Trattato mercantile, ove si mostrano con ragioni ed esempi antichi e moderni e si spiegano le vere cagioni dell'aumentarsi giornalmente di valuta le monete, e i danni, sí del principe come de' sudditi, che ne succedono, co' modi di preservarne gli Stati.
1683.
L'accrescimento, che vanno facendo a poco a poco i popoli al valore delle monete contro ogni divieto de' loro principi, è un'infermitá politica de' Stati, che dal Bodino è chiamata, nel suo libroDella repubblica, «morbus nummaricus». Io non saprei a quale fra le malattie del corpo meglio rassomigliarla, che a quei mali cutanei, che, con perpetuo incomodo della persona, non solo ci deformano la pelle e ci tengono in continua agitazione, ma, penetrando qualche volta piú addentro, c'infettano fin nelle viscere il sangue, con pericolo della vita, rendendoci frattanto tardi ed impediti all'altre funzioni. E veramente sono queste infermitá, non meno nel corpo umano che nel politico, come dipendenti da cause occultissime ed oscurissime da intendere, cosí difficilissime e pericolose da curare. Ma tanto maggiormente in un corpo politico, perché quei pochi, che ne comprendono le ragioni ed a' quali ricorrono quasi forzatamente i principi per medicamenti, sono per lo piú quegli stessi, interesse privato de' quali si è che il male pubblico si mantenga. E veramente, se i principi e loro ministri e magistrati ben intendessero queste materie, non tanto difficili per loro natura quanto per la scarsezza d'autori che con ordine e chiarezza le abbiano spiegate, non avrebbero bisogno di valersi alle loro consulte di persone interessate nel danno del pubblico, che, mal consigliandoli, cagionassero quegli errori di governo, da cui discendono gli umori peccanti piú contumaci di questa infermitá, che pur troppo, con danno e lamento de' popoli, ha infestato in questi ultimi tempi e va tuttora infestando non solo i felicissimi Stati veneti, ma ancor quelli della Chiesa, Toscana, Lombardia, regno di Napoli ed una gran parte dell'Allemagna: essendo proprio di questo male che, quando, trascurando i pronti rimedi, si lascia crescere e far radice, non può piú guarire, senza che non rimangano ben grandi le cicatrici cosí nell'erario del principe come nelle borse de' privati; ma, se si usano i buoni preservativi, rare volte e quasi mai può molestare i corpi politici, e, se pure in loro si risveglia, colla prontezza de' medicamenti ben intesi subito ancora risanasi. E questi spero di manifestar io assai brevemente e non senza chiarezza in questo trattato, che m'accingo, piacendo a Dio, a scrivere, sperando di far perciò cosa che da' viventi e da' posteri sará gradita per lo pubblico benefizio che potrá risultarne, che è l'unico fine de' miei studi e delle mie applicazioni.
Conosco e confesso d'accingermi ad un'opera difficile e laboriosa, e so bene che molti saranno di quelli in particolare, che, deputati ne' maestrati o ne' Consigli a discutere questa materia per pubblico servizio, diranno, come ho udito dire da piú d'uno, d'esser impossibile il trovar regola che basti a frenar questa corrente de' popoli; ma io non posso si facilmente disperarne il rimedio. Chi osserverá che nello Stato del serenissimo granduca per lo corso di sessanta e piú anni non ha patito alcun'alterazione la moneta, avendo sempre valuto la dobla d'oro 20 lire fiorentine, lo scudo d'argento 7, gli ongari 11 e un terzo, ed i zecchini veneti e i gigliati lire 12, e che solo da poco tempo in qua s'è fatta qualche alterazione (non però dal principe ancora approvata), che in certi miei scritti di questa materia (che fino dal 1680 diedi in mano a molti amici) io predissi dover seguire; e osserverá dipoi che nello Stato veneto il zecchino dal 1605, ch'egli valeva dieci lire, fino ad ora a poco a poco ha raddoppiato, valendone ora venti, ed ha sempre tirato seco di pari passo la valuta delle altre monete; e che lo stesso disordine è seguito, anzi maggiore, negli Stati ducali di Lombardia; e molto maggiore seguí in Polonia a' tempi di Casimiro, quando in due o tre anni soli passò l'ongaro dalla valuta di 6 a quella di 12 fiorini: non potrá di meno di scorgere che questa malattia ha i suoi preservativi, senza de' quali non sarebbe si conservata sana sí lungo tempo la Toscana, che pure non è nell'Indie, ma nel mezzo d'Italia, e traffica del continuo con altre province, pur troppo da cotal morbo infette; anzi sarebb'ella tuttavia nella sua primiera constituzione, se, mutando la dose a' suoi scudi, non avesse ella trascurato i veri lattorari. Onde vedrá quanto poco fondamento abbiano i discorsi di quelli, che, nell'oscuritá di queste materie non trovando ove mettere un piè sicuro per mancanza di lume delle piú vere cognizioni, disperando de' rimedi, saldamente pronunziano esser male incurabile, e tanto piú in questa opinione si stabiliscono quanto che vedono ne' loro paesi essere stato in ogni tempo medicato, ma invano, con infiniti bandi e proclami, che a nulla giovarono. Che se faranno riflessione come abbia potuto qualch'altro Stato sí lungo tempo mantenersene esente, non avranno ragione di sí fattamente disperare.
Tanto basti, o lettore, averti detto sul tuo ingresso alla lettura di questo libro, nel quale non devi pretendere quella pulitezza di stile né quella facondia, ch'io non professo e non ti prometto. Le materie dogmatiche sono come in architettura l'ordine toscano, che con gli ornamenti troppo gentili si deturparebbe. Attenderò alla sodezza delle massime ed alla distribuzione ordinata delle cose da dirsi, onde risulta la chiarezza. Ti porrò bensí innanzi ne' primi capitoli alcune cognizioni dell'antico valore de' metalli e delle monete, ed altre notizie erudite, che, se avido sei d'intender subito i fondamenti delle mie opinioni circa lo stato presente delle cose, ti sembreranno forse un poco lontane dall'intento principale. Ma leggile pure, e proseguisci con ordine, ché vedrai nascerne lume tale a poco a poco, che, a guisa di coloro che, dimorati lungo tempo nelle tenebre, onde non soffrirebbono di primo tratto una luce gagliarda, col trattenerti qualche poco fra quest'ombra dell'antichitá, giugnerai finalmente a veder chiaro anco in faccia al sole.
Tu nel restante supplisci con la tua bontá compatendomi; e vivi felice.
Che cosa sia moneta, e delle materie con che si fabbrica, e di quanta importanza ne sia l'uso all'umana societá.
L'umana industria, ch'è figlia primogenita dell'intelletto e di quella necessitá che n'impose natura, quando del tutto ignudi e disarmati ci espose al mondo, ha di poi progenerate tante, e sí maravigliose invenzioni moltiplicate in ogni secolo, che ne ha non solo ristorato, ma riempito pur troppo di delizie e di mille nuovi generi di disidèri e compiacenze la stessa nostra mente. Fra tutti i suoi trovati però finora prodotti a comodo universale, io inclinerei facilmente a concedere il primo luogo alla moneta; imperocché l'oro e l'argento, che per natura sono tanto piú deboli del ferro, che, se non restassero inutili metalli, per lo meno a pochi usi necessari destinar si potrebbero, col mezzo di questa invenzione sono divenuti il piú necessario instrumento dell'umana societá, ed hanno acquistata sí gran forza e virtú, che ponno dar moto a rivolger sossopra tutta l'universitá de' beni mondani. E fossero pur eglino usati soltanto giusta le leggi dell'onesto e del giusto! come non vorrei che Boezio si lamentasse, dicendo:
Heu! quis primus fuit ille auri, qui pondera tecti gemmasque latere volentes pretiosa pericula fodit?
E non sentiressimo le invettive, che tanti altri fan contro i metalli, che pure per natura e per l'uso primiero della moneta sono cosí innocenti, che non ha sdegnato il Salvatore stesso di valersene tra noi e di constituire fra' suoi apostoli il tesoriere. Potrei qui facilmente diffondermi, tessendo lunghi encomi a questa saggia e comodissima invenzione e numerando a lungo gli emolumenti, che ne ha tratto l'umano genere, cosí nelle scienze e nell'arti, l'augumento delle quali tutto pende dalla comunicazione de' popoli anche lontani, come nelle comoditá stesse, che meno disastrosa la vita ci rendono, che dal commercio di tutta ormai la terra insieme hanno l'origine. Ma non voglio entrare in questo pelago, mentre, per render informato chicchessia dell'utilitá di questa invenzione, basta far sí ch'egli si figuri nella sua mente di vederne privo di nuovo il mondo, e consideri gl'incomodi che ne nascerebbono, se dovessimo ciascuno di noi andar cercando a chi avanzasse ciò che a noi manca, e per mezzo di puro baratto aggiustare il contratto con altre cose nostre, di cui quegli abbisognassero.
Qual metallo fosse la prima volta coniato, non è pur facile a determinare. L'erudito Davanzati diede veramente il primato al rame, mentre dice in una suaLezione sopra le monetequeste parole: «Fu adoperato il rame dall'antichitá e da tutte le genti fu assonto a cosí alto uffizio per legge accordata»; onde vuole che fossero di rame le piú antiche monete, e che poscia incominciasse a spendersi l'oro e l'argento in pezzi rotti, che necessariamente furono dipoi pesati, indi segnati ed in moneta battuti. Ed io so bene che cosí fu in Roma, ove consta chiaro che prima d'ogn'altro metallo fu battuto il rame da Servio Tullo, improntandosi una pecora, e che molto dipoi fu coniato l'argento, ed in fine anche l'oro; onde, se prima de' romani non si fosse veduta moneta, sarei con questo autore. Ma egli medesimo aveva pur veduto nel sacroGenesi[1] che Abramo, il quale «erat dives valde in possessione auri et argenti», comprò da Effrone il campo per sepellire la moglie, pagandone per prezzo «quadrigentos siclos argenti probatae monetae publicae», dice la Volgata, o pure «currentis inter mercatores», secondo l'ebraico testo. Allo stesso Abramo furono numerate mille monete d'argento da Abimelech, oltre molte pecore ed armenti[2]. Giuseppe fu venduto venti monete d'argento da' suoi fratelli a' madianiti mercanti. Onde siamo bensí certi che in quei tempi usava il mondo, almeno nelle parti orientali, la moneta d'oro e d'argento; ma, quanto al rame, io non so se il Davanzati ne possa aver trovato l'uso in moneta, piú antico di questo, presso qualunque autore, onde dir si possa assolutamente dalle genti essere stato il rame prima degli altri metalli in moneta ridotto. Vero è che Wilebrordo Snellio,De re nummaria, fa dubbio in quell'«appendit monetam», quasi che non fosse argento coniato ed il siclo non fosse a quei tempi una moneta intiera da sé, ma un peso particolare; onde il dire «appendit monetam quadrigentos siclos» sia come se dicessimo: «egli pesò quattrocento once d'argento». E la veritá si è che il siclo non era solo nome di una specie di moneta, ma anche d'un peso particolare; come in Grecia la dramma era nome e del peso, che era l'ottavo d'un'oncia, e della moneta, onde altre monete di due e di quattro dramme «didrachme» e «tetradrachme» si chiamavano; e fra noi l'oncia è nome non solo d'un peso, ch'è la duodecima parte della libbra, ma d'una longhezza, ch'è la duodecima d'un piede. Ma né meno per questo dire dello Snellio mi partirei dall'opinione che il siclo fosse effettiva moneta coniata con qualche segno della pubblica autoritá, mentre la chiama il sagro testo «moneta pubblica approvata» o pure «argento corrente fra' mercanti». Anche in Venezia si spendono le doble ed altri ori «a marco», che vuol dire «a peso»: dicendosi, per esempio, «doble numero 200 a marco 197-1/2», conforme si trova col peso, che siano difettive dal giusto; ma non perciò resta che le doble non siano monete pubbliche ed approvate e correnti fra' mercanti. Checché ne sia però, egli è certa cosa che di piú antica moneta non è stata fatta menzione da scrittore alcuno, perché ne' tempi prima d'Abramo non abbiamo, fuor delle tavole, alcun'altra notizia, per quanto ne parla il sacro testo. Onde resta evidente che tutti coloro, che hanno voluto direi chi fossero i primi inventori che misero in uso la moneta, si fondano su deboli congetture, e che molto piú sicura congettura di tutte si è il dire che non lo sappiamo; lasciando che Plinio[3] dica che il primo, che trovasse l'uso di vendere e comprare, fosse Basso; e che Strabone racconti che in Egina si battessero le prime monete, Erodoto in Lidia, Lucano in Tessaglia, altri in Nasso, altri in Attica. Tutte vanitá, perché, trattane l'ebraica dalle altre nazioni, pur troppo scarse sono delle piú antiche storie le notizie a noi derivate, mentre, fuori delle greche, non senza sospetto di mendacitá, e delle latine, alquanto piú certe, degli altri popoli è vano il ricercare i fatti de' loro primi secoli; anzi nella Grecia stessa io ritrovo molto difficile rinvenirne il vero. Dicono che Teseo re d'Atene (viveva questi ne' tempi stessi che regnava Fauno nel Lazio, Laomedonte in Troia ed i giudici in Israele) batté moneta e ví fece scolpire un toro[4], siasi per memoria del minotauro da lui superato, o perché volesse i suoi cittadini eccitare anche con questo segno alla coltura de' campi; ma nondimeno molti anni dopo, se non mentisce un poeta, abbiamo da Omero che Glauco fece un baratto dell'armi sue d'oro, che valevano cento buoi, con quelle di Diomede, ch'eran di ferro e ne valean nove; onde pare che in quei paesi usassero parlar de' buoi a contratto, come ora si fa delle monete, dicendo che un'armatura valeva cento buoi e un'altra nove. Cosí ne' primi tempi di Roma[5] le condanne imposte dalle leggi a certi delitti constavano di pecore. L'una e l'altra, per mia fé, moneta molto grossa e di peso: se però non è equivoco nell'uno e nell'altro luogo; e quel nome di «buoi» in Omero non è piú tosto il nome delle monete istesse di Teseo, che de' buoi portavano l'impronta, come la pecora nelle romane effigiata dicessimo: onde le leggi imponessero la pena di tante pecore, volendo dire di tante monete coll'impronto della pecora; come oggidí si dicono «cavallotti» certe monete lombarde coll'impronto d'un cavallo, e con piú nobile uso sentiamo chiamar «luigi», «filippi», «carlini», «giuli», «paoli», «mocenighi», ecc., varie monete dal nome de' loro principi: costume che fu pur anco de' greci e degli asiatici, che «filippi» e «dari», dal nome di Filippo di Macedonia e di Dario re di Persia alcune monete nominarono. Ma, dopo Teseo erano bensí corsi piú secoli, quando Licurgo proibí ogni altra moneta agli spartani, fuorché di ferro ben pesante, acciò, con l'incomodo di contrattare, mancassero i disideri e fosse posto freno al lusso. Che se di Temistocle, che fu quattrocento anni dopo Licurgo, mi narra Plutarco[6] che persuadesse gli ateniesi a condannare all'infamia Artenio Zelite co' suoi discendenti per aver portato di Media in Grecia l'uso dell'oro: io non penso giá che ciò voglia dire che allora fosse la prima volta introdotto l'uso delle monete in Grecia, perché ripugnarebbono gli altri attestati dell'autore medesimo; ma bensí che, dopo essere stato l'oro lungo tempo prima bandito; l'avesse costui di nuovo, contro le leggi della patria, proccurato d'introdurre. Cosí, avendo Lisandro rimandato a Sparta Filippo, uomo per altro grande nella patria e benemerito, con molti sacchetti d'oro sigillati, guadagnati nell'espedizione di Tracia, il cattivello, tocco d'avarizia, sdrusciti nel fondo i sacchetti, ne levò d'ognuno non poca parte, e ricusciti gli consegnò agli efori; che trovato in bocca di ciascuno il numero scritto, non corrispondente alla somma numerata, ne fu egli scoperto e costretto a fuggirsene. Ma dall'aversi un tanto uomo lasciato corrompere dall'oro e a sí indegna azione trasportare furono cosí stomacati gli efori, che vollero rinnovare la legge antica, con che ogn'altra moneta, fuorché di ferro, restò bandita. Ed ecco quanto della primiera introduzione delle monete in Grecia ho potuto rintracciare.
Ma in Roma non incontra dubbio alcuno l'istorica veritá che prima di Servio Tullo non furono battute monete, e che egli fu il primo a batterle coll'impronto di una pecora; mentre alla testimonianza di Livio, Plinio, Plutarco ed altri non è chi abbia in ciò contradetto, che io sappia. Ma prima di Servio Tullo si valevano pure ne' contratti di certi pezzi di metallo, non segnati ma dati a peso; onde quel re non fece altro che coniarli, per ovviare alle fraudi con la pubblica autoritá. Trasse ella dunque dalla pecora il primiero nome di «pecunia» appresso i latini, che da' greci fu detta «nomisma» da «nomos»[7], che «legge», o «pubblica determinazione» vuol dire, onde hanno poi anco i latini fatto «nummus»; e fu detto anco «peculio» l'avere di ciascuno, cosí in moneta come in altre cose valutabili, con tanto maggior ragione, quanto di que' tempi in poco altro consistevano le ricchezze de' romani che in gregge e mandre. Né battuto fu l'argento[8] prima d'avere superato in guerra e disfatto Pirro, re degli epiroti, l'anno 485 dall'edificazione di Roma e sessantadue anni dopo che fu battuto l'oro.
Non sono però queste tre sole le materie, che hanno usato ed ancor oggidí usano in qualche parte del mondo per moneta; conciosiacché e di ferro e di stagno, e d'altre materie fuori anche de' metalli, s'ha valso e vale tuttora a questo fine l'industria umana. Nella grand'isola di Sumatra, che stimano molti (e credo con ragione) sia l'antica Taprobana di Tolommeo, si batte anco a' secoli nostri oro, argento e stagno, e di quelle di stagno ne vanno 25 al ducato d'oro. Ne' tempi antichi la Gran Brettagna (per testimonio di Cesare ne' suoiCommentari[9]) soleva valersi di moneta di ferro, fatta in forma di anelletti di certo peso, forse per comoditá d'infilargli; siccome a' nostri tempi anche i cinesi fanno certe monete dette «picis», forate in mezzo, per comodo pure d'infilarle e portarle al collo e in ispalla su' bastoni, in vista d'ognuno, non senza vanitá. Dionigi tiranno di Siracusa e li romani stessi ne hanno fatte di piombo e di stagno, benché dipoi proibite per legge[10].
Marco Polo[11] vuole che nel Cataio a suo tempo si usasse moneta di porcellana, ed in Cambaia foglie di gelso, o sia moro bianco: ma io ho gran paura che le porcellane, ch'ei dice, non siano vasi di terra che nella Cina ed altri regni d'Asia si fanno, ma quelle conchiglie picciole e bianche, che in Italia «porcellette» sogliono chiamarsi, delle quali per altri riscontri siamo certi esser grand'uso in piú luoghi d'Asia in luogo di moneta; siccome le foglie de' gelsi, ch'egli dice, non posso capire come siano tali effettive, ma bensí viglietti di carta fatta dalla scorza di gelsi, come egli stesso narra altrove, che, sottoscritti dal re o ministri, hanno valore di monete, come piú basso diremo. Cosí racconta lo stesso che li tartari del regno di Tebet usano per moneta coralli. In Etiopia usano alcuni popoli il sale, benché cambiano cosa per cosa nelle loro fiere. Nell'isola di San Tommaso vicino all'Africa sotto l'equinoziale hanno grande spaccio le conchiglie, che sopra dicessimo chiamarsi «porcellette», e da' portughesi «buzios»[12], perché piú addentro nell'Etiopia corrono per monete, e particolarmente nel regno di Tombuto, ove racconta Lione Africano[13] che s'apprezzano tali conchiglie 400 al ducato; e sei ducati e due terzi fanno un'oncia d'oro a peso di Roma. È certo che nel paese degli azavaghi, di cui parla messer Alvise da Mosto nobile veneto[14], ed in altri regni dell'Africa usano per moneta minuta queste lumachette. Anzi nell'Asia per tutto il regno e costa di Malaga e di Bengala nel Pegú, e per molti altri regni circonvicini hanno gran corso simili conchiglie per moneta, e si pigliano nell'isole di Borneo, Bantam, Maldive ed altre; ma sono di sí poca valuta in que' paesi, che una gallina si vende quattrocento di tali lumachette. Anzi è da notare che da queste dell'Asia a quelle d'Africa v'è questa differenza: che l'africane sono tutte bianche, e quelle d'Asia hanno una linea gialla per mezzo, né altro che quelle si accettano.
Nel regno di Senegal racconta il predetto messer Alvise da Mosto che non usavano alcuna sorte di moneta quei mori, ma barattavano cosa per cosa. Niccolò Conti veneto, in una sua relazione appresso il Ramusio[15], vuole che in certe parti dell'Indie si usino in luogo di moneta certe carte sopra le quali è scritto il nome del re, che sono forse le stesse che narra Marco Polo, come sopra dicemmo; ed aggiunge che queste nel Cataio ogn'anno si riportano alla zecca per farle rinnovare, con pagar due per cento, e le vecchie si gettano subito sul fuoco. E nella Nuova Spagna in America usavano per moneta i semi di cacao, che è l'ingrediente principale del cioccolate, bevanda che, dagli spagnuoli portata da quei paesi, si è fatta ne' giorni nostri comune anche all'Italia; e dice Diego Godoi, in una sua relazione, che valeva a suo tempo come un mezzo marchetto da noi ogni grano: che mi pare gran prezzo, trattandosi di moneta che seminata moltiplica. Comunque siasi però, egli è certissimo che li metalli piú comunemente usati nel mondo sono l'oro, l'argento e il rame; anzi in quei regni, ove usano semi e conchiglie, non hanno luogo queste se non come moneta minuta del paese, costumandosi per altro in quasi tutti quei luoghi la moneta d'oro e d'argento.
Veduto dunque quali siano le materie che appresso varie nazioni hanno la prerogativa d'esser usate per moneta, parmi conveniente passare alla definizione della moneta stessa. E sebbene il nome «moneta», che nacque nella lingua latina a «monendo», quasi l'effigie sua ammonisca del valore e stima sua, onde pare che non possa dirsi moneta se non è coniata; io mi valerò nulla di meno di questo nome piú genericamente, comprendendo ciascuna cosa che allo stesso uffizio sia stata o sia destinata e in uso posta. E parmi che dir si possa che «moneta» è qualunque metallo o altra cosa, che, coniata o in altro modo autenticata dalla pubblica autoritá, serve di prezzo e misura delle cose contrattabili per facilitá di commercio. Io mi sono alquanto scostato in questa diffinizione da quella del Davanzati, che non ha voluto per moneta se non quella che d'oro o d'argento o di rame sia fatta, comeché le altre manchino di quella universalitá d'essere per tutto accettate, che alla essenzialitá della moneta è necessaria. Ma, se questo attendere si dovesse, perché non escludere anche quella di rame, la quale certamente fuor degli Stati dov'è battuta non suol valere? Perché negarne il nome a quella cosa, che fa lo stesso offizio e serve in tutto e per tutto a quegli usi, a' quali sono destinate le altre che di tal nome si pregiano? Io per me pongo la essenza della moneta o la sua ragion formale (come dicono) nell'essere a tale offizio destinata ed autorizzata dal principe, sicché almeno ne' luoghi, ov'egli comanda, ella corra e, come tale, serva di prezzo e misura del valore delle cose contrattabili: imperocché chi mai saprebbe negare il nome di «moneta» a quella di stagno che si batte in Sumatra; tanto piú che, oltre i popoli di quella grand'isola, anche gli ollandesi, gl'inglesi e portoghesi, che trafficano in quelle parti, la ricevono e spendono? Anzi, chi mai vorrá contrastare questa prerogativa a queibuzioso conchigliette marine, che dissi aver corso come tali non solo in piú regni dell'Africa interiore, co' quali non hanno che raro o poco commercio gli europei, ma ne' grandissimi reami di Bengala, Pegú, Siam, Malaga e in tanti altri, che non sono sí poca parte del mondo ed hanno grandissimo commercio cogli europei? E saprei ben volentieri qual nome vorrebbe dare il Davanzati alle monete di cuoio, di carta o d'altre materie sigillate, che tanti principi hanno, in piú occasioni di strettezze di soldo, battute per pagare i soldati, con promessa di barattarle a suo tempo in migliori; se, frattanto ch'esse ebber corso, nulla loro mancò di ciò che ad esser vera moneta si richiedeva, merceché per autoritá e comando del principe niuno le ricusava per prezzo di qualunque cosa si contrattasse? Io veramente non trovo che ad alcun altro di tale ripiego rissovvenisse e lo ponesse in esecuzione, prima del famosissimo Domenico Michiel, doge della serenissima veneta repubblica. Il quale nel 1122, assediando la cittá di Tiro in Soria, mancatogli soldo per pagare e sue milizie, scrivono battesse monete di cuoio, con le quali soddisfece loro de' stipendi, con promessa di restituire moneta buona in luogo di quella, subito che di Venezia fosse giunto soccorso, il che puntualmente fu eseguito; ed egli in tal modo salvò l'esercito, vinse i nemici, espugnò la cittá e promosse la grandezza e la gloria della patria, alla quale ritornò trionfante: onde a memoria del fatto egli e i suoi posteri aggiunsero i bisanti, o sia monete, all'antica impresa di loro nobilissima prosapia, caricandone le sbarre azzurre e d'argento, che prima portavano. Federigo secondo imperadore ne imitò poscia l'esempio, del 1241, in Lombardia, battendo monete pure di cuoio, sigillate in mezzo con un chiodetto d'argento. Ed in molti assedi piú insigni, fra' quali in quello di Vienna, da Solimano assalita l'anno 1529, fu praticato lo stesso ripiego, sebben con monete tutte d'argento. Onde con ragione quest'autoritá del principe si può dire la vera ed unica forma che dá l'essere alla moneta, siasi qualunque la materia che deve riceverla.
Fu sino da' suoi principi la moneta in istima di cosa sacra al mondo; e gli erari pubblici, non meno che le zecche, custoditi o ne' tempii piú venerati, o per lo meno ebbero per sé venerazione, avendo tutte le nazioni riserbato unicamente all'autoritá de' loro principi o senati la facoltá di battere monete; se alcune cose n'eccettuiamo, che in luogo di moneta inferiore hanno servito, come ibuziosed i semi di cacao che sopra dicemmo, quali pure, se non l'impronto, almeno il valore al certo dalla pubblica approvazione ricevevano. Né ho trovato che in alcun luogo sia stato mai lecito, o sia tuttora a' privati, di fabbricarsi la moneta, fuorché in Moscovia, ove narra Sigismondo baron d'Herbesteim che fu in quei regni ambasciadore per l'imperadore, che in quello Stato era lecito ad ogni orefice convertir in moneta l'argento che gli vien dato, facendosi pagare la sua sola fattura; abbenché ciò non possa egli fare se non con il solito impronto del re e fabbricandole col solito peso e bontá che le leggi del principe comandano: altrimenti ne paga con la vita gli errori. Ciò seguí allorquando que' popoli erano meno colti, né abitassero fra loro altre nazioni europee, alle quali è tanto difficile impedire il fabbricarne di false; perché, nello stato presente, ben presto s'avvederebbono i moscoviti quanto importi che il principe abbia la sua zecca di buone e severe leggi munita e da ottimi e fedeli ministri governata.
Li romani, benché a principi tributari ed a cittá confederate variamente permettessero di battere le loro monete, nondimeno nel dominio immediato, anzi in Italia tutta, una sola zecca avevano; e questa nel tempio di Giunone in Roma, come cosa sacra, sotto il governo di tre senatori principalissimi custodivano, i quali «triumviri monetali» si chiamavano. Quel gran re di Taprobana, a cui per fortuna di mare fu trasportato un liberto, cioè Annio Procamo, finanziere de' dazi del Mar Rosso, a tempo di Claudio imperadore, da' racconti di questo uomo, che gli narrò la grandezza dell'impero romano, non prese motivo di maraviglia, se non quando vide ed esaminò le monete romane, e le trovò tutte d'una bontá e peso, benché d'impronti diversi, e per conseguenza fatti da piú d'un principe o magistrato; dal che argomentando la giustizia di sí grandi monarchi, mosso però da disiderio d'averne amicizia, mandò a Roma quella solenne ambasciata, che Plinio diffusamente racconta al capitolo 22 del sesto libro. Carlo magno in tutto il suo imperio una sola zecca volle, e questa costituí nel suo proprio palazzo: tanto importante stimava il ben custodire le leggi e gli ordini delle sue monete, sulle quali la fede pubblica di tutto l'umano commercio s'appoggia. Anche i turchi modernamente, sebbene per molte cittá e in molti regni battono monete d'argento, cioè a dire aspri e pacasi, che sono le loro monete minute, nondimeno non hanno zecca per battere oro, fuorché una sola nel Cairo, ove battono li scheriffi o siano sultanini, qualche poco inferiori di bontá al zecchino di Venezia, ma per lo piú eguali o anche migliori degli ongari d'Allemagna. Ed invero, se molte zecche avessero, interverrebbe loro anche ne' scheriffi ciò che accade negli aspri: che, battuti in piú luoghi, sono falsificati o ridotti a lega peggiore, non essendo facile convincer qual bassá gli abbia battuti, mentre sono tutti collo stesso impronto; laddove a quello del Cairo, per essere solo a batter oro, toccherebbe render conto, se si trovassero sultanini di non intiera bontá.
Insomma sono cosí importanti al ben pubblico queste cautele, e cosí grandi i pregiudizi che da' disordini delle monete risultano, che i romani, che a molte prove ne avevano sperimentati i danni, non solo fabbricarono un tempio alla dea Moneta, nume che finsero tutelare del pubblico commercio, ma gradirono talmente la riforma che fece Mario Gratidiano (uno de' triumviri delle monete, il quale instituí l'officina de' saggiatori e propose molte leggi salutifere a questa materia, particolarmente con lo stabilire il valore a' vittoriati, moneta romana allora molto in uso), che il popolo, non contento di avergli dirizzato statue per quasi tutte le vie, gli accendeva davanti le torce di cera e gli ardeva incenso come ad un dio: onde ebbe a dir Cicerone: «Neminem unquam multitudini propter id unum fuisse cariorem»; onde non è maraviglia se tante monete si trovano iscritte col nome di «SACRA MONETA AUGG.»[16].
Ma a che cercare dagli antichi fatti e costumi gli argomenti a persuader l'importanza e la stima che delle monete deve farsi, e quanta pubblica attenzione siasi sempre avuta ad impedire e correggere i disordini di quella? Mentre in tutta quest'opera ne traspariranno cosí evidenti le ragioni, che non potrá non restarne persuaso chiunque vorrá durare la fatica di leggerla.
Della proporzione della moneta alle cose vendibili, considerata universalmente.
Qualunque volta io considero la necessitá che aveva del commercio il genere umano e le comoditá che al suo vivere sono da esso risultate, non posso di meno di non ammirare la divina sapienza e bontá, che all'ingegno degli uomini infuse, tra gli altri, i semi di cosí feconda invenzione, qual fu quella della moneta, cui mediante si è cosí fattamente diffusa per tutto il globo terrestre la comunicazione de' popoli insieme, che può quasi dirsi esser il mondo tutto divenuto una sola cittá, in cui si fa perpetua fiera d'ogni mercanzia, e dove ogni uomo, di tutto ciò che la terra, gli animali e l'umana industria altrove produce, può, mediante il danaro, stando in sua casa provvedersi e godere. Maravigliosa invenzione! Imperciocché, essendo le cose tutte nel numero, peso e misura costituite da chi le creò, fra tutti gli stromenti, che per misura della quantitá, siasi discreta o continua, o siasi nel peso o nel moto, nel tempo della distanza, nella mole, o in qualunque altro modo considerata nelle cose, sono stati trovati, niuno può dirsi stromento piú universale della moneta, il cui uso si stende a misurar insino i desidèri e le passioni nostre: onde quel prezzo, che per soddisfare ad un appetito, buono o reo ch'egli sia, ci contentiamo di spendere, è appunto la misura dell'appetito con che lo bramiamo, mentre ci determiniamo in noi stessi che piú di tanto non spenderessimo per ottenerlo. Ed in ciò solo parrá ad alcuno difettoso stromento per pigliar tali misure la moneta: mentre non giunge a misurar l'insaziabile disiderio degli avari. Ma io, a chi perciò manchevole la giudicasse, risponderei essere proprio delle misure misurare le cose finite, non le infinite. Ma, perché egli è proprio ancora delle misure d'aver sí fatta relazione colle cose misurate, che in certo modo la misurata divien misura della misurante (ond'è che, siccome il moto è misura del tempo, cosí il tempo sia misura del moto stesso), quindi avviene che non solo sono le monete misure de' nostri disidèri, ma vicendevolmente ancora sono i disidèri misura delle monete stesse e del valore; né tanto rari sarebbero nel mondo l'oro e l'argento, se minor copia di brame si trovasse negli uomini a comprare, per soddisfar le quali sono essi necessari.
Quegl'indiani, che mezzi ignudi e con poca pompa e con vitto semplicissimo vivevano nell'America, con poca moneta supplivano a tutte le loro necessitá. Se cosí vivessimo noi, l'oro e l'argento sembrarebbe assai piú vile che non è; e, restandone poco in moneta, il restante ad altri usi si destinerebbe, come facciamo del rame. E da qui nasce che Aristotile, dopo aver pronunziato francamente che «nummus omnia metitur» e che «pecuniae obediunt omnia», soggiunge poco dopo ch'era necessario per l'umano commercio «ut una re aliqua ponderanda et aestimanda essent omnia, idque revera indigentia est, qua omnia continentur»; e ne rende la ragione ben evidente: «Etenim, si nullo egerent homines, aut non eodem modo profecto, aut nullum, aut certe non idem pactum conventumque intercederet». Se di nulla abbisognassero gli uomini, se nulla disiderassero, quali contratti si farebbero? E se non si contrattasse, a che servirebbe la moneta? Sono adunque i disidèri degli uomini misura del valore delle cose; alla quale dovendo corrispondere la moneta, ne segue che i disidèri o i bisogni siano misura del valore delle monete non meno che di quello delle cose; e viceversa le monete misura del bisogno e del disiderio, non meno che del valore delle cose; non altro essendo, a chi ben considera, il valore delle cose che la stima che ne facciamo secondo il bisogno e disiderio nostro.
Né sará giá alcuno che voglia contro dovere interpretare in questo luogo l'indigenza ed il bisogno, che dice il filosofo, men largamente di quanto serve per abbracciar insieme tutti i disidèri di cose contrattabili e conseguibili per mezzo del soldo, quantunque non tutti necessari siano, ma la maggior parte voluttuosi. Vero è che il nome d'«indigenza» pare che strettamente importi il bisogno delle cose necessarie solamente, onde quel disiderio, che averei io d'un quadro di Tiziano, non possa dirsi propriamente ed in istretto significato d'«indigenza». Ma a chi volesse all'indigenza delle cose nel suddetto testo cosí angusti confini costituire, ben difficil cosa sarebbe non meno salvar il detto del filosofo che determinare i confini stessi a cotali indigenze, indicando sin dove s'estende la pura necessitá degli uomini, e di dove incominciano i loro disidèri stessi ad essere voluttuosi; mentre pur troppo siamo costumati a dire d'aver bisogno di tutto ciò che, non l'avendo, desideriamo, e le cose stesse ad uno possono dirsi voluttuose e superflue, che ad un altro saranno necessarie ed oneste. Anzi chi condanna talora la pompa ed il lusso, perché forse incomoda qualche famiglia che non misura i suoi disidèri con le forze, non vede sempre il danno, che a tanti altri artefici e mercanti ne risulta dal mancare il commercio di quelle cose bandite: onde, se superflua sará ad un signor particolare la spesa di tener tanti cavalli e molti paggi o di vestir ricamo sontuoso, quella spesa però si può dir necessaria a quei tanti artefici e povere genti che di quelle spese si mantengono, ed a quei mercanti che di quel traffico vivono e danno il vivere a molti. Diogene trovò superflue tante cose, che volle che gli bastasse per palazzo una botte e per tazza da bere il concavo della mano: ma egli però campava a spese d'altri, che dal commercio traevano il vitto per sé e per lui; e se tutti l'avessero imitato, averebbe forse spiaciuto a lui ancora l'andar a cogliersi di sua mano le ghiande. Volle dunque intendere in questo luogo Aristotile, non dell'indigenza delle cose necessarie solamente, ma d'ogni disiderio, che ci move a dare stima alle cose e misurar il loro valore col soldo. E queste considerazioni mi hanno reso facile a sottoscrivere l'opinione di Bernardo Davanzati, che nel luogo sopraccitato si sforzò di provar che tutte le comoditá degli uomini, che sono fra loro in commercio, comprese insieme, tanto vagliono quanto l'oro, l'argento ed il rame coniato, che pure fra loro corre in commercio.
Imperciocché, e chi non vede che, se una cittá fosse cosí o da nemico assediata o da altra cagione ristretta, che per lungo tempo le fosse il commercio con gli estrani impedito, muterebbero prezzo tutte le cose vendibili che in essa si trovassero? E, se molto oro od argento ella avesse e poche comoditá, sarebbe forza a' suoi cittadini il comprare a caro prezzo ciò che di bisogno essi avessero; e, supposto che delle cose all'umana vita bisognevoli si mantenesse in essa un'eguale quantitá, in ogni tempo eguale si manterrebbe ancora il prezzo di quelle, sin tanto che la stessa quantitá di moneta si mantenesse in commercio. Vero è bensí che molte cose voluttuose, che a' tempi piú felici assai si stimavano, a poco o a niun prezzo, nell'angustia delle cose puramente necessarie, ridur si potrebbono: onde, mancando il pane negli assedi, lo vediamo comprare a prezzi ben grandi, e le pitture ed altre delizie ben pochi soldi valutarsi. E mi ricordo aver letto di chi in un assedio (e fu l'assedio di Casilino, ov'ora è Capua moderna, assediata da Annibale), avendo preso un sorcio per mangiarlo, lasciò indursi dall'avarizia a venderlo dugento fiorini ad un altro affamato, forse con isperanza di pigliarne frappoco un altro per sé; ma egli si morí ben prima dalla fame che un altro trovarne: non cosí il compratore, che con quei dugento fiorini salvò la vita. Ma in questi casi ancora tanto vale tutto l'oro ed altra moneta, che in tali assedi si trova in corso di commercio, quanto tutte le comoditá che in esso si vedono, e quanto scemano di prezzo le cose meno necessarie, altrettanto crescono quelle che qui al viver nostro sono importanti: onde, come negli assedi appunto avvenir suole che mancano a poco a poco gli alimenti, rimanendo pure la stessa quantitá di moneta in commercio; cosí non è maraviglia se maggior porzione di essa a quei pochi alimenti per loro prezzo si deve, perché maggiore ne diviene il bisogno in proporzione di essa moneta che abbiamo. Che se all'incontro giungesse nuovo soccorso de' viveri, onde maggior abbondanza che prima se ne trovasse, nuovamente a minor prezzo si ridurrebbe ogni cosa, non per altro, se non perché l'estimazione, che facciamo delle comoditá, vien misurata dalla quantitá della moneta che abbiamo; e sempre vagliono tutte assieme le comoditá che sono in commercio, quanto tutto l'oro e l'altra moneta, che a questo fine di contrattarle gira il commercio medesimo.
Che se da una cittá sola passiamo colla considerazione ad una provincia, e la supponiamo, distinta da ogni altra estranea comunicazione, sola entro a se stessa suoi baratti e suoi contratti esercitare a guisa d'isola nell'oceano a' naviganti sconosciuta, o in quel modo pure che per tanti secoli i popoli cinesi hanno negato ogni comunicazione con loro agli altri popoli, non è egli ben manifesto che quanto maggior numero di moneta correrá in commercio entro il recinto di quella provincia in proporzione delle cose vendibili che vi sono, tanto piú care quelle saranno? se cara può dirsi una cosa perciocché vaglia molto oro in paese ove l'oro abbondi, e non piuttosto vile debba in quel caso chiamarsi l'oro medesimo, di cui tanta porzione sia stimata quanto un'altra cosa, che altrove piú vile viene considerata.
Cosí i messicani ed altri popoli dell'America, che d'oro e d'argento abbondavano, ma del ferro erano affatto privi (metallo cui non altro che l'abbondanza ha reso piú vile dell'oro, mentre agli usi umani immediati egli è tanto piú acconcio), comperavano di buon grado un'accetta a peso d'oro dagli spagnoli, e si ridevano de' venditori come di pazzi, dicendo:—Or va' tu a tagliar un arbore, se puoi, con cotesto oro, come io lo taglierò con questo ferro che m'hai dato.—Anzi fra gli stessi spagnoli non poté non far sentire l'alterazione grandissima ne' prezzi delle cose il commercio in quei paesi; poiché nel Perú, ove abbondantissimi trovarono i piú prezzati metalli e dove come che nudi andavano gli abitanti, e non vi nasceva vino, né v'erano cavalli, e cent'altre comoditá d'Europa vi mancavano, valeva fra loro un paio di calze trecento ducati, una cappa o mantello mille, un buon cavallo quattro o cinquemila ducati, ed i ghiotti pagavano un boccal di vino fino dugento ducati, e stimavano risparmio armar d'argento piuttosto che di ferro le ogne dei cavalli, perché il ferro all'oro in prezzo si uguagliava.
Cosí, avanti che Roma, delle spoglie del mondo tutto arricchita, spargesse la limatura d'oro sotto i piedi degl'imperadori ai loro passeggi, n'ebbe lungo tempo scarsezza: narrando Plinio che, quando ella fu presa da' Galli, ond'ebbero i romani a comprar a contante da loro la pace, non fu pattuita che mille libbre d'oro; e pure aveva ormai Roma 153 mila persone libere, senza la moltitudine delli schiavi. Anzi era tanta la povertá di quei primi senatori, o vogliamo dire la scarsezza dell'oro e dell'argento in Roma in quei tempi, anzi in quei primi e piú felici secoli, che, avendo Scipione dimandata al senato licenza di ripatriare, perché ormai la figlia, che aveva, era nubile e bisognava pensare alla dote, il senato, per non privarsi di quel gran capitano in Ispagna, assunse di dotarla e maritarla egli: «dotis vere modus XL millia aeris fuit», dice Valerio; il che, secondo il Budeo[17], non ascende a piú di 400 scudi. Cosí fu creduta gran dote quella di Tullia, figlia di Cicerone, che portò al marito «X millia aeris», che risponde a cento scudi; e «Megalia» fu per antonomasia detta quella femmina dotata, perché portò «quingenta millia aeris», che sono 5 mila scudi. Cosí, quando fece non so qual voto Furio Camillo[18] per ottenere vittoria contro i nemici, che poscia, per lo troppo importare, non s'arrischiava dirlo al senato, e' non arrivava ad otto talenti d'oro: pure lo disse poi, e bisognò che si spogliassero de' suoi ornamenti ed anella le matrone romane per farne il cumulo, per la generositá delle quali fu concesso dal senato che potesse loro farsi dopo morte l'orazione funebre, che prima solo agli uomini era solita permettersi. Considerazione che mi rende sospetta l'asserzione di Plinio, che racconta aver trionfato Tarquinio in veste d'oro; e veramente in questi primi tempi era cosí poco dilatato il commercio tra gli uomini, che quasi ogni provincia viveva da sé, quasi che incognita alle sue confinanti: onde non è maraviglia se Roma e il Lazio erano scarsissimi d'oro e la Toscana ne abbondava, mentre era sí poco il commercio e il traffico fra loro, che potevano gli uni radunar eserciti e portarsi con improvvisa guerra addosso gli altri, innanzi che della mossa o de' fatti loro alcun sentore ne avessero gli oppressi. Non cosí avviene oggigiorno, che ben di lontano sappiamo non solo le mosse degli eserciti, ma gl'istessi consigli, mercé la copiosa comunicazione che fanno tra loro insieme le nazioni, fondata principalmente sul trafico, mediante il quale si fa anche cosí regolato il prezzo alle cose in tutti i luoghi, che non molta maggior differenza si trova di quella, che dalle spese del trasporto, pericolo de' viaggi, gabelle ed altro s'aggiunge al prezzo corrente delle medesime ne' lor propri paesi.
Abbondano d'oglio la Toscana, l'Umbria, l'Abbruzzo in Italia; ne scarseggia lo Stato veneto e la Lombardia: la differenza del prezzo dall'Abbruzzo e Puglia a Venezia e Milano è solo tanto, o poco piú, quanta è la spesa delle condotte e delle gabelle, con di piú un sí moderato guadagno de' mercanti, che non lascia luogo ad altri di venderlo per meno. Che se oltre a queste spese fosse anco a molto miglior mercato l'oglio in Abbruzzo di quello egli sia in Venezia, ne porterebbero tanto di piú i mercanti per farci guadagno; sicché, tanto meno restandone in Abbruzzo, crescerebbe colá il prezzo, e, tanto piú trovandosene in Venezia, ivi scemerebbe di valore.
Mi ricordo di aver con profitto di chiarezza adoperata piú volte, discorrendo in questo proposito, la similitudine de' corpi fluidi, parendomi che i prezzi delle merci del mondo non diversamente fra loro, mediante il commercio, si livellino, di quello che facciano le acque stagnanti, che, per qualunque agitazione che patiscano, infine si spianano in livello insieme. E il mare stesso non può avere piú alte l'onde sue nell'Adriatico che nel Tirreno o nel Mar Nero o nell'Oceano medesimo, se non quanto le varie sue correnti o commozioni del flusso e riflusso, e le diverse situazioni de' suoi seni ne portano lo svario di pochi piedi fra i piú remoti lidi[19]: mercecché le sue acque, non meno delle merci, hanno fra loro perpetua comunicazione in tutto l'universo, onde sono necessitate dal proprio peso a livellarsi in pari distanza dal centro, a cui tendono. Che se in alcun luogo sia un mare cosí dagli altri disgiunto, come il Caspio in Asia o il mare di Parime nella Guaiana in America, se giá non hanno per sotterranei meati il loro commercio con gli altri mari, come io mi do facilmente a credere, non avranno nemmeno necessitá di livellarsi con essi: come non l'hanno le mercanzie di quei paesi che dal commercio universale vivono segregati; quali appunto credo siano molti tartari dell'Asia ed i popoli piú mediterranei dell'Armenia e dell'Africa, a' quali certo nulla risulta l'abbondanza d'oro o di commoditá che in altri paesi si trovi, mentre con quelli non hanno colleganza né pur mediata col traffico. Che se a quelli ancora un giorno s'aprisse la strada a' nostri commerci, come s'è fatto col Messico, Brasile e Perú e tanti altri da due secoli in qua, vederessimo bensí per qualche tempo fluttuanti li prezzi delle cose; ma finalmente, passando a noi il di piú che avessero essi di comoditá che a noi mancassero, ed a loro delle nostre il medesimo, si farebbe nuovo livello e nuovo prezzo alle cose, proporzionato nuovamente non alle cose solo contrattabili che erano prima in commercio, ma a quelle ed all'altre aggiuntesi insieme.
Di qui è nato che le grandissime somme d'oro e d'argento, che sono dall'Indie venute in Ispagna da Carlo quinto, anzi dal regno di Ferdinando ed Isabella in qua, e lo spaccio grande, che hanno avuto fra quelle nazioni molto tempo ed hanno ancora in parte le merci d'Europa, ha fatto che le cose tutte d'Europa sono divenute tanto piú rare di prima, e che molto tempo hanno fluttuato nella varietá i prezzi; ed ora sono livellati in modo, che non riesce piú d'arricchirsi in sí poco tempo a chi va a mercantare nell'Indie, come prima succedeva. Giovanni Bodino scriveva del 1568, in un suo trattatoDelle monete, che a quel tempo erano giá comparsi dall'Indie in Ispagna sopra 500 milioni d'oro e 200 milioni d'argento, e che ogni anno la flotta ordinaria compariva ricca di 18 e piú milioni; li quali, spargendosi per tutta l'Europa, per lo bisogno che hanno gli spagnoli delle comoditá degli altri paesi (troppo sterile essendo in alcune parti la Spagna, troppo sossiegata la nazione, che sdegna non meno il lavoro dell'arti che la mercatura), hanno fatto che non solo nella Spagna stessa, ma per tutta quasi l'Europa, ove si va spendendo il loro oro ed argento, sono cresciute di prezzo non meno le terre che i frutti d'esse e l'opere stesse manuali, mercecché tutte insieme s'uguagliano sempre in valore a tutta insieme la moneta che in commercio va correndo: onde ora, che tanto piú d'oro abbonda la cristianitá che prima non era, piú del medesimo ne tocca a ciascuna cosa per suo prezzo e valore.
Ricavò in quegli anni il medesimo Bodino da' libri dell'entrate regie, che piú aveva reso la Francia al suo re in 53 anni, dal 1515 al 1568, che non aveva fatto in 200 anni avanti; e notò che giá in 50 anni erano cresciuti sí fattamente i prezzi de' campi, che tre volte tant'oro in peso si pagavano di quel che 50 anni prima si compravano; anzi aggiunge che ormai la contea di Avignone rendeva il doppio d'entrata annua di quanto fu giá venduta in capitale, e che il simile, o poco meno, facevano tutti gli altri Stati. Onde non è maraviglia se si contano a' nostri tempi l'entrate regie di Francia a tanti milioni, che a' tempi di san Luigi erano cosí scarse, che, rimasto quel santo principe prigioniero di Saladino soldano d'Egitto, ebbe a lasciar pegno a quel barbaro l'ostia consacrata, che il santo re seco portava, per ritornar in Francia a sollecitare in persona l'ammasso di 200 mila bisanti d'oro, ch'era tassato il suo riscatto: eppure 200 mila bisanti non erano che 500 mila lire di tornesi, secondo il calcolo che ne fa il padre di Sonville, riferito dal Bodino nel suo giá mentovato trattatelloDelle monete.
Lo stesso narra Plutarco che succedesse a' tempi di Paolo Emilio in Roma, ove, appena ebbe egli portato dalla Macedonia soggiogata e da' tesori di Perseo suo re le copiose ricchezze adunate prima in quel regno, che i prezzi de' campi, e per conseguenza dell'altre cose, ascenderono al triplo di prima. Ed a' tempi d'Augusto narra Svetonio che egli portò da Epiro sí gran copia d'argento ed oro, che i campi crebbero di prezzo e l'usure scemarono.
Il che a' nostri giorni proviamo in Italia, ove in particolare la nazione genovese, gli anni passati, non trovando in che impiegare i molti contanti che aveva, li dava in altri paesi a due o tre per cento: onde molte religioni ed altre persone ne hanno tolto a censo perpetuo, e hanno con essi estinti i censi, che avevano con altri a 5, 6, 7 per cento, riducendoli a 2 e 3. Sebbene non è tanto di ciò cagione l'accrescimento d'oro e d'argento in Italia quanto la mancanza del traffico, che, scemando ogni di piú, fa che i mercanti restano col soldo inutile in mano.
Dell'alterazione che ricevono i prezzi delle cose dall'abbondanza o raritá delle medesime, data la stessa quantitá di monete nel mondo.
Abbastanza s'è fatto conoscere nel precedente capitolo come l'abbondanza o caristia dell'oro o dell'argento nel mondo altera i prezzi delle cose; onde sará facile da intendere come nelle cittá di traffico, ove piú oro ed argento corre che in altre, sia piú caro il vitto, non perché minor quantitá vi se ne trovi che in altre, ma perché vi è piú con che pagarlo. Resta ora a considerare come, data la stessa quantitá d'oro e d'argento nel mondo o in qualche particolare cittá, la raritá o frequenza delle comoditá o cose contrattabili, cresce e scema il loro valore. E, sebbene l'argomento pare sia di cosa assai chiara e notoria, nondimeno non sará di poco utile all'intelligenza delle cose da dirsi l'aver versato qualche poco sopra di esso.
Io intendo «abbondare una cosa», non quando in fatti molta quantitá di essa se ne trova, assolutamente parlando, ma quando ve ne ha gran copia, rispetto al bisogno, stima e disiderio che ne hanno gli uomini.
La seta a' tempi di Aureliano Cesare era cosí rara, che non valeva né piú né meno d'altrettanto oro a peso: onde Vopisco nella vita di quell'imperadore narra ch'egli «vestem holosericamneque ipse in vestiario suo habuit, neque aliis utendam permisit: libra enim auri tunc libra serici fuit». E 250 anni dopo incirca, Giustiniano imperadore ridusse a monopolio la mercatura della seta, sicché niun altro che il suo tesoriere poteva venderla, il quale, secondo narra Procopio[20], «unciam serici alia quidem tinctura imbuti sex aureis, regio vero suffecti colore, quem 'holoverum' vocant, quatuor et viginti et amplius dedit». Ed ecco che cosa era quel «holoverus», che hanno altri stimato volesse dir «drappo di pura seta, velluto», ecc.; ed era, per testimonio di Procopio, un colore di gran prezzo, perciò detto «color regio» o «porpora», forse come il nostro «color di foco», «ponsò» e simili, che piú generalmente si dice «tinto in grana». Non erano ancora giunti nell'imperio romano i bachi da seta, né le piante de' gelsi, che ora per tutta l'Europa sono sí fattamente propagate: conciossiacché dall'Indie e da' popoli sericani nel corso di molti secoli passarono alla Persia, e dalla Persia a poco a poco fino a noi, e si sono poscia diffusi sí fattamente, che, passato nel nostro secolo il seme e la coltura anche in Francia ed in Ispagna, è giá ridotta la seta al valore poco piú d'un ducato d'oro la libbra; ed a minori prezzi ancora è per ridursi, se tanto potranno soffrire le fatiche e sudori de' poveri contadini che gli nodriscono, mentre ormai a gran fatica se ne cava tanto quanto a pagare l'opera ordinaria loro si richiede.
Cosí la raritá rende preziosa ogni mercanzia, come nelle gioie e ne' metalli stessi tutto dí osserviamo, e l'abbondanza le rende vili. L'acqua, ch'è un elemento di tanta importanza all'umano vivere, perché abbonda quasi per tutta la terra, non vale cosa alcuna, e con ragione si lamentavano gli ebrei nella cattivitá di Babilonia di doverla comprare; ed una minestra sola a Esaú fu piú cara che la primogenitura, mentre argomentava da sé il povero affamato, dicendo a Giacobbe: «En morior; quid mihi proderunt primogenita»?[21].
La stima o il concetto che facciamo delle cose, a cui va compagno il disiderio di esse, giá dicemmo esser misurato dalla moneta: onde, data la stessa quantitá di monete in commercio, al mutar la stima che fanno gli uomini di una cosa, muta il loro prezzo, diventando piú care se ne cresce il disiderio, piú vili se ne vengono in disprezzo. Né v'è possanza per mutar d'improvviso i prezzi d'alcune cose del mondo, quanto la stima che di esse facciano i principi. Antonino Caracalla diede gran prezzo in tutto l'imperio romano all'ambra gialla, col dilettarsi di portarne fra' suoi ornamenti, per esser ella del color de' capelli della sua amica. «Quicquid principes faciunt praecipere videntur», diceva Quintiliano[22]. Adriano sesto, di nazione fiamminga, si compiaceva, piú che d'altro pesce, del merluzzo salato, detto «stockfish», ed a sua imitazione tutta la corte di Roma, poi tutta la cittá ne mangiava; e diventò caro piú d'altro pesce quell'anno, perché, a proporzione di tanti che ne volevano, n'era poca quantitá venuta in Italia.
Ma che? Non vediamo noi tutto giorno al mutar delle mode di Francia crescere e scemare di prezzo or le perle, or i diamanti, ora le turchese ed altre gioie? E per qual cagione mai, se non perché, introdotta nuova moda, molti sono che di questa specie, pochi che di quell'altra vogliano provvedersi; onde elle diventano, riguardo al bisogno, or poche, or molte? A' nostri giorni erano le gioie opache in molta stima per la raritá, e talvolta averebbe un'opala valuto a pari dello smeraldo, se un po' maggiore del comune stata fosse. La sagace industria d'alcuni muranesi, che di far cristallo, che imitasse la candidezza di quello di monte, s'ingegnavano con varie prove, trovò a caso il modo di fare una pasta che tanto all'opale si rassomigliasse, che, lavorate ad uso di gioie, ingannavano sul principio gli stessi orefici; onde, abbenché consapute false, si vendevano a gran prezzo. Ma, comeché vetro egli fosse, né molto piú dell'ordinario costasse a chi le fabbricava, la grandezza del guadagno invitò a farne quantitá; la quantitá, non trovando esito pronto a que' prezzi rigorosi, costrinse gli artefici ad abbassare il prezzo; e successivamente, lavorandone sempre piú e passando in piú mani il secreto, restò scemato in pochi anni sí fattamente il prezzo, che di presente non vi trovano i muranesi maggior vantaggio che nella composizione degli altri smalti; onde non ragguagliano la dugentesima parte del danaro che furono vendute le prime, e le opale vere, ancorché gioie, hanno perduto di stima per la somiglianza troppo grande che hanno con le false. Ogni nuova invenzione in tanto solo porta seco gran guadagno e trova prezzo grande nella stima degli uomini, in quanto la raritá la rende piú desiderabile. Non sono venticinque anni che si credeva non trovarsi nel mondo medaglie di rame dell'imperadore Ottone. Le prime, che si scoprissero, furono comprate fin a dugento scudi d'oro; ed erano poco ben conservate e di trista condizione. La grandezza del prezzo ha eccitato l'industria di molti, che hanno sin passato il mare per andare in Egitto, in Soria ed in altri luoghi, ove di queste raritá si fa minor conto; e se ne hanno raccolte tante, che le piú perfette e meglio conservate di questo imperadore non vagliono un terzo di quello che valessero le prime; ed ogni dí valerebbero meno, se la dilettazione di questa nobile suppellettile non si fosse diffusa in tanti, particolarmente principi e signori grandi, che ne fanno numerose e preziose raccolte. Dunque, siccome di quelle cose delle quali una stessa quantitá per lo piú si conserva nel mondo, come le terre, gli edifizi e cent'altre, il prezzo si cangia secondo che nel mondo maggiore quantitá di moneta spendibile si trova in commercio; cosí, dato che si conservi la stessa quantitá di moneta in commercio, vagliono le cose piú e meno secondo la loro raritá ed il disiderio che hanno gli uomini: dal che tanto piú resta manifesto che la moneta ed i disidèri si misurano reciprocamente insieme, ed ambidue sono misura universale di tutte le cose contrattabili, conforme all'opinione d'Aristotele che di sopra citammo.
Né qui altro mi resta a soggiungere che levare alcun picciolo scrupolo a chi forse dir mi volesse che sono i disidèri degli uomini di gran lunga piú numerosi di quello sia la quantitá delle monete che corre in commercio, e che sarebbe troppo felice il mondo, se non si estendessero le umane brame piú lá della possibilitá della moneta. Ma io rispondo e dimando a costoro: se essi hanno mai riposto in granaio punto di quel grano, che, seminato in terra, non ebbe la fortuna di far radici, nascere, crescere e maturare. E chi vuol mettere in conto i disidèri umani delle genti stolte, connumerandoli a quelli che conseguiscono il suo fine? La moneta misura l'intenzione di quei disidèri che conseguiscono il suo fine, non misura i sogni degl'imprudenti, che vaneggiano tra le stolte cupidigie loro. Tuttociò che si compra in qualche modo si disidera: o sia per conseguire per suo mezzo un bene vero o un apparente, o sia per isfuggire un male o per ubbidire ad una forzata necessitá, tutto è disiderare, tutto è aver bisogno, in senso del filosofo; e l'intenzione di questo disiderio e di questo bisogno, con che facciamo di qualunque cosa l'acquisto, dalla moneta vien misurata. L'altre cose, che disideriamo invano (siasi per impotenza nostra o per natura loro che conseguire non le possiamo) non cadono sotto l'«indigenza» detta da Aristotele nel testo che sopracitammo, ma sotto il titolo di «vane cupiditá», che non sono ad alcuna misura soggette. «Multa petentibus desunt multa. Bene est cui Deus obtulit parca, quod satis est manu».
Dell'oro ed argento, e delle antiche e moderne proporzioni di valuta fra loro.
Per quanto siansi trovate cento invenzioni di far monete ed abbiano in piú regni il corso varie cose sotto questo nome, il che abbondantemente abbiamo dimostrato nel capitolo primo, nulladimeno la piú universale materia di esse in tutto il mondo è l'oro e l'argento. È nondimeno quistione assai problematica se la valuta di questi due metalli sia sempre la proporzione della quantitá che se ne trova nel mondo; cioè a dire, se l'essere stimato l'oro, per esempio, quattordici volte piú dell'argento sia segno che nel mondo si trova maggior quantitá effettiva d'argento che d'oro in commercio, o pure se la stima, che facciamo maggiore dell'oro, in altre sue condizioni o prerogative sia fondata. E, per vero dire, noi non siamo sempre soliti prezzar le cose per la sola raritá, quando con questa non sian congiunte altre condizioni che ce le rendono comendabili; e certamente nelle gioie o ne' metalli almeno due ragioni troviamo per apprezzarle: una si è quella stima che facciamo di loro per la bellezza o per altre loro condizioni che ci dilettano e ci sono utili; l'altra è la poca quantitá o molta che se ne trova in ordine al bisogno o disiderio nostro.
Io non vedo per l'Italia nostra, né fuori di essa nelle province confinanti, tanta copia di rubini quanta a' tempi d'oggi se ne vede di diamanti; e pure val piú il diamante del rubino, data paritá di grandezza, nettezza e lavoro. Dunque non è la sola raritá che fa valere il diamante. Lo stesso può essere dell'oro. In oggi corre tal prezzo di questo metallo per l'Italia, che comunemente una marca d'oro si paga con marche quattordici, once 6 di argento in circa; ed io non per tanto m'arrischio giá a proferire questa conseguenza: dunque è segno che per ogni marche 14-2/4 d'argento in Italia, se ne trova una sola d'oro in circa. Né oserei affermare che, qualora si trovasse nel mondo egual quantitá dell'uno e dell'altro metallo, dovessero valere anco del pari; e, se vi fosse tanto piú d'oro che d'argento quanto oggidí v'è piú argento che oro, dovesse l'argento valere il prezzo che in oggi vale l'oro, e l'oro non valesse se non quanto val oggi l'argento. Lodasi l'oro per la finezza maggiore, cui mediante il fuoco non scema, e per longhezza di tempo non irruginisce, per lo colore simigliante, dice Plinio, a quello delle stelle; benché io creda per questa parte, con Plinio, che sarebbe non men lodato il bianco, se all'oro toccava d'esser bianco, e non all'argento, siccome lodiamo il bianco de' diamanti, non perché piú vaghi siano de' rubini o smeraldi, ma perché sono piú rari e piú stimati. Per altro si loda eziandio l'oro per lo peso, ch'è il maggiore, in paritá di mole, che abbia alcun altro composto; nonostante che Plinio stesso, solito a scrivere le cose conforme le udiva dire senza informarsi o fare esperienza di nulla, asserisca che sia piú grave dell'oro il piombo. E pure consta chiaramente (mi sia lecito far questa breve digressione) che d'una mole di piombo, una d'argento vivo ed una d'oro, che siano eguali in grandezza, la piú leggiera è il piombo, e pesano, secondo Baccone[23], l'oro 100, l'argento vivo 75, il piombo 60, ma, secondo Marin Ghetaldo[24], l'oro 100, l'argento vivo 71. 3, ed il piombo 60-10/19. Lascio qui di portar alcune mie esperienze sopra di ciò, che io stimo bene piú esatte. Ma le pubblicherò in altro luogo piú proprio: bastandomi che qui resti chiaro quanto s'è ingannato Plinio, dicendo che l'oro «nec pondere aut facilitate materiae praelatum est caeteris metallis, cum cedat per utrumque plumbo». Onde io per me non so come, nel paragonarlo all'argento, si possa altro vantaggio ragionevolmente assegnar all'oro fuori dell'esenzione dalla rugine, a cui soggiace l'argento anco piú puro, vedendosi molte medaglie antiche d'argento che ne hanno sentito il dente; il che in quelle d'oro non s'osserva. Ma, se pure queste prerogative hanno dato all'oro qualche vantaggio sopra l'argento, non perciò resta che anche l'abbondanza dell'uno, rispetto all'altro, non abbia molto contribuito; perché in fatti, dovunque è piú abbondante, ivi si vede che gli è anco meno prezzato e per meno quantitá d'argento si baratta.
So d'aver letto una volta (ma non mi sovviene dove, e, per diligenza fattane, non lo trovo piú) che in uno de' regni mediterranei dell'Africa è sí grande la copia dell'oro e la scarsezza dell'argento, che l'argento val piú dell'oro.
Messer Marco Polo[25] nelle sue relazioni dice che nel regno di Coraian nell'Indie, a' suoi giorni, si davano otto saggi d'argento per uno d'oro perfetto; e nel Corazan, provincia ch'ora appartiene al Mogol e che di molte miniere è abbondante, davano per una sola d'oro sei d'argento; anzi ne' regni di Mian con cinque d'argento s'aveva una d'oro: onde nasceva che venivano di lontani paesi mercanti con argento da barattare in oro, per lo guadagno che vi facevano portandolo al loro paese. In Bengala nell'Indie orientali[26] l'oro vale un sesto piú che in Malaga, perché in Bengala v'ha piú abbondanza d'oro da' regni piú interiori dell'India suoi vicini, che d'argento; e a' giorni nostri vediamo per tutto andarsi mutando la valuta dell'oro a proporzione dell'argento, conforme dall'Indie e da altre parti viene apportato piú dell'uno che dell'altro proporzionatamente. Il che mi fa stupire come Bodino, scrittore intelligente e sottile, si sia impegnato a sostenere che per duemila anni avanti di lui, ed al suo tempo ancora, fosse quasi sempre ed universalmente la proporzione dell'oro all'argento nel valore come da dodici ad uno. Erodoto veramente scrive che ne' suoi giorni si davano tredici d'argento per una d'oro; e Wilebrordo Snellio nel suo librettoDe re nummariaraccoglie da piú autori che, quando i romani batterono la prima volta monete d'oro, le ragguagliarono a dieci per uno, mettendo in arbitrio degli etòli stessi il pagare in oro o in argento il tributo, purché per ogni libbra d'oro si valutassero dieci libbre d'argento.
Lo stesso fu a' tempi di Strabone e prima a' tempi di Menandro poeta. A' tempi di Plinio Secondo, che il Budeo nel terzo libroDe assene ricava, correva l'analogia dell'oro all'argento come di quindici ad uno, imperocché uno «scrupolo» d'oro valeva 20 sesterzi, e però una dramma o denario ne valeva 60; ed all'incontro una dramma d'argento in pari peso valeva 4 sesterzi: e però l'oro all'argento in pari peso valeva quindici volte piú. Ma sotto Arcadia ed Onorio imperadori vediamo che, per legge da loro emanata e registrata nelCodice, libro X, titolo ultimo, fu ragguagliata la libbra d'argento per 5 soldi d'oro. «Iubemus—dice quella legge,—ut pro argenti summa, quam quis thesauris nostris fuerit illaturus, inferendi auri accipiat facultatem, ita ut pro singulis libris argenti quinque solidos inferat». E perché la libbra pesava 72 soldi per la legge 5,Codice, titoloDe susceptoribusdel libro X, chiaro consta che 5 soldi d'oro valevano 72 d'argento, che è lo stesso che uno d'oro per 14-2/5 d'argento, ed è quasi la proporzione moderna. Plinio però la trovava del suo tempo come 12 ad uno. E dell'anno 1512 narra lo Snellio suddetto che fosse ella nuovamente di 12 ad uno; ma a suo tempo, che fu 100 anni dopo, la trovò egli come 40 a 3, o sia come 13-1/4 ad uno. E pure nel corso di quel secolo fa di mestieri ch'ella fosse nuovamente diminuita, mentre nell'ordinazione di Ferdinando primo imperadore, fatta l'anno 1559 nella dieta d'Augusta sopra tutte le monete dell'imperio e loro bontá e valuta, cosí d'oro come d'argento, io trovo che li ducati d'oro, detti ongari, di bontá di carati 23-1/3, e di peso a 67 ducati la marca di Colonia, valevano in Allemagna carantani 104 l'uno, che sono carantani 6988 la marca d'ongari; e perciò una marca d'oro fino di 24 carati valeva carantani 7167. Nella medesima ordinazione è costituito il prezzo all'argento fino di 12 once fiorini 10-1/5, che sono carantani 612; onde l'oro valeva piú dell'argento 11 volte e 72/100; il che, sebbene s'approssima al prezzo che voleva stabilire il Bodino di 12 d'argento per una d'oro, pure mostra che dal 1512 in qua ella era anzi scemata.
Che se Giulio Polluce calcola che in Grecia, a tempo che quelle repubbliche fiorivano, un'oncia d'oro valeva una libbra d'argento; ciò non ostante, dalla grande varietá che in diversi tempi s'è veduto in questa proporzione, non può negarsi mal fondata la massima, non solo del Bodino, che, come dissi, ha preteso essere stata quasi sempre per 2000 anni avanti lui quella di 12 ad uno, e dover in avvenire conservarsi tale, ma di Gasparo Scaruffi ancora, che nel suoAlitinonfopretese d'insegnar il modo di mantener per tutto la moneta agli stessi prezzi per sempre. Ma supponeva che nel mondo non v'avesse difficoltá a questo 12 d'argento per uno d'oro per sempre, e non osservava che, se dall'Indie o dall'altre miniere cominciasse a venir molta piú copia d'oro che prima e molta minor copia d'argento, comincerebbe a barattarsi l'argento coll'oro a nuova proporzione, riducendosi ad 11, a 10 ed anche meno per uno; essendo che non istá in podestá de' principi il regolar sí fattamente le volontá dei sudditi in questa materia, che non siano trasgredite le sue leggi subito fatte, ogni volta che queste esorbitano fuori delle naturali proporzioni. Provi un principe a voler che si barattino per due scudi soli le doppie, e vedrá se, fuor di quei pochi che non avranno altro con che comprar il pane, gli altri non le asconderanno subito; e se chi averá bisogno di doppie non le ne anderá a comprar di nascosto anche per tre, che suol essere il loro prezzo corrente, da chi le averá. Non è dunque vero che fosse per lo passato, né che sia sempre per essere in avvenire, la stessa proporzione di 12 ad uno fra l'oro e l'argento, essendo molto lontani da quello, quasi sempre, che voleva il Bodino, gli esempi addotti e l'odierna esperienza, che in 100 anni da meno di 12 ella è passata quasi a 15 per uno. Certamente in oggi la proporzione piú comune è di 14-4/5 o pure 3/4 per uno, come si mostrerá piú avanti; né altro ha prodotto quest'alterazione se non la quantitá dell'argento venuto dall'America, che l'ha finora versato in Europa in tanta copia dalle inesauste miniere del Potosí e d'altri luoghi, che di continuo si vanno sviscerando, in proporzione delle quali, benché molto oro ancora di quelle parti ne sia venuto, egli è però assai meno di quello averebbe dovuto per mantenersi nella proporzione di 12 per uno. Anzi, se lo stesso Bodino avesse osservata la proporzione che da' suoi detti risulta, quando riferisce, come dicemmo sopra, che dall'America fino al suo tempo erano ormai venuti 100 milioni d'oro e piú di 200 milioni d'argento, averebbe trovato la proporzione assai maggiore di 12 ad uno, essendo che uno scudo d'oro non è che l'ottavo d'un'oncia, o sia d'una pezza da otto, onde 100 milioni d'oro sono 1.200.000 once; ed uno scudo d'argento coronato di quei tempi, che oggi «filippo» o «pezza da otto» si chiama, è prossimamente un'oncia, onde 200 milioni sono per lo meno altrettante once; e per conseguenza era venuto almeno 16 volte piú argento che oro. Che se, ciò nonostante, non per anche valeva piú di 12 ad uno, forse ciò fu perché gran parte di quell'argento a principio s'impiegò, fuori di moneta, in vasi ed utensigli de' grandi. Poteva però accadere che a poco a poco restarebbe piú vile l'argento in proporzione dell'oro; il che pare succedesse anche nella Giudea al tempo di Salomone, quando le flotte, che quel re per lo Mar Rosso mandava ogni tre anni all'Indie d'Ophir e di Tarsis, avevano portata incredibile copia d'oro e d'argento, che racconta il sacro testo che «tanta erat abundantia argenti in Ierusalem quanta et lapidum»; e poco sopra disse che «non erat nec alicuius pretii putabatur argentum in diebus Salomonis, quia classis regis per mare cum classe hiram semel per tres annos ibat in Tarsis, deferens inde aurum et argentum et dentes elephantorum et simias»[27].
Ora, se non fosse ormai lecito, com'è, di passare per favole certe storie di Plinio, che hanno il sembiante di racconti di vecchiarelle, io mi riderei bene da senno della sconsigliata risoluzione di Tiberio, a cui dice questo autore che essendo stato portato un vaso di vetro di cosí fatta natura, che non meno del rame e dell'oro potevasi tirare a martello, onde, caduto in terra senza rompersi, il buon maestro a vista dell'imperadore con un martellino ne racconciò l'ammaccatura della percossa; timoroso il monarca che, pubblicata l'invenzione, non scemasse di pregio l'oro, ne fece tantosto morire ingiustamente l'autore. Se il vetro ordinario e non trattabile a martello era vile rispetto all'oro, vi sarebbe egli per avventura chi mi sapesse dire il perché? Certo che, s'egli è bene men duro e meno lucido alquanto del diamante, nulladimeno il potersene far vasi da bere e prevalersene per tanti altri usi nobili è una prerogativa ben degna di contrapporsi a quella del diamante. Ma fossero pure in tanta copia nel mondo i diamanti come ci è il vetro, e li vedressimo piú vili assai del vetro; attesoché, data la paritá dell'abbondanza, piú stimabile sarebbe quello di essi che di maggior uso fosse, e s'imputarebbe a vizio ed imperfezione del diamante la sua immensa durezza. Dunque la raritá è quella circostanza, che rende piú e meno preziose le cose, che per altre condizioni sono da desiderarsi. E, se cosí è, perché dunque privare il mondo di una sí comoda invenzione del vetro trattabile a martello, con che potevano valersi di vasi tanto piú mondi che non sono i metalli, quanto che trasparenti e lucidi, senza timore che per ogni leggiera percossa andassero irremediabilmente in pezzi? perché rimunerarne sí ingratamente l'inventore colla morte? Che! manco al mondo forse quell'erba, di cui si fanno le ceneri dette «di soda», per fare il vetro, se, oltre la Spagna e le rive dell'Asia e l'Africa bagnate dal Mediterraneo, anche l'Italia in piú luoghi le produce? mancano forse i sassi ne' fiumi, che a compirne la misura si richiedono? E se v'ha copia sí grande di tali ingredienti, che ragione v'era egli di temere che l'oro perdesse il prezzo?
Consta dunque chiaro che, quantunque qualch'altra prerogativa dell'oro sopra l'argento può aver parte nella sua estimazione a paragone di quello, la principalissima cagione però della proporzione, con che si valutano, dalla maggior o minor copia dipende.
[A' giorni nostri in Italia la piazza di Genova, che, per esser la scala della maggior copia degli ori ed argenti che vengono dalla Spagna o dall'Indie, con ragione si deve considerare come norma delle altre, fabbrica le sue doppie di peso danari 6 grani 2-2/3 a bontá di danari 21 grani 18, e le spende lire 23.12 sua moneta; onde ott'once, o sia una marca di tal oro vale lire 741-258/550, e la marca d'oro fino vale lire 818-1378/7975: ed all'incontro ella fabbrica i suoi scudi, detti «genovine», di peso danari 35 in bontá di danari 11 grani 12, e le spende per lire 9.10 sua moneta; onde una marca di genovine vale lire 52-4/35, e la marca d'argento fino vale lire 54-306/805, onde vi vogliono marche 15-1377/30305 di argento fino per far la valuta d'una marca d'oro.
Milano, ch'è l'altra piazza, che ha gran copia d'oro e d'argento che viene dalla Spagna e dall'Indie, batte la sua doppia in bontá di danari 21 grani 21 e peso di danari 5 grani 10, e la spende lire 25.5; onde una marca di tali doppie tiene once 8, e vale lire 895-1/65, ma una marca d'oro fino vale lire 981-10917/11375 moneta di Milano. All'incontro batte il filippo d'argento in bontá d'once 11 danari 10 e peso di danari 22 grani 18, e lo spende lire 7.10, onde una marca di tali filippi vale lire 63-27/91, e contiene d'argento fino once 7 danari 14 grani 16. Ma una marca d'argento fino vale lire 66-6618/12467: dunque vi vogliono in Milano marche d'argento 14-18512/24375 per far la valuta di una marca d'oro[28].]
Di quella di Napoli non fo il calcolo al presente, perché a questi tempi sono in cosí grandi disordini le monete in quel regno, che non ponno dar regola ad altri, e la cercano tuttavia con ansietá per loro.