STORIA DEL CONTAGIO DI MESSINACap. X. fac. 29.«Crescendo ne' successivi giorni a dismisura la strage, e la fatal forza della pestilenza, giunsero allo stato di non essere più in modo alcuno riparabili i disordini, la confusione, e la universale miseria: si ridusse la Città tutta, ed i borghi ad una piscina d'ammorbati. Gli estinti restavano nelle strade, e nelle case senza esservi chi li trasportasse. Ogni giorno contar potevasi a migliaja quei, che cessavano di vivere. I deputati, depositarj, guardiani, subalterni, oggi vivi, dimani o morti, o moribondi osservavansi. Non restarono più fornari, fabbricatori del pane; mancarono affatto i legni per cuocerlo, eziandio per le case, ove taluno adattavasi per farselo; mancarono i Parrochi, i Preti, e gli Ecclesiastici che somministravano i Sagramenti; ed in somma li Senatori, e i Deputati di salute si videro nel più funesto stato di abbandono, e di costernazione, senza ajuto di subalterni, e colle strade seminate di cadaveri, che per la forza del velen pestilente gonfiavano, annegrivano, e divenivano orrido spettacolo d'abbominazione e di spavento. Nondimeno non abbattendosicontinuarono personalmente con la forza del danaro a procurare l'assistenza di qualcheduno che aver poteano a sommo stento, per soccorrere di viveri le persone chiuse nelle case, che dalle finestre chiamavano ajuto, e soccorso, per non perire di fame e di sete.Non poterono però a lungo mantenersi nell'opera suddetta, poichè, attaccati dal morbo, cominciarono a perire; tantochè un solo de' Senatori, ed un altro solo pur de' Deputati di salute sopravvissero.Sotto li 17 del detto mese di Giugno si scrisse dal Senato al Gran Maestro della Sagra Religione Gerosolimitana, pregandolo di mandare qualche numero di schiavi, ed almeno due medici pratici di Peste, per ajuto di questa città, che periva. Ma la lettera non giunse forse, perchè neppur risposta s'ottenne.Correndo il dì 20 Giugno, e moltiplicato essendo nella città il numero de' cadaveri insepolti, in guisa che ne' piani ed innanzi le porte delle chiese a catasta marcire vedeansi, mosso a compassione l'Eccellentissimo Signor Generale Governatore, il quale in tutta la lagrimosa serie degli accidenti sovranarrati non lasciò mai di contribuire l'opera sua autorevolea bene della città, fin dove gli fu richiesta dal Magistrato di Salute, a di cui carico era l'operare in tali circostanze, mosso, come dissi, a compassione dello stato infelicissimo della città, aderì alle istanze fattegli di destinare numero 200 di soldati, con vesti impeciate, uncini, pale, ed altri ordigni, per levar i cadaveri, ed in fosse profonde sotterrarli fuori della città. Ma non essendo stato possibile aver carrette per lo trasporto, e molto più che moltissimi cadaveri erano già aperti e corrosi, si pensò far li fossi in città ne' siti più larghi e piani, ove canali d'acqua non s'incontrassero. Ma poco potè in pratica eseguirsi simil provvidenza, poichè non bastanti spazj trovandosi per detti fossi, nè riuscendo questi a proposito per non restar l'aere, e la città contaminata dagli aliti, e dal fetore, oltre il numero successivo, che avanzava de' defonti, si risolse alla fine di bruciargli negli stessi luoghi dove erano, accompagnandoli con pece, zolfo, bitumi, ed altri generi, che facilitassero l'incendio, ed atti fossero a purgar l'aere dalla infezione. Così dal Capitan D. Gennaro Coppola, e dall'Alfiere D. Vito Melorio, ch'ebbero in sorte di sopravvivere a tale incombenza, con amore, e zelo giammaiabbastanza lodato, si praticò esattamente, consumandosi quantità incredibile di detti generi, quali neppur bastevoli riusciti essendo, fu necessità di continuar l'incendio con l'ajuto di legna, frasche, tavole, ed altre simili cose eziandio servibili.Io, che, a servire la Patria, mi trovai presente in tutta la strana disovranarrata tragedia, prima che oltrepassassi, non posso tralasciare di dire, che in quei giorni infelici, quando si bruciavano i cadaveri, era la vita più tormentosa della morte medesima, poichè parea che giunto fosse il dì estremo per Messina, lungi d'ogni riparo. Gli elementi pareano a suo danno congiurati, poichè l'aria da' letali miasmi avvelenata, il fuoco da per tutto acceso, oltre il calor della stagione, togliea quasi il respiro; l'acqua era calda, e di maligni atomi impregnata, più tosto accendeva, che smorzava la sete; la terra tutta piena di schifose corruttele. Rendeasi in somma detestabile il vivere. I sensi tutti pativano. La vista da quegli oggetti lagrimevoli offuscata, e dal fumo intorbidata, pativa tormento, che non è dicibile. L'udito da gemiti, e da sospiri, da moribondi, da voci di miseri deliranti, che per le strade correndo lasciavano di vivere, era funestato.L'odorato dalla puzza de' cadaveri, dal fetore de' bitumi, e dall'aria gonfia di corruzione pativa pena incredibile. La lingua era secca ed arida, col gusto depravato, oltre la fame, e sete, e mancanza de' soliti ristori, che l'affliggevano. Le mani ed il tatto per tutto il corpo era totalmente perduto, temendo ciascuno di toccare per non infettarsi, abbominando eziandio le proprie vesti, i letti, e le proprie case, divenute occasioni prossime di pericolo, e di morte. La memoria era conturbata per la circostanza de' perduti congiunti ed amici, e per quei che stavano agonizzanti. L'intelletto oppresso dalla confusione, non sapendo pensar riparo a male sì grande, senza luogo, ove fuggir si potesse, senza forza come resistere, senza consiglio, e senza sovvenimento da lontani, e da prossimi. La volontà confusa, mancando alle risoluzioni l'effetto, a' mezzi l'esecuzione, a' pentimenti il profitto, a' rimedj la possibilità. Vedeasi morir le madri con figli lattanti alle poppe; i bambini per le strade pianger morendo in seno alle madri già estinte; il padre, le donzelle ignude esponersi a catasta de' cadaveri, il marito abbandonare la moglie, il fratello la sorella, senza restar chi dasse soccorso; tirarsiper morti persone ancor moribonde, starsi i viventi coricati co' morti per più giorni, senza aver in casa chi li separasse, furono spettacolo terribilissimo in quel tempo d'incomprensibile angustia. Io che per le incombenze di mia carica dovetti essere spettatore infelice di sì orrenda tragedia, non altro, che lagrime, dì e notte spargeva dagli occhi, mirando l'eccidio dell'afflitta patria, resa oggetto il più lagrimevole di desolazione. Piangevo i figli perduti, i fratelli estinti, gli amici spiranti, i cittadini dispersi, le belle arti, che in Messina rifiorivano gloriose, già poste in rovina. Ah, dissi, sfortunata Messina, che in questo tempo appunto nell'anno precedente fosti la maraviglia delle nazioni, e l'amore de' popoli, celebrando con pompa inarrivabile la secolar memoria della Gran Madre di Dio, nel mentre fra mortali dimorava, qual ti veggo ora miserabile deformata!..»I casali vicini alla Città provarono tutti l'orribile scempio, tranne due soli, Molino, ed Artelia. Delle ville del Distretto parecchie restarono illese, altre più terribile soffriron la strage, specialmente Monforte, Venetico, e Fiumedinisi. Questo flagello cominciò a diminuire ai primi di Luglio; fu in piena declinazione inAgosto, ed in Settembre si considerò interamente cessato. Dai 6 Settembre ai 14 non morì che una donna da decrepitezza. Il numero dei morti nella Città e nei sobborghi fra una popolazione di 40321, fu, nello spazio di tre mesi circa, di 23841. Ne' casali de' contorni sono morte 14561 persone.Fra le cose più considerevoli, che accompagnarono questa pestilenza, sono state rimarcate le seguenti.1.º Per tutto il corso del mese di Maggio, quantunque la peste fosse nel suo maggior vigore, non si videro mai comparire carbonchi, e solo nel Giugno incominciarono a manifestarsi.2.º In mezzo a sì estesa dilatazione del morbo, e ad una strage pressochè universale, i conventi delle Monache soggetti a clausura si sono preservati illesi quasi tutti, sebbene fossero 14, contenenti in complesso più di 600 persone. Non così quelli dei Frati, e d'altri Sacerdoti claustrali.3.º I guariti dal contagio non furono più attaccati da esso, quantunque servissero ed assistessero continuamente gli ammorbati, e maneggiassero eziandio senza riserva le robe loro, tranne però due casi di persone, che servivano gl'infetti nello spedale, e che riattaccaronola peste, forse perchè non erano bene guariti.Avendo il Re mandato in Messina in tempo del contagio quattro schiavi barbareschi, che patito avevano la peste in Levante, impiegativi ne' più pericolosi servigj in tempo, che il morbo durava più vigoroso, niuno di loro ne fu attaccato, e vissero sani. Lo stesso avvenne di una donna, che superato aveva la peste in Marsiglia nell'anno 1721.Il Senato, volendo togliersi dal pericolo della sussistenza di ogni fomite contagioso, fece istanza, perchè fosse data mano all'espurgo. Ma il Re disposto avendo che venissero da Venezia persone capaci e pratiche per eseguirlo, d'uopo fu aspettarne l'arrivo, che poi successe nel Dicembre 1743. Da Venezia furono spediti all'effetto il D.rPietro Polacco, un Coadiutore, tre Guardiani, e due Bastazzi.Si cominciò spurgare in primo luogo l'antico Lazzeretto nel braccio di S. Raineri. Indi si pubblicò bando penale con le disposizioni preliminari dell'espurgo generale. Consistevano queste «in dover ciascuno nettar di stracci e di robe inutili le proprie case, facendoli metter in istrada, ove i condannati ogni giorno con carrette a tal uso assegnate li trasportavanone' piani per brugiarsi; che si uccidessero gli animali domestici con pelo, che potrebbero da una casa all'altra trasportar il malore, in caso di esistenza nelle case infette, che rimaste erano chiuse ed abbandonate dopo la morte degli abitatori; e che in ogni quartiere i più assennati cittadini fossero per deputati, accinti ad eseguir le provvidenze e regole, che dal D.rPolacco doveansi designare.»In questo frattempo il contagio attaccò nella terra della Scaletta, che fin allora erasi mantenuta illesa, e nell'altra di Calveroso. Ma mercè le cure de' Vicarj Generali di quelle vicinanze, il male non si dilatò; ed in quelle poche case e famiglie, ove si sviluppò, rimase anche estinto.Il dì 11. Gennajo cominciossi la disinfettazione della città. Vi assistevano personalmente il Sig. General Governatore, l'Ispettore, il D.rPolacco, ed altri ragguardevoli soggetti.I Guardiani e i Bastazzi, con sufficiente numero d'inservienti divisi in squadriglie, visitavano le case, togliendone fuori le robe suscettibili, che trasportavansi nel Lazzeretto, le inutili si bruciavano, e le non suscettibili si lasciavano alla ventilazione entro alle case stesse,le quali si facevano bene scopare e pulire, barricando poscia le porte, che si segnavan di rosso, onde riconoscere per visitate e spurgate.Prima di entrar in esse vi si facevan profumi violenti di pece, antimonio, zolfo, orpimento, nitro, e canfora. Ad ogni squadriglia di spurgatori assistevano due Ecclesiastici incaricati di formar gl'inventarj di tutte le robe, che si passavano al Lazzeretto. Nel tempo degli espurghi furono attaccate dal contagio diciassette persone in alcuni casali, contigui alla città, delle quali nove morirono. Prese all'istante le opportune precauzioni, il male non si dilatò. Continuossi con buon ordine la disinfettazione in città, e nello spazio di 26 giorni vi si condusse a termine. Quindi si proseguì nel territorio; ma verso la metà del Marzo si seppe esservi in Pezzólo la peste, colà introdotta col mezzo di robe infette portate clandestinamente. Undici persone appartenenti a tre famiglie ne furon colte. Interdetta ogni comunicazione, e stabilito rigoroso sequestro delle case infette, con doppia linea di guardie, se ne continuaron gli espurghi, nè altri tristi accidenti sono accaduti in Pezzólo. Condotti felicemente a termine in ogni luogo gli espurghi, li 29.Maggio 1744. Messina fu dichiarata libera e sana, riaperte tutte le comunicazioni, e ristabilito in ogni sua parte il commercio colle altre città del Regno e coll'estere Nazioni. (Turriano, Memoria istorica del Contagio della città di Messina.)
STORIA DEL CONTAGIO DI MESSINA
Cap. X. fac. 29.
«Crescendo ne' successivi giorni a dismisura la strage, e la fatal forza della pestilenza, giunsero allo stato di non essere più in modo alcuno riparabili i disordini, la confusione, e la universale miseria: si ridusse la Città tutta, ed i borghi ad una piscina d'ammorbati. Gli estinti restavano nelle strade, e nelle case senza esservi chi li trasportasse. Ogni giorno contar potevasi a migliaja quei, che cessavano di vivere. I deputati, depositarj, guardiani, subalterni, oggi vivi, dimani o morti, o moribondi osservavansi. Non restarono più fornari, fabbricatori del pane; mancarono affatto i legni per cuocerlo, eziandio per le case, ove taluno adattavasi per farselo; mancarono i Parrochi, i Preti, e gli Ecclesiastici che somministravano i Sagramenti; ed in somma li Senatori, e i Deputati di salute si videro nel più funesto stato di abbandono, e di costernazione, senza ajuto di subalterni, e colle strade seminate di cadaveri, che per la forza del velen pestilente gonfiavano, annegrivano, e divenivano orrido spettacolo d'abbominazione e di spavento. Nondimeno non abbattendosicontinuarono personalmente con la forza del danaro a procurare l'assistenza di qualcheduno che aver poteano a sommo stento, per soccorrere di viveri le persone chiuse nelle case, che dalle finestre chiamavano ajuto, e soccorso, per non perire di fame e di sete.
Non poterono però a lungo mantenersi nell'opera suddetta, poichè, attaccati dal morbo, cominciarono a perire; tantochè un solo de' Senatori, ed un altro solo pur de' Deputati di salute sopravvissero.
Sotto li 17 del detto mese di Giugno si scrisse dal Senato al Gran Maestro della Sagra Religione Gerosolimitana, pregandolo di mandare qualche numero di schiavi, ed almeno due medici pratici di Peste, per ajuto di questa città, che periva. Ma la lettera non giunse forse, perchè neppur risposta s'ottenne.
Correndo il dì 20 Giugno, e moltiplicato essendo nella città il numero de' cadaveri insepolti, in guisa che ne' piani ed innanzi le porte delle chiese a catasta marcire vedeansi, mosso a compassione l'Eccellentissimo Signor Generale Governatore, il quale in tutta la lagrimosa serie degli accidenti sovranarrati non lasciò mai di contribuire l'opera sua autorevolea bene della città, fin dove gli fu richiesta dal Magistrato di Salute, a di cui carico era l'operare in tali circostanze, mosso, come dissi, a compassione dello stato infelicissimo della città, aderì alle istanze fattegli di destinare numero 200 di soldati, con vesti impeciate, uncini, pale, ed altri ordigni, per levar i cadaveri, ed in fosse profonde sotterrarli fuori della città. Ma non essendo stato possibile aver carrette per lo trasporto, e molto più che moltissimi cadaveri erano già aperti e corrosi, si pensò far li fossi in città ne' siti più larghi e piani, ove canali d'acqua non s'incontrassero. Ma poco potè in pratica eseguirsi simil provvidenza, poichè non bastanti spazj trovandosi per detti fossi, nè riuscendo questi a proposito per non restar l'aere, e la città contaminata dagli aliti, e dal fetore, oltre il numero successivo, che avanzava de' defonti, si risolse alla fine di bruciargli negli stessi luoghi dove erano, accompagnandoli con pece, zolfo, bitumi, ed altri generi, che facilitassero l'incendio, ed atti fossero a purgar l'aere dalla infezione. Così dal Capitan D. Gennaro Coppola, e dall'Alfiere D. Vito Melorio, ch'ebbero in sorte di sopravvivere a tale incombenza, con amore, e zelo giammaiabbastanza lodato, si praticò esattamente, consumandosi quantità incredibile di detti generi, quali neppur bastevoli riusciti essendo, fu necessità di continuar l'incendio con l'ajuto di legna, frasche, tavole, ed altre simili cose eziandio servibili.
Io, che, a servire la Patria, mi trovai presente in tutta la strana disovranarrata tragedia, prima che oltrepassassi, non posso tralasciare di dire, che in quei giorni infelici, quando si bruciavano i cadaveri, era la vita più tormentosa della morte medesima, poichè parea che giunto fosse il dì estremo per Messina, lungi d'ogni riparo. Gli elementi pareano a suo danno congiurati, poichè l'aria da' letali miasmi avvelenata, il fuoco da per tutto acceso, oltre il calor della stagione, togliea quasi il respiro; l'acqua era calda, e di maligni atomi impregnata, più tosto accendeva, che smorzava la sete; la terra tutta piena di schifose corruttele. Rendeasi in somma detestabile il vivere. I sensi tutti pativano. La vista da quegli oggetti lagrimevoli offuscata, e dal fumo intorbidata, pativa tormento, che non è dicibile. L'udito da gemiti, e da sospiri, da moribondi, da voci di miseri deliranti, che per le strade correndo lasciavano di vivere, era funestato.L'odorato dalla puzza de' cadaveri, dal fetore de' bitumi, e dall'aria gonfia di corruzione pativa pena incredibile. La lingua era secca ed arida, col gusto depravato, oltre la fame, e sete, e mancanza de' soliti ristori, che l'affliggevano. Le mani ed il tatto per tutto il corpo era totalmente perduto, temendo ciascuno di toccare per non infettarsi, abbominando eziandio le proprie vesti, i letti, e le proprie case, divenute occasioni prossime di pericolo, e di morte. La memoria era conturbata per la circostanza de' perduti congiunti ed amici, e per quei che stavano agonizzanti. L'intelletto oppresso dalla confusione, non sapendo pensar riparo a male sì grande, senza luogo, ove fuggir si potesse, senza forza come resistere, senza consiglio, e senza sovvenimento da lontani, e da prossimi. La volontà confusa, mancando alle risoluzioni l'effetto, a' mezzi l'esecuzione, a' pentimenti il profitto, a' rimedj la possibilità. Vedeasi morir le madri con figli lattanti alle poppe; i bambini per le strade pianger morendo in seno alle madri già estinte; il padre, le donzelle ignude esponersi a catasta de' cadaveri, il marito abbandonare la moglie, il fratello la sorella, senza restar chi dasse soccorso; tirarsiper morti persone ancor moribonde, starsi i viventi coricati co' morti per più giorni, senza aver in casa chi li separasse, furono spettacolo terribilissimo in quel tempo d'incomprensibile angustia. Io che per le incombenze di mia carica dovetti essere spettatore infelice di sì orrenda tragedia, non altro, che lagrime, dì e notte spargeva dagli occhi, mirando l'eccidio dell'afflitta patria, resa oggetto il più lagrimevole di desolazione. Piangevo i figli perduti, i fratelli estinti, gli amici spiranti, i cittadini dispersi, le belle arti, che in Messina rifiorivano gloriose, già poste in rovina. Ah, dissi, sfortunata Messina, che in questo tempo appunto nell'anno precedente fosti la maraviglia delle nazioni, e l'amore de' popoli, celebrando con pompa inarrivabile la secolar memoria della Gran Madre di Dio, nel mentre fra mortali dimorava, qual ti veggo ora miserabile deformata!..»
I casali vicini alla Città provarono tutti l'orribile scempio, tranne due soli, Molino, ed Artelia. Delle ville del Distretto parecchie restarono illese, altre più terribile soffriron la strage, specialmente Monforte, Venetico, e Fiumedinisi. Questo flagello cominciò a diminuire ai primi di Luglio; fu in piena declinazione inAgosto, ed in Settembre si considerò interamente cessato. Dai 6 Settembre ai 14 non morì che una donna da decrepitezza. Il numero dei morti nella Città e nei sobborghi fra una popolazione di 40321, fu, nello spazio di tre mesi circa, di 23841. Ne' casali de' contorni sono morte 14561 persone.
Fra le cose più considerevoli, che accompagnarono questa pestilenza, sono state rimarcate le seguenti.
1.º Per tutto il corso del mese di Maggio, quantunque la peste fosse nel suo maggior vigore, non si videro mai comparire carbonchi, e solo nel Giugno incominciarono a manifestarsi.
2.º In mezzo a sì estesa dilatazione del morbo, e ad una strage pressochè universale, i conventi delle Monache soggetti a clausura si sono preservati illesi quasi tutti, sebbene fossero 14, contenenti in complesso più di 600 persone. Non così quelli dei Frati, e d'altri Sacerdoti claustrali.
3.º I guariti dal contagio non furono più attaccati da esso, quantunque servissero ed assistessero continuamente gli ammorbati, e maneggiassero eziandio senza riserva le robe loro, tranne però due casi di persone, che servivano gl'infetti nello spedale, e che riattaccaronola peste, forse perchè non erano bene guariti.
Avendo il Re mandato in Messina in tempo del contagio quattro schiavi barbareschi, che patito avevano la peste in Levante, impiegativi ne' più pericolosi servigj in tempo, che il morbo durava più vigoroso, niuno di loro ne fu attaccato, e vissero sani. Lo stesso avvenne di una donna, che superato aveva la peste in Marsiglia nell'anno 1721.
Il Senato, volendo togliersi dal pericolo della sussistenza di ogni fomite contagioso, fece istanza, perchè fosse data mano all'espurgo. Ma il Re disposto avendo che venissero da Venezia persone capaci e pratiche per eseguirlo, d'uopo fu aspettarne l'arrivo, che poi successe nel Dicembre 1743. Da Venezia furono spediti all'effetto il D.rPietro Polacco, un Coadiutore, tre Guardiani, e due Bastazzi.
Si cominciò spurgare in primo luogo l'antico Lazzeretto nel braccio di S. Raineri. Indi si pubblicò bando penale con le disposizioni preliminari dell'espurgo generale. Consistevano queste «in dover ciascuno nettar di stracci e di robe inutili le proprie case, facendoli metter in istrada, ove i condannati ogni giorno con carrette a tal uso assegnate li trasportavanone' piani per brugiarsi; che si uccidessero gli animali domestici con pelo, che potrebbero da una casa all'altra trasportar il malore, in caso di esistenza nelle case infette, che rimaste erano chiuse ed abbandonate dopo la morte degli abitatori; e che in ogni quartiere i più assennati cittadini fossero per deputati, accinti ad eseguir le provvidenze e regole, che dal D.rPolacco doveansi designare.»
In questo frattempo il contagio attaccò nella terra della Scaletta, che fin allora erasi mantenuta illesa, e nell'altra di Calveroso. Ma mercè le cure de' Vicarj Generali di quelle vicinanze, il male non si dilatò; ed in quelle poche case e famiglie, ove si sviluppò, rimase anche estinto.
Il dì 11. Gennajo cominciossi la disinfettazione della città. Vi assistevano personalmente il Sig. General Governatore, l'Ispettore, il D.rPolacco, ed altri ragguardevoli soggetti.
I Guardiani e i Bastazzi, con sufficiente numero d'inservienti divisi in squadriglie, visitavano le case, togliendone fuori le robe suscettibili, che trasportavansi nel Lazzeretto, le inutili si bruciavano, e le non suscettibili si lasciavano alla ventilazione entro alle case stesse,le quali si facevano bene scopare e pulire, barricando poscia le porte, che si segnavan di rosso, onde riconoscere per visitate e spurgate.
Prima di entrar in esse vi si facevan profumi violenti di pece, antimonio, zolfo, orpimento, nitro, e canfora. Ad ogni squadriglia di spurgatori assistevano due Ecclesiastici incaricati di formar gl'inventarj di tutte le robe, che si passavano al Lazzeretto. Nel tempo degli espurghi furono attaccate dal contagio diciassette persone in alcuni casali, contigui alla città, delle quali nove morirono. Prese all'istante le opportune precauzioni, il male non si dilatò. Continuossi con buon ordine la disinfettazione in città, e nello spazio di 26 giorni vi si condusse a termine. Quindi si proseguì nel territorio; ma verso la metà del Marzo si seppe esservi in Pezzólo la peste, colà introdotta col mezzo di robe infette portate clandestinamente. Undici persone appartenenti a tre famiglie ne furon colte. Interdetta ogni comunicazione, e stabilito rigoroso sequestro delle case infette, con doppia linea di guardie, se ne continuaron gli espurghi, nè altri tristi accidenti sono accaduti in Pezzólo. Condotti felicemente a termine in ogni luogo gli espurghi, li 29.Maggio 1744. Messina fu dichiarata libera e sana, riaperte tutte le comunicazioni, e ristabilito in ogni sua parte il commercio colle altre città del Regno e coll'estere Nazioni. (Turriano, Memoria istorica del Contagio della città di Messina.)
A. dell'E. C. 1745. In una villa del contado di Zara (Dobropoglie) presso Ostravizza s'introdusse in quest'anno la peste, che distrusse la maggior parte di quegli abitanti. Un Morlacco, fuggito da Travnick, città della Bossina, ve la recò. Nei primi giorni del morbo tre individui del succennato villaggio infetto si trasferirono a Zara, e fra numeroso popolo affollato entrarono in chiesa per baciar l'arca di s. Simeone, secondo il costume di quel paese. Terminati i loro affari in città se ne ritornavano alle case loro, quando poco lontano da Zara cadettero morti con buboni ed altri segnali di peste, che si riscontrarono al momento dell'ispezione fatta sui loro cadaveri. Nessuno sviluppo di contagio è accaduto in Zara, e senza altre conseguenze vi si estinse pur anco nel summenzionato villaggio, essendosi dato il fuoco alle case infette d'ordine del colonnello del contado co. Possedaria (In Actib. Offit. Salut. Iadrens.)
A. dell'E. C. 1752-53. Nel mille settecento cinquantadue la peste fu portata in Algeri dalle Provincie Occidentali di quel regno, dove infieriva da varj mesi, col mezzo di alcune persone infette, che, secondo il costume di que' paesi, vi sono state liberamente introdotte. Serpeggiò occulta da principio per qualche tempo sotto colore di altre malattie comuni, finchè al soffiare di venti meridionali umidi e soffocanti per varj giorni seguitamente, si appalesò in Giugno con generale incendio della città. I Consoli delle varie Nazioni, ed i mercanti Europei si chiusero tosto nelle lor case, muniti di tutto ciò, che è opportuno in simili circostanze per preservarsi contro gli attacchi del male non solo, ma contro la fame eziandio, ed altri disordini, che sogliono essere della peste compagni. Infatti alcuni giorni appresso, intimoriti iKabaili(ossia Montanari), ed iPiskari, (confinanti col deserto, per convenzione destinati a servire sotto un suo capo ai bisogni pubblici della città di Algeri) fuggirono tutti; quindi mancarono le necessarie provvigioni per la città, non avendovi più chi volesse trasportarle. Il Governo fece intimare la forca ai fuggiaschi, e con pari minaccia obbligò le genti di campagnaa vendere al solito, benchè più care, le loro derrate. Questo provvedimento portò l'effetto desiderato; ma sparse di siffatta guisa la pestilenza, tanto ne' vicini, che ne' rimoti villaggi, che la desolazione è divenuta poco meno che universale.
La maggior parte de' Mori, cittadini di Algeri, si è rifugiata nelle proprie ville, che sono ne' contorni della città abbondantissime; ma con poco effetto; mentre, comunicando eglino nel tempo stesso con la città, ne son morti alla campagna in numero forse maggiore, che dentro alle case di Algeri, ove perirono in quell'anno da oltre cinque mille persone.
Il caldo della stagione mostrò di contribuire all'aumento del male, essendosi osservato che, secondo che crescevano i gradi del calore, la forza pur del male aumentavasi, misurata dal numero degl'infetti. Però la temperatura in Algeri non si vide mai montare oltre il 28.º grado del termometro del Farenheit; ed a questa circostanza alcuni attribuirono la mediocrità della strage, la quale invece nelle interne mediterranee pianure, ove il calore è molto più forte, fu molto più formidabile. Si è pur notato, che nelle case all'aperto il numero dei morti e stato solo un terzodi quello degl'infetti, laddove nel R. Spedale Spagnuolo, che si trova chiuso fra altri fabbricati, malgrado tutte le possibili assistenze, appena un terzo degli schiavi attaccati salvossi. Un altro fenomeno s'è pur notato, che dal volgo venne attribuito a un prodigio, e fu quello, che il Palazzo Reale, abitato da molta gente, e frequentato giornalmente da ogni sorta di persone, e stato immune dal contagio, sì che non vi si attaccarono che due soli schiavi che assistevano alla cucina reale. Lo stesso fenomeno pure osservossi nell'ultima peste triennale di Algeri, nella quale andò distrutto un terzo degli abitanti della città[46]. Qui è da osservarsi che il detto R. Palazzo è l'abitazione più vasta, che siavi in Algeri, la più ventilata, quella che gode del privilegio delle finestre esteriori, e la più fresca ancora perl'abbondanza delle Fontane perenni, che la bagnano, le quali formano la più gentile e la più stimabile fra le Turche delizie.
Fu notabile altresì, che questa peste ha attaccato per lo più i fanciulli e gli adolescenti, e fra questi, come dicesi, i novelli sposi; e che le giovanette infette sono state in maggior numero dei maschi.
I Negri, per effetto del clima natio quasi tutti di ardente temperamento, ed astretti per la loro schiavitù agli ufficj più penosi delle famiglie, sono stati i primi, ed i più maltrattati dal morbo; come appunto suol avvenire in Costantinopoli, nel Gran Cairo, e generalmente in tutto il Levante.
Gli Ebrei, non che gli schiavi Cristiani, sono stati pur assai maltrattati dal contagio. Sì gli uni, e sì gli altri di questi infelici si nutriscono di cibi poco salubri, e vivono affollati in luoghi angusti e poco ventilati.
La peste, che aveva fatto strage, durante la state del 1752, venne mitigata dalle fresche piogge autunnali, ma non estinta, come pur si sperava. Essa mantennesi qua e là vagante ed incerta tutto quel verno, finchè nell'Aprile del seguente anno 1753. ripullulò con grande spavento di quegli abitanti. Acquistando essa ognidì nuovo vigore, distrusse nello spazio di tre mesi non meno di oltre a cinque mila persone nella sola città di Algeri. Verso la fine di Agosto del detto anno 1753 il contagio si dissipò e cessò interamente su tutti i punti.
Varj al solito ed irregolari sono stati i sintomi, che accompagnarono questa malattia, e la maniera de' suoi attacchi. L'uno credeva d'essere stato attaccato per contatto immediato d'infetta materia, l'altro per il respiro di fetido alito pestilenziale; non sapevan altri a qual principio attribuire l'incontrata malattia. Chi sentiasi subitamente sorpreso dal morbo, e chi gradatamente ne distingueva il suo ingresso. A taluno si appalesava per mezzo di dolore di capo insofferibile, a tal altro con fastidiosa nausea. Chi di vomito violento, chi di languida vertigine, chi d'involontario tremore allo scoppiar del morbo lagnavasi: e chi finalmente da acutissima improvvisa puntura facevasi accorto dell'imminente comparsa del bubone pestilenziale; sintomi, che bene spesso si sono trovati tutti congiunti in uno stesso corpo appestato.
I buboni, i carbonchi, le petecchie, e le verghe rosse, pallide, o nere, accompagnavano la malattia. Il bubone era sintonia il più frequente, e, come dicesi, caratteristico. La febbre,che accompagnava il bubone, soleva essere veementissima, e il più delle volte congiunta al delirio. Essa per ordinario aveva un periodo di due giorni. Quando la malattia prendeva una buona piega, passati i due primi giorni, cominciava a declinare, ed in proporzione diminuiva la smania, calmavasi il delirio e la veglia, andavasi a poco a poco ristabilendo la perduta appetenza, e con essa le forze. Frattanto il tumore si maturava, e rotto, purgavasi, e l'infermo ricuperava la sanità. Il bubone al suo comparir dava segni quasi sicuri del grado di malignità a cui dovea montare la malattia. Infatti, secondo l'esperienza, se esso era mobile, vigoroso, turgido, acceso, e grosso (per esempio come una grossa cipolla), era probabilissimo che men grave ne doveva essere la malattia, e che l'infermo n'andava salvo; all'incontro, laddove fisso, debole, arido, oscuro, e picciolo era il bubone, ben presto ne susseguitava la morte.
Le verghe rosse, pallide, o nere, che comparivan sul collo, o al petto, erano indizio quasi sicuro di morte vicina. I disordini nella dieta, e le commozioni violente delle passioni, e specialmente della collera, esacerbavano la malattia, ed affrettavan la morte.
Il metodo di cura, usato da' Mori in questa pestilenza, fu sopra ogni altro semplicissimo. Nessun rimedio veniva somministrato ai malati, tranne un empiastro fermentativo, ammolliente, che applicavasi sopra il tumore, il quale ridotto a maturità aprivasi colla lancetta, e poi libero lasciavasi al maligno umore lo sfogo. Con questo mezzo molti infermi si sono salvati; non però così avvenne nel R. spedale Spagnuolo degli schiavi, dove senza risparmio di spesa sono stati tentati molti rimedj, e quasi tutti senza l'effetto desiderato. Secondo le relazioni del medico e del farmacista del detto spedale il sugo di limone s'è trovato utilissimo nella peste. Fra i rimedj poi tratti dalla farmacia meglio degli altri corrisposero i leggieri purgativi, e gli elettuarj alessifarmaci, come la Teriaca, e simili, accompagnati da copiose bibite acide, p. es. di limonata; mentre i tumori maligni col mezzo di fomentazioni venivano stimolati e condotti a maturità. Fra le altre cose l'applicazion de' ranocchj vivi sopra i buboni è stata riconosciuta molto opportuna. Si osservava che detti animali s'impregnavano di un umor nero livido, il quale veniva risguardato come parte del fermento maligno, attratto simpaticamentedall'animale, e dal tumor trasudato[47].
«Gioverà solo replicare (così in sulla fine soggiunge lo Storico) per confermare gli Europei nel savio uso delle prudenti loro cautele in simili calamitose circostanze, che niuno accidente pestifero in due anni di contagio è succeduto nelle nostre case ben custodite, eccettuata la morte di tre servi, che furono convinti di aver infrante le leggi della contumacia, o per dir meglio della non comunicazione cogli infetti.» (Relazione della Peste di Algeri dell'Autor del Saggio Astronomico).
A. dell'E. C. 1755, 56, 57. Dall'Ottobre 1755 al Gennaro 1757 il contagio travagliò crudelmente la Transilvania e la Valacchia. Il celebre D.rChenot, che fu in questa pestilenza testimonio oculare, e che da essa fu egli medesimo fieramente colpito, ce ne lasciò la descrizione, nella sua Operade Peste, la quale contiene molte belle pratiche osservazioni. Narra il Chenot essere stata introdottala peste nella Transilvania col mezzo di certo mercadante da ferro (Gregorio Martin Armeno), che dalle foci del Mar Nero erasi diretto verso Vienna, ove attrovavasi la sua famiglia. Entrato egli il dì 30 Settembre 1755 nel Lazzeretto di Temeswar per ivi scontare la stabilita contumacia, fu sorpreso nel dì 6 Ottobre da brividi, con grande prostrazione di forze, con febbre, dolor di testa e delle reni, diarrea, e ansietà ai precordj. Il dì appresso gli si levò sangue, così avendo egli desiderato, mentre diceva di essere abituato al salasso. Subito dopo la sortita del sangue, v'ebbe esacerbazione di tutti i sintomi, ardore intollerabile alla region de' precordj, e delirio. Il terzo giorno spirò con tumore alla parotide destra. Detto individuo aveva già sparso dei semi di contagio nei luoghi del suo passaggio prima di arrivare al Lazzeretto, e specialmente a Kimpina, villaggio due giornate distante da Temeswar, ove morì l'oste e le sue figlie, che lavarono la biancheria, di cui era stato servito. Tre mercanti attrovavansi nella stessa contumacia a Temeswar. Di due d'essi nulla altro si sa, se non che ritornarono sani alle case loro in Valacchia, l'uno il dì 20, l'altro il 23 Ottobre. Il terzo di nomeAndrea Radul, spaventato dall'inopinata morte dell'Armeno, volle abbandonare il Lazzeretto e ritornarsene in Valacchia, quantunque si sentisse molestato da dolore alla parotide destra, e da ardente calore interno, che cercava di moderare bevendo copiosamente dell'acqua fredda. Montato a cavallo, s'avviò per ritornare in Valacchia; ed avendo seco molto danaro, gli fu assegnato un guardiano del Lazzeretto per scorta, il quale doveva accompagnarlo fino al Monastero del monte Sinai; ma a sei leghe distante dal confine l'Armeno morì. Il guardiano ritornò a casa sua seco portando alcuni effetti del morto, e fra essi la peste. Ed infatti, il giorno appresso al suo arrivo un suo figliuolo venne colpito dal contagio, e morì: tre altri suoi figli caddero malati con buboni e carbonchi, ed in pochi giorni diciotto persone furono prese dalla peste, la quale percorse la Valacchia e la Moldavia, malgrado tutte le precauzioni sanitarie, che si sono usate per arrestarla.[48]Nel distretto di Temeswardi 6677. infetti, ne sono morti 4303, e guariti 2374.
Nel trattamento curativo s'impiegarono i così detti analeptici, le bevande, e' brodi acidulati, gli acidi minerali, le infusioni di tè specialmente nel principio della malattia, il nitro, l'antimonio diaforetico, la limonata infusa sopra i fiori di zolfo, o sopra la mirra, la birra, molto usata dai Valacchi, o sola, o col macis, o colla cannella, il vino, il siero vinoso, l'aceto, la teriaca, il muschio, or solo, ora unito alla canfora. La canfora unita allo zucchero, sciolta in una picciola quantità di spirito di vino, ovvero unita all'aceto distillato, od a qualche sciropo di scordio, cannella, contrajerva, serpentaria, e simili, ovveramente alla gomma arabica, ha spesse volte corrisposto; così gli alkali volatili p. e. lo spirito di sal ammoniaco,succinato, anisato. Finalmente il Chenot raccomanda l'uso della corteccia peruviana nella peste, asserendo che la sua utilità fu confermata da replicate sperienze, somministrata sì per infusione, che per decotto, specialmente allorquando le forze sono in uno stato medio, cioè, nè eccessivamente esaltate, nè molto esaurite. Ove esiste una diatesi stenica, o una condizione d'irritamento, come pur dove siavi molte saburre nelle prime vie, la corteccia peruviana non conviene, e gioverà astenersene. All'incontro ove la malattia ha un andamento tifico, allorchè vi sono petecchie pallide o nere alla cute, manifesta tendenza alla dissoluzione, si potrà attendersi da essa molto di bene. Rispetto ai rimedj esterni egli raccomanda le fregagioni su tutto il corpo con un panno di lana impregnato di qualche fumo aromatico, o di aceto, ed anche di spirito di vino prudentemente praticato. Raccomanda pur vescicatorj alle gambe, alle braccia, le scarificazioni ai buboni, ai carbonchi, e simili.
Siccome la prima e principal indicazione, a cui è utile soddisfare negli attacchi pestilenti, è quella di disporre l'ammalato al sudore, acciocchè possa più agevole e più prontamente espellere dal corpo il pestifero miasma: cosìmolti Greci nel corso di questa pestilenza usarono con reale profitto alcune gocce di Opobalsamo nello zucchero, soprabbevendovi tre o quattro tazze di tè di Moscovia[49]; metodo solito a usarsi anche al dì d'oggi in circostanze di contagio da' principali signori della Soria, e di altre provincie d'Oriente, e specialmente dai Greci di Costantinopoli. E dappoichè è tanto importante promuovere il sudore nella malattia della peste, giova forse avvertire, che primieramente conviene togliere gli ostacoli, che talvolta ne lo impediscono; calmare gli spasimi, sedare l'orgasmo, l'esaltato eretismo vascolare, l'eccessivo movimento degli umori, evacuare le saburre delle prime vie, togliere la pletora dominante ec., o sostenere convenientemente le forze; quindi eccitare e promuovere dolcemente una blanda traspirazione colle bibite acquose leggiermente aromatiche; tiepide o calde, bevute in copia, e tali che sien di leggieri sofferte dal malato. Non giova mai violentare la natura al sudore con stimoli troppo forti, o con rimedj riscaldanti e molto eccitanti. Il detto protomedico Chenot essendo stato richiesto daparecchi di quegli abitanti qual metodo dovessero usare, subito che potevano aver sospetto di avere assorbito il contagio, consigliò loro di prendere una dramma di triaca entro ad un brodo unito al sugo di limone, ovvero sciolta in qualche infusione calda p. e. di melissa, di ruta, di scordio, di serpentaria virgiliana, di corteccia d'arancio, od invece soprabbevere alla teriaca un siero vinoso, o coll'aceto. Assicura egli che molti, avendo usato di questo metodo al primo manifestarsi de' sintomi del contagio, si sono salvati, nato un copioso sudore, che in poche ore li lasciò sani e salvi da ogni pericolo. Fa fine al suo dire con alcuni cenni sulla profilassi, ossia sul metodo di preservarsi. Osserva che tutte le cautele, dall'umana mente escogitate finora per preservarsi dalla peste, si comprendono nelle seguenti prescrizioni. 1. Allontanare ogni comunicazione colle persone e colle cose infette o sospette. 2. Distruggere il principio del contagio o sospeso nell'aere, o delitescente in qualche corpo od ente passivo. 3. Fortificare il corpo umano contra l'azione del contagio medesimo, ossia renderlo meno atto a provare l'influsso morboso. Sarà questo argomento delle altre parti di questa mia Opera. (Chenot, Adam. Tractatus de Peste.)
A. dell'E. C. 1759. 60. 61. 62. 63. 64. 65. Sul principiar dell'anno 1759 la peste dilatò considerabilmente le sue stragi a Costantinopoli, in parecchie isole dell'Arcipelago, ed in varie città della costa dell'Asia Minore.
Nel gennajo del detto anno 1759 ad Alessandria di Egitto approdò un bastimento mercantile proveniente da Costantinopoli. Aveva esso in quel tragitto perduto per peste alcuni uomini dell'equipaggio. Entrati appena in porto, si posero a terra alcuni altri, pur malati del morbo medesimo. Per tal modo fu la peste portata in Alessandria, donde non tardò molto a propagarsi a Rosetta, a Damiata, ed in varj villaggi situati sulla strada, che conduce al Gran Cairo. Nel febbraio dell'anno stesso s'ebbero al Gran Cairo i primi sentori del male. Nel marzo vi si spiegò di gran forza, a tale che gli Europei si chiusero ne' lor quartieri, e vi si mantennero più a lungo dell'ordinario; nè si riordinarono le comunicazioni, che alla metà circa del luglio. In questo mezzo la mortalità ne fu grandissima, sì al Gran Cairo e sì nelle altre città e paesi dell'Egitto. Secondo i computi e le relazioni potutesi in quella circostanza aver dalle varie parti dell'Egitto stesso, da circa 300 mila persone vi son peritein quell'anno. Mitigatasi la violenza del male durante la state, ringagliardì nel verno del susseguente 1760, e recò pure in quell'anno, come fatto aveva nel precedente, immense rovine.
Nell'aprile del 1759 la peste s'introdusse nell'isola di Cipro, portatavi dall'equipaggio di un bastimento turco, che aveva preso il suo carico ad Alessandria e ch'era diretto a Costantinopoli. Detta nave naufragò nel tragitto sul promontorio di Baffo nell'isola di Cipro. Ad alcuni de' suoi marinari e passeggieri toccò di salvarsi dal furore dell'onde; ma siccome erano malati di peste, portarono con essi il seme del rio malore in alcuni villaggi, sulla strada di Limsol dove si ripararono. Non istette molto il contagio di là a penetrare nella città di Limsol, e vi si propagò con grande rapidità e violenza, estendendo le sue stragi a Biscupi, a Baffo, e ad altri luoghi pur anche di quelle vicinanze. La città di Larnica, 40 miglia circa distante da Limsol, offerse all'osservazione un singolare fenomeno. Era giunta a Lamica porzione degli equipaggi e dei passeggieri che si trovavano sui bastimenti infetti approdati a Limsol. Le comunicazioni coi paesi appestati e col resto dell'isolanon furono mai interrotte. Essendo esse libere, come per l'innanzi i contadini e i mulattieri giugnevano dalle ville infette coi buboni pestilenziali ancora aperti, ed in attualità di malattia andavano liberamente per le strade e mercati della città, ed alcuni dessi pur colà si morivano. Il dì 22 maggio arrivò pur a Larnica un bastimento infetto proveniente da Damiata con parecchi passeggieri e marinai attaccati dalla peste; i quali sbarcati, presero alloggio nelle case di Larnica, e si trattennero in piena e libera comunicazione con quegli abitanti. Un altro bastimento turco, procedente dallo stesso luogo, approdò avendo al suo bordo varj appestati, de' quali tre morirono in sull'atto dello sbarco. Malgrado di tutto ciò, nessun abitante di Larnica, per quanto si seppe, ne rimase infetto. Gli Europei ivi dimoranti non presero alcuna precauzione, nè alcuna ne presero gli abitanti del paese, i quali si consolavano col detto volgare, che la peste che non comincia in decembre non è a temersi.
Nei mesi di luglio, agosto e settembre non si sentì quasi più parlare di peste, e si credette generalmente che fosse interamente cessata a Limsol e negli altri luoghi vicini. Ma nell'ottobre vi ripullulò, e di là si dilatò aNicosia[50], dove siffattamente si accrebbe in decembre e in gennajo del 1760, che spaventati i Turchi dalla gravissima mortalità, ordinarono pubbliche processioni e preghiere; le quali, consideratene le cagion fisiche, non servirono che a propagare il contagio e ad accrescerne la mortalità. Solo a questo tempo gli abitanti di Larnica cominciarono a temere forte per essi, stante la grande quantità di persone, che fuggite da Nicosia eransi colà ritirate. Nel febbrajo del 1760 manifestaronsi i primi sentori di peste nel porto di Larnica, indi in Larnica stessa, dove morivano da 25 a 30 al giorno. Molti di quegli abitanti fuggirono alle montagne. Ma la peste continuò ad affligger Larnica per tutto il mese di aprile. Contemporaneamente si dilatò nelle isole vicine, ed invase la provincia di Carpaso[51]. Continuando però le emigrazioni dalla città di Larnica, andò il contagio proporzionatamente in essa scemando. In maggio trovavasi nel suo pieno declinare. Vi perì a Larnica il console di Napoli e quasi tutta la sua famiglia; e così pure diversi altri europei,fra' quali il Superiore del convento di Terra-santa, che per avventura colà trovavasi. Mentre il contagio infieriva a Larnica ed a Famagosta, s'andava estinguendo a Nicosia, dove di questa pestilenza morirono da circa ventimila turchi, e da quattro a cinquemila fra greci e armeni; mortalità si può dire sterminatrice, rispetto al numero della popolazione di detta città, che si calcolava da circa 40mila abitanti. Nel giugno cessò quasi intieramente il contagio in tutta l'isola di Cipro. In luglio i Francesi colà dimoranti cantarono ilTe Deumin rendimento di grazie, e tutte le case degli Europei ritornarono alle usate comunicazioni di prima. Giovanni Mariti, che dal 60 al 68 effettuò il suo viaggio per l'isola di Cipro, la Siria e la Palestina, fa pur menzione di questa pestilenza. Per altro, secondo lui, non ascendono che a soli ventiduemila gli estinti di quel contagio in tutta l'isola. Ciò non s'accorda colle note lasciateci dal Russel sopra questo particolare. (Russell Patrick, Treatise of the plague l. B.)
A quegli stessi anni la peste afflisse pur crudelmente una gran parte della Palestina, della Sorìa e della Mesopotamia, non che parecchi altri luoghi dell'Asia Minore. Essa vennepreceduta da tre anni di carestia e di fame acerbissima. In Aleppo, oltre alla carestia desolatrice, fu preceduta negli anni 1758-1759 da una febbre maligna petecchiale, che cagionò sì grande mortalità, come se fosse stata vera peste bubonica. Nella Palestina e nella Sorìa venne preceduta pure da replicate fortissime scosse di terremoti, che distrussero nel 1759 porzione della città di Damasco, e danneggiarono molto S. Giovanni d'Acri e Medina di Sidone. Nella primavera del 1759 comparve una cometa, nel 1760 un'ecclissi solare: fenomeni tutti, che gli Orientali sogliono riguardare come precursori della peste. A Medina di Sidone, a Tripoli nella Siria e a Latachea[52]la peste andò percorrendo regolarmente i suoi stadj dal marzo all'agosto del 1760; nè fu di grande violenza, mentre il numero dei guariti eguagliò incirca quello dei morti. Nei dintorni di Tripoli si riaccese nel 1762.
A Gerusalemme sviluppossi la peste nel febbrajo del 1760; a Damasco nel principio del marzo dello stesso anno. In ambedue queste città, come pure in altre città picciole evillaggi della Palestina da essa ne vennero orribili devastazioni. La mortalità fu immensa, specialmente in Damasco. Nel convento di Terrasanta ne morirono diciannove di ventun sacerdoti.
Mentre la peste faceva le più orribili stragi nella città di Damasco e lungo le città marittime della Palestina e della Sorìa, gli abitanti della città di Aleppo erano agitati da forti timori, mentre non avevano filo di speme del poter andar esenti dalla generale calamità.
La città di Aleppo, che secondo le osservazioni di Alessandro Russel[53], in passato andava soggetta quasi periodicamente alla peste, trovavasi libera da tale sciagura più tempo dell'ordinario. L'irregolarità della stagione che imperversava, la carestia, la fame, le malattie straordinarie, i continui terremoti, la singolarità de' fenomeni celesti, la vicinanza del contagio ne' paesi contermini, la trascuranza di tutte le precauzioni e discipline di sanità, facevano a ragion temere vicina la comparsa di questo flagello. Niente di meno, dappoichè non erasi ancora osservato che gli uccelli abbandonassero i consueti lor nidi; che non vi regnavamaggiore abbondanza d'insetti; che il gracchiar de' ranocchj non era men sonoro dell'ordinario; che non vi aveva mortalità straordinaria di animali (fenomeni pur questi che gli Orientali sogliono risguardare come precursori o almeno quai compagni della peste), tenevasi da molti non esser così vicina la sua comparsa, come infatti lo fu.
Al principio di maggio del 1760 arrivarono in Aleppo alcune caravane da Damasco, da Gerusalemme e da Latachea con parecchi individui infetti. Fra questi tre mercanti turchi, che presero alloggio in città in una casa presso il consolato inglese, tra' quartieri degli Europei. Costoro comunicarono il contagio alla famiglia presso cui alloggiarono. Alla fine del maggio altre caravane arrivarono da Gerusalemme e da Tripoli con parecchi pellegrini turchi e cristiani, i quali facendo ritorno dai luoghi santi contrassero l'infezione per via. In fra le genti di dette caravane eranvi ancora alcuni negozianti di Aleppo, che sebbene tocchi da peste, pure si ricoverarono senza verun ostacolo presso le proprie famiglie in città, e propagarono così più estesamente l'esiziale contagio. Ciò non pertanto, per queste prime apparenze non s'erano messi in guardia gli abitanti diAleppo, e ciò per avere in ispezieltà osservato, che fino allora non era stato attaccato dal contagio nessun degli Ebrei, i quali fra tutti sono i più facili a contrar l'infezione. Però sì bella cagion di speranza non istette molto a svanire, mentre un così dettocambiavalute, ebreo de' primi, fu attaccato il dì 14 giugno, e vi morì il diciassette. Da questa si diffuse il morbo in altre famiglie, ma però lentamente. Fu da notare che que' che assistevano i malati, andavano per lo più esenti dall'infezione. Ciò fu, dice il Russel, perchè l'aria era ancora pura in Aleppo, e la costituzione de' corpi non era ancora disposta all'infezione. Atteso questo lento avanzarsi del morbo vi ebbe appena chi disse, che quel morbo vera peste si fosse. In sul finir del giugno si accrebbe la mortalità, e più facile ne divenne il comunicarsi del contagio. Si diffuse nel gran sobborgo di Bankusa, e verso la contrada dettaJudeda, la quale, come i sobborghi adiacenti, è abitata da molte famiglie cristiane. Ciò nulla meno, malgrado che il contagio fin dal principio manifestato avesse la sua più grande malignità, mentre di sei appestati uno appena salvavasi, pure per tutto l'anno 1760 fece lenti progressi. Essendo esso diffuso in quasi tutte le contrade della città, i consolieuropei e le fattorie delle varie nazioni non potevano mantenersi in libera comunicazione cogli abitanti senza il più evidente pericolo, il perchè si chiusero nei loro quartieri il dì 30 giugno; e ciò con tanto più di ragione, quantochè la sperienza ha fatto conoscere ne' paesi orientali, che la peste, la qual regna nel giugno, non termina mai prima della fine di agosto. In luglio il contagio accrebbe alquanto la sua ferocia. Contavansi da 15 a 20 morti al giorno, secondochè permetteva farne giusto calcolo un paese, dove non vi avea più polizia sanitaria, nè registri di sorta. Il numero de' morti per peste argomentavasi dalle relazioni de' becchini, i quali tenevano conto di que' soli, i cui cadaveri nel seppellirli mostravano chiari segni di peste. La prima settimana di agosto si manifestarono altre malattie dellericorrenti, come diconsi, o almeno la peste ne cominciò a vestire una diversa apparenza. Verso la metà dell'agosto gli attacchi si fecer sempre più rari. Dal 20 non si parlò più di nuove sopravvenienze. Alla fine dell'agosto la peste scomparve, quantunque dir non si possa per assoluto che dopo d'allora nessuno sia morto di contagio. Il numero dei morti di peste in quell'anno, secondo le sopraccennate note raccolte dal dottor Russel, non montache a 500 circa. Ragion però suggerisce di credere, che maggiore d'assai ne sia stato il numero, se si abbia riguardo all'incertezza dei dati su' quali si appoggia questo calcolo, alla difficoltà di raccoglierli, alla vastità delle contrade e dei sobborghi di Aleppo, al numero della sua popolazione, alla qualità e all'indole della malattia, ed al suo carattere, dirò così,proteiforme, specialmente incerto nel principio della sua invasione; e finalmente, osservando, come soggiugne lo stesso dottor Russel, l'aver egli in quell'anno badato meno attentamente al numero dei sepolti, che non ha fatto negli anni susseguenti.
Cessata così nel 1760 la peste in Aleppo, speravasi, che non s'avesse a riprodurre; ma ne fallì la speranza. I villaggi delle vicine montagne fra Antiochia e Latachea, dove il contagio, cessato in Aleppo, erasi manifestato, continuarono ad esserne afflitti per tutto il verno. Anzi in alcuni di essi erasi rinvigorito assai fieramente sotto i rigori del freddo, che fu in quell'anno più acuto dell'ordinario. Dai detti villaggi montani le persone già infette, poi morte di peste, che s'erano rifugiate nelle pianure, specialmente in Edlib, Sogre ed in Aleppo stesso, sparsero il tristo seme del morbo fra lefamiglie, che ve le avevano ricoverate. Si osservò poi a quel tempo, che il contagio, il quale manifestavasi spinto da molta forza e veemenza ne' luoghi montani, passato che fosse al piano, perdeva gran parte del suo vigore, il perchè nelle sopraccennate famiglie non fece gran danno, e lentamente ad altre si propagò. Continuava la peste a Damasco. Ciò non per tanto fra esso ed Aleppo continuavano ad esser libere le comunicazioni. Gli Arabi non cessavano dal solito loro commercio. Nel marzo del 1761 si spiegò con molta forza il contagio nelle ville di Aleppo e specialmente in Sfirig[54]. A' primi del marzo in Aleppo stesso s'ebbero i primi sentori di peste, e alla metà incirca del mese si manifestò nel campo degli Arabi. Fu tale però la violenza fin dal suo principio, che gli Arabi spaventati abbandonarono nella maggior parte le proprie tende, e si rifugiaron nelle case de' lor conoscenti ed amici. Di settanta appestati appena due andavan salvi. Nè solo fra gli Arabi, ma sì bene fra i Turchi e fra i Maroniti si propagaron le stragi. Dirimpetto al campo degli Arabi, alla distanza di circa cento passi, trovavasi accampato un branco di cingani.Appena sepper costoro della strage, che faceva la peste nel campo degli Arabi, trasportarono le loro tende in un villaggio poco distante dalla città, dove malgrado le devastazioni che faceva in tutti que' dintorni la peste, si sono preservati sani, morti essendone soltanto due o tre di loro. Circa la fin dell'aprile il contagio si propagò anche nella contrada dettaJudeda. Sopraggiunser le feste del Bairam[55]; al qual tempo i bazzari[56]e i caffè sono straordinariamente affollati di gente, che vi concorre fin dai più rimoti quartieri della città. A quel tempo medesimo cadevano anco le feste di Pasqua de' Greci. Per queste circostanze aumentandosi le ragion de' contatti, e il frammischiarsi delle varie classi del popolo, il morbo dilatò a proporzione le sue conquiste e vi moltiplicò le stragi. Dal dì 5 aprile al 3 maggio successivo si contarono 856 morti, de' quali 150 cristiani e 4 ebrei. Nel maggio s'aumentò il male. La mortalità di quel mese giunse a 1211 persone; e di esse 215 cristiani, 33 ebrei. Soltanto dopo la metà dell'aprile cominciarono gli Europei a chiudersinei proprj quartieri; ed il consolato francese non adottò tal riserva che ai primi di maggio. In giugno la peste infierì più che mai, e somma ne fu la mortalità sì de' Turchi e sì degli Europei; ma in ispezieltà verso la fine del mese passò il contagio alle più immense rovine, giunto al grado del suo maggiore incremento. Dal 31 maggio al 5 luglio sono morte 5535 persone, fra le quali 639 cristiani e 183 ebrei. Penetrò nell'harem dello stesso Cadì ed in parecchie famiglie de' principali signori turchi. Molti morivano dopo 10 ore dalla contratta infezione, altri, ed in maggior numero, nel corso di 24 ore. Si contò pur buon numero di risanati. Morirono tre sacerdoti armeni ed un gesuita, comechè dai primi di maggio si fosse restato nel suo convento. Dopo il dì 7 di luglio il morbo cominciò a declinare. Il numero dei morti fra' Turchi scemò quasi della metà. Dai 1249 annoverati nell'ultima settimana di giugno, si ridussero a 833 gli estinti nella settimana seguente al 5 di luglio. Nelle sopravvegnenti ancor più rapida ne fu la declinazione, caduti morti solo 430. Verso la fine del mese si fu la peste così mitigata, che parecchi asserivano esser già al tutto spenta. Con tali voci forse miravasia persuader gli Europei di uscire dai loro quartieri; e taluni sì cristiani e sì ebrei, prestatovi credenza, ne uscirono al pubblico. Alla fine del luglio il popolo in generale cominciò a rincorarsi, nè più si vider abbandonati e deserti i bazzari, come per l'innanzi facevasi. Morì di que' giorni anche il padre Carlo del convento di Terra-santa, celebre per la sua esimia pietà e carità. Questo benemerito sacerdote fin dalla primavera del 1760 erasi spontaneamente dato all'assistenza de' malati, esponendo se stesso con istraordinaria virtù al più evidente pericolo dell'infezione; e nel salutare oggetto di assistere come potesse il meglio i suoi simili, nol ritenne nè pericolo, nè orror di morte. Racconta anche il Russel d'averlo assai volte veduto nelle case degli appestati prendere in su le braccia i malati per rialzarli e assettarli meglio nel letto, somministrar loro le medicine, e confortarli con ogni maniera di soccorsi, che sa trovare l'ingegnosa carità a chi l'ha in sè per virtù della santa Religione. Dal dì 5 luglio al 2 agosto sono perite 2115 persone; fra d'esse contaronsi 312 cristiani e 57 ebrei. In tale periodo la diminuzion della peste si manifestò più certa infra' turchi, che fra i cristiani e gli ebrei.Ciò forse fu perchè i secondi abbandonatisi ad una improvvida sicurezza uscivano troppo presto dalle loro contumacie, avutasi pur da taluni l'imprudenza di frequentare i pubblici bagni. Dopo la metà del luglio non moriva alcuno prima del terzo giorno di malattia. Verso la fine del mese ricomparvero febbri terzane ed altre malattie, che diconsi dicarattere; ed erano d'un andamento diverso dalla peste. Ai primi di agosto quasi tutti gli Europei apersero le case loro a libera comunicazione. Circa la metà del mese risguardavasi come cessata la peste, ancorchè alcuni accidenti pestilenziali insorgessero qua e là. Dai 15 ai 31 agosto le liste de' morti presentarono una mortalità, minore di quella del febbrajo, che precedette alla peste, e rarissime ne furono le nuove incidenze. A soli 68 montarono i morti dell'ultima settimana, tra' quali 58 turchi e 10 cristiani. La mortalità totale dai 2 ai 31 di quel mese fu di 387 persone, delle quali 63 cristiani e 10 ebrei. Incominciato il settembre si passarono varj giorni senza nuovi accidenti.
Dopo la metà del mese non si contarono che due soli infetti; e dopo il 20 nessun altro più ammalò di contagio. Il perchè cotal tempo e da risguardarsi come il termine di questapestilenza. Le trepidazioni però e le angustie degli abitanti di Aleppo non cessaron del pari. Alcune morti improvvise avvenute nel corso del verno, ed alcune febbri anomale, dichiarate da que' medici d'indole inflammatoria e non contagiosa, mantennero vivi fra quegli abitanti il timore, la confusione, il sospetto, e ciò fino al marzo dell'anno seguente 1762, in cui dissipata ogni tema, se ne ristabilì la primiera tranquillità, la sicurezza, e la salute.
Da Aleppo la peste s'innoltrò in altre città della Siria e della Mesopotamia. Specialmente ad Orta[57]imperversò con la massima violenza. Vi morì il Bascià, quasi tutti i soldati, e le persone del suo seguito. I villaggi de' dintorni rimasero spopolati quasi interamente. Suez e Adena[58]ne furon pur travagliate assai fieramente. In quest'ultima città e vicini villaggi narrasi esser perite venticinque mille persone.
La peste si manifestò anco nella città di Marasch[59]nella primavera del 1761. Non feceessa in quell'anno di molti progressi, e cessò poi nell'autunno. Si riprodusse però nella state dell'anno seguente 1762. Si dilatò molto più, e cagionò danni molto maggiori, che nell'anno precedente, serpeggiandovi tacitamente e con pochi danni per tutto l'inverno. Quindi si aumentò nella state vegnente 1763, per altro con minore ferocia, che non aveva fatto l'anno precedente. Nell'anno 1764 si accrebbe ancora più, tenendo però lo stesso andamento degli anni precedenti, cioè divenendo più mite, ed appena sensibile durante il verno. Ma nell'anno 1763 aumentò in fiero modo le sue stragi; si dilatò per li vicini villaggi, e vi recò orribili desolazioni. La durata della peste, più lunga in Marasch, che in alcune altre città della Siria, fu un singolare fenomeno. A malgrado il continuo commercio fra Marasch ed Aleppo, non si ebbero certe notizie dell'andamento del contagio e del suo pur lungo durare, se non quando parecchi mercanti di Aleppo, stabiliti a Marasch, per cagion del più forte infierire del morbo, nella state del 1765, abbandonarono quella città e fecer ritorno ad Aleppo.
Da questa descrizione apparisce ognor più chiaro, che la peste in Levante tiene il medesimo andamento che in Europa. Cresce lentamente, e va, per così dire, fluttuando due o tre settimane; ed ancorchè in questo suo primo periodo, generalmente parlando, riesca mortale, pure il più di sovente ne' suoi primordj non presenta i sintomi, che sono proprj e caratteristici di lei; e gl'infermieri ed assistenti per l'ordinario non vi restano presi. Queste due ultime circostanze traggon seco assai spesso gravissime conseguenze e infrenabili. Per esse ne vien sovente ragione di questionare sulla natura della malattia, e metterla in dubbio. Il perchè, altri affermano esser la peste ed altri negano; e mentre se ne attende la risoluzione, sfugge un tempo prezioso che potrebbe dar mezzo a salute ed a sicurezza; od almeno non si vi pensa che troppo tardi, quando ogni riparo è svanito. Allorchè le città mercantili di Europa sono state infette da peste, il più delle volte è avvenuto pur troppo che si cercasse di occultarne la malattia sotto differenti nomi il più che si fosse potuto. Questa circostanza è comunissima nel Levante, dove, a vero dire, si ha minor ragione e mezzo di dar sollecite notizie dell'esistenza della peste; mentre le gentidel popolo, alle quali per li principj della lor religione è vietato di usare de' preservativi, dappoichè vivono abbandonate ad un cieco fatalismo, dalla pronta scoperta della peste non traggon esse vantaggio nessuno per la salute. Che anzi, al manifestarsi della peste ritirandosi gli Europei ne' loro quartieri, si menoma, anzi arenasi il loro commercio; e quindi per loro ne viene scemata la principale sorgente de' lor guadagni.
L'andamento, che ne' varj luoghi del Levante tiene la peste inoltrandosi al suo maggiore incremento, è quasi per tutto lo stesso. Non è così però del suo declinare, osservandosi in quest'ultimo suo periodo manifestissime le differenze, non solo secondo i differenti luoghi, ma eziandio secondo il tempo diverso. Per esempio, al Gran Cairo la peste suol quasi sempre terminare più presto che in Aleppo e lungo le coste della Siria; ed ivi pure in certi anni più sollecitamente, e in altri più tardi. In alcuni luoghi, p. es. nella Siria, nell'isola di Cipro, si osserva che domina all'ordinario in sul finire d'autunno, nel corso dell'inverno, ed in principio di primavera, e cessa nella state. In altri, in ispezieltà ne' paesi montani, suole imperversare particolarmentenel verno, ed infierire a proporzion dei rigori del freddo; mentre in altri del tutto cessa sotto i rigori invernali, e col procedere della cruda stagione.
In nessun luogo forse è più manifesta l'influenza dell'aria pura e della libera ventilazione per menomare ed arrestare i progressi del contagio, quanto ne' paesi del Levante. E di fatti, il morbo suol fare strage fra le famiglie del popolo, che abitano case anguste, sepolte, senza finestre e senza ventilazione; mentre per lo contrario nel così detto Serraglio, e ne' palazzi de' grandi, che sono spaziosi, ventilati, con ampie sale, belle gallerie dintorno, e con ogni possibile miglior maniera di costruzione adattati al clima, di rado vi penetra; e se giunge ad insinuarvisi, non s'appicca ordinariamente che agli schiavi, alle persone di servizio, ed al più alle donne dell'Harem, le cui stanze non sono nè così ampie, nè forse così ventilate, come sono le altre, per cagion de' ripari e dell'altezza delle finestre che vi si usano per l'estrema gelosia con cui quelle donne vengono custodite. La maniera di vivere e di conversare usata dai grandi della Turchia, influisce del pari alla loro preservazione. Il natural loro orgoglionon permette che alcuno loro s'accosti. Giacciono la maggior parte del giorno in una gran sala nel fondo del Divano, fumando tabacco, prendendo caffè, ed occupandosi degli affari, solo in compagnia di persone d'alto grado; le quali pure si tengono ad una certa distanza tra loro. I servi ed i paggi stanno fuor del Divano, nè fannosi avanti che quando vi sieno obbligati dal respettivo servigio, tornando poi subito al loro posto. Altre osservazioni sugli usi e sulle pratiche, le quali tengonsi ne' paesi del Levante in tempo di peste, mi verranno più acconce ad altro luogo di quest'opera. (Russel's Patrik, Treatise of the plague; Russel's Alexander, the natural Hystory of Aleppo; Mariti Giovanni, Descrizione di un viaggio fatto nell'Isola di Cipro, nella Siria e nella Palestina nell'anno 1760 fino al 1769.)
Nel 1763 regnava la peste nella Bossina, provincia ottomana confinante colla Dalmazia. Frequenti essendo le comunicazioni fra le due provincie; nè potendosi, attesa la qualità de' confini, regolare quanto convenga, nè impedire del tutto, il contagio non istette molto a propagarsi in Dalmazia, dove serpeggiò qua e là nel 1763, e travagliò quella provincia fino la metà del 1764. Infierì particolarmente ne'borghi di Spalatro, dove sono perite 530 persone. Per ragion delle buone discipline, e per le precauzioni usate, la città ne fu preservata. (Bajamonti, Storia della peste di Spalatro.)
A. dell'E. C. 1769-70-71. E' questa pur una delle epoche più memorabili della storia riguardo alla peste; dappoichè a questi anni mille settecento sessanta nove, settanta e settantuno, essa travagliò fieramente la Moldavia, la Valacchia, la Transilvania, la Podolia la Volinia, la Russia e Mosca particolarmente, come appresso vedremo, la Turchia Europea e l'Asiatica, e segnatamente Smirne, Aleppo, Alessandria, il Gran Cairo, gran parte dell'Egitto e Costantinopoli, dove periron d'essa più di 40 mila persone, portando di se per tutto infinite stragi e rovine.
Premesse poche notizie sulle precedenti pesti della Russia e sullo sviluppo ed andamento corso dal contagio nella Moldavia e nella Valacchia e in qualche altra provincia, passerò ad un breve sunto storico della memoranda peste di Mosca.
L'impero Russo fu due altre volte in precedenti epoche travagliato dalla peste. Delle più antiche non ne restan memorie, dico, che sieno scritte. La prima che se ne conosca peresse, è quella degli anni 1653. 54. 55. (V. pag. 464.) Cotal pestilenza devastò nel modo più spaventevole non la città di Mosca soltanto, ma sì ben anche varie altre città e paesi dell'impero. Quindi apparisce essere stata essa la più memorabile di tutte le altre. Ciò si raccoglie da una lettera scritta dai Bojardi di Mosca, che sono i capi della città, l'anno 1754, al Czar Alexa Micalovich, che allor trovavasi all'assedio di Smolensko.[60]La seconda risguarda quella del 1737. 38. 39. (V. pag. 613.)
Nell'anno 1769 ardeva la guerra fra la Russia e la Porta Ottomana, cominciata in Moldavia. Un corpo dell'armata russa, dopo aver disperso l'immensa turba nemica sotto Chozim, e presa Yassy, capitale della Moldavia, si era dato ad inseguire l'armata turca oltre il Danubio, mentre l'altra parte dell'esercito aveva avuto l'ordine di attaccare un grosso corpo ottomano, accampato presso Gallaz, e d'impadronirsi, a qualunque costo, di quella città. Seguitamente ad un ostinato combattimento, in cui restò prigioniero il principe Maurocordato, i Turchi furono pesti in fuga, e l'armata vittoriosa s'impossessò di Gallaz e di tutto quel tratto di paese, che giace al di qua del Pruth. Questa città presa d'assalto fu abbandonata al sacco.In essa vi regnava la peste, di fresco introdottavi col mezzo di mobili e di mercatanzie portate da Costantinopoli per ragion di una fiera, che per l'appunto vi si teneva a que' dì. Ignorando il comandante russo che quivi fosse la peste, e quindi esso di nessun mal sospettando, ordinò che ai soldati, sani e feriti, si desse quartiere nelle case della città e de' circonvicini villaggi, anco per ristorarli dell'ingiurie della stagione che cominciava a inasprirsi, già inoltrato essendo il novembre.
Di tal modo s'apprese il contagio alla truppa. Parecchi soldati del presidio cadder malati; e due tra quei della guardia posta al principe prigioniero, si morirono in breve corso del male. Non istette molto la peste a diffondersi fra la truppa co' suoi più manifesti segnali. Il supremo comandante dell'esercito feld-marasciallo conte Romianzow Sodanaisky istrutto di quanto accadeva in quel corpo d'armata, ordinò al generale de Stoffel, che ne comandava la divisione, di sloggiar da que' luoghi, ritirarsi a Yassy colla sua armata, ed ivi tenersi in istretta contumacia, facendo ricoverare i malati in un lazzeretto. Nella marcia che fece la truppa da Gallaz a Yassy, si minorarono sensibilmente le malattie e le morti, di modo che s'incominciòa dubitare se vera peste si fosse quella, od altra natura di male. Giunta che fu a Yassy l'armata, i soldati rimasti sani si distribuirono per le case, ed i malati si allogaron nello spedale, che fu stabilito nello stesso palazzo de' Principi di Moldavia. Scorsero tranquillamente tre settimane, e solo circa la metà del gennajo si osservò dai chirurghi dello stesso spedale, che vi comparivano di molte febbri, accompagnate da petecchie, le quali furono definite dapprima per febbri maligne castrensi. A parecchi di tai malati in settima ed in ottava giornata di malattia scoppiava qualche bubone, che poi al tutto non si risguardava, che qual crisi imperfetta, ovvero qual decubito del male. Il che si fermò con tanto più di persuasione, in quanto non pochi di loro dopo una discreta e legittima suppurazion ne guarivano. Pochi dì appresso, osservaronsi e carbonchi, e morti o repentine o sollecite; quindi proporzionalmente che tai fatti facevansi più frequenti, si andarono anche aumentando i timori di peste. Tale nel corso di quattro settimane fu l'andamento della malattia in quello spedale.
Nella città procedevan le cose tranquillamente, nè sentivasi parlare di peste. Ma questa calma fu di breve durata; e, com'era pur daaspettare, l'infezione in pochi dì si sparse anche fra quegli abitanti. Racconta l'Orreo che un soldato uscito dall'ospitale, venduta avendo a un ebreo la pelliccia, presa ad un Turco prima di giugnere a Yassy, fu il primo seme, che diffuse il contagio in città. L'ebreo si morì impensatamente il giorno dopo averla indossata, e da lì a poco pur si morirono due suoi figliuoli, co' quali ei conviveva. Sia stata pur questa la causa dell'infezione fra gli abitanti, o sì veramente altre ancora e più generali sienvi concorse, certo egli è, che il contagio si è propagato con grande rapidità in più quartieri, e vi uccise di molte persone; quindi cominciò la costernazione frà cittadini; e sebbene fossero pressochè generali le voci di peste, e molti casi se ne contassero di morti repentine e violente con manifesti segni di contagio; pure molti vi aveva ancora, che ostinati il negavano, sostenendo non esser que' morbi, che semplici febbri maligne. Sgraziatamente il generale comandante de Stoffeln fu di questo partito, tratto probabilmente in errore dalle false insinuazioni de' magnati Moldavi, i quali più della peste temendo dell'allontanarsi l'armata russa dalla città, e del restar nuovamente esposti all'incursione de' Turchi, sforzavansi di far crederecon ogni ragione, che quella malattia non fosse di pestilenza. Ma nel marzo fu pressochè generale l'incendio di quel contagio in città; e lo stesso generale barone de Stoffeln ne cadde vittima. Le medesime ragioni private, che avevano tratto in errore quel generale, servirono a render più diffusa la cagion del male fra gli abitanti della città non solo, ma in tutta la Moldavia. Le case, le ville e le città stesse divenner deserti. Gli abitanti presi da estremo infrenabil spavento si fuggivano sulle montagne. Molti cadaveri restavano insepolti; e siccome v'ha nella Moldavia gran quantità di cani, la quale per barbaro popolar costume e per superstizione, a somiglianza de' Turchi, si procura di conservare, così que' cani rimasti in gran parte senza padrone, e senza trovar cibo, facevano degl'insepolti cadaveri loro pasto comune. Il perchè, giusta quanto assicura l'Orreo, che trovavasi a quel tempo in Yassy, molti ne divennero idrofobi; quindi oltre il flagello della peste, pur questo della idrofobia univasi a travagliare quegli sventurati abitanti. In questo mezzo, comunque fosse grande la violenza e la diffusion del contagio, pure fino alla metà incirca del maggio 1770, stette ristretta la peste alla sola classe del basso popolo. Daallora s'appiccò indistintamente ad ogni sorta di persone, perchè mercatanti, sacerdoti, plebei, nobili, soldati, e d'ogni grado uffiziali ne venivano colti egualmente. Nel giugno cominciò a declinare la malattia, e a mitigarsi la violenza de' suoi attacchi.
A Fockschiany, ed a Bukarest nella Valacchia, la peste s'è introdotta più tardi, che a Yassy; e vi cagionò pure di molto minori danni, cessatavi pur anche più presto. Ma negli spedali militari di Fockschiany e di Bukarest ne fu grande la mortalità. Nè solo nelle capitali, e nelle primarie città della Moldavia e della Valacchia fece stragi il contagio, ma si ben anche in molti villaggi e paesi delle campagne di quelle vaste provincie. Non però in nessun altro luogo cotanto come in Yassy[61], che anzinelle ville e ne' paesi della campagna si estinse in breve. Ciò avvenne forse per gli usi di quegli abitanti, i quali al primo manifestarsi della peste infra loro, sogliono la maggior parte fuggire tra monti, e nelle campagne, sceverandosi ne' luoghi i più romiti e solitarj; donde armati di pistole e di fucili, e col continuo sparo tener da essi lontano qualunque forestiere cerchi di avvicinarvisi. Ad impedire i progressi del contagio ne' detti luoghi della campagna contribuiscon forse non poco anco le particolari costumanze de' paesani Moldavi e Valacchi; usando essi al primo accorgersi della peste,e di qualche individuo della famiglia che ne sia infetto il trasportarlo nascostamente nel più vicin bosco, deporlovi in luogo ombroso sopra un letto di foglie con da canto un vase con acqua ed alcuni alimenti, visitandoli poi i lor congiunti, o chi altri loro appartengano, o chi di lor caglia per pietà ed interesse. A questi ufficj ritornano di quando in quando ed a questi provvedimenti. A sì fatta costumanza gl'induce principalmente l'idea di sottrarsi il più che sappiano ai riguardi del pubblico, e alle discipline e precauzioni ordinate dalli magistrati della sanità. Que' malati, a' quali reggono ancora le forze e il potere, s'accendon da se un po' di fuoco; e morendo, il che accade più di sovente, sono nel sito stesso coperti di terra, o rimangono colà insepolti; ed ivi imputridiscono, o vengono divorati dai cani, dalle fiere, e dai vermi. Sogliono però que' villici guardarsi ben dal toccare l'ammalato, e qualunque cosa che sia stata da esso usata, maneggiata, o toccata.
Sì nella Moldavia, che nella Valacchia appena si manifesta il contagio pestilenziale in una Città, borgata, o paese, ne son presi in nota tutti gli abitanti dall'ispettore o intendente della PestePesthaufsehers. La Città, o paesedividesi immediatamente in quartieri; vi si nomina dallo stesso intendente un individuo col titolo e ufficio di sotto ispettore della peste, le cui pratiche sono di visitare tutti i malati di peste in vece dei medici e dei chirurghi; il che a dir vero tanto è più ragionevole, in quanto quei luoghi sono di medici e di chirurghi assai scarsi. Tosto che ammala qualche individuo, por si dee fuori della porta della casa un segnale, e darne immediatamente notizia all'ispettor del quartiere, il quale è obbligato di tosto visitarlo. Che se in tale visita riconosca essere l'ammalato realmente appestato, lo fa trasportare, permettendolo la stagione, fuor della porta di quella casa, con tutti i suoi vestimenti. Se ciò accade nel verno, fa collocar l'ammalato in un certo cotal luogo, che vien stabilito appositamente per gli ammalati di peste. Ognuno che muore dal contagio, col mezzo di persone a questo ufficio appositamente destinate, viene trasportato e sepolto. A tale ufficio di becchini sono stabiliti individui della feccia del popolo, e per lo più i gran bevitori. Dipendono essi dall'ispettore, e si prestano a tal pericoloso ministero avendo tutto il corpo e vestiti unti di catrame. Parecchi di essi sogliono portare degli amuletti appesi al collo; e taluni entro al loroturbanun bubonesecco e tagliuzzato, che alle volte poi vendono ai più creduli del luogo per un prezzo assai caro, tenuta essendo questa sostanza in conto di grande preservativo, ed impiegandosi come ingrediente principale per fare degli amuletti. Trovandosi la Moldavia e la Valacchia in preda alle devastazioni della peste, i Signori delle dette provincie, e particolarmente i più ricchi di Bukarest, abbandonarono le case loro; e temendo le conseguenze dell'evacuazione dell'armata Russa dalle loro provincie, si rifugiarono in gran numero verso il territorio della Transilvania; parte rimasti accampati sotto tende sulla linea del confine; parte entrati nei Lazzeretti; ed altri finalmente rifugiatisi nei villaggi montani limitrofi. Alte giogaje di monti dividono la Valacchia dalla Transilvania, ed il confine è esteso e difficile a custodirsi. Il distretto montuoso di Corona del territorio transilvano è il più prossimo al confine: in ispecieltà la parte di esso dettai Casali, popolata da sei in settecento famiglie, abitanti casolari rustici sparsi in quattro grandi vallate a piedi del monte, dove più dove meno fra loro distanti, è immediatamente vicina e limitrofa alla Valacchia. Quegli abitanti solevano fare co' confinanti Valacchi il picciolo loro commercio; andare e venire dalla Valacchia aloro bell'agio, e prestare ai viaggiatori e forestieri asilo e ricovero contro la guerra e la peste. Per tal modo non è a stupirsi se la peste che infieriva nella Valacchia e fino negli ultimi villaggi limitrofi non istette molto a propagarsi anche nella Transilvania, e primieramente nel più prossimo distretto di Corona, siccome quello che col paese vicino infetto era in più frequente e libera comunicazione.
Vennero prese delle precauzioni per impedire queste comunicazioni, ma non abbastanza sollecitamente; mentre già in maggio 1770 il pestifero morbo aveva oltrepassato i confini, ed attaccato una famiglia del distretto di Corona, che diede alloggio ad un greco di Bukarest. Detto greco aveva dato a lavare le sue biancherie sporche ad una donzella della stessa casa ospitale che lo aveva albergato; e il giorno dopo s'avviò al Lazzeretto presentando l'aspetto della migliore salute. La fanciulla però, che lavate aveva le di lui robe, ammalò con un bubone sotto l'ascella sinistra ed un carbonchio al gomito destro, e se ne morì in quattro dì. Ad essa poco dopo tenne dietro la madre, un di lei fratello di dieci anni, ed una picciola sorella di quattro, morti tutti e tre dopo breve decubito da quel morbo medesimo. Al padre si appiccò più mite il contagio:manifestatasegli una parotide presso l'orecchio destro, scampò la vita; lo che avvenne pur di un'altra fanciulla di sei anni, cui scoppiato era un bubone all'inguine sinistro. Il rio morbo da quella in altre famiglie del distretto non istette molto a diffondersi. Nel solo territorio detto dei Casali, fra 665 famiglie formanti insieme 3106 individui, 236 sono rimaste infette, 743 furono i malati, de' quali 615 morti, 128 guariti. In oltre sono morti 33 forestieri, tra' quali due chirurghi; 11 sono guariti. Da quella in altre località del distretto medesimo si propagò il contagio; a Rosnania, a nuovo e vecchio Tohan, ma non vi fece grandi progressi, arrestato forse dalle buone discipline, e saggi provvedimenti sanitarj che un più tardo sviluppo lasciò tempo di adottare colà. Fra 833 famiglie che costituivano la popolazione delle tre sopraccennate località, 81 soltanto rimasero infette; e fra esse gli attaccati furono 228, i morti 174, i risanati 54. I principali sintomi di questo contagio, giusta la descrizione che ci à dato di esso il celeberrimo Chenot, erano, brividi, freddo, improvvisa prostrazione o abbattimento di forze, una certa ambascia o angustia ai precordii, calore, sete, eccessivo dolore di testa, vomito, alienazione di mente, delirio, talvolta sonnolenza irrequieta,buboni agl'inguini, alle ascelle, parotidi, carbonchi; e nei cadaveri vibici e petecchie[62].
Dal distretto di Corona il contagio si propagò in altri cinque di quella Provincia, cioè in quellodi Fogara, a Rosmunda nel Comitato di Nangy-Sinken, nella Contea di Hâromszék, nella Residenza Csiken, e nella Contea Marussich. Intutti questi sei distretti, popolati da 3486 famiglie, la peste vi penetrò in 506; ammalarono 1643 persone, delle quali ne morirono 1204 e439 risanarono. Il primo sviluppo del morbo accadde in maggio 1770, come fu sopratocco, e vi ebbero parecchi morti. In giugno e lugliosuccessivi si accrebbe: ma nell'agosto e settembre giunse al massimo della forza;[63]. In ottobre cominciò a declinare; In novembre erain piena declinazione; in dicembre più mite ancora; in gennajo pressocchè interamente cessato: e nei mesi di febbrajo e marzo non si ebbe chequalche raro caso. Il giorno 20 marzo ammalò una donna a Kakasd, Contea Marussich, con un bubone all'inguine destro ed un carbone sul ventre, la quale anche guarì: e questa fu l'ultima incidenza morbosa nel territorio della Transilvania. Visitate dal D.rBrukmann tutte le località nelle quali aveva serpeggiato la peste, ed in conseguenza erano considerate infette; ed avendo riconosciuto che non vi avevano più in esse se non che delle malattie ordinarie, tra le quali la scarlattina:ciò che fu considerato di buon indizio; mentre è osservazione quasi costante, che durante la peste non regnano altre malattie, o se si manifestano, assumono ben presto di essa il tipo e il carattere in modo da andarne colla stessa confuse: e che allorquando la peste volge al suo termine, incominciano contemporaneamente a comparire qua e là morbi ordinarii col consueto corredo de' sintomi loro proprii, furono dati gli ordini degli espurghi delle case e suppellettili infette; ai quali espurghi si è dato principio nell'aprile seguente.