempre più dilatando; e molti della corte del Valaresso infermarono, e vi morirono. Moriron pur molti de' principali signori e de' cavalieri; appiccossi il contagio ai monasteri dell'uno e dell'altro sesso, rimasti fino allor preservati. Lo spavento si accrebbe, si accrebbe la confusione, e il disordine. Diquel tempo si invitò con grosso stipendio Giovanni Hennisio, medico di Augusta, perchè supplisse al difetto de' medici ne' gravissimi bisogni della città. Giunse egli ai primi di Luglio con un suo chirurgo, e si diede alla cura degl'infermi, come già da più tempo vi si era dato un dottor Ferrari di Udine, stipendiato dalla Repubblica. Facevasi ogni dì la mortalità maggiore nella milizia. Da Venezia spedironsi alcuni chirurghi e beccamorti, che vennero distribuiti per li quartieri. Nel Luglio il numero de' morti giunse a 350 incirca al giorno. Il coraggio ne' pochi superstiti veniva meno ogni dì, secondo che più crescevan le morti. Vieppiù mancando cooperatori e ministri, ajuti e conforti, tutto ogni cosa già disperavasi, presentendosi l'universale sterminio della città. Il dì 3 di Luglio successe l'incendio del Monte di Pietà. Questo infausto avvenimento fece crescer d'assai la forza della pestilenza, per lo concorso delle persone, accorse ad estinguerlo, e per la nuova angustia e spavento sofferti novellamente. Infrattanto per le raddoppiate cure del Valaresso, del magistrato di Sanità, e degli altri ufficiali erasi cominciato a porr'ordine al sotterramento de' cadaveri col minor danno, ed orrore, che si fosse potuto. Ordinaronsiper tutto profumi di zolfo, purificati con ogni diligenza i quartieri della milizia, ed altri saggi provvedimenti furono usati. Monsignor Alberto Valerio, vescovo di Verona, spaventato da tanti orrori, partì li 22 Luglio per Legnago, seco portando il micidial seme, che doveva ucciderlo. Volendo passare a Venezia ammalò in Lusia, luogo del Padovano, e morì. Ma sia che sazia fosse la peste di stragi, ovver domata dalle buone misure, cominciò a declinare nel di 28 di Luglio, pur tuttavia infierendo nella provincia. Nel giorno 6 d'Agosto si pubblicò l'ordine della segregazione del territorio dalla città. Dopo il 7 Agosto si è ridotta la mortalità a sessanta persone al giorno; i malati di peste per lo più guarivano, e si manifestavano malattie di altro genere, tra le quali varie terzane. Verso li 15 di Agosto andando le cose di bene in meglio, nella città il numero de' morti si ridusse a quaranta al giorno; ma i luoghi del territorio erano sempre più afflitti dal devastatore contagio. A 16 di Agosto morirono solo ventinove persone, ai 19 soli ventidue, e così a un incirca fino alla fine di Agosto. Si andava in questo mezzo la città ristorando, e li cittadini qua e là sparsi si raccoglievano.


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