"Era passato un anno dalla nascita della nostra bambina; noi non ci saziavamo mai di vederla, di recarcela sulle braccia e coprirla di baci. Quel piccolo amore incominciava a balbettare, a chiamarci a nome. La nostra felicità era così grande, che quasi la temevamo.
La felicità è paurosa al pari della sventura; il troppo sofferire e la sovrabbondanza di gioia infiacchiscono allo stesso modo--però il tapino che non ha nulla a perdere teme la codarda prepotenza degli uomini e l'uomo dovizioso e contento teme l'instabilità della sorte. Così il fardello delle miserie non cessa un solo istante di battere sul dorso dell'umanità incurvata.
Di quei giorni ricevetti lettera di Eugenio da Roma. Aveva compiuti i suoi studi presso un artista celebre che era morto poco prima; però egli si trovava solo e sarebbe venuto a stabilirsi a Milano. Sperava di riaccostarsi in qualche modo alla sua infanzia riaccostandosi a me che ero stato fra i pochi suoi amici di quell'età benedetta.
La sua lettera era mesta, esalava un profumo di amore, di dolcezza, di entusiasmo melanconico. Mi parlava a lungo del suo maestro come se io lo avessi conosciuto, di quadri che egli aveva in mente di fare prima di morire, di quelli che aveva condotto a termine negli ultimi giorni di sua vita.
Le sue parole mi fecero una strana impressione. Tentando raffigurare Eugenio ai miei occhi, ne feci da principio un ritratto di capriccio; lo immaginai alto di statura, con barba bionda e rara, e coi capelli lunghi, a poco a poco quel tipo si trasformò nella mia testa, nè io seppi riuscire ad altro che all'Eugenio del collegio. Allora fui tratto a pensare al mio passato, ritessei la lunga tela della mia vita conturbata, rifeci ad uno ad uno i miei viaggi faticosi.
Melanconica cosa la memoria; quel ripetersi le gioie e i dolori senza provarne lo spasimo e la dolcezza, e dire a sè stessi che tutto ciò non è più, non sarà più mai; e che pure è una parte di ciò che noi siamo. Però io diventai mesto; ma quando vidi venirmi incontro Clelia sorridente e colla bambina fra le braccia, allora io sentii qualche cosa di freddo, quasi un brivido di piacere corrermi per le vene, e mi gettai nelle braccia di quelle creature coll'anima traboccante di fede. Quelle creature erano il mio avvenire.
Da quel punto non pensai più che a rallegrarmi della mia felicità. Rivedere Eugenio, dividere la mia vita fra l'amicizia e l'amore era troppo grande fortuna perchè io me ne mostrassi ingrato.
Comunicai a Clelia la lieta novella e con tanta anima come se io mi tenessi sicuro di farle piacere, e che il suo giubilo dovesse crescere il mio. Ella sorrise e mi domandò chi fosse Eugenio; e poichè comprendeva che la sua domanda mi avrebbe confuso, unì le sue mani passandole attorno al mio braccio, e mi guardò in volto carezzevole.
"Tu hai cento volte ragione;" le dissi. E siccome mi sovvenne allora che non solo Clelia non conosceva Eugenio, ma non ne aveva forse udito parlare una sola volta da me, le palesai brevemente i nostri rapporti di collegio, facendo di lui un ritratto lusinghiero, perchè ella pigliasse a stimarlo. Clelia mi ascoltava, pareva godere del mio godimento, e mi assicurava che avrebbe avuto piacere di conoscerlo. Se non che io scorsi nelle sue parole un po' di freddezza, e quasi me ne piccai. Ella se ne avvide e mi si fece dappresso.
"Quando arriverà egli? mi domandò.
"Fra quattro giorni.
"E tu gli andrai incontro, non è vero? e passerai le tue giornate con lui, mi abbandonerai per questo nuovo amico che viene appositamente da Roma per allontanarti da me?...
La poveretta parlava in sul serio; io non sapeva che risponderle, ma il mio cuore traboccava di tenerezza. La confortai come seppi; le ripetei mille giuramenti; e che io l'amava più d'Eugenio e che l'avrei amata sempre.
Quando fu più calma, levò il suo volto ingenuo e mi confessò ch'era gelosa e che ci badassi."
"Quattro giorni dopo io mi recai di buon mattino ad aspettare l'arrivo di Eugenio. Vi andavo col cuore commosso, come se mi appressassi alle mura del collegio di B. e salissi per le scale e m'aggirassi per i corridoi una volta popolati dalle nostre voci argentine.
Per via mi domandavo come avrei fatto a riconoscere Eugenio, e s'egli avrebbe ravvisato me; ma poi che nessuno dei due poteva lusingarsi di tanto, io mi affannavo in quel quesito. "E via, pensai, non ne ho il ritratto nella mente? che se la memoria mi fallisse, non porto io nel petto un consigliero che mai non inganna?"
Così riconfortato, attesi più calmo. Udii il fischio del vapore e il pesante rallentare delle carrozze, e vidi schiudersi le porte, e uscirne una frotta di gente d'ogni sorta coll'aria annoiata e stracca.... Guardai quei volti ad uno ad uno; il cuore martellava stranamente, ma non mi aveva ancora detto: "vedilo, è lui...."
Coloro avevano tutti aspetto d'uomini impensieriti delle loro faccende; ora Eugenio, secondo il mio concetto, doveva camminare ridente, e a un tempo affannoso, per rivedermi. E poi eran tutti bruni, o m'era parso; e se v'era qualche biondo frammezzo, gli era un personcino dilicato, mentre Eugenio per quanto io aveva strologato, doveva essere assai alto di statura.
Erano tutti passati; le porte s'erano rinchiuse, e il cuore non m'aveva peranco detto nulla.
Volsi lo sguardo intorno a me; i viaggiatori si cacciavano dentro le carrozze; interrogai dell'occhio la fisionomia di coloro che m'erano più presso, ma non seppi ricavare da nessuno di quei volti le linee giovanili d'Eugenio quali m'erano rimaste in mente. A un tratto m'accorsi che un uomo mi guardava--lo guardai; era bruno, di mezzana statura, giovane tuttavia ed assai bello. Non era il ritratto che io cercavo, e volsi il capo altrove, e per poco mi parve d'avere il fatto mio e corsi dietro ad una persona alta, di cui io non vedeva che le spalle, ma che avrei giurato ch'era Eugenio. Se non che in quella mi sentii toccare per un braccio dolcemente; era il giovine bruno di poco prima.
"Raimondo.... disse egli confuso.
"Eugenio, dissi io--e ci abbracciammo più impacciati che inteneriti."
"Per via noi camminammo silenziosi; non so che avvenisse in me, e per qual fine io che aveva tanto desiderato l'arrivo di Eugenio, vedendolo, sentissi a un tratto una mestizia profonda in luogo di quell'allegra espansione che io aveva immaginato. Gli è forse perchè gli uomini, teneri sempre del loro passato, se ne fanno gelosi custodi; però il rivedere un amico dopo tant'anni, il rivederlo mutato, non è soltanto uno sconforto che tocca all'amicizia, ma una grave ed irreparabile offesa che si fa all'edificio delle nostre memorie. So di molti che lamentarono lo stesso sentimento. Io stesso l'ho provato altra volta. Sulla riva delPurusio m'era costrutta una tenda, e vi aveva lasciato Charruà a custodirla durante una peregrinazione che doveva durare alcuni mesi. Dopo un cammino faticoso ed una assenza più breve che io non avessi immaginato, feci ritorno alla mia tenda. Per via io aveva sospirato il momento di rivedere la sua banderuola svolazzante, e la rividi con gioia, ma quando ricercai dell'occhio la stretta apertura che vi dava accesso e la vidi coperta da un palmizio che Charruà vi avea fatto crescere per temperare l'ardenza del sole, la mia aspettazione delusa distrasse in gran parte la gioia del ritorno. Quel palmizio non era nel mio cuore, io non lo aveva lasciato, non aveva pensato al momento di rivederlo. Nè io amai per gran tempo quel palmizio benefico--anche oggi egli si caccia a forza nei miei ricordi, come un importuno che per riconoscenza o per compassione non si vuol cacciare dalla soglia della propria casa.
Questo pensiero mi correva alla mente anche in quel punto, però mi adoperai del mio meglio a riparare al mio contegno, e dissi non so più che cosa ad Eugenio. Ma le parole mi venivano stentate e le sue risposte non meno. E seppi più tardi da lui che egli aveva rimuginalo in quel punto le stesse considerazioni e che avea dubitato di essermi riuscito sgradevole.
Convenne rinnovare la nostra amicizia; ricostruirla sulle rovine. Somigliavamo a due povere capanne che il rivale capriccio di due tirannuzzi abbia celato sotto gli enormi macigni di due castelli merlati. I due castelli non si odiano, ma non si amano per anco; pendono incerti fra l'amore e l'odio, e si guardano con occhi di meraviglia, non sapendo tuttavia se le feritoie nasconderanno gli archibugieri, o lascieranno sventolare in quella vece due bianchi fazzoletti, innocenti segnali d'innamorati. Quei due castelli sono lì, immoti, colossi terribili se saranno amici, più terribili ancora se nemici, ma il profumo di quelle povere capanne non è più, i comignoli non gettano più quel fumo che si confondeva nell'aria; quella misteriosa favella di due esseri di sasso non s'è udita più mai.
Eugenio era dolce, amorevole, incontaminato ancora da quell'amarezza che il volgare cinismo degli uomini pone inesorabilmente sulle labbra degli onesti. La sua mente errava ancora nelle fantasticherie fanciullesche; si piaceva di progetti assurdi, di dorate chimere; pur conoscendo ch'egli ingannava sè stesso, viveva lieto dei suoi inganni.
Il suo cuore era il più gran cuore che mai giovine diciottenne abbia sentito battere nel petto; aperto alla compassione, non per quella sensibilità che è comune a molti uomini soggetti al predominio dei nervi, ma per un sentimento gagliardo di carità, per una generosa bile che fremeva in lui contro l'apatia insultante della classe favorita dalla sorte.
Io ricercava invano l'allegro e spensierato fanciulletto d'una volta; nulla più ne rimaneva. Al sorriso scherzevole era succeduto il sorriso sereno che viene dal profondo dell'anima, alla barzelletta vivace la parola carezzevole, insinuante, melanconica. Eugenio era bello, assai bello; non di quella bellezza scipita, rattoppata colle consultazioni dello specchio, ma d'una bellezza franca, armoniosa, severa. Egli non se ne teneva, non se n'avvedeva fors'anco; e tuttavia i contorni del suo volto erano esatti, il suo colorito soavemente pallido, il suo sguardo lungo, e i suoi capelli bruni e lucenti. Era abitualmente mesto, ma alla guisa d'un'aquila che vede in alto la luce e una catena al suo piede; avrebbe forse voluto salire, volare, ma egli nol sapeva, non desiderava nulla, fuor che di benedire.
Non dirò come al contatto di quel cuore ancora vergine, e a un tempo così traboccante d'affetto, il mio cuore si rinverdisse, la mia mente si elevasse più in alto. E tuttavia io sento di dover pagare questo tributo, io che fui già così ingiusto con lui, che forse lo sono ancora.
Egli era pieno di fede; sebbene io amassi e fossi riamato, e che la fede non mi mancasse, tuttavia la mia anima ardente nell'affetto, lieta nella speranza, era inoperosa e languida nel credere. Vicino a lui mi sentii più forte; scorsi nella vita un'altra ghirlanda di fiori, e salutai il mondo con un nuovo sorriso.
Talvolta egli era pensoso, distratto; in quei momenti vagheggiava un concetto, domandava un'ispirazione, volevacreare. Questo era il suo dubbio, il suo contristato vaneggiamento: uscire dalla folla, levarsi sovr'essa con ardimento nobile, dominarla collo scettro del genio.
Si sentiva nato artista, sapeva di aver lavorato molto per riuscir tale, e s'impauriva del suo avvenire; si scoraggiava delle sue forze, gli pareva d'essere indegno di entrare nella lotta, e ch'egli dovesse uscirne, meschino atleta, colle guancie imporporate dalla vergogna.
In quei momenti mi sfuggiva, voleva essere solo, non voleva turbare la mia pace. Ma queste paure erano brevi e rare; il suo spirito si risollevava più audace, la sua mente brillava di nuovo della luce del pensiero. Allora diventava ciarliero; mi parlava dell'arte con passione, come d'una innamorata che gli avesse sorriso; e nella sua ebbrezza immaginava un quadro, e lo incominciava impaziente, e spesso lo finiva colla stessa febbre. Gli è così che egli dipinse le sue più belle tele nel breve giro di alcuni mesi.
Io non ho incontrato in altri mai così armoniosa mente legati il culto dell'arte, e il culto dell'uomo. Eugenio era un grande artista, ma, ciò che è assai più, era anche un uomo onesto. La più parte degli artisti invece ha due vite: l'una è la vita dell'arte, ed è grande; l'altra è la vita dell'uomo, ed è fango.
In breve diventammo indivisibili.
Clelia se ne era mostrata indifferente nei primi giorni; ma non andò gran tempo che io mi accorsi, sebbene tentasse di dissimularlo ai miei occhi, che mi celava l'animo suo.
Le domandai un giorno scherzando se fosse ancora gelosa di Eugenio; mi abbracciò e sorrise, ma non disse di no. A poco a poco non potè più riuscire a nascondermelo; me lo diceva francamente: l'affetto che io accordava ad Eugenio era rubato al nostro amore. Mi rimproverava di non amarla più come prima, di trascurarla come un tempo non avrei fatto.
Fui così sorpreso di questa rivelazione, che per un istante ne rimasi afflitto, e scesi dentro di me ad interrogarvi il mio cuore. La gelosia di Clelia era ingiusta; io sentiva d'amarla come l'aveva amata, più che non l'avessi amata; i due affetti vivevano concordi nel mio petto, nutriti dello stesso palpito, rinvigoriti l'uno dell'altro. Glielo dissi, e ne parve giubilante. Ma dopo alcuni giorni si rifece da capo ai suoi timori.
La donna vuole essere esclusiva nel suo amore; vuol dire a colui che ama: io sono tua, tutta tua; e poter dire al suo cuore: colui che amo è mio, di nessun altri, interamente ed esclusivamente mio. Quella creatura debole è paurosa di tutto; e di che temerebbe ella la poveretta, se non di colui che ama? Dappertutto ella vede un'insidia per rapirglielo; e ve lo dice: vorreste offendervi perchè ella vi ama troppo?
--Tu esci; non guarderai nessuno per via?...
--Nessuno, mi conosci.
--Lo so, tu sei buono; ma che vuoi? quelle donne che passano per la via sono così sfacciate, appiccano gli occhi sulla faccia a tutti i giovinotti; non è vero che sono sfacciate?
--Impertinenti....
--Ecco qui.... mi canzoni; ma ve n'è di così belle....
"Eugenio veniva sovente di buon mattino per andarne insieme a passeggiare lungo i bastioni dei platani. Egli amava la natura, e diceva sempre di volerla sorprendere appena desta; quelle passeggiale all'alba fecero assai bene alla mia mente, e rinnovarono le mie forze. Ma per Clelia erano un martirio; s'era fatta una legge di non farmene più rimprovero, ma io mi accorgeva ch'ella ne soffriva.
--Tu finirai per dimenticarmi, mi disse dopo alcuni giorni, piangendo.
Le risposi con mille carezze, con mille giuramenti; io mi sentiva così innocente dei suoi rimproveri, che doveva far forza a me stesso per non lasciarmi vincere dal dispetto. Il mio spirito voleva ribellarsi a quel giogo, e diventava più insofferente ogni giorno; avessi io avuto una colpa, il rimorso non mi avrebbe fatto tanto male quanto il sapermi accusato senza ragione. Tuttavia ella era così buona, così dolce, così debole, che io ne sentiva quasi compassione, e trovava forza ogni volta di rispondere ai suoi rimproveri colle mie carezze. Se ne accorgeva e me n'era grata, e mi sorrideva talvolta fra le lagrime, e nascondeva il suo volto nel mio petto, dicendomi che la perdonassi. Allora il mio cuore si allargava; mi felicitavo d'essere stato paziente; ma non andava molto che queste scene si rinnovavano.
Com'era naturale, Clelia aveva concepito una strana ripugnanza per Eugenio. In cuor suo lo accusava di rapirmi a lei, d'aver posto fra le nostre anime un intervallo che prima non esisteva, e d'essercisi cacciato in mezzo lui colla sua amicizia, coi suoi sogni pazzi d'artista, colle sue fantasie.
Io comprendevo tutto ciò, e pure mi ostinavo a parlarle d'Eugenio; parevami che perchè io l'amavo anch'essa dovesse sentirne a parlare volentieri. Essa mi ascoltava talvolta in silenzio, ed io interpretando in buon senso quell'attenzione, coglievo l'opportunità di dirle ciò che io soffrissi vedendo l'ingiustizia con cui essa giudicava del mio amico. Quando io tacevo, lusingandomi di aver toccato il suo cuore, ella sì volgeva a me colla stessa aria distratta di prima, e come vedeva salirmi al volto qualche segno di collera, mi si buttava fra le braccia, ripetendomi cento volte che mi amava.
Ignoro se Eugenio si accorgesse allora di questa antipatia bizzarra, irragionevole, che avea destato in Clelia. Egli era così poco vanitoso ed avea così povero concetto di sè medesimo, che forse non si meravigliava punto che altri gli addimostrasse freddezza. Fors'anco si era accorto di tutto; ma, o ne avesse compreso le ragioni, o avesse temuto di recarmi dolore facendomi intravvedere il suo sospetto, non ne lasciò apparire alcun segno.
Una mattina Clelia si attaccò al mio braccio scherzosa, e volle che la conducessi per le camere come una volta. Mi diceva un mondo di cose; s'era svegliata di buon umore, mi amava più del solito, voleva che io l'amassi altrettanto. Le passavano in mente mille capricci, ma ne sorrideva subito ella stessa, e mi avvertiva di non darle retta perchè quel giorno amava d'essere pazzarella.
All'improvviso si arrestò, e guardandomi in volto, e circondandomi delle sue braccia, volle che io le accordassi un favore. Io era felice di poterla contentare, e glielo dissi.
--Bianca, disse a voce bassa, la piccola Bianca, la nostra creatura che è laggiù, e mi additava la camera della balia, impallidisce, vien magra....
--Che dici mai! t'inganni; ieri appena era rosea come un amorino.
--Ed oggi non lo è più, ribattè con un sorriso furbo che parea domandare dì non esser colto in fallo.
--Ebbene?
--Ebbene, la poveretta ha bisogno di muoversi, di veder la campagna, di sedersi sull'erba, di raccogliere le piccole margherite, di salutare la primavera che è così bella....
--La nostra creatura sedersi sull'erba, raccogliere le piccole margherite!.... ma ti pare?... e avrei continuato nella mia meraviglia, se non avessi visto Clelia sorridermi collo stesso sorriso di prima.
--Ho inteso, dissi, ho inteso tutto, pazzarella; ma perchè ricorrere a questo sotterfugio?...
--Ti ho prevenuto; questa mattina ho voglia di scherzare. Acconsenti?
--Acconsento.
--E lascerai a me la scelta del luogo?
--Al tuo capriccio.
Fece un piccolo salto di contentezza, e mi baciò nel volto.
--Ma non è tutto, soggiunse poco dopo. Io voglio che noi siamo soli....
--Soli! e la piccola Bianca che è pallida e che immagrisce?... bisognerà condurre anche la balia....
--Senza dubbio--non è questo--non farmelo dire: io so che tu ci soffri...
--Eugenio....
Clelia chinò gli occhi senza dir motto.
--Noi saremo soli, le dissi imbronciato.
--Ma tu diventerai più lieto, non è vero? Non vorrai già tenermi il broncio per questo? E perchè non saremo noi soli una volta, a nostro agio? e perchè non potremo noi carezzarci e sorridere senza essere visti da un'estraneo?
--Eugenio non è un estraneo; un amico non è un estraneo, interruppi. Gli uomini onesti apprezzano troppo i loro sentimenti per umiliarli e tradirli in questo modo. Voi donne non conoscete amicizia--chi nol sa?--però io ho sempre dubitato se voi donne abbiate il cuore fatto come il nostro.
Clelia non rispose--piangeva.
Allora la tenerezza, vincendomi il cuore, mi fè correre in mente il dubbio sulle mie stesse parole, il dubbio sopra di me, sopra i miei sentimenti. Mi rimproverai di disconoscere l'amore di Clelia, di non apprezzare come meritava quello stesso ingiusto contegno con cui essa trattava Eugenio. Era gelosia, era egoismo d'amore, ma era amore. Dovevo io farle una colpa d'amarmi di tal guisa? E il volere il suo amore, tutto il suo amore, ma rifiutare ad un tempo ciò che in esso vi era di affannoso, non era egli egoismo più grande? e non avrei io distratto di tal guisa quell'affetto che mi era così caro?
Tutti questi pensieri turbinarono un brevissimo istante nel mio capo--mi accostai a Clelia, e le dissi che avrei fatto il suo volere, che non era desiderio di contraddirmi, ma dolore di vederla così ingiusta verso un amico sincero che mi avea suggerito parole così aspre; mi perdonasse. Mi perdonò.
Si fecero i preparativi per la gita in campagna--furono presto fatti--non recavamo nulla con noi, saremmo andati alla ventura--era il volere di Clelia.
--E da qual parte ci volgeremo?
Clelia pose l'indice attraverso la bocca, con aria di mistero. Era un segreto.
Noi stavamo per uscire di casa, quando Charruà venne ad avvisarmi che Eugenio mi aspettava.
Guardai Clelia in volto; si trastullava col suo ombrellino con aria apparentemente distratta.
Uscii dalla camera e andai incontro ad Eugenio; lo accolsi freddamente, egli non se ne accorse o attribuì ad altro il mio contegno. Gli dissi che io uscivo; che sarei andato in campagna con mia moglie.
--Per molto tempo? domandò meravigliato.
--Ritorneremo questa sera. E ad evitare che egli si proponesse per compagno, gli domandai come avrebbe passato la giornata.
--Contava passarla teco, mi rispose indifferente; ma poichè tu vai in campagna....
Come potevo io non dirgli che venisse con noi? In un baleno pensai ogni mezzo per evitarlo--non ve n'era alcuno. S'egli avesse proseguito a parlare, se avesse detto due sole parole di più... ma egli taceva. Lo invitai. Era impossibile che egli non indovinasse lo sforzo con cui io gli faceva questo invito--ma s'egli non dubitava di nulla, a che mai attribuirlo? Mi domandò se non sarebbe riuscito importuno--gli risposidiamine, ma freddo. Eugenio comprese che la sua compagnia in quel giorno non era desiderata. Mi strinse le mani, e sorridendo ingenuamente: "io sono un pazzo, mi disse; volermi cacciare framezzo a due sposi che vanno a scampagnare; non accetto l'invito; per quanto tu faccia, io comprendo che vuoi esser solo."
Lo avrei abbracciato; invece, poichè mi vedevo oramai al sicuro, gli ripetei l'invito con qualche insistenza.
--Saluterò tua moglie, soggiunse Eugenio, ostinandosi nel rifiuto.
--È di là, e corsi ad avvisarla.
La trovai intenta a spogliarsi di una veste di mussola a scacchi che aveva indossato per la campagna.
--Che fai? le domandai un po' stizzito.
--Lo vedi, e a temperare il mio dispetto mi venne incontro carezzevole chiamandomi:amico mio.
Le dissi che saremmo stati soli, che Eugenio non veniva, che si affrettasse che egli voleva salutarla.
--Davvero! esclamò battendo le mani; andremo dunque ancora in campagna, e saremo soli, e correremo nei prati!... che piacere!
La interruppi e le ripetei che Eugenio aspettava per salutarla.
--Ben volentieri, disse con malizia; gli sono riconoscente a quel povero signor Eugenio.
Nell'uscire salutò cortese più del solito il mio amico; e ci avviammo per la campagna.
--Dove andiamo noi, domandai un'altra volta.
Ella pose ancora l'indice attraverso le labbra. Era un segreto."
"Uscimmo per la porta più vicina. Clelia era fuor di sè dell'allegria; si attaccava al mio braccio, e mi lasciava improvvisamente per correre ad accarezzare la bambina, la quale incominciava a muovere i primi passi da per sè.
Labaliaera una buona donna, che amava molto la piccola Bianca. Non aveva voluto lasciarci, non avevamo voluto che ci lasciasse e continuava a starsene con noi. Anch'essa era giubilante, seguiva attenta i passi incerti della bambina, e quando minacciava di cadere se la toglieva sulle braccia e correva inseguita dalla mamma.
Si andò a caso un gran pezzo.
--Dove andiamo noi, in fede mia?
Clelia non pose più l'indice attraverso le labbra, ma si fece presso a me sorridendo, e mi disse di non saperlo; e che la bambina aveva appetito, e da gran tempo rifiutava il latte; però bisognava cavarsi da quest'impiccio.
Per buona ventura lì presso, a un trar di sasso appena, era una bicocca mezzo sepellita dai gelsi; però fattomi innanzi, vidi penzolare un'insegna irruginita che non era avara di promesse a chi voleva tentare l'esperimento.
Proposi a Clelia di entrare in quella locanda; battè palma a palma le mani, e si fe' innanzi per la prima. Se un uragano avesse scoperchiata quella misera casetta, e una tempesta di napoleoni d'oro l'avesse colmata lino al tetto, io penso che quel buon diavolaccio d'oste non avrebbe avuto più piacevole sorpresa. E' ci venne incontro confuso, colle gote arrossate dal piacere, girando e rigirando fra le mani il suo berretto.
Quella fu una giornata benedetta; io me ne ricordo sempre con tenerezza, con dolore.
Ho riveduto più tardi quella casa, e il volto rubicondo di quell'oste. Egli mi riconobbe, e s'inchinò allo stesso modo, e fece girare allo stesso modo il suo berretto, offerendomi i suoi servigi.... Ma io vi era andato per ritrovare un frammento della mia felicità seppellita, vi era andato per piangere."
"La giornata passò rapidissima; il piacere ha le ali leggiere, e corre veloce innanzi agli occhi dei mortali. Ritornammo a Milano dopo il tramonto.
Clelia non si saziava di dirmi che s'era divertita.
--Quanto sarei mai felice se potessi essere sempre con te in campagna!" mi ripeteva ad ogni tratto.
Le promisi che vi saremmo andati presto per fermarci alcun tempo.
--Soli?
Questa insistenza in un'idea che feriva ingiustamente il mio buon Eugenio mi afflisse. Tuttavia non me ne offesi.
--Soli, le risposi, e non altro.
--Così va bene, soggiunse Clelia; ma questa volta impensierita, come se temesse di aver ridestato il mio malumore e se ne pentisse, e scendendo in cuor suo comprendesse per la prima volta d'essere ingiusta.
--Oggi che non l'ho visto, sono più disposta a perdonargli, mi disse qualche tempo dopo scherzando.
--A chi? domandai distratto.
--E a chi se non al tuo amico, al signor Eugenio?
Le risposi con un sorriso; e finsi di non porvi gran fatto mente continuando a sfogliazzare un antico albo di paesaggi svizzeri, ma in segreto me ne compiacqui, e dissi a me stesso che se Clelia m'aveva detto quelle parole, doveva aver pensato fino a quel punto ad Eugenio; e che se vi aveva pensato, non poteva andar molto che anch'essa avrebbe apprezzato le virtù di quell'anima gentile.
Però mi lusingai che si sarebbe ravveduta.
"Per tutto il dì successivo attesi inutilmente Eugenio. Quando fu presso all'imbrunire uscii sperando d'incontrarlo per via, mi recai alla sua abitazione, e seppi che era rimasto assente tutto il giorno.
Rifeci i miei passi--sulla soglia incontrai Clelia che m'avea aspettato dalla finestra. Le cinsi il collo del mio braccio, ella passò il suo intorno al mio corpo.
--Si sarà egli offeso? mi disse.
--E chi mai?
--Il tuo amico Eugenio?
Credevo di no, e glielo dissi."
"Il domani lo aspettai ancora senza frutto--andai in traccia di lui come nel giorno innanzi, ma senza poterne avere alcuna notizia.
Me ne ritornai a casa fantasticando mille cose senza riuscire ad appagare il mio spirito irrequieto.
Questa volta Clelia non mi aveva visto dalla finestra, però non venne sulla soglia ad aspettarmi. Charruà mi additò l'uscio della sala con una espressione che non sfuggì alla pratica che io aveva del suo volto. Egli aveva una buona notizia; sapeva di farmi piacere--ma siccome tutto ciò era stato indovinato, non voleva tradirsi. Mi appressai rapido all'uscio e udii una voce nota--entrai; era Eugenio.
Eugenio seduto accanto a Clelia, le narrava forse la storia della sua assenza, una storia mesta perchè Clelia pareva commossa. In quel punto io non pensai al piacere di rivedere l'amico mio, all'ansietà passata in quei due giorni, al timore di averlo offeso, tanto io era felice di veder Clelia così mutata verso di lui. E pensai alle cagioni che avevano potuto operare questa trasformazione, e mi rallegrai quasi dell'assenza d'Eugenio, poichè parevami, e forse non andavo errato, di dover attribuire ad essa sola questo miracolo.
Strinsi la mano d'Eugenio, e m'assisi vicino a lui, interrogandolo cogli occhi. Clelia risollevò i suoi verso di me e sorrise. Quel sorriso era un mondo di idee: una confessione vergognosa dell'ingiustizia con cui aveva sempre trattato Eugenio, una promessa di non farlo più; e quasi un dirmi: "vedi, t'ho obbedita--perdonami."
Quel sorriso meritava una risposta; le domandai dolcemente che cosa l'avesse commossa. Mi fè cenno della mano ascoltassi Eugenio. Ascoltai. E seppi allora come egli fosse stato assente a cagione dell'arte sua; e come un barone T... tedesco lo avesse chiamato presso di sè in una villa del Lago di Como per il ritratto d'una bambina morta. La piccina non aveva che tre anni ed era bella--Clelia aveva pensato a Bianca e s'era intenerita. Io stesso a quell'immagine melanconica mi sentii commuovere--se non che in quella udii nella camera prossima la voce argentina della nostra creatura. Ricambiai con Clelia uno sguardo d'intelligenza e il suo volto si rifece sereno."
"Da quel giorno non ebbi più a lamentarmi di Clelia.
La mia vita si completò come per incanto; v'era stata fino a quel punto nel mio cuore come un'amarezza dissimulata; la mia anima s'era tenuta vacillante fra il contraddire palesemente a Clelia e il fare offesa all'amicizia; oggi il nodo era stato sciolto; i miei affetti che s'erano guardati gelosi, si stringevano la mano; le due fiamme si riaccostavano, si confondevano in una sola.
Io pensai più volte con animo pacato a quell'antipatia che una comunione d'affetti fa spesso nascere fra due cuori egualmente buoni, egualmente dolci e sereni; a quella gelosia che la generosità di due anime grandi non sa vincere, e non seppi mai penetrare gli arcani divisamenti della Natura. I buoni ne piangono come di una calamità; gli scettici ne accusano la provvidenza--nessuno può scoprirne le fila misteriose.
Però io che ne aveva sofferto così a lungo, mi sentii rinascere l'ardore dei miei vent'anni inesorabilmente perduti, e mi abbandonai con trasporto al mio amore che era il mio culto. Oramai io poteva palesare apertamente l'animo mio, poteva schiudere i battiti del mio petto tanto tempo repressi; io era libero d'amare.
Clelia non s'imbronciava più se desideravo Eugenio, se m'accompagnavo spesso con lui. A poco a poco divise in qualche parte la mia gioia, se ne compiacque.
Quando egli veniva presso di noi, ella non lo vedeva più di mal occhio; non lo accusava più di volermi sottrarre all'amor suo. Non andò molto che si abituò tanto alla vista di lui, che se avveniva ch'egli mancasse al solito convegno, ne era dolente per me poco meno di me medesimo. In breve famigliarizzò con esso come con un amico d'infanzia.
Eugenio pareva felice di vedersi così bene accolto; ma tuttavia non diede mai segno d'essersi accorto che fosse avvenuto qualche mutamento nel nostro contegno verso di lui. Forse per delicatezza finissima non voleva lasciar parere, forse egli avea dimenticato il passato, o avea voluto dimenticarlo per smarrire un termine di confronto. Giammai però che io potessi andare più in là di queste vaghe supposizioni; giammai sguardo, gesto o parola che desse vita ad un sospetto o avvalorasse l'uno meglio dell'altro.
Passarono alcuni mesi in questa guisa. Una sera noi ci eravamo raccolti in questa camera senza sapere perchè; ragionammo d'arte un gran pezzo; a poco a poco fummo tratti a risollevare i veli delle nostre memorie.
Eugenio aveva una vita avventurosa a narrarci.
Nato di famiglia ricchissima, alcuni rovesci di fortuna lo avevano tratto in rovina; però egli aveva abbandonato il collegio con animo di dedicarsi alla pittura per la quale aveva sentito fin dall'infanzia una potente attrazione. Gli rimanevano cento franchi, non un soldo di meno. Non era troppo, per intraprendere il gigantesco disegno che gli era balenalo in mente: recarsi a Roma ad apprendervi il disegno. Vi andò. Consumò i pochi quattrini che gli rimanevano, ma divenne allievo dell'Accademia Romana di belle Arti. Patì di fame, ma visse, e crebbe artista.
Questo racconto s'intesseva con cento episodii burleschi, ch'egli narrò sorridendo. Io ne ricordo pochissimi; quest'uno non mi è mai passato di mente.
Nei primi mesi che si trovava a Roma fu aperto il concorso per gli allievi di disegno di una classe superiore a quella in cui si trovava Eugenio. Il suo maestro lo consigliò di concorrere; si propose e fu accettato. Era un ardimento senza pari; lo avrebbe portato innanzi una classe, e gli avrebbe guadagnato un sussidio mensile di un prossimo comune.
Il concorso versava sopra una copia dal gesso, ed era stato concesso agli allievi un mese di tempo per compiere il lavoro. Eugenio si accinse con ardore, il suo lavoro avanzava ogni giorno, egli si compiaceva già dell'opera sua, si sentiva fremere nella mano una matita d'artista, e lavorava senza posa. Quindici giorni trascorsero in febbre; il suo disegno era quasi al termine; se non che all'improvviso egli scoprì d'aver errato; avea tracciato alcune linee inutili che la sua inesperienza e il suo entusiasmo gli avevano impedito per tanto tempo di scorgere. Si provò a cancellare quelle linee, e rovinò la carta su cui disegnava. Quella fu la più gran disgrazia che lo potesse colpire; aveva perduto quindici giorni, e gli mancava una lira per acquistare nuova carta. Giovinetto provò tutte le fitte della disperazione. Erano quindici giorni che egli viveva di pane nero e di speranze, oramai tutto gli falliva; egli disperava di raggiungere i suoi compagni, e condurre a termine nel breve tempo che gli rimaneva il suo lavoro; e quando pure lo avesse potuto, non avrebbe ritrovato in tutta la sua guardaroba di che provvedere quella lira che gli mancava. Non conosceva nessuno, tranne che un artista scultore; ma lo scalpello dell'uno non portava certamente invidia alla matita dell'altro: erano due povere creature entrambi; quale più non era facile determinare.
Trascorse il primo giorno in vane fantasticherie; alla notte egli aveva passato in rassegna tutte le cose riducibili ad una lira. Una lira! era un poema, e tuttavia Nababbo e Creso ne avevano avuto assai più; e se n'erano vissuti senza comprenderne l'importanza; e certamente nessuno mai poteva vantarsi d'averne analizzato così a fondo le virtù. Pure non una di queste monete così famigliari oramai all'intelletto di Eugenio era uscita dalle saccoccie di Nababbo o di Creso a confortare colla riconoscenza la paziente meditazione del povero artista.
Alla notte ebbe la febbre, la febbre terribile che assale una volta sola nella vita dei disgraziati sognatori d'arte e di poesia, la febbre dell'avvenire che accelera il corso del sangue impoverito dagli stenti, quando recisi i fili inargentati delle illusioni si volge la prima volta l'occhio all'intorno e si scorge la terribile solitudine che accompagna i passi della miseria.
Eugenio ebbe paura del suo avvenire, e pianse come un fanciullo. Tutta la notte pensò al suo passato, alle cure affettuose che avevano rallegrato i primi battiti del suo cuore, alla nonna incurvata, alla madre buona ed amorevole anche nei rimproveri; pensò quelle colpe ingenue e puerili che facevano sorridere la povera donna, quelle sale arredate con gusto, quei maestri così arcigni e tutte quelle cento inezie che popolano la vita inesperta e facile della fanciullezza.
Ma le grandi idee sono figlie della miseria, e non a torto fu detto che le lezioni del cencio e della fame siano le più eloquenti e le più feconde.
In quella notte Eugenio ebbe una idea....
E non fu appena sorto il mattino, che egli si vestì, mangiò un tozzo di pane che era avanzato dal suo pranzo ed uscì all'aria aperta, coll'aspetto d'uomo che ha assolutamente preso il suo partito, ma che prima di intraprenderne l'esecuzione, vuole riconfortarsi e quasi ribadire il suo proposito. La brezza mattutina doveva far quest'uffizio.
A capo d'un'ora passata a camminare su e giù innanzi alla chiesa d'un convento, affrettando il passo quando era lontano dalla soglia, e rallentandolo mano mano che vi si accostava, prese una risoluzione suprema ed entrò.
Non era stato da gran tempo in una chiesa, e coi sacramenti non si trovava certamente in buona armonia, tuttavia egli andò diffilato ad un confessionale, vi si inginocchiò, ed attese. Non andò molto che un frate lo vide, e venne a sedersi nel confessionale. Eugenio si sentiva battere il cuore; ma non vi badò gran fatto, e sbirciò sott'occbi il reverendo come cercando di leggergli sul volto il proprio destino. Il volto di quel frate era muto come una tomba. Eugenio allora pensò che egli era li per confessarsi, e fu per smarrirsi d'animo. Il frate lo prevenne, gli domandò se voleva confessarsi, e il povero pittore balbettò qualche cosa che rassomigliava ad unsì.
Allora incominciò il martirio; il frate volle sapere da quanto tempo il suo penitente si fosse accostato al sacramento, e il penitente non sapeva troppo bene se fosse da quattro o da cinque anni. Lo disse--e il frate ad esclamare scandalizzato, e a minacciare le pene dell'inferno; e il tapino a pentirsi--e poi una sfuriata d'interrogazioni e un rispondere affannoso disìe dino--poi il frate volle recitasse ilconfiteor, e il penitente, a cui era passato di mente insieme al latino del collegio, a bestemmiare senza alcun riguardo le parole sacre--e il frate a scandalizzarsi da capo.
In fine dopo un'ora di tortura Eugenio era riuscito a convertirsi; dopo un'altra mezz'ora aveva mansuefatto totalmente il frate, il quale avendo appreso i casi del suo penitente, e premendogli di salvare la sua anima, lo assolvette con una mano, e gli diede coll'altra la lira sospirata.
Eugenio che finalmente respirava, ricevette con compunzione le due benedizioni, storpiò un'altra volta ilconfiteor, e se ne uscì col suo tesoro nel pugno, più ricco di Creso e di Nababbo.
Egli ci raccontò quest'avventura scherzando, e noi stessi ne ridemmo di cuore; anche ora pensandoci io ne sorrido.
Aggiunse poi che rimessosi al lavoro, nel termine fissato ebbe preparato il disegno pel concorso, e che ne riportò il premio stabilito. Ma per giungere a quel giorno egli aveva vissuto alcune settimane nella miseria; aveva sofferto il freddo, la fame; aveva lottato con una malattia di petto cagionatagli dal lavoro frenetico, e la scarsità di cibo consumandolo ogni giorno, lo aveva condotto agli estremi.
A questo racconto straziante che egli aveva cercato di fare colla stessa bizzarra noncuranza, ma che involontariamente aveva strappato dal suo petto un singulto e fatto brillare sul suo ciglio una lagrima, io me gli accostai più da presso, e come a pagarlo di ciò che aveva sofferto, serrai le sue mani nelle mie. Clelia lottò un istante dentro di sè, poi nascondendo il capo fra le mani scoppiò in singhiozzi.
Eugenio rialzò il capo, guardò Clelia, e poi me; passò ruvidamente la mano sugli occhi a detergervi le lagrime, e arrossì in volto come se vergognasse della sua debolezza.
Da quel punto la conversazione languì. Clelia si provò a sorridere, cercando i miei occhi che gli risposero tutto l'affetto del mio cuore. Ma Eugenio non levò lo sguardo dal suolo ove l'aveva fisso nuovamente."
"Un'altra volta ritornando a casa, ove sapeva d'essere aspettato da Eugenio, entrai in sala all'improvviso. Eugenio era seduto sopra una sedia daccosto al tavolo. Clelia sul divano in attitudine d'ascoltare.
Al vedermi Clelia fè un atto di sorpresa--non m'aveva udito ad entrare perchè era distratta--non poteva essere altrimenti. Però sorrisi della sua debolezza--essa arrossì in volto e non sorrise. Non vi badai gran fatto, e mi rivolsi ad Eugenio.
--Che cosa narravi a mia moglie? gli domandai scherzoso.
Eugenio mi porse la mano.
--Parlavamo di pittura--le facevo una proposta che tu devi farle accettare.
--Sentiamo....
--Voleva fare il ritratto ad entrambi, prese a dire Clelia.
Eugenio assentì collo sguardo.
--La buona idea! dissi io, converrà bene accettare mia cara.
--Prima però faccia il tuo, disse Clelia.
--Non sarà mai, prima il tuo....
--Via, sii buono....
--Sii buona....
Fu stabilito che Eugenio avrebbe incominciato al domani il ritratto di Clelia."
"Il domani un cavalletto da pittore collocato dinanzi ad una finestra, un'ampia tela fermata sovr'esso, la tavolozza appesa ad un chiodo, e uno sgabello a tre piedi, attendevano la prima seduta.
Eugenio non solo fu puntuale all'ora segnata, ma anticipò di una buona mezz'ora per preparare le sue matite e i suoi pennelli. Clelia si acconciava a malincuore all'idea di doversene stare immobile per un pezzo--il suo corpicino era tutto foco.
--Lo vedi, mi disse ella--oggi non posso star ferma, sono una pazzerella--il signor Eugenio dirà assai male in cuor suo di me, e sciuperà il suo tempo inutilmente--se incominciasse da te--la tua gravità, ne son certa, convertirebbe meglio la mia leggierezza.
Non le posi mente, e nulla fu mutato al programma. Clelia nel sedersi mi guardò fisso, e volle che io mi ponessi di rimpetto ad essa perchè potesse vedermi senza volgere il capo.
Accondiscesi.
Eugenio non diceva mai parola; in quel momento egli non era più uomo, veleggiava pei campi ideali dell'arte--era assai lungi da noi. Guardava Clelia come non l'aveva guardata mai; con uno sguardo ardente, penetrante, come chi voglia ritenere a lungo l'impressione della forma, e indovinare e tradurre in una forma il sentimento. Clelia sotto l'impressione di quello sguardo pareva imbarazzata; guardava me e sorrideva senza muovere le labbra; io solo leggeva quel sorriso--Eugenio non l'avrebbe penetrato mai; non era il sorriso dell'arte, il sorriso della natura fredda, ma il sorriso dell'amore--io mi sentiva più grande d'Eugenio; la sua arte non poteva dargli ciò che poteva darmi il mio amore; le frenesie dell'artista sfiorano appena il cuore; quelle dell'amante lo passano."