Alcune ragioni che producono l'alzamento delle monete, e con esse i danni giá descritti.
Io non produrrò forse in questo capitolo cosa, fra quelle che dánno all'alzamento delle monete impulso, che non possa comodamente riferirsi a qualcheduna di quelle cagioni che ne' precedenti capitoli si sono spiegate; ma non sará senza utile l'andare ricercando pure a minuto vari accidenti, che alle volte dánno la mossa agli umori peccanti di questa infermitá, perché con maggior chiarezza sempre se n'intenda la teorica, onde si possano in pratica applicare i dovuti preservativi.
La guerra, fra le altre cose, rare volte va scompagnata dall'alzamento, anzi sconvolgimento delle monete. Lodovico decimoprimo, del 1475, ebbe grandissima difficoltá a ridurre al suo giusto corso le monete di Francia, che per le guerre antecedenti, particolarmente civili, erano ridotte in tanta confusione, che non v'era (dice Francesco Gerrault ne' suoiParadossi delle monete) che il nome e l'immagine delle monete senza sostanza né valore. Cosí per le guerre civili sotto Enrico secondo e i re seguenti furono di nuovo in quel regno talmente disordinate, che bisognò negli Stati generali di Blois disputarne lungamente piú che di altro negozio che ivi si trattasse. Succedono però i disordini maggiori sempre in que' paesi ove la guerra è attualmente guerreggiata che dove è comandata, perché pare che il romore de' tamburri e delle trombe e molto piú quello delle cannonate assordisca tutti gli altri magistrati, fuorché quelli che alla guerra stessa pressiedono; onde chi sovraintende alle zecche non può agire con quella libertá, né esser udito dal principe con quella attenzione che si dovrebbe. Anzi, se mai riesce facile a' partitanti di persuadere a' principi il dannoso ricordo di batter monete con utile dell'erario, egli è nel tempo di guerra; perché i principi, astretti dalle gravissime spese, s'attaccano ad ogni parte, ove di accumular soldi veggono qualche speranza. I romani, astretti dalle guerre de' cartaginesi, batterono prima gli assi di due once, che prima erano d'una libbra; poi, da Fabio Massimo ridotti a un'oncia, furono anche a mezz'oncia da Papirio ristretti, il che non fu altro che alzare il loro valore sin 24 volte piú di prima: ma lo poterono fare, perché non avevano commercio, se non poco, con altre nazioni; il che oggi non succede. Ma per lo contrario, a' di nostri, in tempo di guerra i falsari con piú animo battono ben essi monete false, perché minor difficoltá provano a spacciarle, trovandosi sempre negli eserciti, fra tanti uomini d'onore, qualcuno ancora di poca conscienza, che non solo s'accorda con li falsari a parte del guadagno per tener mano a questo indegno traffico e con l'autoritá militare spalleggiarlo, ma di quelli che esercitano eglino stessi la professione e, militando all'interesse, denigrano l'onorato titolo di soldato.
Anco i tosatori arruotano in tempo di guerra le loro forbici, e tosano fin sull'osso le monete; e, se chi le deve ricevere mette mano alle bilance per pesarle, con un «boto á Dios!», con un «mordieu!» o con un «cospettaccio!», a forza fa che le monete, ancorché storpie, bisogna che corrano a loro dispetto. Onde io non saprei qual premio non meritasse uno che sapesse trovar modo d'estinguere dal mondo questa peste de' falsari e tosatori, e far sí che non fosse piú possibile falsificare o tosar le monete; mentre non ha bastato finora che a' falsari sia destinato nelle leggi sassoniche, non meno che nelle venete, la pena d'esser arsi vivi, e che a' tosatori in Egitto si tagliassero ambe le mani, ed in oggi per tutta l'Europa siano gli uni e gli altri puniti con una forca ignominiosa.
La repubblica fiorentina costumò ancora a' suoi tempi il fuoco a' falsari: onde il suo poeta Dante introduce un maestro Adamo, monetario falso, che aveva, ad istanza de' conti di Romena, contrafatto il conio de' zecchini gigliati che, da un lato il giglio, dall'altro il san Giovanni Battista tenevano; e fa ch'egli dica a Vergilio:
Ivi è Romena, da dov'io falsai la lega sugellata del Battista, per cui il corpo lá su arso lasciai.
E poco piú sotto, parlando de' conti di Romena, dice lo stesso mastroAdamo:
Io son per lor tra sí fatta famiglia, e m'indussero a batter i fiorini, che avevan tre caratti di mondiglia.
Ma il peggio è che i soldati alzano da loro stessi la valuta alle monete migliori, cambiandole quasi per forza a maggior prezzo; e si trovano principi che non solo lasciano correre il disordine, ma l'autorizzano col suo pagare eglino stessi gli stipendi dei soldati a' prezzi abusivi che sono stati introdotti, allettati dal vantaggio che sente in quel principio l'erario: ma ne pagano di poi un'usura ben grande nella diminuzione delle entrate regie, ch'è una necessaria conseguenza dell'alzamento stesso, come si dimostrò sopra il capitolo decimosecondo. Cosí nel 1605 li ministri pontifici diedero gran valore al zecchino, perché ne avevano per pagare le soldatesche.
Non è gran cosa che chi maneggia le casse di guerra proccuri di vantaggiarsi per questa via, ch'è tanto usata anco in tempi di pace. Io non disapprovo però che quel principe, che ha il suo esercito a campeggiare in paese nemico e che spera lungo tempo mantenerlo, s'avantaggi col far correre tra soldati monete a maggior valuta, perché in questo modo egli fa il danno a' suoi nemici. Ma bisogna bene che egli proccuri preservar bene gli Stati propri da questo male, non permettendo che ci ritornino quelle monete istesse se non al prezzo giusto, come sarebbe facile che avvenisse il contrario, con suo maggior danno che non fu l'utile. Né miglior cautela ci so vedere, quanto quella di mandar qualche specie di monete che resta bandita ne' propri Stati, come fecero i francesi nella Catalogna, ove (come si è detto sopra in altra occasione) mandarono monete men buone con impronto diverso da quelle che usavano in Francia, e con incredibil guadagno; senza che abbiano potuto gli spagnuoli, dopo riavuta quella provincia, rimandar in Francia il morbo, proscrivendo quelle monete, perché non conosciute in Francia, anzi bandite fors'anche colá: onde ha provato il danno tutta la nazione stessa catalana, che non aveva altra moneta. E sino al giorno d'oggi, che sono giá scorsi quarant'anni, ne vanno capitando grosse somme in Italia, in vendita a peso di rame, di cui non ponno altro fare che andarlo fondendo in varie zecche per far monete basse, non tornando la spesa a separarne col fuoco quel poco argento che vi è, che non arriva a un quarantesimo di tutto. Che se avessero li francesi spinto in Catalogna dello stesso viglione che correva in Francia, ove non poteva esser rifiutato, e' sarebbesi riempito il regno di quella moneta bassa, con altrettanto suo pregiudizio quanto ne ha fatto alla Catalogna stessa. Cosí, se ci ha qualche provincia povera e lontana dalle contribuzioni, dalla quale non ricavasse di gran lunga la spesa di quella, se si permetterá che le sue monete crescano di valore in quel paese, ne averá l'utile di far sussister la sua armata con meno spesa; perché i soldati, che spendono a quei tanti soldi lo scudo a quanto gli è dato, non fanno caso se 30 lire, che essi hanno, per esempio, al mese, non fanno che due scudi e mezzo, che a casa sua farebbero tre. Qui ancora fa bisogno avvertir bene, perché il principe diminuisce nello stesso tempo l'entrate che si tiravano da quel paese; e se la soldatesca non ci trova il suo conto, o vede di non poter sussistere, si corrono altri pericoli, come li corse la Polonia ne' mentovati accidenti del 1658 e seguenti.
S'alzano similmente le monete senza colpa molte volte di chi governa, ma per sola colpa degli Stati vicini. È cosa non affatto impossibile, ma molto difficile l'impedire che questo morbo non si comunichi, come peste, da uno Stato in un altro, particolarmente quando la corruzione delle migliori regole è sparsa in uno Stato grande e mercantile. Qualche politico riguardo alle volte tiene il freno all'autoritá d'un principe, onde non s'arrischia di proibire ne' suoi Stati una moneta d'altro principe prepotente. Ciò particolarmente succeder può in quelle monete che in molte zecche si battono col medesimo nome, peso e bontá in circa, come sono le doppie e gli scudi. Certa cosa è che non tutti gli scudi d'argento di Milano, Modona, Parma, Mantova, Roma ed altre zecche d'Italia non sono d'una stessa bontá, benché la differenza sia poca. Può darsi caso che un principe grande batta a peso e bontá minore del consueto, e gli altri, che da quello o rilevano i feudi o dipendono per divozione, non ardiscono proibirle; onde fa loro di mestieri tollerare ne' loro Stati l'alzamento delle monete, che dall'introduzione di quelle inferiori al consueto necessariamente suol nascere. Giá si disse di sopra che del 1540 Carlo quinto batté gli scudi d'oro di Castiglia ed altri a minor bontá e peso del consueto. Molti furono i principi che lo imitarono, battendoli anzi peggiori di quelli di Carlo; con che s'imborsarono per sé il guadagno che, senza questo ripiego, averebbono fatto i ministri imperiali. Ma gli uni e gli altri videro alzar di prezzo le altre monete, a perpetuo danno dell'entrate loro.
Quegli Stati, che hanno continuo e quasi necessario commercio fra loro, bisognerebbe che stassero sempre uniti e concordi ne' prezzi delle monete e le mantenessero alla debita proporzione: altrimenti ogni disordine, che nasca in uno, subito influisce nell'altro a pregiudizio del traffico. Onde non è maraviglia se sono state piú d'una volta guerre mortali fra' principi per causa delle monete, come quando Pietro d'Aragona il quarto guerreggiò contro il re di Maiorica, per aver questo battuto monete inferiori di bontá alla valuta che correvano ed infettati li suoi regni. Ed ai re d'Aragona stessi fu con iscomunica proibito da Innocenzo terzo il batter monete piú leggiere del solito a danno de' sudditi; anzi nella coronazione giurarono quei sovrani, fra l'altre cose, di non mutare le antiche leggi delle monete.
Succede ancora spesse volte che uno Stato non può bandire le monete d'un altro Stato, non giá per riguardo de' principi prepotenti, ma per non privarsi d'un traffico, senza di cui quello perirebbe. La Puglia suol mandare gran parte de' suoi ogli a Venezia, e le sono pagati con buone monete, perché non costumò giammai la serenissima repubblica mutar d'un iota la bontá ed il peso delle sue. Ma, se questo suo commercio fosse con alcun principe che avesse mutato la lega de' suoi scudi o d'altre monete d'oro o d'argento, e volesse spenderle alla valuta dell'altre, può esser che fossero tali le congiunture de' tempi, che non sapessero in Puglia a chi altri vendere i suoi ogli ed accettassero quelle monete con discapito. Che se da' suoi sovrani non sará poscia provveduto acciò non si spendano se non al giusto valore, faranno alzar di prezzo le migliori, ed i sudditi, che non conosceranno che l'accettar cosí quelle monete sia lo stesso che vender l'oglio a tanto minor prezzo, s'ingegneranno di spenderle secondo il valor abusivo a che le hanno prese, con pubblico pregiudizio. Lo stesso può succedere alla Romagna ed altre province, che, prive di traffico mercantile, non traggono altro danaro che dalla vendita de' grani ed altri frutti de' terreni.
Ma sopra tutto s'alzano le monete ogni volta che per qualche accidente si muta in universale la proporzione fra l'oro e l'argento. Perché, se, per esempio, corre in quest'anno la proporzione loro come uno a 14 e tre quarti, e cápiti d'improvviso molta quantitá d'argento e non venga se non poco oro in Italia, o viceversa s'apra la congiuntura di mandar l'oro in Levante con qualche maggior profitto del solito, subito cominciano le doppie ed altre monete d'oro a far aggio grande ed esser barattate da' mercanti per piú argento del solito; onde crescono di valuta in proporzione di quelle d'argento, di modo che si daranno 15 once e forse piú d'argento per una d'oro. E se le zecche non muteranno proporzione alle sue monete, conformandole alla nuova misura corrente tra l'oro e l'argento, le vedranno alzare da sé; ed appena cominciano a pigliare un po' di moto, gli incettatori lor dánno tali spinte, che le fanno balzare al di lá della misura.
Era in breve corso d'anni, per la molta quantitá d'argento venuto dall'Indie, cresciuta la proporzione dell'oro all'argento in Francia a' tempi di Francesco primo, che del 1519 l'aveva stabilita, secondo lo stato di allora, a ragione di 11-4/5 in circa d'argento per una d'oro, e del 1532 erano portate fuori di Francia tutte le monete d'oro, lasciando a loro cambio altre d'argento, onde s'alzavano di valuta quelle d'oro; e fu forza, per ovviare a maggiori disordini, valutar lo scudo d'oro 45 soldi tornesi, che prima ne valeva solo 40, e lasciare nel prezzo di prima quelle d'argento: onde la proporzione tornò a 13 e 1/6 d'argento per una d'oro. Ma, ribassata di nuovo detta proporzione negli anni seguenti per la sopravegnenza di molto oro, che faceva che per manco argento di prima si dasse una marca d'oro, la ridusse di nuovo, del 1540, a 11 e 9/11 d'argento per una d'oro. Ma, perché pare un letargo comune a tutti i principi di non applicare a' disordini delle monete finché non hanno moltiplicato a segno grande, bisognò soffrire che una marca d'oro, che in monete sue valeva prima 147 lire o franchi, s'alzasse a valore di lire 165.7.6, mentre l'argento valeva lire 14 la marca; sicché dal 1519 al 1540, che sono 21 anni, s'alzarono le monete in Francia da 147 a 165, che sono piú di 12 e 1/4 per cento. Anzi, seguitando le guerre civili, del 1575, sotto Enrico terzo, era giunto il valore di una marca d'oro fino in scudi dal sole a lire 222, che sono, in dieci anni soli, piú di 34 e mezzo per cento. E, paragonando le valute dal tempo di Luigi decimoprimo, che fu appunto cento anni avanti, che l'aveva valutata lire 118, fino al tempo d'Enrico terzo suddetto, che valsero lire 222, sono 88 per cento d'alzamento delle monete o sia abbassamento delle lire immaginarie. Ed al presente, che sono altri cento e piú anni, ha di giá passato 200 per 100 d'augumento, ch'è il triplo della prima valuta e piú.
E finalmente la peste, la fame ed ogni altra disgrazia universale d'uno Stato, per cui restano sconvolte le altre cose, sconvolge ancora le monete, perché in quelle confusioni gl'incettatori, i falsari, i tosatori ed altri, che fanno professione di pescar nel torbido, non perdono l'occasione, ma si prevalgono delle comuni calamitá a proprio profitto, tanto piú impunemente, quanto che chi dovrebbe castigarli non può, fra quelle miserie, se non debolmente, e talora nulla del tutto, applicarsi per le distrazioni de' mali comuni.
Oltre di ciò, ne' tempi cosí calamitosi chiunque ha crediti proccura riscuoterli in ogni miglior modo, per valersene; ed all'incontro il debitore proccura di mercantare il bisogno del suo creditore, ed offerisce o monete scarse o cattive od a prezzo troppo alto: onde il creditore, astretto dal bisogno, riceve quello che può avere; s'ingegna esitarlo al prezzo che lo ha ricevuto; e cosí, perché nel vendere e comprare suol essere sempre che il venditore è piú bisognoso del compratore, perciò riceve nel prezzo le monete che può avere, e proccura spenderle alla stessa valuta. Molto piú que' bisognosi, che pigliano danaro a cambio, censo, livello e simili contratti per sovvenire a' suoi bisogni in que' tempi penuriosi, ricevono ciò che vuol dare chi loro da a cambio. E volesse Iddio che, oltre il pagare con monete scarse ed a prezzi maggiori del giusto, non vi fossero certe coscienze sorde, che dánno in luogo di contante fino gli abiti vecchi de' loro bisavoli, valutandoli come se fossero spiccati allora dal fondaco del mercatante e fossero sulla gran moda corrente! Le quali cose tutte fanno alzar di valuta le monete; con che diminuiscono le pubbliche e le private rendite, si deteriorano le arti e ne succedono gli altri mali tante volte accennati.
Che alcuni partitanti, nelle proposizioni che fanno a' principi di batter monete, cuoprono il loro interesse e fanno falsamente apparire che dalle loro proposizioni risulti utile non solo al principe, ma a' popoli ancora.
È sentenza di Platone, altrettanto vera quanto difficile da comprendere senz'un'attenta considerazione, che non può esser utile o guadagno alcuno fra' mortali, che non sia danno e pregiudizio d'altri. Quel grano stesso che dalla terra uno trae lavorandola, anzi quelle stesse frutta che, spontaneamente nate, non ponno negarsi dono gratuito della natura, quelle ancora, passando in mano di chicchessia, anco la prima volta sono a quelli bensí utili, ma a qualch'altro dannose; perché, se colui non le avesse, provvederebbe al suo vitto con altro modo, utile a qualchedun altro.
Ora, se il guadagno d'uno è dunque perdita d'un altro, come mai persuaderanno ad un principe i partitanti d'aver proposizioni, con le quali possa egli approfittarsi su le monete senza danno, anzi con utile de' sudditi? Certissima cosa è che i partitanti, affine di proprio guadagno, s'ingeriscono in questi affari, né ardirebbono voler persuadere di moversi per zelo del pubblico bene, senza proprio profitto. Ora, se oltre il proprio profitto vogliono che possa ne' loro partiti guadagnare anco il principe, se deve averci profitto anche il popolo tutto, come si vantano il piú delle volte, mi dicano di grazia: chi ha da patire il danno opposto a questo loro utile? Gli estranei, no, perché il principe non può loro comandare che ricevano quelle monete ad altro prezzo che a quello che vorranno essi, mentre non sono suoi sudditi: ed io non discorro qui di monete da spendersi solo in paesi d'altri, come furono i temini sparsi da' cristiani in Turchia, di cui si parlò sopra nel capitolo decimoterzo, perché in quel caso è chiaro che il danno va addosso a quelli; ma parlo delle monete da spendersi nel proprio paese del principe proprio e ne' paesi confinanti. Dunque lo patiranno i sudditi; e, se questo è, dunque ne patirá il principe stesso, pregiudizio del quale è sempre ogni danno de' suoi popoli. Che però questo solo argomento dovrebbe bastare a far bene aprir gli occhi a' principi e loro ministri in ogni incontro di proposizioni di tal sorte; e tanto piú, quanto grasso (come suol dirsi) è il partito.
Bella cosa pareva a prima vista ad alcuni in Milano, del 1674, il partito che proponeva un tale, di cui sebbene ho veduto il nome in scritture stampate, nondimeno non ho necessitá di narrar altro che il fatto. Rappresentava questo i disordini delle monete di quello Stato, nel quale era introdotto l'uso delle doppie scarse di molti grani per buone, da cui nasceva l'alzamento delle buone, non meno che delle monete d'argento. Adduceva per causa potentissima di questi disordini la gran copia di monete basse, sesini, quattrini e parpaiole, fra le quali ne correva quantitá grande di false, e portava il calcolo che delle battute nella zecca regia montavano li soli sesini e quattrini a lire 1.668.342; che veramente è una somma esorbitantissima, per quanto sia grande e mercantile lo Stato di Milano. Perché in certe scritture, corse giá tempo in Roma sopra queste materie, ho veduto essere stato ventilato da una congregazione di prelati e cardinali, fra le altre cose, se per sesini di Bologna, Ferrara, Roma bastassero 35 mila scudi; e trovo che il zecchiero di Roma in que' tempi, che fu sotto Innocenzo decimo, era obbligato non batter di tal moneta altro che 200 scudi all'anno, per supplemento a quella che andava mancando. Pure, sia come si voglia, era grande al certo la quantitá de' sesini, quattrini e parpaiole nello Stato di Milano, moltiplicate eziandio da' falsari. Proponeva adunque il partitante di abolire la moneta bassa, lasciandone solo picciola quantitá, offerendosi di ritirarla egli a tutto suo danno, pagando le buone di quella zecca a quel prezzo che correvano, senza che chi le portava vi dovesse patir alcun danno, e dandogli in pagamento monete buone d'argento da farsi, e pagar anco le false a prezzo di rame. Ed ecco un gran zelo per utile de' popoli, a' quali veniva restituita in buona valuta la cattiva moneta. E, perché correvano le doppie scarse, s'offeriva ritirarne a sue spese e danno sino a 200 mila, che non calassero piú di sei grani l'una, dando in contracambio metá doppie nuove di giusto peso e metá monete d'argento pur nuove. Si poteva egli desiderar di piú? Anzi s'offeriva di vantaggio pagare alla regia Camera per suo signoraggio o «sarsigia», come dicono, 200 mila lire, e battere 200 mila doppie della bontá e peso solito e 500 mila filippi pure alla bontá e peso consueto. Meritava le statue e gl'incensi, piú che non fecero i romani a Mario Gratidiano per aver introdotto in zecca i saggiatori. Ma dimandava in contracambio che gli fosse permesso battere per due milioni (che poi, sotto vari equivoci ed aggiunte, faceva diventar piú di tre milioni) di scudi in monete d'argento da 20 soldi, da 10, da 5 e da due e mezzo, a ragione di 4 per 100 manco del peso e bontá del filippo. A chi non considerava con occhio ben penetrante la qualitá di quest'ultima condizione e rifletteva solo in genere che, volendo far monete cosí minute d'argento, v'andava maggiore spesa che non va a batter filippi, mentre un filippo veniva diviso in molte monete, e' non pareva gran cosa 4 per 100, e maggiormente al riscontro del danno che egli assumeva sulla moneta bassa e su le 200 mila doppie, nelle quali li soli 6 grani per doppia par che montino piú di 4 per 100; onde poco mancò che non fosse serrato il partito, se non era la prudenza vigilantissima di que' magistrati, ed in particolare del presidente delle regie entrate, che ne commise al conte Lorenzo Taverna, allora vicario di provvisione di Milano, le riflessioni proprie. Penetrò ben tosto la perspicace intelligenza di questo cavaliere nel midollo di questo affare; e, scoperta la piaga, ne fece apparire, con sua scrittura dottissima insieme e fortissima, i piú cupi recessi, manifestando come il danno, che il partitante ingrandiva, dal ritirare le monete basse e le doppie calanti, non era di gran lunga quello ch'ei figurava, ma bensí grandissimo quello del popolo nella battuta di tre milioni di scudi in quella moneta scarsa 4 per 100 nella bontá e nel peso: che, sebbene poteva anco intendersi, se meglio non si spiegava, di 8 per 100, cioè quattro nel peso e quattro nella bontá; nondimeno, posto fossero 4 per 100 in tutto su la somma di tre milioni, erano 120.000 scudi. E in veritá non è dubbio alcuno che con questi tre milioni si empiva in tal modo lo Stato, che non vi restava luogo in commercio per li filippi e le doppie: anzi li filippi stessi, che egli offeriva di battere, sarebbono stati facilmente ritirati da lui medesimo e ribattuti in moneta a 4 per 100 meno; e, non essendo ricevute fuori di Stato quelle monete se non al loro giusto valore, sarebbe andato fuori di Stato ben presto il restante de' filippi e delle doppie. Dal che nasceva per necessitá che nello Stato sarebbono cresciute di prezzo in ragione delli stessi 4 per 100 (il che se fosse stato permesso, mai piú se ne vedeva una); e di piú nasceva poi che l'entrate regie e quelle de' privati scemavano per sempre 4 per 100, e lo stesso facevano i capitali de' crediti antecedenti a questa moneta: perché chi aveva un credito di 1000 lire, ricevendole in questa moneta, ne veniva pagato con 960 di vera valuta, ancorché denominate per 1000, mercecché non riponeva in cassa tanto argento, che effettivamente valesse 1000 lire, ma 4 per 100 meno. Onde il zelo di rimediare a' disordini delle monete andava a terminarsi in disordine peggiore di tutti, perché introduceva appunto l'alzamento delle monete migliori, che proponeva d'impedire.
Ho voluto portar quest'esempio, perché è stato tanto piú famoso per l'Italia, quanto che nello stesso tempo proponeva quel personaggio un partito simile per piú di 6 milioni per il regno di Napoli; e l'uno e l'altro restò roversciato dalla sagace intelligenza e prudentissime riflessioni del conte Taverna predetto. Per altro son ben rare le zecche d'Italia, anzi nell'Europa, ove non siano portate e pur troppo accettate spesso proposizioni di questa natura, che sconvolgono il commercio e rovinano gli Stati. La zecca di Roma da tanto tempo in qua non aveva mutato il valore a' suoi scudi e paoli, essendo giá 85 anni che lo scudo val dieci paoli, ed il paolo 10 baiocchi, e la doppia d'Italia 30 paoli, quella di Spagna 31; e, sebbene, a causa di baiocchi e quattrini di rame introdotti da altre zecche e falsificati, ha dovuto durante questo tempo far piú volte varie provvisioni e consultar molte volte de' rimedi, nondimeno ha sempre superato le difficoltá, perché ha provveduto a tempo e perché non s'è mai curata di farci guadagno, anzi si perdeva ogn'anno 900 scudi in pagare il zecchiere e mantenere gli stromenti ed altro a spese del principe. Lo stesso ha fatto quella di Firenze, sebbene non so se nello Stato ecclesiastico potranno piú rimettersi sul piede di prima, dopo di aver in questi ultimi anni, lasciando correr ogni sorte di moneta scarsa o tosata, lasciata incancherir la piaga sino al segno presente; e sará il danno intorno a 3 in 4 per 100. Ma le zecche di Lombardia, e particolarmente de' principi serenissimi, hanno ben elleno sofferti grandissimi danni a cagione di questi partiti, che, mascherati del ben pubblico; sono stati accettati per sinceri; dal che è poi nato che dentro questo secolo hanno alzato le valute di loro monete al doppio di prima, e per conseguenza deteriorate le loro entrate la metá. Danno invero grandissimo, il quale non averebbe altro rimedio che raddoppiar le gabelle; ma il popolo non vorrebbe soffrirlo, né potrebbe, perché, dallo stesso alzamento delle monete essendo in gran parte proceduta la diminuzione del traffico, non sono piú in istato di pagar tanto tributo.
Ma un'altra maliziosa invenzione è stata piú volte praticata da alcuni partitanti, che ha prodotti gravissimi pregiudizi. Non propongono giammai, o ben rare volte, partiti, che non v'includano capitoli di fabbricar, oltre le monete buone, qualche altra spezie, nella quale sia guadagno per loro, e spezialmente di monete basse. Non si costuma nelle zecche pesar tanto esattamente le monete basse, che debbano esser tutte eguali, perché sarebbe troppo laborioso l'aggiustarle tutte come si fa di quelle d'oro e d'argento; ma basta che, pesate a rifuso davanti il magistrato, che prima fa ben bene rimescolar la massa, ne contino in una libbra a bilancia quel numero che da' pubblici decreti vien prefisso, sicché le piú picciole siano compensate da quelle che sono maggiori del giusto. Licenziate che siano dal magistrato, ne accappano da parte le maggiori, per rifonderle di nascosto, e dánno fuori solo le picciole, rifondendo le altre; e se il magistrato le fa anco portar allora nel pubblico erario, nondimeno, sparse che sieno nel popolo, il partitante le va raccogliendo e scegliendo per sé le piú gravi, per rifonderle o per servirsene di nuovo a mescolar con le picciole, per passarle davanti al magistrato. Mi perdonino i zecchieri onorati, de' quali non parlo; ma narro ciò che piú volte è stato da' cattivi praticato. Dalla qual poco onesta industria nasce il vedersi poi ripiena la piazza di monete scarse, che non hanno il valore decretato, e dánno perciò tanto maggiore occasione a' falsari d'introdurne di false.
Per qual cagione le monete in tutti gli Stati si vedono crescere e mai calare di valuta.
Se il corso delle monete fosse come quello de' fiumi o de' torrenti, non sarebbe maraviglia se, nonostante tutti i ripari o gli argini che gli si facessero incontro, elleno volessero tendere alla sua via. Ma si vede, da qualche esempio di sessanta e di ottanta anni, ch'elleno potessero esser ritenute da questo corso ed impedite di crescere, come sono state impedite in Toscana e nello Stato ecclesiastico quasi dal 1600 in qua, e dal 1674 in qua da' genovesi, che sperano, non senza ragione, di mantenerle lunghissimo tempo, attese le ottime regole che v'hanno apposto e l'attenzione con che le fanno osservare. Anzi quella stessa forza che le ritiene, ch'è l'autoritá de' principi, alcuna volta le ha pure rispinte addietro qualche passo, come hanno fatto, giá tempo, in Venezia il zecchino, che fu dalle 20 abusive restituito nel 1665 alle 16 lire. E nondimeno si legge e si osserva che in tutti i tempi e in tutti gli Stati sono sempre cresciute, e, quando hanno fatto un passo indietro, non hanno molto tardato a scorrere di nuovo avanti.
Sinché durò in Roma quell'antica tanto lodata ed odiata frugalitá, con la quale, contenti di ciò che rendeva loro la terra e la greggia, non cercavano merci straniere; ed i consoli e decurioni s'andavano a staccar dall'aratro, per collocarli con suprema potestá alla testa de' loro eserciti; onde tante nobilissime famiglie romane, come de' Fabi, de' Lentuli, Pisoni, Ciceroni ed altri presero il cognome dal ben seminar le fave, i piselli, i ceci e le lenticchie: non fu fatta mutazione nelle monete; ma per 300 anni, da Servio Tullo, che l'introdusse, sino alla prima guerra cartaginese, durò la stessa qualitá e peso di moneta, cioè a dire degli assi gravi di rame di una libbra l'uno. Ma, per le gravi spese di detta guerra, furono dipoi alla terza parte di una libbra ridotti; e cosí, tutt'ad un colpo, sbalzata la moneta a valere sei volte di piú che avanti. Né corsero 60 anni che, siccome altrove si disse, nella dittatura di Quinto Fabio Massimo furono ridotti ad un'oncia sola; e quindi, per la legge Papiria, nuovamente a mezz'oncia ristretti, e successivamente si videro anco ad un quarto d'oncia ridotti, secondo le diligenti esperienze che di varie antiche monete le piú ben conservate ha fatte Wilebrordo Snellio, riferite nel suo piú volte citato trattatelloDe re nummaria. Il che non altro vuol dire che, essendo cresciute di valore quelle monete, tanto valeva da ultimo l'asse di mezz'oncia quanto valsero dapprima gli assi d'una libbra; o, per dir meglio, un asse antico d'una libbra valeva ormai 24 assi de' nuovi. Donde nacque il parlar a moneta grave o ordinaria, esprimendosi «gravis aeris» quando dell'antica valuta s'intendeva; come in Venezia oggidí si parla a «valuta buona» o a «valuta corrente», valendo la buona un sesto piú della corrente.
Quindi i denari romani, che furono d'argento e valevano dieci assi, e le loro quote, quinari da 5 e sesterzi da due assi e mezzo, durarono a questo valore dall'anno 484 di Roma, che furono introdotti, sino al 545, che da Fabio Massimo pure furono i denari 16 assi valutati ed il quinario 8 e il sesterzo 4 assi. E perché successivamente le monete d'oro, dette «soldi» o «solidi», furono valutate a principio 25 denari d'argento, corrotti dipoi nel corso de' secoli seguenti e peggiorati di bontá i denari, s'alzarono a maggiori numeri; e finalmente le cose si sono a tal segno condotte, che, restando il nome immaginario di «soldi», «lire» e «denari», le monete effettive sono alzate, e le immaginarie per conseguenza si sono cosí abbassate e rese vili, che non vagliono in oggi la millesima parte di prima: mentre il denaro in molti paesi non è che la dodicesima parte di un soldo, ed il soldo oggidí in piú paesi non è piú d'oro né d'argento, ma di pochissimo rame; onde in Mantova e Parma tant'oro quant'era un solido degli antichi, che pesava un quarto d'oncia, vale sopra 1000 soldi, che sono circa 13.000 denari.
Ma, se riguardiamo i secoli a noi piú cogniti, vedremo che, siccome in Venezia dal 1287 in qua il zecchino è passato dalle 3 lire alle 20, cosí, negli altri paesi tutti, hanno le loro particolari monete fatto straordinarie salite. E mi dispiace non aver tempo di vantaggio, né mezzi facili per rinvenire che cosa valesse o quanto argento fino contenesse un soldo di Francia circa il 1318 a' tempi di Filippo longo, perché capirei forse meglio come sia quella legge od ordinanza di quel re (raccontata da Giovanni Bodino nel suo mentovato trattatello), con cui privava de' privilegi della cittadinanza chi non possedesse in cittá una casa di prezzo almeno di 60 soldi. «Nous trouvons aussi—dice quest'autore—des ordonnances de Philippe le long du droit de bourgeoisie en date de 1318, où il est porté que celui qui voudra avoir droit de bourgeoisie en autre lieu du royaume, qu'il sera tenu acheter une maison du prix de 60 sols paris». Quando le case fossero state di legno o di paglia a quel tempo, bisogna ad ogni modo che uno scudo d'oro valesse molti pochi soldi, se con 60 soldi si comprava una casa da cittadino, mentre in oggi uno scudo d'oro vale 110 soldi. Vero è che tutte le cose hanno cresciuto straordinariamente di prezzo dalla scoperta dell'America in qua, come sopra mostrammo; ma per tutto ciò non resta ogni dubbio, sopra questo racconto, disciolto, né meno se si dicesse che detta legge intende 60 soldi d'affitto, non di valuta: cosa che non apparisce. Ma, se vera fosse, porterebbe a 5 per 100 un capitale di 1200 soldi, che ancora è una poca valuta per una casa da cittadino.
Per ritornar dunque al nostro assunto, egli è cosa certa che le monete sono sempre cresciute di valutazione, e giammai non diminuiscono, se non è per qualche picciola cosa che un principe le ritiri indietro. E, se questo è effetto del commercio, come lo è certamente, qual è la sua origine? Io per me considero che l'autoritá de' principi, qualunque volta ella si contrappone alla forza de' popoli, non è giá di gran lunga cosí grande come ella sembra. Comandano i principi ciò che loro sembra utile a' loro Stati; ma eseguiscono i popoli piú volentieri quelle cose nelle quali non sentono danno privato, che quelle ove ognuno da sé ne prova svantaggio o si crede provarlo; e quindi nasce che si guardano i principi prudenti d'ordinar cose tali, che possano universalmente spiacere e produr commozioni. Ogni mutazione, che si faccia nelle monete, porta pregiudizio poco meno che universale; e si sono mostrati sopra al capitolo decimosecondo quali siano i danni che al pubblico ed a' privati nascono dal crescer della valuta di esse. E pure il popolo minuto, ch'è il piú numeroso, se ne eccettuiamo i mercanti, non ne conosce tanto lo svantaggio, che non goda piú tosto, benché con error d'intelletto, in vedersi in mano 25 scudi, che poco tempo fa valevano 9 lire e mezza l'uno, ond'erano lire 237 e mezza, ed ora, cresciuti a 10 lire, gli vagliono in mano lire 250: con che egli è ben cosa difficile persuaderlo che egli non abbia guadagnato quelle 12 lire e mezza, essendo solito degli uomini il lasciarsi muovere piú gagliardamente dalle cose presenti e sensibili che dalle lontane e difficili da poter senza qualche speculazione comprendere. Quindi dispiacegli sentire un editto del principe che gli riduca di nuovo la moneta a minor valuta di prima, perché si vede diventar minore il numero delle lire, benché immaginarie, che egli aveva prima; ed, a guisa di acquedotto spiacevole, si lascia far piú orrore dalla presente amarezza della medicina che allettamento dalla speranza di salute. Cosí l'universale dispiacere de' popoli pone molte volte il freno all'autoritá de' principi ancor contro il pubblico bene, ed è cagione che rare volte hanno potuto i principi, anco piú assoluti, ridurre le monete a quelle valute minori, da cui si erano alzate con qualche esorbitanza, come attesta Renieri Budelio nel suo trattatoDe monetis[32], ove dice che, piú volte tentata questa riduzione in Allemagna ed in altri paesi, sempre aveva sortito infausti emergenti. Ma non è meno in tutto bene de' popoli l'abbassamento delle monete, come pure dovrebbe esser, per quella ragione: che da contrarie cause contrari effetti sortir dovrebbono. Per intelligenza di che, esaminiamo brevemente i danni e gli utili dell'alzamento delle monete, lasciando però a parte l'utile che ne tranno gli incettatori, che ne trafficano a pubblico pregiudizio.
Dall'alzamento delle monete ha danno il principe, perché scemano le sue entrate; e questo risulta a beneficio de' popoli, che, sebbene non se n'avvedono, pure ne risulta loro alleggerimento dalle gravezze. Ha danno il popolo per altra parte, perché chi riscuote censi, livelli o pigioni a contanti, riceve minor quantitá di buon metallo del solito: ma questo danno vien partito, perché altrettanto vi guadagnano i debitori, che pagano con meno quantitá d'oro. Ha danno il principe ed i popoli insieme, perché la mercatura si confonde e le arti si perdono; ed in questo caso l'utile opposto va a quegli altri principi e Stati, che dalla rovina del commercio di questi sentono vantaggio. Dunque, se tornano a scemare le monete dal posto in che s'erano alzate, il principe risarcisce l'entrate del suo erario per questa parte; ma ne ha danno il popolo nelle gravezze. Li creditori acquistano quel piú de' loro crediti e de' loro livelli o censi; ma li debitori ne risentono nuovo danno, perché sono forzati a pagar piú metallo per lo stesso numero di lire immaginarie, ed il commercio stesso ne patisce nuove convulsioni, onde ne scaturisce nuovo danno al principe. Perché quel mercante, che pagava prima tre lire il braccio di fattura al tessitore di velluto, quando lo scudo valeva 12 lire, se lo scudo sará rimesso a 9 lire, pagando lo stesso, spende uno scudo in tre braccia di tessitura, che prima ne aveva 4 braccia: onde non può mandar in Francia le sue drapperie a' prezzi di prima, né può persuader il tessitore a ricever meno pagamento, perché egli risponde di non potere spender né meno egli per piú lo scudo che per quelle 9 lire. Cosí i principi, per non dare universali dispiaceri a' suoi popoli e per non apportar loro nuovo danno e per non riceverne di nuovo, essi tralasciano di ritirar indietro, se non per poca cosa, le valute di loro monete; il che fa che, sempre con nuovi disordini avanzando inanzi con lunghi passi, e per nuovi ordini poco rimettendosi indietro le monete, fanno continuo viaggio, si può dire, alla via dell'accrescimento.
Molto piú chiara vedremo ancora l'origine di questo effetto, se ci figuraremo e chiamaremo all'esame le cause principali dell'alzamento. Una delle principali cagioni dicemmo esser la sproporzione delle monete d'oro e d'argento fra loro, in ordine a quell'analogia che piú universalmente tengono le zecche principali.
Se in uno Stato A saranno battute monete d'oro o d'argento piú leggiere o di lega inferiore del solito, e valutate come prima costumavano; e poniamo che, barattando tali monete con monete d'oro in ragione di quella valuta, non entri nella valuta d'una libbra d'oro fino piú di 14 libbre e un quarto d'argento fino in tali monete nuove; le altre nazioni, che, se vanno regolate, come dovrebbono, con la piazza di Genova, ch'è il magazzino di questi metalli in Italia, battono le sue monete in proporzione d'un'oncia d'oro per 14 e 3/4 d'argento in circa, ch'è una differenza di circa 4 per 100 (e notisi che in questa proporzione di 14 e 3/4 intendo compresa la spesa del trasporto degli argenti ed altro, che fanno esser piú care le paste in paesi piú lontani da Genova), valuteranno la nuova moneta di quel principe nella stessa conformitá delle proprie. Onde i mercanti di quel paese A non potranno mandar fuori cotali monete senza perdita di que' 4 per 100 in circa, e perciò in sua vece manderanno ogni altra sorte di monete vecchie o forestiere, e particolarmente d'oro, a causa di che tutte le altre monete suddette cominceranno a far aggio e successivamente ad esser barattate a prezzo maggiore di prima nel suo paese, crescendo di valuta non solo quei 4 per 100, ma piú ancora. E la ragione di crescer di piú nasce dalla strettezza dell'oro medesimo, per essere stato mandato a principio fuori di Stato o nascosto dagli incettatori, a' quali torna conto pescar nel torbido di que' disordini: cosicché, alzato l'oro piú del dovere, gli estranei tornano a mandarne indietro a baratto d'argento; e cosí da un disordine ne moltiplicano cento, con lo sconvolgimento di tutto il commercio, danno del principe e strida de' popoli.
Che fará, in questo stato di cose, quel principe? Se vuol ridurre alla primiera valuta le monete, quando non sia in principio del disordine, trova difficilissimo il ripiego. Tutti i ricchi, e gli stessi suoi consiglieri e magistrati talora, che si trovano aver 4 lire di piú ogni 100 che avevano in cassa, sono di parere che non si faccia quella riduzione od abbassamento di monete, perché concepiscono la perdita di que' quattro per 100 del proprio contante. Chi ha preso in prestito, per esempio, 6000 lire di quel paese da un altro, e l'ha ricevute in tante monete allorché valevano piú, deve aggiungervi 4 per 100 delle stesse monete nel farne la restituzione, per far la stessa valuta di 6000 lire, e si duole di quelle 240 lire ch'ei ci perde. Chi paga pigioni, livelli, affittanze, stride altamente, perché deve pagar tante monete di piú, a compimento de' suoi debiti, di quello prima faceva; e chi vuol redimer censi o francar livelli, non può senza estreme doglianze soffrire di dover restituire piú di quello ne ha ricevuto. Che se per sorte il principe volesse ripigliarsi quella moneta inferiore e restituirla di nuovo alla prima proporzione e valuta, farebbe un atto di giustizia col restituire quel guadagno che avesse fatto nelle prime; e forse la spesa, che ora ci volesse, non gli sarebbe inutile, liberandosi in tal modo dal pregiudizio che ne averebbono ricevuto in perpetuo le sue rendite. Ma sono rari gli esempi di cotali risoluzioni; e non restarebbono per ciò di dolersi quelli che avessero riposto l'altre monete, e d'oro particolarmente, che sarebbono cresciute di prezzo e che ora con loro danno ad essi parerebbe che s'abbassassero. In somma il piú facile e pratico modo, che si trovi in tali congiunture, fu sempre lo stabilirle per sempre al corso presente o ritirarle a basso solo poca parte dell'accrescimento che hanno fatto, e proporzionarle con migliore analogia di prima alla piazza matrice dell'altre zecche, ch'è Genova. Ed ecco che per necessitá crescono sempre mai, o poco ponno scemare; ch'era l'assunto di questo capitolo. Nel quale ho stimato inutile l'apportare, come avrei potuto fare, gli alzamenti da cento o ducento anni in qua in tutti gli Stati d'Europa; perché, non servendo ciò che a provare che cosí segue, ognuno può da sé nel suo paese e negli altri, de' quali avrá cognizione, riconoscere la veritá.
Regole universali per le zecche, e prima dell'osservar la proporzione piú comune tra l'oro e l'argento.
Passeremo finalmente ad andar esponendo le regole piú universali che per governo delle zecche e custodia del commercio e mantenimento delle valute sono piú necessarie, esaminandole piú a minuto che ne' precedenti capitoli non s'ha potuto fare, essendo queste regole come una pratica delle teoriche insegnate. Sará dunque la prima regola: che nel valutar le monete d'oro e d'argento si deve osservar la proporzione che corre piú comune in quella provincia. L'oro e l'argento sono prezzi l'uno dell'altro, come giá si mostrò, e secondo la varia abbondanza dell'uno e dell'altro mutasi la proporzione con che l'uno all'altro si baratta, il che pure si provò sopra: onde ciascuna zecca dovrebbe valutare le monete sue d'oro e d'argento a quella proporzione che ne' prezzi degli argenti e degli ori non coniati comunemente fra' mercanti di quel paese vien osservata; e questa non suol esser giammai molto differente da un paese all'altro, se non sono molto distanti o vi sia qualche circostanza particolare che ne dia l'impulso.
La Spagna riceve i suoi ori ed argenti dall'America, pochissimo essendo in oggi il provento di questi metalli dalle miniere de' suoi regni, che pure, giá molti secoli, erano sí copiose, che rendevano alla repubblica romana solamente in argento 25.000 dramme al giorno, che sono 142.578 marche all'anno, secondo narrano Strabone e Polibio, citati dal Bodeo nel quarto libroDe asse, ove riduce questa somma a poco meno di un milione di scudi d'oro all'anno in valuta moderna, ed asserisce essere stata copiosa altresí d'oro, di cui Plinio narra che ne cavavano d'effettivo metallo 20.000 libbre all'anno, quasi tutto dall'Asturia, oltre la quantitá di ferro, rame, piombo e di tutte l'altre cose che rendeva quella provincia; onde la Spagna fu in quel tempo a' romani ciò che in oggi sono le Indie occidentali alla Spagna. Dev'ella dunque conformarsi nelle sue zecche a quelle proporzioni che tra l'oro e l'argento si praticano ne' suoi empori, e, principalmente in Siviglia, ch'è la principale scala delle Indie.
L'Italia riceve oggi la maggior parte di questi metalli anche essa dalla Spagna, tutto che anticamente ne fosse ella stessa feracissima, al dire di Plinio, libro XXXIII, capitolo 4, ove, narrando le ricchezze che dagli altri paesi portavano i romani, dice che «Italiae parcitum est vetere interdicto patrum, alioqui nulla fertilior metallorum quoque erat tellus»; e séguita: «Extat lex censoria ictimulorum auri fodinae in vercellensi agro, qua cavebatur, ne plus quinque millia hominum in opere publicani haberent». Ma ora appena ne ha ella i vestiggi e le fallaci piú che felici speranze in molte parti, ove ne apparisce qualche segno. Al presente dunque ella dalla Spagna principalmente le riceve, sebbene non poco oro ancora in ongari viene dalla Germania; ond'ella deve conformarsi quant'è possibile alle proporzioni principali di Genova, che può dirsi il vero magazzino di queste preziose paste.
La Germania è fertilissima ancora di metalli, e l'imperadore delle sole miniere delle cittá montane in Ongheria, del 1657, ch'io le visitai, ne traeva d'ordinario 2000 tálari al giorno netti dalle spese, oltre all'oro, che in somma considerabile d'ongari si convertiva; e l'uno e l'altro, battuti nella zecca di Cremnitz, una volta o due al mese, sino a Vienna si mandava. Ma, oltre a queste, ha egli altre miniere in Boemia e Slesia, altre ancora nella Stiria superiore ed altrove; e, quanto agli altri Stati d'Allemagna, ne sono di ricchissime in Baviera e quasi per tutta la Sassonia ed altri Stati. Onde la proporzione dell'oro all'argento in que' paesi sarebbe forse diversa dagli altri Dio sa quanto, se la Germania non avesse commercio con altri Stati. Ma, perché il traffico con l'altre province d'Europa giá si disse che faceva quasi l'effetto de' fluidi che si livellano insieme, quindi è che non può ella dimeno di seguitare la piú comune, od almeno scostarsene ben poco, quanto cioè può ragguagliarsi colle spese del trasporto da una provincia all'altra. Imperciocché, se, per esempio, fosse in Allemagna l'argento piú vile che in Italia, sicché per un'oncia d'oro si avessero colá 16 once d'argento, gli incettatori e mercanti portarebbero colá l'oro a barattare in argento, per portarlo in Italia, ove per una d'oro non s'ha che 14 e 3/4 d'argento, onde vi sarebbe di guadagno un'oncia e 1/4 d'argento ogni oncia d'oro, che sarebbero otto e mezzo e piú per cento, de' quali, sebbene ne andassero 3 o 4 in condotta, sensaria o provvigioni ed altre spese, n'avanza ben tanto che basta. Ma, se non vi fosse guadagno piú di quello portano le spese, non si farebbe questo traffico; e cosí resterebbe l'uno e l'altro metallo in Allemagna a quella proporzione alquanto differente, ma ben poco, dall'italiana. Bene è vero che per causa di questo svario le monete, che accadono per pagamenti da farsi d'un nell'altro paese, fanno aggio, cioè a dire si pagano e vendono da' mercanti certa porzione per cento di piú. Per esempio, se l'oro in Allemagna è piú caro che in Italia, onde si baratti a piú argento che qui non si fa, ed io voglio di Venezia farmi pagare in Vienna la valuta di 1000 ducati in tanti ongari, bisognerá ch'io paghi al mercante di Venezia un tanto di piú quegli ongari della valuta ordinaria, perché in Vienna gli ongari vagliono piú argento che non vagliono in Venezia; e viceversa, chi di Vienna volesse farsi pagare in Venezia 1000 fiorini in tanti ducati, volendo pagargli in Vienna con ongari, converrebbe pagar aggio per li ducati, perché l'ongaro vale manco argento in Venezia che non vale in Vienna.
Supposte dunque tutte queste cose, vien manifesto che la proporzione fra l'oro e l'argento in tutta la cristianitá non può variare di certa misura, ma non può né meno mantenersi affatto uniforme, in quanto le condotte delle paste o delle monete da un luogo all'altro possono necessitare a qualche picciolo svario, atteso che l'argento di pari valuta con una partita di oro tiene 14 volte di piú in circa di peso e circa 26 volte maggior mole dell'oro; perché la valuta di 100 doppie, portata in doppie effettive, pesa solo 27 once scarse e, portata in genovine, pesa 318 once e, per esser l'argento piú leggiero dell'oro in ragione di 100 a cinquantaquattro in circa, occupa 25 volte in circa tanto luogo quanto le 100 doppie suddette. Dal che nasce maggiore spesa nelle condotte, e perciò possono svariare i metalli nella proporzione quanto importa lo svario di esse condotte in Ispagna: valendo la pezza d'argento un quarto di doppia e pesando per 4 doppie, viene ad esser la proporzione di 16 ad uno in circa. Né per altro in Genova sta la proporzione a 14 e 3/4, sí che l'argento v'è piú caro che in Ispagna a ragione di otto e mezzo in circa per 100, se non per le spese e pericoli maggiori che vi sono nel trasporto: onde, in tanta distanza e sí pericolosa di corsari ed altri infortuni, non fa grande svario la proporzione di questi metalli. E perciò fra le cittá d'Italia ne sará tanto meno, e molto meno ancora, perché, senza che gli incettatori lo portino a posta, il commercio delle mercanzie ne conduce da sé quantitá, e a quelle cittá particolarmente che sono mercantili piú dell'altre e che assai piú mercanzie mandano fuori di quelle che comprino dagli altri paesi; come è Venezia, che specialmente dalla Lombardia compra pochissimo e vende molto, e perciò tira a sé gran quantitá dell'uno e dell'altro metallo inviatole da que' mercanti che seco contrattano senza sua spesa di piú. E perciò non doverebbe ella mai scostarsi da quella proporzione che costuma la piazza di Genova, se non quant'ella avesse bisogno per la sua zecca piú d'un metallo che dell'altro. Ma qui è forza ch'io chiami del lettore piú applicata l'attenzione del solito, per trattarsi di sottile, ma importante proposizione.
Se la proporzione di Genova sta a 14 e 3/4, ed in Venezia si vuol battere quantitá di ducati o d'altre monete d'argento, e si vorrebbe perciò aver argento in paese da poter battere il suo bisogno, senza farne venire immediatamente da Genova, nel qual caso costarebbe troppo, si può in non molto tempo farne comparire quantitá, col valutar le monete d'argento, cosí proprie che d'altri Stati, che hanno ne' suoi qualcosetta di piú del solito in proporzione dell'oro, ovvero (che sarebbe lo stesso, e con piú utile del paese) abbassando qualche cosa quelle d'oro del prezzo consueto, sicché la proporzione d'un all'altro tornasse, per esempio, di quattordici e mezzo ad uno. Imperciocché tutti li mercanti delle altre piazze d'Italia, ogn'occasione che avessero di mandar contante effettivo a Venezia, proccurarebbero di mandar argento e non oro; ed eccone per maggior chiarezza un esempio. Se valessero in Venezia le doppie di Spagna solo lire 29.4 e le genovine lire 12, la proporzione di questi metalli raffinati tornarebbe a 14 e mezzo d'argento per una d'oro; e il simile fa Milano prossimamente, eccetto che del guadagno ch'ei fa ne' filippi (ne' quali pagherá bene un giorno l'usura) vi sarebbe differenza uno ogni 59, che non è 2 per 100: onde non potrebbono né milanesi né genovesi mandar a posta genovine a Venezia per tirar oro e far quel guadagno di due scarsi per cento, perché tutto l'aggio si consumerebbe in condotta, provvisioni ed altre spese. Ma nondimeno, occorrendo loro mandar danaro per prezzo di mercanzie venete, o volendo alcuno venire di que' paesi o d'altri a Venezia per suoi interessi, manderebbe piú tosto argento che oro. Perché 1000 genovine, che in Genova vagliono a lire sette e soldi dodici l'una, cioè lire 7600, nelle quali entrano doppie 404-1/4 minuzia piú, in Venezia vagliono lire 12.000; le quali, convertite in doppie, a lire 29.4 l'una, dánno doppie 411 o poco meno. Sicché vi guadagnarebbe la valuta di quasi 7 doppie, e correrebbe alla volta di Venezia, come da sé, piú argento che oro; e tanto fu fatto con la «parte» dei 8 luglio 1665. Sebbene, per mio credere, con troppo svario, perché la proporzione, a che le valutarono, fu di 14 e 1/4 per uno a fatica, e concorse bensí quantitá d'argento, e per qualche anni hanno corso le monete senza nuovo sconcerto; ma finalmente è maturato con evidenti pregiudizi il frutto dell'eccessiva sproporzione, che, congiunta con altre cause, ha sbalzato cosí fuori di sesto, come ancor sono, tutte le monete. Imperciocché da 14-1/4 a 14 e 3/4 vi è un mezzo di differenza, che importa tre e mezzo per cento in circa: onde, per l'abbondanza del guadagno, è concorso tanto argento, che, oltre i molti milioni di ducati battuti con quello, non si vedevano correre per le cittá e lo Stato quasi altro che genovine. Il che ha fatto alzar le doppie da 28 a 30 lire; e, perché il popolo, nell'alzar le monete, non piglia mai le misure giuste, si sono poi sconcertate tutte le altre valute.
Questo ripiego però di scostar alquanto dal giusto la proporzione fra i due ricchi metalli, dando piú valore a quello di cui s'ha bisogno, per eccitarne il concorso, sebbene è il piú praticabile e meno dispendioso al principe, e di piú insensibile, anzi quasi sconosciuto danno a' popoli, non è però affatto innocente, perché ognuno, che vuole di quella cittá far pagar argento fuori, paga un aggio di piú al banchiere per questo svario. E chi ben considera, non vi è altra differenza fra quelle monete che pagano aggio e quelle che si valutano piú del giusto, se non che le monete con l'aggio si ponno considerare cresciute di valuta per quella volta tanto, le altre per sempre; essendo l'aggio delle monete il vero foriero dell'alzamento universale delle medesime, anzi un vero alzamento privato delle valute, una semente de' disordini, che, lasciata lungamente sepolta fra i libri de' mercanti, prorompe finalmente in pubblico abuso. E qui prego chi legge a compatire se, per maggior chiarezza, ripeto nuovamente li medesimi abusi, amplificando questi effetti dell'aggio e dell'alzamento.
«Aggio» vuol dire in lingua toscana «commoditá o vantaggio, che si ha d'altra cosa», del che viene «aggiato» e «star a suo aggio», che vuol dire «star a suo commodo». E di qui hanno tolto i mercanti il nome di «aggio»; e la frase di «pagar aggio» è quel tanto di piú, che nel barattar moneta lascia uno all'altro, come prezzo di comoditá o dell'aggio che risulta a chi lo paga dall'aver quella specie di monete. Io voglio di Genova condur a Bologna 200 doppie, che ho riscosse colá d'un mio credito: se le porto in doppie di peso, che vagliono in Genova 3760 lire, le trovo valere in Bologna lire 7000; ma, se io le avessi in genovine a lire 7.12 di Genova l'una, sarebbono genovine 494 e 2/3 poco piú, che in Bologna sono di quella moneta, a lire 6.4 l'una, lire 7069; onde in genovine avrò vantaggio di dette 69 lire, e però vado al mercante a barattarle in tante genovine. Ma egli me ne chiede d'aggio, per esempio, uno per cento, ed io lo pago volontieri, perché saranno dette 30 lire di Bologna, onde me ne avanzano ancora 39 di utile.
Ora, quando in un paese comincia ad esser scarsezza d'un metallo in proporzione dell'altro, subito il metallo, di cui si scarseggia, comincia a far aggio, cioè a non concedersi da' mercanti a baratto dell'altro senza che chi lo vuole non paghi alcuna cosa piú per quell'aggio o comodo che a lui ne torna. Lo stesso accade quando una moneta piglia credito o corso e valuta maggiore, in proporzione dell'altre, in qualche paese. Per esempio, se i ducati di Venezia si valutano in modo tale a Bologna e nello Stato ecclesiastico, che vi si guadagna, dandone a que' popoli a baratto d'altre monete, subito cominciano i ducati a Venezia a far aggio, perché, venendo asportati in altro paese, mancano a Venezia, ed i pagamenti si fanno con altre monete venute in baratto de' ducati giá mandati, e chi vuol mandarne degli altri, o ne ha bisogno per altri usi, li cerca e li paga qualche cosa piú al mercante. Ma, sino che questo pagamento sta da mercante a mercante, ha nome di «aggio» solamente; ma, continuando a lungo, comincia poi a barattarsi ancora nelle spese minute a quel tanto di piú che il mercante ne voleva d'aggio, ed allora diventa accrescimento di monete, perché giá ella corre pubblicamente a quel prezzo. Ed ecco come l'aggio è il foriero dell'accrescimento delle monete.
Dalle cose dunque sin qui dedotte si vede manifesto che non tutte le zecche possono osservare, se non per poca quantitá, la proporzione universale dell'oro all'argento dentro alle misure che si dovrebbe, senza scapito. Imperocché le cittá che non sono mercantili, e che poco oro ed argento possono con la mercatura tirar dagli Stati altrui, non possono dar meno a batter monete su queste misure, se non per quella poca quantitá d'oro o d'argento che cápita nella zecca stessa d'argenti rotti ed altro del paese, o pure con quel poco che va capitando in mano a' mercanti. Che se que' mercanti hanno qualche quantitá d'argenti ed ori forestieri nelle mani, ed il principe vuole o per suo decoro o per altro fine ribatterli in monete proprie, mentre li riceve a quel prezzo e proporzione che vagliono fuori e dentro del suo Stato, e li vuole ribattere alla stessa proporzione, è forza che rimetta di propria borsa tutte le spese della zecca. Se vuol fare venire le paste e non ha mercanzie del suo Stato da dare in baratto, gli conviene far venire un metallo solo e pagarlo con l'altro, e batter solo di quello. Ma, s'egli paga l'oro con 14 e 3/4 d'argento, e poi vuole spendere le sue monete d'argento o con utile od almeno con risarcirsi le spese, ecco che bisogna ch'ei faccia valere una d'oro per 14 e 1/4 od al piú 14 e mezzo delle sue monete d'argento; e, perché fuori del suo Stato vale l'oro 14 e 3/4, per forza bisogna, nonostante ogni suo decreto, che vada fuori di Stato tutto l'oro, perché i suoi sudditi troveranno manco scapito a pagar con monete d'oro che con quelle sue monete d'argento, che fuori di Stato son valutate minor prezzo. Onde le monete d'oro nel suo Stato prima faranno aggio fra' mercanti, e poi finalmente alzeranno universalmente di prezzo; sicché il principe ha guadagnato poco o nulla a principio per una sola volta, ed ora discapita per sempre di tutte le sue entrate quant'era l'alzamento, e seco peggiorano tutti gl'interessi ed averi de' suoi sudditi.
La veritá si è che il batter moneta è la piú bella e la piú nobile prerogativa del principato, perché con quella si diffonde per il mondo durante sua vita, e resta dopo morte, il nome, l'effigie e la memoria della grandezza ed autoritá sua, delle imprese e de' suoi magnanimi pensieri, di che sogliono dar contrasegno i rovesci: onde quelli, che ne godono il privilegio, non devono defraudar se stessi di questa gloria. Ma non bisogna pensar di goder di una sí bella marca d'onore senza pagarla, e molto manco si deve credere di poterne cavar profitto di borsa: nel che s'ingannano tutti que' principi che, altrimenti credendo, vanno in traccia del guadagno di zecca, ma, per poco lucro palese, fanno occulte, ma gravissime piaghe nelle sue entrate; perché, se non hanno miniere proprie o se non hanno traffico grandissimo, che porti loro abbondante la materia dagli Stati alieni, non vi troveranno mai profitto, se non a costo dell'alzamento delle monete, che cangia alfine il profitto in pregiudizi maggiori. Anzi, se si vagliono di monete forestiere per disfarle, non vi ponno aver utile, se non quando que' principi, che le battono, le battessero con proprio danno; e, se altri principi accettassero le nostre a maggior prezzo del loro valore, e' ne portano via in contracambio oro od argento d'Italia di valuta maggiore. Anzi, chi ben considera, que' principi, che si vagliono ben anche delle paste estratte dalle proprie miniere, non ci guadagnano altro che il comodo di rendere spendibile quel metallo, che in pezzi rotti non averá sí pronto il commercio. Perché, se l'imperatore volesse valutar i suoi talleri, ch'egli batte nella zecca di Cremnitz nelle cittá Montane, piú carantani o craizeri del solito, non per questo farebbe guadagno effettivo, ma perderebbe bensí molto nell'entrate sue e ne' suoi dazi, che si contano a carantani; il che spiegammo sopra, al capitolo decimosecondo. Né per altra ragione permetteva Costantino imperatore nella legge primaDe ponderatoribus, registrata nel decimo libro delCodicedi Giustiniano, che li suoi popoli pagassero le gravezze in oro coniato o non coniato allo stesso peso, se non perché la sua zecca non valutava le monete se non quello che valevano secondo l'intrinseca bontá, senza difalcare né pure le spese di zecca. Fa dunque di mestieri a' principi che non hanno miniere proprie, piú tosto che avanzare, perdere le fatture su la zecca, se non vogliono per un debole guadagno diminuire all'ingrosso le sue entrate per sempre. Il zecchiere di Roma è provvisionato, e mantenuta la zecca di quasi tutte cose dalla Camera apostolica; e perciò sono piú di 60 anni che il testone val tre paoli e il paolo 10 baiocchi, lo scudo d'argento 10 paoli e la doppia tre scudi: né s'è mutato prezzo, perché il principe non voleva guadagnare su la zecca, e con questo ha guadagnato piú assai che non hanno fatto quelli che, per cavarne profitto, hanno vedute le sue monete alzate in que' stessi anni da 15 a 23 e 24, ed altrettanto si trovano scemate l'entrate. Lo stesso ha fatto la zecca di Firenze, che non ha mai guadagnato sulle sue monete se non, per qualche occasione, picciola cosa, fondata piú negli accidenti che nell'ordinario corso delle monete; come quando, del 1660, furono ribattute le doppie venute di Francia per dono della serenissima granduchessa, perché, ridotte a doppie di Pisa, vi si trovò non mi sovviene se uno o pur mezzo per 100 di utile netto dalle spese; il che non averebbero potuto guadagnare, se avesse dovuto far venire a questo fine quell'oro di Francia, pagandolo con altra moneta, perché quel poco utile d'uno o mezzo per 100 sarebbe andato nella condotta, provvisione ed altro. Anche la zecca di Bologna è mantenuta, di provvisione del zecchiero, casa, stromenti, provvisione del coniatore ed altre spese, di pubblica cassa del senato, che altro non ci vuole di guadagno che l'onore, che alle zecche ben regolate rende il mondo tutto. Onde, se le zecche di Roma, Firenze e Bologna non avessero permesso altri disordini, come di lasciar correre monete forestiere a maggior prezzo di quello meritavano o d'accettar monete scarse o tosate per buone, sarebbero durate di vantaggio molt'anni e secoli, senz'alzamento di monete e senza confusioni, che ora pur troppo vi si provano quasi senza rimedio. La zecca di Venezia ha fatto molte volte guadagni considerabili sul zecchino in Levante, non perché ella ne' suoi Stati lo valutasse piú del dovere, ma perché piú del dovere lo stimavano le altre nazioni meno politiche; e, quando una zecca ha tali cognizioni, non fa male a valersene, ma ci vorrebbono molte cautele, che sono poco avvertite. Di che si dirá qui avanti.
Regola seconda. Batter metallo della maggior finezza possibile.
Che sia ingenito e naturale a tutti gli uomini l'amare in tutte le cose la perfezione, e di ciascuna spezie le meno imperfette nel suo essere maggiormente stimare, c'insegnò piú di una volta Platone nelle divine sue opere; ma con piú evidenza ce ne avvertisce quella che a Platone stesso fu maestra: l'esperienza. Nelle monete fu sempre cosí grande ed universale fra gli uomini la stima di quelle che piú perfette e pure nel loro metallo fossero, che niuna moneta ebbe mai corso e fama in molte nazioni, e per lungo tempo a un tratto, che perfettissima non fosse in bontá di metallo. I darici di Dario re di Persia, i filippi di Filippo re di Macedonia, furono anticamente famosissime monete, ricevute da tutte le nazioni, perché di finissimo oro constavano. Gli ariandici d'Egitto, battuti da Ariande, governatore di quella provincia per Cambise re di Persia, furono similmente famosi, perché d'argento finissimo a copella erano battuti, ancorché all'autor costassero la perdita del governo, per averli stampati senza l'autoritá o licenza del suo sovrano. Cosí i manulati di Grecia, battuti da Emanuele imperadore, lungo tempo ebbero nome e fama per tutto l'imperio orientale e fuori d'esso ancora, perché d'ottimo argento constavano; e li soldi tornesi o sia turonesi, battuti in Francia la prima volta (secondo Bodino) dal re Luigi il santo, furono cosí accetti non alla Francia solamente, ma poco a poco a tutta l'Europa, che trovasi, dopo, aver parlato a tornesi quasi tutte le di lei nazioni, e tuttora ne resta il nome nel regno di Napoli, onde la moneta in genere vien anco detta «tornesi», come in altri paesi si dice «aver soldi» o «quattrini». Onde, per tralasciar i contratti fatti da varie nazioni a ragione di grossi tornesi, come la lega dei svizzeri con i bernesi, nella quale decretarono un grosso tornese al giorno per soldato, ed altro, basterá vedere la costituzione di Benedetto decimosecondo papa nel capitolo primo delleEstravaganti, De censibus et exactionibus, ove determina le contribuzioni ecclesiastiche (perché in tutta la cristianitá dovevansi pagare a' prelati nelle visite delle loro diocesi) e le tasse tutte a ragione di grossi tornesi, esprimendone in fine la bontá e valore, con dire: «Porro turonenses praedictos tales fore intelligimus, quod duodecim ipsorum valeant unum florenum auri boni, puri et legalis ponderis et cunii florentini». E qui è da notare che, avendoli nel principio nominati «tornesi d'argento», ne esprime poscia il valore con l'oro de' fiorini di Firenze d'ottima bontá e peso; perché infatti, come s'insegnò sopra al capitolo quinto, l'oro è il prezzo dell'argento, siccome l'argento vicendevolmente è prezzo e misura dell'oro. Erano questi tornesi, secondo Bodino, di bontá di once undici e mezza per libbra e di peso una dramma; ed il fiorino di Firenze era anch'egli di peso una dramma, ed era di bontá di 24 caratti: onde veniva a valere in que' tempi un'oncia d'oro quanto once undici e mezza d'argento a fino per fino. Ma il fiorino stesso d'oro (che cosí chiamasi per essersi battuto in Firenze ed aver da un lato impresso un giglio, impresa di quella repubblica, e dall'altro san Giovanni Battista, lor protettore) fu a que' tempi e dopo ancora cosí comunemente stimato ed accettato, si può dire, per tutto il mondo, che n'è restato in molte nazioni e d'Italia e fuori il nome, contandosi anche oggidí le valute nell'Allemagna, Polonia ed altri paesi a fiorini, benché l'essenza de' fiorini stessi sia, per la solita infermitá delle monete, degenerata poco meno che l'antico soldo, ch'era d'oro ed oggi è fra le piú vili monete di rame.
Ma, piú che in tutte l'altre istorie, si fa manifesta la stima, che fa il mondo delle monete di squisita finezza, nel zecchino veneziano. Fu questo cominciato a battere nel 1284, e valutato soldi 60 veneziani, ch'erano però soldi e mezzi soldi d'argento fino, non di rame, come ora. Dal che si può di passaggio osservare la veritá di quanto ho notato nel capitolo nono, che, quando si dice volgarmente crescere di valor le monete, piú propriamente si dovrebbe dire scemar di valore la moneta bassa o l'immaginaria. Imperciocché, se avessimo ora 60 soldi del peso e bontá di quel tempo, non svariarebbero dalla valuta d'un zecchino, se non quel tanto ch'importa la varietá della proporzione dell'oro all'argento, che in quel tempo era da undici e mezzo in circa ed ora è di quindici in circa per uno, sicché non valerebbe nemmeno oggi altro che 78 di que' soldi medesimi; ma vale egli tanti soldi piú, mentre si spende per 400 soldi medesimi, perché i soldi poco a poco sono scemati tanto di valore, che non ponnosi fare se non di rame, con pochissimo argento dentro, e la lira, ch'era 20 di que' soldi d'argento ed era un terzo di zecchino…..[33] che si è cresciuto.
Ma, per tornare al nostro proposito, ebbero di un subito i zecchini veneziani o sia ducati d'oro, a causa della sua finezza di 24 caratti, cosí gran credito per tutte le province e luoghi, che non solo si sparsero per tutto dove trafficavano i veneziani, ch'era l'Italia, la Grecia e tutto l'imperio d'Oriente, fino alle foci del Tanai, allora detto la Tana, e per tutta la Natolia, Soria ed Egitto; ma ne passò l'uso e la stima sin dove non arrivavano né meno a quel tempo i cristiani, anzi in que' stessi paesi, che da' nostri geografi erano affatto ignorati, come sono le Indie orientali, che centinaia d'anni dopo tardarono a scoprirsi. Il che si sa, perché Vasco di Gama, il primo scopritore di quelle, colui, cioè, che fu il primo ardito a circondar l'Africa tutta e, superato il capo di Buona speranza, andò a trovar l'isole famose, ma fino allora a noi incognite, delle Speciaríe, dette le Molucche, costui, dico, trovò aver corso fra le monete in Calicut i zecchini veneziani; e Niccolò Conti veneziano nel racconto de' suoi viaggi narra che ne correvano a suo tempo per tutta l'India. Il che non è da stupire, mentre con essi pagavano i veneziani le speciaríe, che compravano in Alessandria d'Egitto, quivi portate dagli arabi, che dagl'italiani mercanti le ricevevano e per lo Mar Rosso in Egitto le portavano.
Il Taverniero nel racconto de' suoi viaggi narra che a' nostri tempi ancora hanno corso per tutta l'India non solo i zecchini veneti, ma anco gli ongheri d'Allemagna, e si spendono a marchi o sia a peso, come si fa in Venezia, e devono pesar 9valse 7/16, e si spendono per 9mamoudie trepechas(che sono nomi delle loro valute). Ma il zecchino veneziano, per esser piú di tutti perfetto, valeva duepechasdi piú, cioè 9mamoudie 5pechas. Se non che, essendone stati introdotti d'inferiore bontá, battuti senza dubbio in altre zecche, che hanno voluto imitare per guadagno il conio, come pur troppo anch'oggi vien praticato, hanno perduto di credito, sicché adesso solo al pari degli ongari hanno corso; essendo cosa certissima che la serenissima repubblica veneta non ha giammai alterato del minimo le antiche sue leggi circa la finezza del suo zecchino, mantenuto sempre a tutta perfezione di 24 caratti. Sono portati in quelle parti a' nostri tempi gli ongari parte per la via di Polonia e Moscovia, daddove passano in Persia molti mercanti che, traversando il Mar Nero, vanno a Trabisonda, e di lá in Erzerum, daddove passano nella Persia, ove col traffico traggittano ancora nelle Indie; parte per l'Ongheria stessa passano a Costantinopoli, e, di lá sparsi per la Turchia, sono da' mercanti portati pur in Persia con le caravane, che da varie parti di quell'imperio colá si portano e seco recano ancora zecchini, che d'Italia continuamente calano in Turchia, e sultanini o «suraffi» dal Cairo; e parte ancora con le caravane d'Egitto, che, traversando i deserti d'Arabia, vanno a trafficare in Balsera sul golfo di Persia, ove cápitano con varie merci persiane ed indiane navi. Ma per lo contrario le doppie di qualsivoglia nazione non sono giá prese in que' paesi in altro conto che a oro in pezzi, onde chi ne porta e vuol farne soldo deve consegnarle alle zecche, dove, fuse prima e fattone saggio, gli vengono pagate secondo il peso e la bontá che le trovano avere, ché non sono della finezza del zecchino e degli ongari, stimata da tutto il mondo.
Ma le ragioni perché le monete d'oro di maggior finezza sieno tanto ricevute nel mondo, faranno anche tanto piú palese la necessitá di batterle in questo modo per maggior vantaggio della zecca. E queste sono principalmente due.
La prima si è, perché quanto piú fino è un metallo, tanto piú difficile è a' falsari il contraffarlo, non solo perché ogni poco di mistura, che vi sia d'argento o rame, ne muta sensibilmente il colore, ma perché un zecchino e un ongaro di tutta bontá facilmente si piega con le mani, essendo ogni metallo puro assai dolce e facile a ripiegarsi, laddove la mistura lo rende crudo ed inflessibile. Cosí lo stagno e piombo, ambedue flessibili e trattabili a martello quando sono schietti ciascuno da sé, se si mischiano assieme, fanno il peltro piú duro a piegare e piú facile a crepar sotto il martello. Il rame, che, essendo puro, è cosí trattabile, che col martello se ne fanno bellissimi vasi, se punto di stagno abbia seco, diventa duro e crudo in modo, che non d'altro si compongono i bronzi e gli specchi anticamente detti d'acciaio. Insomma ogni mistura de' metalli leva loro la flessibilitá: effetto veramente mirabile; di che nondimeno dissi qualche ragion fisica, se non m'inganno assai probabile, nella mia lettera al serenissimo granduca Ferdinando secondo di gloriosa memoria sopra i vetri temperati, giá molt'anni sono data alla luce. E da questa durezza nasce che gli altri scudi d'oro, detti «mezze doppie», lasciano rompersi piú tosto che piegarsi; e la plebe ed altri, che non hanno pratica sufficiente per conoscerli dal colore o dal paragone, però subito li conoscono, dalla facilitá di piegarsi, per buoni e perfetti. E quindi avviene che, sebbene il credito, che ha sopra ogn'altra moneta d'oro il zecchino, ha allettato l'ingordiggia di molti a contrafarlo, non hanno però mai potuto includervi piú lega di quella che contengono gli ongheri, che sono a bontá di caratti 23 il meno, e la maggior parte sono anche migliori: perché, se piú di un ventiquattresimo di mistura vi fosse, non si potrebbero piegare. Ed al contrario le doppie di qualsissia principe sono state tante volte e in sí fatta maniera falsate, che se ne sono trovate che non contenevano la metá dell'oro dovuto, mentre con artifici detestabili dánno loro il colore, e, sebbene non può mai imitar quello dell'oro piú fino, assai però s'accosta a quello delle doppie ordinarie.
La seconda ragione del maggior credito e valuta delle monete piú fine si è per l'uso di esse in molti lavori, a' quali non è atto il metallo che tiene di mistura. Tant'oro, che si batte in fogli per indorare stucchi, legnami ed altri ornamenti delle chiese, case, carrozze ed altro, tutto è finissimo metallo, senza di che non può per la crudezza battersi nella necessaria sottigliezza: onde il battioro, se non ha zecchini squisiti per battere, è forzato con dispendiosa fattura raffinar l'altre monete, prima di valersene a' suoi lavori. Lo stesso deve dirsi dell'oro, che dagli orefici vien adoperato per indorar i rami o gli argenti; stantecché, se finissimo non sia, non rende nell'operar quel colore piú gradito, che vediamo particolarmente ne' bellissimi dorati d'Augusta.
La stessa ragione però milita ancora nelle monete d'argento. Le genovine, le pezze da otto vecchie, gli scudi d'argento di Firenze e di Venezia sono di cosí bello argento e di cosí limpida bianchezza, che non è cosí facile ingannar con l'arte de' falsari gli occhi almeno de' pratici ed intendenti. La mistura del rame ne scuopre in breve tempo il rossore, quella dello stagno gli leva il peso, il suono e la vivezza del colore; e tutt'altro che abbiano con loro per coprirne la fraude, dura poco tempo a lasciarne conoscere l'inganno, subito, cioè, che ne sia alquanto dall'uso logorata la superficie. Perciò si veggono falsificate piú spesso le monete di basso argento de' principi di Lombardia che li testoni e paoli della Chiesa e della Toscana, piú li ducati veneziani che gli scudi e ducatoni della medesima zecca; essendo verissimo ch'egli è piú facile l'immitar col falso il men buono che il perfetto. E forse la natura, nel produr questi metalli di cosí differenti colori, ebbe mira d'impedire gli inganni che nell'uso, a cui la sovrana provvidenza gli aveva destinati, potevano dall'umana ingordiggia esser introdotti.
Ned è nuova regola ed osservazione di fatto questa, ch'io propongo per utilissima norma delle zecche, di batter le sue monete col piú possibile caratto di finezza; ma fu conosciuta e mantenuta, anzi per legge stabilita sino da'piú antichi secoli. La stabilirono coll'esempio i romani ne' loro secoli migliori, e gl'imperadori stessi; trovandosi le monete d'oro al tempo della repubblica tutte finissime, se qualcuna falsificata ne sia eccettuata, e leggendosi che Cornelio Silla dittatore, per la legge detta Cornelia, ed Augusto, per la legge Giulia, obbligarono i magistrati delle monete a batter oro fino. L'oro delle monete di Vespasiano fu saggiato in Parigi a' tempi di Bodino, e trovato di tale finezza, che per cimento reale non era scemato piú di un settecentottantesimo del tutto, ch'è poco piú di mezzo grano per oncia; cosa insensibile e che vien perduta dallo stesso tormento.