XLIII.

La prima seduta fu lunga, nojosissima per Clelia--non per me. Io m'ero posto dietro le spalle d'Eugenio e portando gli occhi ora sopra Clelia, ora sopra la matita di Eugenio, aveva visto da quel fondo bianco uscire mano mano la fisonomia adorata della mia compagna--erano i suoi occhi, i suoi grandi occhi, la sua bocca leggiadra, sorridente, i suoi capelli lucenti--ogni traccia di carbone era un soffio novello che infondeva sempre maggior vita in quella fantastica creazione.

Una creazione, sì, la idea che s'incarna è sempre una creazione--non invidiarne a Dio la facoltà di creare; per quanto è in noi, per quanto può giovare ai nostri bisogni, alla nostra fantasia, noi siamo creatori al pari di lui. Se non possiamo spingere i mondi a roteare nello spazio, noi possiamo dire al nostro spirito d'errare più lontano di quei mondi.

L'arte è forma, ma la forma è pur essa una creazione. Trasformare è creare--gli elementi esistevano prima dell'uomo--l'uomo ne ha mutato le linee; ecco tutto--Ma quanta immensità in ciò! Il sasso da cui Pigmalione traeva Galatea esisteva mille e mille anni prima di lui; ma Galatea non era ancora. Nacque in lui, visse di lui, alimentata nella sua mente; era un sorriso d'amore, un fantasma vagheggiato, tutto suo--la divinità non vi aveva posto nulla, e tuttavia quel fantasma viveva la vita dell'idea. Essa aveva aspettato, sepolta in quel sasso, l'artista innamorato. Il martello dell'arte, con colpi febbrili di braccio illuminato, ricercò la donna sotto il marmo--e Galatea fu.

In quel giorno stesso la fisonomia di Clelia fu interamente sbozzata. Uno strano sentimento mi nacque in quel punto. Contemplando quella tela parevami d'essere innanzi a qualche cosa di vivo, di reale, come se il pennello di Eugenio mi avesse rapito una parte di Clelia per rinchiuderla in quelle linee. Come mai poteva essere che quella tela assomigliasse a Clelia, senza che ne avesse qualche cosa?--V'hanno forse nella natura somiglianze di forma, senza partecipazione d'essenza? Fissandomi in quel pensiero, la mia illusione crebbe sempre più; io continuava a rimirare quel quadro con una specie di gelosia; non poteva corrervi dubbio, quelle linee si muovevano, sotto quelle tinte v'erano delle fibre e delle vene, e nelle vene il sangue, la vita, la vita della mia Clelia. Quest'ultima idea mi atterrì; io mi volsi guardandomi attorno--Eugenio ripuliva i pennelli, facendosi presso al balcone su cui batteva l'ultima luce del giorno--Clelia mi guardava sorridendo della mia muta contemplazione.

Lo dirò io? La stanchezza che dava a Clelia un molle languore, la luce incerta e povera che le imbiancava le guancie rinvigorirono la mia allucinazione. E vi fu un momento in cui mi persuasi che quell'onda di vita che errava su quell'abbozzo fosse realmente involata alla vita di Clelia, e che di tanto ne andasse diminuita la vitalità del mio amore, quanta era la vitalità di quel quadro.

Io guardava Clelia, non era più quella di prima--guardava quell'immagine ancora informe, e vi rinveniva qualche cosa di Clelia--parevami che se avessi d'un solo tratto visto innanzi a me le due figure, il fantasma di Clelia, come io l'aveva avuta fino a quel punto, si sarebbe ricostruito nella mia mente; ma senza di ciò ogni mio studio era vano.

Charruà entrò portando un candelabro acceso--la nuova luce diradò la folle visione e i vaneggiamenti della fantasia conturbata."

"Passarono alcuni giorni. Eugenio era venuto regolarmente alle sue sedute; Clelia anch'essa non aveva mancato; pareva svogliata, stanca, ma sapeva di farmi piacere e non si lamentava.

La tela era oramai al suo termine, il volto e le mani erano finite con cura, ci si vedeva entro la vita; si poteva girare attorno alla sua persona, e l'aria dietro il capo scherzava coi suoi capelli. Se fossero stati sprigionati, avrei creduto di agitarli col mio respiro.

Era una bella tela, da inorgoglire qualunque gran maestro ne fosse stato l'autore. Eugenio pareva compiacersene; durante le sue sedute egli rimaneva talora alcuni istanti immobile a guardare Clelia, poi volgeva l'occhio sul lavoro, e il suo volto non accennava lo sconforto. Ma non accennava tuttavia l'orgoglio, e sebbene quel silenzio parlasse assai chiaro, la soddisfazione dell'artista che sorride alla sua creazione non si palesava in altro modo.

Talvolta Clelia pareva imbarazzata di quegli sguardi lunghi, penetranti, e si volgeva a me come se io potessi temperarle quella noia. Talvolta io stesso non poteva risparmiarmi un pensiero di gelosia, e avrei voluto dire ad Eugenio che non guardasse Clelia in quel modo, ma per vergogna invece lo avrei nascosto a me medesimo.

Un giorno Clelia impallidì d'improvviso sotto l'impressione d'uno di quegli sguardi, mi guardò, vide che io l'osservava e mi rivolse un gesto come a dirmi che ella si sentiva venir meno. Balzai in piedi e le fui dappresso. La stanchezza, l'immobilità le avevano fatto male. Era così fragile il suo corpicciuolo di libellula!"

"Da quel giorno Clelia mancò alle sedute; se ne sottrasse per alcun tempo col pretesto di non star bene; in seguito con mille altri, mendicati giorno per giorno.

Questa improvvisa determinazione si associava ad un mutamento del suo contegno verso Eugenio. Era fredda e riservata con lui, lo accoglieva gentile, ma senza accordargli più quella confidenza amichevole che era stata già frutto di molte lotte.

Eugenio anche questa volta non s'accorse di nulla, o almeno non fe' cosa che dinotasse di essersene accorto. Era sempre buono e dolce, sempre mesto, sempre egualmente amante dell'arte sua.

Ricominciarono le mie smanie d'un tempo; ma poi che io mi era abituato all'armonia che faceva felice la corrispondenza delle nostre anime, ne soffrii più acerbamente, e dal soffrire più acerbo passai all'essere più insofferente di quella nuova e più strana ingiustizia di Clelia, e a dirglielo con accento di rimprovero. La poveretta non mi rispondeva e chinava gli occhi.

--Voglio dire, soggiunsi un giorno più esacerbato del solito, voglio dire che assai meschina scusa al capriccio è l'Amore, e che se il tuo affetto basta al mio cuore di sposo, la tua condotta con lui ferisce il tuo spirito e lo accusa di picciolezza; e le anime nobili e generose davvero, aggiunsi con accento più dolce per temperare la durezza delle parole, e le anime nobili non si comportano di tal guisa, e se hanno stimato altrui una volta, lo stimano sempre.

Clelia proruppe in lagrime. La lasciai col cuore spezzato dalla tenerezza, ma colla mente agitata. E quel giorno, per la prima volta, io fui severo e crudele, e lasciai che piangesse senza confortarla.

Quando la rividi un'ora dopo, aveva la faccia sfigurata dalle lagrime, e piangeva ancora."

FINE DEL PRIMO VOLUME.

MILANOE. TREVES & C. EDITORI

Tip. Internazionale.

"Quella notte Clelia ebbe la febbre.

Io non saprò dipingere mai lo stato del mio animo in quel giorno fatale. Pensavo ad Eugenio, alla stranezza della condotta di Clelia verso di lui, alle parole brusche che io le aveva diretto; mi sentiva commosso dalle lagrime che aveva visto, pauroso dello stato in cui Clelia si trovava, e poichè tutte queste sensazioni si avvicendavano così rapidamente da confondersi, e non concepiva colla mente il nesso che le legava, io me ne rimaneva sbigottito meglio che offeso, senza avere la forza di perdonare, e senza sapermi dare ragione della mia durezza.

Aveva ella pianto per i miei rimproveri, ovvero per la cagione stessa che li aveva provocati? Se le mie parole erano state dure, ella doveva comprendere troppo bene che non v'aveva parte il mal animo--nè io le aveva detto cosa tanto acerba da cagionarle così gran dolore--e se ella aveva coscienza dell'ingiustizia dei suoi modi, il rimprovero doveva parerle meno amaro. La colpa subisce il rimprovero, l'innocenza solo ha diritto di piangerne. E come se questa matassa non fosse ancora ingarbugliala abbastanza, a crescere lo scompiglio del mio cuore agitato, mi rifeci al primo pensiero che m'era venuto, e domandai a me stesso perchè mai Clelia si mostrasse ancora insofferente di Eugenio--e me ne strussi indarno.

Nè d'altra parte io era certo di non illudermi--potevo aver scambiato i suoi sentimenti e falsatane la natura--quell'apparente freddezza con cui ella accoglieva Eugenio, poteva essere un effetto indiretto d'un'altra causa ignorata. E quale era mai questo segreto? e perchè un segreto con me? d'onde mai era venuta la forza che aveva separato l'inseparabile, disarmonizzato l'armonia perfetta, allontanato i nostri cuori che avevano per tanto tempo confuso i loro battiti e diviso tutta la loro potenza d'amore?

Ebbi la febbre anch'io--la febbre del dubbio; e mi trassi al capezzale di Clelia coll'anima lacerata.

Clelia dormiva; un sonno agitato, convulso. Io stetti buona pezza a rimirarla commosso--in quel momento non dubitai più che le mie parole fossero state la causa del suo dolore, e me ne feci rimprovero.

A poco a poco l'ansia del suo petto si fè più calma, la sua respirazione più regolare, il suo sonno più tranquillo.

Allontanai la lampada perchè la luce non la destasse, e mi assisi dinnanzi ad un tavolo. Una melanconia profonda mi prese in quell'ora e non so perchè io mi sentiva come impaurito; il mio avvenire, che è oggi questo povero presente, non mi sorrideva più come prima; io non osava più abbandonarmi come un tempo a quel confidente fantasticare che si alimenta di speranze e di promesse.

Le ore corsero veloci; io ne udiva ad ogni tratto i rintocchi agli orologi delle chiese--d'improvviso mi parve udire una parola pronunziata a bassa voce--mi rivolsi come per rispondere; e allora conobbi che quella voce veniva dal letto di Clelia. Me le accostai. Dormiva... agitava le labbra... sognava forse di me, e un sorriso animava il suo volto. Era bella; di quella bellezza fantastica che i poeti, eterni ed ingenui sognatori, hanno immaginato per ingemmare la fronte della Musa.

Posi il mio labbro presso al suo labbro, rattenendo il respiro per non destarla. La sua bocca sorrise e mormorò ancora una parola.... un nome.... il nome d'Eugenio.... Il sangue mi corse al cuore che batteva a schiantarmi il petto--un sudore freddo mi spuntò sulla fronte, il mio corpo tremò e fui per cadere.

"Quel nome nel sogno è nulla, dissi a me stesso--può bene il delirio ricevere le manifestazioni più strane senza che risponda all'intimo sentimento dell'anima. E poi che cosa è mai un nome? e qual senso si rinchiude in esso--e in quale mai lo pronunciava il suo labbro?"

Ahi, che la mia ragione stessa mi torturava! fossi io stato in quell'istante un insensato! Ma avere una mente e domandare ad essa l'inganno, è follia maggiore di tutte. Ragionare è accettare la lotta, è combattere--l'istinto mi aveva fatto indovinare il veleno, il sillogismo me ne accostava la coppa alle labbra.

Se vi era illusione che potesse alimentare ancora la mia pace, conveniva non porla a cimento colla riflessione; così come io lo aveva udito, quel nome poteva avere un significato indistinto, fors'anco non averne alcuno; pensandovi, egli si aguzzava come la punta micidiale d'una freccia. Era una rivelazione involontaria, era un sospiro sfuggito all'ansia d'un petto conturbato, era fiamma dissimulata e tradita.

I miei occhi si offuscavano, mi tintinnivano le orecchie, e un'onda ardentissima mi saliva fluttuante alla testa.

Un lamento indarno soffocato mi uscì dal petto, e mi lasciai cadere bocconi ai piedi del letto, nascondendo la faccia fra le pieghe del lenzuolo.

Quanto tempo passasse di tal guisa non so dire--parevami che qualche cosa di strano avvenisse intorno a me; io teneva sempre gli occhi aperti, e parevami di sognare--mille figure bizzarre danzavano capricciose carole in un'atmosfera di fuoco--mi urtavano, mi portavano innanzi come un frammento di macigno sospinto da una valanga--e in mezzo a questo scompiglio io udiva ancora il monotono oscillare del pendolo nella camera, e il respiro lento di Clelia. E vedevo il suo volto pallido, e le sue braccia candide abbandonate sopra il guanciale, e i suoi capelli disciolti, e le sue labbra di rosa, e sulle sue labbra quel sorriso e quella parola:Eugenio....

Mi sollevai sbigottito, ebete, senza quasi aver coscienza di me medesimo. Mossi alcuni passi--senza avvedermene camminavo sulla punta dei piedi per non svegliarla--poi me le accostavo e la guardavo sorridendo; dimentica d'ogni cosa, la mia anima pareva volesse volare incontro alla sua ad abbracciarla, e che un segreto ammonimento la ritenesse e le dicesse con dolcezza: "zitto, ella dorme."

Avrei voluto illudermi, e m'illudevo senza saperlo--ma per breve ora. Arrestandomi ancora dinanzi ad essa, io vidi il suo labbro aprirsi un'altra volta, vidi un'altra volta quel sorriso....

Fuggii per non udire quella parola.

Nell'altra camera c'era Charruà; il poveretto aveva vegliato; vedendomi così stravolto mi si fece da presso. Io vidi su quella faccia nera la pietà che ricercavo, e caddi nelle di lui braccia, piangendo come un fanciullo."

"Vidi sorgere l'alba attraverso le lagrime. Triste cosa quell'alba. E tuttavia una speranza mi rianimò il petto; e il pensiero che io potessi essere in inganno tornò a sorridermi con insistenza. Clelia mi amava, mi aveva amato sempre--me ne aveva dato prova fino a poche ore prima; e poi, qual fede meritava una rivelazione del delirio? ed era poi una rivelazione? "Eh! via, una parola, un nome, non è in fin dei conti che un nome--dovrò io tessere sovr'esso una sventura con tanta sicurezza?"

Ritornai a Clelia con animo più calmo. Dormiva ancora; aspettai.

Poco dopo ella aprì gli occhi; mi vide e mi sorrise. Come mi fece bene quel sorriso! Pure ella aveva sorriso nello stesso modo poc'anzi.

"Non dissi lo strazio del mio cuore; lo serbai come un segreto; e con quell'avidità fatale che spinge l'uomo alla scienza della propria sciagura, spiai ogni gesto di Clelia per avvalorare di certezza il mio sospetto.

In quel giorno Clelia fu calma, amorevole, quasi lusinghiera.

Ignoro se ella mi leggesse in viso le traccie dell'affanno, o se io riuscissi a dissimulare tanto da ingannare l'occhio suo indagatore--so bene che ella mi guardava fiso e lungamente, e che il sangue mi correva più celere a quello sguardo, e che mi sentiva riconfortato, e quasi vergognoso d'aver dubitato del suo amore.

Venne Eugenio. Malgrado i miei ragionamenti fui freddo con lui--egli con me fu come per lo passato.

Clelia mi stette vicino--non si allontanò come io temeva. Ella dunque poteva guardare in faccia Eugenio senza arrossire, ed egli del paro. Buon pensiero che durò poco.

Non poteva forse per parte di Clelia essere questo un riguardo ai miei desiderii, così stoltamente manifestati? e forse che Eugenio avrebbe potuto interrompere le sue visite, senza palesarsi?...

Eugenio partì--il mio saluto non fu meno freddo. La giornata passò tristamente. Clelia non mi domandava conto del mio malumore; non se ne avvedeva ella? Non era possibile; ne conosceva dunque la causa, e lo sapeva ragionevole. Ahimè! non vi era più dubbio. Come fu presso all'imbrunire la pregai che andasse a letto; il riposo le avrebbe fatto bene. In vero ella era molto abbattuta; passeggiava per le camere, ma ad ogni tratto era costretta a sedersi.

Alla mia preghiera rispose con mestizia non averne voglia, la lasciassi ancora qualche ora. Non risposi.

Eravamo seduti a qualche distanza l'un dall'altro--ella sul divano, io sopra una seggiola a bracciuoli--tristi entrambi e muti.

Fece più volte atto di rivolgermi la parola, ma si pentì e si rattenne a mezzo ogni volta; ruminava in mente qualche cosa, levava il capo per guardarmi, e come io mi accorgeva dei suoi sguardi, li rivolgeva ancora al suolo e ve li teneva fissi gran tempo.

A poco a poco succedette al tramonto la notte; le ombre circondarono tutti gli oggetti che ci stavano intorno, i nostri volti sfuggivano alle ricerche dei nostri sguardi, fatti più audaci dalle tenebre.

--Raimondo--chiamò Clelia dolcemente.

--Che vuoi? risposi e mi feci presso a lei intenerito.

--Che tu segga daccanto a me.

Vi era in queste parole un accento così carezzevole e così afflitto, che mi ritornarono in folla alla mente le dolci memorie dei nostri giorni d'amore. Il mio cuore, rimasto così a lungo solo, versò all'improvviso la sua tenerezza. Le cinsi il collo d'un braccio, e coll'altra mano cercai la sua mano.

Clelia mi amava ancora. Lieto di questa certezza io dimenticai quasi ogni primitivo timore. Era stato un delirio il suo; ma più folle delirio il mio di alimentare d'un sospetto lo spasimo del mio cuore.

Per pagarla della mia freddezza fui tenero oltre l'usato. Ad ogni parola affettuosa che io le dirigeva sentiva la mia mano stretta più forte nella sua e il battito del suo petto accelerarsi. E allora avrei voluto scorgere nel suo viso l'espressione del suo animo; ma benchè me le accostassi tanto che le nostre labbra s'incontrassero, e aguzzassi del mio meglio lo sguardo, quella notte senza luna era inesorabile, nè mai un filo di luce che penetrasse nelle nostre stanze.

Charruà non portava i lumi; volli chiamarlo; afferrai il cordone del campanello; Clelia trattenne il mio braccio senza dir motto.

Gran parte della notte si passò di tal guisa; mai coppia d'amanti fu più ardente e commossa.

Parlammo di cento cose con abbandono; ma tuttavia era chiaro che ciascuno di noi nascondeva qualche cosa all'altro, e che struggendosi di parlare adoperava i più strani giri per arrivarvi senza lasciarne parere il desiderio.

--Domani sarà una bella giornata, mi disse Clelia.

Conobbi che questa era da parte sua l'ultima via per giungere alle spiegazioni, e che il suo partito oramai era preso. Che mi avrebbe detto ella mai?

Anch'io convenni che il domani sarebbe stata una bella giornata.

--E la campagna sarà sorridente di fiori e di profumi....

Io non ne dubitavo--e tuttavia non sapevo ancora a che volesse arrivare.

Non disse altro.

"Si è pentita," pensai.

Ma mi era ingannato; sentii la sua bocca accostarsi al mio orecchio e dirmi sommesso:

"Mi ci condurrai, non è vero?"

"Dove?" mi domandai, e prima che avessi tempo di rispondere, la mia mente aveva corso gran tratto il campo delle fantasticherie.

E mi parve d'udire il respiro affrettato di Clelia, e di sentire fremere il suo corpo vicino al mio. Allora il capo mi si confuse affatto; nuovi sospetti scesero nel cuore a straziarlo, e non osando più profferire parola, perchè pauroso di provocare una novella che non avrei saputo sopportare, tacqui.

--Raimondo, proseguì Clelia con voce più calma, la primavera è così bella! non vorrai tu che noi andiamo per qualche tempo sul lago?

--Vi andremo, risposi sbadato.

Ma pensando dopo breve tratto alla mia risposta, e per essa alla domanda di Clelia, mi riconfortai.--Vi andremo--soggiunsi con voce più ferma--è vero, la primavera è così bella! Ma perchè mai non attendere l'estate?

--La primavera è così bella!

--Hai ragione.

--Soli, non è vero?

--Soli!--Ahimè, che il terribile segreto mi si svelava tutto e le mie paure risorgevano più gagliarde.

--Eugenio vorrà forse venire con noi, balbettai coll'istinto di accertare la mia sciagura.

Attesi invano una risposta. Cercai la mano di Clelia che mi era sfuggita, cercai il suo corpo tentoni con ansietà inesprimibile. Sfiorai il morbido velluto dei suoi capelli, sentii il freddo marmoreo della sua fronte appoggiata al cuscino del divano, e alcune lagrime scorrermi fra le dita.

La gelosia vinse in me ogni altro sentimento; mi drizzai furibondo, col cuore che ruggiva una bestemmia. Il tremito del mio corpo, l'ansia del mio povero petto dovevano pur giungere fino a lei e farsi palesi anche nell'oscurità. La poveretta non faceva motto, e piangeva.

Ripiombai abbattuto sul seggiolone, cacciandomi le mani nei capelli.

--Raimondo, amico mio, salvami; pietà di me, in nome del nostro amore....

Può il cielo serbare alle sue creature uno strazio più crudele! Io non risposi, non piansi, non imprecai.

Essa lo amava! Spietato, inesorabile pensiero. E tuttavia se ne aggiunse uno più terribile, e non l'ebbi appena concepito che un brivido mi corse per le membra. Se Clelia avesse potuto vedermi in quel momento avrebbe avuto paura di me--io stesso ne aveva.

Inorridito da quel dubbio fatale sollevai la testa di Clelia che si era appoggiata sulle mie ginocchia, e respinsi il suo corpo che cadde abbandonato sul divano.

Mi levai istupidito dalla mia brutalità, e inciampando nei mobili passeggiai a gran passi. Dentro di me la desolazione muta; attorno a me le tenebre, i singhiozzi di Clelia, e l'oscillare del pendolo.

"Non cesserai tu dunque di misurare il mio dolore?"

Venni al fianco di Clelia, cupo, severo, minaccioso. Mi udì, e cessò il pianto.

--Giurami....--pronunciai sommesso, giurami....

Non dissi altro, non n'ebbi cuore--non n'ebbi pure il tempo.

Clelia si drizzò svincolandosi dal mio braccio. Ella aveva indovinato il mio sospetto--se ne risentiva come tigre ferita. Era terribile; io indovinava il suo sguardo, il corrugarsi del suo ciglio, la vedevo innanzi a me minacciosa.

--Taci, non dir altro--gridò imperiosamente; in nome del cielo--aggiunse un istante dopo supplichevole.

Sentii il suo corpo vacillare, e stramazzare per terra--volli soccorrerla--volli chiamare--non lo feci--la vergogna, la paura, il rimorso mi toglievano il senno. Caddi in ginocchio accanto a lei, implorando fra le lagrime il suo perdono."

"Avrei io acconsentito alla sua preghiera? Tutta la notte--eterna notte!--ruminai questo pensiero. L'amor proprio me ne sconsigliava, ma il cuore mi diceva d'arrendermi--nè andai più oltre. Il sonno di cui da tanto tempo non aveva provato i benefizii, venne non so per qual via a quetare il mio spirito.

Anche gli sventurati dormono--la natura ha provveduto in qualche modo al destino dell'uomo, facendo che l'organismo incateni ogni cosa alle sue leggi inesorabili, e neppure il dolore possa sottrarvisi.

Alla mattina dibattei lo stesso quesito; il cuore mi parlava meno forte--l'amor proprio più invelenito che mai.

Io non poteva senza mostrarmi ridicolo a me medesimo involare mia moglie, e andarla a nascondere nella campagna in quella stagione. Che si sarebbe detto di me? Che ne avrebbe pensato lo stesso Eugenio?

Comprendo quanto fossero più ridicoli i miei stessi timori. Anche allora mi feci rimprovero di questa debolezza--ma senza frutto. Mi ostinai nel mio proposito, e tra che voleva sfuggire la taccia di marito geloso, e tra che voleva sfidare il mio destino e in certa guisa vendicarmi di Clelia e di Eugenio, mi compiacqui della mia fermezza.

Non avrei lasciato Milano--e lo dissi a Clelia che non fe' motto per lagnarsene.

Tanta umiltà mi scese al cuore senza rimuovermi.

Se non che io aveva fidato troppo sul mio orgoglio, e creduto follemente che avrebbe soffocato la mia gelosia. La natura può rimanere un istante soggiogata, ma si solleva ben tosto, e ridomanda imperiosamente le sue leggi.

Durante alcuni giorni non mi fu difficile acconciarmi meco medesimo, e celare sotto il manto dell'indifferenza la piaga del mio cuore! M'innebriavo del mio dolore, buttavo nel fango il sentimento e m'imbellettavo da istrione.

Triste maschera la dissimulazione--tu non l'hai ancora posta sulla faccia, che già cade a brandelli; e se si appiccica un momento, scotta come ferro arroventato.

Da qualche tempo mi permettevo di star lontano da Clelia--ci soffrivo, perchè rinunziavo a quel piacevole e calmo cicaleccio che teneva deste le nostre veglie solitarie d'un tempo; ci soffrivo tanto più in quanto le mie notti casalinghe erano diventate abitudini; e tuttavia, sebbene ricercando di che pagarmene non incontrassi che la noia, io era divenuto assiduo frequentatore del Caffè di .... e vi passava molte ore ricercando nelle spire di fumo del mio sigaro, nella fiamma turchina del miopunchle memorie della mia felicità d'un tempo.

Non so come mi sentissi tanta forza da resistere all'impeto della tenerezza, nè so se io debba dire che ne uscissi vincitore o vinto. So bene che una lotta si impegnava dentro di me ogni giorno; e che il proposito di riaccostarmi a Clelia che un sentimento di giustizia faceva prorompere nel mio petto, vi moriva miseramente ogni volta.

Clelia ne soffriva in segreto; nè mai avvenne che io facessi ritorno a casa e non la incontrassi sull'uscio ad attendermi. Talvolta io le sorridevo pieno di gratitudine--più spesso mostravo di non accorgermi delle sue attenzioni, e la salutava asciutto. Allora mi ritiravo nelle mie camere per nascondervi lo strazio del mio cuore, e imprecavo alla codardia che mi contendeva la dolcezza del perdono.

Io ero ridiventato fanciullo e provavo un'altra volta le debolezze e le ostinazioni di quell'età. Sapevo che sarei stato felice riaccostandomi a Clelia; che avrei ridonato la pace a lei che amavo e che m'amava--che la giustizia e il dovere mi vi spingevano--e nondimeno una ritrosia ostinata domava il mio cuore, e i suoi impeti gagliardi cedevano a quel morso fatale.

Questo stato di cose durò alcun tempo.

Una sera io mi ridussi a casa più presto del solito; incontrai Eugenio solo con Clelia. Quella vista mi fe' male. Da qualche tempo Eugenio era venuto più di rado; la mia freddezza dissimulata a stento l'aveva tenuto lontano; tuttavia egli non aveva mai mentito la sua indole affettuosa; mi avea ricercato delle mie confidenze, e mi aveva fatto le sue. Io era stato sempre fra due, se dovessi credere al suo candore, ovvero ad una astuta dissimulazione--nè mai potei accostarmi a quest'ultima credenza; e poi che non ebbi altro pretesto di odiarlo, quasi gli feci colpa della sua ingenuità. Nè so dire se l'odiassi davvero; al certo io non l'amavo più; alla sua presenza un eterno quesito si affacciava alla mia mente: sapeva egli d'esser amato da Clelia? l'amava? Il suo volto non palesava nulla. E per la prima volta dissi a me stesso che la sua anima era fredda e il suo cuore marmoreo come il suo viso.

Quella notte fui sorpreso di vederlo in casa mia; ma gli mossi incontro, e credo di avergli sorriso. Clelia mi guardava severamente come chi dicesse: "vedi, la mia calma vale meglio assai che la tua." Ed era vero, troppo vero.

Eugenio partiva per Roma. Un famoso pittore aveva avuto incarico di alcuni affreschi; gli proponeva partecipasse all'opera e al prezzo; era venuto a salutarmi.

Mi venne in mente che Clelia avesse avuto parte in quella determinazione. Se quel sospetto avesse durato un'ora sola mi avrebbe fatto assai male. Guardai Clelia, ed incontrai ancora il suo sguardo limpido e franco.

--Ti fermerai gran tempo? domandai ad Eugenio non potendo frenare un'onda di gioja che mi corse dal cuore alle guance.

--Sei mesi. È questo il termine entro cui devesi condurre a termine il lavoro.

--Sei mesi sono lunghi dissi forte rispondendo al mio pensiero--assai lunghi per la nostra amicizia; aggiunsi.

Clelia mi guardò. Arrossii.

--Ritornerai fra noi, passato questo termine?

--Lo spero.

--Buon per noi.

--Se le esigenze dell'arte non mi riterranno colà. Tu sai che io non sono ricco, e se insieme alla fama ci avrò mezzo a fornire un gruzzolo, tanto meglio.

--Eh! Sicuro, tanto meglio.

--Ad ogni modo, prometto a me stesso di far ritorno a Milano, qui, teco--aggiunse senza affettazione.

--Ci s'intende, e il cielo lo voglia.

Dopo quella prima menzogna, le parole m'erano venute stentate e non v'era stato verso di raccapezzarmi. Quel sorriso da ipocrita, che per la prima volta aveva spianato la mia fronte corrugata, m'aveva rabbujato l'intelletto e gettato la discordia nell'anima. Nè per quella notte ebbi altro pensiero ed altra cura che d'accumulare il disprezzo e torturarne il mio cuore.

L'alba mi trovò desto, nè io aveva dormito.

--Or via, dissi, convien far conto di aver dormito abbastanza per questa notte; l'ora della partenza si appressa, e quel povero Eugenio a cui ho promesso di andarlo a salutare alla stazione, mi aspetterà forse un pezzo prima che io abbia avuto tempo di vestirmi.

Per quella volta non mi mossi dal letto; le mie parole ricaddero senza eco sulla mia volontà.

A capo di una buona mezz'ora mi rivolsi sull'altro fianco e mi ripetei che bisognava pigliare una decisione e che se l'addio dell'amicizia mi era caro, assolutamente conveniva che io mi levassi di botto. Non ne feci nulla e filosofai meglio di Cicerone sull'amicizia; e poichè la filosofia conduce assai lontano, passò un'altra mezz'ora.

E questa volta mi scossi di soprassalto, e mi disposi a balzare di letto davvero, e posi una gamba fuori delle lenzuola coll'ansietà di chi teme proprio in sul serio di fallire ad un convegno.

In quella suonarono le ore alla pendola.

--Deh! sclamai, povero me! L'ora è passata...

E mi strinsi la fronte fra le mani.

--Buon viaggio, aggiunsi come se volessi incaricare un venticello del saluto--buon viaggio, amico tenerissimo.

Mi raggruppai nel mio letto e ritentai come un importuno il sonno... A mezzogiorno in punto io arrivavo in China, ed avevo fatto un ottimo viaggio, ed aveva tenuto un lungo discorso in latino ad Eugenio sull'amicizia--Cicerone, in un angolo della carrozza, aveva ghignato di compiacenza, e mi aveva detto che mia moglie era una bella donna.

Mi destai e guardai intorno a me. Il volto di Clelia non era lì presso a sorridermi."

"Il sarcasmo di cui mi stordiva, ricadeva sopra di me medesimo.

Non andò molto che all'affanno cieco succedette la riflessione. Allora solo conobbi quanto fossi stato fino a quel punto ingiusto verso di Clelia. Misurai la nobiltà del suo animo, il suo affetto per me, la sua confidenza che avrebbe dovuta ingrandirla ai miei occhi, e che pure io aveva pagat d'ingratitudine.

Avviene di me ciò che avviene di molti, che quando il cuore sanguina la ragione smarrisce le vie del sillogismo; ma non appena esso si raccapezza e mi parla la sua voce eloquente, la tempesta mia si rasserena d'un tratto e non amo di meglio che ravvedermi. Però da quell'ora mi raccostai a Clelia mansuefatto, e le palesai la mia riconoscenza adoperandovi ogni mezzo, e la colmai di carezze pauroso ch'ella soffrisse ancora della durezza dei miei modi d'un tempo. Pur che mi sorridesse, io era raggiante di gioja.

La buona creatura non mi serbava rancore; era felice che io non l'avessi abbandonata, e mi diceva che nessuno ci aveva mai disgiunto, nè avrebbe potuto mai disgiungerci in avvenire.

Ricominciò la serenità dei giorni passati, ricominciò più bella, più tenera, più apprezzata--il timore di averla perduta per sempre ce ne aveva rivelato il valore--oramai diventavamo avari, avremmo custodito gelosamente il nostro tesoro.

Allora fui anche giusto verso Eugenio. Egli forse non aveva indovinato il sentimento ispirato a Clelia--se mai l'aveva penetrato o diviso, la sua partenza era proposito--e il proposito virtù somma. E mi dolsi amaramente d'essere stato freddo con lui, e d'essermi lasciato vincere puerilmente dalla gelosia, ed avervi sagrificato l'amicizia. Immaginai Eugenio sulla tolda d'un bastimento veleggiare verso Civitavecchia e spingendo lo sguardo nell'orizzonte ricercare la terra che abbandonava e l'amico perduto. Io non gli aveva detto addio, non me l'ero stretto al cuore prima di lasciarlo partire--avea così spezzato bruscamente quella catena affettuosa che stringeva da tanto tempo i nostri cuori.

Una notte sognai che Eugenio s'era pentito ed era tornato sui suoi passi presso di me, e che io lo abbracciava con tenerezza. Cicerone in un cantuccio ci guardava sorridendo e con un lembo del suo manto si rasciugava una lagrima.

Ma questa volta destandomi incontrai il volto di Clelia presso al mio; e il suo sguardo melanconico e dolce come quello di un angelo che sospira l'infinita distesa dei cieli."

"Ritrovai la mia Clelia, ritrovai il mio cuore.

La felicità è generosa e perdona al passato; noi dimenticammo assai presto le giornate di sventura. Se talvolta ci rifacevamo a percorrere la via che avevamo lasciato dietro di noi, sorvolavamo senza rimirare le impronte che i nostri passi avevano segnato di sangue.

E tuttavia lo studio di non ritentare più quelle ferite era anch'esso una ferita--nube lieve in un'immensa serenità di cielo, ma fatta anch'essa di vapori, maturava anch'essa il fulmine nel suo grembo.

Un giorno per l'appunto oziavamo colle nostre reminiscenze; richiamavamo cento inezie, cento fantasime leggiadre e care al nostro cuore, poichè ogni cosa è cara al cuore di coloro che si amano. "Ti ricordi? ti ricordi?" Era una festicciuola di memorie--pochissime meste, nessuna di dolore.

Eravamo giunti a un tempo poco lontano, ad una notte vegliata festevolmente in tre--Clelia, io ed Eugenio.Ed Eugenio--nessuno voleva dire questo nome; ella voleva risparmiare a me la melanconia delle idee che vi si associavano--io del pari. Ci guardammo in volto, poi chinammo gli occhi entrambi. Da quel punto il nostro cicaleccio languì; la festicciuola ebbe fine ben presto.

Ahimè! avevamo fidato troppo sulla nostra ragione; il cuore serbava ancora la cicatrice. Ricordavamo ancora di lui, fors'anco pensavamo ancora senza dirlo e senza avvedercene a lui.

Fu senza dubbio lotta gagliarda per mentire a noi medesimi; fu lotta virtuosa; accettata con nissuna speranza di vittoria, come gli inermi condannati accettavano nel circo la lotta colle fiere, ma fu menzogna. Da quel giorno la nostra apparente indifferenza non ci ingannò più. Il pallore delle mie guancie spuntava traverso la maschera gioviale; l'amore tradiva la gelosia. Così questo serpe fatale era arrivato per altra via sino al mio cuore, e vi infiggeva un'altra volta il suo dente avvelenato."

"Clelia ammalò. Da qualche tempo io non aveva più visto fiorire sul suo volto le rose della salute. Non vi aveva posto mente da prima, però che l'abitudine di vederla ogni giorno mi aveva impedito d'osservare il mutamento che avveniva in essa, più tardi la reputai cosa passeggiera e pensai si sarebbe presto ristabilita. Non appena però appresi quanto il suo male fosse grave e come la costringesse a letto, mi rimproverai di aver lasciato correre sì lungo tratto di tempo senza richiedere i soccorsi della scienza, e malgrado le sue riluttanze volli chiamare un medico.

Il medico venne; non era cosa grave: unapleurisia falsache non avrebbe resistito ad una breve cura.

Come udii questa buona novella respirai più libero, Nell'uscire il medico mi domandò se mai Clelia patisse qualche dolore, o ne avesse patito. E siccome non gli risposi subito, tentennò il capo ed uscì.

Rimasi sull'uscio immobile. "Dolori!" Sì, ella ne aveva patito; io stesso glie ne aveva cagionato di molti; io stesso dunque ero la causa del suo male.

Se non che il mio demonio mi suggerì un pensiero terribile ad accrescere il mio cordoglio. Forse ella amava ancoracolui, ed era straziata dalla sua passione; la lontananza, anzi che spegnerla, l'aveva forse alimentata, e il prepotente imperio del cuore la faceva piangereluiassente in segreto.

Ciò che si passò dentro di me non è forse concepibile; l'angoscia di non essere amato, la gelosia di un rivale che mi rapiva il pensiero di lei che amavo tanto, che esercitava da lungi un fascino fatale al mio povero amore, il dolore di vederla inferma e la paura che mi venisse a mancare facevano tale strazio di me quale mai uomo ebbe a provare nella vita.

Ma poi che io l'amavo più della mia vita e della mia felicità stessa, la compassione vinse in me ogni altro sentimento.

"Ch'ella non muoja, dissi a me stesso, che il mio angelo non mi sia rapito; se anche il suo cuore non saprà più darmi altro affetto che quello della gratitudine, io ne sarò pago ugualmente; avrà compassione di me, e saprà rassegnarsi, e consentirà che io la guardi e l'adori; ella sarà per me come una santa memoria vivente."

E siccome le mie stesse parole mi avevano intenerito e quasi mosso a pietà del mio stato, caddi in ginocchio lagrimando, e domandai al cielo ch'ella vivesse."

"Il grido del dolore giunge qualche volta lassù. Ben presto la salute di Clelia parve migliorata alcun poco.

Io aveva vegliato al suo capezzale colla trepidanza di chi vegga la sventura approssimarsi a lui e voglia deviarne il cammino o ritardarne i passi. Avevo spiato ansioso ogni sospiro delle sue labbra, ogni tremito del suo corpo, ogni moto lieve delle sue mani e del suo capo. Quando essa mormorava nel sonno qualche rotta parola, mi pareva che dovessi apprendere ad ora ad ora una novella triste--e tuttavia paventavo meno di me che di lei.

Talvolta ella si destava di soprassalto--e fissava i grandi occhi spaventati nei miei, e teneva per gran pezza il suo sguardo immobile senza ravvisarmi.

Altre volte si gettava nelle mie braccia, e stringeva nelle sue mani la mia testa colmandola di carezze.

Ella non sapeva allora ciò che si passava dentro di me, nè come le sue dimostrazioni d'affetto scendessero sul mio cuore come elemosina sulla mano tremante d'un mendico. Ella non sapeva i gemiti soffocati sotto il sorriso, non indovinava la terribile certezza che aveva soggiogato l'audacia delle mie speranze. Ella non sapeva nulla di tutto ciò--poichè giammai, io penso, mano di uomo mortale pesò sul petto a soffocarne i singhiozzi, come la mia in quelle ore; nè maschera di ipocrita fu mai così fortunata nel muovere la pietà, quanto la mia nel celare l'affanno che avrebbe fatto pietoso lo stesso cinismo.

Una mattina io era uscito per affari; avea lasciato il suo letto con rammarico, benchè ella stesse assai meglio e me lo assicurasse sorridendo furbamente come avesse immaginato una gherminella.

Al mio ritorno la trovai in piedi, coperta d'un ampio sciallo turco che io le aveva regalato nel giorno del suo onomastico. Mi venne incontro colla bambina per mano; e come se dicesse: "vedi, io sto pur ritta, sono sana", senza dir parola mi porse la mano.

Io m'era oscurato in volto al vederla; e mi disponevo a farle rimprovero, ma ella mi prevenne con grazia irresistibile; e non appena feci atto di aprir bocca per parlare, appoggiò le sue mani affilate sulle mie labbra, e invocò collo sguardo non la sgridassi.

Poco stante mi consegnò una lettera pervenuta durante la mia assenza.

--Per me? le domandai.

--Per te, rispose, e si chinò ad accarezzare la piccina.

Guardai la soprascritta. Erano i caratteri di Eugenio.

Per un momento non provai altro che un'emozione viva, ma incerta come cosa che sta tra il piacere e il dolore.

--La leggerò, dissi ponendo la lettera in tasca--E mi rivolsi a Clelia che continuava ad accarezzare le guancie della piccina."

"Una lettera per te." E non aveva aggiunto "d'Eugenio" pure ne conosceva i caratteri, e doveva aver visto che veniva da Roma.

Clelia si era attaccata al mio braccio--passeggiavamo in silenzio.

"E s'ella aveva taciuto quel nome, era arte; l'indifferenza lo avrebbe pronunziato."

"La mia dissimulazione adunque s'era tradita; ella mi aveva letto nel cuore e aveva compreso la mia battaglia, e aveva visto nascere i nuovi sospetti, e la gelosia più straziante--ne aveva pietà, voleva risparmiarmi ogni motto che mi rammentasse quell'uomo."

La guardai; indovinava ella questi pensieri che mi passavano in mente? mi sorrise, le sorrisi.

"Se pure, proseguii fra me medesimo; se pure ella non mi nasconde il suo segreto, e quella riluttanza a pronunziare il nome di lui, anzi che un riguardo alla mia debolezza, non fu frutto della sua."

È raro che di due pensieri che giungano allo stesso tempo, il più doloroso non sia più fortunato. E so che non mi tolsi più di capo questo martello--e più cercavo di vincere il mio timore colla ragione, e più la ragione aguzzava i suoi strali contro di me. Mi tornarono in mente cento inezie, cento saldi ragionamenti nuovi a ribadire la fatale convinzione che Clelia amava tuttavia Eugenio.

Le lagrime frenate mi ricadevano goccia a goccia sul cuore--Clelia continuava ad appoggiarsi sul mio braccio--mi sorrideva ed io le sorridevo."


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