28. Pace e progressi di quarantaquattr’anni [1748-1789].—Seguirono, tra questa pace e la rivoluzione francese, due altre guerre europee, anzi dell’intiero mondo. La prima, detta «de’ sette anni», s’incominciò dall’Austria insolitamente unita a Francia, per abbattere la nuova potenza di Prussia in Germania; ma s’estese in breve a guerra d’emulazione marittima nelle colonie, e nell’Indie principalmente, tra Francia ed Inghilterra; e finí colla conferma della potenza prussiana in Germania, della britannica nell’Indie, destinate amendue a molto maggiori accrescimenti. La seconda fu la guerra d’indipendenza delle colonie inglesi-americane contro a lor madre patria; e finí colla indipendenza compiuta. Narrata dal Botta in una storia, la cui traduzione rimane in grande stima appresso a quegli americani, è grandanno per noi che sia scritta con modi antiquati, i quali vi fanno men popolare e meno utile lo studio di quel grande esempio. Ad ogni modo, quelle due guerre apparecchiarono il mondo cristiano qual è al presente, tanto e forse piú che non facessero poi quelle stesse della repubblica e dell’imperio francese. Perciocché quella de’ sett’anni fece la grandezza, cresciuta poi e crescitura, della Prussia; e quella d’America fu la prima delle grandi guerre d’indipendenza, le quali son succedute e succederanno alle guerre di libertá.—L’Italia poi non prese parte a nessuna delle due; non alla prima, dove unite Francia ed Austria non era facile, forse non possibile, a casa Savoia il continuar ad accrescersi in Italia, non almeno co’ modi soliti. E la guerra americana poi era troppo lontana, non fu continentale europea.—Seguì dunque all’Italia una pace di quarantaquattr’anni, la piú lunga cosí di quante si trovan rammentate da’ primordi della storia di lei. E questa pace fu feconda a noi di riforme governative e di progressi senza dubbio; ma anche d’indebolimenti. forse politici, e certo militari. Perciocché, cosí va il mondo, cosí è la natura umana pur troppo, che quando i tempi son facili e tranquilli oltre al corso d’una generazione, la generazione che s’alleva in essi non impari le difficoltà, e cosí non quegli atti di vigore, quegli sforzi d’animo e di corpo che son necessari a vincerle; ondeché, quando poi ritornano, ché sempre ritornano le difficoltà, gli uomini nuovi si trovano disapparecchiati, incapaci ad esse. E quindi può essere fortuna che sorgano, od anche arte de’ principi e governanti lasciare o far che sorgano in mezzo alle paci prolungate, quelle operosità, quegli esercizi od anche quelle difficoltà, le quali, senza porre gli Stati a pericoli invincibili, tengano pure esercitate le generazioni novelle ai casi futuri. E ciò sentirono forse, per vero dire, i governi italiani di cent’anni fa; tantoché, anche senza aver chiara quell’idea, senza pronunciare quella parola di «progresso», che sorsero solamente al fine di quel secolo e si sono fatti ora universali, tutti operarono e progredirono piú o meno, indubitabilmente. Ma non è dubbio nemmeno, e i fatti posteriori lo dimostran pur troppo, che que’ governi nostri nonoperarono, non progredirono abbastanza; che la generazione della fine del secolo si trovò oziosa, languida, insufficiente a’ nuovi casi. Innegabile insegnamento, incancellabile, irremovibile esempio a que’ posteri dei settecentisti, che operano e progrediscono ora non piú che come quelli, o men che quelli. La lentezza, l’andar a poco a poco, sta bene; è prudenza, è virtù non contrastata. Ma qui sta tutta la questione; vedere il punto giusto fino al quale è virtù, oltre al quale è vizio, è paura. E come di noi giudicheranno i posteri dai fatti nostri, cosí noi, giudicando degli avi dai fatti loro, non possiamo se non conchiudere: che quelli non apparecchiarono questi bastantemente.—Napoli fu quella che progredì piú nel secolo decimottavo; il passare da provincia straniera a Stato indipendente, fu progresso incomparabile per sé, e fonte poi di altri innumerevoli. Acquistar principe proprio, ministri, tribunali, magistrati, milizie nazionali addentro, ministri e consoli patrii a curar gl’interessi fuori; riversar le imposizioni (sien poche o molte od anche troppe) tutte in casa, son vantaggi superiori sempre a qualunque altro. Naturalmente poi, sorse la necessità di riordinar ad uso proprio quant’era stato ad uso di signori stranieri; e i riordinamenti intrapresi in tempi civili fanno sempre sparire molti residui di barbarie. Così fu operato nel Regno, ma timidamente; furono migliorate ad una ad una le leggi civili, criminali, commerciali, ma non ordinate in codici; undici legislazioni erano, undici rimasero. Furono scemati i diritti, cioè le eccezioni, cioè le ingiustizie feodali, ma non tolte di mezzo radicalmente, che era il solo rimedio buono a tal peste. E dalla depressione de’ nobili era giá nato e crebbe piú che mai un altro malanno, la oltrepotenza, l’ingerenza in tutto de’ curiali; e chi non creda a me, creda al Colletta, che ciò deplora. E furono scemati i diritti del fòro ecclesiastico, gli asili; fin dal 1741 fu fatto a ciò un concordato con Roma. Furono ordinate le finanze, ma poco bene; furon lasciate a impresa le tasse indirette, fu introdotto il lotto. Cacciati dal Regno gli ebrei; tentata introdurre l’inquisizione da un arcivescovo zelante, e repulsa dall’opinion pubblica, e quinùi dal re. Del resto, grandi abbellimenti in Napoli:ampliato l’edifizio degli Studi; edificate le ville regie di Portici, di Capodimonte, di Caserta, il teatro di San Carlo [1737]; incominciati gli scavi di Ercolano [1738] e di Pompei [1750]. Strade magnifiche furono fatte, e dette «per le cacce» del re, intorno a Napoli; ma poche per il pubblico, e meno per le province lontane. Tutto ciò sotto a Carlo I e Tanucci ministro di lui. Morto poi [10 agosto 1759] Ferdinando VI re di Spagna senza figliuoli, succedevagli Carlo di Napoli, e prima di partire regolava la successione ai due regni disgiunti giá dai trattati. E perché de’ tre figliuoli suoi il primo era scemo di mente, egli piangendo fece riconoscere tale sventura, e dichiarò successor suo a’ regni di Spagna Carlo Antonio che era il secondo; e re di Napoli e Sicilia il terzo, Ferdinando fanciullo d’otto anni, con una reggenza finché non avesse i sedici compiuti. E il medesimo dí [6 ottobre] salpò per Ispagna, dove regnò poi sotto nome di re Carlo III, non senza gloria di riformatore piú ardito, eppure anche lá insufficiente. Continuò quindi in pace e progressi la reggenza napoletana dal 1759 al 1767; e cosí poi il regno effettivo di Ferdinando IV. Continuò a governar Tanucci; e continuarono le riforme, massime nell’istruzione pubblica e nelle cose ecclesiastiche. Eran secondate piú dall’opinione straniera che non dall’italiana o napoletana; ma questa obbediva agli ordini di Spagna, ché, come dice il Colletta, «una servitù vincea l’altra». Il re fu educato agli esercizi, a forza corporale, ma a rozzezza, grossezza, volgarità, e, come si vide a suo tempo, barbarie e debolezza unite. Ad una carestia del 1764 fu mal proveduto con troppi provedimenti e proibizioni: alla calamità del gran terremoto di Messina [1783], molto meglio. Un patto di famiglia [1761] strinse le quattro case borboniche. Nel 1776, cessò l’omaggio della chinea al papa, che protestò poi ogni anno. De’ gesuiti siam per dire. Nel 1777, il Tanucci, dopo quarantatré anni di potenza, fu cacciato dalla regina Carolina Austriaca; e furono d’allora in poi potenti e prepotenti essa ed Acton, un inglese venuto per ammiraglio nel 1779 e salito poi a ministro. E quasi ogni cosa si fermò, peggiorò d’allora in poi. La milizia e la marineria sì furono promosse, ampliate,ma piú a pompa che a forza vera, e si vide pur troppo quando venner alle prove.29. Continua.—Ed ora, risalendo la penisola, veniamo a Roma. Pontificò fino all’anno 1758 Benedetto XIV [Lambertini]; papa letterato, protettor di lettere ed arti, restauratore ed edificator di monumenti, non nepotista, pio, intenditor de’ tempi suoi, tollerante di essi; e cosí tanto miglior capo di quella Chiesa, la quale appunto, per esser immortale ed immutabile, debb’essere ed è adattabile a tutti i tempi.—Morì nel 1758; successegli Clemente XIII [Rezzonico, 6 luglio], meno arrendevole, piú severo, piú acre difensore dei diritti acquistati lungo i secoli dalla curia romana. Guastossi con Genova, con Venezia, con Parma, colle quattro corti borboniche. Ma non era tutta colpa sua. È vero che non erano piú tempi che tutte le libertá, tutte le colture, tutte le liberalità fossero degli ecclesiastici, venisser da essi; cosí venendo, fossero aiutate dall’opinione pubblica; è vero che la liberalità giá s’era fatta secolare, che l’opinione favoriva i principi alla ricuperazione di molti poteri tolti loro nel medio evo; ed è vero che rilasciarne molti poteva esser bello e liberale ne’ papi moderni. Ma era forse poco merito, ed era certo poca liberalità ne’ principi l’acquistarli: la liberalità (non si può dire e ripeter troppo) sta nel dare, e non nel prendere o nel far dar da altrui; e la vantata liberalità dei principi del secolo decimottavo fu tutta nel prendere o far dare, prendere o far dare diritti feodali dai nobili, prendere o far dare diritti ecclesiastici dalla Chiesa. Né dico che questo non fosse in tutto un progresso: ma dico che non era liberalità di principi; e che essi non diedero mai nulla del proprio, nulla dei diritti o degli acquisti o delle usurpazioni della sovranità, nulla di ciò che sarebbe stato ad essi liberalità e forse utilità il concedere. E dico che dei diritti feodali essi non fecero, non poterono far rilasciar troppi, ché troppo era quanto ne rimanesse. Ma dico (contro all’opinione di molti, lo so), che nella ricuperazione de’ diritti di sovranità contro alla Chiesa, molti, quasi tutti i governi del secolo decimottavo, principi o repubbliche, passarono il segno; come Genova, quando non volle lasciar mandare dal papa un visitatoreo riordinator ecclesiastico nella Corsica sollevata; come Venezia, quando volle regolar le relazioni tra ecclesiastici regolari ed ordinari; come le corti borboniche, quando, sequestrando Avignone, rifecero esse ciò che fu tanto e giustamente rimproverato ai papi, il mescolar le ostilità spirituali e temporali. Col re Carlo di Sardegna, solo forse moderato e rispettoso in tutto ciò, papa Rezzonico non si guastò.—Del resto, tutte queste dispute ecclesiastiche erano inasprite, ingrossate da un’altra, non so s’io dica maggiore, o se anzi non ne sorrideranno i posteri un dí, da una disputa, una sollevazione quasi universale contro a un ordine di frati, o monaci, o conventuali, o religiosi regolari che voglian essere, ed importa poco, contro ai gesuiti. Se mi fosse possibile schivar questo assunto, io lo schiverei, per non iscostarmi qui da molti miei consenzienti ed amici, e non parer accostarmi a coloro dai quali io dissento quasi generalmente. Ma io sacrificai testé affetti e riconoscenze molto piú strette; e sacrificherò queste, se mai, al dovere storico, di non omettere nella narrazione assunta ciò che, bene o male, degno o risibile, fu pure l’affare che piú occupò l’Italia, la cristianità in questi anni; ed al dovere conseguente di dirne ciò che credo verità, ciò che, cessati gli interessi, le parti, le passioni presenti, non parrà forse indegno del nome di «liberalità», ciò che sarà forse liberalità de’ nostri posteri. Io dissi gia la bella idea di sant’Ignazio, la bella istituzione de’ gesuiti, fatta per servire alla propagazione della cristianità tra gli infedeli, alla difesa della cattolicità contro a’ nuovi dissenzienti. E fecero i gesuiti l’opera prima magnificamente sempre intorno al globo, la seconda con grande operosità ed utilità da principio. Ma in questa io crederei che si guastassero prontamente: che portati dal loro zelo ne’ paesi tiranneggiati dai dissenzienti, v’imparasser troppe arti di nascondersi, di dissimulare o simulare; troppo ardore, troppa fiducia in sé, troppa ostinazione nella lor parte, indubitalmente buona nel suo scopo cattolico, ma soggetta a errori, come ogni umana cosa, ne’ mezzi, nelle applicazioni. Un cinquanta anni e non piú, giá il notammo, durò il trionfo, l’ampliarsi della Riforma; ed un cinquant’anni cosí la bella guerra difensiva dei gesuiti in Europa. Ma col fermarsii progressi della Riforma, collo scemare i pericoli che ci venivan da lei, scemò l’utilità europea de’ gesuiti; e scemò la purità della loro operosità. Certo, o mi pare, tra le vicende della lega in Francia essi non furono giá incolpevoli. Né il furono quando, cessate le guerre religiose, essi portarono le medesime arti, i medesimi fervori alle corti di Luigi XIV, di Giacomo II, e in altre. I conventuali d’ogni sorta furono chiamati per necessità nei pubblici affari, ai tempi che essi erano soli colti, che soli quasi sapean leggere e scrivere. Ma subito che altri furono a saper leggere e scrivere, e i religiosi ebber cosí perduto questo vantaggio, essi furono naturalmente gli uomini meno atti al mondo, meno educati e conformati a’ pubblici affari; le loro solitudini, le loro educazioni, le loro occupazioni ne li rendono incapacissimi. Molti ammirarono, or lodando, or esecrando, le destrezze, l’abilità, la politica de’ gesuiti: ma essi furono forse i piú impolitici, i piú mal abili degli uomini; mal abili in generale agli interessi secolari che non poterono imparar ne’ loro collegi; mal abili in particolare agli interessi politici che sono i piú difficili della vita secolare; abili soltanto, o poco piú, che ai loro interessi propri famigliari, cioè a quegli accrescimenti di sostanze, di fortuna, od anche di credito e di fama, che sono, come si vede nel mondo, la infima delle abilità. Se fossero stati abili, essi avrebbon fuggita non che la politica, ma fin le apparenze della politica, che non era, che non doveva essere loro ufficio, che doveva essere, che fu lor perdizione. La loro inabilità politica li fece cadere in parecchi men colpe che errori: la inabilità loro li fece parere caduti in piú errori che non caddero; li fece parer colpevoli delle male intenzioni che non ebber né poterono aver mai; li fece accattarsi gli odii, le invidie degli altri ordini religiosi, di molti ecclesiastici secolari, degli uomini di mondo e di lettere e d’affari, de’ magistrati, de’ ministri, e de’ principi. Ne’ tempi poi di che trattiamo, s’aggiunse contra essi un odio onorevole ad essi, quello de’ nemici della cristianità, i quali, comunque si chiamino, certo furono allora molti e potenti. Questi si valsero dell’invidie, delle divisioni interne nostre, esultarono di rivolger cattolici contra cattolici; i ministri de’ principiesultarono di tal aiuto contro a que’ religiosi faccendieri incontrati ad ogni tratto; una regia meretrice, la Pompadour, esultò di punirli d’una loro severità, che, rara o no, essi rivolser certo una volta contra essa; i principi, piú o meno abbindolati, esultarono di far questo passo di piú nelle riforme ecclesiastiche tanto allora applaudite, esultarono di parer liberali, progressisti, o, come si diceva allora, «filosofi», senza costo proprio, ed anzi incamerando collegi, chiese, palazzi, masserie e masserizie, milioni. Insomma, i gesuiti furono cacciati di Portogallo [1758, anno primo del pontificato di Clemente XIII] da un Pombal, ministro assolutissimo anzi tirannico d’un re tiranno e dissoluto, sotto accusa di aver partecipato a una congiura contro alla vita di quel re, ove furono implicati e suppliziati i nemici particolari di Pombal. Furono cacciati di Francia nel 1764, al tempo aureo di Luigi XV e sue cortigiane maggiori e minori, di Choiseul cortigiano di esse, e del parlamento allor cortigiano di Choiseul; cacciati in séguito al fallimento d’uno di que’ padri in America ed al risarcimento negato dalla Compagnia, a molti errori insomma di questa. Furon cacciati di Spagna nel 1767 da Carlo III ed Aranda ministro di lui, sotto accusa di partecipazione ad una sollevazione popolana fatta per serbare i cappelli ed i mantclli aviti. E furono quindi cacciati nel medesimo anno, per impulso delle due corti borboniche maggiori, dalle due minori ed italiche, Napoli e Parma. E perché in Portogallo s’arrivò al sangue ed ai supplizi, e in tutti gli altri paesi la cacciata si effettuò con modi subitani, arbitrari, crudeli, avidi, segreti, e senza render conto pubblico di nulla, ei mi par poco dubbio che i nostri posteri liberali compareranno tutta questa cacciata a quella dei templari del medio evo, e si sdegneranno che tanti loro predecessori abbiano accettate come liberalità o progressi cosí fatte nefandità. Se non che, essi si sdegneranno forse anche piú che dopo tanti progressi veri fatti dalla opinione liberale d’allora in poi per tre quarti di secolo, e (che è piú o peggio) negli anni appunto che l’Italia avea per le mani la somma opera della sua indipendenza, ella quasi tutta, e non esclusi molti degli uomini maggiori suoi, si distraesse a simili odii,simili faccende da frati e sacrestie. Né rimarrà nome di «liberalità» o «progressi», nemmeno a quelle paure, che fanno anch’oggi escludere i gesuiti soli dal diritto comune di tolleranza e di libertá. Ad ogni modo, le cacciate dei gesuiti occuparono tutto il pontificato di Clemente XIII; ondeché io non mi so meravigliare, se mai in alcuni particolari, che non abbiam luogo a cercar qui, egli oltrepassò i termini di una giusta resistenza.—Morto esso quindi nel 1769, gli succedé Clemente XIV [Ganganelli, 18 maggio]. Il quale, pressato dalle quattro corti borboniche, come giá era stato il predecessore, di abolire del tutto, dappertutto, l’abborrita società, resistette, indugiò d’anno in anno. Ma non fu aiutato in tal resistenza dalla società stessa, nella quale si pronunziò, si pose allora quella massima fatale «Sint ut sunt aut non sint», quella massima forse irreligiosamente superba e non ignaziana, e certo impolitica; irreligiosamente superba, perché la società sola della Chiesa divinamente istituita è immutabile quaggiú, e mutabili, riformabili sono le società istituite nella Chiesa, e cosí gli ordini religiosi che tutti si riformarono, salvo questo; massima poi non ignaziana, perché sant’Ignazio coordinò appunto meravigliosamente la società al secolo suo, ond’è a credere la coordinerebbe ora e si sdegnerebbe di non vederla coordinata ai secoli nostri; massima impolitica finalmente, perché i tempi son sempre potentissimi a respingere tutto ciò che non si coordina ad essi. Ad ogni modo, dopo quattr’anni di peritanze, Clemente XIV diede il breve di abolizione [21 luglio 1773]. Tale poi era l’andazzo assoluto, tirannico di quel secolo, di quel fatto, che Clemente XIV, il quale lo compiè dubitando ed invito, lo compiè pure tirannicamente e incarcerando il generale ed altri de’ padri. Ma se ne addolorò, ma languí, e in breve morí [1774], e fu detto di veleno. Portato a cielo dagli uni, esecrato oltre a ciò che par conceduto dalla carità e dal rispetto cristiano dagli altri, fu in effetto dottissimo, pio, virtuoso, sincero pontefice.—Succedette Pio VI [Braschi, 1774], e libero esso della preoccupazione de’ gesuiti, attese al miglioramento dello Stato. Ma, e per quell’indugio, e per la duplice natura di quel governo spirituale, ed in ciò immutevole,e temporale, e per quella compagnia poco mutevole, ed anche poi per natura personale di Pio VI, che fu ne’ suoi principi papa nepotista, protettor di lettere ed arti, splendido, elegante, pomposo e quasi imitator de’ papi del Cinquecento; per tutto ciò le riforme dello Stato romano furono molto minori, che non quelle degli altri d’Italia. Fece musei, intraprese il risanamento delle paludi Pontine, fece un viaggio a Vienna, per iscemar l’ardore delle riforme, eccedente lá quanto facevasi da’ principi italiani. Ed interrotto poi dalle preoccupazioni delle rivoluzioni di Francia e Italia (nelle quali il vedrem finire non senza grandezza), tramandò cresciute poi a’ successori, anche presenti, le difficoltà e necessità delle riforme di quello Stato. Noi lasciam altri (dicevam noi al principio del 1846) invocare un Gregorio VII, che non ci par né possibile né desiderabile a’ nostri dí, né a niuno futuro e prevedibile, sulla Sedia romana; ma con tutto l’ardore d’un figliuolo rispettoso e devoto, d’un italiano che desidera la conservazione di tutti i principati italiani, noi invochiamo, noi preghiamo da Dio la grazia d’un Sisto V o d’un Gregorio XIII, od anche meglio; d’un riordinatore conforme ai tempi, di quello che è il piú antico, che fu giá il piú glorioso, che fu e può esser ancora il piú benemerito della civiltà cristiana fra gli Stati italiani.—E corsi pochi mesi, Dio esaudì la preghiera italiana e cristiana; e l’Italia e la cristianità alzarono un grido unanime di gratitudine e di amore. Poi, corsi pochi anni, il gran dono di Dio fu sciupato dai soliti eccessi italiani: eccessi d’ingratitudine e scelleratezza da una parte, eccessi di rigore vendicativo dall’altra: vittime in mezzo, Pio IX, l’Italia, la cristianità.30. Continua.—Or accenneremo piú brevemente le riforme non dissimili fatte altrove.—Lente e poche furono dapprima in Toscana, governata da Richecourt in nome del signor lontano e straniero, l’imperator Francesco I. Non passaron guari le materie ecclesiastiche. Ma morto quello [18 agosto 1765], e succedutigli in Austria e nell’imperio il suo figlio primogenito Giuseppe II, e in Toscana il secondo Pietro Leopoldo, questi non solamente continuò le riforme ecclesiastiche, ma nel 1787convocò un sinodo di vescovi toscani che fu riprovato da Roma. E fece insieme tanti e cosí vari ordinamenti civili, che sarebbe piú breve dire le cose da lui tralasciate che non le ordinate. Ai feudi, ai comuni, alle leggi civili e criminali, alle finanze, alla libertá dell’industria e de’ commerci, all’agricoltura, all’istruzione pubblica, a quasi ogni cosa si volse e provide cosí bene, che si potrebbe dire esserne riuscita Toscana lo Stato meglio ordinato di que’ dí, e modello perenne a qualunque principato assoluto. Ebbe sì il vizio di tali Stati; una polizia, una smania di sapere e regolare eccessiva, inquieta, incomoda, ficcantesi ad antivenire il male, non solamente colle leggi generali, che è dovere e possibilità de’ governi, ma colla prevenzione d’ogni caso, che è impossibilità. Ma questo fu male piccolo e passeggiero di natura sua. Peggiore e durevole fu che attese poco e male ad ordinar niuna milizia stanziale, che trascurò o disprezzò questa quasi spesa inutile in uno Stato piccolo ordinato ad economia e filosofia, e che tramandò questa trascuranza e questo disprezzo a’ posteri principi e popoli, i quali n’han portate le pene, e non se ne correggono perciò. Del resto, il Botta (libro L) ha tolto da uno scrittore straniero il cenno d’un governo deliberativo, che si pretende essere stato ideato da Leopoldo per Toscana; e non vedendo effettuata tale idea, il Botta dubita poi, se Leopoldo l’avesse veramente o se la lasciasse, «visti i mali prodotti da quelle assemblee in paesi illustrati da sole caldo». Ma s’ei l’ebbe e la lasciò, io crederei piuttosto ei la lasciasse per la solita ripugnanza che hanno i principi, che aveano particolarmente quelli del secolo scorso, a far concessioni. Ad ogni modo, morto Giuseppe II nel 1790, passò Leopoldo ad Austria ed all’imperio, e gli succedette in Toscana suo figliuolo Ferdinando III.—In Parma e Piacenza entrò a signoreggiar l’infante don Filippo per la pace d’Aquisgrana [1748]; e governò sotto lui Dutillot, un francese, de’ filosofi di quel tempo, che anch’egli fece riforme ecclesiastiche e buoni ordinamenti civili, e chiamò letterati d’altri paesi d’Italia e di fuori, fino alla morte del duca Filippo [18 luglio 1765], e poi durante la minorità del duca Ferdinando figliuolo di quello. Ma cresciutoquesto e preso il governo, cacciò Dutillot, e rimutò ogni cosa; da grandi contese, a grandi arrendevolezze per Roma; da progressi, a timiditá, immobilitá.—In Modena signoreggiò il duca Francesco III fino al 1742, e gli succedette poi Ercole Rinaldo ultimo degli Estensi, principe buono, e che solo forse de’ contemporanei non contese con Roma, ma che fu poco riformatore e gretto principe.—Delle due repubbliche poi, Venezia oziava, poltriva, marciva. Le contese con Roma erano solo moto che agitasse quella paludosa tranquillitá. Del resto, pace, beato far niente, carnovale quasi perpetuo, ozi e vizi. Non piú guerre continentali da due secoli e mezzo, non marittime contro a’ turchi dal principio del decimottavo; non riforme, non mutazioni, non miglioramenti di niuna sorta; commerci cessanti, perché, da maggiori che erano stati giá, diventarono, non progrediendo, prima pari, poi minori degli stranieri progrediti. La smania di difender qualunque cosa d’Italia, anche i malanni, fece difendere, lodare questa vergognosa decrepitudine veneziana; i nipoti, se risorti, ne giudicheranno. Dicesi delle aristocrazie che elle sono conservative; ed è vero; ma resta a sapere se sia bene o male il conservar le decrepitudini, e se conservandole si conservino gli Stati, o non anzi si precipitino.—Genova avea conservato piú commerci in pace, piú partecipazioni alle guerre italiane, senza dubbio; e l’ultimo fatto della propria liberazione era tale, che parrebbe averla dovuta rinnovare. Ma anche di lei si mani festò la vecchiezza all’incapacitá di saper reggere e serbare i sudditi. Continuarono dopo la pace d’Aquisgrana le parti in Corsica; rimastivi i francesi per aiutar Genova a tenerla, incominciossi a parteggiare per essi contro a Genova, e continuossi a parteggiar da altri per la libertá. Capo di questi era il Giafferi; fu assassinato dal proprio fratello [3 ottobre 1753]; crebbene, se n’inasprì sua parte; chiamò a reggerla Pasquale figlio di Giacinto Paoli, esuli amendue al servigio di Napoli. Natura forte, insulare, ma educata a civiltá, come quella poi di Napoleone, Pasquale Paoli avea del grand’uomo; e intese a liberar insieme e incivilire i suoi. Eppure (terribile insegnamento a chi anche con buone ragioni cerchi a dividere, o, sesi voglia cosí dire, a liberare l’una dall’altra due parti d’Italia), or vedremo a che riuscisse. Approdò a’ 29 aprile 1755; fu riconosciuto da gran parte del popolo, rigettato, combattuto solamente da Matra, uno de’ capi che in breve fu vinto e passò a’ genovesi. Paoli ordinò un governo rappresentativo repubblicano, lui capo, e quasi dittatore, con titolo di «generale del regno e capo del magistrato supremo di Corsica»; ordinò una milizia non permanente ma che accorreva ad ogni cenno suo, ad ogni bisogno. Con questa mantenne la libertá del paese, delle popolazioni, ma non riuscí a cacciare i genovesi da parecchie delle cittá; e fa meraviglia il veder rimasti esso e i còrsi non pochi anni in tal condizione precaria, in sulla difensiva, senza ultimar la cacciata de’ lor nemici. E fosse in essi impotenza, o fiacchezza, o lentezza, ciò fu lor perdizione. Due volte i genovesi richiamarono i francesi: la prima, nel 1756 per due anni; poi, nel 1765 sotto Marbœuf per quattro anni, ma fu per sempre. Addí 15 maggio 1768, a Versailles, Genova cedette l’isola a Francia, serbandovi una sovranitá nominale. Quindici mesi appresso [15 agosto 1769] vi nascea Napoleone; e quindi per que’ patti, per cosí poco tempo frapposto, resta disputato tra Italia e Francia il grand’uomo. Per tali patti la mala contesa d’italiani contra italiani ebbe il fine solito, la soggezione a stranieri; per tali patti resta divelta d’Italia quella nobil isola. Paoli resistette, perdurò un anno ancora. Ma Francia guerreggiava ora per sé; guerreggiò forte e grosso; e Paoli, vinto, lasciò l’isola addí 13 giugno 1769. Esulò in Inghilterra, onde il vedremo tornare, e di nuovo inutilmente.—Ed ora (trascurando le repubblichette di Lucca e San Marino e i principatuzzi di Monaco e Massa, che porterebbero a dodici la somma degli Stati indipendenti italiani a quell’epoca), or ci volgiamo all’ultimo e piú forte e vivo di essi, al Piemonte. Ma la sua vitalitá speciale, e allor sola, stava nella guerra; e dal 1748 in poi sempre rimase in pace. Dicemmo che quando s’aprí tra Austria e Prussia la guerra de’ sette anni, avendo Francia presa parte per Austria, quest’alleanza novissima allora tolse a Carlo Emmanuele III l’occasione solita di entrar in guerra. Fu sventura?Ad ogni modo fu cessazione dell’operositá guerriera di Piemonte. L’esercito tenuto in piè, riordinato, esercitato non vi supplí. Né vi supplirono le operositá di pace, le riforme, i progressi civili fatti qui, del resto, anche meno arditamente che non altrove. Furono in tutto progressi di principato assoluto e non piú; riforme ecclesiastiche piú moderate che altrove; riforme feodali contro a’ signori; uniformitá, centralitá di governo; giustizia retta e severa; severo reggimento delle finanze; e per la prima volta da molto tempo, severi costumi, severa corte. Fu, in tutto, regno piú buono che grande, ed uno buono dopo uno grande è forse giá decadenza. La Sardegna, rozza ancora, quasi barbara, fu quella che si fece progredir piú, per portarla a quel segno delle altre province che si voleva arrivare, non oltrepassare. Lá furono fondate [1764, 1765] le universitá di Cagliari e Sassari. Ma in Piemonte bastò il mantenere, non si vollero forse avanzare gli studi. Ad ogni modo, avanzarono da sé; era giunto il tempo che Piemonte entrasse nelle colture italiane, e v’entrò splendidamente, come vedremo. Fu grave macchia di questo regno, Giannone esule da Napoli a Ginevra, e di lá venuto a Savoia per far sua pasqua, e cosí arrestato e tenuto poi prigione nella cittadella di Torino, dove morí il 7 marzo 1748. Tutto ciò per mal compiacere a Roma, a danno altrui, dopo averle dispiaciuto a profitto proprio. Morí Carlo Emmanuele III ai 20 febbraio 1773. Succedettegli suo figlio Vittorio Amedeo III, minore di lui. E fu servito da uomini pur minori; sia perché ogni principe li cerca pari a sé, sia perché gli uomini eran cresciuti dammeno in tempi piú facili. Amò, curò, esercitò molto, anzi esageratamente, la milizia; e per avere, nella pace non interrotta, un grosso ed allestito esercito, scompose le finanze assestate dal padre, e gravolle di grossi debiti, cattivo apparecchio alle guerre future. Istituí l’Accademia di Torino; amò piú che il padre le lettere e i letterati, e volle proteggerli; ma non dando loro libertá eguale a quella che giá cresceva per essi altrove, fu vergogna del regno suo, che i maggiori uomini di esso, Lagrangia, Alfieri, Denina, Bodoni ed altri, si facessero illustri o grandi,trapiantandosi altrove. Del resto, fu principe buono, amato, ma quasi compatito da sudditi e stranieri.—Finalmente, nella provincia straniera, in Lombardia, incominciaronsi le riforme, i progressi sotto l’imperio di Francesco I e di Maria Teresa. Poi, morto il primo [18 agosto 1765], e succeduto lor figliuolo Giuseppe II all’imperio, e fatto fin d’allora co-reggente degli Stati austriaci dalla madre superstite, e succeduto a questa poi nel 1780, egli fu riformatore piú ardito di tutti, principalmente nelle cose ecclesiastiche; né vi si fermò, per le supplicazioni e il viaggio a Vienna, che dicemmo, di Pio VI. Frati, monache, ecclesiastici ordinari, beni di chiesa, asili, immunitá, a tutto mise mano. Del resto, migliorò ed ordinò in codici le leggi civili, le penali e quelle di procedura; migliorò gli ordini comunali, ordinò la pubblica istruzione, protesse dotti e letterati. E cosí acquistò gran nome, fu posto in cima de’ principi riformatori ed amici di libertá da que’ contemporanei di lui, a cui pareva esser liberati, al cader di que’ privilegi signorili e religiosi che eran pur diminuzione della potenza assoluta e straniera, al livellarsi di tutto e tutti sotto questa. Il conte di Firmian fu ministro a ciò in Italia, e fece Lombardia invidiata da quegli italiani troppo numerosi sempre, i quali, non desti al sentimento dell’indipendenza, non si curan d’altro che di vivere, tranquillamente amministrati, alla giornata.—E cosí in tutto s’era progredito incontrastabilmente; i popoli godevano, i letterati lodavano; gli amici stessi di quel progresso universale, di che incominciavasi a concepir l’idea e pronunziare il nome, esultavano, speravano. E come alla fine del secolo decimoquinto, cosí alla fine di questo decimottavo, l’Italia, poco men che tutta indipendente, pareva avviata a felici destini. Ma in breve si vide una seconda volta, che non è fatto nulla quando non è fatto tutto in materia d’indipendenza; che niun progresso nazionale dura, finché non è fatto quello il quale solo è guarentigia di quanti son fatti, solo buon avviamento a quanti mancano. E si vide che tutte le vantate riforme del secolo decimottavo non erano apparecchi sufficienti a ben ricevere l’occasione che s’avanzava, l’occasione che avrebbe potuto essere d’indipendenza finalmente compiuta, che fu all’ultimo di cresciuta dipendenza.31. Le guerre della rivoluzione francese fino alla pace di Campoformio [1792-1797].—Il nome che rimarrá nelle storie universali future alla rivoluzione francese, quando altre passioni, altri interessi passeggeri saran succeduti a quelli che reggono ora l’Europa, sará probabilmente quello di restaurazione del governo deliberativo e rappresentativo sul nostro continente. Tutte le nazioni figliate dal congiungimento de’ popoli tedeschi co’ romani ebbero sí il governo deliberativo ma non il rappresentativo, assemblee deliberative ma non nazionali. Carlomagno si adattò al governo deliberativo, anzi lo restaurò; e fu cosí grande poi, che potrebbe bastar l’esempio di lui a provare che son compatibili tal governo e la grandezza personale del principe. Poi da Carlomagno al secolo decimoprimo cadde tal governo imperfettissimo, incapace di reggersi da sé. Sorti i comuni al fine di quel secolo, ne risultò, nelle numerose cittá italiane, quel governo repubblicano mal ordinato addentro e peggio fuori, di che abbiam notato a’ luoghi loro le origini, le vicende, ed il triste fine; ma risultò, nello stesso tempo all’incirca, quell’introduzione che pur accennammo de’ comuni, cioè dei loro deputati popolari nelle assemblee deliberative delle monarchie europee, delle tre grandi di Spagna, Francia ed Inghilterra principalmente. E allora si può dir fatta la grande invenzione della rappresentanza, allora passato il governo deliberativo a rappresentativo. Ma fu, come parecchie altre fatte a tempi immaturi, invenzione precoce, incapace di produrre gli effetti suoi. Decadde essa pure, fu negletta dai popoli quasi inutilitá, incommodo e carico; tralasciata dapprima, abolita poi quasi intieramente dai principi come difficoltá ed impossibilitá nel governo di loro Stati cresciuti. Tra il primo terzo del secolo decimosesto e il primo terzo del decimosettimo furono spenti tutti i governi rappresentativi, stabiliti governi consultativi (in breve caduti in assoluti) in tutta Europa, tranne Inghilterra. Nella quale fu fatto sí il medesimo tentativo, ma fallí; e dal tentativo fallito, dalla vittoria del governo rappresentativo riuscí questo nel 1688 finalmente quasi perfetto; e questa fu la prima restaurazione di esso, appena attesa allora, appena studiata per parecchi anni, sulcontinente europeo. Un lungo secolo, centun anni dovetter correr prima che si pensasse a niuna imitazione. Vi si pensò, se ne incominciò in Francia nel 1789; e pur troppo il pensiero fu leggiero, l’imitazione breve, i pervertimenti molti, pronti e gravi e non finiti in quella pur essa incostante, pur essa misera nazione. Ma intanto, tra gli errori e le sventure di Francia, il gran pensiero, la grande imitazione dell’Inghilterra, la seconda e maggiore restaurazione del governo rappresentativo, s’è diffusa in Germania, in Spagna, in Grecia, in Italia, in tutto il continente europeo, tranne Turchia, Russia, e non so s’io dica alcuni principati italiani. Quindi non è dubbio che l’anno 1789 è per tutto questo continente una delle epoche piú grandi e piú atte a segnare e dividere le sue etá storiche, è l’èra della sua libertá rappresentativa restaurata. Ma perché l’Italia non entrò realmente in tal restaurazione se non cinquantanove anni appresso; e perché poi in quest’Italia, che non ebbe in essi, che non ha nemmen ora l’indipendenza, la stessa questione di libertá non è (per chi senta e sappia virilmente) se non secondaria; e perché, se ciò sia vero, noi abbiamo fatto bene, e se non sia, abbiamo errato con meditata sinceritá, e non ci possiamo quindi ricredere; perché, dico, ad ogni modo abbiamo da gran tempo divisa la storia italiana secondo questo interesse primiero dell’indipendenza, e cosí chiamato quest’ultima etá delle preponderanze straniere; perciò noi non possiamo se non comprendere in essa, ed anzi nel periodo terzo delle preponderanze francese ed austriaca, i venticinque anni corsi dal 1789 al 1814. Non è condizione piú anormale all’universale civiltá, che quella d’una nazione senza indipendenza; e l’anormalitá della condizione trae seco l’anormalitá della storia. E il fatto sta che la grand’èra europea del 1789 non introdusse per noi niuna condizione, niuna mutazione, niun fatto nuovo che sia rimasto grande e durevole. Ne preparò alcuni, è vero; ora incominciamo a saperlo; preparò questa libertá che incominciamo ad avere. Ma non possiamo dire che incominciamo ad avere l’indipendenza. E finché non l’avremo, io sfido chicchessia a dire se sia finita l’etá delle preponderanze straniere. Ad ogni modo,il secolo decimottavo diede uno spettacolo duplice; da una parte, Inghilterra sola progrediente ed in quel governo rappresentativo di che ella aveva allora la privativa, ed in ogni sorta di felicità e grandezze interne ed esterne; dall’altra parte, l’Europa continentale incompiutamente progrediente in quelle riforme che noi accennammo per l’Italia, riforme ecclesiastiche e feodali, ma non riforme del principato, non restaurazioni di libertá. Molti dissero allora e poi di queste riforme che elle furono imprudenti, ed io credo che dican bene; imprudentissimo fu al principato riformar tutto, salvo se stesso; esser liberale de’ diritti altrui e non de’ propri; insegnare a’ popoli tutte le libertá, e negar loro quella civile e politica che essi desideran piú e che comprende l’altre. Non ci è mezzo; o non bisogna educare i popoli, o bisogna compier loro educazione; o non bisogna invogliarli, o bisogna dar loro ciò di che si sono invogliati e che prenderan male da sé; non bisogna voler parere, e non esser liberali.—Luigi XVI, re di Francia, fu il solo principe del secolo decimottavo che abbia voluto veramente essere e sia stato liberale. E fu detto e si dice che ei fu imprudentissimo in ciò, ne portò la pena egli, la fece portar a’ popoli suoi. Ma io dico all’incontro, che Luigi XVI non fu imprudente nell’intenzione, ma solamente nel mezzo adoperato, ma appunto nel non dar da sé tutto quello che voleva dare, e nel lasciarlo prendere; fu imprudente in quell’atto imprudentissimo fra tutti gli atti politici, di dare o lasciar prendere a un’assemblea numerosa, popolare, l’ufficio regio straordinario, dittatorio, di mutare lo Stato, di fare una rivoluzione, una costituzione. Gli antichi repubblicani greci e romani, tutti quanti, sospendeano la repubblica, il poter popolare, quando aveano a ricostituir lo Stato; concentravano per a tempo il governo legislativo in un solo uomo o pochissimi, un Licurgo, un Solone, un dittatore, i decemviri. I repubblicani italiani del medio evo, benché tanto dammeno, seppero pur sovente fare il medesimo, crear balie di pochi, per le moltiplici mutazioni di Stato che vollero fare e fecero. Fu riserbato ad un’etá, che era progreditissima sí in molte cose, e si credeva ma non era nella politica interna dismessada due secoli, il cader nell’errore grossolano di dar a fare una mutazione di Stato, una rivoluzione, una legislazione o costituzione ad un’assemblea popolare, di creare, nome novissimo, un’assemblea costituente. Questo errore trasse a tutti gli altri, alle colpe, ai delitti, agli scempi, alle nefanditá che tutti sanno, che tutti i buoni aborrirono e vituperarono giá, che ora è venuta una colpevol moda di lodare o scusare, o almeno non vituperare. La bontá dello scopo ideato da principio, ed arrivato all’ultimo, fa quest’inganno nelle generazioni presenti, dimentiche de’ fatti intermediari; e cosí noi liberali prendiamo quel brutto vizio, che condanniamo pure in altrui, di scusar i mezzi dallo scopo. Ma, mi si perdoni o no, io non mi vi arrenderò: brutto è giá l’arrendervisi tra le concitazioni della pratica, ma piú brutto nella tranquillitá dello studio; qui sarebbe premeditata adulazione per un po’ d’applausi. L’assemblea costituente del 1789 discostituí lo Stato, se stessa; fecesi governo solo, onnipotente, prepotente. L’assemblea, che le succedé nel 1791 con nome diverso, di legislativa, e facoltá minori ma poi esagerate, discostituí piú, fece o lasciò cadere quella monarchia deliberativa che sola era voluta da principio. E, nuova vergogna di quella nazione a’ que’ tempi, la terza assemblea, la Convenzione, abolí poi la monarchia senza nemmeno costituir la repubblica. Dal 1792 al 1796 che si costituí il Direttorio o governo esecutivo repubblicano, non vi fu né monarchia né vera repubblica rappresentativa; vi fu, incredibile esempio in questo secolo, una gran nazione non costituita, non governata, se non alla giornata, da’ pochi che si trovarono a caso in Parigi; or quel comune, or le sezioni di esso, ora una pluralitá, ora una minoritá dell’assemblea; or quelle di altre assemblee non legali, or l’uno o l’altro membro delle une o delle altre; un vero caos politico, un tal cumulo di scelleratezze e barbarie, da far forse scusar l’error contrario a quello detto poc’anzi, di abborrire lo scopo di libertá, in memoria de’ mezzi che l’instaurarono colá. Ma il sommo e piú pazzo delitto di quella rivoluzione fu senza dubbio l’uccisione del re. Non solo l’uccisione, ma il giudicio stesso d’un re è sommo delitto politico in qualunque regno: in unoassoluto, perché ivi il re è la legge viva, lo Stato; ma forse anche piú in uno costituito ad assemblee deliberative, perché ivi il re è guarentito irresponsabile, incolpevole, dalla legge. E quindi, senza dubbio, gran delitto era stato giá nel secolo addietro il giudicio e la morte di Carlo I d’Inghilterra. Ma Carlo I non era buono e virtuoso principe come Luigi XVI; ma Luigi XVI era non solamente principe buono, ma liberale, e solo liberale de’ tempi suoi; ondeché la morte di lui fu insieme delitto di lesa maestá, lesa sovranitá, lesa nazionalitá, lesa liberalitá, lesi progressi, lesa civiltá; la morte di lui ritardò, chi sa di quanto tempo, i progressi di tutte le altre nazioni cristiane; la morte di lui fece e fa scusabili le paure, se sono queste scusabili mai, di tutti i principi d’allora in poi.—E quindi non solamente scusabile ma lodevole, a parer mio, fu il sollevarsi e confederarsi di tutta Europa, prime Austria e Prussia a Pilnitz [27 agosto 1791], poi via via il resto di Germania e Russia, Svezia, Inghilterra, Olanda, Spagna, Portogallo e pur troppo non tutta Italia, contro a quella rivoluzione diventata antiliberale e anticivile. Ed anche qui so di oppormi a molti, i quali giudicando da’ tempi presenti, da rivoluzioni minori e tutto diverse, sentenziano non dover gli stranieri, né per diritto, né per prudenza, frammettersi alle volontá di niuna nazione. Ma lá non era, non dovea, non potea supporsi volontá cosí anticivile in una nazione civile; oltreché, forse la civiltá e la libertá de’ popoli non iscapiterebbero nemmeno adesso o mai, se si venisse al principio di non soffrire nella cristianitá niuno evidente e scandaloso delitto, venga di giú o di su, di lesa civiltá o cristianitá. Del resto, chiunque esaminerá (come si fará poi senza dubbio) attentamente i fatti di que’ tempi, vedrá che le aggressioni vennero allora per lo piú da’ rivoluzionari francesi, assalenti tutti i principi europei come illegittimi o tiranni, tutti gli Stati come illegittimamente costituiti finché non fossero liberi, cioè sconvolti, a modo di Francia.—Se niuni poi, certo erano i principi e i popoli italiani in diritto, in dovere di difendersi da tali assalti; aggiugnevasi, ad essi deboli e vicini, il pericolo sommo che ne veniva a lor indipendenza nazionale. Eppure, vergogna italianasimile a quella del 1494, come allora era stata lasciata quasi sola Napoli minacciata dagli stranieri, ed aveano titubato o barcheggiato gli altri, Savoia, Venezia, Firenze ed Alessandro VI, cosí ora fu lasciato solo Piemonte all’aiuto straniero austriaco, e barcheggiaron Genova, Venezia, Firenze, Napoli e Pio VI; tutti quanti. Ciò i governi; né furono migliori, piú sodi e piú politici i popoli nostri; gridaron gli uni pace, sempre pace, cioè ozio, finché la guerra non si fu appressata a poche miglia, e cosí affievolirono, invilirono i governi giá fiacchi e vili; e gli altri, i liberali di quell’etá (e diciam pure a consolazion nostra, che non portavano per anco tal nome, ma quelli di «repubblicani» o «giacobini»), fecer turpe alleanza di desidèri, di grida e di congiure colla turpe libertá, cioè colla mostruosa tirannia popolare francese. Diciamolo d’un tratto, non fosse altro, per abbreviare, e non tornarvi: principi e popoli, governanti e governati italiani della fine del secolo decimottavo, furono (salvo pochissime e tanto piú onorevoli eccezioni personali) insufficienti alla terribile occasione, mostrarono l’insufficienza delle riforme fatte lungo il secolo.32. Continua.—Nel 1792 (morto giá Leopoldo imperatore al primo marzo, e succedutogli suo figliuolo Francesco II), si mossero gli alleati contra Francia dal Reno. Ma furono respinti a Valmy, a Jemmapes, e perdettero il Belgio e la riva sinistra di quel fiume fino a Magonza. E in Italia, mentre erano per via gli austriaci in aiuto a re Vittorio Amedeo III di Sardegna, furono tolte a questo d’un tratto, senza buona resistenza, Savoia e Nizza [settembre].—Nel 1793 [21 gennaio] salí sul palco Luigi XVI. Entrarono allora nell’alleanza molti principi che non v’erano ancora, e fra gli altri il papa e Napoli; e si sollevarono la Vandea, Lione, Marsiglia e Tolone, data poi in mano ad inglesi, a piemontesi, a napoletani [27 agosto]. Quindi, i repubblicani guerreggiavano infelicemente dentro e fuori; e perdean Belgio, Magonza e la sponda sinistra del Reno, fino alla fin dell’anno, che sotto Hoche ripresero le linee di Weissembourg e Landau. In Italia una flotta francese tentò la Sardegna, ma fu respinta [24 gennaio]. Corsica si sollevava contraFrancia sotto Paoli, tornatovi da qualche tempo; e vi venivan poi gl’inglesi, ed eran ricacciati all’ultimo; di che, come di provincia oramai tutta francese, non diremo altrimenti. Intanto i piemontesi ed austriaci tentarono riprendere Savoia e Nizza, e dar la mano a Lione e Tolone. Combatterono non senza vigore [8, 12 giugno] al colle di Rauss nelle Alpi marittime; ma furono respinti in ogni altro luogo; e caddero poi Lione [9 ottobre] e Tolone [19 dicembre]. A questa ripresa di Tolone, Napoleone contribuí come ufficiale d’artiglieria. Quest’anno 1793 fu il bruttissimo della storia interna di Francia. Ma confessiamolo a gloria di quel popolo; quella bruttezza fu ricompra dalla magnifica difesa della indipendenza. Salvo i regi, tutti s’unirono a tal difesa. Né serve attribuirla, come fanno alcuni, chi a Carnot, chi al terrore di Robespierre e consorti; né Carnot né il terrore non avrebbon valuto, senza quel sentimento d’indipendenza che fu solo buono rimasto allora a’ francesi, che fu tanto piú forte forse perché solo buono lor conceduto, e che bastò a ricondur poi la nazione a poco a poco a tutti gli altri, salvo la costanza. Alla quale pure essi verranno: ché quanto piú si scorron tempi o paesi, piú si vede confermato che questo sentimento genera, tosto o tardi, tutti gli altri buoni.—Nel 1794 poi, mentre cessava [28 luglio], per il supplizio di Robespierre e de’ suoi complici principali, quella somma tirannia che fu detta il Terrore, gli eserciti repubblicani uscivan di nuovo di Francia da ogni parte, riprendevano Belgio e la riva sinistra del Reno, invadevano Olanda e Spagna. In Italia s’avanzavan meno; trattenuti dall’esercito piemontese, non prendeano che le somme Alpi al piccolo San Bernardo, al Moncenisio, all’Argentiera. Ma tra l’Alpi marittime e l’Appennino violavano [aprile] la stolta neutralitá di Genova, e s’allargavano nella riviera di ponente, e né per questo si riscuoteva Genova. Né si riscuoteva Venezia, l’altra decrepita aristocrazia. Quindi, i francesi prendean Saorgio e il Col di Tenda ed altri passi, e scendean qua e lá in Piemonte. Combattessi principalmente [21 settembre] a Dego, destinato a maggior rinome. In quest’anno [23 maggio] a Valenciennes fu firmato tra Sardegna ed Austriaun trattato, che sarebbe stato fatale se non fosse stato stoltissimo allora ed annullato da’ fatti poi; un trattato, per cui casa Savoia dovea disfar l’opera de’ maggiori, riportar sua potenza in Francia, restituendo ad Austria altrettante province verso Lombardia.—Nel 1795 finalmente, quando i repubblicani francesi ebber riuscito a far una repubblica di due assemblee legislative con un Direttorio esecutivo [4 novembre], allora cominciarono a far paci colle potenze nemiche. E prima (brutto vanto) con Toscana [9 febbraio], che non era mai entrata né avrebbe potuto entrar seriamente in guerra; poi con Prussia [5 aprile], con Olanda [16 maggio], con Ispagna [22 luglio]. Quindi, giá non rimanendo essi in guerra continentale se non contro ad Austria e all’imperio e Piemonte, incominciarono in Germania a passar il Reno; ed in Italia ritentarono gli Appennini, e vinsero a Loano [23, 24 novembre], ma furono pur trattenuti al di lá.—Ma l’anno 1796 vide mutarsi a un tratto i modi e la fortuna di quella guerra, l’Italia, l’Europa, per l’elezione di Napoleone Buonaparte, giovane di ventisei anni, al posto di generale dell’armata d’Italia [29 febbraio]. Giuntovi appena [26 marzo], si cacciò tra l’Appennino, al centro della linea di difesa nemica, tra austriaci che vi stavano a sinistra verso Lombardia, e piemontesi a destra verso Piemonte. Vinse or gli uni or gli altri di qua, di lá, a Montenotte [11 aprile], a Dego [12], a Millesimo [14], a Mondoví [22]. E lí presso a Cherasco [28], i piemontesi abbandonarono la guerra, fecero una brutta tregua, mutata poi [18 maggio, a Parigi] in brutta pace; per cui lasciavano l’alleanza, cedean Savoia e Nizza; davano in mano ai francesi le migliori fortezze dello Stato, quelle fortezze vergini d’assalto, in cui e con cui avrebbon potuto e dovuto resistere, e cui date, si facean servi. Fu incredibil viltá, comparata alla virtú antica dei piemontesi, di casa Savoia; ma essi avean fatte almeno quattro campagne, una brutta, ma tre belle; avean tenuto lo straniero quattr’anni su quell’Alpi e quegli Appennini, ove eran accorsi con essi pochi austriaci, non un altro italiano. Conchiudiamo, che allora il migliore Stato italiano valea poco, gli altri nulla.—Intanto Buonaparte proseguí sua invasione, suevittorie. Subito passò il Po a Piacenza [7 maggio], concedé una tregua con multa al duca di Parma [9], combatté e passò l’Adda a Lodi [9]; entrò in Milano [15] trionfante ed applaudito da’ repubblicani, o, come li chiama Botta, gli «utopisti» italiani, esecrato dal grosso delle popolazioni che si sollevarono qua e lá. Trattenutone pochi dí, riavanzò, passò l’Oglio, entrò nel territorio della moribonda Venezia, che per la terza o quarta volta deliberò non tra pace o guerra, ma tra neutralitá armata o disarmata, e s’appigliò a questa. E vincendo poi a Borghetto [28 maggio], entrò in quel campo di guerra tra Mincio ed Adige, dove egli, il giovane ed arditissimo de’ capitani antichi o moderni, vi si fece quasi un Fabio indugiatore, vi si fermò, vi si piantò, vi aspettò quattro eserciti nemici, contentandosi di vincerli in una guerra difensiva e lunga di otto mesi intieri, dove poi quella devota vittima di Carlo Alberto non fu rimasto un mese senza che i capitani di bottega, di setta, di piazza, od anche di piú autorevoli assemblee, lo spingessero ad uscire, ad avanzare, a correr paese, a dar la mano a chiunque si sollevasse, a guarnir l’Alpi, ad estendersi, a perdersi, a perder la piú bella occasione che sia stata mai all’Italia. Ed a piú dolore e piú vergogna si ritenga, che il gran capitano francese aveva, lasciategli da’ veneziani, Peschiera, Legnago e Verona, mentre l’infelice italiano aveva contro sé queste tre fortezze, l’ultima delle quali accresciuta a tal segno da annullare in paragone l’importanza di Mantova stessa, e da essere il baluardo, la piazza d’armi, il palladio della potenza austriaca in Italia. Cosí dismessa ogni altra impresa, ogni altra idea, ogni altro pensiero, avesse egli assalito Verona seriamente, lentamente, destinandovi i mesi, gli anni, qualunque tempo! Ma, sinceramente, era egli possibile ciò? Forse sí; ma se mai, co’ due modi napoleonici: primo, lasciar dire, e ridur la guerra a quell’impresa; secondo, minacciar di far fronte addietro, contro ai perturbatori della patria. Ma non erano né dovevano essere modi nostri. Vi pensi, sí, per un’altra volta, l’Italia. I campi di guerra dati dalla natura non si mutano per andar de’ secoli; l’arte, rinforzandoli, li fa anzi piú importanti. E da Mario e i cimbri, o forse prima, finoa noi, quel campo di Mincio ed Adige fu, è e sará quello ove si combatterá, se mai, la causa nostra. Diavi allora la patria campo libero, e senza disturbi a’ suoi soldati. Chi sta al terribile ed onorato gioco dell’armi è suscettivo, concitabile, iroso, e, se sia lecito dire, nervoso. Rispettate i combattenti, non disturbateli; non meno che le loro ire, temete le loro svogliatezze; serbate loro alacritá, lasciateli vincere una volta; e ricompensateli poi, se vi paia, coll’ingratitudine. Non sará il primo esempio; ma intanto voi sarete stati liberati.—Sei giorni appresso, Buonaparte accerchiò Mantova [3 giugno]. Cosí collocato, die’ alcuni giorni, e gli bastarono, ad assicurarsi, a spalla, degli Stati minori italiani. Entrò a Modena [19], poi a Bologna, in Toscana [26]; gettò un presidio a Livorno, e firmate tregue con Napoli e col papa, tornò dinanzi a Mantova. Ivi egli era minacciato da un secondo e grande esercito austriaco, che scendea sotto Wurmser per Tirolo, dai due lati del lago di Garda. Al 29 furono assaliti i posti francesi. Al 31, quel giá sommo de’ capitani moderni abbandonò l’assedio, si volse tutto alla guerra campale; ed in sei dí, vincendo a Lonato [3 agosto] e a Castiglione [5], rigettò Wurmser nelle Alpi tirolesi. Ma rifattovisi questo e minacciando nuova discesa, di nuovo Buonaparte prese l’offensiva; e combattendo dal 3 al 5 settembre, risalí Tirolo fino a Trento: poi, non trovatovi Wurmser che scendea intanto per Val di Brenta, ve l’inseguí con magnifica risoluzione, a Bassano, a Legnano, e lo ridusse a buttarsi in Mantova [13]. Allora, libero di guerra campale, ricominciò e spinse l’assedio.—Ma minacciava intanto dal Friuli Alvinzi con un terzo esercito, la terza campagna austriaca dell’anno; bella costanza da svergognare le debolezze italiane. Le virtú degli avversari son le piú importanti a riconoscere, per prenderle e vincerle. Al 10 ottobre Napoli, al 5 novembre Parma firmavan lor paci con Francia. Modena, Bologna e Ferrara, occupate e sommosse da’ francesi, si dichiaravan libere, formavano l’efimera repubblica cispadana [16 ottobre]. Il medesimo dí, morto Vittorio Amedeo III, succedeva Carlo Emmanuele IV figliuolo di lui, nel regno occupato ed asservito; nel regno che, egli principe buonoe pio, tenne pochi anni poi, quasi una sventura, una penitenza, una croce. Il dí 1º novembre Alvinzi passò la Piave, ed in vari combattimenti respinse l’esercito francese sull’Adige, fece pericolar la fortuna di Buonaparte. Ma a un tratto, questi scende da Verona per la destra d’Adige, il passa, prende in fianco Alvinzi, lo sconfigge ad Arcoli [15, 16, 17 novembre], e torna quindi all’assedio di Mantova. Tal fu l’anno 1796, che rimarrá famoso sempre nella storia militare, per l’arte innalzata al sommo dalla giovanile e meravigliosa facoltá inventiva di Buonaparte. In Germania gli eserciti francesi avanzati oltre Reno, erano sforzati a indietreggiare dall’arciduca Carlo, e facevano una bella ritirata sotto Moreau; ed anche queste operazioni e questi capitani sono gloriosi.—L’anno 1797 s’aprí con una quarta discesa austriaca, una quarta difesa offensiva e nuove vittorie di Buonaparte. Alvinzi ridiscendea dall’alto Adige, Provera assaliva sul basso [12 gennaio]. Buonaparte corre al primo, e lo vince a Rivoli [14]; corre al secondo giá arrivato alla Favorita dinanzi a Mantova, e vince lui e Wurmser uscito dalla piazza, e prende il primo, e fa rientrar il secondo [16]; ondeché questi, ridotto agli ultimi, in breve capitolò [2 febbraio]. Ed ora, ad uno solito ed anche buon capitano sarebbe paruto tempo di riposar l’esercito; ma non a Buonaparte. Mossosi contra il papa, firmava [19 febbraio] la pace a Tolentino, facendosi cedere (oltre Avignone) Bologna, Ferrara, le Legazioni, trenta milioni. Poi, addí 10 marzo, moveva Joubert per il Tirolo, Massena per la Ponteba, se stesso al Tagliamento, per finir la cacciata degli austriaci dall’Italia, per passare d’Italia ad Austria, quell’Alpi tante volte passate a rovescio; un esercito francese doveva venirne a dar l’esempio. L’arciduca Carlo, il piú grande de’ capitani che abbiano combattuto Francia fino a Wellington, comandava quel rinnovato e forte esercito austriaco che era il quinto da un anno. Ma addí 16 Buonaparte vinse al Tagliamento, addí 19 all’Isonzo; varcate l’Alpi, si trovava addí 31 a Klagenfurth, riunito con Massena, presso a riunirsi con Joubert. Intanto, a sue spalle sollevavansi contro a lui Bergamo [12], Brescia [17], Salò [24], Crema [28]; tutte quelle popolazioni veneziane che lavil repubblica non aveva sapute usare contro all’invasore in faccia, che ora ella gli sollevava o si sollevavano a spalle, opportunamente come poteva parer allora, piú inopportunamente che mai, come si vide in breve. Buonaparte sentí il pericolo, accresciuto dal non saper che gli eserciti francesi del Reno avesser incominciate lor mosse; temé aver tutta Austria dinanzi, tutta Italia addietro; propose negoziati [31]. Ma rifiutato, riavanzò arditamente, combattendo a Unzmark [3 aprile], e fino a Leoben [7]. Allora Austria, minacciata al cuore, domandò essa l’armistizio. Fecesi di cinque giorni. Finiva addí 13 al mattino; arrivarono in quel punto i plenipotenziari austriaci a trattar pace. Trattossi altri cinque dí; e firmaronsi i preliminari lí a Leoben, addí 17. Austria cedeva il Belgio e il Milanese da rivolgersi in repubblica; doveva compensarsi in Germania coi principati ecclesiastici da abolirsi, in Italia col territorio di Venezia fino all’Oglio; rimanendo Venezia da compensarsi colle Legazioni e Modena, cioè colla efimera repubblica cispadana: stranissimo riparto della schernita Italia. Ma il dí prima de’ preliminari [17], che era un lunedí di Pasqua, anniversario de’ vespri siciliani, sollevavasi Verona, facevansi vespri veronesi. Ridiscese quindi il gran vincitore e mal pacificatore dall’Austria in Italia; mandò sue minacce, suoi ordini, sua vendetta a Venezia, ed egli, con stupenda arte di perfidia, si scostò dall’esecuzione, fu ad aspettarla a Milano. Addí 12 maggio, in gran Consiglio, la vile aristocrazia veneziana abolí se stessa, restituí, diceva, la libertá alla nazione, cioè a una repubblica democratica, cioè a una municipalitá alla francese. Questa chiamò gli stranieri addí 16. E, al medesimo dí, le medesime condizioni, i medesimi patti pattuivansi in Milano, tra i plenipotenziari veneti e Buonaparte! Talmente a cenni, a dito del vincitore fu consumata quella distruzione d’uno Stato di mille anni. Seguirono moti in Genova, per cui anche quella repubblica fu mutata da aristocratica a democratica francese, e prese nome di «ligure»; moti nella Valtellina contro a’ grigioni, per cui Buonaparte, fatto arbitro, tolse quella provincia a’ grigioni e diedela alla repubblica cisalpina, che stavasi, come si disse allora, organizzando. E seguirono negoziati, dapprima dipace generale in vari luoghi, e poi, rotti quelli, di pace particolare tra Francia ed Austria presso a Campoformio; e Buonaparte in persona li condusse, vi tiranneggiò Austria, Francia, Italia a modo suo. Rigettato da Cobentzel il suoultimatum, ruppe addí 16 ottobre; e addí 17 fu accettato quello, e fattane pace definitiva. Francia (giá accresciuta di Savoia, Nizza, Avignone) rimase accresciuta del Belgio e della riva sinistra del Reno; e questi e gli altri ordinamenti germanici rimandati legalizzare ed ultimare a un congresso futuro a Rastadt. Venezia e la efimera repubblica cispadana sagrificate del tutto; Austria compensata in Italia con Venezia e tutto suo Stato (salvo l’isole) fino all’Adige. Una repubblica cisalpina (brutto nome che sottintendeva «Francia») costituita a Milano, e formata di Lombardia, Modena e le Legazioni.—Napoleone fu incontrastabilmente il piú gran capitano di questo e molti, e forse tutti i secoli; e l’anno non corso intiero, dall’11 aprile 1796 al 7 aprile 1797, basterebbe a dargli tal vanto. Ma Napoleone fu, senza dubbio, mediocre politico ad ordinare Stati internamente, pessimo ad ordinarli insieme, a rifar quella carta d’Europa che egli tanto pur meditò e rimutò. Negli ordinamenti interni, non badava a libertá, negli esterni, non a nazionalitá; né in quelli né in questi, ai desidèri, ai voleri, al potere dell’opinione universale. Nei tanti riordinamenti che fece d’Europa, non badò mai a limiti, a schiatte, a lingue, a natura; non ebbe mai l’idea, sola effettuabile durevolmente, di costituir nazioni. Qui non pensò a costituir l’italiana che era pur sua, o del padre e della madre sua: egli non vi lasciò solamente, vi accrebbe fin d’allora la potenza austriaca; egli ve la stabilí in modo da far l’Italia settentrionale campo inevitabile di nuove lotte tra Francia ed Austria, campo di servitú alla prima di queste per pochi anni, alla seconda Dio sa per quanti; egli fu il primo inventore degli ordinamenti del 1814 e 1815. Vero è che vi fu aiutato dall’incredibile stoltezza di quasi tutta Italia, della rimbambita Venezia principalmente, e di quelle popolazioni sollevatesi appunto appunto per autorizzar chi le voleva sacrificare.33. Segue fino alla pace d’Amiens [1797-1802].—La condizione precaria fatta da quella mala pace all’Italia era questa: Austria dunque fino all’Adige; la novizia repubblica cisalpina, composta di antichi sudditi austriaci, modenesi, papalini, divisa in parte antica e che or diremmo legittimista assoluta, e parte democratica pur assoluta, niuna di mezzo; esercito novissimo lentamente sorgente, e vituperato di quel detto di Buonaparte che non avrebbe resistito ad un reggimento piemontese; e quindi con tal pretesto e ragione, un esercito d’occupazione francese, e generali e commissari dittatori, cioè insomma dipendenza straniera assoluta. La monarchia piemontese rimaneva ridotta e stretta tra le due repubbliche di Francia vera e Francia cisalpina, ed occupata essa pure, attraversata da francesi. Parma sopravviveva sotto lo scudo di Spagna, Toscana sotto quello d’Austria. Roma travagliata tra suo vecchio governo e la vicinanza della nuova ed invadente democrazia cisalpina, Roma pareva all’ultima agonia; ed eravi per allora, e sarebbe stata per sempre, se non vi fosse il poter temporale appoggiato allo spirituale. E finalmente la regina Carolina ed Acton fremevano da Napoli contro alle novitá, cui non avean saputo resistere nel farsi, cui fatte volevan disfare. Insomma, o per vecchiezza mal sostenuta, o per nuova e cattiva costruzione, tutti gli edifizi degli Stati italiani minacciavan rovina.—La prima fu quella di Roma. Scoppiovvi una sommossa di repubblicani [28 dicembre 1797], cosí dappoco che non resistettero ai dragoni del papa. Rifuggirono al palazzo di Francia, dov’era ambasciatore Giuseppe Buonaparte fratello di Napoleone, e a lui addetto un giovane generale Duphot. Questi fu ucciso nel tumulto. Fecesene scandalo, grida, violazioneiuris gentium, e via via. Arrivò Berthier, generale in capo de’ franco-cisalpini, al 10 febbraio 1798, entrò, fu menato in trionfo a Campidoglio; e lí sotto, a Campo Vaccino, dinanzi ad un notaio, fu proclamata la repubblica romana. Non sarebbe pregio d’opera anche piú distesa riferire le costituzioni, o peggio i subbugli, le parti, cioè i pettegolezzi di questa e delle seguenti repubblichette efimere. Piú seria, piú storica la resistenza del vecchio ed or dignitosoe coraggioso pontefice; il quale ricusò ogni rinuncia, e fu subito portato via a Toscana, ed indi a Valenza in Francia, dove morí [29 agosto 1799].—Intanto cadeva casa Savoia. La repubblica ligure infrancesata dichiarava la guerra a Carlo Emmanuele. Intromettevasi Francia, ed occupava la cittadella di Torino. E finalmente, a un medesimo di a Parigi e a Torino, dichiarava la guerra (tirannica derisione) al re giá spogliato d’ogni mezzo di resistenza; e questi abdicava [9 dicembre] virtuosamente protestando, ed era poi portato via a Toscana, e lá imbarcato per Sardegna. E cosí, dopo quattro anni di difesa militare, e due di difesa diplomatica (sostenuta principalmente dal Priocca ministro degli affari esteri e dal Balbo ambasciatore a Parigi) cadeva anch’essa non senza dignitá casa Savoia. Questa e il papa soli fra’ principi italiani ebbero, non avendo saputo resistere, l’onore almeno di aver saputo soccombere. E del Piemonte pure fu tentato fare una repubblica; ma non fu conceduto dai francesi, che lo serbarono sotto un governo, come si diceva, provvisorio.—Napoli poi cadde poco appresso, ma men bene di gran lunga. Carolina ed Acton ministro, e Mack generale tedesco assoldato da essi, e Nelson ammiraglio inglese trionfante della sua recente vittoria navale ad Abukir, immaginarono decidere, romper essi dal loro angolo d’Italia quella guerra, che si riannuvolava giá da tutta Europa. Apparecchiato un grande esercito, i napoletani invasero la nuova repubblica romana, entrarono in Roma [29 novembre], abbandonata dal piccolo corpo francese di Championnet. Ma battuti i napoletani fin dal primo incontro ad Otricoli [9 dicembre], lasciaron Roma; e rientrovvi Championnet, e li inseguí ai limiti del Regno ed oltre. Ferdinando Borbone, spaventato, salpò con la moglie e la corte sulle navi di Nelson per Sicilia [31 dicembre].—Al nuovo anno 1799, si avanzò Championnet contro a Capua [3 gennaio], e firmò un armistizio [11] con Mack; ma sollevossi Napoli contro a questo ed al governo del re, e la cittá rimase in mano a’ lazzaroni, sotto il principe di Moliterno, che finí quella confusione chiamando i francesi [23 gennaio]. Ed ivi pure fu organizzata una repubblichetta alla francese, la quale(perché non erano ancora di moda le caricature del medio evo, ma sì quelle greche e romane) fu detta «partenopea».—Scoppiava poco appresso la guerra della seconda coalizione europea; da una parte, Inghilterra che non avea cessato mai, Austria che ricominciava diciotto mesi dopo la pace mal fatta e peggio eseguita di Campoformio, e Russia che entrava or per la prima volta in guerra effettiva; dall’altra, Francia e le sei repubbliche satelliti sue, olandese, elvetica testé rivoluzionata, democratizzata, centralizzata e ribattezzata, ligure, cisalpina, romana e partenopea. Jourdan passando il Reno in Germania [1º marzo], Massena passandolo in Elvezia [6], e l’arciduca Carlo passando il Leck [3], aprirono la campagna. La quale fu condotta colá infelicemente per Francia, ma pure serbando all’ultimo le due linee del Reno e della Limmath. In Italia poi Scherer e l’esercito francese incominciarono essi passando l’Adige [26 marzo]; ma battuti nei dí seguenti da Kray, si ritrassero [7 aprile] sul Mincio, e quindi precipitosamente sull’Oglio, sull’Adda. Scherer avvilito lasciò il comando a Moreau, giá generale in capo illustratosi in Germania, e qui semplice general di divisione. Intanto arrivava l’esercito russo sotto Suwarow, capitano molto illustratosi in Turchia e troppo in Polonia. E perché a Championnet, richiamato dall’esercito di Napoli nell’Italia superiore, era succeduto Macdonald buon capitano esso pure, fu bella guerra anche questa. Moreau battuto a Cassano sull’Adda il dí appresso a quello in che prese il comando [28 aprile], si ritrasse lentamente a Milano, a Torino; e dato tempo cosí alla fuga scompigliata de’ repubblicani cisalpini e piemontesi, passò il Po, lascionne tutta la riva sinistra, ridisceselo sulla destra, e si collocò al confluente del Tanaro tra Alessandria e Valenza. Suwarow prese Torino, ma esso pure ridiscese il Po a manca, e, passatolo, si collocò a Tortona in faccia a Moreau. Questi gli sguizzò di mano, e posesi a Novi, tendendo la destra a Macdonald che arrivava da Napoli, Roma, Toscana abbandonate. Verso la metá di giugno eran presso a riunirsi i due. Ma fosse fretta di Macdonald o indugio di Moreau, quegli si trovò impegnato solo contro a Suwarow bellamente cacciatosi in mezzo.Alla Trebbia combatteronsi tre giornate [17, 18, 19]. E battutovi Macdonald, si riuní allora a Moreau per l’Appennino; sul quale fu cosí cacciato tutto l’esercito francese, rimanendo il resto d’ Italia in mano agli austro-russi. E quindi si vede, come da altri esempi numerosi antichi, nuovi e novissimi da Annibale fino a noi, che ivi pure tra il Po, la Trebbia e l’Appennino è un altro campo apprestato dalla natura, fortificato poi dall’arte variamente, alle guerre italiane, un campo che è primo o secondo in importanza a quello di Mincio ed Adige, secondoché le guerre ci vengono di Francia o di Germania; campo poi difensivo principale, forse unico, al Piemonte contro l’Austria. Vergogna a noi, a noi piemontesi dico, di non averlo saputo adoprare nell’ultima nostra prova. Avrebbe bastato a ciò seguir le patrie tradizioni, e principalmente gli ultimi esempi di Suwarow e Moreau.—Seguirono restaurazioni degli antichi governi non meno efimere, che le repubblichette testé cadute. A Napoli tornarono re, regina e il resto, incrudeliti a vendetta dal recente avvilimento e dal subitano e immeritato trionfo. Ivi Nelson sporcò la propria gloria e la bandiera inglese, imprestandola ai supplizi. In Roma, in Firenze, in Torino eran proclamati papa, granduca e re, ma assenti, e governarono intanto gli alleati poco diversi da nemici, piú odiosi. Come gl’italiani repubblicani poc’anzi, cosí ora i regii poterono imparare, che sieno le difese, le protezioni, gli ordinamenti stranieri. Austria aveva allora tutta Italia in sue mani; e mostrò l’intenzione di serbarne molto o tutto; e perdette l’opinione de’ propri partigiani. In Piemonte principalmente, crebbe allora l’antico odio ad essa. Che piú? Per questa aviditá, Austria perdé la guerra stessa; per assicurarsi del paese ridusse la guerra campale ad assedi; furon prese Alessandria [22 luglio], Mantova [30]. Allora coll’esercito riunito, Suwarow s’avanzò all’Appennino, e vinse in gran battaglia a Novi l’esercito francese capitanato da Joubert, e, lui ucciso, di nuovo da Moreau [15 agosto]. Quindi l’esercito francese si ridusse in parte dentro e intorno a Genova, e in parte sul Varo a difendere Provenza. E giá, passati in Isvizzera Suwarow e l’esercito russo [21 settembre], Melas coll’esercitoaustriaco tentava Genova.—Ma mutavasi allora di nuovo a un tratto e del tutto la fortuna di Francia per l’arrivo di Napoleone Buonaparte dall’Egitto, che egli avea conquistato da due anni, e che lasciava ora senza ordini, di proprio moto, per venirsi porre a capo della mal condotta e da lui disprezzata repubblica. Addì 9 ottobre, approdava a Fréjus; addí 9 novembre [18brumaire], distruggeva il Direttorio, e metteva invece un governo di tre consoli provvisori, se stesso, Sièyes e Ducos. Elaborata quindi una nuova costituzione con un primo consolo, che naturalmente fu egli, e due minori, Cambacérès e Le Brun; entrarono in carica il dí di Natale 1799; mille anni, dí per dí, dall’assunzione di Carlomagno all’imperio.—Quindi subito, e piú poi ne’ primi mesi del 1800, seguí sotto a Napoleone quel ricalcare i propri passi la rivoluzione francese, quella, come si diceva allora, controrivoluzione, tanto temuta da tutti i rivoluzionari, tanto immanchevolmente destinata a tutti, quel mirabile restaurarsi e riordinarsi dell’amministrazione, della giustizia, delle finanze, dell’esercito di Francia, che ci fu recentemente cosí ben narrato dal Thiers; ben narrato, dico, perché nemmen egli, francese e napoleonico, ma liberale, non tace né vela ciò che vi mancò, la libertá. Lo stupore d’Europa a sì grandi mutazioni, gl’indugi degli austriaci che per otto mesi dopo la battaglia di Novi non fecer quasi nulla né in Italia né fuori, dieder agio a Napoleone ad apparecchiar la magnifica campagna del 1800. Pose Moreau ed un forte esercito in Elvezia ed Alsazia sul Reno, con ordine di passarlo; Massena e le reliquie degli eserciti d’Italia a difesa di Genova e d’Appennino; e un terzo esercito di riserva sotto Berthier nominativamente a Digione, di fatto qua e lá, dove venivan raccogliendosi le divisioni, le brigate via via; cosicché, tra il grido sparsone e il non trovarsene quasi traccia a Digione, furono ingannate le spie nemiche, credettero finzione e vanto la verità bandita. Gli austriaci apriron la campagna. Melas assalì Massena addí 5 aprile, e fortissimo contra debole, lo rinchiuse in Genova e lo separò da Suchet che si ritrasse quindi sul Varo, e vi fece una lunga e bella difesa, mentre Massena fece la sua bellissima di Genova. Quindientrò in campagna Moreau [25], passò il Reno su quattro punti da Strasburgo a Sciaffusa; e combattendo e vincendo a Stockach, a Moesskirk, giungeva al Danubio, ad Ulma, dove riduceva l’esercito austriaco di Kray. Posava quindi, staccata giá una forte divisione sua al San Gottardo, per iscendere in Italia in aiuto a Napoleone. Questi poi erasi mosso terzo [5 maggio] da Parigi; e attraversata Digione dove erano appena alcuni depositi dell’esercito di riserva, n’avea raggiunto il grosso sulle sponde, anzi al sommo capo del lago di Ginevra. Addí 14, aveva spinto Lannes e sue prime divisioni a passar il Gran San Bernardo; poi l’altre ne’ dí seguenti fino al 20, che passò egli. Lannes scendendo per Val di Dora, s’era abbattuto contro al forte di Bard, che la chiude, e passato sulle balze a sinistra, come poté, era pur progredito. Cosí fece a stento il resto dell’esercito, Napoleone. Addí 22, Lannes sboccò da’ monti, e prese Ivrea; addí 28, dai colli, e prese Chivasso sul Po. E raccolto lá alla pianura oramai tutto l’esercito, Napoleone minacciò a destra Torino, ma piombò a stanca sul Ticino [31], e passatolo, su Pavia e Milano [10 giugno]. Entrò egli in questa il dí appresso; e pensi ognuno le meraviglie, le gioie dei repubblicani, dei cresciuti nemici d’Austria, degli amici de’ francesi e della libertá, pur cresciuti all’ordinarsi apparente di essa in Francia. Né fermossi guari Napoleone costí. Partendo di Parigi aveva accennato col dito in sulla carta la pianura tra Alessandria e Tortona, come quella ove Melas preso a spalle raccoglierebbe probabilmente l’esercito austriaco, per rompersi una via alla ritratta. E Melas, sorpreso a Nizza mentre guerreggiava tranquillo contro Suchet, obbediva ora al dito fatidico correndo egli e facendo correre sue divisioni disperse al punto assegnato. Massena intanto era sforzato dal difetto assoluto di viveri in Genova, addí 4; e, fatta un’onorevole ed utile capitolazione, sbarcava quindi a Savona dove dava la mano a Suchet giá riavanzato. E Napoleone, lasciata Milano addí 8, raggiungeva l’esercito suo che giá aveva passato il Po a Pavia. Addí 9, incontravansi i due primi corpi nemici a Stradella e Montebello; e vinceva il francese sotto Lannes, che n’ebbe poi il nome.Quindi seguendo e convergendo a destra, tutto l’esercito francese trovavasi in Voghera e Tortona, contro all’austriaco raccoglientesi ad Alessandria. Trovavansi cosí i due eserciti in una di quelle posizioni dove forza è si decidano i destini delle nazioni; l’esercito francese aveva l’austriaco tra sé e Francia, l’austriaco aveva il francese tra sé ed Austria; ma con questa gran differenza, che il francese cra venuto costí a posta e credea tagliare, l’austriaco sorpreso teneasi per tagliato; ed ognun sa, che anche in guerra l’opinione fa la forza. Tre dí passarono in formarsi, assicurarsi l’uno e l’altro. Addí 13, Napoleone, passata la Scrivia, e spiegatosi ne’ piani di Marengo e non trovatovi il nemico, temettelo scampato. Ma all’aggiornare del 14, sboccò questo dal ponte della Bormida, e si spiegò nei medesimi piani. E lí, da mattina a sera si combatté quella lunga, varia, intensa battaglia, vinta dagli austriaci quasi tutto il giorno, rivinta da’ francesi nell’ultime ore per lor mirabile costanza, per quella principalmente di Desaix che vi morí. Qui sorge piú che mai il rincrescimento di non aver agio a descrivere, ammirare, lodare. Insomma, Melas e gli austriaci furono fermati, rotti, disfatti, ricacciati, riaffollati in Alessandria; e al domane [15] Melas firmava una capitolazione, per cui gli fu conceduto ritrarsi dietro al Mincio ed al Po; ed egli concedeva Piemonte, Lombardia, Liguria, Parma, Modena, le Legazioni, Toscana; e cosí la restaurazione della repubblica cisalpina. Napoleone ripassò trionfando a Milano, a Torino; ritornò trionfando a Parigi. Allora Moreau, concitato da tanto esempio, assalí pur egli in Germania i nemici, e li vinse e spinse fin dietro l’Inn, e firmò pur esso un armistizio [15 luglio]. Poche nazioni, pochi uomini ebbero mai un’epoca di gloria e fortuna crescenti, come questa che incominciò qui a Francia, a Napoleone; e pochi uomini ne usarono bene, come egli allora. Continuò, accelerò, svolse riordinamenti interni ed esterni; ripropose paci, e rigettato riuní nuovi eserciti a nuovi trionfi. Addí 28 novembre, fu rotto l’armistizio. Addí 3 dicembre, Moreau vinse una gran battaglia ad Hohenlinden, e passò quindi l’Inn e la Salza e firmò poi un nuovo armistizio a Steyer [25 dicembre]. Ed intanto un secondo esercitofrancese dalla Svizzera passava la Spluga [5 dicembre]. Ed il terzo in Italia sotto Brunc passava il Mincio [25 dicembre] e l’Adige [1º gennaio 1801], e firmava pur esso il suo armistizio a Treviso [16 gennaio]. Finalmente [9 febbraio 1801] firmavasi a Lunéville la pace tra Francia ed Austria, simile a quella di Campoformio: Austria dietro l’Adige; Cisalpina formata, come giá, del Milanese, Modena e le Legazioni; Piemonte e Toscana abbandonate alle ulteriori disposizioni di Francia. E seguirono quindi, rapide, e quasi appendici di questa, altre paci via via. Per un trattato fatto pochi dí appresso con Ispagna [21 marzo] Napoleone facevasi ceder Parma e Piacenza, e innalzava quella casa borbonica a un nuovo regno d’Etruria. Pochi altri dí appresso [28 marzo], Napoli faceva pace, e cedeva Porto Longone, Elba, i Presidi e Piombino. E finalmente, addí 15 luglio, firmavasi il concordato tra Francia e Pio VII, nuovo papa eletto ultimamente [14 marzo 1800] a Venezia, mirabilmente eletto, come uomo che s’era giá mostrato intendente de’ tempi, da uomini che cosí mostrarono intenderli. Poi, adunatasi a Lione una Consulta di cisalpini, mutava sotto la dettatura dell’onnipotente vincitore e pacificatore la costituzione della repubblica cisalpina, e gliene deferiva la presidenza [26 gennaio 1802]. E qui un grande scrittor moderno accenna a non so qual gioia e qual concorso dell’opinione italiana. Ma noi vecchi n’abbiam ancor qualche memoria; e il fatto sta che, gioia o no, questa Consulta fu poco piú che obbedienza al cenno straniero, e cerimonie. Seguirono altre ed altre paci; ultimate, confermate tutte da quella tra Francia ed Inghilterra firmata ad Amiens [27 marzo 1802]. La cristianitá era in pace; ma divisa essa tra due potenze prepotenti una in mare, l’altra in terra; divisa l’Italia tra Francia prepotente e crescentevi, ed Austria ridotta a soffrire, era chiaro a tutti che non potea durare né questa ripartizione particolare, né quella generale.
28. Pace e progressi di quarantaquattr’anni [1748-1789].—Seguirono, tra questa pace e la rivoluzione francese, due altre guerre europee, anzi dell’intiero mondo. La prima, detta «de’ sette anni», s’incominciò dall’Austria insolitamente unita a Francia, per abbattere la nuova potenza di Prussia in Germania; ma s’estese in breve a guerra d’emulazione marittima nelle colonie, e nell’Indie principalmente, tra Francia ed Inghilterra; e finí colla conferma della potenza prussiana in Germania, della britannica nell’Indie, destinate amendue a molto maggiori accrescimenti. La seconda fu la guerra d’indipendenza delle colonie inglesi-americane contro a lor madre patria; e finí colla indipendenza compiuta. Narrata dal Botta in una storia, la cui traduzione rimane in grande stima appresso a quegli americani, è grandanno per noi che sia scritta con modi antiquati, i quali vi fanno men popolare e meno utile lo studio di quel grande esempio. Ad ogni modo, quelle due guerre apparecchiarono il mondo cristiano qual è al presente, tanto e forse piú che non facessero poi quelle stesse della repubblica e dell’imperio francese. Perciocché quella de’ sett’anni fece la grandezza, cresciuta poi e crescitura, della Prussia; e quella d’America fu la prima delle grandi guerre d’indipendenza, le quali son succedute e succederanno alle guerre di libertá.—L’Italia poi non prese parte a nessuna delle due; non alla prima, dove unite Francia ed Austria non era facile, forse non possibile, a casa Savoia il continuar ad accrescersi in Italia, non almeno co’ modi soliti. E la guerra americana poi era troppo lontana, non fu continentale europea.—Seguì dunque all’Italia una pace di quarantaquattr’anni, la piú lunga cosí di quante si trovan rammentate da’ primordi della storia di lei. E questa pace fu feconda a noi di riforme governative e di progressi senza dubbio; ma anche d’indebolimenti. forse politici, e certo militari. Perciocché, cosí va il mondo, cosí è la natura umana pur troppo, che quando i tempi son facili e tranquilli oltre al corso d’una generazione, la generazione che s’alleva in essi non impari le difficoltà, e cosí non quegli atti di vigore, quegli sforzi d’animo e di corpo che son necessari a vincerle; ondeché, quando poi ritornano, ché sempre ritornano le difficoltà, gli uomini nuovi si trovano disapparecchiati, incapaci ad esse. E quindi può essere fortuna che sorgano, od anche arte de’ principi e governanti lasciare o far che sorgano in mezzo alle paci prolungate, quelle operosità, quegli esercizi od anche quelle difficoltà, le quali, senza porre gli Stati a pericoli invincibili, tengano pure esercitate le generazioni novelle ai casi futuri. E ciò sentirono forse, per vero dire, i governi italiani di cent’anni fa; tantoché, anche senza aver chiara quell’idea, senza pronunciare quella parola di «progresso», che sorsero solamente al fine di quel secolo e si sono fatti ora universali, tutti operarono e progredirono piú o meno, indubitabilmente. Ma non è dubbio nemmeno, e i fatti posteriori lo dimostran pur troppo, che que’ governi nostri nonoperarono, non progredirono abbastanza; che la generazione della fine del secolo si trovò oziosa, languida, insufficiente a’ nuovi casi. Innegabile insegnamento, incancellabile, irremovibile esempio a que’ posteri dei settecentisti, che operano e progrediscono ora non piú che come quelli, o men che quelli. La lentezza, l’andar a poco a poco, sta bene; è prudenza, è virtù non contrastata. Ma qui sta tutta la questione; vedere il punto giusto fino al quale è virtù, oltre al quale è vizio, è paura. E come di noi giudicheranno i posteri dai fatti nostri, cosí noi, giudicando degli avi dai fatti loro, non possiamo se non conchiudere: che quelli non apparecchiarono questi bastantemente.—Napoli fu quella che progredì piú nel secolo decimottavo; il passare da provincia straniera a Stato indipendente, fu progresso incomparabile per sé, e fonte poi di altri innumerevoli. Acquistar principe proprio, ministri, tribunali, magistrati, milizie nazionali addentro, ministri e consoli patrii a curar gl’interessi fuori; riversar le imposizioni (sien poche o molte od anche troppe) tutte in casa, son vantaggi superiori sempre a qualunque altro. Naturalmente poi, sorse la necessità di riordinar ad uso proprio quant’era stato ad uso di signori stranieri; e i riordinamenti intrapresi in tempi civili fanno sempre sparire molti residui di barbarie. Così fu operato nel Regno, ma timidamente; furono migliorate ad una ad una le leggi civili, criminali, commerciali, ma non ordinate in codici; undici legislazioni erano, undici rimasero. Furono scemati i diritti, cioè le eccezioni, cioè le ingiustizie feodali, ma non tolte di mezzo radicalmente, che era il solo rimedio buono a tal peste. E dalla depressione de’ nobili era giá nato e crebbe piú che mai un altro malanno, la oltrepotenza, l’ingerenza in tutto de’ curiali; e chi non creda a me, creda al Colletta, che ciò deplora. E furono scemati i diritti del fòro ecclesiastico, gli asili; fin dal 1741 fu fatto a ciò un concordato con Roma. Furono ordinate le finanze, ma poco bene; furon lasciate a impresa le tasse indirette, fu introdotto il lotto. Cacciati dal Regno gli ebrei; tentata introdurre l’inquisizione da un arcivescovo zelante, e repulsa dall’opinion pubblica, e quinùi dal re. Del resto, grandi abbellimenti in Napoli:ampliato l’edifizio degli Studi; edificate le ville regie di Portici, di Capodimonte, di Caserta, il teatro di San Carlo [1737]; incominciati gli scavi di Ercolano [1738] e di Pompei [1750]. Strade magnifiche furono fatte, e dette «per le cacce» del re, intorno a Napoli; ma poche per il pubblico, e meno per le province lontane. Tutto ciò sotto a Carlo I e Tanucci ministro di lui. Morto poi [10 agosto 1759] Ferdinando VI re di Spagna senza figliuoli, succedevagli Carlo di Napoli, e prima di partire regolava la successione ai due regni disgiunti giá dai trattati. E perché de’ tre figliuoli suoi il primo era scemo di mente, egli piangendo fece riconoscere tale sventura, e dichiarò successor suo a’ regni di Spagna Carlo Antonio che era il secondo; e re di Napoli e Sicilia il terzo, Ferdinando fanciullo d’otto anni, con una reggenza finché non avesse i sedici compiuti. E il medesimo dí [6 ottobre] salpò per Ispagna, dove regnò poi sotto nome di re Carlo III, non senza gloria di riformatore piú ardito, eppure anche lá insufficiente. Continuò quindi in pace e progressi la reggenza napoletana dal 1759 al 1767; e cosí poi il regno effettivo di Ferdinando IV. Continuò a governar Tanucci; e continuarono le riforme, massime nell’istruzione pubblica e nelle cose ecclesiastiche. Eran secondate piú dall’opinione straniera che non dall’italiana o napoletana; ma questa obbediva agli ordini di Spagna, ché, come dice il Colletta, «una servitù vincea l’altra». Il re fu educato agli esercizi, a forza corporale, ma a rozzezza, grossezza, volgarità, e, come si vide a suo tempo, barbarie e debolezza unite. Ad una carestia del 1764 fu mal proveduto con troppi provedimenti e proibizioni: alla calamità del gran terremoto di Messina [1783], molto meglio. Un patto di famiglia [1761] strinse le quattro case borboniche. Nel 1776, cessò l’omaggio della chinea al papa, che protestò poi ogni anno. De’ gesuiti siam per dire. Nel 1777, il Tanucci, dopo quarantatré anni di potenza, fu cacciato dalla regina Carolina Austriaca; e furono d’allora in poi potenti e prepotenti essa ed Acton, un inglese venuto per ammiraglio nel 1779 e salito poi a ministro. E quasi ogni cosa si fermò, peggiorò d’allora in poi. La milizia e la marineria sì furono promosse, ampliate,ma piú a pompa che a forza vera, e si vide pur troppo quando venner alle prove.29. Continua.—Ed ora, risalendo la penisola, veniamo a Roma. Pontificò fino all’anno 1758 Benedetto XIV [Lambertini]; papa letterato, protettor di lettere ed arti, restauratore ed edificator di monumenti, non nepotista, pio, intenditor de’ tempi suoi, tollerante di essi; e cosí tanto miglior capo di quella Chiesa, la quale appunto, per esser immortale ed immutabile, debb’essere ed è adattabile a tutti i tempi.—Morì nel 1758; successegli Clemente XIII [Rezzonico, 6 luglio], meno arrendevole, piú severo, piú acre difensore dei diritti acquistati lungo i secoli dalla curia romana. Guastossi con Genova, con Venezia, con Parma, colle quattro corti borboniche. Ma non era tutta colpa sua. È vero che non erano piú tempi che tutte le libertá, tutte le colture, tutte le liberalità fossero degli ecclesiastici, venisser da essi; cosí venendo, fossero aiutate dall’opinione pubblica; è vero che la liberalità giá s’era fatta secolare, che l’opinione favoriva i principi alla ricuperazione di molti poteri tolti loro nel medio evo; ed è vero che rilasciarne molti poteva esser bello e liberale ne’ papi moderni. Ma era forse poco merito, ed era certo poca liberalità ne’ principi l’acquistarli: la liberalità (non si può dire e ripeter troppo) sta nel dare, e non nel prendere o nel far dar da altrui; e la vantata liberalità dei principi del secolo decimottavo fu tutta nel prendere o far dare, prendere o far dare diritti feodali dai nobili, prendere o far dare diritti ecclesiastici dalla Chiesa. Né dico che questo non fosse in tutto un progresso: ma dico che non era liberalità di principi; e che essi non diedero mai nulla del proprio, nulla dei diritti o degli acquisti o delle usurpazioni della sovranità, nulla di ciò che sarebbe stato ad essi liberalità e forse utilità il concedere. E dico che dei diritti feodali essi non fecero, non poterono far rilasciar troppi, ché troppo era quanto ne rimanesse. Ma dico (contro all’opinione di molti, lo so), che nella ricuperazione de’ diritti di sovranità contro alla Chiesa, molti, quasi tutti i governi del secolo decimottavo, principi o repubbliche, passarono il segno; come Genova, quando non volle lasciar mandare dal papa un visitatoreo riordinator ecclesiastico nella Corsica sollevata; come Venezia, quando volle regolar le relazioni tra ecclesiastici regolari ed ordinari; come le corti borboniche, quando, sequestrando Avignone, rifecero esse ciò che fu tanto e giustamente rimproverato ai papi, il mescolar le ostilità spirituali e temporali. Col re Carlo di Sardegna, solo forse moderato e rispettoso in tutto ciò, papa Rezzonico non si guastò.—Del resto, tutte queste dispute ecclesiastiche erano inasprite, ingrossate da un’altra, non so s’io dica maggiore, o se anzi non ne sorrideranno i posteri un dí, da una disputa, una sollevazione quasi universale contro a un ordine di frati, o monaci, o conventuali, o religiosi regolari che voglian essere, ed importa poco, contro ai gesuiti. Se mi fosse possibile schivar questo assunto, io lo schiverei, per non iscostarmi qui da molti miei consenzienti ed amici, e non parer accostarmi a coloro dai quali io dissento quasi generalmente. Ma io sacrificai testé affetti e riconoscenze molto piú strette; e sacrificherò queste, se mai, al dovere storico, di non omettere nella narrazione assunta ciò che, bene o male, degno o risibile, fu pure l’affare che piú occupò l’Italia, la cristianità in questi anni; ed al dovere conseguente di dirne ciò che credo verità, ciò che, cessati gli interessi, le parti, le passioni presenti, non parrà forse indegno del nome di «liberalità», ciò che sarà forse liberalità de’ nostri posteri. Io dissi gia la bella idea di sant’Ignazio, la bella istituzione de’ gesuiti, fatta per servire alla propagazione della cristianità tra gli infedeli, alla difesa della cattolicità contro a’ nuovi dissenzienti. E fecero i gesuiti l’opera prima magnificamente sempre intorno al globo, la seconda con grande operosità ed utilità da principio. Ma in questa io crederei che si guastassero prontamente: che portati dal loro zelo ne’ paesi tiranneggiati dai dissenzienti, v’imparasser troppe arti di nascondersi, di dissimulare o simulare; troppo ardore, troppa fiducia in sé, troppa ostinazione nella lor parte, indubitalmente buona nel suo scopo cattolico, ma soggetta a errori, come ogni umana cosa, ne’ mezzi, nelle applicazioni. Un cinquanta anni e non piú, giá il notammo, durò il trionfo, l’ampliarsi della Riforma; ed un cinquant’anni cosí la bella guerra difensiva dei gesuiti in Europa. Ma col fermarsii progressi della Riforma, collo scemare i pericoli che ci venivan da lei, scemò l’utilità europea de’ gesuiti; e scemò la purità della loro operosità. Certo, o mi pare, tra le vicende della lega in Francia essi non furono giá incolpevoli. Né il furono quando, cessate le guerre religiose, essi portarono le medesime arti, i medesimi fervori alle corti di Luigi XIV, di Giacomo II, e in altre. I conventuali d’ogni sorta furono chiamati per necessità nei pubblici affari, ai tempi che essi erano soli colti, che soli quasi sapean leggere e scrivere. Ma subito che altri furono a saper leggere e scrivere, e i religiosi ebber cosí perduto questo vantaggio, essi furono naturalmente gli uomini meno atti al mondo, meno educati e conformati a’ pubblici affari; le loro solitudini, le loro educazioni, le loro occupazioni ne li rendono incapacissimi. Molti ammirarono, or lodando, or esecrando, le destrezze, l’abilità, la politica de’ gesuiti: ma essi furono forse i piú impolitici, i piú mal abili degli uomini; mal abili in generale agli interessi secolari che non poterono imparar ne’ loro collegi; mal abili in particolare agli interessi politici che sono i piú difficili della vita secolare; abili soltanto, o poco piú, che ai loro interessi propri famigliari, cioè a quegli accrescimenti di sostanze, di fortuna, od anche di credito e di fama, che sono, come si vede nel mondo, la infima delle abilità. Se fossero stati abili, essi avrebbon fuggita non che la politica, ma fin le apparenze della politica, che non era, che non doveva essere loro ufficio, che doveva essere, che fu lor perdizione. La loro inabilità politica li fece cadere in parecchi men colpe che errori: la inabilità loro li fece parere caduti in piú errori che non caddero; li fece parer colpevoli delle male intenzioni che non ebber né poterono aver mai; li fece accattarsi gli odii, le invidie degli altri ordini religiosi, di molti ecclesiastici secolari, degli uomini di mondo e di lettere e d’affari, de’ magistrati, de’ ministri, e de’ principi. Ne’ tempi poi di che trattiamo, s’aggiunse contra essi un odio onorevole ad essi, quello de’ nemici della cristianità, i quali, comunque si chiamino, certo furono allora molti e potenti. Questi si valsero dell’invidie, delle divisioni interne nostre, esultarono di rivolger cattolici contra cattolici; i ministri de’ principiesultarono di tal aiuto contro a que’ religiosi faccendieri incontrati ad ogni tratto; una regia meretrice, la Pompadour, esultò di punirli d’una loro severità, che, rara o no, essi rivolser certo una volta contra essa; i principi, piú o meno abbindolati, esultarono di far questo passo di piú nelle riforme ecclesiastiche tanto allora applaudite, esultarono di parer liberali, progressisti, o, come si diceva allora, «filosofi», senza costo proprio, ed anzi incamerando collegi, chiese, palazzi, masserie e masserizie, milioni. Insomma, i gesuiti furono cacciati di Portogallo [1758, anno primo del pontificato di Clemente XIII] da un Pombal, ministro assolutissimo anzi tirannico d’un re tiranno e dissoluto, sotto accusa di aver partecipato a una congiura contro alla vita di quel re, ove furono implicati e suppliziati i nemici particolari di Pombal. Furono cacciati di Francia nel 1764, al tempo aureo di Luigi XV e sue cortigiane maggiori e minori, di Choiseul cortigiano di esse, e del parlamento allor cortigiano di Choiseul; cacciati in séguito al fallimento d’uno di que’ padri in America ed al risarcimento negato dalla Compagnia, a molti errori insomma di questa. Furon cacciati di Spagna nel 1767 da Carlo III ed Aranda ministro di lui, sotto accusa di partecipazione ad una sollevazione popolana fatta per serbare i cappelli ed i mantclli aviti. E furono quindi cacciati nel medesimo anno, per impulso delle due corti borboniche maggiori, dalle due minori ed italiche, Napoli e Parma. E perché in Portogallo s’arrivò al sangue ed ai supplizi, e in tutti gli altri paesi la cacciata si effettuò con modi subitani, arbitrari, crudeli, avidi, segreti, e senza render conto pubblico di nulla, ei mi par poco dubbio che i nostri posteri liberali compareranno tutta questa cacciata a quella dei templari del medio evo, e si sdegneranno che tanti loro predecessori abbiano accettate come liberalità o progressi cosí fatte nefandità. Se non che, essi si sdegneranno forse anche piú che dopo tanti progressi veri fatti dalla opinione liberale d’allora in poi per tre quarti di secolo, e (che è piú o peggio) negli anni appunto che l’Italia avea per le mani la somma opera della sua indipendenza, ella quasi tutta, e non esclusi molti degli uomini maggiori suoi, si distraesse a simili odii,simili faccende da frati e sacrestie. Né rimarrà nome di «liberalità» o «progressi», nemmeno a quelle paure, che fanno anch’oggi escludere i gesuiti soli dal diritto comune di tolleranza e di libertá. Ad ogni modo, le cacciate dei gesuiti occuparono tutto il pontificato di Clemente XIII; ondeché io non mi so meravigliare, se mai in alcuni particolari, che non abbiam luogo a cercar qui, egli oltrepassò i termini di una giusta resistenza.—Morto esso quindi nel 1769, gli succedé Clemente XIV [Ganganelli, 18 maggio]. Il quale, pressato dalle quattro corti borboniche, come giá era stato il predecessore, di abolire del tutto, dappertutto, l’abborrita società, resistette, indugiò d’anno in anno. Ma non fu aiutato in tal resistenza dalla società stessa, nella quale si pronunziò, si pose allora quella massima fatale «Sint ut sunt aut non sint», quella massima forse irreligiosamente superba e non ignaziana, e certo impolitica; irreligiosamente superba, perché la società sola della Chiesa divinamente istituita è immutabile quaggiú, e mutabili, riformabili sono le società istituite nella Chiesa, e cosí gli ordini religiosi che tutti si riformarono, salvo questo; massima poi non ignaziana, perché sant’Ignazio coordinò appunto meravigliosamente la società al secolo suo, ond’è a credere la coordinerebbe ora e si sdegnerebbe di non vederla coordinata ai secoli nostri; massima impolitica finalmente, perché i tempi son sempre potentissimi a respingere tutto ciò che non si coordina ad essi. Ad ogni modo, dopo quattr’anni di peritanze, Clemente XIV diede il breve di abolizione [21 luglio 1773]. Tale poi era l’andazzo assoluto, tirannico di quel secolo, di quel fatto, che Clemente XIV, il quale lo compiè dubitando ed invito, lo compiè pure tirannicamente e incarcerando il generale ed altri de’ padri. Ma se ne addolorò, ma languí, e in breve morí [1774], e fu detto di veleno. Portato a cielo dagli uni, esecrato oltre a ciò che par conceduto dalla carità e dal rispetto cristiano dagli altri, fu in effetto dottissimo, pio, virtuoso, sincero pontefice.—Succedette Pio VI [Braschi, 1774], e libero esso della preoccupazione de’ gesuiti, attese al miglioramento dello Stato. Ma, e per quell’indugio, e per la duplice natura di quel governo spirituale, ed in ciò immutevole,e temporale, e per quella compagnia poco mutevole, ed anche poi per natura personale di Pio VI, che fu ne’ suoi principi papa nepotista, protettor di lettere ed arti, splendido, elegante, pomposo e quasi imitator de’ papi del Cinquecento; per tutto ciò le riforme dello Stato romano furono molto minori, che non quelle degli altri d’Italia. Fece musei, intraprese il risanamento delle paludi Pontine, fece un viaggio a Vienna, per iscemar l’ardore delle riforme, eccedente lá quanto facevasi da’ principi italiani. Ed interrotto poi dalle preoccupazioni delle rivoluzioni di Francia e Italia (nelle quali il vedrem finire non senza grandezza), tramandò cresciute poi a’ successori, anche presenti, le difficoltà e necessità delle riforme di quello Stato. Noi lasciam altri (dicevam noi al principio del 1846) invocare un Gregorio VII, che non ci par né possibile né desiderabile a’ nostri dí, né a niuno futuro e prevedibile, sulla Sedia romana; ma con tutto l’ardore d’un figliuolo rispettoso e devoto, d’un italiano che desidera la conservazione di tutti i principati italiani, noi invochiamo, noi preghiamo da Dio la grazia d’un Sisto V o d’un Gregorio XIII, od anche meglio; d’un riordinatore conforme ai tempi, di quello che è il piú antico, che fu giá il piú glorioso, che fu e può esser ancora il piú benemerito della civiltà cristiana fra gli Stati italiani.—E corsi pochi mesi, Dio esaudì la preghiera italiana e cristiana; e l’Italia e la cristianità alzarono un grido unanime di gratitudine e di amore. Poi, corsi pochi anni, il gran dono di Dio fu sciupato dai soliti eccessi italiani: eccessi d’ingratitudine e scelleratezza da una parte, eccessi di rigore vendicativo dall’altra: vittime in mezzo, Pio IX, l’Italia, la cristianità.30. Continua.—Or accenneremo piú brevemente le riforme non dissimili fatte altrove.—Lente e poche furono dapprima in Toscana, governata da Richecourt in nome del signor lontano e straniero, l’imperator Francesco I. Non passaron guari le materie ecclesiastiche. Ma morto quello [18 agosto 1765], e succedutigli in Austria e nell’imperio il suo figlio primogenito Giuseppe II, e in Toscana il secondo Pietro Leopoldo, questi non solamente continuò le riforme ecclesiastiche, ma nel 1787convocò un sinodo di vescovi toscani che fu riprovato da Roma. E fece insieme tanti e cosí vari ordinamenti civili, che sarebbe piú breve dire le cose da lui tralasciate che non le ordinate. Ai feudi, ai comuni, alle leggi civili e criminali, alle finanze, alla libertá dell’industria e de’ commerci, all’agricoltura, all’istruzione pubblica, a quasi ogni cosa si volse e provide cosí bene, che si potrebbe dire esserne riuscita Toscana lo Stato meglio ordinato di que’ dí, e modello perenne a qualunque principato assoluto. Ebbe sì il vizio di tali Stati; una polizia, una smania di sapere e regolare eccessiva, inquieta, incomoda, ficcantesi ad antivenire il male, non solamente colle leggi generali, che è dovere e possibilità de’ governi, ma colla prevenzione d’ogni caso, che è impossibilità. Ma questo fu male piccolo e passeggiero di natura sua. Peggiore e durevole fu che attese poco e male ad ordinar niuna milizia stanziale, che trascurò o disprezzò questa quasi spesa inutile in uno Stato piccolo ordinato ad economia e filosofia, e che tramandò questa trascuranza e questo disprezzo a’ posteri principi e popoli, i quali n’han portate le pene, e non se ne correggono perciò. Del resto, il Botta (libro L) ha tolto da uno scrittore straniero il cenno d’un governo deliberativo, che si pretende essere stato ideato da Leopoldo per Toscana; e non vedendo effettuata tale idea, il Botta dubita poi, se Leopoldo l’avesse veramente o se la lasciasse, «visti i mali prodotti da quelle assemblee in paesi illustrati da sole caldo». Ma s’ei l’ebbe e la lasciò, io crederei piuttosto ei la lasciasse per la solita ripugnanza che hanno i principi, che aveano particolarmente quelli del secolo scorso, a far concessioni. Ad ogni modo, morto Giuseppe II nel 1790, passò Leopoldo ad Austria ed all’imperio, e gli succedette in Toscana suo figliuolo Ferdinando III.—In Parma e Piacenza entrò a signoreggiar l’infante don Filippo per la pace d’Aquisgrana [1748]; e governò sotto lui Dutillot, un francese, de’ filosofi di quel tempo, che anch’egli fece riforme ecclesiastiche e buoni ordinamenti civili, e chiamò letterati d’altri paesi d’Italia e di fuori, fino alla morte del duca Filippo [18 luglio 1765], e poi durante la minorità del duca Ferdinando figliuolo di quello. Ma cresciutoquesto e preso il governo, cacciò Dutillot, e rimutò ogni cosa; da grandi contese, a grandi arrendevolezze per Roma; da progressi, a timiditá, immobilitá.—In Modena signoreggiò il duca Francesco III fino al 1742, e gli succedette poi Ercole Rinaldo ultimo degli Estensi, principe buono, e che solo forse de’ contemporanei non contese con Roma, ma che fu poco riformatore e gretto principe.—Delle due repubbliche poi, Venezia oziava, poltriva, marciva. Le contese con Roma erano solo moto che agitasse quella paludosa tranquillitá. Del resto, pace, beato far niente, carnovale quasi perpetuo, ozi e vizi. Non piú guerre continentali da due secoli e mezzo, non marittime contro a’ turchi dal principio del decimottavo; non riforme, non mutazioni, non miglioramenti di niuna sorta; commerci cessanti, perché, da maggiori che erano stati giá, diventarono, non progrediendo, prima pari, poi minori degli stranieri progrediti. La smania di difender qualunque cosa d’Italia, anche i malanni, fece difendere, lodare questa vergognosa decrepitudine veneziana; i nipoti, se risorti, ne giudicheranno. Dicesi delle aristocrazie che elle sono conservative; ed è vero; ma resta a sapere se sia bene o male il conservar le decrepitudini, e se conservandole si conservino gli Stati, o non anzi si precipitino.—Genova avea conservato piú commerci in pace, piú partecipazioni alle guerre italiane, senza dubbio; e l’ultimo fatto della propria liberazione era tale, che parrebbe averla dovuta rinnovare. Ma anche di lei si mani festò la vecchiezza all’incapacitá di saper reggere e serbare i sudditi. Continuarono dopo la pace d’Aquisgrana le parti in Corsica; rimastivi i francesi per aiutar Genova a tenerla, incominciossi a parteggiare per essi contro a Genova, e continuossi a parteggiar da altri per la libertá. Capo di questi era il Giafferi; fu assassinato dal proprio fratello [3 ottobre 1753]; crebbene, se n’inasprì sua parte; chiamò a reggerla Pasquale figlio di Giacinto Paoli, esuli amendue al servigio di Napoli. Natura forte, insulare, ma educata a civiltá, come quella poi di Napoleone, Pasquale Paoli avea del grand’uomo; e intese a liberar insieme e incivilire i suoi. Eppure (terribile insegnamento a chi anche con buone ragioni cerchi a dividere, o, sesi voglia cosí dire, a liberare l’una dall’altra due parti d’Italia), or vedremo a che riuscisse. Approdò a’ 29 aprile 1755; fu riconosciuto da gran parte del popolo, rigettato, combattuto solamente da Matra, uno de’ capi che in breve fu vinto e passò a’ genovesi. Paoli ordinò un governo rappresentativo repubblicano, lui capo, e quasi dittatore, con titolo di «generale del regno e capo del magistrato supremo di Corsica»; ordinò una milizia non permanente ma che accorreva ad ogni cenno suo, ad ogni bisogno. Con questa mantenne la libertá del paese, delle popolazioni, ma non riuscí a cacciare i genovesi da parecchie delle cittá; e fa meraviglia il veder rimasti esso e i còrsi non pochi anni in tal condizione precaria, in sulla difensiva, senza ultimar la cacciata de’ lor nemici. E fosse in essi impotenza, o fiacchezza, o lentezza, ciò fu lor perdizione. Due volte i genovesi richiamarono i francesi: la prima, nel 1756 per due anni; poi, nel 1765 sotto Marbœuf per quattro anni, ma fu per sempre. Addí 15 maggio 1768, a Versailles, Genova cedette l’isola a Francia, serbandovi una sovranitá nominale. Quindici mesi appresso [15 agosto 1769] vi nascea Napoleone; e quindi per que’ patti, per cosí poco tempo frapposto, resta disputato tra Italia e Francia il grand’uomo. Per tali patti la mala contesa d’italiani contra italiani ebbe il fine solito, la soggezione a stranieri; per tali patti resta divelta d’Italia quella nobil isola. Paoli resistette, perdurò un anno ancora. Ma Francia guerreggiava ora per sé; guerreggiò forte e grosso; e Paoli, vinto, lasciò l’isola addí 13 giugno 1769. Esulò in Inghilterra, onde il vedremo tornare, e di nuovo inutilmente.—Ed ora (trascurando le repubblichette di Lucca e San Marino e i principatuzzi di Monaco e Massa, che porterebbero a dodici la somma degli Stati indipendenti italiani a quell’epoca), or ci volgiamo all’ultimo e piú forte e vivo di essi, al Piemonte. Ma la sua vitalitá speciale, e allor sola, stava nella guerra; e dal 1748 in poi sempre rimase in pace. Dicemmo che quando s’aprí tra Austria e Prussia la guerra de’ sette anni, avendo Francia presa parte per Austria, quest’alleanza novissima allora tolse a Carlo Emmanuele III l’occasione solita di entrar in guerra. Fu sventura?Ad ogni modo fu cessazione dell’operositá guerriera di Piemonte. L’esercito tenuto in piè, riordinato, esercitato non vi supplí. Né vi supplirono le operositá di pace, le riforme, i progressi civili fatti qui, del resto, anche meno arditamente che non altrove. Furono in tutto progressi di principato assoluto e non piú; riforme ecclesiastiche piú moderate che altrove; riforme feodali contro a’ signori; uniformitá, centralitá di governo; giustizia retta e severa; severo reggimento delle finanze; e per la prima volta da molto tempo, severi costumi, severa corte. Fu, in tutto, regno piú buono che grande, ed uno buono dopo uno grande è forse giá decadenza. La Sardegna, rozza ancora, quasi barbara, fu quella che si fece progredir piú, per portarla a quel segno delle altre province che si voleva arrivare, non oltrepassare. Lá furono fondate [1764, 1765] le universitá di Cagliari e Sassari. Ma in Piemonte bastò il mantenere, non si vollero forse avanzare gli studi. Ad ogni modo, avanzarono da sé; era giunto il tempo che Piemonte entrasse nelle colture italiane, e v’entrò splendidamente, come vedremo. Fu grave macchia di questo regno, Giannone esule da Napoli a Ginevra, e di lá venuto a Savoia per far sua pasqua, e cosí arrestato e tenuto poi prigione nella cittadella di Torino, dove morí il 7 marzo 1748. Tutto ciò per mal compiacere a Roma, a danno altrui, dopo averle dispiaciuto a profitto proprio. Morí Carlo Emmanuele III ai 20 febbraio 1773. Succedettegli suo figlio Vittorio Amedeo III, minore di lui. E fu servito da uomini pur minori; sia perché ogni principe li cerca pari a sé, sia perché gli uomini eran cresciuti dammeno in tempi piú facili. Amò, curò, esercitò molto, anzi esageratamente, la milizia; e per avere, nella pace non interrotta, un grosso ed allestito esercito, scompose le finanze assestate dal padre, e gravolle di grossi debiti, cattivo apparecchio alle guerre future. Istituí l’Accademia di Torino; amò piú che il padre le lettere e i letterati, e volle proteggerli; ma non dando loro libertá eguale a quella che giá cresceva per essi altrove, fu vergogna del regno suo, che i maggiori uomini di esso, Lagrangia, Alfieri, Denina, Bodoni ed altri, si facessero illustri o grandi,trapiantandosi altrove. Del resto, fu principe buono, amato, ma quasi compatito da sudditi e stranieri.—Finalmente, nella provincia straniera, in Lombardia, incominciaronsi le riforme, i progressi sotto l’imperio di Francesco I e di Maria Teresa. Poi, morto il primo [18 agosto 1765], e succeduto lor figliuolo Giuseppe II all’imperio, e fatto fin d’allora co-reggente degli Stati austriaci dalla madre superstite, e succeduto a questa poi nel 1780, egli fu riformatore piú ardito di tutti, principalmente nelle cose ecclesiastiche; né vi si fermò, per le supplicazioni e il viaggio a Vienna, che dicemmo, di Pio VI. Frati, monache, ecclesiastici ordinari, beni di chiesa, asili, immunitá, a tutto mise mano. Del resto, migliorò ed ordinò in codici le leggi civili, le penali e quelle di procedura; migliorò gli ordini comunali, ordinò la pubblica istruzione, protesse dotti e letterati. E cosí acquistò gran nome, fu posto in cima de’ principi riformatori ed amici di libertá da que’ contemporanei di lui, a cui pareva esser liberati, al cader di que’ privilegi signorili e religiosi che eran pur diminuzione della potenza assoluta e straniera, al livellarsi di tutto e tutti sotto questa. Il conte di Firmian fu ministro a ciò in Italia, e fece Lombardia invidiata da quegli italiani troppo numerosi sempre, i quali, non desti al sentimento dell’indipendenza, non si curan d’altro che di vivere, tranquillamente amministrati, alla giornata.—E cosí in tutto s’era progredito incontrastabilmente; i popoli godevano, i letterati lodavano; gli amici stessi di quel progresso universale, di che incominciavasi a concepir l’idea e pronunziare il nome, esultavano, speravano. E come alla fine del secolo decimoquinto, cosí alla fine di questo decimottavo, l’Italia, poco men che tutta indipendente, pareva avviata a felici destini. Ma in breve si vide una seconda volta, che non è fatto nulla quando non è fatto tutto in materia d’indipendenza; che niun progresso nazionale dura, finché non è fatto quello il quale solo è guarentigia di quanti son fatti, solo buon avviamento a quanti mancano. E si vide che tutte le vantate riforme del secolo decimottavo non erano apparecchi sufficienti a ben ricevere l’occasione che s’avanzava, l’occasione che avrebbe potuto essere d’indipendenza finalmente compiuta, che fu all’ultimo di cresciuta dipendenza.31. Le guerre della rivoluzione francese fino alla pace di Campoformio [1792-1797].—Il nome che rimarrá nelle storie universali future alla rivoluzione francese, quando altre passioni, altri interessi passeggeri saran succeduti a quelli che reggono ora l’Europa, sará probabilmente quello di restaurazione del governo deliberativo e rappresentativo sul nostro continente. Tutte le nazioni figliate dal congiungimento de’ popoli tedeschi co’ romani ebbero sí il governo deliberativo ma non il rappresentativo, assemblee deliberative ma non nazionali. Carlomagno si adattò al governo deliberativo, anzi lo restaurò; e fu cosí grande poi, che potrebbe bastar l’esempio di lui a provare che son compatibili tal governo e la grandezza personale del principe. Poi da Carlomagno al secolo decimoprimo cadde tal governo imperfettissimo, incapace di reggersi da sé. Sorti i comuni al fine di quel secolo, ne risultò, nelle numerose cittá italiane, quel governo repubblicano mal ordinato addentro e peggio fuori, di che abbiam notato a’ luoghi loro le origini, le vicende, ed il triste fine; ma risultò, nello stesso tempo all’incirca, quell’introduzione che pur accennammo de’ comuni, cioè dei loro deputati popolari nelle assemblee deliberative delle monarchie europee, delle tre grandi di Spagna, Francia ed Inghilterra principalmente. E allora si può dir fatta la grande invenzione della rappresentanza, allora passato il governo deliberativo a rappresentativo. Ma fu, come parecchie altre fatte a tempi immaturi, invenzione precoce, incapace di produrre gli effetti suoi. Decadde essa pure, fu negletta dai popoli quasi inutilitá, incommodo e carico; tralasciata dapprima, abolita poi quasi intieramente dai principi come difficoltá ed impossibilitá nel governo di loro Stati cresciuti. Tra il primo terzo del secolo decimosesto e il primo terzo del decimosettimo furono spenti tutti i governi rappresentativi, stabiliti governi consultativi (in breve caduti in assoluti) in tutta Europa, tranne Inghilterra. Nella quale fu fatto sí il medesimo tentativo, ma fallí; e dal tentativo fallito, dalla vittoria del governo rappresentativo riuscí questo nel 1688 finalmente quasi perfetto; e questa fu la prima restaurazione di esso, appena attesa allora, appena studiata per parecchi anni, sulcontinente europeo. Un lungo secolo, centun anni dovetter correr prima che si pensasse a niuna imitazione. Vi si pensò, se ne incominciò in Francia nel 1789; e pur troppo il pensiero fu leggiero, l’imitazione breve, i pervertimenti molti, pronti e gravi e non finiti in quella pur essa incostante, pur essa misera nazione. Ma intanto, tra gli errori e le sventure di Francia, il gran pensiero, la grande imitazione dell’Inghilterra, la seconda e maggiore restaurazione del governo rappresentativo, s’è diffusa in Germania, in Spagna, in Grecia, in Italia, in tutto il continente europeo, tranne Turchia, Russia, e non so s’io dica alcuni principati italiani. Quindi non è dubbio che l’anno 1789 è per tutto questo continente una delle epoche piú grandi e piú atte a segnare e dividere le sue etá storiche, è l’èra della sua libertá rappresentativa restaurata. Ma perché l’Italia non entrò realmente in tal restaurazione se non cinquantanove anni appresso; e perché poi in quest’Italia, che non ebbe in essi, che non ha nemmen ora l’indipendenza, la stessa questione di libertá non è (per chi senta e sappia virilmente) se non secondaria; e perché, se ciò sia vero, noi abbiamo fatto bene, e se non sia, abbiamo errato con meditata sinceritá, e non ci possiamo quindi ricredere; perché, dico, ad ogni modo abbiamo da gran tempo divisa la storia italiana secondo questo interesse primiero dell’indipendenza, e cosí chiamato quest’ultima etá delle preponderanze straniere; perciò noi non possiamo se non comprendere in essa, ed anzi nel periodo terzo delle preponderanze francese ed austriaca, i venticinque anni corsi dal 1789 al 1814. Non è condizione piú anormale all’universale civiltá, che quella d’una nazione senza indipendenza; e l’anormalitá della condizione trae seco l’anormalitá della storia. E il fatto sta che la grand’èra europea del 1789 non introdusse per noi niuna condizione, niuna mutazione, niun fatto nuovo che sia rimasto grande e durevole. Ne preparò alcuni, è vero; ora incominciamo a saperlo; preparò questa libertá che incominciamo ad avere. Ma non possiamo dire che incominciamo ad avere l’indipendenza. E finché non l’avremo, io sfido chicchessia a dire se sia finita l’etá delle preponderanze straniere. Ad ogni modo,il secolo decimottavo diede uno spettacolo duplice; da una parte, Inghilterra sola progrediente ed in quel governo rappresentativo di che ella aveva allora la privativa, ed in ogni sorta di felicità e grandezze interne ed esterne; dall’altra parte, l’Europa continentale incompiutamente progrediente in quelle riforme che noi accennammo per l’Italia, riforme ecclesiastiche e feodali, ma non riforme del principato, non restaurazioni di libertá. Molti dissero allora e poi di queste riforme che elle furono imprudenti, ed io credo che dican bene; imprudentissimo fu al principato riformar tutto, salvo se stesso; esser liberale de’ diritti altrui e non de’ propri; insegnare a’ popoli tutte le libertá, e negar loro quella civile e politica che essi desideran piú e che comprende l’altre. Non ci è mezzo; o non bisogna educare i popoli, o bisogna compier loro educazione; o non bisogna invogliarli, o bisogna dar loro ciò di che si sono invogliati e che prenderan male da sé; non bisogna voler parere, e non esser liberali.—Luigi XVI, re di Francia, fu il solo principe del secolo decimottavo che abbia voluto veramente essere e sia stato liberale. E fu detto e si dice che ei fu imprudentissimo in ciò, ne portò la pena egli, la fece portar a’ popoli suoi. Ma io dico all’incontro, che Luigi XVI non fu imprudente nell’intenzione, ma solamente nel mezzo adoperato, ma appunto nel non dar da sé tutto quello che voleva dare, e nel lasciarlo prendere; fu imprudente in quell’atto imprudentissimo fra tutti gli atti politici, di dare o lasciar prendere a un’assemblea numerosa, popolare, l’ufficio regio straordinario, dittatorio, di mutare lo Stato, di fare una rivoluzione, una costituzione. Gli antichi repubblicani greci e romani, tutti quanti, sospendeano la repubblica, il poter popolare, quando aveano a ricostituir lo Stato; concentravano per a tempo il governo legislativo in un solo uomo o pochissimi, un Licurgo, un Solone, un dittatore, i decemviri. I repubblicani italiani del medio evo, benché tanto dammeno, seppero pur sovente fare il medesimo, crear balie di pochi, per le moltiplici mutazioni di Stato che vollero fare e fecero. Fu riserbato ad un’etá, che era progreditissima sí in molte cose, e si credeva ma non era nella politica interna dismessada due secoli, il cader nell’errore grossolano di dar a fare una mutazione di Stato, una rivoluzione, una legislazione o costituzione ad un’assemblea popolare, di creare, nome novissimo, un’assemblea costituente. Questo errore trasse a tutti gli altri, alle colpe, ai delitti, agli scempi, alle nefanditá che tutti sanno, che tutti i buoni aborrirono e vituperarono giá, che ora è venuta una colpevol moda di lodare o scusare, o almeno non vituperare. La bontá dello scopo ideato da principio, ed arrivato all’ultimo, fa quest’inganno nelle generazioni presenti, dimentiche de’ fatti intermediari; e cosí noi liberali prendiamo quel brutto vizio, che condanniamo pure in altrui, di scusar i mezzi dallo scopo. Ma, mi si perdoni o no, io non mi vi arrenderò: brutto è giá l’arrendervisi tra le concitazioni della pratica, ma piú brutto nella tranquillitá dello studio; qui sarebbe premeditata adulazione per un po’ d’applausi. L’assemblea costituente del 1789 discostituí lo Stato, se stessa; fecesi governo solo, onnipotente, prepotente. L’assemblea, che le succedé nel 1791 con nome diverso, di legislativa, e facoltá minori ma poi esagerate, discostituí piú, fece o lasciò cadere quella monarchia deliberativa che sola era voluta da principio. E, nuova vergogna di quella nazione a’ que’ tempi, la terza assemblea, la Convenzione, abolí poi la monarchia senza nemmeno costituir la repubblica. Dal 1792 al 1796 che si costituí il Direttorio o governo esecutivo repubblicano, non vi fu né monarchia né vera repubblica rappresentativa; vi fu, incredibile esempio in questo secolo, una gran nazione non costituita, non governata, se non alla giornata, da’ pochi che si trovarono a caso in Parigi; or quel comune, or le sezioni di esso, ora una pluralitá, ora una minoritá dell’assemblea; or quelle di altre assemblee non legali, or l’uno o l’altro membro delle une o delle altre; un vero caos politico, un tal cumulo di scelleratezze e barbarie, da far forse scusar l’error contrario a quello detto poc’anzi, di abborrire lo scopo di libertá, in memoria de’ mezzi che l’instaurarono colá. Ma il sommo e piú pazzo delitto di quella rivoluzione fu senza dubbio l’uccisione del re. Non solo l’uccisione, ma il giudicio stesso d’un re è sommo delitto politico in qualunque regno: in unoassoluto, perché ivi il re è la legge viva, lo Stato; ma forse anche piú in uno costituito ad assemblee deliberative, perché ivi il re è guarentito irresponsabile, incolpevole, dalla legge. E quindi, senza dubbio, gran delitto era stato giá nel secolo addietro il giudicio e la morte di Carlo I d’Inghilterra. Ma Carlo I non era buono e virtuoso principe come Luigi XVI; ma Luigi XVI era non solamente principe buono, ma liberale, e solo liberale de’ tempi suoi; ondeché la morte di lui fu insieme delitto di lesa maestá, lesa sovranitá, lesa nazionalitá, lesa liberalitá, lesi progressi, lesa civiltá; la morte di lui ritardò, chi sa di quanto tempo, i progressi di tutte le altre nazioni cristiane; la morte di lui fece e fa scusabili le paure, se sono queste scusabili mai, di tutti i principi d’allora in poi.—E quindi non solamente scusabile ma lodevole, a parer mio, fu il sollevarsi e confederarsi di tutta Europa, prime Austria e Prussia a Pilnitz [27 agosto 1791], poi via via il resto di Germania e Russia, Svezia, Inghilterra, Olanda, Spagna, Portogallo e pur troppo non tutta Italia, contro a quella rivoluzione diventata antiliberale e anticivile. Ed anche qui so di oppormi a molti, i quali giudicando da’ tempi presenti, da rivoluzioni minori e tutto diverse, sentenziano non dover gli stranieri, né per diritto, né per prudenza, frammettersi alle volontá di niuna nazione. Ma lá non era, non dovea, non potea supporsi volontá cosí anticivile in una nazione civile; oltreché, forse la civiltá e la libertá de’ popoli non iscapiterebbero nemmeno adesso o mai, se si venisse al principio di non soffrire nella cristianitá niuno evidente e scandaloso delitto, venga di giú o di su, di lesa civiltá o cristianitá. Del resto, chiunque esaminerá (come si fará poi senza dubbio) attentamente i fatti di que’ tempi, vedrá che le aggressioni vennero allora per lo piú da’ rivoluzionari francesi, assalenti tutti i principi europei come illegittimi o tiranni, tutti gli Stati come illegittimamente costituiti finché non fossero liberi, cioè sconvolti, a modo di Francia.—Se niuni poi, certo erano i principi e i popoli italiani in diritto, in dovere di difendersi da tali assalti; aggiugnevasi, ad essi deboli e vicini, il pericolo sommo che ne veniva a lor indipendenza nazionale. Eppure, vergogna italianasimile a quella del 1494, come allora era stata lasciata quasi sola Napoli minacciata dagli stranieri, ed aveano titubato o barcheggiato gli altri, Savoia, Venezia, Firenze ed Alessandro VI, cosí ora fu lasciato solo Piemonte all’aiuto straniero austriaco, e barcheggiaron Genova, Venezia, Firenze, Napoli e Pio VI; tutti quanti. Ciò i governi; né furono migliori, piú sodi e piú politici i popoli nostri; gridaron gli uni pace, sempre pace, cioè ozio, finché la guerra non si fu appressata a poche miglia, e cosí affievolirono, invilirono i governi giá fiacchi e vili; e gli altri, i liberali di quell’etá (e diciam pure a consolazion nostra, che non portavano per anco tal nome, ma quelli di «repubblicani» o «giacobini»), fecer turpe alleanza di desidèri, di grida e di congiure colla turpe libertá, cioè colla mostruosa tirannia popolare francese. Diciamolo d’un tratto, non fosse altro, per abbreviare, e non tornarvi: principi e popoli, governanti e governati italiani della fine del secolo decimottavo, furono (salvo pochissime e tanto piú onorevoli eccezioni personali) insufficienti alla terribile occasione, mostrarono l’insufficienza delle riforme fatte lungo il secolo.32. Continua.—Nel 1792 (morto giá Leopoldo imperatore al primo marzo, e succedutogli suo figliuolo Francesco II), si mossero gli alleati contra Francia dal Reno. Ma furono respinti a Valmy, a Jemmapes, e perdettero il Belgio e la riva sinistra di quel fiume fino a Magonza. E in Italia, mentre erano per via gli austriaci in aiuto a re Vittorio Amedeo III di Sardegna, furono tolte a questo d’un tratto, senza buona resistenza, Savoia e Nizza [settembre].—Nel 1793 [21 gennaio] salí sul palco Luigi XVI. Entrarono allora nell’alleanza molti principi che non v’erano ancora, e fra gli altri il papa e Napoli; e si sollevarono la Vandea, Lione, Marsiglia e Tolone, data poi in mano ad inglesi, a piemontesi, a napoletani [27 agosto]. Quindi, i repubblicani guerreggiavano infelicemente dentro e fuori; e perdean Belgio, Magonza e la sponda sinistra del Reno, fino alla fin dell’anno, che sotto Hoche ripresero le linee di Weissembourg e Landau. In Italia una flotta francese tentò la Sardegna, ma fu respinta [24 gennaio]. Corsica si sollevava contraFrancia sotto Paoli, tornatovi da qualche tempo; e vi venivan poi gl’inglesi, ed eran ricacciati all’ultimo; di che, come di provincia oramai tutta francese, non diremo altrimenti. Intanto i piemontesi ed austriaci tentarono riprendere Savoia e Nizza, e dar la mano a Lione e Tolone. Combatterono non senza vigore [8, 12 giugno] al colle di Rauss nelle Alpi marittime; ma furono respinti in ogni altro luogo; e caddero poi Lione [9 ottobre] e Tolone [19 dicembre]. A questa ripresa di Tolone, Napoleone contribuí come ufficiale d’artiglieria. Quest’anno 1793 fu il bruttissimo della storia interna di Francia. Ma confessiamolo a gloria di quel popolo; quella bruttezza fu ricompra dalla magnifica difesa della indipendenza. Salvo i regi, tutti s’unirono a tal difesa. Né serve attribuirla, come fanno alcuni, chi a Carnot, chi al terrore di Robespierre e consorti; né Carnot né il terrore non avrebbon valuto, senza quel sentimento d’indipendenza che fu solo buono rimasto allora a’ francesi, che fu tanto piú forte forse perché solo buono lor conceduto, e che bastò a ricondur poi la nazione a poco a poco a tutti gli altri, salvo la costanza. Alla quale pure essi verranno: ché quanto piú si scorron tempi o paesi, piú si vede confermato che questo sentimento genera, tosto o tardi, tutti gli altri buoni.—Nel 1794 poi, mentre cessava [28 luglio], per il supplizio di Robespierre e de’ suoi complici principali, quella somma tirannia che fu detta il Terrore, gli eserciti repubblicani uscivan di nuovo di Francia da ogni parte, riprendevano Belgio e la riva sinistra del Reno, invadevano Olanda e Spagna. In Italia s’avanzavan meno; trattenuti dall’esercito piemontese, non prendeano che le somme Alpi al piccolo San Bernardo, al Moncenisio, all’Argentiera. Ma tra l’Alpi marittime e l’Appennino violavano [aprile] la stolta neutralitá di Genova, e s’allargavano nella riviera di ponente, e né per questo si riscuoteva Genova. Né si riscuoteva Venezia, l’altra decrepita aristocrazia. Quindi, i francesi prendean Saorgio e il Col di Tenda ed altri passi, e scendean qua e lá in Piemonte. Combattessi principalmente [21 settembre] a Dego, destinato a maggior rinome. In quest’anno [23 maggio] a Valenciennes fu firmato tra Sardegna ed Austriaun trattato, che sarebbe stato fatale se non fosse stato stoltissimo allora ed annullato da’ fatti poi; un trattato, per cui casa Savoia dovea disfar l’opera de’ maggiori, riportar sua potenza in Francia, restituendo ad Austria altrettante province verso Lombardia.—Nel 1795 finalmente, quando i repubblicani francesi ebber riuscito a far una repubblica di due assemblee legislative con un Direttorio esecutivo [4 novembre], allora cominciarono a far paci colle potenze nemiche. E prima (brutto vanto) con Toscana [9 febbraio], che non era mai entrata né avrebbe potuto entrar seriamente in guerra; poi con Prussia [5 aprile], con Olanda [16 maggio], con Ispagna [22 luglio]. Quindi, giá non rimanendo essi in guerra continentale se non contro ad Austria e all’imperio e Piemonte, incominciarono in Germania a passar il Reno; ed in Italia ritentarono gli Appennini, e vinsero a Loano [23, 24 novembre], ma furono pur trattenuti al di lá.—Ma l’anno 1796 vide mutarsi a un tratto i modi e la fortuna di quella guerra, l’Italia, l’Europa, per l’elezione di Napoleone Buonaparte, giovane di ventisei anni, al posto di generale dell’armata d’Italia [29 febbraio]. Giuntovi appena [26 marzo], si cacciò tra l’Appennino, al centro della linea di difesa nemica, tra austriaci che vi stavano a sinistra verso Lombardia, e piemontesi a destra verso Piemonte. Vinse or gli uni or gli altri di qua, di lá, a Montenotte [11 aprile], a Dego [12], a Millesimo [14], a Mondoví [22]. E lí presso a Cherasco [28], i piemontesi abbandonarono la guerra, fecero una brutta tregua, mutata poi [18 maggio, a Parigi] in brutta pace; per cui lasciavano l’alleanza, cedean Savoia e Nizza; davano in mano ai francesi le migliori fortezze dello Stato, quelle fortezze vergini d’assalto, in cui e con cui avrebbon potuto e dovuto resistere, e cui date, si facean servi. Fu incredibil viltá, comparata alla virtú antica dei piemontesi, di casa Savoia; ma essi avean fatte almeno quattro campagne, una brutta, ma tre belle; avean tenuto lo straniero quattr’anni su quell’Alpi e quegli Appennini, ove eran accorsi con essi pochi austriaci, non un altro italiano. Conchiudiamo, che allora il migliore Stato italiano valea poco, gli altri nulla.—Intanto Buonaparte proseguí sua invasione, suevittorie. Subito passò il Po a Piacenza [7 maggio], concedé una tregua con multa al duca di Parma [9], combatté e passò l’Adda a Lodi [9]; entrò in Milano [15] trionfante ed applaudito da’ repubblicani, o, come li chiama Botta, gli «utopisti» italiani, esecrato dal grosso delle popolazioni che si sollevarono qua e lá. Trattenutone pochi dí, riavanzò, passò l’Oglio, entrò nel territorio della moribonda Venezia, che per la terza o quarta volta deliberò non tra pace o guerra, ma tra neutralitá armata o disarmata, e s’appigliò a questa. E vincendo poi a Borghetto [28 maggio], entrò in quel campo di guerra tra Mincio ed Adige, dove egli, il giovane ed arditissimo de’ capitani antichi o moderni, vi si fece quasi un Fabio indugiatore, vi si fermò, vi si piantò, vi aspettò quattro eserciti nemici, contentandosi di vincerli in una guerra difensiva e lunga di otto mesi intieri, dove poi quella devota vittima di Carlo Alberto non fu rimasto un mese senza che i capitani di bottega, di setta, di piazza, od anche di piú autorevoli assemblee, lo spingessero ad uscire, ad avanzare, a correr paese, a dar la mano a chiunque si sollevasse, a guarnir l’Alpi, ad estendersi, a perdersi, a perder la piú bella occasione che sia stata mai all’Italia. Ed a piú dolore e piú vergogna si ritenga, che il gran capitano francese aveva, lasciategli da’ veneziani, Peschiera, Legnago e Verona, mentre l’infelice italiano aveva contro sé queste tre fortezze, l’ultima delle quali accresciuta a tal segno da annullare in paragone l’importanza di Mantova stessa, e da essere il baluardo, la piazza d’armi, il palladio della potenza austriaca in Italia. Cosí dismessa ogni altra impresa, ogni altra idea, ogni altro pensiero, avesse egli assalito Verona seriamente, lentamente, destinandovi i mesi, gli anni, qualunque tempo! Ma, sinceramente, era egli possibile ciò? Forse sí; ma se mai, co’ due modi napoleonici: primo, lasciar dire, e ridur la guerra a quell’impresa; secondo, minacciar di far fronte addietro, contro ai perturbatori della patria. Ma non erano né dovevano essere modi nostri. Vi pensi, sí, per un’altra volta, l’Italia. I campi di guerra dati dalla natura non si mutano per andar de’ secoli; l’arte, rinforzandoli, li fa anzi piú importanti. E da Mario e i cimbri, o forse prima, finoa noi, quel campo di Mincio ed Adige fu, è e sará quello ove si combatterá, se mai, la causa nostra. Diavi allora la patria campo libero, e senza disturbi a’ suoi soldati. Chi sta al terribile ed onorato gioco dell’armi è suscettivo, concitabile, iroso, e, se sia lecito dire, nervoso. Rispettate i combattenti, non disturbateli; non meno che le loro ire, temete le loro svogliatezze; serbate loro alacritá, lasciateli vincere una volta; e ricompensateli poi, se vi paia, coll’ingratitudine. Non sará il primo esempio; ma intanto voi sarete stati liberati.—Sei giorni appresso, Buonaparte accerchiò Mantova [3 giugno]. Cosí collocato, die’ alcuni giorni, e gli bastarono, ad assicurarsi, a spalla, degli Stati minori italiani. Entrò a Modena [19], poi a Bologna, in Toscana [26]; gettò un presidio a Livorno, e firmate tregue con Napoli e col papa, tornò dinanzi a Mantova. Ivi egli era minacciato da un secondo e grande esercito austriaco, che scendea sotto Wurmser per Tirolo, dai due lati del lago di Garda. Al 29 furono assaliti i posti francesi. Al 31, quel giá sommo de’ capitani moderni abbandonò l’assedio, si volse tutto alla guerra campale; ed in sei dí, vincendo a Lonato [3 agosto] e a Castiglione [5], rigettò Wurmser nelle Alpi tirolesi. Ma rifattovisi questo e minacciando nuova discesa, di nuovo Buonaparte prese l’offensiva; e combattendo dal 3 al 5 settembre, risalí Tirolo fino a Trento: poi, non trovatovi Wurmser che scendea intanto per Val di Brenta, ve l’inseguí con magnifica risoluzione, a Bassano, a Legnano, e lo ridusse a buttarsi in Mantova [13]. Allora, libero di guerra campale, ricominciò e spinse l’assedio.—Ma minacciava intanto dal Friuli Alvinzi con un terzo esercito, la terza campagna austriaca dell’anno; bella costanza da svergognare le debolezze italiane. Le virtú degli avversari son le piú importanti a riconoscere, per prenderle e vincerle. Al 10 ottobre Napoli, al 5 novembre Parma firmavan lor paci con Francia. Modena, Bologna e Ferrara, occupate e sommosse da’ francesi, si dichiaravan libere, formavano l’efimera repubblica cispadana [16 ottobre]. Il medesimo dí, morto Vittorio Amedeo III, succedeva Carlo Emmanuele IV figliuolo di lui, nel regno occupato ed asservito; nel regno che, egli principe buonoe pio, tenne pochi anni poi, quasi una sventura, una penitenza, una croce. Il dí 1º novembre Alvinzi passò la Piave, ed in vari combattimenti respinse l’esercito francese sull’Adige, fece pericolar la fortuna di Buonaparte. Ma a un tratto, questi scende da Verona per la destra d’Adige, il passa, prende in fianco Alvinzi, lo sconfigge ad Arcoli [15, 16, 17 novembre], e torna quindi all’assedio di Mantova. Tal fu l’anno 1796, che rimarrá famoso sempre nella storia militare, per l’arte innalzata al sommo dalla giovanile e meravigliosa facoltá inventiva di Buonaparte. In Germania gli eserciti francesi avanzati oltre Reno, erano sforzati a indietreggiare dall’arciduca Carlo, e facevano una bella ritirata sotto Moreau; ed anche queste operazioni e questi capitani sono gloriosi.—L’anno 1797 s’aprí con una quarta discesa austriaca, una quarta difesa offensiva e nuove vittorie di Buonaparte. Alvinzi ridiscendea dall’alto Adige, Provera assaliva sul basso [12 gennaio]. Buonaparte corre al primo, e lo vince a Rivoli [14]; corre al secondo giá arrivato alla Favorita dinanzi a Mantova, e vince lui e Wurmser uscito dalla piazza, e prende il primo, e fa rientrar il secondo [16]; ondeché questi, ridotto agli ultimi, in breve capitolò [2 febbraio]. Ed ora, ad uno solito ed anche buon capitano sarebbe paruto tempo di riposar l’esercito; ma non a Buonaparte. Mossosi contra il papa, firmava [19 febbraio] la pace a Tolentino, facendosi cedere (oltre Avignone) Bologna, Ferrara, le Legazioni, trenta milioni. Poi, addí 10 marzo, moveva Joubert per il Tirolo, Massena per la Ponteba, se stesso al Tagliamento, per finir la cacciata degli austriaci dall’Italia, per passare d’Italia ad Austria, quell’Alpi tante volte passate a rovescio; un esercito francese doveva venirne a dar l’esempio. L’arciduca Carlo, il piú grande de’ capitani che abbiano combattuto Francia fino a Wellington, comandava quel rinnovato e forte esercito austriaco che era il quinto da un anno. Ma addí 16 Buonaparte vinse al Tagliamento, addí 19 all’Isonzo; varcate l’Alpi, si trovava addí 31 a Klagenfurth, riunito con Massena, presso a riunirsi con Joubert. Intanto, a sue spalle sollevavansi contro a lui Bergamo [12], Brescia [17], Salò [24], Crema [28]; tutte quelle popolazioni veneziane che lavil repubblica non aveva sapute usare contro all’invasore in faccia, che ora ella gli sollevava o si sollevavano a spalle, opportunamente come poteva parer allora, piú inopportunamente che mai, come si vide in breve. Buonaparte sentí il pericolo, accresciuto dal non saper che gli eserciti francesi del Reno avesser incominciate lor mosse; temé aver tutta Austria dinanzi, tutta Italia addietro; propose negoziati [31]. Ma rifiutato, riavanzò arditamente, combattendo a Unzmark [3 aprile], e fino a Leoben [7]. Allora Austria, minacciata al cuore, domandò essa l’armistizio. Fecesi di cinque giorni. Finiva addí 13 al mattino; arrivarono in quel punto i plenipotenziari austriaci a trattar pace. Trattossi altri cinque dí; e firmaronsi i preliminari lí a Leoben, addí 17. Austria cedeva il Belgio e il Milanese da rivolgersi in repubblica; doveva compensarsi in Germania coi principati ecclesiastici da abolirsi, in Italia col territorio di Venezia fino all’Oglio; rimanendo Venezia da compensarsi colle Legazioni e Modena, cioè colla efimera repubblica cispadana: stranissimo riparto della schernita Italia. Ma il dí prima de’ preliminari [17], che era un lunedí di Pasqua, anniversario de’ vespri siciliani, sollevavasi Verona, facevansi vespri veronesi. Ridiscese quindi il gran vincitore e mal pacificatore dall’Austria in Italia; mandò sue minacce, suoi ordini, sua vendetta a Venezia, ed egli, con stupenda arte di perfidia, si scostò dall’esecuzione, fu ad aspettarla a Milano. Addí 12 maggio, in gran Consiglio, la vile aristocrazia veneziana abolí se stessa, restituí, diceva, la libertá alla nazione, cioè a una repubblica democratica, cioè a una municipalitá alla francese. Questa chiamò gli stranieri addí 16. E, al medesimo dí, le medesime condizioni, i medesimi patti pattuivansi in Milano, tra i plenipotenziari veneti e Buonaparte! Talmente a cenni, a dito del vincitore fu consumata quella distruzione d’uno Stato di mille anni. Seguirono moti in Genova, per cui anche quella repubblica fu mutata da aristocratica a democratica francese, e prese nome di «ligure»; moti nella Valtellina contro a’ grigioni, per cui Buonaparte, fatto arbitro, tolse quella provincia a’ grigioni e diedela alla repubblica cisalpina, che stavasi, come si disse allora, organizzando. E seguirono negoziati, dapprima dipace generale in vari luoghi, e poi, rotti quelli, di pace particolare tra Francia ed Austria presso a Campoformio; e Buonaparte in persona li condusse, vi tiranneggiò Austria, Francia, Italia a modo suo. Rigettato da Cobentzel il suoultimatum, ruppe addí 16 ottobre; e addí 17 fu accettato quello, e fattane pace definitiva. Francia (giá accresciuta di Savoia, Nizza, Avignone) rimase accresciuta del Belgio e della riva sinistra del Reno; e questi e gli altri ordinamenti germanici rimandati legalizzare ed ultimare a un congresso futuro a Rastadt. Venezia e la efimera repubblica cispadana sagrificate del tutto; Austria compensata in Italia con Venezia e tutto suo Stato (salvo l’isole) fino all’Adige. Una repubblica cisalpina (brutto nome che sottintendeva «Francia») costituita a Milano, e formata di Lombardia, Modena e le Legazioni.—Napoleone fu incontrastabilmente il piú gran capitano di questo e molti, e forse tutti i secoli; e l’anno non corso intiero, dall’11 aprile 1796 al 7 aprile 1797, basterebbe a dargli tal vanto. Ma Napoleone fu, senza dubbio, mediocre politico ad ordinare Stati internamente, pessimo ad ordinarli insieme, a rifar quella carta d’Europa che egli tanto pur meditò e rimutò. Negli ordinamenti interni, non badava a libertá, negli esterni, non a nazionalitá; né in quelli né in questi, ai desidèri, ai voleri, al potere dell’opinione universale. Nei tanti riordinamenti che fece d’Europa, non badò mai a limiti, a schiatte, a lingue, a natura; non ebbe mai l’idea, sola effettuabile durevolmente, di costituir nazioni. Qui non pensò a costituir l’italiana che era pur sua, o del padre e della madre sua: egli non vi lasciò solamente, vi accrebbe fin d’allora la potenza austriaca; egli ve la stabilí in modo da far l’Italia settentrionale campo inevitabile di nuove lotte tra Francia ed Austria, campo di servitú alla prima di queste per pochi anni, alla seconda Dio sa per quanti; egli fu il primo inventore degli ordinamenti del 1814 e 1815. Vero è che vi fu aiutato dall’incredibile stoltezza di quasi tutta Italia, della rimbambita Venezia principalmente, e di quelle popolazioni sollevatesi appunto appunto per autorizzar chi le voleva sacrificare.33. Segue fino alla pace d’Amiens [1797-1802].—La condizione precaria fatta da quella mala pace all’Italia era questa: Austria dunque fino all’Adige; la novizia repubblica cisalpina, composta di antichi sudditi austriaci, modenesi, papalini, divisa in parte antica e che or diremmo legittimista assoluta, e parte democratica pur assoluta, niuna di mezzo; esercito novissimo lentamente sorgente, e vituperato di quel detto di Buonaparte che non avrebbe resistito ad un reggimento piemontese; e quindi con tal pretesto e ragione, un esercito d’occupazione francese, e generali e commissari dittatori, cioè insomma dipendenza straniera assoluta. La monarchia piemontese rimaneva ridotta e stretta tra le due repubbliche di Francia vera e Francia cisalpina, ed occupata essa pure, attraversata da francesi. Parma sopravviveva sotto lo scudo di Spagna, Toscana sotto quello d’Austria. Roma travagliata tra suo vecchio governo e la vicinanza della nuova ed invadente democrazia cisalpina, Roma pareva all’ultima agonia; ed eravi per allora, e sarebbe stata per sempre, se non vi fosse il poter temporale appoggiato allo spirituale. E finalmente la regina Carolina ed Acton fremevano da Napoli contro alle novitá, cui non avean saputo resistere nel farsi, cui fatte volevan disfare. Insomma, o per vecchiezza mal sostenuta, o per nuova e cattiva costruzione, tutti gli edifizi degli Stati italiani minacciavan rovina.—La prima fu quella di Roma. Scoppiovvi una sommossa di repubblicani [28 dicembre 1797], cosí dappoco che non resistettero ai dragoni del papa. Rifuggirono al palazzo di Francia, dov’era ambasciatore Giuseppe Buonaparte fratello di Napoleone, e a lui addetto un giovane generale Duphot. Questi fu ucciso nel tumulto. Fecesene scandalo, grida, violazioneiuris gentium, e via via. Arrivò Berthier, generale in capo de’ franco-cisalpini, al 10 febbraio 1798, entrò, fu menato in trionfo a Campidoglio; e lí sotto, a Campo Vaccino, dinanzi ad un notaio, fu proclamata la repubblica romana. Non sarebbe pregio d’opera anche piú distesa riferire le costituzioni, o peggio i subbugli, le parti, cioè i pettegolezzi di questa e delle seguenti repubblichette efimere. Piú seria, piú storica la resistenza del vecchio ed or dignitosoe coraggioso pontefice; il quale ricusò ogni rinuncia, e fu subito portato via a Toscana, ed indi a Valenza in Francia, dove morí [29 agosto 1799].—Intanto cadeva casa Savoia. La repubblica ligure infrancesata dichiarava la guerra a Carlo Emmanuele. Intromettevasi Francia, ed occupava la cittadella di Torino. E finalmente, a un medesimo di a Parigi e a Torino, dichiarava la guerra (tirannica derisione) al re giá spogliato d’ogni mezzo di resistenza; e questi abdicava [9 dicembre] virtuosamente protestando, ed era poi portato via a Toscana, e lá imbarcato per Sardegna. E cosí, dopo quattro anni di difesa militare, e due di difesa diplomatica (sostenuta principalmente dal Priocca ministro degli affari esteri e dal Balbo ambasciatore a Parigi) cadeva anch’essa non senza dignitá casa Savoia. Questa e il papa soli fra’ principi italiani ebbero, non avendo saputo resistere, l’onore almeno di aver saputo soccombere. E del Piemonte pure fu tentato fare una repubblica; ma non fu conceduto dai francesi, che lo serbarono sotto un governo, come si diceva, provvisorio.—Napoli poi cadde poco appresso, ma men bene di gran lunga. Carolina ed Acton ministro, e Mack generale tedesco assoldato da essi, e Nelson ammiraglio inglese trionfante della sua recente vittoria navale ad Abukir, immaginarono decidere, romper essi dal loro angolo d’Italia quella guerra, che si riannuvolava giá da tutta Europa. Apparecchiato un grande esercito, i napoletani invasero la nuova repubblica romana, entrarono in Roma [29 novembre], abbandonata dal piccolo corpo francese di Championnet. Ma battuti i napoletani fin dal primo incontro ad Otricoli [9 dicembre], lasciaron Roma; e rientrovvi Championnet, e li inseguí ai limiti del Regno ed oltre. Ferdinando Borbone, spaventato, salpò con la moglie e la corte sulle navi di Nelson per Sicilia [31 dicembre].—Al nuovo anno 1799, si avanzò Championnet contro a Capua [3 gennaio], e firmò un armistizio [11] con Mack; ma sollevossi Napoli contro a questo ed al governo del re, e la cittá rimase in mano a’ lazzaroni, sotto il principe di Moliterno, che finí quella confusione chiamando i francesi [23 gennaio]. Ed ivi pure fu organizzata una repubblichetta alla francese, la quale(perché non erano ancora di moda le caricature del medio evo, ma sì quelle greche e romane) fu detta «partenopea».—Scoppiava poco appresso la guerra della seconda coalizione europea; da una parte, Inghilterra che non avea cessato mai, Austria che ricominciava diciotto mesi dopo la pace mal fatta e peggio eseguita di Campoformio, e Russia che entrava or per la prima volta in guerra effettiva; dall’altra, Francia e le sei repubbliche satelliti sue, olandese, elvetica testé rivoluzionata, democratizzata, centralizzata e ribattezzata, ligure, cisalpina, romana e partenopea. Jourdan passando il Reno in Germania [1º marzo], Massena passandolo in Elvezia [6], e l’arciduca Carlo passando il Leck [3], aprirono la campagna. La quale fu condotta colá infelicemente per Francia, ma pure serbando all’ultimo le due linee del Reno e della Limmath. In Italia poi Scherer e l’esercito francese incominciarono essi passando l’Adige [26 marzo]; ma battuti nei dí seguenti da Kray, si ritrassero [7 aprile] sul Mincio, e quindi precipitosamente sull’Oglio, sull’Adda. Scherer avvilito lasciò il comando a Moreau, giá generale in capo illustratosi in Germania, e qui semplice general di divisione. Intanto arrivava l’esercito russo sotto Suwarow, capitano molto illustratosi in Turchia e troppo in Polonia. E perché a Championnet, richiamato dall’esercito di Napoli nell’Italia superiore, era succeduto Macdonald buon capitano esso pure, fu bella guerra anche questa. Moreau battuto a Cassano sull’Adda il dí appresso a quello in che prese il comando [28 aprile], si ritrasse lentamente a Milano, a Torino; e dato tempo cosí alla fuga scompigliata de’ repubblicani cisalpini e piemontesi, passò il Po, lascionne tutta la riva sinistra, ridisceselo sulla destra, e si collocò al confluente del Tanaro tra Alessandria e Valenza. Suwarow prese Torino, ma esso pure ridiscese il Po a manca, e, passatolo, si collocò a Tortona in faccia a Moreau. Questi gli sguizzò di mano, e posesi a Novi, tendendo la destra a Macdonald che arrivava da Napoli, Roma, Toscana abbandonate. Verso la metá di giugno eran presso a riunirsi i due. Ma fosse fretta di Macdonald o indugio di Moreau, quegli si trovò impegnato solo contro a Suwarow bellamente cacciatosi in mezzo.Alla Trebbia combatteronsi tre giornate [17, 18, 19]. E battutovi Macdonald, si riuní allora a Moreau per l’Appennino; sul quale fu cosí cacciato tutto l’esercito francese, rimanendo il resto d’ Italia in mano agli austro-russi. E quindi si vede, come da altri esempi numerosi antichi, nuovi e novissimi da Annibale fino a noi, che ivi pure tra il Po, la Trebbia e l’Appennino è un altro campo apprestato dalla natura, fortificato poi dall’arte variamente, alle guerre italiane, un campo che è primo o secondo in importanza a quello di Mincio ed Adige, secondoché le guerre ci vengono di Francia o di Germania; campo poi difensivo principale, forse unico, al Piemonte contro l’Austria. Vergogna a noi, a noi piemontesi dico, di non averlo saputo adoprare nell’ultima nostra prova. Avrebbe bastato a ciò seguir le patrie tradizioni, e principalmente gli ultimi esempi di Suwarow e Moreau.—Seguirono restaurazioni degli antichi governi non meno efimere, che le repubblichette testé cadute. A Napoli tornarono re, regina e il resto, incrudeliti a vendetta dal recente avvilimento e dal subitano e immeritato trionfo. Ivi Nelson sporcò la propria gloria e la bandiera inglese, imprestandola ai supplizi. In Roma, in Firenze, in Torino eran proclamati papa, granduca e re, ma assenti, e governarono intanto gli alleati poco diversi da nemici, piú odiosi. Come gl’italiani repubblicani poc’anzi, cosí ora i regii poterono imparare, che sieno le difese, le protezioni, gli ordinamenti stranieri. Austria aveva allora tutta Italia in sue mani; e mostrò l’intenzione di serbarne molto o tutto; e perdette l’opinione de’ propri partigiani. In Piemonte principalmente, crebbe allora l’antico odio ad essa. Che piú? Per questa aviditá, Austria perdé la guerra stessa; per assicurarsi del paese ridusse la guerra campale ad assedi; furon prese Alessandria [22 luglio], Mantova [30]. Allora coll’esercito riunito, Suwarow s’avanzò all’Appennino, e vinse in gran battaglia a Novi l’esercito francese capitanato da Joubert, e, lui ucciso, di nuovo da Moreau [15 agosto]. Quindi l’esercito francese si ridusse in parte dentro e intorno a Genova, e in parte sul Varo a difendere Provenza. E giá, passati in Isvizzera Suwarow e l’esercito russo [21 settembre], Melas coll’esercitoaustriaco tentava Genova.—Ma mutavasi allora di nuovo a un tratto e del tutto la fortuna di Francia per l’arrivo di Napoleone Buonaparte dall’Egitto, che egli avea conquistato da due anni, e che lasciava ora senza ordini, di proprio moto, per venirsi porre a capo della mal condotta e da lui disprezzata repubblica. Addì 9 ottobre, approdava a Fréjus; addí 9 novembre [18brumaire], distruggeva il Direttorio, e metteva invece un governo di tre consoli provvisori, se stesso, Sièyes e Ducos. Elaborata quindi una nuova costituzione con un primo consolo, che naturalmente fu egli, e due minori, Cambacérès e Le Brun; entrarono in carica il dí di Natale 1799; mille anni, dí per dí, dall’assunzione di Carlomagno all’imperio.—Quindi subito, e piú poi ne’ primi mesi del 1800, seguí sotto a Napoleone quel ricalcare i propri passi la rivoluzione francese, quella, come si diceva allora, controrivoluzione, tanto temuta da tutti i rivoluzionari, tanto immanchevolmente destinata a tutti, quel mirabile restaurarsi e riordinarsi dell’amministrazione, della giustizia, delle finanze, dell’esercito di Francia, che ci fu recentemente cosí ben narrato dal Thiers; ben narrato, dico, perché nemmen egli, francese e napoleonico, ma liberale, non tace né vela ciò che vi mancò, la libertá. Lo stupore d’Europa a sì grandi mutazioni, gl’indugi degli austriaci che per otto mesi dopo la battaglia di Novi non fecer quasi nulla né in Italia né fuori, dieder agio a Napoleone ad apparecchiar la magnifica campagna del 1800. Pose Moreau ed un forte esercito in Elvezia ed Alsazia sul Reno, con ordine di passarlo; Massena e le reliquie degli eserciti d’Italia a difesa di Genova e d’Appennino; e un terzo esercito di riserva sotto Berthier nominativamente a Digione, di fatto qua e lá, dove venivan raccogliendosi le divisioni, le brigate via via; cosicché, tra il grido sparsone e il non trovarsene quasi traccia a Digione, furono ingannate le spie nemiche, credettero finzione e vanto la verità bandita. Gli austriaci apriron la campagna. Melas assalì Massena addí 5 aprile, e fortissimo contra debole, lo rinchiuse in Genova e lo separò da Suchet che si ritrasse quindi sul Varo, e vi fece una lunga e bella difesa, mentre Massena fece la sua bellissima di Genova. Quindientrò in campagna Moreau [25], passò il Reno su quattro punti da Strasburgo a Sciaffusa; e combattendo e vincendo a Stockach, a Moesskirk, giungeva al Danubio, ad Ulma, dove riduceva l’esercito austriaco di Kray. Posava quindi, staccata giá una forte divisione sua al San Gottardo, per iscendere in Italia in aiuto a Napoleone. Questi poi erasi mosso terzo [5 maggio] da Parigi; e attraversata Digione dove erano appena alcuni depositi dell’esercito di riserva, n’avea raggiunto il grosso sulle sponde, anzi al sommo capo del lago di Ginevra. Addí 14, aveva spinto Lannes e sue prime divisioni a passar il Gran San Bernardo; poi l’altre ne’ dí seguenti fino al 20, che passò egli. Lannes scendendo per Val di Dora, s’era abbattuto contro al forte di Bard, che la chiude, e passato sulle balze a sinistra, come poté, era pur progredito. Cosí fece a stento il resto dell’esercito, Napoleone. Addí 22, Lannes sboccò da’ monti, e prese Ivrea; addí 28, dai colli, e prese Chivasso sul Po. E raccolto lá alla pianura oramai tutto l’esercito, Napoleone minacciò a destra Torino, ma piombò a stanca sul Ticino [31], e passatolo, su Pavia e Milano [10 giugno]. Entrò egli in questa il dí appresso; e pensi ognuno le meraviglie, le gioie dei repubblicani, dei cresciuti nemici d’Austria, degli amici de’ francesi e della libertá, pur cresciuti all’ordinarsi apparente di essa in Francia. Né fermossi guari Napoleone costí. Partendo di Parigi aveva accennato col dito in sulla carta la pianura tra Alessandria e Tortona, come quella ove Melas preso a spalle raccoglierebbe probabilmente l’esercito austriaco, per rompersi una via alla ritratta. E Melas, sorpreso a Nizza mentre guerreggiava tranquillo contro Suchet, obbediva ora al dito fatidico correndo egli e facendo correre sue divisioni disperse al punto assegnato. Massena intanto era sforzato dal difetto assoluto di viveri in Genova, addí 4; e, fatta un’onorevole ed utile capitolazione, sbarcava quindi a Savona dove dava la mano a Suchet giá riavanzato. E Napoleone, lasciata Milano addí 8, raggiungeva l’esercito suo che giá aveva passato il Po a Pavia. Addí 9, incontravansi i due primi corpi nemici a Stradella e Montebello; e vinceva il francese sotto Lannes, che n’ebbe poi il nome.Quindi seguendo e convergendo a destra, tutto l’esercito francese trovavasi in Voghera e Tortona, contro all’austriaco raccoglientesi ad Alessandria. Trovavansi cosí i due eserciti in una di quelle posizioni dove forza è si decidano i destini delle nazioni; l’esercito francese aveva l’austriaco tra sé e Francia, l’austriaco aveva il francese tra sé ed Austria; ma con questa gran differenza, che il francese cra venuto costí a posta e credea tagliare, l’austriaco sorpreso teneasi per tagliato; ed ognun sa, che anche in guerra l’opinione fa la forza. Tre dí passarono in formarsi, assicurarsi l’uno e l’altro. Addí 13, Napoleone, passata la Scrivia, e spiegatosi ne’ piani di Marengo e non trovatovi il nemico, temettelo scampato. Ma all’aggiornare del 14, sboccò questo dal ponte della Bormida, e si spiegò nei medesimi piani. E lí, da mattina a sera si combatté quella lunga, varia, intensa battaglia, vinta dagli austriaci quasi tutto il giorno, rivinta da’ francesi nell’ultime ore per lor mirabile costanza, per quella principalmente di Desaix che vi morí. Qui sorge piú che mai il rincrescimento di non aver agio a descrivere, ammirare, lodare. Insomma, Melas e gli austriaci furono fermati, rotti, disfatti, ricacciati, riaffollati in Alessandria; e al domane [15] Melas firmava una capitolazione, per cui gli fu conceduto ritrarsi dietro al Mincio ed al Po; ed egli concedeva Piemonte, Lombardia, Liguria, Parma, Modena, le Legazioni, Toscana; e cosí la restaurazione della repubblica cisalpina. Napoleone ripassò trionfando a Milano, a Torino; ritornò trionfando a Parigi. Allora Moreau, concitato da tanto esempio, assalí pur egli in Germania i nemici, e li vinse e spinse fin dietro l’Inn, e firmò pur esso un armistizio [15 luglio]. Poche nazioni, pochi uomini ebbero mai un’epoca di gloria e fortuna crescenti, come questa che incominciò qui a Francia, a Napoleone; e pochi uomini ne usarono bene, come egli allora. Continuò, accelerò, svolse riordinamenti interni ed esterni; ripropose paci, e rigettato riuní nuovi eserciti a nuovi trionfi. Addí 28 novembre, fu rotto l’armistizio. Addí 3 dicembre, Moreau vinse una gran battaglia ad Hohenlinden, e passò quindi l’Inn e la Salza e firmò poi un nuovo armistizio a Steyer [25 dicembre]. Ed intanto un secondo esercitofrancese dalla Svizzera passava la Spluga [5 dicembre]. Ed il terzo in Italia sotto Brunc passava il Mincio [25 dicembre] e l’Adige [1º gennaio 1801], e firmava pur esso il suo armistizio a Treviso [16 gennaio]. Finalmente [9 febbraio 1801] firmavasi a Lunéville la pace tra Francia ed Austria, simile a quella di Campoformio: Austria dietro l’Adige; Cisalpina formata, come giá, del Milanese, Modena e le Legazioni; Piemonte e Toscana abbandonate alle ulteriori disposizioni di Francia. E seguirono quindi, rapide, e quasi appendici di questa, altre paci via via. Per un trattato fatto pochi dí appresso con Ispagna [21 marzo] Napoleone facevasi ceder Parma e Piacenza, e innalzava quella casa borbonica a un nuovo regno d’Etruria. Pochi altri dí appresso [28 marzo], Napoli faceva pace, e cedeva Porto Longone, Elba, i Presidi e Piombino. E finalmente, addí 15 luglio, firmavasi il concordato tra Francia e Pio VII, nuovo papa eletto ultimamente [14 marzo 1800] a Venezia, mirabilmente eletto, come uomo che s’era giá mostrato intendente de’ tempi, da uomini che cosí mostrarono intenderli. Poi, adunatasi a Lione una Consulta di cisalpini, mutava sotto la dettatura dell’onnipotente vincitore e pacificatore la costituzione della repubblica cisalpina, e gliene deferiva la presidenza [26 gennaio 1802]. E qui un grande scrittor moderno accenna a non so qual gioia e qual concorso dell’opinione italiana. Ma noi vecchi n’abbiam ancor qualche memoria; e il fatto sta che, gioia o no, questa Consulta fu poco piú che obbedienza al cenno straniero, e cerimonie. Seguirono altre ed altre paci; ultimate, confermate tutte da quella tra Francia ed Inghilterra firmata ad Amiens [27 marzo 1802]. La cristianitá era in pace; ma divisa essa tra due potenze prepotenti una in mare, l’altra in terra; divisa l’Italia tra Francia prepotente e crescentevi, ed Austria ridotta a soffrire, era chiaro a tutti che non potea durare né questa ripartizione particolare, né quella generale.
28. Pace e progressi di quarantaquattr’anni [1748-1789].—Seguirono, tra questa pace e la rivoluzione francese, due altre guerre europee, anzi dell’intiero mondo. La prima, detta «de’ sette anni», s’incominciò dall’Austria insolitamente unita a Francia, per abbattere la nuova potenza di Prussia in Germania; ma s’estese in breve a guerra d’emulazione marittima nelle colonie, e nell’Indie principalmente, tra Francia ed Inghilterra; e finí colla conferma della potenza prussiana in Germania, della britannica nell’Indie, destinate amendue a molto maggiori accrescimenti. La seconda fu la guerra d’indipendenza delle colonie inglesi-americane contro a lor madre patria; e finí colla indipendenza compiuta. Narrata dal Botta in una storia, la cui traduzione rimane in grande stima appresso a quegli americani, è grandanno per noi che sia scritta con modi antiquati, i quali vi fanno men popolare e meno utile lo studio di quel grande esempio. Ad ogni modo, quelle due guerre apparecchiarono il mondo cristiano qual è al presente, tanto e forse piú che non facessero poi quelle stesse della repubblica e dell’imperio francese. Perciocché quella de’ sett’anni fece la grandezza, cresciuta poi e crescitura, della Prussia; e quella d’America fu la prima delle grandi guerre d’indipendenza, le quali son succedute e succederanno alle guerre di libertá.—L’Italia poi non prese parte a nessuna delle due; non alla prima, dove unite Francia ed Austria non era facile, forse non possibile, a casa Savoia il continuar ad accrescersi in Italia, non almeno co’ modi soliti. E la guerra americana poi era troppo lontana, non fu continentale europea.—Seguì dunque all’Italia una pace di quarantaquattr’anni, la piú lunga cosí di quante si trovan rammentate da’ primordi della storia di lei. E questa pace fu feconda a noi di riforme governative e di progressi senza dubbio; ma anche d’indebolimenti. forse politici, e certo militari. Perciocché, cosí va il mondo, cosí è la natura umana pur troppo, che quando i tempi son facili e tranquilli oltre al corso d’una generazione, la generazione che s’alleva in essi non impari le difficoltà, e cosí non quegli atti di vigore, quegli sforzi d’animo e di corpo che son necessari a vincerle; ondeché, quando poi ritornano, ché sempre ritornano le difficoltà, gli uomini nuovi si trovano disapparecchiati, incapaci ad esse. E quindi può essere fortuna che sorgano, od anche arte de’ principi e governanti lasciare o far che sorgano in mezzo alle paci prolungate, quelle operosità, quegli esercizi od anche quelle difficoltà, le quali, senza porre gli Stati a pericoli invincibili, tengano pure esercitate le generazioni novelle ai casi futuri. E ciò sentirono forse, per vero dire, i governi italiani di cent’anni fa; tantoché, anche senza aver chiara quell’idea, senza pronunciare quella parola di «progresso», che sorsero solamente al fine di quel secolo e si sono fatti ora universali, tutti operarono e progredirono piú o meno, indubitabilmente. Ma non è dubbio nemmeno, e i fatti posteriori lo dimostran pur troppo, che que’ governi nostri nonoperarono, non progredirono abbastanza; che la generazione della fine del secolo si trovò oziosa, languida, insufficiente a’ nuovi casi. Innegabile insegnamento, incancellabile, irremovibile esempio a que’ posteri dei settecentisti, che operano e progrediscono ora non piú che come quelli, o men che quelli. La lentezza, l’andar a poco a poco, sta bene; è prudenza, è virtù non contrastata. Ma qui sta tutta la questione; vedere il punto giusto fino al quale è virtù, oltre al quale è vizio, è paura. E come di noi giudicheranno i posteri dai fatti nostri, cosí noi, giudicando degli avi dai fatti loro, non possiamo se non conchiudere: che quelli non apparecchiarono questi bastantemente.—Napoli fu quella che progredì piú nel secolo decimottavo; il passare da provincia straniera a Stato indipendente, fu progresso incomparabile per sé, e fonte poi di altri innumerevoli. Acquistar principe proprio, ministri, tribunali, magistrati, milizie nazionali addentro, ministri e consoli patrii a curar gl’interessi fuori; riversar le imposizioni (sien poche o molte od anche troppe) tutte in casa, son vantaggi superiori sempre a qualunque altro. Naturalmente poi, sorse la necessità di riordinar ad uso proprio quant’era stato ad uso di signori stranieri; e i riordinamenti intrapresi in tempi civili fanno sempre sparire molti residui di barbarie. Così fu operato nel Regno, ma timidamente; furono migliorate ad una ad una le leggi civili, criminali, commerciali, ma non ordinate in codici; undici legislazioni erano, undici rimasero. Furono scemati i diritti, cioè le eccezioni, cioè le ingiustizie feodali, ma non tolte di mezzo radicalmente, che era il solo rimedio buono a tal peste. E dalla depressione de’ nobili era giá nato e crebbe piú che mai un altro malanno, la oltrepotenza, l’ingerenza in tutto de’ curiali; e chi non creda a me, creda al Colletta, che ciò deplora. E furono scemati i diritti del fòro ecclesiastico, gli asili; fin dal 1741 fu fatto a ciò un concordato con Roma. Furono ordinate le finanze, ma poco bene; furon lasciate a impresa le tasse indirette, fu introdotto il lotto. Cacciati dal Regno gli ebrei; tentata introdurre l’inquisizione da un arcivescovo zelante, e repulsa dall’opinion pubblica, e quinùi dal re. Del resto, grandi abbellimenti in Napoli:ampliato l’edifizio degli Studi; edificate le ville regie di Portici, di Capodimonte, di Caserta, il teatro di San Carlo [1737]; incominciati gli scavi di Ercolano [1738] e di Pompei [1750]. Strade magnifiche furono fatte, e dette «per le cacce» del re, intorno a Napoli; ma poche per il pubblico, e meno per le province lontane. Tutto ciò sotto a Carlo I e Tanucci ministro di lui. Morto poi [10 agosto 1759] Ferdinando VI re di Spagna senza figliuoli, succedevagli Carlo di Napoli, e prima di partire regolava la successione ai due regni disgiunti giá dai trattati. E perché de’ tre figliuoli suoi il primo era scemo di mente, egli piangendo fece riconoscere tale sventura, e dichiarò successor suo a’ regni di Spagna Carlo Antonio che era il secondo; e re di Napoli e Sicilia il terzo, Ferdinando fanciullo d’otto anni, con una reggenza finché non avesse i sedici compiuti. E il medesimo dí [6 ottobre] salpò per Ispagna, dove regnò poi sotto nome di re Carlo III, non senza gloria di riformatore piú ardito, eppure anche lá insufficiente. Continuò quindi in pace e progressi la reggenza napoletana dal 1759 al 1767; e cosí poi il regno effettivo di Ferdinando IV. Continuò a governar Tanucci; e continuarono le riforme, massime nell’istruzione pubblica e nelle cose ecclesiastiche. Eran secondate piú dall’opinione straniera che non dall’italiana o napoletana; ma questa obbediva agli ordini di Spagna, ché, come dice il Colletta, «una servitù vincea l’altra». Il re fu educato agli esercizi, a forza corporale, ma a rozzezza, grossezza, volgarità, e, come si vide a suo tempo, barbarie e debolezza unite. Ad una carestia del 1764 fu mal proveduto con troppi provedimenti e proibizioni: alla calamità del gran terremoto di Messina [1783], molto meglio. Un patto di famiglia [1761] strinse le quattro case borboniche. Nel 1776, cessò l’omaggio della chinea al papa, che protestò poi ogni anno. De’ gesuiti siam per dire. Nel 1777, il Tanucci, dopo quarantatré anni di potenza, fu cacciato dalla regina Carolina Austriaca; e furono d’allora in poi potenti e prepotenti essa ed Acton, un inglese venuto per ammiraglio nel 1779 e salito poi a ministro. E quasi ogni cosa si fermò, peggiorò d’allora in poi. La milizia e la marineria sì furono promosse, ampliate,ma piú a pompa che a forza vera, e si vide pur troppo quando venner alle prove.
29. Continua.—Ed ora, risalendo la penisola, veniamo a Roma. Pontificò fino all’anno 1758 Benedetto XIV [Lambertini]; papa letterato, protettor di lettere ed arti, restauratore ed edificator di monumenti, non nepotista, pio, intenditor de’ tempi suoi, tollerante di essi; e cosí tanto miglior capo di quella Chiesa, la quale appunto, per esser immortale ed immutabile, debb’essere ed è adattabile a tutti i tempi.—Morì nel 1758; successegli Clemente XIII [Rezzonico, 6 luglio], meno arrendevole, piú severo, piú acre difensore dei diritti acquistati lungo i secoli dalla curia romana. Guastossi con Genova, con Venezia, con Parma, colle quattro corti borboniche. Ma non era tutta colpa sua. È vero che non erano piú tempi che tutte le libertá, tutte le colture, tutte le liberalità fossero degli ecclesiastici, venisser da essi; cosí venendo, fossero aiutate dall’opinione pubblica; è vero che la liberalità giá s’era fatta secolare, che l’opinione favoriva i principi alla ricuperazione di molti poteri tolti loro nel medio evo; ed è vero che rilasciarne molti poteva esser bello e liberale ne’ papi moderni. Ma era forse poco merito, ed era certo poca liberalità ne’ principi l’acquistarli: la liberalità (non si può dire e ripeter troppo) sta nel dare, e non nel prendere o nel far dar da altrui; e la vantata liberalità dei principi del secolo decimottavo fu tutta nel prendere o far dare, prendere o far dare diritti feodali dai nobili, prendere o far dare diritti ecclesiastici dalla Chiesa. Né dico che questo non fosse in tutto un progresso: ma dico che non era liberalità di principi; e che essi non diedero mai nulla del proprio, nulla dei diritti o degli acquisti o delle usurpazioni della sovranità, nulla di ciò che sarebbe stato ad essi liberalità e forse utilità il concedere. E dico che dei diritti feodali essi non fecero, non poterono far rilasciar troppi, ché troppo era quanto ne rimanesse. Ma dico (contro all’opinione di molti, lo so), che nella ricuperazione de’ diritti di sovranità contro alla Chiesa, molti, quasi tutti i governi del secolo decimottavo, principi o repubbliche, passarono il segno; come Genova, quando non volle lasciar mandare dal papa un visitatoreo riordinator ecclesiastico nella Corsica sollevata; come Venezia, quando volle regolar le relazioni tra ecclesiastici regolari ed ordinari; come le corti borboniche, quando, sequestrando Avignone, rifecero esse ciò che fu tanto e giustamente rimproverato ai papi, il mescolar le ostilità spirituali e temporali. Col re Carlo di Sardegna, solo forse moderato e rispettoso in tutto ciò, papa Rezzonico non si guastò.—Del resto, tutte queste dispute ecclesiastiche erano inasprite, ingrossate da un’altra, non so s’io dica maggiore, o se anzi non ne sorrideranno i posteri un dí, da una disputa, una sollevazione quasi universale contro a un ordine di frati, o monaci, o conventuali, o religiosi regolari che voglian essere, ed importa poco, contro ai gesuiti. Se mi fosse possibile schivar questo assunto, io lo schiverei, per non iscostarmi qui da molti miei consenzienti ed amici, e non parer accostarmi a coloro dai quali io dissento quasi generalmente. Ma io sacrificai testé affetti e riconoscenze molto piú strette; e sacrificherò queste, se mai, al dovere storico, di non omettere nella narrazione assunta ciò che, bene o male, degno o risibile, fu pure l’affare che piú occupò l’Italia, la cristianità in questi anni; ed al dovere conseguente di dirne ciò che credo verità, ciò che, cessati gli interessi, le parti, le passioni presenti, non parrà forse indegno del nome di «liberalità», ciò che sarà forse liberalità de’ nostri posteri. Io dissi gia la bella idea di sant’Ignazio, la bella istituzione de’ gesuiti, fatta per servire alla propagazione della cristianità tra gli infedeli, alla difesa della cattolicità contro a’ nuovi dissenzienti. E fecero i gesuiti l’opera prima magnificamente sempre intorno al globo, la seconda con grande operosità ed utilità da principio. Ma in questa io crederei che si guastassero prontamente: che portati dal loro zelo ne’ paesi tiranneggiati dai dissenzienti, v’imparasser troppe arti di nascondersi, di dissimulare o simulare; troppo ardore, troppa fiducia in sé, troppa ostinazione nella lor parte, indubitalmente buona nel suo scopo cattolico, ma soggetta a errori, come ogni umana cosa, ne’ mezzi, nelle applicazioni. Un cinquanta anni e non piú, giá il notammo, durò il trionfo, l’ampliarsi della Riforma; ed un cinquant’anni cosí la bella guerra difensiva dei gesuiti in Europa. Ma col fermarsii progressi della Riforma, collo scemare i pericoli che ci venivan da lei, scemò l’utilità europea de’ gesuiti; e scemò la purità della loro operosità. Certo, o mi pare, tra le vicende della lega in Francia essi non furono giá incolpevoli. Né il furono quando, cessate le guerre religiose, essi portarono le medesime arti, i medesimi fervori alle corti di Luigi XIV, di Giacomo II, e in altre. I conventuali d’ogni sorta furono chiamati per necessità nei pubblici affari, ai tempi che essi erano soli colti, che soli quasi sapean leggere e scrivere. Ma subito che altri furono a saper leggere e scrivere, e i religiosi ebber cosí perduto questo vantaggio, essi furono naturalmente gli uomini meno atti al mondo, meno educati e conformati a’ pubblici affari; le loro solitudini, le loro educazioni, le loro occupazioni ne li rendono incapacissimi. Molti ammirarono, or lodando, or esecrando, le destrezze, l’abilità, la politica de’ gesuiti: ma essi furono forse i piú impolitici, i piú mal abili degli uomini; mal abili in generale agli interessi secolari che non poterono imparar ne’ loro collegi; mal abili in particolare agli interessi politici che sono i piú difficili della vita secolare; abili soltanto, o poco piú, che ai loro interessi propri famigliari, cioè a quegli accrescimenti di sostanze, di fortuna, od anche di credito e di fama, che sono, come si vede nel mondo, la infima delle abilità. Se fossero stati abili, essi avrebbon fuggita non che la politica, ma fin le apparenze della politica, che non era, che non doveva essere loro ufficio, che doveva essere, che fu lor perdizione. La loro inabilità politica li fece cadere in parecchi men colpe che errori: la inabilità loro li fece parere caduti in piú errori che non caddero; li fece parer colpevoli delle male intenzioni che non ebber né poterono aver mai; li fece accattarsi gli odii, le invidie degli altri ordini religiosi, di molti ecclesiastici secolari, degli uomini di mondo e di lettere e d’affari, de’ magistrati, de’ ministri, e de’ principi. Ne’ tempi poi di che trattiamo, s’aggiunse contra essi un odio onorevole ad essi, quello de’ nemici della cristianità, i quali, comunque si chiamino, certo furono allora molti e potenti. Questi si valsero dell’invidie, delle divisioni interne nostre, esultarono di rivolger cattolici contra cattolici; i ministri de’ principiesultarono di tal aiuto contro a que’ religiosi faccendieri incontrati ad ogni tratto; una regia meretrice, la Pompadour, esultò di punirli d’una loro severità, che, rara o no, essi rivolser certo una volta contra essa; i principi, piú o meno abbindolati, esultarono di far questo passo di piú nelle riforme ecclesiastiche tanto allora applaudite, esultarono di parer liberali, progressisti, o, come si diceva allora, «filosofi», senza costo proprio, ed anzi incamerando collegi, chiese, palazzi, masserie e masserizie, milioni. Insomma, i gesuiti furono cacciati di Portogallo [1758, anno primo del pontificato di Clemente XIII] da un Pombal, ministro assolutissimo anzi tirannico d’un re tiranno e dissoluto, sotto accusa di aver partecipato a una congiura contro alla vita di quel re, ove furono implicati e suppliziati i nemici particolari di Pombal. Furono cacciati di Francia nel 1764, al tempo aureo di Luigi XV e sue cortigiane maggiori e minori, di Choiseul cortigiano di esse, e del parlamento allor cortigiano di Choiseul; cacciati in séguito al fallimento d’uno di que’ padri in America ed al risarcimento negato dalla Compagnia, a molti errori insomma di questa. Furon cacciati di Spagna nel 1767 da Carlo III ed Aranda ministro di lui, sotto accusa di partecipazione ad una sollevazione popolana fatta per serbare i cappelli ed i mantclli aviti. E furono quindi cacciati nel medesimo anno, per impulso delle due corti borboniche maggiori, dalle due minori ed italiche, Napoli e Parma. E perché in Portogallo s’arrivò al sangue ed ai supplizi, e in tutti gli altri paesi la cacciata si effettuò con modi subitani, arbitrari, crudeli, avidi, segreti, e senza render conto pubblico di nulla, ei mi par poco dubbio che i nostri posteri liberali compareranno tutta questa cacciata a quella dei templari del medio evo, e si sdegneranno che tanti loro predecessori abbiano accettate come liberalità o progressi cosí fatte nefandità. Se non che, essi si sdegneranno forse anche piú che dopo tanti progressi veri fatti dalla opinione liberale d’allora in poi per tre quarti di secolo, e (che è piú o peggio) negli anni appunto che l’Italia avea per le mani la somma opera della sua indipendenza, ella quasi tutta, e non esclusi molti degli uomini maggiori suoi, si distraesse a simili odii,simili faccende da frati e sacrestie. Né rimarrà nome di «liberalità» o «progressi», nemmeno a quelle paure, che fanno anch’oggi escludere i gesuiti soli dal diritto comune di tolleranza e di libertá. Ad ogni modo, le cacciate dei gesuiti occuparono tutto il pontificato di Clemente XIII; ondeché io non mi so meravigliare, se mai in alcuni particolari, che non abbiam luogo a cercar qui, egli oltrepassò i termini di una giusta resistenza.—Morto esso quindi nel 1769, gli succedé Clemente XIV [Ganganelli, 18 maggio]. Il quale, pressato dalle quattro corti borboniche, come giá era stato il predecessore, di abolire del tutto, dappertutto, l’abborrita società, resistette, indugiò d’anno in anno. Ma non fu aiutato in tal resistenza dalla società stessa, nella quale si pronunziò, si pose allora quella massima fatale «Sint ut sunt aut non sint», quella massima forse irreligiosamente superba e non ignaziana, e certo impolitica; irreligiosamente superba, perché la società sola della Chiesa divinamente istituita è immutabile quaggiú, e mutabili, riformabili sono le società istituite nella Chiesa, e cosí gli ordini religiosi che tutti si riformarono, salvo questo; massima poi non ignaziana, perché sant’Ignazio coordinò appunto meravigliosamente la società al secolo suo, ond’è a credere la coordinerebbe ora e si sdegnerebbe di non vederla coordinata ai secoli nostri; massima impolitica finalmente, perché i tempi son sempre potentissimi a respingere tutto ciò che non si coordina ad essi. Ad ogni modo, dopo quattr’anni di peritanze, Clemente XIV diede il breve di abolizione [21 luglio 1773]. Tale poi era l’andazzo assoluto, tirannico di quel secolo, di quel fatto, che Clemente XIV, il quale lo compiè dubitando ed invito, lo compiè pure tirannicamente e incarcerando il generale ed altri de’ padri. Ma se ne addolorò, ma languí, e in breve morí [1774], e fu detto di veleno. Portato a cielo dagli uni, esecrato oltre a ciò che par conceduto dalla carità e dal rispetto cristiano dagli altri, fu in effetto dottissimo, pio, virtuoso, sincero pontefice.—Succedette Pio VI [Braschi, 1774], e libero esso della preoccupazione de’ gesuiti, attese al miglioramento dello Stato. Ma, e per quell’indugio, e per la duplice natura di quel governo spirituale, ed in ciò immutevole,e temporale, e per quella compagnia poco mutevole, ed anche poi per natura personale di Pio VI, che fu ne’ suoi principi papa nepotista, protettor di lettere ed arti, splendido, elegante, pomposo e quasi imitator de’ papi del Cinquecento; per tutto ciò le riforme dello Stato romano furono molto minori, che non quelle degli altri d’Italia. Fece musei, intraprese il risanamento delle paludi Pontine, fece un viaggio a Vienna, per iscemar l’ardore delle riforme, eccedente lá quanto facevasi da’ principi italiani. Ed interrotto poi dalle preoccupazioni delle rivoluzioni di Francia e Italia (nelle quali il vedrem finire non senza grandezza), tramandò cresciute poi a’ successori, anche presenti, le difficoltà e necessità delle riforme di quello Stato. Noi lasciam altri (dicevam noi al principio del 1846) invocare un Gregorio VII, che non ci par né possibile né desiderabile a’ nostri dí, né a niuno futuro e prevedibile, sulla Sedia romana; ma con tutto l’ardore d’un figliuolo rispettoso e devoto, d’un italiano che desidera la conservazione di tutti i principati italiani, noi invochiamo, noi preghiamo da Dio la grazia d’un Sisto V o d’un Gregorio XIII, od anche meglio; d’un riordinatore conforme ai tempi, di quello che è il piú antico, che fu giá il piú glorioso, che fu e può esser ancora il piú benemerito della civiltà cristiana fra gli Stati italiani.—E corsi pochi mesi, Dio esaudì la preghiera italiana e cristiana; e l’Italia e la cristianità alzarono un grido unanime di gratitudine e di amore. Poi, corsi pochi anni, il gran dono di Dio fu sciupato dai soliti eccessi italiani: eccessi d’ingratitudine e scelleratezza da una parte, eccessi di rigore vendicativo dall’altra: vittime in mezzo, Pio IX, l’Italia, la cristianità.
30. Continua.—Or accenneremo piú brevemente le riforme non dissimili fatte altrove.—Lente e poche furono dapprima in Toscana, governata da Richecourt in nome del signor lontano e straniero, l’imperator Francesco I. Non passaron guari le materie ecclesiastiche. Ma morto quello [18 agosto 1765], e succedutigli in Austria e nell’imperio il suo figlio primogenito Giuseppe II, e in Toscana il secondo Pietro Leopoldo, questi non solamente continuò le riforme ecclesiastiche, ma nel 1787convocò un sinodo di vescovi toscani che fu riprovato da Roma. E fece insieme tanti e cosí vari ordinamenti civili, che sarebbe piú breve dire le cose da lui tralasciate che non le ordinate. Ai feudi, ai comuni, alle leggi civili e criminali, alle finanze, alla libertá dell’industria e de’ commerci, all’agricoltura, all’istruzione pubblica, a quasi ogni cosa si volse e provide cosí bene, che si potrebbe dire esserne riuscita Toscana lo Stato meglio ordinato di que’ dí, e modello perenne a qualunque principato assoluto. Ebbe sì il vizio di tali Stati; una polizia, una smania di sapere e regolare eccessiva, inquieta, incomoda, ficcantesi ad antivenire il male, non solamente colle leggi generali, che è dovere e possibilità de’ governi, ma colla prevenzione d’ogni caso, che è impossibilità. Ma questo fu male piccolo e passeggiero di natura sua. Peggiore e durevole fu che attese poco e male ad ordinar niuna milizia stanziale, che trascurò o disprezzò questa quasi spesa inutile in uno Stato piccolo ordinato ad economia e filosofia, e che tramandò questa trascuranza e questo disprezzo a’ posteri principi e popoli, i quali n’han portate le pene, e non se ne correggono perciò. Del resto, il Botta (libro L) ha tolto da uno scrittore straniero il cenno d’un governo deliberativo, che si pretende essere stato ideato da Leopoldo per Toscana; e non vedendo effettuata tale idea, il Botta dubita poi, se Leopoldo l’avesse veramente o se la lasciasse, «visti i mali prodotti da quelle assemblee in paesi illustrati da sole caldo». Ma s’ei l’ebbe e la lasciò, io crederei piuttosto ei la lasciasse per la solita ripugnanza che hanno i principi, che aveano particolarmente quelli del secolo scorso, a far concessioni. Ad ogni modo, morto Giuseppe II nel 1790, passò Leopoldo ad Austria ed all’imperio, e gli succedette in Toscana suo figliuolo Ferdinando III.—In Parma e Piacenza entrò a signoreggiar l’infante don Filippo per la pace d’Aquisgrana [1748]; e governò sotto lui Dutillot, un francese, de’ filosofi di quel tempo, che anch’egli fece riforme ecclesiastiche e buoni ordinamenti civili, e chiamò letterati d’altri paesi d’Italia e di fuori, fino alla morte del duca Filippo [18 luglio 1765], e poi durante la minorità del duca Ferdinando figliuolo di quello. Ma cresciutoquesto e preso il governo, cacciò Dutillot, e rimutò ogni cosa; da grandi contese, a grandi arrendevolezze per Roma; da progressi, a timiditá, immobilitá.—In Modena signoreggiò il duca Francesco III fino al 1742, e gli succedette poi Ercole Rinaldo ultimo degli Estensi, principe buono, e che solo forse de’ contemporanei non contese con Roma, ma che fu poco riformatore e gretto principe.—Delle due repubbliche poi, Venezia oziava, poltriva, marciva. Le contese con Roma erano solo moto che agitasse quella paludosa tranquillitá. Del resto, pace, beato far niente, carnovale quasi perpetuo, ozi e vizi. Non piú guerre continentali da due secoli e mezzo, non marittime contro a’ turchi dal principio del decimottavo; non riforme, non mutazioni, non miglioramenti di niuna sorta; commerci cessanti, perché, da maggiori che erano stati giá, diventarono, non progrediendo, prima pari, poi minori degli stranieri progrediti. La smania di difender qualunque cosa d’Italia, anche i malanni, fece difendere, lodare questa vergognosa decrepitudine veneziana; i nipoti, se risorti, ne giudicheranno. Dicesi delle aristocrazie che elle sono conservative; ed è vero; ma resta a sapere se sia bene o male il conservar le decrepitudini, e se conservandole si conservino gli Stati, o non anzi si precipitino.—Genova avea conservato piú commerci in pace, piú partecipazioni alle guerre italiane, senza dubbio; e l’ultimo fatto della propria liberazione era tale, che parrebbe averla dovuta rinnovare. Ma anche di lei si mani festò la vecchiezza all’incapacitá di saper reggere e serbare i sudditi. Continuarono dopo la pace d’Aquisgrana le parti in Corsica; rimastivi i francesi per aiutar Genova a tenerla, incominciossi a parteggiare per essi contro a Genova, e continuossi a parteggiar da altri per la libertá. Capo di questi era il Giafferi; fu assassinato dal proprio fratello [3 ottobre 1753]; crebbene, se n’inasprì sua parte; chiamò a reggerla Pasquale figlio di Giacinto Paoli, esuli amendue al servigio di Napoli. Natura forte, insulare, ma educata a civiltá, come quella poi di Napoleone, Pasquale Paoli avea del grand’uomo; e intese a liberar insieme e incivilire i suoi. Eppure (terribile insegnamento a chi anche con buone ragioni cerchi a dividere, o, sesi voglia cosí dire, a liberare l’una dall’altra due parti d’Italia), or vedremo a che riuscisse. Approdò a’ 29 aprile 1755; fu riconosciuto da gran parte del popolo, rigettato, combattuto solamente da Matra, uno de’ capi che in breve fu vinto e passò a’ genovesi. Paoli ordinò un governo rappresentativo repubblicano, lui capo, e quasi dittatore, con titolo di «generale del regno e capo del magistrato supremo di Corsica»; ordinò una milizia non permanente ma che accorreva ad ogni cenno suo, ad ogni bisogno. Con questa mantenne la libertá del paese, delle popolazioni, ma non riuscí a cacciare i genovesi da parecchie delle cittá; e fa meraviglia il veder rimasti esso e i còrsi non pochi anni in tal condizione precaria, in sulla difensiva, senza ultimar la cacciata de’ lor nemici. E fosse in essi impotenza, o fiacchezza, o lentezza, ciò fu lor perdizione. Due volte i genovesi richiamarono i francesi: la prima, nel 1756 per due anni; poi, nel 1765 sotto Marbœuf per quattro anni, ma fu per sempre. Addí 15 maggio 1768, a Versailles, Genova cedette l’isola a Francia, serbandovi una sovranitá nominale. Quindici mesi appresso [15 agosto 1769] vi nascea Napoleone; e quindi per que’ patti, per cosí poco tempo frapposto, resta disputato tra Italia e Francia il grand’uomo. Per tali patti la mala contesa d’italiani contra italiani ebbe il fine solito, la soggezione a stranieri; per tali patti resta divelta d’Italia quella nobil isola. Paoli resistette, perdurò un anno ancora. Ma Francia guerreggiava ora per sé; guerreggiò forte e grosso; e Paoli, vinto, lasciò l’isola addí 13 giugno 1769. Esulò in Inghilterra, onde il vedremo tornare, e di nuovo inutilmente.—Ed ora (trascurando le repubblichette di Lucca e San Marino e i principatuzzi di Monaco e Massa, che porterebbero a dodici la somma degli Stati indipendenti italiani a quell’epoca), or ci volgiamo all’ultimo e piú forte e vivo di essi, al Piemonte. Ma la sua vitalitá speciale, e allor sola, stava nella guerra; e dal 1748 in poi sempre rimase in pace. Dicemmo che quando s’aprí tra Austria e Prussia la guerra de’ sette anni, avendo Francia presa parte per Austria, quest’alleanza novissima allora tolse a Carlo Emmanuele III l’occasione solita di entrar in guerra. Fu sventura?Ad ogni modo fu cessazione dell’operositá guerriera di Piemonte. L’esercito tenuto in piè, riordinato, esercitato non vi supplí. Né vi supplirono le operositá di pace, le riforme, i progressi civili fatti qui, del resto, anche meno arditamente che non altrove. Furono in tutto progressi di principato assoluto e non piú; riforme ecclesiastiche piú moderate che altrove; riforme feodali contro a’ signori; uniformitá, centralitá di governo; giustizia retta e severa; severo reggimento delle finanze; e per la prima volta da molto tempo, severi costumi, severa corte. Fu, in tutto, regno piú buono che grande, ed uno buono dopo uno grande è forse giá decadenza. La Sardegna, rozza ancora, quasi barbara, fu quella che si fece progredir piú, per portarla a quel segno delle altre province che si voleva arrivare, non oltrepassare. Lá furono fondate [1764, 1765] le universitá di Cagliari e Sassari. Ma in Piemonte bastò il mantenere, non si vollero forse avanzare gli studi. Ad ogni modo, avanzarono da sé; era giunto il tempo che Piemonte entrasse nelle colture italiane, e v’entrò splendidamente, come vedremo. Fu grave macchia di questo regno, Giannone esule da Napoli a Ginevra, e di lá venuto a Savoia per far sua pasqua, e cosí arrestato e tenuto poi prigione nella cittadella di Torino, dove morí il 7 marzo 1748. Tutto ciò per mal compiacere a Roma, a danno altrui, dopo averle dispiaciuto a profitto proprio. Morí Carlo Emmanuele III ai 20 febbraio 1773. Succedettegli suo figlio Vittorio Amedeo III, minore di lui. E fu servito da uomini pur minori; sia perché ogni principe li cerca pari a sé, sia perché gli uomini eran cresciuti dammeno in tempi piú facili. Amò, curò, esercitò molto, anzi esageratamente, la milizia; e per avere, nella pace non interrotta, un grosso ed allestito esercito, scompose le finanze assestate dal padre, e gravolle di grossi debiti, cattivo apparecchio alle guerre future. Istituí l’Accademia di Torino; amò piú che il padre le lettere e i letterati, e volle proteggerli; ma non dando loro libertá eguale a quella che giá cresceva per essi altrove, fu vergogna del regno suo, che i maggiori uomini di esso, Lagrangia, Alfieri, Denina, Bodoni ed altri, si facessero illustri o grandi,trapiantandosi altrove. Del resto, fu principe buono, amato, ma quasi compatito da sudditi e stranieri.—Finalmente, nella provincia straniera, in Lombardia, incominciaronsi le riforme, i progressi sotto l’imperio di Francesco I e di Maria Teresa. Poi, morto il primo [18 agosto 1765], e succeduto lor figliuolo Giuseppe II all’imperio, e fatto fin d’allora co-reggente degli Stati austriaci dalla madre superstite, e succeduto a questa poi nel 1780, egli fu riformatore piú ardito di tutti, principalmente nelle cose ecclesiastiche; né vi si fermò, per le supplicazioni e il viaggio a Vienna, che dicemmo, di Pio VI. Frati, monache, ecclesiastici ordinari, beni di chiesa, asili, immunitá, a tutto mise mano. Del resto, migliorò ed ordinò in codici le leggi civili, le penali e quelle di procedura; migliorò gli ordini comunali, ordinò la pubblica istruzione, protesse dotti e letterati. E cosí acquistò gran nome, fu posto in cima de’ principi riformatori ed amici di libertá da que’ contemporanei di lui, a cui pareva esser liberati, al cader di que’ privilegi signorili e religiosi che eran pur diminuzione della potenza assoluta e straniera, al livellarsi di tutto e tutti sotto questa. Il conte di Firmian fu ministro a ciò in Italia, e fece Lombardia invidiata da quegli italiani troppo numerosi sempre, i quali, non desti al sentimento dell’indipendenza, non si curan d’altro che di vivere, tranquillamente amministrati, alla giornata.—E cosí in tutto s’era progredito incontrastabilmente; i popoli godevano, i letterati lodavano; gli amici stessi di quel progresso universale, di che incominciavasi a concepir l’idea e pronunziare il nome, esultavano, speravano. E come alla fine del secolo decimoquinto, cosí alla fine di questo decimottavo, l’Italia, poco men che tutta indipendente, pareva avviata a felici destini. Ma in breve si vide una seconda volta, che non è fatto nulla quando non è fatto tutto in materia d’indipendenza; che niun progresso nazionale dura, finché non è fatto quello il quale solo è guarentigia di quanti son fatti, solo buon avviamento a quanti mancano. E si vide che tutte le vantate riforme del secolo decimottavo non erano apparecchi sufficienti a ben ricevere l’occasione che s’avanzava, l’occasione che avrebbe potuto essere d’indipendenza finalmente compiuta, che fu all’ultimo di cresciuta dipendenza.
31. Le guerre della rivoluzione francese fino alla pace di Campoformio [1792-1797].—Il nome che rimarrá nelle storie universali future alla rivoluzione francese, quando altre passioni, altri interessi passeggeri saran succeduti a quelli che reggono ora l’Europa, sará probabilmente quello di restaurazione del governo deliberativo e rappresentativo sul nostro continente. Tutte le nazioni figliate dal congiungimento de’ popoli tedeschi co’ romani ebbero sí il governo deliberativo ma non il rappresentativo, assemblee deliberative ma non nazionali. Carlomagno si adattò al governo deliberativo, anzi lo restaurò; e fu cosí grande poi, che potrebbe bastar l’esempio di lui a provare che son compatibili tal governo e la grandezza personale del principe. Poi da Carlomagno al secolo decimoprimo cadde tal governo imperfettissimo, incapace di reggersi da sé. Sorti i comuni al fine di quel secolo, ne risultò, nelle numerose cittá italiane, quel governo repubblicano mal ordinato addentro e peggio fuori, di che abbiam notato a’ luoghi loro le origini, le vicende, ed il triste fine; ma risultò, nello stesso tempo all’incirca, quell’introduzione che pur accennammo de’ comuni, cioè dei loro deputati popolari nelle assemblee deliberative delle monarchie europee, delle tre grandi di Spagna, Francia ed Inghilterra principalmente. E allora si può dir fatta la grande invenzione della rappresentanza, allora passato il governo deliberativo a rappresentativo. Ma fu, come parecchie altre fatte a tempi immaturi, invenzione precoce, incapace di produrre gli effetti suoi. Decadde essa pure, fu negletta dai popoli quasi inutilitá, incommodo e carico; tralasciata dapprima, abolita poi quasi intieramente dai principi come difficoltá ed impossibilitá nel governo di loro Stati cresciuti. Tra il primo terzo del secolo decimosesto e il primo terzo del decimosettimo furono spenti tutti i governi rappresentativi, stabiliti governi consultativi (in breve caduti in assoluti) in tutta Europa, tranne Inghilterra. Nella quale fu fatto sí il medesimo tentativo, ma fallí; e dal tentativo fallito, dalla vittoria del governo rappresentativo riuscí questo nel 1688 finalmente quasi perfetto; e questa fu la prima restaurazione di esso, appena attesa allora, appena studiata per parecchi anni, sulcontinente europeo. Un lungo secolo, centun anni dovetter correr prima che si pensasse a niuna imitazione. Vi si pensò, se ne incominciò in Francia nel 1789; e pur troppo il pensiero fu leggiero, l’imitazione breve, i pervertimenti molti, pronti e gravi e non finiti in quella pur essa incostante, pur essa misera nazione. Ma intanto, tra gli errori e le sventure di Francia, il gran pensiero, la grande imitazione dell’Inghilterra, la seconda e maggiore restaurazione del governo rappresentativo, s’è diffusa in Germania, in Spagna, in Grecia, in Italia, in tutto il continente europeo, tranne Turchia, Russia, e non so s’io dica alcuni principati italiani. Quindi non è dubbio che l’anno 1789 è per tutto questo continente una delle epoche piú grandi e piú atte a segnare e dividere le sue etá storiche, è l’èra della sua libertá rappresentativa restaurata. Ma perché l’Italia non entrò realmente in tal restaurazione se non cinquantanove anni appresso; e perché poi in quest’Italia, che non ebbe in essi, che non ha nemmen ora l’indipendenza, la stessa questione di libertá non è (per chi senta e sappia virilmente) se non secondaria; e perché, se ciò sia vero, noi abbiamo fatto bene, e se non sia, abbiamo errato con meditata sinceritá, e non ci possiamo quindi ricredere; perché, dico, ad ogni modo abbiamo da gran tempo divisa la storia italiana secondo questo interesse primiero dell’indipendenza, e cosí chiamato quest’ultima etá delle preponderanze straniere; perciò noi non possiamo se non comprendere in essa, ed anzi nel periodo terzo delle preponderanze francese ed austriaca, i venticinque anni corsi dal 1789 al 1814. Non è condizione piú anormale all’universale civiltá, che quella d’una nazione senza indipendenza; e l’anormalitá della condizione trae seco l’anormalitá della storia. E il fatto sta che la grand’èra europea del 1789 non introdusse per noi niuna condizione, niuna mutazione, niun fatto nuovo che sia rimasto grande e durevole. Ne preparò alcuni, è vero; ora incominciamo a saperlo; preparò questa libertá che incominciamo ad avere. Ma non possiamo dire che incominciamo ad avere l’indipendenza. E finché non l’avremo, io sfido chicchessia a dire se sia finita l’etá delle preponderanze straniere. Ad ogni modo,il secolo decimottavo diede uno spettacolo duplice; da una parte, Inghilterra sola progrediente ed in quel governo rappresentativo di che ella aveva allora la privativa, ed in ogni sorta di felicità e grandezze interne ed esterne; dall’altra parte, l’Europa continentale incompiutamente progrediente in quelle riforme che noi accennammo per l’Italia, riforme ecclesiastiche e feodali, ma non riforme del principato, non restaurazioni di libertá. Molti dissero allora e poi di queste riforme che elle furono imprudenti, ed io credo che dican bene; imprudentissimo fu al principato riformar tutto, salvo se stesso; esser liberale de’ diritti altrui e non de’ propri; insegnare a’ popoli tutte le libertá, e negar loro quella civile e politica che essi desideran piú e che comprende l’altre. Non ci è mezzo; o non bisogna educare i popoli, o bisogna compier loro educazione; o non bisogna invogliarli, o bisogna dar loro ciò di che si sono invogliati e che prenderan male da sé; non bisogna voler parere, e non esser liberali.—Luigi XVI, re di Francia, fu il solo principe del secolo decimottavo che abbia voluto veramente essere e sia stato liberale. E fu detto e si dice che ei fu imprudentissimo in ciò, ne portò la pena egli, la fece portar a’ popoli suoi. Ma io dico all’incontro, che Luigi XVI non fu imprudente nell’intenzione, ma solamente nel mezzo adoperato, ma appunto nel non dar da sé tutto quello che voleva dare, e nel lasciarlo prendere; fu imprudente in quell’atto imprudentissimo fra tutti gli atti politici, di dare o lasciar prendere a un’assemblea numerosa, popolare, l’ufficio regio straordinario, dittatorio, di mutare lo Stato, di fare una rivoluzione, una costituzione. Gli antichi repubblicani greci e romani, tutti quanti, sospendeano la repubblica, il poter popolare, quando aveano a ricostituir lo Stato; concentravano per a tempo il governo legislativo in un solo uomo o pochissimi, un Licurgo, un Solone, un dittatore, i decemviri. I repubblicani italiani del medio evo, benché tanto dammeno, seppero pur sovente fare il medesimo, crear balie di pochi, per le moltiplici mutazioni di Stato che vollero fare e fecero. Fu riserbato ad un’etá, che era progreditissima sí in molte cose, e si credeva ma non era nella politica interna dismessada due secoli, il cader nell’errore grossolano di dar a fare una mutazione di Stato, una rivoluzione, una legislazione o costituzione ad un’assemblea popolare, di creare, nome novissimo, un’assemblea costituente. Questo errore trasse a tutti gli altri, alle colpe, ai delitti, agli scempi, alle nefanditá che tutti sanno, che tutti i buoni aborrirono e vituperarono giá, che ora è venuta una colpevol moda di lodare o scusare, o almeno non vituperare. La bontá dello scopo ideato da principio, ed arrivato all’ultimo, fa quest’inganno nelle generazioni presenti, dimentiche de’ fatti intermediari; e cosí noi liberali prendiamo quel brutto vizio, che condanniamo pure in altrui, di scusar i mezzi dallo scopo. Ma, mi si perdoni o no, io non mi vi arrenderò: brutto è giá l’arrendervisi tra le concitazioni della pratica, ma piú brutto nella tranquillitá dello studio; qui sarebbe premeditata adulazione per un po’ d’applausi. L’assemblea costituente del 1789 discostituí lo Stato, se stessa; fecesi governo solo, onnipotente, prepotente. L’assemblea, che le succedé nel 1791 con nome diverso, di legislativa, e facoltá minori ma poi esagerate, discostituí piú, fece o lasciò cadere quella monarchia deliberativa che sola era voluta da principio. E, nuova vergogna di quella nazione a’ que’ tempi, la terza assemblea, la Convenzione, abolí poi la monarchia senza nemmeno costituir la repubblica. Dal 1792 al 1796 che si costituí il Direttorio o governo esecutivo repubblicano, non vi fu né monarchia né vera repubblica rappresentativa; vi fu, incredibile esempio in questo secolo, una gran nazione non costituita, non governata, se non alla giornata, da’ pochi che si trovarono a caso in Parigi; or quel comune, or le sezioni di esso, ora una pluralitá, ora una minoritá dell’assemblea; or quelle di altre assemblee non legali, or l’uno o l’altro membro delle une o delle altre; un vero caos politico, un tal cumulo di scelleratezze e barbarie, da far forse scusar l’error contrario a quello detto poc’anzi, di abborrire lo scopo di libertá, in memoria de’ mezzi che l’instaurarono colá. Ma il sommo e piú pazzo delitto di quella rivoluzione fu senza dubbio l’uccisione del re. Non solo l’uccisione, ma il giudicio stesso d’un re è sommo delitto politico in qualunque regno: in unoassoluto, perché ivi il re è la legge viva, lo Stato; ma forse anche piú in uno costituito ad assemblee deliberative, perché ivi il re è guarentito irresponsabile, incolpevole, dalla legge. E quindi, senza dubbio, gran delitto era stato giá nel secolo addietro il giudicio e la morte di Carlo I d’Inghilterra. Ma Carlo I non era buono e virtuoso principe come Luigi XVI; ma Luigi XVI era non solamente principe buono, ma liberale, e solo liberale de’ tempi suoi; ondeché la morte di lui fu insieme delitto di lesa maestá, lesa sovranitá, lesa nazionalitá, lesa liberalitá, lesi progressi, lesa civiltá; la morte di lui ritardò, chi sa di quanto tempo, i progressi di tutte le altre nazioni cristiane; la morte di lui fece e fa scusabili le paure, se sono queste scusabili mai, di tutti i principi d’allora in poi.—E quindi non solamente scusabile ma lodevole, a parer mio, fu il sollevarsi e confederarsi di tutta Europa, prime Austria e Prussia a Pilnitz [27 agosto 1791], poi via via il resto di Germania e Russia, Svezia, Inghilterra, Olanda, Spagna, Portogallo e pur troppo non tutta Italia, contro a quella rivoluzione diventata antiliberale e anticivile. Ed anche qui so di oppormi a molti, i quali giudicando da’ tempi presenti, da rivoluzioni minori e tutto diverse, sentenziano non dover gli stranieri, né per diritto, né per prudenza, frammettersi alle volontá di niuna nazione. Ma lá non era, non dovea, non potea supporsi volontá cosí anticivile in una nazione civile; oltreché, forse la civiltá e la libertá de’ popoli non iscapiterebbero nemmeno adesso o mai, se si venisse al principio di non soffrire nella cristianitá niuno evidente e scandaloso delitto, venga di giú o di su, di lesa civiltá o cristianitá. Del resto, chiunque esaminerá (come si fará poi senza dubbio) attentamente i fatti di que’ tempi, vedrá che le aggressioni vennero allora per lo piú da’ rivoluzionari francesi, assalenti tutti i principi europei come illegittimi o tiranni, tutti gli Stati come illegittimamente costituiti finché non fossero liberi, cioè sconvolti, a modo di Francia.—Se niuni poi, certo erano i principi e i popoli italiani in diritto, in dovere di difendersi da tali assalti; aggiugnevasi, ad essi deboli e vicini, il pericolo sommo che ne veniva a lor indipendenza nazionale. Eppure, vergogna italianasimile a quella del 1494, come allora era stata lasciata quasi sola Napoli minacciata dagli stranieri, ed aveano titubato o barcheggiato gli altri, Savoia, Venezia, Firenze ed Alessandro VI, cosí ora fu lasciato solo Piemonte all’aiuto straniero austriaco, e barcheggiaron Genova, Venezia, Firenze, Napoli e Pio VI; tutti quanti. Ciò i governi; né furono migliori, piú sodi e piú politici i popoli nostri; gridaron gli uni pace, sempre pace, cioè ozio, finché la guerra non si fu appressata a poche miglia, e cosí affievolirono, invilirono i governi giá fiacchi e vili; e gli altri, i liberali di quell’etá (e diciam pure a consolazion nostra, che non portavano per anco tal nome, ma quelli di «repubblicani» o «giacobini»), fecer turpe alleanza di desidèri, di grida e di congiure colla turpe libertá, cioè colla mostruosa tirannia popolare francese. Diciamolo d’un tratto, non fosse altro, per abbreviare, e non tornarvi: principi e popoli, governanti e governati italiani della fine del secolo decimottavo, furono (salvo pochissime e tanto piú onorevoli eccezioni personali) insufficienti alla terribile occasione, mostrarono l’insufficienza delle riforme fatte lungo il secolo.
32. Continua.—Nel 1792 (morto giá Leopoldo imperatore al primo marzo, e succedutogli suo figliuolo Francesco II), si mossero gli alleati contra Francia dal Reno. Ma furono respinti a Valmy, a Jemmapes, e perdettero il Belgio e la riva sinistra di quel fiume fino a Magonza. E in Italia, mentre erano per via gli austriaci in aiuto a re Vittorio Amedeo III di Sardegna, furono tolte a questo d’un tratto, senza buona resistenza, Savoia e Nizza [settembre].—Nel 1793 [21 gennaio] salí sul palco Luigi XVI. Entrarono allora nell’alleanza molti principi che non v’erano ancora, e fra gli altri il papa e Napoli; e si sollevarono la Vandea, Lione, Marsiglia e Tolone, data poi in mano ad inglesi, a piemontesi, a napoletani [27 agosto]. Quindi, i repubblicani guerreggiavano infelicemente dentro e fuori; e perdean Belgio, Magonza e la sponda sinistra del Reno, fino alla fin dell’anno, che sotto Hoche ripresero le linee di Weissembourg e Landau. In Italia una flotta francese tentò la Sardegna, ma fu respinta [24 gennaio]. Corsica si sollevava contraFrancia sotto Paoli, tornatovi da qualche tempo; e vi venivan poi gl’inglesi, ed eran ricacciati all’ultimo; di che, come di provincia oramai tutta francese, non diremo altrimenti. Intanto i piemontesi ed austriaci tentarono riprendere Savoia e Nizza, e dar la mano a Lione e Tolone. Combatterono non senza vigore [8, 12 giugno] al colle di Rauss nelle Alpi marittime; ma furono respinti in ogni altro luogo; e caddero poi Lione [9 ottobre] e Tolone [19 dicembre]. A questa ripresa di Tolone, Napoleone contribuí come ufficiale d’artiglieria. Quest’anno 1793 fu il bruttissimo della storia interna di Francia. Ma confessiamolo a gloria di quel popolo; quella bruttezza fu ricompra dalla magnifica difesa della indipendenza. Salvo i regi, tutti s’unirono a tal difesa. Né serve attribuirla, come fanno alcuni, chi a Carnot, chi al terrore di Robespierre e consorti; né Carnot né il terrore non avrebbon valuto, senza quel sentimento d’indipendenza che fu solo buono rimasto allora a’ francesi, che fu tanto piú forte forse perché solo buono lor conceduto, e che bastò a ricondur poi la nazione a poco a poco a tutti gli altri, salvo la costanza. Alla quale pure essi verranno: ché quanto piú si scorron tempi o paesi, piú si vede confermato che questo sentimento genera, tosto o tardi, tutti gli altri buoni.—Nel 1794 poi, mentre cessava [28 luglio], per il supplizio di Robespierre e de’ suoi complici principali, quella somma tirannia che fu detta il Terrore, gli eserciti repubblicani uscivan di nuovo di Francia da ogni parte, riprendevano Belgio e la riva sinistra del Reno, invadevano Olanda e Spagna. In Italia s’avanzavan meno; trattenuti dall’esercito piemontese, non prendeano che le somme Alpi al piccolo San Bernardo, al Moncenisio, all’Argentiera. Ma tra l’Alpi marittime e l’Appennino violavano [aprile] la stolta neutralitá di Genova, e s’allargavano nella riviera di ponente, e né per questo si riscuoteva Genova. Né si riscuoteva Venezia, l’altra decrepita aristocrazia. Quindi, i francesi prendean Saorgio e il Col di Tenda ed altri passi, e scendean qua e lá in Piemonte. Combattessi principalmente [21 settembre] a Dego, destinato a maggior rinome. In quest’anno [23 maggio] a Valenciennes fu firmato tra Sardegna ed Austriaun trattato, che sarebbe stato fatale se non fosse stato stoltissimo allora ed annullato da’ fatti poi; un trattato, per cui casa Savoia dovea disfar l’opera de’ maggiori, riportar sua potenza in Francia, restituendo ad Austria altrettante province verso Lombardia.—Nel 1795 finalmente, quando i repubblicani francesi ebber riuscito a far una repubblica di due assemblee legislative con un Direttorio esecutivo [4 novembre], allora cominciarono a far paci colle potenze nemiche. E prima (brutto vanto) con Toscana [9 febbraio], che non era mai entrata né avrebbe potuto entrar seriamente in guerra; poi con Prussia [5 aprile], con Olanda [16 maggio], con Ispagna [22 luglio]. Quindi, giá non rimanendo essi in guerra continentale se non contro ad Austria e all’imperio e Piemonte, incominciarono in Germania a passar il Reno; ed in Italia ritentarono gli Appennini, e vinsero a Loano [23, 24 novembre], ma furono pur trattenuti al di lá.—Ma l’anno 1796 vide mutarsi a un tratto i modi e la fortuna di quella guerra, l’Italia, l’Europa, per l’elezione di Napoleone Buonaparte, giovane di ventisei anni, al posto di generale dell’armata d’Italia [29 febbraio]. Giuntovi appena [26 marzo], si cacciò tra l’Appennino, al centro della linea di difesa nemica, tra austriaci che vi stavano a sinistra verso Lombardia, e piemontesi a destra verso Piemonte. Vinse or gli uni or gli altri di qua, di lá, a Montenotte [11 aprile], a Dego [12], a Millesimo [14], a Mondoví [22]. E lí presso a Cherasco [28], i piemontesi abbandonarono la guerra, fecero una brutta tregua, mutata poi [18 maggio, a Parigi] in brutta pace; per cui lasciavano l’alleanza, cedean Savoia e Nizza; davano in mano ai francesi le migliori fortezze dello Stato, quelle fortezze vergini d’assalto, in cui e con cui avrebbon potuto e dovuto resistere, e cui date, si facean servi. Fu incredibil viltá, comparata alla virtú antica dei piemontesi, di casa Savoia; ma essi avean fatte almeno quattro campagne, una brutta, ma tre belle; avean tenuto lo straniero quattr’anni su quell’Alpi e quegli Appennini, ove eran accorsi con essi pochi austriaci, non un altro italiano. Conchiudiamo, che allora il migliore Stato italiano valea poco, gli altri nulla.—Intanto Buonaparte proseguí sua invasione, suevittorie. Subito passò il Po a Piacenza [7 maggio], concedé una tregua con multa al duca di Parma [9], combatté e passò l’Adda a Lodi [9]; entrò in Milano [15] trionfante ed applaudito da’ repubblicani, o, come li chiama Botta, gli «utopisti» italiani, esecrato dal grosso delle popolazioni che si sollevarono qua e lá. Trattenutone pochi dí, riavanzò, passò l’Oglio, entrò nel territorio della moribonda Venezia, che per la terza o quarta volta deliberò non tra pace o guerra, ma tra neutralitá armata o disarmata, e s’appigliò a questa. E vincendo poi a Borghetto [28 maggio], entrò in quel campo di guerra tra Mincio ed Adige, dove egli, il giovane ed arditissimo de’ capitani antichi o moderni, vi si fece quasi un Fabio indugiatore, vi si fermò, vi si piantò, vi aspettò quattro eserciti nemici, contentandosi di vincerli in una guerra difensiva e lunga di otto mesi intieri, dove poi quella devota vittima di Carlo Alberto non fu rimasto un mese senza che i capitani di bottega, di setta, di piazza, od anche di piú autorevoli assemblee, lo spingessero ad uscire, ad avanzare, a correr paese, a dar la mano a chiunque si sollevasse, a guarnir l’Alpi, ad estendersi, a perdersi, a perder la piú bella occasione che sia stata mai all’Italia. Ed a piú dolore e piú vergogna si ritenga, che il gran capitano francese aveva, lasciategli da’ veneziani, Peschiera, Legnago e Verona, mentre l’infelice italiano aveva contro sé queste tre fortezze, l’ultima delle quali accresciuta a tal segno da annullare in paragone l’importanza di Mantova stessa, e da essere il baluardo, la piazza d’armi, il palladio della potenza austriaca in Italia. Cosí dismessa ogni altra impresa, ogni altra idea, ogni altro pensiero, avesse egli assalito Verona seriamente, lentamente, destinandovi i mesi, gli anni, qualunque tempo! Ma, sinceramente, era egli possibile ciò? Forse sí; ma se mai, co’ due modi napoleonici: primo, lasciar dire, e ridur la guerra a quell’impresa; secondo, minacciar di far fronte addietro, contro ai perturbatori della patria. Ma non erano né dovevano essere modi nostri. Vi pensi, sí, per un’altra volta, l’Italia. I campi di guerra dati dalla natura non si mutano per andar de’ secoli; l’arte, rinforzandoli, li fa anzi piú importanti. E da Mario e i cimbri, o forse prima, finoa noi, quel campo di Mincio ed Adige fu, è e sará quello ove si combatterá, se mai, la causa nostra. Diavi allora la patria campo libero, e senza disturbi a’ suoi soldati. Chi sta al terribile ed onorato gioco dell’armi è suscettivo, concitabile, iroso, e, se sia lecito dire, nervoso. Rispettate i combattenti, non disturbateli; non meno che le loro ire, temete le loro svogliatezze; serbate loro alacritá, lasciateli vincere una volta; e ricompensateli poi, se vi paia, coll’ingratitudine. Non sará il primo esempio; ma intanto voi sarete stati liberati.—Sei giorni appresso, Buonaparte accerchiò Mantova [3 giugno]. Cosí collocato, die’ alcuni giorni, e gli bastarono, ad assicurarsi, a spalla, degli Stati minori italiani. Entrò a Modena [19], poi a Bologna, in Toscana [26]; gettò un presidio a Livorno, e firmate tregue con Napoli e col papa, tornò dinanzi a Mantova. Ivi egli era minacciato da un secondo e grande esercito austriaco, che scendea sotto Wurmser per Tirolo, dai due lati del lago di Garda. Al 29 furono assaliti i posti francesi. Al 31, quel giá sommo de’ capitani moderni abbandonò l’assedio, si volse tutto alla guerra campale; ed in sei dí, vincendo a Lonato [3 agosto] e a Castiglione [5], rigettò Wurmser nelle Alpi tirolesi. Ma rifattovisi questo e minacciando nuova discesa, di nuovo Buonaparte prese l’offensiva; e combattendo dal 3 al 5 settembre, risalí Tirolo fino a Trento: poi, non trovatovi Wurmser che scendea intanto per Val di Brenta, ve l’inseguí con magnifica risoluzione, a Bassano, a Legnano, e lo ridusse a buttarsi in Mantova [13]. Allora, libero di guerra campale, ricominciò e spinse l’assedio.—Ma minacciava intanto dal Friuli Alvinzi con un terzo esercito, la terza campagna austriaca dell’anno; bella costanza da svergognare le debolezze italiane. Le virtú degli avversari son le piú importanti a riconoscere, per prenderle e vincerle. Al 10 ottobre Napoli, al 5 novembre Parma firmavan lor paci con Francia. Modena, Bologna e Ferrara, occupate e sommosse da’ francesi, si dichiaravan libere, formavano l’efimera repubblica cispadana [16 ottobre]. Il medesimo dí, morto Vittorio Amedeo III, succedeva Carlo Emmanuele IV figliuolo di lui, nel regno occupato ed asservito; nel regno che, egli principe buonoe pio, tenne pochi anni poi, quasi una sventura, una penitenza, una croce. Il dí 1º novembre Alvinzi passò la Piave, ed in vari combattimenti respinse l’esercito francese sull’Adige, fece pericolar la fortuna di Buonaparte. Ma a un tratto, questi scende da Verona per la destra d’Adige, il passa, prende in fianco Alvinzi, lo sconfigge ad Arcoli [15, 16, 17 novembre], e torna quindi all’assedio di Mantova. Tal fu l’anno 1796, che rimarrá famoso sempre nella storia militare, per l’arte innalzata al sommo dalla giovanile e meravigliosa facoltá inventiva di Buonaparte. In Germania gli eserciti francesi avanzati oltre Reno, erano sforzati a indietreggiare dall’arciduca Carlo, e facevano una bella ritirata sotto Moreau; ed anche queste operazioni e questi capitani sono gloriosi.—L’anno 1797 s’aprí con una quarta discesa austriaca, una quarta difesa offensiva e nuove vittorie di Buonaparte. Alvinzi ridiscendea dall’alto Adige, Provera assaliva sul basso [12 gennaio]. Buonaparte corre al primo, e lo vince a Rivoli [14]; corre al secondo giá arrivato alla Favorita dinanzi a Mantova, e vince lui e Wurmser uscito dalla piazza, e prende il primo, e fa rientrar il secondo [16]; ondeché questi, ridotto agli ultimi, in breve capitolò [2 febbraio]. Ed ora, ad uno solito ed anche buon capitano sarebbe paruto tempo di riposar l’esercito; ma non a Buonaparte. Mossosi contra il papa, firmava [19 febbraio] la pace a Tolentino, facendosi cedere (oltre Avignone) Bologna, Ferrara, le Legazioni, trenta milioni. Poi, addí 10 marzo, moveva Joubert per il Tirolo, Massena per la Ponteba, se stesso al Tagliamento, per finir la cacciata degli austriaci dall’Italia, per passare d’Italia ad Austria, quell’Alpi tante volte passate a rovescio; un esercito francese doveva venirne a dar l’esempio. L’arciduca Carlo, il piú grande de’ capitani che abbiano combattuto Francia fino a Wellington, comandava quel rinnovato e forte esercito austriaco che era il quinto da un anno. Ma addí 16 Buonaparte vinse al Tagliamento, addí 19 all’Isonzo; varcate l’Alpi, si trovava addí 31 a Klagenfurth, riunito con Massena, presso a riunirsi con Joubert. Intanto, a sue spalle sollevavansi contro a lui Bergamo [12], Brescia [17], Salò [24], Crema [28]; tutte quelle popolazioni veneziane che lavil repubblica non aveva sapute usare contro all’invasore in faccia, che ora ella gli sollevava o si sollevavano a spalle, opportunamente come poteva parer allora, piú inopportunamente che mai, come si vide in breve. Buonaparte sentí il pericolo, accresciuto dal non saper che gli eserciti francesi del Reno avesser incominciate lor mosse; temé aver tutta Austria dinanzi, tutta Italia addietro; propose negoziati [31]. Ma rifiutato, riavanzò arditamente, combattendo a Unzmark [3 aprile], e fino a Leoben [7]. Allora Austria, minacciata al cuore, domandò essa l’armistizio. Fecesi di cinque giorni. Finiva addí 13 al mattino; arrivarono in quel punto i plenipotenziari austriaci a trattar pace. Trattossi altri cinque dí; e firmaronsi i preliminari lí a Leoben, addí 17. Austria cedeva il Belgio e il Milanese da rivolgersi in repubblica; doveva compensarsi in Germania coi principati ecclesiastici da abolirsi, in Italia col territorio di Venezia fino all’Oglio; rimanendo Venezia da compensarsi colle Legazioni e Modena, cioè colla efimera repubblica cispadana: stranissimo riparto della schernita Italia. Ma il dí prima de’ preliminari [17], che era un lunedí di Pasqua, anniversario de’ vespri siciliani, sollevavasi Verona, facevansi vespri veronesi. Ridiscese quindi il gran vincitore e mal pacificatore dall’Austria in Italia; mandò sue minacce, suoi ordini, sua vendetta a Venezia, ed egli, con stupenda arte di perfidia, si scostò dall’esecuzione, fu ad aspettarla a Milano. Addí 12 maggio, in gran Consiglio, la vile aristocrazia veneziana abolí se stessa, restituí, diceva, la libertá alla nazione, cioè a una repubblica democratica, cioè a una municipalitá alla francese. Questa chiamò gli stranieri addí 16. E, al medesimo dí, le medesime condizioni, i medesimi patti pattuivansi in Milano, tra i plenipotenziari veneti e Buonaparte! Talmente a cenni, a dito del vincitore fu consumata quella distruzione d’uno Stato di mille anni. Seguirono moti in Genova, per cui anche quella repubblica fu mutata da aristocratica a democratica francese, e prese nome di «ligure»; moti nella Valtellina contro a’ grigioni, per cui Buonaparte, fatto arbitro, tolse quella provincia a’ grigioni e diedela alla repubblica cisalpina, che stavasi, come si disse allora, organizzando. E seguirono negoziati, dapprima dipace generale in vari luoghi, e poi, rotti quelli, di pace particolare tra Francia ed Austria presso a Campoformio; e Buonaparte in persona li condusse, vi tiranneggiò Austria, Francia, Italia a modo suo. Rigettato da Cobentzel il suoultimatum, ruppe addí 16 ottobre; e addí 17 fu accettato quello, e fattane pace definitiva. Francia (giá accresciuta di Savoia, Nizza, Avignone) rimase accresciuta del Belgio e della riva sinistra del Reno; e questi e gli altri ordinamenti germanici rimandati legalizzare ed ultimare a un congresso futuro a Rastadt. Venezia e la efimera repubblica cispadana sagrificate del tutto; Austria compensata in Italia con Venezia e tutto suo Stato (salvo l’isole) fino all’Adige. Una repubblica cisalpina (brutto nome che sottintendeva «Francia») costituita a Milano, e formata di Lombardia, Modena e le Legazioni.—Napoleone fu incontrastabilmente il piú gran capitano di questo e molti, e forse tutti i secoli; e l’anno non corso intiero, dall’11 aprile 1796 al 7 aprile 1797, basterebbe a dargli tal vanto. Ma Napoleone fu, senza dubbio, mediocre politico ad ordinare Stati internamente, pessimo ad ordinarli insieme, a rifar quella carta d’Europa che egli tanto pur meditò e rimutò. Negli ordinamenti interni, non badava a libertá, negli esterni, non a nazionalitá; né in quelli né in questi, ai desidèri, ai voleri, al potere dell’opinione universale. Nei tanti riordinamenti che fece d’Europa, non badò mai a limiti, a schiatte, a lingue, a natura; non ebbe mai l’idea, sola effettuabile durevolmente, di costituir nazioni. Qui non pensò a costituir l’italiana che era pur sua, o del padre e della madre sua: egli non vi lasciò solamente, vi accrebbe fin d’allora la potenza austriaca; egli ve la stabilí in modo da far l’Italia settentrionale campo inevitabile di nuove lotte tra Francia ed Austria, campo di servitú alla prima di queste per pochi anni, alla seconda Dio sa per quanti; egli fu il primo inventore degli ordinamenti del 1814 e 1815. Vero è che vi fu aiutato dall’incredibile stoltezza di quasi tutta Italia, della rimbambita Venezia principalmente, e di quelle popolazioni sollevatesi appunto appunto per autorizzar chi le voleva sacrificare.
33. Segue fino alla pace d’Amiens [1797-1802].—La condizione precaria fatta da quella mala pace all’Italia era questa: Austria dunque fino all’Adige; la novizia repubblica cisalpina, composta di antichi sudditi austriaci, modenesi, papalini, divisa in parte antica e che or diremmo legittimista assoluta, e parte democratica pur assoluta, niuna di mezzo; esercito novissimo lentamente sorgente, e vituperato di quel detto di Buonaparte che non avrebbe resistito ad un reggimento piemontese; e quindi con tal pretesto e ragione, un esercito d’occupazione francese, e generali e commissari dittatori, cioè insomma dipendenza straniera assoluta. La monarchia piemontese rimaneva ridotta e stretta tra le due repubbliche di Francia vera e Francia cisalpina, ed occupata essa pure, attraversata da francesi. Parma sopravviveva sotto lo scudo di Spagna, Toscana sotto quello d’Austria. Roma travagliata tra suo vecchio governo e la vicinanza della nuova ed invadente democrazia cisalpina, Roma pareva all’ultima agonia; ed eravi per allora, e sarebbe stata per sempre, se non vi fosse il poter temporale appoggiato allo spirituale. E finalmente la regina Carolina ed Acton fremevano da Napoli contro alle novitá, cui non avean saputo resistere nel farsi, cui fatte volevan disfare. Insomma, o per vecchiezza mal sostenuta, o per nuova e cattiva costruzione, tutti gli edifizi degli Stati italiani minacciavan rovina.—La prima fu quella di Roma. Scoppiovvi una sommossa di repubblicani [28 dicembre 1797], cosí dappoco che non resistettero ai dragoni del papa. Rifuggirono al palazzo di Francia, dov’era ambasciatore Giuseppe Buonaparte fratello di Napoleone, e a lui addetto un giovane generale Duphot. Questi fu ucciso nel tumulto. Fecesene scandalo, grida, violazioneiuris gentium, e via via. Arrivò Berthier, generale in capo de’ franco-cisalpini, al 10 febbraio 1798, entrò, fu menato in trionfo a Campidoglio; e lí sotto, a Campo Vaccino, dinanzi ad un notaio, fu proclamata la repubblica romana. Non sarebbe pregio d’opera anche piú distesa riferire le costituzioni, o peggio i subbugli, le parti, cioè i pettegolezzi di questa e delle seguenti repubblichette efimere. Piú seria, piú storica la resistenza del vecchio ed or dignitosoe coraggioso pontefice; il quale ricusò ogni rinuncia, e fu subito portato via a Toscana, ed indi a Valenza in Francia, dove morí [29 agosto 1799].—Intanto cadeva casa Savoia. La repubblica ligure infrancesata dichiarava la guerra a Carlo Emmanuele. Intromettevasi Francia, ed occupava la cittadella di Torino. E finalmente, a un medesimo di a Parigi e a Torino, dichiarava la guerra (tirannica derisione) al re giá spogliato d’ogni mezzo di resistenza; e questi abdicava [9 dicembre] virtuosamente protestando, ed era poi portato via a Toscana, e lá imbarcato per Sardegna. E cosí, dopo quattro anni di difesa militare, e due di difesa diplomatica (sostenuta principalmente dal Priocca ministro degli affari esteri e dal Balbo ambasciatore a Parigi) cadeva anch’essa non senza dignitá casa Savoia. Questa e il papa soli fra’ principi italiani ebbero, non avendo saputo resistere, l’onore almeno di aver saputo soccombere. E del Piemonte pure fu tentato fare una repubblica; ma non fu conceduto dai francesi, che lo serbarono sotto un governo, come si diceva, provvisorio.—Napoli poi cadde poco appresso, ma men bene di gran lunga. Carolina ed Acton ministro, e Mack generale tedesco assoldato da essi, e Nelson ammiraglio inglese trionfante della sua recente vittoria navale ad Abukir, immaginarono decidere, romper essi dal loro angolo d’Italia quella guerra, che si riannuvolava giá da tutta Europa. Apparecchiato un grande esercito, i napoletani invasero la nuova repubblica romana, entrarono in Roma [29 novembre], abbandonata dal piccolo corpo francese di Championnet. Ma battuti i napoletani fin dal primo incontro ad Otricoli [9 dicembre], lasciaron Roma; e rientrovvi Championnet, e li inseguí ai limiti del Regno ed oltre. Ferdinando Borbone, spaventato, salpò con la moglie e la corte sulle navi di Nelson per Sicilia [31 dicembre].—Al nuovo anno 1799, si avanzò Championnet contro a Capua [3 gennaio], e firmò un armistizio [11] con Mack; ma sollevossi Napoli contro a questo ed al governo del re, e la cittá rimase in mano a’ lazzaroni, sotto il principe di Moliterno, che finí quella confusione chiamando i francesi [23 gennaio]. Ed ivi pure fu organizzata una repubblichetta alla francese, la quale(perché non erano ancora di moda le caricature del medio evo, ma sì quelle greche e romane) fu detta «partenopea».—Scoppiava poco appresso la guerra della seconda coalizione europea; da una parte, Inghilterra che non avea cessato mai, Austria che ricominciava diciotto mesi dopo la pace mal fatta e peggio eseguita di Campoformio, e Russia che entrava or per la prima volta in guerra effettiva; dall’altra, Francia e le sei repubbliche satelliti sue, olandese, elvetica testé rivoluzionata, democratizzata, centralizzata e ribattezzata, ligure, cisalpina, romana e partenopea. Jourdan passando il Reno in Germania [1º marzo], Massena passandolo in Elvezia [6], e l’arciduca Carlo passando il Leck [3], aprirono la campagna. La quale fu condotta colá infelicemente per Francia, ma pure serbando all’ultimo le due linee del Reno e della Limmath. In Italia poi Scherer e l’esercito francese incominciarono essi passando l’Adige [26 marzo]; ma battuti nei dí seguenti da Kray, si ritrassero [7 aprile] sul Mincio, e quindi precipitosamente sull’Oglio, sull’Adda. Scherer avvilito lasciò il comando a Moreau, giá generale in capo illustratosi in Germania, e qui semplice general di divisione. Intanto arrivava l’esercito russo sotto Suwarow, capitano molto illustratosi in Turchia e troppo in Polonia. E perché a Championnet, richiamato dall’esercito di Napoli nell’Italia superiore, era succeduto Macdonald buon capitano esso pure, fu bella guerra anche questa. Moreau battuto a Cassano sull’Adda il dí appresso a quello in che prese il comando [28 aprile], si ritrasse lentamente a Milano, a Torino; e dato tempo cosí alla fuga scompigliata de’ repubblicani cisalpini e piemontesi, passò il Po, lascionne tutta la riva sinistra, ridisceselo sulla destra, e si collocò al confluente del Tanaro tra Alessandria e Valenza. Suwarow prese Torino, ma esso pure ridiscese il Po a manca, e, passatolo, si collocò a Tortona in faccia a Moreau. Questi gli sguizzò di mano, e posesi a Novi, tendendo la destra a Macdonald che arrivava da Napoli, Roma, Toscana abbandonate. Verso la metá di giugno eran presso a riunirsi i due. Ma fosse fretta di Macdonald o indugio di Moreau, quegli si trovò impegnato solo contro a Suwarow bellamente cacciatosi in mezzo.Alla Trebbia combatteronsi tre giornate [17, 18, 19]. E battutovi Macdonald, si riuní allora a Moreau per l’Appennino; sul quale fu cosí cacciato tutto l’esercito francese, rimanendo il resto d’ Italia in mano agli austro-russi. E quindi si vede, come da altri esempi numerosi antichi, nuovi e novissimi da Annibale fino a noi, che ivi pure tra il Po, la Trebbia e l’Appennino è un altro campo apprestato dalla natura, fortificato poi dall’arte variamente, alle guerre italiane, un campo che è primo o secondo in importanza a quello di Mincio ed Adige, secondoché le guerre ci vengono di Francia o di Germania; campo poi difensivo principale, forse unico, al Piemonte contro l’Austria. Vergogna a noi, a noi piemontesi dico, di non averlo saputo adoprare nell’ultima nostra prova. Avrebbe bastato a ciò seguir le patrie tradizioni, e principalmente gli ultimi esempi di Suwarow e Moreau.—Seguirono restaurazioni degli antichi governi non meno efimere, che le repubblichette testé cadute. A Napoli tornarono re, regina e il resto, incrudeliti a vendetta dal recente avvilimento e dal subitano e immeritato trionfo. Ivi Nelson sporcò la propria gloria e la bandiera inglese, imprestandola ai supplizi. In Roma, in Firenze, in Torino eran proclamati papa, granduca e re, ma assenti, e governarono intanto gli alleati poco diversi da nemici, piú odiosi. Come gl’italiani repubblicani poc’anzi, cosí ora i regii poterono imparare, che sieno le difese, le protezioni, gli ordinamenti stranieri. Austria aveva allora tutta Italia in sue mani; e mostrò l’intenzione di serbarne molto o tutto; e perdette l’opinione de’ propri partigiani. In Piemonte principalmente, crebbe allora l’antico odio ad essa. Che piú? Per questa aviditá, Austria perdé la guerra stessa; per assicurarsi del paese ridusse la guerra campale ad assedi; furon prese Alessandria [22 luglio], Mantova [30]. Allora coll’esercito riunito, Suwarow s’avanzò all’Appennino, e vinse in gran battaglia a Novi l’esercito francese capitanato da Joubert, e, lui ucciso, di nuovo da Moreau [15 agosto]. Quindi l’esercito francese si ridusse in parte dentro e intorno a Genova, e in parte sul Varo a difendere Provenza. E giá, passati in Isvizzera Suwarow e l’esercito russo [21 settembre], Melas coll’esercitoaustriaco tentava Genova.—Ma mutavasi allora di nuovo a un tratto e del tutto la fortuna di Francia per l’arrivo di Napoleone Buonaparte dall’Egitto, che egli avea conquistato da due anni, e che lasciava ora senza ordini, di proprio moto, per venirsi porre a capo della mal condotta e da lui disprezzata repubblica. Addì 9 ottobre, approdava a Fréjus; addí 9 novembre [18brumaire], distruggeva il Direttorio, e metteva invece un governo di tre consoli provvisori, se stesso, Sièyes e Ducos. Elaborata quindi una nuova costituzione con un primo consolo, che naturalmente fu egli, e due minori, Cambacérès e Le Brun; entrarono in carica il dí di Natale 1799; mille anni, dí per dí, dall’assunzione di Carlomagno all’imperio.—Quindi subito, e piú poi ne’ primi mesi del 1800, seguí sotto a Napoleone quel ricalcare i propri passi la rivoluzione francese, quella, come si diceva allora, controrivoluzione, tanto temuta da tutti i rivoluzionari, tanto immanchevolmente destinata a tutti, quel mirabile restaurarsi e riordinarsi dell’amministrazione, della giustizia, delle finanze, dell’esercito di Francia, che ci fu recentemente cosí ben narrato dal Thiers; ben narrato, dico, perché nemmen egli, francese e napoleonico, ma liberale, non tace né vela ciò che vi mancò, la libertá. Lo stupore d’Europa a sì grandi mutazioni, gl’indugi degli austriaci che per otto mesi dopo la battaglia di Novi non fecer quasi nulla né in Italia né fuori, dieder agio a Napoleone ad apparecchiar la magnifica campagna del 1800. Pose Moreau ed un forte esercito in Elvezia ed Alsazia sul Reno, con ordine di passarlo; Massena e le reliquie degli eserciti d’Italia a difesa di Genova e d’Appennino; e un terzo esercito di riserva sotto Berthier nominativamente a Digione, di fatto qua e lá, dove venivan raccogliendosi le divisioni, le brigate via via; cosicché, tra il grido sparsone e il non trovarsene quasi traccia a Digione, furono ingannate le spie nemiche, credettero finzione e vanto la verità bandita. Gli austriaci apriron la campagna. Melas assalì Massena addí 5 aprile, e fortissimo contra debole, lo rinchiuse in Genova e lo separò da Suchet che si ritrasse quindi sul Varo, e vi fece una lunga e bella difesa, mentre Massena fece la sua bellissima di Genova. Quindientrò in campagna Moreau [25], passò il Reno su quattro punti da Strasburgo a Sciaffusa; e combattendo e vincendo a Stockach, a Moesskirk, giungeva al Danubio, ad Ulma, dove riduceva l’esercito austriaco di Kray. Posava quindi, staccata giá una forte divisione sua al San Gottardo, per iscendere in Italia in aiuto a Napoleone. Questi poi erasi mosso terzo [5 maggio] da Parigi; e attraversata Digione dove erano appena alcuni depositi dell’esercito di riserva, n’avea raggiunto il grosso sulle sponde, anzi al sommo capo del lago di Ginevra. Addí 14, aveva spinto Lannes e sue prime divisioni a passar il Gran San Bernardo; poi l’altre ne’ dí seguenti fino al 20, che passò egli. Lannes scendendo per Val di Dora, s’era abbattuto contro al forte di Bard, che la chiude, e passato sulle balze a sinistra, come poté, era pur progredito. Cosí fece a stento il resto dell’esercito, Napoleone. Addí 22, Lannes sboccò da’ monti, e prese Ivrea; addí 28, dai colli, e prese Chivasso sul Po. E raccolto lá alla pianura oramai tutto l’esercito, Napoleone minacciò a destra Torino, ma piombò a stanca sul Ticino [31], e passatolo, su Pavia e Milano [10 giugno]. Entrò egli in questa il dí appresso; e pensi ognuno le meraviglie, le gioie dei repubblicani, dei cresciuti nemici d’Austria, degli amici de’ francesi e della libertá, pur cresciuti all’ordinarsi apparente di essa in Francia. Né fermossi guari Napoleone costí. Partendo di Parigi aveva accennato col dito in sulla carta la pianura tra Alessandria e Tortona, come quella ove Melas preso a spalle raccoglierebbe probabilmente l’esercito austriaco, per rompersi una via alla ritratta. E Melas, sorpreso a Nizza mentre guerreggiava tranquillo contro Suchet, obbediva ora al dito fatidico correndo egli e facendo correre sue divisioni disperse al punto assegnato. Massena intanto era sforzato dal difetto assoluto di viveri in Genova, addí 4; e, fatta un’onorevole ed utile capitolazione, sbarcava quindi a Savona dove dava la mano a Suchet giá riavanzato. E Napoleone, lasciata Milano addí 8, raggiungeva l’esercito suo che giá aveva passato il Po a Pavia. Addí 9, incontravansi i due primi corpi nemici a Stradella e Montebello; e vinceva il francese sotto Lannes, che n’ebbe poi il nome.Quindi seguendo e convergendo a destra, tutto l’esercito francese trovavasi in Voghera e Tortona, contro all’austriaco raccoglientesi ad Alessandria. Trovavansi cosí i due eserciti in una di quelle posizioni dove forza è si decidano i destini delle nazioni; l’esercito francese aveva l’austriaco tra sé e Francia, l’austriaco aveva il francese tra sé ed Austria; ma con questa gran differenza, che il francese cra venuto costí a posta e credea tagliare, l’austriaco sorpreso teneasi per tagliato; ed ognun sa, che anche in guerra l’opinione fa la forza. Tre dí passarono in formarsi, assicurarsi l’uno e l’altro. Addí 13, Napoleone, passata la Scrivia, e spiegatosi ne’ piani di Marengo e non trovatovi il nemico, temettelo scampato. Ma all’aggiornare del 14, sboccò questo dal ponte della Bormida, e si spiegò nei medesimi piani. E lí, da mattina a sera si combatté quella lunga, varia, intensa battaglia, vinta dagli austriaci quasi tutto il giorno, rivinta da’ francesi nell’ultime ore per lor mirabile costanza, per quella principalmente di Desaix che vi morí. Qui sorge piú che mai il rincrescimento di non aver agio a descrivere, ammirare, lodare. Insomma, Melas e gli austriaci furono fermati, rotti, disfatti, ricacciati, riaffollati in Alessandria; e al domane [15] Melas firmava una capitolazione, per cui gli fu conceduto ritrarsi dietro al Mincio ed al Po; ed egli concedeva Piemonte, Lombardia, Liguria, Parma, Modena, le Legazioni, Toscana; e cosí la restaurazione della repubblica cisalpina. Napoleone ripassò trionfando a Milano, a Torino; ritornò trionfando a Parigi. Allora Moreau, concitato da tanto esempio, assalí pur egli in Germania i nemici, e li vinse e spinse fin dietro l’Inn, e firmò pur esso un armistizio [15 luglio]. Poche nazioni, pochi uomini ebbero mai un’epoca di gloria e fortuna crescenti, come questa che incominciò qui a Francia, a Napoleone; e pochi uomini ne usarono bene, come egli allora. Continuò, accelerò, svolse riordinamenti interni ed esterni; ripropose paci, e rigettato riuní nuovi eserciti a nuovi trionfi. Addí 28 novembre, fu rotto l’armistizio. Addí 3 dicembre, Moreau vinse una gran battaglia ad Hohenlinden, e passò quindi l’Inn e la Salza e firmò poi un nuovo armistizio a Steyer [25 dicembre]. Ed intanto un secondo esercitofrancese dalla Svizzera passava la Spluga [5 dicembre]. Ed il terzo in Italia sotto Brunc passava il Mincio [25 dicembre] e l’Adige [1º gennaio 1801], e firmava pur esso il suo armistizio a Treviso [16 gennaio]. Finalmente [9 febbraio 1801] firmavasi a Lunéville la pace tra Francia ed Austria, simile a quella di Campoformio: Austria dietro l’Adige; Cisalpina formata, come giá, del Milanese, Modena e le Legazioni; Piemonte e Toscana abbandonate alle ulteriori disposizioni di Francia. E seguirono quindi, rapide, e quasi appendici di questa, altre paci via via. Per un trattato fatto pochi dí appresso con Ispagna [21 marzo] Napoleone facevasi ceder Parma e Piacenza, e innalzava quella casa borbonica a un nuovo regno d’Etruria. Pochi altri dí appresso [28 marzo], Napoli faceva pace, e cedeva Porto Longone, Elba, i Presidi e Piombino. E finalmente, addí 15 luglio, firmavasi il concordato tra Francia e Pio VII, nuovo papa eletto ultimamente [14 marzo 1800] a Venezia, mirabilmente eletto, come uomo che s’era giá mostrato intendente de’ tempi, da uomini che cosí mostrarono intenderli. Poi, adunatasi a Lione una Consulta di cisalpini, mutava sotto la dettatura dell’onnipotente vincitore e pacificatore la costituzione della repubblica cisalpina, e gliene deferiva la presidenza [26 gennaio 1802]. E qui un grande scrittor moderno accenna a non so qual gioia e qual concorso dell’opinione italiana. Ma noi vecchi n’abbiam ancor qualche memoria; e il fatto sta che, gioia o no, questa Consulta fu poco piú che obbedienza al cenno straniero, e cerimonie. Seguirono altre ed altre paci; ultimate, confermate tutte da quella tra Francia ed Inghilterra firmata ad Amiens [27 marzo 1802]. La cristianitá era in pace; ma divisa essa tra due potenze prepotenti una in mare, l’altra in terra; divisa l’Italia tra Francia prepotente e crescentevi, ed Austria ridotta a soffrire, era chiaro a tutti che non potea durare né questa ripartizione particolare, né quella generale.