CAPITOLO XI

Cosí, credo, farei io ancora, se a quella professione fossi applicato; e parmi che, se io fossi un mercante di Verona o di Brescia assai danaroso, ed osservassi che dal frequente passaggio de' tedeschi confinanti si fosse introdotto per abuso di spendere i grossi e carantani tedeschi ed i funfnezeri a prezzo maggiore dell'intrinseca loro valuta (verbigrazia, funfnezeri per 25 soldi, che non hanno argento per 21.10, e gli altri a proporzione), per accreditarne meglio il corso, gli accetterei anch'io in parte a quel prezzo; onde gli altri mercanti inferiori, dal mio esempio, li ricevessero anch'essi. E, stabilito cosí l'abuso, ne farei poscia venire a posta in casse la maggior quantitá che potessi, pagandoli in Allemagna secondo la giusta loro valuta, oppure qualcosetta piú, purché restasse del guadagno a me ancora; e manderei in Allemagna quelle monete italiane, che colá si ricevessero piú a mio vantaggio: dandosi il caso, con questi giri e cambiamenti, che si fanno molte volte in un anno, di raddoppiare in capo all'anno il capitale impiegato, che non è poco utile. Cosí credo, dico, che farei anch'io; e, per attendere a sí lucroso traffico, non avrei scrupolo a lasciar di fabbricar calze di seta e drapperie, nelle quali tanto minore e tanto piú imbrogliato è il guadagno.

Sono queste industrie ingegnose, che sono lecite e saranno sempre sinché non vengano proibite, e si eserciteranno anche dopo la proibizione sinché non siano impedite con mano forte e con proporzionate diligenze, perché sono facili i contrabbandi e portano incredibili guadagni a chi sa valersene. Ma frattanto le arti, che sono il vero nervo delle repubbliche e il loro sostentamento, languiscono, non trovandosi mercanti, che, potendo trafficar in monete, vogliano esercitare questa mercatura, per impazzire fra' tessitori, tintori ed altre maestranze e, con la continua mutazione di mode, far fondo di capitali morti ne' magazzini e metter il restante in partite de' libri a debito di chi non vuole pagare, e terminare il negozio in un vergognoso fallimento. L'arti della seta o della lana e degli ori filati, che in Italia hanno fatte ricche tante cittá, tanti popoli, e fiorivano, anzi fecero fiorire Firenze, Siena, Milano, Bologna, Napoli e tante altre, oggidí, se non sono estinte affatto, sono però languenti quasi per tutto, fuorché a Venezia, ove l'occhio prudentissimo e zelante di quei savi senatori non lascia diligenza per sostenerle. E tutto è avvenuto principalmente perché, applicati la maggior parte de' mercanti italiani piú ricchi al traffico delle monete, hanno trascurato gl'incrementi che fecero grandi i lor maggiori, e lasciatone passare in Francia, in Inghilterra, in Ollanda ed altrove, con infinito detrimento e vergogna dell'Italia, il magistero. E chi ben riguarda lo stato dell'Italia e il suo commercio, vedrá che in tutte le cittá egli è cosí altamente scemato da quanto egli era a' tempi andati, che appena se ne trovano le vestigia, perché s'è lasciata quella sorte di traffico, che manteneva metá del popolo con opere manuali e con utile universale, e fatto passaggio al commercio delle monete, utile solamente al mercante che lo fa ed a' facchini che portano dalla dogana o dal porto a casa le casse d'argenti ed i barili, che, sotto nome di chiodi o d'altre simili mercanzie di metallo vile, nascondono le monete; e, fuor di questi, è dannosa a tutti gli altri, spogliando i popoli con monete inferiori al giusto valore di buona parte delle loro sostanze.

So che a questo passo incontrerò la poca soddisfazione di molti mercanti, che mille cose sono per opporre al mio discorso. E mi diranno che, se alcuno ve n'è fra loro che a questo traffico delle monete sia applicato, non sono però tutti; e che quei medesimi non lasciano di trafficar anche in manifatture dell'arti ed in altri negozi; e anzi che le vere cause del passaggio delle arti dall'Italia in altri paesi sono state in parte i tradimenti degli artigiani stessi, che, allettati da maggior guadagno, hanno portato le arti fuori delle patrie loro, ed in parte le gabelle troppo gravi, che da molti principi sono state imposte su quelle mercanzie, aggiuntici i frequenti appalti di varie merci; perché spesse volte i principi, per accrescere con malaccorto consiglio le proprie entrate, non s'avvedono di perderle, mentre aggravano troppo le mercanzie, e sono causa che il mercante le tralascia o le fabbrica piú leggiere e di minor perfezione, onde si scredita fuori la fabbrica e se ne rovina il traffico, con danno irreparabile dell'entrate pubbliche. Ed addurranno cento storiette particolari del modo con che varie mercanzie italiane son cadute a terra e tuttavia vanno perdendosi; e soggiungeranno di piú che l'avere i nobili in molte cittá abbandonato la mercatura in mano della gente inferiore, investiti li capitali in contee e marchesati, pigliando quasi a schifo l'esercizio, che pur è nobile, dell'onorata mercatura per far vita signorile e da principi, ha dato nella maggior parte delle cittá l'ultimo crollo anche alle arti, che da' ricchi per l'addietro venivano sostentate. Al che non contraddico, non accusando io quei mercanti, che non sono degni d'accusa; ma replico che, fra l'altre cagioni della perdita della mercatura in Italia, la mercanzia delle monete non è delle infime, mentre quei capitali, che pur sono i piú grossi, sono morti ad ogni altro, fuorché al mercante stesso che li maneggia.

Anche l'abuso di lasciar correr monete scarse di peso per buone produce danno al principe ed a' sudditi, facendo alzar di prezzo le buone.

Né sola è la proporzionata valuta, che si dá alle monete per l'intrinseca bontá, la causa dell'alzamento delle monete, ma anche la mancanza nel peso; imperciocché l'abuso di molte cittá d'Italia di tolerare gli ori e gli argenti di minor peso del giusto, lasciandoli correr al valore di quelle che seco portano il giusto peso, ha dato occasione a due maniere di tosar le monete: una sola delle quali è infame e soggetta alla punizione; l'altra, sebbene indirettamente produce gli stessi effetti, pure è esente d'infamia non meno che di castigo.

I tosatori di monete, che con tante leggi sono minacciati, e, qualunque volta incappano e sono scoperti, pagano il vile, benché non picciol loro guadagno con la vita e con l'onore, non perciò restano di praticare l'indegno esercizio, levando dagli ori, non meno che dagli argenti, quella quantitá che credono poter rapirne senza discapito del corso abusivo di quelle. E nello Stato ecclesiastico era giá invalso sí gagliardamente questo abuso gli anni passati, che non hanno risolto di rimediarvi, sin che non si sono ritrovati col discapito di qualche milione ne' pubblici erari, mentre al numero si trovavano corrispondere le valute de' testoni, paoli e scudi d'argento, ma al peso erano manchevoli di somme esorbitanti. Sono noti gli sconcerti che quindi son nati, ed i pericoli di popolari commozioni; e l'aver battuti nuovi testoni e paoli a minor peso del solito e proibito i tosati, non è giá altro che un palliamento del danno, mentre si vedrá in breve la doppia d'Italia, che in quello Stato ha valuto 30 paoli, passare a 32 1/2 per le ragioni che si diranno a suo luogo. Onde chi con 30 paoli aveva giá il valore d'una doppia, con questi nuovi si troverá aver paoli 2 1/2 meno.

L'altra maniera del tosare onoratamente è quella che praticano alcuni, che di continuo raccolgono le monete, particolarmente d'oro, che siano di peso, e le mandano in quelli paesi ove gli ori si spendono a peso, per riceverne a baratto altrettanto scarso, pure a peso, ed imborsarsi il soprapiú, mentre le scarse spendono nel loro paese allo stesso prezzo che le giuste; anzi mandano mercanzie a quei paesi ove corrono gli ori a marco, e nel prezzo fanno patti d'esser pagati con monete scarse, perché tanto piú in peso ne va a compire li loro pagamenti, ed a casa loro fanno il guadagno. Onde io mi ricordo aver in certe cittá riscosso qualche somma di doppie in piú volte dalle stesse casse pubbliche (colpa però di qualche ministro), niuna delle quali mancava meno 8 grani, le semplici 16 e 18, i dobloni di giusto peso: e pure contuttociò non lasciava io di spenderle allo stesso prezzo come se fossero di peso, perché cosí era l'abuso comune della cittá, che ormai l'ha pagato. Ma frattanto in mano a quelli che ne fanno il traffico restano 7 e 8 per cento; e se nella cittá si trovano, per esempio, due milioni di monete cosí tosate, trovansi que' cittadini avere 6, 7, anzi 8 per cento di vera valuta di meno. E quei mercanti, che trafficano in seta ed altre mercanzie forestiere e che fuori di quel paese sono costretti a spendere gli ori per quello che pesano, vi perdono quel tanto che calano; onde sono forzati a vendere tanto piú care nelle loro botteghe le merci, e ne rissente il danno ciascuno che compra. Anzi, perché ne' pagamenti, che si vanno a far fuori di quello Stato, si ha minore scapito portando monete di giusto peso, quindi nasce che sono ricercate e comprate con aggio sopra il prezzo corrente, onde a poco a poco crescono di valore le monete di peso. Ed è questa la seconda delle cause che dánno impulso a sí pernizioso effetto.

Non ha molto che io, passando per Bologna e Ferrara, non ho potuto osservare senza stupore i testoni nuovi scarsi dall'antico peso; e i vecchi, proibiti se non sono di peso pari almeno ai nuovi; e i paoli poi e mezzi paoli, permessi non ostante che siano tosati sin sulla pelle; e quei mercanti e bottegai, affaccendati, per ogni picciola cosa che vendono, in pesare scrupolosamente i testoni d'argento; ma, se si tratta di ricever oro, accettar doppie e mezze doppie, che calano sin 12 e 15 grani l'una, e talora 20 e piú, le prendono senza guardarle.

Ora io farei ben volentieri il conto a qual proporzione in quei paesi sta l'oro e l'argento; ma non ne trovo la via, perché fra tanti disordini non è possibile raccapezzarne il filo. Pure tentiamo almeno.

Sono li testoni in bontá di 11 once per libbra e pesano, secondo il peso nuovo, 195 grani a peso di Bologna; ma pesavano prima 204. Dunque hanno di fino ciascun testone grani 178-3/4, ma una libbra d'argento fino contiene grani 7680 in ragione di grani 640 l'oncia. Secondo quel peso, adunque, con una libbra d'argento fino si fanno testoni 43 meno 6 grani, che, a 30 baiocchi l'uno, vagliono 64.9. Ma la doppia di Bologna, di bontá di caratti 21 grani 21, pesa grani 140, ma tiene di fino solo grani 127-5/8: onde in una libbra d'oro fino saranno doppie 60 grani 22-1/2, che, a 15 lire la doppia, vagliono 902. 8. 21. Val dunque la libbra d'argento fino in testoni lire 64.9. La libbra d'oro fino in doppie, lire 802. 8. 2. E la proporzione di questi fra l'oro e l'argento è di 14 e 1/12 ad uno; e però consta manifestamente che fanno valere l'argento assai piú della vera analogia che corre fra l'altre piazze, particolarmente in Genova, ove battono l'oro e l'argento a proporzione di 14-3/4 per uno. Di qui nasce che mai non averanno in quei Stati doppie di peso, e, se ne batteranno assai, subito saranno portate fuori di Stato; perché, se batteranno una doppia, in altri Stati si avrá tanta moneta d'argento piú di quello che averebbono in Bologna, quanto importa la differenza di 14-1/12 a 14-3/4. Ma in fatti, benché abbiano battuti molti testoni, pochi nondimeno se ne vedono, essendo portati in altri Stati, e corrono in sua vece doppie scarsissime; onde, supposte esse doppie calanti solo di 8 grani l'una, vediamo se la tolleranza di questo abuso sia sopportabile. Avrá ogni doppia di tal peso solo grani 120 di fino, sicché in una libbra d'oro fino sarebbero doppie 64 e valerebbero lire 960, onde la proporzione d'oro fino ad argento fino sarebbe di 14-1/8 ad uno. Ed ecco che in questo caso mette conto a portar a Bologna doppie d'Italia che calino 8 e piú grani l'una dal giusto peso, e barattarle anco a testoni nuovi, ancorché calanti dal peso antico; perché, fuori di quello Stato, valutati a ragione dell'intrinseca bontá, valeranno piú che non valevano le doppie calanti suddette; e tanto piú se caleranno piú degli 8 grani suddetti. Ma questo abuso di lasciar correre monete d'oro sí smoderatamente calanti, oltre il dar eccitamento a' mercanti propri di farle venire da' paesi forestieri ed a' mercanti forestieri di mandarle, perché l'uno e l'altro vi trova il suo utile, porge motivo ancora ad altre persone di manco coscienza di tosar quelle che sono di peso, che loro capitano nelle mani, per salvar per sé quell'oro, poiché giá ad ogni modo hanno corso. E però, chi considera bene, dal tempo in qua che sono introdotti questi abusi, le facoltá di quei paesi universalmente ponno dirsi scemate 5 o 6 per 100 ed anche piú, perché chi tira entrate in contanti, riceve in monete tosate 5 o 6 di meno per 100, mentre corrono le monete a quegli stessi prezzi anche comprando, perché anzi le mercanzie forestiere si pagano da loro quel tanto di piú. Perché, se, per esempio, vengono tele d'Ollanda di lino ed altre oltramontane, se ferramenta di Brescia, se drapperie di Venezia o di Francia, se panni d'Inghilterra o d'Ollanda, se ogli di Toscana o di Puglia, se droghe di Livorno o Venezia, anzi se bisogna loro frumenti degli altri Stati, come alle volte accade, i mercanti, che le fanno venire e che per prezzo di tali merci rimettono monete di giusto peso, tanto piú le rivendono in Bologna; onde il danno ritorna addosso a chi ha da servirsi. Che se le gabelle con monete calanti si pagano, ne va il danno al pubblico erario; se con monete di peso, ne ha il danno chi le paga, perché vende poscia a monete scarse, e per rifarsene cresce il prezzo; e se a gabellieri è assegnato di far pagamenti ad altri, che dal pubblico ricevono soldo o per stipendio o per credito, sanno ben anche approfittarsene, pagando con monete piú scarse: il che per altro ho io udito tante volte di belli spiriti difendere per tolerabile non solo, ma utile ancora alla cittá.

Danni che dall'alzamento delle monete provengono all'erario del principe ed alle borse de' privati.

Quegli uomini, che, caduti talora in cattiva disposizione di salute, non ponno soffrire le regole che loro prescrive il prudente fisico, e che anzi tutto ciò che loro piace si figuran salubre, e come diceva Tacito: «Imminentium periculorum remedia putant ipsa pericula», onde si bevono poco a poco volontariamente la morte e per lo meno si rendono perpetua l'infermitá, sono, per mio credere, poco dissimili a quei principi, che, pensandosi far guadagno sulle lor zecche, si lasciano indurre, dalle offerte de' partitanti o da' ricordi di poco in questa parte intendenti consiglieri, a dar mano a quel presente lucro che sembra loro evidente e palpabile, e permettere errori massimi nelle zecche medesime e nelle monete, che fanno balzar di subito le valute d'ori e d'argenti piú alto; e non si avvedono esser molto maggiore il pregiudizio che a' lor popoli ed al proprio erario ne risulta, di quello che sia stato l'utile che ne hanno incautamente ricavato.

Per render chiara questa proporzione, ch'è quella che dá il peso a tutta questa opera, mi basta portar alcuni de' piú freschi esempi, de' quali non per anco è smarrita dalla mente degli uomini la memoria. Erano, del 1658, terminate le guerre de' svezzesi, brandemburghesi e transilvani contro la Polonia; e, ritornato Casimiro su quel trono, poco prima quasi perduto, attendeva nella pace a risarcire dalle passate tempeste l'abbattuta nave di quel regno. Era l'erario regio esausto, eran vuote le borse de' nobili, falliti e dispersi gran parte de' mercanti, le campagne per piú anni incolte non avevano reso alcun tributo a' suoi signori; il regno tutto insomma, fra le orridezze delle passate incursioni e campeggiamenti, involto in orrido squallore. Il peggior de' mali si era un corpo numeroso di soldatesca, creditore di molte paghe del passato e di non poca e pur necessaria spesa in avvenire, malcontenta e strepitante. Per far danaro da soddisfarla, fu pensato dar mano a batter nuove monete, e perciò destinati nuovi zecchieri; e da questi e da altri fu proposto al re il dannoso ricordo di batter moneta con le solite impronte, ma di lega inferiore, affine di continuare, e col guadagno della prima battuta comprar argenti e, coniandoli in monete, crescendo gli utili, provvedere con essi a' bisogni del regno. L'occasione di comprar argenti era pronta, perché i nobili, che per ritornare alla corte e comparir con decoro erano esausti di soldi, dissotterravano le argenterie loro, giá sepolte avanti la guerra per esentarle dalle rapine nemiche, e supplivano con esse alle necessitá in che gli aveva posti la mancanza delle loro raccolte ed entrate, onde le portavano in abbondanza alla zecca. Nondimeno s'opposero molti, e fra gli altri i danzicani, che, sí per esser la cittá loro il maggior emporio di Polonia, sí per esser su' confini, di dove ogni loro negozio era da un lato bensí con i polacchi, ma dall'altro con svezzesi, danesi, ollandesi ed altre estere nazioni, meglio degli altri intendevano i danni che avvenire ne potevano, perché prima degli altri li provavano; e con scritture sensatissime (alcuna delle quali ho appresso di me) rappresentarono al re dover esser questa una nuova rovina del regno. Ma, o non intese le ragioni o cosí forzato dalla necessitá, crudel tiranna anco de' regi, batté Casimiro per piú milioni di tali monete; che, non considerate, a principio furono ricevute e spese, come se la mala condizion loro nulla importasse, mentre a quel prezzo correvano a cui dalla regia autoritá erano state tassate. Né si dolsero tampoco le soldatesche, se non quando, men d'un anno dipoi, cominciarono le nuove monete col proprio rossore a confessare il loro mancamento, e tutt'a un tempo vedersi il regno esausto quasi del tutto d'ogni altra moneta buona, mercé che, non accettata la nuova moneta dagli esteri se non per quanto valeva, che era appunto la metá di quanto in Polonia era valutata, chi aveva a portar soldi fuori di Polonia, cercava ongari, taleri e urti vecchi, che perciò quasi tutti fuori di regno erano ormai passati; anzi que' pochi ch'erano restati, chi ne aveva bisogno, li pagava molto piú del primo valore. Ed in questo modo si alzarono le monete buone in breve tempo a tal segno, che finalmente l'ongaro, che prima sei fiorini valeva, giunse a valerne dodici. Allora fu che s'accorsero non aver piú in tutto il regno se non la metá delle sostanze che prima vi erano in contanti, perché que' fiorini, che erano stati ricevuti per la sesta parte d'un ducato d'oro o sia d'un ongaro, erano divenuti la duodecima parte del medesimo; e perciò erano restati di valore solo la metá di prima. Concorreva alla rovina delle monete, e per conseguenza del regno tutto, la malizia di molti ancor esteri, che, veduto il guadagno grande che faceva da principio il re su quelle monete, ne batterono quantitá incredibile di nascosto con gli stessi impronti e della stessa lega; onde non era possibile di ricusarle per false, né distinguerle da quelle del re medesimo, perché erano della stessa bontá. Anzi continuarono gli svezzesi a mandar de' loro scilinghi, ch'è moneta bassissima, la quale, sebbene era con l'impronto svezzese, correva però ormai copiosa per la Polonia, introdottavi a poco a poco fin da' tempi avanti le guerre, che non era possibile bandirla senza grandissimo pregiudizio di tutta la povertá, che non averebbe sofferto d'esserne priva. Cosí dunque, asportato fuori del regno quasi tutto il buon metallo, restò la Polonia, e i suoi abitanti tutti, con la metá solo del primo valsente; mentre i fiorini ed altre monete regie ed i scilinghi giá non valevan piú che la metá di prima, mentre per aver un ongaro d'oro o un talero di buon argento vi bisognava il doppio di quella piú trista moneta. Per figurarsi qual fosse il danno e quanta la confusione di que' popoli in un sí strano emergente, basta solo concepire ciò che sarebbe, se d'improvviso ci fosse la metá delle borse e de' scrigni di ciascuno levata. Li mercanti, particolarmente lucchesi, fiorentini ed altri, che colá dimoravano trafficando con drapperie italiane ed altre merci, furono forzati alzar di prezzo le loro mercanzie. Ma, prima d'alzarle, ne patí strane convulsioni la mercatura stessa: mentre, avvezzi li nobili a pagar sei fiorini l'auna la drapperia di seta per vestirsi, non potevano soffrire di pagarla dodici, con tutto che prima e poi fosse sempre un solo ongaro, né poteva il mercante darla per meno; onde gran parte, e massime de' piú poveri, se la passava senza comprarne. Li nobili stessi, che riscuotevano le entrate loro a fiorini, trovavansi con la metá delle primiere entrate, mentre per far 1000 ongari bastavano giá seimila fiorini d'affittanze, ed ora meno di dodicimila non ci volevano a farne il cumulo. Le pubbliche gravezze, che pure a fiorini si contavano, non rendevano piú al re ed alla repubblica se non la metá di prima; ed il volerle crescere a quei popoli, pur troppo afflitti dalle passate guerre, era, per lo timore di sollevazioni e tumulti, cosa impossibile. Le soldatesche, che si videro restato lo stipendio, benché sotto nome della stessa quantitá de' fiorini, la metá sola del suo valor vero primiero, s'ammutinarono e diedero campo alle discordie intestine, ben fastidiose di quel regno, che tanto angustiarono l'animo di quel buon re Casimiro. Anzi, ne' progetti d'aggiustamento fra esse milizie ed il sovrano, proponevano sempre per primo capitolo delle pretese soddisfazioni le teste degli italiani zecchieri ed altri ministri, creduti autori della trista moneta. Della serie di quelle turbolenze non accade giá farne racconto, perché ella è ormai nota nelle storie appresso piú autori, essendosi alla malcontentezza delle soldatesche per le monete mescolata l'ambizione e l'interesse de' grandi, con pericolo di total sovversione del governo. Insomma le debolezze, nelle quali s'andò precipitando da questi disordini quell'importante e vasta monarchia, benché cominciate dalle guerre svezzesi, non hanno finito senza la perdita della Podolia e dell'Ucrania, di cui s'impadronirono i turchi con piú fortuna che valore, mentre ebbero a fronte un regno che altre volte, sano ed unito, averebbe ben facilmente fiaccate le corna alla lor luna. Ma che? in questo stato d'infermitá e disunione, non poté se non cedere una parte per non perdere il tutto.

Ma egli è cosí universalmente vero che l'alzamento delle monete apporta infiniti danni a' principi ed a' popoli insieme, che io, senza addurne altri esempi in questo luogo (perché ne' seguenti capitoli averò nuova occasione di farlo), non voglio con altro provar la mia proposizione, che con ridurla a calcolo, e mostrarne, come suol dirsi, col dito manifesti gli effetti.

Le gravezze, tributi, decime, dazi ed ogn'altra imposizione, che i principi da' suoi popoli riscuotono universalmente, sono costituite in moneta minuta o immaginaria del paese. Se pagano estimo i campi, devon per quelli pagarsi tanti soldi o tante lire o tanti baiocchi al campo, allo stiolo, biolca o tornatura di terreno. Se il vino, se il formento paga dazio, contasi questo in ragione di tanti soldi o quattrini la libbra. Le mercanzie tutte, terriere o forestiere che siano, pagano a tanti soldi la libbra o tante lire il cento. Se si paga un tanto per bocca, come sul Padovano pagano i contadini, ed è chiamato il «dazio del boccatico», assegnato dalla serenissima repubblica per dote dello Studio pubblico, pagano quei contadini 28 soldi per testa l'anno. Che, se tanto pagavano quando il zecchino valeva cento soldi quant'ora ch'egli ne vale 400, è manifesto che non si cava ora che un quarto dell'oro che anticamente soleva ritrarsene. Insomma sempre sono contate l'entrate del principe a ragione di monete minute o d'immaginarie, che torna lo stesso. Se dunque le monete reali d'argento e d'oro crescono di valutazione, che altro è quanto che scemar di valore (come nell'antecedente capitolo si mostrò) le valute immaginarie e le monete inferiori, e per conseguenza scemar le pubbliche entrate? Non è egli vero che, se con uno scudo d'argento di dieci paoli io pagai in Modona, mia patria, molt'anni sono, il dazio della macinatura di 4 sacchi di grano, in ragione, per esempio, di 45 di que' bolognini il sacco, in tempo che lo scudo valeva nove lire: ora, ch'egli ne vale undici e cinque bolognini, con un simile scudo pagherò il dazio per cinque sacchi? E, se cosí è, non ha egli quel principe serenissimo perduta la quinta parte di quell'entrata nel suo Stato a causa dell'alzamento, che hanno fatto nel suo Stato istesso le monete d'argento e d'oro da quel tempo in qua? che pure non è molto, perché ho memoria che del 1648 lo scudo predetto non valeva che otto lire sole, ed ora val, come dissi, undici lire ed un quarto. Ma e le altre gabelle, le altre entrate tutte di quel principe non sono elleno da quel tempo in qua scemate con la stessa proporzione che è cresciuta la valuta delle monete? Or vadano i suoi ministri, e quelli in particolare, se vivi fossero, che, giá tempo, tante volte hanno consigliato affittare ad ebrei o ad altri partitanti battiture d'un tanto di monete di lega peggiore del consueto, allettandosi il principe con l'offerta che faceva il partitante di qualche migliaio di doppie al suo erario; o quelli che hanno indotto il principe stesso a far batter in proprio conto, additandogli il profitto ch'era per trarne su la liga del metallo: e scandaglino bene se l'utile, si può dir momentaneo, che ne trassero per una volta sola que' principi, che allora vivevano, sia paragonabile al danno che n'hanno ricevuto in perpetuo nelle loro entrate.

Il serenissimo Francesco secondo, vivente, intese giá ne' primi anni del suo felice governo che al passo del fiume Panaro su' confini di Modona e di Bologna, ch'è di sua ragione, facevano que' barcaiuoli pagare un testone ogni carrozza da nolo, che erano allora tre lire e tre bolognini di quella moneta; ma che questo dazio o pedagio non era stato da' principi anteriori costituito se non in 45 bolognini soli, e che la varietá da' 45 a' 63 era nata perché a que' primi tempi il testone non valeva che 45 bolognini; e, sebbene il testone è moneta bolognese, non modonese, avevano que' passatori sempre esatto un testone e non 45 bolognini: onde, sebbene avevano sempre esatto solo un testone e non piú, nondimeno era cresciuto il dazio da 45 a 63, contandolo a moneta minuta modonese. Né valse alcuna rimostranza d'interesse, che facesse qualche ministro a quell'ottimo principe, benché giovanetto allora di quindici anni; ché ordinò che non si facesse pagar piú de' soliti 45 bolognini, e fosse qual si volesse il danno dell'erario. Giusto insieme e pio principe! Ma frattanto, se si fosse mantenuta all'antico posto la valuta de' testoni e delle altre monete d'argento, egli averebbe tuttora, d'ogni dieci carrozze che passano quel fiume, una doppia d'oro; che, sostenendo a 45 bolognini l'una il pedagio, non bastano 14 carrozze: onde ha perduto poco meno del terzo di quell'entrata.

Ora lo stesso, che di quello Stato ho fatto vedere, di tutti gli altri può dirsi, ne' quali tanto scemano le entrate pubbliche sempre, quanto crescono le valute delle monete d'oro e d'argento. E non è solo danno del principe questo accrescimento, ma della maggior parte de' sudditi ancora; anzi non so quasi se fra tutti ne sieno altri che non ne sentano il danno, fuor di que' mercanti, che stanno su l'incetta delle monete e che ne attraggono a se medesimi il profitto nel modo che si dirá piú avanti. Conciossiaché tutti quelli che posseggono censi, livelli ed altre entrate annue, che sono loro pagate a contanti, vanno del continuo perdendo tanto delle entrate loro effettive quant'è l'accrescimento delle monete.

Fu comprato da un mio antenato un censo di 3000 scudi di Modona, da lire cinque e soldi tre l'uno, in tempo che la doppia valeva 22 lire e mezza della stessa moneta, e fu pattuito col censario che egli ne pagarebbe il frutto in ragione di sei per cento all'anno: onde era un'entrata di 180 scudi all'anno in moneta suddetta. Fu sborsato il prezzo in doppie d'Italia, e importò lire 15.450, che erano doppie 686 e lire 15, e li frutti importavano 927 lire l'anno, che erano doppie 41 e piú lire 4 e mezza. Se fosse al presente nelle mie mani quel censo, io trarrei le stesse 927 lire all'anno, come prima; ma, perché le doppie oggidí vagliono 34 lire l'una, mi pagarebbono con doppie 27 con piú lire 9, che sarebbono doppie quasi 14 ch'io averei di meno all'anno d'entrata di quel censo. E, volendo i censuari francarlo, potrebbono farlo con sole doppie 454 e piú lire 14: che farebbero bensí la somma di prima di lire 15.450, ch'ei fu pagato a moneta immaginaria; ma sarebbono 232 doppie effettive in circa di meno del primo pagamento. Ecco dunque quanto scemano le entrate che si riscuotono in livelli, pigioni, censi ed altri simili pagamenti. E frattanto quel gentiluomo, che deve mantenere con quelle il decoro della sua nascita, spende la stessa quantitá d'oro in vestirsi e far le sue livree che prima spendeva, e per conseguenza tante di quelle lire di piú quante piú l'oro stesso ne vale; mercecché il mercante, che di fuori fa venir sue mercanzie, non le può dare in minor prezzo in ragion d'oro di quello che prima valevano.

Cosí dall'alzamento delle monete riceve danno il principe, ricevono danno i sudditi nell'entrate ed averi loro, e impoverisce la nobiltá, onde non può far le solite spese, e perciò ne patiscono ancora tutti gli ordini inferiori, e non solo la mercatura, ma anco le arti; ed insomma tutto il popolo ne sente gravi pregiudizi, sino talora all'esterminio delle arti stesse, che sono il mantenimento delle cittá. Conciossiacché al crescere delle monete non crescono giá i mercanti il prezzo delle giornate o delle manifatture de' poveri artigiani, che nella fabbrica di loro merci lavorano. Quel tessitore di seta, che soleva esser pagato in ragione di tre lire il braccio per sua fattura del velluto, mentre valeva 9 lire in quel paese lo scudo d'argento; ora, ch'egli ne vale, per esempio, dodici, ancora è pagato a tre lire il braccio, sicché gli conviene tessere quattro braccia per uno scudo, che con sole tre braccia lo guadagnava. E pure le sue spese per mantenimento della sua famiglia crescono ogni giorno, sí perché molte mercanzie crescono di valore, sí perché il principe, a cui vanno di piú passo passo scemando l'entrate, non perde occasione di aggiungere gravezze, ove possa, per supplire ancor egli alle sue spese. Cosí non può piú il tessitore mantenersi, se, per far presto, non tralascia della solita diligenza di sua arte; onde il velluto si fa peggiore. Scansa quanto può il mercante di crescer salario al tessitore, perché, pur troppo usati i compratori a provvedersene al solito prezzo, ricusano di pagarlo piú del consueto; onde, per poter senza scapito venderlo a quel prezzo, chiude quanto può gli occhi alle fatture degli operari, purché campino anch'essi: ma intanto, e per questo e per la caccia che si fanno l'un l'altro i mercanti, dando la mercanzia a miglior prezzo per esitarla, ella divien a poco a poco peggiore e si scredita fuor di paese; onde scemano l'occasioni e l'arti s'abbandonano, ed i mercanti e la cittá tutta ne patiscono. Lo stesso può considerarsi ne' tintori, che, se seguitano a tingere in grana a' prezzi di prima e non ne tranno utile proporzionato, scemano la dose alle tinte e le fanno peggiori; il che ne' cremisi è pur troppo manifesto. Né sono le altre mercanzie esenti di questo tarlo. Chi ha memoria ciò che fossero giá i cappelli di tutto-castore 70 anni sono in Venezia, veda ciò che sono al tempo d'oggi, che vagliono poco meno ducati immaginari di prima, ma assai meno d'oro; e s'accorgerá che in quelli, che «di tutto-castore» si chiamano, adesso non è tanto pelo di castore vero quanto n'era in quelli che «mezzo-castore» si dimandavano.

Ma non finirei mai, se volessi ad una ad una numerare le cose nelle quali questo accrescimento delle monete influisce disordini e danni, perché gl'influisce in tutte; benché io non nieghi ancora che altre cagioni, e per avventura talvolta piú gravi, concorrano alla rovina delle arti: di che non è qui luogo di favellare. Anzi, se dritto guardiamo, anco l'entrate de' terreni stessi e delle possessioni, all'alzarsi delle monete, scemano non meno a danno del patrone che del colono; imperciocché quell'uva, que' frutti, que' polli ed altri comestibili, che vengono alla piazza, non restano di valere il medesimo numero di soldi che prima valevano, con tutto che tanti soldi vadano di piú a fare uno scudo d'oro od uno scudo d'argento. La plebe ed i contadini non sanno distinguere cosí al sottile il loro conto, come i mercanti, per valutare le sue cose e sue fatiche proporzionatamente all'oro e non alla moneta bassa ed immaginaria, contano alle solite sue lire immaginarie; e, ridotte poi quell'entrate dall'immaginario valore a quello dell'oro e dell'argento, ch'è il vero e piú essenziale valore delle cose, vagliono meno di prima. E lo stesso deve dirsi de' pagamenti d'opere a giornata de' poveretti.

Ma qui alcuno mi dirá che il grosso dell'entrate e de' campi consiste principalmente ne' grani, e che questi non soggiaciono a questa mutazione di prezzo, perché la mercanzia del formento ha sempre comunicazione coi paesi confinanti; sicché, quando negli Stati esteri vicini il formento val piú oro che non vale nel nostro paese, subito ne concorre parte del nostro in quella parte; il che fa che ancor nel nostro paese cresca il prezzo: onde, siccome l'altre mercanzie forestiere crescono di prezzo al crescere delle monete, cosí crescerá anco il valor de' grani; e però né il patrone, né il contadino averá in questa parte danno dalle monete. Io rispondo che concedo per vero che il prezzo del formento non resta piú vile sensibilmente per crescere le monete; ma, se il contadino dovrá, come pur di spesso deve, con li danari che cava de' polli, frutti, opere a giornata e simili, comprarsi il pane, e le monete cresciute hanno fatto crescere il grano, tanto maggiore è il danno suo, perché guadagna meno e spende piú.

Finalmente la maggior obbiezione ch'io trovi a questo mio discorso è per la parte del danno de' principi. Imperocché, affittando essi li loro dazi a scudi d'oro o a ragione d'altre monete, sebbene fossero immaginarie, come in Venezia i ducati, nondimeno la cassa del principe non riceve le monete se non a quel valore ch'esso principe ha per suoi bandi costituito, qualunque siasi il valore abusivo che il popolo ha accresciuto alle stesse monete, onde pare non ne venga danno almeno alla cassa del principe; e se si dice che il daziaro riscuote però a moneta minuta, rispondono di no, perché anzi anch'egli si fa pagare a ragione della valuta de' bandi, e non secondo il valore abusivo de' popoli. E questa è quella ragione che, a guisa di nebbia, toglie la vista del vero a molti ministri, magistrati e principi stessi. Ma la veritá si è che, oltre che cadono sempre a danno del principe l'impoverimento de' sudditi ed i pregiudizi delle arti e della mercatura, mentre, se queste dall'alzamento delle monete patiscono, ne patiscono le casse de' principi ancora: dico di piú che anzi, non ostante le ragioni suddette, patiscono le casse medesime immediatamente. Per prova di che: non è egli vero che il daziaro, riscuotendo a picciole somme, non può ricusare le monete minute almeno in parte, e che al principe deve egli pagare in moneta d'argento o d'oro? Or queste monete d'oro o d'argento gli conviene cercarle o comprarle da chi le ha, pagandole al prezzo abusivo corrente, non al prezzo de' bandi: onde egli ne sente il danno, perché deve sborsarle poi al prezzo de' bandi. Ciò supposto, e chi non sa che all'incanto de' dazi gl'impresari o daziari offeriranno tanto di meno d'affitto di quel dazio quanto è il danno delle monete? Dunque al principe finalmente tocca soffrire il pregiudizio, perché tanto meno affitta i suoi dazi. Ma che piú? I principi, ogni volta che s'alzano le monete ne' loro Stati, proccurano bensí talora con nuovi divieti e bandi rigorosi sostenerle alle prime valute; ma, perché per lo piú non vedono il fondo alle cause del disordine, perciò non provvedono a quelle, il disordine séguita, e talora va crescendo ad onta, si può dire, delle leggi; e finalmente, se non vogliono esporre a maggiori mali i suoi Stati, convien loro cedere e autorizzare con nuovi bandi quegli accrescimenti abusivi. Onde nasce che in Venezia, per esempio, giá fu battuto il zecchino la prima volta del 1284 per tre lire, ed è stato tante volte per pubbliche leggi permesso il suo accrescimento, che del 1605 fu tassato 10 lire, e 60 anni dopo, cioè del 1665, fu messo a 16, ed ora abusivamente corre sino per 20, ed è sin qui tacitamente cosí da' magistrati tollerato. Ora figuriamoci che in Venezia il dazio della carne fosse del 1600 a due soldi per libbra. Dunque ogni cento libbre di carne a macello rendevano al principe un zecchino, e del 1665 ci volevano 160 libbre di carne per cavarne un zecchino di dazio. Dunque questo dazio in 60 anni soli, senza che vi sia diminuzione di popolo, senza tassarlo meno de' soliti due soldi per libbra, per la sola cagione dell'accrescimento delle monete ha scemato quasi 40 per cento; e se sará approvato l'abuso corrente di lasciar a 20 lire il zecchino, sará scemato la metá in 80 anni. Ma non è lo stesso degli altri dazi e delle altre entrate? Quali sono le rendite de' principi, che non siano imposte a ragione di soldi o lire od altre monete immaginarie del paese? Dunque sono tutte scemate alla stessa ragione. Or questa considerazione è una veste che sta bene indosso a tutti i principi: vestasela pur ciascun d'essi, e vedrá come il solo accrescimento delle monete ha diminuito le sue entrate, danneggiato i suoi nobili, rovinate le arti, impoveriti li sudditi, e resi in ogni parte di piú infelice condizione i suoi Stati; e intanto a lui resta, se non impossibile, certamente difficile ed odioso il rimediarci col rimetter a suo luogo le valute, che io so bene confesseranno i principi stessi e i loro ministri esser il piú delle volte affatto impossibile. Vero è che non è questa sola la malattia che rovina gli Stati: ma dell'altre parlerá chi della politica universale imprenderá a trattare; perché io, alle sole monete in questa operetta avendo la mira, piú oltre non m'avanzo di ciò che da esse dipende e con esse abbia notabile connessione.

Frattanto non è da tralasciare il dire che talora i disordini delle monete producono, secondo le circostanze de' tempi, cosí funesti emergenti, che sembrano poco meno che incredibili. E fu ben lagrimevole quello che scrisse Carlo Molineo, nel suoTrattato de' commerci, che seguí l'anno 1537 in Brettagna di Francia, ove nacque, a causa d'alzamento di monete e di poco opportuna proibizione d'alcune di esse, nelle quali consisteva l'aver della plebe, che per questa sola cagione, avanti che si rimediasse a' disordini, vi morirono di fame piú di 10.000 poveri. E molte volte sono seguite funeste guerre fra' principi per questa sola cagione, come quella di Pietro re d'Aragona contro il re di Maiorica, di cui fa menzione nel suo trattatoDe republicail Bodino. Cosí Cedreno racconta, che fu di gravissimo danno a' greci l'editto di Niceforo Foca imperadore, che volle che le monete col suo impronto valessero piú che quelle de' suoi predecessori, con tutto che in nulla le avantaggiassero, siasi nella bontá o nel peso. E Procopio cesareense, nella storia della vita di Giustiniano imperadore, biasima anco in ciò quell'imperadore (al suo dire, scelleratissimo), perché, oltre tant'altre tirannie, cangiò valore alle monete in danno de' sudditi [31]. «Sed mittendum minime arbitror—dice egli,—ut ex terunciis hi principes eruscarint—parla d'ambedue i consorti Giustiniano e Teodora, perché sopra ha in piú luoghi mostrato che l'imperio era piú da Teodora che da Giustiniano stesso governato.—Olim nummularii singulos stateres aureos decem ac ducentis obolis, quos 'pholes' vocant, exactoribus pendebant: principes, quod sibi fore compendio vident, centum et octoginta commutari decernunt, scilicet parte sexta cuiuslibet aurei numismatis subditis omnibus decocta». Pare non sia senza qualche difficoltá questo passo di Procopio, ove dall'aver Giustiniano ridotto gli stateri d'oro a 180 oboli, che prima si cambiavano per 210, sembra aver egli deteriorato in questo modo a' sudditi ogni moneta d'oro una sesta parte. Né mi darebbe fastidio che 30 oboli siano la settima non la sesta parte di 210, perché almeno sono la sesta di 180 residui; ma pare difficile a capire come a Giustiniano tornasse utile, «quod sibi fore compendio vident», il cosí diminuire il valore alle monete d'oro. Ma chi averá considerato qui sopra come l'accrescer di valor le monete d'oro ed argento porta a' principi pregiudizio nell'entrate e dazi, facilmente ancora potrá capire che porterá loro utile lo scemarle di valore. Perciocché, se con uno statere aureo, che pesava mezz'oncia, cioè duedidrachmi, avevano 210 oboli, co' quali pagavano, per esempio, il tributo di 21 iugeri di terra; divenuto lo statere solo 180 oboli, non serviva che a pagare per 18, e per conseguenza conveniva loro aggiungere la sesta parte d'uno statere di piú, per pagar quella gravezza, che con un solo statere prima pagavano; ond'è verissimo che d'ogni statere d'oro il suddito ne perdeva la sesta parte.

L'introduzione di monete d'oro e d'argento forestiere a maggior prezzo dell'intrinseca loro bontá produce alzamento di quelle del paese.

Il far baratti di mercanzie, dando quella che val piú per quella che val meno, è quel modo di negoziare che piú facilmente, ed a via piú dritta e breve, conduce al fallimento. Ma e che altro fa un principe od un governo di qualsivoglia Stato, quando alle monete forestiere, ancorché d'oro o d'argento di buona lega, permette il corso a prezzo maggiore di quello che giustamente converrebbesi, se si proporzionasse l'intrinseca sua bontá e peso alle altre del paese? che altro fa, dico, che barattar le sue buone a quelle di que' principi forestieri, che sono meno buone? Sono buone l'une e l'altre, se parliamo in genere della qualitá del metallo; ma, se, rispetto al prezzo, che si fanno correre le proprie cosí d'oro come d'argento in ordine al metallo fino che contengono, si valutano piú le forestiere, chi non vede che i mercanti forestieri, anzi talora i principi stessi che le hanno battute, ne manderanno la maggior quantitá che potranno, a baratto di quelle del paese, che in paritá di prezzo contengono maggior quantitá di metallo fino?

Non bastarono i tesori d'Atabalipa e di Montezuma e le continue ricchissime flotte del Perú, del Messico e d'altri sí vasti regni d'America, che furono di nuovo portati nella Spagna, per supplire alle magnanime spese di Carlo quinto, che nelle tante e moltiplici guerre, ch'egli fece e sostenne in sua vita, disperse piú tesori di quello sapesse a lui portare la fortuna, onde ardirei quasi dire oltrapassasse quelle d'ogn'altro imperadore, mentre poco meno che esausto lasciò l'erario, allorché cesse ad altri le redini de' suoi regni. Erano, dico, sí grandi le sue spese, sí vasti i suoi disegni, che, non bastandogli le antiche e nuove rendite di tanta parte ch'ei possedeva del mondo, pensò far nuovo guadagno sulle monete; e del 1540 lo scudo d'oro di Castiglia, Valenza ed Aragona, che prima batteva del pari con li ducati d'oro veneziani, fiorentini, senesi, ongari ed altri, che erano allora di tutta bontá di 24 caratti o poco meno, ridusse a bontá di caratti 21 soldi 18, che a conto veneto si direbbe «pezo108 per marca», e ne diminuí eziandio di tre grani il peso, nel modo che tutt'oggi vediamo le mezze doppie di Spagna, non altro volendo dire una doppia che una moneta da due scudi d'oro o sia un doppio scudo d'oro. Ma, veduto dagli altri principi lo svario di queste nuove monete, e ben conoscendo che, se admettevano le mezze doppie di Carlo quinto al pari de' zecchini veneziani e fiorentini, si tiravano addosso un danno irreparabile, perché sarebbono stati portati fuora de' loro Stati gli scudi d'oro buoni ed introdotti gli altri di minor peso e bontá, risolsero d'imitarle. Ed allora fu che il pontefice e gli altri potentati quasi tutti d'Italia cominciarono a battere li loro scudi d'oro, doppie e doppioni di bontá inferiore non solo a' primi, ma a que' stessi di Carlo quinto; e la corte romana, per isfuggire il pregiudizio che portava alle sue entrate la diminuzione dello scudo d'oro, ha ritenuto dipoi il costume di valutare lo scudo d'oro di Camera un paolo piú dello scudo d'oro corrente o sia della mezza doppia.

Tanto narra il Bodino nel piú volte accennato trattato, sebbene io vedo tuttora aver corso doppie e mezze doppie di Ferdinando e d'Isabella re di Castiglia, che sono di peggior lega e peso delle ordinarie di Spagna: onde ho dubbio grande che il male non cominciasse da Carlo quinto, ma bensí fosse da lui imitato nuovamente. Nel che è ben degno da avvertire che, avendosi gli altri principi, col battere li suoi scudi d'oro anch'essi d'inferiore bontá, in gran parte difeso dal danno che poteva loro avvenire se admettevano gli scudi d'oro di Castiglia a valuta eguale de' suoi primi (perché, in questo caso, potevano i ministri di Cesare incettare per tutto gli scudi d'oro dagli altri, e ribatterli in scudi d'oro di Castiglia, con quel guadagno che porta lo svario della mezza doppia all'ongaro, ch'è sopra dieci per cento), non restò perciò che in tutti i luoghi non alzassero di valuta le monete. Mentre, admesso per gli Stati di Cesare ed altri ancora il suo scudo d'oro a quel numero di lire immaginarie che in ciascun paese valevano prima, lo scudo d'oro veneziano, detto «zecchino», che religiosamente è stato sempre dalla veneta sapienza custodito e mantenuto alla solita bontá e peso, ha dipoi sempre valuto sin tre paoli di piú dello scudo d'oro o sia mezza doppia di Castiglia; e li zecchini gigliati di Firenze hanno lungo tempo mantenuto dipoi con decoro il valore vantaggioso in pari modo sopra quelli di Spagna, sebbene, trasandato da quelle zecche di piú batterne, è restato a poco a poco abolito: ma l'ongaro e ducato d'Allemagna ed Ongheria, ch'è stato alquanto dalla perfetta bontá primiera peggiorato, è anco restato al disotto del zecchino giusta la sua intrinseca proporzione. Cosí l'imperadore fece guadagno per una volta tanto di dieci per cento in circa sopra tutta la moneta d'oro che correva per li suoi regni; ma, se avesse fatto meglio i suoi conti, averebbe veduto che quest'utile gli veniva contrapesato con la perdita di dieci per cento di tutte le sue entrate in perpetuo, conciossiacché con le stesse monete da lui spese una volta venivano ogn'anno pagate le loro contribuzioni da' suoi sudditi.

Ma passiamo ad altri esempi piú evidenti e piú moderni. Non si può con penna spiegare i gravissimi danni, che ha cagionato a' turchi l'aver admesso ne' loro paesi le monete di Francia da soldi cinque, dette in Turchia «temini», a prezzo maggiore la metá di quello che intrinsecamente valevano, perché l'industria de' mercanti francesi ed italiani ha saputo cosí ben valersi dell'occasione, che n'hanno in Turchia di cristianitá asportato quantitá incredibile di milioni, a pregiudizio di tutto il Levante.

Il Taverniere, nel racconto de' suoi viaggi, ne narra la storia per quello tocca a' turchi e francesi, dal quale aveva io molte notizie per quello aspettava ad altre zecche italiane, ed è tale.

Era giá introdotto in Francia l'uso di batter le monete col torchio a bilancia, ch'è un istromento nel quale il conio s'imprime mediante una vite poco differente da quella de' stampatori de' libri; se non quanto questa vite sostiene di sopra un ferro traverso grande a guisa di bilancia, impennatovi in mezzo e sostenutovi in equilibrio, il quale, lungo sette in otto piedi alle estremitá sue, vien caricato di due gran palle di piombo al peso di cento e cinquanta e piú libbre l'una, nello stesso ferro infilzate e ferme. Sta il coniatore a sedere basso sotto il giro di questa bilancia, esponendo ad una ad una le monete sotto il conio, e sta al di fuori un uomo robusto, che va scagliando quella bilancia in giro; sicché, spinta con forza, colpo per colpo, girando la vite, stringe vigorosamente fra due conii la moneta, e le dá cosí vivo e bello impronto, che, lasciando lustri i fondi all'intorno delle rilevanti figure, sembrano piú tosto ben lavorate medaglie che monete ordinarie di zecca. Il che nelle doppie di Francia, massimamente nuove, molto bene s'osserva.

Battevansi del 1657 in Francia con questo stromento non solo le monete d'oro, ma quelle ancora d'argento, e fra le altre alcune picciole monete da cinque soldi l'una, di bontá poco inferiore alla pezza da otto di Spagna, ma di peso a dodici per una pezza da otto. Fu pensiero d'un mercante di Marsiglia di tentare a mandare in Turchia di questa sorte di monete, e n'inviò come per un saggio due o trecento scudi a un suo fattore a Smirne; il quale seppe sí ben valersi della curiositá de' turchi, che d'un subito di cosí bella moneta s'innamorarono, che le fece loro passare per reali da otto alla pezza, benché in fatti al peso ne andavano dodici. Ed era ben ridicola cosa vedere come, per esser cosí tonde e ben fatte a paragone de' piccioli reali di Spagna, mal tagliati e peggio improntati, i turchi piú volentieri ricevevano quelli che questi, dicendo che quelli di Francia erano intieri e non erano stati tosati come quelli di Spagna. Gran carestie di bilance! Ma di piú, avendo per costume le donne di Levante, particolarmente nell'Asia, di adornarsi il capo attaccando alle loro cuffie zecchini nuovi pendenti intorno al viso, cominciarono le meno ricche ad adornarsi con queste d'argento; e si diffuse sí fattamente la moda, che ormai pareva che in tutto il Levante fosse ogn'altra moneta, fuori che questa, affatto discreditata e poco meno che bandita: onde narra il Taverniere predetto che, ripassando di Persia in Turchia, fu, non so in qual luogo, cosí da certe femmine pregato per questi temini, che non poté aver da mangiare per altra sorte di monete.

Guadagnavano adunque i mercanti francesi 50 per 100 su queste monete; e perciò ne mandavano giá incredibili somme, tirando di lá non piú sete o altre mercanzie, ma pezze da otto, che di nuovo, convertite in temini, colá rimandavano. Ma, non potendo star occulto cosí gran traffico, furono ben presto imitati dagl'inglesi, ollandesi ed italiani. Fu dei primi in Italia un principe di Toscana, al quale ne diede il ricordo un mercante ebreo, al nome del quale ne passarono molte cassette a Livorno, una delle quali finalmente, trattenuta colá per non so qual ragione di contrabbando, diede fors'ella il primo motivo a quel granduca di fabbricarne anch'esso. Ed io mi trovai ben piú volte a consulte col zecchiero d'allora per trovar modo di far quel torchio a bilancia che usavano in Francia, di cui non avevano che debole notizia e solo quasi in embrione allora in Firenze; e non era facile averne disegni né modelli, perché anco in Francia era tenuto segreto. Cosí, dopo molte prove e superate molte difficoltá, si giunse a fabbricare i temini di bellezza niente inferiore a quelli di Francia. Ed allora fu che, battendosi a furia di tal sorta di monete, se ne inviavano a Livorno per cinquanta e sessantamila, e talora fino a centomila pezze da otto la settimana: né altro talvolta arrestava il corso che la mancanza d'argenti, che però per ogni via si proccuravano. Avevano molte altre zecche contrafatto totalmente il conio di Francia, per non incontrare, con la differenza, difficoltá nello spenderli in Turchia; ma la zecca di Firenze volle batterle col vero impronto e nome del suo principe, solo intanto rassomigliando a quelle di Francia, in quanto da un lato avevano le francesi la testa del suo re coronata di corona francese, e queste la testa del granduca coronata della corona di Toscana; quelle dall'altro lato lo scudo di Francia con tre gigli, e queste un simile scudetto con la palla superiore di quelle de' Medici ornata di tre gigli; e le lettere intorno palesavano sinceramente il nome del principe.

Ma finalmente, riempito di questa moneta il Levante, sicché non trovavansi quasi piú pezze da otto, ma per tutto correva temini, cominciarono a dolersi gli altri mercanti d'Europa che non potevano ne' loro contratti ricevere a prezzo di loro mercanzie monete di tanto scapito: onde, sebbene a qualche rumore che ne mosse il bassá del Cairo fu provveduto con buoni donativi a lui medesimo, nondimeno, non potendo piú a lungo durar occulta la cosa, ne giunsero finalmente al gran visir le doglianze, il quale ordinò subito, ma tardi, che non fossero ricevute né spese che a ragione di 12 alla pezza da otto, altrimenti restassero proibite. E cosí restarono di piú batterne le zecche maggiori.

Ma li francesi ben tosto trovarono nuovo ripiego per farci guadagno, battendole a lega piú bassa; nel che ebbero fortuna, ché per qualche tempo i turchi non conobbero la frode, bastando loro vedere quel bel conio. Ma, perché non potevano i mercanti francesi battere cosí alterate tali monete nelle zecche del loro re, s'avvisarono d'andare a farle battere in altre zecche di piccioli principi, che, con qualche porzione del profitto, ne diedero loro il comodo; ed il Taverniere nomina quella della principessa di Dombes, quella d'Oranges e quella d'Avignone, sebbene la croce improntata su quella d'Avignone non piacque a' turchi. Ed in Italia dice egli che ne furono battute a Monaco, Massa ed in altri luoghi di quei feudi imperiali che sono intorno al Genovesato. Ma l'ingordigia del guadagno fece sí che la lega a poco a poco fu di tal modo abbassata, che, arrossendo ben presto di vergogna le monete, scoprirono a' turchi la frode, che da' negozianti italiani particolarmente scoperta, con nuove e giuste doglianze, al gran visir, furono affatto proibite; sebbene anch'egli ebbe poi molto che fare a contentare i soldati che militavano in Candia, co' quali non valse alcuna rimostranza, ancorché vera, del pregiudizio che portavano quelle monete, ché bisognò farne incettare a bella posta a Smirne ed altrove per dar loro le paghe, che in altra moneta non volevano. Ora la quantitá di questa moneta che di cristianitá passò in Turchia a que' tempi, se vero è, come credo, ciò che ne racconta il Taverniere, è ben anco prodigiosa, mentre egli narra che da' soli registri delle dogane de' turchi apparisce non meno di 180 milioni di scudi esserne stati portati; senza le grandi somme, che forse non sono meno d'altrettanto, che sono passate in fraude delle dogane, ben sapendosi quanto facili sieno i contrabbandi delle monete, quanto destri ed astuti per farli i mercanti di mare ed i marinari stessi, ciascun de' quali, nel partire da' porti di Francia, se ne provvedeva di quante poteva in suo particolare per farne profitto. Dimodoché, asportato di Turchia in cristianitá su' princípi un terzo delle loro facoltá in contanti, mentre per otto temini ricevevano una pezza da otto, che pesava dodici, e di poi barattate queste, che pur erano buone, in altrettante false e di lega bassissima, può dirsi aver costato piú a que' paesi questa guerra sorda de' mercanti che la strepitosa e per altro grandissima guerra di Candia.

Finalmente veniamo alle strette col calcolo, e vediamo in fonte la radice del male, se vogliamo restar ben persuasi de' danni che porta seco questo error politico di permettere alle monete forestiere, quantunque buone, d'argento o d'oro, maggiore valuta ne' propri Stati di quello lor si conviene in proporzione dell'altre monete. Correva gli anni addietro in una cittá d'Italia, secondo le pubbliche terminazioni, la doppia d'Italia per quindici lire, e lo scudo veneto ed il fiorentino per cinque lire e tre soldi: lo scudo di Milano per cinque lire. A poco a poco fu da' mercanti introdotto il ducato veneto per tre lire e soldi 8, e, per accreditarlo, gli stessi mercanti lo ricevevano ne' pagamenti de' particolari per lo stesso prezzo. Ora figuriamoci che li mercanti incettatori di monete mandassero a Venezia scudi di Milano, che in quella cittá costavano cinque lire l'uno ed in Venezia valevano lire 9.12, e con questi pigliassero a baratto ducati a lire 6.4, e sia stato, per esempio, il primo capitale, che un tale incettatore v'impiegava, 5000 scudi. Valevano dunque in questa cittá 5000 scudi di Milano 25.000 lire, ma in Venezia valevano 48.000, con le quali si potevano aver a baratto ducati effettivi 7741-29/310, che, portati in quella cittá e spesi a soldi 68 l'uno, importavano 26.322 soldi di 11.7. Ecco dunque che il capitale di lire 25.000 ha guadagnato lire 1132, ch'è quasi 5-1/3 per 100 in poche settimane, che a capo d'anno monta assai piú. Dunque un tal mercante può ben anche, oltre le provvisioni ed aggio che pagherá in Venezia per far il baratto, che ponno importare al piú uno per cento, incettar lo scudo di Milano a qualche baiocco di piú; dal che nasce poi la caristia di tali scudi in quella cittá ed alzamento del loro valore. Ora supponiamo che in quella cittá fossero prima ben regolate tutte le altre monete cosí d'oro come d'argento, giusta la proporzione del loro intrinseco valore e bontá (il che però non era), e che lo stesso fossero in Venezia tutte le monete: dunque quello svario, che si trova in quella cittá tra la valuta del ducato e quella dello scudo di Milano, si troverá con tutte l'altre monete, perché solo il ducato è stato mal valutato, e per conseguenza con tutte le altre monete può fare lo stesso guadagno. E però di lá correvano in abbondanza verso Venezia tutte le monete d'argento e d'oro di giusto peso che v'erano prima, e di Venezia andavano in quella parte altrettanti ducati, mezzi e quarti. E questa è la ragione perché in gran parte dello Stato della Chiesa da qualche anno in qua non si vedevano altro che ducati veneti e testoni scarsi, perché introdottovi anche l'abuso di lasciar correre i testoni ed altre monete, anzi le doppie istesse calanti di molti grani dal giusto peso, non state queste accettate per baratto di ducati nello Stato veneto. E frattanto chi vuole in que' paesi uno scudo fiorentino, veneziano e milanese di giusto peso, gli convien pagarlo a' banchierotti fino cinque lire e cinque baiocchi; ed ora, che sono introdotti li testoni nuovi scarsi dall'antico peso, sará ragguagliato il testone col ducato, ma l'altre monete s'alzeranno.

L'introduzione di monete basse e forestiere a prezzo maggiore dell'intrinseca bontá cagiona danno ed alzamento alle monete.

Ogni volta adunque che permette un principe il corso ne' suoi Stati alle monete forestiere d'oro o d'argento a maggiore valuta dell'intrinseca bontá loro, ne viene come necessaria conseguenza, attese le ragioni e l'esperienze addotte nell'antecedente capitolo, l'alzamento delle proprie monete, a cui seguitano i danni spiegati nel decimosecondo capitolo. Ma molto piú ancora e con piú efficaci impulsi s'avvalora il disordine, quando si dá campo a monete basse forestiere d'introdursi copiosamente nello Stato proprio. Imperciocché alle monete d'oro e d'argento è facile correggere l'errore, emendandolo almeno nell'avvenire col valutarle, mediante un editto, a quel prezzo che loro conviene; ma le monete basse non sono capaci d'altra emenda, per lo piú, che d'un bando totale. Perché, se fossero, per esempio, introdotti nello Stato veneto li grossi o traeri tedeschi a cinque soldi l'uno, e valessero solo quattro e un terzo d'intrinseca bontá, il popolo non può senza scomodo tener conto di quel terzo, e però tornerebbero presto a cinque soldi; e que' due terzi di danno ogni cinque montano sin tredici per cento. Molto peggio poi, se la moneta fosse bassissima. E, perché queste si spargono per la plebe e per lo piú compongono il privato peculio de' poveri, se se ne lascia entrar troppa quantitá, diventa pericoloso nonché difficile il proibirle; e, se non si proibiscono, si dá occasione a quelli, che di questo traffico s'approvecchiano, di mandarne maggior quantitá, con la quale, asportando fuori dello Stato le monete migliori, lo impoveriscono irremediabilmente. Perché, quando i mercanti ed altri artigiani cominciano a non tirar altra moneta per la vendita delle loro merci e fatture che di tal sorte di lega bassa, dovendo per pagamenti grossi, e massimamente fuori di paese, provvedersi d'ori e d'argenti buoni, convien loro pagarli piú: onde crescono di valore, e ne seguono le dannose conseguenze negli antecedenti capitoli esaminate.

Quando la Polonia ebbe li giá raccontati danni delle monete del 1658 battute dal suo re e da altri sotto il suo impronto, erano giá introdotte ancora in molta quantitá certe monete basse di Svezia, dette «scilinghi», poco meno che di schietto rame, sparsivi a poco a poco sino da' tempi della regina Cristina. Ma, portatane poi molta quantitá, allorché del 1656 quasi di tutta la Polonia s'erano li svezzesi impadroniti, ond'era impossibile ormai proibirle senza correr rischio di turbolenze popolari, allora fu che gli svezzesi, anche dopo la pace, vi caricarono sí forte la mano, dando li scilinghi a' mercanti di Riga in Livonia a ragione di 108 talleri per 100 di monete buone (cioè a dire di urti vecchi, che erano monete di buona lega e che avevano in sé il valore al quale correvano), che, allettati i mercanti polacchi dal sensibil guadagno di 8 per 100, incettavano gli urti e, barattati in scilinghi, gli spargevano per il regno: tanto che finalmente, tra questi e la nuova moneta regia, restò esausta d'ogni buon metallo la Polonia. Ed è ben da credere che, oltre le zecche regie di Svezia, molti ancora ne contrafacessero a parte, mentre, fatti anche della bontá degli altri, portavano utile si grande a chi gli fabbricava, che poteva darli a 108 per 100 di buona moneta.

Gli ollandesi, con le guerre de' tre Filippi re di Spagna, contrafecero il viglione di Spagna, che vuol dire le monete basse con l'impronto di quella corona, e riempirono sí fattamente la Fiandra e la Spagna stessa, asportandone le doppie e le pezze da otto, che si può dire mantenessero viva la guerra contro que' monarchi con l'oro de' medesimi; anzi forse fu peggiore la guerra che lor fecero con le monete, di quella che facevano con l'armi. La Francia, mentre possedette qualche tempo la Catalogna quaranta anni sono, o sia che non pagasse mai le sue soldatesche colá se non con monete basse, o che in altri modi vi fossero da' mercanti introdotte o da' governatori tollerate, si sa ch'elle erano quasi di rame schietto, perché non tenevano che 26 caratti di fino ogni marca (che non arriva a 40 caratti per libbra) ed erano segnate con impronto diverso da quelle che erano in Francia, ove non erano nemmeno admesse; onde non ritornava in Francia se non la moneta d'oro e d'argento. Con che spogliò si fattamente quello Stato, che, ritornato sotto il re di Spagna, restò quasi corpo esangue, costituito in debolezza tale, che non per anco si può dire sia rimesso dal ricevuto danno. Ma cerchiamo qualche esempio piú prossimo, sebbene di non tanto strepitoso effetto.

Mi sovviene che del 1653 erano introdotte in Firenze, ove io dimorava, fra li quattrini bassi, che colá si chiamano «neri», altre monete di paese forestiero, da quelli poco dissimili in grandezza e colore, particolarmente sesini di Lucca e di Modona. Pareva che, non so come, allora dormissero que' ministri, per altro vigilantissimi, a' quali tal negozio incombeva: onde, fatto giá comune il corso a tali monete, ne furono a poco a poco introdotte in sí gran quantitá, che, quando pure si destarono e le proibirono, non si restò di sentire grandi clamori de' poveri in particolare, che non avevano quasi altro con che comprarsi il pane. Né è maraviglia che in sí gran copia fossero in breve tempo concorsi, perché valeva allora in Modona 25 lire la doppia, che, a 60 sesini per lira, erano 1500 sesini, li quali, portati in Firenze e spesi per quattrini, come que' del paese, facevano pure 25 lire di Firenze, che, valendo la doppia solo 23 lire fiorentine, v'erano 5 lire fiorentine di guadagno per ogni doppia; dal che risultava l'utile di 25 per 100, di cui ben si poteva far parte a que' mercanti che tenean loro mano. Ma, perché, mancando in Modona per questa via la moneta bassa, suppliva la zecca del principe, battendone di nuova, quando poi furono bandite di Firenze, ritornarono alla patria ed abbondarono si fattamente in Modona quelle monete, che alzavano la valuta delle doppie e dell'altre monete migliori, con pubblico pregiudizio ed utile solo di que' trafficanti di monete, che prima le avevano inviate a Firenze con utile di 25 per 100 ed ora le ritiravano a casa; e, perché giá erano rese di niun valore in Toscana, proccurarono lá d'incettarle di nuovo per li due terzi del primo valore, sicché n'ebbero nuovo vantaggio a riportarle.

Tutta la Germania ha patito fastidiose convulsioni nel negozio a causa de' traeri, tunfieri ed altre monete del genere de' grossi e fiorini, battute in alcune zecche di que' principi a lega inferiore dello stabilito nelle diete imperiali; che, passati abbondantemente in Stati alieni, e frammischiati fra' traeri migliori, hanno poi nelle fiere incontrato intoppi tali, che, ricusandosi egualmente i buoni ed i cattivi, erano alzati gli ongari sino a quattro fiorini del 1656 e 1657, come, quando io mi trovava colá, solevano valere. Ed ha bisognato ridurre la valuta de' migliori, a baratto di moneta corrente imperiale, a tre fiorini e mezzo: segno che anco in quella dello stesso imperadore era stata fatta qualche mutazione nella bontá dell'argento o del peso. E perché quelle di molti altri principi inferiori sono a molto minor lega ancora, sono state parte affatto bandite, parte a minor prezzo ridotte; sicché un traero, che tre kreutzer valeva, se da quelle zecche inferiori sia battuto, non vale piú che due e mezzo, e cosí altre. Ma nelle monete imperiali frattanto, siccome l'ongaro è passato da tre fiorini a tre e mezzo, che vuol dire da sei a sette, l'entrate de' principi e gli averi de' popoli in monete d'argento sono scemati da sette a sei anch'essi.

Appena però furono in Allemagna bandite le peggiori monete e l'altre tassate a minor valuta, che gran copia di queste s'è veduta comparir in Italia, ed in particolare negli Stati veneti, a Brescia, a Verona, nel Friuli ed in altri ancora alla Germania confinanti, di dove a poco a poco negli altri territori vanno spargendosi; e, sebbene due volte sinora sono state proibite dalla pubblica sapienza, non per tanto non ha prevaluto se non per breve tempo l'autoritá del principe alla malizia di chi ne fa profitto privato, mandando in Allemagna ducati ed altre monete a baratto di quelle inferiori. Ma, per vedere un po' di saggio della grandezza del danno che apporterebbero se piú oltre si lasciassero correre, eccone un solo calcolo, che basterá a farne conoscere l'evidenza.

Pesano una gran parte de' traeri, che d'Allemagna sono comparsi in Italia da pochi anni in qua, caratti sette e mezzo l'uno a peso di Venezia: onde in una marca ne vanno 153 e 3/5, ed hanno di fino caratti 500 per marca uno per l'altro; e, perché si spendono a 5 soldi l'uno, importano 758 soldi. Onde, se tanto vagliono 500 caratti di fino argento, una marca d'argento fino, ch'è caratti 1152, vien valutata in detta moneta soldi veneti 1769 e mezzo in circa.

Se ricevono a baratto ducati veneti, questi sono di peso a bilancia veneta caratti 110 peggio 200 per marca; onde hanno di fino ciascuno caratti 90-9/10; e, spesi a ragione di lire sei soldi 4, come gli ha valutati il principe, valerebbe la marca d'argento fino soldi veneti 1571 e mezzo. Ma in traeri s'è visto sopra che vien valutato l'argento fino soldi 1769 e mezzo la marca; dunque vi corre svario soldi 198, che sono quasi dieci lire per marca. Onde, se ogni soldi 1571 peggiora 198, barattando a traeri, si viene a peggiorare dodici e tre quinti per cento di tutto l'argento che in ducati veneti va a baratto di traeri in Allemagna: perché, considerando il baratto d'argento fino per argento fino, Venezia dá il suo argento fino contenuto ne' ducati per soldi 1571, e lo riceve contenuto in traeri a soldi 1769 e mezzo, oltre il danno che sentirebbe dalla raffinatura; e però non è maraviglia se gl'incettatori pagano il ducato piú di lire 6.4, e se egli è alzato di prezzo fino a lire 6.8 di Venezia sotto gli occhi stessi del principe, e fino a lire 6.16 in Brescia. Imperocché chi volesse valutar l'argento fino del ducato al prezzo che vien valutato quello de' traeri, valerebbe il ducato poco meno di lire 7 veneziane: onde, anche a lire 6.16, vi hanno i mercanti quasi tre per 100 di utile a incettarlo, ed i tedeschi ponno subito ribatterli in tanti suoi traeri da mandarli in Italia. Ma, se si dánno loro ongari a baratto, vagliono questi in Venezia al presente, benché a prezzo abusivo, lire 17 (perché giusta ai bandi doverebbono valer solo lire 15.10), pesano grani veneti 64 e mezzo a bontá di caratti 23, o sia, secondo l'uso veneto, peggio 48 per marca uno per l'altro, perché ne sono alcuni migliori, altri peggiori alquanto. Dunque, se una marca di caratti 1152 ha peggio 48, li grani 64 e mezzo d'un ongaro averanno peggio grani 2-5/6 in circa, e però averá d'oro fino grani 62 e 1/5; e perché in una marca sono caratti 1152, cioè grani 4608, se grani 65 e un terzo vagliono lire 17, valerá una marca d'oro fino lire 1211 caratti 8 grani 2. Ma una marca d'argento fino in traeri dicessimo valere soldi 1769, che sono lire 88.9. Dunque una marca d'oro fino va fuori di Stato veneto a baratto di marche 13 caratti 800 d'argento; laddove la proporzione piú comune dell'oro all'argento nelle piazze d'Italia dicessimo sopra esser d'una marca d'oro fino per marche 14 e 3/4 in circa d'argento. Che però non è maraviglia se sono cercati gli ongari ed incettati per lire 17 e mezza e sino per 18 lire l'uno; perché, volendo valutarli anche a ragione di marche 14-3/4 d'argento in traeri per una d'oro, dovrebbe valer l'ongaro soldi 366 e mezzo, che sono lire 18.6 e mezzo. Ed ecco come chiaro apparisce che l'introduzione di monete basse forestiere fa alzare di prezzo le monete d'oro e d'argento del paese.


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