LA INGEGNOSA SIGNORINA MERCEDES.Era l'ora soave in cui le lampade elettriche si accendono, la minestra già bolle sul focolare, ed i buoni padri di famiglia sono attesi dalle care consorti.Anche il cavalier ingegner Gaudenzi, capo dell'ufficio tecnico di X***, col naso appena sporgente dalla pelliccia, filava verso casa.Egli era molto lieto e la sua letizia era visibile — benchè non sporgesse che il naso — da una grande dorata rotella di panforte di Siena, pendente per una cordicella da un bottone della pelliccia.Era lieto perchè in quel giorno, in una logica transazione con un appaltatore (vittima, oh, pover'uomo, di uno sciopero continuato) era rimasto sul suo tavolo di capo ufficio un bel cadò, leggero leggero: mille lire.Egli comunicava la sua gioia alla famiglia con l'acquisto di un bel panforte di Siena: dolce sostanzioso, economico, di lenta consumazione: e poi, dolce nazionale!Che festa avrebbe fatta la numerosa prole al panforte di Siena!Tutti bravi figliuoli, e tutti bene instradati!Il cavalier Gaudenzi fila verso casa: fila e conta: «Rina, professoressa, professora, no! professore — oggi si dice così — di inglese: ha un piede nell'aristocrazia. Un bel piedino in verità! Chi sa che non possa fare un buon matrimonio? Giulio, già avvocato, è con un piede nella democrazia!... Carletto in collegio militare; posto gratuito: sarà il guerriero della famiglia. Egli non mangerà il panforte di Siena, perchè è in collegio. Ma ve ne sono altri tre piccini in casa che mangeranno il panforte! Quanta famiglia! Tirarla su con decoro, per tanti anni, una famiglia che seguitava a dilatarsi quasi ad ogni nove mesi! e gli affitti di casa pure dilatavano: tutto dilatava. E lo stipendio era rigido! Ma per forza bisogna transigere! Del resto il mondo vive di transizioni!»Però — diciamo tutta la verità — il cavalierGaudenzi, oltre alla gioia, si sentiva nel sangue un non so che di morbinoso, per cui la visione dei bei ristoranti rossi con le tovaglie candide, gli dava un'insolita voluttà. Sedersi ad uno di quei tavoli ancora vuoti con la fedele consorte e tutta la prole? No! Solo, allora? Oh, nemmeno solo!Ah, quante restrizioni, mortificazioni accompagnano le gioie della famiglia!Il cavalier Gaudenzi era in tale stato di spirito, quando due grandi, attonite, languide pupille attraversarono — come uno sbarramento reale — la linea onesta e diritta per cui il detto signor Gaudenzi passava.Naturalmente, fu costretto a fermarsi.Sì! il signor Gaudenzi, come un treno allo sventolare della bandiera rossa, arrestò la rapida corsa, e si fermò: allora quegli occhi comandarono: «Seguiteci fedelmente, ma prudentemente!»Ed egli seguì per una via fuori mano. Infine quegli occhi dissero: «Ora vi è permesso di farvi avanti e renderci il tributo della vostra ammirazione!»— Occhi stupendi! — disse allora il cavalier Gaudenzi.E gli occhi erano davvero bellissimi, straordinariamente grandi, misteriosi, violacei; anche dietro la veletta.Essi appartenevano ad una signora dignitosa, composta; la quale, a conferma di maggiore dignità e compostezza, aveva con sè una ragazzina dalle gonne ancora corte, di quell'età ancor neutra, che i tedeschi denominano «pesciolino fritto».Quella sera il cavalier Gaudenzi a dispetto delpot-au-feufamiliare, delle pratiche emarginate, era preso violentemente da istinti dionisiaci! Quella signora velata, seria, rappresentava l'ideale del dionisiaco combinato con la prudenza. Peccato che, eccettuati gli occhi, ci si vedesse poco, dietro la veletta!Ripetè: — Occhi stupendi!Questa volta gli occhi, dopo aver girato due o tre volte nella lattea malinconia dell'orbita, furono costretti a cedere il posto alla parola, la quale si espresse così: «Un tempo, signore!»Ma per quanto si sforzasse quella voce di imbeversi di soave rimpianto, il cavalier Gaudenzi ne ebbe una sensazione inattesa, spiacevole, che gli raffreddò la esaltazione dionisiaca: una voce nasale,afona, con un certo non so che.... veniva fuori dalla veletta.Il cavalier Gaudenzi fissò interrogando le pupille.Esse confessarono ingenuamente:«Noi si fa quel che si può, signor mio, ma le altre parti non ci sostengono, e la commedia casca quasi tutte le sere.»Allora parlò il panforte di Siena e disse: «Suvvia! domanda scusa alla signora. Dille che hai preso abbaglio per effetto della nebbia, e andiamo a casa.»Ma il cavalier Gaudenzi, fra gli ultimi guizzi dionisiaci e il rispetto cavalleresco verso la donna, non osò seguire il saggio consiglio del panforte di Siena; e rimase lì.Ne approfittò la donna, e insinuando il suo braccio sotto il braccio del signore, si studiò mercè il pannicolo adiposo, di rianimare l'ardore dionisiaco del cavaliere.«Preso al laccio, questa volta: e ti sta bene! — disse il panforte. — Vedi a non fare a modo?»Era preso, veramente preso; e la signora non aveva intenzione di lasciarselo sfuggire; ma premendo come potea,e facendo fare sforzi eroici alle pupille, disse:— Il dolore, veda! il dolore di aver dovuto per una malattia della gola, troncare la più splendida delle carriere! Aver calcato le prime scene d'Europa e d'America, aver giocato coi diamanti, e trovarsi nel mio stato, è orribile, signore!Il cavalier Gaudenzi ebbe un brivido, perchè il senso dionisiaco vuole inni e ditirambi; non elegie e treni sentimentali.— Ah, artista di canto, la signora? — domandò tuttavia.— E nei primi teatri del mondo. Oh, ma quello che non può fare la madre, farà la figlia! Mercedes, va avanti!Ilpesciolino frittoche pareva abituato alla manovra, dilungò avanti in silenzio, lungo il muro.Seguitò la signora: — Non va bene far sentire gli elogi alle figliuole. La mia piccola figlia studia arte drammatica: un prodigio! Edespues estámolto più dignitoso! Madondetrovare almeno dodicimila lire per cominciar la carriera?— Già, molto più dignitoso — ripetè automaticamente il cavalier Gaudenzi —; molto più dignitosa l'arte drammatica.— Ella non sa, signor! che grazia, che spirito, che sentimento, che disposizione, che slancio ha quellachica. Pensi! figlia d'artista!Il signor cavalier Gaudenzi, assai impacciato, domandò: — Molta disposizione, signorina?Questa volta la signorina Mercedes fecedietro-fronte puntando il dito, disse gaiamente:— Avrei più disposizione a mangiare quel bel dolce.Il panforte allora suggerì subito:«To', ti è capitata la palla al balzo: presto approfittane: lasciami con loro che me la sbrigo io!»Ma un momento di esitazione guastò tutto, mentre già il cavaliere stava per ubbidire al saggio consiglio.La signora, alle parole di Mercedes, montò in furibondo furore: —Ah, Niña desvergonzada, deshonra de tu madre, martirio de su vida!Allo strano linguaggio il cavaliere stupì e pregò per carità la signora di calmarsi. Per fortuna la via era quasi deserta.— Veda,usted— disse la signora — quando mi prende il furore,me es precisohablar castellano. Io sono ancora tutta fuoco.— Spagnuola, la signora? — domandò il povero cavaliere Gaudenzi.— Andalusa,señor!— disse come avesse detto «contessa o marchesa».Gli occhi questa volta mandarono un assoluto splendore. Dissero: «Non si capisce che noi siamo occhi andalusi?»La signorina Mercedes non si era commossa alle parole andaluse più che alle parole italiane. Fatto ancoradietro-front, proseguiva indolentemente presso il muro, conservando la distanza di quattro metri.La signora, ben sicura che la figliuola non la poteva intendere, disse confidenzialmente:— La miachicaè buona, tanto buona; educata come non può credere. Sventuratamente è golosa....— Ma prenda il panforte! — disse il cavaliere.—Señor— cominciò l'andalusa che per lo sdegno aveva sentito il bisogno di parlare ancora castigliano — ma per chi mi prende? Per una donna disonesta che accetta doni? Lei forse ha figli, ed io privereii figli? — e prese il panforte; e lo staccò dal bottone; e a forza lo introdusse nella gran tasca della pelliccia.— Ah, se sapesse tutta la mia vita,ustedterrebbe diversaopiniondi me!Il signore non incoraggiò per nulla questa proposta di sentir la storia di quella vita, ma tornò vigorosamente a proferire il panforte, assicurando che non era pei figliuoli: dei quali negò l'esistenza.— Ah! quello che posso accettare — disse in fine cedendo — è un dolce, un solo dolce per Mercedes. C'è proprio qui vicino una offelleriadondesto solita prendere il mio Madera; fa così bene per la voce il Madera!Il signore quasi disperatamente cercava di levare di tasca la rotella di panforte, la quale era stata spinta in giù con tanta violenza che non voleva venir fuori.Dal fondo della tasca la rotella senese ghignava: «in che ballo ti sei messo!»— Signorina Mercedes — replicò ilpaterfamilias— sia tanto gentile di accettare questa rotella di panforte in ricordo del felice incontro.— Mamà non vuole! io devo essere ubbidiente. Io non voglio essere unaniñadesvergonzada. Ma già che lei vuol fare il generoso, mi paghi una pasta come dice mamà. Ecco il nostro pasticciere.E facendo seguire il fatto alle parole, laseñoritaMercedes, spinse di botto la vetrina di una botteguccia da pasticciere.— Vede che spigliatezza? — disse la signora al signore; ed il pasticciere, quasi aspettasse la compagnia, aveva fatto sedere il signore e la signora in un angolo discreto della botteguccia solitaria, e aveva detto: — Lei il solito Madera, è vero, signora? E il signore?Il signore ne aveva d'avanzo dell'avventura. Guardò l'orologio: le sette di già. La minestra sarebbe stata fredda, oramai.Un uomo può mangiare la minestra fredda e trovarla calda; ma per ottenere questo effetto, bisogna che egli abbia raggiunto un certo numero di gradi nella temperatura dionisiaca. Se no, accade quel che accadeva al signor Gaudenzi in quella sera, di sentir tutti i rimpianti per la minestra fredda.La signora andalusa fece ogni sua arte per elevare quella temperatura, ma era quell'orribile voce che guastava tutto. Se non fosse stata la voce, quei resti di naufragiodi un'antica bellezza avrebbero forse avuto ancora una certa virtù calorifera.— Signore, guardi, tutti dolci da un soldo come vuole la mamma! — aveva detto laseñoritaMercedes che pareva la padrona della bottega, appressandosi con un gran vassoio pieno.— Va bene! Ma si disturba così la mamma che parla,hija de mi corazon?E parlava di nobili e graziose cose: essere ella, ohimè! dopo tante esperienze, dopo tante amare vicissitudini, ancora ardentissima. E così dicendo gli occhi si volgevano al cielo come quelli di santa Teresa. Naturalmente non ricchezza chiedeva ella all'uomo; ma discrezione e cavalleresco riguardo. Quando la donna andalusa trova l'uomo cavalleresco, essa è vinta.Tutto inutile!Il cavalier Gaudenzi ascoltava distratto, e seguiva invece le operazioni della industre signorina Mercedes nella bottega; e avendo notato che i cartocci prendevano sul banco una proporzione inquietante, approfittò di una pausa e domandò il conto.— Vuole il conto il signore? — domandò alla sua volta il pasticciere che stava accuratamentelegando un ultimo involto. — Tre bottiglie di Madera, dodici lire: tre lire il pollo, due i dolci e la consumazione.— Il pollo? il Madera? — domandò il signore.— Lagallina, figlia mia? — ripetè la madre con molta meraviglia.— C'era in cucina una bella gallina, calda calda, l'ho fatta incartocciare.— Ma lagallinae il Madera, spetta a me di pagare — disse la signora. — Perdoni, signore, la piccola inesperta figlia mia. Dacchè, signor, la nostra domestica è inferma, fa lei lamenagère.E andò in cerca di una tasca e di un borsellino.Ma esso era occulto in profondo.Ma il panforte sussurrò: «Questo è lo scotto, e tocca a te: suvvia, paga!»— Non permetterò mai! — disse la signora.Ma le tasche negli abiti delle donne non sono facili a rintracciare, e d'altronde il signore avea di già saldato il conto.«Or senti — bisbigliò ancora il panforte — tu saresti sommamente scortese se non impiegassi il resto delle ventilire a noleggiare una vettura per le signore».Il suggerimento era cavalleresco, e fu il signore stesso che chiamò una vettura e vi fece salire la signora e la signorina Mercedes.«Graziosissima avventura e te la sei cavata a buon mercato» — disse il panforte di Siena mentre il legno si allontanava. «Graziosissima, infatti! Venti lire buttate via così!»«Eh, via! — replicò la rotella di panforte. — Tu oggi, uomo della legge, hai giocato la commedia per mille lire: una povera disgraziata, che forse ha fame, l'ha giocata per venti. Se tiri la somma, quell'infelice — a cui rimangono solo due occhi dell'antica bellezza come il violino del cieco — è ancora in credito verso di te».
Era l'ora soave in cui le lampade elettriche si accendono, la minestra già bolle sul focolare, ed i buoni padri di famiglia sono attesi dalle care consorti.
Anche il cavalier ingegner Gaudenzi, capo dell'ufficio tecnico di X***, col naso appena sporgente dalla pelliccia, filava verso casa.
Egli era molto lieto e la sua letizia era visibile — benchè non sporgesse che il naso — da una grande dorata rotella di panforte di Siena, pendente per una cordicella da un bottone della pelliccia.
Era lieto perchè in quel giorno, in una logica transazione con un appaltatore (vittima, oh, pover'uomo, di uno sciopero continuato) era rimasto sul suo tavolo di capo ufficio un bel cadò, leggero leggero: mille lire.
Egli comunicava la sua gioia alla famiglia con l'acquisto di un bel panforte di Siena: dolce sostanzioso, economico, di lenta consumazione: e poi, dolce nazionale!
Che festa avrebbe fatta la numerosa prole al panforte di Siena!
Tutti bravi figliuoli, e tutti bene instradati!
Il cavalier Gaudenzi fila verso casa: fila e conta: «Rina, professoressa, professora, no! professore — oggi si dice così — di inglese: ha un piede nell'aristocrazia. Un bel piedino in verità! Chi sa che non possa fare un buon matrimonio? Giulio, già avvocato, è con un piede nella democrazia!... Carletto in collegio militare; posto gratuito: sarà il guerriero della famiglia. Egli non mangerà il panforte di Siena, perchè è in collegio. Ma ve ne sono altri tre piccini in casa che mangeranno il panforte! Quanta famiglia! Tirarla su con decoro, per tanti anni, una famiglia che seguitava a dilatarsi quasi ad ogni nove mesi! e gli affitti di casa pure dilatavano: tutto dilatava. E lo stipendio era rigido! Ma per forza bisogna transigere! Del resto il mondo vive di transizioni!»
Però — diciamo tutta la verità — il cavalierGaudenzi, oltre alla gioia, si sentiva nel sangue un non so che di morbinoso, per cui la visione dei bei ristoranti rossi con le tovaglie candide, gli dava un'insolita voluttà. Sedersi ad uno di quei tavoli ancora vuoti con la fedele consorte e tutta la prole? No! Solo, allora? Oh, nemmeno solo!
Ah, quante restrizioni, mortificazioni accompagnano le gioie della famiglia!
Il cavalier Gaudenzi era in tale stato di spirito, quando due grandi, attonite, languide pupille attraversarono — come uno sbarramento reale — la linea onesta e diritta per cui il detto signor Gaudenzi passava.
Naturalmente, fu costretto a fermarsi.
Sì! il signor Gaudenzi, come un treno allo sventolare della bandiera rossa, arrestò la rapida corsa, e si fermò: allora quegli occhi comandarono: «Seguiteci fedelmente, ma prudentemente!»
Ed egli seguì per una via fuori mano. Infine quegli occhi dissero: «Ora vi è permesso di farvi avanti e renderci il tributo della vostra ammirazione!»
— Occhi stupendi! — disse allora il cavalier Gaudenzi.
E gli occhi erano davvero bellissimi, straordinariamente grandi, misteriosi, violacei; anche dietro la veletta.
Essi appartenevano ad una signora dignitosa, composta; la quale, a conferma di maggiore dignità e compostezza, aveva con sè una ragazzina dalle gonne ancora corte, di quell'età ancor neutra, che i tedeschi denominano «pesciolino fritto».
Quella sera il cavalier Gaudenzi a dispetto delpot-au-feufamiliare, delle pratiche emarginate, era preso violentemente da istinti dionisiaci! Quella signora velata, seria, rappresentava l'ideale del dionisiaco combinato con la prudenza. Peccato che, eccettuati gli occhi, ci si vedesse poco, dietro la veletta!
Ripetè: — Occhi stupendi!
Questa volta gli occhi, dopo aver girato due o tre volte nella lattea malinconia dell'orbita, furono costretti a cedere il posto alla parola, la quale si espresse così: «Un tempo, signore!»
Ma per quanto si sforzasse quella voce di imbeversi di soave rimpianto, il cavalier Gaudenzi ne ebbe una sensazione inattesa, spiacevole, che gli raffreddò la esaltazione dionisiaca: una voce nasale,afona, con un certo non so che.... veniva fuori dalla veletta.
Il cavalier Gaudenzi fissò interrogando le pupille.
Esse confessarono ingenuamente:
«Noi si fa quel che si può, signor mio, ma le altre parti non ci sostengono, e la commedia casca quasi tutte le sere.»
Allora parlò il panforte di Siena e disse: «Suvvia! domanda scusa alla signora. Dille che hai preso abbaglio per effetto della nebbia, e andiamo a casa.»
Ma il cavalier Gaudenzi, fra gli ultimi guizzi dionisiaci e il rispetto cavalleresco verso la donna, non osò seguire il saggio consiglio del panforte di Siena; e rimase lì.
Ne approfittò la donna, e insinuando il suo braccio sotto il braccio del signore, si studiò mercè il pannicolo adiposo, di rianimare l'ardore dionisiaco del cavaliere.
«Preso al laccio, questa volta: e ti sta bene! — disse il panforte. — Vedi a non fare a modo?»
Era preso, veramente preso; e la signora non aveva intenzione di lasciarselo sfuggire; ma premendo come potea,e facendo fare sforzi eroici alle pupille, disse:
— Il dolore, veda! il dolore di aver dovuto per una malattia della gola, troncare la più splendida delle carriere! Aver calcato le prime scene d'Europa e d'America, aver giocato coi diamanti, e trovarsi nel mio stato, è orribile, signore!
Il cavalier Gaudenzi ebbe un brivido, perchè il senso dionisiaco vuole inni e ditirambi; non elegie e treni sentimentali.
— Ah, artista di canto, la signora? — domandò tuttavia.
— E nei primi teatri del mondo. Oh, ma quello che non può fare la madre, farà la figlia! Mercedes, va avanti!
Ilpesciolino frittoche pareva abituato alla manovra, dilungò avanti in silenzio, lungo il muro.
Seguitò la signora: — Non va bene far sentire gli elogi alle figliuole. La mia piccola figlia studia arte drammatica: un prodigio! Edespues estámolto più dignitoso! Madondetrovare almeno dodicimila lire per cominciar la carriera?
— Già, molto più dignitoso — ripetè automaticamente il cavalier Gaudenzi —; molto più dignitosa l'arte drammatica.
— Ella non sa, signor! che grazia, che spirito, che sentimento, che disposizione, che slancio ha quellachica. Pensi! figlia d'artista!
Il signor cavalier Gaudenzi, assai impacciato, domandò: — Molta disposizione, signorina?
Questa volta la signorina Mercedes fecedietro-fronte puntando il dito, disse gaiamente:
— Avrei più disposizione a mangiare quel bel dolce.
Il panforte allora suggerì subito:
«To', ti è capitata la palla al balzo: presto approfittane: lasciami con loro che me la sbrigo io!»
Ma un momento di esitazione guastò tutto, mentre già il cavaliere stava per ubbidire al saggio consiglio.
La signora, alle parole di Mercedes, montò in furibondo furore: —Ah, Niña desvergonzada, deshonra de tu madre, martirio de su vida!
Allo strano linguaggio il cavaliere stupì e pregò per carità la signora di calmarsi. Per fortuna la via era quasi deserta.
— Veda,usted— disse la signora — quando mi prende il furore,me es precisohablar castellano. Io sono ancora tutta fuoco.
— Spagnuola, la signora? — domandò il povero cavaliere Gaudenzi.
— Andalusa,señor!— disse come avesse detto «contessa o marchesa».
Gli occhi questa volta mandarono un assoluto splendore. Dissero: «Non si capisce che noi siamo occhi andalusi?»
La signorina Mercedes non si era commossa alle parole andaluse più che alle parole italiane. Fatto ancoradietro-front, proseguiva indolentemente presso il muro, conservando la distanza di quattro metri.
La signora, ben sicura che la figliuola non la poteva intendere, disse confidenzialmente:
— La miachicaè buona, tanto buona; educata come non può credere. Sventuratamente è golosa....
— Ma prenda il panforte! — disse il cavaliere.
—Señor— cominciò l'andalusa che per lo sdegno aveva sentito il bisogno di parlare ancora castigliano — ma per chi mi prende? Per una donna disonesta che accetta doni? Lei forse ha figli, ed io privereii figli? — e prese il panforte; e lo staccò dal bottone; e a forza lo introdusse nella gran tasca della pelliccia.
— Ah, se sapesse tutta la mia vita,ustedterrebbe diversaopiniondi me!
Il signore non incoraggiò per nulla questa proposta di sentir la storia di quella vita, ma tornò vigorosamente a proferire il panforte, assicurando che non era pei figliuoli: dei quali negò l'esistenza.
— Ah! quello che posso accettare — disse in fine cedendo — è un dolce, un solo dolce per Mercedes. C'è proprio qui vicino una offelleriadondesto solita prendere il mio Madera; fa così bene per la voce il Madera!
Il signore quasi disperatamente cercava di levare di tasca la rotella di panforte, la quale era stata spinta in giù con tanta violenza che non voleva venir fuori.
Dal fondo della tasca la rotella senese ghignava: «in che ballo ti sei messo!»
— Signorina Mercedes — replicò ilpaterfamilias— sia tanto gentile di accettare questa rotella di panforte in ricordo del felice incontro.
— Mamà non vuole! io devo essere ubbidiente. Io non voglio essere unaniñadesvergonzada. Ma già che lei vuol fare il generoso, mi paghi una pasta come dice mamà. Ecco il nostro pasticciere.
E facendo seguire il fatto alle parole, laseñoritaMercedes, spinse di botto la vetrina di una botteguccia da pasticciere.
— Vede che spigliatezza? — disse la signora al signore; ed il pasticciere, quasi aspettasse la compagnia, aveva fatto sedere il signore e la signora in un angolo discreto della botteguccia solitaria, e aveva detto: — Lei il solito Madera, è vero, signora? E il signore?
Il signore ne aveva d'avanzo dell'avventura. Guardò l'orologio: le sette di già. La minestra sarebbe stata fredda, oramai.
Un uomo può mangiare la minestra fredda e trovarla calda; ma per ottenere questo effetto, bisogna che egli abbia raggiunto un certo numero di gradi nella temperatura dionisiaca. Se no, accade quel che accadeva al signor Gaudenzi in quella sera, di sentir tutti i rimpianti per la minestra fredda.
La signora andalusa fece ogni sua arte per elevare quella temperatura, ma era quell'orribile voce che guastava tutto. Se non fosse stata la voce, quei resti di naufragiodi un'antica bellezza avrebbero forse avuto ancora una certa virtù calorifera.
— Signore, guardi, tutti dolci da un soldo come vuole la mamma! — aveva detto laseñoritaMercedes che pareva la padrona della bottega, appressandosi con un gran vassoio pieno.
— Va bene! Ma si disturba così la mamma che parla,hija de mi corazon?
E parlava di nobili e graziose cose: essere ella, ohimè! dopo tante esperienze, dopo tante amare vicissitudini, ancora ardentissima. E così dicendo gli occhi si volgevano al cielo come quelli di santa Teresa. Naturalmente non ricchezza chiedeva ella all'uomo; ma discrezione e cavalleresco riguardo. Quando la donna andalusa trova l'uomo cavalleresco, essa è vinta.
Tutto inutile!
Il cavalier Gaudenzi ascoltava distratto, e seguiva invece le operazioni della industre signorina Mercedes nella bottega; e avendo notato che i cartocci prendevano sul banco una proporzione inquietante, approfittò di una pausa e domandò il conto.
— Vuole il conto il signore? — domandò alla sua volta il pasticciere che stava accuratamentelegando un ultimo involto. — Tre bottiglie di Madera, dodici lire: tre lire il pollo, due i dolci e la consumazione.
— Il pollo? il Madera? — domandò il signore.
— Lagallina, figlia mia? — ripetè la madre con molta meraviglia.
— C'era in cucina una bella gallina, calda calda, l'ho fatta incartocciare.
— Ma lagallinae il Madera, spetta a me di pagare — disse la signora. — Perdoni, signore, la piccola inesperta figlia mia. Dacchè, signor, la nostra domestica è inferma, fa lei lamenagère.
E andò in cerca di una tasca e di un borsellino.
Ma esso era occulto in profondo.
Ma il panforte sussurrò: «Questo è lo scotto, e tocca a te: suvvia, paga!»
— Non permetterò mai! — disse la signora.
Ma le tasche negli abiti delle donne non sono facili a rintracciare, e d'altronde il signore avea di già saldato il conto.
«Or senti — bisbigliò ancora il panforte — tu saresti sommamente scortese se non impiegassi il resto delle ventilire a noleggiare una vettura per le signore».
Il suggerimento era cavalleresco, e fu il signore stesso che chiamò una vettura e vi fece salire la signora e la signorina Mercedes.
«Graziosissima avventura e te la sei cavata a buon mercato» — disse il panforte di Siena mentre il legno si allontanava. «Graziosissima, infatti! Venti lire buttate via così!»
«Eh, via! — replicò la rotella di panforte. — Tu oggi, uomo della legge, hai giocato la commedia per mille lire: una povera disgraziata, che forse ha fame, l'ha giocata per venti. Se tiri la somma, quell'infelice — a cui rimangono solo due occhi dell'antica bellezza come il violino del cieco — è ancora in credito verso di te».