LA BISCIA.

LA BISCIA.L'ingegnere Enrico M..., comproprietario della ditta Gerosa e Comp., ritornava a Milano dopo una lunga assenza, per ragioni di affari.Ci pensò per tutto il viaggio da Genova a Milano: ma non agli affari che andavano benissimo. Per tutto il viaggio fra quegli ignoti sonnacchiosi dentro i loro pastrani, l'avea riveduto il visino ridente, la testolina d'oro che danzava e cantava:Son bellino son carinoSono il cocco del papà.Questa era per il babbo, e poi c'era la poesietta per la mamma:Cara mamma del mio cuorTu sarai sempre l'amor.Il treno facevata, ta, tan! ta, ta, tan!precipitosamente, e la testolina dondolavaanche lei in alto su la reticella, e la vocina cantava più forte del treno:I bambini capricciosiDicon sempre: no! no! no!Gli veniva da ridere perchè in casa lo chiamavano ancora Lolò; eppure come si faceva a mutar nome a Lolò? La nonna, quando la andavano a trovare nella sua solitudine di Noli, diceva: «Perchè lo chiamate ancora Lolò? Adesso è grandicello, non sta più bene chiamarlo così, chiamatelo per il suo vero nome: Ludovico, se no, quando avrà i calzoni lunghi lo chiamerete ancora Lolò: farete ridere; pare il nome di un pappagallo.»Verissimo, ma Lolò era proprio lui, e Ludovico invece pareva un'altra persona.Ora mentre il treno correva verso Milano tra i bassi saliceti allineati per le stagnanti acque, gli venivano alla mente tutte le canzoncine che cantava Lolò.C'era quella pel Natale che diceva:Per la notte di NataleÈ venuto un angioletto.E poi? Ohimè Ricordarsi il seguito!della poesia era un affare serio per il signor Enrico. Si ricordava però che la diceva così benino con tanta serietà, tenendo stretto il pollice e l'indice della manina in modo da fare un tondo, in alto, e mandava fuori quella vocina con il beccuccio delle labbra in su, come un passerottino e ci dava quella cantilena, e poi faceva una bella piroletta pigliandosi le sottanine: «Riverisco!» E l'ingegnere Enrico, un pezzo d'uomo biondo e forte, un po' alla tedesca, cercava con la voce dell'anima di imitare quella piccola voce senz'erre, per chiamarsela più vicina quell'imagine adorata, chè la vedeva con gli occhi del cuore, tutta ridente, sopra le teste sonnolente dei compagni di viaggio.Nevicava sul piano: bioccoli di neve bianca pel grigio del cielo, bioccoli placidi sui pioppi, su gli stagni di piombo; e il treno rompeva quella quiete invernale e rombava verso Milano fra un turbinìo di fumo.E lo rivedeva ancora, Lolò, il caro piccino, anche così: quando la sera, prima del pranzo, veniva a casa dalla passeggiata, tutto brinato come un sorbetto, conla testa dentro il cappuccio di lana bianca e quegli occhi liquidi da cui trasparivano le viscere dentro; povero piccino, caro piccino! Entrava nel suo studio e diceva: «Senti questa, papà»:Pirimpin, pirimpum, pirimpanaGiovannin che vende la lana,Con la zappa e con la palaPirimpum, pirimpin, pirimpana.e ballava a tondo.Chi gliele aveva insegnate tutte quelle sciocchezze?Ah! la fantesca, la buona Marta, una domestica d'altri tempi, che gli aveva fatto imparare anche il segno della croce e la canzone del Bambin Gesù.Indubbiamente: il signor Enrico ora aveva caro di ritornare nel suo appartamento; molto caro di stringer Lolò tra le braccia, di sentire presso il suo volto il calore di quelle manine, di quel corpicino. Sì, quella era la più piccola delle sue macchine e la più fragile: ma anche la più bella, la più amata.Aveva anche caro di vedere Maria.*Quando fu buio e le falde di neve non si videro più, il treno si fermò lentamente. Le voci dei guardiani chiamarono con voce stanca che parea il termine di una lunga corsa:— Rogoredo! Chi scende a Rogoredo!Nessuno si mosse nello scompartimento.— Tutti per Milano? — chiese una voce di fuori.— Allora partenza! — ripetè la voce.E il treno si rimise in moto.*L'orizzonte luccicò bianco. Erano giunti a Milano!Quando il signor Enrico, nella sala degli arrivi si trovò davanti a tutti quegli occhi curiosi, dietro il cancello, gli parve di scorgere un noto e caro viso. Gli parve che fosse Maria. No, era un'altra signora.«.... a pensarci avrei potuto telegrafare....» e disse albrumistadi fare presto.Dopo mezz'ora si fermò davanti al n.º 5, via Y***, una delle vie della Milano nuova, senza botteghe ancora: quella sera poi, con la neve, non c'era nessuno; e scese: e allora vide lì una persona che si moveva lentamente sotto la neve, e un po' si fermava. Quella figura prese subito l'aspetto di un ufficiale di cavalleria, smilzo, smilzo.Gli passò dietro le spalle, indifferentemente, mentre pagava il cocchiere, e lasciò dopo di sè un forte odore di muschio.Il signor Enrico aprì lo sportello, ma prima che questo si rinserrasse, sentì il bisogno di vedere che cosa faceva quell'uomo lì, in mezzo alla neve. Lo scorse andare avanti; ma poi era tornato indietro e con le mani affondate nellospencer, guardava in su allungando il collo. Ma su c'erano le finestre della sua casa! Un pensiero lacerante e repentino che non avea avuto mai, gli s'infiltrò nel cuore.Quando quello lì ebbe interrotto le sue evoluzioni e si fu allontanato, il signor Enrico salì le scale e suonò piano.Per primo strascicò nell'anticamera il passo della fantesca, e c'era dietro la vocina di Lolò.— C'è la signora in casa? — domandò interrompendo con un gesto brusco l'esclamazione della vecchia.— Benedetto da Dio! proprio....— Zitta! c'è lei in casa?— Nella sua stanza — rispose la donna.Ma entrando nel salotto da pranzo, sentì qualche cosa che gli veniva dietro ai panni, in silenzio, e le mani toccarono la soffice capigliatura di Lolò.Lo sollevò, se lo strinse sul volto, se lo pose a sedere su la tavola:— Non mi conosci più? Sono il papà. — Lo fissava intensamente.Ma il bambino domandava se aveva portata la cioccolata, con la voce un po' sonnolenta e di chi non ricorda più bene che cosa è quella cosa che si chiama papà. È stato tanto tempo lontano!*— Ma potevi avvisare che tu saresti arrivato stasera (erano le parole di Maria ed era entrata allora), però quasi ne avevo il presentimento e volevo ritardare il pranzo.Ed ella fu, come era usata, premurosa e gentile verso di lui. Volle che si rifocillasse e fece allestire la cena con quello che era rimasto del pranzo.— Sei di mal'umore, hai avuto qualche disappunto?Egli assicurò del contrario, ma il cibo gli andava giù di mala voglia e le parole trovavano impedimento suo malgrado.— Fine di febbraio e nevica — riandava lei. — Avrai avuto freddo, imagino: io faccio del gran fuoco, mi sono tappata in casa e non esco.Tuttavia la conversazione languiva e si udì dalla stanza vicina la voce del bambino che andava a letto: voce forte, come di una lezione imparata a memoria, che ripeteva le preghiere della sera e la Martacorreggeva con gravità. «Prega per noi peccatori.... nell'ora della morte e così sia!» squillò la voce allegra di Lolò, finendo, «e domattina mettimi la caramella sotto il cuscino.»— Che sciocchezze far dire a un bambino «il frutto del ventre tuo» e «nell'ora della morte» — disse lei.— E non fargliele dir più, allora....— Lascia un po' che faccia — disse lei alzando le spalle.Ma seduta così come ella era davanti a lui, sotto la luce viva della lampada, egli, di tratto in tratto, la riguardava. Fu sorpreso dalla sensazione di trovarla più bella, più aurea, più gonfia di quando l'aveva lasciata.— Sembra che tu mi veda per la prima volta, — e aggiunse sorridendo: — Mi trovi desiderabile?La domanda innocente dilatò d'un tratto come una macchia impudica. Il volto di lui si fece cupo.— Be'? Tu non porti mica l'allegria in casa.— Che profumo è quello che hai? — domandò lui d'improvviso.— Quello che ho avuto sempre.— Non è vero! Prima non avevi profumi.— Sì, sempre!— No, dico.— To' vuoi sentire? Senti! — E gli si appressò, sorridendo, col bel petto gonfio.— Va! va! — e aveva gli occhi torvi, e si alzò, e andò via dal tinello, borbottando parole che non osava far suonar forte.*Quando fu sotto le coltri, il signor Enrico non potè dormire. Tre voci gli cantavano un'insolita ninna-nanna.Una voce diceva: «Io sono il pensiero che fa piegare le labbra in giù, così che esse non rideranno più.» Una diceva: «Io sono l'insonnia che lima i nervi.» Una diceva: «Io sono il dolore che imbianca le tempie.» E tutte e tre dicevano: «Noi siamo fratelli e giriamo pel mondo. Di fuori nevicava; abbiamo trovato aperta la porta della tua casa, e siamo saliti: eccoci nella tua stanza e nel tuo letto con te!»Ma la stanchezza era grande, e gli occhi infine gli si velarono. Gli parve aver dormito gran tempo, quando un bagliore lo destò di soprassalto. Era Maria che veniva a letto. E la aveva appena intraveduta, che se la sentì sopra di sè, una coscia gli allacciò la vita, una voce disse:— Prendimi. Ti voglio!Egli soffocava: si disvincolò: le mani si abbattevano nel groviglio dei capelli madidi, ampi per tutto il letto.Riuscì a liberarsi alfine, e balzò dal letto. Ansava.Si vestì in fretta. Vedeva ora lei col volto fisso, gli occhi vitrei.— Tu cerchi unàlibi, eh? Tu cerchi unàlibi, eh? — diceva lui con voce soffocata.— Cheàlibi! — Parve alfine capire perchè disse: — Vigliacco!Uscì dalla camera. A lungo stette a origliare: era lei che piangeva, ma era un pianto soffocato, quasi stritolato per non farsi sentire.Scese lentamente le scale.*Quando fu nella via, respirò meglio.La notte invernale trasmutava Milano in una città fantastica. I cornicioni, coperti di neve, davano ai palazzi risalti di castelli e badie, e il silenzio era così grande che un piccolo carretto delle verdure rimbombava come fosse stato un carro con torrioni di ferro.Due o tre viandanti che incontrò, gli vennero avanti tutti in una volta che pareva un assalto, e poi sparirono come ombre dentro la nebbia.Un tram elettrico che va in piazza del Duomo a prendere i primi viaggiatori, veniva da lontano con un rombo così incalzante che pareva che tutti quei palazzi dovessero crollare; e quando gli fu vicino, le rotaie mandarono scoppi come saltasse una mina e saettavano lingue bianche, verdi, di fuoco, lunghe come tutta la strada.E lassù dove la rotella della pertica toccava il filo, c'era una stella verde chefriggeva fuggendo per il filo. Passò e si allontanò. La visione di luce del tram entrò nella nebbia, il tuono si fece sordo come un brontolìo che si rinserra.Verso la piazza del Duomo la nebbia era meno densa; e vide ombre bianche che venivano di traverso, saltando su le pozzanghere di neve.Perchè c'erano quelle ombre bianche? Allora si ricordò che era carnevale. Erano deipierrots.Uno suonava il corno che voleva essere allegro; e unbrumista, con voce roca di grappa, gridò dal sedile ove era tutto ammantellato:— Va, suona alla miseria!... — e il corno si allontanò nella torpida nebbia. E andando, udì da un pian terreno venire fuori un valzer con accompagnamento di passi cadenzati. Quel suono lo fermò su la via; e si ricordò che quel valzer lo avea ballato anche lui da ragazzo quando faceva all'amore con Maria. Si allontanò di lì; e quando fu sul corso, sentì sferrarsi un suono di campana, fondo, mattutino, con la vibrazione di un petto di gigante che esala lo spirito e dice: «Io sono il momento che fugge!» Altriquattro rimbombi seguirono a pari distanza, simili al primo, e tutti dissero la stessa cosa. Avea un soffio di umanità quel suono di bronzo in quell'ora. E ciò può avvenire perchè le campane stanno sui campanili, i campanili stanno su le chiese, e sotto le chiese giacciono le legioni dei morti. Ma a quel suono rispose, poco dopo, uno squillo argentino di una campanella che certo doveva stare su di un piccolo campaniletto. Cantò la campanella e si fece sentire per tutta Milano addormentata: «Io sono la campanella e quello è il campanone che cantò or ora all'istante fuggito, e non torna più, mai più, mai più e,din, din, don.don, din, din: ma io canto mattutino: io sono la campanella che sveglio i passeri che dormono nei nidi dei campanili, sveglio i bambini che dormono nelle cune, e sveglio Lolò, e avviso che la notte al fine è passata e da quassù si vede il sole che spunta ormai.»E lui allora rivide il Monte Rosa, che, quando con la prima corsa, d'inverno, andava al suo stabilimento — su la linea di Como — si vede là in fondo al cielo, come una gran rosa, ai primi raggi del sole.Voleva entrare in un caffè aperto, ma un battente gli si spalancò e ne uscì prima un tanfo di caldo e poi una compagnia ubriaca di uomini, e di donne smascherate, ubriache anch'esse.Immergevano le scarpe di raso e le calze sino alla caviglia nella neve, e ridevano. Lo stupì con quanta spensieratezza ridevano!Dentro il caffè non c'era più nessuno, ma un fortore di vivande, un odore di muschio. Un cameriere gli portò il caffè.I camerieri intanto con le buone mandavano via un vecchio signore in sparato bianco e pelliccia, ubriaco fradicio.— Ma io ho i miei diritti....— Sissignore....— Li farò valere in tribunale! — eplan, cadeva giù, e i camerieri, sorreggendolo, lo spingevano sempre verso l'uscio.— Il caffè è luogo pubblico.... io sono libero cittadino..., la legge è uguale per tutti....— Sì, signor marchese — gli diceva con voce persuasiva il padrone, — tutti i diritti: ma adesso bisogna fare pulizia.... Venga da qui mezz'ora....— Ah, pulizia...! ah, pulizia...! — borbottò come persuaso ed era giunto verso l'uscio; ma lì si voltò d'improvviso, e indicando ai camerieri il nuovo venuto:— Ma quello lì rimane?— Ah, quello lì è un'altra cosa....— Un'altra cosa? — e fissando due occhiacci, quel bel vecchio con la tuba su la punta del naso, puntava il dito verso il signor Enrico e disse:— Io sono gentiluomo, pronto sempre ai suoi comandi; quando vuole, di giorno e di notte.... Sissignore — insistè tentando di muovere il passo verso di lui — di giorno e di notte, alla spada o alla pisto....Ma non riuscì a finire che lo avevano spinto fuori e il battente di vetro si era chiuso dietro di lui.— Va in su la forca, porco! — gli urlò dietro il padrone.Allora i camerieri cominciarono con le scope a frugare sotto i sedili, a pulire mettendo a due a due le poltroncine di velluto crèmisi sopra le lastre di marmo.Un furgone si fermò, e entrò in furia un fattorino con due cestelli di panini alla francese, che lasciavano un odore buono.Anche un barlume mattutino entrava già dalle vetriate e le lampade elettriche parevano stanche del lungo ardere.Entrò appunto allora una signora sola che dondolava un gran corpo dentro la pelliccia.Dal contegno appariva una cliente di quel luogo e di quell'ora. Si sedette ad un tavolo di fronte al signor Enrico.Due mani abbastanza fini lavoravano a sganciare il fermaglio. La mantella cadde giù: poi si alzò il velo. Era ancora un bel volto di donna in piena, ma non trascorsa età. Una camicetta, di seta granata, disegnava opulenti forme non costrette dal busto; e di fatto, l'oggetto sottile che depose presso di sè, ravvolto in un giornale, verosimilmente era il busto. Si stropicciò le mani, soddisfatta, e al cameriere con gesto lento e con parola placida ordinò questo e quel cibo.Quando il cameriere le disse che erano arrivati allora allora i panini freschi, parve moltissimo contenta.Colui ritornò poco dopo con un vassoio; poi portò piattini e vasetti, da cui la signora levò con cura le salse e le conserve che spalmava insieme col burrosui panini. Mangiava una costoletta con l'appetito di persona che è in pace con sè e col mondo, e si sentivano i panini freschi scricchiolare sotto i denti.Quando ebbe finito, rimase un po' con la testa in aria curandosi i denti, poi chiamò in fretta il cameriere, e ordinò una vettura. Si ricoprì con la mantella, si levò e rimase alta e pomposa come una bella bestia mammifera presso la vetriata finchè arrivò la vettura. Allora aprì e fuggì via.— Quella lì — disse il cameriere — finisce la sua giornata sempre verso quest'ora. Viene quasi tutte le mattine qui a mangiare, e dopo che ha mangiato, non bada più a nessuno. Ma una donna seria!*Fuori era giorno.Il sole era montato e avea trionfato su le nebbie: il disco roseo saliva sopra i ricami marmorei del duomo.Al signor Enrico parve di svegliarsi totalmente allora:«Andiamo, sono un pazzo, io!»Si fermò un po' come fa uno che ha un male, e con la mano preme per sentire se duole ancora. «Che uno dei fatti più comuni della vita, quale una moglie che ha un amante, deva dare tanta molestia! Se fosse accaduto a te! Ma non è accaduto a te. Tu hai sognato questa notte!»Ora ragionava, era più calmo. La luce del sole pareva gli avesse portato via il male. Però ogni tanto pareva che risorgesse un sordo dolore.Chiamò una vettura e si fece condurre alla stazione per andare allo stabilimento.Alla stazione provò piacere. Quelle macchine che fischiavano nella fresca mattinata e buttavano il fumo nel cielo perlaceo; il rosso fiammante dell'aurora in fondo alla vetriata; i treni pronti in partenza, avevano dell'allegro: vita che comincia! Anche il sontuoso treno del Gottardo era allegro: lucido, splendido di velluti e di specchi. C'era poi una compagnia di anglosassoni che non si poteva a meno di non contemplare: begli uomini e belle donne: teste alte, faccie sbarbate, rosee e ridenti: le donne loro avevano l'aspetto di buone compagne.Gente serena, fresca, sana che comincia la sua giornata col sole.... Così era stato sempre anche lui. Ed ora che cos'era successo? Quale malattia lo aveva invaso? La malattia di un'idea mostruosa. Una pazzia, via! «Voglio tornare come prima!»Dopo che fu partito il treno del Gottardo, partì il suo treno, dove vi sono sempre quegli industriali, cotonieri, setaioli, che parlano sempre delle loro fabbriche, delle loro maestranze, dei loro fili, delle loro macchine, delle trancie, delle cinghie, dellaselfacting mule; poi dei loro guadagni, dei loro risparmi, delle loro azioni, delle loro signore. E coi risparmi aggiungono altrisheds, fanno venire altri telai, innalzano altre fabbriche, sì che tutta piena è quella landa; e qualcuna di quelle fabbriche risplende dai finestroni di tutti i piani, anche per tutta la notte, come un castello incantato.E quando era il mattino chiaro, si vedeva il fumo dei lunghi camini delle fabbriche scherzare nel cielo di perla come un ricamo.Vicino alla fabbrica l'ingegner Enrico M*** aveva fatto, allora allora, costruireuna villetta per venirea far campagna; con gran gioia di Maria e di Lolò, e prima di partire per quel suo lungo viaggio, aveva affidato ad un impiegato di sua fiducia, certo Manzi, l'incarico di sorvegliare i lavori di finitura, di arredamento, e di giardinaggio attorno alla villetta.Ma quando se lo vide venire incontro lungo il vialetto, non ebbe piacere.Il signor Manzi, chiamato anche Bismarck a cagione della sua testa pelata, delle sue ciglia feroci, dei suoi grigi baffi in giù, era becco cornuto di rinomanza conclamata.Raccontava lui stesso.Il disgraziato credeva di muovere l'altrui compassione e non moveva invece che l'altrui curiosità.Quel buon uomo del signor Manzi mostrava al suo principale le piante del giardino, le piastrelle del pavimento, lo zoccolo di legno nella saletta da pranzo, i lavori di tubazione per l'acqua.Ma il signor Enrico guardava invece lui, come era fatto uno che è becco cornuto. Si persuase che ci voleva una certa predisposizione. E mentre lo guardava,sentiva una voglia di domandargli: «e come ha fatto lei ad essere...?»Però quelle due parole che venivano dopo,becco cornuto, contenevano una gaia indifferenza plebea, in contrasto con la severità del dolore che egli provava. Più volte la domanda risalì alle labbra, ma non domandò.La notte, quando fu solo nel letto, si ricordò di quella parola «vigliacco» che lei aveva detto; poi del suo pianto angoscioso. «Ah, povera Maria!» esclamò. Poi ricordò che ella era di quelle brave donne, come ce ne sono a Milano, che se non ci fossero esse, non ci sarebbero nemmeno le fabbriche: istruite, eleganti, coi libri nel salotto, ma che sanno farmarciareanche gli affari.*Il dì seguente fece venire Manzi a colazione: gli disse tantibravoper tutto quello che aveva fatto, e — Manzi, se domani mi venisse il capriccio di portar qui la famiglia, il termosifone funziona bene?E come ne ebbe buona risposta, stette un po' e domandò:— Be', Manzi, conti su, come è stato che lei....Un cerchio rosso di lagrime apparve attorno ai feroci occhi di Bismarck; unaouvertureabituale.—Tiremm innanz!— disse Manzi alzando le spalle, e asciugandosi i grossi occhi.E il signor Enrico sorrise a quella vecchia frase eroica, che strideva nell'accento mezzo meridionale del vecchio.— Ch'el beva! — disse il signor Enrico.Bevve, poi disse con rassegnazione:— Sono cose che accadono.«A lei, mica a me», corresse mentalmente il signor Enrico.*Infine Manzi cominciò a raccontare così:— Signore, io sono di una città di qui molto lontana. La mia età — non stupisca — è di soli quarantacinque anni. Da giovane non avevo questa fisonomia, nè questocarattere; ero un ragazzo discreto e anche molto allegro. Ero la consolazione dei miei genitori e la gioia degli amici. Sapevo cantare le canzonette napoletane, facevo i ritratti in caricatura, avevo insomma dello spirito come si dice; adesso non ci credo neppur io di essere stato così.Lei si chiamava Sara ed era una giovane di famiglia forestiera andata a male; mica nobile: ma che si teneva su a furia di superbia e di debiti. Quanto a dote, non portò che il corredo; tutta roba molto fina, ma ricordo la povera mammina che diceva: «queste sono tutte ragnatele; a questa ragazza bisogna farci anche la camicia». Dei suoi genitori e dei suoi fratelli, tutti dati alla bella vita, chi ne diceva bene, chi ne diceva male; ma di lei, di Sara, nessuno poteva dire una parola cattiva. Aveva una gran distinzione di modi che metteva soggezione anche agli uomini. Non era quella che si dice «una bellezza», ma aveva un certo fare, una certa linea che affascinava; le palpebre degli occhi, grasse; e gli occhi ridevano da sè. Nelle feste che si davano al casino dei nobili, anche se aveva un vestito modesto, tutti guardavano lei.Diventò più bella dopo che la sposai; ed io ho notato che le donne che sono buone mogli, si accartocciano un po', diventano bruttine; quelle altre, invece, fioriscono meglio.Il prefetto, un senatore, e altri vecchioni dell'aristocrazia le facevano unaréclamepiù che se lei avesse avuto un milione di dote. La invitavano con la sua famiglia a casa loro e non facevano che spargere la voce del suo spirito e delle sue grazie. Imagini lei, signor mio, se lei avesse degli adoratori!Anch'io, naturalmente, le facevo la corte a furia di lettere lunghe, quasi una al giorno. «Non ti verrà mica in mente di sposare quella lì! — mi disse un giorno il mio povero babbo —. Non fa per te quella roba lì.»Un giorno mi ferma lei stessa per la strada e mi dà la mano.«Via, non si faccia vedere così — mi disse sorridendo, — mi accompagni e andiamo ai giardini, come due buoni amici che camminano pei loro affari.»Quando si arrivò in un viale dove non c'era gente:«Ho ricevuto la sua ultima lettera — disse,levandosi i guanti e appoggiandosi all'ombrellino: — è scritta con molta passione e si capisce che lei è un'anima fedele e buona....» E proseguiva: «Sì, io ho bisogno di essere amata così: da un uomo buono e fedele come lei.»Io allora le domandai se mi voleva bene e lei mi ripose:«Adesso non le voglio dare questa soddisfazione», e allora io le domandai:«Ma almeno lei, Sara, sarà buona e fedele con me, è vero?»Lei mi sorrise e strinse le labbra crollando la testa: «Non abbia molta fiducia in me, io sono anzi cattiva, orgogliosa e molto capricciosa. No, no, mi lasci — e mi tirava via la mano —, è stato un sogno: io sono molto cattiva, le farei del male io: non le voglio far del male.»Ecco: queste sono state le sole parole sincere che Sara mi abbia detto. Dopo, per anni ed anni, siamo vissuti insieme, abbiamo parlato, ma ci siamo intesi come persone che parlano lingue diverse. Ma lei se le ricordava queste sue parole, e ai miei rimproveri rispondeva: «Io sono stata sincera. Te lo avevo pur detto! Sei stato tu che mi hai voluta.»Quella mattina, dunque, ai giardini, quando io la sentii parlare così, mi sentii trasfigurato e le dissi delle cose straordinarie sull'amor mio; e lei, dopo, si levò il fazzoletto e si toccò l'angolo degli occhi e disse: «Voi uomini quando amate da vero, siete più nobili di noi altre donne: no, io sono cattiva! Soltanto se mi saprai conquistare, io cercherò di essere buona moglie, come dici tu.» E si allontanò con quel suo passo distinto e languido, ed io rimasi estatico a rimirarla finchè scomparve l'ultimo lembo del vestito; poi diventai come inebriato: quasi avevo piacere di sentire che era cattiva. Dopo l'avrei fatta diventar buona io: mi sentivo un gigante, e la vita che è tanto grande, io ero felice di consumarla tutta per colei. Camminai come un demente per i giardini, e siccome era primavera, mi pareva che tutte le piante e che tutta l'aria avesse il profumo di lei.Le condizioni della famiglia di lei erano note su la piazza: il padre non aveva più da far fronte agli impegni; liti e disordini in casa, ed io che la frequentavo, ne sapevo qualche cosa. Ma che si fosseal punto da non aver da mangiare, non potevo supporre.Fu una sera che si tornava da una scampagnata, che lei mi disse chiaro e preciso come stavano le cose. Suo padre aveva il domani una cambiale in scadenza: lei temeva che si uccidesse. In casa, fratelli e padre si erano insultati come facchini e si minacciavano. Lei piangeva nel raccontare: era dolore? era paura? cos'era? io non so, ma quando me la sentii diventare fragile, umile fra le mie braccia, quando lei mi disse più che con le parole, con gli occhi: «Salvami tu, se mi vuoi salva, se no, non so cosa farò di me», io mi sentii un cuore di eroe: perdevo tutto, ma acquistavo Sara.Poco dopo io presentavo al mio povero babbo diversi campioni di abiti di seta bianca.«Quale ti piace di più, papà?«Per che cosa?«Per sceglier l'abito da regalare alla sposa.» Ero figlio unico; minacciai, e i poveri miei vecchi chinarono il capo. Per fortuna lui è morto prima! Ma lo crede, signor Enrico, che ho dovuto combattere con la famiglia di lei perchè me la dessero?Così, proprio così! I fratelli brontolavano che con un tipo come Sara si poteva fare un affare migliore, che loro erano nobili, che io, in fine, ero un misero possidentuccio e via: e suo padre mi diceva: «Sapete, caro giovanotto, cosa mi costa l'educazione di quella ragazza fra viaggi,bonnes, scuole e una storia e un'altra? Altro che la dote!Però se proprio non ne potete fare a meno, se lei vi vuole, prendetevela. Io ci aveva fatto conto sopra per la mia vecchiaia, ecco tutto: perchè nei maschi c'è poco da sperare.»Anche l'abito di seta ha una storia! «Quegli abiti da sposa — diceva la povera mamma — che poi si conservano tutta la vita, e si mettono quando si muore....»«Brrr! — fece Sara. — Bastava un abitotailleurda montare in treno dopo la cerimonia.»Tuttavia per accontentare i miei, ella si fece l'abito da sposa, e diceva che era diventata come le Madonne vestite dai preti.Sara entrò poi in casa dei miei: una casa alla buona, all'antica, con vecchiecose, vecchie abitudini. I miei genitori capirono che era inutile far recriminazioni. Sopportarono tutto. Quello che devono aver sofferto non me lo hanno detto mai: ma io, signor Enrico, vorrei che ci fosse l'altro mondo soltanto per domandare a loro perdono dei dispiaceri che ho dato. Papà campò poco, come le dicevo, ma lei, povera mammina! Io era innamorato di mia moglie, ed ora che la possedevo, mi piaceva più di prima.Qualche volta, in segreto, accarezzavo la mia povera madre come per compensarla di tutti quei sacrifici. «Basta che lei ti voglia bene e che tu sia felice», mi diceva con quella sua voce melanconica. Del resto, per i primi anni, di Sara non si potè dir nulla; fu madre buona e fu moglie fedele; sicuro già che per vivere in pace bisognò far tutti e tutto a suo modo.A tavola, per esempio, serviva da anni una vecchia domestica che faceva di tutto; lei trovò che era poco pulita, che ci voleva la cameriera col grembiule bianco, e allora la vecchia serva venne relegata in cucina, ed era tutt'al più destinata a lavare le calze. Quelle calze! In casa nostranon sapevano nemmeno cosa fosse il tè. E venne il tè e vennero anche le signore a berlo. Avevamo in casa una stanza da ricevere all'antica, e lei trovò che non eragemütlich, una cosa che noi «gente zotica» non potevamo capire. Si spese molto a renderlagemütlich. Il mio povero padre era abituato, d'estate, a stare alla buona a tavola: si metteva in maniche di camicia, e, dopo pranzo, fumava la pipa. Lei trovò che ciò era poco conveniente; osservava che a casa sua i suoi fratelli erano abituati a fartoiletteper andar a tavola. Poi trovò che vicino alla stanza da letto ci voleva la vasca per il bagno, e venne la vasca.«Ciò che non è molto pulito non è morale» ripeteva Sara.Vecchie masserizie, vecchie costumanze: il pane fatto in casa, il bucato in casa, le galline nel cortile, il caldanino d'inverno, producevano a Sara un fastidio che non si dava più nemmeno la pena di nascondere.La piccola economia domestica che, prima, permetteva dei risparmi, ora non bastava più. «Non sei buono a farti sentire? — diceva la mammina. — Ma che marito sei?»Spasimando, con lunghi discorsi, cercavo di farle capire la necessità per lei, per noi, per nostro figlio — perchè avevamo anche noi un bambino — di vivere più modestamente. Cercavo in tutti i modi di penetrare nel suo cervello; ma sentivo che sotto c'era come una pietra, dove si spezzavano tutte le mie ragioni.«Vuoi che vada a domandare i denari ai tuoi amici?»Ella aveva l'intelligenza delle parole brutali. Io le elencavo tutte le cose superflue della suatoilette.«Via, che se io non fossi così, non ti piacerei come ti piaccio....»Ella, cosìprude, così osservante di tutte le convenienze, aveva nell'intimità scatti di impudicizia che mi atterrivano. Ah, signore! signore!La vita, in casa, divenne un terrore. «Nemmeno il diavolo la doma più», diceva la povera mammina.Lei ripeteva a me: «Tu hai tradito la mia vita!»«Ma io l'ho pure questa forza di sacrificio!» le dicevo io.«Ma a te nessuna donna ti guarda, io invece....»Allora io tremavo tutto, e le facevo lunghi ragionamenti.«Sì, sì, — diceva lei —, va alla messa.»La minacciai di scacciare di casa. «Guarda — mi disse — a quello che fai! guarda a quello che dici!»Io insistetti: mi pareva di far bene ad insistere. Ma non avevo fatto il calcolo esatto su le mie forze e allora ho detto una parola che non dovevo dire, ma l'avevo nel cuore e la dissi: «Vattene, sì!»«Allora me ne andrò, ma tieni a mente che non sono io che vado, sei tu che mi scacci: io sono una donna che so quello che faccio; io non sono come le altre che vanno in chiesa e hanno l'amico; io sono una donna diversa, il mio uomo, io: tu puoi andare a fronte alta di tua moglie. Ma tu mi scacci, tièntelo a mente!»Lei preparò per due giorni le valige con molta calma: io non dissi più nulla.La sera condussi a spasso il bambino, povera anima! V'era come un tàcito accordo; lei sarebbe partita: il bambino sarebbe rimasto con me, ed io lo condussi fuori perchè non si accorgesse della partenza della mamma, a cui lui voleva un gran bene.Era quella una sera fredda e nera d'autunno, e l'ho qui nella mente: andammo fuori di porta, io e il bambino; camminammo sotto i platani che stormivano per il vento e cadevano sul capo le foglie dei platani. Io lo tenevo per mano, avrei voluto parlare, ma non sapevo cosa dire.Tenevo la sua mano dentro la mia e non parlavo: ad un tratto lo sentii piangere. «Perchè piangi? non sei contento di andare a spasso col tuo papà?» Lui avea sei anni. Mi ricordai tutte le cose che egli desiderava: cioè la bicicletta a tre ruote, il cavallo che dondola, la macchina che fischia e cammina da per sè; e io gli promisi che gli avrei comperato tutto. «Ma perchè piangi?» e lui piangeva senza spiegarsi, e quel pianto mi metteva nell'anima un gran male. Allora lo minacciai; là nel buio, minacciai di percuoterlo. Ma al lume di un fanale che faceva luce a una Madonna, lo scorsi pallido pallido, esterrefatto, tremante davanti a me. Io dovevo aver parlato con grande ira e non me n'ero accorto.Mi cadde l'animo al vederlo così e mi vergognai: era lei che io avrei voluto percuoterea morte e invece stavo per percuotere lui, l'innocente. «Perchè piangi?» — «La mamma!» singhiozzò con uno scoppio di passione che mi fece quasi paura. «Vuoi veder la mamma?» Fece cenno di sì, e vedendo che io acconsentivo, mi prese lui stesso per mano e mi tirava, e mi ricordo che il vento ci era di fronte, un vento forte e lui tirava e diceva: «Fa presto, papà, la mamma va via!» Così facemmo tutto il viale sotto i platani che si rabbuffavano indietro sul nostro capo.Io no, no! non le avrei mai detto di restare: morire piuttosto: al punto in cui erano le cose, no! ma speravo nel bambino: si sarebbe commossa alla sua vista e sarebbe rimasta. Per questa ragione lo ricondussi.Entrammo in casa. Lei aveva disposto le valige e attendeva la carrozza per andare alla stazione. Io tremo anche oggi a pensare a quella notte.Mia madre coi capelli scarmigliati, con le braccia in croce davanti alla porta, diceva:«Di qui non si passa: è casa mia!«Via, vecchia megera, pinzochera, voglioandar via da questa casa maledetta — diceva lei.«No, non va via una sposa giovine, di notte!«Ho il mio orgoglio che mi difende, via da questa casa maledetta.»E le sue mani minacciavano. Io la presi allora perchè non nuocesse a mia madre, la strinsi forte su di me e lei mi graffiò il volto e mi lacerò i capelli.«Andrai via domani, senza scandalo!» le dicevo con sarcasmo, piano, all'orecchio. «Sì, ti voglio mandar via: ma domani!» Avevo anche io un demonio che mi tradiva. Il bambino aggrappato alle sottane di lei, faceva pietà; supplicava me, supplicava lei con una voce che quando morirò la sentirò ancora, ma lei, lei non l'udiva.Ma ricordo una frase orribile e strana in un bimbo, che pronunciò in quella sera. Pallido, con la testolina che crollava indietro come avesse avuto il tetano, aggrappato a noi, diceva: «Ma allora io voglio morire, fatemi morire!» Ed ella non udiva. E pochi mesi prima lo avevamo vegliato io e lei nel suo lettuccio, perchè era ammalato!Fuggì quella notte e portò via mio figlio.La mattina seguente io e mia madre ci guardammo come smemorati, senza dir nulla. Io la volli confortare e le dissi: «Meglio così, tutto è finito!» I primi tre giorni, sotto l'eccitamento del fatto, mi sembrò di essere quasi contento: poi cominciai a perdere il sonno, a fissarmi in Sara. Io e mia madre ci incontravamo come due fantasmi nella vecchia casa. La stanza nuziale venne disfatta: io mi volevo mostrare assai calmo. Ma tutto il giorno non parlavo, a tavola non parlavo, il cibo mi andava via dalla gola come avessi avuto il vomito. Cominciai ad ubbriacarmi, per sistema, il giorno e la notte a prender l'oppio per dormire. Ma l'oppio, se mi buttava giù nel letto per una mezz'ora, dopo mi svegliava con un riscossone e con gli occhi aperti come ci fosse stata una molla a tenerli su: così rimanevo tutta la notte.E perchè capisca in quale stato io ero, a ogni treno andavo come un sonnambulo alla stazione perchè speravo che tornasse, che si fosse pentita, che avesse compreso quale grande delitto avesse commessodi abbandonare la casa del marito a cui aveva data la fede.Andando alla stazione, questionavo con me stesso per decidere se le avrei perdonato: finivo sempre col perdonarle, ma era lei che non tornava. Dicevo fra me: «Una donna divisa così dal marito, rimane vituperata.» Non pensavo che il vituperio del mondo può cadere su una donna debole o brutta: ma su una donna bella e forte come era Sara, non cade insulto; il ridicolo, quello sì piove sull'uomo! Allora diventavo furibondo e dicevo: «Ti farò citare davanti al tribunale, ti farò svergognare come una madre, una moglie che abbandona il marito.»Sara mi mandò due lettere da un paese lontano della Svizzera, con le insegne superbe di unhôtel. Nella prima mi spiegava col solito orgoglio la sua condotta precisando a suo modo i fatti e mi dava notizie del bambino «giacchè di questo — scriveva — ne avete il diritto», e mi domandava poi i suoi gioielli. Era partita con quasi niente di denaro. Io non risposi. Nella seconda, domandava tutti i suoi abiti ed aggiungeva che tutto (edera sottolineato) anche fisicamente, era finito fra noi due e che se anche lei avesse voluto, non avrebbe più potuto vivere con me: e che io «le facevo ribrezzo!»Allora, ma solo allora, pensai a quello a cui non avevo mai fino allora pensato: «la tua donna si infila nel letto con un altro, ridendo.» Allora diventai pazzo. Sarei partito in quell'ora stessa che ricevetti la lettera, ma non avevo i soldi, capisce? li dovevo rimediare; e intanto le scrissi una lettera in cui mi umiliavo e che fece pietà a me stesso, tanto che non ebbi coraggio di rileggerla.Lei mi rispose dopo una settimana così: «Mi dispiace che tu sii ammalato, ma se tu sei uno squilibrato e uno più buono a niente, non è questa una buona ragione perchè io, che ora mi sento assai bene e ho molta voglia di star bene, debba tornare ad unire la mia vita alla tua. Il bambino sta benissimo. Poscritto: La mia coscienza non ha bisogno del tuo perdono».Allora io dissi a mia madre: «Io voglio andare a riprendere il bambino che mi portò via come un ostaggio; non posso vivere senza di lui!» — «Va, e riprendianche lei — mi disse la mamma — Tu così ti rovini la vita, figlio!»Partii e dopo due giorni di viaggio in terza classe, giunsi in Svizzera, in quel paese. Era unhôtelche aveva quella grand'aria di lusso che era stato sempre negli istinti di Sara. Incontrai signori e signore superbe davanti ai quali il mio aspetto era una viltà: cameriere in cuffia e camerieri in sparato bianco, che parlavano una barbara lingua, ma al cui confronto le dolci mie parole italiane suonavano come un'umiliazione.Mi vergognavo di dire il mio nome, di dire a quei camerieri che io ero marito di quella signora lì sola in quell'albergo. Dissi che ero un parente, ma dal contegno di quella gente capii che aveano letto in volto la mia vera qualità, e mi fecero entrare nella stanza di lei benchè fosse mattino.Mia moglie si puliva i denti. Mi guardò senza nessun turbamento. Seduto sul tappeto, per terra, c'era il piccino che si metteva le scarpe e mi guardava con occhi meravigliati, e non disse nulla.«Sei tu? non ti aspettavo!» pronunciò con voce tranquilla: ma poi guardandomi,mi dovette trovare molto stravolto, perchè mi domandò con voce che era divenuta incerta e paurosa suo malgrado:«Sarebbe interessante di sapere cosa sei venuto a fare qui.»Anch'io ero determinato ad essere calmo, giacchè nel viaggio avevo prestabilita la mia condotta, benchè il cuore e, ho vergogna di confessarlo, i miei sensi mi spingessero a domandarle perdono. Era l'ultima riserva della mia energia di uomo che lanciavo: e aveva così stabilito di fingere, di volere una separazione per via legale, e intanto portarle via di sorpresa il figlio.Mi sedetti su di una poltroncina e le parlai in questo senso.«Oh, benissimo», diceva lei senza voltarsi dallo specchio.E vedendo il letto, disfatto, chiesi:«Si deve dormire molto bene in questi letti.»«Stupendamente..., sonni profondi: permettete....» e si slacciò il bottone della camicia per lavarsi.Quell'atto mi ricordò di una sua frase abituale, cioè che una signora per bene davanti al cameriere si può anche slacciareperchè un cameriere non è un uomo. Fremetti, e senza muovermi dalla sedia, pronunciai quella parola semplice che molti di noi crediamo sia un'offesa: Puttana!«Cosa dici?»E io ripetei quella parola. Lei alzò le spalle ed io nello specchio vedendo il suo volto mi parve che a fior di labbra mormorasse: «Stupido!»Il cervello mi si infiammò di furore; ma una cosa più grande succedeva: io vidi, quasi con questi occhi, materialmente, la mia casa che crollava. Lei sa, è vero? Quando la casa muore è come quando moriamo noi. E allora il resto che vale?Il piccino aveva finito di mettersi le scarpe, ma male.«Perchè non l'aiuti tu ad allacciarsi le scarpe?» le domandai.«Perchè io non faccio la serva a mio figlio!»In quel punto bussarono alla porta. Trasalii. Ella disse tranquillamente, facilmente in tedesco, come se quella fosse stata sempre la sua lingua, di entrare. Entrò la cameriera col vassoio: era lacolazione col burro, laconfiture: una cosa splendente, grandiosa.Il bambino parlò allora per la prima volta e disse: «Qui, vedi, papà, si mangia bene; sempre burro, cioccolata, dolci; mica come là dalla nonna! se poi vedessi a pranzo che tavola grande, sempre coi fiori, e quanta gente, quanti piatti, oh! È molto bello così!»Una voce immensa nel mio cuore mi veniva su e voleva dire a Sara: «Torneresti a casa?» Ma ebbi pudore di pronunciare il nome di mia madre davanti a lei. Soffocai quella voce e la pregai di vestire il bambino che lo volevo condurre a spasso. Volevo portarlo via subito. Lei lo vestì, e disse: «Ecco pronto.»Siamo usciti io e il bambino.Ma quando fui nel corridoio, camminai in punta di piedi e poi mi fermai: un'illusione, pazza da vero, mi teneva incatenato lì nel corridoio, cioè che lei mi richiamasse indietro. Ritornai invece io indietro, origliai e sentii il rumore del busto. Sara continuava in pace la suatoilette.Nell'albergo c'era un giardino con grandi alberi puliti e molti sedili.Io conduco qui il bambino e parliamo.Lui mi raccontava tutti i piatti che si mangiavano allatable d'hôte. «Vuoi tornare dalla nonna? — dissi io con le lagrime. «Sì, se mangeremo ancora tanti dolci come qui.» E parlava ancora, quando a un certo momento scappò via. Era corso via! Sotto un albero c'era un giovane signore che lo prese fra le ginocchia.Io guardai.Il bambino, dopo, corse ancora da me, e quel tale si alzò e si allontanò.«Chi è quel signore? — domandai.«Quello che tiene sempre compagnia alla mamà! — mi rispose il bambino.Allora risalii da solo le scale, e irruppi nella stanza di Sara.«Chi è quel signore che ti tiene sempre compagnia?»Il suo volto diventò brutto. «Ci mancava anche questa per fare il terno», sentii che disse, e poi non so più nulla. Urlò. Venne gente, mi strinsero, mi strapparono una rivoltella.Mi hanno fatto poi il processo per mancato omicidio. Mi hanno fatto vedere il revolver con una pallottola di meno. Sarà anche stato, ma io non me ne sono accorto.Basta, dopo fui assolto; ma da allora diventai come stupido, con una gran debolezza di nervi. Poi, col tempo, mi sono rifatto; cominciai ad andar fuori di casa mentre prima mi vergognavo: ma non mi curavo più di niente. Bisognava che mia madre mi mettesse lei la biancheria sul letto perchè io la cambiassi. A lei, a Sara, però ci pensavo spesso: mi ricordavo il grande albergo dove l'avevo trovata; vedevo i vassoi d'argento, le tavole coi fiori e altre cose vedevo, e dicevo: «Già lei era nata per questa gran vita.» E per una certa lucidezza mentale, mi ricordavo di certe sue frasi come questa: «Che colpa ho io se piaccio agli uomini?» E allora provavo come dei brividi di desiderio, e con stupore dicevo: «Sì, cara, se tu non vuoi sporcarti le mani, li laverò io i piatti: ma torna con me.»Due o tre volte all'anno per Natale, per Capodanno, ricevevo un biglietto del bambino, in cui mi diceva che lui stava bene.Adesso glielo dirò: si sente dire e si legge, o signore, che una via, come quella battuta da mia moglie, conduce di gradinoin gradino alla abbiezione. Quasi me lo auguravo di trovarla degradata e in miseria pur di riprendere la vita con lei e con lui.Seppi che lei era a Roma. Andai dunque a Roma, girai, domandai e un dì vidi pel corso una figura di donna, che assomigliava a Sara. Quei cinque anni di strazio, che mi avevano distrutto anima e corpo, non erano passati per lei. Era come prima, solo un poco più matronale. Da prima non mi conobbe, ma poi la mia vista o la atterrì o la commosse, perchè mi accolse benevolmente, soltanto non potè a meno di dire: «Come siete invecchiato!» E mentre eravamo lì fermi sul marciapiede fra la folla, mi accorsi che due o tre signori di molta distinzione la avevano salutata. Lei mi invitò a salire a casa sua, e camminando fra quella calca, io mi vedevo negli specchi delle vetrine, miserabile e vecchio dietro di lei.Arrivammo ad un palazzo. Il portinaio di quella casa la salutò levandosi il berretto e guardò me come a chiedere: chi è costui?«Potete salire senza timore per la vostrarispettabilità — disse Sara con ambiguo sorriso — qui abitiamo noi soli.»Il giovanetto, nostro figlio, domandava piano a lei:«Chi è? È il papà quello lì?» e lei faceva cenno di sì, e raccomandava di star zitto.Era un appartamentino piccolo, ma messo bene.Io mi misi a piangere e benchè mi frenassi, non potei impedire al singhiozzo di prorompere.«Perchè piange il babbo?» «Per il piacere di vederti» lei disse, e a me disse piano: «Adesso parleremo, ma vi prego, niente tragedie; ne ho avute anche troppe!»«Adesso tu va a studiare» — disse poi al figlio —; «e se volete....» — disse a me: ed entrammo nella sua stanza dove c'era un lettino bianco, delle poltroncine bianche.Prevenne le mie domande: viveva — diceva lei — dando lezioni di tedesco e di piano.Dissi io allora queste parole: «Ma il giuramento di fedeltà che tu hai dato....»Ella chiuse gli occhi, posò la manosu la fronte, disse...: «Parlando con voi ho l'impressione di parlare con unrevenantd'altri tempi....»Nel mio paese, signor Enrico, c'è un fiume dove non hanno mai potuto piantare le palafitte per mettervi un ponte; la melma è tanta che le travi non sono mai arrivate a trovare il sodo e un giorno un manovale, che con una lunga pertica volle scandagliare quel fango, vi si sommerse e non l'hanno più ritrovato.Io ero realmente un fantasma. Per riconquistare Sara sarebbe stato necessario che io fossi apparso giovane, forte, terribile.Mi sentii come recidere i nervi, e allora udii queste sue parole: «Dopo tutto, i soli momenti di gioia della vostra vita sono io che ve li ho dati.»Venne la cameriera e bisbigliò non so che a Sara.«Ah, sì! me ne ero dimenticata. Io sono desolata, — disse a me, — ma sono venuti a prendermi per una conferenza....»Mi buttò sotto gli occhi un cartoncino:Sotto la presidenza di S. A. R..., ecc., l'illustre conferenziere, ecc., parlerà oggi alle tre sul fenomeno del femminismopresso i popoli latini e presso i popoli germanici.«Vostro figlio è là, potete stare con lui» — disse uscendo.Io mi alzai come un uomo straniero che è in casa altrui.Però dissi: «Allora sono io il debitore verso di voi.»«Abbiate pazienza, ne riparleremo. C'è giù la carrozza che aspetta.»Entrai nella camera di mio figlio.Era tiepida e profumata di lindura la stanza di mio figlio, ma io sentivo un senso di gelo. «Cosa fai?»«Il compito di latino.»«E questa è la tua stanza?»«Sì, ti piace?»«La mamma è buona con te?»«Molto buona, ma anche molto severa.»«Dici le orazioni?» — domandai vedendo un Cristo sopra il capezzale del suo letticciuolo.«No, cosa sono le orazioni?»«E allora perchè tieni quel santo?»«Perchè mamma trova che sta bene.»«Che classe fai?»«La seconda ginnasiale.»«Studi?»«Sono uno dei primi.»«Allora ti piace il latino....»Fece una smorfia. «Tutti a scuola diciamo che è inutile. Anche il senatore dice così, e speriamo nella caduta del Ministero.»«Allora perchè studi il latino?»«Ah! per la bicicletta: la biciclettafor ever!»«Ti ha promesso la mamma la bicicletta?»«No, il senatore: quello che adesso è venuto a prendere la mamma. Ne ha dei soldi....»Uscii in silenzio da quella casa di marmo.Non ci siamo più riveduti: c'erano dei morti fra me e lei; ed anche quelli che erano vivi erano come morti.*Questo fu il racconto del signor Manzi, detto Bismarck.Questo racconto fece bene al signor Enrico. Quando si è come Bismarck, si capisce che accadano certe cose.Una lettera di Maria, mandata di premura, dove lo pregava di dargli spiegazione della sua «inesplicabile» condotta, gli fece molto bene: più del racconto di Bismarck.Ci pensò la notte: un ufficiale profumato; lei profumata; e per questo? Quell'assalto notturno di lei, nella notte, piuttosto! Ma ora ricordava: lo aveva letto in treno, in uno di quei fascicoli di novelle che vendono alle stazioni: di una moglie, che per crearsi unàlibi, si butta sul marito come una meretrice. Effetti di suggestione! Mai leggere novelle!*Ritornò a Milano il dì seguente verso le cinque.La quale è placidissima ora.Le lampade elettriche splendono nel cilestrino crepuscolo come lune: ibarssi riempiono; e le donne mondane uscite dal diurno riposo, dondolano sui marciapiedi come navi pronte a slegare gli ormeggi.I negozi dei pasticcieri rigurgitano dileccornie, e l'aria è qua e là pregna del caldo profumo delle carni in istufa presso gli aristocratici salumieri.Entrò dal pasticciere per comperare qualche dolce per Lolò; e per l'appunto ad una parete del negozio era affissa unaréclameper il romanzo d'appendice di un giornale cittadino.Il cartelloneréclamerappresentava un signore seduto che si puntava alle tempia una rivoltella con la tranquillità di uno che si netta le orecchie. Alla detonazione entrava una bambina e su la porta si affacciava una signora elegante, nell'atto di esclamare con garbo: Orrore! Il titolo del romanzo era: «L'onore del marito».Allora provò un dolore lancinante. Ma non era guarito?Quella stupidaréclame!*Maria stessa venne ad aprire e lo baciò come era solita.— Dopo pranzo ne parleremo, — disse il signor Enrico.— Come vuoi tu; ma Lolò è molto impermalitoverso il suo papà. Lolò domanda perchè non sei venuto a casa ieri sera, vero? — e difatti Lolò ebbe seri rimproveri verso suo padre e soltanto i dolci ebbero la virtù di fargli fare la pace.Quando Lolò fu andato a letto:— Adesso avrai la bontà di spiegarti, è vero? — ripetè Maria.— Sono ritornato per questo, ma da te aspetto una parola sincera; — e cominciò a raccontare con voce lenta, ma non così tranquilla che le labbra non tremassero, tutto l'inferno di quella notte.E Maria recingendo a forza il collo di lui, posò il suo volto presso il volto di lui, e la sua gracilità femminea si avviticchiò al petto di lui e cominciò a singhiozzare prima, poi a piangere dirottamente, e piangeva soltanto.— Be'? Cos'è questo pianto?— È una cosa orribile! Un ufficiale, tu hai detto? un ufficiale di artiglieria....— No, di cavalleria.— Che guardava in su. Scusa, e a che piano? Ah, e poi il profumo. Anch'io ero profumata! Ma avevo fatto il bagno poche ore prima. Domàndalo a Marta. Enon hai altro? Ah, perchè dopo, quando tu eri a letto, ti ho svegliato.... Ah, Enrico! proprio non capisci.Ed ella riprese a lagrimare, e accostava a lui la faccia lagrimosa.Ma egli le faceva dolce violenza allontanandola.— Non son mica Bismarck, sai io — diceva.— Chi, Bismarck?— Un disgraziato, laggiù nella fabbrica, che mi ha raccontato una sua storia. Non sono mica un sentimentale, io. Io, quando arrivo, taglio netto.La notte fu convulsa. Egli sentiva la mano di lei, che ogni tanto si posava su di lui, un po' materna, un po' carnale come si fa quando uno è infermo, e si sente se ha la febbre. Un soffio di voce diceva con la accoratezza, con cui avrebbe parlato a Lolò: «Dormi, caro, non ti tormentare.»Si addormentò alfine. Ma un riscossone dàtogli, non sapea da chi, lo destò.Maria dormiva placidamente.Si sentivano passare per la via i primi carri. Dunque era mattino, oramai.Stette eretto su di un gomito a contemplarela sua donna dormente. Al riverbero della lampada notturna, vedeva la testa di lei composta in pace sull'origliere. Stette così a lungo e il suo cuore aveva degli arresti come per il timore che un nome, un lamento uscisse rivelatore dalle labbra di lei.Dormiva composta in pace.Ma così contemplando la sua donna, la imagine di lei gli si sdoppiò. Ella era composta in pace; ma i capelli erano scomposti. I capelli erano svegli; si rigonfiavano su l'origliere, e, fosse effetto del tremolar della lampada, essi parevano muoversi con quell'ondulamento che hanno le serpi: invadere il letto. Maria era innocente, ma i capelli erano peccaminosi. Sotto le ascelle, giù nel pube pur vigilavano crini peccaminosi.Provò come un impulso folle di denudarla d'un tratto buttando via le coperte: poi di stritolarla quasi contro di sè.Ma si rattenne. Si ricordò di Bismarck. Si ricordò di quelle parole che Bismarck aveva riferito: «dopo tutto i soli momenti di gioia della vostra vita sono io che ve li ho dati».Quelle parole della donna vincevanotutti i ragionamenti dell'uomo. La donna, che non ha nome, nè Sara, nè Maria, ma la donna.Allora per non cedere alla tentazione, uscì lentamente dal letto.*— Truce! — fu il saluto di Maria al mattino quando egli entrò nella sala da pranzo dove già la tavola era preparata per la colazione, e in mezzo di essa in un vasetto di cristallo trasparente, vi erano alcune rame dicalicantoche diffondevano un olezzo come di neve profumata.E dal caminetto ove la legna scoppiettava in rosse faville, ella gli era venuto incontro porgèndogli le mani e le aveva spinte contro le labbra di lui perchè le baciasse. — To', bacia!— Truce! — e sorrideva ansiosamente guardandolo. — L'uomo ha bisogno di essere allegro, se vuol lavorare, — disse lei. — Lo sai?E terminò dicendo: — Un'altra volta,se devi andare via, mi condurrai con te. Questo è quanto!Allora, d'improvviso, lui disse: — Via! Prendi la tua roba, quella di Lolò. Qui si chiude casa; si va a stare a ***, alla fabbrica.Gli pareva come una prova.— Oh, alla grazia di Dio! Lolò, Lolò, lo sai? Si va a stare in campagna. Così si farà almeno colazione tutti insieme.E Lolò che aveva ascoltato tutto quel discorso con grande attenzione, concluse lui nel modo che gli sembrò più conveniente; saltò su la sedia ed esclamò: — Un bacio! un bacio!— Un bacio a chi?— Al papà.La signora Maria si era levata dalla sua sedia e fattasi presso al signor Enrico, lo avea baciato su la fronte.— E perchè il papà non ti ha dato anche lui il bacio? — chiese Lolò.— Perchè lui è il padrone, e dà i baci quando vuole.— Anche di me è il padrone?— Certamente di me e di te; non vedi, bambino mio, che occhi terribili?Ma la felicità di Lolò non ebbe più limitequando seppe che, in campagna, avrebbe avuto un giardino interamente a sua disposizione. Per il bambino andare in campagna equivaleva a vedere la primavera anche prima del tempo.*10 marzo.— Sei malinconica, sei distratta, sei strana. Ma cos'hai?— Come una rivoluzione si compie dentro di me. Ma un po' è anche colpa tua, di voialtri uomini, ecco....— Sarebbe a dire?— Che soltanto adesso, qui, vedo chi sei, quello che fai, quello che vali. A Milano? Io ti vedevo, a Milano, andar fuori di casa il mattino e tornare a casa alla sera, quando tornavi: sapevo che tu guadagnavi del denaro, ma e poi? «Maria, vuoi quella pelliccia? quel vestito? quei gioielli?» Così, come per una bambola. E si finisce col diventar bambole.*Così nell'ora che il sole tramonta su la campagna, venivano ragionando i genitori di Lolò, ed erano arrivati davanti al cancello della villetta dove, nel giardino, era Lolò e Bismarck.Il giardino era libero dalla neve, e apparivano le aiuole co' loro disegni e co' loro rilievi: la terra era stata mondata col rastrello e col vaglio dai piccoli sassi.— Mamma — esclamò il bambino — imparo anch'io a fare il giardiniere: è il signor Bismarck che mi insegna, e questa sera si pianteranno gli alberi delle mele e delle pere!Il signor Manzi aveva in mano tre magliuoli, e disse: — Sono qui da un'ora a spiegare che non sarà possibile domani cogliere i frutti. Ma lui prende dell'erba, delle foglie e dei rami e li pianta in terra così come sono.Ma tutto muore così!*15 marzo. (Giorno di azzurro e di sole senza vento. Lolò e Bismarck vanno per il sentiero di bianco spino. Nel cuore più che nell'aria è l'odore della primavera).Dice il vecchio Bismarck: — Piccolo Lolò, guarda quell'uccellino con la testa bianca che salta sempre, che strilla. Quella, vedi, è la cìncia, la cìncia allegra, la prima che viene ad annunciare la primavera. Senti? Pare che faccia dei complimenti, dei ringraziamenti, che dica: «Io sono tanto felice!»— A chi dice così?— Forse al sole.— E dopo?— Dopo verranno le rondini con un bell'abito bianco e nero. Poi verrà il rosignolo.— E che cosa fanno?— Cantano e vivono. Adesso guarda quest'alberino di mandorlo, come è grazioso con tutti quei bei fiorellini bianchi: beve il sole senza vento.— Beve il sole senza vento? E quelle brutte bestie, lì ferme, cosa fanno?

L'ingegnere Enrico M..., comproprietario della ditta Gerosa e Comp., ritornava a Milano dopo una lunga assenza, per ragioni di affari.

Ci pensò per tutto il viaggio da Genova a Milano: ma non agli affari che andavano benissimo. Per tutto il viaggio fra quegli ignoti sonnacchiosi dentro i loro pastrani, l'avea riveduto il visino ridente, la testolina d'oro che danzava e cantava:

Son bellino son carinoSono il cocco del papà.

Son bellino son carino

Sono il cocco del papà.

Questa era per il babbo, e poi c'era la poesietta per la mamma:

Cara mamma del mio cuorTu sarai sempre l'amor.

Cara mamma del mio cuor

Tu sarai sempre l'amor.

Il treno facevata, ta, tan! ta, ta, tan!precipitosamente, e la testolina dondolavaanche lei in alto su la reticella, e la vocina cantava più forte del treno:

I bambini capricciosiDicon sempre: no! no! no!

I bambini capricciosi

Dicon sempre: no! no! no!

Gli veniva da ridere perchè in casa lo chiamavano ancora Lolò; eppure come si faceva a mutar nome a Lolò? La nonna, quando la andavano a trovare nella sua solitudine di Noli, diceva: «Perchè lo chiamate ancora Lolò? Adesso è grandicello, non sta più bene chiamarlo così, chiamatelo per il suo vero nome: Ludovico, se no, quando avrà i calzoni lunghi lo chiamerete ancora Lolò: farete ridere; pare il nome di un pappagallo.»

Verissimo, ma Lolò era proprio lui, e Ludovico invece pareva un'altra persona.

Ora mentre il treno correva verso Milano tra i bassi saliceti allineati per le stagnanti acque, gli venivano alla mente tutte le canzoncine che cantava Lolò.

C'era quella pel Natale che diceva:

Per la notte di NataleÈ venuto un angioletto.

Per la notte di Natale

È venuto un angioletto.

E poi? Ohimè Ricordarsi il seguito!della poesia era un affare serio per il signor Enrico. Si ricordava però che la diceva così benino con tanta serietà, tenendo stretto il pollice e l'indice della manina in modo da fare un tondo, in alto, e mandava fuori quella vocina con il beccuccio delle labbra in su, come un passerottino e ci dava quella cantilena, e poi faceva una bella piroletta pigliandosi le sottanine: «Riverisco!» E l'ingegnere Enrico, un pezzo d'uomo biondo e forte, un po' alla tedesca, cercava con la voce dell'anima di imitare quella piccola voce senz'erre, per chiamarsela più vicina quell'imagine adorata, chè la vedeva con gli occhi del cuore, tutta ridente, sopra le teste sonnolente dei compagni di viaggio.

Nevicava sul piano: bioccoli di neve bianca pel grigio del cielo, bioccoli placidi sui pioppi, su gli stagni di piombo; e il treno rompeva quella quiete invernale e rombava verso Milano fra un turbinìo di fumo.

E lo rivedeva ancora, Lolò, il caro piccino, anche così: quando la sera, prima del pranzo, veniva a casa dalla passeggiata, tutto brinato come un sorbetto, conla testa dentro il cappuccio di lana bianca e quegli occhi liquidi da cui trasparivano le viscere dentro; povero piccino, caro piccino! Entrava nel suo studio e diceva: «Senti questa, papà»:

Pirimpin, pirimpum, pirimpanaGiovannin che vende la lana,Con la zappa e con la palaPirimpum, pirimpin, pirimpana.

Pirimpin, pirimpum, pirimpana

Giovannin che vende la lana,

Con la zappa e con la pala

Pirimpum, pirimpin, pirimpana.

e ballava a tondo.

Chi gliele aveva insegnate tutte quelle sciocchezze?

Ah! la fantesca, la buona Marta, una domestica d'altri tempi, che gli aveva fatto imparare anche il segno della croce e la canzone del Bambin Gesù.

Indubbiamente: il signor Enrico ora aveva caro di ritornare nel suo appartamento; molto caro di stringer Lolò tra le braccia, di sentire presso il suo volto il calore di quelle manine, di quel corpicino. Sì, quella era la più piccola delle sue macchine e la più fragile: ma anche la più bella, la più amata.

Aveva anche caro di vedere Maria.

*

Quando fu buio e le falde di neve non si videro più, il treno si fermò lentamente. Le voci dei guardiani chiamarono con voce stanca che parea il termine di una lunga corsa:

— Rogoredo! Chi scende a Rogoredo!

Nessuno si mosse nello scompartimento.

— Tutti per Milano? — chiese una voce di fuori.

— Allora partenza! — ripetè la voce.

E il treno si rimise in moto.

*

L'orizzonte luccicò bianco. Erano giunti a Milano!

Quando il signor Enrico, nella sala degli arrivi si trovò davanti a tutti quegli occhi curiosi, dietro il cancello, gli parve di scorgere un noto e caro viso. Gli parve che fosse Maria. No, era un'altra signora.«.... a pensarci avrei potuto telegrafare....» e disse albrumistadi fare presto.

Dopo mezz'ora si fermò davanti al n.º 5, via Y***, una delle vie della Milano nuova, senza botteghe ancora: quella sera poi, con la neve, non c'era nessuno; e scese: e allora vide lì una persona che si moveva lentamente sotto la neve, e un po' si fermava. Quella figura prese subito l'aspetto di un ufficiale di cavalleria, smilzo, smilzo.

Gli passò dietro le spalle, indifferentemente, mentre pagava il cocchiere, e lasciò dopo di sè un forte odore di muschio.

Il signor Enrico aprì lo sportello, ma prima che questo si rinserrasse, sentì il bisogno di vedere che cosa faceva quell'uomo lì, in mezzo alla neve. Lo scorse andare avanti; ma poi era tornato indietro e con le mani affondate nellospencer, guardava in su allungando il collo. Ma su c'erano le finestre della sua casa! Un pensiero lacerante e repentino che non avea avuto mai, gli s'infiltrò nel cuore.

Quando quello lì ebbe interrotto le sue evoluzioni e si fu allontanato, il signor Enrico salì le scale e suonò piano.

Per primo strascicò nell'anticamera il passo della fantesca, e c'era dietro la vocina di Lolò.

— C'è la signora in casa? — domandò interrompendo con un gesto brusco l'esclamazione della vecchia.

— Benedetto da Dio! proprio....

— Zitta! c'è lei in casa?

— Nella sua stanza — rispose la donna.

Ma entrando nel salotto da pranzo, sentì qualche cosa che gli veniva dietro ai panni, in silenzio, e le mani toccarono la soffice capigliatura di Lolò.

Lo sollevò, se lo strinse sul volto, se lo pose a sedere su la tavola:

— Non mi conosci più? Sono il papà. — Lo fissava intensamente.

Ma il bambino domandava se aveva portata la cioccolata, con la voce un po' sonnolenta e di chi non ricorda più bene che cosa è quella cosa che si chiama papà. È stato tanto tempo lontano!

*

— Ma potevi avvisare che tu saresti arrivato stasera (erano le parole di Maria ed era entrata allora), però quasi ne avevo il presentimento e volevo ritardare il pranzo.

Ed ella fu, come era usata, premurosa e gentile verso di lui. Volle che si rifocillasse e fece allestire la cena con quello che era rimasto del pranzo.

— Sei di mal'umore, hai avuto qualche disappunto?

Egli assicurò del contrario, ma il cibo gli andava giù di mala voglia e le parole trovavano impedimento suo malgrado.

— Fine di febbraio e nevica — riandava lei. — Avrai avuto freddo, imagino: io faccio del gran fuoco, mi sono tappata in casa e non esco.

Tuttavia la conversazione languiva e si udì dalla stanza vicina la voce del bambino che andava a letto: voce forte, come di una lezione imparata a memoria, che ripeteva le preghiere della sera e la Martacorreggeva con gravità. «Prega per noi peccatori.... nell'ora della morte e così sia!» squillò la voce allegra di Lolò, finendo, «e domattina mettimi la caramella sotto il cuscino.»

— Che sciocchezze far dire a un bambino «il frutto del ventre tuo» e «nell'ora della morte» — disse lei.

— E non fargliele dir più, allora....

— Lascia un po' che faccia — disse lei alzando le spalle.

Ma seduta così come ella era davanti a lui, sotto la luce viva della lampada, egli, di tratto in tratto, la riguardava. Fu sorpreso dalla sensazione di trovarla più bella, più aurea, più gonfia di quando l'aveva lasciata.

— Sembra che tu mi veda per la prima volta, — e aggiunse sorridendo: — Mi trovi desiderabile?

La domanda innocente dilatò d'un tratto come una macchia impudica. Il volto di lui si fece cupo.

— Be'? Tu non porti mica l'allegria in casa.

— Che profumo è quello che hai? — domandò lui d'improvviso.

— Quello che ho avuto sempre.

— Non è vero! Prima non avevi profumi.

— Sì, sempre!

— No, dico.

— To' vuoi sentire? Senti! — E gli si appressò, sorridendo, col bel petto gonfio.

— Va! va! — e aveva gli occhi torvi, e si alzò, e andò via dal tinello, borbottando parole che non osava far suonar forte.

*

Quando fu sotto le coltri, il signor Enrico non potè dormire. Tre voci gli cantavano un'insolita ninna-nanna.

Una voce diceva: «Io sono il pensiero che fa piegare le labbra in giù, così che esse non rideranno più.» Una diceva: «Io sono l'insonnia che lima i nervi.» Una diceva: «Io sono il dolore che imbianca le tempie.» E tutte e tre dicevano: «Noi siamo fratelli e giriamo pel mondo. Di fuori nevicava; abbiamo trovato aperta la porta della tua casa, e siamo saliti: eccoci nella tua stanza e nel tuo letto con te!»

Ma la stanchezza era grande, e gli occhi infine gli si velarono. Gli parve aver dormito gran tempo, quando un bagliore lo destò di soprassalto. Era Maria che veniva a letto. E la aveva appena intraveduta, che se la sentì sopra di sè, una coscia gli allacciò la vita, una voce disse:

— Prendimi. Ti voglio!

Egli soffocava: si disvincolò: le mani si abbattevano nel groviglio dei capelli madidi, ampi per tutto il letto.

Riuscì a liberarsi alfine, e balzò dal letto. Ansava.

Si vestì in fretta. Vedeva ora lei col volto fisso, gli occhi vitrei.

— Tu cerchi unàlibi, eh? Tu cerchi unàlibi, eh? — diceva lui con voce soffocata.

— Cheàlibi! — Parve alfine capire perchè disse: — Vigliacco!

Uscì dalla camera. A lungo stette a origliare: era lei che piangeva, ma era un pianto soffocato, quasi stritolato per non farsi sentire.

Scese lentamente le scale.

*

Quando fu nella via, respirò meglio.

La notte invernale trasmutava Milano in una città fantastica. I cornicioni, coperti di neve, davano ai palazzi risalti di castelli e badie, e il silenzio era così grande che un piccolo carretto delle verdure rimbombava come fosse stato un carro con torrioni di ferro.

Due o tre viandanti che incontrò, gli vennero avanti tutti in una volta che pareva un assalto, e poi sparirono come ombre dentro la nebbia.

Un tram elettrico che va in piazza del Duomo a prendere i primi viaggiatori, veniva da lontano con un rombo così incalzante che pareva che tutti quei palazzi dovessero crollare; e quando gli fu vicino, le rotaie mandarono scoppi come saltasse una mina e saettavano lingue bianche, verdi, di fuoco, lunghe come tutta la strada.

E lassù dove la rotella della pertica toccava il filo, c'era una stella verde chefriggeva fuggendo per il filo. Passò e si allontanò. La visione di luce del tram entrò nella nebbia, il tuono si fece sordo come un brontolìo che si rinserra.

Verso la piazza del Duomo la nebbia era meno densa; e vide ombre bianche che venivano di traverso, saltando su le pozzanghere di neve.

Perchè c'erano quelle ombre bianche? Allora si ricordò che era carnevale. Erano deipierrots.

Uno suonava il corno che voleva essere allegro; e unbrumista, con voce roca di grappa, gridò dal sedile ove era tutto ammantellato:

— Va, suona alla miseria!... — e il corno si allontanò nella torpida nebbia. E andando, udì da un pian terreno venire fuori un valzer con accompagnamento di passi cadenzati. Quel suono lo fermò su la via; e si ricordò che quel valzer lo avea ballato anche lui da ragazzo quando faceva all'amore con Maria. Si allontanò di lì; e quando fu sul corso, sentì sferrarsi un suono di campana, fondo, mattutino, con la vibrazione di un petto di gigante che esala lo spirito e dice: «Io sono il momento che fugge!» Altriquattro rimbombi seguirono a pari distanza, simili al primo, e tutti dissero la stessa cosa. Avea un soffio di umanità quel suono di bronzo in quell'ora. E ciò può avvenire perchè le campane stanno sui campanili, i campanili stanno su le chiese, e sotto le chiese giacciono le legioni dei morti. Ma a quel suono rispose, poco dopo, uno squillo argentino di una campanella che certo doveva stare su di un piccolo campaniletto. Cantò la campanella e si fece sentire per tutta Milano addormentata: «Io sono la campanella e quello è il campanone che cantò or ora all'istante fuggito, e non torna più, mai più, mai più e,din, din, don.don, din, din: ma io canto mattutino: io sono la campanella che sveglio i passeri che dormono nei nidi dei campanili, sveglio i bambini che dormono nelle cune, e sveglio Lolò, e avviso che la notte al fine è passata e da quassù si vede il sole che spunta ormai.»

E lui allora rivide il Monte Rosa, che, quando con la prima corsa, d'inverno, andava al suo stabilimento — su la linea di Como — si vede là in fondo al cielo, come una gran rosa, ai primi raggi del sole.

Voleva entrare in un caffè aperto, ma un battente gli si spalancò e ne uscì prima un tanfo di caldo e poi una compagnia ubriaca di uomini, e di donne smascherate, ubriache anch'esse.

Immergevano le scarpe di raso e le calze sino alla caviglia nella neve, e ridevano. Lo stupì con quanta spensieratezza ridevano!

Dentro il caffè non c'era più nessuno, ma un fortore di vivande, un odore di muschio. Un cameriere gli portò il caffè.

I camerieri intanto con le buone mandavano via un vecchio signore in sparato bianco e pelliccia, ubriaco fradicio.

— Ma io ho i miei diritti....

— Sissignore....

— Li farò valere in tribunale! — eplan, cadeva giù, e i camerieri, sorreggendolo, lo spingevano sempre verso l'uscio.

— Il caffè è luogo pubblico.... io sono libero cittadino..., la legge è uguale per tutti....

— Sì, signor marchese — gli diceva con voce persuasiva il padrone, — tutti i diritti: ma adesso bisogna fare pulizia.... Venga da qui mezz'ora....

— Ah, pulizia...! ah, pulizia...! — borbottò come persuaso ed era giunto verso l'uscio; ma lì si voltò d'improvviso, e indicando ai camerieri il nuovo venuto:

— Ma quello lì rimane?

— Ah, quello lì è un'altra cosa....

— Un'altra cosa? — e fissando due occhiacci, quel bel vecchio con la tuba su la punta del naso, puntava il dito verso il signor Enrico e disse:

— Io sono gentiluomo, pronto sempre ai suoi comandi; quando vuole, di giorno e di notte.... Sissignore — insistè tentando di muovere il passo verso di lui — di giorno e di notte, alla spada o alla pisto....

Ma non riuscì a finire che lo avevano spinto fuori e il battente di vetro si era chiuso dietro di lui.

— Va in su la forca, porco! — gli urlò dietro il padrone.

Allora i camerieri cominciarono con le scope a frugare sotto i sedili, a pulire mettendo a due a due le poltroncine di velluto crèmisi sopra le lastre di marmo.

Un furgone si fermò, e entrò in furia un fattorino con due cestelli di panini alla francese, che lasciavano un odore buono.

Anche un barlume mattutino entrava già dalle vetriate e le lampade elettriche parevano stanche del lungo ardere.

Entrò appunto allora una signora sola che dondolava un gran corpo dentro la pelliccia.

Dal contegno appariva una cliente di quel luogo e di quell'ora. Si sedette ad un tavolo di fronte al signor Enrico.

Due mani abbastanza fini lavoravano a sganciare il fermaglio. La mantella cadde giù: poi si alzò il velo. Era ancora un bel volto di donna in piena, ma non trascorsa età. Una camicetta, di seta granata, disegnava opulenti forme non costrette dal busto; e di fatto, l'oggetto sottile che depose presso di sè, ravvolto in un giornale, verosimilmente era il busto. Si stropicciò le mani, soddisfatta, e al cameriere con gesto lento e con parola placida ordinò questo e quel cibo.

Quando il cameriere le disse che erano arrivati allora allora i panini freschi, parve moltissimo contenta.

Colui ritornò poco dopo con un vassoio; poi portò piattini e vasetti, da cui la signora levò con cura le salse e le conserve che spalmava insieme col burrosui panini. Mangiava una costoletta con l'appetito di persona che è in pace con sè e col mondo, e si sentivano i panini freschi scricchiolare sotto i denti.

Quando ebbe finito, rimase un po' con la testa in aria curandosi i denti, poi chiamò in fretta il cameriere, e ordinò una vettura. Si ricoprì con la mantella, si levò e rimase alta e pomposa come una bella bestia mammifera presso la vetriata finchè arrivò la vettura. Allora aprì e fuggì via.

— Quella lì — disse il cameriere — finisce la sua giornata sempre verso quest'ora. Viene quasi tutte le mattine qui a mangiare, e dopo che ha mangiato, non bada più a nessuno. Ma una donna seria!

*

Fuori era giorno.

Il sole era montato e avea trionfato su le nebbie: il disco roseo saliva sopra i ricami marmorei del duomo.

Al signor Enrico parve di svegliarsi totalmente allora:

«Andiamo, sono un pazzo, io!»

Si fermò un po' come fa uno che ha un male, e con la mano preme per sentire se duole ancora. «Che uno dei fatti più comuni della vita, quale una moglie che ha un amante, deva dare tanta molestia! Se fosse accaduto a te! Ma non è accaduto a te. Tu hai sognato questa notte!»

Ora ragionava, era più calmo. La luce del sole pareva gli avesse portato via il male. Però ogni tanto pareva che risorgesse un sordo dolore.

Chiamò una vettura e si fece condurre alla stazione per andare allo stabilimento.

Alla stazione provò piacere. Quelle macchine che fischiavano nella fresca mattinata e buttavano il fumo nel cielo perlaceo; il rosso fiammante dell'aurora in fondo alla vetriata; i treni pronti in partenza, avevano dell'allegro: vita che comincia! Anche il sontuoso treno del Gottardo era allegro: lucido, splendido di velluti e di specchi. C'era poi una compagnia di anglosassoni che non si poteva a meno di non contemplare: begli uomini e belle donne: teste alte, faccie sbarbate, rosee e ridenti: le donne loro avevano l'aspetto di buone compagne.

Gente serena, fresca, sana che comincia la sua giornata col sole.... Così era stato sempre anche lui. Ed ora che cos'era successo? Quale malattia lo aveva invaso? La malattia di un'idea mostruosa. Una pazzia, via! «Voglio tornare come prima!»

Dopo che fu partito il treno del Gottardo, partì il suo treno, dove vi sono sempre quegli industriali, cotonieri, setaioli, che parlano sempre delle loro fabbriche, delle loro maestranze, dei loro fili, delle loro macchine, delle trancie, delle cinghie, dellaselfacting mule; poi dei loro guadagni, dei loro risparmi, delle loro azioni, delle loro signore. E coi risparmi aggiungono altrisheds, fanno venire altri telai, innalzano altre fabbriche, sì che tutta piena è quella landa; e qualcuna di quelle fabbriche risplende dai finestroni di tutti i piani, anche per tutta la notte, come un castello incantato.

E quando era il mattino chiaro, si vedeva il fumo dei lunghi camini delle fabbriche scherzare nel cielo di perla come un ricamo.

Vicino alla fabbrica l'ingegner Enrico M*** aveva fatto, allora allora, costruireuna villetta per venirea far campagna; con gran gioia di Maria e di Lolò, e prima di partire per quel suo lungo viaggio, aveva affidato ad un impiegato di sua fiducia, certo Manzi, l'incarico di sorvegliare i lavori di finitura, di arredamento, e di giardinaggio attorno alla villetta.

Ma quando se lo vide venire incontro lungo il vialetto, non ebbe piacere.

Il signor Manzi, chiamato anche Bismarck a cagione della sua testa pelata, delle sue ciglia feroci, dei suoi grigi baffi in giù, era becco cornuto di rinomanza conclamata.

Raccontava lui stesso.

Il disgraziato credeva di muovere l'altrui compassione e non moveva invece che l'altrui curiosità.

Quel buon uomo del signor Manzi mostrava al suo principale le piante del giardino, le piastrelle del pavimento, lo zoccolo di legno nella saletta da pranzo, i lavori di tubazione per l'acqua.

Ma il signor Enrico guardava invece lui, come era fatto uno che è becco cornuto. Si persuase che ci voleva una certa predisposizione. E mentre lo guardava,sentiva una voglia di domandargli: «e come ha fatto lei ad essere...?»

Però quelle due parole che venivano dopo,becco cornuto, contenevano una gaia indifferenza plebea, in contrasto con la severità del dolore che egli provava. Più volte la domanda risalì alle labbra, ma non domandò.

La notte, quando fu solo nel letto, si ricordò di quella parola «vigliacco» che lei aveva detto; poi del suo pianto angoscioso. «Ah, povera Maria!» esclamò. Poi ricordò che ella era di quelle brave donne, come ce ne sono a Milano, che se non ci fossero esse, non ci sarebbero nemmeno le fabbriche: istruite, eleganti, coi libri nel salotto, ma che sanno farmarciareanche gli affari.

*

Il dì seguente fece venire Manzi a colazione: gli disse tantibravoper tutto quello che aveva fatto, e — Manzi, se domani mi venisse il capriccio di portar qui la famiglia, il termosifone funziona bene?

E come ne ebbe buona risposta, stette un po' e domandò:

— Be', Manzi, conti su, come è stato che lei....

Un cerchio rosso di lagrime apparve attorno ai feroci occhi di Bismarck; unaouvertureabituale.

—Tiremm innanz!— disse Manzi alzando le spalle, e asciugandosi i grossi occhi.

E il signor Enrico sorrise a quella vecchia frase eroica, che strideva nell'accento mezzo meridionale del vecchio.

— Ch'el beva! — disse il signor Enrico.

Bevve, poi disse con rassegnazione:

— Sono cose che accadono.

«A lei, mica a me», corresse mentalmente il signor Enrico.

*

Infine Manzi cominciò a raccontare così:

— Signore, io sono di una città di qui molto lontana. La mia età — non stupisca — è di soli quarantacinque anni. Da giovane non avevo questa fisonomia, nè questocarattere; ero un ragazzo discreto e anche molto allegro. Ero la consolazione dei miei genitori e la gioia degli amici. Sapevo cantare le canzonette napoletane, facevo i ritratti in caricatura, avevo insomma dello spirito come si dice; adesso non ci credo neppur io di essere stato così.

Lei si chiamava Sara ed era una giovane di famiglia forestiera andata a male; mica nobile: ma che si teneva su a furia di superbia e di debiti. Quanto a dote, non portò che il corredo; tutta roba molto fina, ma ricordo la povera mammina che diceva: «queste sono tutte ragnatele; a questa ragazza bisogna farci anche la camicia». Dei suoi genitori e dei suoi fratelli, tutti dati alla bella vita, chi ne diceva bene, chi ne diceva male; ma di lei, di Sara, nessuno poteva dire una parola cattiva. Aveva una gran distinzione di modi che metteva soggezione anche agli uomini. Non era quella che si dice «una bellezza», ma aveva un certo fare, una certa linea che affascinava; le palpebre degli occhi, grasse; e gli occhi ridevano da sè. Nelle feste che si davano al casino dei nobili, anche se aveva un vestito modesto, tutti guardavano lei.

Diventò più bella dopo che la sposai; ed io ho notato che le donne che sono buone mogli, si accartocciano un po', diventano bruttine; quelle altre, invece, fioriscono meglio.

Il prefetto, un senatore, e altri vecchioni dell'aristocrazia le facevano unaréclamepiù che se lei avesse avuto un milione di dote. La invitavano con la sua famiglia a casa loro e non facevano che spargere la voce del suo spirito e delle sue grazie. Imagini lei, signor mio, se lei avesse degli adoratori!

Anch'io, naturalmente, le facevo la corte a furia di lettere lunghe, quasi una al giorno. «Non ti verrà mica in mente di sposare quella lì! — mi disse un giorno il mio povero babbo —. Non fa per te quella roba lì.»

Un giorno mi ferma lei stessa per la strada e mi dà la mano.

«Via, non si faccia vedere così — mi disse sorridendo, — mi accompagni e andiamo ai giardini, come due buoni amici che camminano pei loro affari.»

Quando si arrivò in un viale dove non c'era gente:

«Ho ricevuto la sua ultima lettera — disse,levandosi i guanti e appoggiandosi all'ombrellino: — è scritta con molta passione e si capisce che lei è un'anima fedele e buona....» E proseguiva: «Sì, io ho bisogno di essere amata così: da un uomo buono e fedele come lei.»

Io allora le domandai se mi voleva bene e lei mi ripose:

«Adesso non le voglio dare questa soddisfazione», e allora io le domandai:

«Ma almeno lei, Sara, sarà buona e fedele con me, è vero?»

Lei mi sorrise e strinse le labbra crollando la testa: «Non abbia molta fiducia in me, io sono anzi cattiva, orgogliosa e molto capricciosa. No, no, mi lasci — e mi tirava via la mano —, è stato un sogno: io sono molto cattiva, le farei del male io: non le voglio far del male.»

Ecco: queste sono state le sole parole sincere che Sara mi abbia detto. Dopo, per anni ed anni, siamo vissuti insieme, abbiamo parlato, ma ci siamo intesi come persone che parlano lingue diverse. Ma lei se le ricordava queste sue parole, e ai miei rimproveri rispondeva: «Io sono stata sincera. Te lo avevo pur detto! Sei stato tu che mi hai voluta.»

Quella mattina, dunque, ai giardini, quando io la sentii parlare così, mi sentii trasfigurato e le dissi delle cose straordinarie sull'amor mio; e lei, dopo, si levò il fazzoletto e si toccò l'angolo degli occhi e disse: «Voi uomini quando amate da vero, siete più nobili di noi altre donne: no, io sono cattiva! Soltanto se mi saprai conquistare, io cercherò di essere buona moglie, come dici tu.» E si allontanò con quel suo passo distinto e languido, ed io rimasi estatico a rimirarla finchè scomparve l'ultimo lembo del vestito; poi diventai come inebriato: quasi avevo piacere di sentire che era cattiva. Dopo l'avrei fatta diventar buona io: mi sentivo un gigante, e la vita che è tanto grande, io ero felice di consumarla tutta per colei. Camminai come un demente per i giardini, e siccome era primavera, mi pareva che tutte le piante e che tutta l'aria avesse il profumo di lei.

Le condizioni della famiglia di lei erano note su la piazza: il padre non aveva più da far fronte agli impegni; liti e disordini in casa, ed io che la frequentavo, ne sapevo qualche cosa. Ma che si fosseal punto da non aver da mangiare, non potevo supporre.

Fu una sera che si tornava da una scampagnata, che lei mi disse chiaro e preciso come stavano le cose. Suo padre aveva il domani una cambiale in scadenza: lei temeva che si uccidesse. In casa, fratelli e padre si erano insultati come facchini e si minacciavano. Lei piangeva nel raccontare: era dolore? era paura? cos'era? io non so, ma quando me la sentii diventare fragile, umile fra le mie braccia, quando lei mi disse più che con le parole, con gli occhi: «Salvami tu, se mi vuoi salva, se no, non so cosa farò di me», io mi sentii un cuore di eroe: perdevo tutto, ma acquistavo Sara.

Poco dopo io presentavo al mio povero babbo diversi campioni di abiti di seta bianca.

«Quale ti piace di più, papà?

«Per che cosa?

«Per sceglier l'abito da regalare alla sposa.» Ero figlio unico; minacciai, e i poveri miei vecchi chinarono il capo. Per fortuna lui è morto prima! Ma lo crede, signor Enrico, che ho dovuto combattere con la famiglia di lei perchè me la dessero?Così, proprio così! I fratelli brontolavano che con un tipo come Sara si poteva fare un affare migliore, che loro erano nobili, che io, in fine, ero un misero possidentuccio e via: e suo padre mi diceva: «Sapete, caro giovanotto, cosa mi costa l'educazione di quella ragazza fra viaggi,bonnes, scuole e una storia e un'altra? Altro che la dote!

Però se proprio non ne potete fare a meno, se lei vi vuole, prendetevela. Io ci aveva fatto conto sopra per la mia vecchiaia, ecco tutto: perchè nei maschi c'è poco da sperare.»

Anche l'abito di seta ha una storia! «Quegli abiti da sposa — diceva la povera mamma — che poi si conservano tutta la vita, e si mettono quando si muore....»

«Brrr! — fece Sara. — Bastava un abitotailleurda montare in treno dopo la cerimonia.»

Tuttavia per accontentare i miei, ella si fece l'abito da sposa, e diceva che era diventata come le Madonne vestite dai preti.

Sara entrò poi in casa dei miei: una casa alla buona, all'antica, con vecchiecose, vecchie abitudini. I miei genitori capirono che era inutile far recriminazioni. Sopportarono tutto. Quello che devono aver sofferto non me lo hanno detto mai: ma io, signor Enrico, vorrei che ci fosse l'altro mondo soltanto per domandare a loro perdono dei dispiaceri che ho dato. Papà campò poco, come le dicevo, ma lei, povera mammina! Io era innamorato di mia moglie, ed ora che la possedevo, mi piaceva più di prima.

Qualche volta, in segreto, accarezzavo la mia povera madre come per compensarla di tutti quei sacrifici. «Basta che lei ti voglia bene e che tu sia felice», mi diceva con quella sua voce melanconica. Del resto, per i primi anni, di Sara non si potè dir nulla; fu madre buona e fu moglie fedele; sicuro già che per vivere in pace bisognò far tutti e tutto a suo modo.

A tavola, per esempio, serviva da anni una vecchia domestica che faceva di tutto; lei trovò che era poco pulita, che ci voleva la cameriera col grembiule bianco, e allora la vecchia serva venne relegata in cucina, ed era tutt'al più destinata a lavare le calze. Quelle calze! In casa nostranon sapevano nemmeno cosa fosse il tè. E venne il tè e vennero anche le signore a berlo. Avevamo in casa una stanza da ricevere all'antica, e lei trovò che non eragemütlich, una cosa che noi «gente zotica» non potevamo capire. Si spese molto a renderlagemütlich. Il mio povero padre era abituato, d'estate, a stare alla buona a tavola: si metteva in maniche di camicia, e, dopo pranzo, fumava la pipa. Lei trovò che ciò era poco conveniente; osservava che a casa sua i suoi fratelli erano abituati a fartoiletteper andar a tavola. Poi trovò che vicino alla stanza da letto ci voleva la vasca per il bagno, e venne la vasca.

«Ciò che non è molto pulito non è morale» ripeteva Sara.

Vecchie masserizie, vecchie costumanze: il pane fatto in casa, il bucato in casa, le galline nel cortile, il caldanino d'inverno, producevano a Sara un fastidio che non si dava più nemmeno la pena di nascondere.

La piccola economia domestica che, prima, permetteva dei risparmi, ora non bastava più. «Non sei buono a farti sentire? — diceva la mammina. — Ma che marito sei?»

Spasimando, con lunghi discorsi, cercavo di farle capire la necessità per lei, per noi, per nostro figlio — perchè avevamo anche noi un bambino — di vivere più modestamente. Cercavo in tutti i modi di penetrare nel suo cervello; ma sentivo che sotto c'era come una pietra, dove si spezzavano tutte le mie ragioni.

«Vuoi che vada a domandare i denari ai tuoi amici?»

Ella aveva l'intelligenza delle parole brutali. Io le elencavo tutte le cose superflue della suatoilette.

«Via, che se io non fossi così, non ti piacerei come ti piaccio....»

Ella, cosìprude, così osservante di tutte le convenienze, aveva nell'intimità scatti di impudicizia che mi atterrivano. Ah, signore! signore!

La vita, in casa, divenne un terrore. «Nemmeno il diavolo la doma più», diceva la povera mammina.

Lei ripeteva a me: «Tu hai tradito la mia vita!»

«Ma io l'ho pure questa forza di sacrificio!» le dicevo io.

«Ma a te nessuna donna ti guarda, io invece....»

Allora io tremavo tutto, e le facevo lunghi ragionamenti.

«Sì, sì, — diceva lei —, va alla messa.»

La minacciai di scacciare di casa. «Guarda — mi disse — a quello che fai! guarda a quello che dici!»

Io insistetti: mi pareva di far bene ad insistere. Ma non avevo fatto il calcolo esatto su le mie forze e allora ho detto una parola che non dovevo dire, ma l'avevo nel cuore e la dissi: «Vattene, sì!»

«Allora me ne andrò, ma tieni a mente che non sono io che vado, sei tu che mi scacci: io sono una donna che so quello che faccio; io non sono come le altre che vanno in chiesa e hanno l'amico; io sono una donna diversa, il mio uomo, io: tu puoi andare a fronte alta di tua moglie. Ma tu mi scacci, tièntelo a mente!»

Lei preparò per due giorni le valige con molta calma: io non dissi più nulla.

La sera condussi a spasso il bambino, povera anima! V'era come un tàcito accordo; lei sarebbe partita: il bambino sarebbe rimasto con me, ed io lo condussi fuori perchè non si accorgesse della partenza della mamma, a cui lui voleva un gran bene.

Era quella una sera fredda e nera d'autunno, e l'ho qui nella mente: andammo fuori di porta, io e il bambino; camminammo sotto i platani che stormivano per il vento e cadevano sul capo le foglie dei platani. Io lo tenevo per mano, avrei voluto parlare, ma non sapevo cosa dire.

Tenevo la sua mano dentro la mia e non parlavo: ad un tratto lo sentii piangere. «Perchè piangi? non sei contento di andare a spasso col tuo papà?» Lui avea sei anni. Mi ricordai tutte le cose che egli desiderava: cioè la bicicletta a tre ruote, il cavallo che dondola, la macchina che fischia e cammina da per sè; e io gli promisi che gli avrei comperato tutto. «Ma perchè piangi?» e lui piangeva senza spiegarsi, e quel pianto mi metteva nell'anima un gran male. Allora lo minacciai; là nel buio, minacciai di percuoterlo. Ma al lume di un fanale che faceva luce a una Madonna, lo scorsi pallido pallido, esterrefatto, tremante davanti a me. Io dovevo aver parlato con grande ira e non me n'ero accorto.

Mi cadde l'animo al vederlo così e mi vergognai: era lei che io avrei voluto percuoterea morte e invece stavo per percuotere lui, l'innocente. «Perchè piangi?» — «La mamma!» singhiozzò con uno scoppio di passione che mi fece quasi paura. «Vuoi veder la mamma?» Fece cenno di sì, e vedendo che io acconsentivo, mi prese lui stesso per mano e mi tirava, e mi ricordo che il vento ci era di fronte, un vento forte e lui tirava e diceva: «Fa presto, papà, la mamma va via!» Così facemmo tutto il viale sotto i platani che si rabbuffavano indietro sul nostro capo.

Io no, no! non le avrei mai detto di restare: morire piuttosto: al punto in cui erano le cose, no! ma speravo nel bambino: si sarebbe commossa alla sua vista e sarebbe rimasta. Per questa ragione lo ricondussi.

Entrammo in casa. Lei aveva disposto le valige e attendeva la carrozza per andare alla stazione. Io tremo anche oggi a pensare a quella notte.

Mia madre coi capelli scarmigliati, con le braccia in croce davanti alla porta, diceva:

«Di qui non si passa: è casa mia!

«Via, vecchia megera, pinzochera, voglioandar via da questa casa maledetta — diceva lei.

«No, non va via una sposa giovine, di notte!

«Ho il mio orgoglio che mi difende, via da questa casa maledetta.»

E le sue mani minacciavano. Io la presi allora perchè non nuocesse a mia madre, la strinsi forte su di me e lei mi graffiò il volto e mi lacerò i capelli.

«Andrai via domani, senza scandalo!» le dicevo con sarcasmo, piano, all'orecchio. «Sì, ti voglio mandar via: ma domani!» Avevo anche io un demonio che mi tradiva. Il bambino aggrappato alle sottane di lei, faceva pietà; supplicava me, supplicava lei con una voce che quando morirò la sentirò ancora, ma lei, lei non l'udiva.

Ma ricordo una frase orribile e strana in un bimbo, che pronunciò in quella sera. Pallido, con la testolina che crollava indietro come avesse avuto il tetano, aggrappato a noi, diceva: «Ma allora io voglio morire, fatemi morire!» Ed ella non udiva. E pochi mesi prima lo avevamo vegliato io e lei nel suo lettuccio, perchè era ammalato!

Fuggì quella notte e portò via mio figlio.

La mattina seguente io e mia madre ci guardammo come smemorati, senza dir nulla. Io la volli confortare e le dissi: «Meglio così, tutto è finito!» I primi tre giorni, sotto l'eccitamento del fatto, mi sembrò di essere quasi contento: poi cominciai a perdere il sonno, a fissarmi in Sara. Io e mia madre ci incontravamo come due fantasmi nella vecchia casa. La stanza nuziale venne disfatta: io mi volevo mostrare assai calmo. Ma tutto il giorno non parlavo, a tavola non parlavo, il cibo mi andava via dalla gola come avessi avuto il vomito. Cominciai ad ubbriacarmi, per sistema, il giorno e la notte a prender l'oppio per dormire. Ma l'oppio, se mi buttava giù nel letto per una mezz'ora, dopo mi svegliava con un riscossone e con gli occhi aperti come ci fosse stata una molla a tenerli su: così rimanevo tutta la notte.

E perchè capisca in quale stato io ero, a ogni treno andavo come un sonnambulo alla stazione perchè speravo che tornasse, che si fosse pentita, che avesse compreso quale grande delitto avesse commessodi abbandonare la casa del marito a cui aveva data la fede.

Andando alla stazione, questionavo con me stesso per decidere se le avrei perdonato: finivo sempre col perdonarle, ma era lei che non tornava. Dicevo fra me: «Una donna divisa così dal marito, rimane vituperata.» Non pensavo che il vituperio del mondo può cadere su una donna debole o brutta: ma su una donna bella e forte come era Sara, non cade insulto; il ridicolo, quello sì piove sull'uomo! Allora diventavo furibondo e dicevo: «Ti farò citare davanti al tribunale, ti farò svergognare come una madre, una moglie che abbandona il marito.»

Sara mi mandò due lettere da un paese lontano della Svizzera, con le insegne superbe di unhôtel. Nella prima mi spiegava col solito orgoglio la sua condotta precisando a suo modo i fatti e mi dava notizie del bambino «giacchè di questo — scriveva — ne avete il diritto», e mi domandava poi i suoi gioielli. Era partita con quasi niente di denaro. Io non risposi. Nella seconda, domandava tutti i suoi abiti ed aggiungeva che tutto (edera sottolineato) anche fisicamente, era finito fra noi due e che se anche lei avesse voluto, non avrebbe più potuto vivere con me: e che io «le facevo ribrezzo!»

Allora, ma solo allora, pensai a quello a cui non avevo mai fino allora pensato: «la tua donna si infila nel letto con un altro, ridendo.» Allora diventai pazzo. Sarei partito in quell'ora stessa che ricevetti la lettera, ma non avevo i soldi, capisce? li dovevo rimediare; e intanto le scrissi una lettera in cui mi umiliavo e che fece pietà a me stesso, tanto che non ebbi coraggio di rileggerla.

Lei mi rispose dopo una settimana così: «Mi dispiace che tu sii ammalato, ma se tu sei uno squilibrato e uno più buono a niente, non è questa una buona ragione perchè io, che ora mi sento assai bene e ho molta voglia di star bene, debba tornare ad unire la mia vita alla tua. Il bambino sta benissimo. Poscritto: La mia coscienza non ha bisogno del tuo perdono».

Allora io dissi a mia madre: «Io voglio andare a riprendere il bambino che mi portò via come un ostaggio; non posso vivere senza di lui!» — «Va, e riprendianche lei — mi disse la mamma — Tu così ti rovini la vita, figlio!»

Partii e dopo due giorni di viaggio in terza classe, giunsi in Svizzera, in quel paese. Era unhôtelche aveva quella grand'aria di lusso che era stato sempre negli istinti di Sara. Incontrai signori e signore superbe davanti ai quali il mio aspetto era una viltà: cameriere in cuffia e camerieri in sparato bianco, che parlavano una barbara lingua, ma al cui confronto le dolci mie parole italiane suonavano come un'umiliazione.

Mi vergognavo di dire il mio nome, di dire a quei camerieri che io ero marito di quella signora lì sola in quell'albergo. Dissi che ero un parente, ma dal contegno di quella gente capii che aveano letto in volto la mia vera qualità, e mi fecero entrare nella stanza di lei benchè fosse mattino.

Mia moglie si puliva i denti. Mi guardò senza nessun turbamento. Seduto sul tappeto, per terra, c'era il piccino che si metteva le scarpe e mi guardava con occhi meravigliati, e non disse nulla.

«Sei tu? non ti aspettavo!» pronunciò con voce tranquilla: ma poi guardandomi,mi dovette trovare molto stravolto, perchè mi domandò con voce che era divenuta incerta e paurosa suo malgrado:

«Sarebbe interessante di sapere cosa sei venuto a fare qui.»

Anch'io ero determinato ad essere calmo, giacchè nel viaggio avevo prestabilita la mia condotta, benchè il cuore e, ho vergogna di confessarlo, i miei sensi mi spingessero a domandarle perdono. Era l'ultima riserva della mia energia di uomo che lanciavo: e aveva così stabilito di fingere, di volere una separazione per via legale, e intanto portarle via di sorpresa il figlio.

Mi sedetti su di una poltroncina e le parlai in questo senso.

«Oh, benissimo», diceva lei senza voltarsi dallo specchio.

E vedendo il letto, disfatto, chiesi:

«Si deve dormire molto bene in questi letti.»

«Stupendamente..., sonni profondi: permettete....» e si slacciò il bottone della camicia per lavarsi.

Quell'atto mi ricordò di una sua frase abituale, cioè che una signora per bene davanti al cameriere si può anche slacciareperchè un cameriere non è un uomo. Fremetti, e senza muovermi dalla sedia, pronunciai quella parola semplice che molti di noi crediamo sia un'offesa: Puttana!

«Cosa dici?»

E io ripetei quella parola. Lei alzò le spalle ed io nello specchio vedendo il suo volto mi parve che a fior di labbra mormorasse: «Stupido!»

Il cervello mi si infiammò di furore; ma una cosa più grande succedeva: io vidi, quasi con questi occhi, materialmente, la mia casa che crollava. Lei sa, è vero? Quando la casa muore è come quando moriamo noi. E allora il resto che vale?

Il piccino aveva finito di mettersi le scarpe, ma male.

«Perchè non l'aiuti tu ad allacciarsi le scarpe?» le domandai.

«Perchè io non faccio la serva a mio figlio!»

In quel punto bussarono alla porta. Trasalii. Ella disse tranquillamente, facilmente in tedesco, come se quella fosse stata sempre la sua lingua, di entrare. Entrò la cameriera col vassoio: era lacolazione col burro, laconfiture: una cosa splendente, grandiosa.

Il bambino parlò allora per la prima volta e disse: «Qui, vedi, papà, si mangia bene; sempre burro, cioccolata, dolci; mica come là dalla nonna! se poi vedessi a pranzo che tavola grande, sempre coi fiori, e quanta gente, quanti piatti, oh! È molto bello così!»

Una voce immensa nel mio cuore mi veniva su e voleva dire a Sara: «Torneresti a casa?» Ma ebbi pudore di pronunciare il nome di mia madre davanti a lei. Soffocai quella voce e la pregai di vestire il bambino che lo volevo condurre a spasso. Volevo portarlo via subito. Lei lo vestì, e disse: «Ecco pronto.»

Siamo usciti io e il bambino.

Ma quando fui nel corridoio, camminai in punta di piedi e poi mi fermai: un'illusione, pazza da vero, mi teneva incatenato lì nel corridoio, cioè che lei mi richiamasse indietro. Ritornai invece io indietro, origliai e sentii il rumore del busto. Sara continuava in pace la suatoilette.

Nell'albergo c'era un giardino con grandi alberi puliti e molti sedili.

Io conduco qui il bambino e parliamo.

Lui mi raccontava tutti i piatti che si mangiavano allatable d'hôte. «Vuoi tornare dalla nonna? — dissi io con le lagrime. «Sì, se mangeremo ancora tanti dolci come qui.» E parlava ancora, quando a un certo momento scappò via. Era corso via! Sotto un albero c'era un giovane signore che lo prese fra le ginocchia.

Io guardai.

Il bambino, dopo, corse ancora da me, e quel tale si alzò e si allontanò.

«Chi è quel signore? — domandai.

«Quello che tiene sempre compagnia alla mamà! — mi rispose il bambino.

Allora risalii da solo le scale, e irruppi nella stanza di Sara.

«Chi è quel signore che ti tiene sempre compagnia?»

Il suo volto diventò brutto. «Ci mancava anche questa per fare il terno», sentii che disse, e poi non so più nulla. Urlò. Venne gente, mi strinsero, mi strapparono una rivoltella.

Mi hanno fatto poi il processo per mancato omicidio. Mi hanno fatto vedere il revolver con una pallottola di meno. Sarà anche stato, ma io non me ne sono accorto.Basta, dopo fui assolto; ma da allora diventai come stupido, con una gran debolezza di nervi. Poi, col tempo, mi sono rifatto; cominciai ad andar fuori di casa mentre prima mi vergognavo: ma non mi curavo più di niente. Bisognava che mia madre mi mettesse lei la biancheria sul letto perchè io la cambiassi. A lei, a Sara, però ci pensavo spesso: mi ricordavo il grande albergo dove l'avevo trovata; vedevo i vassoi d'argento, le tavole coi fiori e altre cose vedevo, e dicevo: «Già lei era nata per questa gran vita.» E per una certa lucidezza mentale, mi ricordavo di certe sue frasi come questa: «Che colpa ho io se piaccio agli uomini?» E allora provavo come dei brividi di desiderio, e con stupore dicevo: «Sì, cara, se tu non vuoi sporcarti le mani, li laverò io i piatti: ma torna con me.»

Due o tre volte all'anno per Natale, per Capodanno, ricevevo un biglietto del bambino, in cui mi diceva che lui stava bene.

Adesso glielo dirò: si sente dire e si legge, o signore, che una via, come quella battuta da mia moglie, conduce di gradinoin gradino alla abbiezione. Quasi me lo auguravo di trovarla degradata e in miseria pur di riprendere la vita con lei e con lui.

Seppi che lei era a Roma. Andai dunque a Roma, girai, domandai e un dì vidi pel corso una figura di donna, che assomigliava a Sara. Quei cinque anni di strazio, che mi avevano distrutto anima e corpo, non erano passati per lei. Era come prima, solo un poco più matronale. Da prima non mi conobbe, ma poi la mia vista o la atterrì o la commosse, perchè mi accolse benevolmente, soltanto non potè a meno di dire: «Come siete invecchiato!» E mentre eravamo lì fermi sul marciapiede fra la folla, mi accorsi che due o tre signori di molta distinzione la avevano salutata. Lei mi invitò a salire a casa sua, e camminando fra quella calca, io mi vedevo negli specchi delle vetrine, miserabile e vecchio dietro di lei.

Arrivammo ad un palazzo. Il portinaio di quella casa la salutò levandosi il berretto e guardò me come a chiedere: chi è costui?

«Potete salire senza timore per la vostrarispettabilità — disse Sara con ambiguo sorriso — qui abitiamo noi soli.»

Il giovanetto, nostro figlio, domandava piano a lei:

«Chi è? È il papà quello lì?» e lei faceva cenno di sì, e raccomandava di star zitto.

Era un appartamentino piccolo, ma messo bene.

Io mi misi a piangere e benchè mi frenassi, non potei impedire al singhiozzo di prorompere.

«Perchè piange il babbo?» «Per il piacere di vederti» lei disse, e a me disse piano: «Adesso parleremo, ma vi prego, niente tragedie; ne ho avute anche troppe!»

«Adesso tu va a studiare» — disse poi al figlio —; «e se volete....» — disse a me: ed entrammo nella sua stanza dove c'era un lettino bianco, delle poltroncine bianche.

Prevenne le mie domande: viveva — diceva lei — dando lezioni di tedesco e di piano.

Dissi io allora queste parole: «Ma il giuramento di fedeltà che tu hai dato....»

Ella chiuse gli occhi, posò la manosu la fronte, disse...: «Parlando con voi ho l'impressione di parlare con unrevenantd'altri tempi....»

Nel mio paese, signor Enrico, c'è un fiume dove non hanno mai potuto piantare le palafitte per mettervi un ponte; la melma è tanta che le travi non sono mai arrivate a trovare il sodo e un giorno un manovale, che con una lunga pertica volle scandagliare quel fango, vi si sommerse e non l'hanno più ritrovato.

Io ero realmente un fantasma. Per riconquistare Sara sarebbe stato necessario che io fossi apparso giovane, forte, terribile.

Mi sentii come recidere i nervi, e allora udii queste sue parole: «Dopo tutto, i soli momenti di gioia della vostra vita sono io che ve li ho dati.»

Venne la cameriera e bisbigliò non so che a Sara.

«Ah, sì! me ne ero dimenticata. Io sono desolata, — disse a me, — ma sono venuti a prendermi per una conferenza....»

Mi buttò sotto gli occhi un cartoncino:Sotto la presidenza di S. A. R..., ecc., l'illustre conferenziere, ecc., parlerà oggi alle tre sul fenomeno del femminismopresso i popoli latini e presso i popoli germanici.

«Vostro figlio è là, potete stare con lui» — disse uscendo.

Io mi alzai come un uomo straniero che è in casa altrui.

Però dissi: «Allora sono io il debitore verso di voi.»

«Abbiate pazienza, ne riparleremo. C'è giù la carrozza che aspetta.»

Entrai nella camera di mio figlio.

Era tiepida e profumata di lindura la stanza di mio figlio, ma io sentivo un senso di gelo. «Cosa fai?»

«Il compito di latino.»

«E questa è la tua stanza?»

«Sì, ti piace?»

«La mamma è buona con te?»

«Molto buona, ma anche molto severa.»

«Dici le orazioni?» — domandai vedendo un Cristo sopra il capezzale del suo letticciuolo.

«No, cosa sono le orazioni?»

«E allora perchè tieni quel santo?»

«Perchè mamma trova che sta bene.»

«Che classe fai?»

«La seconda ginnasiale.»

«Studi?»

«Sono uno dei primi.»

«Allora ti piace il latino....»

Fece una smorfia. «Tutti a scuola diciamo che è inutile. Anche il senatore dice così, e speriamo nella caduta del Ministero.»

«Allora perchè studi il latino?»

«Ah! per la bicicletta: la biciclettafor ever!»

«Ti ha promesso la mamma la bicicletta?»

«No, il senatore: quello che adesso è venuto a prendere la mamma. Ne ha dei soldi....»

Uscii in silenzio da quella casa di marmo.

Non ci siamo più riveduti: c'erano dei morti fra me e lei; ed anche quelli che erano vivi erano come morti.

*

Questo fu il racconto del signor Manzi, detto Bismarck.

Questo racconto fece bene al signor Enrico. Quando si è come Bismarck, si capisce che accadano certe cose.

Una lettera di Maria, mandata di premura, dove lo pregava di dargli spiegazione della sua «inesplicabile» condotta, gli fece molto bene: più del racconto di Bismarck.

Ci pensò la notte: un ufficiale profumato; lei profumata; e per questo? Quell'assalto notturno di lei, nella notte, piuttosto! Ma ora ricordava: lo aveva letto in treno, in uno di quei fascicoli di novelle che vendono alle stazioni: di una moglie, che per crearsi unàlibi, si butta sul marito come una meretrice. Effetti di suggestione! Mai leggere novelle!

*

Ritornò a Milano il dì seguente verso le cinque.

La quale è placidissima ora.

Le lampade elettriche splendono nel cilestrino crepuscolo come lune: ibarssi riempiono; e le donne mondane uscite dal diurno riposo, dondolano sui marciapiedi come navi pronte a slegare gli ormeggi.

I negozi dei pasticcieri rigurgitano dileccornie, e l'aria è qua e là pregna del caldo profumo delle carni in istufa presso gli aristocratici salumieri.

Entrò dal pasticciere per comperare qualche dolce per Lolò; e per l'appunto ad una parete del negozio era affissa unaréclameper il romanzo d'appendice di un giornale cittadino.

Il cartelloneréclamerappresentava un signore seduto che si puntava alle tempia una rivoltella con la tranquillità di uno che si netta le orecchie. Alla detonazione entrava una bambina e su la porta si affacciava una signora elegante, nell'atto di esclamare con garbo: Orrore! Il titolo del romanzo era: «L'onore del marito».

Allora provò un dolore lancinante. Ma non era guarito?

Quella stupidaréclame!

*

Maria stessa venne ad aprire e lo baciò come era solita.

— Dopo pranzo ne parleremo, — disse il signor Enrico.

— Come vuoi tu; ma Lolò è molto impermalitoverso il suo papà. Lolò domanda perchè non sei venuto a casa ieri sera, vero? — e difatti Lolò ebbe seri rimproveri verso suo padre e soltanto i dolci ebbero la virtù di fargli fare la pace.

Quando Lolò fu andato a letto:

— Adesso avrai la bontà di spiegarti, è vero? — ripetè Maria.

— Sono ritornato per questo, ma da te aspetto una parola sincera; — e cominciò a raccontare con voce lenta, ma non così tranquilla che le labbra non tremassero, tutto l'inferno di quella notte.

E Maria recingendo a forza il collo di lui, posò il suo volto presso il volto di lui, e la sua gracilità femminea si avviticchiò al petto di lui e cominciò a singhiozzare prima, poi a piangere dirottamente, e piangeva soltanto.

— Be'? Cos'è questo pianto?

— È una cosa orribile! Un ufficiale, tu hai detto? un ufficiale di artiglieria....

— No, di cavalleria.

— Che guardava in su. Scusa, e a che piano? Ah, e poi il profumo. Anch'io ero profumata! Ma avevo fatto il bagno poche ore prima. Domàndalo a Marta. Enon hai altro? Ah, perchè dopo, quando tu eri a letto, ti ho svegliato.... Ah, Enrico! proprio non capisci.

Ed ella riprese a lagrimare, e accostava a lui la faccia lagrimosa.

Ma egli le faceva dolce violenza allontanandola.

— Non son mica Bismarck, sai io — diceva.

— Chi, Bismarck?

— Un disgraziato, laggiù nella fabbrica, che mi ha raccontato una sua storia. Non sono mica un sentimentale, io. Io, quando arrivo, taglio netto.

La notte fu convulsa. Egli sentiva la mano di lei, che ogni tanto si posava su di lui, un po' materna, un po' carnale come si fa quando uno è infermo, e si sente se ha la febbre. Un soffio di voce diceva con la accoratezza, con cui avrebbe parlato a Lolò: «Dormi, caro, non ti tormentare.»

Si addormentò alfine. Ma un riscossone dàtogli, non sapea da chi, lo destò.

Maria dormiva placidamente.

Si sentivano passare per la via i primi carri. Dunque era mattino, oramai.

Stette eretto su di un gomito a contemplarela sua donna dormente. Al riverbero della lampada notturna, vedeva la testa di lei composta in pace sull'origliere. Stette così a lungo e il suo cuore aveva degli arresti come per il timore che un nome, un lamento uscisse rivelatore dalle labbra di lei.

Dormiva composta in pace.

Ma così contemplando la sua donna, la imagine di lei gli si sdoppiò. Ella era composta in pace; ma i capelli erano scomposti. I capelli erano svegli; si rigonfiavano su l'origliere, e, fosse effetto del tremolar della lampada, essi parevano muoversi con quell'ondulamento che hanno le serpi: invadere il letto. Maria era innocente, ma i capelli erano peccaminosi. Sotto le ascelle, giù nel pube pur vigilavano crini peccaminosi.

Provò come un impulso folle di denudarla d'un tratto buttando via le coperte: poi di stritolarla quasi contro di sè.

Ma si rattenne. Si ricordò di Bismarck. Si ricordò di quelle parole che Bismarck aveva riferito: «dopo tutto i soli momenti di gioia della vostra vita sono io che ve li ho dati».

Quelle parole della donna vincevanotutti i ragionamenti dell'uomo. La donna, che non ha nome, nè Sara, nè Maria, ma la donna.

Allora per non cedere alla tentazione, uscì lentamente dal letto.

*

— Truce! — fu il saluto di Maria al mattino quando egli entrò nella sala da pranzo dove già la tavola era preparata per la colazione, e in mezzo di essa in un vasetto di cristallo trasparente, vi erano alcune rame dicalicantoche diffondevano un olezzo come di neve profumata.

E dal caminetto ove la legna scoppiettava in rosse faville, ella gli era venuto incontro porgèndogli le mani e le aveva spinte contro le labbra di lui perchè le baciasse. — To', bacia!

— Truce! — e sorrideva ansiosamente guardandolo. — L'uomo ha bisogno di essere allegro, se vuol lavorare, — disse lei. — Lo sai?

E terminò dicendo: — Un'altra volta,se devi andare via, mi condurrai con te. Questo è quanto!

Allora, d'improvviso, lui disse: — Via! Prendi la tua roba, quella di Lolò. Qui si chiude casa; si va a stare a ***, alla fabbrica.

Gli pareva come una prova.

— Oh, alla grazia di Dio! Lolò, Lolò, lo sai? Si va a stare in campagna. Così si farà almeno colazione tutti insieme.

E Lolò che aveva ascoltato tutto quel discorso con grande attenzione, concluse lui nel modo che gli sembrò più conveniente; saltò su la sedia ed esclamò: — Un bacio! un bacio!

— Un bacio a chi?

— Al papà.

La signora Maria si era levata dalla sua sedia e fattasi presso al signor Enrico, lo avea baciato su la fronte.

— E perchè il papà non ti ha dato anche lui il bacio? — chiese Lolò.

— Perchè lui è il padrone, e dà i baci quando vuole.

— Anche di me è il padrone?

— Certamente di me e di te; non vedi, bambino mio, che occhi terribili?

Ma la felicità di Lolò non ebbe più limitequando seppe che, in campagna, avrebbe avuto un giardino interamente a sua disposizione. Per il bambino andare in campagna equivaleva a vedere la primavera anche prima del tempo.

*

10 marzo.

— Sei malinconica, sei distratta, sei strana. Ma cos'hai?

— Come una rivoluzione si compie dentro di me. Ma un po' è anche colpa tua, di voialtri uomini, ecco....

— Sarebbe a dire?

— Che soltanto adesso, qui, vedo chi sei, quello che fai, quello che vali. A Milano? Io ti vedevo, a Milano, andar fuori di casa il mattino e tornare a casa alla sera, quando tornavi: sapevo che tu guadagnavi del denaro, ma e poi? «Maria, vuoi quella pelliccia? quel vestito? quei gioielli?» Così, come per una bambola. E si finisce col diventar bambole.

*

Così nell'ora che il sole tramonta su la campagna, venivano ragionando i genitori di Lolò, ed erano arrivati davanti al cancello della villetta dove, nel giardino, era Lolò e Bismarck.

Il giardino era libero dalla neve, e apparivano le aiuole co' loro disegni e co' loro rilievi: la terra era stata mondata col rastrello e col vaglio dai piccoli sassi.

— Mamma — esclamò il bambino — imparo anch'io a fare il giardiniere: è il signor Bismarck che mi insegna, e questa sera si pianteranno gli alberi delle mele e delle pere!

Il signor Manzi aveva in mano tre magliuoli, e disse: — Sono qui da un'ora a spiegare che non sarà possibile domani cogliere i frutti. Ma lui prende dell'erba, delle foglie e dei rami e li pianta in terra così come sono.

Ma tutto muore così!

*

15 marzo. (Giorno di azzurro e di sole senza vento. Lolò e Bismarck vanno per il sentiero di bianco spino. Nel cuore più che nell'aria è l'odore della primavera).

Dice il vecchio Bismarck: — Piccolo Lolò, guarda quell'uccellino con la testa bianca che salta sempre, che strilla. Quella, vedi, è la cìncia, la cìncia allegra, la prima che viene ad annunciare la primavera. Senti? Pare che faccia dei complimenti, dei ringraziamenti, che dica: «Io sono tanto felice!»

— A chi dice così?

— Forse al sole.

— E dopo?

— Dopo verranno le rondini con un bell'abito bianco e nero. Poi verrà il rosignolo.

— E che cosa fanno?

— Cantano e vivono. Adesso guarda quest'alberino di mandorlo, come è grazioso con tutti quei bei fiorellini bianchi: beve il sole senza vento.

— Beve il sole senza vento? E quelle brutte bestie, lì ferme, cosa fanno?


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