17. Una digressione.—Io non so lasciare il tristo Seicento, senza spender alcune righe a combattere qui uno storico sempre eloquente e ben intenzionato, per vero dire, ma troppo sovente cattivo politico, a parer mio, cattivo intenditor de’ tempi che descrive, e di quelli a cui scrive. Il quale dice dunque di questi del Seicento: «Gran differenza si osservava allora in Italia fra i paesi soggetti alla signoria spagnuola ed a quella di Savoia d’un lato, e le due repubbliche di Venezia e di Genova, lo Stato ecclesiastico e la Toscana dall’altro: quelli erano infelicissimi; questi se non appieno felici, almeno in minor grado di infelicità costituiti. Della quale diversità assai manifesta è la cagione: i primi obbedivano a signori che si dilettavan di guerra; i secondi, a chi era amatore di pace». Ora io quiveggo tre errori importanti a notare, siccome quelli d’uno scrittore il quale è forse piú di nessun altro nelle mani de’ nostri compatrioti; tre errori dico, uno storico, uno politico, ed uno filosofico o morale.—Errore storico o di fatto parmi il dire, che fossero egualmente o similmente infelici i popoli della monarchia di Savoia e quelli delle province spagnuole. Certo le sollevazioni popolari cosà frequenti, cosà grosse, cosà centrali de’ due regni spagnuoli, non furono nella monarchia di Savoia. Qui non s’ebbero, se non quelle molto minori, parziali, e per cause speciali, de’ valdesi e di MondovÃ. E qui, all’incontro, fu fatta una sollevazione, tutta lealtà ed amore, da’ torinesi contra a’ francesi, un dà del 1611, che si sparse la voce, aver questi morto il duca Carlo Emmanuele I; il quale fu pure il principe di Savoia che abbia mai stancato di piú guerre e piú tasse i popoli suoi. Ancora, quell’altro Carlo Emmanuele II che morà in mezzo al popolo suo introdotto in palazzo (di che non so forse una piú bella scena in nessuna monarchia), quel Carlo Emmanuele II, egli pure avea stanco di guerra nella prima metà del regno suo e stanco di edificazioni nella seconda metà i popoli suoi. Come tuttociò? Come tant’amore reciproco? Certo, o bisogna dire che i piemontesi d’allora fossero il piú vil popolo del mondo ad amar cosà i loro oppressori (il che è dimostrato falso dalla loro perseveranza ed alacrità militari, che son qualità incompatibili coll’avvilimento de’ popoli); o bisogna dire che fosse pure alcun che, che unisse que’ principi e que’ popoli piemontesi sinceramente, strettamente, appassionatamente tra sé, a malgrado le gravezze. Né è poi difficile a scoprire quell’alcun che. Appunto, perché non vili originariamente, e non corrotti dalla invecchiata civiltà e dalle scellerate politiche del resto d’Italia, ma anzi nuovi, ma virtuosamente rozzi e quasi antichi erano que’ piemontesi, perciò virtuosamente, alacremente soffrivano le inevitabili gravezze recate dagli stranieri, e pesanti sui principi loro non meno che su essi; e soffrendole insieme, si compativano, si stringevano, si amavano; ed insieme con amore operando, erano meno infelici nelle sventure, felicissimi ne’ ritorni di fortuna. E poi, qual paragone fare tra le gravezze,tra le tasse piemontesi, fossero pure eccessive ma rimanenti in paese, e quel miliardo che lo stesso Botta accenna portato via in tredici anni dal solo Regno di qua del Faro? Qual paragone tra le vite spente sui campi, od anche tra gli stenti di guerra, e quelle spegnentisi a poco a poco sotto alle spoliazioni fatte dai viceré stranieri, e lor cortigiani spagnuoli o regnicoli, e lor donne, e lor servi, ed i servi de’ loro servi? Quale sopratutto (se agli effetti umani si miri solamente) tra la stessa immoralità , libera almeno, della corte piemontese, e quelle infami parole, «vendan le mogli e le figliuole»? No, no, non son sogni poetici o filosofici, sono realità della natura umana (non cosà corrotta, grazie al cielo, come la dicono troppo sovente quello ed altri storici piangitori), sono realità le consolazioni della nazionalità , dell’unione, del sacrifizio, dell’amor reciproco di principi e popoli, concordemente soffrenti o trionfanti.—Più grave ancora parmi l’error teorico o politico del dividere l’Italia del Seicento troppo innaturalmente: Savoia indipendente e province spagnuole da un lato, e tutti gli altri Stati piú o meno dipendenti dall’altro lato. Qui è tutto perduto di vista quel sentimento d’indipendenza, che è giá altrove troppo sovente negletto da quello ed altri scrittori di nostre storie; e che, ripetiamolo, è quello pure che ispira e guida senza eccezione tutte le storie dell’altre nazioni antiche e moderne. Quando cosà veramente, come non furono, fossero stati del paro infelici Piemonte indipendente e province spagnuole, quando del paro piú felici gli altri Stati italiani, la divisione non dovrebbe farsi a questa norma della felicità , ma a quella sempre, a quella sola della indipendenza. O siamo italiani, o non siamo. Ma se, come certo il voleva ed era Botta, noi siamo; non sono i gradi di felicità , ma quelli della nazionalità , a cui dovremmo badare per istabilir le differenze, le divisioni degli Stati italiani. Dal dÃ, che, sceso Carlo VIII, incominciarono ad essere in Italia Stati stranieri e Stati nazionali, questa differenza fu, è, e sarà sempre la essenziale da osservare; quella, rimpetto a cui non sarebbe da badare a felicità , se non che appunto la felicità materiale per lo piú (si ritenga a mente il miliardo), e sempre poi lamorale (si ritenga il consiglio di vender moglie e figliuole), furono, sono e saranno dalla parte della nazionalità o indipendenza. —Finalmente, error morale o filosofico mi par che sia il dire cosà assolutamente causa d’infelicità la guerra, causa di felicità la pace. Noi viviamo in tempi di pace, e, dirollo francamente contro a molti di qua e di lá, virtuosa perché operosa pace, in generale. Ma se, ma quando o dove la pace nostra non fosse operosa, quando e dove somigliasse a quella oziosissima in che marciva tanta parte d’Italia nel Seicento, io m’affido che nessuno un po’ altamente senziente direbbe piú siffatta pace felice. Certo cbe le vite degli uomini sono un gran che; certo che lo spegner vite in pace a vendetta, a profitto privato od anche pubblico, senza missione, od anche con missione, ma senza necessità , è un gran delitto; e ciò fu mostrato, ciò svolto mirabilmente da un altro illustre scrittor nostro, il Gioberti, nelle piú belle pagine di lui. Ma in guerra, ma lá dove il sacrifizio delle vite è volontario, legittimo, bello e santo, egli è pure talor felice a chi il fa, e sempre alla patria per cui si fa; ed è, perdonamelo tu, o figliuol mio, meno crudele agli stessi sopravviventi. Senza sacrifizio della vita non si fa nulla di grande, nulla anzi di normale in questo mondo. Il mondo va innanzi a forza di vite sacrificate. Una vita divina ed umana sacrificata è il piú gran fatto della storia umana. Una intiera metà del genere umano, quella che chiamiamo la debol metà , fa il sacrifizio della vita continuamente per noi. Senza un sacrifizio uguale, senza il compenso della guerra principalmente, la viril metà rimarrebbe inferiore a quella chiamata debole; non compenserebbe sacrifici con sacrifici, non darebbe vita per vita a quelle dolci creature che gliela offrono ogni dÃ. E in Italia, dove pur troppo colla scemata operosità sono scemate le occasioni de’ pericoli virili, non è opportuno, né virtuoso, scemar con parole la dignità della guerra; dico, della legittima guerra in difesa o ricuperazione de’ diritti della patria o della cristianità .—E mi si perdoni essermi fermato a segnalar siffatti errori. Gli errori de’ grandi sono i soli che ne vaglian la pena; e chi ciò fa, fa atto di rispetto a lor grandezza.18. Le colture straniere derivate dall’italiana in questo periodo [1559-1700].—Noi dicemmo che i diversi popoli cristiani, tedeschi, francesi e spagnuoli, accorsi da parecchi secoli in Italia, non presero, dopo la rivoluzione comunale, guari nulla dalla nostra civiltà . Ma presero incontrastabilmente non poco dalle nostre colture fin dal secolo decimoquarto; molto, quasi tutto, quando nel decimosesto essi si mescolarono con noi, invadendoci. Parrebbe che i primi a prenderne avrebber dovuto essere tedeschi, cosà mescolatisi molto piú anticamente. Ma, fosse la diversità delle due nature settentrional-tedesca e meridionale-italiana, o che, quando appunto essi furon maturi a prendere nostre colture e mentre giá le prendevano, essi fossero disturbati dalle preoccupazioni, dall’invidie religiose della Riforma, il fatto sta che essi non furono né primi, né secondi, né terzi, ma solamente quarti a questo grande e bel convito da noi imbandito. Né furono primi i francesi, che pur parrebbono aver ciò potuto; essi pure ebbero, quantunque in grado minore, l’uno e l’altro impedimento.—Ad ogni modo, primi furono gli spagnuoli, fratelli nostri meridionali, gemelli nostri di lingua, e come noi, la Dio grazia, rimasti puri da quelle contese religiose che distraggon naturalmente da tutto. Già accennammo che la lingua spagnuola fu, piú anticamente che non l’italiana, scritta nelle loro leggi e ne’ loro canti nazionali, o romances; ma, salvo in queste e poche altre poesie, ella non comparisce letterariamente scritta, se non guari al principio del secolo decimosesto. E comparisce allora primo, o de’ primi, Garcilazo de la Vega gentilissimo poeta, tutto imitatore, ma non servile, del Petrarca e de’ nostri bucolici del Quattrocento. E seguiron via via altri pur tali, che non nomineremo, per non rifare senza necessità di quegli elenchi, co’ quali lo scrittore scontenta sempre tutti i leggitori; gli eruditi, che li trovano mancanti; gli altri, che li trovano sempre soprabbondanti di nomi illustri. Noteremo bensì che la poesia spagnuola si staccò dalla nostra, e superolla di gran lunga sul teatro; dove, tra molti altri, fiorirono Lope de Vega e Calderon, superiori a tutti i contemporanei, salvo l’inglese Shakespeare. Ma di nuovo procedettero da noi e da’ classicilatini risuscitati da noi, i prosatori spagnuoli, gli storici principalmente, primo e principale Mariana, che diede, fin dal secolo decimosesto, a sua patria ciò che non abbiam dato ancora alla nostra, una storia nazionale. All’incontro, pur si staccarono da noi i novellatori spagnuoli, e sommo fra essi, tra i sommi di dappertutto, Cervantes, lo scrittore delDon Chisciotte. In altri generi di prosa non fecer gran frutto; era naturale, non son frutti da colture serve, o peggio da tiranneggiate. E poco fecero in filosofia spirituale; nulla (tralasciando sempre le glorie ignote scoperte da’ frugatori), nulla in filosofia materiale. Ma fecer molto piú che niun popolo non italiano, in arti. Qui piú che in null’altro vedonsi gemelli i due popoli meridionali. Come tutti, gli spagnuoli preser lor arti dalle nostre; ma le preser primi, e vi furono sommi dopo noi, incontrastabilmente secondi. Juan Juanez, il divino Morales ed altri numerosissimi, fra cui s’alza quella triade di Ribera, Velasquez, e sopra tutti Murillo, fanno una scuola ridivisa in altre cosà ricche d’artisti e di mirabili opere d’arte, che non ha l’ugual finora in Francia, Fiandra, Olanda, Germania, o peggio, Inghilterra. E tutto ciò era fatto, ed anzi, giá finito, giá decaduto al finir del secolo decimosettimo.—Seguà seconda delle colture derivate dall’italiana nuova e dall’antica risuscitata, la inglese. Il grandissimo Shakespeare e il gran Bacone sono tutti e due del principio del secolo decimosettimo, quando non era vero fior di coltura fuori d’Italia e Spagna. E il primo prese dall’una e dall’altra i soggetti, i modi, tutte quelle quasi materialitá dell’arte che i sommi non si dan guari fatica a mutare (come fanno i piccoli che non posson altro), certi che sono quelli di riuscir grandi con qualsiasi strumento in mano. Bacone poi egli pure prese molto da’ nostri, dal suo contemporaneo Galileo principalmente; e se non temessi cadere anch’io in quel vizio uggioso di attribuirei noi cosà ricchi le glorie altrui, direi che prese tutta l’essenza di sua gloria, il metodo sperimentale, non solamente giá inventato, ma praticato da Galileo. E terzo grande di quella gran coltura trovasi poi, a mezzo il secolo decimosettimo, Milton, che anch’egli fu e si professò italiano in molte parti, che fu dantescoin alcune, benché poi, come tutti i grandi, simile a sé solo in quelle che fanno sua grandezza. E finalmente sorse verso la fine del medesimo secolo, quarto grande di colá, grandissimo dappertutto, Newton. Questi non imitò nessuno, s’innalzò sulle spalle a tutti, Copernico, Keplero (la sola luce di coltura germanica in tutto questo periodo), e Galileo. E tutto ciò pure era fatto colá alla fine del secolo decimosettimo; ma non era finito. Ché senza decadenza, dopo un riposo, dopo una serie di minori per mezzo secolo, ricominciò colá una nuova etá di poeti, e novellatori, e filosofi materiali e spirituali, e storici, ed oratori, e scrittori economici e politici; giunti quasi tutti in cima a ciascuno di quei generi.—Intanto sorgeva, terza delle derivate, la coltura francese, e (ci si conceda la frase fatta triviale dagli esageratori) sorgeva gigante intorno alla metá del secolo decimosettimo. Prima d’allora, non erano che Montaigne, De Thou, Malherbes. Ma intorno a quell’epoca, dopo le guerre religiose della lega, tra quelle dell’ultimo libero fiatar dell’aristocrazia francese dette della Fronda, sorgono a un tratto sotto Luigi XIV (il quale anch’egli colse cosà le frutta maturate prima di lui) Descartes, Pascal, Corneille, Racine, Molière, La Fontaine, Malebranche, Bossuet, Massillon, Bourdaloue, Sévigné, uomini e donne immortali tra una folla od anzi un esercito disciplinato di minori. I quali tutti, piú che altrove, furono e si professarono seguaci de’ latini, degli italiani e degli spagnuoli primogeniti loro. Veggonsi squarci, scene intiere italiane nelle commedie, citazioni italiane nelle lettere famigliari, classici italiani studiati da Boileau e dagli altri critici; Régnier ed altri, scriventi poesie e prose italiane; e la lingua elegante, la lingua di moda ed affettata in corte, essere stata l’italiana; appunto come s’affettò poi da noi la francese, ed or s’affetta l’inglese, con grave ma inutile scandalezzarsi di alcuni nostri. Sempre, dappertutto s’affettaron le lingue de’ piú colti ne’ paesi piú incolti: né giovano scandali ed esortazioni; il solo rimedio che vi sia, è scriver bene ed utilmente anche noi; il solo modo di porre o ripor una lingua alla moda, è di porla o riporta all’opera, dico a molta e grandeopera.—E di famiglia piú che mai italiana furono l’arti francesi; e tali si mostrarono principalmente i due sommi artisti di colá, Poussin e Claudio, che vissero in Italia, e ritrasser figure e paesi tutto italiani; e tutti gli altri poi, i quali, salvo Lesueur, studiarono e imitarono in Italia. Ed in Francia pure tutto ciò era fatto in poco piú di cinquant’anni, al chiudersi del secolo decimosettimo. Ma in Francia neppure non era finito; che anzi (mi duole il dirlo per que’ misogalli che or abbondano tra noi, ma troppo tardi di mezzo secolo), che anzi, non fu mai colá niun intervallo o riposo, non fu piú una sola generazione letteraria o scientifica senza i suoi grandi, fino a’ nostri dÃ.—Ed ora, senza contare le colture minori, né la germanica allor sorgente in Leibnizio, ora, dico, che si fece, in che si progredà egli contemporaneamente in Italia? in quell’Italia madre della coltura antica latina presa allora a modello universale, madre del risorgimento di quella, madre della sola coltura moderna che fosse stata da tre secoli, stipite dunque indubitato di tutte quelle colture straniere or cosà splendide? In Italia caddero allora piú o meno tutte quante le colture; caddero le une a un tratto, le altre a poco a poco ma pur pronte, tutte quelle lettere che giá trovammo costanti compagne delle libertá interna ed esterna, la poesia, la storia, l’eloquenza, la filosofia spirituale; ritardaron piú lor caduta le arti, che trovammo men costanti alla libertá, piú cortigiane, ma pur caddero; e sole fecero un vero e gran progresso quelle scienze materiali, che trovammo le piú indifferenti alle due libertá. Né caddero certamente le nostre colture per difetto di principi protettori, di grandi mecenati, di corti letterate; ché anzi, grandi, corti e principi d’allora, ne faceano pompa e gara; caddero a malgrado, anzi a cagione di queste stesse protezioni, corrotte in ozi, corrotte a’ vizi, corrotte perciò di gusto inevitabilmente. E quindi, questo nostro Seicento, o piuttosto questi centoquarant’anni di che trattiamo, sono forse il piú chiaro e compiuto commento che si trovi in tutta la storia umana, di questa veritá cosà importante a capacitarcene da senno tutti noi, scrittori liberi, scrittori protetti, o protettori: che la decadenza politica delle nazionitrae e mantiene inevitabilmente seco la decadenza delle colture; che certo sono cose buone le protezioni, le spese, i premi, le onoranze, i musei, le biblioteche, le scuole, le cattedre e le universitá, ma ch’elle non servono di rimedio sufficiente alle colture decadute, finché non si rimedia alle decadute civiltá.—Ma veniamo a’ particolari di ciò che furono tra quei grandi stranieri, i pretesi grandi nostri de’ centoquarant’anni. Non si dimentichi mai tal contemporaneitá da chi voglia giudicarne rettamente, utilmente.19. Colture di questo secondo periodo [1559-1700].—Chi voglia vedere a un tratto che fossero i principi protettori, le corti ospitali e i letterati protetti ed ospitati di questo periodo, può vederlo nella vita di Torquato Tasso. Altro che la corte di Can grande e Dante! Piú giú in protezioni non s’andò mai, né da una parte né dall’altra. Eppure niuna natura forse mai nacque poetica e generosa come quella; e perciò piegando si ruppe. Nacque [11 marzo 1544] in Sorrento di Bernardo Tasso da Bergamo, poeta di conto e giá cortigiano; avea dunque esempi domestici, e quindici anni d’etá nel 1559, all’epoca della servitá d’Italia. Studiò leggi; lasciolle, e intanto fece ilRinaldo, e incominciò laGerusalemme. E dedicato il primo al cardinale Luigi d’Este, entrò in quella corte adolescente. S’innamorò (che par chiaro da molte testimonianze) di Leonora, sorella di quel cardinale e del duca Alfonso secondo; ed a coprir quell’amore, o poterne pur poetare, amò o finse amare una seconda e forse una terza Leonora. Questi amori principeschi e queste finte, o, come si dicevano, schermi, eran di moda fin da’ tempi di Dante e di Boccaccio. Ma eran fuor di tempo in questi secoli, d’amoreggiamenti bensÃ, ma di gradi regolatissimi, di corti ordinate a ciò che chiamavasi «etichetta» o «sussiego» spagnuolo. Né par che fosse mai a Torquato niun amore felice. Povero poeta! Niuno forse visse mai tanto d’imaginativa come lui; niuno conobbe meno le gravi felicitá della famiglia. Cosà passò sua mesta gioventú in Ferrara, e viaggiando or in Italia, ed una volta a Parigi col protettore; e facendo l’Amintaed avanzando nellaGerusalemme. Crescean sue glorie, ma con esse le invidie, le amicizietraditrici, le protezioni fatte sentire, e il suo irritarsi, esaltarsi e divagare; ondeché, per istudio che se ne sia fatto (e niuno forse fu fatto tanto), mal si discernono le colpe de’ protettori e del protetto; e si conchiude con certezza, che mal potean durare l’un con gli altri. L’opinione piú volgare è che scoppiasse, forse concitato dalla gloria, il suo amore; e il duca, offesone, trattasse da pazzo (per clemenza!) il poeta cortigiano; e cosà trattandolo, il facesse impazzir davvero. Un’altra parmi possibile a sostenersi: che il povero Torquato, inquieto per natura e malcontento come Dante, come è inevitabile a un generoso caduto in tal purgatorio, pensasse mutar sito almeno, e passare alla corte o d’Urbino, o di Mantova, o di Firenze, o di Torino; e che di ciò s’indispettisse il padrone (cosà chiamavasi ed era); e questi dispetti reciproci fosser la sola o prima o seconda causa del mezzo impazzir del poeta, seguito da persecuzioni, seguite dall’impazzir ulteriore. Scoppiò tutto ciò, ad ogni modo, un dà che Torquato trasse il pugnale contro a un altro cortigiano in camera della duchessa. Fu imprigionato brevemente, poi rilasciato a condizione di curarsi della pazzia. Ma l’ingiunzione o la cura esacerbarono il male; entrò, volontariamente o no, in un convento di frati (una delle sue malinconie eran gli scrupoli); peggiorò, fuggà nel 1577, capitò a Sorrento dalla sorella, poi a Roma; fu perdonato, tornò in corte a Ferrara. Poi ne fuggà una seconda volta; fu a Mantova, a Venezia, ad Urbino, a Torino; e tornò a Ferrara una terza volta [1579], trattovi dall’abito o dall’amore. Ed ivi, fosse nuovo scoppio di questo o dell’ira sua o del duca, o dell’incompatibilitá reciproca, ivi in breve fu di nuovo preso e chiuso in Sant’Anna, l’ospedale de’ pazzi. Mentre era lÃ, fu pubblicato in parte, e per tradimento, il suo poema in Venezia [1580], poi tutto con suo consenso [1581]; mentre era lÃ, l’accademia della Crusca gli si avventò contro bruttamente; e là egli impazzà davvero, o poco meno; e là fu tenuto sette anni. Liberato finalmente per intervenzione di altre corti, di quasi tutta Italia [5 luglio 1586], errò nuovamente a Genova, a Mantova, a Bologna, Loreto, Roma, Napoli, di nuovo Roma, Firenze, Mantova, Roma, Napoli, e finalmente a Roma per la quarta edultima volta. Volea tornare a Ferrara! Il duca non volle, e fu piú savio. Ritirato al convento di Sant’Onofrio, ivi morà [25 aprile 1595] piú tranquillo che non era vissuto; indi salà ad un’altra realitá, egli che non avea capita mai questa della presente vita. Predecessor di quegli illustri infelici di Rousseau, di Chatterton e di Byron, forse piú grande, certo migliore e piú realmente infelice che tutti questi, lasciò un poema (sia detto a malgrado una moda presente contraria) mirabile di poesia, ma giá macchiato di que’ concetti che pervertirono poi letterariamente le lettere italiane, piú macchiato di quella mollezza allettante e penetrante che pervertà moralmente ed effeminò quelle lettere.—S’accrebbero poi i due pervertimenti, e talor anche per eccezione si fermarono e indietreggiarono ne’ seguenti e ad ogni modo minori poeti: Guarini [1537-1612], Chiabrera [1552-1637], Tassoni [1565-1635], Bracciolini [1566-1645], Marini [1569-1625], Fulvio Testi [1593-1646], Lippi [1606-1664], Salvator Rosa [1615-1673], Filicaia [1642-1707], Menzini [1646-1704], Guidi [1650-1712], Zappi [1667-1719]; oltre poi gl’infimi e piú pervertiti.—Nella prosa, Paolo Segneri [1624-1694] ha nome di primo oratore sacro tra gl’italiani; ma lontano da’ grandi francesi, è concettista pur egli; e tali sono poi parecchi altri predicatori contemporanei e seguaci di lui, con tanto piú scandalo, quanto piú grave è l’ufficio loro che non quello di poeta. In istoria, sono forse men parolai, meno retori che i loro predecessori, ma meno eleganti e men profondi, fra Paolo Sarpi [1552-1623], Davila [1576-1631], Bentivoglio [1579-1644], Pallavicini [1607-1667]; ed all’incontro, parolaio e fiorito oltre alle convenienze storiche, seicentista insomma, mi sembra il Bartoli [1608-1685]. Il Boccalini [1556-1613], scrittor politico, è da onorar senza dubbio, per essersi rivolto contro agli spagnuoli, tiranni d’Italia; ma vi si rivolse con leggerezza forse soverchia per argomento cosà grave ed affliggente. Meglio il Paruta [1540-1598] e il Botero [1540-1617]; scrittori seri e per il tempo virtuosi, ma non abbastanza grandi per farsi leggere, passati i tempi per cui scrissero, non abbastanza efficaci per aver lasciato effetto nella patria. E quindi resta forsesuperiore ad essi il Gravina [1664-1718], gran giureconsulto.—Lo Scamozzi [1552-1616], il Dati [1619-1676], il Baldinucci [1624-1696], scrittori d’arti, non arrivano all’autoritá ed all’efficacia de’ primi cinquecentisti, e massime non a quelle di Leonardo e Vasari; ma occupati nelle cose loro piú che nelle parole, si tenner puri almeno dalle affettazioni. E cosà Montecuccoli, gran capitano ed ottimo scrittore dell’arte e delle azioni proprie [1608-1681].—Del resto, non lasceremo quelle lettere del Seicento, e quel vizio d’affettazione che appunto si chiama da noi «seicentismo», senza notare: che esso fu, per vero dire, delle lettere italiane piú che delle straniere contemporanee, in generale; ma che nemmeno queste non ne andarono scevre, sia che il prendessero da noi, imitando insieme colle vecchie virtú nostre anche i nostri vizi nuovi, sia che all’incontro noi maestri prendessimo questo brutto vizio da’ nostri primi scolari, gli spagnuoli. Certo, che il seicentismo pare aver colá preceduto il Seicento come e piú che da noi; e certo è che vi giunse a’ medesimi o maggiori eccessi, e v’infettò piú grandi, Lope e Calderon istessi: ed io direi lo stesso Cervantes; se non che mal si distingue in lui, ciò che ei n’abbia da senno o per celia. Ad ogni modo, non è dubbio, il seicentismo ebbe allora suo regno piú o men lungo e piú o meno assoluto, e suoi nomi particolari in ogni paese; «gongorismo» in Ispagna, «eupheismo» alla corte d’Inghilterra, e stile, modi, donne ed uomini «preziosi» a quella di Francia ed al palazzo Rambouillet.20. Continua.—Lontani poi d’ogni affettazione come scrittori, e superiori in tutto a’ lor contemporanei italiani, furono i cultori di scienze materiali, Galileo [1564-1641], Torricelli [1608-1647], Viviani [1622-1703], Cassini [1625-1712], Redi [1626-1697], Malpighi [1628-1694], Magalotti [1637-1712], Vallisnieri [1661-1730]: ma grandissimo fra essi, motor di essi, anzi di tutto il progresso scientifico che si palesò a que’ tempi, Galileo. Attese nella prima gioventú alla musica, al disegno, alla poesia, alla medicina. Ma venuto per istudiar questa a Pisa, studiò matematiche; e nel 1589 ne fu eletto professore. Subito lasciò l’orme antiche, professò con novitá; e subito ne portò lepene solite, l’ira di coloro che non sanno o non voglion esser nuovi, l’invidia de’ mediocri che si paragonano da vicino. Intanto, come pur succede, era onorato da’ piú lontani. Chiamato a Padova, v’andava nel 1592 e vi rimaneva fino al 1610; in che pubblicava ilNuntius sidereus. Allora era richiamato a Pisa «senza obbligo di leggere né risiedere». Risiedé a Firenze principalmente, e come in corte al granduca. Egli avea trovate giá allora parecchie conseguenze ed applicazioni del moto del pendolo, il telescopio rifrattivo, i satelliti di Giove ed altre novitá; e con queste e con vari scritti erasi fatto seguace e confermatore del sistema di Copernico, pubblicato, del resto, fin dal 1543, e tollerato d’allora in poi dalla curia romana. Ma incominciò ora un frate a Firenze ad assalirlo; e in modo degno del secolo, bisticciando sul nome giá immortale, e sul testo sacro della Bibbia «Viri galilaei, quid statis adspicientes in coelum?». E qui è da confessare, il Galileo cadde in un errore, di che fu ripreso dal Sarpi contemporaneo suo, un error da grand’intelletto speculativo mal pratico degli uomini, quello di credere di poter con ragioni tolte da una serie di cognizioni e d’idee persuader coloro che sono tutto fuori di quella serie, e tutto dietro ad un’altra. Egli il primo cambiò «la questione fisica ed astronomica in teologica», egli forse discusse con superbia acquistata dai meriti contro a superbie immeritate; e queste, urtate, si sollevarono. Andò a Roma piú volte a spiegarsi, a spiegare; ne tornò via via con divieti piú urgenti di non sostenere il sistema. Egli il promise; e non so s’io dica che vi mancò nel 1632, quando stampò i suoiDialoghi, posciaché li fece prima approvare a Roma. Ad ogni modo, l’approvazione non bastò; nuovi frati e non-frati gli si sollevarono contro; l’Inquisizione citò il vecchio poco men che settuagenario; egli v’andò, fu processato, sostenuto in casa al fiscale dell’inquisizione, esaminato, e, dicono alcuni, negano i piú, torturato. Finalmente fu condannato a ritrattarsi, ed alla prigionia; la quale gli fu mutata per grazia in confino, a casa dell’amico Piccolomini arcivescovo di Siena, e poi a Bellosguardo ed alla propria villa d’Arcetri. Ed ivi visse gli ultimi anni suoi; ivi perdé gli occhinel 1637, e morà addà 8 gennaio 1641. Il processo di Galileo è brutto senza dubbio per li prelati che v’ebber parte; ma le carceri, i tormenti aggiuntivi sono gravi esagerazioni, e piú grave quella di attribuire alla Santa Sede l’opera dell’Inquisizione. Del resto, non rifarem noi l’errore di Galileo; lasceremo la questione teologica; e tenendoci alla politica, noteremo che quella persecuzione resta gran vergogna della corte che la mosse, di quella che la sofferse, di tutto il secolo in mezzo a cui si fece; e che se i due nomi di Tasso e Galileo bastano a dimostrare la perennitá, la varietá, la feconditá dell’ingegno italiano anche in secolo di massima decadenza, le due vite di que’ grandi bastano a dimostrar viceversa quanto fosse indegna di essi, discorde da essi la loro nazione in quel secolo.—E quindi si potrebbe argomentarea priorieda fortiori, che questo non poté esser grande in quella filosofia spirituale che alcuni pretendono conformare le generazioni, ma che io crederei anzi per lo piú conformata dalle qualitá morali, intellettuali e religiose di esse. E restano poi le opere di que’ filosofi (molto vantati ai nostri dÃ, per vero dire, o per la smania di aggiungere alle incontrastate glorie nostre le contrastabili, ed ai grandi secoli nostri un secolo di piú, o talor per la smania peggiore di trovar grandi i nemici del cattolicismo), restano, dico, le opere di Vanini [1535-1619], Giordano Bruno [1550-1600], Campanella [1568-1639] e di Telesio [n. 1509], a dimostrare, che fu mediocre la filosofia spirituale italiana a que’ tempi; se pur mediocri si voglian concedere le filosofie ingegnose, acute, ardite ed anche in parte progressive, ma mal logiche, mal compiute, non consistenti in sé, non tetragone, non combinanti le proprie parti, e retrograde anzi in molte parti; le filosofie insomma che progrediscono andando allato ma non dentro la via della veritá. Del resto, non saremo noi a negare un grande benché mal promosso pensiero del Campanella. Povero frate in un convento ideò la liberazione d’Italia dagli spagnuoli. Lontano d’ogni pratica, fu un generoso sognatore.21. Continua.—Se fosse vera in qualche parte quella tristissima teoria che tiene inevitabile in ogni cosa umana la successioneperiodica dell’accrescimento, dello splendore culminante, e della decadenza, certo ella dovrebbe esser vera principalmente in fatto d’arti. Perciocché, mirando queste al diletto, ed uno de’ maggiori diletti umani consistendo certamente nella novitá, e la novitá dopo l’ottimo essendo necessariamente men buona, pare immanchevole che dopo l’ottimo debba venire il men buono e il cattivo. Eppure il fatto non fu sempre cosÃ, non fu, se non con tante eccezioni e varietá, che ne rimane annientata la regola, la trista teoria. Nella Grecia e nell’Italia antiche, per esempio, lo stile ottimo durò parecchi secoli; in Egitto, nell’Indie, nella Cina non vi s’arrivò mai. E cosà nell’Italia, feconda a tutto, quando non sieno troppo contrari i venti, feconda principalmente a quell’arti che s’adattano meno male ai cattivi, nell’Italia moderna decaddero sà la scuola primitiva toscana e le nuove romana, veneziana e lombarda, ma sorse e risplendette la nuova scuola bolognese, che non si può dir né culminante né decadente; e la decadenza vera non incominciò se non dopo questo periodo secondo di splendore. Lasciamo dire i tristi profeti; la natura umana non è infinita per certo, ma è pur certamente indefinita; e in arti principalmente ella può trovar del nuovo e bello senza fine, purché non s’abbassi, non s’avvilisca, non si faccia incapace essa stessa. Del resto, essendosi avanzata l’arte incipiente in ciascuna delle scuole italiane con una virtú principale e distinta, l’arte giá progredita non poteva guari progredire ulteriormente se non ecletticamente, scegliendo il buono d’ogni scuola antica o nuova; le imitazioni delle virtú primitive son sempre affettazioni, e somigliano al bamboleggiar de’ vecchi. Ciò intesero, od anzi a ciò furono portati da lor natura e lor tempo, i nostri artisti bolognesi; ed a ciò, del resto, i loro contemporanei spagnuoli e francesi. Fondatori di quella scuola eclettica che non si dee dir derivata veramente né dal Francia né da altri piú antichi, furono Ludovico Caracci [1555-1619] e i due cugini di lui, fratelli tra sé, Agostino [1558-1601] ed Annibale [1560-1609], oltre altri di quella privilegiata famiglia. Seguirono Guido Reni [1575-1642], Albano [1578-1660], Domenichino [1581-1641], Guercino [1590-1666], tutti grandi, oltre una schiera di minori, fino intorno alla metá del secolo decimosettimo. Allora solamente decadde questa scuola e con essa tutta l’arte italiana. Perciocché eran decadute l’altre intanto; la toscana dopo Michelangelo e il Vasari che dicemmo, e il Bronzino [1502-1570]; benché vi risplendessero ancora Pietro da Cortona [1596-1669], e il Dolci [1616-1686]. La veneziana decadde giá coi Bassano [1510-1592], il Palma giovane [1544-1628?] e il Padovanino [1590-1650]. La romana, decaduta giá dopo Raffaello, decaduta piú dopo la morte degli allievi di lui, decadde peggio che mai dopo la generazione terza, che fu del Baroccio [1528-1612], Michelangelo da Caravaggio [1569-1609], e Carlo Maratta [1625-1713]. E dieron lampi la scuola napoletana per Salvator Rosa [1615-1673] e Luca Giordano [1632-1705]; la genovese per Luca Cambiaso [1527-1585]; e la piemontese stessa per Moncalvo [1568-1625].—La scoltura, portata da Michelangelo ad uno stile piú ardito e grande che non puro e posato come l’antico, decadde tanto piú presto; le arditezze e le esagerazioni furono portate al colmo dall’Algardi [1602-1654], e massime dal Bernino [1598-1680]. I quali poi insieme col Borromini [1599-1667], il Guarini [1624-1688] e parecchi altri, portando i medesimi vizi nell’architettura, fecero peggiorar questa, oltre l’altre due arti sorelle; e secondati dalle magnificenze de’ principi, de’ grandi e de’ religiosi di que’ tempi, moltiplicarono in Italia que’ palazzi, quelle ville, quelle chiese, il cui stile fu vituperato giá (or quasi rionorato per istrano capriccio) sotto nome di «barocco». E fu di tale stile guastata la facciata stessa di San Pietro; ma se ne salvò per felice eccezione il Bernino nella colonnata che le serve di pronao.—La musica all’incontro (la piú cortigiana dell’arti senza paragone) progredà indubitabilmente in questi tempi. Ma forse s’ammollà passando dalla chiesa ai teatro. Moltiplicaronsi le opere in musica lungo tutta la seconda metá del secolo decimosesto. Perfezionaronsi coll’invenzione del recitativo, or quasi sbandito. L’Euridicedel Peri, cantata nel 1600 a Firenze, ha nome (pur disputato) di prima opera cosà compiuta. E in esse e nella musica di chiesa risplendettero, Carissimi, Mazzocchi,Allegri [1640], Scarlatti [1650-1725]. Il famosoMisereredella cappella pontificia è dell’Allegri. Né questo fu tuttavia il secolo d’oro della musica italiana. Giá l’accennammo, fu riservata siffatta consolazione, qualunque sia, ai nostri dÃ.22. Gl’italiani fuor d’Italia.—Né lasceremo questi tempi senza fermarci a una gloria italiana giá antica, ma che si moltiplicò in essi senza paragone. Fu accennato da noi in altro scritto (ed era contemporaneamente, piú che accennato, fatto in gran parte dal Ricotti): una storia intiera, e magnifica, e peculiare all’Italia, sarebbe a fare degli italiani fuor d’Italia. Tutte le nazioni senza dubbio ebbero fuorusciti volontari o no: ma niuna cosà numerosi o cosà grandi come la nostra. Si potrebbe incominciare quella storia da Paolo Diacono, lo storico di sua gente caduta, in corte a Carlomagno; e continuar poi, non solamente con quegli oscuri e innominati mercatanti italiani che estesero l’industria e il commercio in tutta Europa e vi furon noti sotto nome di «lombardi», ma coi nomi di molte famiglie che cacciate dalle nostre discordie e nostre invidie repubblicane portarono fuori (in Avignone e Provenza principalmente) quei nomi giá illustri nella loro prima patria, diventati grandi alcuni nella seconda. E verrebbero insieme o poi i grandissimi nomi di Gregorio VII, Lanfranco, Pier Lombardo, sant’Anselmo, san Tommaso, san Bonaventura e Marco Polo; e quelli di tutti e tre i padri di nostra lingua, Dante, Petrarca e Boccaccio; e Cristina da Pizzano e il Poggio e l’Alciato; e il sommo Colombo, ed Amerigo, e i Cabotti, ed altri che portarono fuori l’operositá italiana, ai tempi che ella si potea sfogare addentro sotto l’ombra di quel che v’era d’indipendenza e di libertá.—Ma cadute queste, l’operositá italiana si portò, proruppe, si sfogò fuori in tutti i modi, in quasi tutti i paesi d’Europa. Guerrieri di terra e di mare, uomini di Stato e di Chiesa, artisti, scrittori, onorandi molti, miserandi quasi tutti, fecondarono di loro opere e di lor sangue le terre straniere. Due Strozzi, Piero [1510-1558] e Leone [-1554], fuggirono da’ Medici di Firenze e servirono Francia, dove il primo fu poi maresciallo, e il secondo grand’uomo di mare; ed ebbero e lasciarono numeroso séguito diparenti e compagni d’esiglio lá combattenti e soffrenti. Cosà Sampiero da Bastelica [1501-1567], due Ornani ed altri còrsi fuggenti pur in Francia la tirannia genovese. E cosà altrove altri capitani anche piú illustri, Emmanuel Filiberto ed Alessandro Farnese, de’ quali dicemmo, Ambrogio Spinola [1571-1630], il Medici marchese di Marignano [1555], Alfonso [1540-1591] ed Ottavio Piccolomini [1599-1656], il Montecuccoli [1608-1681], oltre una turba di guerrieri minori; cosà il Paciotto ed una turba d’ingegneri; cosà i Doria, gli Spinola ed una turba d’uomini di mare (genovesi principalmente) a servigio di parecchie potenze europee. Un Ferrante Sanseverino principe di Salerno passò d’uno in altro esilio fino a Costantinopoli, tornò in Francia, cantò le brame della patria in lingua propria e nella spagnuola; e la sua vedova accattava poi nella reggia francese onde alzargli una tomba. Un calabrese, fattosi frate e preso da’ turchi nell’andar a studio a Napoli, si fece turco, e sotto nome di Occhiali diventò famoso corsaro e pasciá, e combatté contro a’ cristiani a Lepanto; e, feroce schiumator di mare, scendea talora a rivedere le patrie marine e i genitori, mentre sue ciurme predavano all’intorno. Un conte Marsigli di Bologna [1658-1730] fu di vent’anni a Costantinopoli, militò per Austria sotto al Caprara, fu fatto prigione e schiavo de’ turchi, e dopo molte vicende ne fuggÃ; diresse la fonderia de’ cannoni in Vienna e vi fece sperimenti sulla forza della polvere, fece l’ingegnero, il diplomatico, il militare in mezza Europa, fu indegnamente (come pare) condannato da un Consiglio di guerra per la perdita di Brissac ove militava; e ritiratosi in Provenza, e finalmente in Bologna sua patria, finà coltivatore indefesso di lettere e scienze.—Del Mazzarino [1602-1661], povero prete calabrese salito in grazia di parecchi grandi, e finalmente di Richelieu, a cui succedé nella potenza di primo ministro di Francia, sono piene le storie.—E s’aggiunsero i fuorusciti cortigiani delle due Medici regine di Francia, e quelli tratti allo splendore di Luigi XIV, il Davila storico, i Mancini, i Concini, i Gondi, i Cassini astronomi, ed altri molti. E finalmente in Francia e Svizzera e Germania per causa di religione migraronoi Socini, i Sismondi, i Diodati, Telesio, Campanella, Radicati, Olimpio Morata, Celio secondo, Curione ed altri in folla; senza contar le dimore piú o meno protratte in Francia e Spagna di molti artisti nostri, Tiziano, Benvenuto Cellini, Primaticcio, Giovan da Udine ed altri quasi innumerevoli. Mirabile ingegno italiano che, chiusagli una via, ne sa trovar altre ed altre infinite; che, chiusagli la patria ad operare, opera fuori, cerca, trova campi in tutti i paesi, in tutte le colture! Che non farebbe, se trattenuto, fomentato, concitato insieme ed assodato in patria da quella indipendenza e quella libertá che son la somma o le sole buone tra le protezioni? La civiltá intiera troverebbe il conto suo ad apparecchiargli tal campo. Ma non è a pensarvi; gli stranieri non l’apparecchian mai, han troppo a fare a casa loro. A noi starebbe applicar tutto quell’ingegno nostro a tale apparecchio. Se non che, l’ingegno solo non basta a ciò. Ci vuol volontá e costanza e moderazione e devozione, tutte le facoltá, tutte le virtú dell’animo di tutti gli uomini; ma sopra tutte, quella del coraggio: dico il civile, il politico, il militare, tutti i coraggi. Diceva giá Danton, essere necessarie alle rivoluzioni tre virtú: audacia, audacia ed audacia. Ma egli parlava delle rivoluzioni diventate scellerate, come la sua. Nelle buone, l’audacia si traduce in coraggio, coraggio e coraggio. Chi non sa portar armi in mano, porti catene, e stia zitto.23. Il terzo periodo della presente etá in generale [1700-1814].—L’ingrata necessitá di essere troppo brevi ci fece finora accennare e dividere i fatti italiani da sé, senza accennar le relazioni di essi co’ fatti stranieri. Ma questo non ci è piú possibile trattando del secolo decimottavo e del principio del decimonono. Né i motivi delle guerre, né le guerre né le paci, che mutarono continuamente l’Italia, non furono piú italiane. Quattro guerre e quattro paci si fecero nella prima metá del secolo decimottavo; due, per la successione di Spagna; due, per quelle di Polonia e di Austria; poi, dopo una lunga pace, una serie di guerre per la rivoluzione e per l’imperio francese. Qualunque divisione di que’ tempi si facesse indipendentemente da questi grandi eventi europei, genererebbe confusione od anzi falsitá d’idee ne’ leggitori.Non pochi sono a’ nostri dÃ, governanti e governati, conservatori e progressisti italiani, i quali hanno la funesta smania dell’isolamento d’Italia, del trascurare ed ignorar volontariamente le condizioni, gl’interessi, le opinioni e quasi l’esistenza di quant’è straniero, o, come dicono con inconcepibil disprezzo, di quant’è oltremontano ed oltremarino. Ma noi (che speriamo non esser sospetti, in fatto almeno di nazionalitá ed indipendenza, e che ci esponiam volentieri ad esser detti uomini d’una sola idea e d’un sol libro), crediamo, all’incontro, essere due cose assolutamente diverse e talor contrarie, indipendenza ed isolamento. Il fatto sta, che quegli ultimi avi nostri del secolo decimottavo, lontanissimi essi dalle vane teorie dell’isolamento, intendentissimi anzi degli affari europei, furono pur quelli, i quali seppero cosà prender tutte le buone occasioni di guerra e di pace per liberarsi dalla potenza spagnuola, per scemar l’austriaca sottentrata, per accrescer gli Stati italiani, e farli progredire al segno dei piú avanzati contemporanei, sul continente. E quanto agli italiani della fine del secolo decimottavo e del principio del decimonono, se non furono superiori alle difficoltá, alle calamitá sorvenute, non ad altro forse è da attribuire se non appunto alla lunga pace che li avea, lor malgrado forse, isolati e disavvezzi dall’armi.—In tutto, noi ottocentisti abbiamo il vizio di voler essere troppo grandi uomini, di non apprezzar se non grandezze inarrivabili, di disprezzar quelle a che potremmo arrivar noi, ed arrivarono quegli avi nostri. Il Settecento fu in Italia molto piú grande che non è opinione volgare. Botta e Colletta hanno il merito di aver saputo andar oltre a quell’opinione; ed io confesserò fin di qua di voler andar oltre essi ancora. Non mai forse l’Italia progredà a un tratto tanto, come dal Seicento al Settecento, in indipendenza, in ordini civili, in colture. Questi ultimi avi nostri fecero lor ufficio, lor progressi, meglio che non molti antichi piú lodati. Cosà facessimo noi i nostri! CosÃ, tra’ nostri stolti disprezzi de’ settecentisti, e le piú stolte ambizioni di assomigliarci ai cinquecentisti, quattrocentisti o trecentisti, non corressimo il rischio di rimaner poco piú che seicentisti. Ma di ciò, piú autorevoliche non noi, giudicheranno gli storici futuri. Ed aspettiamovici pure: nostri o stranieri, ne giudicheranno, come progrediti, severamente.24. Prima guerra della successione di Spagna [1700-1714].—Carlo II, re di Spagna e dell’Indie, cioè di quasi tutta America, di numerose possessioni in Africa ed Asia, di ciò che or chiamiamo Belgio, di Milano, delle Due Sicilie e di Sardegna, morà il 1º novembre 1700 senza figliuoli. Pretendevano alla grande successione, Leopoldo d’Austria imperatore, per sé come agnato, e Luigi XIV per uno de’ nipoti suoi, come discendenti di Maria Teresa sorella di Carlo II, e in particolare (per non ispaventar colla riunione delle due corone) per Filippo secondogenito del Delfino. Ma perché Maria Teresa avea, sposando Luigi XIV, fatta rinuncia alla successione, vi pretendevano Ferdinando di Baviera figlio d’una sorella minore di lei, che non avea rinunciato, e finalmente Vittorio Amedeo II di Savoia come pronipote di una figlia di Filippo II. Tutti questi aveano giá negli ultimi anni fatti e rifatti trattati di partizioni della successione preveduta. Ma siffatti trattati aveano offeso e il languente re di Spagna, e piú la nazione spagnuola, gelosa d’indipendenza anche dopo perduta ogni libertá; ondeché, per non diveller le membra della monarchia, Carlo II l’avea con testamento de’ 2 ottobre lasciata intiera a Filippo di Francia, che cosà diventò quinto di Spagna, e, s’ei non accettasse, a Leopoldo imperatore.—Naturalmente accettarono Luigi XIV e Filippo V; il quale, ito subito a Spagna, fu riconosciuto in tutta la monarchia, e cosà in Italia, Napoli, Sicilia, Sardegna, Milano. Ma sollevaronsi gli altri pretendenti, ed Inghilterra, Olanda, Germania, spaventata per la riunione delle due monarchie in una sola famiglia, benché non sotto a una sola corona. La guerra incominciò a mezzo l’anno 1701; stavano da una parte Francia, Spagna, Baviera, il duca di Savoia, che forse avrebbe voluto fin d’allora mettersi contro, ma che, serrato tra Francia e Milano, non poteva; e finalmente Ferdinando Gonzaga, effeminatissimo principe che aprà Mantova ai francesi, e si rifugiò vilmente egli e sue donne a Casal Monferrato. E furon, dall’altra, Austria, e tra breve Inghilterra edOlanda, unite per trattato [7 settembre 1701] in quella che fu detta la «grande alleanza». Venezia, neutrale al solito, dichiarò lasciar passare chi volesse ne’ suoi Stati, eccettuate le terre chiuse; e nelle terre chiuse si passò poi come nelle aperte. Cosà all’incirca in quelle de’ Farnesi, degli Estensi e del papa barcheggianti. Casa Savoia sola continuò a contare in Italia, anzi incominciò allora a contare in Europa. La prima fazione in Italia (lasciando una congiura fatta in Napoli per casa d’Austria, e secondo il solito mal capitata) fu la discesa del principe Eugenio di Savoia capitano d’Austria, e giá gran capitano nelle guerre anterioriá d’Italia e di Turchia. Passò per Roveredo, la Pergola, Serchio, Vicenza; cosà eludendo Catinat, grande e provato capitano anch’esso, che coll’esercito franco-piemontese stava a guardia in Val d’Adige, dell’antiche chiuse d’Italia contro Germania. Quindi, sapientemente ed arditamente evoluzionando e combattendo, Eugenio passò Adige e Mincio, e Catinat fu deposto. Sottentrògli Villeroi, capitano di corte che si lasciò battere a Chiari [1º settembre], e sorprendere e prendere in Cremona [1º febbraio 1702]. Sottentrògli Vendôme che sostenne le cose francesi; e combattessi una battaglia dubbia a Luzzara [15 agosto], a cui assistette Filippo V, venuto di Spagna a visitar Napoli e Milano.—Il rimanente di quell’anno, e mezzo il seguente 1703, passarono tra molte fazioni, ma niuna di conto in Italia, niuna decisiva nemmeno altrove. Ma intanto volgevasi dall’una parte all’altra Vittorio Amedeo duca di Savoia. Fosse ira delle insolenze spagnuole e francesi, o aviditá e mutevolezza alle promesse austriache, o legittimo intendere della propria indipendenza minacciata tra Francia e Milano franco-spagnuola, ad ogni modo entrò Vittorio Amedeo in trattati coll’Austria. Luigi XIV se ne accorse; e a’ 29 settembre 1703 Vendôme disarmò e fece prigioni i piemontesi del suo esercito. Il duca rispose dichiarando guerra a Francia e Spagna [7 ottobre], che, accerchiatone com’era tuttavia, fu bella arditezza; e firmando con Austria e gli alleati di lei un trattato [25 ottobre], per cui gli eran promessi il Monferrato (che si prevedeva disponibile fra poco, dopo la morte di Carlo Gonzaga, senza figliuoli) ed Alessandria, Valenza,Lomellina e Val di Sesia, oltre poi mezza Francia orientale da conquistarsi.—Nel 1704, fu pressato il duca ad occidente da La Feuillade, che prese Savoia [gennaio] ed occupò Susa poi; ad oriente, da Vendôme che gli occupò Vercelli ed Ivrea. Il caldo della guerra fu in quell’anno in Germania; dove, addà 13 agosto, combattessi la gran giornata di Hochstädt o di Blenheim, tra austriaci con inglesi, capitanati da Eugenio e Marlborough da una parte, e francesi con bavari dall’altra, sotto Marsin e Tallard. Vinsero i primi; i francesi furono rigettati dal Danubio al Reno. E in Ispagna l’arciduca Carlo, figliuolo secondo dell’imperatore, incominciava la guerra movendo da Portogallo e prendendo nome di re di Spagna; e gli inglesi prendean d’un colpo di mano quella Gibilterra [4 agosto] che non lasciaron piú mai, di che fecero una delle stazioni principali di lor potenza accerchiante il globo, ma che rimase vergogna indelebile a Spagna, e causa perenne d’avversione tra le due nazioni.—Nel 1705 poi (perciocché in tutta questa guerra come nelle altre del presente secolo si distinsero piú che mai le campagne d’anno in anno, prendendosi regolarmente i quartieri d’inverno e combattendosi da primavera ad autunno avanzato), La Feuillade prese Nizza [9 aprile] al duca di Savoia; e Vendôme presegli Verrua [10 aprile], e sconfisse poi Eugenio a Cassano [16 agosto]. Intanto in Germania moriva Leopoldo imperatore, e succedevagli Giuseppe I [6 maggio]; e Villars teneva a bada Marlborough e la lega. E in Ispagna Carlo arciduca e re prendeva Barcellona [9 ottobre], e ne faceva sua piazza d’armi, e come la capitale di suo regno in Ispagna. E cosà giá piegavano le cose di Francia.—Ma precipitarono nel 1706. Vendôme vinceva sà a Calcinato [19 aprile], ma era chiamato quindi a Fiandra. E La Feuillade poneva assedio a Torino [13 maggio]; e pressandola per poco men che quattro mesi, l’avea ridotta agli ultimi, a malgrado una bella guerra spicciolata fatta all’intorno da Vittorio Amedeo, quando sopravenne il principe Eugenio di Germania, con bellissima marcia per le terre di Venezia e la destra del Po. Riunitosi col prode e perdurante duca presso a Moncalieri, girò (grande arditezza in lui, pari vergogna ainemici) intorno al campo assediante; poi furono insieme principe e duca sulla vetta di Superga, a concepir di lá l’imminente battaglia; e il duca fece alla Vergine il voto di quella chiesa ove or riposa, sommo fra i successori di lui, Carlo Alberto. E quindi scesi, assalirono, rupper le linee, sbaragliarono l’esercito francese, addà 7 settembre. Rimasevi ucciso il Marsin venutovi a comandare, ferito il duca d’Orléans venutovi ad obbedire dolorosamente contra il proprio parere, che era d’uscir dalle linee. Questa battaglia di Torino fece perder l’Italia a Francia e Spagna. Non servà una loro vittoria [9 settembre] nel Mantovano. Si difesero qua e lá fino al fine dell’inverno. Intanto continuò sà Villars a difendere la frontiera germanica; ma in Fiandra erano pur battuti Villeroi e l’elettor di Baviera da Marlborough a Ramillies [23 maggio]. In Ispagna, l’arciduca re Carlo entrava in Madrid [16 giugno]; ma Filippo vi rientrava [22 settembre].—Nel 1707, i francesi, difesisi qua e lá tutto l’inverno, vuotarono il Milanese e tutta l’Italia superiore per capitolazione [13 marzo]. Susa sola rimaneva: fu loro presa dal duca di Savoia [3 ottobre]. E allora, aiutata dagli eventi, riuscà una sollevazione. Addà 7 luglio sollevossi Napoli per Austria; in breve non rimase che Gaeta a re Filippo; fu presa addà 3 ottobre; e tutta la penisola fu sgombra di franco-spagnuoli. Ma tentata un’invasione in Provenza dal principe Eugenio e dal duca di Savoia [11 luglio], e posto da essi assedio a Tolone, furono costretti a levarlo [22 agosto] e ripassare in Italia. E in Ispagna il Berwick, generale (e gran generale) di Francia e Spagna, vinse una gran battaglia ad Almanza [25 aprile], e tutto il regno, salvo Catalogna, tornò a Filippo V. Alla frontiera di Germania Villars ruppe le linee nemiche di Stolhoffen [22 maggio], e, passato il Reno, invase Franconia.—Nel 1708. venuto a Delfinato questo capitano, che fu vero Fabio francese, tenne a bada il duca di Savoia tutto l’anno mentre disputavano l’imperatore e il papa per la supremazia di Parma e Piacenza ed altri diritti della Chiesa, e per la ricognizione di Carlo III di Spagna. Morà poi [5 luglio] Carlo III Gonzaga; e passarono Mantova all’imperatore, e Monferrato a Vittorio Amedeo II.E intanto i francesi erano di nuovo battuti da Eugenio e Marlborough ad Oudenarde [11 luglio] ed altri campi di Fiandra; e proseguivano, all’incontro, lor vantaggi in Ispagna.—Nel 1709, Eugenio e Marlborough proseguirono lor vittorie, n’ottennero una nuova e grande a Malplaquet contra Villars [11 settembre], e presero Mons [20 ottobre]; onde non servirono alcune vittorie minori de’ francesi in Germania e Francia; e si posò in Italia.—E quindi, nel marzo 1710, aprironsi in Olanda i primi negoziati per la pace, con gran vantaggio, con piú grandi pretensioni, anzi con insolenza, per parte degli alleati. Luigi XIV, stanco e minacciato da presso, era disposto a cedere Spagna, a lasciar ispogliare il nipote. Non bastò; gli alleati vollero che egli si aggiungesse ad essi per ispogliarlo; anzi poi, che lo spogliasse esso stesso. Si sollevarono gli animi di quel gran re, di quella gran nazione, men leggiera, piú perdurante che non si dice; ruppero i negoziati [25 luglio], ricominciarono la guerra, e continuarono a perderla in Fiandra e in Ispagna. Addà 20 agosto, perdettero la battaglia di Saragozza; addà 5 settembre, Filippo V lasciò Madrid per la seconda volta. Ma questo fu il termine delle sventure di Francia; e incominciarono i premi meritati della perduranza di lei. Passò a Spagna Vendôme con un nuovo esercito francese, ricondusse Filippo V a Madrid [3 dicembre], vinse e prese Stanhope a Brihuega, vinse Stahremberg a Villaviciosa in due gran giornate [9, 10 dicembre].—E quindi ricominciarono, ma tutto diversamente, i negoziati nel 1711; aiutati da uno di que’ casi che di rado mancano agli uomini, alle nazioni perduranti. Morà [17 aprile] Giuseppe imperatore, e successegli l’arciduca re Carlo VI; il quale cosà riunendo in sé le due potenze austriache separate da Carlo V in poi, volse contro a sé tutte quelle paure di preponderanza che erano poc’anzi contra Francia. E allora passarono parecchi degli alleati a’ desidèri di pace; Inghilterra e Savoia sopra tutti, che, avendo guadagnato alla guerra, non si curavano di porre a nuovi rischi i guadagni. Anna regina d’Inghilterra, e l’opinione pubblica, anche piú regina colá, tolsero il ministero ai whigs che erano per la guerra, e diederlo a’ toryes pacieri. I negoziati furonoper allora segreti, e continuossi la guerra, ma mollemente, senza grandi eventi in niun luogo, e con vantaggi francesi in Fiandra e Spagna. Ma nel 1712 aprironsi i pubblici negoziati ad Utrecht fin dal 29 gennaio; e al 17 luglio si fece tregua tra Francia ed Inghilterra. Quindi, rimasto solo l’esercito imperiale, fu vinto a Denain dal Villars [24 luglio], e perdé poscia in Fiandra tutti i vantaggi degli anni precedenti. E continuarono quelli de’ francesi, e si posò in Germania e Italia.—Finalmente, nel 1713 [11, 17 aprile], firmaronsi ad Utrecht cinque trattati: di Francia con Inghilterra, Savoia, Portogallo, Prussia e Paesi bassi; per cui Francia abbandonò gli Stuardi e riconobbe la successione della casa di Hannover a’ tre regni britannici; Filippo V (che avea giá rinunciato, per sé e i successori, alla corona di Francia, come i successori di Luigi XIV alla corona di Spagna) rimase re di Spagna e delle Indie com’erano stati gli Austriaci; salvo Gibilterra e Minorca lasciate ad Inghilterra, le province settentrionali (il Belgio presente), Milano, Napoli e Sardegna ad Austria, e Sicilia a casa Savoia. La quale, oltre a tale acquisto e il titolo annessovi di re, acquistò pure l’intiero Monferrato, Alessandria, Valenza, Lomellina, Val di Sesia, e tutte le terre dell’Alpi rimanenti a Frallcia al di qua, cedendo all’incontro Barcellonetta, sola che avessimo al di lá.—Quindi rimaneva sola Austria coll’imperio contra Francia e Spagna; e guerreggiò infelicemente lungo tutto quell’anno. Addà 10 luglio, Stahremberg abbandonò Catalogna e Spagna. E l’anno seguente 1716, a Rastadt [6 marzo], ed a Bade [7 settembre], furono firmati due altri trattati, per cui l’imperatore e l’imperio s’aggiunsero a quelli d’Utrecht. E cosà dopo quattordici anni tornò in pace e rimase mutata la cristianitá europea; il grosso della potenza spagnuola passato di casa d’Austria a casa di Francia: e passate Italia dalla preponderanza austro-spagnuola alla preponderanza austriaca propriamente detta, tanto piú grave e forte quanto piú vicina. Ma era scemato lo sminuzzamento della penisola per la cessazione dello Stato di Mantova e Monferrato; erasi accresciuta in dignitá, in territori la predestinata casa di Savoia; e cosÃpreparati i progressi ulteriori de’ trentacinque anni seguenti. Perciocché i trattati del 1713 e 1714 furono al secolo decimottavo ciò che veggiamo esser quelli del 1814 e 1815 al decimonono, fondamento su cui s’alzò la politica di tutto il secolo. Ma gli avi nostri (dico appunto e principalmente gli italiani) furono o piú savi o piú forti o piú felici in ciò, che seppero a poco a poco corregger gli errori lasciati ne’ trattati fondamentali. E forse fu dovuto a ciò solo, che furono allora in concordia, che operarono congiunti principi e popoli nostri. Così solamente è possibile giovarsi a ben comune delle occasioni; le quali all’incontro tra’ divisi non fanno altro che accrescere la divisione.25. Guerre di Morea e di Sardegna e Sicilia [1714-1720].—Tre morti importanti avvennero nell’anno 1714: quella di Luigi XIV, a cui succedendo Luigi XV fanciullo, rimase Francia governata dal duca d’Orléans reggente; quella di Anna regina d’Inghilterra, a cui successe Giorgio I di Hannover; e quella di Maria Luisa di Savoia moglie di Filippo V, alla quale successe nel medesimo anno Elisabetta Farnese, sorella di Francesco duca di Parma e Piacenza. Fu trattato questo secondo matrimonio di Filippo V dall’Alberoni, un preticello italiano venturiero ed intrigante, che diventato tra breve cardinale e ministro principale e quasi assoluto di Spagna, fu causa di nuovi turbamenti in tutta Europa.—Intanto, al fine del medesimo anno 1714, ruppesi guerra tra il Turco e Venezia. Quello voleva riconquistar Morea, e riconquistolla nel 1715 facilmente alla decrepita repubblica. Questa non si riscosse, se non alle minacce turche contro alla vicina Corfù; fece allora apparecchi, assoldò lo Schulemburg capitano straniero, e strinse alleanze. Austria entrò in guerra; e il vecchio vittorioso Eugenio condussela felicemente dall’Ungheria, ottenne una gran vittoria a Petervaradino, e prese Belgrado. Venuto poi lo sforzo turco nel 1716 contro a Corfú, questa fu cosà ben difesa da Schulemburg, che, dopo un ultimo assalto respinto ai 18 agosto, i barbari si ritrassero. Nel 1717, combattessi in mare; e i veneziani, ora soli, ora aiutati da alcune navi di Malta, del papa, di Toscana e di Portogallo e Spagna, ebbero il vantaggio. E nel 1718 [21 luglio] fu firmata la pace di Passarowitz,per cui rimase spoglia Venezia della recente conquista di Morea e ridotta a quell’isole che or son dette Ionie, ma accresciuta Austria delle due forti città di Belgrado e Temeswar.—Né posava Austria ai patti di Utrecht e Rastadt; negoziava per ricongiunger Sicilia a Napoli, e dar in cambio a re Vittorio Sardegna, tanto minore. D’altra parte, Spagna, condotta dall’ambizioso Alberoni, ambiva il medesimo riacquisto, e di piú quelli di Napoli e Sardegna; e negoziava pur con Vittorio per tutto ciò riavere d’accordo con lui, e dargli in cambio Milano tanto piú vicina, ma da conquistarsi contro Austria. Naturalmente Vittorio non aderiva all’ambizione austriaca; e andava lento, forse troppo, a secondar la spagnuola. Ma dimorato giá presso a un anno nel nuovo regno e incontratevi tutte quelle difficoltà che sempre sono in una nuova signoria, e di piú un’aspra contesa ecclesiastica col papa che volea approfittar dell’occasione per distruggere un tribunale secolare sulle cose ecclesiastiche (detto «della Monarchia», ed istituito fin dall’origini di quel regno), Vittorio regnava mal fermo colà . E l’avventato Alberoni troncò le peritanze della diplomazia con una di quelle rotture subitane di trattati, le quali, colle reciproche guarentigie fin d’allora stabilite tra gli Stati della cristianità , erano giá scandalose e di difficilissima riuscita. Ai 22 agosto 1717, un’armata di terra e mare raccolta a Barcellona invase subitamente Sardegna, e conquistolla contro Austria, a malgrado gli scandali e le proteste di tutta Europa. Che anzi, addà 30 giugno 1718, un nuovo armamento spagnuolo scese in Sicilia, e s’accinse a conquistarla contra Savoia. Ma si riscosse piú efficacemente allora la diplomazia, e conchiuse trattati [agosto-dicembre 1718], per cui s’unirono contra i Borboni di Spagna, non solamente Inghilterra, Olanda, Savoia ed Austria, ma quella Francia che li avea lá stabiliti, e per essi avea combattuto quindici anni poc’anzi. Tanto fin d’allora contavan poco le alleanze di famiglia! Tanto non sono durevoli se non le alleanze di popoli, fatte secondo i loro durevoli interessi! Una flotta anglo-olandese ruppe la spagnuola nell’acque di Siracusa [11 agosto]. Un esercito tedesco approdò in Sicilia; e vi si guerreggiò con successi vari negli anni seguenti. Ma intanto l’Alberoni concitato,come succede, dalle proprie e prime avventatezze ad altre maggiori, andò tant’oltre con gli intrighi od anche le congiure in Francia contro al reggente, e in Inghilterra contro alla casa di Hannover, che rivoltisi tutti contro a lui, e spaventatone l’onesto e debole Filippo V, lo cacciò; e lui cacciato, si rifece pace facilmente addà 17 febbraio 1720. Spagna rimase spoglia di Sardegna; ma la casa de’ Borboni spagnuoli vantaggiata delle successioni eventuali di Toscana e di Parma e Piacenza a don Carlo figliuolo della regina Farnese, quando avvenissero le estinzioni, che si prevedevan vicine, delle due case de’ Medici e de’ Farnesi. Re Vittorio rimase spoglio di Sicilia, e mal compensato con Sardegna; ed Austria accresciuta, soddisfatta della riunione di tutto il regno delle Due Sicilie. E l’indipendenza italiana scapitò cosà di quanto perdette il principe nativo, di quanto acquistò lo straniero preponderante. Con Austria signora di Milano, Mantova e le Due Sicilie, Italia era fatta piú dipendente che mai. Ma, allora, fu per poco.26. Pace di dodici anni; guerra della successione di Polonia [1720-1735].—Seguì una pace di dodici anni in Europa. Re Vittorio ne approfittò ad ordinare il nuovo Stato di Sardegna, gli antichi di Piemonte, l’istruzione pubblica principalmente, l’università di Torino, il collegio delle province da lui fondato. Molti professori chiamò di fuori. Guerriero egli soprattutto, ma gran principe in tutto, si compiaceva, s’accerchiava degli uomini e massime de’ ministri piú capaci in ogni cosa; sentiva di rimaner superiore a chiunque, non solamente col grado, ma coll’ingenita grandezza. L’Ormea fu ministro principale di lui e del figlio poi; e fu allevato da lui il Bogino successor dell’Ormea. Fu donnaiuolo in gioventù; e fatto vecchio e pio, volle sposare una gentildonna lungamente amata, la contessa di San Sebastiano. E fosse poi vergogna di ciò effettuare dal trono, o, come fu detto, imbroglio politico ove si fosse messo ed onde non sapesse uscire, o stanchezza del lungo agitato regno, ad ogni modo lasciollo [3 settembre 1730] al figliuolo Carlo Emmanuele III, e si ritrasse privato a Chambéry. Ma fosse ambizione della vecchia sposa, o propria ridestatasi tra l’insueta inoperosità ,passato appena un anno, venne a un tratto a Rivoli presso Torino, e poi [25 settembre] a Moncalieri; e chiamato Del Borgo ministro e notaio della corona, gli ridomandò l’atto della rinunzia, e nella notte tentò, ma non gli riuscì, farsi dare la cittadella di Torino. Adunatosi, agitatosi intanto il Consiglio di re Carlo, fu da questo dato ordine di arrestare il padre. Eseguissi nella notte del 27 al 28; fu rapita la San Sebastiano e condotta a Ceva; rapito e ricondotto a Rivoli, prigione del figlio, il vecchio vincitor di tante battaglie. Infuriò, languì un anno; domandò, ottenne riaver la moglie, tornare in Moncalieri; vi morà ai 31 ottobre 1732. Brutto fine, brutto principio di due belli e felici regni.—Il Piemonte fu tra’ paesi d’Italia quello che piú si avvantaggiò della pace. E tentavansi riordinare pure Milano e il regno di Napoli e Sicilia dagli austriaci. Ma non vi riuscivan guari essi, e come signori nuovi, e come stranieri; ed anche perché, essendo Carlo VI imperatore senz’altra prole che due figliuole, egli e suo governo attendevano a poco piú che ad assicurar la successione a Maria Teresa, la prima di quelle, e n’agitavano la diplomazia di tutta Europa.—Delle due grandi repubbliche, Venezia languiva sempre piú; si divertiva, apprestava i carnovali a’ gaudenti di tutta Europa: Genova, all’incontro, era turbata dalle sollevazioni de’ còrsi. Governati in modo assoluto, tirannico e corrotto, come sogliono i sudditi non partecipanti al governo delle repubbliche, scoppiarono nel settembre 1729 per una angaria fatta a un povero vecchio nella riscossione de’ tributi. Tumultuossi in vari luoghi, fecersi assembramenti, levaronsi armi; due volte i sollevati assaliron Bastia e si ritrassero. Governatori, capitani, pacieri nuovi vi furono invano mandati da Genova. S’innalzarono, si mutarono parecchie volte i capipopolo. Finalmente, brutto rimedio ad italiani contra italiani, piú brutto a un governo libero, i genovesi chiamarono gli austriaci ad aiuto, ad arbitri; e venuti gli austriaci, e fatto l’uno e l’altro ufficio, statuirono cessazioni d’armi, paci, indulti, e di soprappiù una Camera imperiale, che giudicasse in appello tra sudditi còrsi e signori genovesi [1732-1733]; e cosà i signori ebber lor signoria diminuita, e i sudditilor sudditanza accresciuta d’una nuova supremazia; non insolito né indegno fine di tali appelli. Ma durò poco quel cattivo accordo; risollevaronsi i còrsi fin dal 1734, ed ordinaronsi nel 1735 piú che mai in istato indipendente sotto a tre capi, Giaccaldi, Giafferi e Giacinto Paoli.—Tra gli Estensi non fu novitá se non nell’anno 1737, che morà il duca Rinaldo e successegli Francesco III.—In Roma, a Clemente XI [Albani], lungamente pontificante fin dal 1700, succedettero Innocenzo XIII [Conti, 1721], Benedetto XIII [Orsini, 1724] e Clemente XII [Corsini, 1730]; e tutti regnarono tranquilli e virtuosi.—Agitatissimi, all’incontro, furono in questo tempo il governo degli ultimi Medici e Farnesi in Toscana e Parma, per li patti fatti, come dicemmo, nel 1720 dalle potenze straniere per quelle successioni. Non consultati, non consenzienti, protestarono e negoziarono a lungo in tutta Europa, inutilmente. In Toscana morà [31 ottobre 1723] Cosimo III Medici e successegli suo figliuolo Gian Gastone, vecchio giá di cinquantadue anni, senza figliuoli, e principe coltissimo, ma perdutissimo di costumi. Resistette gran tempo alla successione dell’infante don Carlo; vi s’arrese finalmente per trattato dei 25 luglio 1731, protestò contro segretamente, pretese (un po’ tardi) restituir la libertá fiorentina, ricevette guarnigioni straniere, e finalmente l’infante, l’erede stesso [dicembre 1731].—In Parma, morto il duca Francesco addà 26 febbraio 1727, succedettegli il fratello Antonio vecchio di cinquantasette anni, il quale protestò pur egli contro alla successione impostagli, e prese moglie l’anno appresso ma non ebbe figliuoli, e morà al 10 gennaio 1731. Quindi gl’imperiali preser possesso del ducato, e lo diedero secondo i trattati all’infante don Carlo, che vi venne in ottobre 1732.—Ma questo fu il secolo delle successioni contrastate; e se alle piccole de’ principati italiani bastò la diplomazia, alle piú grosse furono necessarie le guerre. Aprissi quella del regno di Polonia per la morte di Federigo Augusto di Sassonia, succeduta addà 1 febbraio 1733. Ognuno sa che presso a quella nazione valorosa, ma pur troppo impolitica, e perciò da gran tempo infelice, le successioni regie si facevano nella impolitica forma delle elezioni. Duecompetitori erano allora: Stanislao Leczinzki, giá stato re al principio del secolo e cacciato poi per opera della Russia, ed Augusto elettor di Sassonia figlio dell’ultimo. E perché in questa estrema imprudenza caddero di eleggersi i re sotto influenze straniere, stavano, per il primo, Francia il cui re Luigi XV avea sposata una figlia di lui; per il secondo, Carlo VI imperatore zio di lui, e Russia antica nemica del primo. E perché quando Austria e Francia entrano in guerra l’una contra l’altra, è inevitabile v’entri Italia o almeno casa Savoia intermediaria, e cosà abbia a scegliere fra le due una alleata secondo il proprio interesse; perciò re Carlo Emmanuele scelse Francia, che gli offriva la conquista del desiderato Milanese. Fecesi in Torino [26 settembre] il trattato, per cui oltre a quella conquista fu stipulato, che farebbesi pur quella di Napoli e Sicilia, da darsi all’infante don Carlo che lascerebbe Parma e Piacenza al fratello don Filippo.—Aprissi subito la guerra con una campagna d’inverno. Il vecchio Villars condusse gli ausiliari francesi; re Carlo, tutto l’esercito. Varcaron Ticino, entrarono in Pavia, in Milano [3 novembre]; n’assediarono e presero il castello, e Pizzighettone, Novara, Tortona, e via via tutto il paese fino all’Oglio. Carlo Emmanuele s’intitolò duca di Milano. Ma l’error suo qui, l’error forse di tutta sua vita, fu quella prudenza eccessiva, che teme passar il segno del necessario. Non pensò che bisogna conquistar due in guerra per serbar uno in pace. Si contentò di difender le conquiste fatte, e rattenne i francesi che volevan pure spingere la guerra oltre Oglio e Mincio, alle bocche del Tirolo, e cacciar gl’imperiali d’Italia. Lo stesso ottuagenario Villars se ne disgustò; e partito per Francia morà per via a Torino, deriso dai piú quasi rimbambito; ed era forse di spiriti piú giovanili che non i derisori. Scese quindi tranquillo l’esercito austriaco sotto Mercy, e si guerreggiò per quel ducato di Parma, che avrebbe dovuto esser a spalle dell’esercito gallo-piemontese. E vinsero questi là a Parma una gran battaglia sotto il Coigny addà 29 giugno 1734, e s’avanzarono poi di là in due mesi e mezzo poche miglia fino alla Secchia. Dove, non guardandosi, furono sorpresi e mezzo rotti a Quistello daKönigseck [14 settembre]; e quindi si ritrassero e pur rivinsero una gran battaglia a Guastalla [19 settembre]. Re Carlo vi capitanò e vinse: e tornò quindi a Torino. Si posò l’inverno; si rifece guerra l’anno appresso 1735, ma piú molle che mai, quantunque col rinforzo d’un esercito spagnuolo, tornato giá dalla conquista di Napoli e Sicilia.—Perciocché sin dal fine del 1733 era approdato in Toscana quest’esercito spagnuolo, a capo di cui pastosi l’infante don Carlo s’era mosso per Roma contro a Napoli. Poca, quasi nessuna resistenza fecero il viceré Visconti e i tedeschi, che erano pochi e sproveduti; ritrassersi a mezzodà sull’Adriatico fino a Bari, ad aspettar rinforzi attraverso quel mare. Entrò don Carlo in Napoli, applaudito, festeggiato, e da coloro che sempre sono affetti a una signoria antica quantunque straniera e cattiva, e da que’ migliori che speravano un regno finalmente nazionale. E l’ebbero in effetto; incominciò Carlo quella dinastia de’ Borboni, che or buoni or cattivi son pur diventati napoletani, italiani. Né s’indugiò qui come nell’Italia settentrionale. Mosse subito il Montemar, capitano degli spagnuoli, contro ai tedeschi che risalivan da Bari. A Bitonto s’incontrarono, si combatterono addà 25 maggio 1734. Vinse il Montemar, e ne fu fatto duca di Bitonto e governator di Sicilia. Alla quale poco appresso movendo, approdò a Solanto, entrò in Palermo, ed inseguì poi il resto de’ tedeschi chiusi in Messina; assediolla ed ebbela a patti [25 marzo 1735], nettando cosà di tedeschi i due regni.—Poco appresso [3 ottobre] furono firmati tra Francia ed Austria i preliminari, a cui mal volenterose pur aderirono in breve Spagna e Sardegna; e cosà [19 novembre] fu conchiusa a Vienna la pace generale. Per essa Augusto rimase re di Polonia, onde giá aveva cacciato Stanislao; questi fu fatto duca di Bar e poi di Lorena, sua vita durante, dovendo passare poi questa provincia a Francia; Francesco duca di Lorena, marito di Maria Teresa l’erede d’Austria, dovea passare granduca di Toscana alla morte di Gian Gastone Medici; don Carlo rimase re di Napoli e Sicilia; Parma e Piacenza passarono all’imperatore; e re Carlo di Sardegna acquistò Novara, Tortona e la supremazia de’ feudi delle Langhe,piccola parte di grandi speranze. Ma l’Italia tutta insieme fu quella che s’avvantaggiò piú: un nuovo gran regno nazionale, una nuova gran diminuzione della signoria straniera; questa ridotta a Milano, Mantova, Parma e Piacenza. Da due e piú secoli, da Carlo VIII e Ferdinando cattolico in qua, non mai erasi trovata pesta da piedi stranieri cosà poca terra italiana. Il secolo decimottavo non parlava di nazionalità come il nostro, e, per vero dire, non vi pensava guari; i popoli erano contati per nulla, i principi europei pensavano, trattavano francamente per se soli. Vergogna, che cosà facendo facesser meglio per li popoli che non quelli i quali hanno ora per le bocche continuamente il bene de’ popoli, e li divelgono e sminuzzan poi ad utile proprio; piú apparente, del resto, che non forse reale, piú momentaneo che non definitivo.27. Breve pace. Guerra della successione austriaca [1735-1749].—Seguirono una breve pace, una lunga e poco men che inutile guerra. Durante la pace incominciarono, Carlo Emmanuele in Piemonte, Carlo Borbone nel suo regno, que’ miglioramenti di che diremo quando si compierono. Ma Toscana fu quella che migliorò piú in questo intervallo. Morì [9 luglio 1737] Gian Gastone, ultimo e forse pessimo dei degeneri Medici, e succedette, secondo i trattati, Francesco marito di Maria Teresa, e primo di quella casa Lorenese, o seconda Austriaca, che essa pure si italianizzò. E cosà s’italianizzino meglio e davvero queste due famiglie di Toscana e di Napoli; io lo ridico, dopo ed a malgrado gli ultimi e sì vari eventi. I quali, non che mutare, hanno sancita la mia opinione, che dalla sola unione di principi e popoli sia da sperare l’indipendenza italiana; i quali hanno mostrato quanto vicini noi siamo a questa quando uniti, quanto discosti appena disuniti; i quali, fra i numerosi e gravi insegnamenti lasciati a’ posteri, lasciano questo sommo, che l’impresa o rivoluzione dell’indipendenza non si debba complicare di niun’altra né di dinastie né di territori che giá sieno materialmente indipendenti. Si gridò, si griderà altre volte «indipendenza italiana!», ma non se ne ebbe finora il concetto, l’idea, ed anche meno la passione vera. E finché non si concepiscache non è paragone tra l’indipendenza e tutti gli altri temporali doni di Dio; finché l’idea e la passione della indipendenza non ispengano le altre idee o passioni nazionali, il giorno dell’indipendenza non sarà venuto. Misere cose sono la mente, il cuore umano; di rado potenti, quand’anche concentrano lor forze; impotentissime sempre quando le distraggono, quando femminilmente, fanciullescamente, od anzi animalmente, corron qua o lá dietro a questa o quell’idea o passione.—Ma pensino i principi, che pur troppo sovente e dappertutto, e massimamente in Italia, si fanno di queste terribili fanciullaggini od animalità ; e per amore, se non di noi, di loro stessi, non vi si espongano.—Nel 1740, ai 31 maggio, morà Federigo Guglielmo re di Prussia, e gli successe il figliuol suo Federigo II, detto «il grande»; e morÃ, ai 20 ottobre, Carlo VI imperatore, e gli successero negli Stati, Maria Teresa, sua figlia, e Francesco di Lorena. Ma a malgrado la prammatica fatta per tal successione da Carlo VI, e riconosciuta poi nei trattati successivi da quasi tutti i principi d’Europa, sollevaronsi allora parecchi; Federigo coll’armi, prendendo subito Silesia [dicembre]; gli altri, colle trattative ed alleanze. Una ne fu fatta a Nymphemburg [18 maggio 1741] tra Francia, Baviera e Spagna, a cui poscia s’accostarono Prussia, Sassonia e re Carlo di Sardegna. L’esercito gallo-bavaro penetrò in Boemia ed Austria [novembre]; l’elettor di Baviera fu proclamato re di Boemia; e in breve imperator Carlo VII [24 gennaio 1742]. Austria era agli ultimi; fu salva dal generoso amore de’ magiari alla giovine, bella e virtuosa Maria Teresa, dall’alleanza antica di sua casa con Inghilterra, e dal trattato da lei conchiuso [lº febbraio 1742] con re Carlo di Sardegna. Fu detto allora di semplice neutralità , ma in breve di vera alleanza. Può, deve far meraviglia questo accostarsi di casa Savoia a casa d’Austria in tale occasione, che sembra essere stata la migliore da molti secoli, di cacciar questa di Lombardia e d’Italia. Ma il fatto sta, che Francia e Spagna sembrano aver voluto allora dar Lombardia non a re Carlo di Sardegna, ma insieme con Parma e Piacenza a don Filippo di Spagna, fratello secondo del re giá spagnuolo diNapoli; e se ciò si fosse effettuato, casa Savoia e Italia aveano a temere il ritorno della preponderanza spagnuola, quasi un ritorno del Seicento. Per altra parte, non è dubbio che una gran differenza sarebbe sorta dall’essere Lombardia e Parma e Napoli non province spagnuole come nel Seicento, ma Stati indipendenti sotto principi, che, spagnuoli o francesi d’origine, si sarebbero in breve italianizzati; ondeché, in tutto, io non so s’io lodi come giusta, o se forse io non biasimi come stretta e mal interessata questa prudenza di re Carlo Emmanuele nell’accostarsi allora a Maria Teresa. Ad ogni modo, bene o male istituita quella guerra, re Carlo la fece bene poi, a modo de’ maggiori. L’aprì in Italia fin dal 1742, assalendo Modena alleata di Spagna; e movendo quindi, per l’Emilia e la Romagna, contro all’esercito venutovi di Spagna. Ma fu tra poco di lá chiamato per l’invasione d’un altro esercito spagnuolo in Savoia [settembre]. Dove accorso re Carlo, respinse dapprima, fu respinto poi, ed invernò in Piemonte.—Nel 1743, combattessi a Camposanto sul Panaro una battaglia dubbia tra gli austro-sardi e gli spagnuoli, e questi si ritrassero; né segui altro fatto di conto colà od in Savoia. Francia, quantunque avesse dato il passo all’esercito spagnuolo, non era ancora in guerra con re Carlo. Ma avendo questi firmato in Worms un trattato di alleanza oramai aperta con Austria [13 settembre 1743], Francia gli dichiarò formalmente la guerra addà 30, ed entrovvi anch’essa dall’Alpi. Ma, in breve, per la stagione avanzata, vi si posò.—Nel 1744, l’esercito gallo-ispano, sotto il principe di Conti e l’infante don Filippo, assalì fortemente il Piemonte fortemente difeso da re Carlo. Incominciaron da Nizza, la presero; e in varie fazioni [aprile] ne cacciarono l’esercito piemontese. Poi, dopo molto dubitare e andar e venire, scesero per Val di Stura e l’Argentiera, presero le Barricate e Demonte, e assediaron Cuneo. Alla quale movendo re Carlo in aiuto, ne seguÃ, addà 30 settembre, una gran battaglia che, da una chiesetta lá in mezzo, fu chiamata della Madonna dell’Olmo, aspramente combattuta dalle due parti, perduta da re Carlo in ciò che si ritrasse a sera dal campo, ma vinta in ciò che fece entrarsoccorso nella piazza. Dalla quale poi e dal Piemonte si ritrasse l’esercito gallo-ispano oltre Alpi prima dell’inverno.—Intanto il Lobkowitz, coll’esercito tedesco, s’era avviato alla conquista di Napoli; ed erasi avanzato poco al di lá di Roma, fino a Genzano. L’esercito spagnuolo e napoletano s’era avanzato alla riscossa fino a Velletri; e quantunque cosà vicini, erano rimasti mesi e mesi i due eserciti a guardarsi, a tastarsi con piccole fazioni, che chiamavasi cent’anni fa un guerreggiar bello e scientifico, or par goffo agli stessi ignoranti. Una notte [10 agosto] il Lobkowitz sorprese Velletri, e poco mancò non isbaragliasse l’esercito nemico, ma fu ricacciato, e non ne seguà altro; fino a che tra le malattie e la noia si ritrassero, l’uno in Romagna e Lombardia e l’altro a Napoli, i due eserciti, derisi dalle popolazioni per via. In tutto, salvo il gran Federigo, il maresciallo di Sassonia, e forse forse il Maillebois, i generali della metà del secolo decimottavo, esageratori, affettatori degli artifìzi tattici e strategici, si potrebbon chiamare i seicentisti dell’arte della guerra.—Ai quali ora succederebbero volentieri, se si desse lor retta, i romantici; quelli che, pretendendo imitar Napoleone (il quale non hanno capito né studiato), vorrebbero guerreggiare senza regola, senz’arte, senza tener conto né di ostacoli naturali, né di fortezze, né di eserciti nemici, anzi senza esercito proprio, con quello solo che chiamano (senza conoscerlo) «entusiasmo». Del resto, costoro son conseguenti nel non voler guerre lunghe né eserciti regolari; non vi vorrebbon andare nemmen per ombra; mentre sorridon loro le guerre di entusiasmo, sempre brevi, non faticose, e di che si ritrae ciascuno facilmente, gridando:—Non v’è piú entusiasmo.—Nel 1745, Genova si alzò contro agli alleati di Worms che abbandonavan Finale al re di Sardegna, ed entrò nell’alleanza contraria di Spagna e Francia [1º maggio]. Quindi unironsi meglio le mosse dei due eserciti gallo-ispani. Il Gages, coll’esercito spagnuolo-napoletano, passando dal Panaro in sulla Magra, si congiunse intorno a Genova con don Filippo e Maillebois che venivan da Nizza; e guerreggiaron poi alcun tempo sul Tanaro e la. Bormida, preser Tortona [3 settembre], Piacenza, Parma, Pavia,vinsero re Carlo in gran giornata a Bassignana [27 settembre], e quindi invasero Piemonte fino a Casale ed Asti, difendendosi solamente la cittadella d’Alessandria; invasero il Milanese, entrarono in Milano [19 dicembre]. Insomma, eran precipitate le cose austro-sarde in Italia; mentre crescevano anzi le cose austriache in Germania per la morte dell’imperator bavaro Carlo VII [20 gennaio], l’elezione a imperatore di Francesco I, il marito di Maria Teresa, e la pace conchiusa col piú terribil nemico d’Austria, Federigo II [25 dicembre].—Ma qui, contro all’uso impostomi dalla brevità , dirò d’un semplice negoziato riuscito a nulla; perché, riuscito a suo fine, ei sarebbe stato il fatto piú bello e piú importante di tutta questa storia; e il suo fallire fu uno de’ piú lamentevoli. Re Carlo di Sardegna aveva, nel trattato di Worms con Austria, introdotta una clausula (insueta sì, ma che accettata dall’altra parte davagli un diritto certo ed onorato), che potesse scostarsi dall’alleanza, avvertendo tanti mesi prima. Quindi egli aveva libertá di trattare con Francia. Trattò, e ne risultarono una prima convenzione firmata a Torino [26 dicembre 1745], un armistizio firmato a Parigi [17 febbraio 1746], ed un progetto di pace definitiva, per cui dovevano rimanere Parma e Piacenza, con alcuni accrescimenti all’intorno, a don Filippo; il Milanese a casa Savoia, ed accrescimenti a Genova, a Modena, a Venezia; Toscana sola, come rimase poi, a casa d’Austria; cosicché tutta Italia ne sarebbe rimasta in breve tempo indipendente, e divisa tra principi giá italiani o che sarebbero diventati italiani; e (per piú dolore) tutta Italia doveva poi stringersi in lega a mantener quella indipendenza. Venne il Maillebois, figlio del capitano di Francia, fino a Rivoli, a cinque miglia da Torino, per volgere questi preliminari in trattato definitivo; andò a Rivoli il Bogino, ministro e confidente di re Carlo; ma non si conchiuse, e si ruppe. Fu pretesa prudenza politica per serbar il contrapeso d’Austria? Vergogna, in tal caso! ché anche queste ricercatezze, questi contrapesi sono seicentismi politici; e l’Italia libera di stranieri, piena di principati nazionali, non avrebbe avuto bisogno addentro, ed avrebbe trovati fuoripiú utilmente que’ due medesimi contrapesi di Francia ed Austria, e tutta Europa poi interessata a sua indipendenza, quando fosse stata stabilita. Fu timore, dubbio della sincerità di Francia? Noi non possiamo da lungi giudicare se fosser giusti o no siffatti timori; ma la grandezza dello scopo potea valere alcuni rischi. Fu onestà , impossibilità di conchiudere, rispettando la fede agli alleati attuali? Rispondiamo, abbassando il capo, come il giusto ateniese: non desideriamo, a costo d’un tradimento, nemmeno l’indipendenza. Del resto, io scrivo qui d’un principe, di cui, io piú di nessuno, m’allevai a venerar la memoria; scrivo d’un ministro che venero quasi un grand’avo; ma perciò appunto mi si stringe il cuore al rincrescimento, che le venerate destre non abbiano, se era rigorosamente possibile, firmata, or son cent’anni appunto in Rivoli, quella indipendenza d’Italia che non era piú stata da dodici secoli, che non fu piú nel secolo corso d’allora in poi, che tentammo noi invano pur troppo, che si ritenterà , ma Dio solo sa quando e con qual successo. Povera Italia, non avesti finor ventura!—Continuò poi re Carlo, ottimo alla guerra. Sorprese in bella fazione i nemici in Asti, ripresela [5-6 marzo 1746], e liberò la cittadella d’Alessandria [11]. I tedeschi vinsero in battaglia a Piacenza il Maillebois [16 giugno] e ricuperarono Milano, Lombardia; e quindi austriaci e piemontesi, uniti sotto il Botta italo-austriaco, rigettarono i gallo-ispani nell’Appennino e poi nell’Alpi, si presentarono a Genova, l’ebbero a patti [7 settembre] con vergogna di quel governo, e la multarono di grosse somme, e l’oppressero di tirannie e di rapine non pattuite, ma solite contro a’ vinti prostrati. Ma, addà 5 dicembre, tirando alcuni tedeschi un mortaio de’ rapiti per una via che sfondò, voller far violenza ad alcuni popolani per ritrarnelo, e dieder loro busse all’uso patrio. Sollevaronsi là i popolani, poi di via in via in tutta la città . E per le vie, alle porte, alle mura combattessi ne’ giorni seguenti tra tedeschi e genovesi cittadini, aiutati a poco a poco da’ campagnuoli che accorrevano. Al glorioso dà 10 dicembre, il popolo cacciò i tedeschi dalla città . E tra per sé e gli aiuti di Francia e Spagna la difesero poi dagli assalti rinnovati lungo l’annoseguente; finché, assalito re Carlo nel contado di Nizza, e perduta ivi Ventimiglia e minacciato in sull’Alpi Cozie, ritrasse sue truppe d’intorno a Genova; e, a’ 3 luglio 1747, gli austriaci levarono le loro; e cosà rimase Genova liberata per quel bello ed ultimo sforzo di sua antica virtù.—Fu e rimane sventura che si trovassero colà combattenti piemontesi insiem con austriaci contro a’ genovesi: ma l’ingrata memoria dovrebbe rimanere piuttosto in quelli che furono allor vinti, e non rimane. Così si cancelli questa ed ogni simile da quelle due schiatte piemontese e ligure, le quali sono le due (per non dir altro) piú operose d’Italia; le quali, quando unite davvero, sinceramente, basterebbero non a compiere, ma a far immanchevole il compimento de’ destini d’Italia.—Pochi dà appresso successe il minacciato assalto pel Monginevra. Il cavaliere di Bellisle lo conduceva. Addì 19, i francesi assalirono i piemontesi, trincerati al colle dell’Assietta, capitanati dal Bricherasco. La fazione fu delle piú belle e calde della guerra. I piemontesi vinsero; i francesi si ritrassero oltre Alpi. La guerra continuò, ma languì d’allora in poi. Tutti erano stanchi; Spagna stessa; dove, morto Filippo V [9 luglio 1745], e succeduto Ferdinando VI figlio di lui e di sua prima moglie Savoiarda, era scemato il credito della Farnese, scemata l’ambizione per don Filippo figliuolo di lei. Adunaronsi prima in Breda, poi in Aquisgrana i plenipotenziari; e addà 30 aprile del 1748 firmaronsi i preliminari, addà 18 ottobre il trattato di pace; per cui rimase riconosciuta la seconda casa d’Austria, riconosciuto don Filippo duca di Parma e Piacenza, accresciuta la monarchia piemontese dei due brani dell’alto Novarese e dell’Oltrepò pavese, e Finale riconfermato a Genova. Facendoci forza, e scartando dalla memoria ciò che avrebbe potuto essere altrimenti, dobbiam conchiudere: che fu pace buona, fu progresso all’Italia, scemando la parte straniera, accrescendo la parte italiana di Parma, Piacenza, e de’ brani di Lombardia diventati piemontesi.—Due guerre minori, una delle quali risibile, turbarono altre parti d’Italia ne’ tempi or percorsi. L’Alberoni, cardinal legato di Ravenna, invase la repubblichetta di San Marino [ottobre 1739]; ma fudisapprovato dalla corte di Roma, che restituì quello Stato. E continuò, pur risibile in parte, feroce e funesta in tutto, la ribellione de’ còrsi, aiutata dalle calamità narrate di Genova. Fin dal 1736, approdò lá un Teodoro barone di Neuhof, tedesco, venturiero, cavalier d’industria, come si diceva allora, che, trovato modo d’aver denari e munizioni di guerra dal bey di Tunisi, venne a far il re di Corsica. I poveri còrsi erano in cosà mal punto, in cosà poco senno, che quasi tutti il gridarono re [15 aprile]. Ma, a novembre, il nuovo Teodoro I lasciò i sudditi per andar a cercar nuovi soccorsi, nuove venture. Girò Italia, Germania, Olanda, dove fu incarcerato per debiti, ed onde pur uscì, traendo da quella buona gente nuovi aiuti, nuovi apparecchi di guerra. Con questi tornò a Corsica [settembre 1738], fu riconfermato re, ma cadde d’allora in poi, e partà in breve. Giafferi e Paoli erano i veri capi. Venner francesi in aiuto a Genova, e fecesi un nuovo accordo nel 1740. Ma ruppesi per la solita causa delle tasse nel 1741, e di nuovo si guerreggiò. Nel 1743, Teodoro tentò riprendere il regno, ma non fu nemmeno lasciato approdare, e se ne fu per sempre. Nel 1744 vi fu nuovo accordo. Nel 1745, ardendo la guerra contro a Genova, si ridéstò la sollevazione, aiutata da Sardegna ed Austria, combattuta da Francia e Spagna, fino alla pace d’Aquisgrana.
17. Una digressione.—Io non so lasciare il tristo Seicento, senza spender alcune righe a combattere qui uno storico sempre eloquente e ben intenzionato, per vero dire, ma troppo sovente cattivo politico, a parer mio, cattivo intenditor de’ tempi che descrive, e di quelli a cui scrive. Il quale dice dunque di questi del Seicento: «Gran differenza si osservava allora in Italia fra i paesi soggetti alla signoria spagnuola ed a quella di Savoia d’un lato, e le due repubbliche di Venezia e di Genova, lo Stato ecclesiastico e la Toscana dall’altro: quelli erano infelicissimi; questi se non appieno felici, almeno in minor grado di infelicità costituiti. Della quale diversità assai manifesta è la cagione: i primi obbedivano a signori che si dilettavan di guerra; i secondi, a chi era amatore di pace». Ora io quiveggo tre errori importanti a notare, siccome quelli d’uno scrittore il quale è forse piú di nessun altro nelle mani de’ nostri compatrioti; tre errori dico, uno storico, uno politico, ed uno filosofico o morale.—Errore storico o di fatto parmi il dire, che fossero egualmente o similmente infelici i popoli della monarchia di Savoia e quelli delle province spagnuole. Certo le sollevazioni popolari cosà frequenti, cosà grosse, cosà centrali de’ due regni spagnuoli, non furono nella monarchia di Savoia. Qui non s’ebbero, se non quelle molto minori, parziali, e per cause speciali, de’ valdesi e di MondovÃ. E qui, all’incontro, fu fatta una sollevazione, tutta lealtà ed amore, da’ torinesi contra a’ francesi, un dà del 1611, che si sparse la voce, aver questi morto il duca Carlo Emmanuele I; il quale fu pure il principe di Savoia che abbia mai stancato di piú guerre e piú tasse i popoli suoi. Ancora, quell’altro Carlo Emmanuele II che morà in mezzo al popolo suo introdotto in palazzo (di che non so forse una piú bella scena in nessuna monarchia), quel Carlo Emmanuele II, egli pure avea stanco di guerra nella prima metà del regno suo e stanco di edificazioni nella seconda metà i popoli suoi. Come tuttociò? Come tant’amore reciproco? Certo, o bisogna dire che i piemontesi d’allora fossero il piú vil popolo del mondo ad amar cosà i loro oppressori (il che è dimostrato falso dalla loro perseveranza ed alacrità militari, che son qualità incompatibili coll’avvilimento de’ popoli); o bisogna dire che fosse pure alcun che, che unisse que’ principi e que’ popoli piemontesi sinceramente, strettamente, appassionatamente tra sé, a malgrado le gravezze. Né è poi difficile a scoprire quell’alcun che. Appunto, perché non vili originariamente, e non corrotti dalla invecchiata civiltà e dalle scellerate politiche del resto d’Italia, ma anzi nuovi, ma virtuosamente rozzi e quasi antichi erano que’ piemontesi, perciò virtuosamente, alacremente soffrivano le inevitabili gravezze recate dagli stranieri, e pesanti sui principi loro non meno che su essi; e soffrendole insieme, si compativano, si stringevano, si amavano; ed insieme con amore operando, erano meno infelici nelle sventure, felicissimi ne’ ritorni di fortuna. E poi, qual paragone fare tra le gravezze,tra le tasse piemontesi, fossero pure eccessive ma rimanenti in paese, e quel miliardo che lo stesso Botta accenna portato via in tredici anni dal solo Regno di qua del Faro? Qual paragone tra le vite spente sui campi, od anche tra gli stenti di guerra, e quelle spegnentisi a poco a poco sotto alle spoliazioni fatte dai viceré stranieri, e lor cortigiani spagnuoli o regnicoli, e lor donne, e lor servi, ed i servi de’ loro servi? Quale sopratutto (se agli effetti umani si miri solamente) tra la stessa immoralità , libera almeno, della corte piemontese, e quelle infami parole, «vendan le mogli e le figliuole»? No, no, non son sogni poetici o filosofici, sono realità della natura umana (non cosà corrotta, grazie al cielo, come la dicono troppo sovente quello ed altri storici piangitori), sono realità le consolazioni della nazionalità , dell’unione, del sacrifizio, dell’amor reciproco di principi e popoli, concordemente soffrenti o trionfanti.—Più grave ancora parmi l’error teorico o politico del dividere l’Italia del Seicento troppo innaturalmente: Savoia indipendente e province spagnuole da un lato, e tutti gli altri Stati piú o meno dipendenti dall’altro lato. Qui è tutto perduto di vista quel sentimento d’indipendenza, che è giá altrove troppo sovente negletto da quello ed altri scrittori di nostre storie; e che, ripetiamolo, è quello pure che ispira e guida senza eccezione tutte le storie dell’altre nazioni antiche e moderne. Quando cosà veramente, come non furono, fossero stati del paro infelici Piemonte indipendente e province spagnuole, quando del paro piú felici gli altri Stati italiani, la divisione non dovrebbe farsi a questa norma della felicità , ma a quella sempre, a quella sola della indipendenza. O siamo italiani, o non siamo. Ma se, come certo il voleva ed era Botta, noi siamo; non sono i gradi di felicità , ma quelli della nazionalità , a cui dovremmo badare per istabilir le differenze, le divisioni degli Stati italiani. Dal dÃ, che, sceso Carlo VIII, incominciarono ad essere in Italia Stati stranieri e Stati nazionali, questa differenza fu, è, e sarà sempre la essenziale da osservare; quella, rimpetto a cui non sarebbe da badare a felicità , se non che appunto la felicità materiale per lo piú (si ritenga a mente il miliardo), e sempre poi lamorale (si ritenga il consiglio di vender moglie e figliuole), furono, sono e saranno dalla parte della nazionalità o indipendenza. —Finalmente, error morale o filosofico mi par che sia il dire cosà assolutamente causa d’infelicità la guerra, causa di felicità la pace. Noi viviamo in tempi di pace, e, dirollo francamente contro a molti di qua e di lá, virtuosa perché operosa pace, in generale. Ma se, ma quando o dove la pace nostra non fosse operosa, quando e dove somigliasse a quella oziosissima in che marciva tanta parte d’Italia nel Seicento, io m’affido che nessuno un po’ altamente senziente direbbe piú siffatta pace felice. Certo cbe le vite degli uomini sono un gran che; certo che lo spegner vite in pace a vendetta, a profitto privato od anche pubblico, senza missione, od anche con missione, ma senza necessità , è un gran delitto; e ciò fu mostrato, ciò svolto mirabilmente da un altro illustre scrittor nostro, il Gioberti, nelle piú belle pagine di lui. Ma in guerra, ma lá dove il sacrifizio delle vite è volontario, legittimo, bello e santo, egli è pure talor felice a chi il fa, e sempre alla patria per cui si fa; ed è, perdonamelo tu, o figliuol mio, meno crudele agli stessi sopravviventi. Senza sacrifizio della vita non si fa nulla di grande, nulla anzi di normale in questo mondo. Il mondo va innanzi a forza di vite sacrificate. Una vita divina ed umana sacrificata è il piú gran fatto della storia umana. Una intiera metà del genere umano, quella che chiamiamo la debol metà , fa il sacrifizio della vita continuamente per noi. Senza un sacrifizio uguale, senza il compenso della guerra principalmente, la viril metà rimarrebbe inferiore a quella chiamata debole; non compenserebbe sacrifici con sacrifici, non darebbe vita per vita a quelle dolci creature che gliela offrono ogni dÃ. E in Italia, dove pur troppo colla scemata operosità sono scemate le occasioni de’ pericoli virili, non è opportuno, né virtuoso, scemar con parole la dignità della guerra; dico, della legittima guerra in difesa o ricuperazione de’ diritti della patria o della cristianità .—E mi si perdoni essermi fermato a segnalar siffatti errori. Gli errori de’ grandi sono i soli che ne vaglian la pena; e chi ciò fa, fa atto di rispetto a lor grandezza.18. Le colture straniere derivate dall’italiana in questo periodo [1559-1700].—Noi dicemmo che i diversi popoli cristiani, tedeschi, francesi e spagnuoli, accorsi da parecchi secoli in Italia, non presero, dopo la rivoluzione comunale, guari nulla dalla nostra civiltà . Ma presero incontrastabilmente non poco dalle nostre colture fin dal secolo decimoquarto; molto, quasi tutto, quando nel decimosesto essi si mescolarono con noi, invadendoci. Parrebbe che i primi a prenderne avrebber dovuto essere tedeschi, cosà mescolatisi molto piú anticamente. Ma, fosse la diversità delle due nature settentrional-tedesca e meridionale-italiana, o che, quando appunto essi furon maturi a prendere nostre colture e mentre giá le prendevano, essi fossero disturbati dalle preoccupazioni, dall’invidie religiose della Riforma, il fatto sta che essi non furono né primi, né secondi, né terzi, ma solamente quarti a questo grande e bel convito da noi imbandito. Né furono primi i francesi, che pur parrebbono aver ciò potuto; essi pure ebbero, quantunque in grado minore, l’uno e l’altro impedimento.—Ad ogni modo, primi furono gli spagnuoli, fratelli nostri meridionali, gemelli nostri di lingua, e come noi, la Dio grazia, rimasti puri da quelle contese religiose che distraggon naturalmente da tutto. Già accennammo che la lingua spagnuola fu, piú anticamente che non l’italiana, scritta nelle loro leggi e ne’ loro canti nazionali, o romances; ma, salvo in queste e poche altre poesie, ella non comparisce letterariamente scritta, se non guari al principio del secolo decimosesto. E comparisce allora primo, o de’ primi, Garcilazo de la Vega gentilissimo poeta, tutto imitatore, ma non servile, del Petrarca e de’ nostri bucolici del Quattrocento. E seguiron via via altri pur tali, che non nomineremo, per non rifare senza necessità di quegli elenchi, co’ quali lo scrittore scontenta sempre tutti i leggitori; gli eruditi, che li trovano mancanti; gli altri, che li trovano sempre soprabbondanti di nomi illustri. Noteremo bensì che la poesia spagnuola si staccò dalla nostra, e superolla di gran lunga sul teatro; dove, tra molti altri, fiorirono Lope de Vega e Calderon, superiori a tutti i contemporanei, salvo l’inglese Shakespeare. Ma di nuovo procedettero da noi e da’ classicilatini risuscitati da noi, i prosatori spagnuoli, gli storici principalmente, primo e principale Mariana, che diede, fin dal secolo decimosesto, a sua patria ciò che non abbiam dato ancora alla nostra, una storia nazionale. All’incontro, pur si staccarono da noi i novellatori spagnuoli, e sommo fra essi, tra i sommi di dappertutto, Cervantes, lo scrittore delDon Chisciotte. In altri generi di prosa non fecer gran frutto; era naturale, non son frutti da colture serve, o peggio da tiranneggiate. E poco fecero in filosofia spirituale; nulla (tralasciando sempre le glorie ignote scoperte da’ frugatori), nulla in filosofia materiale. Ma fecer molto piú che niun popolo non italiano, in arti. Qui piú che in null’altro vedonsi gemelli i due popoli meridionali. Come tutti, gli spagnuoli preser lor arti dalle nostre; ma le preser primi, e vi furono sommi dopo noi, incontrastabilmente secondi. Juan Juanez, il divino Morales ed altri numerosissimi, fra cui s’alza quella triade di Ribera, Velasquez, e sopra tutti Murillo, fanno una scuola ridivisa in altre cosà ricche d’artisti e di mirabili opere d’arte, che non ha l’ugual finora in Francia, Fiandra, Olanda, Germania, o peggio, Inghilterra. E tutto ciò era fatto, ed anzi, giá finito, giá decaduto al finir del secolo decimosettimo.—Seguà seconda delle colture derivate dall’italiana nuova e dall’antica risuscitata, la inglese. Il grandissimo Shakespeare e il gran Bacone sono tutti e due del principio del secolo decimosettimo, quando non era vero fior di coltura fuori d’Italia e Spagna. E il primo prese dall’una e dall’altra i soggetti, i modi, tutte quelle quasi materialitá dell’arte che i sommi non si dan guari fatica a mutare (come fanno i piccoli che non posson altro), certi che sono quelli di riuscir grandi con qualsiasi strumento in mano. Bacone poi egli pure prese molto da’ nostri, dal suo contemporaneo Galileo principalmente; e se non temessi cadere anch’io in quel vizio uggioso di attribuirei noi cosà ricchi le glorie altrui, direi che prese tutta l’essenza di sua gloria, il metodo sperimentale, non solamente giá inventato, ma praticato da Galileo. E terzo grande di quella gran coltura trovasi poi, a mezzo il secolo decimosettimo, Milton, che anch’egli fu e si professò italiano in molte parti, che fu dantescoin alcune, benché poi, come tutti i grandi, simile a sé solo in quelle che fanno sua grandezza. E finalmente sorse verso la fine del medesimo secolo, quarto grande di colá, grandissimo dappertutto, Newton. Questi non imitò nessuno, s’innalzò sulle spalle a tutti, Copernico, Keplero (la sola luce di coltura germanica in tutto questo periodo), e Galileo. E tutto ciò pure era fatto colá alla fine del secolo decimosettimo; ma non era finito. Ché senza decadenza, dopo un riposo, dopo una serie di minori per mezzo secolo, ricominciò colá una nuova etá di poeti, e novellatori, e filosofi materiali e spirituali, e storici, ed oratori, e scrittori economici e politici; giunti quasi tutti in cima a ciascuno di quei generi.—Intanto sorgeva, terza delle derivate, la coltura francese, e (ci si conceda la frase fatta triviale dagli esageratori) sorgeva gigante intorno alla metá del secolo decimosettimo. Prima d’allora, non erano che Montaigne, De Thou, Malherbes. Ma intorno a quell’epoca, dopo le guerre religiose della lega, tra quelle dell’ultimo libero fiatar dell’aristocrazia francese dette della Fronda, sorgono a un tratto sotto Luigi XIV (il quale anch’egli colse cosà le frutta maturate prima di lui) Descartes, Pascal, Corneille, Racine, Molière, La Fontaine, Malebranche, Bossuet, Massillon, Bourdaloue, Sévigné, uomini e donne immortali tra una folla od anzi un esercito disciplinato di minori. I quali tutti, piú che altrove, furono e si professarono seguaci de’ latini, degli italiani e degli spagnuoli primogeniti loro. Veggonsi squarci, scene intiere italiane nelle commedie, citazioni italiane nelle lettere famigliari, classici italiani studiati da Boileau e dagli altri critici; Régnier ed altri, scriventi poesie e prose italiane; e la lingua elegante, la lingua di moda ed affettata in corte, essere stata l’italiana; appunto come s’affettò poi da noi la francese, ed or s’affetta l’inglese, con grave ma inutile scandalezzarsi di alcuni nostri. Sempre, dappertutto s’affettaron le lingue de’ piú colti ne’ paesi piú incolti: né giovano scandali ed esortazioni; il solo rimedio che vi sia, è scriver bene ed utilmente anche noi; il solo modo di porre o ripor una lingua alla moda, è di porla o riporta all’opera, dico a molta e grandeopera.—E di famiglia piú che mai italiana furono l’arti francesi; e tali si mostrarono principalmente i due sommi artisti di colá, Poussin e Claudio, che vissero in Italia, e ritrasser figure e paesi tutto italiani; e tutti gli altri poi, i quali, salvo Lesueur, studiarono e imitarono in Italia. Ed in Francia pure tutto ciò era fatto in poco piú di cinquant’anni, al chiudersi del secolo decimosettimo. Ma in Francia neppure non era finito; che anzi (mi duole il dirlo per que’ misogalli che or abbondano tra noi, ma troppo tardi di mezzo secolo), che anzi, non fu mai colá niun intervallo o riposo, non fu piú una sola generazione letteraria o scientifica senza i suoi grandi, fino a’ nostri dÃ.—Ed ora, senza contare le colture minori, né la germanica allor sorgente in Leibnizio, ora, dico, che si fece, in che si progredà egli contemporaneamente in Italia? in quell’Italia madre della coltura antica latina presa allora a modello universale, madre del risorgimento di quella, madre della sola coltura moderna che fosse stata da tre secoli, stipite dunque indubitato di tutte quelle colture straniere or cosà splendide? In Italia caddero allora piú o meno tutte quante le colture; caddero le une a un tratto, le altre a poco a poco ma pur pronte, tutte quelle lettere che giá trovammo costanti compagne delle libertá interna ed esterna, la poesia, la storia, l’eloquenza, la filosofia spirituale; ritardaron piú lor caduta le arti, che trovammo men costanti alla libertá, piú cortigiane, ma pur caddero; e sole fecero un vero e gran progresso quelle scienze materiali, che trovammo le piú indifferenti alle due libertá. Né caddero certamente le nostre colture per difetto di principi protettori, di grandi mecenati, di corti letterate; ché anzi, grandi, corti e principi d’allora, ne faceano pompa e gara; caddero a malgrado, anzi a cagione di queste stesse protezioni, corrotte in ozi, corrotte a’ vizi, corrotte perciò di gusto inevitabilmente. E quindi, questo nostro Seicento, o piuttosto questi centoquarant’anni di che trattiamo, sono forse il piú chiaro e compiuto commento che si trovi in tutta la storia umana, di questa veritá cosà importante a capacitarcene da senno tutti noi, scrittori liberi, scrittori protetti, o protettori: che la decadenza politica delle nazionitrae e mantiene inevitabilmente seco la decadenza delle colture; che certo sono cose buone le protezioni, le spese, i premi, le onoranze, i musei, le biblioteche, le scuole, le cattedre e le universitá, ma ch’elle non servono di rimedio sufficiente alle colture decadute, finché non si rimedia alle decadute civiltá.—Ma veniamo a’ particolari di ciò che furono tra quei grandi stranieri, i pretesi grandi nostri de’ centoquarant’anni. Non si dimentichi mai tal contemporaneitá da chi voglia giudicarne rettamente, utilmente.19. Colture di questo secondo periodo [1559-1700].—Chi voglia vedere a un tratto che fossero i principi protettori, le corti ospitali e i letterati protetti ed ospitati di questo periodo, può vederlo nella vita di Torquato Tasso. Altro che la corte di Can grande e Dante! Piú giú in protezioni non s’andò mai, né da una parte né dall’altra. Eppure niuna natura forse mai nacque poetica e generosa come quella; e perciò piegando si ruppe. Nacque [11 marzo 1544] in Sorrento di Bernardo Tasso da Bergamo, poeta di conto e giá cortigiano; avea dunque esempi domestici, e quindici anni d’etá nel 1559, all’epoca della servitá d’Italia. Studiò leggi; lasciolle, e intanto fece ilRinaldo, e incominciò laGerusalemme. E dedicato il primo al cardinale Luigi d’Este, entrò in quella corte adolescente. S’innamorò (che par chiaro da molte testimonianze) di Leonora, sorella di quel cardinale e del duca Alfonso secondo; ed a coprir quell’amore, o poterne pur poetare, amò o finse amare una seconda e forse una terza Leonora. Questi amori principeschi e queste finte, o, come si dicevano, schermi, eran di moda fin da’ tempi di Dante e di Boccaccio. Ma eran fuor di tempo in questi secoli, d’amoreggiamenti bensÃ, ma di gradi regolatissimi, di corti ordinate a ciò che chiamavasi «etichetta» o «sussiego» spagnuolo. Né par che fosse mai a Torquato niun amore felice. Povero poeta! Niuno forse visse mai tanto d’imaginativa come lui; niuno conobbe meno le gravi felicitá della famiglia. Cosà passò sua mesta gioventú in Ferrara, e viaggiando or in Italia, ed una volta a Parigi col protettore; e facendo l’Amintaed avanzando nellaGerusalemme. Crescean sue glorie, ma con esse le invidie, le amicizietraditrici, le protezioni fatte sentire, e il suo irritarsi, esaltarsi e divagare; ondeché, per istudio che se ne sia fatto (e niuno forse fu fatto tanto), mal si discernono le colpe de’ protettori e del protetto; e si conchiude con certezza, che mal potean durare l’un con gli altri. L’opinione piú volgare è che scoppiasse, forse concitato dalla gloria, il suo amore; e il duca, offesone, trattasse da pazzo (per clemenza!) il poeta cortigiano; e cosà trattandolo, il facesse impazzir davvero. Un’altra parmi possibile a sostenersi: che il povero Torquato, inquieto per natura e malcontento come Dante, come è inevitabile a un generoso caduto in tal purgatorio, pensasse mutar sito almeno, e passare alla corte o d’Urbino, o di Mantova, o di Firenze, o di Torino; e che di ciò s’indispettisse il padrone (cosà chiamavasi ed era); e questi dispetti reciproci fosser la sola o prima o seconda causa del mezzo impazzir del poeta, seguito da persecuzioni, seguite dall’impazzir ulteriore. Scoppiò tutto ciò, ad ogni modo, un dà che Torquato trasse il pugnale contro a un altro cortigiano in camera della duchessa. Fu imprigionato brevemente, poi rilasciato a condizione di curarsi della pazzia. Ma l’ingiunzione o la cura esacerbarono il male; entrò, volontariamente o no, in un convento di frati (una delle sue malinconie eran gli scrupoli); peggiorò, fuggà nel 1577, capitò a Sorrento dalla sorella, poi a Roma; fu perdonato, tornò in corte a Ferrara. Poi ne fuggà una seconda volta; fu a Mantova, a Venezia, ad Urbino, a Torino; e tornò a Ferrara una terza volta [1579], trattovi dall’abito o dall’amore. Ed ivi, fosse nuovo scoppio di questo o dell’ira sua o del duca, o dell’incompatibilitá reciproca, ivi in breve fu di nuovo preso e chiuso in Sant’Anna, l’ospedale de’ pazzi. Mentre era lÃ, fu pubblicato in parte, e per tradimento, il suo poema in Venezia [1580], poi tutto con suo consenso [1581]; mentre era lÃ, l’accademia della Crusca gli si avventò contro bruttamente; e là egli impazzà davvero, o poco meno; e là fu tenuto sette anni. Liberato finalmente per intervenzione di altre corti, di quasi tutta Italia [5 luglio 1586], errò nuovamente a Genova, a Mantova, a Bologna, Loreto, Roma, Napoli, di nuovo Roma, Firenze, Mantova, Roma, Napoli, e finalmente a Roma per la quarta edultima volta. Volea tornare a Ferrara! Il duca non volle, e fu piú savio. Ritirato al convento di Sant’Onofrio, ivi morà [25 aprile 1595] piú tranquillo che non era vissuto; indi salà ad un’altra realitá, egli che non avea capita mai questa della presente vita. Predecessor di quegli illustri infelici di Rousseau, di Chatterton e di Byron, forse piú grande, certo migliore e piú realmente infelice che tutti questi, lasciò un poema (sia detto a malgrado una moda presente contraria) mirabile di poesia, ma giá macchiato di que’ concetti che pervertirono poi letterariamente le lettere italiane, piú macchiato di quella mollezza allettante e penetrante che pervertà moralmente ed effeminò quelle lettere.—S’accrebbero poi i due pervertimenti, e talor anche per eccezione si fermarono e indietreggiarono ne’ seguenti e ad ogni modo minori poeti: Guarini [1537-1612], Chiabrera [1552-1637], Tassoni [1565-1635], Bracciolini [1566-1645], Marini [1569-1625], Fulvio Testi [1593-1646], Lippi [1606-1664], Salvator Rosa [1615-1673], Filicaia [1642-1707], Menzini [1646-1704], Guidi [1650-1712], Zappi [1667-1719]; oltre poi gl’infimi e piú pervertiti.—Nella prosa, Paolo Segneri [1624-1694] ha nome di primo oratore sacro tra gl’italiani; ma lontano da’ grandi francesi, è concettista pur egli; e tali sono poi parecchi altri predicatori contemporanei e seguaci di lui, con tanto piú scandalo, quanto piú grave è l’ufficio loro che non quello di poeta. In istoria, sono forse men parolai, meno retori che i loro predecessori, ma meno eleganti e men profondi, fra Paolo Sarpi [1552-1623], Davila [1576-1631], Bentivoglio [1579-1644], Pallavicini [1607-1667]; ed all’incontro, parolaio e fiorito oltre alle convenienze storiche, seicentista insomma, mi sembra il Bartoli [1608-1685]. Il Boccalini [1556-1613], scrittor politico, è da onorar senza dubbio, per essersi rivolto contro agli spagnuoli, tiranni d’Italia; ma vi si rivolse con leggerezza forse soverchia per argomento cosà grave ed affliggente. Meglio il Paruta [1540-1598] e il Botero [1540-1617]; scrittori seri e per il tempo virtuosi, ma non abbastanza grandi per farsi leggere, passati i tempi per cui scrissero, non abbastanza efficaci per aver lasciato effetto nella patria. E quindi resta forsesuperiore ad essi il Gravina [1664-1718], gran giureconsulto.—Lo Scamozzi [1552-1616], il Dati [1619-1676], il Baldinucci [1624-1696], scrittori d’arti, non arrivano all’autoritá ed all’efficacia de’ primi cinquecentisti, e massime non a quelle di Leonardo e Vasari; ma occupati nelle cose loro piú che nelle parole, si tenner puri almeno dalle affettazioni. E cosà Montecuccoli, gran capitano ed ottimo scrittore dell’arte e delle azioni proprie [1608-1681].—Del resto, non lasceremo quelle lettere del Seicento, e quel vizio d’affettazione che appunto si chiama da noi «seicentismo», senza notare: che esso fu, per vero dire, delle lettere italiane piú che delle straniere contemporanee, in generale; ma che nemmeno queste non ne andarono scevre, sia che il prendessero da noi, imitando insieme colle vecchie virtú nostre anche i nostri vizi nuovi, sia che all’incontro noi maestri prendessimo questo brutto vizio da’ nostri primi scolari, gli spagnuoli. Certo, che il seicentismo pare aver colá preceduto il Seicento come e piú che da noi; e certo è che vi giunse a’ medesimi o maggiori eccessi, e v’infettò piú grandi, Lope e Calderon istessi: ed io direi lo stesso Cervantes; se non che mal si distingue in lui, ciò che ei n’abbia da senno o per celia. Ad ogni modo, non è dubbio, il seicentismo ebbe allora suo regno piú o men lungo e piú o meno assoluto, e suoi nomi particolari in ogni paese; «gongorismo» in Ispagna, «eupheismo» alla corte d’Inghilterra, e stile, modi, donne ed uomini «preziosi» a quella di Francia ed al palazzo Rambouillet.20. Continua.—Lontani poi d’ogni affettazione come scrittori, e superiori in tutto a’ lor contemporanei italiani, furono i cultori di scienze materiali, Galileo [1564-1641], Torricelli [1608-1647], Viviani [1622-1703], Cassini [1625-1712], Redi [1626-1697], Malpighi [1628-1694], Magalotti [1637-1712], Vallisnieri [1661-1730]: ma grandissimo fra essi, motor di essi, anzi di tutto il progresso scientifico che si palesò a que’ tempi, Galileo. Attese nella prima gioventú alla musica, al disegno, alla poesia, alla medicina. Ma venuto per istudiar questa a Pisa, studiò matematiche; e nel 1589 ne fu eletto professore. Subito lasciò l’orme antiche, professò con novitá; e subito ne portò lepene solite, l’ira di coloro che non sanno o non voglion esser nuovi, l’invidia de’ mediocri che si paragonano da vicino. Intanto, come pur succede, era onorato da’ piú lontani. Chiamato a Padova, v’andava nel 1592 e vi rimaneva fino al 1610; in che pubblicava ilNuntius sidereus. Allora era richiamato a Pisa «senza obbligo di leggere né risiedere». Risiedé a Firenze principalmente, e come in corte al granduca. Egli avea trovate giá allora parecchie conseguenze ed applicazioni del moto del pendolo, il telescopio rifrattivo, i satelliti di Giove ed altre novitá; e con queste e con vari scritti erasi fatto seguace e confermatore del sistema di Copernico, pubblicato, del resto, fin dal 1543, e tollerato d’allora in poi dalla curia romana. Ma incominciò ora un frate a Firenze ad assalirlo; e in modo degno del secolo, bisticciando sul nome giá immortale, e sul testo sacro della Bibbia «Viri galilaei, quid statis adspicientes in coelum?». E qui è da confessare, il Galileo cadde in un errore, di che fu ripreso dal Sarpi contemporaneo suo, un error da grand’intelletto speculativo mal pratico degli uomini, quello di credere di poter con ragioni tolte da una serie di cognizioni e d’idee persuader coloro che sono tutto fuori di quella serie, e tutto dietro ad un’altra. Egli il primo cambiò «la questione fisica ed astronomica in teologica», egli forse discusse con superbia acquistata dai meriti contro a superbie immeritate; e queste, urtate, si sollevarono. Andò a Roma piú volte a spiegarsi, a spiegare; ne tornò via via con divieti piú urgenti di non sostenere il sistema. Egli il promise; e non so s’io dica che vi mancò nel 1632, quando stampò i suoiDialoghi, posciaché li fece prima approvare a Roma. Ad ogni modo, l’approvazione non bastò; nuovi frati e non-frati gli si sollevarono contro; l’Inquisizione citò il vecchio poco men che settuagenario; egli v’andò, fu processato, sostenuto in casa al fiscale dell’inquisizione, esaminato, e, dicono alcuni, negano i piú, torturato. Finalmente fu condannato a ritrattarsi, ed alla prigionia; la quale gli fu mutata per grazia in confino, a casa dell’amico Piccolomini arcivescovo di Siena, e poi a Bellosguardo ed alla propria villa d’Arcetri. Ed ivi visse gli ultimi anni suoi; ivi perdé gli occhinel 1637, e morà addà 8 gennaio 1641. Il processo di Galileo è brutto senza dubbio per li prelati che v’ebber parte; ma le carceri, i tormenti aggiuntivi sono gravi esagerazioni, e piú grave quella di attribuire alla Santa Sede l’opera dell’Inquisizione. Del resto, non rifarem noi l’errore di Galileo; lasceremo la questione teologica; e tenendoci alla politica, noteremo che quella persecuzione resta gran vergogna della corte che la mosse, di quella che la sofferse, di tutto il secolo in mezzo a cui si fece; e che se i due nomi di Tasso e Galileo bastano a dimostrare la perennitá, la varietá, la feconditá dell’ingegno italiano anche in secolo di massima decadenza, le due vite di que’ grandi bastano a dimostrar viceversa quanto fosse indegna di essi, discorde da essi la loro nazione in quel secolo.—E quindi si potrebbe argomentarea priorieda fortiori, che questo non poté esser grande in quella filosofia spirituale che alcuni pretendono conformare le generazioni, ma che io crederei anzi per lo piú conformata dalle qualitá morali, intellettuali e religiose di esse. E restano poi le opere di que’ filosofi (molto vantati ai nostri dÃ, per vero dire, o per la smania di aggiungere alle incontrastate glorie nostre le contrastabili, ed ai grandi secoli nostri un secolo di piú, o talor per la smania peggiore di trovar grandi i nemici del cattolicismo), restano, dico, le opere di Vanini [1535-1619], Giordano Bruno [1550-1600], Campanella [1568-1639] e di Telesio [n. 1509], a dimostrare, che fu mediocre la filosofia spirituale italiana a que’ tempi; se pur mediocri si voglian concedere le filosofie ingegnose, acute, ardite ed anche in parte progressive, ma mal logiche, mal compiute, non consistenti in sé, non tetragone, non combinanti le proprie parti, e retrograde anzi in molte parti; le filosofie insomma che progrediscono andando allato ma non dentro la via della veritá. Del resto, non saremo noi a negare un grande benché mal promosso pensiero del Campanella. Povero frate in un convento ideò la liberazione d’Italia dagli spagnuoli. Lontano d’ogni pratica, fu un generoso sognatore.21. Continua.—Se fosse vera in qualche parte quella tristissima teoria che tiene inevitabile in ogni cosa umana la successioneperiodica dell’accrescimento, dello splendore culminante, e della decadenza, certo ella dovrebbe esser vera principalmente in fatto d’arti. Perciocché, mirando queste al diletto, ed uno de’ maggiori diletti umani consistendo certamente nella novitá, e la novitá dopo l’ottimo essendo necessariamente men buona, pare immanchevole che dopo l’ottimo debba venire il men buono e il cattivo. Eppure il fatto non fu sempre cosÃ, non fu, se non con tante eccezioni e varietá, che ne rimane annientata la regola, la trista teoria. Nella Grecia e nell’Italia antiche, per esempio, lo stile ottimo durò parecchi secoli; in Egitto, nell’Indie, nella Cina non vi s’arrivò mai. E cosà nell’Italia, feconda a tutto, quando non sieno troppo contrari i venti, feconda principalmente a quell’arti che s’adattano meno male ai cattivi, nell’Italia moderna decaddero sà la scuola primitiva toscana e le nuove romana, veneziana e lombarda, ma sorse e risplendette la nuova scuola bolognese, che non si può dir né culminante né decadente; e la decadenza vera non incominciò se non dopo questo periodo secondo di splendore. Lasciamo dire i tristi profeti; la natura umana non è infinita per certo, ma è pur certamente indefinita; e in arti principalmente ella può trovar del nuovo e bello senza fine, purché non s’abbassi, non s’avvilisca, non si faccia incapace essa stessa. Del resto, essendosi avanzata l’arte incipiente in ciascuna delle scuole italiane con una virtú principale e distinta, l’arte giá progredita non poteva guari progredire ulteriormente se non ecletticamente, scegliendo il buono d’ogni scuola antica o nuova; le imitazioni delle virtú primitive son sempre affettazioni, e somigliano al bamboleggiar de’ vecchi. Ciò intesero, od anzi a ciò furono portati da lor natura e lor tempo, i nostri artisti bolognesi; ed a ciò, del resto, i loro contemporanei spagnuoli e francesi. Fondatori di quella scuola eclettica che non si dee dir derivata veramente né dal Francia né da altri piú antichi, furono Ludovico Caracci [1555-1619] e i due cugini di lui, fratelli tra sé, Agostino [1558-1601] ed Annibale [1560-1609], oltre altri di quella privilegiata famiglia. Seguirono Guido Reni [1575-1642], Albano [1578-1660], Domenichino [1581-1641], Guercino [1590-1666], tutti grandi, oltre una schiera di minori, fino intorno alla metá del secolo decimosettimo. Allora solamente decadde questa scuola e con essa tutta l’arte italiana. Perciocché eran decadute l’altre intanto; la toscana dopo Michelangelo e il Vasari che dicemmo, e il Bronzino [1502-1570]; benché vi risplendessero ancora Pietro da Cortona [1596-1669], e il Dolci [1616-1686]. La veneziana decadde giá coi Bassano [1510-1592], il Palma giovane [1544-1628?] e il Padovanino [1590-1650]. La romana, decaduta giá dopo Raffaello, decaduta piú dopo la morte degli allievi di lui, decadde peggio che mai dopo la generazione terza, che fu del Baroccio [1528-1612], Michelangelo da Caravaggio [1569-1609], e Carlo Maratta [1625-1713]. E dieron lampi la scuola napoletana per Salvator Rosa [1615-1673] e Luca Giordano [1632-1705]; la genovese per Luca Cambiaso [1527-1585]; e la piemontese stessa per Moncalvo [1568-1625].—La scoltura, portata da Michelangelo ad uno stile piú ardito e grande che non puro e posato come l’antico, decadde tanto piú presto; le arditezze e le esagerazioni furono portate al colmo dall’Algardi [1602-1654], e massime dal Bernino [1598-1680]. I quali poi insieme col Borromini [1599-1667], il Guarini [1624-1688] e parecchi altri, portando i medesimi vizi nell’architettura, fecero peggiorar questa, oltre l’altre due arti sorelle; e secondati dalle magnificenze de’ principi, de’ grandi e de’ religiosi di que’ tempi, moltiplicarono in Italia que’ palazzi, quelle ville, quelle chiese, il cui stile fu vituperato giá (or quasi rionorato per istrano capriccio) sotto nome di «barocco». E fu di tale stile guastata la facciata stessa di San Pietro; ma se ne salvò per felice eccezione il Bernino nella colonnata che le serve di pronao.—La musica all’incontro (la piú cortigiana dell’arti senza paragone) progredà indubitabilmente in questi tempi. Ma forse s’ammollà passando dalla chiesa ai teatro. Moltiplicaronsi le opere in musica lungo tutta la seconda metá del secolo decimosesto. Perfezionaronsi coll’invenzione del recitativo, or quasi sbandito. L’Euridicedel Peri, cantata nel 1600 a Firenze, ha nome (pur disputato) di prima opera cosà compiuta. E in esse e nella musica di chiesa risplendettero, Carissimi, Mazzocchi,Allegri [1640], Scarlatti [1650-1725]. Il famosoMisereredella cappella pontificia è dell’Allegri. Né questo fu tuttavia il secolo d’oro della musica italiana. Giá l’accennammo, fu riservata siffatta consolazione, qualunque sia, ai nostri dÃ.22. Gl’italiani fuor d’Italia.—Né lasceremo questi tempi senza fermarci a una gloria italiana giá antica, ma che si moltiplicò in essi senza paragone. Fu accennato da noi in altro scritto (ed era contemporaneamente, piú che accennato, fatto in gran parte dal Ricotti): una storia intiera, e magnifica, e peculiare all’Italia, sarebbe a fare degli italiani fuor d’Italia. Tutte le nazioni senza dubbio ebbero fuorusciti volontari o no: ma niuna cosà numerosi o cosà grandi come la nostra. Si potrebbe incominciare quella storia da Paolo Diacono, lo storico di sua gente caduta, in corte a Carlomagno; e continuar poi, non solamente con quegli oscuri e innominati mercatanti italiani che estesero l’industria e il commercio in tutta Europa e vi furon noti sotto nome di «lombardi», ma coi nomi di molte famiglie che cacciate dalle nostre discordie e nostre invidie repubblicane portarono fuori (in Avignone e Provenza principalmente) quei nomi giá illustri nella loro prima patria, diventati grandi alcuni nella seconda. E verrebbero insieme o poi i grandissimi nomi di Gregorio VII, Lanfranco, Pier Lombardo, sant’Anselmo, san Tommaso, san Bonaventura e Marco Polo; e quelli di tutti e tre i padri di nostra lingua, Dante, Petrarca e Boccaccio; e Cristina da Pizzano e il Poggio e l’Alciato; e il sommo Colombo, ed Amerigo, e i Cabotti, ed altri che portarono fuori l’operositá italiana, ai tempi che ella si potea sfogare addentro sotto l’ombra di quel che v’era d’indipendenza e di libertá.—Ma cadute queste, l’operositá italiana si portò, proruppe, si sfogò fuori in tutti i modi, in quasi tutti i paesi d’Europa. Guerrieri di terra e di mare, uomini di Stato e di Chiesa, artisti, scrittori, onorandi molti, miserandi quasi tutti, fecondarono di loro opere e di lor sangue le terre straniere. Due Strozzi, Piero [1510-1558] e Leone [-1554], fuggirono da’ Medici di Firenze e servirono Francia, dove il primo fu poi maresciallo, e il secondo grand’uomo di mare; ed ebbero e lasciarono numeroso séguito diparenti e compagni d’esiglio lá combattenti e soffrenti. Cosà Sampiero da Bastelica [1501-1567], due Ornani ed altri còrsi fuggenti pur in Francia la tirannia genovese. E cosà altrove altri capitani anche piú illustri, Emmanuel Filiberto ed Alessandro Farnese, de’ quali dicemmo, Ambrogio Spinola [1571-1630], il Medici marchese di Marignano [1555], Alfonso [1540-1591] ed Ottavio Piccolomini [1599-1656], il Montecuccoli [1608-1681], oltre una turba di guerrieri minori; cosà il Paciotto ed una turba d’ingegneri; cosà i Doria, gli Spinola ed una turba d’uomini di mare (genovesi principalmente) a servigio di parecchie potenze europee. Un Ferrante Sanseverino principe di Salerno passò d’uno in altro esilio fino a Costantinopoli, tornò in Francia, cantò le brame della patria in lingua propria e nella spagnuola; e la sua vedova accattava poi nella reggia francese onde alzargli una tomba. Un calabrese, fattosi frate e preso da’ turchi nell’andar a studio a Napoli, si fece turco, e sotto nome di Occhiali diventò famoso corsaro e pasciá, e combatté contro a’ cristiani a Lepanto; e, feroce schiumator di mare, scendea talora a rivedere le patrie marine e i genitori, mentre sue ciurme predavano all’intorno. Un conte Marsigli di Bologna [1658-1730] fu di vent’anni a Costantinopoli, militò per Austria sotto al Caprara, fu fatto prigione e schiavo de’ turchi, e dopo molte vicende ne fuggÃ; diresse la fonderia de’ cannoni in Vienna e vi fece sperimenti sulla forza della polvere, fece l’ingegnero, il diplomatico, il militare in mezza Europa, fu indegnamente (come pare) condannato da un Consiglio di guerra per la perdita di Brissac ove militava; e ritiratosi in Provenza, e finalmente in Bologna sua patria, finà coltivatore indefesso di lettere e scienze.—Del Mazzarino [1602-1661], povero prete calabrese salito in grazia di parecchi grandi, e finalmente di Richelieu, a cui succedé nella potenza di primo ministro di Francia, sono piene le storie.—E s’aggiunsero i fuorusciti cortigiani delle due Medici regine di Francia, e quelli tratti allo splendore di Luigi XIV, il Davila storico, i Mancini, i Concini, i Gondi, i Cassini astronomi, ed altri molti. E finalmente in Francia e Svizzera e Germania per causa di religione migraronoi Socini, i Sismondi, i Diodati, Telesio, Campanella, Radicati, Olimpio Morata, Celio secondo, Curione ed altri in folla; senza contar le dimore piú o meno protratte in Francia e Spagna di molti artisti nostri, Tiziano, Benvenuto Cellini, Primaticcio, Giovan da Udine ed altri quasi innumerevoli. Mirabile ingegno italiano che, chiusagli una via, ne sa trovar altre ed altre infinite; che, chiusagli la patria ad operare, opera fuori, cerca, trova campi in tutti i paesi, in tutte le colture! Che non farebbe, se trattenuto, fomentato, concitato insieme ed assodato in patria da quella indipendenza e quella libertá che son la somma o le sole buone tra le protezioni? La civiltá intiera troverebbe il conto suo ad apparecchiargli tal campo. Ma non è a pensarvi; gli stranieri non l’apparecchian mai, han troppo a fare a casa loro. A noi starebbe applicar tutto quell’ingegno nostro a tale apparecchio. Se non che, l’ingegno solo non basta a ciò. Ci vuol volontá e costanza e moderazione e devozione, tutte le facoltá, tutte le virtú dell’animo di tutti gli uomini; ma sopra tutte, quella del coraggio: dico il civile, il politico, il militare, tutti i coraggi. Diceva giá Danton, essere necessarie alle rivoluzioni tre virtú: audacia, audacia ed audacia. Ma egli parlava delle rivoluzioni diventate scellerate, come la sua. Nelle buone, l’audacia si traduce in coraggio, coraggio e coraggio. Chi non sa portar armi in mano, porti catene, e stia zitto.23. Il terzo periodo della presente etá in generale [1700-1814].—L’ingrata necessitá di essere troppo brevi ci fece finora accennare e dividere i fatti italiani da sé, senza accennar le relazioni di essi co’ fatti stranieri. Ma questo non ci è piú possibile trattando del secolo decimottavo e del principio del decimonono. Né i motivi delle guerre, né le guerre né le paci, che mutarono continuamente l’Italia, non furono piú italiane. Quattro guerre e quattro paci si fecero nella prima metá del secolo decimottavo; due, per la successione di Spagna; due, per quelle di Polonia e di Austria; poi, dopo una lunga pace, una serie di guerre per la rivoluzione e per l’imperio francese. Qualunque divisione di que’ tempi si facesse indipendentemente da questi grandi eventi europei, genererebbe confusione od anzi falsitá d’idee ne’ leggitori.Non pochi sono a’ nostri dÃ, governanti e governati, conservatori e progressisti italiani, i quali hanno la funesta smania dell’isolamento d’Italia, del trascurare ed ignorar volontariamente le condizioni, gl’interessi, le opinioni e quasi l’esistenza di quant’è straniero, o, come dicono con inconcepibil disprezzo, di quant’è oltremontano ed oltremarino. Ma noi (che speriamo non esser sospetti, in fatto almeno di nazionalitá ed indipendenza, e che ci esponiam volentieri ad esser detti uomini d’una sola idea e d’un sol libro), crediamo, all’incontro, essere due cose assolutamente diverse e talor contrarie, indipendenza ed isolamento. Il fatto sta, che quegli ultimi avi nostri del secolo decimottavo, lontanissimi essi dalle vane teorie dell’isolamento, intendentissimi anzi degli affari europei, furono pur quelli, i quali seppero cosà prender tutte le buone occasioni di guerra e di pace per liberarsi dalla potenza spagnuola, per scemar l’austriaca sottentrata, per accrescer gli Stati italiani, e farli progredire al segno dei piú avanzati contemporanei, sul continente. E quanto agli italiani della fine del secolo decimottavo e del principio del decimonono, se non furono superiori alle difficoltá, alle calamitá sorvenute, non ad altro forse è da attribuire se non appunto alla lunga pace che li avea, lor malgrado forse, isolati e disavvezzi dall’armi.—In tutto, noi ottocentisti abbiamo il vizio di voler essere troppo grandi uomini, di non apprezzar se non grandezze inarrivabili, di disprezzar quelle a che potremmo arrivar noi, ed arrivarono quegli avi nostri. Il Settecento fu in Italia molto piú grande che non è opinione volgare. Botta e Colletta hanno il merito di aver saputo andar oltre a quell’opinione; ed io confesserò fin di qua di voler andar oltre essi ancora. Non mai forse l’Italia progredà a un tratto tanto, come dal Seicento al Settecento, in indipendenza, in ordini civili, in colture. Questi ultimi avi nostri fecero lor ufficio, lor progressi, meglio che non molti antichi piú lodati. Cosà facessimo noi i nostri! CosÃ, tra’ nostri stolti disprezzi de’ settecentisti, e le piú stolte ambizioni di assomigliarci ai cinquecentisti, quattrocentisti o trecentisti, non corressimo il rischio di rimaner poco piú che seicentisti. Ma di ciò, piú autorevoliche non noi, giudicheranno gli storici futuri. Ed aspettiamovici pure: nostri o stranieri, ne giudicheranno, come progrediti, severamente.24. Prima guerra della successione di Spagna [1700-1714].—Carlo II, re di Spagna e dell’Indie, cioè di quasi tutta America, di numerose possessioni in Africa ed Asia, di ciò che or chiamiamo Belgio, di Milano, delle Due Sicilie e di Sardegna, morà il 1º novembre 1700 senza figliuoli. Pretendevano alla grande successione, Leopoldo d’Austria imperatore, per sé come agnato, e Luigi XIV per uno de’ nipoti suoi, come discendenti di Maria Teresa sorella di Carlo II, e in particolare (per non ispaventar colla riunione delle due corone) per Filippo secondogenito del Delfino. Ma perché Maria Teresa avea, sposando Luigi XIV, fatta rinuncia alla successione, vi pretendevano Ferdinando di Baviera figlio d’una sorella minore di lei, che non avea rinunciato, e finalmente Vittorio Amedeo II di Savoia come pronipote di una figlia di Filippo II. Tutti questi aveano giá negli ultimi anni fatti e rifatti trattati di partizioni della successione preveduta. Ma siffatti trattati aveano offeso e il languente re di Spagna, e piú la nazione spagnuola, gelosa d’indipendenza anche dopo perduta ogni libertá; ondeché, per non diveller le membra della monarchia, Carlo II l’avea con testamento de’ 2 ottobre lasciata intiera a Filippo di Francia, che cosà diventò quinto di Spagna, e, s’ei non accettasse, a Leopoldo imperatore.—Naturalmente accettarono Luigi XIV e Filippo V; il quale, ito subito a Spagna, fu riconosciuto in tutta la monarchia, e cosà in Italia, Napoli, Sicilia, Sardegna, Milano. Ma sollevaronsi gli altri pretendenti, ed Inghilterra, Olanda, Germania, spaventata per la riunione delle due monarchie in una sola famiglia, benché non sotto a una sola corona. La guerra incominciò a mezzo l’anno 1701; stavano da una parte Francia, Spagna, Baviera, il duca di Savoia, che forse avrebbe voluto fin d’allora mettersi contro, ma che, serrato tra Francia e Milano, non poteva; e finalmente Ferdinando Gonzaga, effeminatissimo principe che aprà Mantova ai francesi, e si rifugiò vilmente egli e sue donne a Casal Monferrato. E furon, dall’altra, Austria, e tra breve Inghilterra edOlanda, unite per trattato [7 settembre 1701] in quella che fu detta la «grande alleanza». Venezia, neutrale al solito, dichiarò lasciar passare chi volesse ne’ suoi Stati, eccettuate le terre chiuse; e nelle terre chiuse si passò poi come nelle aperte. Cosà all’incirca in quelle de’ Farnesi, degli Estensi e del papa barcheggianti. Casa Savoia sola continuò a contare in Italia, anzi incominciò allora a contare in Europa. La prima fazione in Italia (lasciando una congiura fatta in Napoli per casa d’Austria, e secondo il solito mal capitata) fu la discesa del principe Eugenio di Savoia capitano d’Austria, e giá gran capitano nelle guerre anterioriá d’Italia e di Turchia. Passò per Roveredo, la Pergola, Serchio, Vicenza; cosà eludendo Catinat, grande e provato capitano anch’esso, che coll’esercito franco-piemontese stava a guardia in Val d’Adige, dell’antiche chiuse d’Italia contro Germania. Quindi, sapientemente ed arditamente evoluzionando e combattendo, Eugenio passò Adige e Mincio, e Catinat fu deposto. Sottentrògli Villeroi, capitano di corte che si lasciò battere a Chiari [1º settembre], e sorprendere e prendere in Cremona [1º febbraio 1702]. Sottentrògli Vendôme che sostenne le cose francesi; e combattessi una battaglia dubbia a Luzzara [15 agosto], a cui assistette Filippo V, venuto di Spagna a visitar Napoli e Milano.—Il rimanente di quell’anno, e mezzo il seguente 1703, passarono tra molte fazioni, ma niuna di conto in Italia, niuna decisiva nemmeno altrove. Ma intanto volgevasi dall’una parte all’altra Vittorio Amedeo duca di Savoia. Fosse ira delle insolenze spagnuole e francesi, o aviditá e mutevolezza alle promesse austriache, o legittimo intendere della propria indipendenza minacciata tra Francia e Milano franco-spagnuola, ad ogni modo entrò Vittorio Amedeo in trattati coll’Austria. Luigi XIV se ne accorse; e a’ 29 settembre 1703 Vendôme disarmò e fece prigioni i piemontesi del suo esercito. Il duca rispose dichiarando guerra a Francia e Spagna [7 ottobre], che, accerchiatone com’era tuttavia, fu bella arditezza; e firmando con Austria e gli alleati di lei un trattato [25 ottobre], per cui gli eran promessi il Monferrato (che si prevedeva disponibile fra poco, dopo la morte di Carlo Gonzaga, senza figliuoli) ed Alessandria, Valenza,Lomellina e Val di Sesia, oltre poi mezza Francia orientale da conquistarsi.—Nel 1704, fu pressato il duca ad occidente da La Feuillade, che prese Savoia [gennaio] ed occupò Susa poi; ad oriente, da Vendôme che gli occupò Vercelli ed Ivrea. Il caldo della guerra fu in quell’anno in Germania; dove, addà 13 agosto, combattessi la gran giornata di Hochstädt o di Blenheim, tra austriaci con inglesi, capitanati da Eugenio e Marlborough da una parte, e francesi con bavari dall’altra, sotto Marsin e Tallard. Vinsero i primi; i francesi furono rigettati dal Danubio al Reno. E in Ispagna l’arciduca Carlo, figliuolo secondo dell’imperatore, incominciava la guerra movendo da Portogallo e prendendo nome di re di Spagna; e gli inglesi prendean d’un colpo di mano quella Gibilterra [4 agosto] che non lasciaron piú mai, di che fecero una delle stazioni principali di lor potenza accerchiante il globo, ma che rimase vergogna indelebile a Spagna, e causa perenne d’avversione tra le due nazioni.—Nel 1705 poi (perciocché in tutta questa guerra come nelle altre del presente secolo si distinsero piú che mai le campagne d’anno in anno, prendendosi regolarmente i quartieri d’inverno e combattendosi da primavera ad autunno avanzato), La Feuillade prese Nizza [9 aprile] al duca di Savoia; e Vendôme presegli Verrua [10 aprile], e sconfisse poi Eugenio a Cassano [16 agosto]. Intanto in Germania moriva Leopoldo imperatore, e succedevagli Giuseppe I [6 maggio]; e Villars teneva a bada Marlborough e la lega. E in Ispagna Carlo arciduca e re prendeva Barcellona [9 ottobre], e ne faceva sua piazza d’armi, e come la capitale di suo regno in Ispagna. E cosà giá piegavano le cose di Francia.—Ma precipitarono nel 1706. Vendôme vinceva sà a Calcinato [19 aprile], ma era chiamato quindi a Fiandra. E La Feuillade poneva assedio a Torino [13 maggio]; e pressandola per poco men che quattro mesi, l’avea ridotta agli ultimi, a malgrado una bella guerra spicciolata fatta all’intorno da Vittorio Amedeo, quando sopravenne il principe Eugenio di Germania, con bellissima marcia per le terre di Venezia e la destra del Po. Riunitosi col prode e perdurante duca presso a Moncalieri, girò (grande arditezza in lui, pari vergogna ainemici) intorno al campo assediante; poi furono insieme principe e duca sulla vetta di Superga, a concepir di lá l’imminente battaglia; e il duca fece alla Vergine il voto di quella chiesa ove or riposa, sommo fra i successori di lui, Carlo Alberto. E quindi scesi, assalirono, rupper le linee, sbaragliarono l’esercito francese, addà 7 settembre. Rimasevi ucciso il Marsin venutovi a comandare, ferito il duca d’Orléans venutovi ad obbedire dolorosamente contra il proprio parere, che era d’uscir dalle linee. Questa battaglia di Torino fece perder l’Italia a Francia e Spagna. Non servà una loro vittoria [9 settembre] nel Mantovano. Si difesero qua e lá fino al fine dell’inverno. Intanto continuò sà Villars a difendere la frontiera germanica; ma in Fiandra erano pur battuti Villeroi e l’elettor di Baviera da Marlborough a Ramillies [23 maggio]. In Ispagna, l’arciduca re Carlo entrava in Madrid [16 giugno]; ma Filippo vi rientrava [22 settembre].—Nel 1707, i francesi, difesisi qua e lá tutto l’inverno, vuotarono il Milanese e tutta l’Italia superiore per capitolazione [13 marzo]. Susa sola rimaneva: fu loro presa dal duca di Savoia [3 ottobre]. E allora, aiutata dagli eventi, riuscà una sollevazione. Addà 7 luglio sollevossi Napoli per Austria; in breve non rimase che Gaeta a re Filippo; fu presa addà 3 ottobre; e tutta la penisola fu sgombra di franco-spagnuoli. Ma tentata un’invasione in Provenza dal principe Eugenio e dal duca di Savoia [11 luglio], e posto da essi assedio a Tolone, furono costretti a levarlo [22 agosto] e ripassare in Italia. E in Ispagna il Berwick, generale (e gran generale) di Francia e Spagna, vinse una gran battaglia ad Almanza [25 aprile], e tutto il regno, salvo Catalogna, tornò a Filippo V. Alla frontiera di Germania Villars ruppe le linee nemiche di Stolhoffen [22 maggio], e, passato il Reno, invase Franconia.—Nel 1708. venuto a Delfinato questo capitano, che fu vero Fabio francese, tenne a bada il duca di Savoia tutto l’anno mentre disputavano l’imperatore e il papa per la supremazia di Parma e Piacenza ed altri diritti della Chiesa, e per la ricognizione di Carlo III di Spagna. Morà poi [5 luglio] Carlo III Gonzaga; e passarono Mantova all’imperatore, e Monferrato a Vittorio Amedeo II.E intanto i francesi erano di nuovo battuti da Eugenio e Marlborough ad Oudenarde [11 luglio] ed altri campi di Fiandra; e proseguivano, all’incontro, lor vantaggi in Ispagna.—Nel 1709, Eugenio e Marlborough proseguirono lor vittorie, n’ottennero una nuova e grande a Malplaquet contra Villars [11 settembre], e presero Mons [20 ottobre]; onde non servirono alcune vittorie minori de’ francesi in Germania e Francia; e si posò in Italia.—E quindi, nel marzo 1710, aprironsi in Olanda i primi negoziati per la pace, con gran vantaggio, con piú grandi pretensioni, anzi con insolenza, per parte degli alleati. Luigi XIV, stanco e minacciato da presso, era disposto a cedere Spagna, a lasciar ispogliare il nipote. Non bastò; gli alleati vollero che egli si aggiungesse ad essi per ispogliarlo; anzi poi, che lo spogliasse esso stesso. Si sollevarono gli animi di quel gran re, di quella gran nazione, men leggiera, piú perdurante che non si dice; ruppero i negoziati [25 luglio], ricominciarono la guerra, e continuarono a perderla in Fiandra e in Ispagna. Addà 20 agosto, perdettero la battaglia di Saragozza; addà 5 settembre, Filippo V lasciò Madrid per la seconda volta. Ma questo fu il termine delle sventure di Francia; e incominciarono i premi meritati della perduranza di lei. Passò a Spagna Vendôme con un nuovo esercito francese, ricondusse Filippo V a Madrid [3 dicembre], vinse e prese Stanhope a Brihuega, vinse Stahremberg a Villaviciosa in due gran giornate [9, 10 dicembre].—E quindi ricominciarono, ma tutto diversamente, i negoziati nel 1711; aiutati da uno di que’ casi che di rado mancano agli uomini, alle nazioni perduranti. Morà [17 aprile] Giuseppe imperatore, e successegli l’arciduca re Carlo VI; il quale cosà riunendo in sé le due potenze austriache separate da Carlo V in poi, volse contro a sé tutte quelle paure di preponderanza che erano poc’anzi contra Francia. E allora passarono parecchi degli alleati a’ desidèri di pace; Inghilterra e Savoia sopra tutti, che, avendo guadagnato alla guerra, non si curavano di porre a nuovi rischi i guadagni. Anna regina d’Inghilterra, e l’opinione pubblica, anche piú regina colá, tolsero il ministero ai whigs che erano per la guerra, e diederlo a’ toryes pacieri. I negoziati furonoper allora segreti, e continuossi la guerra, ma mollemente, senza grandi eventi in niun luogo, e con vantaggi francesi in Fiandra e Spagna. Ma nel 1712 aprironsi i pubblici negoziati ad Utrecht fin dal 29 gennaio; e al 17 luglio si fece tregua tra Francia ed Inghilterra. Quindi, rimasto solo l’esercito imperiale, fu vinto a Denain dal Villars [24 luglio], e perdé poscia in Fiandra tutti i vantaggi degli anni precedenti. E continuarono quelli de’ francesi, e si posò in Germania e Italia.—Finalmente, nel 1713 [11, 17 aprile], firmaronsi ad Utrecht cinque trattati: di Francia con Inghilterra, Savoia, Portogallo, Prussia e Paesi bassi; per cui Francia abbandonò gli Stuardi e riconobbe la successione della casa di Hannover a’ tre regni britannici; Filippo V (che avea giá rinunciato, per sé e i successori, alla corona di Francia, come i successori di Luigi XIV alla corona di Spagna) rimase re di Spagna e delle Indie com’erano stati gli Austriaci; salvo Gibilterra e Minorca lasciate ad Inghilterra, le province settentrionali (il Belgio presente), Milano, Napoli e Sardegna ad Austria, e Sicilia a casa Savoia. La quale, oltre a tale acquisto e il titolo annessovi di re, acquistò pure l’intiero Monferrato, Alessandria, Valenza, Lomellina, Val di Sesia, e tutte le terre dell’Alpi rimanenti a Frallcia al di qua, cedendo all’incontro Barcellonetta, sola che avessimo al di lá.—Quindi rimaneva sola Austria coll’imperio contra Francia e Spagna; e guerreggiò infelicemente lungo tutto quell’anno. Addà 10 luglio, Stahremberg abbandonò Catalogna e Spagna. E l’anno seguente 1716, a Rastadt [6 marzo], ed a Bade [7 settembre], furono firmati due altri trattati, per cui l’imperatore e l’imperio s’aggiunsero a quelli d’Utrecht. E cosà dopo quattordici anni tornò in pace e rimase mutata la cristianitá europea; il grosso della potenza spagnuola passato di casa d’Austria a casa di Francia: e passate Italia dalla preponderanza austro-spagnuola alla preponderanza austriaca propriamente detta, tanto piú grave e forte quanto piú vicina. Ma era scemato lo sminuzzamento della penisola per la cessazione dello Stato di Mantova e Monferrato; erasi accresciuta in dignitá, in territori la predestinata casa di Savoia; e cosÃpreparati i progressi ulteriori de’ trentacinque anni seguenti. Perciocché i trattati del 1713 e 1714 furono al secolo decimottavo ciò che veggiamo esser quelli del 1814 e 1815 al decimonono, fondamento su cui s’alzò la politica di tutto il secolo. Ma gli avi nostri (dico appunto e principalmente gli italiani) furono o piú savi o piú forti o piú felici in ciò, che seppero a poco a poco corregger gli errori lasciati ne’ trattati fondamentali. E forse fu dovuto a ciò solo, che furono allora in concordia, che operarono congiunti principi e popoli nostri. Così solamente è possibile giovarsi a ben comune delle occasioni; le quali all’incontro tra’ divisi non fanno altro che accrescere la divisione.25. Guerre di Morea e di Sardegna e Sicilia [1714-1720].—Tre morti importanti avvennero nell’anno 1714: quella di Luigi XIV, a cui succedendo Luigi XV fanciullo, rimase Francia governata dal duca d’Orléans reggente; quella di Anna regina d’Inghilterra, a cui successe Giorgio I di Hannover; e quella di Maria Luisa di Savoia moglie di Filippo V, alla quale successe nel medesimo anno Elisabetta Farnese, sorella di Francesco duca di Parma e Piacenza. Fu trattato questo secondo matrimonio di Filippo V dall’Alberoni, un preticello italiano venturiero ed intrigante, che diventato tra breve cardinale e ministro principale e quasi assoluto di Spagna, fu causa di nuovi turbamenti in tutta Europa.—Intanto, al fine del medesimo anno 1714, ruppesi guerra tra il Turco e Venezia. Quello voleva riconquistar Morea, e riconquistolla nel 1715 facilmente alla decrepita repubblica. Questa non si riscosse, se non alle minacce turche contro alla vicina Corfù; fece allora apparecchi, assoldò lo Schulemburg capitano straniero, e strinse alleanze. Austria entrò in guerra; e il vecchio vittorioso Eugenio condussela felicemente dall’Ungheria, ottenne una gran vittoria a Petervaradino, e prese Belgrado. Venuto poi lo sforzo turco nel 1716 contro a Corfú, questa fu cosà ben difesa da Schulemburg, che, dopo un ultimo assalto respinto ai 18 agosto, i barbari si ritrassero. Nel 1717, combattessi in mare; e i veneziani, ora soli, ora aiutati da alcune navi di Malta, del papa, di Toscana e di Portogallo e Spagna, ebbero il vantaggio. E nel 1718 [21 luglio] fu firmata la pace di Passarowitz,per cui rimase spoglia Venezia della recente conquista di Morea e ridotta a quell’isole che or son dette Ionie, ma accresciuta Austria delle due forti città di Belgrado e Temeswar.—Né posava Austria ai patti di Utrecht e Rastadt; negoziava per ricongiunger Sicilia a Napoli, e dar in cambio a re Vittorio Sardegna, tanto minore. D’altra parte, Spagna, condotta dall’ambizioso Alberoni, ambiva il medesimo riacquisto, e di piú quelli di Napoli e Sardegna; e negoziava pur con Vittorio per tutto ciò riavere d’accordo con lui, e dargli in cambio Milano tanto piú vicina, ma da conquistarsi contro Austria. Naturalmente Vittorio non aderiva all’ambizione austriaca; e andava lento, forse troppo, a secondar la spagnuola. Ma dimorato giá presso a un anno nel nuovo regno e incontratevi tutte quelle difficoltà che sempre sono in una nuova signoria, e di piú un’aspra contesa ecclesiastica col papa che volea approfittar dell’occasione per distruggere un tribunale secolare sulle cose ecclesiastiche (detto «della Monarchia», ed istituito fin dall’origini di quel regno), Vittorio regnava mal fermo colà . E l’avventato Alberoni troncò le peritanze della diplomazia con una di quelle rotture subitane di trattati, le quali, colle reciproche guarentigie fin d’allora stabilite tra gli Stati della cristianità , erano giá scandalose e di difficilissima riuscita. Ai 22 agosto 1717, un’armata di terra e mare raccolta a Barcellona invase subitamente Sardegna, e conquistolla contro Austria, a malgrado gli scandali e le proteste di tutta Europa. Che anzi, addà 30 giugno 1718, un nuovo armamento spagnuolo scese in Sicilia, e s’accinse a conquistarla contra Savoia. Ma si riscosse piú efficacemente allora la diplomazia, e conchiuse trattati [agosto-dicembre 1718], per cui s’unirono contra i Borboni di Spagna, non solamente Inghilterra, Olanda, Savoia ed Austria, ma quella Francia che li avea lá stabiliti, e per essi avea combattuto quindici anni poc’anzi. Tanto fin d’allora contavan poco le alleanze di famiglia! Tanto non sono durevoli se non le alleanze di popoli, fatte secondo i loro durevoli interessi! Una flotta anglo-olandese ruppe la spagnuola nell’acque di Siracusa [11 agosto]. Un esercito tedesco approdò in Sicilia; e vi si guerreggiò con successi vari negli anni seguenti. Ma intanto l’Alberoni concitato,come succede, dalle proprie e prime avventatezze ad altre maggiori, andò tant’oltre con gli intrighi od anche le congiure in Francia contro al reggente, e in Inghilterra contro alla casa di Hannover, che rivoltisi tutti contro a lui, e spaventatone l’onesto e debole Filippo V, lo cacciò; e lui cacciato, si rifece pace facilmente addà 17 febbraio 1720. Spagna rimase spoglia di Sardegna; ma la casa de’ Borboni spagnuoli vantaggiata delle successioni eventuali di Toscana e di Parma e Piacenza a don Carlo figliuolo della regina Farnese, quando avvenissero le estinzioni, che si prevedevan vicine, delle due case de’ Medici e de’ Farnesi. Re Vittorio rimase spoglio di Sicilia, e mal compensato con Sardegna; ed Austria accresciuta, soddisfatta della riunione di tutto il regno delle Due Sicilie. E l’indipendenza italiana scapitò cosà di quanto perdette il principe nativo, di quanto acquistò lo straniero preponderante. Con Austria signora di Milano, Mantova e le Due Sicilie, Italia era fatta piú dipendente che mai. Ma, allora, fu per poco.26. Pace di dodici anni; guerra della successione di Polonia [1720-1735].—Seguì una pace di dodici anni in Europa. Re Vittorio ne approfittò ad ordinare il nuovo Stato di Sardegna, gli antichi di Piemonte, l’istruzione pubblica principalmente, l’università di Torino, il collegio delle province da lui fondato. Molti professori chiamò di fuori. Guerriero egli soprattutto, ma gran principe in tutto, si compiaceva, s’accerchiava degli uomini e massime de’ ministri piú capaci in ogni cosa; sentiva di rimaner superiore a chiunque, non solamente col grado, ma coll’ingenita grandezza. L’Ormea fu ministro principale di lui e del figlio poi; e fu allevato da lui il Bogino successor dell’Ormea. Fu donnaiuolo in gioventù; e fatto vecchio e pio, volle sposare una gentildonna lungamente amata, la contessa di San Sebastiano. E fosse poi vergogna di ciò effettuare dal trono, o, come fu detto, imbroglio politico ove si fosse messo ed onde non sapesse uscire, o stanchezza del lungo agitato regno, ad ogni modo lasciollo [3 settembre 1730] al figliuolo Carlo Emmanuele III, e si ritrasse privato a Chambéry. Ma fosse ambizione della vecchia sposa, o propria ridestatasi tra l’insueta inoperosità ,passato appena un anno, venne a un tratto a Rivoli presso Torino, e poi [25 settembre] a Moncalieri; e chiamato Del Borgo ministro e notaio della corona, gli ridomandò l’atto della rinunzia, e nella notte tentò, ma non gli riuscì, farsi dare la cittadella di Torino. Adunatosi, agitatosi intanto il Consiglio di re Carlo, fu da questo dato ordine di arrestare il padre. Eseguissi nella notte del 27 al 28; fu rapita la San Sebastiano e condotta a Ceva; rapito e ricondotto a Rivoli, prigione del figlio, il vecchio vincitor di tante battaglie. Infuriò, languì un anno; domandò, ottenne riaver la moglie, tornare in Moncalieri; vi morà ai 31 ottobre 1732. Brutto fine, brutto principio di due belli e felici regni.—Il Piemonte fu tra’ paesi d’Italia quello che piú si avvantaggiò della pace. E tentavansi riordinare pure Milano e il regno di Napoli e Sicilia dagli austriaci. Ma non vi riuscivan guari essi, e come signori nuovi, e come stranieri; ed anche perché, essendo Carlo VI imperatore senz’altra prole che due figliuole, egli e suo governo attendevano a poco piú che ad assicurar la successione a Maria Teresa, la prima di quelle, e n’agitavano la diplomazia di tutta Europa.—Delle due grandi repubbliche, Venezia languiva sempre piú; si divertiva, apprestava i carnovali a’ gaudenti di tutta Europa: Genova, all’incontro, era turbata dalle sollevazioni de’ còrsi. Governati in modo assoluto, tirannico e corrotto, come sogliono i sudditi non partecipanti al governo delle repubbliche, scoppiarono nel settembre 1729 per una angaria fatta a un povero vecchio nella riscossione de’ tributi. Tumultuossi in vari luoghi, fecersi assembramenti, levaronsi armi; due volte i sollevati assaliron Bastia e si ritrassero. Governatori, capitani, pacieri nuovi vi furono invano mandati da Genova. S’innalzarono, si mutarono parecchie volte i capipopolo. Finalmente, brutto rimedio ad italiani contra italiani, piú brutto a un governo libero, i genovesi chiamarono gli austriaci ad aiuto, ad arbitri; e venuti gli austriaci, e fatto l’uno e l’altro ufficio, statuirono cessazioni d’armi, paci, indulti, e di soprappiù una Camera imperiale, che giudicasse in appello tra sudditi còrsi e signori genovesi [1732-1733]; e cosà i signori ebber lor signoria diminuita, e i sudditilor sudditanza accresciuta d’una nuova supremazia; non insolito né indegno fine di tali appelli. Ma durò poco quel cattivo accordo; risollevaronsi i còrsi fin dal 1734, ed ordinaronsi nel 1735 piú che mai in istato indipendente sotto a tre capi, Giaccaldi, Giafferi e Giacinto Paoli.—Tra gli Estensi non fu novitá se non nell’anno 1737, che morà il duca Rinaldo e successegli Francesco III.—In Roma, a Clemente XI [Albani], lungamente pontificante fin dal 1700, succedettero Innocenzo XIII [Conti, 1721], Benedetto XIII [Orsini, 1724] e Clemente XII [Corsini, 1730]; e tutti regnarono tranquilli e virtuosi.—Agitatissimi, all’incontro, furono in questo tempo il governo degli ultimi Medici e Farnesi in Toscana e Parma, per li patti fatti, come dicemmo, nel 1720 dalle potenze straniere per quelle successioni. Non consultati, non consenzienti, protestarono e negoziarono a lungo in tutta Europa, inutilmente. In Toscana morà [31 ottobre 1723] Cosimo III Medici e successegli suo figliuolo Gian Gastone, vecchio giá di cinquantadue anni, senza figliuoli, e principe coltissimo, ma perdutissimo di costumi. Resistette gran tempo alla successione dell’infante don Carlo; vi s’arrese finalmente per trattato dei 25 luglio 1731, protestò contro segretamente, pretese (un po’ tardi) restituir la libertá fiorentina, ricevette guarnigioni straniere, e finalmente l’infante, l’erede stesso [dicembre 1731].—In Parma, morto il duca Francesco addà 26 febbraio 1727, succedettegli il fratello Antonio vecchio di cinquantasette anni, il quale protestò pur egli contro alla successione impostagli, e prese moglie l’anno appresso ma non ebbe figliuoli, e morà al 10 gennaio 1731. Quindi gl’imperiali preser possesso del ducato, e lo diedero secondo i trattati all’infante don Carlo, che vi venne in ottobre 1732.—Ma questo fu il secolo delle successioni contrastate; e se alle piccole de’ principati italiani bastò la diplomazia, alle piú grosse furono necessarie le guerre. Aprissi quella del regno di Polonia per la morte di Federigo Augusto di Sassonia, succeduta addà 1 febbraio 1733. Ognuno sa che presso a quella nazione valorosa, ma pur troppo impolitica, e perciò da gran tempo infelice, le successioni regie si facevano nella impolitica forma delle elezioni. Duecompetitori erano allora: Stanislao Leczinzki, giá stato re al principio del secolo e cacciato poi per opera della Russia, ed Augusto elettor di Sassonia figlio dell’ultimo. E perché in questa estrema imprudenza caddero di eleggersi i re sotto influenze straniere, stavano, per il primo, Francia il cui re Luigi XV avea sposata una figlia di lui; per il secondo, Carlo VI imperatore zio di lui, e Russia antica nemica del primo. E perché quando Austria e Francia entrano in guerra l’una contra l’altra, è inevitabile v’entri Italia o almeno casa Savoia intermediaria, e cosà abbia a scegliere fra le due una alleata secondo il proprio interesse; perciò re Carlo Emmanuele scelse Francia, che gli offriva la conquista del desiderato Milanese. Fecesi in Torino [26 settembre] il trattato, per cui oltre a quella conquista fu stipulato, che farebbesi pur quella di Napoli e Sicilia, da darsi all’infante don Carlo che lascerebbe Parma e Piacenza al fratello don Filippo.—Aprissi subito la guerra con una campagna d’inverno. Il vecchio Villars condusse gli ausiliari francesi; re Carlo, tutto l’esercito. Varcaron Ticino, entrarono in Pavia, in Milano [3 novembre]; n’assediarono e presero il castello, e Pizzighettone, Novara, Tortona, e via via tutto il paese fino all’Oglio. Carlo Emmanuele s’intitolò duca di Milano. Ma l’error suo qui, l’error forse di tutta sua vita, fu quella prudenza eccessiva, che teme passar il segno del necessario. Non pensò che bisogna conquistar due in guerra per serbar uno in pace. Si contentò di difender le conquiste fatte, e rattenne i francesi che volevan pure spingere la guerra oltre Oglio e Mincio, alle bocche del Tirolo, e cacciar gl’imperiali d’Italia. Lo stesso ottuagenario Villars se ne disgustò; e partito per Francia morà per via a Torino, deriso dai piú quasi rimbambito; ed era forse di spiriti piú giovanili che non i derisori. Scese quindi tranquillo l’esercito austriaco sotto Mercy, e si guerreggiò per quel ducato di Parma, che avrebbe dovuto esser a spalle dell’esercito gallo-piemontese. E vinsero questi là a Parma una gran battaglia sotto il Coigny addà 29 giugno 1734, e s’avanzarono poi di là in due mesi e mezzo poche miglia fino alla Secchia. Dove, non guardandosi, furono sorpresi e mezzo rotti a Quistello daKönigseck [14 settembre]; e quindi si ritrassero e pur rivinsero una gran battaglia a Guastalla [19 settembre]. Re Carlo vi capitanò e vinse: e tornò quindi a Torino. Si posò l’inverno; si rifece guerra l’anno appresso 1735, ma piú molle che mai, quantunque col rinforzo d’un esercito spagnuolo, tornato giá dalla conquista di Napoli e Sicilia.—Perciocché sin dal fine del 1733 era approdato in Toscana quest’esercito spagnuolo, a capo di cui pastosi l’infante don Carlo s’era mosso per Roma contro a Napoli. Poca, quasi nessuna resistenza fecero il viceré Visconti e i tedeschi, che erano pochi e sproveduti; ritrassersi a mezzodà sull’Adriatico fino a Bari, ad aspettar rinforzi attraverso quel mare. Entrò don Carlo in Napoli, applaudito, festeggiato, e da coloro che sempre sono affetti a una signoria antica quantunque straniera e cattiva, e da que’ migliori che speravano un regno finalmente nazionale. E l’ebbero in effetto; incominciò Carlo quella dinastia de’ Borboni, che or buoni or cattivi son pur diventati napoletani, italiani. Né s’indugiò qui come nell’Italia settentrionale. Mosse subito il Montemar, capitano degli spagnuoli, contro ai tedeschi che risalivan da Bari. A Bitonto s’incontrarono, si combatterono addà 25 maggio 1734. Vinse il Montemar, e ne fu fatto duca di Bitonto e governator di Sicilia. Alla quale poco appresso movendo, approdò a Solanto, entrò in Palermo, ed inseguì poi il resto de’ tedeschi chiusi in Messina; assediolla ed ebbela a patti [25 marzo 1735], nettando cosà di tedeschi i due regni.—Poco appresso [3 ottobre] furono firmati tra Francia ed Austria i preliminari, a cui mal volenterose pur aderirono in breve Spagna e Sardegna; e cosà [19 novembre] fu conchiusa a Vienna la pace generale. Per essa Augusto rimase re di Polonia, onde giá aveva cacciato Stanislao; questi fu fatto duca di Bar e poi di Lorena, sua vita durante, dovendo passare poi questa provincia a Francia; Francesco duca di Lorena, marito di Maria Teresa l’erede d’Austria, dovea passare granduca di Toscana alla morte di Gian Gastone Medici; don Carlo rimase re di Napoli e Sicilia; Parma e Piacenza passarono all’imperatore; e re Carlo di Sardegna acquistò Novara, Tortona e la supremazia de’ feudi delle Langhe,piccola parte di grandi speranze. Ma l’Italia tutta insieme fu quella che s’avvantaggiò piú: un nuovo gran regno nazionale, una nuova gran diminuzione della signoria straniera; questa ridotta a Milano, Mantova, Parma e Piacenza. Da due e piú secoli, da Carlo VIII e Ferdinando cattolico in qua, non mai erasi trovata pesta da piedi stranieri cosà poca terra italiana. Il secolo decimottavo non parlava di nazionalità come il nostro, e, per vero dire, non vi pensava guari; i popoli erano contati per nulla, i principi europei pensavano, trattavano francamente per se soli. Vergogna, che cosà facendo facesser meglio per li popoli che non quelli i quali hanno ora per le bocche continuamente il bene de’ popoli, e li divelgono e sminuzzan poi ad utile proprio; piú apparente, del resto, che non forse reale, piú momentaneo che non definitivo.27. Breve pace. Guerra della successione austriaca [1735-1749].—Seguirono una breve pace, una lunga e poco men che inutile guerra. Durante la pace incominciarono, Carlo Emmanuele in Piemonte, Carlo Borbone nel suo regno, que’ miglioramenti di che diremo quando si compierono. Ma Toscana fu quella che migliorò piú in questo intervallo. Morì [9 luglio 1737] Gian Gastone, ultimo e forse pessimo dei degeneri Medici, e succedette, secondo i trattati, Francesco marito di Maria Teresa, e primo di quella casa Lorenese, o seconda Austriaca, che essa pure si italianizzò. E cosà s’italianizzino meglio e davvero queste due famiglie di Toscana e di Napoli; io lo ridico, dopo ed a malgrado gli ultimi e sì vari eventi. I quali, non che mutare, hanno sancita la mia opinione, che dalla sola unione di principi e popoli sia da sperare l’indipendenza italiana; i quali hanno mostrato quanto vicini noi siamo a questa quando uniti, quanto discosti appena disuniti; i quali, fra i numerosi e gravi insegnamenti lasciati a’ posteri, lasciano questo sommo, che l’impresa o rivoluzione dell’indipendenza non si debba complicare di niun’altra né di dinastie né di territori che giá sieno materialmente indipendenti. Si gridò, si griderà altre volte «indipendenza italiana!», ma non se ne ebbe finora il concetto, l’idea, ed anche meno la passione vera. E finché non si concepiscache non è paragone tra l’indipendenza e tutti gli altri temporali doni di Dio; finché l’idea e la passione della indipendenza non ispengano le altre idee o passioni nazionali, il giorno dell’indipendenza non sarà venuto. Misere cose sono la mente, il cuore umano; di rado potenti, quand’anche concentrano lor forze; impotentissime sempre quando le distraggono, quando femminilmente, fanciullescamente, od anzi animalmente, corron qua o lá dietro a questa o quell’idea o passione.—Ma pensino i principi, che pur troppo sovente e dappertutto, e massimamente in Italia, si fanno di queste terribili fanciullaggini od animalità ; e per amore, se non di noi, di loro stessi, non vi si espongano.—Nel 1740, ai 31 maggio, morà Federigo Guglielmo re di Prussia, e gli successe il figliuol suo Federigo II, detto «il grande»; e morÃ, ai 20 ottobre, Carlo VI imperatore, e gli successero negli Stati, Maria Teresa, sua figlia, e Francesco di Lorena. Ma a malgrado la prammatica fatta per tal successione da Carlo VI, e riconosciuta poi nei trattati successivi da quasi tutti i principi d’Europa, sollevaronsi allora parecchi; Federigo coll’armi, prendendo subito Silesia [dicembre]; gli altri, colle trattative ed alleanze. Una ne fu fatta a Nymphemburg [18 maggio 1741] tra Francia, Baviera e Spagna, a cui poscia s’accostarono Prussia, Sassonia e re Carlo di Sardegna. L’esercito gallo-bavaro penetrò in Boemia ed Austria [novembre]; l’elettor di Baviera fu proclamato re di Boemia; e in breve imperator Carlo VII [24 gennaio 1742]. Austria era agli ultimi; fu salva dal generoso amore de’ magiari alla giovine, bella e virtuosa Maria Teresa, dall’alleanza antica di sua casa con Inghilterra, e dal trattato da lei conchiuso [lº febbraio 1742] con re Carlo di Sardegna. Fu detto allora di semplice neutralità , ma in breve di vera alleanza. Può, deve far meraviglia questo accostarsi di casa Savoia a casa d’Austria in tale occasione, che sembra essere stata la migliore da molti secoli, di cacciar questa di Lombardia e d’Italia. Ma il fatto sta, che Francia e Spagna sembrano aver voluto allora dar Lombardia non a re Carlo di Sardegna, ma insieme con Parma e Piacenza a don Filippo di Spagna, fratello secondo del re giá spagnuolo diNapoli; e se ciò si fosse effettuato, casa Savoia e Italia aveano a temere il ritorno della preponderanza spagnuola, quasi un ritorno del Seicento. Per altra parte, non è dubbio che una gran differenza sarebbe sorta dall’essere Lombardia e Parma e Napoli non province spagnuole come nel Seicento, ma Stati indipendenti sotto principi, che, spagnuoli o francesi d’origine, si sarebbero in breve italianizzati; ondeché, in tutto, io non so s’io lodi come giusta, o se forse io non biasimi come stretta e mal interessata questa prudenza di re Carlo Emmanuele nell’accostarsi allora a Maria Teresa. Ad ogni modo, bene o male istituita quella guerra, re Carlo la fece bene poi, a modo de’ maggiori. L’aprì in Italia fin dal 1742, assalendo Modena alleata di Spagna; e movendo quindi, per l’Emilia e la Romagna, contro all’esercito venutovi di Spagna. Ma fu tra poco di lá chiamato per l’invasione d’un altro esercito spagnuolo in Savoia [settembre]. Dove accorso re Carlo, respinse dapprima, fu respinto poi, ed invernò in Piemonte.—Nel 1743, combattessi a Camposanto sul Panaro una battaglia dubbia tra gli austro-sardi e gli spagnuoli, e questi si ritrassero; né segui altro fatto di conto colà od in Savoia. Francia, quantunque avesse dato il passo all’esercito spagnuolo, non era ancora in guerra con re Carlo. Ma avendo questi firmato in Worms un trattato di alleanza oramai aperta con Austria [13 settembre 1743], Francia gli dichiarò formalmente la guerra addà 30, ed entrovvi anch’essa dall’Alpi. Ma, in breve, per la stagione avanzata, vi si posò.—Nel 1744, l’esercito gallo-ispano, sotto il principe di Conti e l’infante don Filippo, assalì fortemente il Piemonte fortemente difeso da re Carlo. Incominciaron da Nizza, la presero; e in varie fazioni [aprile] ne cacciarono l’esercito piemontese. Poi, dopo molto dubitare e andar e venire, scesero per Val di Stura e l’Argentiera, presero le Barricate e Demonte, e assediaron Cuneo. Alla quale movendo re Carlo in aiuto, ne seguÃ, addà 30 settembre, una gran battaglia che, da una chiesetta lá in mezzo, fu chiamata della Madonna dell’Olmo, aspramente combattuta dalle due parti, perduta da re Carlo in ciò che si ritrasse a sera dal campo, ma vinta in ciò che fece entrarsoccorso nella piazza. Dalla quale poi e dal Piemonte si ritrasse l’esercito gallo-ispano oltre Alpi prima dell’inverno.—Intanto il Lobkowitz, coll’esercito tedesco, s’era avviato alla conquista di Napoli; ed erasi avanzato poco al di lá di Roma, fino a Genzano. L’esercito spagnuolo e napoletano s’era avanzato alla riscossa fino a Velletri; e quantunque cosà vicini, erano rimasti mesi e mesi i due eserciti a guardarsi, a tastarsi con piccole fazioni, che chiamavasi cent’anni fa un guerreggiar bello e scientifico, or par goffo agli stessi ignoranti. Una notte [10 agosto] il Lobkowitz sorprese Velletri, e poco mancò non isbaragliasse l’esercito nemico, ma fu ricacciato, e non ne seguà altro; fino a che tra le malattie e la noia si ritrassero, l’uno in Romagna e Lombardia e l’altro a Napoli, i due eserciti, derisi dalle popolazioni per via. In tutto, salvo il gran Federigo, il maresciallo di Sassonia, e forse forse il Maillebois, i generali della metà del secolo decimottavo, esageratori, affettatori degli artifìzi tattici e strategici, si potrebbon chiamare i seicentisti dell’arte della guerra.—Ai quali ora succederebbero volentieri, se si desse lor retta, i romantici; quelli che, pretendendo imitar Napoleone (il quale non hanno capito né studiato), vorrebbero guerreggiare senza regola, senz’arte, senza tener conto né di ostacoli naturali, né di fortezze, né di eserciti nemici, anzi senza esercito proprio, con quello solo che chiamano (senza conoscerlo) «entusiasmo». Del resto, costoro son conseguenti nel non voler guerre lunghe né eserciti regolari; non vi vorrebbon andare nemmen per ombra; mentre sorridon loro le guerre di entusiasmo, sempre brevi, non faticose, e di che si ritrae ciascuno facilmente, gridando:—Non v’è piú entusiasmo.—Nel 1745, Genova si alzò contro agli alleati di Worms che abbandonavan Finale al re di Sardegna, ed entrò nell’alleanza contraria di Spagna e Francia [1º maggio]. Quindi unironsi meglio le mosse dei due eserciti gallo-ispani. Il Gages, coll’esercito spagnuolo-napoletano, passando dal Panaro in sulla Magra, si congiunse intorno a Genova con don Filippo e Maillebois che venivan da Nizza; e guerreggiaron poi alcun tempo sul Tanaro e la. Bormida, preser Tortona [3 settembre], Piacenza, Parma, Pavia,vinsero re Carlo in gran giornata a Bassignana [27 settembre], e quindi invasero Piemonte fino a Casale ed Asti, difendendosi solamente la cittadella d’Alessandria; invasero il Milanese, entrarono in Milano [19 dicembre]. Insomma, eran precipitate le cose austro-sarde in Italia; mentre crescevano anzi le cose austriache in Germania per la morte dell’imperator bavaro Carlo VII [20 gennaio], l’elezione a imperatore di Francesco I, il marito di Maria Teresa, e la pace conchiusa col piú terribil nemico d’Austria, Federigo II [25 dicembre].—Ma qui, contro all’uso impostomi dalla brevità , dirò d’un semplice negoziato riuscito a nulla; perché, riuscito a suo fine, ei sarebbe stato il fatto piú bello e piú importante di tutta questa storia; e il suo fallire fu uno de’ piú lamentevoli. Re Carlo di Sardegna aveva, nel trattato di Worms con Austria, introdotta una clausula (insueta sì, ma che accettata dall’altra parte davagli un diritto certo ed onorato), che potesse scostarsi dall’alleanza, avvertendo tanti mesi prima. Quindi egli aveva libertá di trattare con Francia. Trattò, e ne risultarono una prima convenzione firmata a Torino [26 dicembre 1745], un armistizio firmato a Parigi [17 febbraio 1746], ed un progetto di pace definitiva, per cui dovevano rimanere Parma e Piacenza, con alcuni accrescimenti all’intorno, a don Filippo; il Milanese a casa Savoia, ed accrescimenti a Genova, a Modena, a Venezia; Toscana sola, come rimase poi, a casa d’Austria; cosicché tutta Italia ne sarebbe rimasta in breve tempo indipendente, e divisa tra principi giá italiani o che sarebbero diventati italiani; e (per piú dolore) tutta Italia doveva poi stringersi in lega a mantener quella indipendenza. Venne il Maillebois, figlio del capitano di Francia, fino a Rivoli, a cinque miglia da Torino, per volgere questi preliminari in trattato definitivo; andò a Rivoli il Bogino, ministro e confidente di re Carlo; ma non si conchiuse, e si ruppe. Fu pretesa prudenza politica per serbar il contrapeso d’Austria? Vergogna, in tal caso! ché anche queste ricercatezze, questi contrapesi sono seicentismi politici; e l’Italia libera di stranieri, piena di principati nazionali, non avrebbe avuto bisogno addentro, ed avrebbe trovati fuoripiú utilmente que’ due medesimi contrapesi di Francia ed Austria, e tutta Europa poi interessata a sua indipendenza, quando fosse stata stabilita. Fu timore, dubbio della sincerità di Francia? Noi non possiamo da lungi giudicare se fosser giusti o no siffatti timori; ma la grandezza dello scopo potea valere alcuni rischi. Fu onestà , impossibilità di conchiudere, rispettando la fede agli alleati attuali? Rispondiamo, abbassando il capo, come il giusto ateniese: non desideriamo, a costo d’un tradimento, nemmeno l’indipendenza. Del resto, io scrivo qui d’un principe, di cui, io piú di nessuno, m’allevai a venerar la memoria; scrivo d’un ministro che venero quasi un grand’avo; ma perciò appunto mi si stringe il cuore al rincrescimento, che le venerate destre non abbiano, se era rigorosamente possibile, firmata, or son cent’anni appunto in Rivoli, quella indipendenza d’Italia che non era piú stata da dodici secoli, che non fu piú nel secolo corso d’allora in poi, che tentammo noi invano pur troppo, che si ritenterà , ma Dio solo sa quando e con qual successo. Povera Italia, non avesti finor ventura!—Continuò poi re Carlo, ottimo alla guerra. Sorprese in bella fazione i nemici in Asti, ripresela [5-6 marzo 1746], e liberò la cittadella d’Alessandria [11]. I tedeschi vinsero in battaglia a Piacenza il Maillebois [16 giugno] e ricuperarono Milano, Lombardia; e quindi austriaci e piemontesi, uniti sotto il Botta italo-austriaco, rigettarono i gallo-ispani nell’Appennino e poi nell’Alpi, si presentarono a Genova, l’ebbero a patti [7 settembre] con vergogna di quel governo, e la multarono di grosse somme, e l’oppressero di tirannie e di rapine non pattuite, ma solite contro a’ vinti prostrati. Ma, addà 5 dicembre, tirando alcuni tedeschi un mortaio de’ rapiti per una via che sfondò, voller far violenza ad alcuni popolani per ritrarnelo, e dieder loro busse all’uso patrio. Sollevaronsi là i popolani, poi di via in via in tutta la città . E per le vie, alle porte, alle mura combattessi ne’ giorni seguenti tra tedeschi e genovesi cittadini, aiutati a poco a poco da’ campagnuoli che accorrevano. Al glorioso dà 10 dicembre, il popolo cacciò i tedeschi dalla città . E tra per sé e gli aiuti di Francia e Spagna la difesero poi dagli assalti rinnovati lungo l’annoseguente; finché, assalito re Carlo nel contado di Nizza, e perduta ivi Ventimiglia e minacciato in sull’Alpi Cozie, ritrasse sue truppe d’intorno a Genova; e, a’ 3 luglio 1747, gli austriaci levarono le loro; e cosà rimase Genova liberata per quel bello ed ultimo sforzo di sua antica virtù.—Fu e rimane sventura che si trovassero colà combattenti piemontesi insiem con austriaci contro a’ genovesi: ma l’ingrata memoria dovrebbe rimanere piuttosto in quelli che furono allor vinti, e non rimane. Così si cancelli questa ed ogni simile da quelle due schiatte piemontese e ligure, le quali sono le due (per non dir altro) piú operose d’Italia; le quali, quando unite davvero, sinceramente, basterebbero non a compiere, ma a far immanchevole il compimento de’ destini d’Italia.—Pochi dà appresso successe il minacciato assalto pel Monginevra. Il cavaliere di Bellisle lo conduceva. Addì 19, i francesi assalirono i piemontesi, trincerati al colle dell’Assietta, capitanati dal Bricherasco. La fazione fu delle piú belle e calde della guerra. I piemontesi vinsero; i francesi si ritrassero oltre Alpi. La guerra continuò, ma languì d’allora in poi. Tutti erano stanchi; Spagna stessa; dove, morto Filippo V [9 luglio 1745], e succeduto Ferdinando VI figlio di lui e di sua prima moglie Savoiarda, era scemato il credito della Farnese, scemata l’ambizione per don Filippo figliuolo di lei. Adunaronsi prima in Breda, poi in Aquisgrana i plenipotenziari; e addà 30 aprile del 1748 firmaronsi i preliminari, addà 18 ottobre il trattato di pace; per cui rimase riconosciuta la seconda casa d’Austria, riconosciuto don Filippo duca di Parma e Piacenza, accresciuta la monarchia piemontese dei due brani dell’alto Novarese e dell’Oltrepò pavese, e Finale riconfermato a Genova. Facendoci forza, e scartando dalla memoria ciò che avrebbe potuto essere altrimenti, dobbiam conchiudere: che fu pace buona, fu progresso all’Italia, scemando la parte straniera, accrescendo la parte italiana di Parma, Piacenza, e de’ brani di Lombardia diventati piemontesi.—Due guerre minori, una delle quali risibile, turbarono altre parti d’Italia ne’ tempi or percorsi. L’Alberoni, cardinal legato di Ravenna, invase la repubblichetta di San Marino [ottobre 1739]; ma fudisapprovato dalla corte di Roma, che restituì quello Stato. E continuò, pur risibile in parte, feroce e funesta in tutto, la ribellione de’ còrsi, aiutata dalle calamità narrate di Genova. Fin dal 1736, approdò lá un Teodoro barone di Neuhof, tedesco, venturiero, cavalier d’industria, come si diceva allora, che, trovato modo d’aver denari e munizioni di guerra dal bey di Tunisi, venne a far il re di Corsica. I poveri còrsi erano in cosà mal punto, in cosà poco senno, che quasi tutti il gridarono re [15 aprile]. Ma, a novembre, il nuovo Teodoro I lasciò i sudditi per andar a cercar nuovi soccorsi, nuove venture. Girò Italia, Germania, Olanda, dove fu incarcerato per debiti, ed onde pur uscì, traendo da quella buona gente nuovi aiuti, nuovi apparecchi di guerra. Con questi tornò a Corsica [settembre 1738], fu riconfermato re, ma cadde d’allora in poi, e partà in breve. Giafferi e Paoli erano i veri capi. Venner francesi in aiuto a Genova, e fecesi un nuovo accordo nel 1740. Ma ruppesi per la solita causa delle tasse nel 1741, e di nuovo si guerreggiò. Nel 1743, Teodoro tentò riprendere il regno, ma non fu nemmeno lasciato approdare, e se ne fu per sempre. Nel 1744 vi fu nuovo accordo. Nel 1745, ardendo la guerra contro a Genova, si ridéstò la sollevazione, aiutata da Sardegna ed Austria, combattuta da Francia e Spagna, fino alla pace d’Aquisgrana.
17. Una digressione.—Io non so lasciare il tristo Seicento, senza spender alcune righe a combattere qui uno storico sempre eloquente e ben intenzionato, per vero dire, ma troppo sovente cattivo politico, a parer mio, cattivo intenditor de’ tempi che descrive, e di quelli a cui scrive. Il quale dice dunque di questi del Seicento: «Gran differenza si osservava allora in Italia fra i paesi soggetti alla signoria spagnuola ed a quella di Savoia d’un lato, e le due repubbliche di Venezia e di Genova, lo Stato ecclesiastico e la Toscana dall’altro: quelli erano infelicissimi; questi se non appieno felici, almeno in minor grado di infelicità costituiti. Della quale diversità assai manifesta è la cagione: i primi obbedivano a signori che si dilettavan di guerra; i secondi, a chi era amatore di pace». Ora io quiveggo tre errori importanti a notare, siccome quelli d’uno scrittore il quale è forse piú di nessun altro nelle mani de’ nostri compatrioti; tre errori dico, uno storico, uno politico, ed uno filosofico o morale.—Errore storico o di fatto parmi il dire, che fossero egualmente o similmente infelici i popoli della monarchia di Savoia e quelli delle province spagnuole. Certo le sollevazioni popolari cosà frequenti, cosà grosse, cosà centrali de’ due regni spagnuoli, non furono nella monarchia di Savoia. Qui non s’ebbero, se non quelle molto minori, parziali, e per cause speciali, de’ valdesi e di MondovÃ. E qui, all’incontro, fu fatta una sollevazione, tutta lealtà ed amore, da’ torinesi contra a’ francesi, un dà del 1611, che si sparse la voce, aver questi morto il duca Carlo Emmanuele I; il quale fu pure il principe di Savoia che abbia mai stancato di piú guerre e piú tasse i popoli suoi. Ancora, quell’altro Carlo Emmanuele II che morà in mezzo al popolo suo introdotto in palazzo (di che non so forse una piú bella scena in nessuna monarchia), quel Carlo Emmanuele II, egli pure avea stanco di guerra nella prima metà del regno suo e stanco di edificazioni nella seconda metà i popoli suoi. Come tuttociò? Come tant’amore reciproco? Certo, o bisogna dire che i piemontesi d’allora fossero il piú vil popolo del mondo ad amar cosà i loro oppressori (il che è dimostrato falso dalla loro perseveranza ed alacrità militari, che son qualità incompatibili coll’avvilimento de’ popoli); o bisogna dire che fosse pure alcun che, che unisse que’ principi e que’ popoli piemontesi sinceramente, strettamente, appassionatamente tra sé, a malgrado le gravezze. Né è poi difficile a scoprire quell’alcun che. Appunto, perché non vili originariamente, e non corrotti dalla invecchiata civiltà e dalle scellerate politiche del resto d’Italia, ma anzi nuovi, ma virtuosamente rozzi e quasi antichi erano que’ piemontesi, perciò virtuosamente, alacremente soffrivano le inevitabili gravezze recate dagli stranieri, e pesanti sui principi loro non meno che su essi; e soffrendole insieme, si compativano, si stringevano, si amavano; ed insieme con amore operando, erano meno infelici nelle sventure, felicissimi ne’ ritorni di fortuna. E poi, qual paragone fare tra le gravezze,tra le tasse piemontesi, fossero pure eccessive ma rimanenti in paese, e quel miliardo che lo stesso Botta accenna portato via in tredici anni dal solo Regno di qua del Faro? Qual paragone tra le vite spente sui campi, od anche tra gli stenti di guerra, e quelle spegnentisi a poco a poco sotto alle spoliazioni fatte dai viceré stranieri, e lor cortigiani spagnuoli o regnicoli, e lor donne, e lor servi, ed i servi de’ loro servi? Quale sopratutto (se agli effetti umani si miri solamente) tra la stessa immoralità , libera almeno, della corte piemontese, e quelle infami parole, «vendan le mogli e le figliuole»? No, no, non son sogni poetici o filosofici, sono realità della natura umana (non cosà corrotta, grazie al cielo, come la dicono troppo sovente quello ed altri storici piangitori), sono realità le consolazioni della nazionalità , dell’unione, del sacrifizio, dell’amor reciproco di principi e popoli, concordemente soffrenti o trionfanti.—Più grave ancora parmi l’error teorico o politico del dividere l’Italia del Seicento troppo innaturalmente: Savoia indipendente e province spagnuole da un lato, e tutti gli altri Stati piú o meno dipendenti dall’altro lato. Qui è tutto perduto di vista quel sentimento d’indipendenza, che è giá altrove troppo sovente negletto da quello ed altri scrittori di nostre storie; e che, ripetiamolo, è quello pure che ispira e guida senza eccezione tutte le storie dell’altre nazioni antiche e moderne. Quando cosà veramente, come non furono, fossero stati del paro infelici Piemonte indipendente e province spagnuole, quando del paro piú felici gli altri Stati italiani, la divisione non dovrebbe farsi a questa norma della felicità , ma a quella sempre, a quella sola della indipendenza. O siamo italiani, o non siamo. Ma se, come certo il voleva ed era Botta, noi siamo; non sono i gradi di felicità , ma quelli della nazionalità , a cui dovremmo badare per istabilir le differenze, le divisioni degli Stati italiani. Dal dÃ, che, sceso Carlo VIII, incominciarono ad essere in Italia Stati stranieri e Stati nazionali, questa differenza fu, è, e sarà sempre la essenziale da osservare; quella, rimpetto a cui non sarebbe da badare a felicità , se non che appunto la felicità materiale per lo piú (si ritenga a mente il miliardo), e sempre poi lamorale (si ritenga il consiglio di vender moglie e figliuole), furono, sono e saranno dalla parte della nazionalità o indipendenza. —Finalmente, error morale o filosofico mi par che sia il dire cosà assolutamente causa d’infelicità la guerra, causa di felicità la pace. Noi viviamo in tempi di pace, e, dirollo francamente contro a molti di qua e di lá, virtuosa perché operosa pace, in generale. Ma se, ma quando o dove la pace nostra non fosse operosa, quando e dove somigliasse a quella oziosissima in che marciva tanta parte d’Italia nel Seicento, io m’affido che nessuno un po’ altamente senziente direbbe piú siffatta pace felice. Certo cbe le vite degli uomini sono un gran che; certo che lo spegner vite in pace a vendetta, a profitto privato od anche pubblico, senza missione, od anche con missione, ma senza necessità , è un gran delitto; e ciò fu mostrato, ciò svolto mirabilmente da un altro illustre scrittor nostro, il Gioberti, nelle piú belle pagine di lui. Ma in guerra, ma lá dove il sacrifizio delle vite è volontario, legittimo, bello e santo, egli è pure talor felice a chi il fa, e sempre alla patria per cui si fa; ed è, perdonamelo tu, o figliuol mio, meno crudele agli stessi sopravviventi. Senza sacrifizio della vita non si fa nulla di grande, nulla anzi di normale in questo mondo. Il mondo va innanzi a forza di vite sacrificate. Una vita divina ed umana sacrificata è il piú gran fatto della storia umana. Una intiera metà del genere umano, quella che chiamiamo la debol metà , fa il sacrifizio della vita continuamente per noi. Senza un sacrifizio uguale, senza il compenso della guerra principalmente, la viril metà rimarrebbe inferiore a quella chiamata debole; non compenserebbe sacrifici con sacrifici, non darebbe vita per vita a quelle dolci creature che gliela offrono ogni dÃ. E in Italia, dove pur troppo colla scemata operosità sono scemate le occasioni de’ pericoli virili, non è opportuno, né virtuoso, scemar con parole la dignità della guerra; dico, della legittima guerra in difesa o ricuperazione de’ diritti della patria o della cristianità .—E mi si perdoni essermi fermato a segnalar siffatti errori. Gli errori de’ grandi sono i soli che ne vaglian la pena; e chi ciò fa, fa atto di rispetto a lor grandezza.
18. Le colture straniere derivate dall’italiana in questo periodo [1559-1700].—Noi dicemmo che i diversi popoli cristiani, tedeschi, francesi e spagnuoli, accorsi da parecchi secoli in Italia, non presero, dopo la rivoluzione comunale, guari nulla dalla nostra civiltà . Ma presero incontrastabilmente non poco dalle nostre colture fin dal secolo decimoquarto; molto, quasi tutto, quando nel decimosesto essi si mescolarono con noi, invadendoci. Parrebbe che i primi a prenderne avrebber dovuto essere tedeschi, cosà mescolatisi molto piú anticamente. Ma, fosse la diversità delle due nature settentrional-tedesca e meridionale-italiana, o che, quando appunto essi furon maturi a prendere nostre colture e mentre giá le prendevano, essi fossero disturbati dalle preoccupazioni, dall’invidie religiose della Riforma, il fatto sta che essi non furono né primi, né secondi, né terzi, ma solamente quarti a questo grande e bel convito da noi imbandito. Né furono primi i francesi, che pur parrebbono aver ciò potuto; essi pure ebbero, quantunque in grado minore, l’uno e l’altro impedimento.—Ad ogni modo, primi furono gli spagnuoli, fratelli nostri meridionali, gemelli nostri di lingua, e come noi, la Dio grazia, rimasti puri da quelle contese religiose che distraggon naturalmente da tutto. Già accennammo che la lingua spagnuola fu, piú anticamente che non l’italiana, scritta nelle loro leggi e ne’ loro canti nazionali, o romances; ma, salvo in queste e poche altre poesie, ella non comparisce letterariamente scritta, se non guari al principio del secolo decimosesto. E comparisce allora primo, o de’ primi, Garcilazo de la Vega gentilissimo poeta, tutto imitatore, ma non servile, del Petrarca e de’ nostri bucolici del Quattrocento. E seguiron via via altri pur tali, che non nomineremo, per non rifare senza necessità di quegli elenchi, co’ quali lo scrittore scontenta sempre tutti i leggitori; gli eruditi, che li trovano mancanti; gli altri, che li trovano sempre soprabbondanti di nomi illustri. Noteremo bensì che la poesia spagnuola si staccò dalla nostra, e superolla di gran lunga sul teatro; dove, tra molti altri, fiorirono Lope de Vega e Calderon, superiori a tutti i contemporanei, salvo l’inglese Shakespeare. Ma di nuovo procedettero da noi e da’ classicilatini risuscitati da noi, i prosatori spagnuoli, gli storici principalmente, primo e principale Mariana, che diede, fin dal secolo decimosesto, a sua patria ciò che non abbiam dato ancora alla nostra, una storia nazionale. All’incontro, pur si staccarono da noi i novellatori spagnuoli, e sommo fra essi, tra i sommi di dappertutto, Cervantes, lo scrittore delDon Chisciotte. In altri generi di prosa non fecer gran frutto; era naturale, non son frutti da colture serve, o peggio da tiranneggiate. E poco fecero in filosofia spirituale; nulla (tralasciando sempre le glorie ignote scoperte da’ frugatori), nulla in filosofia materiale. Ma fecer molto piú che niun popolo non italiano, in arti. Qui piú che in null’altro vedonsi gemelli i due popoli meridionali. Come tutti, gli spagnuoli preser lor arti dalle nostre; ma le preser primi, e vi furono sommi dopo noi, incontrastabilmente secondi. Juan Juanez, il divino Morales ed altri numerosissimi, fra cui s’alza quella triade di Ribera, Velasquez, e sopra tutti Murillo, fanno una scuola ridivisa in altre cosà ricche d’artisti e di mirabili opere d’arte, che non ha l’ugual finora in Francia, Fiandra, Olanda, Germania, o peggio, Inghilterra. E tutto ciò era fatto, ed anzi, giá finito, giá decaduto al finir del secolo decimosettimo.—Seguà seconda delle colture derivate dall’italiana nuova e dall’antica risuscitata, la inglese. Il grandissimo Shakespeare e il gran Bacone sono tutti e due del principio del secolo decimosettimo, quando non era vero fior di coltura fuori d’Italia e Spagna. E il primo prese dall’una e dall’altra i soggetti, i modi, tutte quelle quasi materialitá dell’arte che i sommi non si dan guari fatica a mutare (come fanno i piccoli che non posson altro), certi che sono quelli di riuscir grandi con qualsiasi strumento in mano. Bacone poi egli pure prese molto da’ nostri, dal suo contemporaneo Galileo principalmente; e se non temessi cadere anch’io in quel vizio uggioso di attribuirei noi cosà ricchi le glorie altrui, direi che prese tutta l’essenza di sua gloria, il metodo sperimentale, non solamente giá inventato, ma praticato da Galileo. E terzo grande di quella gran coltura trovasi poi, a mezzo il secolo decimosettimo, Milton, che anch’egli fu e si professò italiano in molte parti, che fu dantescoin alcune, benché poi, come tutti i grandi, simile a sé solo in quelle che fanno sua grandezza. E finalmente sorse verso la fine del medesimo secolo, quarto grande di colá, grandissimo dappertutto, Newton. Questi non imitò nessuno, s’innalzò sulle spalle a tutti, Copernico, Keplero (la sola luce di coltura germanica in tutto questo periodo), e Galileo. E tutto ciò pure era fatto colá alla fine del secolo decimosettimo; ma non era finito. Ché senza decadenza, dopo un riposo, dopo una serie di minori per mezzo secolo, ricominciò colá una nuova etá di poeti, e novellatori, e filosofi materiali e spirituali, e storici, ed oratori, e scrittori economici e politici; giunti quasi tutti in cima a ciascuno di quei generi.—Intanto sorgeva, terza delle derivate, la coltura francese, e (ci si conceda la frase fatta triviale dagli esageratori) sorgeva gigante intorno alla metá del secolo decimosettimo. Prima d’allora, non erano che Montaigne, De Thou, Malherbes. Ma intorno a quell’epoca, dopo le guerre religiose della lega, tra quelle dell’ultimo libero fiatar dell’aristocrazia francese dette della Fronda, sorgono a un tratto sotto Luigi XIV (il quale anch’egli colse cosà le frutta maturate prima di lui) Descartes, Pascal, Corneille, Racine, Molière, La Fontaine, Malebranche, Bossuet, Massillon, Bourdaloue, Sévigné, uomini e donne immortali tra una folla od anzi un esercito disciplinato di minori. I quali tutti, piú che altrove, furono e si professarono seguaci de’ latini, degli italiani e degli spagnuoli primogeniti loro. Veggonsi squarci, scene intiere italiane nelle commedie, citazioni italiane nelle lettere famigliari, classici italiani studiati da Boileau e dagli altri critici; Régnier ed altri, scriventi poesie e prose italiane; e la lingua elegante, la lingua di moda ed affettata in corte, essere stata l’italiana; appunto come s’affettò poi da noi la francese, ed or s’affetta l’inglese, con grave ma inutile scandalezzarsi di alcuni nostri. Sempre, dappertutto s’affettaron le lingue de’ piú colti ne’ paesi piú incolti: né giovano scandali ed esortazioni; il solo rimedio che vi sia, è scriver bene ed utilmente anche noi; il solo modo di porre o ripor una lingua alla moda, è di porla o riporta all’opera, dico a molta e grandeopera.—E di famiglia piú che mai italiana furono l’arti francesi; e tali si mostrarono principalmente i due sommi artisti di colá, Poussin e Claudio, che vissero in Italia, e ritrasser figure e paesi tutto italiani; e tutti gli altri poi, i quali, salvo Lesueur, studiarono e imitarono in Italia. Ed in Francia pure tutto ciò era fatto in poco piú di cinquant’anni, al chiudersi del secolo decimosettimo. Ma in Francia neppure non era finito; che anzi (mi duole il dirlo per que’ misogalli che or abbondano tra noi, ma troppo tardi di mezzo secolo), che anzi, non fu mai colá niun intervallo o riposo, non fu piú una sola generazione letteraria o scientifica senza i suoi grandi, fino a’ nostri dÃ.—Ed ora, senza contare le colture minori, né la germanica allor sorgente in Leibnizio, ora, dico, che si fece, in che si progredà egli contemporaneamente in Italia? in quell’Italia madre della coltura antica latina presa allora a modello universale, madre del risorgimento di quella, madre della sola coltura moderna che fosse stata da tre secoli, stipite dunque indubitato di tutte quelle colture straniere or cosà splendide? In Italia caddero allora piú o meno tutte quante le colture; caddero le une a un tratto, le altre a poco a poco ma pur pronte, tutte quelle lettere che giá trovammo costanti compagne delle libertá interna ed esterna, la poesia, la storia, l’eloquenza, la filosofia spirituale; ritardaron piú lor caduta le arti, che trovammo men costanti alla libertá, piú cortigiane, ma pur caddero; e sole fecero un vero e gran progresso quelle scienze materiali, che trovammo le piú indifferenti alle due libertá. Né caddero certamente le nostre colture per difetto di principi protettori, di grandi mecenati, di corti letterate; ché anzi, grandi, corti e principi d’allora, ne faceano pompa e gara; caddero a malgrado, anzi a cagione di queste stesse protezioni, corrotte in ozi, corrotte a’ vizi, corrotte perciò di gusto inevitabilmente. E quindi, questo nostro Seicento, o piuttosto questi centoquarant’anni di che trattiamo, sono forse il piú chiaro e compiuto commento che si trovi in tutta la storia umana, di questa veritá cosà importante a capacitarcene da senno tutti noi, scrittori liberi, scrittori protetti, o protettori: che la decadenza politica delle nazionitrae e mantiene inevitabilmente seco la decadenza delle colture; che certo sono cose buone le protezioni, le spese, i premi, le onoranze, i musei, le biblioteche, le scuole, le cattedre e le universitá, ma ch’elle non servono di rimedio sufficiente alle colture decadute, finché non si rimedia alle decadute civiltá.—Ma veniamo a’ particolari di ciò che furono tra quei grandi stranieri, i pretesi grandi nostri de’ centoquarant’anni. Non si dimentichi mai tal contemporaneitá da chi voglia giudicarne rettamente, utilmente.
19. Colture di questo secondo periodo [1559-1700].—Chi voglia vedere a un tratto che fossero i principi protettori, le corti ospitali e i letterati protetti ed ospitati di questo periodo, può vederlo nella vita di Torquato Tasso. Altro che la corte di Can grande e Dante! Piú giú in protezioni non s’andò mai, né da una parte né dall’altra. Eppure niuna natura forse mai nacque poetica e generosa come quella; e perciò piegando si ruppe. Nacque [11 marzo 1544] in Sorrento di Bernardo Tasso da Bergamo, poeta di conto e giá cortigiano; avea dunque esempi domestici, e quindici anni d’etá nel 1559, all’epoca della servitá d’Italia. Studiò leggi; lasciolle, e intanto fece ilRinaldo, e incominciò laGerusalemme. E dedicato il primo al cardinale Luigi d’Este, entrò in quella corte adolescente. S’innamorò (che par chiaro da molte testimonianze) di Leonora, sorella di quel cardinale e del duca Alfonso secondo; ed a coprir quell’amore, o poterne pur poetare, amò o finse amare una seconda e forse una terza Leonora. Questi amori principeschi e queste finte, o, come si dicevano, schermi, eran di moda fin da’ tempi di Dante e di Boccaccio. Ma eran fuor di tempo in questi secoli, d’amoreggiamenti bensÃ, ma di gradi regolatissimi, di corti ordinate a ciò che chiamavasi «etichetta» o «sussiego» spagnuolo. Né par che fosse mai a Torquato niun amore felice. Povero poeta! Niuno forse visse mai tanto d’imaginativa come lui; niuno conobbe meno le gravi felicitá della famiglia. Cosà passò sua mesta gioventú in Ferrara, e viaggiando or in Italia, ed una volta a Parigi col protettore; e facendo l’Amintaed avanzando nellaGerusalemme. Crescean sue glorie, ma con esse le invidie, le amicizietraditrici, le protezioni fatte sentire, e il suo irritarsi, esaltarsi e divagare; ondeché, per istudio che se ne sia fatto (e niuno forse fu fatto tanto), mal si discernono le colpe de’ protettori e del protetto; e si conchiude con certezza, che mal potean durare l’un con gli altri. L’opinione piú volgare è che scoppiasse, forse concitato dalla gloria, il suo amore; e il duca, offesone, trattasse da pazzo (per clemenza!) il poeta cortigiano; e cosà trattandolo, il facesse impazzir davvero. Un’altra parmi possibile a sostenersi: che il povero Torquato, inquieto per natura e malcontento come Dante, come è inevitabile a un generoso caduto in tal purgatorio, pensasse mutar sito almeno, e passare alla corte o d’Urbino, o di Mantova, o di Firenze, o di Torino; e che di ciò s’indispettisse il padrone (cosà chiamavasi ed era); e questi dispetti reciproci fosser la sola o prima o seconda causa del mezzo impazzir del poeta, seguito da persecuzioni, seguite dall’impazzir ulteriore. Scoppiò tutto ciò, ad ogni modo, un dà che Torquato trasse il pugnale contro a un altro cortigiano in camera della duchessa. Fu imprigionato brevemente, poi rilasciato a condizione di curarsi della pazzia. Ma l’ingiunzione o la cura esacerbarono il male; entrò, volontariamente o no, in un convento di frati (una delle sue malinconie eran gli scrupoli); peggiorò, fuggà nel 1577, capitò a Sorrento dalla sorella, poi a Roma; fu perdonato, tornò in corte a Ferrara. Poi ne fuggà una seconda volta; fu a Mantova, a Venezia, ad Urbino, a Torino; e tornò a Ferrara una terza volta [1579], trattovi dall’abito o dall’amore. Ed ivi, fosse nuovo scoppio di questo o dell’ira sua o del duca, o dell’incompatibilitá reciproca, ivi in breve fu di nuovo preso e chiuso in Sant’Anna, l’ospedale de’ pazzi. Mentre era lÃ, fu pubblicato in parte, e per tradimento, il suo poema in Venezia [1580], poi tutto con suo consenso [1581]; mentre era lÃ, l’accademia della Crusca gli si avventò contro bruttamente; e là egli impazzà davvero, o poco meno; e là fu tenuto sette anni. Liberato finalmente per intervenzione di altre corti, di quasi tutta Italia [5 luglio 1586], errò nuovamente a Genova, a Mantova, a Bologna, Loreto, Roma, Napoli, di nuovo Roma, Firenze, Mantova, Roma, Napoli, e finalmente a Roma per la quarta edultima volta. Volea tornare a Ferrara! Il duca non volle, e fu piú savio. Ritirato al convento di Sant’Onofrio, ivi morà [25 aprile 1595] piú tranquillo che non era vissuto; indi salà ad un’altra realitá, egli che non avea capita mai questa della presente vita. Predecessor di quegli illustri infelici di Rousseau, di Chatterton e di Byron, forse piú grande, certo migliore e piú realmente infelice che tutti questi, lasciò un poema (sia detto a malgrado una moda presente contraria) mirabile di poesia, ma giá macchiato di que’ concetti che pervertirono poi letterariamente le lettere italiane, piú macchiato di quella mollezza allettante e penetrante che pervertà moralmente ed effeminò quelle lettere.—S’accrebbero poi i due pervertimenti, e talor anche per eccezione si fermarono e indietreggiarono ne’ seguenti e ad ogni modo minori poeti: Guarini [1537-1612], Chiabrera [1552-1637], Tassoni [1565-1635], Bracciolini [1566-1645], Marini [1569-1625], Fulvio Testi [1593-1646], Lippi [1606-1664], Salvator Rosa [1615-1673], Filicaia [1642-1707], Menzini [1646-1704], Guidi [1650-1712], Zappi [1667-1719]; oltre poi gl’infimi e piú pervertiti.—Nella prosa, Paolo Segneri [1624-1694] ha nome di primo oratore sacro tra gl’italiani; ma lontano da’ grandi francesi, è concettista pur egli; e tali sono poi parecchi altri predicatori contemporanei e seguaci di lui, con tanto piú scandalo, quanto piú grave è l’ufficio loro che non quello di poeta. In istoria, sono forse men parolai, meno retori che i loro predecessori, ma meno eleganti e men profondi, fra Paolo Sarpi [1552-1623], Davila [1576-1631], Bentivoglio [1579-1644], Pallavicini [1607-1667]; ed all’incontro, parolaio e fiorito oltre alle convenienze storiche, seicentista insomma, mi sembra il Bartoli [1608-1685]. Il Boccalini [1556-1613], scrittor politico, è da onorar senza dubbio, per essersi rivolto contro agli spagnuoli, tiranni d’Italia; ma vi si rivolse con leggerezza forse soverchia per argomento cosà grave ed affliggente. Meglio il Paruta [1540-1598] e il Botero [1540-1617]; scrittori seri e per il tempo virtuosi, ma non abbastanza grandi per farsi leggere, passati i tempi per cui scrissero, non abbastanza efficaci per aver lasciato effetto nella patria. E quindi resta forsesuperiore ad essi il Gravina [1664-1718], gran giureconsulto.—Lo Scamozzi [1552-1616], il Dati [1619-1676], il Baldinucci [1624-1696], scrittori d’arti, non arrivano all’autoritá ed all’efficacia de’ primi cinquecentisti, e massime non a quelle di Leonardo e Vasari; ma occupati nelle cose loro piú che nelle parole, si tenner puri almeno dalle affettazioni. E cosà Montecuccoli, gran capitano ed ottimo scrittore dell’arte e delle azioni proprie [1608-1681].—Del resto, non lasceremo quelle lettere del Seicento, e quel vizio d’affettazione che appunto si chiama da noi «seicentismo», senza notare: che esso fu, per vero dire, delle lettere italiane piú che delle straniere contemporanee, in generale; ma che nemmeno queste non ne andarono scevre, sia che il prendessero da noi, imitando insieme colle vecchie virtú nostre anche i nostri vizi nuovi, sia che all’incontro noi maestri prendessimo questo brutto vizio da’ nostri primi scolari, gli spagnuoli. Certo, che il seicentismo pare aver colá preceduto il Seicento come e piú che da noi; e certo è che vi giunse a’ medesimi o maggiori eccessi, e v’infettò piú grandi, Lope e Calderon istessi: ed io direi lo stesso Cervantes; se non che mal si distingue in lui, ciò che ei n’abbia da senno o per celia. Ad ogni modo, non è dubbio, il seicentismo ebbe allora suo regno piú o men lungo e piú o meno assoluto, e suoi nomi particolari in ogni paese; «gongorismo» in Ispagna, «eupheismo» alla corte d’Inghilterra, e stile, modi, donne ed uomini «preziosi» a quella di Francia ed al palazzo Rambouillet.
20. Continua.—Lontani poi d’ogni affettazione come scrittori, e superiori in tutto a’ lor contemporanei italiani, furono i cultori di scienze materiali, Galileo [1564-1641], Torricelli [1608-1647], Viviani [1622-1703], Cassini [1625-1712], Redi [1626-1697], Malpighi [1628-1694], Magalotti [1637-1712], Vallisnieri [1661-1730]: ma grandissimo fra essi, motor di essi, anzi di tutto il progresso scientifico che si palesò a que’ tempi, Galileo. Attese nella prima gioventú alla musica, al disegno, alla poesia, alla medicina. Ma venuto per istudiar questa a Pisa, studiò matematiche; e nel 1589 ne fu eletto professore. Subito lasciò l’orme antiche, professò con novitá; e subito ne portò lepene solite, l’ira di coloro che non sanno o non voglion esser nuovi, l’invidia de’ mediocri che si paragonano da vicino. Intanto, come pur succede, era onorato da’ piú lontani. Chiamato a Padova, v’andava nel 1592 e vi rimaneva fino al 1610; in che pubblicava ilNuntius sidereus. Allora era richiamato a Pisa «senza obbligo di leggere né risiedere». Risiedé a Firenze principalmente, e come in corte al granduca. Egli avea trovate giá allora parecchie conseguenze ed applicazioni del moto del pendolo, il telescopio rifrattivo, i satelliti di Giove ed altre novitá; e con queste e con vari scritti erasi fatto seguace e confermatore del sistema di Copernico, pubblicato, del resto, fin dal 1543, e tollerato d’allora in poi dalla curia romana. Ma incominciò ora un frate a Firenze ad assalirlo; e in modo degno del secolo, bisticciando sul nome giá immortale, e sul testo sacro della Bibbia «Viri galilaei, quid statis adspicientes in coelum?». E qui è da confessare, il Galileo cadde in un errore, di che fu ripreso dal Sarpi contemporaneo suo, un error da grand’intelletto speculativo mal pratico degli uomini, quello di credere di poter con ragioni tolte da una serie di cognizioni e d’idee persuader coloro che sono tutto fuori di quella serie, e tutto dietro ad un’altra. Egli il primo cambiò «la questione fisica ed astronomica in teologica», egli forse discusse con superbia acquistata dai meriti contro a superbie immeritate; e queste, urtate, si sollevarono. Andò a Roma piú volte a spiegarsi, a spiegare; ne tornò via via con divieti piú urgenti di non sostenere il sistema. Egli il promise; e non so s’io dica che vi mancò nel 1632, quando stampò i suoiDialoghi, posciaché li fece prima approvare a Roma. Ad ogni modo, l’approvazione non bastò; nuovi frati e non-frati gli si sollevarono contro; l’Inquisizione citò il vecchio poco men che settuagenario; egli v’andò, fu processato, sostenuto in casa al fiscale dell’inquisizione, esaminato, e, dicono alcuni, negano i piú, torturato. Finalmente fu condannato a ritrattarsi, ed alla prigionia; la quale gli fu mutata per grazia in confino, a casa dell’amico Piccolomini arcivescovo di Siena, e poi a Bellosguardo ed alla propria villa d’Arcetri. Ed ivi visse gli ultimi anni suoi; ivi perdé gli occhinel 1637, e morà addà 8 gennaio 1641. Il processo di Galileo è brutto senza dubbio per li prelati che v’ebber parte; ma le carceri, i tormenti aggiuntivi sono gravi esagerazioni, e piú grave quella di attribuire alla Santa Sede l’opera dell’Inquisizione. Del resto, non rifarem noi l’errore di Galileo; lasceremo la questione teologica; e tenendoci alla politica, noteremo che quella persecuzione resta gran vergogna della corte che la mosse, di quella che la sofferse, di tutto il secolo in mezzo a cui si fece; e che se i due nomi di Tasso e Galileo bastano a dimostrare la perennitá, la varietá, la feconditá dell’ingegno italiano anche in secolo di massima decadenza, le due vite di que’ grandi bastano a dimostrar viceversa quanto fosse indegna di essi, discorde da essi la loro nazione in quel secolo.—E quindi si potrebbe argomentarea priorieda fortiori, che questo non poté esser grande in quella filosofia spirituale che alcuni pretendono conformare le generazioni, ma che io crederei anzi per lo piú conformata dalle qualitá morali, intellettuali e religiose di esse. E restano poi le opere di que’ filosofi (molto vantati ai nostri dÃ, per vero dire, o per la smania di aggiungere alle incontrastate glorie nostre le contrastabili, ed ai grandi secoli nostri un secolo di piú, o talor per la smania peggiore di trovar grandi i nemici del cattolicismo), restano, dico, le opere di Vanini [1535-1619], Giordano Bruno [1550-1600], Campanella [1568-1639] e di Telesio [n. 1509], a dimostrare, che fu mediocre la filosofia spirituale italiana a que’ tempi; se pur mediocri si voglian concedere le filosofie ingegnose, acute, ardite ed anche in parte progressive, ma mal logiche, mal compiute, non consistenti in sé, non tetragone, non combinanti le proprie parti, e retrograde anzi in molte parti; le filosofie insomma che progrediscono andando allato ma non dentro la via della veritá. Del resto, non saremo noi a negare un grande benché mal promosso pensiero del Campanella. Povero frate in un convento ideò la liberazione d’Italia dagli spagnuoli. Lontano d’ogni pratica, fu un generoso sognatore.
21. Continua.—Se fosse vera in qualche parte quella tristissima teoria che tiene inevitabile in ogni cosa umana la successioneperiodica dell’accrescimento, dello splendore culminante, e della decadenza, certo ella dovrebbe esser vera principalmente in fatto d’arti. Perciocché, mirando queste al diletto, ed uno de’ maggiori diletti umani consistendo certamente nella novitá, e la novitá dopo l’ottimo essendo necessariamente men buona, pare immanchevole che dopo l’ottimo debba venire il men buono e il cattivo. Eppure il fatto non fu sempre cosÃ, non fu, se non con tante eccezioni e varietá, che ne rimane annientata la regola, la trista teoria. Nella Grecia e nell’Italia antiche, per esempio, lo stile ottimo durò parecchi secoli; in Egitto, nell’Indie, nella Cina non vi s’arrivò mai. E cosà nell’Italia, feconda a tutto, quando non sieno troppo contrari i venti, feconda principalmente a quell’arti che s’adattano meno male ai cattivi, nell’Italia moderna decaddero sà la scuola primitiva toscana e le nuove romana, veneziana e lombarda, ma sorse e risplendette la nuova scuola bolognese, che non si può dir né culminante né decadente; e la decadenza vera non incominciò se non dopo questo periodo secondo di splendore. Lasciamo dire i tristi profeti; la natura umana non è infinita per certo, ma è pur certamente indefinita; e in arti principalmente ella può trovar del nuovo e bello senza fine, purché non s’abbassi, non s’avvilisca, non si faccia incapace essa stessa. Del resto, essendosi avanzata l’arte incipiente in ciascuna delle scuole italiane con una virtú principale e distinta, l’arte giá progredita non poteva guari progredire ulteriormente se non ecletticamente, scegliendo il buono d’ogni scuola antica o nuova; le imitazioni delle virtú primitive son sempre affettazioni, e somigliano al bamboleggiar de’ vecchi. Ciò intesero, od anzi a ciò furono portati da lor natura e lor tempo, i nostri artisti bolognesi; ed a ciò, del resto, i loro contemporanei spagnuoli e francesi. Fondatori di quella scuola eclettica che non si dee dir derivata veramente né dal Francia né da altri piú antichi, furono Ludovico Caracci [1555-1619] e i due cugini di lui, fratelli tra sé, Agostino [1558-1601] ed Annibale [1560-1609], oltre altri di quella privilegiata famiglia. Seguirono Guido Reni [1575-1642], Albano [1578-1660], Domenichino [1581-1641], Guercino [1590-1666], tutti grandi, oltre una schiera di minori, fino intorno alla metá del secolo decimosettimo. Allora solamente decadde questa scuola e con essa tutta l’arte italiana. Perciocché eran decadute l’altre intanto; la toscana dopo Michelangelo e il Vasari che dicemmo, e il Bronzino [1502-1570]; benché vi risplendessero ancora Pietro da Cortona [1596-1669], e il Dolci [1616-1686]. La veneziana decadde giá coi Bassano [1510-1592], il Palma giovane [1544-1628?] e il Padovanino [1590-1650]. La romana, decaduta giá dopo Raffaello, decaduta piú dopo la morte degli allievi di lui, decadde peggio che mai dopo la generazione terza, che fu del Baroccio [1528-1612], Michelangelo da Caravaggio [1569-1609], e Carlo Maratta [1625-1713]. E dieron lampi la scuola napoletana per Salvator Rosa [1615-1673] e Luca Giordano [1632-1705]; la genovese per Luca Cambiaso [1527-1585]; e la piemontese stessa per Moncalvo [1568-1625].—La scoltura, portata da Michelangelo ad uno stile piú ardito e grande che non puro e posato come l’antico, decadde tanto piú presto; le arditezze e le esagerazioni furono portate al colmo dall’Algardi [1602-1654], e massime dal Bernino [1598-1680]. I quali poi insieme col Borromini [1599-1667], il Guarini [1624-1688] e parecchi altri, portando i medesimi vizi nell’architettura, fecero peggiorar questa, oltre l’altre due arti sorelle; e secondati dalle magnificenze de’ principi, de’ grandi e de’ religiosi di que’ tempi, moltiplicarono in Italia que’ palazzi, quelle ville, quelle chiese, il cui stile fu vituperato giá (or quasi rionorato per istrano capriccio) sotto nome di «barocco». E fu di tale stile guastata la facciata stessa di San Pietro; ma se ne salvò per felice eccezione il Bernino nella colonnata che le serve di pronao.—La musica all’incontro (la piú cortigiana dell’arti senza paragone) progredà indubitabilmente in questi tempi. Ma forse s’ammollà passando dalla chiesa ai teatro. Moltiplicaronsi le opere in musica lungo tutta la seconda metá del secolo decimosesto. Perfezionaronsi coll’invenzione del recitativo, or quasi sbandito. L’Euridicedel Peri, cantata nel 1600 a Firenze, ha nome (pur disputato) di prima opera cosà compiuta. E in esse e nella musica di chiesa risplendettero, Carissimi, Mazzocchi,Allegri [1640], Scarlatti [1650-1725]. Il famosoMisereredella cappella pontificia è dell’Allegri. Né questo fu tuttavia il secolo d’oro della musica italiana. Giá l’accennammo, fu riservata siffatta consolazione, qualunque sia, ai nostri dÃ.
22. Gl’italiani fuor d’Italia.—Né lasceremo questi tempi senza fermarci a una gloria italiana giá antica, ma che si moltiplicò in essi senza paragone. Fu accennato da noi in altro scritto (ed era contemporaneamente, piú che accennato, fatto in gran parte dal Ricotti): una storia intiera, e magnifica, e peculiare all’Italia, sarebbe a fare degli italiani fuor d’Italia. Tutte le nazioni senza dubbio ebbero fuorusciti volontari o no: ma niuna cosà numerosi o cosà grandi come la nostra. Si potrebbe incominciare quella storia da Paolo Diacono, lo storico di sua gente caduta, in corte a Carlomagno; e continuar poi, non solamente con quegli oscuri e innominati mercatanti italiani che estesero l’industria e il commercio in tutta Europa e vi furon noti sotto nome di «lombardi», ma coi nomi di molte famiglie che cacciate dalle nostre discordie e nostre invidie repubblicane portarono fuori (in Avignone e Provenza principalmente) quei nomi giá illustri nella loro prima patria, diventati grandi alcuni nella seconda. E verrebbero insieme o poi i grandissimi nomi di Gregorio VII, Lanfranco, Pier Lombardo, sant’Anselmo, san Tommaso, san Bonaventura e Marco Polo; e quelli di tutti e tre i padri di nostra lingua, Dante, Petrarca e Boccaccio; e Cristina da Pizzano e il Poggio e l’Alciato; e il sommo Colombo, ed Amerigo, e i Cabotti, ed altri che portarono fuori l’operositá italiana, ai tempi che ella si potea sfogare addentro sotto l’ombra di quel che v’era d’indipendenza e di libertá.—Ma cadute queste, l’operositá italiana si portò, proruppe, si sfogò fuori in tutti i modi, in quasi tutti i paesi d’Europa. Guerrieri di terra e di mare, uomini di Stato e di Chiesa, artisti, scrittori, onorandi molti, miserandi quasi tutti, fecondarono di loro opere e di lor sangue le terre straniere. Due Strozzi, Piero [1510-1558] e Leone [-1554], fuggirono da’ Medici di Firenze e servirono Francia, dove il primo fu poi maresciallo, e il secondo grand’uomo di mare; ed ebbero e lasciarono numeroso séguito diparenti e compagni d’esiglio lá combattenti e soffrenti. Cosà Sampiero da Bastelica [1501-1567], due Ornani ed altri còrsi fuggenti pur in Francia la tirannia genovese. E cosà altrove altri capitani anche piú illustri, Emmanuel Filiberto ed Alessandro Farnese, de’ quali dicemmo, Ambrogio Spinola [1571-1630], il Medici marchese di Marignano [1555], Alfonso [1540-1591] ed Ottavio Piccolomini [1599-1656], il Montecuccoli [1608-1681], oltre una turba di guerrieri minori; cosà il Paciotto ed una turba d’ingegneri; cosà i Doria, gli Spinola ed una turba d’uomini di mare (genovesi principalmente) a servigio di parecchie potenze europee. Un Ferrante Sanseverino principe di Salerno passò d’uno in altro esilio fino a Costantinopoli, tornò in Francia, cantò le brame della patria in lingua propria e nella spagnuola; e la sua vedova accattava poi nella reggia francese onde alzargli una tomba. Un calabrese, fattosi frate e preso da’ turchi nell’andar a studio a Napoli, si fece turco, e sotto nome di Occhiali diventò famoso corsaro e pasciá, e combatté contro a’ cristiani a Lepanto; e, feroce schiumator di mare, scendea talora a rivedere le patrie marine e i genitori, mentre sue ciurme predavano all’intorno. Un conte Marsigli di Bologna [1658-1730] fu di vent’anni a Costantinopoli, militò per Austria sotto al Caprara, fu fatto prigione e schiavo de’ turchi, e dopo molte vicende ne fuggÃ; diresse la fonderia de’ cannoni in Vienna e vi fece sperimenti sulla forza della polvere, fece l’ingegnero, il diplomatico, il militare in mezza Europa, fu indegnamente (come pare) condannato da un Consiglio di guerra per la perdita di Brissac ove militava; e ritiratosi in Provenza, e finalmente in Bologna sua patria, finà coltivatore indefesso di lettere e scienze.—Del Mazzarino [1602-1661], povero prete calabrese salito in grazia di parecchi grandi, e finalmente di Richelieu, a cui succedé nella potenza di primo ministro di Francia, sono piene le storie.—E s’aggiunsero i fuorusciti cortigiani delle due Medici regine di Francia, e quelli tratti allo splendore di Luigi XIV, il Davila storico, i Mancini, i Concini, i Gondi, i Cassini astronomi, ed altri molti. E finalmente in Francia e Svizzera e Germania per causa di religione migraronoi Socini, i Sismondi, i Diodati, Telesio, Campanella, Radicati, Olimpio Morata, Celio secondo, Curione ed altri in folla; senza contar le dimore piú o meno protratte in Francia e Spagna di molti artisti nostri, Tiziano, Benvenuto Cellini, Primaticcio, Giovan da Udine ed altri quasi innumerevoli. Mirabile ingegno italiano che, chiusagli una via, ne sa trovar altre ed altre infinite; che, chiusagli la patria ad operare, opera fuori, cerca, trova campi in tutti i paesi, in tutte le colture! Che non farebbe, se trattenuto, fomentato, concitato insieme ed assodato in patria da quella indipendenza e quella libertá che son la somma o le sole buone tra le protezioni? La civiltá intiera troverebbe il conto suo ad apparecchiargli tal campo. Ma non è a pensarvi; gli stranieri non l’apparecchian mai, han troppo a fare a casa loro. A noi starebbe applicar tutto quell’ingegno nostro a tale apparecchio. Se non che, l’ingegno solo non basta a ciò. Ci vuol volontá e costanza e moderazione e devozione, tutte le facoltá, tutte le virtú dell’animo di tutti gli uomini; ma sopra tutte, quella del coraggio: dico il civile, il politico, il militare, tutti i coraggi. Diceva giá Danton, essere necessarie alle rivoluzioni tre virtú: audacia, audacia ed audacia. Ma egli parlava delle rivoluzioni diventate scellerate, come la sua. Nelle buone, l’audacia si traduce in coraggio, coraggio e coraggio. Chi non sa portar armi in mano, porti catene, e stia zitto.
23. Il terzo periodo della presente etá in generale [1700-1814].—L’ingrata necessitá di essere troppo brevi ci fece finora accennare e dividere i fatti italiani da sé, senza accennar le relazioni di essi co’ fatti stranieri. Ma questo non ci è piú possibile trattando del secolo decimottavo e del principio del decimonono. Né i motivi delle guerre, né le guerre né le paci, che mutarono continuamente l’Italia, non furono piú italiane. Quattro guerre e quattro paci si fecero nella prima metá del secolo decimottavo; due, per la successione di Spagna; due, per quelle di Polonia e di Austria; poi, dopo una lunga pace, una serie di guerre per la rivoluzione e per l’imperio francese. Qualunque divisione di que’ tempi si facesse indipendentemente da questi grandi eventi europei, genererebbe confusione od anzi falsitá d’idee ne’ leggitori.Non pochi sono a’ nostri dÃ, governanti e governati, conservatori e progressisti italiani, i quali hanno la funesta smania dell’isolamento d’Italia, del trascurare ed ignorar volontariamente le condizioni, gl’interessi, le opinioni e quasi l’esistenza di quant’è straniero, o, come dicono con inconcepibil disprezzo, di quant’è oltremontano ed oltremarino. Ma noi (che speriamo non esser sospetti, in fatto almeno di nazionalitá ed indipendenza, e che ci esponiam volentieri ad esser detti uomini d’una sola idea e d’un sol libro), crediamo, all’incontro, essere due cose assolutamente diverse e talor contrarie, indipendenza ed isolamento. Il fatto sta, che quegli ultimi avi nostri del secolo decimottavo, lontanissimi essi dalle vane teorie dell’isolamento, intendentissimi anzi degli affari europei, furono pur quelli, i quali seppero cosà prender tutte le buone occasioni di guerra e di pace per liberarsi dalla potenza spagnuola, per scemar l’austriaca sottentrata, per accrescer gli Stati italiani, e farli progredire al segno dei piú avanzati contemporanei, sul continente. E quanto agli italiani della fine del secolo decimottavo e del principio del decimonono, se non furono superiori alle difficoltá, alle calamitá sorvenute, non ad altro forse è da attribuire se non appunto alla lunga pace che li avea, lor malgrado forse, isolati e disavvezzi dall’armi.—In tutto, noi ottocentisti abbiamo il vizio di voler essere troppo grandi uomini, di non apprezzar se non grandezze inarrivabili, di disprezzar quelle a che potremmo arrivar noi, ed arrivarono quegli avi nostri. Il Settecento fu in Italia molto piú grande che non è opinione volgare. Botta e Colletta hanno il merito di aver saputo andar oltre a quell’opinione; ed io confesserò fin di qua di voler andar oltre essi ancora. Non mai forse l’Italia progredà a un tratto tanto, come dal Seicento al Settecento, in indipendenza, in ordini civili, in colture. Questi ultimi avi nostri fecero lor ufficio, lor progressi, meglio che non molti antichi piú lodati. Cosà facessimo noi i nostri! CosÃ, tra’ nostri stolti disprezzi de’ settecentisti, e le piú stolte ambizioni di assomigliarci ai cinquecentisti, quattrocentisti o trecentisti, non corressimo il rischio di rimaner poco piú che seicentisti. Ma di ciò, piú autorevoliche non noi, giudicheranno gli storici futuri. Ed aspettiamovici pure: nostri o stranieri, ne giudicheranno, come progrediti, severamente.
24. Prima guerra della successione di Spagna [1700-1714].—Carlo II, re di Spagna e dell’Indie, cioè di quasi tutta America, di numerose possessioni in Africa ed Asia, di ciò che or chiamiamo Belgio, di Milano, delle Due Sicilie e di Sardegna, morà il 1º novembre 1700 senza figliuoli. Pretendevano alla grande successione, Leopoldo d’Austria imperatore, per sé come agnato, e Luigi XIV per uno de’ nipoti suoi, come discendenti di Maria Teresa sorella di Carlo II, e in particolare (per non ispaventar colla riunione delle due corone) per Filippo secondogenito del Delfino. Ma perché Maria Teresa avea, sposando Luigi XIV, fatta rinuncia alla successione, vi pretendevano Ferdinando di Baviera figlio d’una sorella minore di lei, che non avea rinunciato, e finalmente Vittorio Amedeo II di Savoia come pronipote di una figlia di Filippo II. Tutti questi aveano giá negli ultimi anni fatti e rifatti trattati di partizioni della successione preveduta. Ma siffatti trattati aveano offeso e il languente re di Spagna, e piú la nazione spagnuola, gelosa d’indipendenza anche dopo perduta ogni libertá; ondeché, per non diveller le membra della monarchia, Carlo II l’avea con testamento de’ 2 ottobre lasciata intiera a Filippo di Francia, che cosà diventò quinto di Spagna, e, s’ei non accettasse, a Leopoldo imperatore.—Naturalmente accettarono Luigi XIV e Filippo V; il quale, ito subito a Spagna, fu riconosciuto in tutta la monarchia, e cosà in Italia, Napoli, Sicilia, Sardegna, Milano. Ma sollevaronsi gli altri pretendenti, ed Inghilterra, Olanda, Germania, spaventata per la riunione delle due monarchie in una sola famiglia, benché non sotto a una sola corona. La guerra incominciò a mezzo l’anno 1701; stavano da una parte Francia, Spagna, Baviera, il duca di Savoia, che forse avrebbe voluto fin d’allora mettersi contro, ma che, serrato tra Francia e Milano, non poteva; e finalmente Ferdinando Gonzaga, effeminatissimo principe che aprà Mantova ai francesi, e si rifugiò vilmente egli e sue donne a Casal Monferrato. E furon, dall’altra, Austria, e tra breve Inghilterra edOlanda, unite per trattato [7 settembre 1701] in quella che fu detta la «grande alleanza». Venezia, neutrale al solito, dichiarò lasciar passare chi volesse ne’ suoi Stati, eccettuate le terre chiuse; e nelle terre chiuse si passò poi come nelle aperte. Cosà all’incirca in quelle de’ Farnesi, degli Estensi e del papa barcheggianti. Casa Savoia sola continuò a contare in Italia, anzi incominciò allora a contare in Europa. La prima fazione in Italia (lasciando una congiura fatta in Napoli per casa d’Austria, e secondo il solito mal capitata) fu la discesa del principe Eugenio di Savoia capitano d’Austria, e giá gran capitano nelle guerre anterioriá d’Italia e di Turchia. Passò per Roveredo, la Pergola, Serchio, Vicenza; cosà eludendo Catinat, grande e provato capitano anch’esso, che coll’esercito franco-piemontese stava a guardia in Val d’Adige, dell’antiche chiuse d’Italia contro Germania. Quindi, sapientemente ed arditamente evoluzionando e combattendo, Eugenio passò Adige e Mincio, e Catinat fu deposto. Sottentrògli Villeroi, capitano di corte che si lasciò battere a Chiari [1º settembre], e sorprendere e prendere in Cremona [1º febbraio 1702]. Sottentrògli Vendôme che sostenne le cose francesi; e combattessi una battaglia dubbia a Luzzara [15 agosto], a cui assistette Filippo V, venuto di Spagna a visitar Napoli e Milano.—Il rimanente di quell’anno, e mezzo il seguente 1703, passarono tra molte fazioni, ma niuna di conto in Italia, niuna decisiva nemmeno altrove. Ma intanto volgevasi dall’una parte all’altra Vittorio Amedeo duca di Savoia. Fosse ira delle insolenze spagnuole e francesi, o aviditá e mutevolezza alle promesse austriache, o legittimo intendere della propria indipendenza minacciata tra Francia e Milano franco-spagnuola, ad ogni modo entrò Vittorio Amedeo in trattati coll’Austria. Luigi XIV se ne accorse; e a’ 29 settembre 1703 Vendôme disarmò e fece prigioni i piemontesi del suo esercito. Il duca rispose dichiarando guerra a Francia e Spagna [7 ottobre], che, accerchiatone com’era tuttavia, fu bella arditezza; e firmando con Austria e gli alleati di lei un trattato [25 ottobre], per cui gli eran promessi il Monferrato (che si prevedeva disponibile fra poco, dopo la morte di Carlo Gonzaga, senza figliuoli) ed Alessandria, Valenza,Lomellina e Val di Sesia, oltre poi mezza Francia orientale da conquistarsi.—Nel 1704, fu pressato il duca ad occidente da La Feuillade, che prese Savoia [gennaio] ed occupò Susa poi; ad oriente, da Vendôme che gli occupò Vercelli ed Ivrea. Il caldo della guerra fu in quell’anno in Germania; dove, addà 13 agosto, combattessi la gran giornata di Hochstädt o di Blenheim, tra austriaci con inglesi, capitanati da Eugenio e Marlborough da una parte, e francesi con bavari dall’altra, sotto Marsin e Tallard. Vinsero i primi; i francesi furono rigettati dal Danubio al Reno. E in Ispagna l’arciduca Carlo, figliuolo secondo dell’imperatore, incominciava la guerra movendo da Portogallo e prendendo nome di re di Spagna; e gli inglesi prendean d’un colpo di mano quella Gibilterra [4 agosto] che non lasciaron piú mai, di che fecero una delle stazioni principali di lor potenza accerchiante il globo, ma che rimase vergogna indelebile a Spagna, e causa perenne d’avversione tra le due nazioni.—Nel 1705 poi (perciocché in tutta questa guerra come nelle altre del presente secolo si distinsero piú che mai le campagne d’anno in anno, prendendosi regolarmente i quartieri d’inverno e combattendosi da primavera ad autunno avanzato), La Feuillade prese Nizza [9 aprile] al duca di Savoia; e Vendôme presegli Verrua [10 aprile], e sconfisse poi Eugenio a Cassano [16 agosto]. Intanto in Germania moriva Leopoldo imperatore, e succedevagli Giuseppe I [6 maggio]; e Villars teneva a bada Marlborough e la lega. E in Ispagna Carlo arciduca e re prendeva Barcellona [9 ottobre], e ne faceva sua piazza d’armi, e come la capitale di suo regno in Ispagna. E cosà giá piegavano le cose di Francia.—Ma precipitarono nel 1706. Vendôme vinceva sà a Calcinato [19 aprile], ma era chiamato quindi a Fiandra. E La Feuillade poneva assedio a Torino [13 maggio]; e pressandola per poco men che quattro mesi, l’avea ridotta agli ultimi, a malgrado una bella guerra spicciolata fatta all’intorno da Vittorio Amedeo, quando sopravenne il principe Eugenio di Germania, con bellissima marcia per le terre di Venezia e la destra del Po. Riunitosi col prode e perdurante duca presso a Moncalieri, girò (grande arditezza in lui, pari vergogna ainemici) intorno al campo assediante; poi furono insieme principe e duca sulla vetta di Superga, a concepir di lá l’imminente battaglia; e il duca fece alla Vergine il voto di quella chiesa ove or riposa, sommo fra i successori di lui, Carlo Alberto. E quindi scesi, assalirono, rupper le linee, sbaragliarono l’esercito francese, addà 7 settembre. Rimasevi ucciso il Marsin venutovi a comandare, ferito il duca d’Orléans venutovi ad obbedire dolorosamente contra il proprio parere, che era d’uscir dalle linee. Questa battaglia di Torino fece perder l’Italia a Francia e Spagna. Non servà una loro vittoria [9 settembre] nel Mantovano. Si difesero qua e lá fino al fine dell’inverno. Intanto continuò sà Villars a difendere la frontiera germanica; ma in Fiandra erano pur battuti Villeroi e l’elettor di Baviera da Marlborough a Ramillies [23 maggio]. In Ispagna, l’arciduca re Carlo entrava in Madrid [16 giugno]; ma Filippo vi rientrava [22 settembre].—Nel 1707, i francesi, difesisi qua e lá tutto l’inverno, vuotarono il Milanese e tutta l’Italia superiore per capitolazione [13 marzo]. Susa sola rimaneva: fu loro presa dal duca di Savoia [3 ottobre]. E allora, aiutata dagli eventi, riuscà una sollevazione. Addà 7 luglio sollevossi Napoli per Austria; in breve non rimase che Gaeta a re Filippo; fu presa addà 3 ottobre; e tutta la penisola fu sgombra di franco-spagnuoli. Ma tentata un’invasione in Provenza dal principe Eugenio e dal duca di Savoia [11 luglio], e posto da essi assedio a Tolone, furono costretti a levarlo [22 agosto] e ripassare in Italia. E in Ispagna il Berwick, generale (e gran generale) di Francia e Spagna, vinse una gran battaglia ad Almanza [25 aprile], e tutto il regno, salvo Catalogna, tornò a Filippo V. Alla frontiera di Germania Villars ruppe le linee nemiche di Stolhoffen [22 maggio], e, passato il Reno, invase Franconia.—Nel 1708. venuto a Delfinato questo capitano, che fu vero Fabio francese, tenne a bada il duca di Savoia tutto l’anno mentre disputavano l’imperatore e il papa per la supremazia di Parma e Piacenza ed altri diritti della Chiesa, e per la ricognizione di Carlo III di Spagna. Morà poi [5 luglio] Carlo III Gonzaga; e passarono Mantova all’imperatore, e Monferrato a Vittorio Amedeo II.E intanto i francesi erano di nuovo battuti da Eugenio e Marlborough ad Oudenarde [11 luglio] ed altri campi di Fiandra; e proseguivano, all’incontro, lor vantaggi in Ispagna.—Nel 1709, Eugenio e Marlborough proseguirono lor vittorie, n’ottennero una nuova e grande a Malplaquet contra Villars [11 settembre], e presero Mons [20 ottobre]; onde non servirono alcune vittorie minori de’ francesi in Germania e Francia; e si posò in Italia.—E quindi, nel marzo 1710, aprironsi in Olanda i primi negoziati per la pace, con gran vantaggio, con piú grandi pretensioni, anzi con insolenza, per parte degli alleati. Luigi XIV, stanco e minacciato da presso, era disposto a cedere Spagna, a lasciar ispogliare il nipote. Non bastò; gli alleati vollero che egli si aggiungesse ad essi per ispogliarlo; anzi poi, che lo spogliasse esso stesso. Si sollevarono gli animi di quel gran re, di quella gran nazione, men leggiera, piú perdurante che non si dice; ruppero i negoziati [25 luglio], ricominciarono la guerra, e continuarono a perderla in Fiandra e in Ispagna. Addà 20 agosto, perdettero la battaglia di Saragozza; addà 5 settembre, Filippo V lasciò Madrid per la seconda volta. Ma questo fu il termine delle sventure di Francia; e incominciarono i premi meritati della perduranza di lei. Passò a Spagna Vendôme con un nuovo esercito francese, ricondusse Filippo V a Madrid [3 dicembre], vinse e prese Stanhope a Brihuega, vinse Stahremberg a Villaviciosa in due gran giornate [9, 10 dicembre].—E quindi ricominciarono, ma tutto diversamente, i negoziati nel 1711; aiutati da uno di que’ casi che di rado mancano agli uomini, alle nazioni perduranti. Morà [17 aprile] Giuseppe imperatore, e successegli l’arciduca re Carlo VI; il quale cosà riunendo in sé le due potenze austriache separate da Carlo V in poi, volse contro a sé tutte quelle paure di preponderanza che erano poc’anzi contra Francia. E allora passarono parecchi degli alleati a’ desidèri di pace; Inghilterra e Savoia sopra tutti, che, avendo guadagnato alla guerra, non si curavano di porre a nuovi rischi i guadagni. Anna regina d’Inghilterra, e l’opinione pubblica, anche piú regina colá, tolsero il ministero ai whigs che erano per la guerra, e diederlo a’ toryes pacieri. I negoziati furonoper allora segreti, e continuossi la guerra, ma mollemente, senza grandi eventi in niun luogo, e con vantaggi francesi in Fiandra e Spagna. Ma nel 1712 aprironsi i pubblici negoziati ad Utrecht fin dal 29 gennaio; e al 17 luglio si fece tregua tra Francia ed Inghilterra. Quindi, rimasto solo l’esercito imperiale, fu vinto a Denain dal Villars [24 luglio], e perdé poscia in Fiandra tutti i vantaggi degli anni precedenti. E continuarono quelli de’ francesi, e si posò in Germania e Italia.—Finalmente, nel 1713 [11, 17 aprile], firmaronsi ad Utrecht cinque trattati: di Francia con Inghilterra, Savoia, Portogallo, Prussia e Paesi bassi; per cui Francia abbandonò gli Stuardi e riconobbe la successione della casa di Hannover a’ tre regni britannici; Filippo V (che avea giá rinunciato, per sé e i successori, alla corona di Francia, come i successori di Luigi XIV alla corona di Spagna) rimase re di Spagna e delle Indie com’erano stati gli Austriaci; salvo Gibilterra e Minorca lasciate ad Inghilterra, le province settentrionali (il Belgio presente), Milano, Napoli e Sardegna ad Austria, e Sicilia a casa Savoia. La quale, oltre a tale acquisto e il titolo annessovi di re, acquistò pure l’intiero Monferrato, Alessandria, Valenza, Lomellina, Val di Sesia, e tutte le terre dell’Alpi rimanenti a Frallcia al di qua, cedendo all’incontro Barcellonetta, sola che avessimo al di lá.—Quindi rimaneva sola Austria coll’imperio contra Francia e Spagna; e guerreggiò infelicemente lungo tutto quell’anno. Addà 10 luglio, Stahremberg abbandonò Catalogna e Spagna. E l’anno seguente 1716, a Rastadt [6 marzo], ed a Bade [7 settembre], furono firmati due altri trattati, per cui l’imperatore e l’imperio s’aggiunsero a quelli d’Utrecht. E cosà dopo quattordici anni tornò in pace e rimase mutata la cristianitá europea; il grosso della potenza spagnuola passato di casa d’Austria a casa di Francia: e passate Italia dalla preponderanza austro-spagnuola alla preponderanza austriaca propriamente detta, tanto piú grave e forte quanto piú vicina. Ma era scemato lo sminuzzamento della penisola per la cessazione dello Stato di Mantova e Monferrato; erasi accresciuta in dignitá, in territori la predestinata casa di Savoia; e cosÃpreparati i progressi ulteriori de’ trentacinque anni seguenti. Perciocché i trattati del 1713 e 1714 furono al secolo decimottavo ciò che veggiamo esser quelli del 1814 e 1815 al decimonono, fondamento su cui s’alzò la politica di tutto il secolo. Ma gli avi nostri (dico appunto e principalmente gli italiani) furono o piú savi o piú forti o piú felici in ciò, che seppero a poco a poco corregger gli errori lasciati ne’ trattati fondamentali. E forse fu dovuto a ciò solo, che furono allora in concordia, che operarono congiunti principi e popoli nostri. Così solamente è possibile giovarsi a ben comune delle occasioni; le quali all’incontro tra’ divisi non fanno altro che accrescere la divisione.
25. Guerre di Morea e di Sardegna e Sicilia [1714-1720].—Tre morti importanti avvennero nell’anno 1714: quella di Luigi XIV, a cui succedendo Luigi XV fanciullo, rimase Francia governata dal duca d’Orléans reggente; quella di Anna regina d’Inghilterra, a cui successe Giorgio I di Hannover; e quella di Maria Luisa di Savoia moglie di Filippo V, alla quale successe nel medesimo anno Elisabetta Farnese, sorella di Francesco duca di Parma e Piacenza. Fu trattato questo secondo matrimonio di Filippo V dall’Alberoni, un preticello italiano venturiero ed intrigante, che diventato tra breve cardinale e ministro principale e quasi assoluto di Spagna, fu causa di nuovi turbamenti in tutta Europa.—Intanto, al fine del medesimo anno 1714, ruppesi guerra tra il Turco e Venezia. Quello voleva riconquistar Morea, e riconquistolla nel 1715 facilmente alla decrepita repubblica. Questa non si riscosse, se non alle minacce turche contro alla vicina Corfù; fece allora apparecchi, assoldò lo Schulemburg capitano straniero, e strinse alleanze. Austria entrò in guerra; e il vecchio vittorioso Eugenio condussela felicemente dall’Ungheria, ottenne una gran vittoria a Petervaradino, e prese Belgrado. Venuto poi lo sforzo turco nel 1716 contro a Corfú, questa fu cosà ben difesa da Schulemburg, che, dopo un ultimo assalto respinto ai 18 agosto, i barbari si ritrassero. Nel 1717, combattessi in mare; e i veneziani, ora soli, ora aiutati da alcune navi di Malta, del papa, di Toscana e di Portogallo e Spagna, ebbero il vantaggio. E nel 1718 [21 luglio] fu firmata la pace di Passarowitz,per cui rimase spoglia Venezia della recente conquista di Morea e ridotta a quell’isole che or son dette Ionie, ma accresciuta Austria delle due forti città di Belgrado e Temeswar.—Né posava Austria ai patti di Utrecht e Rastadt; negoziava per ricongiunger Sicilia a Napoli, e dar in cambio a re Vittorio Sardegna, tanto minore. D’altra parte, Spagna, condotta dall’ambizioso Alberoni, ambiva il medesimo riacquisto, e di piú quelli di Napoli e Sardegna; e negoziava pur con Vittorio per tutto ciò riavere d’accordo con lui, e dargli in cambio Milano tanto piú vicina, ma da conquistarsi contro Austria. Naturalmente Vittorio non aderiva all’ambizione austriaca; e andava lento, forse troppo, a secondar la spagnuola. Ma dimorato giá presso a un anno nel nuovo regno e incontratevi tutte quelle difficoltà che sempre sono in una nuova signoria, e di piú un’aspra contesa ecclesiastica col papa che volea approfittar dell’occasione per distruggere un tribunale secolare sulle cose ecclesiastiche (detto «della Monarchia», ed istituito fin dall’origini di quel regno), Vittorio regnava mal fermo colà . E l’avventato Alberoni troncò le peritanze della diplomazia con una di quelle rotture subitane di trattati, le quali, colle reciproche guarentigie fin d’allora stabilite tra gli Stati della cristianità , erano giá scandalose e di difficilissima riuscita. Ai 22 agosto 1717, un’armata di terra e mare raccolta a Barcellona invase subitamente Sardegna, e conquistolla contro Austria, a malgrado gli scandali e le proteste di tutta Europa. Che anzi, addà 30 giugno 1718, un nuovo armamento spagnuolo scese in Sicilia, e s’accinse a conquistarla contra Savoia. Ma si riscosse piú efficacemente allora la diplomazia, e conchiuse trattati [agosto-dicembre 1718], per cui s’unirono contra i Borboni di Spagna, non solamente Inghilterra, Olanda, Savoia ed Austria, ma quella Francia che li avea lá stabiliti, e per essi avea combattuto quindici anni poc’anzi. Tanto fin d’allora contavan poco le alleanze di famiglia! Tanto non sono durevoli se non le alleanze di popoli, fatte secondo i loro durevoli interessi! Una flotta anglo-olandese ruppe la spagnuola nell’acque di Siracusa [11 agosto]. Un esercito tedesco approdò in Sicilia; e vi si guerreggiò con successi vari negli anni seguenti. Ma intanto l’Alberoni concitato,come succede, dalle proprie e prime avventatezze ad altre maggiori, andò tant’oltre con gli intrighi od anche le congiure in Francia contro al reggente, e in Inghilterra contro alla casa di Hannover, che rivoltisi tutti contro a lui, e spaventatone l’onesto e debole Filippo V, lo cacciò; e lui cacciato, si rifece pace facilmente addà 17 febbraio 1720. Spagna rimase spoglia di Sardegna; ma la casa de’ Borboni spagnuoli vantaggiata delle successioni eventuali di Toscana e di Parma e Piacenza a don Carlo figliuolo della regina Farnese, quando avvenissero le estinzioni, che si prevedevan vicine, delle due case de’ Medici e de’ Farnesi. Re Vittorio rimase spoglio di Sicilia, e mal compensato con Sardegna; ed Austria accresciuta, soddisfatta della riunione di tutto il regno delle Due Sicilie. E l’indipendenza italiana scapitò cosà di quanto perdette il principe nativo, di quanto acquistò lo straniero preponderante. Con Austria signora di Milano, Mantova e le Due Sicilie, Italia era fatta piú dipendente che mai. Ma, allora, fu per poco.
26. Pace di dodici anni; guerra della successione di Polonia [1720-1735].—Seguì una pace di dodici anni in Europa. Re Vittorio ne approfittò ad ordinare il nuovo Stato di Sardegna, gli antichi di Piemonte, l’istruzione pubblica principalmente, l’università di Torino, il collegio delle province da lui fondato. Molti professori chiamò di fuori. Guerriero egli soprattutto, ma gran principe in tutto, si compiaceva, s’accerchiava degli uomini e massime de’ ministri piú capaci in ogni cosa; sentiva di rimaner superiore a chiunque, non solamente col grado, ma coll’ingenita grandezza. L’Ormea fu ministro principale di lui e del figlio poi; e fu allevato da lui il Bogino successor dell’Ormea. Fu donnaiuolo in gioventù; e fatto vecchio e pio, volle sposare una gentildonna lungamente amata, la contessa di San Sebastiano. E fosse poi vergogna di ciò effettuare dal trono, o, come fu detto, imbroglio politico ove si fosse messo ed onde non sapesse uscire, o stanchezza del lungo agitato regno, ad ogni modo lasciollo [3 settembre 1730] al figliuolo Carlo Emmanuele III, e si ritrasse privato a Chambéry. Ma fosse ambizione della vecchia sposa, o propria ridestatasi tra l’insueta inoperosità ,passato appena un anno, venne a un tratto a Rivoli presso Torino, e poi [25 settembre] a Moncalieri; e chiamato Del Borgo ministro e notaio della corona, gli ridomandò l’atto della rinunzia, e nella notte tentò, ma non gli riuscì, farsi dare la cittadella di Torino. Adunatosi, agitatosi intanto il Consiglio di re Carlo, fu da questo dato ordine di arrestare il padre. Eseguissi nella notte del 27 al 28; fu rapita la San Sebastiano e condotta a Ceva; rapito e ricondotto a Rivoli, prigione del figlio, il vecchio vincitor di tante battaglie. Infuriò, languì un anno; domandò, ottenne riaver la moglie, tornare in Moncalieri; vi morà ai 31 ottobre 1732. Brutto fine, brutto principio di due belli e felici regni.—Il Piemonte fu tra’ paesi d’Italia quello che piú si avvantaggiò della pace. E tentavansi riordinare pure Milano e il regno di Napoli e Sicilia dagli austriaci. Ma non vi riuscivan guari essi, e come signori nuovi, e come stranieri; ed anche perché, essendo Carlo VI imperatore senz’altra prole che due figliuole, egli e suo governo attendevano a poco piú che ad assicurar la successione a Maria Teresa, la prima di quelle, e n’agitavano la diplomazia di tutta Europa.—Delle due grandi repubbliche, Venezia languiva sempre piú; si divertiva, apprestava i carnovali a’ gaudenti di tutta Europa: Genova, all’incontro, era turbata dalle sollevazioni de’ còrsi. Governati in modo assoluto, tirannico e corrotto, come sogliono i sudditi non partecipanti al governo delle repubbliche, scoppiarono nel settembre 1729 per una angaria fatta a un povero vecchio nella riscossione de’ tributi. Tumultuossi in vari luoghi, fecersi assembramenti, levaronsi armi; due volte i sollevati assaliron Bastia e si ritrassero. Governatori, capitani, pacieri nuovi vi furono invano mandati da Genova. S’innalzarono, si mutarono parecchie volte i capipopolo. Finalmente, brutto rimedio ad italiani contra italiani, piú brutto a un governo libero, i genovesi chiamarono gli austriaci ad aiuto, ad arbitri; e venuti gli austriaci, e fatto l’uno e l’altro ufficio, statuirono cessazioni d’armi, paci, indulti, e di soprappiù una Camera imperiale, che giudicasse in appello tra sudditi còrsi e signori genovesi [1732-1733]; e cosà i signori ebber lor signoria diminuita, e i sudditilor sudditanza accresciuta d’una nuova supremazia; non insolito né indegno fine di tali appelli. Ma durò poco quel cattivo accordo; risollevaronsi i còrsi fin dal 1734, ed ordinaronsi nel 1735 piú che mai in istato indipendente sotto a tre capi, Giaccaldi, Giafferi e Giacinto Paoli.—Tra gli Estensi non fu novitá se non nell’anno 1737, che morà il duca Rinaldo e successegli Francesco III.—In Roma, a Clemente XI [Albani], lungamente pontificante fin dal 1700, succedettero Innocenzo XIII [Conti, 1721], Benedetto XIII [Orsini, 1724] e Clemente XII [Corsini, 1730]; e tutti regnarono tranquilli e virtuosi.—Agitatissimi, all’incontro, furono in questo tempo il governo degli ultimi Medici e Farnesi in Toscana e Parma, per li patti fatti, come dicemmo, nel 1720 dalle potenze straniere per quelle successioni. Non consultati, non consenzienti, protestarono e negoziarono a lungo in tutta Europa, inutilmente. In Toscana morà [31 ottobre 1723] Cosimo III Medici e successegli suo figliuolo Gian Gastone, vecchio giá di cinquantadue anni, senza figliuoli, e principe coltissimo, ma perdutissimo di costumi. Resistette gran tempo alla successione dell’infante don Carlo; vi s’arrese finalmente per trattato dei 25 luglio 1731, protestò contro segretamente, pretese (un po’ tardi) restituir la libertá fiorentina, ricevette guarnigioni straniere, e finalmente l’infante, l’erede stesso [dicembre 1731].—In Parma, morto il duca Francesco addà 26 febbraio 1727, succedettegli il fratello Antonio vecchio di cinquantasette anni, il quale protestò pur egli contro alla successione impostagli, e prese moglie l’anno appresso ma non ebbe figliuoli, e morà al 10 gennaio 1731. Quindi gl’imperiali preser possesso del ducato, e lo diedero secondo i trattati all’infante don Carlo, che vi venne in ottobre 1732.—Ma questo fu il secolo delle successioni contrastate; e se alle piccole de’ principati italiani bastò la diplomazia, alle piú grosse furono necessarie le guerre. Aprissi quella del regno di Polonia per la morte di Federigo Augusto di Sassonia, succeduta addà 1 febbraio 1733. Ognuno sa che presso a quella nazione valorosa, ma pur troppo impolitica, e perciò da gran tempo infelice, le successioni regie si facevano nella impolitica forma delle elezioni. Duecompetitori erano allora: Stanislao Leczinzki, giá stato re al principio del secolo e cacciato poi per opera della Russia, ed Augusto elettor di Sassonia figlio dell’ultimo. E perché in questa estrema imprudenza caddero di eleggersi i re sotto influenze straniere, stavano, per il primo, Francia il cui re Luigi XV avea sposata una figlia di lui; per il secondo, Carlo VI imperatore zio di lui, e Russia antica nemica del primo. E perché quando Austria e Francia entrano in guerra l’una contra l’altra, è inevitabile v’entri Italia o almeno casa Savoia intermediaria, e cosà abbia a scegliere fra le due una alleata secondo il proprio interesse; perciò re Carlo Emmanuele scelse Francia, che gli offriva la conquista del desiderato Milanese. Fecesi in Torino [26 settembre] il trattato, per cui oltre a quella conquista fu stipulato, che farebbesi pur quella di Napoli e Sicilia, da darsi all’infante don Carlo che lascerebbe Parma e Piacenza al fratello don Filippo.—Aprissi subito la guerra con una campagna d’inverno. Il vecchio Villars condusse gli ausiliari francesi; re Carlo, tutto l’esercito. Varcaron Ticino, entrarono in Pavia, in Milano [3 novembre]; n’assediarono e presero il castello, e Pizzighettone, Novara, Tortona, e via via tutto il paese fino all’Oglio. Carlo Emmanuele s’intitolò duca di Milano. Ma l’error suo qui, l’error forse di tutta sua vita, fu quella prudenza eccessiva, che teme passar il segno del necessario. Non pensò che bisogna conquistar due in guerra per serbar uno in pace. Si contentò di difender le conquiste fatte, e rattenne i francesi che volevan pure spingere la guerra oltre Oglio e Mincio, alle bocche del Tirolo, e cacciar gl’imperiali d’Italia. Lo stesso ottuagenario Villars se ne disgustò; e partito per Francia morà per via a Torino, deriso dai piú quasi rimbambito; ed era forse di spiriti piú giovanili che non i derisori. Scese quindi tranquillo l’esercito austriaco sotto Mercy, e si guerreggiò per quel ducato di Parma, che avrebbe dovuto esser a spalle dell’esercito gallo-piemontese. E vinsero questi là a Parma una gran battaglia sotto il Coigny addà 29 giugno 1734, e s’avanzarono poi di là in due mesi e mezzo poche miglia fino alla Secchia. Dove, non guardandosi, furono sorpresi e mezzo rotti a Quistello daKönigseck [14 settembre]; e quindi si ritrassero e pur rivinsero una gran battaglia a Guastalla [19 settembre]. Re Carlo vi capitanò e vinse: e tornò quindi a Torino. Si posò l’inverno; si rifece guerra l’anno appresso 1735, ma piú molle che mai, quantunque col rinforzo d’un esercito spagnuolo, tornato giá dalla conquista di Napoli e Sicilia.—Perciocché sin dal fine del 1733 era approdato in Toscana quest’esercito spagnuolo, a capo di cui pastosi l’infante don Carlo s’era mosso per Roma contro a Napoli. Poca, quasi nessuna resistenza fecero il viceré Visconti e i tedeschi, che erano pochi e sproveduti; ritrassersi a mezzodà sull’Adriatico fino a Bari, ad aspettar rinforzi attraverso quel mare. Entrò don Carlo in Napoli, applaudito, festeggiato, e da coloro che sempre sono affetti a una signoria antica quantunque straniera e cattiva, e da que’ migliori che speravano un regno finalmente nazionale. E l’ebbero in effetto; incominciò Carlo quella dinastia de’ Borboni, che or buoni or cattivi son pur diventati napoletani, italiani. Né s’indugiò qui come nell’Italia settentrionale. Mosse subito il Montemar, capitano degli spagnuoli, contro ai tedeschi che risalivan da Bari. A Bitonto s’incontrarono, si combatterono addà 25 maggio 1734. Vinse il Montemar, e ne fu fatto duca di Bitonto e governator di Sicilia. Alla quale poco appresso movendo, approdò a Solanto, entrò in Palermo, ed inseguì poi il resto de’ tedeschi chiusi in Messina; assediolla ed ebbela a patti [25 marzo 1735], nettando cosà di tedeschi i due regni.—Poco appresso [3 ottobre] furono firmati tra Francia ed Austria i preliminari, a cui mal volenterose pur aderirono in breve Spagna e Sardegna; e cosà [19 novembre] fu conchiusa a Vienna la pace generale. Per essa Augusto rimase re di Polonia, onde giá aveva cacciato Stanislao; questi fu fatto duca di Bar e poi di Lorena, sua vita durante, dovendo passare poi questa provincia a Francia; Francesco duca di Lorena, marito di Maria Teresa l’erede d’Austria, dovea passare granduca di Toscana alla morte di Gian Gastone Medici; don Carlo rimase re di Napoli e Sicilia; Parma e Piacenza passarono all’imperatore; e re Carlo di Sardegna acquistò Novara, Tortona e la supremazia de’ feudi delle Langhe,piccola parte di grandi speranze. Ma l’Italia tutta insieme fu quella che s’avvantaggiò piú: un nuovo gran regno nazionale, una nuova gran diminuzione della signoria straniera; questa ridotta a Milano, Mantova, Parma e Piacenza. Da due e piú secoli, da Carlo VIII e Ferdinando cattolico in qua, non mai erasi trovata pesta da piedi stranieri cosà poca terra italiana. Il secolo decimottavo non parlava di nazionalità come il nostro, e, per vero dire, non vi pensava guari; i popoli erano contati per nulla, i principi europei pensavano, trattavano francamente per se soli. Vergogna, che cosà facendo facesser meglio per li popoli che non quelli i quali hanno ora per le bocche continuamente il bene de’ popoli, e li divelgono e sminuzzan poi ad utile proprio; piú apparente, del resto, che non forse reale, piú momentaneo che non definitivo.
27. Breve pace. Guerra della successione austriaca [1735-1749].—Seguirono una breve pace, una lunga e poco men che inutile guerra. Durante la pace incominciarono, Carlo Emmanuele in Piemonte, Carlo Borbone nel suo regno, que’ miglioramenti di che diremo quando si compierono. Ma Toscana fu quella che migliorò piú in questo intervallo. Morì [9 luglio 1737] Gian Gastone, ultimo e forse pessimo dei degeneri Medici, e succedette, secondo i trattati, Francesco marito di Maria Teresa, e primo di quella casa Lorenese, o seconda Austriaca, che essa pure si italianizzò. E cosà s’italianizzino meglio e davvero queste due famiglie di Toscana e di Napoli; io lo ridico, dopo ed a malgrado gli ultimi e sì vari eventi. I quali, non che mutare, hanno sancita la mia opinione, che dalla sola unione di principi e popoli sia da sperare l’indipendenza italiana; i quali hanno mostrato quanto vicini noi siamo a questa quando uniti, quanto discosti appena disuniti; i quali, fra i numerosi e gravi insegnamenti lasciati a’ posteri, lasciano questo sommo, che l’impresa o rivoluzione dell’indipendenza non si debba complicare di niun’altra né di dinastie né di territori che giá sieno materialmente indipendenti. Si gridò, si griderà altre volte «indipendenza italiana!», ma non se ne ebbe finora il concetto, l’idea, ed anche meno la passione vera. E finché non si concepiscache non è paragone tra l’indipendenza e tutti gli altri temporali doni di Dio; finché l’idea e la passione della indipendenza non ispengano le altre idee o passioni nazionali, il giorno dell’indipendenza non sarà venuto. Misere cose sono la mente, il cuore umano; di rado potenti, quand’anche concentrano lor forze; impotentissime sempre quando le distraggono, quando femminilmente, fanciullescamente, od anzi animalmente, corron qua o lá dietro a questa o quell’idea o passione.—Ma pensino i principi, che pur troppo sovente e dappertutto, e massimamente in Italia, si fanno di queste terribili fanciullaggini od animalità ; e per amore, se non di noi, di loro stessi, non vi si espongano.—Nel 1740, ai 31 maggio, morà Federigo Guglielmo re di Prussia, e gli successe il figliuol suo Federigo II, detto «il grande»; e morÃ, ai 20 ottobre, Carlo VI imperatore, e gli successero negli Stati, Maria Teresa, sua figlia, e Francesco di Lorena. Ma a malgrado la prammatica fatta per tal successione da Carlo VI, e riconosciuta poi nei trattati successivi da quasi tutti i principi d’Europa, sollevaronsi allora parecchi; Federigo coll’armi, prendendo subito Silesia [dicembre]; gli altri, colle trattative ed alleanze. Una ne fu fatta a Nymphemburg [18 maggio 1741] tra Francia, Baviera e Spagna, a cui poscia s’accostarono Prussia, Sassonia e re Carlo di Sardegna. L’esercito gallo-bavaro penetrò in Boemia ed Austria [novembre]; l’elettor di Baviera fu proclamato re di Boemia; e in breve imperator Carlo VII [24 gennaio 1742]. Austria era agli ultimi; fu salva dal generoso amore de’ magiari alla giovine, bella e virtuosa Maria Teresa, dall’alleanza antica di sua casa con Inghilterra, e dal trattato da lei conchiuso [lº febbraio 1742] con re Carlo di Sardegna. Fu detto allora di semplice neutralità , ma in breve di vera alleanza. Può, deve far meraviglia questo accostarsi di casa Savoia a casa d’Austria in tale occasione, che sembra essere stata la migliore da molti secoli, di cacciar questa di Lombardia e d’Italia. Ma il fatto sta, che Francia e Spagna sembrano aver voluto allora dar Lombardia non a re Carlo di Sardegna, ma insieme con Parma e Piacenza a don Filippo di Spagna, fratello secondo del re giá spagnuolo diNapoli; e se ciò si fosse effettuato, casa Savoia e Italia aveano a temere il ritorno della preponderanza spagnuola, quasi un ritorno del Seicento. Per altra parte, non è dubbio che una gran differenza sarebbe sorta dall’essere Lombardia e Parma e Napoli non province spagnuole come nel Seicento, ma Stati indipendenti sotto principi, che, spagnuoli o francesi d’origine, si sarebbero in breve italianizzati; ondeché, in tutto, io non so s’io lodi come giusta, o se forse io non biasimi come stretta e mal interessata questa prudenza di re Carlo Emmanuele nell’accostarsi allora a Maria Teresa. Ad ogni modo, bene o male istituita quella guerra, re Carlo la fece bene poi, a modo de’ maggiori. L’aprì in Italia fin dal 1742, assalendo Modena alleata di Spagna; e movendo quindi, per l’Emilia e la Romagna, contro all’esercito venutovi di Spagna. Ma fu tra poco di lá chiamato per l’invasione d’un altro esercito spagnuolo in Savoia [settembre]. Dove accorso re Carlo, respinse dapprima, fu respinto poi, ed invernò in Piemonte.—Nel 1743, combattessi a Camposanto sul Panaro una battaglia dubbia tra gli austro-sardi e gli spagnuoli, e questi si ritrassero; né segui altro fatto di conto colà od in Savoia. Francia, quantunque avesse dato il passo all’esercito spagnuolo, non era ancora in guerra con re Carlo. Ma avendo questi firmato in Worms un trattato di alleanza oramai aperta con Austria [13 settembre 1743], Francia gli dichiarò formalmente la guerra addà 30, ed entrovvi anch’essa dall’Alpi. Ma, in breve, per la stagione avanzata, vi si posò.—Nel 1744, l’esercito gallo-ispano, sotto il principe di Conti e l’infante don Filippo, assalì fortemente il Piemonte fortemente difeso da re Carlo. Incominciaron da Nizza, la presero; e in varie fazioni [aprile] ne cacciarono l’esercito piemontese. Poi, dopo molto dubitare e andar e venire, scesero per Val di Stura e l’Argentiera, presero le Barricate e Demonte, e assediaron Cuneo. Alla quale movendo re Carlo in aiuto, ne seguÃ, addà 30 settembre, una gran battaglia che, da una chiesetta lá in mezzo, fu chiamata della Madonna dell’Olmo, aspramente combattuta dalle due parti, perduta da re Carlo in ciò che si ritrasse a sera dal campo, ma vinta in ciò che fece entrarsoccorso nella piazza. Dalla quale poi e dal Piemonte si ritrasse l’esercito gallo-ispano oltre Alpi prima dell’inverno.—Intanto il Lobkowitz, coll’esercito tedesco, s’era avviato alla conquista di Napoli; ed erasi avanzato poco al di lá di Roma, fino a Genzano. L’esercito spagnuolo e napoletano s’era avanzato alla riscossa fino a Velletri; e quantunque cosà vicini, erano rimasti mesi e mesi i due eserciti a guardarsi, a tastarsi con piccole fazioni, che chiamavasi cent’anni fa un guerreggiar bello e scientifico, or par goffo agli stessi ignoranti. Una notte [10 agosto] il Lobkowitz sorprese Velletri, e poco mancò non isbaragliasse l’esercito nemico, ma fu ricacciato, e non ne seguà altro; fino a che tra le malattie e la noia si ritrassero, l’uno in Romagna e Lombardia e l’altro a Napoli, i due eserciti, derisi dalle popolazioni per via. In tutto, salvo il gran Federigo, il maresciallo di Sassonia, e forse forse il Maillebois, i generali della metà del secolo decimottavo, esageratori, affettatori degli artifìzi tattici e strategici, si potrebbon chiamare i seicentisti dell’arte della guerra.—Ai quali ora succederebbero volentieri, se si desse lor retta, i romantici; quelli che, pretendendo imitar Napoleone (il quale non hanno capito né studiato), vorrebbero guerreggiare senza regola, senz’arte, senza tener conto né di ostacoli naturali, né di fortezze, né di eserciti nemici, anzi senza esercito proprio, con quello solo che chiamano (senza conoscerlo) «entusiasmo». Del resto, costoro son conseguenti nel non voler guerre lunghe né eserciti regolari; non vi vorrebbon andare nemmen per ombra; mentre sorridon loro le guerre di entusiasmo, sempre brevi, non faticose, e di che si ritrae ciascuno facilmente, gridando:—Non v’è piú entusiasmo.—Nel 1745, Genova si alzò contro agli alleati di Worms che abbandonavan Finale al re di Sardegna, ed entrò nell’alleanza contraria di Spagna e Francia [1º maggio]. Quindi unironsi meglio le mosse dei due eserciti gallo-ispani. Il Gages, coll’esercito spagnuolo-napoletano, passando dal Panaro in sulla Magra, si congiunse intorno a Genova con don Filippo e Maillebois che venivan da Nizza; e guerreggiaron poi alcun tempo sul Tanaro e la. Bormida, preser Tortona [3 settembre], Piacenza, Parma, Pavia,vinsero re Carlo in gran giornata a Bassignana [27 settembre], e quindi invasero Piemonte fino a Casale ed Asti, difendendosi solamente la cittadella d’Alessandria; invasero il Milanese, entrarono in Milano [19 dicembre]. Insomma, eran precipitate le cose austro-sarde in Italia; mentre crescevano anzi le cose austriache in Germania per la morte dell’imperator bavaro Carlo VII [20 gennaio], l’elezione a imperatore di Francesco I, il marito di Maria Teresa, e la pace conchiusa col piú terribil nemico d’Austria, Federigo II [25 dicembre].—Ma qui, contro all’uso impostomi dalla brevità , dirò d’un semplice negoziato riuscito a nulla; perché, riuscito a suo fine, ei sarebbe stato il fatto piú bello e piú importante di tutta questa storia; e il suo fallire fu uno de’ piú lamentevoli. Re Carlo di Sardegna aveva, nel trattato di Worms con Austria, introdotta una clausula (insueta sì, ma che accettata dall’altra parte davagli un diritto certo ed onorato), che potesse scostarsi dall’alleanza, avvertendo tanti mesi prima. Quindi egli aveva libertá di trattare con Francia. Trattò, e ne risultarono una prima convenzione firmata a Torino [26 dicembre 1745], un armistizio firmato a Parigi [17 febbraio 1746], ed un progetto di pace definitiva, per cui dovevano rimanere Parma e Piacenza, con alcuni accrescimenti all’intorno, a don Filippo; il Milanese a casa Savoia, ed accrescimenti a Genova, a Modena, a Venezia; Toscana sola, come rimase poi, a casa d’Austria; cosicché tutta Italia ne sarebbe rimasta in breve tempo indipendente, e divisa tra principi giá italiani o che sarebbero diventati italiani; e (per piú dolore) tutta Italia doveva poi stringersi in lega a mantener quella indipendenza. Venne il Maillebois, figlio del capitano di Francia, fino a Rivoli, a cinque miglia da Torino, per volgere questi preliminari in trattato definitivo; andò a Rivoli il Bogino, ministro e confidente di re Carlo; ma non si conchiuse, e si ruppe. Fu pretesa prudenza politica per serbar il contrapeso d’Austria? Vergogna, in tal caso! ché anche queste ricercatezze, questi contrapesi sono seicentismi politici; e l’Italia libera di stranieri, piena di principati nazionali, non avrebbe avuto bisogno addentro, ed avrebbe trovati fuoripiú utilmente que’ due medesimi contrapesi di Francia ed Austria, e tutta Europa poi interessata a sua indipendenza, quando fosse stata stabilita. Fu timore, dubbio della sincerità di Francia? Noi non possiamo da lungi giudicare se fosser giusti o no siffatti timori; ma la grandezza dello scopo potea valere alcuni rischi. Fu onestà , impossibilità di conchiudere, rispettando la fede agli alleati attuali? Rispondiamo, abbassando il capo, come il giusto ateniese: non desideriamo, a costo d’un tradimento, nemmeno l’indipendenza. Del resto, io scrivo qui d’un principe, di cui, io piú di nessuno, m’allevai a venerar la memoria; scrivo d’un ministro che venero quasi un grand’avo; ma perciò appunto mi si stringe il cuore al rincrescimento, che le venerate destre non abbiano, se era rigorosamente possibile, firmata, or son cent’anni appunto in Rivoli, quella indipendenza d’Italia che non era piú stata da dodici secoli, che non fu piú nel secolo corso d’allora in poi, che tentammo noi invano pur troppo, che si ritenterà , ma Dio solo sa quando e con qual successo. Povera Italia, non avesti finor ventura!—Continuò poi re Carlo, ottimo alla guerra. Sorprese in bella fazione i nemici in Asti, ripresela [5-6 marzo 1746], e liberò la cittadella d’Alessandria [11]. I tedeschi vinsero in battaglia a Piacenza il Maillebois [16 giugno] e ricuperarono Milano, Lombardia; e quindi austriaci e piemontesi, uniti sotto il Botta italo-austriaco, rigettarono i gallo-ispani nell’Appennino e poi nell’Alpi, si presentarono a Genova, l’ebbero a patti [7 settembre] con vergogna di quel governo, e la multarono di grosse somme, e l’oppressero di tirannie e di rapine non pattuite, ma solite contro a’ vinti prostrati. Ma, addà 5 dicembre, tirando alcuni tedeschi un mortaio de’ rapiti per una via che sfondò, voller far violenza ad alcuni popolani per ritrarnelo, e dieder loro busse all’uso patrio. Sollevaronsi là i popolani, poi di via in via in tutta la città . E per le vie, alle porte, alle mura combattessi ne’ giorni seguenti tra tedeschi e genovesi cittadini, aiutati a poco a poco da’ campagnuoli che accorrevano. Al glorioso dà 10 dicembre, il popolo cacciò i tedeschi dalla città . E tra per sé e gli aiuti di Francia e Spagna la difesero poi dagli assalti rinnovati lungo l’annoseguente; finché, assalito re Carlo nel contado di Nizza, e perduta ivi Ventimiglia e minacciato in sull’Alpi Cozie, ritrasse sue truppe d’intorno a Genova; e, a’ 3 luglio 1747, gli austriaci levarono le loro; e cosà rimase Genova liberata per quel bello ed ultimo sforzo di sua antica virtù.—Fu e rimane sventura che si trovassero colà combattenti piemontesi insiem con austriaci contro a’ genovesi: ma l’ingrata memoria dovrebbe rimanere piuttosto in quelli che furono allor vinti, e non rimane. Così si cancelli questa ed ogni simile da quelle due schiatte piemontese e ligure, le quali sono le due (per non dir altro) piú operose d’Italia; le quali, quando unite davvero, sinceramente, basterebbero non a compiere, ma a far immanchevole il compimento de’ destini d’Italia.—Pochi dà appresso successe il minacciato assalto pel Monginevra. Il cavaliere di Bellisle lo conduceva. Addì 19, i francesi assalirono i piemontesi, trincerati al colle dell’Assietta, capitanati dal Bricherasco. La fazione fu delle piú belle e calde della guerra. I piemontesi vinsero; i francesi si ritrassero oltre Alpi. La guerra continuò, ma languì d’allora in poi. Tutti erano stanchi; Spagna stessa; dove, morto Filippo V [9 luglio 1745], e succeduto Ferdinando VI figlio di lui e di sua prima moglie Savoiarda, era scemato il credito della Farnese, scemata l’ambizione per don Filippo figliuolo di lei. Adunaronsi prima in Breda, poi in Aquisgrana i plenipotenziari; e addà 30 aprile del 1748 firmaronsi i preliminari, addà 18 ottobre il trattato di pace; per cui rimase riconosciuta la seconda casa d’Austria, riconosciuto don Filippo duca di Parma e Piacenza, accresciuta la monarchia piemontese dei due brani dell’alto Novarese e dell’Oltrepò pavese, e Finale riconfermato a Genova. Facendoci forza, e scartando dalla memoria ciò che avrebbe potuto essere altrimenti, dobbiam conchiudere: che fu pace buona, fu progresso all’Italia, scemando la parte straniera, accrescendo la parte italiana di Parma, Piacenza, e de’ brani di Lombardia diventati piemontesi.—Due guerre minori, una delle quali risibile, turbarono altre parti d’Italia ne’ tempi or percorsi. L’Alberoni, cardinal legato di Ravenna, invase la repubblichetta di San Marino [ottobre 1739]; ma fudisapprovato dalla corte di Roma, che restituì quello Stato. E continuò, pur risibile in parte, feroce e funesta in tutto, la ribellione de’ còrsi, aiutata dalle calamità narrate di Genova. Fin dal 1736, approdò lá un Teodoro barone di Neuhof, tedesco, venturiero, cavalier d’industria, come si diceva allora, che, trovato modo d’aver denari e munizioni di guerra dal bey di Tunisi, venne a far il re di Corsica. I poveri còrsi erano in cosà mal punto, in cosà poco senno, che quasi tutti il gridarono re [15 aprile]. Ma, a novembre, il nuovo Teodoro I lasciò i sudditi per andar a cercar nuovi soccorsi, nuove venture. Girò Italia, Germania, Olanda, dove fu incarcerato per debiti, ed onde pur uscì, traendo da quella buona gente nuovi aiuti, nuovi apparecchi di guerra. Con questi tornò a Corsica [settembre 1738], fu riconfermato re, ma cadde d’allora in poi, e partà in breve. Giafferi e Paoli erano i veri capi. Venner francesi in aiuto a Genova, e fecesi un nuovo accordo nel 1740. Ma ruppesi per la solita causa delle tasse nel 1741, e di nuovo si guerreggiò. Nel 1743, Teodoro tentò riprendere il regno, ma non fu nemmeno lasciato approdare, e se ne fu per sempre. Nel 1744 vi fu nuovo accordo. Nel 1745, ardendo la guerra contro a Genova, si ridéstò la sollevazione, aiutata da Sardegna ed Austria, combattuta da Francia e Spagna, fino alla pace d’Aquisgrana.