Chapter 4

10. Continua.—Né furono meno numerosi o meno splendidi i poeti. Primo senza contrasto Ludovico Ariosto [1474-1533], un vero incantatore, che toglieva sé e toglie noi al tristo mondo reale per portarci in uno imaginario e tutto ridente; precursore di Walter Scott per le eleganze, di Cervantes, Molière e La Fontaine per quel celiar semplice, non amaro, quel celiar per celiare, che essi quattro intesero sopra ogni altro di qualunque tempo o paese. Né gli mancò il ridere utile, correttor di vizi; scrisse comedie e satire; ma fu minore in queste; la sua natura era indulgente, od anche indifferente. Non accrebbe, è vero, come Dante, il tesoro de’ pensieri nazionali; ma oltre all’utilità letteraria, una morale e politica è forse nelle eleganze che salvano da bassezza, dalla quale le nostre lettere, e massime le facete, non si salvarono sovente. Ad ogni modo, sommo in suo genere, sovrasta alla severità della critica.—E gran celiatore, ma quanto minore! fu il Berni [-1536]. E minori gli altri poeti (prosatori pure), Rucellai [1449-1514], Sannazzaro [1458-1530], Bibbiena [1470-1520], Trissino [1478-1550], Guidiccioni [1480-1541], Molza [1489-1544], Bernardo Tasso [1493-1569], Alamanni[1495-1556], Della Casa [1503-1556], Annibal Caro [1507-1556], oltre quasi tutti quegli altri che nominammo tra’ prosatori, ed altri che non nominiamo di niuna maniera. I quali tutti insieme poetando o rimando in tutto questo tempo, empierono poi que’CanzonierioParnasioRaccolte, che paiono a molti una delle glorie italiane, perché essi soli sanno almeno divertire. Pare ad altri all’incontro che la poesia non ammetta mediocrità; e che l’inutilità non sia scusabile se non nei sommi. Come donna, e cantante un amor vero e virtuoso, sovrasta forse Vittoria Colonna, moglie del traditore marchese di Pescara [1490-1547]. E sovrasta per infamia Pietro Aretino [1492-1572], prosatore e rimator mediocrissimo, anzi cattivo, e per le cose scritte e per il modo di scriverle, empio, lubrico, piaggiatore e infamatore insieme, che si fece un’entrata, una potenza col vendere or il silenzio, or le adulazioni. È vergogna del secolo che lo sofferse, lodò e pagò e chiamò «divino».—Del resto, avendo detto della storia e della poesia e cosí dei due generi di letteratura in che questo tempo fu grande, non ci rimane spazio a dir di quelli in che fu solamente abbondante. Se ci mettessimo a nominar gli oratori piú o meno retori, perché non aveano a discutere interessi reali dinanzi a un’opinione pubblica potente; i latinisti, meravigliosi se si voglia per li centoni che fecero delle frasi antiche, ma appunto perciò piú o men retori essi ancora; i grammatici di lingua italiana, piú utili senza dubbio, ma timidi ed incerti perché nostra lingua mancò sempre d’un centro d’uso, e poco logici perché poco logico era stato il secolo delle origini, e meno logico era questo; i novellatori, piú o meno imitatori e sconci, come i modelli e il secolo; i moralisti, come il secolo leggeri, attendenti a convenienze e cortigianerie piú che a principi sodi, ed anche meno ai virili e meno ai severi; e gli scrittori che trattarono di filosofia piú letterariamente che scientificamente, e si scostarono da Aristotele per cadere in Platone, ma meno nel Platone vero interprete degli immortali dettami di Socrate, che in un platonismo spurio e intempestivo; se, dico, noi nominassimo tutti coloro che gli esageratori de’ nostri primati ci dan come grandi, noi avremmo a rifare parecchie nomenclature molto piú lungheche non le fatte. Ma il vero è, che qui, piú che altrove, è a distinguere tra le grandezze relative e le positive. Che le lettere nostre del Cinquecento sieno state di gran lunga superiori a quelle contemporanee e straniere, è indubitabile; ma che elle rimangano superiori od anche eguali alle straniere piú moderne, e che perciò elle debbano imitarsi ora di preferenza o per la loro eccellenza o per dover nostro di nazionalità, ciò non è vero e non può essere; perché non può essere che i secoli progrediti non abbiano prodotte letterature migliori e piu imitabili, che i secoli piú addietro; perché il nostro primato di tempo esclude appunto il primato di eccellenza; e perché poi, quanto a nazionalità ella non consiste nel non ammirar né imitar se non le cose giá nazionali, ma anzi a far nazionali quelle buone che non sono. Se Alfieri e Manzoni avessero cosí inteso il dovere di nazionalità, essi non avrebbero aggiunto la tragedia e il romanzo ai tesori vecchi delle lettere italiane.—Né in filosofia materiale si progredì guari allora in Italia. Questo è il tempo di Copernico polacco [1473-1543]; e dicesi che la teoria di lui non fosse anche prima di lui sconosciuta in Italia; ma il fatto sta che gli astronomi d’Italia furono allora poco piú che astrologi, e son famosi quelli di tutti i principotti italiani e di Caterina Medici ed altri, che infettaron l’Europa di lor ciurmerie. Ed anche costoro vi ci diedero e lasciarono cattivo nome. La medicina fu forse delle scienze naturali quella che fece piú veri progressi. Eustachio Rudio [prima del 1587], il Colombo [-1577] e il Cesalpini [1519-1603] ed altri, insegnarono piú o meno fin d’allora in Italia la circolazione del sangue. Harvey, inglese, la dimostrò piu ampiamente, e divolgò poi [1619], e cosí n’ha gloria. Dicono i nostri: ingiustamente. Ma io non entrerei in siffatte dispute, quand’anche n’avessi luogo. Quasi tutte le grandi invenzioni furono fatte a poco a poco, cioè da parecchi in parecchi tempi e luoghi: ondeché la storia sincera di ciascuna può bensì riuscir piacevole ed utile elucubrazione a meglio intendere lo spirito umano, ed istradarlo ad invenzioni ulteriori; ma appunto non può forse esser fatta tale storia sincera, se non ismettendo le pretese personali, municipali e nazionali. Le quali poi chi rialza per farne una gloria,mi sembra farsi per lo piú una grande illusione. Le glorie disputabili non sogliono essere vere glorie; le due parole implicano contraddizione; le certe sole rimangon vere e grandi.—Certe poi sono quelle dei viaggiatori italiani che seguirono Colombo. Amerigo Vespucci fiorentino [1441-1512 o 1516] toccò forse al continente americano prima che Colombo; e sia per ciò, sia perché fece primo alcune mappe delle nuove terre scoperte, ebbe l’immeritato e vano onore di dar loro il nome. Intanto Giovanni Cabotto veneziano e suo figliuolo Sebastiano [nato a Bristol 1467] scoprirono per Inghilterra, e Giovanni Verrazzani fiorentino per Francia, l’America settentrionale. Ma questi furono gli ultimi grandi scopritori e navigatori italiani. La gloria di compiere le scoperte passò d’allora in poi agli stranieri; e cosí ne passò ad essi tutto l’utile. Delle terre date alla civiltà da Colombo, Amerigo, due Cabotti e Verrazzani, non un palmo rimase all’Italia, non una colonia, non un commercio. Questo è forse il segno piú evidente della decadenza italiana, dell’esser passata a un tratto in ozio l’antica operosità di lei. Non basta dire, le scoperte d’America e del Capo, togliendo il commercio al Mediterraneo, lo tolsero all’Italia; bisogna dire, tolto il commercio al Mediterraneo, Italia oziosa non seppe seguirlo nelle nuove vie; e bisogna aggiungere, quand’anche il commercio riprendesse la via antica del Mediterraneo, questo commercio, queste vie, questo Mediterraneo non saranno per nulla dell’Italia, se ella rimane, com’è, oziosa o poco operosa, meno operosa in somma che le nazioni contemporanee. Il mondo è di chi sel prende; cioè degli operosi, cioè di chi opera per sé, cioè degli indipendenti.11. Continua.—Ripetiamolo pure, e sovente; toltine Machiavello e l’Ariosto, furono abbondanti, anzi che grandi, in questo secolo gli scrittori. Ma gli artisti, abbondantissimi e grandissimi insieme. Qui nell’arte è dove trionfa l’ingegno italiano; qui è innegabile, e conceduto da tutti, il nostro primato. Qui possiamo, anch’oggi, non uscir d’Italia, trovar tra noi tutto quanto è da studiare e imitare. E tutto l’ottimo poi il troviam raccolto nel Cinquecento, anzi in quella prima metà di esso di che quitrattiamo. E quindi non solamente non avremo luogo qui a dir tutti i notevoli, ma nemmeno a nominarli. Accenneremo cinque culminanti intorno a cui si rannoderanno gli altri: Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Tiziano e Correggio. I tre primi, e (se è vero che la purità e l’eleganza, cioè quella che il Vasari chiama «virtù» del disegno, sia la somma dell’arte) i tre sommi, usciron tutti di quella terra e scuola privilegiata di Toscana ed intorno, che dicemmo culla dell’arti italiane. Nato Leonardo in Vinci nel 1452, attese in gioventù all’arti cavalleresche, a tutte quelle del disegno, a musica, a poesia, a matematica, a meccanica. È uno di quegli esempi che ingannano a disperdersi molti ingegni anche presenti, i quali non pensano quanto eccezionali sieno gli uomini enciclopedici, e massime quanto impossibili nelle colture progredite. Oltreché, Leonardo si fermò poi intorno a’ trentacinque anni nell’arti del disegno: e vi giunse al colmo suo (e forse dell’arte) nellaCenache fece a Milano per Ludovico il moro [dal 1494 al 1499], e cosí in quella etá dove tanti altri giá incominciano a stancarsi e scendere. E cosi egli fondò colà la scuola lombarda; in che si vide gran tempo alle fattezze la figliazione fiorentina. Morì l’anno 1519. Furono in quella scuola contemporanei, accerchiatori o seguaci di lui, Cesare da Sesto [-1524], il Luini [-1534?], Gaudenzio Ferrari [1484-1550], Bernardino Lanini [1578], Andrea Salai e parecchi altri minori.—Michelangelo Buonarroti [n. 1474] fu anch’egli «pittor, scultor, architettor, poeta», ma fin dall’adolescenza e nei giardini del magnifico Lorenzo attese all’arti e sopra tutte alla scoltura. Spaziò poscia in tutte e tre, vivendo e lavorando in Roma principalmente. Lasciolla una volta per ira (egli avea del Dante, e fu detto tale nell’arti) contra Giulio II, quell’altro iroso, quel Dante dei pontefici. E fuggito a Firenze, poco mancò che le due ire non guastassero il papa e la repubblica, non fossero uno di piú de’ turbamenti d’Italia. Un’altra volta venuti i due alla ribelle Bologna, e vedendo il papa il modello della propria statua apparecchiatogli da Michelangelo, e che questi gli avea posto nella mano sinistra un libro:—Che libro?—disse,—ponmi una spada, ché io non so lettere.—Poscia guardando la destra:—Dáella benedizione o maledizione?—E Michelangelo:—Minaccia questo popolo se non è savio.—Ma il popolo non fu savio ed atterrò poi la statua. Meglio un pontefice benedicente, e ribenedetto; dureran serbate da’ popoli le statue sue. Una terza volta, sotto Clemente VII, ei lasciò Roma, come dicemmo, per servir la patria da ingegnere. I freschi da lui fatti in Vaticano serviron di studio all’ultima maniera di Raffaello. Fu geloso di questo, come vecchio di giovane da cui sia superato; e volendo rivaleggiare anche in pittura a olio, a che era poco pratico, s’aggiunse fra Sebastiano veneziano; e i due insieme fecero de’ gran bei lavori, ma men belli che quelli fatti da Raffaello. Più vecchio d’assai sopravvissegli di molto; signoreggiò, quasi tiranneggiò nell’arti a Roma per gran tempo; e morto Antonio da Sangallo [1546], ebbe la fabbrica di San Pietro, dove, ognun sa, pose il Panteon a cupola. Mori nel 1564. I novant’anni di sua vita comprendono tutt’intiera l’etá aurea dell’arti. Quindi in sì lunga vita, ed in una scuola giá cosi antica come la fiorentina, ebbe molti e grandi compagni e seguaci: Luca Signorelli [1440-1521], fra Bartolommeo [1469-1517], il Peruzzi [1481-1536], il Ghirlandaio [1485-1560], Andrea del Sarto [1488-1530], il Rosso [-1541], il Pontormo [1493-1558], il Bronzino [1502-1570], il Vasari [1512-1574], e molti altri che continuarono la scuola fiorentina; e il Francia [1450-1535], che si conta capo della bolognese, figlia cosí essa pure della fiorentina.—All’incontro, passò, quasi celestiale apparizione in bel mezzo alla lunga vita di Michelangelo, Raffaello d’Urbino [1483-1520]. Non enciclopedico, non letterato, raro cultor delle stesse due altre arti sorelle, elegantissimo architetto tuttavia ne’ pochi edifizi da lui fatti, pittor sopra ogni cosa, disegnator come nessuno che si conosca, per l’invenzione, l’espressione, la grazia, la divinità delle figure sue, delle donne principalmente, della beata Vergine sopra tutte. Incominciò in Urbino sotto il proprio padre, pittor non volgare; imparò a Perugia sotto a Pier Perugino [1446-1524], illustre pittore per sé, piú illustre per lo scolaro; innalzossi a Firenze; e chiamato a Roma, superò gli altri, superò Michelangelo, superò se stesso, tre o piú volte, od anzi sempreprogrediendo, secondo che lavorava nelle logge e nelle stanze del Vaticano, alla Farnesina, nelle quasi innumerevoliSante famiglie, e ne’ ritratti, e nelloSpasimo, e nellaTrasfigurazione, e ne’ disegni che dava a ciascuno, pittori, scultori e incisori, quanti gliene chiedevano, con una liberalitá, che era facilitá ed amore. Amava gli artisti, l’arte, ogni bello che vedesse e faceva suo. Poche anime han dovuto gioir quaggiú come quella. Fece felici quanti gli vissero intorno, e fu fatto felice da tutti. Non un’ira, non una gelosia, un pettegolezzo per parte sua, in tutta sua vita. Poche difficoltá incontrò. Non cercava, era cercato dalla fortuna, da papi, principi, grandi, letterati, uomini e donne. Visse presto, visse poco; morí di trentasette anni [1520]. Gli furon fatte le esequie da Leon X e tutta Roma, collaTrasfigurazionea capo del feretro. E non compagni, ma scolari e creati di lui furono e si professarono i seguenti, tutta quella che è detta scuola «romana»: Giulio Romano [1492-1546] principale fra tutti; Penni o il Fattorino [1488-1528 circa], Giovanni da Udine [1494-1564], Polidoro da Caravaggio [-1546], Perin del Vaga [-1547], Daniele da Volterra [1509-1566], Taddeo Zuccari [-1566] e parecchi altri; i piú de’ quali, dispersi dopo il sacco del 1527, diffusero quello stile e quella scuola non solamente in Italia, ma in Ispagna e Francia: l’Europa colta di quell’etá. Fu qualche compenso ai cattivi nomi fattici da altri.—La scuola veneziana è forse la sola che procedendo anticamente e direttamente da’ greci non abbia avuta origine toscana. Ma i progressi di lei furono molto piú lenti; e gli splendori non v’incominciarono se non da Giovanni Bellini [1426-1516] e Andrea Mantegna [1430-1506]; a cui tenner dietro, nati del medesimo anno, Giorgione [1477-1511] e Tiziano [1477-1576]. Visse questi cosí, a un tempo, e piú che Michelangelo, novantanove anni. Portò sua scuola al sommo subitamente. Il colore, come ognun sa, n’è pregio principale, e grande; ondeché qui forse sarebbe il luogo di gridare contro all’imitazione dagli stranieri, da que’ fiamminghi in particolare che ritrassero senza dubbio molto bene le loro splendide carnagioni settentrionali, ma perciò appunto non bene le meridionali, italiane, spagnuole e greche,piú belle e sole vere incarnate e piú pittoriche; ondeché, per uscir fuori d’Italia, sarebbe meglio andar a Spagna che non a Fiandra od Inghilterra. Tiziano ebbe una gran brutta amicizia, quella dell’Aretino. Salvo in ciò, egli pure fu gentile, dolce e felice uomo in patria ed alle corti di Carlo V e Francesco I; e fece pitture innumerevoli, e ne fu fatto ricco e molto onorato. Del resto, non primeggiò forse in Venezia, come i tre detti a Milano, Firenze e Roma. Furono poco minori di lui, oltre il Giorgione, anche il Tintoretto [1512-1594], e massime Paolo Veronese [1528?-1588]: e seguono piú o men lontani, il Bassano [1510-1592], Palma il vecchio [1518-1574], ed alcuni altri.—Finalmente, Antonio Allegri, detto il Correggio dal nome del suo nativo paese, visse poco [1494-1534], appena tre anni piú che Raffaello. E la vita di lui è quasi ignorata. Par che si trattenesse, e certo lavorò sempre nelle citta vicine a sua culla, Parma, Modena, Bologna. Dove, non essendo per anche una scuola fatta e determinata, egli, studiando da sé e su pochi e vari modelli, fecesi uno stile tutto proprio, e giá poco men che eclettico; come fu quello creato poi ne’ medesimi luoghi un cinquant’anni appresso da’ Caracci. Disegnator poco esatto, ma arditissimo e quasi scientifico, abbondò negli scorci, nel sotto in su, piú e peggio che Michelangelo stesso, giá soverchio in tali ricercatezze. Riman memoria del suo studiar solitario nella tradizione, che vedute le pitture di Raffaello prorompesse in quella esclamazione:—Anch’io son pittore;—la quale fu poi ancor essa consolazione ed inganno a tanti che se la ripeterono. Ma negano alcuni ch’egli uscisse mai da’ suoi contorni. E lá intorno pure fiori il Parmigianino [1503-1540], non dissimile. E gli scolari ed imitatori de’ due si confusero in breve nella vicina scuola di Bologna.—Fiorirono allora, benché non al paro della pittura, anche le due arti sorelle. Nell’architettura (civile o militare) primeggiarono, oltre Michelangelo e Raffaello ed altri detti, il Cronaca [-1509], Bramante [-1514], Giuliano e i due Antoni da San Gallo [-1517-1546], Sanmicheli [1484-1559], De’ Marchi [1490-1574], Tartaglia [1500-1554], Vignola [1507-1573], Paciotto [1521-1591], fra Giocondo [-1625?], e sopratutti Sansovino [1570] e Palladio [1508-1580].—Nella scoltura, oltre Michelangelo di nuovo e parecchi altri detti, Baccio Bandinelli [1490-1559], il Tribolo [1500-1550], e Benvenuto Cellini [1500-1570], principe degli orefici e gioiellieri di qualunque tempo; e Giovanni dalle Corniole, cosí detto per essere stato primo o principale a rinnovar l’arte dell’incider gemme in cammei ed in cavo. Finalmente, in questo tempo pure si svolse l’incisione in rame e in legno che dicemmo incominciata giá nell’etá precedente; e fiorironvi, oltre il Mantegna, il Francia, il Parmigianino, e Tiziano, Marcantonio Raimondi [1488-1546 o 1550], che incise sovente su disegni di Raffaello, Agostino Veneziano [intorno al 1520], ed altri.—Né lascerem l’arti senza accennar della musica, che ella pure sorse e crebbe dapprima esclusivamente e sempre principalmente italiana. Ma questa rimase per allora lontana dal suo sommo, incominciò allora solamente i suoi progressi. Noi ne vedemmo uno grande fatto nel secolo decimoprimo da Guido d’Arezzo; ed altri ne avremmo potuti notare ne’ secoli decimoterzo e decimoquarto. Nel decimoterzo, i nomi stessi delle composizioni poetiche, sonetti, ballate, canzoni, indicano ch’elle furon fatte per essere accompagnate dalla musica. Nel decimoquarto, abbiamo da Dante e Boccaccio tante menzioni di musica, che, in mancanza di monumenti, dobbiamo argomentare molto coltivata allora quest’arte; oltreché, resta memoria d’un Francesco Landino detto il «cieco», che fu incoronato a Venezia nel 1341, quasi contemporaneamente col Petrarca. Ma d’allora in poi lungo il secolo decimoquinto sorge un fatto curioso, e fors’anco utile a notare in quell’arte: che la musica italiana (probabilmente piana, ricca di melodie fin d’allora, ché tale è il genio nostro nazionale) fu oppressa da quella straniera e piú scientifica de’ fiamminghi o tedeschi. In Roma, in Napoli, nelle chiese, nelle corti tiranneggiaron questi; non si trovan guari mentovati allora altri maestri che questi. Franchino Gaforio [1451-1520?] pare essere stato il primo a restaurar la musica italiana, e dicesi prendesse dagli scrittori greci ed altri antichi gran parte di sua scienza, ma sembra da ciò stesso che fosse scienza o poco piú.all’incontro, dicesi sia stato artista vero ed ispirato il Palestrina [1529-1594]. Dico che si dice, perciocché né io né credo i piú degli italiani udimmo le melodie di lui; e noi abbiamo a invidiar agli stranieri l’uso di far sentire le musiche antiche. E dal Palestrina in poi rimase il primato dell’arte agl’italiani. Né è meraviglia; il sommo di quest’arte sta certamente nella melodia e nell’espressione, o piuttosto nella combinazione delle due, nel trovar melodie espressive; e il modello, il germe delle due non si trova guari in nessuna delle lingue settentrionali, né nel modo di parlarle né nelle inflessioni con cui si parlano; le quali sono od antimusicali del tutto, o molto men musicali che le italiane, e massime che le italiane meridionali. Ad ogni modo, lasciando i progressi tecnici fatti intorno alla metá del secolo decimosesto, noterem solamente, che di quel tempo sono i primi oratorii, inventati, dicesi, per quella congregazione di san Filippo Neri [1515-1596] da cui presero il nome. E di quel tempo pare la prima opera in musica, l’Orbecchedi Cinzio Giraldi, stampata in Ferrara 1541. Insomma, tutte le invenzioni, quasi tutti i grandi progressi e i grandi stili e il sommo di quest’arte celestiale, sono italiani. Picciol vanto, ripetiamolo, questo primato nostro quando riman solo; ma bello e caratteristico esso pure, quando si trova nel secolo decimosesto congiunto con tutti gli altri di tutte le arti e tutte le lettere; quando concorre a dimostrar la fratellanza di tutte le colture, gli aiuti, le spinte ch’elle soglion ricevere l’une dall’altre a vicenda.12. Il secondo periodo della presente etá in generale; rassegna degli Stati [1559-1700].—Se è felicitá al popolo la pace senza operositá; ai nobili il grado senza potenza; ai principi la potenza indisturbata addentro, ma senza vera indipendenza, senza piena sovranitá; ai letterati ed agli artisti lo scrivere, dipingere, scolpire od architettare molto e con lode de’ contemporanei, ma con derisione de’ posteri; a tutta una nazione l’ozio senza dignitá, ed il corrompersi tranquillamente; niun tempo fu mai cosí felice all’Italia come i centoquarant’anni che corsero dalla pace di Cateau-Cambrésis alla guerra della successione di Spagna. Cessarono le invasioni, lo straniero signoreggiante ci parava dagli avventizi.Cessaron le guerre interne; il medesimo straniero ne toglieva le cause, frenava le ambizioni nazionali. Cessaron le rivoluzioni popolari; lo straniero frenava i popoli. Le armi, le sollevazioni che sorsero qua e lá, furono rare eccezioni, non durarono, non disturbarono se non pochi. Bravi, assassini di strada, vendette volgari, ed anche tragedie signorili o principesche, furono frequenti, per vero dire, ma tutto ciò non toccava ai piú; e poi eran cose del tempo, i nostri avi vi nasceano in mezzo, v’erano avvezzi. I piú degli italiani fruivan la vita, i dolci ozi, i dolci vizi, il dolcissimo amoreggiare o donneggiare. Noi vedemmo giá un’etá di grandi errori aristocratici, un’altra di grandi errori democratici: questa è degli errori aristocratici piccoli. Ma l’aristocrazia s’acquista e si mantiene coll’opere; non si corrompe solamente, si snatura coll’ozio; perdendo la potenza, la partecipazione allo Stato, non è piú aristocrazia, diventa semplice nobiltà. Dai campi e dai consigli dove s’era innalzata, la nobiltà italiana era passata alle corti. Così, per vero dire, pur fecero quelle di Francia e Spagna a que’ tempi; ma dalle corti elle facevano tuttavia frequenti ritorni ai campi di guerra ed ai governi, o almeno ai castelli aviti; mentre i nobili italiani non ebber guari di que’ campi o governi, e dimorando piú alle corti e nelle moltiplici capitali, vi poltrirono. Il peggio fu che non vi sentivano lor depressione, piegavansi, atterravansi beati. Spogli di potenza propria, consolavansi co’ privilegi, col credito all’insù, colle prepotenze e le impertinenze all’ingiù; spogli d’operosità, consolavansi con le ricchezze e gli sfarzi; degeneri, colle memorie avite. Non facean corpo nello Stato, ma tra sé; chiudevano quanto potevano i libri d’oro, quegli aditi alla nobiltà, che restano sempre spalancati quando la nobiltà non è un titolo illusorio, quando è aristocrazia. I principi, all’incontro, si facean un giuoco di avvilirla col moltiplicarla, di aggiungere titolati a titolati, privilegiati a privilegiati, oziosi ad oziosi. Insomma, fu un paradiso ai mediocri, che son sempre molti, e quando il vento ne soffia, son quasi tutti; de’ pochi ribelli al tempo, pochissimi penando s’innalzarono, or bene or male; i piú, penando vissero e morirono ignorati.—La storia poi siimpicciolisce, ma si rischiara; e, scemato il numero degli Stati italiani, or finalmente si fa possibile una rassegna di essi. Adunque: 1oFilippo II, re di Spagna, signoreggiava sul ducato di Milano estendentesi allora dall’Adda alla Sesia, comprendente Alessandria e sua provincia, e congiungentesi verso mezzodi co’ numerosi feudi imperiali in Liguria. E signoreggiava poi su tutto il regno di Napoli e Sicilia, e su quello di Sardegna.—2oNell’occidente del largo istmo, dalla Sesia all’Alpi e in Savoia al di lá, signoreggiava Emmanuel Filiberto duca, sugli Stati riconquistati a San Quintino, restituitigli in diritto a Cateau-Cambrésis, ma non tutti di fatto per anche; rimanendo Torino, Chieri, Pinerolo, Chivasso e Villanova d’Asti in mano a’ francesi, Vercelli ed Asti in mano agli spagnuoli, finché non fossero evacuate le prime. Del resto, stato tutto spagnuolo il duca nella guerra, spagnuolo nel trattato e nella restaurazione, spagnuolo rimaneva naturalmente nella pace. Se non che, guerriero esso ed uomo di Stato, e ringiovanito lo Stato, ringiovaniti i popoli dalle guerre, dalle miserie precedenti, dalla restaurazione presente, ed aiutati tutti dalla vicinanza di Francia, essi rivendicaronsi a poco a poco in indipendenza e furono tra breve i piú, od anche i soli indipendenti italiani.—3oAll’incontro, nell’oriente giacea la vecchia repubblica veneziana, potente di territori e di popoli dall’Adda all’Adriatico, ed al di lá in Istria e Dalmazia fino a Ragusi, e in Cipro e Candia, che le rimanean sole dell’antico quarto e mezzo dell’imperio orientale. Sarebbe stata cosí, senza contrasto, la prima delle potenze italiane; se non che, circondata d’ogni intorno dagli Stati spagnuoli e tedeschi di casa d’Austria, e preoccupata tutta della difesa contro a’ turchi, e del resto invecchiata sotto a quella invecchiatissima aristocrazia, che delle virtú aristocratiche non serbava piú se non quella della conservazione, Venezia era diventata meno italiana, meno curante degli affari d’Italia che mai; non pesava piú quasi in essi; era spagnuola, o almeno non mai antispagnuola.—4oGenova, l’antica emula, non le poteva piú essere comparata. Fuori delle due riviere (frastagliate da’ feudi imperiali) non avea piú che Corsica. E l’aristocraziadi lei era altrettanto o peggio invecchiata che la veneziana. Né Genova e Venezia non aveano piú il primato de’ mari, passato a’ popoli occidentali; non quello dello stesso Mediterraneo, passato a Spagna.—5oIl marchesato di Monferrato e il ducato di Mantova, disgiunti di territori, si congiungevano in Guglielmo Gonzaga.—6oIn Parma signoreggiava Ottavio Farnese; ma Piacenza rimaneva occupata da Spagna.—7oIn Modena e Ferrara era succeduto nel 1550 Alfonso II Estense.—8oIn Toscana tutta intiera signoreggiava il nuovo duca Cosimo de’ Medici.—9oIn Urbino, Francesco Maria II della Rovere. E di tutti questi ducati non è nemmen mestieri dire, che piccoli com’erano, ed istituiti o tollerati dall’imperio le cui pretese s’estendevan sempre a tutta la penisola, nessuno di essi poteva aver indipendenza vera, nessuno pretendeva nemmeno al diritto compiuto di essa.—10oLucca rimaneva repubblicana.—11oE finalmente in Roma, a Paolo IV Caraffa era nell’anno appunto 1559 succeduto Pio IV (de’ Medici); cioè all’ultimo papa che siasi aiutato di Francia, che abbia un momento ancora guerreggiato con essa contro Spagna, era succeduto uno che (come i successori), trovando fatta la pace, e ferma in Italia la signoria spagnuola, né poteva guari piú scostarsi da essa, né (premendo piú e piú gli affari del concilio e dell’eresia) il voleva di niuna maniera.—Insomma, un gran progresso erasi fatto senza dubbio dall’esser ridotti gli Stati italiani (non contando San Marino, né i feudatari imperiali) a una decina, invece della moltitudine di signori e città che rimanevano un sessant’anni addietro. Ma la signoria straniera facea piú che compensar tal progresso; guastava tutto, non lasciava libera azione a nessuno. L’Italia era incatenata di su, di giú, e dal mezzo; in Lombardia, nel Regno, e nel papa. Casa Savoia sola, grazie al vicinato di Francia, potea sciogliersi, e si sciolse; in Piemonte solo rimase e risorse alquanto di vita italiana. Gli storici patrii, imitatori giá degli antichi, imitatori poi dei cinquecentisti, che avean negletto Piemonte quand’era un nulla per l’Italia, continuarono a trascurarlo, se non del tutto, almeno molto troppo. Botta il primo diedegli giusta importanza; ma conqualche ritenutezza ancora, quasi a lui piemontese non istesse bene ridur la storia d’Italia a poco piú che a storia del Piemonte; e perciò forse, per por nello scritto una proporzione che non è ne’ fatti, s’allungò soverchiamente in alcuni affari piccolissimi del resto della penisola. Ma perciò appunto, sforzati noi a trascurar quelli nel nostro rapido sommario, sembrerem soverchiamente piemontesi; e non avendo luogo nemmeno alle difese, aspetteremo d’esser giustificati dal tempo e da’ successori. Ad ogni modo, poche e misere le opere italiane di questo tempo, noi non veggiam modo di dividerle altrimenti, che seguendo i regni de’ principi di Savoia.13. Emmanuele Filiberto [1559-1580].—Non mai i tempi moderni s’eran mutati a un tratto come per la pace di Cateau-Cambrésis; né mai mutaron tanto nemmeno i modernissimi, fuorché per la pace del 1814 e 1815. I vent’anni seguenti furono di quiete non interrotta, di ordinamenti, o, come or si dice, d’organizzazioni universali. Nel Regno, giá vecchio suddito spagnuolo, vecchio pur giá era l’ordinamento; in Milano l’ordinamento piú nuovo s’era modellato sul primo. Un viceré a Napoli, uno in Sicilia ed un governatore in Milano, non piú che cortigiani in Ispagna, ma principi assoluti in Italia, governavano non solamente per gl’interessi di quella, ma per li propri in questa e principalmente in quella. E cosí facevano allora gli altri governatori spagnuoli in America, ne’ Paesi bassi. Così giá i proconsoli e legati romani nelle province dell’imperio; cosí poi i governatori britannici nell’Indie. Così i governatori lontani dappertutto. È naturale; sempre si mira al centro, onde vengono grazie, favori, avanzamenti. In ciò il progresso di civiltà non muta guari. È di quelle cose che durano poco diverse sempre nella umana natura. Un Consiglio d’Italia in Madrid temperava solo la potenza di que’ governatori. Tranne una milizia (quasi le guardie nazionali d’oggidì) che non si convocava guari, se non contro ai turchi o agli assassini di strada, non v’eran armi, niun corpo napolitano o milanese; napoletani o milanesi s’arruolavan ne’ «terzi» o reggimenti spagnuoli, che eran tutti di volontari, o piuttosto levati a forza, a inganno, a caso. E cosi gl’italianimilitavano fuori per interessi non propri, e gli stranieri in Italia per interessi anti-italiani. Molta religione, cattolicismo stretto, anzi intollerante s’affettava; facevasene strumento d’imperio, d’ordine, di soggezione; e cosí Spagna stringevasi ai papi, quanto i papi a Spagna. Nelle finanze, imposizioni legalmente gravi, piú gravi di fatto, perché non erano perfezionate le forme, le quali guarentiscono ai popoli che non si levi piú dell’imposto. Gran disordine dunque, ma grande affettazione d’ordine, o almeno di governo, smania di regolar tutto, di far sentire l’autoritá straniera; onde non solamente severità ma crudeltà. Ed io dimenticava che in Napoli e Sicilia erano pure resti di Stati generali antichi, assemblee rappresentative o deliberative; ma rappresentavano popoli domati, stanchi, senza volontà, deliberavano a’ cenni del signor lontano, de’ viceré presenti, eran nulla. Non eran sorti gli esempi che fanno cosí importanti queste assemblee a’ nostri dí; dovunque rimanevano elle, fuori come addentro Italia, il principe le distruggeva o serbava o dimenticava, a piacer suo, del paro innocue, con pari facilità. In somma, a que’ tempi non era sorta, non era quasi possibile l’arte di governar province straniere e lontane senza tiranneggiarle, e si tirannegg-iavano. Né contro a’ turchi, quantunque soli nemici stranieri che rimanessero, si poteva o si sapea difenderle. Il Mediterraneo, non piú lago italiano, avrebbe dovuto essere spagnuolo; era turco-spagnuolo. Una sola volta Spagna si destò al dovere di non lasciarlo diventar tutto turco; e fatta una lega co’ veneziani e il papa e il duca di Savoia, allestirono una grande armata sotto agli ordini di don Giovanni d’Austria figlio naturale di Carlo V, il quale die’ una gran rotta ai turchi a Lepanto nel 1571. Ma fosse gelosia di Filippo II contro al fratello, o mollezza e incapacità spagnuola o italiana o universale, non si proseguì la vittoria, si sciolse la lega, si lasciarono soli i veneziani contro a’ turchi, al solito.—In Roma Pio IV Medici, che dicemmo [1559-1565], riadunò e terminò poi il concilio di Trento [1562-1563]. Del quale molto sarebbe a dire certamente, se avessimo luogo; ma non avendone nemmeno per gli affari, per li negoziati politici, non sarebbe ragione che ci estendessimosugli ecclesiastici, piú ardui a capire e spiegare. Ondeché, riducendoci alle generalità, diremo solamente: che il concilio lasciò le cose ecclesiastiche tali quali erano prima o s’erano svolte intanto tra’ protestanti, i quali non v’assistettero mai e il respinser sempre; ma che esso ordinò, rinnovò molto bene ed opportunamente la disciplina della Chiesa cattolica; e che insomma da esso in poi il protestantismo non ottenne piú una vittoria, un estendimento, e il cattolicismo non perdette piú una chiesa o una provincia. È noto, è ammesso dagli stessi protestanti, che il loro progresso non durò se non un cinquant’anni; che d’allora in poi essi non ebbero se non stazione e regresso. Del resto, Pio IV fu papa buono, quantunque nepotista, perché il nipote in credito trovossi essere san Carlo Borromeo.—Successe Pio V [Ghisilieri, 1566-1572], che è l’ultimo papa beatificato dalla Chiesa, che fu de’ pochi non nepotisti fino a’ nostri dí, severissimo del resto contro agli eretici. E successe Gregorio XIII [Buoncompagni, 1572-1585], che s’unì solo, non potendo unir altri, con Venezia contro a’ turchi, ma non ne riuscì nulla.—In Toscana, Cosimo il nuovo duca ordinò il ducato e governò assoluto, severo, talor crudele, alla spagnuola; men cattivo, perché è sempre minore la cattivezza d’un principe nazionale e presente. Ordinò le cerne, o milizie del paese, ma piú simili a ciò che chiamiam ora «guardie nazionali», che non a veri corpi militari; ed intorno a sé guardie tedesche o spagnuole. Nel 1569, ebbe dal papa titolo di granduca, che non gli fu riconosciuto dall’imperatore. Protesse l’agricoltura, il commercio, Livorno, le lettere innocue, e cosí [1540] l’Accademia fiorentina, madre di quella della Crusca. In casa perdette due figliuoli a un tratto; e resta dubbio se fosse caso o misfatto. Alfieri ne fece una tragedia. Morì nel 1574. Successegli suo figlio Francesco I, giá molto dammeno. Congiuratogli contro, nel 1575, diventò crudele, dentro e fuori, a’ fuorusciti. Nel 1576, ebbe conferma dall’imperatore del titolo di granduca; nel 1579, sposò Bianca Cappello, una veneziana fuggita dalla casa paterna, e giá stata amanza d’un fiorentino, poi di esso granduca, finché visse Giovanna d’Austria sua moglie. E Venezia, che aveagiá sbandita costei, la dichiarò ora figliuola della repubblica! A tale erano giunti giá i tempi, di farsi pubblicamente, legalmente, senza pretender necessità né utile, per semplice compiacenteria, le viltà.—Dei duchi minori non abbiamo a dir nemmeno molte successioni, ché in Urbino solo, a Guidobaldo della Rovere era succeduto nel 1574 Francesco Maria figliuolo di lui; ed in Ferrara, Parma e Mantova continuarono per questi vent’anni i medesimi Alfonso II d’Este, Ottavio Farnese e Guglielmo Gonzaga, giá accennati.—In Genova risorsero turbamenti che si potrebbon dire fuor d’etá, tra classe e classe di cittadini, tra’ nobili detti di «portico vecchio» e nobili di «portico nuovo» a cui s’aggiungevano i popolani; ma non avendo noi detto de’ turbamenti interni de’ comuni antichi dov’erano piú importanti, dove si disputava almeno della politica, dell’operosità, della parte a cui rivolger la città, non diremo di queste dispute le quali furono solamente di grado, o tutt’al piú di partecipazione ad un governo inoperoso. E continuavan i turbamenti nella suddita Corsica. E tra tutto ciò fu tolta Scio dai turchi ai Giustiniani, e cosí alla repubblica sotto cui essi la tenevano [1566].—In Venezia tutto languiva nella solita pace e mediocrità. E ad essa pure fu tolta Cipro, una delle isole orientali, in quella guerra ch’ella fece contro a’ turchi dal 1570 al 1575, e in cui ella non ebbe se non una volta a Lepanto un vero aiuto dalla cristianità. Ei si vede: tutti questi Stati decadevano, sopravvivevano, s’ordinavano a sopravvivere.—Casa Savoia sola a crescere. Emmanuel Filiberto, non principe nuovo come i piú di costoro, non di famiglie sporcatesi nel salire alla potenza, discendente d’una lunga serie di principi buoni, provato dalla cattiva fortuna, e salito alla buona per meriti propri, riuniva cosí i vantaggi de’ principi antichi e de’ nuovi. Se ne seppe valere; e gran capitano a riacquistar lo Stato, fu gran legislatore a riordinarlo, perché lo riordinò secondo il secolo suo. Non restaurato ancora in tutti gli Stati suoi, nemmeno in Torino sua capitale, raunò gli Stati generali in Chambéry. Voleva farsene aiuto a’ suoi riordinamenti, trovolli ostacolo o ritardo; li sciolse, e non li convocò mai piú, né egli né nessuno de’ successori finoa Carlo Alberto, riordinator nuovo e piú grande secondo il secolo suo. Quindi Emmanuel Filiberto è vituperato da alcuni di noi altri presenti, quasi principe illiberale, usurpator de’ dritti popolani e costitutor di despotismo. Ma se è certo e santo che de’ vizi e della virtù è a giudicare nel medesimo modo in tutti i tempi, certo e giusto è pure che delle istituzioni è a giudicare diversissimamente secondo i tempi. E degli Stati generali od assemblee rappresentative e deliberative, ei bisogna ritenere che a que’ tempi elle erano informi, indeterminate nella loro composizione di nobili e deputati delle città, indeterminate nelle loro attribuzioni; ondeché, quali erano, o non servivano a nulla, come in Napoli e Sicilia; o non servivano se non a turbare, come in Francia e Inghilterra. E quanto a dire che Emmanuel Filiberto le avrebbe dovute o potute costituire coi modi nuovi, trovati cento e piú anni appresso in Inghilterra, e ducento e piú in Francia e altrove; questo sarebbe poco men che dire ch’egli avrebbe pur dovuto fare ne’ suoi Stati le strade ferrate. Io, per me, credo che Emmanuel Filiberto avrebbe fatte le assemblee de’ nostri tempi a’ nostri tempi; ma ch’ei fece a’ suoi tutto quello che era da essi. Il fatto sta, che intorno a quelli venne meno la monarchia rappresentativa in tutta Europa, in Inghilterra stessa; e sottentrò una monarchia quasi assoluta, ma che si può meglio dire consultativa, perché fu temperata quasi dappertutto da vari Consigli che contribuivano in fare o sancire le leggi. Nella sola Inghilterra, dove non erano e non si fecero tali Consigli dai principi, la lotta diventò piú forte tra essi e i parlamenti, piú franca tra assolutismo e libertá, e vinse questa due volte. E perché dopo aver abusato della sua prima vittoria... la libertá seppe all’incontro usare moderatissimamente della seconda, ad ordinarsi lentamente, meravigliosamente per un secolo e piú, perciò ella fondò, perfezionò, compiè colá quella monarchia rappresentativa che fece, che fa la felicità, la grandezza, il primato di quella nazione tra tutte l’altre cristiane; quella monarchia rappresentativa, che di lá venuta sessant’anni fa, va vincendo a gran colpi di rivoluzione, e trionfando su quasi tutto oramai il continente europeo, e trionferà, aiutante Iddio,su tutto.—Del resto, nell’anno medesimo che Emmanuel Filiberto chiudeva i suoi Stati generali, egli riordinò appunto que’ senati o corti supreme di giustizia, che mal vi supplirono tra noi come altrove, e regolò poi i tribunali minori. Nel 1561, incominciò ad ordinare la milizia nazionale; proseguì egli e proseguirono poi sempre tutti quanti i suoi successori, non eccettuati i men belligeri, in mutare e rifare tali ordinamenti; ora piú or men bene, ma sempre secondo i tempi e con operosità, con insistenza, con amore; tanto che non è cosa di governo in che’ si sieno essi compiaciuti, né cosa poi in che sieno stati cosí secondati da’ lor popoli. Gli ordinamenti militari, l’esercito, furono, se sia lecito dire, quasi patria costituzione ai piemontesi per poco meno che tre secoli. Ed ora cedano pure il passo a questa, ma di poco, in nome de’ destini del Piemonte e d’Italia, e della stessa monarchia rappresentativa. Libertà e milizia sono rivali altrove; ma (per la ragione che ognun sa, per le passioni ch’ognun sente) elle dovrebbon essere sorelle in Italia. Sieno almeno su questa terra intrisa di tanto sangue militare de’ padri, de’ fratelli e de’ figli nostri. Addì 17 dicembre 1562, Emmanuele Filiberto rientrò in Torino, e vi rimase poi quasi sempre, diverso da’ maggiori che prediligevano il soggiorno al di lá delle Alpi. Ed a Torino ricondusse, restaurata prima a Mondoví, l’universitá degli studi che n’era uscita durante l’occupazione straniera. Nel 1563, estintasi la discendenza diretta degli antichi marchesi di Saluzzo, il marchesato fu occupato da’ francesi, e s’accrebbe cosí di nuovo la potenza di essi nelle regioni subalpine. Nel 1564, il duca incominciò la cittadella di Torino; ed altre fortezze fece poi, ad imperio addentro, e difesa all’infuori. E nel medesimo anno incominciò ad ordinare le finanze. Nel 1565, aiutò Malta contro a’ turchi; e nel 1572, mandò sue galere a Lepanto, ed aiutò poi de’ suoi nuovi reggimenti or Francia or Austria contra gli acattolici. Contra quelli giá antichi ne’ suoi Stati, i valdesi dell’Alpi, si volse non senza inopportunità, od anche crudeltà per qualche tempo; ma lasciolli in pace poi. Nel 1573, ordinò che gli atti pubblici si facessero in lingua italiana; e sempre chiamò, protesse, posenell’universitá di Torino letterati di altri paesi italiani. Egli fu primo a dirozzare i suoi popoli, beati o macedoni d’Italia; primo ad italianizzarli colla coltura. Nel 1574 solamente riebbe tutti gli Stati suoi, vuotati di qua e di lá da’ francesi e spagnuoli; e questo spiega e scusa come dieci anni addietro avesse sofferta l’usurpazione di Saluzzo. Dal 1576 al 1579, accrebbe gli Stati, comprando feudi imperiali dai Doria ed altri signorotti. Nel 1579 ordinò la zecca, e nel 1580 mori; cosí fino all’ultimo operando, legislatore, ordinatore, rinnovatore della sua monarchia. E tal vedemmo giá dopo le antiche origini Amedeo VIII; e tali vedremo uno o due altri poi di quella casa. Della quale resta cosí spiegato il perché, il come crescesse; come, sola forse fra le dinastie europee, continuasse senza rivoluzioni o mutazioni violente; fece ella medesima via via, sempre, indefessa, le mutazioni volute, ma prima che violentata dai tempi. I tempi mutan sempre; ondeché i veri conservatori sono quelli che mutan con essi; non gl’immobili, che a forza di resistere si fanno impossibili, e rovinano sé e altrui. Ad Emmanuel Filiberto debbono i posteri una nazionalitá che altri popoli loro invidiano, dice di lui uno scrittore italiano, non piemontese: noi consentiamo volentieri.14. Carlo Emmanuele I [1580-1630].—La differenza tra Emmanuel Filiberto e gli altri legislatori italiani de’ venti anni addietro si vede chiara all’effetto ne’ primi lor successori. Progredí e fecesi grande quel di Piemonte; scesero e s’impicciolirono via via i Medici e gli altri. Salito a una signoria rinforzata dagli ordinamenti di pace, dagli apparecchi di guerra fatti dal padre, si potrebbe dire che Carlo Emmanuele volle essere l’Alessandro di quel Filippo. E sarebbegli forse riuscito, se avesse avuto un solo scopo, l’Italia. Ebbelo, ma con un secondo: farsi grande di lá dell’Alpi, ed anche piú lontano. Perciò non s’avanzò come avrebbe potuto verso lo scopo principale, e lasciò nome d’ambizioso piú che di grande (benché datogli questo da’ contemporanei), e d’avventato piú che di forte, ed anche di doppio piú che di leale. Leali, forti e grandi appaiono e sono piú facilmente gli uomini d’un solo scopo; compatiti, è vero, e derisi da’ faccendieri,dagli enciclopedici, e dagli incostanti, che ne han molti e vari; ed anche piú dai pigri di spirito e da’ gaudenti, che non vogliono e non possono averne nessuno, e vivono alla giornata. Carlo s’avventò prima contro a Ginevra, perduta da sua famiglia fin dal 1536; e non gli riuscendo, tornò contro essa ad ogni tratto per vent’anni e piú, fino al 1603, che rinunciovvi e fece pace con essa. Intanto aprì guerra contro Francia; ed approfittando delle contese civili e religiose che ferveano colà sotto ad Enrico III, ultimo de’ Valois, s’avventò contra Saluzzo, quella spina francese che rimaneva in corpo alla monarchia piemontese. Occupolla a forza nel 1588; e quindi una lunga e varia guerra su tutta la linea dell’Alpi, che condusse egli di qua, e Lesdiguières di lá. Nel 1590, occupò Aix, Marsiglia, e si lasciò da alcuni cattivi francesi acclamare conte di Provenza. Ma ciò era nulla; mirava alla corona di Francia che altri cattivi volevan tôrre ad Enrico IV; e perciò, non solo combatté, che era giá stolto e male, ma intrigò, che era peggio. Fu pessimo, se è vero, quel che segue: che fatta pace a Vervins nel 1598, e lasciata a giudicio del papa la lite di Saluzzo, e andato Carlo a Parigi nel 1599, ivi entrasse nella congiura del Biron contra al re, alleato ed ospite suo. Ed egli negò sempre e si turbò di tale accusa; ma resta in lui la macchia d’esservisi esposto con gli intrighi precedenti. Ad ogni modo, Enrico IV, principe poco tollerante, e che tagliava coll’ardita franchezza le perfidie reali o temute, ruppe la guerra nuovamente nel 1600, ed invase Savoia. Seguiva finalmente il trattato di Lione [17 gennaio 1601], per cui casa Savoia cedette Bressa, Bugey e Valromey, province in seno a Francia; e Francia cedette Saluzzo, provincia in seno a Italia. Savoia perdeva in territorio ed anime; ma vi guadagnò di quadrare i suoi Stati italiani, di non aver in corpo un vicino potente e cosí suo nemico naturale, e di farsene anzi un naturale amico contro al nemico anche piú naturale suo e d’Italia, casa d’Austria. Fu detto che Arrigo IV avea fatto un cambio da mercante, e Carlo Emmanuele uno da principe e politico; ma non è vero. Cambiando ciascuno province innaturali con province naturali a’ loro Stati, vi guadagnarono amendue; equesti sono sempre i migliori e piú durevoli trattati. Il fatto sta che d’allora in poi Carlo Emmanuele s’accostò a Francia, e rimase per lo piú con essa. E questa alleanza fu per produrre cose grandi, quando Enrico IV, quel gran re che avea pacificata ed ordinata Francia, si volse a voler riordinar Europa contro alla preponderanza delle due case Austriache. Seguinne [25 aprile 1610] quel trattato di Bruzolo, il quale, dice uno scrittore lombardo, «trasformava i duchi di Savoia in re de’ lombardi». Ma fu ucciso allora, come ognun sa, Enrico IV, e non se ne fece altro; e «quel regno de’ lombardi rimase ne’ duchi di Savoia un desiderio che non si spense mai». Ad ogni modo, da questi due trattati di Lione e di Bruzolo fecesi un gran progresso nella politica, e, se si voglia, nell’ambizione di casa Savoia: ché ella fu d’allora in poi costantemente, esclusivamente italiana. Morto, nel 1587, Gugliemo Gonzaga, duca di Mantova e marchese di Monferrato, e nel 1612 il figlio di lui Vincenzo, e nel medesimo anno il figlio di questo, Francesco, che lasciava una sola figliuola fanciulla, succedette Ferdinando cardinale; il quale, legato negli ordini, non poteva aver figliuoli, ed a cui rimaneva sì un fratello Vincenzo, ma anch’esso senza figliuoli, ondeché la successione eventuale rimaneva in Maria, quell’ultima fanciulla de’ Gonzaga. E giá due volte casa Savoia avea preteso a tal successione; pretesevi ora Carlo Emmanuele, e volle almeno la tutela di Maria, per farla sposare al proprio figlio, e riunir cosí tutti i diritti. Negatagli, s’avventò, al solito suo, sul Monferrato [1613]. Spagna nol volle soffrire; seguinne una guerra di quattro anni, seguiron trattati vari; quel del 1617 restituiva lo statu quo; ma intanto un duca di Savoia solo avea resistito a Spagna. Poco appresso sollevavasi la Valtellina cattolica contra i grigioni protestanti e signori di essa. La prima fu aiutata da Spagna, i secondi da Francia, Savoia e Venezia. Riaprissi ed estesesi la guerra. Savoia e Francia fecero un’impresa insieme contra Genova; e qui di nuovo cadde il duca in sospetto di complicità ad una congiura contro a quella repubblica. Ritrassesi poi Francia di quella guerra, e rifecesi pace a Monzone nel 1626, tra le due potenze grosse; e le piccole, Savoia fra le altre,dovettersi acquetare. Morto poi, nel medesimo anno, il cardinale e duca Ferdinando Gonzaga, e nel 1627 Vincenzo fratello di lui, succedettero lor nipote Maria e il marito di lei Carlo Gonzaga giá duca di Nevers, e cosí tutto francese. Fu per esso Francia, e furono contro esso Austria ed il mutabile Savoiardo, tratto e dall’ambizione antica d’aver il Monferrato, e dall’essergliene data una parte fin d’allora. Guerreggiossi acremente in tutto Piemonte; e il vecchio e infermo ma ancora prode duca vinse i francesi nel 1628, ne fu vinto nel 1629, perdette Savoia, Pinerolo, Saluzzo; e stava alla riscossa sulla Maira quando, infermato, morí ai 26 luglio 1630. Pochi dí prima [18 luglio], era stata presa Mantova dagli spagnuoli alleati suoi. Pro’ guerriero, buon capitano secondo i tempi, ardito, pronto, bel parlatore, fu amato da’ soldati ch’ei pagava male ma conduceva bene, adorato da’ sudditi a cui procacciava le miserie, ma l’operositá, ma l’alacritá, ma l’onor della guerra; continuò, compiè gli ordinamenti civili del padre; parlò, operò italiano, protesse molti illustri, Tasso, Tassoni, Marini, Chiabrera, Botero; in una parola, raccolse piú che mai in sua casa e suoi popoli tutto quello che rimaneva di vita nazionale durante il mezzo secolo di suo regnare. È impossibile non far come i sudditi di lui, non amarlo a malgrado tutti i suoi difetti: fu uomo di buona volontá italiana.—Il rimanente dell’Italia d’allora val pochi cenni. Oltre la successione dei Gonzaga che turbò l’Italia, due altre ne furono che senza turbarla ne mutarono alquanto la distribuzione. Succeduto ad Alfonso II, duca di Ferrara e Modena, Cesare suo figliuolo naturale [1597], il papa non gli volle lasciar Ferrara feudo pontificio; e disputatone alquanto, l’ebbe per trattato [1598]; e la casa d’Este rimase bastarda e ridotta a Modena, fino a che s’estinse.—In Urbino, avendo il vecchio Francesco Maria II della Rovere perduto nel 1623 il figliuolo unico che lasciava una figliuola unica granduchessa di Toscana, ei rinunciò al ducato, feudo pontificio ancor esso, che fu riunito cosí agli Stati della Chiesa.—In Parma e Piacenza, ad Ottavio Farnese, morto nel 1586, succedette Alessandro figliuolo di lui, che fu illustre capitano negli eserciti spagnuolie combatté a Lepanto, ne’ Paesi bassi, di cui fu governatore, ed in Francia. E per questi meriti fu lasciata finalmente, fin dal tempo di suo padre [1585], la cittadella di Piacenza a’ Farnesi. Ad Alessandro, morto nel 1592, succedettero Ranuccio II figliuolo di lui, e morto questo nel 1622, il figliuolo di lui Odoardo.—In Toscana, a Francesco I, morto (dicesi di veleno) nel 1587 senza figliuoli, succedette il fratello di lui Ferdinando I, giá cardinale, che fu buon amministratore dello Stato, buon promotor di commerci ed agricoltura e lettere, e fece guerra ai ladri interni ed ai barbareschi, a cui prese una volta Bona in Africa. Al quale morto nel 1609, succedette Cosimo II, figliuolo degno di lui. Al quale, morto nel 1622, succedette il fanciullo e dammeno Ferdinando II. E tutti o quasi tutti questi principotti furono molto protettori di lettere, ma al modo nuovo che diremo poi.—E tali pure i papi di questo tempo: Gregorio XIII che riformò il calendario nel 1582, e pontificò fino al 1585; Sisto V [Peretti, dal 1585 al 1590], che fu il gran distruttor de’ ladri, il grande avanzator dell’opere d’Alessandro VI e di Giulio II a pacificar gli Stati della Chiesa, del resto persecutor d’eretici in Germania e Francia, grande edificator di monumenti in Roma; Urbano VII [Castagna], che regnò pochi giorni nel 1590; Gregorio XIV [Sfondrato, 1590-1591], che compiè l’opera di Sisto V contro ai ladri e banditi; Innocenzo IX [Facchinetti, 1591]; Clemente VIII [Aldobrandini, 1592-1605], che ricevette in grembo alla Chiesa Enrico IV di Francia, e riuní Ferrara; Leone XI [Medici, 1605]; Paolo V [Borghese, 1605-1621], che scomunicò Venezia, e finito San Pietro, vi pose suo nome; Gregorio XV [Ludovisi, 1621-1623], istitutor della congregazione della propaganda; Urbano VIII [Barberini, 1623-1644]. I nomi de’ quali, rimasti quasi tutti di famiglie grandi per ricchezze, accennano che parecchi di questi papi non si salvarono dal vizio del secondo nepotismo; ma fuor di ciò furono tutti buoni pontefici, e, secondo i tempi, buoni principi.—Di Venezia, sarebbe a dire quella accanita disputa ch’ella ebbe [1606-1607] con papa Paolo V, e in che si fece famoso fra Paolo Sarpi di lei teologo. Gli storici, le memorie del tempo, e Botta poi, si fermano lungamente in essa, ed in alcune altreche furono e prima e dopo tra’ papi e principi italiani. Ma noi, oltreché v’avremmo poco spazio, e che tali contese tra le potenze temporali e la ecclesiastica ne vorrebbon pur molto per essere bene spiegate e capite, confessiamo di porvi oramai poca importanza. Queste dispute, per qualche ecclesiastico o qualche affare che i tribunali civili ed ecclesiastici avocavano a un tempo a sé, per li diritti d’asilo nelle chiese, per istabilire od estendere il tribunale dell’Inquisizione, parvero, in vero, grossi affari a que’ tempi ove non n’eran de’ grandi; e son segni appunto di ciò. Ma ciò detto, non mi paiono piú importanti che tanti altri affari speciali di giurisprudenza o legislazione civile o militare o marinaresca, che tralasciamo per forza. Ché anzi, se abbiamo a dir tutto il pensier nostro, crediamo che parecchi di coloro i quali s’estendono in ciò, ciò facciano (a malgrado la noia propria e de’ leggitori) per rivolgergli a quel pochissimo che resta di tali dispute a’ nostri dí, ed in che essi pongono tuttavia un’importanza che noi non sappiamo assolutamente vedere. Non è la potenza ecclesiastica l’usurpatrice de’ nostri dí; tal non era nemmeno nel Seicento; giá difendevasi, indietreggiando dalle sue pretensioni antiche fin d’allora, ed ella si difende ed indietreggia ora piú che mai; ondeché, tutto ciò che si rivolge d’ire e d’attenzioni contro ad essa, sono ire ed attenzioni perdute contro a’ veri usurpatori. «Dividi e impera» è vecchio arcano d’imperio, e messo in pratica fino a ieri ed oggi. Ed egli implica e fa lecito e debito il suo contrario, l’arcano di liberazione, «uniamoci per liberarci»; uniamoci principi e popoli, nobili e non nobili, tutti gli educati, e gli ineducati stessi, educandoli; e militari e civili, e massime laici ed ecclesiastici, secolari e regolari, fino ai frati, fino ai gesuiti, fino ai piú esagerati, e giá colpevoli di lá o di qua, che vogliano unirsi a virtuosamente operar per la patria, fino a coloro che avessero perseguitati od anche calunniati non solamente noi, ma gli stessi amati da noi[2]. Piú attenzione forsemeriterebbe, se ne avessimo luogo, una guerra tra Venezia e gli uscocchi, pirati dell’Adriatico [1601-1617], protetti o almen tollerati da casa d’Austria; un trattato fatto a Madrid [1617] vi pose fine. E l’anno appresso [1618] successe quella congiura che parve mirare a non meno che alla distruzione della repubblica; e che compressa, secondo l’uso di lei, con prontezza e misterio, resta dubbio quanto fosse vera e pericolosa, e se di semplici venturieri, o se promossa da Spagna, o se anzi da uno o due dei governatori spagnuoli in Italia che volessero ribellarsi e farsi essi signori.—Del resto, i due Stati spagnuoli, Milano e il Regno, peggiorarono via via. A Filippo II, il Tiberio della monarchia spagnuola, erano succeduti Filippo III [1598] e Filippo IV [1621], che ne furono poco piú che i Claudi o i Vitelli. Governaron per essi un duca di Lerma, un d’Uzeda e un conte duca d’Olivarez, via via piú assoluti a Madrid, al centro di quel grande imperio. S’imagini ognuno come governassero i viceré e governatori lontani. Depredavansi le entrate ordinarie, supplivasi con istraordinarie; vendevansi, ripiglianvansi i feudi, si alzavano, s’esageravano gli appalti, non si badava ai popoli ma all’erario, o piuttosto questo stesso non era se non un pretesto, una via per cui passavano le ricchezze, cioè, senza metafora, il sangue de’ popoli. Ma a che perdere spazio in tutto ciò? Quando anche n’avessimo piú, non potremmo far meglio che rimandar i leggitori all’immortal ritratto fattone dal Manzoni. Niuna storia, nemmen quella splendidissima di Botta, può arrivar a dare una cosí viva e giusta idea del disordine, delle prepotenze, delle depredazioni, delle pompe, degli avvilimenti in che giacquero i popoli italiani sotto al governo ispano-austriaco.15. Vittorio Amedeo I, Francesco Giacinto, Carlo Emmanuele II [1630-1675].—Se la Provvidenza avesse dato immediatamente al Piemonte un secondo regno di mezzo secolo e d’un principe simile a Carlo Emmanuele I, casa Savoia sarebbe forse diventata regina di mezza Italia, ovvero ella si sarebbe rovinata del tutto. Ma la Provvidenza sembra aver destinata quella casa a un crescer costante, ma lento; ed ella frappose ai due regni, simili perlunga e grande operositá, un intervallo di quarantacinque anni, e tre principi minori con due reggenze.—Succeduto Vittorio Amedeo I [luglio 1630], continuò la guerra della successione di Mantova pochi altri mesi; poi si venne a’ trattati; e per quelli di Cherasco [6 aprile 1631] e Mirafiori [5 luglio 1632] rimasero. Mantova e Monferrato al Nevers-Gonzaga; Alba, Torino ed alcune altre terre a Savoia. Ma questa ebbe a dar Pinerolo a’ francesi, e cosí fu riaperta a questi l’Italia, e disfatto il benefizio di Carlo Emmanuele quando aveva avuto Saluzzo in cambio alle province francesi. E posossi per poco. Ché, signoreggiata Francia dal Richelieu, questi riprese l’idea d’Enrico IV di diminuir casa d’Austria, massime in Italia, ed a ciò [11 luglio 1635] fu firmato in Rivoli un trattato tra Francia e Savoia, a cui aderirono Parma e Mantova, ed applaudí Urbano VIII, il papa Barberini che fu o apparve primo dopo il Caraffa a prender noia del giogo spagnuolo e volgersi a Francia. Cosí riaprissi la guerra, che durò poi variamente ventiquattro anni. Ma Vittorio Amedeo, generalissimo della lega, non la condusse che due anni. Morí ai 7 ottobre 1637.—Allora si aggiunse una contesa di famiglia, e diventò guerra civile, la sola che sia stata mai in Piemonte. Succedeva ad Amedeo suo figlio di cinque anni, Francesco Giacinto; e fu presa la reggenza dalla vedova madre di lui, Cristina di Francia, figliuola di Enrico IV, donna di alti e gentili spiriti, come il padre. Aveva contro a sé, Spagna aperta nemica; Francia o almen Richelieu avidi amici che volean tiranneggiarla; e i due cognati, Tommaso buon guerriero al servigio di Spagna, e Maurizio pure spagnuolo di parte, che le contrastavano la reggenza appoggiandosi bruttamente a Spagna, nemica allora di lor famiglia, nemica naturale di ogni principe indipendente italiano. Dichiararonsi mentre Leganes e gli spagnuoli invadevano.—Morí in questo [giugno 1638] il duca fanciullo Francesco Giacinto; e succedette suo fratello piú fanciullo Carlo Emmanuele II. Nel 1639, il Piemonte fu quasi tutto de principi zii. Nella notte del 26 e 27 luglio, sorpresero Torino. Madama reale (come si chiamava la duchessa) ne fuggí prima in cittadella, poi qua e lá fino a Grenoble, ma lasciando ilfigliuolo chiuso in Monmelliano con ordine al governatore di non dar né figlio né fortezza, nemmeno per niuno scritto di lei; e cosí salvollo dal Richelieu che lo voleva. Nel 1640, fu ripresa Torino, e tornovvi madama reale. Nel 1642, si fece accordo tra lei e i cognati; e le rimase la reggenza fino al 1648, e naturalmente poi per piú anni il governo del figliuolo maggiorenne ma adolescente. E durò la guerra ma lungamente tra Francia e Spagna. Ravvivossi nel 1656 colla presa di Valenza, ma senza grandi risultati nemmeno. Erano i tempi della decadenza in Ispagna, e della Fronda in Francia. Finalmente, addí 17 novembre 1659, facevasi la pace de’ Pirenei tra Spagna e Francia; e fu firmata per questa dal Mazzarino, cardinale italiano e successore al Richelieu nel ministero. E cosí liberato Piemonte da amici e nemici, regnò Carlo Emmanuele II tranquillo, splendido, edificator di chiese, palazzi e ville, protettor di lettere, buono ed elegante principe. Disputò vanamente per il titolo di re di Cipro con Venezia; e pacificatosi, le mandò il marchese di Villa suo generale ed un corpo di truppe, ad aiutar Candia assediata dai turchi. Mosse due cattive guerre contro a’ valdesi, e le finí lasciando le cose come prima. Nel 1670, aprí tra’ dirupi di Savoia una strada a Francia, opera alla romana, ammirata e superata da Napoleone, che se Dio voglia sará superato da’ principi nostri, aiutati dalla presente civiltá. Nel 1672, mosse guerra a Genova; ma non riuscí a nulla nemmeno esso, e si rifece pace nel 1673, per mediazione e minacce di Luigi XIV di Francia. Morendo [12 giugno 1675], fece aprir le porte del palazzo, per vedere il popolo suo che amava riamato. Fu de’ pochissimi di casa Savoia, che non conducessero le armi sue.—Il resto d’Italia non ebbe in questo tempo nemmeno il solito vantaggio di giacere in pace. I ducati settentrionali, Parma, Modena, Mantova con Monferrato, furono attraversati da combattenti, e sforzati di prendere parte a quasi tutta la guerra fino alla pace de’ Pirenei. Oltreché, essendo Ottavio Farnese carico di debiti, ed avendo ipotecato a’ creditori il ducato di Castro e Ronciglione, papa Urbano VIII (forse per investirne i Barberini suoi nepoti) li sequestrò; e ne nacque, frammista alla guerragrossa, una piccola, in cui Venezia, Modena e Toscana mossero per il Farnese [1641-1644], finché fu fatta pace [1644]. Ma succeduto a Ottavio Ranuccio II figliuolo di lui, e guastatosi per la nomina di un vescovo con papa Innocenzo X, si riaprí la guerra; e questi sequestrò di nuovo Castro e Ronciglione, che furono incamerati e ritenuti, anche dopo la pace ed altri trattati, per sempre, dalla Santa Sede. E rimase confermata la riunione d’Urbino alla morte di Francesco Maria, l’ultimo Della Rovere [1636]. D’allora in poi, da due secoli in qua, gli Stati della Santa Sede furono tali quali sono ora (salvo che l’Austria occupa ora militarmente Ferrara, e stabilmente un lembo di Oltrepò).—In Modena successero Alfonso IV, figlio di Francesco I [1658], e Francesco II, figlio di Alfonso IV [1662].-In Mantova e Monferrato, giá diminuito, successero Carlo II figliuol del primo [1637], e Carlo III (che vedrem l’ultimo di quella terza schiatta di Monferrato) figliuol del secondo [1665].—In Toscana, al pacifico e letterato Ferdinando II succedette il pacifico e letterato Cosimo III [1670].—In Roma, ad Urbano VIII Barberini, succedettero, Innocenzo X [Panfili, 1644-1655], che perseguitò i nipoti del predecessore, e ingrandì i suoi; Alessandro VII [Chigi, 1655-1667], che non volle dapprima ma finí con nepotizzare egli pure, e che per una zuffa di servitori di casa sua e dell’ambasceria francese, ebbe a soffrir le prepotenze di Luigi XIV e fargli scuse; Clemente IX [Rospigliosi, 1667-1670], e Clemente X [Altieri, 1670-1676], nepotisti essi pure.—Venezia ebbe a sostenere una gran guerra contro a’ turchi, che le assaliron la bella ed ampia isola di Candia: e vinseli in due battaglie navali, ma perdette l’isola finalmente nel 1669.—Genova fece poco piú che poltrire, salvo quella volta che si difese contra Carlo Emmanuele II. E le province spagnuole pativano, ed erano spogliate peggio che mai; ma Milano senza muoversene; Sicilia e Napoli, all’incontro, mostrando velleità piccole e varie di sollevazioni. Il fatto sta, che, dei grandi imperii antichi o nuovi i quali furono al mondo, niuno forse fu piú mal connesso, piú mal costituito, piú mal governato che quello spagnuolo. Vantavasi che vi splendesse a tutt’ore il sole girando intornoall’orbe. Ma quest’era appunto il gran vizio di esso; era immane e disseminato, forse oltre alla potenza governativa di qualsiasi governo, certo oltre a quella di que’ principi oziosi, e di que’ lor ministri e cortigiani depredatori. E giá s’era venuto sfasciando, scemando quell’imperio per ribellioni numerose: quella de’ mori di Granata, che, vinti e cacciati in Africa, lasciarono scemata la popolazione spagnuola; quella de’ Paesi bassi, staccatisi ed ordinatisi in bella e durevole repubblica; quella di Portogallo, rivendicatosi in regno indipendente; quella di Catalogna, erettasi essa pure a repubblica, quantunque per poco. Ultimi a seguir tali esempi furono i pazientissimi italiani; anzi ultimi e minimi, senza disegno, senza vigoria, senza prudenza, senza costanza, senza pro. Una carestia ne fu causa od occasione in Sicilia. Sollevossi la infima plebaglia contro al pretor di Palermo, che aveva scemate le pagnotte; poi contro a Los Velez viceré. Un Nino della Pelosa fu primo capopopolo; vollero accostarsi a’ nobili, e far re un de’ Geraci che avean nome di esser sangue dei re Normanni. Ma né questi volle, né gli altri nobili si scostarono da Spagna, né il popolo perdurò; e Nino con tre altri furono strozzati, quaranta mandati alle galere. Poi, una rissa tra alcuni servitori d’un nobile e alcuni plebei risuscitò il chiasso. Giuseppe d’Alessio, battiloro, ne rimase capo, fu gridato capitano generale del popolo, sindaco perpetuo di Palermo. Los Velez s’imbarcò, ed Alessio fece da viceré, governò assoluto e pomposo. Altre città si sollevarono. L’Alessio perdé il cervello, richiamò il viceré; ed unitisi, viceré, nobili ed ecclesiastici insieme, e stancandosi, al solito, il popolo, fu preso e decapitato, l’Alessio con una dozzina d’altri o piú, e tutto tornò come prima. —Né diversamente in Napoli, quantunque ivi fosse l’estremo della tirannia spagnuola. Narra il Botta che piú di cento milioni di scudi, cioè un cinquecentocinquanta milioni di franchi, i quali al ragguaglio del valore attuale de’ metalli sarebbono un miliardo e piú, furono tratti dal Regno in tredici anni [1631-1644] da due viceré; e che molte famiglie di Puglia e Calabria migrarono a’ turchi; e che un viceré si vantò di lasciar il Regno ridotto a tale, che quattro famiglie non vi rimanevano ove sipotesse cuocere una buona vivanda; e che disse un altro;—E’ si lagnano di non poter pagare? Vendan le mogli e le figliuole!—Succedette un viceré men cattivo, l’almirante di Castiglia, un respiro; ma poi il duca d’Arcos, di nuovo predatore e crudele. Il quale non sapendo piú di quale erba far fascio, quali gabelle aggiungere alle tante poste e cresciute, posene una sulle frutte, che sono lá pascolo de’ piú poveri. Al 7 luglio 1647, volendosi levar la nuova tassa, un fruttaiuolo rovescia irato i panieri, e li calpesta; si fa tumulto, e vi si pone a capo Masaniello, un pescivendolo, bel giovine e di credito fra’ popolani. S’avventano a’ palazzi de’ nobili, e vi rompono ed ardono quanto possono, ma senza predare; gridano voler i privilegi, lo Stato come era sotto Carlo V, ma non rinnegano l’obbedienza al re presente, e come in Sicilia, fanno un capitano generale del popolo, Masaniello. E questi pure governa con prudenza, giustizia e gran pompa alcuni dí. Cento sedici mila della milizia napoletana ei rassegna, non caccia il viceré, ne è trattato da pari a pari. Dura cosí un otto dí; poi anch’egli n’impazza a un tratto, dopo una visita al viceré che fu creduto l’attossicasse. Ma è chiaro che sarebbe stato piú facile e piú spedito farlo ammazzare, che farlo impazzir con veleno. Ad ogni modo, abbandonato dal popolo, alcuni congiurati l’ammazzarono a schioppettate come una fiera [16 luglio]. Il popolo lo seppellí con tardi onori, e non si posò. Fecero un secondo capitano generale, un nobile, Toraldo principe di Massa; e insospettitine, l’uccisero. Ne fecero un terzo, un popolano, archibusiere, Gennaro Annese. Sotto il quale o piú ribelle o traditore, o forse or l’uno or l’altro, s’inasprí il popolo, rinnegò l’obbedienza, ricorse al papa e a Francia da’ quali fu respinto, e al duca di Guisa, un signor venturiere francese discendente dagli Angioini. Venne costui, e governò il popolo coll’Annese; poi si guastò con lui, e Annese si raccostò all’Ognate nuovo viceré; e i due insieme, coll’almirante di Castiglia venuto su d’una flotta spagnuola, cacciarono il duca, che fu preso e condotto a Spagna, e tenutovi prigione a lungo; mentre l’Annese traditore fu tradito dagli spagnuoli, e preso pur esso e decapitato ed impiccati alcuni altri popolani. E cosífinirono queste sollevazioni [1648]. Poco appresso il Mazzarino le volle ravvivare, e mandò con una flotta francese il principe Tommaso di Savoia, giá tutto spagnuolo, or avido di tôrre a Spagna un regno. Ma questi non approdò nemmeno. Succeduto poi a Filippo IV il figliuolo di lui, Carlo II, incapacissimo ed ultimo degli Austriaci spagnuoli [1665], sollevossi [1674] Messina, e chiamò francesi, e bandì re Luigi XIV, e guerreggiossi ivi e in gran parte dell’isola quattro anni; fino a che Luigi XIV e i francesi l’abbandonarono, e gli spagnuoli incrudelirono nelle vendette.—Ed anche a Fermo si tumultuò in simili modi, cioè inutilissimamente. Noi vedemmo giá intorno alla metà del secolo decimoquinto il tempo aureo delle congiure. Ora alla metá di questo decimosettimo si può dir quello delle sollevazioni popolari ne’ principati (perciocché non parlo di quelle fatte giá nelle nostre repubblichette, dove elle furono quasi mezzo legale o costituzionale di governo). Del resto, inefficaci vedemmo le congiure, ed inefficaci vediamo le sollevazioni. Ma, scellerate le prime senza dubbio e sempre, niun uomo ardirebbe dir sempre scellerate le seconde; non quelle sorte senza congiura, senza ambizioni, per giusta ira comune contro ad una vera e scelleratissima oppressione. Ma qui sta il punto, qui la gran differenza tra quelle sollevazioni del Seicento, e quelle che si fanno o si vorrebbon fare nell’Ottocento; ché allora appunto erano reali ed estreme le oppressioni, le tirannie, e toglievano le vite o i mezzi delle vite, le ultime sostanze al popolano, alla moglie ed a’ figli di lui: mentre ora non sono tali tirannie; e ciò che «tirannia» si chiama, non pesa su quelle vite o quell’ultime sostanze, né nemmeno su que’ popolani, ma piuttosto od anche solamente sulle ambizioni, sulle opere de’ ricchi nobili o borghesi, sulla partecipazione che essi desiderano a’ governi; la quale, sia pur giustamente desiderata, non è desiderata dall’universale del popolo, non importa a lui. Dal che si conchiude poi facilmente: primo, che quelle sollevazioni del Seicento furono senza paragone piú innocenti che non sono o sarebbon queste nostre; e secondo poi, che se quelle piú innocenti e sorte dall’offese vere fatte agli interessi popolari furono pure mal sorrettedal popolo, molli, brevi, insufficienti, inefficaci, tanto piú è naturale che sieno queste, le quali si fanno o farebbono senza il motore degli interessi universali.16. Vittorio Amedeo II [1675-1700].—Or torniamo all’ultimo quarto del languido Seicento, e finiamolo.—In Piemonte incomincia un nuovo regno anche piú lungo che non quello di mezzo secolo di Carlo Emmanuele I, sorge un principe anche piú grande, Vittorio Amedeo II. Fanciullo di nove anni, crebbe sotto la reggenza di sua madre, Maria Giovanna, nata d’un ramo collaterale di Savoia. Né fu turbata se non da una sollevazione di Mondoví [1679], fattasi contro alle tasse, e in breve per allora repressa. Nel 1681, Carlo Gonzaga carico di debiti vendeva Casale a Luigi XIV, il quale aveva giá Pinerolo, e diventava cosí piú che mai signore in Piemonte. E dicesi volesse diventare del tutto, e perciò favorisse un progetto di matrimonio del duca di Savoia con una erede presuntiva di Portogallo; sperando, ch’egli andrebbe a regnar lá, e Piemonte, governato da lungi, se ne scontenterebbe e volgerebbesi a Francia. Ma perciò appunto sollevossi l’opinione piemontese contro tale idea; e resta memoria, che uno della corte dicesse al duca, con parola piú grossa che non dico io:—Che altri sudditi andate voi cercando? Piú buona gente di noi non la troverete in nessun luogo.—Né, tolta la rozzezza, fu mai detta piú gran veritá, o piú utile a ridir ora per tôr di mezzo molte vane speranze e molti vani timori: non esiston popoli e principi piú fatti gli uni per gli altri, piú indissolubilmente uniti dai secoli e dalla natura, che piemontesi e casa Savoia.—Ad ogni modo, fu rotto il matrimonio portoghese. E intanto fatto adulto il duca e continuando la madre a voler reggere, egli sostò alquanto per rispetto e vergogna, ma scoppiò poi per natura, e prese in mano il governo. Era poi il tempo della maggior potenza o prepotenza di Luigi XIV, e si faceva sentire anche in Italia. Nel 1684, guastatosi con Genova per non so che affar di sali, la facea bombardare crudelmente, e il doge andava a far le scuse a Versailles. Quali tempi! Nel 1686, spingeva il giovinetto duca a volgersi contro a’ valdesi, e cacciarli di lor valli; come egli Luigi XIV(dopo revocato l’editto di tolleranza di Nantes) avea cacciati gli ugonotti. Nel 1688, volle sforzare papa Innocenzo XI a lasciar l’asilo de’ malfattori nel palazzo dell’ambasciador di Francia a Roma; e non gli riuscendo, sequestrò Avignone. Ma quel buono e forte papa resistette allora colla pazienza; e tra breve resistette e sollevossi il duca di Savoia con l’armi. In Roma e Savoia era ogni resto di virtù italiana; l’ecclesiastica ne’ papi, la militare ne’ duchi piemontesi. Ai 3 giugno 1690, s’aggiunse Vittorio Amedeo alla lega di quasi tutta Europa contro al prepotente Luigi XIV, e riaprí lor valli a’ poveri valdesi. Scese Catinat a capo d’un esercito francese, e devastò Piemonte, incendiando case e villaggi, ed ammazzando popolazioni innocenti; e vinse una gran battaglia a Staffarda [1690]. Ma vinse il duca a Cuneo [1691] ed invase Delfinato [1692]; e stava per saccheggiare a rappresaglia, quando il vaiuolo sorvenutogli lo salvò di quella nequizia, e lo fece ritrarsi. Vinse Catinat una seconda gran battaglia a Marsiglia [1693]; ma perdé Casale nel 1695. Ondeché, stanco giá Luigi XIV, e volendo provedere colla pace alla prossima eventualitá della morte e della successione di Carlo II di Spagna, s’allentò in Italia la guerra, e s’incominciarono negoziati; e si conchiusero con un trattato [30 maggio 1696], per cui Vittorio Amedeo riebbe tutto suo Stato, Pinerolo stessa, quella ultima spina straniera rificcatagli in corpo. Che piú? In questo trattato, uno de’ piú belli firmati mai da casa Savoia, Vittorio Amedeo fece da arbitro d’Italia cosí, che vi patteggiò la neutralitá universale di essa. La quale poi non riconosciuta da Spagna sua antica alleata, ei si volse contro essa, e la sforzò ad aderire; e cosí egli condusse alla pace universale, che si fece poco appresso a Riswick [1698]. E quindi esso il glorioso guerriero e pacificatore, e il pacificato Luigi XIV, e Spagna, e tutti, posarono aspettando, ed apparecchiandosi con nuovi trattati (tutti inutili poi) all’evento della grandissima successione.—Nel resto d’Italia, intanto, non eran succeduti guari altri casi. In Parma, era a Ranuccio II succeduto il figliuolo di lui Francesco [1694].—Ed era succeduto nel medesimo anno a Francesco II, Rinaldo suo figliuolo, in Modena.—In Mantova e Monferratocontinuava Carlo II, il venditor di Casale.—E continuava Cosimo III in Toscana.—In Roma pontificò Innocenzo XI [Odescalchi, 1676-1689], buon papa, non nepotista, quegli che resistette a Luigi XIV, quegli che confortò l’immortal Sobieski, gl’immortali e generosi polacchi, a salvar dai turchi, cioè dalla distruzione [1683], quella casa d’Austria, quell’aristocrazia, quella Vienna, or tanto immemori! Seguirono Alessandro VIII [Ottoboni, 1689-1691]; Innocenzo XII [Pignatelli, 1691-1700], papa ottimo anch’egli, che non solamente non fu nepotista, ma fece una bolla [1692] contro al nepotismo, e vi pose l’obbligo di giurarla a tutti i cardinali entranti in conclave e a tutti i papi nuovi; onde fu, non estirpato pur troppo, ma scemato il brutto vizio, durante il secolo seguente. E governò lo Stato non solamente colla bontà solita, ma con ordine insolito colà.—Finalmente, Venezia anch’essa parve ridestarsi alquanto in quegli anni; ché aggiuntasi ad Austria e Polonia nella guerra contro a’ turchi, guerreggiò fortemente, costantemente, quindici anni [1684-1699], ed ebbe un ultimo grand’uomo di guerra e di mare, il Morosini; il quale conquistò a sé il nome di «peloponnesiaco», ed alla patria la Morea, Egina, Santa Maura e parecchi luoghi di Dalmazia. La pace di Carlowitz [1699] sancí tutte queste conquiste; sancì il primo indietreggiare della potenza ottomana, giunta al colmo, minacciante Germania e la cristianità poc’anni addietro.

10. Continua.—Né furono meno numerosi o meno splendidi i poeti. Primo senza contrasto Ludovico Ariosto [1474-1533], un vero incantatore, che toglieva sé e toglie noi al tristo mondo reale per portarci in uno imaginario e tutto ridente; precursore di Walter Scott per le eleganze, di Cervantes, Molière e La Fontaine per quel celiar semplice, non amaro, quel celiar per celiare, che essi quattro intesero sopra ogni altro di qualunque tempo o paese. Né gli mancò il ridere utile, correttor di vizi; scrisse comedie e satire; ma fu minore in queste; la sua natura era indulgente, od anche indifferente. Non accrebbe, è vero, come Dante, il tesoro de’ pensieri nazionali; ma oltre all’utilità letteraria, una morale e politica è forse nelle eleganze che salvano da bassezza, dalla quale le nostre lettere, e massime le facete, non si salvarono sovente. Ad ogni modo, sommo in suo genere, sovrasta alla severità della critica.—E gran celiatore, ma quanto minore! fu il Berni [-1536]. E minori gli altri poeti (prosatori pure), Rucellai [1449-1514], Sannazzaro [1458-1530], Bibbiena [1470-1520], Trissino [1478-1550], Guidiccioni [1480-1541], Molza [1489-1544], Bernardo Tasso [1493-1569], Alamanni[1495-1556], Della Casa [1503-1556], Annibal Caro [1507-1556], oltre quasi tutti quegli altri che nominammo tra’ prosatori, ed altri che non nominiamo di niuna maniera. I quali tutti insieme poetando o rimando in tutto questo tempo, empierono poi que’CanzonierioParnasioRaccolte, che paiono a molti una delle glorie italiane, perché essi soli sanno almeno divertire. Pare ad altri all’incontro che la poesia non ammetta mediocrità; e che l’inutilità non sia scusabile se non nei sommi. Come donna, e cantante un amor vero e virtuoso, sovrasta forse Vittoria Colonna, moglie del traditore marchese di Pescara [1490-1547]. E sovrasta per infamia Pietro Aretino [1492-1572], prosatore e rimator mediocrissimo, anzi cattivo, e per le cose scritte e per il modo di scriverle, empio, lubrico, piaggiatore e infamatore insieme, che si fece un’entrata, una potenza col vendere or il silenzio, or le adulazioni. È vergogna del secolo che lo sofferse, lodò e pagò e chiamò «divino».—Del resto, avendo detto della storia e della poesia e cosí dei due generi di letteratura in che questo tempo fu grande, non ci rimane spazio a dir di quelli in che fu solamente abbondante. Se ci mettessimo a nominar gli oratori piú o meno retori, perché non aveano a discutere interessi reali dinanzi a un’opinione pubblica potente; i latinisti, meravigliosi se si voglia per li centoni che fecero delle frasi antiche, ma appunto perciò piú o men retori essi ancora; i grammatici di lingua italiana, piú utili senza dubbio, ma timidi ed incerti perché nostra lingua mancò sempre d’un centro d’uso, e poco logici perché poco logico era stato il secolo delle origini, e meno logico era questo; i novellatori, piú o meno imitatori e sconci, come i modelli e il secolo; i moralisti, come il secolo leggeri, attendenti a convenienze e cortigianerie piú che a principi sodi, ed anche meno ai virili e meno ai severi; e gli scrittori che trattarono di filosofia piú letterariamente che scientificamente, e si scostarono da Aristotele per cadere in Platone, ma meno nel Platone vero interprete degli immortali dettami di Socrate, che in un platonismo spurio e intempestivo; se, dico, noi nominassimo tutti coloro che gli esageratori de’ nostri primati ci dan come grandi, noi avremmo a rifare parecchie nomenclature molto piú lungheche non le fatte. Ma il vero è, che qui, piú che altrove, è a distinguere tra le grandezze relative e le positive. Che le lettere nostre del Cinquecento sieno state di gran lunga superiori a quelle contemporanee e straniere, è indubitabile; ma che elle rimangano superiori od anche eguali alle straniere piú moderne, e che perciò elle debbano imitarsi ora di preferenza o per la loro eccellenza o per dover nostro di nazionalità, ciò non è vero e non può essere; perché non può essere che i secoli progrediti non abbiano prodotte letterature migliori e piu imitabili, che i secoli piú addietro; perché il nostro primato di tempo esclude appunto il primato di eccellenza; e perché poi, quanto a nazionalità ella non consiste nel non ammirar né imitar se non le cose giá nazionali, ma anzi a far nazionali quelle buone che non sono. Se Alfieri e Manzoni avessero cosí inteso il dovere di nazionalità, essi non avrebbero aggiunto la tragedia e il romanzo ai tesori vecchi delle lettere italiane.—Né in filosofia materiale si progredì guari allora in Italia. Questo è il tempo di Copernico polacco [1473-1543]; e dicesi che la teoria di lui non fosse anche prima di lui sconosciuta in Italia; ma il fatto sta che gli astronomi d’Italia furono allora poco piú che astrologi, e son famosi quelli di tutti i principotti italiani e di Caterina Medici ed altri, che infettaron l’Europa di lor ciurmerie. Ed anche costoro vi ci diedero e lasciarono cattivo nome. La medicina fu forse delle scienze naturali quella che fece piú veri progressi. Eustachio Rudio [prima del 1587], il Colombo [-1577] e il Cesalpini [1519-1603] ed altri, insegnarono piú o meno fin d’allora in Italia la circolazione del sangue. Harvey, inglese, la dimostrò piu ampiamente, e divolgò poi [1619], e cosí n’ha gloria. Dicono i nostri: ingiustamente. Ma io non entrerei in siffatte dispute, quand’anche n’avessi luogo. Quasi tutte le grandi invenzioni furono fatte a poco a poco, cioè da parecchi in parecchi tempi e luoghi: ondeché la storia sincera di ciascuna può bensì riuscir piacevole ed utile elucubrazione a meglio intendere lo spirito umano, ed istradarlo ad invenzioni ulteriori; ma appunto non può forse esser fatta tale storia sincera, se non ismettendo le pretese personali, municipali e nazionali. Le quali poi chi rialza per farne una gloria,mi sembra farsi per lo piú una grande illusione. Le glorie disputabili non sogliono essere vere glorie; le due parole implicano contraddizione; le certe sole rimangon vere e grandi.—Certe poi sono quelle dei viaggiatori italiani che seguirono Colombo. Amerigo Vespucci fiorentino [1441-1512 o 1516] toccò forse al continente americano prima che Colombo; e sia per ciò, sia perché fece primo alcune mappe delle nuove terre scoperte, ebbe l’immeritato e vano onore di dar loro il nome. Intanto Giovanni Cabotto veneziano e suo figliuolo Sebastiano [nato a Bristol 1467] scoprirono per Inghilterra, e Giovanni Verrazzani fiorentino per Francia, l’America settentrionale. Ma questi furono gli ultimi grandi scopritori e navigatori italiani. La gloria di compiere le scoperte passò d’allora in poi agli stranieri; e cosí ne passò ad essi tutto l’utile. Delle terre date alla civiltà da Colombo, Amerigo, due Cabotti e Verrazzani, non un palmo rimase all’Italia, non una colonia, non un commercio. Questo è forse il segno piú evidente della decadenza italiana, dell’esser passata a un tratto in ozio l’antica operosità di lei. Non basta dire, le scoperte d’America e del Capo, togliendo il commercio al Mediterraneo, lo tolsero all’Italia; bisogna dire, tolto il commercio al Mediterraneo, Italia oziosa non seppe seguirlo nelle nuove vie; e bisogna aggiungere, quand’anche il commercio riprendesse la via antica del Mediterraneo, questo commercio, queste vie, questo Mediterraneo non saranno per nulla dell’Italia, se ella rimane, com’è, oziosa o poco operosa, meno operosa in somma che le nazioni contemporanee. Il mondo è di chi sel prende; cioè degli operosi, cioè di chi opera per sé, cioè degli indipendenti.11. Continua.—Ripetiamolo pure, e sovente; toltine Machiavello e l’Ariosto, furono abbondanti, anzi che grandi, in questo secolo gli scrittori. Ma gli artisti, abbondantissimi e grandissimi insieme. Qui nell’arte è dove trionfa l’ingegno italiano; qui è innegabile, e conceduto da tutti, il nostro primato. Qui possiamo, anch’oggi, non uscir d’Italia, trovar tra noi tutto quanto è da studiare e imitare. E tutto l’ottimo poi il troviam raccolto nel Cinquecento, anzi in quella prima metà di esso di che quitrattiamo. E quindi non solamente non avremo luogo qui a dir tutti i notevoli, ma nemmeno a nominarli. Accenneremo cinque culminanti intorno a cui si rannoderanno gli altri: Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Tiziano e Correggio. I tre primi, e (se è vero che la purità e l’eleganza, cioè quella che il Vasari chiama «virtù» del disegno, sia la somma dell’arte) i tre sommi, usciron tutti di quella terra e scuola privilegiata di Toscana ed intorno, che dicemmo culla dell’arti italiane. Nato Leonardo in Vinci nel 1452, attese in gioventù all’arti cavalleresche, a tutte quelle del disegno, a musica, a poesia, a matematica, a meccanica. È uno di quegli esempi che ingannano a disperdersi molti ingegni anche presenti, i quali non pensano quanto eccezionali sieno gli uomini enciclopedici, e massime quanto impossibili nelle colture progredite. Oltreché, Leonardo si fermò poi intorno a’ trentacinque anni nell’arti del disegno: e vi giunse al colmo suo (e forse dell’arte) nellaCenache fece a Milano per Ludovico il moro [dal 1494 al 1499], e cosí in quella etá dove tanti altri giá incominciano a stancarsi e scendere. E cosi egli fondò colà la scuola lombarda; in che si vide gran tempo alle fattezze la figliazione fiorentina. Morì l’anno 1519. Furono in quella scuola contemporanei, accerchiatori o seguaci di lui, Cesare da Sesto [-1524], il Luini [-1534?], Gaudenzio Ferrari [1484-1550], Bernardino Lanini [1578], Andrea Salai e parecchi altri minori.—Michelangelo Buonarroti [n. 1474] fu anch’egli «pittor, scultor, architettor, poeta», ma fin dall’adolescenza e nei giardini del magnifico Lorenzo attese all’arti e sopra tutte alla scoltura. Spaziò poscia in tutte e tre, vivendo e lavorando in Roma principalmente. Lasciolla una volta per ira (egli avea del Dante, e fu detto tale nell’arti) contra Giulio II, quell’altro iroso, quel Dante dei pontefici. E fuggito a Firenze, poco mancò che le due ire non guastassero il papa e la repubblica, non fossero uno di piú de’ turbamenti d’Italia. Un’altra volta venuti i due alla ribelle Bologna, e vedendo il papa il modello della propria statua apparecchiatogli da Michelangelo, e che questi gli avea posto nella mano sinistra un libro:—Che libro?—disse,—ponmi una spada, ché io non so lettere.—Poscia guardando la destra:—Dáella benedizione o maledizione?—E Michelangelo:—Minaccia questo popolo se non è savio.—Ma il popolo non fu savio ed atterrò poi la statua. Meglio un pontefice benedicente, e ribenedetto; dureran serbate da’ popoli le statue sue. Una terza volta, sotto Clemente VII, ei lasciò Roma, come dicemmo, per servir la patria da ingegnere. I freschi da lui fatti in Vaticano serviron di studio all’ultima maniera di Raffaello. Fu geloso di questo, come vecchio di giovane da cui sia superato; e volendo rivaleggiare anche in pittura a olio, a che era poco pratico, s’aggiunse fra Sebastiano veneziano; e i due insieme fecero de’ gran bei lavori, ma men belli che quelli fatti da Raffaello. Più vecchio d’assai sopravvissegli di molto; signoreggiò, quasi tiranneggiò nell’arti a Roma per gran tempo; e morto Antonio da Sangallo [1546], ebbe la fabbrica di San Pietro, dove, ognun sa, pose il Panteon a cupola. Mori nel 1564. I novant’anni di sua vita comprendono tutt’intiera l’etá aurea dell’arti. Quindi in sì lunga vita, ed in una scuola giá cosi antica come la fiorentina, ebbe molti e grandi compagni e seguaci: Luca Signorelli [1440-1521], fra Bartolommeo [1469-1517], il Peruzzi [1481-1536], il Ghirlandaio [1485-1560], Andrea del Sarto [1488-1530], il Rosso [-1541], il Pontormo [1493-1558], il Bronzino [1502-1570], il Vasari [1512-1574], e molti altri che continuarono la scuola fiorentina; e il Francia [1450-1535], che si conta capo della bolognese, figlia cosí essa pure della fiorentina.—All’incontro, passò, quasi celestiale apparizione in bel mezzo alla lunga vita di Michelangelo, Raffaello d’Urbino [1483-1520]. Non enciclopedico, non letterato, raro cultor delle stesse due altre arti sorelle, elegantissimo architetto tuttavia ne’ pochi edifizi da lui fatti, pittor sopra ogni cosa, disegnator come nessuno che si conosca, per l’invenzione, l’espressione, la grazia, la divinità delle figure sue, delle donne principalmente, della beata Vergine sopra tutte. Incominciò in Urbino sotto il proprio padre, pittor non volgare; imparò a Perugia sotto a Pier Perugino [1446-1524], illustre pittore per sé, piú illustre per lo scolaro; innalzossi a Firenze; e chiamato a Roma, superò gli altri, superò Michelangelo, superò se stesso, tre o piú volte, od anzi sempreprogrediendo, secondo che lavorava nelle logge e nelle stanze del Vaticano, alla Farnesina, nelle quasi innumerevoliSante famiglie, e ne’ ritratti, e nelloSpasimo, e nellaTrasfigurazione, e ne’ disegni che dava a ciascuno, pittori, scultori e incisori, quanti gliene chiedevano, con una liberalitá, che era facilitá ed amore. Amava gli artisti, l’arte, ogni bello che vedesse e faceva suo. Poche anime han dovuto gioir quaggiú come quella. Fece felici quanti gli vissero intorno, e fu fatto felice da tutti. Non un’ira, non una gelosia, un pettegolezzo per parte sua, in tutta sua vita. Poche difficoltá incontrò. Non cercava, era cercato dalla fortuna, da papi, principi, grandi, letterati, uomini e donne. Visse presto, visse poco; morí di trentasette anni [1520]. Gli furon fatte le esequie da Leon X e tutta Roma, collaTrasfigurazionea capo del feretro. E non compagni, ma scolari e creati di lui furono e si professarono i seguenti, tutta quella che è detta scuola «romana»: Giulio Romano [1492-1546] principale fra tutti; Penni o il Fattorino [1488-1528 circa], Giovanni da Udine [1494-1564], Polidoro da Caravaggio [-1546], Perin del Vaga [-1547], Daniele da Volterra [1509-1566], Taddeo Zuccari [-1566] e parecchi altri; i piú de’ quali, dispersi dopo il sacco del 1527, diffusero quello stile e quella scuola non solamente in Italia, ma in Ispagna e Francia: l’Europa colta di quell’etá. Fu qualche compenso ai cattivi nomi fattici da altri.—La scuola veneziana è forse la sola che procedendo anticamente e direttamente da’ greci non abbia avuta origine toscana. Ma i progressi di lei furono molto piú lenti; e gli splendori non v’incominciarono se non da Giovanni Bellini [1426-1516] e Andrea Mantegna [1430-1506]; a cui tenner dietro, nati del medesimo anno, Giorgione [1477-1511] e Tiziano [1477-1576]. Visse questi cosí, a un tempo, e piú che Michelangelo, novantanove anni. Portò sua scuola al sommo subitamente. Il colore, come ognun sa, n’è pregio principale, e grande; ondeché qui forse sarebbe il luogo di gridare contro all’imitazione dagli stranieri, da que’ fiamminghi in particolare che ritrassero senza dubbio molto bene le loro splendide carnagioni settentrionali, ma perciò appunto non bene le meridionali, italiane, spagnuole e greche,piú belle e sole vere incarnate e piú pittoriche; ondeché, per uscir fuori d’Italia, sarebbe meglio andar a Spagna che non a Fiandra od Inghilterra. Tiziano ebbe una gran brutta amicizia, quella dell’Aretino. Salvo in ciò, egli pure fu gentile, dolce e felice uomo in patria ed alle corti di Carlo V e Francesco I; e fece pitture innumerevoli, e ne fu fatto ricco e molto onorato. Del resto, non primeggiò forse in Venezia, come i tre detti a Milano, Firenze e Roma. Furono poco minori di lui, oltre il Giorgione, anche il Tintoretto [1512-1594], e massime Paolo Veronese [1528?-1588]: e seguono piú o men lontani, il Bassano [1510-1592], Palma il vecchio [1518-1574], ed alcuni altri.—Finalmente, Antonio Allegri, detto il Correggio dal nome del suo nativo paese, visse poco [1494-1534], appena tre anni piú che Raffaello. E la vita di lui è quasi ignorata. Par che si trattenesse, e certo lavorò sempre nelle citta vicine a sua culla, Parma, Modena, Bologna. Dove, non essendo per anche una scuola fatta e determinata, egli, studiando da sé e su pochi e vari modelli, fecesi uno stile tutto proprio, e giá poco men che eclettico; come fu quello creato poi ne’ medesimi luoghi un cinquant’anni appresso da’ Caracci. Disegnator poco esatto, ma arditissimo e quasi scientifico, abbondò negli scorci, nel sotto in su, piú e peggio che Michelangelo stesso, giá soverchio in tali ricercatezze. Riman memoria del suo studiar solitario nella tradizione, che vedute le pitture di Raffaello prorompesse in quella esclamazione:—Anch’io son pittore;—la quale fu poi ancor essa consolazione ed inganno a tanti che se la ripeterono. Ma negano alcuni ch’egli uscisse mai da’ suoi contorni. E lá intorno pure fiori il Parmigianino [1503-1540], non dissimile. E gli scolari ed imitatori de’ due si confusero in breve nella vicina scuola di Bologna.—Fiorirono allora, benché non al paro della pittura, anche le due arti sorelle. Nell’architettura (civile o militare) primeggiarono, oltre Michelangelo e Raffaello ed altri detti, il Cronaca [-1509], Bramante [-1514], Giuliano e i due Antoni da San Gallo [-1517-1546], Sanmicheli [1484-1559], De’ Marchi [1490-1574], Tartaglia [1500-1554], Vignola [1507-1573], Paciotto [1521-1591], fra Giocondo [-1625?], e sopratutti Sansovino [1570] e Palladio [1508-1580].—Nella scoltura, oltre Michelangelo di nuovo e parecchi altri detti, Baccio Bandinelli [1490-1559], il Tribolo [1500-1550], e Benvenuto Cellini [1500-1570], principe degli orefici e gioiellieri di qualunque tempo; e Giovanni dalle Corniole, cosí detto per essere stato primo o principale a rinnovar l’arte dell’incider gemme in cammei ed in cavo. Finalmente, in questo tempo pure si svolse l’incisione in rame e in legno che dicemmo incominciata giá nell’etá precedente; e fiorironvi, oltre il Mantegna, il Francia, il Parmigianino, e Tiziano, Marcantonio Raimondi [1488-1546 o 1550], che incise sovente su disegni di Raffaello, Agostino Veneziano [intorno al 1520], ed altri.—Né lascerem l’arti senza accennar della musica, che ella pure sorse e crebbe dapprima esclusivamente e sempre principalmente italiana. Ma questa rimase per allora lontana dal suo sommo, incominciò allora solamente i suoi progressi. Noi ne vedemmo uno grande fatto nel secolo decimoprimo da Guido d’Arezzo; ed altri ne avremmo potuti notare ne’ secoli decimoterzo e decimoquarto. Nel decimoterzo, i nomi stessi delle composizioni poetiche, sonetti, ballate, canzoni, indicano ch’elle furon fatte per essere accompagnate dalla musica. Nel decimoquarto, abbiamo da Dante e Boccaccio tante menzioni di musica, che, in mancanza di monumenti, dobbiamo argomentare molto coltivata allora quest’arte; oltreché, resta memoria d’un Francesco Landino detto il «cieco», che fu incoronato a Venezia nel 1341, quasi contemporaneamente col Petrarca. Ma d’allora in poi lungo il secolo decimoquinto sorge un fatto curioso, e fors’anco utile a notare in quell’arte: che la musica italiana (probabilmente piana, ricca di melodie fin d’allora, ché tale è il genio nostro nazionale) fu oppressa da quella straniera e piú scientifica de’ fiamminghi o tedeschi. In Roma, in Napoli, nelle chiese, nelle corti tiranneggiaron questi; non si trovan guari mentovati allora altri maestri che questi. Franchino Gaforio [1451-1520?] pare essere stato il primo a restaurar la musica italiana, e dicesi prendesse dagli scrittori greci ed altri antichi gran parte di sua scienza, ma sembra da ciò stesso che fosse scienza o poco piú.all’incontro, dicesi sia stato artista vero ed ispirato il Palestrina [1529-1594]. Dico che si dice, perciocché né io né credo i piú degli italiani udimmo le melodie di lui; e noi abbiamo a invidiar agli stranieri l’uso di far sentire le musiche antiche. E dal Palestrina in poi rimase il primato dell’arte agl’italiani. Né è meraviglia; il sommo di quest’arte sta certamente nella melodia e nell’espressione, o piuttosto nella combinazione delle due, nel trovar melodie espressive; e il modello, il germe delle due non si trova guari in nessuna delle lingue settentrionali, né nel modo di parlarle né nelle inflessioni con cui si parlano; le quali sono od antimusicali del tutto, o molto men musicali che le italiane, e massime che le italiane meridionali. Ad ogni modo, lasciando i progressi tecnici fatti intorno alla metá del secolo decimosesto, noterem solamente, che di quel tempo sono i primi oratorii, inventati, dicesi, per quella congregazione di san Filippo Neri [1515-1596] da cui presero il nome. E di quel tempo pare la prima opera in musica, l’Orbecchedi Cinzio Giraldi, stampata in Ferrara 1541. Insomma, tutte le invenzioni, quasi tutti i grandi progressi e i grandi stili e il sommo di quest’arte celestiale, sono italiani. Picciol vanto, ripetiamolo, questo primato nostro quando riman solo; ma bello e caratteristico esso pure, quando si trova nel secolo decimosesto congiunto con tutti gli altri di tutte le arti e tutte le lettere; quando concorre a dimostrar la fratellanza di tutte le colture, gli aiuti, le spinte ch’elle soglion ricevere l’une dall’altre a vicenda.12. Il secondo periodo della presente etá in generale; rassegna degli Stati [1559-1700].—Se è felicitá al popolo la pace senza operositá; ai nobili il grado senza potenza; ai principi la potenza indisturbata addentro, ma senza vera indipendenza, senza piena sovranitá; ai letterati ed agli artisti lo scrivere, dipingere, scolpire od architettare molto e con lode de’ contemporanei, ma con derisione de’ posteri; a tutta una nazione l’ozio senza dignitá, ed il corrompersi tranquillamente; niun tempo fu mai cosí felice all’Italia come i centoquarant’anni che corsero dalla pace di Cateau-Cambrésis alla guerra della successione di Spagna. Cessarono le invasioni, lo straniero signoreggiante ci parava dagli avventizi.Cessaron le guerre interne; il medesimo straniero ne toglieva le cause, frenava le ambizioni nazionali. Cessaron le rivoluzioni popolari; lo straniero frenava i popoli. Le armi, le sollevazioni che sorsero qua e lá, furono rare eccezioni, non durarono, non disturbarono se non pochi. Bravi, assassini di strada, vendette volgari, ed anche tragedie signorili o principesche, furono frequenti, per vero dire, ma tutto ciò non toccava ai piú; e poi eran cose del tempo, i nostri avi vi nasceano in mezzo, v’erano avvezzi. I piú degli italiani fruivan la vita, i dolci ozi, i dolci vizi, il dolcissimo amoreggiare o donneggiare. Noi vedemmo giá un’etá di grandi errori aristocratici, un’altra di grandi errori democratici: questa è degli errori aristocratici piccoli. Ma l’aristocrazia s’acquista e si mantiene coll’opere; non si corrompe solamente, si snatura coll’ozio; perdendo la potenza, la partecipazione allo Stato, non è piú aristocrazia, diventa semplice nobiltà. Dai campi e dai consigli dove s’era innalzata, la nobiltà italiana era passata alle corti. Così, per vero dire, pur fecero quelle di Francia e Spagna a que’ tempi; ma dalle corti elle facevano tuttavia frequenti ritorni ai campi di guerra ed ai governi, o almeno ai castelli aviti; mentre i nobili italiani non ebber guari di que’ campi o governi, e dimorando piú alle corti e nelle moltiplici capitali, vi poltrirono. Il peggio fu che non vi sentivano lor depressione, piegavansi, atterravansi beati. Spogli di potenza propria, consolavansi co’ privilegi, col credito all’insù, colle prepotenze e le impertinenze all’ingiù; spogli d’operosità, consolavansi con le ricchezze e gli sfarzi; degeneri, colle memorie avite. Non facean corpo nello Stato, ma tra sé; chiudevano quanto potevano i libri d’oro, quegli aditi alla nobiltà, che restano sempre spalancati quando la nobiltà non è un titolo illusorio, quando è aristocrazia. I principi, all’incontro, si facean un giuoco di avvilirla col moltiplicarla, di aggiungere titolati a titolati, privilegiati a privilegiati, oziosi ad oziosi. Insomma, fu un paradiso ai mediocri, che son sempre molti, e quando il vento ne soffia, son quasi tutti; de’ pochi ribelli al tempo, pochissimi penando s’innalzarono, or bene or male; i piú, penando vissero e morirono ignorati.—La storia poi siimpicciolisce, ma si rischiara; e, scemato il numero degli Stati italiani, or finalmente si fa possibile una rassegna di essi. Adunque: 1oFilippo II, re di Spagna, signoreggiava sul ducato di Milano estendentesi allora dall’Adda alla Sesia, comprendente Alessandria e sua provincia, e congiungentesi verso mezzodi co’ numerosi feudi imperiali in Liguria. E signoreggiava poi su tutto il regno di Napoli e Sicilia, e su quello di Sardegna.—2oNell’occidente del largo istmo, dalla Sesia all’Alpi e in Savoia al di lá, signoreggiava Emmanuel Filiberto duca, sugli Stati riconquistati a San Quintino, restituitigli in diritto a Cateau-Cambrésis, ma non tutti di fatto per anche; rimanendo Torino, Chieri, Pinerolo, Chivasso e Villanova d’Asti in mano a’ francesi, Vercelli ed Asti in mano agli spagnuoli, finché non fossero evacuate le prime. Del resto, stato tutto spagnuolo il duca nella guerra, spagnuolo nel trattato e nella restaurazione, spagnuolo rimaneva naturalmente nella pace. Se non che, guerriero esso ed uomo di Stato, e ringiovanito lo Stato, ringiovaniti i popoli dalle guerre, dalle miserie precedenti, dalla restaurazione presente, ed aiutati tutti dalla vicinanza di Francia, essi rivendicaronsi a poco a poco in indipendenza e furono tra breve i piú, od anche i soli indipendenti italiani.—3oAll’incontro, nell’oriente giacea la vecchia repubblica veneziana, potente di territori e di popoli dall’Adda all’Adriatico, ed al di lá in Istria e Dalmazia fino a Ragusi, e in Cipro e Candia, che le rimanean sole dell’antico quarto e mezzo dell’imperio orientale. Sarebbe stata cosí, senza contrasto, la prima delle potenze italiane; se non che, circondata d’ogni intorno dagli Stati spagnuoli e tedeschi di casa d’Austria, e preoccupata tutta della difesa contro a’ turchi, e del resto invecchiata sotto a quella invecchiatissima aristocrazia, che delle virtú aristocratiche non serbava piú se non quella della conservazione, Venezia era diventata meno italiana, meno curante degli affari d’Italia che mai; non pesava piú quasi in essi; era spagnuola, o almeno non mai antispagnuola.—4oGenova, l’antica emula, non le poteva piú essere comparata. Fuori delle due riviere (frastagliate da’ feudi imperiali) non avea piú che Corsica. E l’aristocraziadi lei era altrettanto o peggio invecchiata che la veneziana. Né Genova e Venezia non aveano piú il primato de’ mari, passato a’ popoli occidentali; non quello dello stesso Mediterraneo, passato a Spagna.—5oIl marchesato di Monferrato e il ducato di Mantova, disgiunti di territori, si congiungevano in Guglielmo Gonzaga.—6oIn Parma signoreggiava Ottavio Farnese; ma Piacenza rimaneva occupata da Spagna.—7oIn Modena e Ferrara era succeduto nel 1550 Alfonso II Estense.—8oIn Toscana tutta intiera signoreggiava il nuovo duca Cosimo de’ Medici.—9oIn Urbino, Francesco Maria II della Rovere. E di tutti questi ducati non è nemmen mestieri dire, che piccoli com’erano, ed istituiti o tollerati dall’imperio le cui pretese s’estendevan sempre a tutta la penisola, nessuno di essi poteva aver indipendenza vera, nessuno pretendeva nemmeno al diritto compiuto di essa.—10oLucca rimaneva repubblicana.—11oE finalmente in Roma, a Paolo IV Caraffa era nell’anno appunto 1559 succeduto Pio IV (de’ Medici); cioè all’ultimo papa che siasi aiutato di Francia, che abbia un momento ancora guerreggiato con essa contro Spagna, era succeduto uno che (come i successori), trovando fatta la pace, e ferma in Italia la signoria spagnuola, né poteva guari piú scostarsi da essa, né (premendo piú e piú gli affari del concilio e dell’eresia) il voleva di niuna maniera.—Insomma, un gran progresso erasi fatto senza dubbio dall’esser ridotti gli Stati italiani (non contando San Marino, né i feudatari imperiali) a una decina, invece della moltitudine di signori e città che rimanevano un sessant’anni addietro. Ma la signoria straniera facea piú che compensar tal progresso; guastava tutto, non lasciava libera azione a nessuno. L’Italia era incatenata di su, di giú, e dal mezzo; in Lombardia, nel Regno, e nel papa. Casa Savoia sola, grazie al vicinato di Francia, potea sciogliersi, e si sciolse; in Piemonte solo rimase e risorse alquanto di vita italiana. Gli storici patrii, imitatori giá degli antichi, imitatori poi dei cinquecentisti, che avean negletto Piemonte quand’era un nulla per l’Italia, continuarono a trascurarlo, se non del tutto, almeno molto troppo. Botta il primo diedegli giusta importanza; ma conqualche ritenutezza ancora, quasi a lui piemontese non istesse bene ridur la storia d’Italia a poco piú che a storia del Piemonte; e perciò forse, per por nello scritto una proporzione che non è ne’ fatti, s’allungò soverchiamente in alcuni affari piccolissimi del resto della penisola. Ma perciò appunto, sforzati noi a trascurar quelli nel nostro rapido sommario, sembrerem soverchiamente piemontesi; e non avendo luogo nemmeno alle difese, aspetteremo d’esser giustificati dal tempo e da’ successori. Ad ogni modo, poche e misere le opere italiane di questo tempo, noi non veggiam modo di dividerle altrimenti, che seguendo i regni de’ principi di Savoia.13. Emmanuele Filiberto [1559-1580].—Non mai i tempi moderni s’eran mutati a un tratto come per la pace di Cateau-Cambrésis; né mai mutaron tanto nemmeno i modernissimi, fuorché per la pace del 1814 e 1815. I vent’anni seguenti furono di quiete non interrotta, di ordinamenti, o, come or si dice, d’organizzazioni universali. Nel Regno, giá vecchio suddito spagnuolo, vecchio pur giá era l’ordinamento; in Milano l’ordinamento piú nuovo s’era modellato sul primo. Un viceré a Napoli, uno in Sicilia ed un governatore in Milano, non piú che cortigiani in Ispagna, ma principi assoluti in Italia, governavano non solamente per gl’interessi di quella, ma per li propri in questa e principalmente in quella. E cosí facevano allora gli altri governatori spagnuoli in America, ne’ Paesi bassi. Così giá i proconsoli e legati romani nelle province dell’imperio; cosí poi i governatori britannici nell’Indie. Così i governatori lontani dappertutto. È naturale; sempre si mira al centro, onde vengono grazie, favori, avanzamenti. In ciò il progresso di civiltà non muta guari. È di quelle cose che durano poco diverse sempre nella umana natura. Un Consiglio d’Italia in Madrid temperava solo la potenza di que’ governatori. Tranne una milizia (quasi le guardie nazionali d’oggidì) che non si convocava guari, se non contro ai turchi o agli assassini di strada, non v’eran armi, niun corpo napolitano o milanese; napoletani o milanesi s’arruolavan ne’ «terzi» o reggimenti spagnuoli, che eran tutti di volontari, o piuttosto levati a forza, a inganno, a caso. E cosi gl’italianimilitavano fuori per interessi non propri, e gli stranieri in Italia per interessi anti-italiani. Molta religione, cattolicismo stretto, anzi intollerante s’affettava; facevasene strumento d’imperio, d’ordine, di soggezione; e cosí Spagna stringevasi ai papi, quanto i papi a Spagna. Nelle finanze, imposizioni legalmente gravi, piú gravi di fatto, perché non erano perfezionate le forme, le quali guarentiscono ai popoli che non si levi piú dell’imposto. Gran disordine dunque, ma grande affettazione d’ordine, o almeno di governo, smania di regolar tutto, di far sentire l’autoritá straniera; onde non solamente severità ma crudeltà. Ed io dimenticava che in Napoli e Sicilia erano pure resti di Stati generali antichi, assemblee rappresentative o deliberative; ma rappresentavano popoli domati, stanchi, senza volontà, deliberavano a’ cenni del signor lontano, de’ viceré presenti, eran nulla. Non eran sorti gli esempi che fanno cosí importanti queste assemblee a’ nostri dí; dovunque rimanevano elle, fuori come addentro Italia, il principe le distruggeva o serbava o dimenticava, a piacer suo, del paro innocue, con pari facilità. In somma, a que’ tempi non era sorta, non era quasi possibile l’arte di governar province straniere e lontane senza tiranneggiarle, e si tirannegg-iavano. Né contro a’ turchi, quantunque soli nemici stranieri che rimanessero, si poteva o si sapea difenderle. Il Mediterraneo, non piú lago italiano, avrebbe dovuto essere spagnuolo; era turco-spagnuolo. Una sola volta Spagna si destò al dovere di non lasciarlo diventar tutto turco; e fatta una lega co’ veneziani e il papa e il duca di Savoia, allestirono una grande armata sotto agli ordini di don Giovanni d’Austria figlio naturale di Carlo V, il quale die’ una gran rotta ai turchi a Lepanto nel 1571. Ma fosse gelosia di Filippo II contro al fratello, o mollezza e incapacità spagnuola o italiana o universale, non si proseguì la vittoria, si sciolse la lega, si lasciarono soli i veneziani contro a’ turchi, al solito.—In Roma Pio IV Medici, che dicemmo [1559-1565], riadunò e terminò poi il concilio di Trento [1562-1563]. Del quale molto sarebbe a dire certamente, se avessimo luogo; ma non avendone nemmeno per gli affari, per li negoziati politici, non sarebbe ragione che ci estendessimosugli ecclesiastici, piú ardui a capire e spiegare. Ondeché, riducendoci alle generalità, diremo solamente: che il concilio lasciò le cose ecclesiastiche tali quali erano prima o s’erano svolte intanto tra’ protestanti, i quali non v’assistettero mai e il respinser sempre; ma che esso ordinò, rinnovò molto bene ed opportunamente la disciplina della Chiesa cattolica; e che insomma da esso in poi il protestantismo non ottenne piú una vittoria, un estendimento, e il cattolicismo non perdette piú una chiesa o una provincia. È noto, è ammesso dagli stessi protestanti, che il loro progresso non durò se non un cinquant’anni; che d’allora in poi essi non ebbero se non stazione e regresso. Del resto, Pio IV fu papa buono, quantunque nepotista, perché il nipote in credito trovossi essere san Carlo Borromeo.—Successe Pio V [Ghisilieri, 1566-1572], che è l’ultimo papa beatificato dalla Chiesa, che fu de’ pochi non nepotisti fino a’ nostri dí, severissimo del resto contro agli eretici. E successe Gregorio XIII [Buoncompagni, 1572-1585], che s’unì solo, non potendo unir altri, con Venezia contro a’ turchi, ma non ne riuscì nulla.—In Toscana, Cosimo il nuovo duca ordinò il ducato e governò assoluto, severo, talor crudele, alla spagnuola; men cattivo, perché è sempre minore la cattivezza d’un principe nazionale e presente. Ordinò le cerne, o milizie del paese, ma piú simili a ciò che chiamiam ora «guardie nazionali», che non a veri corpi militari; ed intorno a sé guardie tedesche o spagnuole. Nel 1569, ebbe dal papa titolo di granduca, che non gli fu riconosciuto dall’imperatore. Protesse l’agricoltura, il commercio, Livorno, le lettere innocue, e cosí [1540] l’Accademia fiorentina, madre di quella della Crusca. In casa perdette due figliuoli a un tratto; e resta dubbio se fosse caso o misfatto. Alfieri ne fece una tragedia. Morì nel 1574. Successegli suo figlio Francesco I, giá molto dammeno. Congiuratogli contro, nel 1575, diventò crudele, dentro e fuori, a’ fuorusciti. Nel 1576, ebbe conferma dall’imperatore del titolo di granduca; nel 1579, sposò Bianca Cappello, una veneziana fuggita dalla casa paterna, e giá stata amanza d’un fiorentino, poi di esso granduca, finché visse Giovanna d’Austria sua moglie. E Venezia, che aveagiá sbandita costei, la dichiarò ora figliuola della repubblica! A tale erano giunti giá i tempi, di farsi pubblicamente, legalmente, senza pretender necessità né utile, per semplice compiacenteria, le viltà.—Dei duchi minori non abbiamo a dir nemmeno molte successioni, ché in Urbino solo, a Guidobaldo della Rovere era succeduto nel 1574 Francesco Maria figliuolo di lui; ed in Ferrara, Parma e Mantova continuarono per questi vent’anni i medesimi Alfonso II d’Este, Ottavio Farnese e Guglielmo Gonzaga, giá accennati.—In Genova risorsero turbamenti che si potrebbon dire fuor d’etá, tra classe e classe di cittadini, tra’ nobili detti di «portico vecchio» e nobili di «portico nuovo» a cui s’aggiungevano i popolani; ma non avendo noi detto de’ turbamenti interni de’ comuni antichi dov’erano piú importanti, dove si disputava almeno della politica, dell’operosità, della parte a cui rivolger la città, non diremo di queste dispute le quali furono solamente di grado, o tutt’al piú di partecipazione ad un governo inoperoso. E continuavan i turbamenti nella suddita Corsica. E tra tutto ciò fu tolta Scio dai turchi ai Giustiniani, e cosí alla repubblica sotto cui essi la tenevano [1566].—In Venezia tutto languiva nella solita pace e mediocrità. E ad essa pure fu tolta Cipro, una delle isole orientali, in quella guerra ch’ella fece contro a’ turchi dal 1570 al 1575, e in cui ella non ebbe se non una volta a Lepanto un vero aiuto dalla cristianità. Ei si vede: tutti questi Stati decadevano, sopravvivevano, s’ordinavano a sopravvivere.—Casa Savoia sola a crescere. Emmanuel Filiberto, non principe nuovo come i piú di costoro, non di famiglie sporcatesi nel salire alla potenza, discendente d’una lunga serie di principi buoni, provato dalla cattiva fortuna, e salito alla buona per meriti propri, riuniva cosí i vantaggi de’ principi antichi e de’ nuovi. Se ne seppe valere; e gran capitano a riacquistar lo Stato, fu gran legislatore a riordinarlo, perché lo riordinò secondo il secolo suo. Non restaurato ancora in tutti gli Stati suoi, nemmeno in Torino sua capitale, raunò gli Stati generali in Chambéry. Voleva farsene aiuto a’ suoi riordinamenti, trovolli ostacolo o ritardo; li sciolse, e non li convocò mai piú, né egli né nessuno de’ successori finoa Carlo Alberto, riordinator nuovo e piú grande secondo il secolo suo. Quindi Emmanuel Filiberto è vituperato da alcuni di noi altri presenti, quasi principe illiberale, usurpator de’ dritti popolani e costitutor di despotismo. Ma se è certo e santo che de’ vizi e della virtù è a giudicare nel medesimo modo in tutti i tempi, certo e giusto è pure che delle istituzioni è a giudicare diversissimamente secondo i tempi. E degli Stati generali od assemblee rappresentative e deliberative, ei bisogna ritenere che a que’ tempi elle erano informi, indeterminate nella loro composizione di nobili e deputati delle città, indeterminate nelle loro attribuzioni; ondeché, quali erano, o non servivano a nulla, come in Napoli e Sicilia; o non servivano se non a turbare, come in Francia e Inghilterra. E quanto a dire che Emmanuel Filiberto le avrebbe dovute o potute costituire coi modi nuovi, trovati cento e piú anni appresso in Inghilterra, e ducento e piú in Francia e altrove; questo sarebbe poco men che dire ch’egli avrebbe pur dovuto fare ne’ suoi Stati le strade ferrate. Io, per me, credo che Emmanuel Filiberto avrebbe fatte le assemblee de’ nostri tempi a’ nostri tempi; ma ch’ei fece a’ suoi tutto quello che era da essi. Il fatto sta, che intorno a quelli venne meno la monarchia rappresentativa in tutta Europa, in Inghilterra stessa; e sottentrò una monarchia quasi assoluta, ma che si può meglio dire consultativa, perché fu temperata quasi dappertutto da vari Consigli che contribuivano in fare o sancire le leggi. Nella sola Inghilterra, dove non erano e non si fecero tali Consigli dai principi, la lotta diventò piú forte tra essi e i parlamenti, piú franca tra assolutismo e libertá, e vinse questa due volte. E perché dopo aver abusato della sua prima vittoria... la libertá seppe all’incontro usare moderatissimamente della seconda, ad ordinarsi lentamente, meravigliosamente per un secolo e piú, perciò ella fondò, perfezionò, compiè colá quella monarchia rappresentativa che fece, che fa la felicità, la grandezza, il primato di quella nazione tra tutte l’altre cristiane; quella monarchia rappresentativa, che di lá venuta sessant’anni fa, va vincendo a gran colpi di rivoluzione, e trionfando su quasi tutto oramai il continente europeo, e trionferà, aiutante Iddio,su tutto.—Del resto, nell’anno medesimo che Emmanuel Filiberto chiudeva i suoi Stati generali, egli riordinò appunto que’ senati o corti supreme di giustizia, che mal vi supplirono tra noi come altrove, e regolò poi i tribunali minori. Nel 1561, incominciò ad ordinare la milizia nazionale; proseguì egli e proseguirono poi sempre tutti quanti i suoi successori, non eccettuati i men belligeri, in mutare e rifare tali ordinamenti; ora piú or men bene, ma sempre secondo i tempi e con operosità, con insistenza, con amore; tanto che non è cosa di governo in che’ si sieno essi compiaciuti, né cosa poi in che sieno stati cosí secondati da’ lor popoli. Gli ordinamenti militari, l’esercito, furono, se sia lecito dire, quasi patria costituzione ai piemontesi per poco meno che tre secoli. Ed ora cedano pure il passo a questa, ma di poco, in nome de’ destini del Piemonte e d’Italia, e della stessa monarchia rappresentativa. Libertà e milizia sono rivali altrove; ma (per la ragione che ognun sa, per le passioni ch’ognun sente) elle dovrebbon essere sorelle in Italia. Sieno almeno su questa terra intrisa di tanto sangue militare de’ padri, de’ fratelli e de’ figli nostri. Addì 17 dicembre 1562, Emmanuele Filiberto rientrò in Torino, e vi rimase poi quasi sempre, diverso da’ maggiori che prediligevano il soggiorno al di lá delle Alpi. Ed a Torino ricondusse, restaurata prima a Mondoví, l’universitá degli studi che n’era uscita durante l’occupazione straniera. Nel 1563, estintasi la discendenza diretta degli antichi marchesi di Saluzzo, il marchesato fu occupato da’ francesi, e s’accrebbe cosí di nuovo la potenza di essi nelle regioni subalpine. Nel 1564, il duca incominciò la cittadella di Torino; ed altre fortezze fece poi, ad imperio addentro, e difesa all’infuori. E nel medesimo anno incominciò ad ordinare le finanze. Nel 1565, aiutò Malta contro a’ turchi; e nel 1572, mandò sue galere a Lepanto, ed aiutò poi de’ suoi nuovi reggimenti or Francia or Austria contra gli acattolici. Contra quelli giá antichi ne’ suoi Stati, i valdesi dell’Alpi, si volse non senza inopportunità, od anche crudeltà per qualche tempo; ma lasciolli in pace poi. Nel 1573, ordinò che gli atti pubblici si facessero in lingua italiana; e sempre chiamò, protesse, posenell’universitá di Torino letterati di altri paesi italiani. Egli fu primo a dirozzare i suoi popoli, beati o macedoni d’Italia; primo ad italianizzarli colla coltura. Nel 1574 solamente riebbe tutti gli Stati suoi, vuotati di qua e di lá da’ francesi e spagnuoli; e questo spiega e scusa come dieci anni addietro avesse sofferta l’usurpazione di Saluzzo. Dal 1576 al 1579, accrebbe gli Stati, comprando feudi imperiali dai Doria ed altri signorotti. Nel 1579 ordinò la zecca, e nel 1580 mori; cosí fino all’ultimo operando, legislatore, ordinatore, rinnovatore della sua monarchia. E tal vedemmo giá dopo le antiche origini Amedeo VIII; e tali vedremo uno o due altri poi di quella casa. Della quale resta cosí spiegato il perché, il come crescesse; come, sola forse fra le dinastie europee, continuasse senza rivoluzioni o mutazioni violente; fece ella medesima via via, sempre, indefessa, le mutazioni volute, ma prima che violentata dai tempi. I tempi mutan sempre; ondeché i veri conservatori sono quelli che mutan con essi; non gl’immobili, che a forza di resistere si fanno impossibili, e rovinano sé e altrui. Ad Emmanuel Filiberto debbono i posteri una nazionalitá che altri popoli loro invidiano, dice di lui uno scrittore italiano, non piemontese: noi consentiamo volentieri.14. Carlo Emmanuele I [1580-1630].—La differenza tra Emmanuel Filiberto e gli altri legislatori italiani de’ venti anni addietro si vede chiara all’effetto ne’ primi lor successori. Progredí e fecesi grande quel di Piemonte; scesero e s’impicciolirono via via i Medici e gli altri. Salito a una signoria rinforzata dagli ordinamenti di pace, dagli apparecchi di guerra fatti dal padre, si potrebbe dire che Carlo Emmanuele volle essere l’Alessandro di quel Filippo. E sarebbegli forse riuscito, se avesse avuto un solo scopo, l’Italia. Ebbelo, ma con un secondo: farsi grande di lá dell’Alpi, ed anche piú lontano. Perciò non s’avanzò come avrebbe potuto verso lo scopo principale, e lasciò nome d’ambizioso piú che di grande (benché datogli questo da’ contemporanei), e d’avventato piú che di forte, ed anche di doppio piú che di leale. Leali, forti e grandi appaiono e sono piú facilmente gli uomini d’un solo scopo; compatiti, è vero, e derisi da’ faccendieri,dagli enciclopedici, e dagli incostanti, che ne han molti e vari; ed anche piú dai pigri di spirito e da’ gaudenti, che non vogliono e non possono averne nessuno, e vivono alla giornata. Carlo s’avventò prima contro a Ginevra, perduta da sua famiglia fin dal 1536; e non gli riuscendo, tornò contro essa ad ogni tratto per vent’anni e piú, fino al 1603, che rinunciovvi e fece pace con essa. Intanto aprì guerra contro Francia; ed approfittando delle contese civili e religiose che ferveano colà sotto ad Enrico III, ultimo de’ Valois, s’avventò contra Saluzzo, quella spina francese che rimaneva in corpo alla monarchia piemontese. Occupolla a forza nel 1588; e quindi una lunga e varia guerra su tutta la linea dell’Alpi, che condusse egli di qua, e Lesdiguières di lá. Nel 1590, occupò Aix, Marsiglia, e si lasciò da alcuni cattivi francesi acclamare conte di Provenza. Ma ciò era nulla; mirava alla corona di Francia che altri cattivi volevan tôrre ad Enrico IV; e perciò, non solo combatté, che era giá stolto e male, ma intrigò, che era peggio. Fu pessimo, se è vero, quel che segue: che fatta pace a Vervins nel 1598, e lasciata a giudicio del papa la lite di Saluzzo, e andato Carlo a Parigi nel 1599, ivi entrasse nella congiura del Biron contra al re, alleato ed ospite suo. Ed egli negò sempre e si turbò di tale accusa; ma resta in lui la macchia d’esservisi esposto con gli intrighi precedenti. Ad ogni modo, Enrico IV, principe poco tollerante, e che tagliava coll’ardita franchezza le perfidie reali o temute, ruppe la guerra nuovamente nel 1600, ed invase Savoia. Seguiva finalmente il trattato di Lione [17 gennaio 1601], per cui casa Savoia cedette Bressa, Bugey e Valromey, province in seno a Francia; e Francia cedette Saluzzo, provincia in seno a Italia. Savoia perdeva in territorio ed anime; ma vi guadagnò di quadrare i suoi Stati italiani, di non aver in corpo un vicino potente e cosí suo nemico naturale, e di farsene anzi un naturale amico contro al nemico anche piú naturale suo e d’Italia, casa d’Austria. Fu detto che Arrigo IV avea fatto un cambio da mercante, e Carlo Emmanuele uno da principe e politico; ma non è vero. Cambiando ciascuno province innaturali con province naturali a’ loro Stati, vi guadagnarono amendue; equesti sono sempre i migliori e piú durevoli trattati. Il fatto sta che d’allora in poi Carlo Emmanuele s’accostò a Francia, e rimase per lo piú con essa. E questa alleanza fu per produrre cose grandi, quando Enrico IV, quel gran re che avea pacificata ed ordinata Francia, si volse a voler riordinar Europa contro alla preponderanza delle due case Austriache. Seguinne [25 aprile 1610] quel trattato di Bruzolo, il quale, dice uno scrittore lombardo, «trasformava i duchi di Savoia in re de’ lombardi». Ma fu ucciso allora, come ognun sa, Enrico IV, e non se ne fece altro; e «quel regno de’ lombardi rimase ne’ duchi di Savoia un desiderio che non si spense mai». Ad ogni modo, da questi due trattati di Lione e di Bruzolo fecesi un gran progresso nella politica, e, se si voglia, nell’ambizione di casa Savoia: ché ella fu d’allora in poi costantemente, esclusivamente italiana. Morto, nel 1587, Gugliemo Gonzaga, duca di Mantova e marchese di Monferrato, e nel 1612 il figlio di lui Vincenzo, e nel medesimo anno il figlio di questo, Francesco, che lasciava una sola figliuola fanciulla, succedette Ferdinando cardinale; il quale, legato negli ordini, non poteva aver figliuoli, ed a cui rimaneva sì un fratello Vincenzo, ma anch’esso senza figliuoli, ondeché la successione eventuale rimaneva in Maria, quell’ultima fanciulla de’ Gonzaga. E giá due volte casa Savoia avea preteso a tal successione; pretesevi ora Carlo Emmanuele, e volle almeno la tutela di Maria, per farla sposare al proprio figlio, e riunir cosí tutti i diritti. Negatagli, s’avventò, al solito suo, sul Monferrato [1613]. Spagna nol volle soffrire; seguinne una guerra di quattro anni, seguiron trattati vari; quel del 1617 restituiva lo statu quo; ma intanto un duca di Savoia solo avea resistito a Spagna. Poco appresso sollevavasi la Valtellina cattolica contra i grigioni protestanti e signori di essa. La prima fu aiutata da Spagna, i secondi da Francia, Savoia e Venezia. Riaprissi ed estesesi la guerra. Savoia e Francia fecero un’impresa insieme contra Genova; e qui di nuovo cadde il duca in sospetto di complicità ad una congiura contro a quella repubblica. Ritrassesi poi Francia di quella guerra, e rifecesi pace a Monzone nel 1626, tra le due potenze grosse; e le piccole, Savoia fra le altre,dovettersi acquetare. Morto poi, nel medesimo anno, il cardinale e duca Ferdinando Gonzaga, e nel 1627 Vincenzo fratello di lui, succedettero lor nipote Maria e il marito di lei Carlo Gonzaga giá duca di Nevers, e cosí tutto francese. Fu per esso Francia, e furono contro esso Austria ed il mutabile Savoiardo, tratto e dall’ambizione antica d’aver il Monferrato, e dall’essergliene data una parte fin d’allora. Guerreggiossi acremente in tutto Piemonte; e il vecchio e infermo ma ancora prode duca vinse i francesi nel 1628, ne fu vinto nel 1629, perdette Savoia, Pinerolo, Saluzzo; e stava alla riscossa sulla Maira quando, infermato, morí ai 26 luglio 1630. Pochi dí prima [18 luglio], era stata presa Mantova dagli spagnuoli alleati suoi. Pro’ guerriero, buon capitano secondo i tempi, ardito, pronto, bel parlatore, fu amato da’ soldati ch’ei pagava male ma conduceva bene, adorato da’ sudditi a cui procacciava le miserie, ma l’operositá, ma l’alacritá, ma l’onor della guerra; continuò, compiè gli ordinamenti civili del padre; parlò, operò italiano, protesse molti illustri, Tasso, Tassoni, Marini, Chiabrera, Botero; in una parola, raccolse piú che mai in sua casa e suoi popoli tutto quello che rimaneva di vita nazionale durante il mezzo secolo di suo regnare. È impossibile non far come i sudditi di lui, non amarlo a malgrado tutti i suoi difetti: fu uomo di buona volontá italiana.—Il rimanente dell’Italia d’allora val pochi cenni. Oltre la successione dei Gonzaga che turbò l’Italia, due altre ne furono che senza turbarla ne mutarono alquanto la distribuzione. Succeduto ad Alfonso II, duca di Ferrara e Modena, Cesare suo figliuolo naturale [1597], il papa non gli volle lasciar Ferrara feudo pontificio; e disputatone alquanto, l’ebbe per trattato [1598]; e la casa d’Este rimase bastarda e ridotta a Modena, fino a che s’estinse.—In Urbino, avendo il vecchio Francesco Maria II della Rovere perduto nel 1623 il figliuolo unico che lasciava una figliuola unica granduchessa di Toscana, ei rinunciò al ducato, feudo pontificio ancor esso, che fu riunito cosí agli Stati della Chiesa.—In Parma e Piacenza, ad Ottavio Farnese, morto nel 1586, succedette Alessandro figliuolo di lui, che fu illustre capitano negli eserciti spagnuolie combatté a Lepanto, ne’ Paesi bassi, di cui fu governatore, ed in Francia. E per questi meriti fu lasciata finalmente, fin dal tempo di suo padre [1585], la cittadella di Piacenza a’ Farnesi. Ad Alessandro, morto nel 1592, succedettero Ranuccio II figliuolo di lui, e morto questo nel 1622, il figliuolo di lui Odoardo.—In Toscana, a Francesco I, morto (dicesi di veleno) nel 1587 senza figliuoli, succedette il fratello di lui Ferdinando I, giá cardinale, che fu buon amministratore dello Stato, buon promotor di commerci ed agricoltura e lettere, e fece guerra ai ladri interni ed ai barbareschi, a cui prese una volta Bona in Africa. Al quale morto nel 1609, succedette Cosimo II, figliuolo degno di lui. Al quale, morto nel 1622, succedette il fanciullo e dammeno Ferdinando II. E tutti o quasi tutti questi principotti furono molto protettori di lettere, ma al modo nuovo che diremo poi.—E tali pure i papi di questo tempo: Gregorio XIII che riformò il calendario nel 1582, e pontificò fino al 1585; Sisto V [Peretti, dal 1585 al 1590], che fu il gran distruttor de’ ladri, il grande avanzator dell’opere d’Alessandro VI e di Giulio II a pacificar gli Stati della Chiesa, del resto persecutor d’eretici in Germania e Francia, grande edificator di monumenti in Roma; Urbano VII [Castagna], che regnò pochi giorni nel 1590; Gregorio XIV [Sfondrato, 1590-1591], che compiè l’opera di Sisto V contro ai ladri e banditi; Innocenzo IX [Facchinetti, 1591]; Clemente VIII [Aldobrandini, 1592-1605], che ricevette in grembo alla Chiesa Enrico IV di Francia, e riuní Ferrara; Leone XI [Medici, 1605]; Paolo V [Borghese, 1605-1621], che scomunicò Venezia, e finito San Pietro, vi pose suo nome; Gregorio XV [Ludovisi, 1621-1623], istitutor della congregazione della propaganda; Urbano VIII [Barberini, 1623-1644]. I nomi de’ quali, rimasti quasi tutti di famiglie grandi per ricchezze, accennano che parecchi di questi papi non si salvarono dal vizio del secondo nepotismo; ma fuor di ciò furono tutti buoni pontefici, e, secondo i tempi, buoni principi.—Di Venezia, sarebbe a dire quella accanita disputa ch’ella ebbe [1606-1607] con papa Paolo V, e in che si fece famoso fra Paolo Sarpi di lei teologo. Gli storici, le memorie del tempo, e Botta poi, si fermano lungamente in essa, ed in alcune altreche furono e prima e dopo tra’ papi e principi italiani. Ma noi, oltreché v’avremmo poco spazio, e che tali contese tra le potenze temporali e la ecclesiastica ne vorrebbon pur molto per essere bene spiegate e capite, confessiamo di porvi oramai poca importanza. Queste dispute, per qualche ecclesiastico o qualche affare che i tribunali civili ed ecclesiastici avocavano a un tempo a sé, per li diritti d’asilo nelle chiese, per istabilire od estendere il tribunale dell’Inquisizione, parvero, in vero, grossi affari a que’ tempi ove non n’eran de’ grandi; e son segni appunto di ciò. Ma ciò detto, non mi paiono piú importanti che tanti altri affari speciali di giurisprudenza o legislazione civile o militare o marinaresca, che tralasciamo per forza. Ché anzi, se abbiamo a dir tutto il pensier nostro, crediamo che parecchi di coloro i quali s’estendono in ciò, ciò facciano (a malgrado la noia propria e de’ leggitori) per rivolgergli a quel pochissimo che resta di tali dispute a’ nostri dí, ed in che essi pongono tuttavia un’importanza che noi non sappiamo assolutamente vedere. Non è la potenza ecclesiastica l’usurpatrice de’ nostri dí; tal non era nemmeno nel Seicento; giá difendevasi, indietreggiando dalle sue pretensioni antiche fin d’allora, ed ella si difende ed indietreggia ora piú che mai; ondeché, tutto ciò che si rivolge d’ire e d’attenzioni contro ad essa, sono ire ed attenzioni perdute contro a’ veri usurpatori. «Dividi e impera» è vecchio arcano d’imperio, e messo in pratica fino a ieri ed oggi. Ed egli implica e fa lecito e debito il suo contrario, l’arcano di liberazione, «uniamoci per liberarci»; uniamoci principi e popoli, nobili e non nobili, tutti gli educati, e gli ineducati stessi, educandoli; e militari e civili, e massime laici ed ecclesiastici, secolari e regolari, fino ai frati, fino ai gesuiti, fino ai piú esagerati, e giá colpevoli di lá o di qua, che vogliano unirsi a virtuosamente operar per la patria, fino a coloro che avessero perseguitati od anche calunniati non solamente noi, ma gli stessi amati da noi[2]. Piú attenzione forsemeriterebbe, se ne avessimo luogo, una guerra tra Venezia e gli uscocchi, pirati dell’Adriatico [1601-1617], protetti o almen tollerati da casa d’Austria; un trattato fatto a Madrid [1617] vi pose fine. E l’anno appresso [1618] successe quella congiura che parve mirare a non meno che alla distruzione della repubblica; e che compressa, secondo l’uso di lei, con prontezza e misterio, resta dubbio quanto fosse vera e pericolosa, e se di semplici venturieri, o se promossa da Spagna, o se anzi da uno o due dei governatori spagnuoli in Italia che volessero ribellarsi e farsi essi signori.—Del resto, i due Stati spagnuoli, Milano e il Regno, peggiorarono via via. A Filippo II, il Tiberio della monarchia spagnuola, erano succeduti Filippo III [1598] e Filippo IV [1621], che ne furono poco piú che i Claudi o i Vitelli. Governaron per essi un duca di Lerma, un d’Uzeda e un conte duca d’Olivarez, via via piú assoluti a Madrid, al centro di quel grande imperio. S’imagini ognuno come governassero i viceré e governatori lontani. Depredavansi le entrate ordinarie, supplivasi con istraordinarie; vendevansi, ripiglianvansi i feudi, si alzavano, s’esageravano gli appalti, non si badava ai popoli ma all’erario, o piuttosto questo stesso non era se non un pretesto, una via per cui passavano le ricchezze, cioè, senza metafora, il sangue de’ popoli. Ma a che perdere spazio in tutto ciò? Quando anche n’avessimo piú, non potremmo far meglio che rimandar i leggitori all’immortal ritratto fattone dal Manzoni. Niuna storia, nemmen quella splendidissima di Botta, può arrivar a dare una cosí viva e giusta idea del disordine, delle prepotenze, delle depredazioni, delle pompe, degli avvilimenti in che giacquero i popoli italiani sotto al governo ispano-austriaco.15. Vittorio Amedeo I, Francesco Giacinto, Carlo Emmanuele II [1630-1675].—Se la Provvidenza avesse dato immediatamente al Piemonte un secondo regno di mezzo secolo e d’un principe simile a Carlo Emmanuele I, casa Savoia sarebbe forse diventata regina di mezza Italia, ovvero ella si sarebbe rovinata del tutto. Ma la Provvidenza sembra aver destinata quella casa a un crescer costante, ma lento; ed ella frappose ai due regni, simili perlunga e grande operositá, un intervallo di quarantacinque anni, e tre principi minori con due reggenze.—Succeduto Vittorio Amedeo I [luglio 1630], continuò la guerra della successione di Mantova pochi altri mesi; poi si venne a’ trattati; e per quelli di Cherasco [6 aprile 1631] e Mirafiori [5 luglio 1632] rimasero. Mantova e Monferrato al Nevers-Gonzaga; Alba, Torino ed alcune altre terre a Savoia. Ma questa ebbe a dar Pinerolo a’ francesi, e cosí fu riaperta a questi l’Italia, e disfatto il benefizio di Carlo Emmanuele quando aveva avuto Saluzzo in cambio alle province francesi. E posossi per poco. Ché, signoreggiata Francia dal Richelieu, questi riprese l’idea d’Enrico IV di diminuir casa d’Austria, massime in Italia, ed a ciò [11 luglio 1635] fu firmato in Rivoli un trattato tra Francia e Savoia, a cui aderirono Parma e Mantova, ed applaudí Urbano VIII, il papa Barberini che fu o apparve primo dopo il Caraffa a prender noia del giogo spagnuolo e volgersi a Francia. Cosí riaprissi la guerra, che durò poi variamente ventiquattro anni. Ma Vittorio Amedeo, generalissimo della lega, non la condusse che due anni. Morí ai 7 ottobre 1637.—Allora si aggiunse una contesa di famiglia, e diventò guerra civile, la sola che sia stata mai in Piemonte. Succedeva ad Amedeo suo figlio di cinque anni, Francesco Giacinto; e fu presa la reggenza dalla vedova madre di lui, Cristina di Francia, figliuola di Enrico IV, donna di alti e gentili spiriti, come il padre. Aveva contro a sé, Spagna aperta nemica; Francia o almen Richelieu avidi amici che volean tiranneggiarla; e i due cognati, Tommaso buon guerriero al servigio di Spagna, e Maurizio pure spagnuolo di parte, che le contrastavano la reggenza appoggiandosi bruttamente a Spagna, nemica allora di lor famiglia, nemica naturale di ogni principe indipendente italiano. Dichiararonsi mentre Leganes e gli spagnuoli invadevano.—Morí in questo [giugno 1638] il duca fanciullo Francesco Giacinto; e succedette suo fratello piú fanciullo Carlo Emmanuele II. Nel 1639, il Piemonte fu quasi tutto de principi zii. Nella notte del 26 e 27 luglio, sorpresero Torino. Madama reale (come si chiamava la duchessa) ne fuggí prima in cittadella, poi qua e lá fino a Grenoble, ma lasciando ilfigliuolo chiuso in Monmelliano con ordine al governatore di non dar né figlio né fortezza, nemmeno per niuno scritto di lei; e cosí salvollo dal Richelieu che lo voleva. Nel 1640, fu ripresa Torino, e tornovvi madama reale. Nel 1642, si fece accordo tra lei e i cognati; e le rimase la reggenza fino al 1648, e naturalmente poi per piú anni il governo del figliuolo maggiorenne ma adolescente. E durò la guerra ma lungamente tra Francia e Spagna. Ravvivossi nel 1656 colla presa di Valenza, ma senza grandi risultati nemmeno. Erano i tempi della decadenza in Ispagna, e della Fronda in Francia. Finalmente, addí 17 novembre 1659, facevasi la pace de’ Pirenei tra Spagna e Francia; e fu firmata per questa dal Mazzarino, cardinale italiano e successore al Richelieu nel ministero. E cosí liberato Piemonte da amici e nemici, regnò Carlo Emmanuele II tranquillo, splendido, edificator di chiese, palazzi e ville, protettor di lettere, buono ed elegante principe. Disputò vanamente per il titolo di re di Cipro con Venezia; e pacificatosi, le mandò il marchese di Villa suo generale ed un corpo di truppe, ad aiutar Candia assediata dai turchi. Mosse due cattive guerre contro a’ valdesi, e le finí lasciando le cose come prima. Nel 1670, aprí tra’ dirupi di Savoia una strada a Francia, opera alla romana, ammirata e superata da Napoleone, che se Dio voglia sará superato da’ principi nostri, aiutati dalla presente civiltá. Nel 1672, mosse guerra a Genova; ma non riuscí a nulla nemmeno esso, e si rifece pace nel 1673, per mediazione e minacce di Luigi XIV di Francia. Morendo [12 giugno 1675], fece aprir le porte del palazzo, per vedere il popolo suo che amava riamato. Fu de’ pochissimi di casa Savoia, che non conducessero le armi sue.—Il resto d’Italia non ebbe in questo tempo nemmeno il solito vantaggio di giacere in pace. I ducati settentrionali, Parma, Modena, Mantova con Monferrato, furono attraversati da combattenti, e sforzati di prendere parte a quasi tutta la guerra fino alla pace de’ Pirenei. Oltreché, essendo Ottavio Farnese carico di debiti, ed avendo ipotecato a’ creditori il ducato di Castro e Ronciglione, papa Urbano VIII (forse per investirne i Barberini suoi nepoti) li sequestrò; e ne nacque, frammista alla guerragrossa, una piccola, in cui Venezia, Modena e Toscana mossero per il Farnese [1641-1644], finché fu fatta pace [1644]. Ma succeduto a Ottavio Ranuccio II figliuolo di lui, e guastatosi per la nomina di un vescovo con papa Innocenzo X, si riaprí la guerra; e questi sequestrò di nuovo Castro e Ronciglione, che furono incamerati e ritenuti, anche dopo la pace ed altri trattati, per sempre, dalla Santa Sede. E rimase confermata la riunione d’Urbino alla morte di Francesco Maria, l’ultimo Della Rovere [1636]. D’allora in poi, da due secoli in qua, gli Stati della Santa Sede furono tali quali sono ora (salvo che l’Austria occupa ora militarmente Ferrara, e stabilmente un lembo di Oltrepò).—In Modena successero Alfonso IV, figlio di Francesco I [1658], e Francesco II, figlio di Alfonso IV [1662].-In Mantova e Monferrato, giá diminuito, successero Carlo II figliuol del primo [1637], e Carlo III (che vedrem l’ultimo di quella terza schiatta di Monferrato) figliuol del secondo [1665].—In Toscana, al pacifico e letterato Ferdinando II succedette il pacifico e letterato Cosimo III [1670].—In Roma, ad Urbano VIII Barberini, succedettero, Innocenzo X [Panfili, 1644-1655], che perseguitò i nipoti del predecessore, e ingrandì i suoi; Alessandro VII [Chigi, 1655-1667], che non volle dapprima ma finí con nepotizzare egli pure, e che per una zuffa di servitori di casa sua e dell’ambasceria francese, ebbe a soffrir le prepotenze di Luigi XIV e fargli scuse; Clemente IX [Rospigliosi, 1667-1670], e Clemente X [Altieri, 1670-1676], nepotisti essi pure.—Venezia ebbe a sostenere una gran guerra contro a’ turchi, che le assaliron la bella ed ampia isola di Candia: e vinseli in due battaglie navali, ma perdette l’isola finalmente nel 1669.—Genova fece poco piú che poltrire, salvo quella volta che si difese contra Carlo Emmanuele II. E le province spagnuole pativano, ed erano spogliate peggio che mai; ma Milano senza muoversene; Sicilia e Napoli, all’incontro, mostrando velleità piccole e varie di sollevazioni. Il fatto sta, che, dei grandi imperii antichi o nuovi i quali furono al mondo, niuno forse fu piú mal connesso, piú mal costituito, piú mal governato che quello spagnuolo. Vantavasi che vi splendesse a tutt’ore il sole girando intornoall’orbe. Ma quest’era appunto il gran vizio di esso; era immane e disseminato, forse oltre alla potenza governativa di qualsiasi governo, certo oltre a quella di que’ principi oziosi, e di que’ lor ministri e cortigiani depredatori. E giá s’era venuto sfasciando, scemando quell’imperio per ribellioni numerose: quella de’ mori di Granata, che, vinti e cacciati in Africa, lasciarono scemata la popolazione spagnuola; quella de’ Paesi bassi, staccatisi ed ordinatisi in bella e durevole repubblica; quella di Portogallo, rivendicatosi in regno indipendente; quella di Catalogna, erettasi essa pure a repubblica, quantunque per poco. Ultimi a seguir tali esempi furono i pazientissimi italiani; anzi ultimi e minimi, senza disegno, senza vigoria, senza prudenza, senza costanza, senza pro. Una carestia ne fu causa od occasione in Sicilia. Sollevossi la infima plebaglia contro al pretor di Palermo, che aveva scemate le pagnotte; poi contro a Los Velez viceré. Un Nino della Pelosa fu primo capopopolo; vollero accostarsi a’ nobili, e far re un de’ Geraci che avean nome di esser sangue dei re Normanni. Ma né questi volle, né gli altri nobili si scostarono da Spagna, né il popolo perdurò; e Nino con tre altri furono strozzati, quaranta mandati alle galere. Poi, una rissa tra alcuni servitori d’un nobile e alcuni plebei risuscitò il chiasso. Giuseppe d’Alessio, battiloro, ne rimase capo, fu gridato capitano generale del popolo, sindaco perpetuo di Palermo. Los Velez s’imbarcò, ed Alessio fece da viceré, governò assoluto e pomposo. Altre città si sollevarono. L’Alessio perdé il cervello, richiamò il viceré; ed unitisi, viceré, nobili ed ecclesiastici insieme, e stancandosi, al solito, il popolo, fu preso e decapitato, l’Alessio con una dozzina d’altri o piú, e tutto tornò come prima. —Né diversamente in Napoli, quantunque ivi fosse l’estremo della tirannia spagnuola. Narra il Botta che piú di cento milioni di scudi, cioè un cinquecentocinquanta milioni di franchi, i quali al ragguaglio del valore attuale de’ metalli sarebbono un miliardo e piú, furono tratti dal Regno in tredici anni [1631-1644] da due viceré; e che molte famiglie di Puglia e Calabria migrarono a’ turchi; e che un viceré si vantò di lasciar il Regno ridotto a tale, che quattro famiglie non vi rimanevano ove sipotesse cuocere una buona vivanda; e che disse un altro;—E’ si lagnano di non poter pagare? Vendan le mogli e le figliuole!—Succedette un viceré men cattivo, l’almirante di Castiglia, un respiro; ma poi il duca d’Arcos, di nuovo predatore e crudele. Il quale non sapendo piú di quale erba far fascio, quali gabelle aggiungere alle tante poste e cresciute, posene una sulle frutte, che sono lá pascolo de’ piú poveri. Al 7 luglio 1647, volendosi levar la nuova tassa, un fruttaiuolo rovescia irato i panieri, e li calpesta; si fa tumulto, e vi si pone a capo Masaniello, un pescivendolo, bel giovine e di credito fra’ popolani. S’avventano a’ palazzi de’ nobili, e vi rompono ed ardono quanto possono, ma senza predare; gridano voler i privilegi, lo Stato come era sotto Carlo V, ma non rinnegano l’obbedienza al re presente, e come in Sicilia, fanno un capitano generale del popolo, Masaniello. E questi pure governa con prudenza, giustizia e gran pompa alcuni dí. Cento sedici mila della milizia napoletana ei rassegna, non caccia il viceré, ne è trattato da pari a pari. Dura cosí un otto dí; poi anch’egli n’impazza a un tratto, dopo una visita al viceré che fu creduto l’attossicasse. Ma è chiaro che sarebbe stato piú facile e piú spedito farlo ammazzare, che farlo impazzir con veleno. Ad ogni modo, abbandonato dal popolo, alcuni congiurati l’ammazzarono a schioppettate come una fiera [16 luglio]. Il popolo lo seppellí con tardi onori, e non si posò. Fecero un secondo capitano generale, un nobile, Toraldo principe di Massa; e insospettitine, l’uccisero. Ne fecero un terzo, un popolano, archibusiere, Gennaro Annese. Sotto il quale o piú ribelle o traditore, o forse or l’uno or l’altro, s’inasprí il popolo, rinnegò l’obbedienza, ricorse al papa e a Francia da’ quali fu respinto, e al duca di Guisa, un signor venturiere francese discendente dagli Angioini. Venne costui, e governò il popolo coll’Annese; poi si guastò con lui, e Annese si raccostò all’Ognate nuovo viceré; e i due insieme, coll’almirante di Castiglia venuto su d’una flotta spagnuola, cacciarono il duca, che fu preso e condotto a Spagna, e tenutovi prigione a lungo; mentre l’Annese traditore fu tradito dagli spagnuoli, e preso pur esso e decapitato ed impiccati alcuni altri popolani. E cosífinirono queste sollevazioni [1648]. Poco appresso il Mazzarino le volle ravvivare, e mandò con una flotta francese il principe Tommaso di Savoia, giá tutto spagnuolo, or avido di tôrre a Spagna un regno. Ma questi non approdò nemmeno. Succeduto poi a Filippo IV il figliuolo di lui, Carlo II, incapacissimo ed ultimo degli Austriaci spagnuoli [1665], sollevossi [1674] Messina, e chiamò francesi, e bandì re Luigi XIV, e guerreggiossi ivi e in gran parte dell’isola quattro anni; fino a che Luigi XIV e i francesi l’abbandonarono, e gli spagnuoli incrudelirono nelle vendette.—Ed anche a Fermo si tumultuò in simili modi, cioè inutilissimamente. Noi vedemmo giá intorno alla metà del secolo decimoquinto il tempo aureo delle congiure. Ora alla metá di questo decimosettimo si può dir quello delle sollevazioni popolari ne’ principati (perciocché non parlo di quelle fatte giá nelle nostre repubblichette, dove elle furono quasi mezzo legale o costituzionale di governo). Del resto, inefficaci vedemmo le congiure, ed inefficaci vediamo le sollevazioni. Ma, scellerate le prime senza dubbio e sempre, niun uomo ardirebbe dir sempre scellerate le seconde; non quelle sorte senza congiura, senza ambizioni, per giusta ira comune contro ad una vera e scelleratissima oppressione. Ma qui sta il punto, qui la gran differenza tra quelle sollevazioni del Seicento, e quelle che si fanno o si vorrebbon fare nell’Ottocento; ché allora appunto erano reali ed estreme le oppressioni, le tirannie, e toglievano le vite o i mezzi delle vite, le ultime sostanze al popolano, alla moglie ed a’ figli di lui: mentre ora non sono tali tirannie; e ciò che «tirannia» si chiama, non pesa su quelle vite o quell’ultime sostanze, né nemmeno su que’ popolani, ma piuttosto od anche solamente sulle ambizioni, sulle opere de’ ricchi nobili o borghesi, sulla partecipazione che essi desiderano a’ governi; la quale, sia pur giustamente desiderata, non è desiderata dall’universale del popolo, non importa a lui. Dal che si conchiude poi facilmente: primo, che quelle sollevazioni del Seicento furono senza paragone piú innocenti che non sono o sarebbon queste nostre; e secondo poi, che se quelle piú innocenti e sorte dall’offese vere fatte agli interessi popolari furono pure mal sorrettedal popolo, molli, brevi, insufficienti, inefficaci, tanto piú è naturale che sieno queste, le quali si fanno o farebbono senza il motore degli interessi universali.16. Vittorio Amedeo II [1675-1700].—Or torniamo all’ultimo quarto del languido Seicento, e finiamolo.—In Piemonte incomincia un nuovo regno anche piú lungo che non quello di mezzo secolo di Carlo Emmanuele I, sorge un principe anche piú grande, Vittorio Amedeo II. Fanciullo di nove anni, crebbe sotto la reggenza di sua madre, Maria Giovanna, nata d’un ramo collaterale di Savoia. Né fu turbata se non da una sollevazione di Mondoví [1679], fattasi contro alle tasse, e in breve per allora repressa. Nel 1681, Carlo Gonzaga carico di debiti vendeva Casale a Luigi XIV, il quale aveva giá Pinerolo, e diventava cosí piú che mai signore in Piemonte. E dicesi volesse diventare del tutto, e perciò favorisse un progetto di matrimonio del duca di Savoia con una erede presuntiva di Portogallo; sperando, ch’egli andrebbe a regnar lá, e Piemonte, governato da lungi, se ne scontenterebbe e volgerebbesi a Francia. Ma perciò appunto sollevossi l’opinione piemontese contro tale idea; e resta memoria, che uno della corte dicesse al duca, con parola piú grossa che non dico io:—Che altri sudditi andate voi cercando? Piú buona gente di noi non la troverete in nessun luogo.—Né, tolta la rozzezza, fu mai detta piú gran veritá, o piú utile a ridir ora per tôr di mezzo molte vane speranze e molti vani timori: non esiston popoli e principi piú fatti gli uni per gli altri, piú indissolubilmente uniti dai secoli e dalla natura, che piemontesi e casa Savoia.—Ad ogni modo, fu rotto il matrimonio portoghese. E intanto fatto adulto il duca e continuando la madre a voler reggere, egli sostò alquanto per rispetto e vergogna, ma scoppiò poi per natura, e prese in mano il governo. Era poi il tempo della maggior potenza o prepotenza di Luigi XIV, e si faceva sentire anche in Italia. Nel 1684, guastatosi con Genova per non so che affar di sali, la facea bombardare crudelmente, e il doge andava a far le scuse a Versailles. Quali tempi! Nel 1686, spingeva il giovinetto duca a volgersi contro a’ valdesi, e cacciarli di lor valli; come egli Luigi XIV(dopo revocato l’editto di tolleranza di Nantes) avea cacciati gli ugonotti. Nel 1688, volle sforzare papa Innocenzo XI a lasciar l’asilo de’ malfattori nel palazzo dell’ambasciador di Francia a Roma; e non gli riuscendo, sequestrò Avignone. Ma quel buono e forte papa resistette allora colla pazienza; e tra breve resistette e sollevossi il duca di Savoia con l’armi. In Roma e Savoia era ogni resto di virtù italiana; l’ecclesiastica ne’ papi, la militare ne’ duchi piemontesi. Ai 3 giugno 1690, s’aggiunse Vittorio Amedeo alla lega di quasi tutta Europa contro al prepotente Luigi XIV, e riaprí lor valli a’ poveri valdesi. Scese Catinat a capo d’un esercito francese, e devastò Piemonte, incendiando case e villaggi, ed ammazzando popolazioni innocenti; e vinse una gran battaglia a Staffarda [1690]. Ma vinse il duca a Cuneo [1691] ed invase Delfinato [1692]; e stava per saccheggiare a rappresaglia, quando il vaiuolo sorvenutogli lo salvò di quella nequizia, e lo fece ritrarsi. Vinse Catinat una seconda gran battaglia a Marsiglia [1693]; ma perdé Casale nel 1695. Ondeché, stanco giá Luigi XIV, e volendo provedere colla pace alla prossima eventualitá della morte e della successione di Carlo II di Spagna, s’allentò in Italia la guerra, e s’incominciarono negoziati; e si conchiusero con un trattato [30 maggio 1696], per cui Vittorio Amedeo riebbe tutto suo Stato, Pinerolo stessa, quella ultima spina straniera rificcatagli in corpo. Che piú? In questo trattato, uno de’ piú belli firmati mai da casa Savoia, Vittorio Amedeo fece da arbitro d’Italia cosí, che vi patteggiò la neutralitá universale di essa. La quale poi non riconosciuta da Spagna sua antica alleata, ei si volse contro essa, e la sforzò ad aderire; e cosí egli condusse alla pace universale, che si fece poco appresso a Riswick [1698]. E quindi esso il glorioso guerriero e pacificatore, e il pacificato Luigi XIV, e Spagna, e tutti, posarono aspettando, ed apparecchiandosi con nuovi trattati (tutti inutili poi) all’evento della grandissima successione.—Nel resto d’Italia, intanto, non eran succeduti guari altri casi. In Parma, era a Ranuccio II succeduto il figliuolo di lui Francesco [1694].—Ed era succeduto nel medesimo anno a Francesco II, Rinaldo suo figliuolo, in Modena.—In Mantova e Monferratocontinuava Carlo II, il venditor di Casale.—E continuava Cosimo III in Toscana.—In Roma pontificò Innocenzo XI [Odescalchi, 1676-1689], buon papa, non nepotista, quegli che resistette a Luigi XIV, quegli che confortò l’immortal Sobieski, gl’immortali e generosi polacchi, a salvar dai turchi, cioè dalla distruzione [1683], quella casa d’Austria, quell’aristocrazia, quella Vienna, or tanto immemori! Seguirono Alessandro VIII [Ottoboni, 1689-1691]; Innocenzo XII [Pignatelli, 1691-1700], papa ottimo anch’egli, che non solamente non fu nepotista, ma fece una bolla [1692] contro al nepotismo, e vi pose l’obbligo di giurarla a tutti i cardinali entranti in conclave e a tutti i papi nuovi; onde fu, non estirpato pur troppo, ma scemato il brutto vizio, durante il secolo seguente. E governò lo Stato non solamente colla bontà solita, ma con ordine insolito colà.—Finalmente, Venezia anch’essa parve ridestarsi alquanto in quegli anni; ché aggiuntasi ad Austria e Polonia nella guerra contro a’ turchi, guerreggiò fortemente, costantemente, quindici anni [1684-1699], ed ebbe un ultimo grand’uomo di guerra e di mare, il Morosini; il quale conquistò a sé il nome di «peloponnesiaco», ed alla patria la Morea, Egina, Santa Maura e parecchi luoghi di Dalmazia. La pace di Carlowitz [1699] sancí tutte queste conquiste; sancì il primo indietreggiare della potenza ottomana, giunta al colmo, minacciante Germania e la cristianità poc’anni addietro.

10. Continua.—Né furono meno numerosi o meno splendidi i poeti. Primo senza contrasto Ludovico Ariosto [1474-1533], un vero incantatore, che toglieva sé e toglie noi al tristo mondo reale per portarci in uno imaginario e tutto ridente; precursore di Walter Scott per le eleganze, di Cervantes, Molière e La Fontaine per quel celiar semplice, non amaro, quel celiar per celiare, che essi quattro intesero sopra ogni altro di qualunque tempo o paese. Né gli mancò il ridere utile, correttor di vizi; scrisse comedie e satire; ma fu minore in queste; la sua natura era indulgente, od anche indifferente. Non accrebbe, è vero, come Dante, il tesoro de’ pensieri nazionali; ma oltre all’utilità letteraria, una morale e politica è forse nelle eleganze che salvano da bassezza, dalla quale le nostre lettere, e massime le facete, non si salvarono sovente. Ad ogni modo, sommo in suo genere, sovrasta alla severità della critica.—E gran celiatore, ma quanto minore! fu il Berni [-1536]. E minori gli altri poeti (prosatori pure), Rucellai [1449-1514], Sannazzaro [1458-1530], Bibbiena [1470-1520], Trissino [1478-1550], Guidiccioni [1480-1541], Molza [1489-1544], Bernardo Tasso [1493-1569], Alamanni[1495-1556], Della Casa [1503-1556], Annibal Caro [1507-1556], oltre quasi tutti quegli altri che nominammo tra’ prosatori, ed altri che non nominiamo di niuna maniera. I quali tutti insieme poetando o rimando in tutto questo tempo, empierono poi que’CanzonierioParnasioRaccolte, che paiono a molti una delle glorie italiane, perché essi soli sanno almeno divertire. Pare ad altri all’incontro che la poesia non ammetta mediocrità; e che l’inutilità non sia scusabile se non nei sommi. Come donna, e cantante un amor vero e virtuoso, sovrasta forse Vittoria Colonna, moglie del traditore marchese di Pescara [1490-1547]. E sovrasta per infamia Pietro Aretino [1492-1572], prosatore e rimator mediocrissimo, anzi cattivo, e per le cose scritte e per il modo di scriverle, empio, lubrico, piaggiatore e infamatore insieme, che si fece un’entrata, una potenza col vendere or il silenzio, or le adulazioni. È vergogna del secolo che lo sofferse, lodò e pagò e chiamò «divino».—Del resto, avendo detto della storia e della poesia e cosí dei due generi di letteratura in che questo tempo fu grande, non ci rimane spazio a dir di quelli in che fu solamente abbondante. Se ci mettessimo a nominar gli oratori piú o meno retori, perché non aveano a discutere interessi reali dinanzi a un’opinione pubblica potente; i latinisti, meravigliosi se si voglia per li centoni che fecero delle frasi antiche, ma appunto perciò piú o men retori essi ancora; i grammatici di lingua italiana, piú utili senza dubbio, ma timidi ed incerti perché nostra lingua mancò sempre d’un centro d’uso, e poco logici perché poco logico era stato il secolo delle origini, e meno logico era questo; i novellatori, piú o meno imitatori e sconci, come i modelli e il secolo; i moralisti, come il secolo leggeri, attendenti a convenienze e cortigianerie piú che a principi sodi, ed anche meno ai virili e meno ai severi; e gli scrittori che trattarono di filosofia piú letterariamente che scientificamente, e si scostarono da Aristotele per cadere in Platone, ma meno nel Platone vero interprete degli immortali dettami di Socrate, che in un platonismo spurio e intempestivo; se, dico, noi nominassimo tutti coloro che gli esageratori de’ nostri primati ci dan come grandi, noi avremmo a rifare parecchie nomenclature molto piú lungheche non le fatte. Ma il vero è, che qui, piú che altrove, è a distinguere tra le grandezze relative e le positive. Che le lettere nostre del Cinquecento sieno state di gran lunga superiori a quelle contemporanee e straniere, è indubitabile; ma che elle rimangano superiori od anche eguali alle straniere piú moderne, e che perciò elle debbano imitarsi ora di preferenza o per la loro eccellenza o per dover nostro di nazionalità, ciò non è vero e non può essere; perché non può essere che i secoli progrediti non abbiano prodotte letterature migliori e piu imitabili, che i secoli piú addietro; perché il nostro primato di tempo esclude appunto il primato di eccellenza; e perché poi, quanto a nazionalità ella non consiste nel non ammirar né imitar se non le cose giá nazionali, ma anzi a far nazionali quelle buone che non sono. Se Alfieri e Manzoni avessero cosí inteso il dovere di nazionalità, essi non avrebbero aggiunto la tragedia e il romanzo ai tesori vecchi delle lettere italiane.—Né in filosofia materiale si progredì guari allora in Italia. Questo è il tempo di Copernico polacco [1473-1543]; e dicesi che la teoria di lui non fosse anche prima di lui sconosciuta in Italia; ma il fatto sta che gli astronomi d’Italia furono allora poco piú che astrologi, e son famosi quelli di tutti i principotti italiani e di Caterina Medici ed altri, che infettaron l’Europa di lor ciurmerie. Ed anche costoro vi ci diedero e lasciarono cattivo nome. La medicina fu forse delle scienze naturali quella che fece piú veri progressi. Eustachio Rudio [prima del 1587], il Colombo [-1577] e il Cesalpini [1519-1603] ed altri, insegnarono piú o meno fin d’allora in Italia la circolazione del sangue. Harvey, inglese, la dimostrò piu ampiamente, e divolgò poi [1619], e cosí n’ha gloria. Dicono i nostri: ingiustamente. Ma io non entrerei in siffatte dispute, quand’anche n’avessi luogo. Quasi tutte le grandi invenzioni furono fatte a poco a poco, cioè da parecchi in parecchi tempi e luoghi: ondeché la storia sincera di ciascuna può bensì riuscir piacevole ed utile elucubrazione a meglio intendere lo spirito umano, ed istradarlo ad invenzioni ulteriori; ma appunto non può forse esser fatta tale storia sincera, se non ismettendo le pretese personali, municipali e nazionali. Le quali poi chi rialza per farne una gloria,mi sembra farsi per lo piú una grande illusione. Le glorie disputabili non sogliono essere vere glorie; le due parole implicano contraddizione; le certe sole rimangon vere e grandi.—Certe poi sono quelle dei viaggiatori italiani che seguirono Colombo. Amerigo Vespucci fiorentino [1441-1512 o 1516] toccò forse al continente americano prima che Colombo; e sia per ciò, sia perché fece primo alcune mappe delle nuove terre scoperte, ebbe l’immeritato e vano onore di dar loro il nome. Intanto Giovanni Cabotto veneziano e suo figliuolo Sebastiano [nato a Bristol 1467] scoprirono per Inghilterra, e Giovanni Verrazzani fiorentino per Francia, l’America settentrionale. Ma questi furono gli ultimi grandi scopritori e navigatori italiani. La gloria di compiere le scoperte passò d’allora in poi agli stranieri; e cosí ne passò ad essi tutto l’utile. Delle terre date alla civiltà da Colombo, Amerigo, due Cabotti e Verrazzani, non un palmo rimase all’Italia, non una colonia, non un commercio. Questo è forse il segno piú evidente della decadenza italiana, dell’esser passata a un tratto in ozio l’antica operosità di lei. Non basta dire, le scoperte d’America e del Capo, togliendo il commercio al Mediterraneo, lo tolsero all’Italia; bisogna dire, tolto il commercio al Mediterraneo, Italia oziosa non seppe seguirlo nelle nuove vie; e bisogna aggiungere, quand’anche il commercio riprendesse la via antica del Mediterraneo, questo commercio, queste vie, questo Mediterraneo non saranno per nulla dell’Italia, se ella rimane, com’è, oziosa o poco operosa, meno operosa in somma che le nazioni contemporanee. Il mondo è di chi sel prende; cioè degli operosi, cioè di chi opera per sé, cioè degli indipendenti.

11. Continua.—Ripetiamolo pure, e sovente; toltine Machiavello e l’Ariosto, furono abbondanti, anzi che grandi, in questo secolo gli scrittori. Ma gli artisti, abbondantissimi e grandissimi insieme. Qui nell’arte è dove trionfa l’ingegno italiano; qui è innegabile, e conceduto da tutti, il nostro primato. Qui possiamo, anch’oggi, non uscir d’Italia, trovar tra noi tutto quanto è da studiare e imitare. E tutto l’ottimo poi il troviam raccolto nel Cinquecento, anzi in quella prima metà di esso di che quitrattiamo. E quindi non solamente non avremo luogo qui a dir tutti i notevoli, ma nemmeno a nominarli. Accenneremo cinque culminanti intorno a cui si rannoderanno gli altri: Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Tiziano e Correggio. I tre primi, e (se è vero che la purità e l’eleganza, cioè quella che il Vasari chiama «virtù» del disegno, sia la somma dell’arte) i tre sommi, usciron tutti di quella terra e scuola privilegiata di Toscana ed intorno, che dicemmo culla dell’arti italiane. Nato Leonardo in Vinci nel 1452, attese in gioventù all’arti cavalleresche, a tutte quelle del disegno, a musica, a poesia, a matematica, a meccanica. È uno di quegli esempi che ingannano a disperdersi molti ingegni anche presenti, i quali non pensano quanto eccezionali sieno gli uomini enciclopedici, e massime quanto impossibili nelle colture progredite. Oltreché, Leonardo si fermò poi intorno a’ trentacinque anni nell’arti del disegno: e vi giunse al colmo suo (e forse dell’arte) nellaCenache fece a Milano per Ludovico il moro [dal 1494 al 1499], e cosí in quella etá dove tanti altri giá incominciano a stancarsi e scendere. E cosi egli fondò colà la scuola lombarda; in che si vide gran tempo alle fattezze la figliazione fiorentina. Morì l’anno 1519. Furono in quella scuola contemporanei, accerchiatori o seguaci di lui, Cesare da Sesto [-1524], il Luini [-1534?], Gaudenzio Ferrari [1484-1550], Bernardino Lanini [1578], Andrea Salai e parecchi altri minori.—Michelangelo Buonarroti [n. 1474] fu anch’egli «pittor, scultor, architettor, poeta», ma fin dall’adolescenza e nei giardini del magnifico Lorenzo attese all’arti e sopra tutte alla scoltura. Spaziò poscia in tutte e tre, vivendo e lavorando in Roma principalmente. Lasciolla una volta per ira (egli avea del Dante, e fu detto tale nell’arti) contra Giulio II, quell’altro iroso, quel Dante dei pontefici. E fuggito a Firenze, poco mancò che le due ire non guastassero il papa e la repubblica, non fossero uno di piú de’ turbamenti d’Italia. Un’altra volta venuti i due alla ribelle Bologna, e vedendo il papa il modello della propria statua apparecchiatogli da Michelangelo, e che questi gli avea posto nella mano sinistra un libro:—Che libro?—disse,—ponmi una spada, ché io non so lettere.—Poscia guardando la destra:—Dáella benedizione o maledizione?—E Michelangelo:—Minaccia questo popolo se non è savio.—Ma il popolo non fu savio ed atterrò poi la statua. Meglio un pontefice benedicente, e ribenedetto; dureran serbate da’ popoli le statue sue. Una terza volta, sotto Clemente VII, ei lasciò Roma, come dicemmo, per servir la patria da ingegnere. I freschi da lui fatti in Vaticano serviron di studio all’ultima maniera di Raffaello. Fu geloso di questo, come vecchio di giovane da cui sia superato; e volendo rivaleggiare anche in pittura a olio, a che era poco pratico, s’aggiunse fra Sebastiano veneziano; e i due insieme fecero de’ gran bei lavori, ma men belli che quelli fatti da Raffaello. Più vecchio d’assai sopravvissegli di molto; signoreggiò, quasi tiranneggiò nell’arti a Roma per gran tempo; e morto Antonio da Sangallo [1546], ebbe la fabbrica di San Pietro, dove, ognun sa, pose il Panteon a cupola. Mori nel 1564. I novant’anni di sua vita comprendono tutt’intiera l’etá aurea dell’arti. Quindi in sì lunga vita, ed in una scuola giá cosi antica come la fiorentina, ebbe molti e grandi compagni e seguaci: Luca Signorelli [1440-1521], fra Bartolommeo [1469-1517], il Peruzzi [1481-1536], il Ghirlandaio [1485-1560], Andrea del Sarto [1488-1530], il Rosso [-1541], il Pontormo [1493-1558], il Bronzino [1502-1570], il Vasari [1512-1574], e molti altri che continuarono la scuola fiorentina; e il Francia [1450-1535], che si conta capo della bolognese, figlia cosí essa pure della fiorentina.—All’incontro, passò, quasi celestiale apparizione in bel mezzo alla lunga vita di Michelangelo, Raffaello d’Urbino [1483-1520]. Non enciclopedico, non letterato, raro cultor delle stesse due altre arti sorelle, elegantissimo architetto tuttavia ne’ pochi edifizi da lui fatti, pittor sopra ogni cosa, disegnator come nessuno che si conosca, per l’invenzione, l’espressione, la grazia, la divinità delle figure sue, delle donne principalmente, della beata Vergine sopra tutte. Incominciò in Urbino sotto il proprio padre, pittor non volgare; imparò a Perugia sotto a Pier Perugino [1446-1524], illustre pittore per sé, piú illustre per lo scolaro; innalzossi a Firenze; e chiamato a Roma, superò gli altri, superò Michelangelo, superò se stesso, tre o piú volte, od anzi sempreprogrediendo, secondo che lavorava nelle logge e nelle stanze del Vaticano, alla Farnesina, nelle quasi innumerevoliSante famiglie, e ne’ ritratti, e nelloSpasimo, e nellaTrasfigurazione, e ne’ disegni che dava a ciascuno, pittori, scultori e incisori, quanti gliene chiedevano, con una liberalitá, che era facilitá ed amore. Amava gli artisti, l’arte, ogni bello che vedesse e faceva suo. Poche anime han dovuto gioir quaggiú come quella. Fece felici quanti gli vissero intorno, e fu fatto felice da tutti. Non un’ira, non una gelosia, un pettegolezzo per parte sua, in tutta sua vita. Poche difficoltá incontrò. Non cercava, era cercato dalla fortuna, da papi, principi, grandi, letterati, uomini e donne. Visse presto, visse poco; morí di trentasette anni [1520]. Gli furon fatte le esequie da Leon X e tutta Roma, collaTrasfigurazionea capo del feretro. E non compagni, ma scolari e creati di lui furono e si professarono i seguenti, tutta quella che è detta scuola «romana»: Giulio Romano [1492-1546] principale fra tutti; Penni o il Fattorino [1488-1528 circa], Giovanni da Udine [1494-1564], Polidoro da Caravaggio [-1546], Perin del Vaga [-1547], Daniele da Volterra [1509-1566], Taddeo Zuccari [-1566] e parecchi altri; i piú de’ quali, dispersi dopo il sacco del 1527, diffusero quello stile e quella scuola non solamente in Italia, ma in Ispagna e Francia: l’Europa colta di quell’etá. Fu qualche compenso ai cattivi nomi fattici da altri.—La scuola veneziana è forse la sola che procedendo anticamente e direttamente da’ greci non abbia avuta origine toscana. Ma i progressi di lei furono molto piú lenti; e gli splendori non v’incominciarono se non da Giovanni Bellini [1426-1516] e Andrea Mantegna [1430-1506]; a cui tenner dietro, nati del medesimo anno, Giorgione [1477-1511] e Tiziano [1477-1576]. Visse questi cosí, a un tempo, e piú che Michelangelo, novantanove anni. Portò sua scuola al sommo subitamente. Il colore, come ognun sa, n’è pregio principale, e grande; ondeché qui forse sarebbe il luogo di gridare contro all’imitazione dagli stranieri, da que’ fiamminghi in particolare che ritrassero senza dubbio molto bene le loro splendide carnagioni settentrionali, ma perciò appunto non bene le meridionali, italiane, spagnuole e greche,piú belle e sole vere incarnate e piú pittoriche; ondeché, per uscir fuori d’Italia, sarebbe meglio andar a Spagna che non a Fiandra od Inghilterra. Tiziano ebbe una gran brutta amicizia, quella dell’Aretino. Salvo in ciò, egli pure fu gentile, dolce e felice uomo in patria ed alle corti di Carlo V e Francesco I; e fece pitture innumerevoli, e ne fu fatto ricco e molto onorato. Del resto, non primeggiò forse in Venezia, come i tre detti a Milano, Firenze e Roma. Furono poco minori di lui, oltre il Giorgione, anche il Tintoretto [1512-1594], e massime Paolo Veronese [1528?-1588]: e seguono piú o men lontani, il Bassano [1510-1592], Palma il vecchio [1518-1574], ed alcuni altri.—Finalmente, Antonio Allegri, detto il Correggio dal nome del suo nativo paese, visse poco [1494-1534], appena tre anni piú che Raffaello. E la vita di lui è quasi ignorata. Par che si trattenesse, e certo lavorò sempre nelle citta vicine a sua culla, Parma, Modena, Bologna. Dove, non essendo per anche una scuola fatta e determinata, egli, studiando da sé e su pochi e vari modelli, fecesi uno stile tutto proprio, e giá poco men che eclettico; come fu quello creato poi ne’ medesimi luoghi un cinquant’anni appresso da’ Caracci. Disegnator poco esatto, ma arditissimo e quasi scientifico, abbondò negli scorci, nel sotto in su, piú e peggio che Michelangelo stesso, giá soverchio in tali ricercatezze. Riman memoria del suo studiar solitario nella tradizione, che vedute le pitture di Raffaello prorompesse in quella esclamazione:—Anch’io son pittore;—la quale fu poi ancor essa consolazione ed inganno a tanti che se la ripeterono. Ma negano alcuni ch’egli uscisse mai da’ suoi contorni. E lá intorno pure fiori il Parmigianino [1503-1540], non dissimile. E gli scolari ed imitatori de’ due si confusero in breve nella vicina scuola di Bologna.—Fiorirono allora, benché non al paro della pittura, anche le due arti sorelle. Nell’architettura (civile o militare) primeggiarono, oltre Michelangelo e Raffaello ed altri detti, il Cronaca [-1509], Bramante [-1514], Giuliano e i due Antoni da San Gallo [-1517-1546], Sanmicheli [1484-1559], De’ Marchi [1490-1574], Tartaglia [1500-1554], Vignola [1507-1573], Paciotto [1521-1591], fra Giocondo [-1625?], e sopratutti Sansovino [1570] e Palladio [1508-1580].—Nella scoltura, oltre Michelangelo di nuovo e parecchi altri detti, Baccio Bandinelli [1490-1559], il Tribolo [1500-1550], e Benvenuto Cellini [1500-1570], principe degli orefici e gioiellieri di qualunque tempo; e Giovanni dalle Corniole, cosí detto per essere stato primo o principale a rinnovar l’arte dell’incider gemme in cammei ed in cavo. Finalmente, in questo tempo pure si svolse l’incisione in rame e in legno che dicemmo incominciata giá nell’etá precedente; e fiorironvi, oltre il Mantegna, il Francia, il Parmigianino, e Tiziano, Marcantonio Raimondi [1488-1546 o 1550], che incise sovente su disegni di Raffaello, Agostino Veneziano [intorno al 1520], ed altri.—Né lascerem l’arti senza accennar della musica, che ella pure sorse e crebbe dapprima esclusivamente e sempre principalmente italiana. Ma questa rimase per allora lontana dal suo sommo, incominciò allora solamente i suoi progressi. Noi ne vedemmo uno grande fatto nel secolo decimoprimo da Guido d’Arezzo; ed altri ne avremmo potuti notare ne’ secoli decimoterzo e decimoquarto. Nel decimoterzo, i nomi stessi delle composizioni poetiche, sonetti, ballate, canzoni, indicano ch’elle furon fatte per essere accompagnate dalla musica. Nel decimoquarto, abbiamo da Dante e Boccaccio tante menzioni di musica, che, in mancanza di monumenti, dobbiamo argomentare molto coltivata allora quest’arte; oltreché, resta memoria d’un Francesco Landino detto il «cieco», che fu incoronato a Venezia nel 1341, quasi contemporaneamente col Petrarca. Ma d’allora in poi lungo il secolo decimoquinto sorge un fatto curioso, e fors’anco utile a notare in quell’arte: che la musica italiana (probabilmente piana, ricca di melodie fin d’allora, ché tale è il genio nostro nazionale) fu oppressa da quella straniera e piú scientifica de’ fiamminghi o tedeschi. In Roma, in Napoli, nelle chiese, nelle corti tiranneggiaron questi; non si trovan guari mentovati allora altri maestri che questi. Franchino Gaforio [1451-1520?] pare essere stato il primo a restaurar la musica italiana, e dicesi prendesse dagli scrittori greci ed altri antichi gran parte di sua scienza, ma sembra da ciò stesso che fosse scienza o poco piú.all’incontro, dicesi sia stato artista vero ed ispirato il Palestrina [1529-1594]. Dico che si dice, perciocché né io né credo i piú degli italiani udimmo le melodie di lui; e noi abbiamo a invidiar agli stranieri l’uso di far sentire le musiche antiche. E dal Palestrina in poi rimase il primato dell’arte agl’italiani. Né è meraviglia; il sommo di quest’arte sta certamente nella melodia e nell’espressione, o piuttosto nella combinazione delle due, nel trovar melodie espressive; e il modello, il germe delle due non si trova guari in nessuna delle lingue settentrionali, né nel modo di parlarle né nelle inflessioni con cui si parlano; le quali sono od antimusicali del tutto, o molto men musicali che le italiane, e massime che le italiane meridionali. Ad ogni modo, lasciando i progressi tecnici fatti intorno alla metá del secolo decimosesto, noterem solamente, che di quel tempo sono i primi oratorii, inventati, dicesi, per quella congregazione di san Filippo Neri [1515-1596] da cui presero il nome. E di quel tempo pare la prima opera in musica, l’Orbecchedi Cinzio Giraldi, stampata in Ferrara 1541. Insomma, tutte le invenzioni, quasi tutti i grandi progressi e i grandi stili e il sommo di quest’arte celestiale, sono italiani. Picciol vanto, ripetiamolo, questo primato nostro quando riman solo; ma bello e caratteristico esso pure, quando si trova nel secolo decimosesto congiunto con tutti gli altri di tutte le arti e tutte le lettere; quando concorre a dimostrar la fratellanza di tutte le colture, gli aiuti, le spinte ch’elle soglion ricevere l’une dall’altre a vicenda.

12. Il secondo periodo della presente etá in generale; rassegna degli Stati [1559-1700].—Se è felicitá al popolo la pace senza operositá; ai nobili il grado senza potenza; ai principi la potenza indisturbata addentro, ma senza vera indipendenza, senza piena sovranitá; ai letterati ed agli artisti lo scrivere, dipingere, scolpire od architettare molto e con lode de’ contemporanei, ma con derisione de’ posteri; a tutta una nazione l’ozio senza dignitá, ed il corrompersi tranquillamente; niun tempo fu mai cosí felice all’Italia come i centoquarant’anni che corsero dalla pace di Cateau-Cambrésis alla guerra della successione di Spagna. Cessarono le invasioni, lo straniero signoreggiante ci parava dagli avventizi.Cessaron le guerre interne; il medesimo straniero ne toglieva le cause, frenava le ambizioni nazionali. Cessaron le rivoluzioni popolari; lo straniero frenava i popoli. Le armi, le sollevazioni che sorsero qua e lá, furono rare eccezioni, non durarono, non disturbarono se non pochi. Bravi, assassini di strada, vendette volgari, ed anche tragedie signorili o principesche, furono frequenti, per vero dire, ma tutto ciò non toccava ai piú; e poi eran cose del tempo, i nostri avi vi nasceano in mezzo, v’erano avvezzi. I piú degli italiani fruivan la vita, i dolci ozi, i dolci vizi, il dolcissimo amoreggiare o donneggiare. Noi vedemmo giá un’etá di grandi errori aristocratici, un’altra di grandi errori democratici: questa è degli errori aristocratici piccoli. Ma l’aristocrazia s’acquista e si mantiene coll’opere; non si corrompe solamente, si snatura coll’ozio; perdendo la potenza, la partecipazione allo Stato, non è piú aristocrazia, diventa semplice nobiltà. Dai campi e dai consigli dove s’era innalzata, la nobiltà italiana era passata alle corti. Così, per vero dire, pur fecero quelle di Francia e Spagna a que’ tempi; ma dalle corti elle facevano tuttavia frequenti ritorni ai campi di guerra ed ai governi, o almeno ai castelli aviti; mentre i nobili italiani non ebber guari di que’ campi o governi, e dimorando piú alle corti e nelle moltiplici capitali, vi poltrirono. Il peggio fu che non vi sentivano lor depressione, piegavansi, atterravansi beati. Spogli di potenza propria, consolavansi co’ privilegi, col credito all’insù, colle prepotenze e le impertinenze all’ingiù; spogli d’operosità, consolavansi con le ricchezze e gli sfarzi; degeneri, colle memorie avite. Non facean corpo nello Stato, ma tra sé; chiudevano quanto potevano i libri d’oro, quegli aditi alla nobiltà, che restano sempre spalancati quando la nobiltà non è un titolo illusorio, quando è aristocrazia. I principi, all’incontro, si facean un giuoco di avvilirla col moltiplicarla, di aggiungere titolati a titolati, privilegiati a privilegiati, oziosi ad oziosi. Insomma, fu un paradiso ai mediocri, che son sempre molti, e quando il vento ne soffia, son quasi tutti; de’ pochi ribelli al tempo, pochissimi penando s’innalzarono, or bene or male; i piú, penando vissero e morirono ignorati.—La storia poi siimpicciolisce, ma si rischiara; e, scemato il numero degli Stati italiani, or finalmente si fa possibile una rassegna di essi. Adunque: 1oFilippo II, re di Spagna, signoreggiava sul ducato di Milano estendentesi allora dall’Adda alla Sesia, comprendente Alessandria e sua provincia, e congiungentesi verso mezzodi co’ numerosi feudi imperiali in Liguria. E signoreggiava poi su tutto il regno di Napoli e Sicilia, e su quello di Sardegna.—2oNell’occidente del largo istmo, dalla Sesia all’Alpi e in Savoia al di lá, signoreggiava Emmanuel Filiberto duca, sugli Stati riconquistati a San Quintino, restituitigli in diritto a Cateau-Cambrésis, ma non tutti di fatto per anche; rimanendo Torino, Chieri, Pinerolo, Chivasso e Villanova d’Asti in mano a’ francesi, Vercelli ed Asti in mano agli spagnuoli, finché non fossero evacuate le prime. Del resto, stato tutto spagnuolo il duca nella guerra, spagnuolo nel trattato e nella restaurazione, spagnuolo rimaneva naturalmente nella pace. Se non che, guerriero esso ed uomo di Stato, e ringiovanito lo Stato, ringiovaniti i popoli dalle guerre, dalle miserie precedenti, dalla restaurazione presente, ed aiutati tutti dalla vicinanza di Francia, essi rivendicaronsi a poco a poco in indipendenza e furono tra breve i piú, od anche i soli indipendenti italiani.—3oAll’incontro, nell’oriente giacea la vecchia repubblica veneziana, potente di territori e di popoli dall’Adda all’Adriatico, ed al di lá in Istria e Dalmazia fino a Ragusi, e in Cipro e Candia, che le rimanean sole dell’antico quarto e mezzo dell’imperio orientale. Sarebbe stata cosí, senza contrasto, la prima delle potenze italiane; se non che, circondata d’ogni intorno dagli Stati spagnuoli e tedeschi di casa d’Austria, e preoccupata tutta della difesa contro a’ turchi, e del resto invecchiata sotto a quella invecchiatissima aristocrazia, che delle virtú aristocratiche non serbava piú se non quella della conservazione, Venezia era diventata meno italiana, meno curante degli affari d’Italia che mai; non pesava piú quasi in essi; era spagnuola, o almeno non mai antispagnuola.—4oGenova, l’antica emula, non le poteva piú essere comparata. Fuori delle due riviere (frastagliate da’ feudi imperiali) non avea piú che Corsica. E l’aristocraziadi lei era altrettanto o peggio invecchiata che la veneziana. Né Genova e Venezia non aveano piú il primato de’ mari, passato a’ popoli occidentali; non quello dello stesso Mediterraneo, passato a Spagna.—5oIl marchesato di Monferrato e il ducato di Mantova, disgiunti di territori, si congiungevano in Guglielmo Gonzaga.—6oIn Parma signoreggiava Ottavio Farnese; ma Piacenza rimaneva occupata da Spagna.—7oIn Modena e Ferrara era succeduto nel 1550 Alfonso II Estense.—8oIn Toscana tutta intiera signoreggiava il nuovo duca Cosimo de’ Medici.—9oIn Urbino, Francesco Maria II della Rovere. E di tutti questi ducati non è nemmen mestieri dire, che piccoli com’erano, ed istituiti o tollerati dall’imperio le cui pretese s’estendevan sempre a tutta la penisola, nessuno di essi poteva aver indipendenza vera, nessuno pretendeva nemmeno al diritto compiuto di essa.—10oLucca rimaneva repubblicana.—11oE finalmente in Roma, a Paolo IV Caraffa era nell’anno appunto 1559 succeduto Pio IV (de’ Medici); cioè all’ultimo papa che siasi aiutato di Francia, che abbia un momento ancora guerreggiato con essa contro Spagna, era succeduto uno che (come i successori), trovando fatta la pace, e ferma in Italia la signoria spagnuola, né poteva guari piú scostarsi da essa, né (premendo piú e piú gli affari del concilio e dell’eresia) il voleva di niuna maniera.—Insomma, un gran progresso erasi fatto senza dubbio dall’esser ridotti gli Stati italiani (non contando San Marino, né i feudatari imperiali) a una decina, invece della moltitudine di signori e città che rimanevano un sessant’anni addietro. Ma la signoria straniera facea piú che compensar tal progresso; guastava tutto, non lasciava libera azione a nessuno. L’Italia era incatenata di su, di giú, e dal mezzo; in Lombardia, nel Regno, e nel papa. Casa Savoia sola, grazie al vicinato di Francia, potea sciogliersi, e si sciolse; in Piemonte solo rimase e risorse alquanto di vita italiana. Gli storici patrii, imitatori giá degli antichi, imitatori poi dei cinquecentisti, che avean negletto Piemonte quand’era un nulla per l’Italia, continuarono a trascurarlo, se non del tutto, almeno molto troppo. Botta il primo diedegli giusta importanza; ma conqualche ritenutezza ancora, quasi a lui piemontese non istesse bene ridur la storia d’Italia a poco piú che a storia del Piemonte; e perciò forse, per por nello scritto una proporzione che non è ne’ fatti, s’allungò soverchiamente in alcuni affari piccolissimi del resto della penisola. Ma perciò appunto, sforzati noi a trascurar quelli nel nostro rapido sommario, sembrerem soverchiamente piemontesi; e non avendo luogo nemmeno alle difese, aspetteremo d’esser giustificati dal tempo e da’ successori. Ad ogni modo, poche e misere le opere italiane di questo tempo, noi non veggiam modo di dividerle altrimenti, che seguendo i regni de’ principi di Savoia.

13. Emmanuele Filiberto [1559-1580].—Non mai i tempi moderni s’eran mutati a un tratto come per la pace di Cateau-Cambrésis; né mai mutaron tanto nemmeno i modernissimi, fuorché per la pace del 1814 e 1815. I vent’anni seguenti furono di quiete non interrotta, di ordinamenti, o, come or si dice, d’organizzazioni universali. Nel Regno, giá vecchio suddito spagnuolo, vecchio pur giá era l’ordinamento; in Milano l’ordinamento piú nuovo s’era modellato sul primo. Un viceré a Napoli, uno in Sicilia ed un governatore in Milano, non piú che cortigiani in Ispagna, ma principi assoluti in Italia, governavano non solamente per gl’interessi di quella, ma per li propri in questa e principalmente in quella. E cosí facevano allora gli altri governatori spagnuoli in America, ne’ Paesi bassi. Così giá i proconsoli e legati romani nelle province dell’imperio; cosí poi i governatori britannici nell’Indie. Così i governatori lontani dappertutto. È naturale; sempre si mira al centro, onde vengono grazie, favori, avanzamenti. In ciò il progresso di civiltà non muta guari. È di quelle cose che durano poco diverse sempre nella umana natura. Un Consiglio d’Italia in Madrid temperava solo la potenza di que’ governatori. Tranne una milizia (quasi le guardie nazionali d’oggidì) che non si convocava guari, se non contro ai turchi o agli assassini di strada, non v’eran armi, niun corpo napolitano o milanese; napoletani o milanesi s’arruolavan ne’ «terzi» o reggimenti spagnuoli, che eran tutti di volontari, o piuttosto levati a forza, a inganno, a caso. E cosi gl’italianimilitavano fuori per interessi non propri, e gli stranieri in Italia per interessi anti-italiani. Molta religione, cattolicismo stretto, anzi intollerante s’affettava; facevasene strumento d’imperio, d’ordine, di soggezione; e cosí Spagna stringevasi ai papi, quanto i papi a Spagna. Nelle finanze, imposizioni legalmente gravi, piú gravi di fatto, perché non erano perfezionate le forme, le quali guarentiscono ai popoli che non si levi piú dell’imposto. Gran disordine dunque, ma grande affettazione d’ordine, o almeno di governo, smania di regolar tutto, di far sentire l’autoritá straniera; onde non solamente severità ma crudeltà. Ed io dimenticava che in Napoli e Sicilia erano pure resti di Stati generali antichi, assemblee rappresentative o deliberative; ma rappresentavano popoli domati, stanchi, senza volontà, deliberavano a’ cenni del signor lontano, de’ viceré presenti, eran nulla. Non eran sorti gli esempi che fanno cosí importanti queste assemblee a’ nostri dí; dovunque rimanevano elle, fuori come addentro Italia, il principe le distruggeva o serbava o dimenticava, a piacer suo, del paro innocue, con pari facilità. In somma, a que’ tempi non era sorta, non era quasi possibile l’arte di governar province straniere e lontane senza tiranneggiarle, e si tirannegg-iavano. Né contro a’ turchi, quantunque soli nemici stranieri che rimanessero, si poteva o si sapea difenderle. Il Mediterraneo, non piú lago italiano, avrebbe dovuto essere spagnuolo; era turco-spagnuolo. Una sola volta Spagna si destò al dovere di non lasciarlo diventar tutto turco; e fatta una lega co’ veneziani e il papa e il duca di Savoia, allestirono una grande armata sotto agli ordini di don Giovanni d’Austria figlio naturale di Carlo V, il quale die’ una gran rotta ai turchi a Lepanto nel 1571. Ma fosse gelosia di Filippo II contro al fratello, o mollezza e incapacità spagnuola o italiana o universale, non si proseguì la vittoria, si sciolse la lega, si lasciarono soli i veneziani contro a’ turchi, al solito.—In Roma Pio IV Medici, che dicemmo [1559-1565], riadunò e terminò poi il concilio di Trento [1562-1563]. Del quale molto sarebbe a dire certamente, se avessimo luogo; ma non avendone nemmeno per gli affari, per li negoziati politici, non sarebbe ragione che ci estendessimosugli ecclesiastici, piú ardui a capire e spiegare. Ondeché, riducendoci alle generalità, diremo solamente: che il concilio lasciò le cose ecclesiastiche tali quali erano prima o s’erano svolte intanto tra’ protestanti, i quali non v’assistettero mai e il respinser sempre; ma che esso ordinò, rinnovò molto bene ed opportunamente la disciplina della Chiesa cattolica; e che insomma da esso in poi il protestantismo non ottenne piú una vittoria, un estendimento, e il cattolicismo non perdette piú una chiesa o una provincia. È noto, è ammesso dagli stessi protestanti, che il loro progresso non durò se non un cinquant’anni; che d’allora in poi essi non ebbero se non stazione e regresso. Del resto, Pio IV fu papa buono, quantunque nepotista, perché il nipote in credito trovossi essere san Carlo Borromeo.—Successe Pio V [Ghisilieri, 1566-1572], che è l’ultimo papa beatificato dalla Chiesa, che fu de’ pochi non nepotisti fino a’ nostri dí, severissimo del resto contro agli eretici. E successe Gregorio XIII [Buoncompagni, 1572-1585], che s’unì solo, non potendo unir altri, con Venezia contro a’ turchi, ma non ne riuscì nulla.—In Toscana, Cosimo il nuovo duca ordinò il ducato e governò assoluto, severo, talor crudele, alla spagnuola; men cattivo, perché è sempre minore la cattivezza d’un principe nazionale e presente. Ordinò le cerne, o milizie del paese, ma piú simili a ciò che chiamiam ora «guardie nazionali», che non a veri corpi militari; ed intorno a sé guardie tedesche o spagnuole. Nel 1569, ebbe dal papa titolo di granduca, che non gli fu riconosciuto dall’imperatore. Protesse l’agricoltura, il commercio, Livorno, le lettere innocue, e cosí [1540] l’Accademia fiorentina, madre di quella della Crusca. In casa perdette due figliuoli a un tratto; e resta dubbio se fosse caso o misfatto. Alfieri ne fece una tragedia. Morì nel 1574. Successegli suo figlio Francesco I, giá molto dammeno. Congiuratogli contro, nel 1575, diventò crudele, dentro e fuori, a’ fuorusciti. Nel 1576, ebbe conferma dall’imperatore del titolo di granduca; nel 1579, sposò Bianca Cappello, una veneziana fuggita dalla casa paterna, e giá stata amanza d’un fiorentino, poi di esso granduca, finché visse Giovanna d’Austria sua moglie. E Venezia, che aveagiá sbandita costei, la dichiarò ora figliuola della repubblica! A tale erano giunti giá i tempi, di farsi pubblicamente, legalmente, senza pretender necessità né utile, per semplice compiacenteria, le viltà.—Dei duchi minori non abbiamo a dir nemmeno molte successioni, ché in Urbino solo, a Guidobaldo della Rovere era succeduto nel 1574 Francesco Maria figliuolo di lui; ed in Ferrara, Parma e Mantova continuarono per questi vent’anni i medesimi Alfonso II d’Este, Ottavio Farnese e Guglielmo Gonzaga, giá accennati.—In Genova risorsero turbamenti che si potrebbon dire fuor d’etá, tra classe e classe di cittadini, tra’ nobili detti di «portico vecchio» e nobili di «portico nuovo» a cui s’aggiungevano i popolani; ma non avendo noi detto de’ turbamenti interni de’ comuni antichi dov’erano piú importanti, dove si disputava almeno della politica, dell’operosità, della parte a cui rivolger la città, non diremo di queste dispute le quali furono solamente di grado, o tutt’al piú di partecipazione ad un governo inoperoso. E continuavan i turbamenti nella suddita Corsica. E tra tutto ciò fu tolta Scio dai turchi ai Giustiniani, e cosí alla repubblica sotto cui essi la tenevano [1566].—In Venezia tutto languiva nella solita pace e mediocrità. E ad essa pure fu tolta Cipro, una delle isole orientali, in quella guerra ch’ella fece contro a’ turchi dal 1570 al 1575, e in cui ella non ebbe se non una volta a Lepanto un vero aiuto dalla cristianità. Ei si vede: tutti questi Stati decadevano, sopravvivevano, s’ordinavano a sopravvivere.—Casa Savoia sola a crescere. Emmanuel Filiberto, non principe nuovo come i piú di costoro, non di famiglie sporcatesi nel salire alla potenza, discendente d’una lunga serie di principi buoni, provato dalla cattiva fortuna, e salito alla buona per meriti propri, riuniva cosí i vantaggi de’ principi antichi e de’ nuovi. Se ne seppe valere; e gran capitano a riacquistar lo Stato, fu gran legislatore a riordinarlo, perché lo riordinò secondo il secolo suo. Non restaurato ancora in tutti gli Stati suoi, nemmeno in Torino sua capitale, raunò gli Stati generali in Chambéry. Voleva farsene aiuto a’ suoi riordinamenti, trovolli ostacolo o ritardo; li sciolse, e non li convocò mai piú, né egli né nessuno de’ successori finoa Carlo Alberto, riordinator nuovo e piú grande secondo il secolo suo. Quindi Emmanuel Filiberto è vituperato da alcuni di noi altri presenti, quasi principe illiberale, usurpator de’ dritti popolani e costitutor di despotismo. Ma se è certo e santo che de’ vizi e della virtù è a giudicare nel medesimo modo in tutti i tempi, certo e giusto è pure che delle istituzioni è a giudicare diversissimamente secondo i tempi. E degli Stati generali od assemblee rappresentative e deliberative, ei bisogna ritenere che a que’ tempi elle erano informi, indeterminate nella loro composizione di nobili e deputati delle città, indeterminate nelle loro attribuzioni; ondeché, quali erano, o non servivano a nulla, come in Napoli e Sicilia; o non servivano se non a turbare, come in Francia e Inghilterra. E quanto a dire che Emmanuel Filiberto le avrebbe dovute o potute costituire coi modi nuovi, trovati cento e piú anni appresso in Inghilterra, e ducento e piú in Francia e altrove; questo sarebbe poco men che dire ch’egli avrebbe pur dovuto fare ne’ suoi Stati le strade ferrate. Io, per me, credo che Emmanuel Filiberto avrebbe fatte le assemblee de’ nostri tempi a’ nostri tempi; ma ch’ei fece a’ suoi tutto quello che era da essi. Il fatto sta, che intorno a quelli venne meno la monarchia rappresentativa in tutta Europa, in Inghilterra stessa; e sottentrò una monarchia quasi assoluta, ma che si può meglio dire consultativa, perché fu temperata quasi dappertutto da vari Consigli che contribuivano in fare o sancire le leggi. Nella sola Inghilterra, dove non erano e non si fecero tali Consigli dai principi, la lotta diventò piú forte tra essi e i parlamenti, piú franca tra assolutismo e libertá, e vinse questa due volte. E perché dopo aver abusato della sua prima vittoria... la libertá seppe all’incontro usare moderatissimamente della seconda, ad ordinarsi lentamente, meravigliosamente per un secolo e piú, perciò ella fondò, perfezionò, compiè colá quella monarchia rappresentativa che fece, che fa la felicità, la grandezza, il primato di quella nazione tra tutte l’altre cristiane; quella monarchia rappresentativa, che di lá venuta sessant’anni fa, va vincendo a gran colpi di rivoluzione, e trionfando su quasi tutto oramai il continente europeo, e trionferà, aiutante Iddio,su tutto.—Del resto, nell’anno medesimo che Emmanuel Filiberto chiudeva i suoi Stati generali, egli riordinò appunto que’ senati o corti supreme di giustizia, che mal vi supplirono tra noi come altrove, e regolò poi i tribunali minori. Nel 1561, incominciò ad ordinare la milizia nazionale; proseguì egli e proseguirono poi sempre tutti quanti i suoi successori, non eccettuati i men belligeri, in mutare e rifare tali ordinamenti; ora piú or men bene, ma sempre secondo i tempi e con operosità, con insistenza, con amore; tanto che non è cosa di governo in che’ si sieno essi compiaciuti, né cosa poi in che sieno stati cosí secondati da’ lor popoli. Gli ordinamenti militari, l’esercito, furono, se sia lecito dire, quasi patria costituzione ai piemontesi per poco meno che tre secoli. Ed ora cedano pure il passo a questa, ma di poco, in nome de’ destini del Piemonte e d’Italia, e della stessa monarchia rappresentativa. Libertà e milizia sono rivali altrove; ma (per la ragione che ognun sa, per le passioni ch’ognun sente) elle dovrebbon essere sorelle in Italia. Sieno almeno su questa terra intrisa di tanto sangue militare de’ padri, de’ fratelli e de’ figli nostri. Addì 17 dicembre 1562, Emmanuele Filiberto rientrò in Torino, e vi rimase poi quasi sempre, diverso da’ maggiori che prediligevano il soggiorno al di lá delle Alpi. Ed a Torino ricondusse, restaurata prima a Mondoví, l’universitá degli studi che n’era uscita durante l’occupazione straniera. Nel 1563, estintasi la discendenza diretta degli antichi marchesi di Saluzzo, il marchesato fu occupato da’ francesi, e s’accrebbe cosí di nuovo la potenza di essi nelle regioni subalpine. Nel 1564, il duca incominciò la cittadella di Torino; ed altre fortezze fece poi, ad imperio addentro, e difesa all’infuori. E nel medesimo anno incominciò ad ordinare le finanze. Nel 1565, aiutò Malta contro a’ turchi; e nel 1572, mandò sue galere a Lepanto, ed aiutò poi de’ suoi nuovi reggimenti or Francia or Austria contra gli acattolici. Contra quelli giá antichi ne’ suoi Stati, i valdesi dell’Alpi, si volse non senza inopportunità, od anche crudeltà per qualche tempo; ma lasciolli in pace poi. Nel 1573, ordinò che gli atti pubblici si facessero in lingua italiana; e sempre chiamò, protesse, posenell’universitá di Torino letterati di altri paesi italiani. Egli fu primo a dirozzare i suoi popoli, beati o macedoni d’Italia; primo ad italianizzarli colla coltura. Nel 1574 solamente riebbe tutti gli Stati suoi, vuotati di qua e di lá da’ francesi e spagnuoli; e questo spiega e scusa come dieci anni addietro avesse sofferta l’usurpazione di Saluzzo. Dal 1576 al 1579, accrebbe gli Stati, comprando feudi imperiali dai Doria ed altri signorotti. Nel 1579 ordinò la zecca, e nel 1580 mori; cosí fino all’ultimo operando, legislatore, ordinatore, rinnovatore della sua monarchia. E tal vedemmo giá dopo le antiche origini Amedeo VIII; e tali vedremo uno o due altri poi di quella casa. Della quale resta cosí spiegato il perché, il come crescesse; come, sola forse fra le dinastie europee, continuasse senza rivoluzioni o mutazioni violente; fece ella medesima via via, sempre, indefessa, le mutazioni volute, ma prima che violentata dai tempi. I tempi mutan sempre; ondeché i veri conservatori sono quelli che mutan con essi; non gl’immobili, che a forza di resistere si fanno impossibili, e rovinano sé e altrui. Ad Emmanuel Filiberto debbono i posteri una nazionalitá che altri popoli loro invidiano, dice di lui uno scrittore italiano, non piemontese: noi consentiamo volentieri.

14. Carlo Emmanuele I [1580-1630].—La differenza tra Emmanuel Filiberto e gli altri legislatori italiani de’ venti anni addietro si vede chiara all’effetto ne’ primi lor successori. Progredí e fecesi grande quel di Piemonte; scesero e s’impicciolirono via via i Medici e gli altri. Salito a una signoria rinforzata dagli ordinamenti di pace, dagli apparecchi di guerra fatti dal padre, si potrebbe dire che Carlo Emmanuele volle essere l’Alessandro di quel Filippo. E sarebbegli forse riuscito, se avesse avuto un solo scopo, l’Italia. Ebbelo, ma con un secondo: farsi grande di lá dell’Alpi, ed anche piú lontano. Perciò non s’avanzò come avrebbe potuto verso lo scopo principale, e lasciò nome d’ambizioso piú che di grande (benché datogli questo da’ contemporanei), e d’avventato piú che di forte, ed anche di doppio piú che di leale. Leali, forti e grandi appaiono e sono piú facilmente gli uomini d’un solo scopo; compatiti, è vero, e derisi da’ faccendieri,dagli enciclopedici, e dagli incostanti, che ne han molti e vari; ed anche piú dai pigri di spirito e da’ gaudenti, che non vogliono e non possono averne nessuno, e vivono alla giornata. Carlo s’avventò prima contro a Ginevra, perduta da sua famiglia fin dal 1536; e non gli riuscendo, tornò contro essa ad ogni tratto per vent’anni e piú, fino al 1603, che rinunciovvi e fece pace con essa. Intanto aprì guerra contro Francia; ed approfittando delle contese civili e religiose che ferveano colà sotto ad Enrico III, ultimo de’ Valois, s’avventò contra Saluzzo, quella spina francese che rimaneva in corpo alla monarchia piemontese. Occupolla a forza nel 1588; e quindi una lunga e varia guerra su tutta la linea dell’Alpi, che condusse egli di qua, e Lesdiguières di lá. Nel 1590, occupò Aix, Marsiglia, e si lasciò da alcuni cattivi francesi acclamare conte di Provenza. Ma ciò era nulla; mirava alla corona di Francia che altri cattivi volevan tôrre ad Enrico IV; e perciò, non solo combatté, che era giá stolto e male, ma intrigò, che era peggio. Fu pessimo, se è vero, quel che segue: che fatta pace a Vervins nel 1598, e lasciata a giudicio del papa la lite di Saluzzo, e andato Carlo a Parigi nel 1599, ivi entrasse nella congiura del Biron contra al re, alleato ed ospite suo. Ed egli negò sempre e si turbò di tale accusa; ma resta in lui la macchia d’esservisi esposto con gli intrighi precedenti. Ad ogni modo, Enrico IV, principe poco tollerante, e che tagliava coll’ardita franchezza le perfidie reali o temute, ruppe la guerra nuovamente nel 1600, ed invase Savoia. Seguiva finalmente il trattato di Lione [17 gennaio 1601], per cui casa Savoia cedette Bressa, Bugey e Valromey, province in seno a Francia; e Francia cedette Saluzzo, provincia in seno a Italia. Savoia perdeva in territorio ed anime; ma vi guadagnò di quadrare i suoi Stati italiani, di non aver in corpo un vicino potente e cosí suo nemico naturale, e di farsene anzi un naturale amico contro al nemico anche piú naturale suo e d’Italia, casa d’Austria. Fu detto che Arrigo IV avea fatto un cambio da mercante, e Carlo Emmanuele uno da principe e politico; ma non è vero. Cambiando ciascuno province innaturali con province naturali a’ loro Stati, vi guadagnarono amendue; equesti sono sempre i migliori e piú durevoli trattati. Il fatto sta che d’allora in poi Carlo Emmanuele s’accostò a Francia, e rimase per lo piú con essa. E questa alleanza fu per produrre cose grandi, quando Enrico IV, quel gran re che avea pacificata ed ordinata Francia, si volse a voler riordinar Europa contro alla preponderanza delle due case Austriache. Seguinne [25 aprile 1610] quel trattato di Bruzolo, il quale, dice uno scrittore lombardo, «trasformava i duchi di Savoia in re de’ lombardi». Ma fu ucciso allora, come ognun sa, Enrico IV, e non se ne fece altro; e «quel regno de’ lombardi rimase ne’ duchi di Savoia un desiderio che non si spense mai». Ad ogni modo, da questi due trattati di Lione e di Bruzolo fecesi un gran progresso nella politica, e, se si voglia, nell’ambizione di casa Savoia: ché ella fu d’allora in poi costantemente, esclusivamente italiana. Morto, nel 1587, Gugliemo Gonzaga, duca di Mantova e marchese di Monferrato, e nel 1612 il figlio di lui Vincenzo, e nel medesimo anno il figlio di questo, Francesco, che lasciava una sola figliuola fanciulla, succedette Ferdinando cardinale; il quale, legato negli ordini, non poteva aver figliuoli, ed a cui rimaneva sì un fratello Vincenzo, ma anch’esso senza figliuoli, ondeché la successione eventuale rimaneva in Maria, quell’ultima fanciulla de’ Gonzaga. E giá due volte casa Savoia avea preteso a tal successione; pretesevi ora Carlo Emmanuele, e volle almeno la tutela di Maria, per farla sposare al proprio figlio, e riunir cosí tutti i diritti. Negatagli, s’avventò, al solito suo, sul Monferrato [1613]. Spagna nol volle soffrire; seguinne una guerra di quattro anni, seguiron trattati vari; quel del 1617 restituiva lo statu quo; ma intanto un duca di Savoia solo avea resistito a Spagna. Poco appresso sollevavasi la Valtellina cattolica contra i grigioni protestanti e signori di essa. La prima fu aiutata da Spagna, i secondi da Francia, Savoia e Venezia. Riaprissi ed estesesi la guerra. Savoia e Francia fecero un’impresa insieme contra Genova; e qui di nuovo cadde il duca in sospetto di complicità ad una congiura contro a quella repubblica. Ritrassesi poi Francia di quella guerra, e rifecesi pace a Monzone nel 1626, tra le due potenze grosse; e le piccole, Savoia fra le altre,dovettersi acquetare. Morto poi, nel medesimo anno, il cardinale e duca Ferdinando Gonzaga, e nel 1627 Vincenzo fratello di lui, succedettero lor nipote Maria e il marito di lei Carlo Gonzaga giá duca di Nevers, e cosí tutto francese. Fu per esso Francia, e furono contro esso Austria ed il mutabile Savoiardo, tratto e dall’ambizione antica d’aver il Monferrato, e dall’essergliene data una parte fin d’allora. Guerreggiossi acremente in tutto Piemonte; e il vecchio e infermo ma ancora prode duca vinse i francesi nel 1628, ne fu vinto nel 1629, perdette Savoia, Pinerolo, Saluzzo; e stava alla riscossa sulla Maira quando, infermato, morí ai 26 luglio 1630. Pochi dí prima [18 luglio], era stata presa Mantova dagli spagnuoli alleati suoi. Pro’ guerriero, buon capitano secondo i tempi, ardito, pronto, bel parlatore, fu amato da’ soldati ch’ei pagava male ma conduceva bene, adorato da’ sudditi a cui procacciava le miserie, ma l’operositá, ma l’alacritá, ma l’onor della guerra; continuò, compiè gli ordinamenti civili del padre; parlò, operò italiano, protesse molti illustri, Tasso, Tassoni, Marini, Chiabrera, Botero; in una parola, raccolse piú che mai in sua casa e suoi popoli tutto quello che rimaneva di vita nazionale durante il mezzo secolo di suo regnare. È impossibile non far come i sudditi di lui, non amarlo a malgrado tutti i suoi difetti: fu uomo di buona volontá italiana.—Il rimanente dell’Italia d’allora val pochi cenni. Oltre la successione dei Gonzaga che turbò l’Italia, due altre ne furono che senza turbarla ne mutarono alquanto la distribuzione. Succeduto ad Alfonso II, duca di Ferrara e Modena, Cesare suo figliuolo naturale [1597], il papa non gli volle lasciar Ferrara feudo pontificio; e disputatone alquanto, l’ebbe per trattato [1598]; e la casa d’Este rimase bastarda e ridotta a Modena, fino a che s’estinse.—In Urbino, avendo il vecchio Francesco Maria II della Rovere perduto nel 1623 il figliuolo unico che lasciava una figliuola unica granduchessa di Toscana, ei rinunciò al ducato, feudo pontificio ancor esso, che fu riunito cosí agli Stati della Chiesa.—In Parma e Piacenza, ad Ottavio Farnese, morto nel 1586, succedette Alessandro figliuolo di lui, che fu illustre capitano negli eserciti spagnuolie combatté a Lepanto, ne’ Paesi bassi, di cui fu governatore, ed in Francia. E per questi meriti fu lasciata finalmente, fin dal tempo di suo padre [1585], la cittadella di Piacenza a’ Farnesi. Ad Alessandro, morto nel 1592, succedettero Ranuccio II figliuolo di lui, e morto questo nel 1622, il figliuolo di lui Odoardo.—In Toscana, a Francesco I, morto (dicesi di veleno) nel 1587 senza figliuoli, succedette il fratello di lui Ferdinando I, giá cardinale, che fu buon amministratore dello Stato, buon promotor di commerci ed agricoltura e lettere, e fece guerra ai ladri interni ed ai barbareschi, a cui prese una volta Bona in Africa. Al quale morto nel 1609, succedette Cosimo II, figliuolo degno di lui. Al quale, morto nel 1622, succedette il fanciullo e dammeno Ferdinando II. E tutti o quasi tutti questi principotti furono molto protettori di lettere, ma al modo nuovo che diremo poi.—E tali pure i papi di questo tempo: Gregorio XIII che riformò il calendario nel 1582, e pontificò fino al 1585; Sisto V [Peretti, dal 1585 al 1590], che fu il gran distruttor de’ ladri, il grande avanzator dell’opere d’Alessandro VI e di Giulio II a pacificar gli Stati della Chiesa, del resto persecutor d’eretici in Germania e Francia, grande edificator di monumenti in Roma; Urbano VII [Castagna], che regnò pochi giorni nel 1590; Gregorio XIV [Sfondrato, 1590-1591], che compiè l’opera di Sisto V contro ai ladri e banditi; Innocenzo IX [Facchinetti, 1591]; Clemente VIII [Aldobrandini, 1592-1605], che ricevette in grembo alla Chiesa Enrico IV di Francia, e riuní Ferrara; Leone XI [Medici, 1605]; Paolo V [Borghese, 1605-1621], che scomunicò Venezia, e finito San Pietro, vi pose suo nome; Gregorio XV [Ludovisi, 1621-1623], istitutor della congregazione della propaganda; Urbano VIII [Barberini, 1623-1644]. I nomi de’ quali, rimasti quasi tutti di famiglie grandi per ricchezze, accennano che parecchi di questi papi non si salvarono dal vizio del secondo nepotismo; ma fuor di ciò furono tutti buoni pontefici, e, secondo i tempi, buoni principi.—Di Venezia, sarebbe a dire quella accanita disputa ch’ella ebbe [1606-1607] con papa Paolo V, e in che si fece famoso fra Paolo Sarpi di lei teologo. Gli storici, le memorie del tempo, e Botta poi, si fermano lungamente in essa, ed in alcune altreche furono e prima e dopo tra’ papi e principi italiani. Ma noi, oltreché v’avremmo poco spazio, e che tali contese tra le potenze temporali e la ecclesiastica ne vorrebbon pur molto per essere bene spiegate e capite, confessiamo di porvi oramai poca importanza. Queste dispute, per qualche ecclesiastico o qualche affare che i tribunali civili ed ecclesiastici avocavano a un tempo a sé, per li diritti d’asilo nelle chiese, per istabilire od estendere il tribunale dell’Inquisizione, parvero, in vero, grossi affari a que’ tempi ove non n’eran de’ grandi; e son segni appunto di ciò. Ma ciò detto, non mi paiono piú importanti che tanti altri affari speciali di giurisprudenza o legislazione civile o militare o marinaresca, che tralasciamo per forza. Ché anzi, se abbiamo a dir tutto il pensier nostro, crediamo che parecchi di coloro i quali s’estendono in ciò, ciò facciano (a malgrado la noia propria e de’ leggitori) per rivolgergli a quel pochissimo che resta di tali dispute a’ nostri dí, ed in che essi pongono tuttavia un’importanza che noi non sappiamo assolutamente vedere. Non è la potenza ecclesiastica l’usurpatrice de’ nostri dí; tal non era nemmeno nel Seicento; giá difendevasi, indietreggiando dalle sue pretensioni antiche fin d’allora, ed ella si difende ed indietreggia ora piú che mai; ondeché, tutto ciò che si rivolge d’ire e d’attenzioni contro ad essa, sono ire ed attenzioni perdute contro a’ veri usurpatori. «Dividi e impera» è vecchio arcano d’imperio, e messo in pratica fino a ieri ed oggi. Ed egli implica e fa lecito e debito il suo contrario, l’arcano di liberazione, «uniamoci per liberarci»; uniamoci principi e popoli, nobili e non nobili, tutti gli educati, e gli ineducati stessi, educandoli; e militari e civili, e massime laici ed ecclesiastici, secolari e regolari, fino ai frati, fino ai gesuiti, fino ai piú esagerati, e giá colpevoli di lá o di qua, che vogliano unirsi a virtuosamente operar per la patria, fino a coloro che avessero perseguitati od anche calunniati non solamente noi, ma gli stessi amati da noi[2]. Piú attenzione forsemeriterebbe, se ne avessimo luogo, una guerra tra Venezia e gli uscocchi, pirati dell’Adriatico [1601-1617], protetti o almen tollerati da casa d’Austria; un trattato fatto a Madrid [1617] vi pose fine. E l’anno appresso [1618] successe quella congiura che parve mirare a non meno che alla distruzione della repubblica; e che compressa, secondo l’uso di lei, con prontezza e misterio, resta dubbio quanto fosse vera e pericolosa, e se di semplici venturieri, o se promossa da Spagna, o se anzi da uno o due dei governatori spagnuoli in Italia che volessero ribellarsi e farsi essi signori.—Del resto, i due Stati spagnuoli, Milano e il Regno, peggiorarono via via. A Filippo II, il Tiberio della monarchia spagnuola, erano succeduti Filippo III [1598] e Filippo IV [1621], che ne furono poco piú che i Claudi o i Vitelli. Governaron per essi un duca di Lerma, un d’Uzeda e un conte duca d’Olivarez, via via piú assoluti a Madrid, al centro di quel grande imperio. S’imagini ognuno come governassero i viceré e governatori lontani. Depredavansi le entrate ordinarie, supplivasi con istraordinarie; vendevansi, ripiglianvansi i feudi, si alzavano, s’esageravano gli appalti, non si badava ai popoli ma all’erario, o piuttosto questo stesso non era se non un pretesto, una via per cui passavano le ricchezze, cioè, senza metafora, il sangue de’ popoli. Ma a che perdere spazio in tutto ciò? Quando anche n’avessimo piú, non potremmo far meglio che rimandar i leggitori all’immortal ritratto fattone dal Manzoni. Niuna storia, nemmen quella splendidissima di Botta, può arrivar a dare una cosí viva e giusta idea del disordine, delle prepotenze, delle depredazioni, delle pompe, degli avvilimenti in che giacquero i popoli italiani sotto al governo ispano-austriaco.

15. Vittorio Amedeo I, Francesco Giacinto, Carlo Emmanuele II [1630-1675].—Se la Provvidenza avesse dato immediatamente al Piemonte un secondo regno di mezzo secolo e d’un principe simile a Carlo Emmanuele I, casa Savoia sarebbe forse diventata regina di mezza Italia, ovvero ella si sarebbe rovinata del tutto. Ma la Provvidenza sembra aver destinata quella casa a un crescer costante, ma lento; ed ella frappose ai due regni, simili perlunga e grande operositá, un intervallo di quarantacinque anni, e tre principi minori con due reggenze.—Succeduto Vittorio Amedeo I [luglio 1630], continuò la guerra della successione di Mantova pochi altri mesi; poi si venne a’ trattati; e per quelli di Cherasco [6 aprile 1631] e Mirafiori [5 luglio 1632] rimasero. Mantova e Monferrato al Nevers-Gonzaga; Alba, Torino ed alcune altre terre a Savoia. Ma questa ebbe a dar Pinerolo a’ francesi, e cosí fu riaperta a questi l’Italia, e disfatto il benefizio di Carlo Emmanuele quando aveva avuto Saluzzo in cambio alle province francesi. E posossi per poco. Ché, signoreggiata Francia dal Richelieu, questi riprese l’idea d’Enrico IV di diminuir casa d’Austria, massime in Italia, ed a ciò [11 luglio 1635] fu firmato in Rivoli un trattato tra Francia e Savoia, a cui aderirono Parma e Mantova, ed applaudí Urbano VIII, il papa Barberini che fu o apparve primo dopo il Caraffa a prender noia del giogo spagnuolo e volgersi a Francia. Cosí riaprissi la guerra, che durò poi variamente ventiquattro anni. Ma Vittorio Amedeo, generalissimo della lega, non la condusse che due anni. Morí ai 7 ottobre 1637.—Allora si aggiunse una contesa di famiglia, e diventò guerra civile, la sola che sia stata mai in Piemonte. Succedeva ad Amedeo suo figlio di cinque anni, Francesco Giacinto; e fu presa la reggenza dalla vedova madre di lui, Cristina di Francia, figliuola di Enrico IV, donna di alti e gentili spiriti, come il padre. Aveva contro a sé, Spagna aperta nemica; Francia o almen Richelieu avidi amici che volean tiranneggiarla; e i due cognati, Tommaso buon guerriero al servigio di Spagna, e Maurizio pure spagnuolo di parte, che le contrastavano la reggenza appoggiandosi bruttamente a Spagna, nemica allora di lor famiglia, nemica naturale di ogni principe indipendente italiano. Dichiararonsi mentre Leganes e gli spagnuoli invadevano.—Morí in questo [giugno 1638] il duca fanciullo Francesco Giacinto; e succedette suo fratello piú fanciullo Carlo Emmanuele II. Nel 1639, il Piemonte fu quasi tutto de principi zii. Nella notte del 26 e 27 luglio, sorpresero Torino. Madama reale (come si chiamava la duchessa) ne fuggí prima in cittadella, poi qua e lá fino a Grenoble, ma lasciando ilfigliuolo chiuso in Monmelliano con ordine al governatore di non dar né figlio né fortezza, nemmeno per niuno scritto di lei; e cosí salvollo dal Richelieu che lo voleva. Nel 1640, fu ripresa Torino, e tornovvi madama reale. Nel 1642, si fece accordo tra lei e i cognati; e le rimase la reggenza fino al 1648, e naturalmente poi per piú anni il governo del figliuolo maggiorenne ma adolescente. E durò la guerra ma lungamente tra Francia e Spagna. Ravvivossi nel 1656 colla presa di Valenza, ma senza grandi risultati nemmeno. Erano i tempi della decadenza in Ispagna, e della Fronda in Francia. Finalmente, addí 17 novembre 1659, facevasi la pace de’ Pirenei tra Spagna e Francia; e fu firmata per questa dal Mazzarino, cardinale italiano e successore al Richelieu nel ministero. E cosí liberato Piemonte da amici e nemici, regnò Carlo Emmanuele II tranquillo, splendido, edificator di chiese, palazzi e ville, protettor di lettere, buono ed elegante principe. Disputò vanamente per il titolo di re di Cipro con Venezia; e pacificatosi, le mandò il marchese di Villa suo generale ed un corpo di truppe, ad aiutar Candia assediata dai turchi. Mosse due cattive guerre contro a’ valdesi, e le finí lasciando le cose come prima. Nel 1670, aprí tra’ dirupi di Savoia una strada a Francia, opera alla romana, ammirata e superata da Napoleone, che se Dio voglia sará superato da’ principi nostri, aiutati dalla presente civiltá. Nel 1672, mosse guerra a Genova; ma non riuscí a nulla nemmeno esso, e si rifece pace nel 1673, per mediazione e minacce di Luigi XIV di Francia. Morendo [12 giugno 1675], fece aprir le porte del palazzo, per vedere il popolo suo che amava riamato. Fu de’ pochissimi di casa Savoia, che non conducessero le armi sue.—Il resto d’Italia non ebbe in questo tempo nemmeno il solito vantaggio di giacere in pace. I ducati settentrionali, Parma, Modena, Mantova con Monferrato, furono attraversati da combattenti, e sforzati di prendere parte a quasi tutta la guerra fino alla pace de’ Pirenei. Oltreché, essendo Ottavio Farnese carico di debiti, ed avendo ipotecato a’ creditori il ducato di Castro e Ronciglione, papa Urbano VIII (forse per investirne i Barberini suoi nepoti) li sequestrò; e ne nacque, frammista alla guerragrossa, una piccola, in cui Venezia, Modena e Toscana mossero per il Farnese [1641-1644], finché fu fatta pace [1644]. Ma succeduto a Ottavio Ranuccio II figliuolo di lui, e guastatosi per la nomina di un vescovo con papa Innocenzo X, si riaprí la guerra; e questi sequestrò di nuovo Castro e Ronciglione, che furono incamerati e ritenuti, anche dopo la pace ed altri trattati, per sempre, dalla Santa Sede. E rimase confermata la riunione d’Urbino alla morte di Francesco Maria, l’ultimo Della Rovere [1636]. D’allora in poi, da due secoli in qua, gli Stati della Santa Sede furono tali quali sono ora (salvo che l’Austria occupa ora militarmente Ferrara, e stabilmente un lembo di Oltrepò).—In Modena successero Alfonso IV, figlio di Francesco I [1658], e Francesco II, figlio di Alfonso IV [1662].-In Mantova e Monferrato, giá diminuito, successero Carlo II figliuol del primo [1637], e Carlo III (che vedrem l’ultimo di quella terza schiatta di Monferrato) figliuol del secondo [1665].—In Toscana, al pacifico e letterato Ferdinando II succedette il pacifico e letterato Cosimo III [1670].—In Roma, ad Urbano VIII Barberini, succedettero, Innocenzo X [Panfili, 1644-1655], che perseguitò i nipoti del predecessore, e ingrandì i suoi; Alessandro VII [Chigi, 1655-1667], che non volle dapprima ma finí con nepotizzare egli pure, e che per una zuffa di servitori di casa sua e dell’ambasceria francese, ebbe a soffrir le prepotenze di Luigi XIV e fargli scuse; Clemente IX [Rospigliosi, 1667-1670], e Clemente X [Altieri, 1670-1676], nepotisti essi pure.—Venezia ebbe a sostenere una gran guerra contro a’ turchi, che le assaliron la bella ed ampia isola di Candia: e vinseli in due battaglie navali, ma perdette l’isola finalmente nel 1669.—Genova fece poco piú che poltrire, salvo quella volta che si difese contra Carlo Emmanuele II. E le province spagnuole pativano, ed erano spogliate peggio che mai; ma Milano senza muoversene; Sicilia e Napoli, all’incontro, mostrando velleità piccole e varie di sollevazioni. Il fatto sta, che, dei grandi imperii antichi o nuovi i quali furono al mondo, niuno forse fu piú mal connesso, piú mal costituito, piú mal governato che quello spagnuolo. Vantavasi che vi splendesse a tutt’ore il sole girando intornoall’orbe. Ma quest’era appunto il gran vizio di esso; era immane e disseminato, forse oltre alla potenza governativa di qualsiasi governo, certo oltre a quella di que’ principi oziosi, e di que’ lor ministri e cortigiani depredatori. E giá s’era venuto sfasciando, scemando quell’imperio per ribellioni numerose: quella de’ mori di Granata, che, vinti e cacciati in Africa, lasciarono scemata la popolazione spagnuola; quella de’ Paesi bassi, staccatisi ed ordinatisi in bella e durevole repubblica; quella di Portogallo, rivendicatosi in regno indipendente; quella di Catalogna, erettasi essa pure a repubblica, quantunque per poco. Ultimi a seguir tali esempi furono i pazientissimi italiani; anzi ultimi e minimi, senza disegno, senza vigoria, senza prudenza, senza costanza, senza pro. Una carestia ne fu causa od occasione in Sicilia. Sollevossi la infima plebaglia contro al pretor di Palermo, che aveva scemate le pagnotte; poi contro a Los Velez viceré. Un Nino della Pelosa fu primo capopopolo; vollero accostarsi a’ nobili, e far re un de’ Geraci che avean nome di esser sangue dei re Normanni. Ma né questi volle, né gli altri nobili si scostarono da Spagna, né il popolo perdurò; e Nino con tre altri furono strozzati, quaranta mandati alle galere. Poi, una rissa tra alcuni servitori d’un nobile e alcuni plebei risuscitò il chiasso. Giuseppe d’Alessio, battiloro, ne rimase capo, fu gridato capitano generale del popolo, sindaco perpetuo di Palermo. Los Velez s’imbarcò, ed Alessio fece da viceré, governò assoluto e pomposo. Altre città si sollevarono. L’Alessio perdé il cervello, richiamò il viceré; ed unitisi, viceré, nobili ed ecclesiastici insieme, e stancandosi, al solito, il popolo, fu preso e decapitato, l’Alessio con una dozzina d’altri o piú, e tutto tornò come prima. —Né diversamente in Napoli, quantunque ivi fosse l’estremo della tirannia spagnuola. Narra il Botta che piú di cento milioni di scudi, cioè un cinquecentocinquanta milioni di franchi, i quali al ragguaglio del valore attuale de’ metalli sarebbono un miliardo e piú, furono tratti dal Regno in tredici anni [1631-1644] da due viceré; e che molte famiglie di Puglia e Calabria migrarono a’ turchi; e che un viceré si vantò di lasciar il Regno ridotto a tale, che quattro famiglie non vi rimanevano ove sipotesse cuocere una buona vivanda; e che disse un altro;—E’ si lagnano di non poter pagare? Vendan le mogli e le figliuole!—Succedette un viceré men cattivo, l’almirante di Castiglia, un respiro; ma poi il duca d’Arcos, di nuovo predatore e crudele. Il quale non sapendo piú di quale erba far fascio, quali gabelle aggiungere alle tante poste e cresciute, posene una sulle frutte, che sono lá pascolo de’ piú poveri. Al 7 luglio 1647, volendosi levar la nuova tassa, un fruttaiuolo rovescia irato i panieri, e li calpesta; si fa tumulto, e vi si pone a capo Masaniello, un pescivendolo, bel giovine e di credito fra’ popolani. S’avventano a’ palazzi de’ nobili, e vi rompono ed ardono quanto possono, ma senza predare; gridano voler i privilegi, lo Stato come era sotto Carlo V, ma non rinnegano l’obbedienza al re presente, e come in Sicilia, fanno un capitano generale del popolo, Masaniello. E questi pure governa con prudenza, giustizia e gran pompa alcuni dí. Cento sedici mila della milizia napoletana ei rassegna, non caccia il viceré, ne è trattato da pari a pari. Dura cosí un otto dí; poi anch’egli n’impazza a un tratto, dopo una visita al viceré che fu creduto l’attossicasse. Ma è chiaro che sarebbe stato piú facile e piú spedito farlo ammazzare, che farlo impazzir con veleno. Ad ogni modo, abbandonato dal popolo, alcuni congiurati l’ammazzarono a schioppettate come una fiera [16 luglio]. Il popolo lo seppellí con tardi onori, e non si posò. Fecero un secondo capitano generale, un nobile, Toraldo principe di Massa; e insospettitine, l’uccisero. Ne fecero un terzo, un popolano, archibusiere, Gennaro Annese. Sotto il quale o piú ribelle o traditore, o forse or l’uno or l’altro, s’inasprí il popolo, rinnegò l’obbedienza, ricorse al papa e a Francia da’ quali fu respinto, e al duca di Guisa, un signor venturiere francese discendente dagli Angioini. Venne costui, e governò il popolo coll’Annese; poi si guastò con lui, e Annese si raccostò all’Ognate nuovo viceré; e i due insieme, coll’almirante di Castiglia venuto su d’una flotta spagnuola, cacciarono il duca, che fu preso e condotto a Spagna, e tenutovi prigione a lungo; mentre l’Annese traditore fu tradito dagli spagnuoli, e preso pur esso e decapitato ed impiccati alcuni altri popolani. E cosífinirono queste sollevazioni [1648]. Poco appresso il Mazzarino le volle ravvivare, e mandò con una flotta francese il principe Tommaso di Savoia, giá tutto spagnuolo, or avido di tôrre a Spagna un regno. Ma questi non approdò nemmeno. Succeduto poi a Filippo IV il figliuolo di lui, Carlo II, incapacissimo ed ultimo degli Austriaci spagnuoli [1665], sollevossi [1674] Messina, e chiamò francesi, e bandì re Luigi XIV, e guerreggiossi ivi e in gran parte dell’isola quattro anni; fino a che Luigi XIV e i francesi l’abbandonarono, e gli spagnuoli incrudelirono nelle vendette.—Ed anche a Fermo si tumultuò in simili modi, cioè inutilissimamente. Noi vedemmo giá intorno alla metà del secolo decimoquinto il tempo aureo delle congiure. Ora alla metá di questo decimosettimo si può dir quello delle sollevazioni popolari ne’ principati (perciocché non parlo di quelle fatte giá nelle nostre repubblichette, dove elle furono quasi mezzo legale o costituzionale di governo). Del resto, inefficaci vedemmo le congiure, ed inefficaci vediamo le sollevazioni. Ma, scellerate le prime senza dubbio e sempre, niun uomo ardirebbe dir sempre scellerate le seconde; non quelle sorte senza congiura, senza ambizioni, per giusta ira comune contro ad una vera e scelleratissima oppressione. Ma qui sta il punto, qui la gran differenza tra quelle sollevazioni del Seicento, e quelle che si fanno o si vorrebbon fare nell’Ottocento; ché allora appunto erano reali ed estreme le oppressioni, le tirannie, e toglievano le vite o i mezzi delle vite, le ultime sostanze al popolano, alla moglie ed a’ figli di lui: mentre ora non sono tali tirannie; e ciò che «tirannia» si chiama, non pesa su quelle vite o quell’ultime sostanze, né nemmeno su que’ popolani, ma piuttosto od anche solamente sulle ambizioni, sulle opere de’ ricchi nobili o borghesi, sulla partecipazione che essi desiderano a’ governi; la quale, sia pur giustamente desiderata, non è desiderata dall’universale del popolo, non importa a lui. Dal che si conchiude poi facilmente: primo, che quelle sollevazioni del Seicento furono senza paragone piú innocenti che non sono o sarebbon queste nostre; e secondo poi, che se quelle piú innocenti e sorte dall’offese vere fatte agli interessi popolari furono pure mal sorrettedal popolo, molli, brevi, insufficienti, inefficaci, tanto piú è naturale che sieno queste, le quali si fanno o farebbono senza il motore degli interessi universali.

16. Vittorio Amedeo II [1675-1700].—Or torniamo all’ultimo quarto del languido Seicento, e finiamolo.—In Piemonte incomincia un nuovo regno anche piú lungo che non quello di mezzo secolo di Carlo Emmanuele I, sorge un principe anche piú grande, Vittorio Amedeo II. Fanciullo di nove anni, crebbe sotto la reggenza di sua madre, Maria Giovanna, nata d’un ramo collaterale di Savoia. Né fu turbata se non da una sollevazione di Mondoví [1679], fattasi contro alle tasse, e in breve per allora repressa. Nel 1681, Carlo Gonzaga carico di debiti vendeva Casale a Luigi XIV, il quale aveva giá Pinerolo, e diventava cosí piú che mai signore in Piemonte. E dicesi volesse diventare del tutto, e perciò favorisse un progetto di matrimonio del duca di Savoia con una erede presuntiva di Portogallo; sperando, ch’egli andrebbe a regnar lá, e Piemonte, governato da lungi, se ne scontenterebbe e volgerebbesi a Francia. Ma perciò appunto sollevossi l’opinione piemontese contro tale idea; e resta memoria, che uno della corte dicesse al duca, con parola piú grossa che non dico io:—Che altri sudditi andate voi cercando? Piú buona gente di noi non la troverete in nessun luogo.—Né, tolta la rozzezza, fu mai detta piú gran veritá, o piú utile a ridir ora per tôr di mezzo molte vane speranze e molti vani timori: non esiston popoli e principi piú fatti gli uni per gli altri, piú indissolubilmente uniti dai secoli e dalla natura, che piemontesi e casa Savoia.—Ad ogni modo, fu rotto il matrimonio portoghese. E intanto fatto adulto il duca e continuando la madre a voler reggere, egli sostò alquanto per rispetto e vergogna, ma scoppiò poi per natura, e prese in mano il governo. Era poi il tempo della maggior potenza o prepotenza di Luigi XIV, e si faceva sentire anche in Italia. Nel 1684, guastatosi con Genova per non so che affar di sali, la facea bombardare crudelmente, e il doge andava a far le scuse a Versailles. Quali tempi! Nel 1686, spingeva il giovinetto duca a volgersi contro a’ valdesi, e cacciarli di lor valli; come egli Luigi XIV(dopo revocato l’editto di tolleranza di Nantes) avea cacciati gli ugonotti. Nel 1688, volle sforzare papa Innocenzo XI a lasciar l’asilo de’ malfattori nel palazzo dell’ambasciador di Francia a Roma; e non gli riuscendo, sequestrò Avignone. Ma quel buono e forte papa resistette allora colla pazienza; e tra breve resistette e sollevossi il duca di Savoia con l’armi. In Roma e Savoia era ogni resto di virtù italiana; l’ecclesiastica ne’ papi, la militare ne’ duchi piemontesi. Ai 3 giugno 1690, s’aggiunse Vittorio Amedeo alla lega di quasi tutta Europa contro al prepotente Luigi XIV, e riaprí lor valli a’ poveri valdesi. Scese Catinat a capo d’un esercito francese, e devastò Piemonte, incendiando case e villaggi, ed ammazzando popolazioni innocenti; e vinse una gran battaglia a Staffarda [1690]. Ma vinse il duca a Cuneo [1691] ed invase Delfinato [1692]; e stava per saccheggiare a rappresaglia, quando il vaiuolo sorvenutogli lo salvò di quella nequizia, e lo fece ritrarsi. Vinse Catinat una seconda gran battaglia a Marsiglia [1693]; ma perdé Casale nel 1695. Ondeché, stanco giá Luigi XIV, e volendo provedere colla pace alla prossima eventualitá della morte e della successione di Carlo II di Spagna, s’allentò in Italia la guerra, e s’incominciarono negoziati; e si conchiusero con un trattato [30 maggio 1696], per cui Vittorio Amedeo riebbe tutto suo Stato, Pinerolo stessa, quella ultima spina straniera rificcatagli in corpo. Che piú? In questo trattato, uno de’ piú belli firmati mai da casa Savoia, Vittorio Amedeo fece da arbitro d’Italia cosí, che vi patteggiò la neutralitá universale di essa. La quale poi non riconosciuta da Spagna sua antica alleata, ei si volse contro essa, e la sforzò ad aderire; e cosí egli condusse alla pace universale, che si fece poco appresso a Riswick [1698]. E quindi esso il glorioso guerriero e pacificatore, e il pacificato Luigi XIV, e Spagna, e tutti, posarono aspettando, ed apparecchiandosi con nuovi trattati (tutti inutili poi) all’evento della grandissima successione.—Nel resto d’Italia, intanto, non eran succeduti guari altri casi. In Parma, era a Ranuccio II succeduto il figliuolo di lui Francesco [1694].—Ed era succeduto nel medesimo anno a Francesco II, Rinaldo suo figliuolo, in Modena.—In Mantova e Monferratocontinuava Carlo II, il venditor di Casale.—E continuava Cosimo III in Toscana.—In Roma pontificò Innocenzo XI [Odescalchi, 1676-1689], buon papa, non nepotista, quegli che resistette a Luigi XIV, quegli che confortò l’immortal Sobieski, gl’immortali e generosi polacchi, a salvar dai turchi, cioè dalla distruzione [1683], quella casa d’Austria, quell’aristocrazia, quella Vienna, or tanto immemori! Seguirono Alessandro VIII [Ottoboni, 1689-1691]; Innocenzo XII [Pignatelli, 1691-1700], papa ottimo anch’egli, che non solamente non fu nepotista, ma fece una bolla [1692] contro al nepotismo, e vi pose l’obbligo di giurarla a tutti i cardinali entranti in conclave e a tutti i papi nuovi; onde fu, non estirpato pur troppo, ma scemato il brutto vizio, durante il secolo seguente. E governò lo Stato non solamente colla bontà solita, ma con ordine insolito colà.—Finalmente, Venezia anch’essa parve ridestarsi alquanto in quegli anni; ché aggiuntasi ad Austria e Polonia nella guerra contro a’ turchi, guerreggiò fortemente, costantemente, quindici anni [1684-1699], ed ebbe un ultimo grand’uomo di guerra e di mare, il Morosini; il quale conquistò a sé il nome di «peloponnesiaco», ed alla patria la Morea, Egina, Santa Maura e parecchi luoghi di Dalmazia. La pace di Carlowitz [1699] sancí tutte queste conquiste; sancì il primo indietreggiare della potenza ottomana, giunta al colmo, minacciante Germania e la cristianità poc’anni addietro.


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