LA MORTE DI UN RE.Quando io avevo dieci anni, o giù di lì, giocavo coi re, e fu il solo tempo in cui vissi in dimestichezza con gente di gran paraggio. Li avea fatti io stesso di cartone e dipinti di rosso e di azzurro con elmo e spada. L'ho a mente quella stanzaccia a soffitta, diroccata, con un odor di topi. Là i miei re conducevano un'esistenza da fare invidia ai veri re della terra. Si cavavano tutte le voglie, i miei nobili re. Ma in fondo ero io che mi cavavo le mie: ed era certamente per questa specie di incantamento che io non mi stancavo mai dal giocare a quel giuoco silenzioso e calmo, ma pieno di terribili cose; giacchè vendicarsi, sterminare i nemici e farne strage, e poi riportarne il trionfo era il più grande de' miei piaceri.I miei di casa si meravigliavano come io potessi stare per ore e ore con un pupazzo in una mano e un pupazzo nell'altra,e non capivano che era un re che parlava ad un altro re suo rivale, vinto, stretto in catene davanti a lui.Io non ero malvagio, ma i miei re erano terribilmente feroci, e inesorabili. Quali diritti esercitavano mai!Un'altra cosa ricordo ancora, cioè che i miei re riposavano delle fatiche della guerra in grandi e sontuosi pranzi, i quali corrispondevano appunto a quelli che non si facevano a casa mia.*Un bel giorno, non ricordo da chi nè come, mi venne regalato un piccolo falco: un falchetto.Ora, quando venne il falco, i re furono messi in riposo, anzi furono dimenticati. La polvere cadde su di loro; lo scudiero non venne ad avvertire i nobili signori che già il sole era levato e i palafreni bardati scalpitavano.Il senso di profonda soddisfazione che mi invase al nuovo possesso doveva provenire da questo: cioè che ora possedevoun re autentico, non di cartone, ma vivo; un re dell'aria; un re anzi prepotente e crudele, ma che adesso si trovava sotto la mia giurisdizione assoluta, astretto in catena e sul quale io certamente avrei avuto finale vittoria. Era il medesimo giuoco che continuava, soltanto che la finzione aveva una parvenza di realtà.*Li avevo visti spesso nel cielo i falchi o, più esattamente, me li avevano indicati.Nel cielo lucido del mattino avevo visto certi uccelli che un più trionfal giro volgevano nel cielo; poi si libravano in alto e disparivano nella profondità dell'azzurro. Ne avevo chiesto ai villani e quelli, sospendendo il placido lavoro della vanga: «Son falchi!» dicevano, «tutta l'aria ubbidisce a loro: quando ci sono quei signori lassú, non vedrai altri uccelli volare e cantare.»Ora un falco stava in mia balìa e lo contemplavo con avida curiosità per iscoprireil segreto della sua potenza. Lo avrei pensato più grande, come un tacchino almeno o un pavone. Era un piccolo re, non più di una colomba. «Sei un piccolo re!» gli dissi.Piccolino era infatti, liscio, grigio, con due zampe aduste come due ferri da calza; immobile, con la testa piatta ritirata fra le penne. Immobile come una mummia, supremamente indifferente alle mie ispezioni.«Dico a lei, signor falco, ha inteso? Le ho detto che lei è un píccolo, anzi ridícolo re!», e, siccome quegli pareva non tener conto alcuno delle mie parole, tanto mi accostai col dito che lo toccai. Non lo avessi mai fatto! Quel re disprezzava le parole, ma non ammetteva scherzi di mano. Fulmínee vidi aprirsi due alacce smisurate che pareva impossibile dovéssero star rinchiuse in quel piccolo corpo, e in pari tempo mi ritrassi con la mano ferita: il dosso della mano portava l'impronta di cinque scalfitture, dove il sangue segnò cinque tracce di avvertimento. Come ebbi a lungo contemplata la mia ferita, mi riaccostai al falco, ma con molta prudenza, e lo vidi con regale solennità,immobile come prima; solo l'ala rientrava come da per sè quasi serpe che rimbuca, e quattro lunghi e sottili aghi adunchi si ritraevano nei loro alvèoli.I suoi occhietti gialli, tondi, si movévano solo essi, e seguívano ogni mio gesto, come l'immàgine nello specchio segue chi vi si affaccia; e col muover delle pupille si moveva un becco breve, ma uncinato, di cui prima non mi era accorto, e dava alla fisonomia un aspetto grifagno.Compresi allora come il piccolo animale, uguale nell'aspetto agli altri uccelli, ne fosse diverso per certe qualità segrete che prima non avea sospettato.Pensieri di rappresàglia si agitàvano nel mio cervello. «Io ti punirò di morte», dissi con voce di giúdice che sentenzia, ma la mia voce risonò a vuoto nella stanzaccia melancònica; ma era una voce dolce la mia, egli invece mi avea colpito senza emettere un suono.Gli enumerai con persuasione tutti i suoi torti: «Voi siete un violento, un rapace, un masnadiero dell'aria, voi avete, signor falco, spogliato tanti nidi, lacerato e ucciso tanti innocenti augelletti, iquali cantavano la gloria del Signore e provvedevano il vitto ai loro piccini. Gran perfidia fu la vostra, signor falco; ma ora siete in mia balìa e ne sconterete bene la colpa senza alcuna remissione o pietà.»Così fermato il proposito della pena, dopo essermi assicurato che il falco era ben legato, corsi in cerca di un bastoncello e feci per colpirlo.Ma il falco stette: solo si contorse nell'atto superbo con cui sogliono effigiarsi le aquile negli stemmi, e le pupille perforanti saettarono un senso: «Vile!»Ed io non lo percossi.*Come la mia píccola anima si mutasse, io non so. Ma ricordo che, dopo èssermi aggirato due o tre volte per la stanzaccia, sentii nascere in me per il prigioniero una grande pietà e una viva ammirazione; ma, sopra tutto, un indistinto desiderio di farmelo amico, di allearmi a quellasua indomita fierezza, a quella sua forte malvagità.«Ti faccio gràzia della vita per ora, e ti porterò da mangiare», gli dissi.E con tale proponimento mi recai da un certo tale, esperto di cacce e lo richiesi quale fosse il nutrimento dei falchi.«Cuore e fegato», mi fu risposto.Cuore e fegato ebbe, e, presentando quella superba imbandigione, mi lusingavo di ottenere almeno un cenno di ringraziamento. Non fu così.Non si degnò nemmeno di chinarsi per toccare quei cibi. «Quando avrai fame mangerai e quando avrai sete, berrai», dissi allora.*Era azzurro il cielo fuori della finestra; un cielo fondo, pieno di libertà e di silenzio. Ma il falco aveva abbassato su le terribili pupille le due palpebre gialle e grinzose e rimaneva ritto, rigido: regalmenterigido. Lo contemplai: non un atto per istrappare la catena!Piano piano, me gli accostai. «Povero falco», dissi, «vuoi la libertà?» e feci per lisciarlo.Fu, come prima, un istante: si voltò, si rabbuffò, le ali si spiegarono, le cortine delle pupille si alzarono e le pupille folgorarono. Questa volta la mia mano portava, oltre ad un'altra coppia di solchi, uno strappo sanguinoso; mi aveva ferito anche col becco. La notte dormii con la mano fasciata, e al mattino corsi su in soffitta a vedere che ne fosse del falco.Il falco non aveva mangiato; il cuore e il fegato imputridivano ai suoi piedi.«Tu vuoi morire, bestiuola mia, se non mangi», gli dissi, ma ogni mia esortazione cadde a vuoto. Le palpebre gli si chiudevano con una non so quale solennità e pareva ed era immobile. Molta tristezza vinse la mia piccola anima infantile e quel dì non giocai.Andai nell'orto a trovare dei lombrichi i quali strisciavano i loro umili anelli su la terra; presi larve di insetti, bachi, piccole lucertole, che godevano sul muricciuolo il dolce sole, e, fatto di questi innocentianimaluzzi un cibreo che giudicai appetitoso, lo offersi al mio falco. Non mangiò nemmeno allora.*Al mattino seguente era ancora lí, rigido, fermo. Ne ebbi pietà e gli dissi: «Vedi che ti voglio bene e solo desidero che tu ti faccia buono e che noi diventiamo amici!»Ma poi, vedendo che non dava alcun segno, e meravigliandomi come potesse vivere senza cibo, ne ebbi alquanto sgomento.E l'Ave Maria del terzo giorno cantava melanconicamente dall'alto di un campanile, quando il falco cadde di botto; le gambe sottili non lo sorressero più. Corsi e con trepidanza paurosa lo toccai; strinsi sotto le piume quel píccolo corpo che non si scosse. Era morto.Egli, il re dell'aria, aveva vinto su di me.Allora mi accostai alla finestra col falcofra le mani, e alla luce che ancor pendeva nell'aria, a lungo cercai tra quelle penne di trovare il segreto della sua ferocia, come fanno i bimbi che cercano nei balocchi infranti il segreto del loro moto, ma non ve lo trovai; e da allora ne ebbi grande tristezza.
Quando io avevo dieci anni, o giù di lì, giocavo coi re, e fu il solo tempo in cui vissi in dimestichezza con gente di gran paraggio. Li avea fatti io stesso di cartone e dipinti di rosso e di azzurro con elmo e spada. L'ho a mente quella stanzaccia a soffitta, diroccata, con un odor di topi. Là i miei re conducevano un'esistenza da fare invidia ai veri re della terra. Si cavavano tutte le voglie, i miei nobili re. Ma in fondo ero io che mi cavavo le mie: ed era certamente per questa specie di incantamento che io non mi stancavo mai dal giocare a quel giuoco silenzioso e calmo, ma pieno di terribili cose; giacchè vendicarsi, sterminare i nemici e farne strage, e poi riportarne il trionfo era il più grande de' miei piaceri.
I miei di casa si meravigliavano come io potessi stare per ore e ore con un pupazzo in una mano e un pupazzo nell'altra,e non capivano che era un re che parlava ad un altro re suo rivale, vinto, stretto in catene davanti a lui.
Io non ero malvagio, ma i miei re erano terribilmente feroci, e inesorabili. Quali diritti esercitavano mai!
Un'altra cosa ricordo ancora, cioè che i miei re riposavano delle fatiche della guerra in grandi e sontuosi pranzi, i quali corrispondevano appunto a quelli che non si facevano a casa mia.
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Un bel giorno, non ricordo da chi nè come, mi venne regalato un piccolo falco: un falchetto.
Ora, quando venne il falco, i re furono messi in riposo, anzi furono dimenticati. La polvere cadde su di loro; lo scudiero non venne ad avvertire i nobili signori che già il sole era levato e i palafreni bardati scalpitavano.
Il senso di profonda soddisfazione che mi invase al nuovo possesso doveva provenire da questo: cioè che ora possedevoun re autentico, non di cartone, ma vivo; un re dell'aria; un re anzi prepotente e crudele, ma che adesso si trovava sotto la mia giurisdizione assoluta, astretto in catena e sul quale io certamente avrei avuto finale vittoria. Era il medesimo giuoco che continuava, soltanto che la finzione aveva una parvenza di realtà.
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Li avevo visti spesso nel cielo i falchi o, più esattamente, me li avevano indicati.
Nel cielo lucido del mattino avevo visto certi uccelli che un più trionfal giro volgevano nel cielo; poi si libravano in alto e disparivano nella profondità dell'azzurro. Ne avevo chiesto ai villani e quelli, sospendendo il placido lavoro della vanga: «Son falchi!» dicevano, «tutta l'aria ubbidisce a loro: quando ci sono quei signori lassú, non vedrai altri uccelli volare e cantare.»
Ora un falco stava in mia balìa e lo contemplavo con avida curiosità per iscoprireil segreto della sua potenza. Lo avrei pensato più grande, come un tacchino almeno o un pavone. Era un piccolo re, non più di una colomba. «Sei un piccolo re!» gli dissi.
Piccolino era infatti, liscio, grigio, con due zampe aduste come due ferri da calza; immobile, con la testa piatta ritirata fra le penne. Immobile come una mummia, supremamente indifferente alle mie ispezioni.
«Dico a lei, signor falco, ha inteso? Le ho detto che lei è un píccolo, anzi ridícolo re!», e, siccome quegli pareva non tener conto alcuno delle mie parole, tanto mi accostai col dito che lo toccai. Non lo avessi mai fatto! Quel re disprezzava le parole, ma non ammetteva scherzi di mano. Fulmínee vidi aprirsi due alacce smisurate che pareva impossibile dovéssero star rinchiuse in quel piccolo corpo, e in pari tempo mi ritrassi con la mano ferita: il dosso della mano portava l'impronta di cinque scalfitture, dove il sangue segnò cinque tracce di avvertimento. Come ebbi a lungo contemplata la mia ferita, mi riaccostai al falco, ma con molta prudenza, e lo vidi con regale solennità,immobile come prima; solo l'ala rientrava come da per sè quasi serpe che rimbuca, e quattro lunghi e sottili aghi adunchi si ritraevano nei loro alvèoli.
I suoi occhietti gialli, tondi, si movévano solo essi, e seguívano ogni mio gesto, come l'immàgine nello specchio segue chi vi si affaccia; e col muover delle pupille si moveva un becco breve, ma uncinato, di cui prima non mi era accorto, e dava alla fisonomia un aspetto grifagno.
Compresi allora come il piccolo animale, uguale nell'aspetto agli altri uccelli, ne fosse diverso per certe qualità segrete che prima non avea sospettato.
Pensieri di rappresàglia si agitàvano nel mio cervello. «Io ti punirò di morte», dissi con voce di giúdice che sentenzia, ma la mia voce risonò a vuoto nella stanzaccia melancònica; ma era una voce dolce la mia, egli invece mi avea colpito senza emettere un suono.
Gli enumerai con persuasione tutti i suoi torti: «Voi siete un violento, un rapace, un masnadiero dell'aria, voi avete, signor falco, spogliato tanti nidi, lacerato e ucciso tanti innocenti augelletti, iquali cantavano la gloria del Signore e provvedevano il vitto ai loro piccini. Gran perfidia fu la vostra, signor falco; ma ora siete in mia balìa e ne sconterete bene la colpa senza alcuna remissione o pietà.»
Così fermato il proposito della pena, dopo essermi assicurato che il falco era ben legato, corsi in cerca di un bastoncello e feci per colpirlo.
Ma il falco stette: solo si contorse nell'atto superbo con cui sogliono effigiarsi le aquile negli stemmi, e le pupille perforanti saettarono un senso: «Vile!»
Ed io non lo percossi.
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Come la mia píccola anima si mutasse, io non so. Ma ricordo che, dopo èssermi aggirato due o tre volte per la stanzaccia, sentii nascere in me per il prigioniero una grande pietà e una viva ammirazione; ma, sopra tutto, un indistinto desiderio di farmelo amico, di allearmi a quellasua indomita fierezza, a quella sua forte malvagità.
«Ti faccio gràzia della vita per ora, e ti porterò da mangiare», gli dissi.
E con tale proponimento mi recai da un certo tale, esperto di cacce e lo richiesi quale fosse il nutrimento dei falchi.
«Cuore e fegato», mi fu risposto.
Cuore e fegato ebbe, e, presentando quella superba imbandigione, mi lusingavo di ottenere almeno un cenno di ringraziamento. Non fu così.
Non si degnò nemmeno di chinarsi per toccare quei cibi. «Quando avrai fame mangerai e quando avrai sete, berrai», dissi allora.
*
Era azzurro il cielo fuori della finestra; un cielo fondo, pieno di libertà e di silenzio. Ma il falco aveva abbassato su le terribili pupille le due palpebre gialle e grinzose e rimaneva ritto, rigido: regalmenterigido. Lo contemplai: non un atto per istrappare la catena!
Piano piano, me gli accostai. «Povero falco», dissi, «vuoi la libertà?» e feci per lisciarlo.
Fu, come prima, un istante: si voltò, si rabbuffò, le ali si spiegarono, le cortine delle pupille si alzarono e le pupille folgorarono. Questa volta la mia mano portava, oltre ad un'altra coppia di solchi, uno strappo sanguinoso; mi aveva ferito anche col becco. La notte dormii con la mano fasciata, e al mattino corsi su in soffitta a vedere che ne fosse del falco.
Il falco non aveva mangiato; il cuore e il fegato imputridivano ai suoi piedi.
«Tu vuoi morire, bestiuola mia, se non mangi», gli dissi, ma ogni mia esortazione cadde a vuoto. Le palpebre gli si chiudevano con una non so quale solennità e pareva ed era immobile. Molta tristezza vinse la mia piccola anima infantile e quel dì non giocai.
Andai nell'orto a trovare dei lombrichi i quali strisciavano i loro umili anelli su la terra; presi larve di insetti, bachi, piccole lucertole, che godevano sul muricciuolo il dolce sole, e, fatto di questi innocentianimaluzzi un cibreo che giudicai appetitoso, lo offersi al mio falco. Non mangiò nemmeno allora.
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Al mattino seguente era ancora lí, rigido, fermo. Ne ebbi pietà e gli dissi: «Vedi che ti voglio bene e solo desidero che tu ti faccia buono e che noi diventiamo amici!»
Ma poi, vedendo che non dava alcun segno, e meravigliandomi come potesse vivere senza cibo, ne ebbi alquanto sgomento.
E l'Ave Maria del terzo giorno cantava melanconicamente dall'alto di un campanile, quando il falco cadde di botto; le gambe sottili non lo sorressero più. Corsi e con trepidanza paurosa lo toccai; strinsi sotto le piume quel píccolo corpo che non si scosse. Era morto.
Egli, il re dell'aria, aveva vinto su di me.
Allora mi accostai alla finestra col falcofra le mani, e alla luce che ancor pendeva nell'aria, a lungo cercai tra quelle penne di trovare il segreto della sua ferocia, come fanno i bimbi che cercano nei balocchi infranti il segreto del loro moto, ma non ve lo trovai; e da allora ne ebbi grande tristezza.