CAPITOLO II

Del remedio della proibizione dell'estrazione della moneta.

La ragione apparente, che è stata causa d'indurre a far questa provisione di proibire l'estrazione della moneta, è stata che con quella si conserva la moneta che vi è e che vi deve venire. Perciò, venendone o molta o puoca, mentre non si può estraere, sempre va crescendo, e cosí il Regno viene ad abbondare di moneta, poiché si è presupposto venire di necessitá milioni cinque ogni anno, meno docati doicentomilia per la robba che si estrae. E tanto piú questa ragione move, quanto per alcuni pensieri si credesse che il guadagno fusse causa di fare estraere la moneta per fuora o altra; e son state tanto potenti queste ragioni, che l'han fatto proibire con pene gravissime. Ma la veritá è in contrario, che semplicimente la proibizione dell'estrazione de la moneta non è espediente alli Stati, né giova a cosa alcuna di farli abbondare d'oro e argento, anzi è piú presto dannosa; eccetto se per alcuno disordine il Stato fusse in termine tale, che l'estrazione li potesse nocere. E, acciò si conosca esser vera questa conclusione, si adduce che si ha da dare alcuno fine per colui che vuole estraere, poiché senza fine nisciuno agente opera: dico dunque che, estraendosi la moneta per qualsivoglia fine, bisogna che ritorni con vantaggio nel Regno, donde si estrae. E, acciò piú facilmente s'intenda, si metteno due cause, che son le piú communi e generali per fare estraere la moneta, cioè o di voler comprare robba per fuora, o per portar la moneta in altra parte che vaglia piú cara o che vi sia utile a farla ritornare per cambio. Se me si dice che l'estraerá per comprar robba da fuora, se questa robba bisogna per il Stato dal quale si estrae, non li noce cosa alcuna, poiché per necessitá bisogna pagare le robbe se si vogliono avere. Né mi si dica che si pagariano per cambi o commutazione di robbe, che l'uno e l'altro è il medesimo, come si è provato: poiché, se è per il cambio, bisogna che o prima o dopo vi siano inviati li contanti; se è la commutazione della robba, similmente la valuta, e li denari che se ne aveano da quella, si compenza con li denari estratti, né in questo vi è difficoltá. Se si dice che le robbe non bisognano per il Stato, ma si portano altrove, domando:—Dove si portano? Che cosa si fará delle predette robbe?—Senza dubbio se venderanno per maggior prezzo di quel che le comprò; e cosí ritornará in piú quantitá il denaro che ne uscí, e, se si comprasse di nuovo robba, tanto piú ritornará con vantaggio. E, se si dicesse che tornará per cambio e non in contanti, a questo si è risposto di sopra; se, perché la moneta del Stato in altra parte vaglia piú del proprio, ha forza la medesima ragione che ritornará con vantaggio, come si è detto, quando se ne compra robba, e a basso si fará piú chiaro. Se si estrae, perché vi è utile in farla ritornare per cambio (che è quella causa che si imaginò il detto De Santis che facesse uscire la moneta dal Regno), si risponde come di sopra, che vi ritorna con vantaggio, come si è detto; e cosí per l'altre cause per le quali si estraesse: sí che non può redondare in danno mai del Stato l'estrazione, ma d'utile. E, oltre il detto, la libertá dell'estrazione è causa di maggior trafico, e la proibizione di minore, poiché non sempre ritorna conto al mercante il cambiare, e piú volte li rende utile il portar de contanti, e, essendovi la proibizione, si ritiene, perché, bisognandoli dopo per altre parti, si ritrova impedito e non può estraerli; e perciò si contentará piú presto sentire altro danno, e lasciará di traficarvi: e questo è il danno che può causare la proibizione, e utile nisciuno. Né bisogna altra ragione per far conoscere questa veritá, senza addurre essempi d'altri prencipi d'Italia, che quasi tutti permettono l'estrazione della moneta propria.

E perché la signoria di Venezia, se bene permette l'estrazione de la moneta propria, proibisce l'estrazione della forastiera, ho voluto addurre la ragione perché li torni conto; ed è questa: che con simile disposizione acquista utile d'ogni via; che con l'estrazione della propria acquista l'utile che si è detto, e la proibizione de la forastiera non lo può impedire, per abbondare quella cittá di moneta propria, per qualsivoglia grandissima somma che se ne estraesse; e con la proibizione della forastiera acquista l'utile della zecca, convenendo (come si dirá di sotto) che le monete forastiere vadino in zecca e non corrano per monete. Né questa proibizione può causare minor trafico di non venirvene; ché, lasciando da parte molte ragioni, come si è detto, quella cittá abbonda di moneta propria, che non vi è difficultá che, portandovi la forastiera, non ritrovi subito la valuta portandola in zecca, dandoli la propria, quale può estraere, come si è detto. E tutto questo s'intenda semplicemente, non vi essendo disordine nello Stato o causa tale, nata per quello, che facesse l'estrazione dannosa come nel Regno nostro. Non quella, che adduce il detto De Santis, che, ritrovandosi il Regno cosí essausto, saria in potere d'uno privarlo affatto di moneta, con l'altre cause che tutte risguardano la bassezza del cambio o la detta; perché per questa considerazione la dovriano permettere, poiché, non vi essendo moneta e volendovi traficare li mercanti per la libertá dell'estrazione, loro bisognava portarne per posserne cavare, e, come si è detto, di necessitá quella che si cava ritorna con vantaggio, parlando semplicemente. Ma la causa, per la quale nel Regno nostro genera danno l'estrazione, è il disordine, che si è lasciato crescere, di aver tante entrate li forastieri, e tenere in mano tutte l'industrie del Regno, per le quali cause essendovi permissione, li denari che si estraeriano non bisognaria che ritornassero piú in Regno. E sono cause tali, che a una parte sola non basteriano tutti li contanti di Regno né il doppio, e per questo solo rispetto dico che stia bene in Regno la proibizione dell'estrazione; e tanto piú quanto è vero quel che dice, che, per avere occupato ogni cosa li forastieri, non possono convertere le terze in capitale come prima, per non ci essere remasto in Regno piú che vendere, di modo che per ogni via, e di necessitá, se potessero, estraeriano li denari. E per tal rispetto solo a me pare che stia bene la proibizione; ché, non vi essendo questo, la proibizione non genera utile alcuno, ma danno. Sí che concludiamo che questo remedio della proibizione non può mai fare abbondare il Regno di moneta, ma serve solo per obviare al disordine in quanto può.

Del remedio di far correre la moneta forastiera o crescere la valuta.

Del secondo remedio di bassare il cambio, si sia o no sufficiente per fare abbondare il Regno d'oro e d'argento, si è diffusamente trattato nella seconda parte, né occorre trattare in che modo potesse giovare all'accidente del trafico, perché tocca principalmente al beneficio privato, stante la disposizione del Regno come si è detto, a rispetto del quale non è necessario fare altra provisione fuor di quella che si fa dalli stessi particolari. Si doveria solamente discorrere del terzo, cioè se fare correre la moneta forastiera per moneta, valutando la fattura della zecca opure crescendoli il prezzo, sia rimedio espediente per fare abbondare la moneta in Regno; poiché per tale effetto si fe' la pragmatica che corressero li scudi d'argento di Genoa per moneta, apprezzandoli per carlini tredici e mezzo. E in questo fu seguito il parere del detto De Santis, il quale, dopo aver resoluta la duodecima difficultá contra la pragmatica del cambio, passa a discorrere che sia stato errore aver fatto pragmatica ordinando che il giulio papale e fiorentino, quali prima in Regno correano per grana diece e mezzo, non corressero piú di grana diece, che da quello bassare il prezzo fûrno levate dal Regno tutte le monete predette; e adduce l'essempio di Marco Antonio Colonna in Sicilia, il quale, per fare venire denari in detto regno, che ne era povero, accrebbe il prezzo al ducato napolitano cinque per cento, e fu causa che la moneta del Regno andasse all'isola predetta; e consulta che si facesse il medesimo, e, per non mostrare che vi sia tanta penuria di denari in Regno che bisogni crescer la moneta forastiera, che non si facesse banno, ma si ordinasse alli banchi che gli recevessero per il prezzo cresciuto. Sí che fu il remedio dal detto accennato esequito alcuni anni dopo con banno publico, mentre il remedio di bassare il cambio non giovò a cosa alcuna, e il Regno d'ogn'ora andò impoverendo, giaché, dovendo generare un tanto bene, non bisognava andarlo palleando. Nella prima apparenza par che il remedio sia singulare e vero, tanto per la ragione del guadagno quanto per l'esperienza che allega di Sicilia e dell'istesso Regno. Al che dico che questa apparenza ed esperienza contengono quella veritá che contenevano quelle di bassare il cambio, poiché far correre la moneta forastiera per moneta e crescerli il prezzo non può essere causa alcuna di far abbondare il Regno di moneta, ma d'impoverirlo e di far danno alle ragioni reali e a particolari. E, se bene paresse il contrario, che con effetto vi venessero alcuni denari per alcun tempo, quanto piú ve ne verranno, tanto piú saran causa di maggiormente e piú presto impoverire il Regno. E queste sono quelle provisioni alle quali bisogna bene avvertire, conoscendo gli effetti che possono causare, e risguardar dentro; e non quietarsi nella prima apparenza, e dopo ritrovarsi ingannato nel fine e avere operato tutto il contrario di quel che si desiderava.

E che sia una falsa apparenza il crescer la moneta forastiera per fare abbondare il Regno, o permettere che corra per moneta valutando la manifattura di zecca, anzi che operi il contrario e faccia danno alle ragioni del prencipe, e possa essere occasione o, per dir meglio, causa di danno de' sudditi e, in consequenza, universale, e disconvenga per ogni ragione, sará chiaro facilmente.

E prima, per far conoscere l'apparenza esser falsa, se bene venessero per alcun tempo o in alcuna quantitá, alla fine deveno essere causa di fare impoverire, domando:—Questi denari forastieri che verranno in Regno (perché si è fatto banno che corrano, e sono apprezzati piú di quel che vagliano in ogni luoco, acciò per il guadagno vengano in qua e non in altra parte) per qual fine vi si portano? che cosa si fará di questi denari in Regno, che in ogni modo, si ben si apprezzassero che guadagnasse diece e venti per cento, bisogna intendere che fa di questi denari in Regno?—Se mi si dirá che ne comprará robba per estraerla fuora, questo non causa abbondanza, ma penuria; che, come prima bisognava venire tanto piú moneta per aver la robba, al presente, con venirne tanto manco, estrae la medesima quantitá. Se si dice che non compra robba, ma li negoziará in mercanzia o comprará entrate o altre robbe stabili in Regno, è questo tanto peggio, che tanto piú lo fa impoverire: perché, come prima li bisognava far venire maggior quantitá per negoziare, al presente li bisogna far venire minore e ha l'istesso; e cosí succede nelle compre dell'entrate o robbe stabili. E queste cose sono quelle che l'han fatto impoverire il Regno, e che nulla gli giovi la quantitá delle robbe che vi nascono superabondanti e si estraeno fuora, e mai non vengono li denari, come si è detto diffusamente di sopra: ché la causa vera che non vengano li denari per l'estrazione della robba sono l'entrate che han forastieri in Regno e l'industrie che vi fanno, sí che quanto piú si daria occasione di negoziare con piú vantaggio e utile a forastieri in Regno e che possano comprare entrate e robbe, tanto piú crescerá la penuria della moneta per l'estrazione della robba. E in Regno non vi è altra speranza.

E se si dicesse:—Se questo fusse vero, segueria consequenza che li prencipi dovriano togliere l'occasione di far negoziare forastieri ne' Stati loro, il contrario del quale parrá che abbia detto nella prima parte, avendo posto per uno degli accidenti communi, che può fare abbondare li regni d'oro e argento, il trafico, e che in Venezia sia questo accidente benissimo e sia una delle cause dell'abbondanza, quale trafico sia causa della quantitá de' negozi; dunque questo, che si è detto di sopra, contradice a quello:—rispondo che, considerato bene e inteso quel che ho detto nella prima parte, non solo non contradice a questo che dico, ma conferma il medesimo; mentre intanto ho detto che il trafico grande sia causa de l'abbondanza, in quanto nel luoco dove è, e a rispetto delle robbe d'altri paesi per altri paesi, e cosí de' negozi, e non per esso solo, che fa il contrario effetto; e nel medesimo loco si è provato il trafico in Regno non posser essere se non a rispetto di se medesimo: quale è causa di penuria e non d'abbondanza, avendo rispetto a esso; e, dove è causa d'abbondanza, è a rispetto d'altri luochi, come in Venezia. E, oltre della detta ragione, per la quale si vede che è causa d'impoverire e non di far abbondare il Regno di moneta il crescer il valor della moneta forastiera, se ne adduce un'altra maggiore: perché, con questo crescimento di moneta forastiera, con guadagno grandissimo si estraerá la moneta propria, e, portandola nel luoco de la forastiera, farne di quella per ritornarla in Regno con il vantaggio, e, sempre ritornando quella cavata dall'istesso Regno, estraerne maggior quantitá; e cosí continuare sempre crescendo, e con poca quantitá estraerne tutta quella che vi è.

Deroga alla ragione del prencipe, poiché, dovendo andare tutta la moneta forastiera in zecca, acciò si fonda e converta in moneta propria, e da questo abbia la ragione e beneficio di zecca correndo per moneta, lo viene a perdere; e, permettendo che corra la moneta forastiera, il prencipe, che non tiene miniere d'oro e d'argento nel suo Stato, deve dismettere la zecca. Può causare danno a' suoi sudditi universale con occasione di possere essere defraudati, o con malizia o senza, dal prencipe forastiero; come, per esempio, mentre corre nel paese dell'altro prencipe la sua moneta, il prencipe della moneta, o con malizia o senza, bassa la lega. Senza dubbio, ritrovandosi introdutta la valuta, non dico piú di quel che valeva, ma ancora il giusto, correrá la moneta di lega piú bassa per quella prima; sí che con ogni facilitá si può causare danno di migliara e centinara di migliara de ducati a' sudditi e al Regno in universale. E per questa ragione sola con ogni giustizia non deve correre nelli regni d'altri prencipi, ma portarsi in zecca e pagarla secondo il prezzo che si paga l'argento. Lascio di dire quanto disconvenga che nel Stato d'un prencipe grande corra la moneta forastiera. Sí che si è provato che non per una sola strada, quale bastaria, ma per ogni altra strada che si trafica, questa moneta cresciuta genera penuria e non abbondanza; e cosí si vede, nelli Stati di tutti prencipi che intendeno, la moneta forastiera apprezzarsi sempre meno e non piú.

Delli espedienti proposti come crescere la moneta propria o bassarla di peso o di lega.

Tutti doi questi espedienti dice il detto De Santis nel suoDiscorsosiano stati proposti da altri, e tutti li reproba; ma si diffonde piú in reprobare il primo che il secondo, quale reproba per ragione di disconvenienza, stante la grandezza di Sua Maestá e che si levarebbe il commercio al Regno. In quanto alla prima ragione si potria concedere in alcun modo, ma la seconda non è vera, come si è visto nelle cittá e Stati dove è corsa e corre la moneta di lega bassa, che non per questo si è tolto il commercio, né vi è ragione che si debba togliere; ma vi sono altre ragioni potentissime, di quali si deve tenere conto piú che di queste. La prima è che contradice alla giustizia, quale vuole che la moneta apporti l'utilitá non nella forma, ma nella materia, come dice la legge prima nelliDigestinel titoloDe contrahenda emptione: sí che la materia non apportaria l'utilitá in quella, ma la forma, contra la disposizione della legge predetta. Secondo, daria occasione di far delitti contra il principale oggetto della giustizia, poiché saria occasione a fabricarsi moneta falsa piú facilmente. Terzo, daria danno grande a' sudditi, oltre di quello che si è detto; ché, portandosi fuora, non si spenderia neanco per quello che vi fusse d'argento, e il simile interverrebbe al prencipe, se gli occorresse servirsene per fuora del suo regno, perché non se ne potria servire; e ultimamente contiene e causa maggiormente in sé tutti gl'inconvenienti, che causa il crescere la moneta o bassarla di peso.

E, se mi si dicesse che gli altri prencipi dell'Italia l'han fatto e fanno, come Venezia, Genoa e altri signori di Lombardia e di Toscana, e non ha generato alcuna delle cose predette, e che questo è causa di non fare estraere la moneta propria per fuora, lo che si cerca: rispondo che non è vero che da prencipe d'Italia si sia fatto mai tutta la moneta di lega bassa o maggior parte, ma solo una parte della moneta picciola e in poca quantitá, conforme li Stati loro, per commoditá di spendere e cambiare le monete grosse; ma le monete grosse e in quantitá, che serveno per trafichi e negozi e per servirsene per fuora, sempre sono state e sono non solo di lega eguale a questa di Napoli, ma assai megliore, che vi è differenza circa la terza parte tra lega e lega, fuorché quella di Roma, che è di pochissima differenza peggio. E chi se ne vuol chiarire, può far fare la prova d'ogni moneta grossa d'Italia, o sia Venezia, o Milano, o Fiorenza, o Genoa, o Parma, o Mantua, o altre, con quella di Regno, ché ritrovará tutta essere migliore di quella di Regno, come ho detto. E, con tutto ciò che Venezia ha dismesso di far la moneta picciola di lega bassa, come son le lire e li marcelli e altre simili, non per ciò vitupero che per le monete picciole, e in quella quantitá che sono bastanti per cambiare conforme la grandezza del Stato del prencipe, si facessero, non dico di lega bassa, ma di rame scietta, nella quale solamente la forma e non la materia apportasse d'utile, perché questo resultaria in beneficio d'alcuna considerazione del prencipe e non genereria alcuno delli predetti inconvenienti, e in ogni caso saria facilissima la provisione che non li generasse, e cosí ancora che non causasse che altri la facesse: quale provisione taccio, per non trattarsi di questa materia. Come all'incontro dico che non è espediente al prencipe o al regno far fare tanta quantitá di moneta piccola, che corra ordinariamente, anzi sia la maggior, per non dir sola, che corra in negozi, e, oltre l'incommoditá grande, è facilissima a tagliarsi e falsificarsi: ché, se a far quella move alcuno utile, per essere manco di peso a rispetto delle grosse, manco mal saria fare meno di peso una qualitá sola de le grosse, e avere tutto l'utile Sua Maestá e non partirlo con mercanti e artefici di zecca. Sopra lo che non dico altro, per non essere del mio proposito.

In quanto al crescere il prezzo alla moneta propria o bassare il peso, dico che, quando si devesse fare per alcuno espediente, bassare il peso è piú a proposito, né è vera alcuna delle ragioni apportate dal detto per la reprobazione.

E, incomminciando dalla prima che dice, che, bassandosi il peso, rovineria il mondo, perché si disordinaria tutta l'Europa, giaché tutta ha al detto argento stabilito un medesimo prezzo sotto diverse qualitá di moneta; questa ragione non è di considerazione alcuna.

Prima, ché, se detto bassare di peso causasse un tanto beneficio di fare abbondare il Regno d'argento, poco si dovria curare dello disordine delli Stati altrui. E in questo si contradice a rispetto di aver lodato la provisione di Marco Antonio Colonna, che, per fare abbondare Sicilia di monete, crebbe la valuta del ducato napolitano cinque per cento; quale provisione, secondo lui, causò che li danari di Regno andassero in Sicilia, e non si curò del disordine o danno d'altro regno, e pure era del medesimo patrone: del che si è ragionato di sopra.

Secondo, non so donde procederia questo disordine di tutta Europa da questo bassare di peso, perché le monete di Regno si può dire che in nisciuna parte d'Italia siano pratticabili fuorché in Roma e Sicilia, dove se ne ritrova alcuna puoca: in altre cittá d'Italia non ve ne è alcuna quantitá, che, se ve ne ritrovasse un migliaro o che ve ne andasse, saria il piú. E, per farli conoscere questo suo pensiero essere falso, si dice che la ragione per la quale fonda il disordine è falsa. Poiché dice essere la causa che tutta l'Europa ha stabilito un medesimo prezzo all'argento, e questo non è vero; e, se fusse vero con gli altri paesi, non è vero con il Regno, essendo difforme il prezzo dell'argento statuito in Regno da quello, non dico delle parti lontane della medesima Europa, ma delle vicine, come è dell'Italia medesima, essendo piú valutado l'oro e l'argento in Regno di qualsivoglia parte d'Italia, come si è detto nella prima parte. E per li pertinaci si porta l'esperienza doppia per prova che la moneta di tutta l'Italia vaglia meno nelli Stati propri che in Regno, e all'incontro le monete di Regno vagliono assai piú in Regno che in altri luochi d'Italia, perdendo quasi diece per cento pertutto, e quelle d'Italia avanzando poco meno in Regno: che, portando moneta di Regno o in Roma o in Venezia o Fiorenza, non averá la ragione di grana diece per carlino, ma al piú nove; e all'incontro, portando la moneta di Venezia, Fiorenza, Milano e altri Stati, il scudo d'argento, che pertutto vale lire sette, che sono carlini diece e mezzo, in Napoli si vende undeci e undeci e mezzo al presente; sí che non vi è l'equalitá del prezzo, e pure non genera disordine alcuno.

La seconda: che generaria grosso danno al re, per le grosse entrate che vi tiene, questo succederia quando il re estraesse l'entrate fuora Regno; ma, mentre non l'estrae, anzi ve ne remette piú volte argento, come può generare danno, mentre ha sempre il medesimo, restando in Regno la moneta? E che il remedio non sia sufficiente, perché l'altre cittá d'Italia aguagliariano al peso di queste le loro monete, si risponde che, quando il remedio giovasse, non per la detta ragione si deve lasciare di fare.

Prima, perché questa medesima ragione ostava al suo remedio di sbassare il cambio, e pur consultò che si sbassasse.

Secondo, perché è incerto quel che ha da seguire, e non si deve lasciare il certo per l'incerto, principalmente quando quello incerto, seguendo, non può apportare altro danno, come saria nel caso presente, che, dato che l'altre cittá sbassassero, non vi saria altro pericolo che di stare come stava.

Terzo: la veritá, quale è una in sé, nell'opinione e intelletto delli uomini è diversa, ché alcuno intelletto conoscerá la bugia per veritá e la veritá per bugia, e di questa qualitá abbonda infinitamente il numero, a proporzione di quelli che conoscano la veritá per veritá e la bugia per bugia. Come, in questo particolare istesso della moneta, potrei addurre essempio chiaro d'alcuna cittá d'Italia, che si governa d'altro modo che l'altre cittá con molto suo utile: nientedimeno dagli altri Stati non è conosciuto e non la imitano. Quale si tace, perché non è bene publicare cose manifeste, mentre l'autoritá e forza dell'ignoranza (della quale, se piace a Idio, si trattará nel libroDella forza dell'ignoranza) le tiene per secrete e occulte, atteso la medesima autoritá operaría che nulla giovasse il palesarlo, con apportar danno all'autore. Perciò, ritornando al mio proposito, dico che non vi è certezza che questo si dovesse esseguire non conoscendosi.

Quarto: ancorché si conoscesse, non séguita che, giovando questo remedio al Regno, giovasse all'altre cittá d'Italia, per le diverse condizioni dell'uno e dell'altro; come si vede che alcune medicine a alcuni giovano, e ad alcuni le medesime nuoceno, e ad alcuni altre cose sono nutrimento, che universalmente ad altri son veneno. E, acciò non si pensi che si parli in aria con similitudini lontane, s'applicherá nell'istesso particolare: che, essendo espediente al Regno, potria seguire che non fusse espediente agli altri, ma danno, il sbassar la moneta di peso; come con effetto saria, e la ragione recerca, per le diverse condizioni del Regno con l'altre cittá, principalmente per il defetto dell'accidente del trafico, il quale, come si è detto, nel Regno è a rispetto di se medesimo e non d'altre parti, essendo il contrario all'altre cittá d'Italia, nelle quali vi è l'accidente del trafico a rispetto d'altri luochi. E sopra si è detto che semplicemente l'estrazione della moneta è espediente alli Stati, e dove è piú trafico tanto piú è espediente, e perciò è libera l'estrazione in detti luochi; e dove l'estrazione è libera e vi è il detto accidente del trafico, non torna il conto sbassare il peso alla moneta, perché viene con effetto a proibire l'estrazione, quale proibizione, come si è provato, genera danno, nuocendo all'accidente del trafico, lo che non segue in Regno, nel quale, come si è detto, non vi è l'accidente predetto, e, per li disordini nati, l'estrazione, che giova all'altre parti d'Italia, al Regno nuoce: donde per questa ragione è chiaro che, giovando il remedio di sbassar la moneta, non ostaria alcuna delle predette ragioni.

Ma, dovendosi determinare se questo remedio è espediente, bisogna discorrere d'altra maniera. E prima, che beneficio genera universalmente al Regno. Secondo, che disordine può causare effettivamente. Terzo, se si può dare remedio a' detti disordini.

In quanto al primo, se si vuol dire che questo facesse abbondare il Regno di moneta con farvene venire, si ha da vedere se si sbassa il peso della moneta propria e si lascia come stava il prezzo della forastiera, e cosí si viene a sbassare il prezzo di quella a rispetto della propria: questo non può generare che venga moneta piú di quella che vi veneva, perché, vi perde, e, se non vi perde, non vi guadagna.

Se si dice che si cresce alla forastiera conforme si sbassa la propria: e questo non altera cosa alcuna a rispetto della moneta forastiera, ma la lascia come stava e non può operare nuovo accidente; e tanto piú, quanto sopra si è provato che crescere il prezzo alla forastiera non produce l'effetto dell'abbondanza, anzi della penuria, ancoraché venga il denaro in Regno per qualsivoglia rispetto. Sí che il remedio non è espediente per questo effetto.

Se si dice, come il predetto asserisce, che non lascia andare la moneta fuora Regno: questo non è remedio per fare abbondare, ma per conservare; e questo bastaria alli Stati che sono ricchi e abbondanti, che hanno donde ne vengano, e non a quelli che sono poveri e bisognosi. Né meno questo remedio per conservare quelli pochi che sono in Regno saria sufficiente, perché saria sufficiente quando l'estrazione si facesse a rispetto del guadagno, ché in tal caso il sbassare di peso saria a proposito, perché non la faria uscire (si bene questo non uscire genera danno e non utile). Ma in Regno non vi è questo, come si è detto, e l'estrazione in Regno si faria a altro rispetto che per il guadagno; né vi è parte in Italia che, portandosi, non si perda, e il principale timore dell'estrazione, che genera danno necessariamente, è per l'entrate e industrie di forastieri, che per tale rispetto la proibizione si è approbata in Regno, essendo reprobata generalmente; e, facendosi l'estrazione per tal rispetto, poco giova il sbassare di peso, perché ognuno si contenta perdere meglio diece per cento che tutti li cento, né il remedio del cambio giovaria: lo che non discorro per non dilatarmi fuora di proposito. E in questo si è visto l'esperienza se è vero che si estraa mentre pur vi si perde, e gli anni passati fu piú chiaro, mentre fu penuria di fromento, che, non ostante, come si è detto, la moneta sia piú cara, con tutto ciò li patroni del grano la saglîrno a diece per cento per ritrovarla e portarnela, perché si era permessa l'estrazione in tal caso; e a questo rispetto può operare piú la proibizione che il sbassare. È dunque chiaro il bassare non posser produrre abbondanza se non con alcune condizioni, o, per dir meglio, giovare e concorrere con altre provisioni; e poco o nulla d'effetto fará per conservarla a rispetto della causa predetta sola, ma sí bene con l'altre potria essere di molto beneficio al prencipe senza danno del Regno, facendosi alcune provisioni necessarie. Né mi si dica che, essendo sbassato il peso, li mercanti portaranno argento o la moneta forastiera per far della propria sbassata: ché questa ragione si contiene nelle considerazioni dette di sopra, e faria piú presto impoverire che abbondare, non essendo in Regno l'accidente del trafico, eccetto a rispetto di se medesimo; e si è concluso la moneta, che viene a rispetto del trafico di se medesimo, se è cresciuta, generare penuria e non abbondanza, e, essendovi li disordini predetti, che li potria aumentare. E non occorre trattarne di nuovo e piú di quel che si è detto, per non replicare il medesimo. Sí che si concluda non essere espediente di sbassar la moneta propria di peso o crescere di valuta per gli effetti predetti, se non correno altre provisioni.

Ma, perché si potria dire che, se bene non genererá li benefici predetti, mentre non genera disordine, che si potria provare questo remedio per la ragione detta di sopra, perciò si ha da vedere che disordini importanti generaria.

Il disordine principale, che potria causare il sbassare il peso alla moneta propria, saria l'alterazione del prezzo delle robbe, tanto di quelle che sono in Regno quanto di quelle che vengono da fuora in Regno; poiché, apprezzandosi ogni cosa per la moneta, alterato il prezzo o peso di quella (che è il medesimo), in consequenzia viene ad alterare il prezzo della robba.

Il secondo disordine è quello, che si è detto, di causare la bassezza della lega, che non apportaria utilitá nella materia, ma nella forma, e contradiria alla giustizia, dandoli maggior prezzo del giusto; e questo causaria l'altro disordine, che si disse, dell'istessa lega bassa, che portaria danno a' sudditi e al prencipe in tempo che se ne volesse servire per fuora Regno.

E questi sono quelli disordini che potria causare, delli quali alcuni si possono reparare con provisioni, e alcuni, stante l'ordine del Regno, poco o nulla farian di danno al Regno. E si discorreria il modo, quando questo sbassar di peso potesse causare abbondanzia di moneta; ma, causando solo conservazione a rispetto della perdita che vi saria estraendola in alcuna parte, intanto bisogna trattar di questo remedio in tempo che si è dato modo di fare abbondare il Regno di monete; e poi, volendosi servire di detto remedio per conservarla con utile del prencipe, si ritrovaria modo che repararia ad alcuno delli detti inconvenienti, e gli altri si faria conoscere non fare danno al Regno.

Della proporzione giusta fra l'oro e l'argento, tanto d'antichi quanto di moderni.

È quasi l'opinione commune de' prencipi o de chi tien pensiero del governo de' loro Stati che, dandosi la proporzione giusta fra l'oro e l'argento, possa esser causa detta proporzione dell'abbondanza di detti metalli in quel regno; e all'incontro, eccedendosi o in piú o in meno in detta proporzione, che sia causa di far impoverire il regno o dell'uno o dell'altro di detti metalli opure di tutti doi: e perciò si è andato investigando quale fusse questa giusta proporzione e quale gli avessero dato gli antichi e quale li moderni. E, per accennare alcuna cosa in breve della proporzione degli antichi, per quanto si lege in Platone, nel suo tempo correa la proporzione duodecima, e ne' tempi nostri poco differisce, ché in alcuni luochi piú e in alcuni meno si ritrova. Né bisogna discorrere, in ritrovar la giustizia o veritá esatta di detta proporzione, per rispetto della natura o qualitá di detti metalli, ché saria cercarla invano e dove non si può ritrovare; e mi par che si siano ingannati in questo pensiero, poiché questa proporzione è proporzione di prezzo, il quale sta sotto la potestá dell'uso, come dice la legge «Praetia rerum» ne'Digestinel titoloAlla legge falcidia. Sí che, stando in potere dell'uso, il prencipe, che vuol constituire questa proporzione forse nova dell'uso proprio antico e dar principio a un uso nuovo, deve considerare l'uso de' luochi convicini o lontani, co' quali il suo regno tiene o possa tenere commercio, e della abbondanza della moneta dell'uno e l'altro, insieme con il trafico che tra loro si tiene; e da queste e altre circostanzie conoscere in che modo torna conto al suo regno mutar la proporzione in piú o in meno dell'uso antico, con conformarsi o difformarsi dall'uso di detti luochi secondo li parrá espediente, e da simili considerazioni constituire il prezzo tra l'oro e l'argento che potria causare alcuno utile al regno.

Delli espedienti contra la penuria della moneta in generale.

Si è fatto conoscere appieno la causa perché non vengono denari in Regno ancorché ogn'anno se ne estraa la valuta da circa milioni sei di robba, e ancora non vi essere altra causa che possa far venire denari, per esser privo della maggior parte degli accidenti che possono causare l'abbondanza de l'oro e dell'argento, con essersi declarato gli accidenti predetti, e similmente li remedi tentati e proposti non esser stati né posser essere bastanti o potenti di producere detta abbondanza. Dalla quale cognizione deve nascere cognizione bastante, almeno in generale, che remedio bisognaria per arrivare al detto effetto: che saria prima levare la causa che non lascia venire denari per la robba che si estrae, e introdur gli accidenti de' quali il Regno è privo, che la qualitá del Regno può comportare; con l'altre provisioni, che conservino e agiutino gli accidenti predetti. Le quali cose tutte dovriano essere facili, essendo vera la proposizione che, conosciuta la causa del male, sia facile il remedio. Ma, perché, come si è detto nel principio e per esperienza si vede, non sempre è possibile, e il piú delle volte difficile secondo la potenzia delle cause: perciò, essendo la causa, che non permette venire li denari della estrazione della robba, potentissima, levarla o non sará possibile o pur difficile, e altretanto l'introduzione degli altri accidenti che può comportare la qualitá del Regno. Della qual possibiltá e difficoltá si ha da trattare.

Della difficoltá o possibiltá delli espedienti predetti.

Le cause, che non permettono che vengano denari in Regno, ancorché ogn'anno se ne estraa robba da circa milioni sei, sono l'entrate che tengono forastieri in Regno, che, come dice il detto De Santis, non vi è remasto piú né vita né robba per obligarvi, l'industrie che vi fanno con le robbe che vengono da fuora per il bisogno del Regno; le quali cose tutte ascendeno a molto piú che possa importare la robba che si estrae, ancorché fusse di somma maggiore, le quali non permetteno che vengano denari per le robbe predette. E tutte quasi pareno impossibili a levarsi, o difficilissime, o con ruina e danno del Regno tutto o d'infiniti particulari, che forsi, tentando questi remedi, saria un causare maggior male. E, per far meglio intender questo, se si vuol parlare di levare la causa dell'entrate che tengono forastieri, questo non si potria fare se non col ritornar loro li denari; e questo, oltre d'essere impossibile al Regno, quando fusse, non li saria espediente, ché saria privarlo afatto nel stato che si ritrova, e non farlo abbondare di denari. Se si dice che si deveno sospendere per alcun tempo, non dico li sei mesi detti dal detto De Santis, ché nulla giovaria, ma molto maggiore, né l'uno né l'altro permette la legge; e cosí si diria impossibile per legge. E se mi si dicesse che non si deve dire impossibile per legge, poiché l'utile publico si deve preferire al privato, e, importando salvare un regno, la legge non tiene conto della ruina de' privati per la ragione predetta, e non solo permetterlo ma commandarlo: rispondo tutto esser vero; ma prima bisogna esser certo che di nissun altro modo si possa riparare alla ruina universale e danno publico che con la ruina e danno de' particolari; secondo, che il detto danno e roina de' particolari non causi e importi altro danno publico e universale, ché in nissuno de li doi modi dalla legge si permette il danno privato; e nel caso nostro non vi è né l'una né l'altra certezza, ma pericolo grande del secondo. E il simile si dice dell'altra parte della causa, cioè dell'industrie che fanno forastieri in Regno: ché, volendo levar questa causa, oltre del danno de' privati, saria privare il Regno del commercio; e, per la robba che viene da fuora per il bisogno del Regno, pare impossibile semplicemente, ché, non pagandosi, non si avranno. Sí che voler remediare con levar la causa, che pare il remedio piú sicuro e certo, in alcuna parte è impossibile, in alcuna pericoloso e forse causa d'altro maggior danno: perciò difficilissimo si dirá il remedio, e tanto piú difficile quanto altro che levar la causa pare impossibile, e, se altro remedio apparente si ritrovasse, meno potria far l'effetto, mentre è verissima la proposizione che durante la causa dell'infermitá durerá sempre l'infermitá.

Circa la seconda causa della penuria delle monete, che è il defetto degli accidenti communi, quale per levare, bisognaria introdurli; e, se questo remedio non si ha da dire impossibile per essere accidenti communi, quali si è detto possere accadere a ogni regno, sará difficilissimo, sí per esser di sua natura difficile, bisognandovi non una cosa sola, ma molte e molte per introdursi che produca l'effetto. La difficoltá l'accresce la contraria inclinazione della gente del paese, come si è detto nella prima parte; e il tutto ha da dependere dall'ultimo accidente commune, che ha da movere, disponere e conservare gli altri accidenti, quale similmente si è detto difficilissimo essere da essercitarsi al proposito, oltre d'altre difficoltá minori e particolari. Per lo che, da questo e altro che si può considerare, si conclude gli espedienti predetti essere difficilissimi semplicimente intesi: si avrá dunque da vedere se vi è modo di facilitarli.

Se, non ostante la difficoltá, si possa reparar alla penuria e introdur l'abbondanza.

Giá si è inteso la difficultá degli espedienti: resta di dire se vi è modo de facilitarli o ve ne possano essere altri, per concludere questa terza parte e adempire quanto si è promesso. E, in quanto alla prima causa, ch'è l'entrate che tengono forastieri in Regno, se detta causa si deve levare, si concluda che, o per la ragione dell'impossibilitá o pericolo di maggior danno, che non si deve tentar questo espediente. Quell'altro di levar l'industrie de forastieri, quando si facesse, non genera alcun danno, ma utile al Regno, né lo priva del commercio; e di quello, che per tal ragione lo privasse, li giova in superlativo grado, ma con li debiti modi, essendo potenti piú volte li diversi modi far diversificare l'effetto senza togliere la causa. E, in quanto alla robba che viene da fuora per il bisogno del Regno, si concluda che d'alcune robbe, che sono prodotte dalla natura e in Regno non vi sono, come sono li metalli, robbe di speziaria, è impossibile levar la causa; ma di tutte altre, che produce l'artificio, essere possibile levar la causa, e doversi fare per principale espediente. Quale causa si leva levando la seconda causa principale che produce la penuria, cioè il defetto degli accidenti communi, con introdur in Regno gli artefíci; quali espedienti, per esser possibili e importare quanto si è detto, con ogni sforzo si deveno cercare di arrivare. E, se bene tanto questo quanto gli altri non si neghi che non siano difficili da intendersi in sé come si abbino da disponere, conoscendo quel che vi bisogna, non per questo si deve lasciare di cercarli e metterli in essecuzione, dovendo atterrire la difficoltá gli uomini di poco spirito e manco forze, e non chi deve abbondare e abbonda maggiormente di spirito e di forza, come è il prencipe che governa: essendo verissima la proposizione che a colui che vuole e puote non è cosa difficile, e l'altra ancora che non si concede cosa alcuna senza gran travaglio di vita. E, se non fussero in sé d'alcuna difficultá importante per esser conosciuti e ben disposti, fuori di proposito mi saria affaticato in far conoscere quanto si è fatto conoscere; e la principale operazione dell'ingegno sta in facilitar le cose difficili, e piú volte arriva alle cose che communemente son state tenute per impossibili. E, perché la maggior difficoltá consiste nel modo, giaché le cause e remedi son chiariti, si accennerá solamente in confuso e in generale il modo che, senza produrre inconvenienti o danno al Regno, possa generar abbondanza di moneta, removendo gli effetti della penuria prodotta dalle cause predette, non convenendo per piú rispetti dire il modo in particolare. E, perché da alcuni non si imagini che questa sia escusazione dell'ignoranza, sempre che il padrone lo comanda, se li fará palese il modo in particulare, con reforma grandissima e beneficio universale del Regno e della Maestá cattolica, senza privare il privato del suo contra la disposizione della giustizia, quale sempre deve avere il primo luoco nella considerazione di chi governa e regolare tutte sue operazioni, contra o senza la quale mai si deve fare provisione picciola o grande.

Come si possano facilitare gli espedienti predetti.

Resta, per dar fine a questa terza parte, trattare della facilitazione degli espedienti, del modo che si è promesso, in confuso, accennando solamente e non discorrendo come si è fatto, convenendo, cosí per ragione della materia e altri rispetti, non palesarli come si è fatto dell'altre cose discorse; e deve bastare assai e non poco aversi dimostrato e fatto conoscere tanti errori nelli quali l'intelletto si era ingannato, e con supposizione di veritá prodotti e moltiplicati sempre errori, e, ancorché in parte lo conoscesse, pure stesse nella prima confusione, né mai si ha possuto levare da quella. E non solo si è fatto conoscere l'errore, ma in breve tutte le cause che possono fare abbondare li regni di monete dove non vi sia miniera di oro o argento, e con piú essempi ed esperienze di diverse cittá d'Italia comprobato esser vere; che non dovria parer strano, a chi desia d'investigare e fatigar l'ingegno, contentarsi di questo e di aver detto quanto si è detto sopra li remedi tentati e proposti da altri, con accennar gli espedienti veri e in questo fine il modo, esplicando alcune contrarietá che par contenga detto modo.

Come si è detto, una delle cause che non permette vengano denari in Regno per l'estrazione della robba sono l'entrate che tengono forastieri; e si è concluso che o non sia possibile o non espediente, per il pericolo di maggior danno o altro, levar questa causa, e ancora esser proposizione vera che durante la causa dell'infirmitá duri sempre l'infirmitá. Da queste due conclusioni par che nasca consequenzia necessaria che non vi possa essere remedio mentre la causa non si può togliere, e, non togliendosi, il male ha sempre da durare. Bisogna resolvere questa contradizione. Alla quale si risponde che, ancorché la causa non si levi, non segue consequenzia che debba durare sempre il male, perché la proposizione che durante la causa dura l'effetto, o sia morbo o altro, procede nelle cause necessarie semplici e assolute, quali necessariamente producano l'effetto, come è il fuoco a rispetto del caldo; ché non sará mai possibile levarsi l'effetto del caldo non levandosi il fuoco, e sempre che ci sará il fuoco ci sará necessariamente il caldo. Ma nel particolare nostro è differente caso, ché l'entrate non sono causa necessaria né assoluta, ma contingente, la cui natura non produce di necessitá l'effetto, ma contingentemente e con condizione; sí che, se bene fusse impossibile o non espediente levar la causa, non per questo séguita che sia impossibile levar questo effetto o non ritrovarci espedienti, per la regola che durante la causa, ecc. Ché quella, come si è detto, procede nelle cause necessarie e assolute, e questo remedio può essere con alterar le condizioni e modi con li quali produce detto effetto, o impedirli per diretto o per indiretto; essendo verissimo in dette cause, con alterar il modo e le condizioni o impedirle, impedire e alterare ancora l'effetto; poiché, essendo della natura predetta la detta causa, segue che non sia come forma, che la privazione dell'effetto non si possa adempire per l'equipollente durante detta causa. E questo basti per far conoscere non esser remedio impossibile, né meno difficile per le ragioni predette.

Circa l'altre cause dell'industrie, il remedio contra quelle è piú facile, perché il medesimo remedio, che si opera per fare che la causa dell'entrata non produca l'effetto predetto, fará il medesimo a rispetto dell'industrie, essendo cause non solo d'una medesima natura e qualitá, ma poco meno che medesima; e, oltre ciò, si è concluso, quando si volesse in tutto togliere, non essere né impossibile né produrre danno alcuno al Regno levarla, anzi giovarli grandemente ed esser facile per piú strade (lo che non bisogna discorrere per le medesime ragioni), e il detto De Santis lo confessò nel suoDiscorso, quando disse che non era danno alcuno al Regno quando non si cambiasse per la fiera di Piacenza o altre fuora Regno. E, per dare alcuna similitudine vicina in questa materia, come con alterare li mezzi o impedirli s'impedisca l'effetto, e per indiretto si ovvia che una causa contingente non lo produca, portarò la provisione fatta un tempo nel Stato di Santa Chiesa, quale dice il detto De Santis essere stata tolta dalla felice memoria di Clemente ottavo (dico l'ordine che si cambiava dalle fiere di Piacenza e altre in Roma in scudi d'oro con ducati d'oro di Camera, ordinando che si cambiasse in scudi d'oro dell'«otto stampe» e non in ducati predetti), lodando detta provisione del predetto pontefice, perché detto ducato d'oro non era moneta effettiva, ma figurata. Lo che non fu bene inteso dal detto pontefice con quanto discorso e maturo giudizio e prudenza fusse ordinato dal suo predecessore che l'ordinò, che non solo ordinò che il cambio in Roma non si pagasse eccetto con ducati d'oro detti di Camera (e la parola vecchia e nuova è stata agiunzione, dopo che incomminciorno ad abusare detto ordine, e li successori non conobbero l'importanza, e per questo poco se ne curorno e permessero che si pagasse un scudo d'oro con quelli baiocchi di piú che dice), ma volse ancora che si pagassero di detta moneta di docati di Camera tutti li deritti di dataria e cancellaria, con altre ragioni di Camera; quale ordine dopo si abusò, come si è detto. Né è vero che fusse moneta figurata e non effettiva, ma era moneta realissima ed esistente, ed era di oro puro, quale sempre si è fatta, infin che, non so per che causa, in Italia s'introdussero li scudi, alterando l'oro della sua bontá de carati 24 e reducendolo in 22, con mescolar o argento o rame o tutt'e duoi insieme, secondo diverse proporzioni, facendone scudi; de la quale moneta di docati di Camera predetti insin al tempo nostro se ne vede, che è un ducato d'oro puro, ma non del peso dell'ordinario, con una impronta d'una navicella, che volgarmente si dicono «della navicella». E dico che, quando il detto pontefice Clemente ottavo avesse inteso e conosciuto a che fine fu ordinato questo, e quanto beneficio possea causare di far venire denari in Roma, l'osservanza di quello avria tolto l'abuso di pagarsi, come dice, un scudo con un tanto di piú in luoco del ducato, e lo avria redotto nell'osservanza ch'era stata in tempo antico, con altre provisioni necessarie per farvela stare. Dico dunque che, sí come quel pontefice, che ciò ordinò, con una provisione giusta per indiretto venía a proibire alcuni disordini e cause che generavano penuria, nel suo Stato, di moneta, e con quella causava che l'accidente commune del trafico somministrasse la quantitá di denari che non somministrava in detto Stato conforme la qualitá del luoco, impedendo e alterando i mezzi co' quali si causava detta penuria: perché con maggior facilitá non si può impedire in questo regno l'effetto che causano l'entrate o industrie che tengono forastieri in Regno, essendo molto piú disposto il Regno d'introdurre diversi e diversi mezzi, come si dirá, nel tempo detto di sopra?

Ma, circa l'espediente contra il retratto delle robbe che bisognano da fuora, pare impossibile, poiché bisogna in ogni conto pagare la robba a chi la vuole. Ma, si bene questo è impossibile a rispetto delle robbe naturali e necessarie, per l'artificiali non è cosí, e ancora per l'equipollente si può reparare alle naturali e necessarie; e non solo si può riparare con diversi modi e fare che non si causi l'effetto predetto della penuria, ma che operi il contrario, dico l'abbondanza. Né questo voglio tener celato, che il tutto si può fare introducendo gli accidenti communi che si possono introdurre in Regno, quali non solo son possibili introdursi, ma si devono dire facili, fuor dell'accidente del trafico, per la qualitá del sito, al quale non si può reparare direttamente, ma indirettamente. Quali introdotti, non solo si viene a mancar della penuria in tutto; ma, se non vi fusse l'accidente proprio della robba che nasce soverchia, pure vi si introdurria l'abbondanza, come l'esperienza lo dimostra con l'essempio di piú d'una cittá d'Italia. E, se ad alcuni paresse difficile l'introduzione di questi accidenti, l'intelletto di questi sará di quelli che dissi che conoscono la bugia per veritá o la veritá per bugia, o di quelli che estimano impossibile ogni cosa che loro non conoscono, non ostante tante e tante invenzioni nuove e antiche che si scriveno, quali da tutto il mondo prima di quelle erano state estimate per impossibili. Né in questo bisognaria che concorresse l'intenzione o volontá o conoscenza d'alcuna maggiore o minore parte di popolo, alla quale saria difficile persuaderli e farli conoscere quel che l'intelletto loro non conosce; ché basta di farlo l'ultimo accidente commune, quale, come si è detto, è come causa agente e superiore di tutti gli altri accidenti, e quelli può disponere, introdurre, causare, migliorare e mantenere con altre cose dette nella prima parte. Il cui soggetto, tanto nel particolare che risguarda la parte dell'intelletto, quanto nella parte che risguarda l'operazione della volontá, per essere in quella perfezione ed eminenza che per questo e altro si possa desiderare (lo che far conoscere né la materia lo ricerca, né l'autore è sufficiente, né al mondo è incognito, e perciò si lascia), non occorre dubitare che possa questi e altri espedienti di maggior difficoltá far riuscire, togliendo ogni defetto e facilitandoli, removendo ogni cosa che potesse ostare.

Essendosi nella prima parte trattato delle cause che possono fare abbondare un regno d'oro e d'argento dove non siano miniere di detti metalli, con l'applicazioni e dichiarazioni per il Regno nostro e altre cittá d'Italia; e nella seconda del particolare del cambio, se l'altezza o bassezza dovea e possea essere causa d'abbondanza o penuria di monete, per il particulare che si trattava secondo l'opinione del detto De Santis, e provisione fatta conforme detta opinione con l'altre concomitanzie; e in questa terza delle provisioni e remedi fatti e proposti da fare, che cosa possano produrre di beneficio o altro, con accennare in generale e in confuso il modo e remedio certo per il bisogno del Regno, secondo la materia recercava e conforme si era promesso: darò fine a questa operina.

Appii Brundusii Fundani, philosophiac medici praeclarissimi, de authoreDecasticon

Territus et dura districtus compede, Serra,fortunam assuetus pauperiemque pati,monstrat uti parto fiat spectabilis auroParthenope, ut proprias provida noscat opes.Et regi et Regno bene consulit, undique septamerroris potuit qui reserare viam.Regia iam pietas rumpat fera vincula; captopublica iam supplex consulat utilitas.Si sua sic prosunt, videat cum pauca sub arctocarcere, quid si esset multa videre potens?

Sonetto del medesimo all'autore

Quasi fiamma che SERRA angusto luoco, s'avvien che per uscir via si procacci, ondeggia intorno, e par ch'il tutto abbracci, e gli è di largo van lo spazio puoco; del tuo molto valor ristretto il fuoco, pur vince di fortuna i duri impacci, e tra gli orrori, le catene e i lacci risplende sí, ch'altrui non sembra un giuoco. Studi giovar, e con remedi nuovi sani ben lunga infirmitá, che pria curò, ma non sanò, medica mano. Cosí il ciel, e chi può, non facci vano del tuo pronto saper l'effetto sia*, come in un tempo dilettando giovi.

* Cosí nel testo [Ed.].


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