Intorno ai rapporti della scienza bellica colle scienze, le lettere, le arti e lo stato sociale, considerati sotto un aspetto generale dall'antichitá fino ai dí nostri.
Intorno ai rapporti della scienza bellica colle scienze, le lettere, le arti e lo stato sociale, considerati sotto un aspetto generale dall'antichitá fino ai dí nostri.
Nei precedenti discorsi abbiamo avuto per iscopo l'indicare moltiplici rapporti che si scovrono tra le scienze belliche, le scienze tutte e lo stato sociale. In quest'ultimo ci proponiamo di trattare le tre seguenti quistioni:
1. Se vi esistano rapporti, e quali sieno, tra la guerra considerata come fatto sociale e come scienza, e la letteratura e le belle arti.
2. In quale categoria di scienze possa andar compresa la guerra considerata come scienza, se in quella delle esatte o in quella delle approssimative. Quale sia il metodo piú adattato per l'insegnamento di essa, determinato il carattere che scientificamente considerata assume. In ultimo quanta sia l'importanza dello studio teorico in una scienza tutta di applicazione pratica.
3. Quali sieno le veritá che risultano dall'insieme del nostro lavoro sull'importanza della scienza, e quali perfezionamenti sia questa capace di ricevere dallo stato attuale dello scibile e della societá[47].
Il metodo piú semplice per determinare l'esistenza de' rapporti enunciati nella prima quistione è a nostro credere quello d'indicare l'essenza della letteratura e delle belle arti generalmente e partitamente, mentre, una volta ciò fatto, è facile dedurre se esistano quei tali rapporti con una scienza di cui abbiamo fatto conoscere non solo la natura ma le proprietá tutte sotto gli aspetti piú vari.
La letteratura e le belle arti sono a parer nostro una manifestazione della nostra natura nelle facoltá dell'intelligenza e della sensibilitá. In effetto tutte le produzioni letterarie come le artistiche non sono che il risultamento dell'impiego piú o meno felice di tali due facoltá[48]. Questo principio può dedursi dall'esame della nostra natura, delle sue condizioni e del suo scopo; può essere ugualmente dedotto dallo sviluppo successivo che si opera in tutte le umane associazioni, dai primi passi nel viver civile fino ai piú avanzati nella carriera della civiltá dei quali si possa fornire esempio. Infatti qualunque sia lo stato di una societá, esistono negli esseri che la compongono le facoltá e i bisogni che corrispondono alla loro natura. Tutto il movimento progressivo dell'umanitá sta in ciò, che per soddisfare un nuovobisogno è necessario dar maggior sviluppo alle nostre facoltá. Cosí la divina sapienza ha stabiliti legami indissolubili tra la nostra natura fisica, la intellettuale e la morale, e cosí i piú volgari bisogni dell'essere senziente hanno servito di stimolo all'azione dell'essere intelligente, ed allora il mezzo ha nobilitato lo scopo. Per conseguenza ciò che separa una societá barbara da una incivilita si deduce dalla somma dei bisogni di entrambe e dallo sviluppamento delle facoltá atte a soddisfarli. Or se le scienze belliche, ovvero, ove esse siano ancora ignote, l'azione della guerra, hanno la sorgente nella natura; se sono una particolare applicazione delle umane facoltá per soddisfare un ordine di bisogni; se gli eserciti o la parte della societá che combatte formano una societá distinta nella general societá, che assume proprietá e condizioni armonizzanti col suo fine; se tutto ciò è vero, siccome ci siamo sforzati di provare, ne risulta che coteste belliche scienze sono un riflesso della societá tutta intiera, ed in conseguenza debbono secondarne ed esprimerne il movimento progressivo, stazionario o retrogrado. Avendo quindi dimostrato che la letteratura e le belle arti essendo una manifestazione della nostra natura esprimono un bisogno e fanno sviluppare ed attivare delle facoltá per soddisfarlo, e che questa disposizione mostrasi per gradi e con caratteri diversi nei vari gradi d'incivilimento, possiamo cavarne di conseguenza che la parte di ogni associazione destinata a pugnare per essa non può essere estranea allo stato delle arti, della letteratura e delle scienze ed allo stato sociale, o che sia temporaneamente riunita o permanentemente organizzata.
Potremmo dire di aver risposto alla prima quistione; ma crediamo poter dimostrare dall'essenza particolare dei rami diversi della letteratura e delle belle arti quali sieno i rapporti che noi ricerchiamo e perché esistano.
La letteratura secondo la nostra maniera di vedere ha per iscopo lo esprimere per mezzo di segni alcuni bisogni che sono nell'essenza della nostra natura, in modo che nella loro compiuta manifestazione si mettono a luce sotto certe forme convenute i nostri sentimenti e quelle idee che in noi sono inmaggiore armonia coi primi. Questo modo di considerare le produzioni letterarie ci sembra anche applicabile alle belle arti, come piú innanzi faremo conoscere; e convenendo dell'imperfezione di questa definizione, la consideriamo non pertanto come sufficiente a facilitare l'intelligenza del nostro successivo ragionamento, nel quale non ci sará difficile dimostrare qualmente la guerra abbia spesso come fatto sociale fornito alla letteratura ed alle belle arti i materiali per esercitarsi e le occasioni per produrre i lavori piú atti ad affrontare l'azione dei secoli, ed abbia concorso ad essere uno de' mezzi dai quali uno stato sociale possa ricevere la sua piú compiuta espressione[49].
Se si considerano nella piú generale classificazione, i nostri sentimenti morali possono ridursi all'amore ed all'odio: il primo tende a riavvicinarci a tutto ciò che inspira questo sentimento, a immedesimarci con esso; l'altro ad allontanarlo e a separarcene, fino al punto di tendere alla sua distruzione a fine di evitarlo per sempre. Il mondo moralmente considerato gira su queste due tendenze, come il mondo materiale sulle due forze di attrazione e di ripulsione. La poesia come prima forma dell'espressione de' nostri sentimenti canta l'odio o l'amore, e tutta la magia delle sue forme tende ad attivare al massimo grado i sentimenti che ha preso ad esprimere. Ora l'amore per la propria famiglia e la propria tribú, e l'odio per quelle che sono con esse in opposizione o in rivalitá, sono al tempo stesso le passioni delle prime riunioni sociali e tendono egualmente ad ispirare il coraggio di fare tutti i sacrifici, financo quello della vita, per amor de' propri ed in odio degli avversari. Per conseguenza subito che la poesia tratta le passioni dell'amore edell'odio non nel senso puramente individuale ma nel collettivo, queste passioni si trovano trasformate in canti guerrieri, destinati ad eccitare il valore per mezzo dell'indignazione verso i nemici e dell'affezione pei propri e la rassegnazione a sopportare tutti i tormenti che la fortuna delle armi riserba ai vinti nelle barbare societá. È ben naturale che per ispirare una generosa emulazione le geste de' tempi andati, gli effetti della vittoria e quelli piú tristi della disfatta sieno mezzi tutti che la poesia adoperi per eccitare le passioni necessarie al buon successo della lotta. Cosí la poesia diviene storica ed epica al tempo stesso, e la parte che la divinitá prende all'impresa per appoggiarla come giusta o per condannarla come alla giustizia contraria, riveste di un carattere teologico e mistico le poesie dei popoli in questo stato di societá. I selvaggi dell'America e dell'Affrica, gli scaldi e i bardi presso gli scandinavi e le popolazioni celtiche ed orientali attestano la nostra asserzione, cioè che nelle prime societá la poesia era in rapporto diretto con la guerra. In quelle piú incivilite vediamo riprodursi questa connessione con quelle condizioni che il grado di civiltá determina. In effetto il popolo ebraico aveva i suoi poeti che cantavano la guerra. Lo stesso era presso gli arabi. Anche nelle contrade misteriose dell'India si vedono dei poemi destinati ad eccitare le passioni guerriere ed a conservare le tradizioni cosí delle geste de' grandi uomini che degli odii nazionali. Il poema conosciuto sotto il nome diNiebelugenper la Germania è tra questi. I greci nell'antichitá avevano i loro canti di guerra, e basta per farne prova il nominare Tirteo. Il Feuriel e il barone Eckstein hanno fatto conoscere quelli dei greci moderni e degli abitanti della Servia. Nei tempi nostri abbiamo anche veduto in Prussia ed in Francia ed in Russia delle composizioni ad uso degli eserciti. Considerando la poesia in uno de' suoi modi piú elevati qual è quello dell'epica composizione, non abbiamo che a richiamare l'attenzione dei nostri lettori su ciò che dicemmo nel nostro primo discorso, cioè dire che tutte le grandi epiche composizioni, come l'Iliade, l'Eneide, laGerusalemme, laHenriade, sono tutte destinate a descrivere una guerra, comesoggetto che presenta ad un tempo il maggior numero di grandi caratteri, di forti passioni e di situazioni difficili; elementi tutti che innalzano e facilitano il genio del poeta ed il merito della composizione.
La musica nei suoi metodi informi è contemporanea dei primi saggi della poesia e può considerarsi come una ausiliaria di lei. Osservata nella sua essenza e nel suo scopo è facile vedere che sorge dalle stesse disposizioni, tende a soddisfare gli stessi bisogni, ad eccitare ed a rinvigorire le stesse passioni o dolci o veementi, esprimendo l'amore o l'ira: per queste ragioni tutte è stata sempre la fedel compagna della poesia, molto avendo di comune con essa[50]. Perciò vediamo i guerrieri in tutti i tempi essere animati da istrumenti atti ad eccitarli nelle fazioni guerresche o a graduare i loro sforzi a seconda de' bisogni. Questo carattere e questo scopo della musica militare segna il passaggio dal periodo di assenza d'ordine tattico a quello che ne ha giá uno: nel primo caso la musica è un puro eccitamento, nel secondo acquista di giá un carattere moderatore. In effetto Omero distingue i greci dai barbari dalla loro marcia eguale al suono del flauto; e Paolo Giovio descrivendo l'esercito di Carlo ottavo nella sua entrata in Roma, nota come misura dell'imponenza di quell'esercito ordinato in modo nuovo, che i tedeschi e gli svizzeri marciavano in cadenza al suono de' militari istrumenti. La musica militare si è perfezionata e si è talmente livellata con lo stato della scienza militare e con quello della musica in generale, che ai nostri dí abbiamo veduto stabilirsi tale connessione intra esse che si è marciato all'oppugnazione di un ridotto vomitando la morte e il dolore con le arie di un dramma ove tutto respirava l'amore, e si è accompagnata nel teatro la musica vocale dagl'istrumenti militari piú sonori e piú esprimenti il fragore delle battaglie. Segno novello della fusione della societá, fusione che bisogna osservare in tutto ciò che ne offre indizio, dalle piú alte alleminime manifestazioni[51]. La piú piccola esperienza di guerra ed anche di semplice servizio militare fa conoscere quanta influenza abbiano anche i meno armonici istrumenti per ravvivare nelle marcie la spossatezza de' soldati, e come il cantare nella stessa occasione ne allevii la fatica; pruova significativa della natura morale dell'uomo, ch'è suscettiva di ricevere l'impulsione e di accrescere le sue forze con mezzi che operano sulla sua immaginazione e la sua sensibilitá. Le storiche tradizioni ci parlano dell'effetto straordinario della musica sui greci; cosí che si è creduto che questo genere d'armonia di cui non è restato vestigio alcuno, avesse nella sua natura e nel suo merito intrinseco la ragione degli straordinari suoi effetti, mentre è piú naturale credere che quel vivo entusiasmo risultasse dalla disposizione, dall'organizzazione e dall'insieme delle circostanze di quel popolo. Quando la societá attuale della Svizzera sará cambiata, quando i suoi abitanti avranno obbliata la cantilena che li rende ammalati sulla terra straniera, che cosa mai penserassi dell'armonia di quel canto da coloro che ne leggeranno gli effetti? Maraviglie! E pure niente è meno mirabile. Il suo incanto nasce dal rapporto delle persone con le idee e con le rimembranze che suscita.
Passando alla pittura e alla scoltura non può negarsi ch'esse sorgano dallo stesso principio che la poesia e la musica e tendano allo stesso scopo, ma con forme tutte proprie; tendono cioè ad eccitare le due principali passioni nelle quali crediamo che tutte le altre sieno contenute come diramazioni o graduazioni di esse. Infatti se si voglia analizzare filosoficamente e ricercare storicamente che cosa possono prefiggersi queste due arti ed in che senso sieno state adoperate, nerisulterá che tendono a perpetuare la memoria dei sentimenti esaltati di amore o di odio e di tutti gli avvenimenti piú celebri che ne sono derivati, per lasciare esempio ed impulso alle future generazioni, ispirando loro il rispetto per gli eroi individualmente o per le azioni eroiche collettivamente operate, ed a fermare con monumenti perenni le ère importanti nella storia delle nazioni. Non vi è bisogno di dire che i ritratti de' grandi uomini, le rappresentazioni degli avvenimenti importanti, le statue elevate ai primi, i monumenti commemorativi degli altri e le medaglie, che sono come l'ausilio delle due arti, hanno per lo piú per iscopo di lasciare ai posteri l'aspetto dei gran capitani o la loro intiera figura, e che tutti i quadri e i monumenti che tengono per loro fine particolare quello di rintracciare i primi passi e le successive vicende delle nazioni debbono naturalmente occuparsi dei gran guerrieri, delle guerre e dei fatti principali di esse. E cosí ci par chiaro che la scoltura del pari che la pittura, la musica egualmente che la poesia, abbiano moltiplici rapporti con la guerra. La storia delle arti ricavata dai monumenti pruova la nostra asserzione.
L'esame dei rapporti ch'esistono tra la guerra e la letteratura nelle produzioni dell'eloquenza, della storia e della parte dogmatica ci daranno maggior pruova delle idee che enunciammo.
L'eloquenza nella sua essenza e nel suo scopo ha le stesse proprietá che nella poesia abbiamo riconosciute; ma benché l'eloquenza possa ritrovarsi in ogni periodo dello stato sociale, quando vive passioni ed alti interessi ispirano i suoi organi, pur nondimeno solo in un'epoca di avanzata civiltá è sottomessa a metodi certi che ne fermano le regole e riveste un carattere piú positivo e piú compiuto. I rapporti di questo ramo della letteratura con le scienze belliche non han quasi bisogno di una dimostrazione razionale, mentre tutti gli storici avvenimenti sono ricchi di fatti che rendono incontestabile la loro esistenza. In effetto dalle istigazioni dei capi de' selvaggi alle loro tribú per eccitarle a combattere, dalle loro laconiche risposte per provare con quale stoicismo sapessero sopportare l'avversa fortuna, dalle concioni degli antichi capitani per animare il loroesercito infino agli ordini del giorno dei moderni — tra i quali son primi quelli di Bonaparte, considerati nel loro merito letterario e soprattutto nei loro effetti sulle truppe, — vediamo l'eloquenza, egualmente che la musica e la poesia, tendere ad uno stesso scopo, all'eccitamento cioè delle passioni della guerra, e vediamo l'azione de' mezzi da essa adoperati disegnarsi e graduarsi in ragione dell'esercito al quale s'indirizza, riguardandolo come simbolo del secolo e del popolo da cui sorge[52]. Le orazioni funebri per celebrare le geste de' guerrieri e render loro gli ultimi offici sono anche un uso dell'eloquenza, che tende a risvegliare vieppiú ne' vivi il desiderio di emulare i sacrifizi utili alla patria che operarono i trapassati, e ad inspirar loro la riconoscenza ed il rispetto per quei che il gran sacrificio di giá consumarono a pro del comune. Quella pronunziata da Pericle e riportata da Tucidide nellaGuerra del Peloponneso, le parole eloquenti di Demostene che giustificava la guerra benché infelice contro Filippo e giurava per le ceneri degli estinti in quella lotta, rivestono tutte l'istesso carattere e si prefiggono lo stesso scopo.
Quando portiamo il nostro sguardo sulle storiche composizioni non ci è difficile di scorgere che i loro autori mirano ad attingere lo stesso scopo dai poeti raggiunto nelle prime epoche della vita de' popoli, cioè a delineare il quadro delle azioni e degli uomini illustri che avevano contribuito allo stabilimento, alla conservazione o all'ingrandimento dello Stato. La sola differenza è nel metodo, mentre i racconti in prosa, rivestiti di tutti i caratteri dell'istoria, dimostrano popoli di giá inoltrati nellaciviltá, la lingua dei quali è fermata. Infatti Erodoto, padre dell'istoria, compose il suo immortale racconto che lesse in una solennitá nazionale per descrivere la lotta sproporzionata in cui i greci trionfarono dei persiani, l'Europa dell'Asia e la civiltá che progredisce di quella che sta ferma. Tucidide, Senofonte, Livio, Sallustio e Tacito raccontano nelle loro storie le guerre che hanno contraddistinto i periodi da essi descritti, e da queste narrazioni si deduce l'avanzamento o la decadenza delle nazioni. Polibio e Plutarco altro scopo non presero di mira nelle loro opere, benché il facessero sotto forma diversa, ma pure riflettendo pienamente lo stato della civiltá. Sarebbe lungo e fastidioso il richiamare alla memoria de' nostri colti lettori tutti gli storici moderni. Faremo solamente osservare che nei primi periodi del medio evo anche per mezzo della poesia si trasmisero alla posteritá le gesta di quell'epoca di barbarie, conseguitarono a queste composizioni le cronache, e quindi nel primo apparire della civiltá sursero gli storici: le guerre sacre o le crociate diedero occasione a Guglielmo di Tiro, a Joinville ed agli storici italiani di far rinascere quel genere di eloquenza esprimente i passi fatti nella civiltá. In effetto le gran composizioni di questo genere, ch'ebbe nel Machiavelli, nel Guicciardini, nel Davila, nel Bentivoglio e nel Paruta i suoi piú distinti organi in Italia, furon dirette a descrivere alcune di quelle grandi crisi sociali in cui i popoli si urtano, si confondono e si modificano.
Siccome poi esercitandosi le facoltá intellettuali e progredendo perciò l'intelligenza, vengonsi suddividendo le branche dello scibile, cosí sorse la letteratura didascalica, cioè quella che prescrive le regole per dare alle letterarie produzioni tutte le condizioni necessarie a renderle finite nel loro genere, sottomettendole ai metodi corrispondenti al fine che si prefiggono. Allora la scienza militare ebbe un genere a questo corrispondente e divenne ricca di opere in ragione dello stato dello scibile e della civiltá della nazione intiera, ed allora si videro trattati di tattica, di strategia, di fortificazione, d'amministrazione militare, come nell'ordine civile quelli di giurisprudenza,di medicina, di economia politica. Questo andamento costante dev'essere sicuramente il risultamento d'una legge della natura e non di un caso fortuito, il quale non potrebbe riprodursi con tanta costanza da per ogni dove. Infatti nei primi periodi di coltura intellettuale, se la divisione del lavoro letterariamente e scientificamente considerato non ha ricevuto un vasto sviluppamento, ne risulterá che l'istoria narri tutti i fatti qualunque sia la loro natura. In epoca piú avanzata in civiltá le storiche produzioni si dividono in civili, intellettuali e militari; distinzione che corrisponde a quella della societá considerata nel suo stato regolare, nel suo sviluppamento intellettuale e nelle sue crisi, ossia nel suo stato d'azione e di reazione. I primi storici puramente militari sono stati gli attori delle guerre celebri o i gran capitani di tutti i secoli, che furono gelosi di trasmettere alla piú lontana posteritá le loro azioni e i loro esempi. I commentari di Cesare, le opere di Senofonte e di Ammiano Marcellino pel basso impero, di Villardoyn e di Joinville per le crociate, di Montecuccoli, Rohan, Turenna, Catinat, Villars, Federico, Napoleone e di tutti gl'illustri capitani de' nostri tempi che hanno scritte memorie delle proprie azioni, quali Jourdan, l'arciduca Carlo, Suchet, Saint-Cyr, sono di questo genere. Vengono indi le opere istorico-critiche, che non posson essere prodotte ove la scienza non è fermata, altrimenti mancherebbe il principale carattere di queste produzioni, ch'è quello di misurare il merito de' fatti sulla scala de' princípi: per cui tali opere non cominciano che nel secolo di Luigi decimoquarto con il Quinci storico militare di quell'epoca; abbondarono molto piú nel decimottavo secolo, ove il Lloyd, il Temphelof, il Rettzov e tanti altri si sono distinti in questa carriera che ha prodotto ai dí nostri il Dumas, il Jomini, il Pelet, il Vagner, il Muffling, il Napier, il Vaccani ed altri meno distinti ma utili egualmente nella loro sfera. Questa abbondanza di scrittori dimostra che la scienza è fermata in corpo di dottrine, e che in una associazione qualunque è impossibile che una scienza tutta dalle altre derivante sia giunta a questo stato di avanzamento senza che tutto lo scibile umano abbia fatto corrispondentiprogressi; e il veder trattata la filosofia della guerra da distinti autori, come il Lloyd, il Jomini, il Chambry, il Critis professore a Torino, è una pruova luminosa dell'essersi considerati tutti i rapporti che le scienze fisiche e morali hanno con la guerra dalla quale sono riassunte.
Per restringere quanto abbiamo detto come soluzione della prima quistione che ci siam fatta, possiamo dire:
1. Che la letteratura e le belle arti essendo una manifestazione dei nostri sentimenti hanno origine e scopo comune.
2. Che si prefiggono in generale di dirigere l'umanitá nelle due passioni predominanti, l'amore e l'odio, e d'indicare ciò che dee ispirarci il primo sentimento o ciò che il secondo.
3. Che o le nazioni facciano la guerra con tutti gli uomini validi o con parte eletta, la letteratura e le belle arti avranno sulla parte combattente una influenza proporzionata a quella che esercitano sulla societá intiera.
4. Che i canti guerrieri, la musica che vi corrisponde, i quadri che conservano le sembianze dei grandi uomini o delle grandi azioni, i monumenti eretti in ogni forma per eternare la gloria e per richiamare la riconoscenza delle future generazioni altro non sono che delle forme varie per eccitare le stesse passioni. E questa è la parte invariabile di questi rapporti, perché la variabile sta nel grado di perfezione di queste produzioni che simboleggiano e rivelano lo stato sociale e le sue condizioni; per cui gl'informi disegni dei messicani o un quadro di Apelle o di Raffaele esprimono la stessa idea malgrado di tanta differenza nell'esecuzione, ed un masso di pietra o una figura abbozzata — monumento di cui i compatrioti di Vercingetorige e di Arminio si servivano per eternare i fatti e per ricordare gli uomini illustri — ispirano lo stesso sentimento che i monumenti eretti dal genio di Fidia, di Michelangelo e di Canova, come la colonna traiana e quella della piazza Vandôme.
Ci pare aver assai chiaramente indicato l'esistenza dei rapporti della guerra con la letteratura e le arti: da dove traggano origine, ove tendano, i suoi caratteri e le sue condizioni e laloro parte variabile come espressione dello stato sociale; e cosí abbiam risposto alla prima quistione.
La seconda quistione che ci accingiamo a risolvere presenta come prima parte alla soluzione di essa il determinare in quale classificazione scientifica debba situarsi la guerra cosí considerata e dimostrata. Per dar forma piú propria a questa parte della quistione intiera, cercheremo di rispondere a questa interrogazione: — Se la guerra come scienza debba essere annoverata tra le scienze esatte o tra le approssimative e a quali di queste piú si avvicini.
La guerra può considerarsi come un metodo da imprimere una direzione determinata ad un numero di uomini organizzati in una particolar societá, destinata per suo fine a far tacere la natura nei suoi forti impulsi del pari che nelle sue prime leggi, e ad agire a seconda delle circostanze e di tutti gli accessori che vi hanno relazione. Da questa definizione si può dedurre che la scienza bellica per la sua organizzazione si lega alle politiche istituzioni; pei gradi di volontá che dee mettere in movimento, alla piú alta filosofia; e per le sue pratiche, alle scienze esatte e naturali; e che ha bisogno d'ingegno per trar partito da tutte le varie combinazioni che lo spazio, il tempo e gli accidenti presentano. Da ciò risulta che non può essere classificata tra le scienze esatte nel senso piú esteso del termine, mentre dee far entrare nelle sue previsioni e nei suoi calcoli l'azione della volontá individuale e tutte le circostanze imprevedute ed improvvise. La guerra senza dubbio come scienza poggia sulle scienze esatte, poiché nel complesso delle sue operazioni si riduce ad un calcolo di spazio e di tempo. La tattica, che piú si rapporta all'arte nelle sue applicazioni, ha le stesse basi fondamentali, giacché risolve in ispazi piú circoscritti gli stessi problemi che la scienza risolve in ispazi piú vasti. Ma sí l'una che l'altra debbono modificare nelle loro applicazioni la severitá de' principi scientifici a secondo delle circostanze locali. Se è vero che tutte le arti elevate a princípi generali si trasformino in scienze, cosí come tutte le scienze discendendo alla pratica applicazione assumono il carattere di arti, la guerraancora dee seguire questa legge comune; ma a differenza delle altre scienze in cui i sapienti restano nella sfera della speculazione e non discendono a farne l'applicazione, in questa uno stesso individuo dee disimpegnare questa doppia funzione, mentre un puro sapiente nelle belliche scienze incorre nella taccia data al retore di Efeso: e ciò è ben naturale in una scienza che trae tutta la sua importanza dai risultamenti materiali. Queste considerazioni sono tali da far credere che siccome la guerra non può esser compresa tra le scienze esatte, per la moltiplicitá degli incidenti cui va sottoposta e per la varietá degli elementi ch'entrano nei calcoli che le son propri, cosí possa emettersi per soluzione del quesito la proposizione seguente: — Malgrado di che le scienze esatte sieno il fondamento della guerra, nondimeno questa considerata nel suo tutto non può essere classificata tra quelle, ma lo può essere con piú ragione tra le scienze approssimative, avendo in considerazione e condizioni e il marchio da cui queste sono contraddistinte.
Determinato ove possa classificarsi la scienza bellica, ne risulta che il metodo migliore pel suo insegnamento debba esser quello che sia il piú atto a ciò conseguire nelle scienze che rivestono lo stesso carattere ed alle quali trovasi assimigliata. Risulta da quanto dicemmo che il metodo analitico è quello che debbe preferirsi pel suo insegnamento. Ed invero le sue regole sono state formate sulle ripetute osservazioni di tanti casi particolari, dai quali si è dedotto che bisognava cosí agire in casi simili[53]. Difatti fra i popoli che hanno percorso un lungo periodo di guerra combinato con un grado di civiltá corrispondente, si vedono sorgere gli autori militari, mentre è ben naturale che la scienza si applichi nello stesso modo che si è formata per istruire quelli che vogliono possederla; ed in effetto il metodo analitico è quello piú comunemente seguito dai professori egualmente che dagli scrittori della scienza guerresca.Ma è pur anche vero che una volta che l'analisi procedendo dal noto all'ignoto ha ritrovato i principi di una scienza, sia un bisogno della nostra intellettuale natura che vengano esposti in corpo di dottrina coll'ordine sintetico, il quale compie cosí il metodo d'insegnamento. Nessun dubbio cade che gli uomini superiori cui la natura ha riccamente dotati di tutte le facoltá necessarie pei gran comandi, trovino un utile ausilio nell'analisi per dar maggior sviluppamento alle loro idee; ma è ugualmente vero che per gli esseri privilegiati le regole di una scienza considerate in un modo stretto sieno piú atte a comprimere che a dirigere il loro genio nella sua rapida intuizione. Uomini di questa tempra leggono nel libro della natura e vi trovano rapporti che al talento stesso sfuggono o solo gli scovre dopo molto tempo e lavoro, mentre destinati questi sono a formarsi successivamente a forza di esperienza e di studio tra essi comparati. È cosí che possono rendere importanti ed utili servizi ed ottenere un grado d'illustrazione corrispondente; è per essi che il metodo sintetico preceduto dall'analitico e combinato con esso può favorire lo sviluppamento delle loro facoltá e farne degli uomini di guerra, i quali hanno bisogno di restar Circoscritti nelle regole che la scienza e l'arte prescrivono; mentre dal volersene affrancare quando non si è dotato di genio, ne risulta che la mediocritá abbandonata a se stessa produce mali maggiori e non punto capaci di compararsi ai felici effetti di qualche rara e fortuita ispirazione, mali che le regole esattamente seguite avrebbero impedito.
Stabilito il posto che occupa la scienza della guerra tra le scienze e determinato il metodo che meglio si confá al suo insegnamento, non solo abbiam risposto alla prima e alla seconda parte della nostra quistione, ma anche di molto avanzata la risoluzione della terza che ne deriva, cioè l'importanza dello studio teorico in una scienza tutta d'azione, sulla quale ora esporremo la nostra opinione.
Nella maniera di vedere in questa quistione non tutti convengono, e a nostro credere tale divergenza ha origine o da un significato diverso dato alla stessa parola o da qualche falsaassociazione d'idee: quindi ci crediamo obbligati a sviluppare le nostre idee sull'assunto. L'esperienza ha mostrato che degli uomini privi d'ogni istruzione teorica han fatto buona riuscita nella guerra, ed ha mostrato egualmente che degli uomini aventi fondata opinione d'istruiti a fondo nella teoria dell'arte hanno avuto poco felice esito alla pruova. Si è detto allora che lo studio danneggiasse anziché favorisse l'applicazione ai fatti nei quali si riassume la guerra. Ci sembra esservi un doppio errore, primieramente nel senso dato alla parola «studio», in secondo luogo nell'associazione dello studio con la poco buona riuscita in pratica. Per quanto si abbia poca abitudine nel calcolare le operazioni intellettuali che conducono alla formazione delle nostre idee, ognun sa che le sensazioni non fecondate da nessuna riflessione, non ruminate, per servirci di una espressione materiale, si rimangono mere impressioni, lasciano il vago di un sogno e quanto piú sieno moltiplicate tanto piú è difficile classificarle e renderne conto con qualche precisione. Tutti quelli che hanno avuto occasione di conversare con uomini che abbian fatto lunghi viaggi o sieno stati attori in lunghe guerre su teatri diversi, sono restati sorpresi di non trovare nessuno interesse nella loro conversazione con essi, mentre tanto se ne promettevano; perché non essendo questi tali dotati della facoltá di meditare e di classificare, ignoravano compiutamente dove fosse accaduto il tal fatto, quando, come, perché, e simili altre circostanze: imperocché è una legge della nostra natura che il lavoro crei i valori materiali e intellettuali; per lo che un uomo ricco di dovizie egualmente che un uomo ricco di sensazioni si troveranno poveri laddove non sappiano la loro ricchezza col lavoro fecondare. Uomini che hanno divorato delle biblioteche, ma che non hanno mai riflettuto, mai discusso con l'autore, mai letto con la penna in mano, si trovano riguardo alle impressioni che han ricevuto nei libri nello stesso caso del viaggiatore e del militare che non han potuto né riassumere né determinare il valore delle moltiplici sensazioni che gli hanno colpiti. Per conseguenza né il vedere né il leggere insegna niente, perché le sensazioni isolate del pariche le letture non sono né esperienza né studio, e perché non si ha esperienza vera senza studio, come piú innanzi vedremo. — «Che vale il vivere se non si fa che vegetare? che vale il vedere se non si fa che ammassare de' fatti nella memoria? che vale in una parola l'esperienza se non è diretta dalla riflessione? — La guerra — dice Vegezio — dev'essere uno studio, e la pace un esercizio. — Il solo pensiero, o per meglio dire, la facoltá di combinare le idee, distingue l'uomo dalle bestie da soma. Un mulo che avesse fatto dieci campagne sotto il principe Eugenio non sarebbe per ciò divenuto miglior tattico, e fa d'uopo confessare in onta all'umanitá che per cotesta pigra stupiditá molti vecchi uffiziali non sono da piú di tali muli. Seguir la pratica usuale, occuparsi del proprio alimento e del proprio alloggio, mangiar quando si mangia, battersi quando tutti si battono, ecco in che la piú parte fa consistere l'aver fatto campagne e l'essersi incanutito sotto l'arnese». — Cosí scriveva il gran Federico al generale Fouquet; e questo passo nel mentre che appoggia la nostra opinione, servirá a meglio far comprendere il séguito del nostro ragionamento.
Difatto un uomo dotato dello spirito di osservazione e di classificazione, benché analfabeta, se compara, analizza, classifica, distingue e fa tutte le operazioni intellettuali, avrá tosto elevate le sue sensazioni ad esperienza e la sua esperienza a teoria; il suo conversare sará lucido e interessante e porterá la convinzione negli animi. E si dirá di questo uomo che non ha studiato? Errore di parola: egli non ha letto, ma ha studiato, poiché la sua intelligenza non è stata inerte, anzi ha dovuto piú operare, essendo egli privo degl'istrumenti che ne facilitano le operazioni, quali sono i metodi scientifici o la cognizione degli antecedenti. Purtroppo quest'uomo sa, perché ha studiato, e ciò che ignora lo ignora per mancanza delle conoscenze che ne facilitavano la scienza, mentre avrebbe tratto egual partito dai libri che dalle sue sensazioni, avendo nel suo intelletto la tendenza ad ordinare e a fecondare tutto ciò che gli si offriva dinanzi. Un uomo istruito che al contrario non sa né differenziare né integrare né riassumere le sue letture, non fa buona riuscita.E perché? Perché ha letto e non ha studiato. Come potrá quindi applicare con sicurezza dei princípi che non ha? Incerto nelle idee sará indeciso nelle azioni; discuterá molto e opererá poco e forse male, non certamente perché ha studiato ma perché non l'ha fatto. Perciò lo studio è necessario al militare come ad ogni uomo, e l'errore sta in una falsa interpetrazione delle parole «studio», «esperienza», «teoria» ed in una falsa associazione d'idee, prendendo i risultamenti come effetti di una circostanza che manca, nel mentre che sonosi ottenuti malgrado della sua mancanza, senza della quale sarebbero stati piú compiuti. Ma non havvi nessun dubbio che in un mestiere tutto di azione la forza di carattere, la robustezza fisica sono di un'utilitá indispensabile e nulla può alla prima supplire. Non possiamo meglio svolgere la nostra idea se non che riportando l'opinione di Napoleone sulle qualitá di un capitano, ch'è applicabile ad ogni uomo investito d'alte cariche in tutti i rami; e siccome nei posti secondari le stesse condizioni sono necessarie, ma ristrette e limitate in proporzione della natura e dell'importanza dei doveri che debbonsi compiere e delle cose che debbonsi operare, cosí a noi sembra che la seguente sentenza possa applicarsi a tutte le condizioni. — «La prima qualitá d'un generale in capo si è d'avere una mente fredda che riceva una giusta impressione dagli oggetti: egli non dee lasciarsi abbagliare per una buona o per una cattiva nuova; le sensazioni che riceve successivamente o simultaneamente nel corso d'un giorno debbono classificarsi nella sua memoria in modo da non prenderne che quel luogo che meritino di occupare, perché la ragione e 'l giudizio sono il risultamento del paragone di piú sensazioni prese in egual considerazione. Havvi degli uomini che per la loro costituzione fisica e morale si fanno un quadro d'ogni cosa; per qualunque sapere, acutezza di mente, coraggio o altra buona qualitá che abbiano altronde, la natura non gli ha chiamati al comando degli eserciti e alla direzione delle grandi operazioni della guerra»[54]. — Questo passo pieno di profonde vedutedetermina le qualitá necessarie per comandare e le operazioni che debbono farsi nella sua intelligenza da chi ha questa missione, e corrisponde del tutto all'idea che abbiamo esposta sulla natura e sulla proprietá dello studio, ed è applicabile non solo all'arte della guerra, ma anche a quelle funzioni tutte alle quali un uomo può essere destinato. Lo stesso grand'uomo indica egualmente qual sia l'ausilio che debbono cercare dall'istruzione i militari elevati in grado, per meglio trar partito e per isviluppare compiutamente le enumerate qualitá d'intelligenza e di forza d'animo. Ecco com'egli si esprime: — «Leggete e rileggete le campagne d'Alessandro, d'Annibale, di Cesare, di Gustavo, di Turenna, di Eugenio, di Federico; modellatevi sopra di essi: ecco il solo mezzo di divenir gran capitano e di sorprendere i gran segreti dell'arte della guerra. Il vostro ingegno rischiarato da questo studio vi fará rifiutare le massime opposte a quelle di cotesti grandi uomini».
Da ciò che dicono Federico e Napoleone risulta chiaramente che vi è una scienza per la quale si scovrono le cagioni de' buoni successi e de' rovesci, e che insegna come si ottengano i primi e si evitino i secondi alla guerra; ma che bisogna per possederla avere una chiara intelligenza ed una volontá forte, occuparsi a classificare le idee a forza di meditazione e profittare delle tradizioni dei grandi uomini per dar l'ultima mano a questo studio, imperocché il piú ricco capitale di militare esperienza non è mai sufficiente a presentare tutta la serie delle combinazioni che la guerra offre, laonde è necessario riceverla nell'istoria militare di tutti i tempi, e particolarmente de' periodi in cui la scienza avea progredito e veniva posta in pratica da' gran capitani. Malgrado di autoritá cosí imponenti non si cesserá mai di dire da molti che la teoria non è pratica e che la pratica sta tutta in un'arte di applicazione. A costoro non si può meglio rispondere che colle parole di un profondo filosofo ed oratore, il quale in una solenne occasione diceva: — «Disprezzare la teoria è mostrar l'orgogliosissima pretensione d'agire senza saper ciò che si fa e di parlare ignorando ciò che si dice». — Se ciò è assurdo in tutte le operazioni umane, diviene poi atrocequando l'ignoranza dá per risultamento una quantitá di vittime di nostri simili.
È questo l'ultimo punto di veduta che ci rimane ad esporre, cioè lo studio dell'arte considerato nei suoi rapporti con la morale; e siccome questo lato della quistione può sembrare strano ad alcuni e superfluo ed oscuro ad altri, cosí ci pare essere obbligati a svolgere le nostre idee su questo oggetto.
L'obbiezione piú naturale che ci si fará contro la necessitá di studiare l'arte sará la seguente. — Se da quanto si è premesso risulta che per avere l'attitudine al mestiere delle armi nei diversi gradi si richiedono principalmente delle disposizioni d'intelligenza e di volontá, se possedendo queste si trae vantaggio dall'esperienza e dallo studio, e quando esse mancano sono egualmente sterili e l'una e l'altro, ne vien di conseguenza che gli esseri felicemente organizzati potranno far di meno dello studio e quelli che non hanno gli stessi vantaggi studieranno inutilmente, non potendo dallo studio ricavare profitto alcuno: quindi non si comprende ove risiedano i rapporti dello studio con la morale. — Questa obbiezione che a prima vista pare vigorosa, rientra in un'altra piú elevata, ch'è quella di determinare fino a qual punto l'istruzione sia un elemento dell'educazione, considerata questa nel suo senso piú largo, cioè come atta a formare una volontá retta e forte da accompagnarci in tutte le determinazioni che prendiamo. Ora non vi è dubbio che si è esagerata nelle moderne societá l'azione delle idee sulla formazione di ciò che chiamasi «carattere morale», tanto piú che l'educazione è stata circoscritta all'istruzione; il che non era nell'antichitá e neanche nel medio evo. Ma da un altro lato come negare l'influenza dell'intendimento sulla volontá, delle idee sulle azioni? Come spiegare l'organizzazione dell'uomo, la sua morale responsabilitá come essere libero e intelligente, che è piena sotto ogni aspetto civile, morale e religioso? Donde nasce quella costante preoccupazione d'impadronirsi d'ogni sorgente di comunicazione delle idee e di evitarne l'uso agli avversari? donde l'istruzione, la predicazione, la stampa? Come spiegare che nella riunione di uomini detta «esercito», destinataper necessaria istituzione e per l'interesse della sua conservazione ad una ubbidienza passiva, e che si suppone aver fuse panteisticamente tutte le volontá e tutte le intelligenze di cui è composta nel suo capo, il quale gliene rende la parte necessaria all'esecuzione de' suoi ordini; come spiegare che in tal riunione accada che cotesto capo indrizzi ai componenti di essa e concioni ed ordini del giorno e si diriga alla loro intelligenza per convincerli, alla loro volontá per trovare sostegno ed ai loro sentimenti per eccitarli? Tutto ciò sí costantemente ripetuto dimostra che l'umanitá ha sempre creduto che le idee avessero una potente influenza sulle azioni, che l'uomo in qualunque situazione non è mai puramente macchina, e che per conseguente l'intelligenza e la volontá diversamente dirette gli fanno seguire differenti serie d'azioni. Da ciò ne deriva come corollario che lo studio dell'arte contribuisce a formare e a render forti i caratteri non assolutamente ma relativamente, come concausa e non come unica cagione. Lo studio dee considerarsi come disciplinatore delle abitudini, come occupazione, come facente conoscere la natura delle cose che sono fenomeni per l'ignorante e gli tolgono ogni coraggio (perché questo cede quando ignora le forze che dee affrontare e la loro natura, del che son pruova i combattimenti notturni), per cui la scienza dá il coraggio o almeno toglie una infinitá di timori che assediano l'ignoranza. In effetto che cosa è il veterano? È l'uomo che ha calcolato quella misura de' pericoli che il coscritto ignora, cioè che ha una cognizione di cui l'altro manca. Sotto questo aspetto il gran Bacone esprimeva laconicamente questo pensiero dicendo: «La scienza è forza». Lo studio mette i membri di questa societá dianzi accennata in contatto con grandi avvenimenti e con gran caratteri, rende agevole il trovar voluttá nella solitudine e bandisce le frivolitá tutte che rendono gli uomini piccoli ed il dramma della vita meschino, con qualche cosa di grave, di solenne e di morale. Difatti un militare che abbia molto guerreggiato o che abbia molto studiato la scienza bellica sará piú grave, piú importante anche in societá di uno che abbia vissuto nelle guarnigioni ignorando l'importanza del suo stato, che la sola applicazionerivela. Gli uffiziali che appartengono ai corpi facoltativi hanno un carattere di soliditá e d'istruzione anche in piena pace, ed in guerra è tra essi che si trovano in un maggior numero quegli uomini disegnati da Napoleone in un'epoca strepitosa, alla fine del passo che qui riportiamo del ventesimonono bullettino dell'anno 1812, in cui dopo aver annunziato la venuta di un freddo eccessivo, cosí si esprime: — «Gli uomini cui la natura non ha dato tempra sí forte da esser superiori a ogni vicenda della sorte e della fortuna perdettero la loro gaiezza, il lor buono umore e non pensarono che a disgrazie e a catastrofi; coloro ch'ella ha creati superiori a ogni cosa conservarono la gaiezza e le maniere consuete, e videro una nuova gloria nelle varie difficoltá ch'erano a sormontare»[55].
Ciò che consegue da quanto dicemmo si è che lo studio e la meditazione sono un potente elemento per temperare i caratteri, e che in conseguenza il punto di veduta sotto cui riguardammo la scienza della guerra e i suoi rapporti con la moralitá non sono una vana supposizione, ma sí bene una logica deduzione della natura delle cose. Ciò provato possiamo proseguire il nostro ragionamento.
Quando un uomo abbraccia una carriera pubblica, quando domanda al sovrano gradi e potere, quando esige dalla societá deferenza e dai suoi subordinati rispetto e confidenza, quest'uomo ha fatto implicitamente la confessione di aver ricevuto dalla natura tutte le doti indispensabili per adempiere i doveri risultanti dalla sua posizione e di nulla essere per tralasciar dal suo canto onde rendersene sempre piú degno. È impossibile supporre il contrario, cioè ch'egli dica di non sapere fino a qual punto abbia le disposizioni pel suo stato necessarie e di non volerefar nulla per conoscerle, per correggerle e per isvilupparle. Ciò non si può immaginare premeditatamente senza calunniare la natura umana, perché non è questa certamente la nostra tendenza; ma bisogna dire che ciò accada piú per leggerezza che per perversitá in tutti gli stati e particolarmente nella carriera delle armi dopo una lunga pace, allorché si è destinato ad abbracciare un tale stato per convenienza di famiglia, e ignorandosene l'importanza si crede che consista nel suo meccanismo, cioè nella parte esterna. Aggiungasi l'opinione invalsa che la pratica sia tutto e lo studio nulla, quando l'occasione non si presenta, al che nulla può dirsi in contrario, non potendosi fare una guerra per pura istruzione degli uffiziali. Si avanza nella carriera perché il tempo rinnova le generazioni e perché si è detto che il problema della vita sta nel far fortuna nella propria carriera. Le occasioni si presentano: si manca di pratica perché si è stato in pace, e di teoria perché si è creduta inutile, si è in un grado elevato perché tali gradi debbono essere riempiti; cosí mal preparati si accetta la missione di difendere la patria e di diriggere nei pericoli della guerra le centinaia o le migliaia de' propri concittadini che lor sono affidate. È singolare fenomeno il vedere che uomini onorevoli per ogni riguardo, pieni di una scrupolosa probitá in tutte le circostanze e le relazioni della vita, incapaci di ordinare un salasso ad un ammalato perché a ciò incompetenti, diriggano con tranquillitá delle operazioni ove ogni errore fa largamente scorrere il sangue umano, e compromettano cosí i piú grandi interessi di una societá qualunque, fino alla sua propria esistenza come corpo sociale. Questa contraddizione tra la moralitá dell'agente e l'immoralitá dell'azione è il risultamento di due false opinioni invalute e che tranquillano le coscienze: la prima si è che sia inutile l'applicarsi per rendersi piú atto ad adempiere i propri doveri, la seconda che la missione dell'uomo su questa terra sia di migliorare la propria condizione profittando di tutte le occasioni oneste. Ci si dirá: — Ma credete voi che lo studio faccia divenire uomo di guerra un essere non disposto alla carriera delle armi senza aver quella percorsa? — Noi nolcrediamo punto e da quanto dicemmo è chiara la nostra opinione; ma crediamo invece che lo studio possa essere utile ove vi sia la disposizione, e possa anche fino a un certo segno far conoscere la mancanza di questa. Quando si rimane indolente a certi racconti, quando certe azioni non muovono fino alle lagrime, quando non si sceglie un modello di predilezione e non vi si ritorna sempre con passione, sia un autore, sia un capitano; quando, in questa come in tutte le altre arti e scienze, queste corde toccate non rispondono, è chiaro che manca la vocazione, ed un uomo dotato di onesto carattere può a questi segni entrare in un'altra carriera che gli sia piú confacente, nella quale potrá acquistare maggior riputazione e riuscire piú utile a' suoi simili. Ma per rendere comune e pratica questa dottrina, bisogna sostituire all'assioma che «il far fortuna è lo scopo della vita» quell'altro che «la missione dell'uomo come essere morale e religioso è di perfezionarsi», cioè di porsi a livello de' suoi doveri e non al disotto di essi; che quando si è ridotto a questo punto si può fare molto male con pure intenzioni, imperocché in un'arte ove si tratta della vita de' simili la negligenza acquista un altro nome piú vero e piú severo al tempo stesso. Per cui ripeteremo che l'uffiziale studioso, quando anche non riesca, quand'anche siasi ingannato nell'interpetrare le sue disposizioni naturali, dev'essere piú tranquillo di coscienza e dá una lezione di morale nel mostrare che nulla ha negletto per rendersi degno della confidenza e della stima della patria.
Possiamo quindi restringere ai seguenti capi la soluzione della terza parte di questa quistione.
1. Che la ragione del pari che l'autoritá de' gran capitani sono di accordo nel proclamare l'importanza dello studio della scienza militare per isviluppare le qualitá indispensabili all'esercizio di essa.
2. Che per «istudio» non s'intende la sola lettura, né per «esperienza» l'aver lungo tempo servito, ma sí bene la meditazione e il lavoro della propria intelligenza su tutto ciò che la propria e l'altrui esperienza fornisce.
3. Che lo studio nel mentre che non ha la proprietá diformare il carattere, pure contribuisce potentemente a dargli maggior dignitá e maggior coraggio, preso questo nel senso piú esteso.
4. Che il trascurare lo studio sarebbe nello stato militare segno sicuro di una profonda depravazione, se delle false opinioni invalute non avessero tranquillate le coscienze su questo particolare; ma che colui che si dedica allo studio ha dritto alla stima publica, indipendentemente dai risultamenti che potesse produrre e considerando ciò puramente come atto di moralitá.
Passando ora alla conchiusione generale, incominceremo dal richiamare alla memoria de' nostri lettori il contenuto de' precedenti discorsi.
Nel secondo, dopo aver descritto lo stato e le condizioni dei popoli dell'antichitá, abbiamo indicato come lo stato delle belliche scienze simboleggiasse ed esprimesse compiutamente lo stato sociale ed intellettuale; abbiamo mostrato in che differisse l'arte degli antichi da quella dei moderni e quale fosse la principal differenza, distinguendola dalle differenze generali che separano le antiche societá dalle moderne; abbiamo fatto osservare come in ognuna delle prime vi fosse unitá nazionale ma moltiplici differenze tra di loro, e come l'inverso si scorgesse nelle seconde; infine osservammo che nelle prime i progressi dell'arte si sono arrestati perché la civiltá era incompiuta, e che riducendo la forza pubblica al primo elemento, cioè agli uomini, la degenerazione di questi doveva strascinare la caduta dello Stato che dominava ed esprimeva l'antichitá.
Nel terzo discorso abbiamo indicato come la dissoluzione dell'antica societá avesse ridotto ai primi suoi elementi l'organizzazione sociale, riducendola alla famiglia e togliendo ogni esistenza civile alla massa ridotta in servitú; che nel naufragio delle nazionali organizzazioni dell'esercizio dell'umana intelligenza sparisse la scienza, perché gli eserciti erano una riunione di capi di famiglia e tutta l'arte era nel valore e nel vigore individuale; segnalammo egualmente per quali vicende e per quali fasi questi elementi per successive trasformazioni subíte ricomponessero lentamente le nazioni e coltivassero lo scibile, e glieserciti esprimessero questo nuovo stato fino alla scoverta della polvere.
Designammo nel quarto discorso la lotta ch'esisteva tra gli elementi del medio evo e quelli della societá moderna e la loro azione simultanea, i primi tendendo a conservare le classificazioni ed i secondi ad operare la fusione di tutte le classi della societá. Indicammo come si trovasse nella composizione della forza pubblica, nelle regole che seguiva e nella sua azione un quadro ristretto dello stato sociale, e come la polvere da sparo, i progressi dell'arte e l'urto delle masse favorissero lo svolgimento dell'elemento moderno del pari che l'abbassamento di quello che predominava nel medio evo.
Nel quinto discorso facemmo notare come questo andamento ascendente e progressivo si scorgesse simultaneamente nella pace, nella guerra e nel movimento intellettuale delle nazioni.
Nel sesto discorso dimostrammo come la societá moderna avesse rivestito tutti i caratteri e possedesse le condizioni tutte, e sotto tutti gli aspetti, che la potevano far considerare come fissata; notammo del pari che l'organizzazione dello Stato e degli eserciti cosí come le condizioni dello scibile fossero compiute nei loro elementi e nella loro fisonomia, e che i periodi posteriori altro non avrebbero offerto che delle modificazioni derivanti da quelle e che non fossero un'anomalia ed una opposizione alla loro natura.
In effetto nel settimo discorso facemmo osservare che si operavano trasformazioni lente ed insensibili, ma che se ne preparavano delle piú positive, sempre però come conseguenza delle precedenti, come svolgimento di un movimento naturale e non come fenomeno inesplicabile. Vedemmo l'esercito simbolo della fusione sociale avanzata e dell'importanza che il sistema economico e l'azione dell'intelligenza esercitavano presso tutte le nazioni. Tutte dimostrazioni provanti che si era operata una separazione dalle forme, dai princípi e dalle dottrine del medio evo.
Nell'ottavo discorso facemmo vedere che il risultamento positivo e stabile di tante vicende e di sí lunga lotta era stata la dichiarazione formale e divenuta legale che il principio diclassificazione sociale che caratterizzava il medio evo aveva ceduto al principio di fusione che sostituiva le condizioni ai privilegi; che è il cardine su cui lo stato sociale dei moderni opera i suoi movimenti tutti[56]. Abbiamo indicato questo gran fatto enumerando i caratteri dello stato sociale e dello scibile e i politici risultamenti e lo stato militare, per far misurare l'immensa distanza che separava lo stato della scienza militare alla nostra epoca dalle guerre feudali ch'erano gli urti degl'individui[57]. Richiamiamo alla memoria dei nostri lettori l'operazione che per la sua complicazione meglio riassume e riunisce i progressi immensi fatti nella tattica, nella strategia, nelle fortificazioni, nell'uso e nella perfezione delle macchine da guerra e nell'amministrazione militare. Questa è a nostro credere il passaggio del Danubio nel 1809, eseguito addí quattro e cinque luglio dall'isola di Lobau e che terminò con la battaglia di Wagram. Lá fur veduti centocinquantamila uomini provenienti dal fondo dell'Italia meridionale, dalla Dalmazia e dai Pirenei, riuniti con loro sorpresa, passare un rapido e largo fiume con quattrocento pezzi d'artiglieria, su ponti rapidamente e quasi d'improvviso gettati, operare uno spiegamento sulla sinistra in battaglia in due linee e girare tutti i trinceramenti dell'avversario, che venne perciò forzato ad un cambiamento di fronte colla sinistra indietro. Tutto ciò fu eseguito con una precisione difficile ad ottenersi in un campo d'istruzione, e nel decimosettimo secolo ed in parte del decimottavo una divisione non avrebbe osato di tanto eseguire. Meditando questo avvenimento si vedrá cometutte le trasformazioni successive si erano riassunte e simbolizzavano quelle altre tutte operate nello scibile e nella societá[58].
In questo nono ed ultimo discorso abbiamo esposto quali rapporti a nostro credere abbiano le belle arti e la letteratura colla scienza militare e colla guerra considerata come azione; abbiam cercato indicare come questi rapporti costanti, perché derivanti le loro condizioni e l'unitá che in essi esiste, dalla natura, subivano varie forme di manifestazioni nelle differenti societá, ma che a traverso di queste differenze il principio d'azione, invariabile di sua natura, rimanevasi lo stesso ed era facile ad essere riconosciuto da ogni osservatore regolare. Il mostrare qual grado d'importanza si abbia lo studio teorico su di un'arte pratica ha terminato questo discorso, precedendo di poco queste ultime linee. Abbiamo determinato l'esistenza di una scienza bellica, poi l'abbiam classificata ove doveva esserlo, quindi abbiamo esposte le proprietá di cui è rivestita; appoggiandoci infine all'opinione de' gran capitani crediamo aver determinato il grado d'importanza e di utilitá dello studio senza esagerarne il valore, per quali cause questa veritá non era riconosciuta e accettata, e l'effetto che produceva sotto l'aspetto della moralitá.
Aggiungasi a tutto ciò quello che nel primo nostro discorso esponemmo: che la guerra era una manifestazione della nostra natura; che il suo uso era la difesa di tutto ciò che costituisce gl'interessi materiali e morali dell'umanitá, i quali non può abbandonare senza degradare d'azione ed offrire un premio al valore brutale piú avido di togliere l'altrui che di conservare il proprio; ch'essa siegue, esprime e modifica la societá; che ha rapporti con le scienze naturali, esatte e morali, corrispondentiai tre elementi primitivi dell'arte — gli uomini, le armi e gli ordini; — e che contribuisce a sviluppare le facoltá intellettuali e ad elevare la volontá ad un grado di altezza il quale onora e lusinga l'uomo che sia capace di raggiungerlo, mentre costui fa con ilaritá il piú compiuto sacrifizio per garantire gl'interessi e difendere le credenze di tutti i suoi concittadini. Se vuol negarsi questa abnegazione che piú non sorprende perché è divenuta comune, non vi è che ad osservare come l'idea della morte possa produrre manifestazioni sí diverse, il risultamento essendo lo stesso. Osservisi dunque un uomo giunto ad etá decrepita, afflitto da dolori, trascinante una triste esistenza, superstite della sua generazione, isolato non solo dai suoi contemporanei ma dalle idee, dai sentimenti, da tutto il movimento rinnovatore che in ogni secolo s'opera e che urta chi piú non può prendervi parte. Ebbene questo essere geme di lasciare un'esistenza che nulla piú gli offre di ciò che cara la rende; i suoi parenti, qualche amico superstite ancora, dimostrano espresso il dolore della perdita ed il terrore che sempre all'idea della trasformazione si associa. Qual prezzo non ha dunque questa esistenza, quando tanta tristezza accompagna la prossima fine di un essere che ha compíto tutto il corso della sua? Comparinsi queste impressioni con quelle che nascono quando in campo aperto numerose batterie seminano la morte e la mutilazione, quando numerosi battaglioni appoggiati dalle localitá si preparano ad offendere senza essere offesi, quando la cavalleria è disposta a schiacciare con la sua massa chi a tanti perigli scampò; e vedasi qual è il contegno dei battaglioni che marciano ilari ed al suono di musica e di grida guerriere a correre tanti rischi! E questi uomini son tutti nella verde etá, hanno tutte le illusioni dell'avvenire, tutte le loro passioni sono calde, tutte le affezioni profonde, e sanno quale affetto reciproco ispirino ed a chi sieno cari per titoli diversi i loro giorni. Or bene come la morte ispira manifestazioni sí diverse? Ciò avviene perché l'eroismo alle masse non è comunicato che per mezzo della guerra, la quale riunisce gl'interessi della vita e della religione a quelli dell'eternitá. La scienza e l'arte che produce tali effetti è alta, conservatrice ed ammirabile, e meriterebbe cheinvece di sí imperfetto quadro uno ne fosse delineato da mano maestra, seguendo quanto il Foscolo prescrive, che non nel merito ma nel metodo è quello che noi abbiam seguíto nelle vedute generali. Alle quali non possiamo meglio dar fine se non che trascrivendo il suo seguente frammento.
«La tattica e le artiglierie sono elementi della guerra, ma sono connessi alla istituzione militare che dipende dalla politica, alla strategica che dipende dalle situazioni geografiche e all'amministrazione militare che dipende dalle sorgenti e dalle leggi della pubblica economia.
«L'osservazione, il calcolo e l'applicazione de' princípi di tutte le parti della guerra produssero le vittorie dei greci e le conquiste de' romani. Alessandro avea preordinati tutti i mezzi e preveduti tutti gli ostacoli della sua spedizione, compiuta in nove anni senza alterare il suo progetto, disegnato prima d'abbandonare la Macedonia. E se l'esecuzione spetta ad Alessandro, la prima idea spettava alla scuola d'Epaminonda e delle repubbliche di Atene e di Sparta, donde Filippo aveva desunti i princípi dell'arte e apparecchiati i trionfi del suo successore. La perpetua prosperitá per tanti secoli di tante guerre che diedero a Roma la signoria delle nazioni, toglie ogni merito alla fortuna, mutabile sempre nelle cose mortali, e lo ascrive alla scienza che è fondata sugli eterni princípi dell'universo.
«Dopo Polibio e Plutarco tre scrittori eloquenti e filosofi, Machiavelli, Montesquieu e Gibbon assunsero questa sentenza. Ma per l'etá in cui vissero e piú assai per l'istituto de' loro studi, le loro dimostrazioni si fondarono piú sulle cose politiche che sulle militari. E quand'anche avessero dirizzato il loro assunto a scopo militare, non avrebbero toccate se non poche epoche della storia dell'arte. Il Guibert s'accinse ad una storia della costituzione militare di Francia, incominciando dalla decadenza dell'impero d'occidente e da' primordi della monarchia francese; ma la morte liberandolo da una vita infelice e mal rimeritata, precise anzi tempo il volo a quell'acre e libero ingegno.
«Senonché anche quest'opera mirando a una sola nazione avrebbe somministrato alla scienza militare insufficiente materia.Per giungere ai princípi e fissare la loro invariabilitá bisogna risalire per la scala di tutti i fatti, di tutti i tempi e di tutti gli agenti; paragonare il sistema di tutti i popoli dominatori e il genio de' celebri capitani, onde scoprire le cause generali che influirono alle conquiste della terra; finalmente esaminare sotto quali apparenze e con quali effetti queste cause generali agiscono a' nostri tempi. Al che non si giungerá se non quando uno scrittore di mente filosofica, d'animo liberissimo e di vita guerriera — rare doti a conciliarsi, — con lo studio degli autori antichi e moderni, delle imprese di tutti i grandi guerrieri, delle scienze che giovarono alla istituzione, alla economia, alla tattica, alla strategica e alla fortificazione, estrarrá una storia dell'arte della guerra; storia che ha quattro etá, determinate dalle solenni rivoluzioni di quelle parti del mondo illuminate dalle tradizioni istoriche: l'etá incerta, dalle memorie degli assiri e de' troiani sino a Ciro che ne' documenti degli scrittori appare primo istitutore di un'arte ragionata di guerra; la prima etá, da Ciro sino al decadimento della milizia romana; la seconda sino alla invenzione della polvere; la terza sino al presente sistema militare d'Europa. Queste etá solenni suddivise ciascheduna in piú epoche maggiori, determinate dalle imprese, dalle leggi e dalle teorie de' diversi popoli e capitani conquistatori, presenterebbero la storia di tutti gli Stati, poiché le rivoluzioni de' costumi, delle religioni e della legislazione delle genti furono operate dalle conquiste. E perché l'universa natura ha per agenti la forza e il moto, e la forza ed il moto del genere umano sono esercitati dalla guerra, noi vedremmo forse in questa storia l'essenza e l'uso delle forze fisiche e morali dell'uomo e i diritti e i limiti di esse»[59].