— Le lucertole? Bevono il sole e vivono.— E allora perchè, se tutto vive, si dice che c'è anche la morte?— Questa, bambino mio, è una brutta parola: ma gli uccelli, le piante, non lo sanno.— Quando anche tu, Bismarck, eri bambino, tuo papà ti conduceva intorno a vedere la primavera, anche a te?— Sì, Lolò.— E perchè adesso piangi?— Perchè io non sono come la cìncia.— Io sì! Io voglio essere sempre allegro come la cìncia.*19 marzo. (Nel giardino: dopo che la sirena della fabbrica ha dato il segnale che la giornata è finita).Bismarck a Lolò:— Quale è, piccolo Lolò, la cosa più bella che ti piacerebbe di vedere?— I peri ed i meli del mio giardino quando avranno i frutti, ed io li mangerò.— Bambino mio, ce n'è una anche più bella: tua mamma e tuo babbo che si vogliono bene. Li vedi laggiù?*24 marzo. (Nell'ora del tramonto: nel giardino).— Va su, Lolò, nella mia stanza a prendermi le forbici nel cestino da lavoro.— No, io solo, no, io solo non ci vado!— Vede, signor Manzi, che inesplicabili terrori? Guardi, si è fatto pallido, trema tutto; è un fenomeno impressionante.— No, mamma, non ci vado solo. Ho paura, ho paura: la biscia!— Lolò ha veduto una biscia, signor Manzi?— Mai, che io sappia: qui di biscie non ce ne sono. Perchè, piccolo Lolò, non vuoi ubbidire alla mamma? Di sopra non c'è nessuno. Vedi? Tutte le finestre sono aperte, noi ti sentiamo di quaggiù. Va dunque, ubbidisci.La signora aggiunse: — Lolò, voglio che tu ubbidisca.Ma il bambino trema tutto e l'occhio si fissa su di un punto con un'espressione di terrore.— Aspettiamo un po' e poi vediamo di persuaderlo con le buone — disse Bismarck.— Aspettiamo; ma non voglio che si abitui pauroso. Ora però mi ricordo che altre due o tre volte si è destato in piena notte, d'improvviso, con un urlo disperato. Lo abbiamo preso nel nostro letto, io e suo babbo: abbiamo acceso il lume e gli abbiamo fatto vedere che non c'era nessuno fuori che noi due. Stava con gli occhi dilatati e guardava sui cuscini, fra le coperte del letto. Una pena! Ora il fenomeno si ripete. È strano, di giorno.... Ma non lo dica a mio marito. Lui, Lolò, quando gli è passata, non se ne ricorda più.— Di', Lolò — disse il signor Manzi —, vuoi che andiamo insieme di sopra a prendere le forbici della mamma? Ti farò vedere io che non c'è proprio niente.— Se mi prendi in braccio; se mi terrai su in alto, ma alto!— Dev'essere quella stupida della Marta con le sue storie del serpente, del diavolo, dei santi....Così disse la signora, mentre Manzi sollevava il piccino.— Così in alto, sei contento? ma non mi stringere il collo. Adesso entriamo: queste sono le scale, guarda! questa è la sala da pranzo, vedi? non c'è nessuno, lo vedi? guarda qui: questa è la stanza da letto del babbo e della mamma. Vedi tu niente? Niente, e allora di che cosa hai paura? Ecco le tende....— No, le tende! no!— Ma non urlare, ma sta quieto, bambino, dietro le tende non c'è niente.— Sì, c'è la biscia, non toccare: c'è!...— Ma dove l'hai vista?— Nel giardino....— Ma no, bambino mio, nel giardino non ci sono biscie, io lo so.— L'ho vista, ti dico che l'ho vista.— È stata la Marta a raccontarti la storia della biscia?— No!*27 marzo. (Le sere degli ultimi di marzo fanno rabbrividire le tenere piante del giardino e la legna che dopo pranzo scoppietta nel camino, non è disaggradevole davvero).— Lei mi pare — disse la signora al vecchio Manzi — che non sia mica troppo favorevole per le donne.... (Si parlava della maestrina che doveva, dopo Pasqua, venire per l'istruzione di Lolò).— C'è il peccato d'origine! — disse lui cupamente.— Ho sempre inteso dire, da quando imparavo il catechismo, che il peccato d'origine era di tutti e due, di Adamo e di Eva.— No, no! È di Eva!— E in che cosa consiste il peccato d'origine del nostro sesso?— Un veleno — disse il Manzi — che hanno nel sangue.— Tutte le donne? Ma lei si vede che non ha conosciuto mai una signorina per bene....— Può bene essere, signora; ma io penso così.— Sa che lei è poco gentile?— Mi perdoni, signora. Ma è lei che mi ha interrogato.— Ti sei accorto — disse poi la signora al marito — che quell'uomo puzza di grappa? È odioso.*Fine di marzo.La settimana di Pasqua è vicina.È stato deciso che le feste di Pasqua il signor Enrico, la signora e il piccolo Lolò le andranno a passare a Noli, presso la nonna. I giorni sono splendidi e la felicità canta nel cuore del piccolo bambino.La signora è partita alcuni giorni prima per Milano dove porrà in assetto tutta la mobilia dell'appartamento, giacchè è anche deciso di stabilirsi per sempre nella villa. Ella così vuole. È partita con la cameriera, una allegra giovanetta, e raggiungerà il marito e il figlio a Noli.Oggi sono partiti: il signor Enrico eLolò in carrozza per la stazione di Y***, dove passa il treno per Genova.Quante cose felici erano giunte tutte in una volta per il piccolo bambino! la Primavera, la Pasqua, il viaggio! E la tiepida aurora nel giorno della partenza lo aveva destato prima dell'ora, susurrandogli amiche cose; ed i bimbi si destano e cantano.Si destò, e fu per lui desta tutta la casa.La vecchia fantesca, in mancanza della mamma, gli ravviò i capelli, quella mattina, lo pulì, e ce ne volle della pazienza perchè egli avea gran fretta, chè il treno partiva! Salì nella carrozza col babbo; e rivolto indietro:— Addio Marta — diceva —, ti porterò la ciambella di Pasqua!*Poichè la testa bionda di Lolò fu disparita, e la vecchia fantesca risalì piano piano le scale.«Oggi, signori, sarà una giornata di grande lavoro: voi dovete quindi esserebuoni e ubbidienti e farvi ben pulire, perchè è Pasqua». Parlava ai mobili.Era una buona bestia da lavoro la Marta, e siccome gli altri non parlavano troppo con lei, lei parlava alle casseruole, ai mobili e alle galline.Tutto il resto, anche il cervello, valeva poco; ma le braccia erano ancora di buona montanara. Tirava, smoveva i mobili gravi con molta facilità.Lavorò tutto il dì, strofinando, scopando.«Cominciamo dalla stanza da letto.... Oh, fuori voi!» e sciorinò le lenzuola di bucato che ondeggiarono sul tàlamo: le stirò con le mani. «E anche voi, piccolino, birichino di Lolò, li volete i lenzuoli puliti? Puliti sì, ma non nuovi. Non si sa mai!».Poi guardando latoilettedella signora, diceva: «Io preferisco fare la lavanda ai piedi di tutte le sedie, piuttosto che mettere in ordine tutte quelle pomate. Io? un po' d'acqua, e basta! Siete pure andata alla fiera, la mia signora! Il padrone l'avete trovato. Non vi basta quello?».E quando la giornata dolce e tranquilla declinò, aveva finito.«Ora va là, va in riposo anche tu, povera scopa, tu sei come me!»Ma la scopa riposò, ella no. Per una lenta abitudine ed una svanita memoria di ciò che si faceva nel suo paese di montagna, volle lucidare i rami della cucina «.... si appendevano sopra la cappa del camino e poi si mettevano in mezzo belle frasche di palme...!» E non solo lucidò i rami, ma pose in pieno assetto ogni altra cosa, poichè la dimane, che era la domenica dell'olivo, non avrebbe toccato neppure il manico della scopa.*Ma la giovanezza del sole al mattino batte alle vecchie pupille, dicendo: «Destati, Marta! per chi è vecchio, meglio è vegliare che dormire: di dormire è vicino il gran tempo: oggi è la domenica dell'olivo!»E allora si levò e ripulì anche le sue vecchie carni e poi tolse gli abiti festivi.Si vestì e andò alla chiesa.C'erano dei fiori, degli incensi, dei canti:Agnus Dei qui tollit peccata mundi. La vecchia Marta, avea comperato alcune palme e con quelle entrava a passo lento nella villa.Nell'appartamento vuoto e quieto entrava il sole e si rifrangea sui mobili lucidi, su le vernici fresche delle stanzette gaie.La Marta girò per tutto l'appartamento con le rame dell'ulivo in mano; passò in rivista tutte le sue stanze pulite. Ma nel mezzo della stanza si arrestò come spaurita.Era la molla dell'orologio grande sul caminetto della sala da pranzo che si discioglieva: e il martelletto s'alzò su la campana metallica e ricadde con uno squillo d'argento: battè le ore chiare, penetranti per tutto il silenzio dell'appartamento; dodici volte s'alzò e ricadde dodici volte con lo stesso suono.La Marta le contò su le dita, ferma nel mezzo della stanza. «È mezzogiorno — disse. — Ecco perchè c'è tanto silenzio; perchè è la domenica dell'ulivo! Le campane non suonano oggi! Oggi, come sarebbe mille ottocento novanta anni fa,è morto Nostro Signore» e si inginocchiò e si segnò la croce su la fronte.Nel mezzo del cielo il sole faceva il suo viaggio.La memoria si disugellava alla vecchia fante. Dopo tanti anni che non vedeva se non piatti da risciacquare, scarpe da lustrare, rivide la sua montagna, là nella Càrnia: chiesetta nera, casette nere di pietra, boschi di castagni: ma sotto i castagni che verde! un verde smeraldino che lo aveva sempre negli occhi e non l'aveva riveduto mai più! E sul verde, occhi d'oro del sole; e la leggenda della fata degli occhi d'oro, chiamata Drianna, che fu sepolta lì, e in nessun luogo il sole era lucente come lì.Lì, quando era bambina, con altri bambini, consumava i giorni della settimana santa, nelle lunghe ore che la campanella non interrompe più. Si incantavano a far mazzi di fiori stellati e bianchi, e la notte dormivano profondamente.Buona gente lassù in Càrnia! Si conoscevano tutti. Si poteva lasciare la biancheria al sole che nessuno la toccava, e la porta di casa aperta di notte.Le venne poi malinconia, lì sola. C'eraquell'altro pur solo, il Manzi, e lo andò a chiamare. Era oramai come di casa, quello lì.— Mi aiuti — disse — a mettere le rame d'olivo sopra i letti, ma ben in alto, chè se anche non le vogliono, faranno fatica a portarle via.... Sopra il letticciuolo di Lolò mettiamoci una bella rama. E anche sopra il loro.... Veramente non se lo meriterebbero.— Ma ci credete voi Marta, a queste cose?— Se ci credo? E se non ci credessi, che cosa sarei io? Oh, buon uomo, anche tu credi che io sia venuta a questo mondo soltanto per lustrare le scarpe? Via! C'è un po' di carne nella pentola, delle uova sode e del salame. Volete mangiare con me?*E allora in quell'ora tranquilla del giorno della domenica dell'ulivo, fu udito un forte squillo di campanello.Era un fattorino che recava un dispaccio per Manzi.Era tanto tempo che la posta non funzionava per lui, che fu colto da un tremito.Ma ebbe appena disuggellato il dispaccio, che, percorrendo quelle strisciette bianche, capì che la cosa non riguardava lui.Poi capì che dicevano una cosa breve, ma non la capiva bene.— Che cosa dice? — domandò la Marta.— Dice che la signora è ammalata e che io vada sùbito a Milano. Sapete voi che la signora fosse ammalata?— Ammalata la signora? È stata sempre bene da quando la conosco. Mi faccia il piacere legga il dispaccio. — E quando Manzi ebbe letto esclamò:— Ma questa è una disgrazia!— Ma la signora non doveva a quest'ora essere a Genova dai parenti che hanno da quelle parti?— Sicuro che doveva. Si era rimasti anzi d'intesa che lei sarebbe rimasta a Milano due o tre giorni per imballare e spedire la mobilia: e poi avrebbe raggiunto il padrone.— E invece?— E cosa vuole che sappia io? Il telegrammacanta chiaro, che la signora sta male e che lei vada subito a Milano.— Ma cosa c'entro io?— Oh, Santa Madre! — rispose la Marta. — Se stiamo anche a parlare fino a stasera, vedrà che non spieghiamo niente. Piuttosto si muova, si scuota, il treno parte alle tre, sa? e appena arrivato mi mandi due righe perchè anch'io sto in pena.E il signor Manzi si avviò a casa sua pensando a che cosa potesse essere.«Che cosa potrà essere?» ruminava tra sè, e nel presentimento di andare incontro ad una disgrazia, camminava adagio come trascinato. E come fu salito nella sua stanza, tolse da un armadietto una bottiglia scura e tracannò. E si mise il soprabito e il cappello duro per andare a Milano. Ma aveva paura di andare incontro a una disgrazia, e allungò la mano nell'armadio e prese ancora quella bottiglia e tracannò ancora.Non vi era nessun rumore nelle campagne, e le macchine non rombavano, e i telai della fabbrica non correvano, e i fumaioli non spiegavano il fumo.«Cristo è morto, Cristo è morto! — diceva Manzi, vestendosi. — Ma non seimica morta tu!» E indicava su la parete il ritratto di una giovane e vezzosa donna in cappello e veletta, ridente, con la testa inchinata, Sara.Ma il foglio giallo del dispaccio lo richiamò alla realtà presente: «certamente deve essere succeduta una disgrazia; facciamosi coraggio (e rimise alla bocca la nera bottiglia e tracannò). Io non ho più molta forza per andare incontro alle disgrazie! Ma intanto, qui, qui al soprabito manca un bottone. Ci metteremo uno spillo. Ora trovare lo spillo!».Uscì, ma nell'uscire una donna che faceva da portinaia, lo vide da una stradicciuola da cui veniva e gli fece segno di aspettare. Quando lo ebbe raggiunto, disse: «C'è una lettera per lei: stamattina non glie l'ho potuta consegnare perchè io era andata alla messa» e gli porse una lettera.Manzi riconobbe subito la scrittura del signor Enrico e una nuova trepidazione si aggiunse alla prima.— Lascia qui il bastone?— No, date qua — e messosi il bastone sotto l'ascella fece per aprire la lettera, ma poi volle guardare l'orologio, ma neltaschino delgiletnon lo trovò, e allora voleva tornar di sopra a prenderlo; poi si pentì e chiese alla donna: — Sapete che ora è?— Se non sono suonate, ci deve mancar poco alle tre.E il poveretto si mise a camminare in fretta con gran fatica perchè la strada che conduceva alla stazione era lunga, e così andando aveva strappato la busta che non si voleva far lacerare e aveva cercato di decifrare i caratteri che gli ballavano sotto gli occhi. Ne indovinò il senso più che non ne leggesse le lettere. «Dev'essere una disgrazia grossa» e questa idea lo faceva fermare, mentre invece doveva correre per non perdere la corsa. Ma giunse infine in vista della stazione. Essa si innalzava bianca, tranquilla come abbandonata nel verde, e sul cielo azzurro spiccava il tetto rosso. Nessun fischio nell'aria ferma, nessun fumo di locomotiva per la linea che si vedeva benissimo fin da lungi. Precipitò nel piccolo caffè della stazione.— È mica partito il treno?— C'è ancora un quarto d'ora, sempre se è in orario.— Meno male — e respirò. — Mi porti allora unvermutche ho fatto una gran corsa.E la padrona dall'angolo dietro il banco dove agucchiava placidamente, si levò, pulì il bicchierino a calice, lo fermò sul vassoio di ottone e versò ilvermut. — Belle giornate, eh?— Sì certo, bellissime — e spiegò la lettera e lesse e poi disse: «Dunque anche lui non sa che sua moglie è a Milano e che è ammalata. Mi domanda di urgenza se è tornata qui. Ma qui non è tornata», e stava in procinto di telegrafare dalla stazione che lui non sapeva niente di niente, ma poi gli parve meglio veder prima di che si trattava.Il guardiano della stazione stava costruendo nel piccolo giardinetto attiguo alla stazione una specie di gabbia per le sue galline; riconobbe il Manzi e gli chiese: — Va a Milano a divertirsi un poco, eh?Il treno apparve in fondo alla linea: un treno piccolo che era quasi vuoto. Manzi salì in un carrozzone dove era solo: il treno partì e poi si fermava a tutte le piccole stazioni senza raccoglieresu nessun viaggiatore. Pareva che si avviasse verso una città morta.— Com'è che non monta su nessuno? — chiese il Manzi al frenatore che saliva su la garetta.— Perchè di Pasqua quelli di fuori stanno a casa loro, e quelli di Milano, se hanno comodo, vanno fuori.E giunse a Milano che il sole era ancora alto e tutto un lato della via Manzoni ne splendeva da suoi eccelsi palagi. Dame e signori con grave andare muovevano su due marciapiedi, lungo le botteghe chiuse, come chiamati dalle foglie tenere laggiù dei giardini. Nel mezzo della via larga il tram si scontrò con due o tre cocchi signorili lucidi, ondeggianti su gran molle e tratti da cavalli dal collo ricurvo. C'era per gli occhi di Bismarck dell'automatico in quei passeggieri, in quei tram, in quei cocchi; c'era del silenzio dietro a quel rumore di grande città; c'era della tristezza dietro il lusso di quella gente adorna nel giorno festivo.*Una nappa di seta verde svanita, che, in vece del bottone elettrico pendeva su la porta chiusa, pareva dovesse destare echi lugubri, e corrispondere a cose e persone che già andavano per lontana via ed era inutile richiamare. Tuttavia il signor Manzi tirò la nappa, e un suono di campanello risuonò nell'interno della casa, ma più forte nel cuore di lui.Venne ad aprire la porta una giovine che era la cameriera della signora, e quella al lume diurno che ancora pendeva su le scale deserte, in quel dì festivo, riconobbe il signor Manzi ed esclamò:— Finalmente, venga avanti!Era una leggiadra biondina, di adolescente età. Da poco tempo era al servizio in quella casa, e il Manzi la aveva a pena intraveduta due o tre volte nella villa, chè ella il più del tempo trascorreva nelle stanze della signora: però ricordava il suo allegro riso e la sua lieta voce squillante. Ora quelle parole le aveva pronunciatein un modo così diverso che ben si capiva che qualche cosa di terribile accadeva in quella dimora in cui egli allora poneva il piede.Egli venne avanti, ma l'anticamera era quasi buia, e le masserizie che la ingombravano, confuse e ammucchiate, rendevano più difficile l'avanzarsi, e perciò rimase lì quasi presso l'uscio e chiese:— Come va?La giovane si strinse nelle spalle e poi gliele voltò, e Manzi cercò di venire avanti, come più si abituava l'occhio alla penombra.Da una stanza apparve una donna, la quale chiese alla giovane distintamente e con premura:— È il marito quello lì?— No, quello è il signore a cui abbiamo telegrafato dopo — rispose la giovane accostandosi alla donna.— Ah! — fece costei come a dire: «allora è un'altra cosa» e — venga pur avanti — completò il suo dire, — ma piano, come può: anch'io sono poco pratica di questa casa. C'è almeno un lume, la mia tosa? — domandò alla cameriera.— Adesso vado a vedere se trovo un'altracandela, ma sarà un affar serio: il droghiere ha già chiuso.— Immagini — seguitò quella donna a dire al signor Manzi — che per scaldare un po' d'acqua, per fare un po' di brodo abbiamo dovuto accendere il carbone. E per trovare una tazza, i tovaglioli ce n'è voluto!... Era tutto fatto su. Oh, finalmente!E la chiusa del discorso fu rivolta alla cameriera che entrava con una lampada a petrolio.— Ho trovata questa qui sopra il camino: sento, era piena di petrolio.— Allora siamo signori — disse quella donna. — Io ho mandato la portinaia alla società del gas perchè venissero a slegare il contatore, ma sì!Allora il signor Manzi trovò il momento di domandare a quella signora, chi era.— Non mi conosce?— Io no.— Io sono la levatrice — e fece il nome e disse dove era statadiplomata.Il signor Manzi chiese perchè c'era lei lì, nella casa.— Come, non lo sa? Perchè la signora ha fatto un aborto, e adesso se ne va.— Se ne va? — e diede indietro atterrito su la sedia, a quella frase tranquilla.La donna fece un gesto che voleva dire: «se la piglia con me?»— Ma lei, signora....Il povero Manzi aveva appena cominciato a dire così che colei si levò come una vipera.— Mi meraviglio! Che c'entrava lei? Lei era stata chiamata dopo. Vada da quella che ha fatto marrone! Lei era una levatrice onesta.E non si acquietò se non quando il Manzi ebbe chiesto scusa.— È che bisogna stare attenti a parlare. Dopo tutto quello che si è fatto, in una casa tutta messa su, che non si trovava nè un lume, nè un fiammifero, nè una pentola da far bollir l'acqua.... Son due giorni sa, che siamo qui, con quella là disperata, che sino a stamattina non voleva che si avvisasse il marito....— Allora lui non sa niente....—Mi so no.I maritisann nagotta!— Già! — Non capiva però bene. Soltanto un mistero mostruoso gli era davanti.— Ma si possono fare queste cose?— Non si possono fare, ma per la pace in famiglia, si fanno. Mica così da cani però....— Cioè?— Scusi, pare mica un uomo lei. Non capisce che è sopravenuta la peretonite e siamo alla fine?Gli tremavano le gambe a Manzi.— E perchè.... — domandò.— Perchè? Vuol che lo sappia io perchè? se non lo sa lei che è di casa....Allora Manzi fece per andar di là a vedere la signora: gli pareva una cosa impossibile, una fiaba lugubre, che la signora, che nove giorni fa aveva veduto partire piena di salute, dovesse essere in quello stato come affermava quella donna.— È inutile, caro lei, che vada di là a vedere; già tanto lei non le può far niente; adesso riposa un poco e ne avrà abbastanza quando arriverà il marito, e con un braccio lo fermò su la sedia.— Ma come è stata? — ridomandò ancora e lo prese il tremito nelle gambe.— Lo domanda a me come è stata? Io non so niente, sono qui da ieri l'altro mattina e l'ho vegliata tutta la notte: ho un sonno che mi cadono gli occhi!— Ma c'è davvero questo pericolo? — e sentiva il sudore freddo venirgli giù dalla fronte.— Sentirà il medico che deve venire prima di sera.In quel momento suonò un campanello, uno squillo lieve: veniva dall'interno, non dalla porta.Il Manzi trasalì. La levatrice disse alla servetta: — Vada a vedere cosa vuole!E la giovane andò là in punta di piedi.I due tacquero.Si affacciò poi la giovine all'uscio e disse: — Vuol sapere se il signore qui è arrivato, le ho detto di sì e ha detto che lo vuole.— A me?— Sì a lei.— Faccia piano — ammonì la donna — non parli e non la faccia parlare.E Manzi andò di là col cuore che gli si gonfiava e la levatrice gli venne dietro.Sul letto, sollevato in su, vide il volto esangue della povera signora: i capelli vigilavano ritorti, attorno a quel volto cereo e fermo. Stentò quasi a riconoscere quel volto. Capì che era vero quello che le due donne dicevano.Ogni parola gli si smorzò nella gola ma udì distintamente il soffio della voce di lei che pronunciava queste parole:— Alle dodici arriva lui, gli ha telegrafato il medico.... lo prepari.... grazie.— E adesso venga via — gli sussurrò all'orecchio la donna e alle parole aggiunse l'azione e lo trascinò fuori della stanza.E lo lasciò solo nella stanza dove la lampada a petrolio spandeva la sua luce rossa. I mobili all'intorno erano coperti di tele e di fogli di giornali e su le pareti rimanevano due o tre quadri.Guardò e ne riconobbe uno: era un ricordo di Lolò, dipinto ad olio. Il bambino era di profilo con la cuffiettina bianca così che non si vedeva se non la guancia tondeggiante e la puntina del naso a pena. Eppure rideva! Certo era Lolò, più piccino, ma poteva certo essere il ritratto di qualunque altro placido bimbo che vive nella casa tiepida ed ampia.Allora i vecchi occhi ricominciarono a lagrimare.— Si ricordi che il treno da Genova arriva alle undici e tre quarti — ammonì la cameriera, — se sapesse, signor Manzi, che martirio in questi giorni! Il dottoreè dovuto diventar matto per farle capire che il suo stato era grave, e bisognava ben dirglielo perchè lei non voleva che si telegrafasse al signore, ma come si poteva fare diversamente? Fortunato lei che non c'era!— Ma il medico non viene più? Ma la si lascia morire così?— Sarà quello che suona adesso, sarà.E un piccolo suono di campanello squillò dall'anticamera, e la fanciulla e e l'altra donna corsero ad aprire.Entrò un signore di molto distinto aspetto. Domandò come stava, sentì le risposte che gli dava la donna e crollò il capo. — Andiamo a vedere — e si levava adagio adagio i guanti.E Manzi rimase ancora solo nella stanza dove il lume della lampada a petrolio spandeva una tranquilla luce rossa e il ritratto di Lolò rideva dalla sua tela.Quando dopo un quarto di ora tornarono, Manzi chiese:— Ma è così grave la cosa?— Gravissima, signor mio, e sarà molto se arriveremo a tenerla su fino a domattina — rispose il medico, sedendosi su di una seggiola che la levatrice avevaprima liberata da altri mobili. — Centocinquanta pulsazioni.Era un bisbigliare quieto, sommesso, in quella stanza, con tutti i mobili imballati, che avevano finito di vivere lì. Centocinquanta pulsazioni! Perchè la vita del cuore, in sul finire, si accende?Manzi aveva il terrore di sentire quella quiete che si sarebbe rotta per il grande urlo del povero ingegnere.Gli pareva al Manzi di essere entrato in un sogno e che tutto quello che gli accadeva da poche ore fosse una cosa lontana che toccasse altre persone ignote. Ma quando quegli fece per andarsene, il senso della realtà lo vinse e disse:— Per carità non se ne vada, signore!— Ci posso far ben poco io, sa? la donna che è qui può fare quello che posso fare io.— Ma non dico per lei, dico per lui che deve arrivare: cosa dirà? cosa penserà vedendola qui sola abbandonata? Dirà che la abbiamo lasciata morire come un cane....L'uomo aggrottò le ciglia e disse: — Tornerò più tardi.— Faccia di meglio, per carità, vengacon me alla stazione, che cosa vuole che io possa dire al signor Enrico?Colui parve turbato alle parole del Manzi, si passò la mano su la fronte.Pure la levatrice pregò il dottore di rimanere a scanso anche della sua responsabilità.Allora sembrò persuaso e decise di rimanere.— Mi troverò nella sala d'aspetto alle undici e mezzo, lei mi cerchi che sarò lì — disse al Manzi e mosse verso la porta.Ma il vecchio lo fermò per un braccio prima che se ne andasse.— Cosa c'è adesso? — domandò.— Proprio, proprio, crede che non possa guarire?La giovane fra quei due uomini faceva lume e guardava l'uno e l'altro.Il medico parlò e diede delle spiegazioni scientifiche che il vecchio non capì certo perchè tornò ancora a domandare:— Dunque non può guarire? nè meno un miracolo?— Ci crede lei ai miracoli?Manzi rimase con la bocca aperta.— Buona sera, e allora alla stazione.Uscì, e chiuse l'uscio.— Anche questa è fatta — sospirò la levatrice e il Manzi la sentì insieme alla giovane parlare, accudire a varie faccende, piano per le stanze con passi inavvertiti, ma più che la loro voce sentiva approssimarsi la fine, la dea della fine col suo sacco feroce, come il sacco degli spazzacamini che portano via i bambini cattivi: anche la morte ha il suo sacco: prende e mette dentro tutto, cose buone e cose cattive, prende tutto e butta via: e quando appare, è inutile dirle come allo spazzacamino: «adesso il bambino è buono, va via!» Ella non va via e il suo avvicinarsi fa sentire strani rumori nella casa e nel cuore, e fa tremare le gambe ed ha un passo così terribile che anche le cose in piena vita sembra che debbano andarle dietro per il viaggio per cui lei si avvia.*— Guardi che è ora che lei vada alla stazione — ammonì la levatrice: — è pratico, è vero, di Milano? Dico perchè non si sbagli, caso mai prenda una vettura.Andò alla stazione. Il dottore non era ancora arrivato.Certi sibili lontani di macchine che manovravano, lo facevano sussultare. Ogni tanto nel buio fuori della tettoia i fanali rossi o verdi dei dischi si spostavano sui loro lunghi bracci di ferro, come i fantasmi che fanno un gesto automatico, e gli occhi del vecchio erano attratti da quelle luci che si muovevano come il balenare sinistro di un volto che è laggiù, nel buio, che non si vede se non nelle pupille.Arrivò il dottore, si parlò del caso. — Già, un caso disgraziatissimo. Una signora prudente quando si decide a certi passi, lo fa a tempo, si rivolge a persona dell'arte. Ma chissà? la paura! la fretta.... La cosa più dolorosa adesso è lui. Sono incerti del mestiere. Era una fabbrica che andava bene, vero?In quella rombò il diretto da Genova e Manzi vide passare, davanti, la testa di lui; pareva la testa della Medusa. La barba pareva scomposta come quando uno si trova in mezzo a un temporale.*Ma in verità le cose passarono con più tranquillità che il Manzi non avrebbe pensato.L'uomo era disfatto, sì bene; ma non uscì alcun grido. A lui disse: «Grazie anche a lei, Manzi.» Durante il tragitto in carrozza, parlava col dottore. Lui, di fronte ai due, era come intontito.Sentiva queste parole di lui: «Infelice, infelice!» E poi diceva che se lo sentiva, che doveva succedere così.Quando entrarono in quella casa, Manzi aveva una gran paura: di sentire gli urli, gli urli di quell'uomo. Ma non fu nulla di tutto questo.Quell'uomo entrò. Lui Manzi non ebbe coraggio. Diceva fra sè: «come è coraggioso quell'uomo!»Anche la piccola cameriera aveva paura. Diceva al Manzi che quella era la prima volta che vedeva morire una persona.— Muore, muore davvero! — diceva con terrore.Lei credeva che si potesse arrivare sino a morire, ma morire proprio non credeva.Poi, nel terrore, raccontava cose che al Manzi suonavano strane per una giovanetta: che lei col suo amante avrebbe fatto tutto, fuori che quella cosa per cui si rimane incinta. — Ah, mai più, mai più! — ripeteva.Manzi, ogni tanto era attratto là, verso quella stanza. Gli pareva che ci fossero tanti lumi, là.Vedeva lei avviticchiata al collo di lui; ma poi un rantolo, un singhiozzo, lo respingevano indietro.Ogni tanto passava la levatrice per questo e per quello.Diceva: — Una donna robusta. Stenta a morire. Ma è già via con la testa: adesso dice che vuole andare a fare Pasqua con Lolò e con la nonna.Ma poi si udì un grido di là.Manzi ne ebbe come una lacerazione, e balzò. Vedeva lei che si veniva distaccando da lui. Quei grandi capelli di lei strisciavano sul volto dell'uomo, e seguivano la testa di lei.Lei si era rovesciata sul cuscino.Allora lo condussero via, quell'uomo.Guardava tutti con occhi inebetiti come per interrogare.Rispose la levatrice e disse con voce forte, come con voce piana avea parlato sino allora. — Sì, possiamo aprire le finestre.E fu una cosa curiosa. Quando furono aperte le finestre non era più notte e nè meno l'alba: era giorno col sole.E il sole entrò.Il cero che prima ardeva e pareva così grande, impicciolì e si allontanò anche lui.Anche quel cadavere di femmina adultera che giaceva, parve allontanarsi.L'uomo fece per accostarsi al letto, ma il fantasma del dramma che si era svolto in quell'anima e in quel corpo, si rilevò tutto grande e mostruoso davanti a lui, e lo tenne indietro.Le coperte segnavano la curva di quelle miserabili carni che la concupiscenza avea un tempo toccato col suo fremito.Il ventre si disegnava nettamente rigonfio come una tumefazione di male che ella, la martire, austera ora, trascinava dietro a sè, e a qual torso erano congiunte le braccia rigidamente, e le gambe.La passione le aveva agitate in ignoti amplessi; ora giacevano rigidamente.L'amante non avrebbe più osato accostarsi.L'uomo tradito fece ancora un gesto per avvicinarsi a quella che era stata la sua Maria; ma ella stessa si era già allontanata.E mentre nessuno parlava più, si udì bene la voce della giovane che chiedeva con angoscia:— Ma non c'è in tutta la casa una croce da mettere sul petto della povera signora?Milano, 1899.
— Le lucertole? Bevono il sole e vivono.
— E allora perchè, se tutto vive, si dice che c'è anche la morte?
— Questa, bambino mio, è una brutta parola: ma gli uccelli, le piante, non lo sanno.
— Quando anche tu, Bismarck, eri bambino, tuo papà ti conduceva intorno a vedere la primavera, anche a te?
— Sì, Lolò.
— E perchè adesso piangi?
— Perchè io non sono come la cìncia.
— Io sì! Io voglio essere sempre allegro come la cìncia.
*
19 marzo. (Nel giardino: dopo che la sirena della fabbrica ha dato il segnale che la giornata è finita).
Bismarck a Lolò:
— Quale è, piccolo Lolò, la cosa più bella che ti piacerebbe di vedere?
— I peri ed i meli del mio giardino quando avranno i frutti, ed io li mangerò.
— Bambino mio, ce n'è una anche più bella: tua mamma e tuo babbo che si vogliono bene. Li vedi laggiù?
*
24 marzo. (Nell'ora del tramonto: nel giardino).
— Va su, Lolò, nella mia stanza a prendermi le forbici nel cestino da lavoro.
— No, io solo, no, io solo non ci vado!
— Vede, signor Manzi, che inesplicabili terrori? Guardi, si è fatto pallido, trema tutto; è un fenomeno impressionante.
— No, mamma, non ci vado solo. Ho paura, ho paura: la biscia!
— Lolò ha veduto una biscia, signor Manzi?
— Mai, che io sappia: qui di biscie non ce ne sono. Perchè, piccolo Lolò, non vuoi ubbidire alla mamma? Di sopra non c'è nessuno. Vedi? Tutte le finestre sono aperte, noi ti sentiamo di quaggiù. Va dunque, ubbidisci.
La signora aggiunse: — Lolò, voglio che tu ubbidisca.
Ma il bambino trema tutto e l'occhio si fissa su di un punto con un'espressione di terrore.
— Aspettiamo un po' e poi vediamo di persuaderlo con le buone — disse Bismarck.
— Aspettiamo; ma non voglio che si abitui pauroso. Ora però mi ricordo che altre due o tre volte si è destato in piena notte, d'improvviso, con un urlo disperato. Lo abbiamo preso nel nostro letto, io e suo babbo: abbiamo acceso il lume e gli abbiamo fatto vedere che non c'era nessuno fuori che noi due. Stava con gli occhi dilatati e guardava sui cuscini, fra le coperte del letto. Una pena! Ora il fenomeno si ripete. È strano, di giorno.... Ma non lo dica a mio marito. Lui, Lolò, quando gli è passata, non se ne ricorda più.
— Di', Lolò — disse il signor Manzi —, vuoi che andiamo insieme di sopra a prendere le forbici della mamma? Ti farò vedere io che non c'è proprio niente.
— Se mi prendi in braccio; se mi terrai su in alto, ma alto!
— Dev'essere quella stupida della Marta con le sue storie del serpente, del diavolo, dei santi....
Così disse la signora, mentre Manzi sollevava il piccino.
— Così in alto, sei contento? ma non mi stringere il collo. Adesso entriamo: queste sono le scale, guarda! questa è la sala da pranzo, vedi? non c'è nessuno, lo vedi? guarda qui: questa è la stanza da letto del babbo e della mamma. Vedi tu niente? Niente, e allora di che cosa hai paura? Ecco le tende....
— No, le tende! no!
— Ma non urlare, ma sta quieto, bambino, dietro le tende non c'è niente.
— Sì, c'è la biscia, non toccare: c'è!...
— Ma dove l'hai vista?
— Nel giardino....
— Ma no, bambino mio, nel giardino non ci sono biscie, io lo so.
— L'ho vista, ti dico che l'ho vista.
— È stata la Marta a raccontarti la storia della biscia?
— No!
*
27 marzo. (Le sere degli ultimi di marzo fanno rabbrividire le tenere piante del giardino e la legna che dopo pranzo scoppietta nel camino, non è disaggradevole davvero).
— Lei mi pare — disse la signora al vecchio Manzi — che non sia mica troppo favorevole per le donne.... (Si parlava della maestrina che doveva, dopo Pasqua, venire per l'istruzione di Lolò).
— C'è il peccato d'origine! — disse lui cupamente.
— Ho sempre inteso dire, da quando imparavo il catechismo, che il peccato d'origine era di tutti e due, di Adamo e di Eva.
— No, no! È di Eva!
— E in che cosa consiste il peccato d'origine del nostro sesso?
— Un veleno — disse il Manzi — che hanno nel sangue.
— Tutte le donne? Ma lei si vede che non ha conosciuto mai una signorina per bene....
— Può bene essere, signora; ma io penso così.
— Sa che lei è poco gentile?
— Mi perdoni, signora. Ma è lei che mi ha interrogato.
— Ti sei accorto — disse poi la signora al marito — che quell'uomo puzza di grappa? È odioso.
*
Fine di marzo.
La settimana di Pasqua è vicina.
È stato deciso che le feste di Pasqua il signor Enrico, la signora e il piccolo Lolò le andranno a passare a Noli, presso la nonna. I giorni sono splendidi e la felicità canta nel cuore del piccolo bambino.
La signora è partita alcuni giorni prima per Milano dove porrà in assetto tutta la mobilia dell'appartamento, giacchè è anche deciso di stabilirsi per sempre nella villa. Ella così vuole. È partita con la cameriera, una allegra giovanetta, e raggiungerà il marito e il figlio a Noli.
Oggi sono partiti: il signor Enrico eLolò in carrozza per la stazione di Y***, dove passa il treno per Genova.
Quante cose felici erano giunte tutte in una volta per il piccolo bambino! la Primavera, la Pasqua, il viaggio! E la tiepida aurora nel giorno della partenza lo aveva destato prima dell'ora, susurrandogli amiche cose; ed i bimbi si destano e cantano.
Si destò, e fu per lui desta tutta la casa.
La vecchia fantesca, in mancanza della mamma, gli ravviò i capelli, quella mattina, lo pulì, e ce ne volle della pazienza perchè egli avea gran fretta, chè il treno partiva! Salì nella carrozza col babbo; e rivolto indietro:
— Addio Marta — diceva —, ti porterò la ciambella di Pasqua!
*
Poichè la testa bionda di Lolò fu disparita, e la vecchia fantesca risalì piano piano le scale.
«Oggi, signori, sarà una giornata di grande lavoro: voi dovete quindi esserebuoni e ubbidienti e farvi ben pulire, perchè è Pasqua». Parlava ai mobili.
Era una buona bestia da lavoro la Marta, e siccome gli altri non parlavano troppo con lei, lei parlava alle casseruole, ai mobili e alle galline.
Tutto il resto, anche il cervello, valeva poco; ma le braccia erano ancora di buona montanara. Tirava, smoveva i mobili gravi con molta facilità.
Lavorò tutto il dì, strofinando, scopando.
«Cominciamo dalla stanza da letto.... Oh, fuori voi!» e sciorinò le lenzuola di bucato che ondeggiarono sul tàlamo: le stirò con le mani. «E anche voi, piccolino, birichino di Lolò, li volete i lenzuoli puliti? Puliti sì, ma non nuovi. Non si sa mai!».
Poi guardando latoilettedella signora, diceva: «Io preferisco fare la lavanda ai piedi di tutte le sedie, piuttosto che mettere in ordine tutte quelle pomate. Io? un po' d'acqua, e basta! Siete pure andata alla fiera, la mia signora! Il padrone l'avete trovato. Non vi basta quello?».
E quando la giornata dolce e tranquilla declinò, aveva finito.
«Ora va là, va in riposo anche tu, povera scopa, tu sei come me!»
Ma la scopa riposò, ella no. Per una lenta abitudine ed una svanita memoria di ciò che si faceva nel suo paese di montagna, volle lucidare i rami della cucina «.... si appendevano sopra la cappa del camino e poi si mettevano in mezzo belle frasche di palme...!» E non solo lucidò i rami, ma pose in pieno assetto ogni altra cosa, poichè la dimane, che era la domenica dell'olivo, non avrebbe toccato neppure il manico della scopa.
*
Ma la giovanezza del sole al mattino batte alle vecchie pupille, dicendo: «Destati, Marta! per chi è vecchio, meglio è vegliare che dormire: di dormire è vicino il gran tempo: oggi è la domenica dell'olivo!»
E allora si levò e ripulì anche le sue vecchie carni e poi tolse gli abiti festivi.
Si vestì e andò alla chiesa.
C'erano dei fiori, degli incensi, dei canti:Agnus Dei qui tollit peccata mundi. La vecchia Marta, avea comperato alcune palme e con quelle entrava a passo lento nella villa.
Nell'appartamento vuoto e quieto entrava il sole e si rifrangea sui mobili lucidi, su le vernici fresche delle stanzette gaie.
La Marta girò per tutto l'appartamento con le rame dell'ulivo in mano; passò in rivista tutte le sue stanze pulite. Ma nel mezzo della stanza si arrestò come spaurita.
Era la molla dell'orologio grande sul caminetto della sala da pranzo che si discioglieva: e il martelletto s'alzò su la campana metallica e ricadde con uno squillo d'argento: battè le ore chiare, penetranti per tutto il silenzio dell'appartamento; dodici volte s'alzò e ricadde dodici volte con lo stesso suono.
La Marta le contò su le dita, ferma nel mezzo della stanza. «È mezzogiorno — disse. — Ecco perchè c'è tanto silenzio; perchè è la domenica dell'ulivo! Le campane non suonano oggi! Oggi, come sarebbe mille ottocento novanta anni fa,è morto Nostro Signore» e si inginocchiò e si segnò la croce su la fronte.
Nel mezzo del cielo il sole faceva il suo viaggio.
La memoria si disugellava alla vecchia fante. Dopo tanti anni che non vedeva se non piatti da risciacquare, scarpe da lustrare, rivide la sua montagna, là nella Càrnia: chiesetta nera, casette nere di pietra, boschi di castagni: ma sotto i castagni che verde! un verde smeraldino che lo aveva sempre negli occhi e non l'aveva riveduto mai più! E sul verde, occhi d'oro del sole; e la leggenda della fata degli occhi d'oro, chiamata Drianna, che fu sepolta lì, e in nessun luogo il sole era lucente come lì.
Lì, quando era bambina, con altri bambini, consumava i giorni della settimana santa, nelle lunghe ore che la campanella non interrompe più. Si incantavano a far mazzi di fiori stellati e bianchi, e la notte dormivano profondamente.
Buona gente lassù in Càrnia! Si conoscevano tutti. Si poteva lasciare la biancheria al sole che nessuno la toccava, e la porta di casa aperta di notte.
Le venne poi malinconia, lì sola. C'eraquell'altro pur solo, il Manzi, e lo andò a chiamare. Era oramai come di casa, quello lì.
— Mi aiuti — disse — a mettere le rame d'olivo sopra i letti, ma ben in alto, chè se anche non le vogliono, faranno fatica a portarle via.... Sopra il letticciuolo di Lolò mettiamoci una bella rama. E anche sopra il loro.... Veramente non se lo meriterebbero.
— Ma ci credete voi Marta, a queste cose?
— Se ci credo? E se non ci credessi, che cosa sarei io? Oh, buon uomo, anche tu credi che io sia venuta a questo mondo soltanto per lustrare le scarpe? Via! C'è un po' di carne nella pentola, delle uova sode e del salame. Volete mangiare con me?
*
E allora in quell'ora tranquilla del giorno della domenica dell'ulivo, fu udito un forte squillo di campanello.
Era un fattorino che recava un dispaccio per Manzi.
Era tanto tempo che la posta non funzionava per lui, che fu colto da un tremito.
Ma ebbe appena disuggellato il dispaccio, che, percorrendo quelle strisciette bianche, capì che la cosa non riguardava lui.
Poi capì che dicevano una cosa breve, ma non la capiva bene.
— Che cosa dice? — domandò la Marta.
— Dice che la signora è ammalata e che io vada sùbito a Milano. Sapete voi che la signora fosse ammalata?
— Ammalata la signora? È stata sempre bene da quando la conosco. Mi faccia il piacere legga il dispaccio. — E quando Manzi ebbe letto esclamò:
— Ma questa è una disgrazia!
— Ma la signora non doveva a quest'ora essere a Genova dai parenti che hanno da quelle parti?
— Sicuro che doveva. Si era rimasti anzi d'intesa che lei sarebbe rimasta a Milano due o tre giorni per imballare e spedire la mobilia: e poi avrebbe raggiunto il padrone.
— E invece?
— E cosa vuole che sappia io? Il telegrammacanta chiaro, che la signora sta male e che lei vada subito a Milano.
— Ma cosa c'entro io?
— Oh, Santa Madre! — rispose la Marta. — Se stiamo anche a parlare fino a stasera, vedrà che non spieghiamo niente. Piuttosto si muova, si scuota, il treno parte alle tre, sa? e appena arrivato mi mandi due righe perchè anch'io sto in pena.
E il signor Manzi si avviò a casa sua pensando a che cosa potesse essere.
«Che cosa potrà essere?» ruminava tra sè, e nel presentimento di andare incontro ad una disgrazia, camminava adagio come trascinato. E come fu salito nella sua stanza, tolse da un armadietto una bottiglia scura e tracannò. E si mise il soprabito e il cappello duro per andare a Milano. Ma aveva paura di andare incontro a una disgrazia, e allungò la mano nell'armadio e prese ancora quella bottiglia e tracannò ancora.
Non vi era nessun rumore nelle campagne, e le macchine non rombavano, e i telai della fabbrica non correvano, e i fumaioli non spiegavano il fumo.
«Cristo è morto, Cristo è morto! — diceva Manzi, vestendosi. — Ma non seimica morta tu!» E indicava su la parete il ritratto di una giovane e vezzosa donna in cappello e veletta, ridente, con la testa inchinata, Sara.
Ma il foglio giallo del dispaccio lo richiamò alla realtà presente: «certamente deve essere succeduta una disgrazia; facciamosi coraggio (e rimise alla bocca la nera bottiglia e tracannò). Io non ho più molta forza per andare incontro alle disgrazie! Ma intanto, qui, qui al soprabito manca un bottone. Ci metteremo uno spillo. Ora trovare lo spillo!».
Uscì, ma nell'uscire una donna che faceva da portinaia, lo vide da una stradicciuola da cui veniva e gli fece segno di aspettare. Quando lo ebbe raggiunto, disse: «C'è una lettera per lei: stamattina non glie l'ho potuta consegnare perchè io era andata alla messa» e gli porse una lettera.
Manzi riconobbe subito la scrittura del signor Enrico e una nuova trepidazione si aggiunse alla prima.
— Lascia qui il bastone?
— No, date qua — e messosi il bastone sotto l'ascella fece per aprire la lettera, ma poi volle guardare l'orologio, ma neltaschino delgiletnon lo trovò, e allora voleva tornar di sopra a prenderlo; poi si pentì e chiese alla donna: — Sapete che ora è?
— Se non sono suonate, ci deve mancar poco alle tre.
E il poveretto si mise a camminare in fretta con gran fatica perchè la strada che conduceva alla stazione era lunga, e così andando aveva strappato la busta che non si voleva far lacerare e aveva cercato di decifrare i caratteri che gli ballavano sotto gli occhi. Ne indovinò il senso più che non ne leggesse le lettere. «Dev'essere una disgrazia grossa» e questa idea lo faceva fermare, mentre invece doveva correre per non perdere la corsa. Ma giunse infine in vista della stazione. Essa si innalzava bianca, tranquilla come abbandonata nel verde, e sul cielo azzurro spiccava il tetto rosso. Nessun fischio nell'aria ferma, nessun fumo di locomotiva per la linea che si vedeva benissimo fin da lungi. Precipitò nel piccolo caffè della stazione.
— È mica partito il treno?
— C'è ancora un quarto d'ora, sempre se è in orario.
— Meno male — e respirò. — Mi porti allora unvermutche ho fatto una gran corsa.
E la padrona dall'angolo dietro il banco dove agucchiava placidamente, si levò, pulì il bicchierino a calice, lo fermò sul vassoio di ottone e versò ilvermut. — Belle giornate, eh?
— Sì certo, bellissime — e spiegò la lettera e lesse e poi disse: «Dunque anche lui non sa che sua moglie è a Milano e che è ammalata. Mi domanda di urgenza se è tornata qui. Ma qui non è tornata», e stava in procinto di telegrafare dalla stazione che lui non sapeva niente di niente, ma poi gli parve meglio veder prima di che si trattava.
Il guardiano della stazione stava costruendo nel piccolo giardinetto attiguo alla stazione una specie di gabbia per le sue galline; riconobbe il Manzi e gli chiese: — Va a Milano a divertirsi un poco, eh?
Il treno apparve in fondo alla linea: un treno piccolo che era quasi vuoto. Manzi salì in un carrozzone dove era solo: il treno partì e poi si fermava a tutte le piccole stazioni senza raccoglieresu nessun viaggiatore. Pareva che si avviasse verso una città morta.
— Com'è che non monta su nessuno? — chiese il Manzi al frenatore che saliva su la garetta.
— Perchè di Pasqua quelli di fuori stanno a casa loro, e quelli di Milano, se hanno comodo, vanno fuori.
E giunse a Milano che il sole era ancora alto e tutto un lato della via Manzoni ne splendeva da suoi eccelsi palagi. Dame e signori con grave andare muovevano su due marciapiedi, lungo le botteghe chiuse, come chiamati dalle foglie tenere laggiù dei giardini. Nel mezzo della via larga il tram si scontrò con due o tre cocchi signorili lucidi, ondeggianti su gran molle e tratti da cavalli dal collo ricurvo. C'era per gli occhi di Bismarck dell'automatico in quei passeggieri, in quei tram, in quei cocchi; c'era del silenzio dietro a quel rumore di grande città; c'era della tristezza dietro il lusso di quella gente adorna nel giorno festivo.
*
Una nappa di seta verde svanita, che, in vece del bottone elettrico pendeva su la porta chiusa, pareva dovesse destare echi lugubri, e corrispondere a cose e persone che già andavano per lontana via ed era inutile richiamare. Tuttavia il signor Manzi tirò la nappa, e un suono di campanello risuonò nell'interno della casa, ma più forte nel cuore di lui.
Venne ad aprire la porta una giovine che era la cameriera della signora, e quella al lume diurno che ancora pendeva su le scale deserte, in quel dì festivo, riconobbe il signor Manzi ed esclamò:
— Finalmente, venga avanti!
Era una leggiadra biondina, di adolescente età. Da poco tempo era al servizio in quella casa, e il Manzi la aveva a pena intraveduta due o tre volte nella villa, chè ella il più del tempo trascorreva nelle stanze della signora: però ricordava il suo allegro riso e la sua lieta voce squillante. Ora quelle parole le aveva pronunciatein un modo così diverso che ben si capiva che qualche cosa di terribile accadeva in quella dimora in cui egli allora poneva il piede.
Egli venne avanti, ma l'anticamera era quasi buia, e le masserizie che la ingombravano, confuse e ammucchiate, rendevano più difficile l'avanzarsi, e perciò rimase lì quasi presso l'uscio e chiese:
— Come va?
La giovane si strinse nelle spalle e poi gliele voltò, e Manzi cercò di venire avanti, come più si abituava l'occhio alla penombra.
Da una stanza apparve una donna, la quale chiese alla giovane distintamente e con premura:
— È il marito quello lì?
— No, quello è il signore a cui abbiamo telegrafato dopo — rispose la giovane accostandosi alla donna.
— Ah! — fece costei come a dire: «allora è un'altra cosa» e — venga pur avanti — completò il suo dire, — ma piano, come può: anch'io sono poco pratica di questa casa. C'è almeno un lume, la mia tosa? — domandò alla cameriera.
— Adesso vado a vedere se trovo un'altracandela, ma sarà un affar serio: il droghiere ha già chiuso.
— Immagini — seguitò quella donna a dire al signor Manzi — che per scaldare un po' d'acqua, per fare un po' di brodo abbiamo dovuto accendere il carbone. E per trovare una tazza, i tovaglioli ce n'è voluto!... Era tutto fatto su. Oh, finalmente!
E la chiusa del discorso fu rivolta alla cameriera che entrava con una lampada a petrolio.
— Ho trovata questa qui sopra il camino: sento, era piena di petrolio.
— Allora siamo signori — disse quella donna. — Io ho mandato la portinaia alla società del gas perchè venissero a slegare il contatore, ma sì!
Allora il signor Manzi trovò il momento di domandare a quella signora, chi era.
— Non mi conosce?
— Io no.
— Io sono la levatrice — e fece il nome e disse dove era statadiplomata.
Il signor Manzi chiese perchè c'era lei lì, nella casa.
— Come, non lo sa? Perchè la signora ha fatto un aborto, e adesso se ne va.
— Se ne va? — e diede indietro atterrito su la sedia, a quella frase tranquilla.
La donna fece un gesto che voleva dire: «se la piglia con me?»
— Ma lei, signora....
Il povero Manzi aveva appena cominciato a dire così che colei si levò come una vipera.
— Mi meraviglio! Che c'entrava lei? Lei era stata chiamata dopo. Vada da quella che ha fatto marrone! Lei era una levatrice onesta.
E non si acquietò se non quando il Manzi ebbe chiesto scusa.
— È che bisogna stare attenti a parlare. Dopo tutto quello che si è fatto, in una casa tutta messa su, che non si trovava nè un lume, nè un fiammifero, nè una pentola da far bollir l'acqua.... Son due giorni sa, che siamo qui, con quella là disperata, che sino a stamattina non voleva che si avvisasse il marito....
— Allora lui non sa niente....
—Mi so no.I maritisann nagotta!
— Già! — Non capiva però bene. Soltanto un mistero mostruoso gli era davanti.
— Ma si possono fare queste cose?
— Non si possono fare, ma per la pace in famiglia, si fanno. Mica così da cani però....
— Cioè?
— Scusi, pare mica un uomo lei. Non capisce che è sopravenuta la peretonite e siamo alla fine?
Gli tremavano le gambe a Manzi.
— E perchè.... — domandò.
— Perchè? Vuol che lo sappia io perchè? se non lo sa lei che è di casa....
Allora Manzi fece per andar di là a vedere la signora: gli pareva una cosa impossibile, una fiaba lugubre, che la signora, che nove giorni fa aveva veduto partire piena di salute, dovesse essere in quello stato come affermava quella donna.
— È inutile, caro lei, che vada di là a vedere; già tanto lei non le può far niente; adesso riposa un poco e ne avrà abbastanza quando arriverà il marito, e con un braccio lo fermò su la sedia.
— Ma come è stata? — ridomandò ancora e lo prese il tremito nelle gambe.
— Lo domanda a me come è stata? Io non so niente, sono qui da ieri l'altro mattina e l'ho vegliata tutta la notte: ho un sonno che mi cadono gli occhi!
— Ma c'è davvero questo pericolo? — e sentiva il sudore freddo venirgli giù dalla fronte.
— Sentirà il medico che deve venire prima di sera.
In quel momento suonò un campanello, uno squillo lieve: veniva dall'interno, non dalla porta.
Il Manzi trasalì. La levatrice disse alla servetta: — Vada a vedere cosa vuole!
E la giovane andò là in punta di piedi.
I due tacquero.
Si affacciò poi la giovine all'uscio e disse: — Vuol sapere se il signore qui è arrivato, le ho detto di sì e ha detto che lo vuole.
— A me?
— Sì a lei.
— Faccia piano — ammonì la donna — non parli e non la faccia parlare.
E Manzi andò di là col cuore che gli si gonfiava e la levatrice gli venne dietro.
Sul letto, sollevato in su, vide il volto esangue della povera signora: i capelli vigilavano ritorti, attorno a quel volto cereo e fermo. Stentò quasi a riconoscere quel volto. Capì che era vero quello che le due donne dicevano.
Ogni parola gli si smorzò nella gola ma udì distintamente il soffio della voce di lei che pronunciava queste parole:
— Alle dodici arriva lui, gli ha telegrafato il medico.... lo prepari.... grazie.
— E adesso venga via — gli sussurrò all'orecchio la donna e alle parole aggiunse l'azione e lo trascinò fuori della stanza.
E lo lasciò solo nella stanza dove la lampada a petrolio spandeva la sua luce rossa. I mobili all'intorno erano coperti di tele e di fogli di giornali e su le pareti rimanevano due o tre quadri.
Guardò e ne riconobbe uno: era un ricordo di Lolò, dipinto ad olio. Il bambino era di profilo con la cuffiettina bianca così che non si vedeva se non la guancia tondeggiante e la puntina del naso a pena. Eppure rideva! Certo era Lolò, più piccino, ma poteva certo essere il ritratto di qualunque altro placido bimbo che vive nella casa tiepida ed ampia.
Allora i vecchi occhi ricominciarono a lagrimare.
— Si ricordi che il treno da Genova arriva alle undici e tre quarti — ammonì la cameriera, — se sapesse, signor Manzi, che martirio in questi giorni! Il dottoreè dovuto diventar matto per farle capire che il suo stato era grave, e bisognava ben dirglielo perchè lei non voleva che si telegrafasse al signore, ma come si poteva fare diversamente? Fortunato lei che non c'era!
— Ma il medico non viene più? Ma la si lascia morire così?
— Sarà quello che suona adesso, sarà.
E un piccolo suono di campanello squillò dall'anticamera, e la fanciulla e e l'altra donna corsero ad aprire.
Entrò un signore di molto distinto aspetto. Domandò come stava, sentì le risposte che gli dava la donna e crollò il capo. — Andiamo a vedere — e si levava adagio adagio i guanti.
E Manzi rimase ancora solo nella stanza dove il lume della lampada a petrolio spandeva una tranquilla luce rossa e il ritratto di Lolò rideva dalla sua tela.
Quando dopo un quarto di ora tornarono, Manzi chiese:
— Ma è così grave la cosa?
— Gravissima, signor mio, e sarà molto se arriveremo a tenerla su fino a domattina — rispose il medico, sedendosi su di una seggiola che la levatrice avevaprima liberata da altri mobili. — Centocinquanta pulsazioni.
Era un bisbigliare quieto, sommesso, in quella stanza, con tutti i mobili imballati, che avevano finito di vivere lì. Centocinquanta pulsazioni! Perchè la vita del cuore, in sul finire, si accende?
Manzi aveva il terrore di sentire quella quiete che si sarebbe rotta per il grande urlo del povero ingegnere.
Gli pareva al Manzi di essere entrato in un sogno e che tutto quello che gli accadeva da poche ore fosse una cosa lontana che toccasse altre persone ignote. Ma quando quegli fece per andarsene, il senso della realtà lo vinse e disse:
— Per carità non se ne vada, signore!
— Ci posso far ben poco io, sa? la donna che è qui può fare quello che posso fare io.
— Ma non dico per lei, dico per lui che deve arrivare: cosa dirà? cosa penserà vedendola qui sola abbandonata? Dirà che la abbiamo lasciata morire come un cane....
L'uomo aggrottò le ciglia e disse: — Tornerò più tardi.
— Faccia di meglio, per carità, vengacon me alla stazione, che cosa vuole che io possa dire al signor Enrico?
Colui parve turbato alle parole del Manzi, si passò la mano su la fronte.
Pure la levatrice pregò il dottore di rimanere a scanso anche della sua responsabilità.
Allora sembrò persuaso e decise di rimanere.
— Mi troverò nella sala d'aspetto alle undici e mezzo, lei mi cerchi che sarò lì — disse al Manzi e mosse verso la porta.
Ma il vecchio lo fermò per un braccio prima che se ne andasse.
— Cosa c'è adesso? — domandò.
— Proprio, proprio, crede che non possa guarire?
La giovane fra quei due uomini faceva lume e guardava l'uno e l'altro.
Il medico parlò e diede delle spiegazioni scientifiche che il vecchio non capì certo perchè tornò ancora a domandare:
— Dunque non può guarire? nè meno un miracolo?
— Ci crede lei ai miracoli?
Manzi rimase con la bocca aperta.
— Buona sera, e allora alla stazione.
Uscì, e chiuse l'uscio.
— Anche questa è fatta — sospirò la levatrice e il Manzi la sentì insieme alla giovane parlare, accudire a varie faccende, piano per le stanze con passi inavvertiti, ma più che la loro voce sentiva approssimarsi la fine, la dea della fine col suo sacco feroce, come il sacco degli spazzacamini che portano via i bambini cattivi: anche la morte ha il suo sacco: prende e mette dentro tutto, cose buone e cose cattive, prende tutto e butta via: e quando appare, è inutile dirle come allo spazzacamino: «adesso il bambino è buono, va via!» Ella non va via e il suo avvicinarsi fa sentire strani rumori nella casa e nel cuore, e fa tremare le gambe ed ha un passo così terribile che anche le cose in piena vita sembra che debbano andarle dietro per il viaggio per cui lei si avvia.
*
— Guardi che è ora che lei vada alla stazione — ammonì la levatrice: — è pratico, è vero, di Milano? Dico perchè non si sbagli, caso mai prenda una vettura.
Andò alla stazione. Il dottore non era ancora arrivato.
Certi sibili lontani di macchine che manovravano, lo facevano sussultare. Ogni tanto nel buio fuori della tettoia i fanali rossi o verdi dei dischi si spostavano sui loro lunghi bracci di ferro, come i fantasmi che fanno un gesto automatico, e gli occhi del vecchio erano attratti da quelle luci che si muovevano come il balenare sinistro di un volto che è laggiù, nel buio, che non si vede se non nelle pupille.
Arrivò il dottore, si parlò del caso. — Già, un caso disgraziatissimo. Una signora prudente quando si decide a certi passi, lo fa a tempo, si rivolge a persona dell'arte. Ma chissà? la paura! la fretta.... La cosa più dolorosa adesso è lui. Sono incerti del mestiere. Era una fabbrica che andava bene, vero?
In quella rombò il diretto da Genova e Manzi vide passare, davanti, la testa di lui; pareva la testa della Medusa. La barba pareva scomposta come quando uno si trova in mezzo a un temporale.
*
Ma in verità le cose passarono con più tranquillità che il Manzi non avrebbe pensato.
L'uomo era disfatto, sì bene; ma non uscì alcun grido. A lui disse: «Grazie anche a lei, Manzi.» Durante il tragitto in carrozza, parlava col dottore. Lui, di fronte ai due, era come intontito.
Sentiva queste parole di lui: «Infelice, infelice!» E poi diceva che se lo sentiva, che doveva succedere così.
Quando entrarono in quella casa, Manzi aveva una gran paura: di sentire gli urli, gli urli di quell'uomo. Ma non fu nulla di tutto questo.
Quell'uomo entrò. Lui Manzi non ebbe coraggio. Diceva fra sè: «come è coraggioso quell'uomo!»
Anche la piccola cameriera aveva paura. Diceva al Manzi che quella era la prima volta che vedeva morire una persona.
— Muore, muore davvero! — diceva con terrore.
Lei credeva che si potesse arrivare sino a morire, ma morire proprio non credeva.
Poi, nel terrore, raccontava cose che al Manzi suonavano strane per una giovanetta: che lei col suo amante avrebbe fatto tutto, fuori che quella cosa per cui si rimane incinta. — Ah, mai più, mai più! — ripeteva.
Manzi, ogni tanto era attratto là, verso quella stanza. Gli pareva che ci fossero tanti lumi, là.
Vedeva lei avviticchiata al collo di lui; ma poi un rantolo, un singhiozzo, lo respingevano indietro.
Ogni tanto passava la levatrice per questo e per quello.
Diceva: — Una donna robusta. Stenta a morire. Ma è già via con la testa: adesso dice che vuole andare a fare Pasqua con Lolò e con la nonna.
Ma poi si udì un grido di là.
Manzi ne ebbe come una lacerazione, e balzò. Vedeva lei che si veniva distaccando da lui. Quei grandi capelli di lei strisciavano sul volto dell'uomo, e seguivano la testa di lei.
Lei si era rovesciata sul cuscino.
Allora lo condussero via, quell'uomo.
Guardava tutti con occhi inebetiti come per interrogare.
Rispose la levatrice e disse con voce forte, come con voce piana avea parlato sino allora. — Sì, possiamo aprire le finestre.
E fu una cosa curiosa. Quando furono aperte le finestre non era più notte e nè meno l'alba: era giorno col sole.
E il sole entrò.
Il cero che prima ardeva e pareva così grande, impicciolì e si allontanò anche lui.
Anche quel cadavere di femmina adultera che giaceva, parve allontanarsi.
L'uomo fece per accostarsi al letto, ma il fantasma del dramma che si era svolto in quell'anima e in quel corpo, si rilevò tutto grande e mostruoso davanti a lui, e lo tenne indietro.
Le coperte segnavano la curva di quelle miserabili carni che la concupiscenza avea un tempo toccato col suo fremito.
Il ventre si disegnava nettamente rigonfio come una tumefazione di male che ella, la martire, austera ora, trascinava dietro a sè, e a qual torso erano congiunte le braccia rigidamente, e le gambe.La passione le aveva agitate in ignoti amplessi; ora giacevano rigidamente.
L'amante non avrebbe più osato accostarsi.
L'uomo tradito fece ancora un gesto per avvicinarsi a quella che era stata la sua Maria; ma ella stessa si era già allontanata.
E mentre nessuno parlava più, si udì bene la voce della giovane che chiedeva con angoscia:
— Ma non c'è in tutta la casa una croce da mettere sul petto della povera signora?
Milano, 1899.