ATTALA

ATTALANon spicca nella purezza del marmo antico come Antigone, Niobe, Andromaca e Polissena; non possiede, a grande intervallo, l'idealità umana di Francesca, di Cordelia, di Mignon, di Tecla; è una figura indecisa e ondeggiante nei contorni; romantica, in una parola, ancorchè ricca di vaghezza mistica, di passione e di novità.Ma il libro porta nell'arte un coefficiente nuovo e importantissimo; e Sainte-Beuve potè scrivere senza iperbole che con l'Atala(1804) il visconte di Chateaubriand «inaugurava» la nuova epoca letteraria francese, che durò poi fiorente e feconda fino al 1850.Quella figura voi non potete in alcun modo distaccarla dal suo contorno esotico e bizzarro, perchè l'ambientecomincia ad essere una parte integrante e non separabile dell'opera d'arte. Levate infatti le sponde del Mississipì e dell'Ohio, la verde solitudine delle savane, le scene delle tribù indiane e dei missionari, e che cosa vi resta di Attala? Una sorella minore di Cimodoce, una neofita ardente in lotta dolorosa fra l'amore e la fede; troppo raffinata per una selvaggia; un bel fiore delle grandi praterie portato in Europa dentro una porcellana di Sèvres.Ma che stupenda intuizione della natura in questo breve racconto; ma che meravigliosa poesia di paesaggio! Gian Giacomo Rousseau è grande, ma Chateaubriand è più che un suo profeta. Nei suoi viaggi in America egli ha avuto dinanzi agli occhi ben altro che i dintorni di Ginevra. E peregrinando lungo le sponde di quei fiumi, di cui tanto aveva sentito narrare efavoleggiare, e perdendosi per quelle foreste enormi e terribili, e ingolfandosi per quelle distese di verde senza confini, un concetto più vasto e un senso più profondo della natura si era formato dentro di lui, che poi seppe trovare le parole per significarli e dipingerli.Quello che avvolge e penetra questo racconto, e forma il suo più forte fascino per noi, è la poesia delle grandi solitudini. Non fu sconosciuta ai poeti classici. Sofocle nelFilottetefa risuonare la deserta isola di Lemno di voci inspirate da questo sentimento vago, quando l'eroe ferito e solo parla alle grotte selvagge, ai flutti del mare rompenti contro gli scogli, al monte Ermeone «che tante volte ha ripercosso gli urli del suo dolore» che niun uomo vivente poteva ascoltare e consolare. Virgilio, nella divina sensibilità del suo spirito, mostra d'aver sentito anche questo aspetto della poesia universale.Ricordate, fra altri parecchi, quei due suoi versi dell'egloga VI:Incipiant sylvæ cum primum surgere, cumqueRara per ignotos errent animalia montes,e massime il secondo, che trasporta a un tratto la fantasia nella solitudine silenziosa di un mondo primitivo. È la rapida magìa di tutti i grandi poeti.***Quando Daniele De Foë, presa l'idea nuda da un racconto di Alessandro Selkirk, e forse la primissima ispirazione dallaTempestadi Shakespeare, componeva le sueAvventure di Robinson,egli certo non immaginava che metteva le mani a uno dei libri più avidamente cercati e letti di cui s'abbia memoria.Gli è che i tempi si erano maturati e volgevano propizi a questo speciale genere di poesia.Da un lato il logoramento delle vecchiemitologie, dall'altro il dissidio sempre più vivo tra l'uomo moderno e i vecchi ordini sociali, dovevano spingere, anche sull'arte, una potente azione sovvertitrice. Le fantasie cercavano il nuovo; l'uomo sentiva sopratutto il bisogno di un più intimo avvicinamento colla vita universale. I navigatori arditi e romanzeschi avevano aperto vasti orizzonti a invenzioni narrative in cui fosse principalmente protagonista l'uomo di fronte alla natura; l'uomo come cercatore, conquistatore, contemplatore. Il punto culminante poi di questa idealità nuova doveva essere l'individuo umano solo, non d'altro armato che del suo volere e della sua mente, in lotta disperata con gli elementi furiosi e ribelli, con le peripezie inaspettate, coi rischi dell'ignoto. E in mezzo agli episodi delle lotte e dopo di esse, scaturiva naturale dall'anima umana la lirica della contemplazione e del rapimento vittorioso dinanzi a quelle solitudini per la prima volta esplorate, piene disorprese e di meraviglie. Di qui il fascino e la fortuna immensa del libro di Daniele De Foë.Ma all'irrequieto orangista della prima metà del secolo XVIII, così acuto nell'osservare ed esatto nel descrivere, mancava una facoltà. Egli non era artista, non era poeta nel senso eminente della parola. Oh certo, se il De Foë avesse veduto il suo Robinson nell'isola deserta del Pacifico, come Sofocle avrà contemplato il suo Filottete sullo scoglio di Lemno, qualcosa ben altrimenti meravigliosa sarebbe uscita dalla sua penna! Invece del romanzo avremmo avuto il poema.***Quel senso poetico che fa difetto nello scrittore inglese, abbonda invece in Chateaubriand. E notate differenza rispetto a quest'ultimo: nel descrivere l'azione e la passione umana egli è spesso ricercato e iperbolico. Per contrario, dinanzi alle grandi scene dipaese egli acquista una castigatezza potente e una precisione mirabile.Disgraziato l'artista — osservò anche il Gioberti — che si pone a lottare d'invenzione al cospetto della natura fisica! Egli non ha che da osservare e da ritrarre; ma osservando e ritraendo mette in giuoco tutte le sue più riposte e squisite facoltà estetiche. Guardando uno stesso angolo di viali e lo stesso gruppo d'alberi nel bosco di Fontainebleau — è l'About che ce lo narra — Alfredo de Musset, Giorgio Sand e Victor Hugo attingevano tre diversi generi di ispirazione, ognuno bello alla sua maniera: il guardaboschi intanto calcolava freddamente che dieci carri di legna si potevano tagliare da quei begli alberi vecchi e che in quell'angolo di viali c'era spazio adatto per innalzare una bella catasta.Lo Chateaubriand è pittore esatto ed è poeta. Nelle forme, nei colori e nei movimenti della natura egli coglie l'incognito indistintoche Dante vedeva nell'ingressodel suo Purgatorio. La sinfonia immitativa della foresta, che Riccardo Wagner ha tentato d'esprimere con tutti gli strumenti della sua orchestra, lo Chateaubriand l'ha ascoltata prima di lui, vagando sulle sponde dei fiumi americani: ha sentito cantare l'anima di quelle selve primitive e ce la rende nei numeri della sua prosa, in cui erra, come l'eco di un sinfonismo occulto, misterioso, incantevole... «Quand tous ces fleuves se sont gonfilès des dèluges de l'hiver; quand les tempètes ont abattu des pans entiers de forètes, les arbres dèracinès s'assemblent sur les sources. Bientôt la vase les cemente, les lianes les enchainent et des plantes y prenant racine de toutes parts, achèvent de consolider cos dèbris. Charriès par la vague ècumante, ils descendent au Meschacèbè. Le fleuve s'en empare, les pousse au golfe Mexicain, les èchoue sur des bancs de sable, et accroit ainsi le nombre de ses embouchures. Parintervalle, il èlève sa voix en passant sous les monts, et rèpand ses eaux dèbordèes autour des colonnades des forèts et des pyramides des tombeaux indiens; c'est le Nil des dèserts. Tandis que le courant du milieu entraine vers la mer les cadavres des pins et des chènes, on voit sur les deux courants latèraux remonter, le long des rivages, des iles flottantes des pistias et des nènuphars, dout les roses jaunes s'èlèvent comme de petits pavillons. Des serpents verts, des hèrons bleus, des flamants roses, de jeunes crocodiles s'embarquent passagers sur les vaisseaux de fleurs; et la colonie, dèployant au vent ses voiles d'or, va aborder endormie dans quelque anse retirèe du fleuve....»Qui ogni senso di gonfiezza e prolissità vien meno; esse si tirano in disparte e lasciano luogo ad una rigorosa e sapiente economia di frasi, ognuna delle quali ha un valore netto e forte, non solo per sè stessa, ma anche, epiù, per la gradazione mirabile nella composizione del tutto. Son tanti colpi di pennello guidati, non solo dal gusto del colore, ma anche, e più, da un senso correttissimo della prospettiva aerea.***Talvolta lo scrittore (potrei dire il pittore) sente che le grandi linee non bastano per rendere la poesia di quegli orizzonti senza confini, di quelle vegetazioni colossali, di quelle interminabili gamme di suoni e di colori; e allora egli trova nel vero l'episodio breve, caratteristico, potente, che anima in un attimo tutta la scena, come una macchietta i dirupi di Salvator Rosa, e in cui pare che tutta la vita del paesaggio palpiti, si condensi, si riassuma. «...On voit dans ces prairies sans bornes errer à l'aventure des troupeaux de trois ou quatre mille buffles sauvages. Quelquefois un bison chargè d'annèes, fendant les flots à la nage,se vient coucher parmi des hautes herbes, dans une ile da Meschacèbè. A son front ornè de deux croissants à sa barbe antique et limoneuse vous le prendriez pour le Dieu du fleuve, qui jette un oeil satisfait sur la grandeur de ses ondes et la sauvage abondance de ses rives...«...De l'extremitè des avenues on aperçoit des ours enivrès de raisins, qui chancellent sur les branches des ormeaux; des cariboux se baignent dant un lac... des colibris ètincellent sur le jasmin des Florides, et des serpents oiseleurs sifflent suspendus aux dômes des bois en s'y balançant comme des lianes...»Si potrebbero citare, e credo con gusto squisito di chi legge, delle lunghe pagine maravigliose. Chi ha mai descritto meglio la terribilità di un uragano, squassante e ruinante traverso le foreste della Luigiana? Chi gli incanti e la tenerezza melanconica d'un pleniluniosul silenzio verde d'una interminabilesavana?***Il dramma umano, lo ripeto, riesce in questo racconto soprafatto dalle bellezze del paesaggio. Come è prolisso predicatore e fiacco ragionatore quel buon padre Aubry! Leggete il lungo discorso nel quale, dinanzi alla triste solennità della morte, cerca di persuadere ai fidanzati la rassegnazione e il distacco da tutte le cose terrene. Può darsi benissimo che il Manzoni se lo sia ricordato mentre metteva in bocca a fra Cristoforo quelle ultime sue parole di ammonimento e di congedo a Renzo e Lucia sulla soglia del Lazzaretto; ma che divario tra l'eloquenza del cappuccino lombardo e quella del missionario francese! Fra Cristoforo tocca della fugacità dell'amore con una delicatezza di pessimismo cristiano, ineffabile; il padre Aubry prepara frasi edenfasi al futuro predicozzo del padre d'Armando nellaDame aux camèlias.Dei tre caratteri il meglio scolpito è quello di Ciactas. Questo selvaggio che i casi della vita hanno portato in Europa; che ha visto Versailles e Luigi XIV; che ha assistito alle tragedie di Racine; che ha ascoltato le orazioni funebri di Bossuet, ma serba invincibile la nostalgia delle sue foreste, e riprende la vita nomade e si mantiene indiano e pagano fino alla cieca decrepitezza, parmi che mostri nell'artefice che l'ha ideato e messo in azione, una facoltà addirittura d'ordine superiore.Alcuni tratti hanno, direi quasi dello shakespeariano. Attala è presso a spirare e il prete le sta amministrando i sacramenti. Il giovane selvaggio guarda muto, accorato e attonito a quegli apparecchi d'una liturgica misteriosa; ma quando vede splendere le ampolle dell'olio santo, rompe a un tratto il silenzio: «Mon père, cè remède rendrat-il la vie à Attala?...»E anche la povera Attala, se troppo spesso non la possiamo ammirare, l'amiamo sempre in questo racconto e la ricordiamo con mesta dolcezza. L'amiamo come un leggiadro e doloroso ideale femminino animante quel paesaggio meraviglioso.***Il suo funerale è una scena d'alta e pietosa poesia, che, una volta letta, non si dimentica.«La lune preta son flambeau à cette veillèe funèbre. Elle se leva au milieu de la nuit, comme une blanche vestale qui vient pleurer sur le cercueil d'une compagne. Bientôt elle rèpandit dans les bois ce grand sècret de melancolie qu'elle aime à raconter aux vieux chènes et aux rivages antiques des mers.» — O Lamartine, che cosa saprai tu dire di meglio nella sonante melopea delle tueMeditazioni?Mentre il bel corpo d'Attala è ricoperto dalla terra che vi lasciano cader sopra le mani tremanti di Ciactas, anche il tipo della fanciulla ci pare che ondeggi, si perda e svapori nel folto delle boscaglie, nel verde delle praterie. Si lascia dietro un tenue vapore d'incenso; e segue a suonare per l'aria d'intorno a noi il versetto di Giobbe, che il vecchio missionario, rimasto solo, ricordando la bella e infelice indiana, mormorava di notte alla grande foresta:«Io sono passata come un fiore; io mi sono inaridita come l'erba dei campi».

Non spicca nella purezza del marmo antico come Antigone, Niobe, Andromaca e Polissena; non possiede, a grande intervallo, l'idealità umana di Francesca, di Cordelia, di Mignon, di Tecla; è una figura indecisa e ondeggiante nei contorni; romantica, in una parola, ancorchè ricca di vaghezza mistica, di passione e di novità.

Ma il libro porta nell'arte un coefficiente nuovo e importantissimo; e Sainte-Beuve potè scrivere senza iperbole che con l'Atala(1804) il visconte di Chateaubriand «inaugurava» la nuova epoca letteraria francese, che durò poi fiorente e feconda fino al 1850.

Quella figura voi non potete in alcun modo distaccarla dal suo contorno esotico e bizzarro, perchè l'ambientecomincia ad essere una parte integrante e non separabile dell'opera d'arte. Levate infatti le sponde del Mississipì e dell'Ohio, la verde solitudine delle savane, le scene delle tribù indiane e dei missionari, e che cosa vi resta di Attala? Una sorella minore di Cimodoce, una neofita ardente in lotta dolorosa fra l'amore e la fede; troppo raffinata per una selvaggia; un bel fiore delle grandi praterie portato in Europa dentro una porcellana di Sèvres.

Ma che stupenda intuizione della natura in questo breve racconto; ma che meravigliosa poesia di paesaggio! Gian Giacomo Rousseau è grande, ma Chateaubriand è più che un suo profeta. Nei suoi viaggi in America egli ha avuto dinanzi agli occhi ben altro che i dintorni di Ginevra. E peregrinando lungo le sponde di quei fiumi, di cui tanto aveva sentito narrare efavoleggiare, e perdendosi per quelle foreste enormi e terribili, e ingolfandosi per quelle distese di verde senza confini, un concetto più vasto e un senso più profondo della natura si era formato dentro di lui, che poi seppe trovare le parole per significarli e dipingerli.

Quello che avvolge e penetra questo racconto, e forma il suo più forte fascino per noi, è la poesia delle grandi solitudini. Non fu sconosciuta ai poeti classici. Sofocle nelFilottetefa risuonare la deserta isola di Lemno di voci inspirate da questo sentimento vago, quando l'eroe ferito e solo parla alle grotte selvagge, ai flutti del mare rompenti contro gli scogli, al monte Ermeone «che tante volte ha ripercosso gli urli del suo dolore» che niun uomo vivente poteva ascoltare e consolare. Virgilio, nella divina sensibilità del suo spirito, mostra d'aver sentito anche questo aspetto della poesia universale.Ricordate, fra altri parecchi, quei due suoi versi dell'egloga VI:

Incipiant sylvæ cum primum surgere, cumqueRara per ignotos errent animalia montes,

Incipiant sylvæ cum primum surgere, cumque

Rara per ignotos errent animalia montes,

e massime il secondo, che trasporta a un tratto la fantasia nella solitudine silenziosa di un mondo primitivo. È la rapida magìa di tutti i grandi poeti.

***

Quando Daniele De Foë, presa l'idea nuda da un racconto di Alessandro Selkirk, e forse la primissima ispirazione dallaTempestadi Shakespeare, componeva le sueAvventure di Robinson,egli certo non immaginava che metteva le mani a uno dei libri più avidamente cercati e letti di cui s'abbia memoria.

Gli è che i tempi si erano maturati e volgevano propizi a questo speciale genere di poesia.

Da un lato il logoramento delle vecchiemitologie, dall'altro il dissidio sempre più vivo tra l'uomo moderno e i vecchi ordini sociali, dovevano spingere, anche sull'arte, una potente azione sovvertitrice. Le fantasie cercavano il nuovo; l'uomo sentiva sopratutto il bisogno di un più intimo avvicinamento colla vita universale. I navigatori arditi e romanzeschi avevano aperto vasti orizzonti a invenzioni narrative in cui fosse principalmente protagonista l'uomo di fronte alla natura; l'uomo come cercatore, conquistatore, contemplatore. Il punto culminante poi di questa idealità nuova doveva essere l'individuo umano solo, non d'altro armato che del suo volere e della sua mente, in lotta disperata con gli elementi furiosi e ribelli, con le peripezie inaspettate, coi rischi dell'ignoto. E in mezzo agli episodi delle lotte e dopo di esse, scaturiva naturale dall'anima umana la lirica della contemplazione e del rapimento vittorioso dinanzi a quelle solitudini per la prima volta esplorate, piene disorprese e di meraviglie. Di qui il fascino e la fortuna immensa del libro di Daniele De Foë.

Ma all'irrequieto orangista della prima metà del secolo XVIII, così acuto nell'osservare ed esatto nel descrivere, mancava una facoltà. Egli non era artista, non era poeta nel senso eminente della parola. Oh certo, se il De Foë avesse veduto il suo Robinson nell'isola deserta del Pacifico, come Sofocle avrà contemplato il suo Filottete sullo scoglio di Lemno, qualcosa ben altrimenti meravigliosa sarebbe uscita dalla sua penna! Invece del romanzo avremmo avuto il poema.

***

Quel senso poetico che fa difetto nello scrittore inglese, abbonda invece in Chateaubriand. E notate differenza rispetto a quest'ultimo: nel descrivere l'azione e la passione umana egli è spesso ricercato e iperbolico. Per contrario, dinanzi alle grandi scene dipaese egli acquista una castigatezza potente e una precisione mirabile.

Disgraziato l'artista — osservò anche il Gioberti — che si pone a lottare d'invenzione al cospetto della natura fisica! Egli non ha che da osservare e da ritrarre; ma osservando e ritraendo mette in giuoco tutte le sue più riposte e squisite facoltà estetiche. Guardando uno stesso angolo di viali e lo stesso gruppo d'alberi nel bosco di Fontainebleau — è l'About che ce lo narra — Alfredo de Musset, Giorgio Sand e Victor Hugo attingevano tre diversi generi di ispirazione, ognuno bello alla sua maniera: il guardaboschi intanto calcolava freddamente che dieci carri di legna si potevano tagliare da quei begli alberi vecchi e che in quell'angolo di viali c'era spazio adatto per innalzare una bella catasta.

Lo Chateaubriand è pittore esatto ed è poeta. Nelle forme, nei colori e nei movimenti della natura egli coglie l'incognito indistintoche Dante vedeva nell'ingressodel suo Purgatorio. La sinfonia immitativa della foresta, che Riccardo Wagner ha tentato d'esprimere con tutti gli strumenti della sua orchestra, lo Chateaubriand l'ha ascoltata prima di lui, vagando sulle sponde dei fiumi americani: ha sentito cantare l'anima di quelle selve primitive e ce la rende nei numeri della sua prosa, in cui erra, come l'eco di un sinfonismo occulto, misterioso, incantevole... «Quand tous ces fleuves se sont gonfilès des dèluges de l'hiver; quand les tempètes ont abattu des pans entiers de forètes, les arbres dèracinès s'assemblent sur les sources. Bientôt la vase les cemente, les lianes les enchainent et des plantes y prenant racine de toutes parts, achèvent de consolider cos dèbris. Charriès par la vague ècumante, ils descendent au Meschacèbè. Le fleuve s'en empare, les pousse au golfe Mexicain, les èchoue sur des bancs de sable, et accroit ainsi le nombre de ses embouchures. Parintervalle, il èlève sa voix en passant sous les monts, et rèpand ses eaux dèbordèes autour des colonnades des forèts et des pyramides des tombeaux indiens; c'est le Nil des dèserts. Tandis que le courant du milieu entraine vers la mer les cadavres des pins et des chènes, on voit sur les deux courants latèraux remonter, le long des rivages, des iles flottantes des pistias et des nènuphars, dout les roses jaunes s'èlèvent comme de petits pavillons. Des serpents verts, des hèrons bleus, des flamants roses, de jeunes crocodiles s'embarquent passagers sur les vaisseaux de fleurs; et la colonie, dèployant au vent ses voiles d'or, va aborder endormie dans quelque anse retirèe du fleuve....»

Qui ogni senso di gonfiezza e prolissità vien meno; esse si tirano in disparte e lasciano luogo ad una rigorosa e sapiente economia di frasi, ognuna delle quali ha un valore netto e forte, non solo per sè stessa, ma anche, epiù, per la gradazione mirabile nella composizione del tutto. Son tanti colpi di pennello guidati, non solo dal gusto del colore, ma anche, e più, da un senso correttissimo della prospettiva aerea.

***

Talvolta lo scrittore (potrei dire il pittore) sente che le grandi linee non bastano per rendere la poesia di quegli orizzonti senza confini, di quelle vegetazioni colossali, di quelle interminabili gamme di suoni e di colori; e allora egli trova nel vero l'episodio breve, caratteristico, potente, che anima in un attimo tutta la scena, come una macchietta i dirupi di Salvator Rosa, e in cui pare che tutta la vita del paesaggio palpiti, si condensi, si riassuma. «...On voit dans ces prairies sans bornes errer à l'aventure des troupeaux de trois ou quatre mille buffles sauvages. Quelquefois un bison chargè d'annèes, fendant les flots à la nage,se vient coucher parmi des hautes herbes, dans une ile da Meschacèbè. A son front ornè de deux croissants à sa barbe antique et limoneuse vous le prendriez pour le Dieu du fleuve, qui jette un oeil satisfait sur la grandeur de ses ondes et la sauvage abondance de ses rives...

«...De l'extremitè des avenues on aperçoit des ours enivrès de raisins, qui chancellent sur les branches des ormeaux; des cariboux se baignent dant un lac... des colibris ètincellent sur le jasmin des Florides, et des serpents oiseleurs sifflent suspendus aux dômes des bois en s'y balançant comme des lianes...»

Si potrebbero citare, e credo con gusto squisito di chi legge, delle lunghe pagine maravigliose. Chi ha mai descritto meglio la terribilità di un uragano, squassante e ruinante traverso le foreste della Luigiana? Chi gli incanti e la tenerezza melanconica d'un pleniluniosul silenzio verde d'una interminabilesavana?

***

Il dramma umano, lo ripeto, riesce in questo racconto soprafatto dalle bellezze del paesaggio. Come è prolisso predicatore e fiacco ragionatore quel buon padre Aubry! Leggete il lungo discorso nel quale, dinanzi alla triste solennità della morte, cerca di persuadere ai fidanzati la rassegnazione e il distacco da tutte le cose terrene. Può darsi benissimo che il Manzoni se lo sia ricordato mentre metteva in bocca a fra Cristoforo quelle ultime sue parole di ammonimento e di congedo a Renzo e Lucia sulla soglia del Lazzaretto; ma che divario tra l'eloquenza del cappuccino lombardo e quella del missionario francese! Fra Cristoforo tocca della fugacità dell'amore con una delicatezza di pessimismo cristiano, ineffabile; il padre Aubry prepara frasi edenfasi al futuro predicozzo del padre d'Armando nellaDame aux camèlias.

Dei tre caratteri il meglio scolpito è quello di Ciactas. Questo selvaggio che i casi della vita hanno portato in Europa; che ha visto Versailles e Luigi XIV; che ha assistito alle tragedie di Racine; che ha ascoltato le orazioni funebri di Bossuet, ma serba invincibile la nostalgia delle sue foreste, e riprende la vita nomade e si mantiene indiano e pagano fino alla cieca decrepitezza, parmi che mostri nell'artefice che l'ha ideato e messo in azione, una facoltà addirittura d'ordine superiore.

Alcuni tratti hanno, direi quasi dello shakespeariano. Attala è presso a spirare e il prete le sta amministrando i sacramenti. Il giovane selvaggio guarda muto, accorato e attonito a quegli apparecchi d'una liturgica misteriosa; ma quando vede splendere le ampolle dell'olio santo, rompe a un tratto il silenzio: «Mon père, cè remède rendrat-il la vie à Attala?...»

E anche la povera Attala, se troppo spesso non la possiamo ammirare, l'amiamo sempre in questo racconto e la ricordiamo con mesta dolcezza. L'amiamo come un leggiadro e doloroso ideale femminino animante quel paesaggio meraviglioso.

***

Il suo funerale è una scena d'alta e pietosa poesia, che, una volta letta, non si dimentica.

«La lune preta son flambeau à cette veillèe funèbre. Elle se leva au milieu de la nuit, comme une blanche vestale qui vient pleurer sur le cercueil d'une compagne. Bientôt elle rèpandit dans les bois ce grand sècret de melancolie qu'elle aime à raconter aux vieux chènes et aux rivages antiques des mers.» — O Lamartine, che cosa saprai tu dire di meglio nella sonante melopea delle tueMeditazioni?

Mentre il bel corpo d'Attala è ricoperto dalla terra che vi lasciano cader sopra le mani tremanti di Ciactas, anche il tipo della fanciulla ci pare che ondeggi, si perda e svapori nel folto delle boscaglie, nel verde delle praterie. Si lascia dietro un tenue vapore d'incenso; e segue a suonare per l'aria d'intorno a noi il versetto di Giobbe, che il vecchio missionario, rimasto solo, ricordando la bella e infelice indiana, mormorava di notte alla grande foresta:

«Io sono passata come un fiore; io mi sono inaridita come l'erba dei campi».


Back to IndexNext