CAPITOLO XLVI

Conclusione delDiscorso, nella quale si mostra l'ordine che in tutte le zeche tener si dovrebbe per coniare l'argento e l'oro.

Ora, per concludere qualunque mio ragionamento, dico che, volendosi effettuare quanto vien proposto per far la zeca universale, vi hanno da concorrere ed intervenire quattro capi principali necessari, de' quali ciascuno contiene tre parti, da osservarsi unite e cosí tutte insieme, e non altrimenti.

Primo capo, delli prencipi e signori.

La prima parte, ch'appartiene alli prencipi, è che essi in modo alcuno non concedano che siano cavate le fatture dal corpo o dosso delle monete.

La seconda, che facciano imprimere sopra tutte le monete, che per l'avenire si faranno, le note del loro valore, della lega o finezza e del numero di quante ne vadino alla libra, e con l'ordine nel capitolo XXII dimostrato; e che le note del valore abbiano sempre a significare le lire, i soldi e i denari sotto titolo d'«imperiale».

La terza, che facciano provigioni di tempo in tempo, e particolarmente quando si dará principio all'osservazione delli presenti ordini, che tutti quelli, che porranno argenti nelle zeche per farli coniare, debbano ridurre la quinta parte di essi in monete minute, over altra porzione, come a' detti prencipi parerá, e di quelle leghe ch'essi conosceranno esser piú necessarie.

Capo secondo, delli zechieri.

La prima parte, ch'appartiene alli zechieri, è ch'essi avvertiscano di fare che i saggi dell'oro e dell'argento da doversi coniare siano giusti e non scarsi alla lega o finezza che segneranno sopra le monete; il che sará di loro grande onore.

La seconda, che lavorino delle finezze o leghe che si contengono nelle tariffe suddette, ed anco come si dice nelli capitoli XXII e XXIII, per non intervenirvi rotti.

La terza, che compartiscano le monete, cosí d'oro come d'argento, giustamente sotto il peso o campione della libra di Bologna, e non d'altra.

Capo terzo, delli contisti.

La prima parte, ch'appartiene alli contisti, cosí delle zeche come altri, è ch'essi, col mezo delli saggi, bilance e conti loro, riveggano di mano in mano ciascuna sorte di monete, tanto coniate nelle loro cittadi e paesi quanto quelle che saranno portate da diversi luoghi, per conoscere e far sapere alli suoi superiori s'esse corrisponderanno giustamente e saranno conformi alle note che sopra quelle saranno impresse.

La seconda, che tassino le monete sinora fatte, cosí d'oro come d'argento, per il giusto loro valore, avendo sempre riguardo alle finezze e pesi loro, e lasciando a favore di esse monete tutti li rotti che si troveranno essere meno di un quattrino per ciascuna, e adoperando sempre nel fare la detta tassa il campione della detta libra, se ben le monete fossero giá state fatte e coniate sotto qualunque altro peso o campione.

La terza, che debbano fermamente osservare, e per sempre, che in qualunque sorte di monete, cosí d'oro come d'argento, che si conieranno, e nelle giá fatte che si tasseranno, sia fatto il conto ed il calcolo per l'oro puro a ragion di lire 72 imperiali l'oncia, e per l'argento fino o di coppella a ragion di lire 6 l'oncia, e non mai sotto altri valori.

Capo quarto, del publico.

La prima parte, ch'appartiene al publico, è che in tutti li pagamenti ciascuno abbia la sua giusta quantitá in peso dell'oro e dell'argento, in qualsivoglia sorte di monete.

La seconda, che si statuisca che tutti gli instromenti e contratti, o publici o privati, cosí di vendite, doti, livelli, affitti, come altri, che si faranno da ora inanzi, restino chiari per sempre della quantitá in peso dell'oro e dell'argento coniato che si dovrá dare o avere, cioè a ragion di puro e di fino.

La terza ed ultima è che si facciano nuovi campioni proporzionati per le monete cosí d'oro come d'argento, i quali abbiano la loro dipendenza dal detto peso della libra di Bologna e dalli suoi partimenti nel capitolo VIII descritti; e che siano conservati presso il publico, accioché da quelli se ne facciano altri da distribuire per i popoli per servirsene in vedere i debiti pesi delle monete. E, sopra il tutto, il detto peso o campione della libra dovrá esser cosí conservato in tutti i luoghi, e de' quali se ne dovrá tener ottima cura dagli ufficiali di tempo in tempo a ciò deputati; imperoché non occorrerá mai piú calare o crescere le monete di valori, ma solo sará necessario conservarle e mantenerle per sempre nel giusto peso loro.

Laonde manifestamente si conosce che dall'osservazione di tutte le suddette dodici parti succederá che tutti li pagamenti, che per l'avenire si faranno, resteranno perfettamente fatti; e si potrá poi veramente dire che si spenderá per sempre una sola moneta per tutto il mondo.

Dodici utilitadi che ne seguiranno dall'osservazione degli ordini che nelDiscorsosi contengono.

La prima è che si leverá qualunque occasione di disputa, che potesse nascere nel fare i conti delle monete, cosí d'oro come d'argento, per cagione delle varietá de' valori dati loro sotto diversi titoli; imperoché, nel conteggiarle a ragione di puro e di fino, non v'interveniranno mai rotti alcuni, procedendo tutto ciò dalla forma di uno per dodici e dodici per uno in quanto alli pesi, e del valutare l'oro a lire 72 e l'argento a lire 6 imperiali l'oncia.

Seconda. Non si guasteranno mai piú le monete per rifarle, sapendosi che si getterebbono via le fatture; onde le belle monete de' prencipi per sempre si vederanno.

Terza. Si rimoverá il mal pensiero agli empi monetari di far monete false, perché, facendo i prencipi le loro monete con belli, sottili e ben attesi conii, sará cosa molto difficile e quasi impossibile fare le false della medesima bellezza ed attillatura.

Quarta. Non si toseranno le monete o d'oro o d'argento, percioché, avendosi a pagare o ricevere a peso ed a ragion di puro e di fino, ciascuno cercherá di avere piú tosto le monete giuste che le leggiere o tose: e perciò saranno tenute ed usate le buone bilance ed i giusti campioni. Le quali bilance, al mio giudicio, dovrebbono esser fatte e regolate del modo e con l'ordine descritto dal magnifico e molto reverendo don Giovanni Agostino Panteo, nel capitolo VIII della prima parte dell'opera sua inscrittaVoarchadumia; benché tutte le bilance giá fatte, che buone e giuste esser si trovano, senza farvi altro, adoperare si doveranno. E perciò non occorrerá mai piú che prencipe alcuno faccia bollare o marchiare sorte alcuna di monete, dopoché saranno uscite dalle zeche, accioché le giuste di peso siano conosciute dalle leggiere: credo ben che ciò sia cosa di poco giovamento.

Quinta. Non potrá mai nascere alcuna differenza nel dare o ricevere danari, imperoché, col mezo delle giá dette note, che saranno impresse sopra quelli che di nuovo si faranno, si conoscerá il loro valore, la lega, il numero ed il peso suddetti; e cosí anco si saprá delli giá coniati, che tassati saranno con l'ordine di sopra dimostrato.

Sesta. Che gli instromenti e contratti o altre memorie, che si faranno, rimaneranno per sempre chiari in quanto alli crediti o debiti; essendoché in essi si nominerá l'oro e l'argento coniato nella forma, valore, lega, numero e peso giá descritti.

Settima. Chi vorrá conoscere e sapere quant'oro o argento coniato si dovrá ricevere per un suo credito di molti anni inanzi creato, ciò si potrá facilmente fare servando quest'ordine. E ne darò un essempio. S'alcuno sará creditore di ducati o fiorini 100 d'oro, quali giá si spendeano per lire 4 soldi 11 imperiali l'uno o circa, che tutti ascendono alla somma di lire 455, ancorché si spendano di presente in molti luoghi per lire 8 soldi 12 o circa l'uno, volendo esser pagato giustamente del suo credito, e non si trovando di quelli da quel tempo per fare tal pagamento, sará necessario che sia sodisfatto in questo modo: cioè che faccia opera di trovare una o due o piú di simili monete per poterle bilanciare e sapere la loro lega, over farne il saggio, e poi col mezo di un contista far vedere di quante n'andavano alla libra; e, quandoché non se ne potessero trovare, per ciò fare fará di bisogno trovare i suddetti peso e finezza col mezo delle zeche di quel paese ove in tal tempo si battevano. E cosí il debitore sará tenuto pagare con tanti ducati o scudi delli correnti, nei quali vi sia altrotanto oro puro a peso quanto n'era in quelli ducati al tempo del contratto; e non si dee avere riguardo al numero o valore delle lire, soldi e denari, col quale si spendono di presente, ma solo si dee aver riguardo alla quantitá del peso dell'oro puro ch'entrava in quelli al tempo della creazione del debito. E, se vorrá pagare con scudi, li pagherá in questo modo: e ne darò un essempio. Se in detti ducati 100 vi fossero state once 12 di pur'oro, fa di bisogno pigliare tanti scudi delli correnti di presente o della balla, o d'altri di maggiore o minor peso, e procedere con quest'ordine: cioè, come sarebbe a dire, in una libra di scudi di finezza di denari 22 si trovano esser once 11 di pur'oro, ed in un'oncia d'essi ne sono denari 22, e ve ne vogliono anco denari 2 di puro d'una parte d'un altro scudo, che saranno once 12 di pur'oro, e peseranno in tutto essi scudi, cioè il brutto e netto, once 13 denari 2-2/11; e in tal modo il debitore pagherá il debito con altrotanto oro puro a peso cosí coniato, e non col numero di lire finora usato. Ed anco, se si pagheranno scudi 108 da lire 8 l'uno, overo scudi 123-3/7 da lire 7 l'uno, overo scudi 144 da lire 6 l'uno, nelle tariffe figurati, sará il medesimo, perché in ciascuna sorte d'essi vi saranno le dette once 12 di pur'oro. E, s'alcuno sará creditore di lire 455, e che al tempo del contratto il debitore si fosse obligato pagarle in tanto oro, e che il ducato fosse valuto lire 4 soldi 11, come di sopra, esso debitore pagherá il medesimo oro per l'ordine suddetto. Il simile avenirá nell'argento. Come per essempio, s'alcuno sará creditore di lire 455 da esser pagate in monete, fará di bisogno trovare una o due o piú monete di quelle sorti che fosse giudicato esso creditore dover avere, e poi col mezo del contista, come di sopra, conoscere la quantitá in peso del fino ch'entrava in tante delle dette monete, che giá ascendeano al valore delle dette lire 455. E, quandoché non se ne potessero trovare, fará di bisogno saper di che sorti di monete si faceano nella zeca della cittá o del paese ove fu fatto il contratto, e di quante n'andavano alla libra, ed in particolare di quelle leghe che fosse giudicato, com'è detto, esso creditore dover avere. E cosí il debitore sará tenuto pagare con tant'altre monete simili di lega o della piú accosta, che in esse vi sia altrotanto di fino argento quanto n'era in quelle al tempo del contratto; e non si dee aver riguardo al numero delle lire, soldi e denari, col quale si spendono di presente.

Ottava. Non saranno rifiutate le monete di luogo alcuno, quando su esse saranno impresse le giá dette note, e l'effigie col nome o impresa di quel prencipe sotto il quale, o di quella cittá nella qual esse monete saranno cosí state fatte; imperoché ciascuno le piglierá senz'alcun sospetto. E perciò ogni prencipe ed ogni republica vorrá restare nell'onorata sua magnificenza, per non cadere in quella giusta censura, cosí santamente in tal proposito dal detto Cassiodoro descritta nel preallegato capitolo:Omnis quidem utilitas publica, ecc., la quale è questa: «Quidnam erit tutum, si in nostra peccetur effigie?». E similmente tutte le monete, cosí d'oro come d'argento, finora fatte, che tassate saranno con l'ordine nel capitolo XLI dimostrato, accettate saranno indifferentemente da tutte le nazioni: imperoché si piglieranno e si spenderanno solamente per i valori dati loro per la rata del puro e del fino, che in esse ed in ciascuna di loro si troverá essere, secondo la tassa reale ed universale giá detta; la qual potrá esser fatta sotto una regola istessa in tutti i luoghi e paesi, ed in qualunque castello, giurisdizione, cittade e regno. Per cagion della qual tassa persona alcuna, di qual grado o condizione esser si voglia, non potrá giamai in alcun modo restar fraudata ed ingannata in qualsivoglia sorte di pagamenti.

Nona. Che sará lecito a ciascuno tenere presso di sé oro o argento, ancorché non coniato, per poterlo far ridurre in monete, over per farlo lavorare in opere, secondo il suo volere; ma, se si vorrá contrattare, sará necessario avere la fede dell'assaggiatore publico della finezza o lega, ed anco che sia bollato secondo il solito, accioché colui che lo riceverá sappia la sua bontade senza farne altro saggio.

Decima. Si conosceranno, col mezo di questi ordini, molti disordini ed errori occorsi, che occorrono e che occorrere potrebbono nel far pagamenti, per cagion delle monete, cosí d'oro come d'argento, giá fatte e di quelle che si facessero nei modi usati, cioè sotto ordini vari e diversi da una cittá all'altra e da una provincia all'altra, come ho altre volte detto.

Undecima. Non si lavorerá per l'avenire nelle zeche d'altri ori ed argenti che di minère e grezi, o di opere antiche o rotte o simili, e non si rifaranno mai piú i danari. Ed a me pare che il dover voglia ch'ormai si ponga fine a cosí longo abuso del guastare e fondere le innumerabili quantitadi di diverse sorti di monete d'argento e d'oro per rifarne altre. Egli è ben cosa necessaria che tutti li danari finora fatti restino fatti; ed essi, insieme con quelli che di nuovo si faranno, si abbiano da spendere per sempre in tutti i luoghi per li loro giusti e reali valori, cioè sotto l'ordine della giá detta tassa universale.

Duodecima ed ultima. Che tutte le monete, cosí d'oro come d'argento, saranno conosciute da qualunque persona che saprá leggere, ed anco da chi no, per prattica cioè del loro giusto valore, il qual sopra esse sará notato ed impresso; ed il simile intervenirá delle giá fatte, che tassate saranno con l'ordine giá detto. Ne seguirá ancora che gli ori ed argenti, tanto coniati quanto no, si contratteranno con ordini regolati e con ragion fondata, che sará da tutti facilmente intesa.

Avvertiscano i benigni lettori che, se nascesse a qualcun di loro alcun dubbio sopra i detti sette fondamenti principali, over per cagion d'alcuni d'essi, e di ciò desideri farsene chiaro, rilegga con matura e diligente considerazione il dettoDiscorsosopra tali casi; ché del tutto ne resterá, come non dubito punto, non solo sgannato, ma molto ben instrutto. Sottomettendo però sempre questi miei concetti al sano giudicio de' virtuosi, quali con suoi dotti scritti si degneranno di supplire a qualunque diffetto che ne' miei ragionamenti esser si trovasse, quandoché non fosse stato detto tutto quello che intorno a questo sí profondo soggetto dir si potesse; affinché i prencipi ed il mondo insieme apprender possano intieramente i veri termini di cosí gran maneggio, il qual dovrebb'essere da tutti ben inteso e posseduto.

che mostra i prezzi degli argenti, secondo le leghe che vengono dimostrate per le toche sul paragone.

Perché molte volte occorre comprare o vendere opere fabricate e fatte di argento, overo alcune laminette ed altre simili cose d'argenti di varie leghe o finezze non lavorati, che, per essere di pesi di non molta importanza, a voler farne il saggio, non portano tal spesa; ed anco alle volte, per la bellezza di quei lavori, non si vogliono guastare con levar loro un poco d'argento, onde si sogliono contrattare simili argenti sotto la tocca delle leghe, che sul paragone vengono dimostrate ed al meglio che si può; ed affinché alli compratori ed alli venditori sia piú facile il conteggiare sopra i valori di tali argenti: ho fatto la presente tavola o tariffa, della quale ciascuno potrá servirsene, occorrendo, in fare simili conti. Ed in essa ho descritto 24 sorti d'argenti, cioè di leghe o finezze variate, compresa però la prima, ch'è di coppella; le quali si vengono poi diminuendo di meza lega in meza lega, come nella tariffa si vede. Avvertendo che il fino vien sempre apprezzato e valutato in ragion di lire 6 imperiali l'oncia.

———————-+——————+————————— | Ed è a | L'argento pesa | finezza di | Vale lib. onc. den. | onc. den. | lire ss. den. ———————-+——————+————————— 1 — — | 12 — | 72 — — — 1 — | 12 — | 6 — — — — 12 | 12 — | 3 — — — — 6 | 12 — | 1 10 — — — 1 | 12 — | — 5 — ———————-+——————+————————— 1 — — | 11 12 | 69 — — — 1 — | 11 12 | 5 15 — — — 12 | 11 12 | 2 17 6 — — 6 | 11 12 | 1 8 9 — — 1 | 11 12 | — 4 9-1/2 ———————-+——————+————————— 1 — — | 11 — | 66 — — — 1 — | 11 — | 5 10 — — — 12 | 11 — | 2 15 — — — 6 | 11 — | 1 7 6 — — 1 | 11 — | — 4 7 ———————-+——————+————————— 1 — — | 10 12 | 63 — — — 1 — | 10 12 | 5 5 — — — 12 | 10 12 | 2 12 6 — — 6 | 10 12 | 1 6 3 — — 1 | 10 12 | — 4 4-1/2 ———————-+——————+————————— 1 — — | 10 — | 60 — — — 1 — | 10 — | 5 — — — — 12 | 10 — | 2 10 — — — 6 | 10 — | 1 5 — — — 1 | 10 — | — 4 2 ———————-+——————+————————— 1 — — | 9 12 | 57 — — — 1 — | 9 12 | 4 15 — — — 12 | 9 12 | 2 7 6 — — 6 | 9 12 | 1 3 9 — — 1 | 9 12 | — 3 11-1/2 ———————-+——————+————————— 1 — — | 9 — | 54 — — — 1 — | 9 — | 4 10 — — — 12 | 9 — | 2 5 — — — 6 | 9 — | 1 2 6 — — 1 | 9 — | — 3 9 ———————-+——————+————————— 1 — — | 8 12 | 51 — — — 1 — | 8 12 | 4 5 — — — 12 | 8 12 | 2 2 6 — — 6 | 8 12 | 1 1 3 — — 1 | 8 12 | — 3 6-1/2 ———————-+——————+————————— 1 — — | 8 — | 48 — — — 1 — | 8 — | 4 — — — — 12 | 8 — | 2 — — — — 6 | 8 — | 1 — — — — 1 | 8 — | — 3 4 ———————-+——————+————————— 1 — — | 7 12 | 45 — — — 1 — | 7 12 | 3 15 — — — 12 | 7 12 | 1 17 6 — — 6 | 7 12 | — 18 9 — — 1 | 7 12 | — 3 1-1/2 ———————-+——————+————————— 1 — — | 7 — | 42 — — — 1 — | 7 — | 3 — — — — 12 | 7 — | 1 15 — — — 6 | 7 — | — 17 6 — — 1 | 7 — | — 2 11-1/2 ———————-+——————+————————— 1 — — | 6 12 | 39 — — — 1 — | 6 12 | 3 5 — — — 12 | 6 12 | 1 12 6 — — 6 | 6 12 | — 16 3 — — 1 | 6 12 | — 2 8-1/2 ———————-+——————+—————————

———————-+——————+————————— | Ed è a | L'argento pesa | finezza di | Vale lib. onc. den. | onc. den. | lire ss. den. ———————-+——————+————————— 1 — — | 6 — | 36 — — — 1 — | 6 — | 3 — — — — 12 | 6 — | 1 10 — — — 6 | 6 — | — 15 — — — 1 | 6 — | — 2 6 ———————-+——————+————————— 1 — — | 5 12 | 33 — — — 1 — | 5 12 | 2 15 — — — 12 | 5 12 | 1 7 6 — — 6 | 5 12 | — 13 9 — — 1 | 5 12 | — 2 3-1/2 ———————-+——————+————————— 1 — — | 5 — | 30 — — — 1 — | 5 — | 2 10 — — — 12 | 5 — | 1 5 — — — 6 | 5 — | — 12 6 — — 1 | 5 — | — 2 1 ———————-+——————+————————— 1 — — | 4 12 | 27 — — — 1 — | 4 12 | 2 5 — — — 12 | 4 12 | 1 2 6 — — 6 | 4 12 | — 11 3 — — 1 | 4 12 | — 1 10-1/2 ———————-+——————+————————— 1 — — | 4 — | 24 — — — 1 — | 4 — | 2 — — — — 12 | 4 — | 1 — — — — 6 | 4 — | — 10 — — — 1 | 4 — | — 1 8 ———————-+——————+————————— 1 — — | 3 12 | 21 — — — 1 — | 3 12 | 1 15 — — — 12 | 3 12 | — 17 6 — — 6 | 3 12 | — 8 9 — — 1 | 3 12 | — 1 5-1/2 ———————-+——————+————————— 1 — — | 3 — | 18 — — — 1 — | 3 — | 1 10 — — — 12 | 3 — | — 15 — — — 6 | 3 — | — 7 6 — — 1 | 3 — | — 1 3 ———————-+——————+————————— 1 — — | 2 12 | 15 — — — 1 — | 2 12 | 1 5 — — — 12 | 2 12 | — 12 6 — — 6 | 2 12 | 11 6 3 — — 1 | 2 12 | — 1 1/2 ———————-+——————+————————— 1 — — | 2 — | 12 — — — 1 — | 2 — | 1 — — — — 12 | 2 — | — 10 — — — 6 | 2 — | — 5 — — — 1 | 2 — | — — 10 ———————-+——————+————————— 1 — — | 1 12 | 9 — — — 1 — | 1 12 | — 15 — — — 12 | 1 12 | — 7 6 — — 6 | 1 12 | — 3 9 — — 1 | 1 12 | — — 7-1/2 ———————-+——————+————————— 1 — — | 1 — | 6 — — — 1 — | 1 — | — 10 — — — 12 | 1 — | — 5 — — — 6 | 1 — | — 2 6 — — 1 | 1 — | — — 5 ———————-+——————+————————— 1 — — | — 12 | 3 — — — 1 — | — 12 | — 5 — — — 12 | — 12 | — 2 6 — — 6 | — 12 | — 1 3 — — 1 | — 12 | — — 2-1/2 ———————-+——————+—————————

Perché egli è stato costume antichissimo e osservato poi di tempo in tempo dagli uomini, che hanno governato e che governano il mondo, il riformare alcune leggi o statuti secondo che si sono mutati e che si mutano i costumi delle genti; però non deve esser cosa di maraviglia se i prencipi, conoscendo sopra il fatto delle monete esservi tanta confusione e varietá d'ordini, con ogni loro sforzo abbiano cercato e cerchino con bandi e altri simili mezi di fermarle in valori certi e giusti, accioché nei pagamenti ciascuno conseguisca quello che ragionevolmente aver debba. Nondimeno, per non esser mai stata mostrata loro sopra ciò regola alcuna, qual debba da tutto il mondo esser osservata, però nulla fanno, com'è manifesto, anzi quasi tutte le monete sono in continova strage, essendoché un prencipe non ha tantosto fatto una bella e buona moneta, ch'in breve ella è rifatta, credo, con qualche vantaggio. E, perché il grande Iddio, ch'è la somma providenza, nei casi disordinati fa sorgere alle volte persone che mostrano agli uomini la via e l'ordine che tener si debba accioché le cose restino regolate, però il magnifico messer Gasparo Scaruffi, nobile regiano (avendo diligentemente considerato e anco con sinceritá di animo desiderato mostrare al mondo un nuovo ordine nel maneggio delle monete, cioè una sola nominazione o titolo di valore, un peso e un numero proporzionati e giusti, da esser fermamente osservati in universale, tanto nelle zeche per far esse monete quanto per far la tassa a tutte le giá fatte, accioché s'abbiano a spendere per sempre in tutti i luoghi sotto i fermi valori dati loro, e che non possano esser mai tose e guaste o fose per rifarne altre), ha dato in luce questo suoAlitinonfo, cioè il «vero lume», qual mostra come si debba per sempre da tutto il mondo mantenere la vera concordia tra i due preciosi metalli oro e argento, cosí nei pesi come nei valori, e tanto delli non coniati come delli giá ridotti in monete e che s'avranno da coniare. Il qual ordine è fondato sopra sette capi principali, dai quali ne derivano dodici parti, a guisa di un nuovo zodiaco terrestre ordinate, per lo qual essi oro e argento far dovranno i loro corsi naturali, e in modo tale collegate, che una non si può osservare senza le altre. Onde si mostra l'ampia strada di fare la zeca universale, da esser poi mantenuta per sempre cosí regolata da quattro sorti di persone in azioni e operazioni proporzionate, sí come è mantenuto questo basso mondo (per voler di Dio) dalli regolati elementi, e similmente l'anno dalle quattro stagioni principali. E, quando il mondo conoscerá la veritá proposta e manifestata e gli ordini facilissimi da essequire, non sará lento, ma prontissimo ad accettarli. Laonde ne nascerá perpetua quiete nel suddetto maneggio delli danari, in quanto nel fare ogni e qualunque pagamento; conciosiaché ogni sorte di monete, cosí d'oro come d'argento, saranno accettate in tutti i luoghi, senza impedimento alcuno, per i loro reali dati valori, e anco in ogni paese tutti li pagamenti, fatti con qualsivoglia sorte di monete, saranno fatti perfettamente. Oltre di ciò, perché mai piú non si guasteranno, succederá che le memorie de' prencipi viveranno eterne, come degne e antichissime medaglie; e, quel che dovevo dir prima, il tutto sará a gloria di Dio, imperoché ciascuno riceverá senz'inganno quello che veramente conseguir dovrá nelli pagamenti per diverse cagioni fatti. Però essorto le genti tutte ad accettare cosí reali dogmati, prima a laude e onore di Sua divina Maestá, e poi per beneficio e utile di tutti gli uomini.

Ora, essendo stata fatta da altrui sopra ilDiscorsounaInstruzione, nella quale vengono retrattate alcune obiezioni, che forse potrebbono da molti esser proposte, mi è paruto cosa convenevole di stamparla insieme con esso; accioché anco ella sia veduta e letta da coloro ch'avranno a caro di sapere le belle conclusioni che con molta chiarezza intorno ciò sono state descritte.

Breve instruzione sopra il discorsofatto dal magnifico messer Gasparo Scaruffiper regolare le cose delli danari

1582

All'illustrissimo signor mio osservandissimo il signor conteALFONSO ESTENSE TASSONIdignissimo giudice de' savi e consigliere secretodel serenissimo signore, il signor don Alfonso quintoduca di Ferrara

Illustrissimo signore e patron mio osservandissimo,

Ancorché io sia piú che certo che ilDiscorsodel magnifico messer Gasparo Scaruffi fatto sopra il regolare le cose delli danari, essendo letto da V. S. illustrissima e da altri giudiciosi e d'intelletto elevati, sará benissimo inteso e posseduto, nondimeno, perché forse si troveranno molti altri che non saranno di tal scienza cosí capaci, però ho fatto questa picciola instruzione, accioché quelli che la leggeranno possano da se stessi intendere i belli concetti ed i secreti che in dettoDiscorsosi contengono, la quale dedico a lei con ogni mia debita riverenza. E cosí, dando principio a questo mio ragionamento, brevemente dico, e prima:

Dell'uno per dodici e dodici per uno, e dei numeri 6 e 72.

Ch'essendo stato detto dal divin Platone e da altri dottissimi filosofi esser cosa di natura che una parte di oro puro a peso vaglia per dodici di fino argento e dodici di argento per una di oro, io credo che a ciò non sará da persona alcuna opposto; e, quando fosse contradetto, fa di bisogno che il contradicente sia piú profondo di scienza che Platone e gli altri filosofi, quali confermano tutto ciò esser vero, overo ch'egli abbia fatto sottilissima e diligentissima anatomia di essi preciosi metalli. E, se la scienza di essi filosofi sará approbata, sí come esser deve, sará anco necessario passare piú oltra e venire alli conti aritmetici, e molto ben perscrutare se il numero 6, che è il valore dell'oncia dell'argento, ed il numero 72, che è il valore dell'oncia dell'oro, debbano essere i numeri principali partitori per detti preciosi metalli, corrispondenti ad uno per dodici e dodici per uno, sopra il fatto delli danari, per procedere in infinito. Il che si vede essere stato narrato dall'autore con molta sottigliezza nel capitolo XXXIII, protestando anco nel capitolo V che, se i danari fossero stati fatti e compartiti sotto valori maggiori o minori delli detti, facea di bisogno ridurli in effetto sotto i detti prezzi e terminati valori, volendosi fare il giusto partimento per fare le leghe delle monete senza rotti alcuni, dai quali ne sono sempre nati disordini nelli danari, cosí nel farli come nel tassarli, dimostrando anco ciò nel detto capitolo XXXIII: e sotto i quai valori, ed ivi intorno, le monete di molte cittá e province, per la maggior parte, da un certo tempo in qua si trovano essere state fatte. Laonde tutto quello, che dall'autore nel suoDiscorsoè stato descritto, sará da molti inteso e posseduto, essendoché i detti valori sono quasi conformi (forse cosí per divina providenza), ed i piú accosti o vicini alli dati ed usati all'oro ed all'argento ne' tempi presenti; tempi, credo, che si potrebbono con veritá domandare constituiti, nei quali questo cosí gran fatto si dovesse publicare ed a tutti dovesse esser fatto palese e manifesto, come in detto capitolo V si fa menzione. Dubito bene che, quando da lui fosse stato scritto sopra ciò in tempo nel quale si fosse trovato esser dati ed usati ad essi preciosi metalli prezzi e valori molto discosti dai suddetti, il suo ingeniosissimo concetto non sarebbe stato cosí facilmente inteso. E ben si sa che, quando da qualche sublime intelletto vien trattato e scritto sopra una nuova da lui trovata scienza, e ch'egli consideratamente accommoda i suoi ragionamenti all'uso del secolo nel quale essere si trova, ella viene poi anco ad esser molto piú facile ad intendersi da quelli c'hanno a caro d'intenderla e possederla; ma, quando tal scienza fosse descritta con ragionamenti molto lontani dall'uso de' tempi ne' quali il compositore essere si trovasse, essa ancora parerebbe a molti fatta con quasi enigmatico parlare, e senza dubbio sarebbe molto difficile da poterla capire. E anco si dovrá molto ben considerare se vi possano essere altri numeri partitori per l'oro e l'argento, eccetto che il numero 6 ed il numero 72, che corrispondino ad uno per dodici e dodici per uno, per poter fare i danari corrispondenti nel conteggiarli senza alcuni rotti, avendo però sempre riguardo al puro ed al fino, qual sia in essi proporzionalmente compartito; e, quando non si potranno trovare altri numeri partitori che i suddetti, dunque sará necessario servirsi delli dichiarati dal detto autore per fare i detti partimenti.

Del peso della libra per l'oro e l'argento.

E perché alcuno potrebbe dire che l'autore avrebbe anco potuto nominare ed eleggere altro peso per l'oro e l'argento che quello della libra di Bologna, a ciò rispondo e dico: che, essendo stata fatta da lui prova, com'egli dice, nel conteggiare sopra il fatto delle monete, ed avendo ritrovato ch'egli è il piú accosto alli prezzi e valori dati ed usati ad essi preciosi metalli in questi tempi, onde, nel fare l'universal tassa delle monete giá fatte, esse, avuto riguardo alla quantitá del loro fino, per la maggior parte si troveranno restare nei loro reali dati valori, detratte solamente le mercedi delle fatture, come da lui nel capitolo VIII si narra; e perché è peso noto quasi in tutte le parti del cristianesimo ed in altre province, ed anco perché è necessario eleggerne un solo per far corrispondere in tutti i luoghi i conti dei pagamenti ad un modo, e per dover esser cosa non dannosa, ma sí bene utilissima ad ogni nazione: però egli l'ha cosí eletto, accioché tutto il mondo se ne possa servire per le cause suddette. Imperoché, se si volessero fare i pesi della libra variati e particolari a cittá per cittá, il tutto anderebbe in disordine, essendoché i danari sono maneggio in generale e non particolare a cittá per cittá ed a provincia per provincia, come forse da alcuni vien creduto essere particolari. E perciò il detto peso, con tutte le sue parti da esso dipendenti, cioè once, denari e grani, ragionevolmente dovrá esser usato ed osservato in ogni paese, cosí per l'oro e l'argento non coniato, come per il ridotto in monete, lasciando affatto tutti gli altri pesi sinora usati, e siano sotto qual nome essere si vogliano.

Della impressione delle note su le monete.

Ora, quanto al porre ed imprimere su le monete nuove, e d'oro e d'argento, le note del loro valore, della lega e di quante ne vadino alla libra, dimostrate e descritte nel capitolo XXII, dico ch'io tengo per fermo che non sará persona alcuna, di qualunque stato o grado esser si voglia, ch'opponga, con dire non essere mai stato in uso il cosí fare, overo che sará cosa di poca utilitade. E, se ciò fosse per sorte da qualcuno allegato, fa di bisogno che costui consideri bene quello che segue: cioè che, quando le dette note saranno cosí impresse, verrá vietato il poter tosare le monete cosí d'oro come d'argento, ed anco il far cerna o scelta delle alquanto grevi dalle altre. Essendoché nel fare i pagamenti tutte le monete d'una medesima sorte si potranno pesare a libra a libra, sí come ad ogni persona in particolare sará lecito ciò fare per cagione di esse note; e, se le monete non saranno in numero, secondo che dimostrerá la nota, sará necessario aggiungere tante monete dell'istesso valore e lega, che siano una libra giusta. E con quest'ordine resteranno fatti tutti li pagamenti integri e perfetti, sí come ampiamente nel capitolo XXVIII dall'autore è mostrato. Ed il simile si potrá fare di tutte le monete sinora fatte, che tassate saranno nel modo e con l'ordine dimostrato e descritto nella tavola a capitolo XLI.

E, se bene in tutte le zeche si è osservato il fare ogni sorte di monete valutate con i suoi valori, e sotto le leghe e dei numeri alla libra nei capitoli di esse zeche contenuti; nondimeno, stando fermi gli ordini usati, cioè il cavare le mercedi delle fatture dal corpo delle monete, non vi si possono imprimere le suddette note; conciosiaché non corrisponderebbe poi la rata della bontá di esse monete con il valore dato loro, ed in particolare nelle monete di minori leghe e valori, come tutto ciò apertamente si vede nella tavola fatta in essempio a capitolo XXXVII. E sapere si dee che ogni sorte di monete, e d'oro e d'argento, e ciascuna di esse, debbe avere queste notande qualitadi:

La prima è che siano fatte con real fondamento sopra l'uno per dodici e dodici per uno, in quanto al peso, tra l'argento e l'oro, sí come è detto.

La seconda, che il partimento di essi preciosi metalli sia fatto col numero aritmetico sopra i loro dati valori, corrispondenti ad uno per dodici e dodici per uno, per poter procedere in infinito senza rotti, cosí nel fare le leghe delle monete come nel compartirli proporzionalmente a moneta per moneta, e tanto nelle monete fine quanto nelle basse, e cosí in quelle di maggiori come in quelle di minori valori per le loro rate, affinché tutti i pagamenti si abbiano poi a fare con sodisfazione perfetta.

La terza, che dalla giusta quantitá in peso del puro e del fino di ciascuna moneta nasca il suo giusto e reale dato valore, e che dai valori delle monete si conosca la quantitá in peso della bontade intrinsica, fedelmente e veramente in esse posta.

Onde da queste quattro cosí regolate condizioni si può molto ben conoscere che i danari con gli ordini delDiscorsofatti, per avere la loro vera origine, il principio e la regola dalla naturale filosofia e dall'infallibile aritmetica (come di ciò ne viene anco acennato dal magno Cassiodoro nel capitolo che incomincia «Licet universis populis», ecc. e nel capitolo «Omnis quidem utilitas publica», ecc., giá dal detto autore nelDiscorsoallegati), riusciranno e saranno dei loro reali ed integri dati valori; e che serviranno non solo per uso publico e commune degli uomini in far pagamenti, ma anco che serviranno e resteranno come medaglie a perpetue memorie de' prencipi e delle republiche, che cosí li avranno fatto fare ad onore e gloria loro. Cosa veramente nuova e molto degna, che sará utilissima alle genti in universale, che apporterá grandissima contentezza a tutti i prencipi, e dalla quale ne risulterá perpetua quiete nel maneggio delli danari in tutto il mondo.

Che non si debbano cavare le fatture dal corpo delle monete.

E perché forse a molti parerá cosa molto strana e difficile il pagare le fatture delli danari overo il dare certa annua provigione alli zechieri che li faranno, a queste cosí fatte loro opinioni rispondo che ciò non dovrá parere cosa fuori del dovere; imperoché, o che si vuole che ogniuno abbia realmente il fatto suo nelli pagamenti con oro o con argento coniati, overo con le nominazioni ed i sopranomi alle volte alle monete dati, e come per proverbio antico si suol dire «che si dia o che si riceva l'ombra per la carne»: or dica ciascuno sopra ciò il parer suo.

E se i romani, giá dominatori del mondo, faceano a loro spese tutti i danari che in quel tempo si spendeano, qual sará la cagione che i prencipi, i signori, le communitadi, le arti ed i particolari, quali tutti insieme rappresentano il prencipato de' romani, non possano ciò fare? E, sí come un prencipe, una communitá ed altri dánno provigioni a molte persone meritevoli per le virtú loro, perché non potranno anco ciò fare agli ingeniosi ed onorati zechieri? Onde poi ne seguirebbe ch'essi piglierebbono molto meno, per conto delle loro mercedi, debite per le fatture dei danari, di un tanto per libra, da coloro che mettessero gli ori e gli argenti in zeca per farli coniare, di quello che ad essi zechieri fosse concesso per capitulazioni dai superiori di poter tôrre, quando che non fosse dato loro annuo salario o provigione alcuna. E da quest'ordine venirebbe facilitato il modo di poter fare la zeca universale, dovendo concorrere a questa cosí alta e degna impresa le republiche ed i particolari senza discrepanza alcuna, come a cosa importantissima e giustissima, la quale veramente sará a beneficio commune e del publico e del privato. E, perché dubito che molti diranno che il far fare i danari sará cosa di grandissima spesa, a questo facilmente rispondendo, dico che, non dovendosi fare i danari se non una volta sola, che il cosí farli sará minor spesa di quello che si può pensare: e forse che nei campi di ogni cittá si raccogliano l'argento e l'oro? Ed avvertire si dee che si faranno solamente quelle poche o assai quantitá di danari nelle cittadi, che sará di volere di chi le governano, tanto per le memorie loro come per usarle nello spendere; e per ciò non si fará se non quella spesa che sará di loro volere. Ed in questo modo i prencipi, le communitá, le arti ed altri potranno a ciò molto ben provedere, se però vorranno che da ogni persona sia ricevuto nelli pagamenti il giusto dovere dell'oro e dell'argento in monete ridotto, com'è detto; e se non vorranno che ogni qualch'anno i danari siano calati o banditi da luogo a luogo, com'è stato fatto a' tempi nostri per molte cagioni, ed in particolare per essere stati fatti essi danari e valutati comprese le loro fatture, e poi di tempo in tempo rifatti e rivalutati con nuove soprafatture, pur cavate dal corpo o dosso loro, e come tutto ciò si può vedere nel capitolo XLII.

Della tassa delle monete.

E, quanto alla tassa reale ed universale di tutte le monete sinora fatte, a me pare che ciò sará cosa facilissima di fare, dicendo l'autore nel capitolo XLI che, osservando l'ordine da lui dimostrato, essa si potrá fare a cittá per cittá ed a provincia per provincia ed in un medesimo tempo, se bene non sará dato aviso a vicenda dall'una all'altra, perché quelli della professione sanno molto bene a che leghe siano coniati gli ori e gli argenti nelle zeche di molte cittá e province; le quali leghe non potranno mai piú esser rimosse dal loro essere, nel quale ogni sorte di monete, e d'oro e d'argento, cosí le antiche come le nuove, si troveranno essere state fatte, perché giá sono terminate e firmate nel detto loro essere. E perciò, in questo proposito, di tutte le monete sinora fatte si potrebbe quasi dire:—Quello che è fatto è fatto.—E, quando anco non si sapessero cosí tutte, si potranno fare i saggi di quelle sorti di monete, delle quali non si sapessero giustamente le loro finezze; e in questo modo da ogni cittá particolarmente si potrá sapere il giusto valore di tutte le monete, e ad una per una, facendo poi fare le tariffe in stampa.

Ora, discorrendo sopra le tasse particolari delle monete, dico che, se si volessero tassare alcune sorti di monete d'argento e poi lasciare le altre nei loro correnti valori, tal tassa riuscirebbe molto disuguale; e ciò per le disproporzioni che sono tra le monete giá fatte, cioè da una sorte all'altra, avendo però riguardo alla quantitá in peso del loro fino, il quale non si troverebbe proporzionalmente corrispondere in esse monete, per cagione delle loro fatture, che sono comprese nei valori alle monete dati. E perciò le monete cosí tassate non resterebbono ferme sotto simil tassa: percioché o che sarebbono in altri luoghi trasportate; overo che sarebbono altrove rifatte e poi riportate a spendere con qualche vantaggi, sotto titoli o nominazioni d'altri valori, nei luoghi ove fossero state cosí tassate; overo che sarebbono nascoste, finché venisse il tempo di poterle di nuovo spendere sotto i loro primi dati valori, e forse anco per maggiori. E credo che tal fatto sia occorso molte volte in molti luoghi a' tempi nostri. E quello che vien detto sopra le monete d'argento, simil considerazione si debbe anco avere per le monete d'oro sinora fatte.

Del conteggiare a moneta imperiale.

E perché potrebbe forse parere ad alcuni, che sono soliti di conteggiare le monete con i titoli e nominazioni anticamente usate nelle patrie loro, il conteggiare esse monete sotto il titolo d'«imperiale», cioè le lire a soldi 20, ed i soldi a denari 12, dover esser cosa stravagante ed a loro quasi impossibile ad intendersi; or, perché l'autore, nel fare le prove sopra il conteggiare i danari, non ha potuto trovare titolo di valore d'altra sorte, che sia corrispondente ad uno per dodici e dodici per uno senza rotti alcuni, sí come è questo, ed essendo anco come quasi precetto di Dio, come nel capitolo XXX viene allegato: però dico che tutto il mondo dovrá con giusta ragione fare i conti delle monete sotto il detto titolo d'«imperiale»: il che non potrá mai tornar danno a persona alcuna, né in particolare né in universale. E si ha da tener per fermo che in breve spazio di tempo questo modo di conteggiare si faciliterá e farassi commune ad ogni nazione, col mezo non solo degli avvertiti e prattici banchieri, ma anco d'altre persone giudiciose, che fanno professione di far conti sopra i valori delli danari in diversi paesi fatti sotto titoli diversi, e parimente delli valutati alle volte con varie ed insolite nominazioni. Mi soviene anco che alcuno potrebbe forse dubitare, dicendo ch'essendo in uso il conteggiare i danari da luogo a luogo, chi a moneta longa e chi a corta, e volendo ora ridurre i popoli e le genti a conteggiarli sotto il titolo d'«imperiale», che vi sará gran differenza con perdita o da una banda o dall'altra, e particolarmente da scudi a monete e da monete a scudi. A ciò brevemente rispondo: che, dovendosi regolare una volta sola e per sempre le cose di essi danari con un sol ordine fermo e certo, non si dovrá aver riguardo ad alcuni guadagni che si potessero fare ora con valori intrinsichi ed ora con estrinsichi, o con gli scudi o con le monete per causa di tali nominazioni. Perché, se ben pare che vi sia differenza, o di poco o di assai, dal valore dello scudo d'oro allo scudo di moneta e dello scudo di moneta allo scudo d'oro, in quanto al detto uso, il qual è instabile ed incerto; nondimeno, quando poi si vengono a fare i conti sopra essi scudi e monete, il piú delle volte la cosa si risolve ad un soldo o a due o circa da scudo a scudo, da una cittá all'altra, ed alle volte non vi si trova differenza alcuna in alcune sorti di monete di diverse cittadi; e sí come di ciò quasi a tutti, ed in particolare alli contisti, è cosa manifesta. E, seguendo il maneggio nelli danari usato, sempre cresceranno i detti valori in maggiori disproporzioni, sí come il tempo lo dimostrerá. E perciò ogniuno ragionevolmente si dovrá acquetare al conteggiare sotto il detto titolo d'«imperiale» per le suddette ragioni, ed anco perché si potranno fare per sempre i parlamenti delli pagamenti a ducati, scudi, lire, soldi o simili, ed a libre ed once di oro puro e di argento di coppella ridotti in monete, che non vi sará differenza alcuna; e come apertamente tutto ciò vien dimostrato nel capitolo XXVII ed in altri luoghi delDiscorso. Oltreché non sará poi piú lecito a persona alcuna domandare, sotto specie o nome di laggi, aggiunta o crescimonia di monete per le monete cosí d'oro come d'argento per cagione della detta differenza del parlare a moneta longa ed a moneta corta, essendoché la cosa delli danari anderá per l'avenire con ugualanza ordinata e conformitá reale in ogni sorte di pagamenti.

Che non si debbano far intervenire i rotti nelle leghe delle monete.

E, quantunque si possano fare alcune sorti di monete di leghe con i rotti sotto il partimento e con gli ordini dall'autore descritti, nondimeno pare che sarebbe molto meglio fare le leghe con men rotti che sia possibile, per non essere cosa necessaria il farle con i rotti per far danari, e massimamente in molte sorti di monete, per molte cagioni, ed in particolare perché esse monete senza i detti rotti sarebbono piú facili nel conteggiarle tanto nelli numeri in ragione di libra, come a lire e soldi d'«imperiali», ed anco perché le note della lega resterebbono piú intelligibili, non vi essendo i rotti di essa impressi.

VII[Sic]

Che vi debba essere un sol ordine in universale per fare ogni sorte di monete, cosí d'oro come d'argento.

In ultimo, per concludere questo mio picciolo trattato, dico che l'ordine, che sará posto a tutte le zeche in universale, causerá che tutti li danari si faranno con regola certa e ferma, e mai piú non si guasteranno per rifarne altri, per far guadagni con utile de' particolari e con danno enorme in universale, ma resteranno quasi eterni. Oltreché gli ori ed argenti, di minère o grezi, si contratteranno con i danari in altro modo di quello che si fa e si usa di presente. Percioché si contratteranno o si permuteranno con le monete, cosí d'oro come d'argento, sotto questi ordini fatte o tassate a peso per peso, in quanto al puro ed al fino e nella debita loro proporzione; e si fará solamente mercanzia sopra le fatture e i laggi di essi danari, come diffusamente di ciò nel capitolo XXIX si tratta: il qual capitolo, come anco il capitolo V, il XII, il XXII, il XXX, il XXXIII, il XLIV, il XLVI ed alcuni altri sono stati descritti e cosí posti dall'autore sotto i detti numeri, credo, segnalatamente e con qualche alta e degna considerazione.

E tengo per fermo che gli ordini delDiscorsodel detto autore saranno accettati non solo dai prencipi, ma anco i popoli tutto ciò favoriranno, per esser questo cosí real maneggio utile in particolare ed in generale, il qual nasce e dipende dalla ragione, che come regina in tutte le cose predomina e predominerá, come anco sempre ha predominato, ed alla quale ciascuno come uomo si trova necessariamente esser soggetto e tenuto di ubidire.

E, se bene ad alcune persone forse parerá, in questo primo moto, che detti ordini saranno accettati da alcuni sí e da alcuni no, dicendo anco che si procederá per l'avenire di male in peggio, a questo loro parere con brevitá rispondo: che dopo la publicazione del dettoDiscorso, ogni particolar persona sará come signore e prencipe nello accettare i danari, cioè di pigliarli a libra a libra e ad uno ad uno, solamente per li giusti valori della rata del puro e del fino che in essi ed in ciascuno di essi si troverá essere; e ciò è sempre stato ed è di mera volontá di tutti li prencipi e signori.

E anco sará a tutti manifesto l'ordine reale che si dovrá tenere nel fare ogni sorte di pagamenti, per cagione de' debiti creati molti anni inanzi, accioché restino fatti con giusta e perfetta sodisfazione; il qual ordine vien dimostrato in molti luoghi delDiscorso, e particolarmente nella settima delle dodici utilitadi.

Avvertendo ancora che non sará poi lecito ad alcun prencipe particolarmente commandare ad alcuno delli suoi popoli che debba tôrre le monete nei pagamenti per piú del giusto valore della rata della loro bontade, essendoché ciò sarebbe danno di chi le pigliasse, non potendole poi spendere per li valori medesimi fuori dello Stato di esso prencipe, né che le debba accettare o pigliare per meno del detto giusto valore, perché essi danari fugirebbono e trasportati sarebbono ove per li reali valori si spendessero. E, se simil fatto per il passato forse fosse occorso, tal prencipe debb'essere con giusta ragione escusato, per non esser mai stata mostrata e manifestata da persona alcuna sopra il maneggio delli danari questa regola generale, fondata e stabilita sopra l'indissolubile unione dei sette veri e reali capi principali nel capitolo XLIV descritti, della quale i prencipi ed il mondo se ne siano potuto servire.

Ed il tutto sia a gloria di Gesú Cristo, di Maria Vergine e dei santi della gran cittá del cielo. Con che facendo fine, umilmente baciando la mano a V. S. illustrissima, di tutto cuore me le raccomando e offero.

Da Reggio, il XVII aprile MDLXXXI.

Di V. S. illustrissima affezionatissimo servitore IL PROSPERO.

Ecco apparir un nuovo lume al mondo di chiari raggi e di giustizia adorno, che scopre la reale e vera forma, come si doverá perfettamente a tutti sodisfare il loro avere, od antico o moderno, e anc'ogni altro, da doversi creare in ciascun luogo. Che fa pales'e noto anc'ad ognuno la regola e la via certa e sicura di tutte le monete far la tassa sotto un ordine solo e concordante; che, dichiarata sopr'il puro e'l fino, dimostri a tutti la ragione vera di spender li danari per il giusto, lasciando in zero i sopranomi incerti. E fa veder ancor l'ordine degno del porre fedelmente le tre note su tutte le monete, che di nuovo fatte saranno sotto i prencipati, di regal potestade ornati e pieni; acciò, col mezo d'esse, si conosca il manifesto prima, e poi l'occulto, cioè il valor e poi la lega e 'l peso: che 'l tutto apporterá bene infinito. E, dovendo seguir perpetua quiete nel general maneggio del danaio, perciò risulterá lode ed onore a tutti quelli che si serviranno dei veri e giusti dogmati proposti; che cagione saran che le monete medaglie resteran perpetuamente. Ora preghi ciascuno per l'autore che Giesú pio gli doni il paradiso.

Digressione sopra il capitolo duodecimodell'«Alitinonfo»di GASPARE SCARUFFI

Estratta dalle «Considerazioni» sul medesimo librodi BERNARDINO PRATISUOLIREGGIANO

Era l'anno quarto dopo il millecinquecento ottanta, e nel giorno della solenne festa della nativitá di san Giovanni Battista, che, trovandomi in compagnia di alcuni miei amici carissimi, cominciammo famigliarmente fra noi a confabulare; e, mentre che con dolci ragionamenti ci trattenevamo, ci disposimo di andare, cosí tutti insieme a visitare il signor Gasparo Scaruffi nostro, ed indirizzammo i nostri passi verso la sua casa. Ed, approssimandovici, trovammo che la porta ed anche l'antiporto erano aperti; e nell'entrare, domandando al Martinengo suo fattore, che ivi era, ove fosse il suo padrone, ci disse che per allora non si trovava in casa, ma che non poteva tardare il suo ritorno. E, intesa tal risposta, entrammo nel cortile per aspettarlo… E, per trattenerci con qualche onesto ragionamento, cominciammo a discorrere sopra le cose dell'Alitinonfo, onde si sentivano tra noi vari e diversi pareri; ed alfine nacque alquanto di disputa, ed era questa. Alcuni dicevano che, per conto delle monete, egli era cosa impossibile che fosse osservato quello che dal nostro autore era stato proposto, e che tutto ciò era stato un suo capriccio, e che egli si era affaticato indarno; percioché ogni principe nel suo Stato ha libera potestá ed autoritá di fare a suo modo, ed in particolare sopra le cose de' danari. E, subito che ciò ebbi inteso, non ho potuto stare, che non prorompessi in queste poche parole:

—Cari come fratelli, dovete sapere che egli è ben in libertá de' principi di fare a loro modo delle cose che sono in loro potere; ma, perché le monete, che tuttodí si spendono or qua or lá, sono del mondo, i principi non vi hanno particolar autoritá sopra, cioè di comandare ad esse che vadano o che restino secondo il loro volere. Laonde, per essere li danari a guisa degli uccelli, ai quali principe alcuno non può comandare che vadano o che restino nella sua cittá o Stato o regno, e secondo il desiderio del principe stesso, ma vanno a dimorare ove trovano miglior pastura, non occorre che alcun principe indarno s'affatichi in voler fare che nello Stato o regno suo resti piú di una sorta di monete che di un'altra, tanto coniate nello Stato suo quanto in altri; perché sempre sono e sempre saranno trasportate, or per via diretta ed or per indiretta, ove si trovano spendersi con qualche vantaggio, ovvero per qualche altro accidente. Quindi tutto ciò fu figurato dagli antichi romani, percioché, quando imprimevano la dea Moneta sopra le loro medaglie, la faceano sempre stante in piedi e non mai a sedere, come di ciò ne fa menzione Enea Vico nel capitolo IV del primo libro dell'opera sua, nella quale si trattaDella nobiltá delle medaglie antiche; e ciò faceano per dimostrare che le monete, di propria natura, stanno sempre in andare. E voglio che sappiate che, se in questi tempi non sará dato qualche principio all'osservanza delle cose che nelDiscorsosi contengono, forse non potrebbe passare molto tempo che sorgeranno uomini che vi avranno un maggior gusto, e che le cose dall'autore descritte saranno tenute in molta considerazione.—

Quindi, volendo pur intendere la cagione dell'esposta fantasia, dissi loro:—Perché cosí dubitate?—Ed essi, rispondendo, mi proposero queste tre conclusioni:

—Prima. Che, se si facesse una nuova e pubblica costituzione ed ordine, che tutti quelli, che volessero far ridurre in danari i loro ori ed argenti, fossero obbligati a pagare del proprio le fatture, in breve tempo molte zecche, che di presente sono aperte, si serrerebbono; onde ne succederebbe che dappoi si farebbono poche quantitá di monete, e che perciò in progresso di tempo esse verrebbono al meno.

Seconda. Che li mercatanti ed altri, che si trovassero avere ori ed argenti grezzi, cioè non lavorati, o in poca o in gran quantitá, non vorrebbono farli coniare; ma piuttosto li convertirebbono in far vasi o altre simili opere, o per sé o per altri, ovvero che se li terrebbono nelle casse loro rinchiusi.

Terza. Che, essendo levato il cavare le fatture dal corpo delle monete, ne risulterebbe molto danno ad alcuni principi e repubbliche, a' quali alle volte dalli zecchieri vien pagato un certo annuo censo per poter fare la zecca, ovvero alle volte ancora vien data loro una certa ricognizione di un tanto per libbra di oro o di argento posti in zecca per monetarli; e cosí, per alcuna delle dette cause o simili, potrebbe essere che un qualche potente principe o repubblica non condiscenderebbe con gli altri: onde per tal disunione non si verrebbe mai a conclusione alcuna di fare la zecca universale.—

E, finite che ebbero le suddette loro proposizioni, vi considerai alquanto sopra, e poi entrai in campo con questi miei famigliari ragionamenti:

—Amorevoli miei compatrioti e compagni, veramente voi siete in grande errore, e voglio che abbiate un poco di pazienza, se in questo mio discorsetto io dicessi alcune cose che paressero alquanto contrarie al gusto vostro. Non sapete voi che per proverbio dire si suole che «la cosa ignorata vien quasi sempre dispreggiata»? Benché in ciò di voi non me ne faccio troppo maraviglia; perciocché vi sono stati alcuni, anche essi di spirito elevato, che hanno fatto professione di intendersi di molte cose, ed in particolare di quelle che al governo del mondo si appartengono: nondimeno delle cose delle monete confessarono ed hanno detto che non dava loro l'animo di saperne ragionare, per tanta varietá che si trovava tra esse. Ma a me poco importa: sebben vi trovate impresse nella mente vostra tali opinioni fantastiche, ora state ad udire, ché mi dá l'animo, al favore della divina grazia, di levarvele.

Primieramente voglio che avvertiate che fa di bisogno intendere la causa perché fosse introdotto l'uso de' danari, e poi a spese di cui dovessero di ragione essere fatti; ed, essendo fatti, se sia di necessitá che di tempo in tempo per diverse cause siano quasi tutti rifatti, annichilando contro ogni dovere le memorie di que' re, principi e repubbliche, sotto l'autoritá de' quali la prima volta siano stati coniati; ed, essendo fatti o rifatti, se debbano essere spesi per i sopravalori che ad essi nelle proprie zecche siano stati costituiti, dando danno ora a questo ed ora a quell'altro particolare, ed anche molte volte ad alcuni popoli, a' quali siano trasportati da diverse persone per spenderli sotto certi titoli di valori, che a certe sorta di monete vengono alle volte attribuiti.

E quanto a quello che ho detto: che prima fa di bisogno sapere la cagione perché sia stato introdotto l'uso del danaro, dico che Aristotile, padre e fondatore delle umane scienze, in quei capitoli dell'Eticae dellaPoliticagiá dall'autore citati, in questo modo diffinisce: «L'uso del danaro essere stato introdotto dagli uomini per necessitá e sotto ordine di legge, affinché fosse mezzano per poter fare piú agevolmente le uguali permutazioni e commutazioni in quelle cose che a ciascuno facessero di bisogno, ed anche acciocché fosse una pubblica e comune misura a tutti per poter fare tali contratti giustamente, e che ne' pagamenti ciascuno, in qualunque paese che si trovasse, potesse intieramente conseguire ogni sua ereditá, fosse per qualsivoglia causa creata». Ma, perché in tutte le zecche vengono cavate le fatture dal corpo delle monete, ed ancora per essere fatte sotto ordini diversi da cittá a cittá e da provincia a provincia, onde ne procede che di tempo in tempo, ed anco quasi di continuo, vengono alterati i prezzi dell'oro e dell'argento, per lo che sono poi fuse e rifatte le monete da paesi a paesi; però il danaro non può essere la detta pubblica misura, perciocché, per le differenze che si trovano tra le monete fatte e coniate sotto l'autoritá di un principe a quelle di un altro, il piú delle volte da molti popoli vengono ricusate, ora per li bandi sopra esse fatti ed ora perché non le vogliono accettare, dubitando di non poterle poi spendere in altri paesi se non con gran perdita, ed anche perché non le tengono per cosí buone come quelle ch'essi sono soliti di spendere nelle loro cittá o patrie. E cosí, per le dette cause o simili, si può veramente dire che il danaro tiene solamente il titolo della pubblica e comune misura di parole, ma non di fatti; e ciò, perché il corso suo non è universale, ma è solamente particolare. E ben si sa che una misura non si potrebbe giammai addimandare «pubblica», quandoché ogni qualche anno ella venisse mutata dall'essere suo, e che fosse abbreviata od accresciuta od aggrandita, ovvero fatta piú piccola dall'ordine suo reale, ora in un paese ed ora in un altro.

E, per farvi capaci e chiari di quello che mi avete proposto nel vostro primo quesito: che, se fosse costituito che la spesa del fare li danari spettasse a coloro che ne volessero far fare, poche zecche lavorerebbono, e che perciò in progresso di tempo le monete quasi si annichilerebbono; attendete, vi prego, a queste mie brevi annotazioni.

Avete da considerare che tutto l'oro e l'argento, che dalle miniere giornalmente si cava, vien cosí cavato principalmente per utile, guadagno e ricchezza de' padroni di esse, con animo ed intenzione di farlo poi ridurre in danari sotto l'autoritá di un qualche re, principe o repubblica, per prevalersene per suo proprio e particolare interesse, come sarebbe in comprare mercanzie, far pagamenti, comprare palazzi e possessioni, o per spenderli in fare simili contratti, ed anche in altre cose, secondo i loro diversi appetiti; la qual loro intenzione di monetarli cosí procede, perché non possono di propria autoritá farli coniare, sebbene fossero fatti con tutte le debite qualitá, onde sarebbono giudicati per falsi, e questi tali verrebbono condannati come falsari. Né meno possono compartire essi preziosi metalli in varie sorta di frammenti, con farvi sopra certe sorta di segni, che dinotassero la quantitá in peso del puro e del fino che fosse in ciascuno di essi frammenti o pezzetti, perché non li potrebbono poi commutare in altre cose che a loro facessero di bisogno, ed ancora perché non se ne potrebbono servire in far pagamenti. Laonde essi padroni sono di ragione obbligati di passare per via delle zecche, delle quali i re, i principi e le repubbliche sono veri e legittimi padroni, li quali vogliono minutissimamente intendere e sapere come passino le cose che dai loro governi dipendono, ed in particolare le cose delle monete. Essi signori, che in ciò non pongono altro del loro fuorché il consenso e la pura autoritá per ordine di giustizia e per onor proprio, non vogliono concedere che sotto l'ombra loro siano fatti li danari a modo di quelli che ricevono di farli fare, ma vogliono che siano fatti sotto gli ordini giusti e che da essi siano stati approvati. E, sebbene in una Dieta fosse dichiarato, e poi dai re e principi fosse costituito che i danari fossero fatti a spese di coloro che li facessero fare, cioè che avessero oro o argento da mettere in zecca, saper si deve che ciò non potrebbe in alcun modo recar danno a questi tali, perché, dopo fatti i danari, essi si troverebbono avere in cassa quel medesimo argento ed oro che da loro fosse stato posto in zecca, cioè quella istessa quantitá in peso del puro e del fino; li quali danari potrebbono poi anche tenere presso di sé a loro piacere, perciocché ne sarebbono liberi padroni, come erano ancora dell'oro e dell'argento innanzi che lo facessero coniare. E si dee venire in questa considerazione: che quelli, che hanno fatto le spese per cavare e trovare i detti preziosi metalli, non hanno finito di fare tutte le spese necessarie intorno di ciò, sinché essi non li avranno ridotti in danari a loro spese; perché, essendo cosí coniati, il tutto vien fatto solamente, com'è detto, per loro particolare interesse: e, quando tutto ciò fosse osservato, ne succederebbe che questa particolare azione passerebbe poi in beneficio pubblico ed a pubblica comoditá. E che ciò sia il vero, ditemi, per vostra cortesia, che obbligo devono avere quelli che ricevono li danari a coloro che ad essi li pagano, sebbene anche li avessero fatti fare a loro spese? Certamente, si può dire, nessuno; perciocché o che li ricevono in pagamento per un qualche loro credito, ovvero per un qualche contratto di mercanzia o case o terreni o altre cose ad essi vendute. E, quando tali danari sono poi passati per varie e diverse mani, che obbligo hanno d'avere quegli ultimi, che gli hanno ricevuti, a coloro che li fecero fare? Veramente niuno, perché il piú delle volte e quasi sempre avviene che essi non conobbero, né meno viddero mai coloro che li fecero fare. Adunque si ha da concludere e dire che le fatture delle monete devono esser pagate da coloro che vogliono far ridurre in danari i propri ori ed argenti, siano di qualunque sorta si vogliano, o dalle miniere, o per averli ricevuti cosí grezzi o in massa in contraccambio di alcune robe o mercanzie, o avuti per ereditá, ovvero in qualunque altro modo si voglia; perciocché essi subentrano e restano in quell'obbligo, nel quale era il primo che li cavò dalla miniera.

Tra li signori dottori leggisti, nelle loro dotte ed argute questioni, quasi sempre si è disputato: se la spesa del far ridurre l'oro e l'argento in danari dovesse spettare solamente a' principi ovvero alle repubbliche; e mai da alcuno di loro, ch'io sappia, non è stata posta in campo questa proposizione insieme colle altre, cioè se tale azione debba appartenere solo ai particolari e non ai principi né alle repubbliche, essendoché i principi e le repubbliche nel fare i danari non vi hanno da porre cosa alcuna del suo, eccetto che l'interporvi la regale autoritá. Ora, perché vien palesata dall'autore questa nuova e non mai da altri allegata proposizione, il dovere vorrebbe ancora che un qualche dotto leggista ovvero qualche spirito elevato, pigliandosi a petto questo fatto, si affaticasse ancor egli in dimostrare colle sue concludenti allegazioni e ragioni che questo nuovo ordine dovrebbe in effetto essere posto in esecuzione, e con ogni suo sforzo far conoscere alle genti che egli è di necessitá che siano affatto levate via quelle antiche opinioni de' dottori, le quali non sono né mai potranno essere in parte alcuna al mondo accettabili; affinché una volta e per sempre siano estinti li gran disordini che di continuo succedono per l'alterazione dei prezzi dell'oro e dell'argento; i quali disordini, a guisa di un grande incendio, quasi il mondo tutto abbruciano e distruggono.

E, s'egli è pur vero, come cosí è, che quelli, che vogliono far ridurre in danari i loro ori ed argenti per proprio utile e particolar interesse, sono tenuti di pagare le fatture, qual sorta di ragione sarebbe che, dopo fatta la Dieta e confermati gli ordini, si avesse a permettere che nelle monete, che di nuovo si facessero, non fosse posta la debita quantitá in peso del puro e del fino, secondo gli ordini delle costituzioni; e che ancora fossero spese per li valori non corrispondenti alla loro intrinseca bontá, con danno e perdita di ciascuno che le ricevesse; e che l'utile di tal danno dovesse essere solamente di coloro, che le facessero cosí fare con men fino e puro della debita costituita proporzione?

Vi ho detto che chi fará ridurre il suo oro o argento in monete a sue spese si troverá poi anche avere quella medesima quantitá in peso del puro e del fino, che da lui sará cosí stata posta in zecca. E, perché dubito che mi potreste replicare, dicendo: —Come ciò può essere? conciossiaché l'autore dica nel capitolo XV delDiscorsoche chi porrá oro o argento in zecca, per farlo coniare, pagherá le fatture o con oro o argento avanzato al zecchiere nel compartirlo in fare le monete, ovvero pagherá esse fatture di quegl'istessi danari levati di zecca o d'altri, ecc.: però, per levarvi di questo dubbio, vi dichiarerò il tutto con questo esempio. Sará un principe, che si troverá essere padrone di una qualche miniera di oro o di argento, la quale frutterá ogni anno sino a dodici o quindicimila scudi di valore, e si troverá poi anche avere di entrata, di dazi e di possessioni e di altre simili cose, sino alla somma di cento o di centocinquantamila scudi l'anno. Esso principe, per fare qualche degna memoria di sé o per qualche suo comodo o particolare interesse, fará ridurre in danari ogni anno la metá di dett'oro o argento, e l'altra metá la riporrá nel suo tesoro. Voi qui mi direte che in queste monete egli perderá quel tanto di argento o di oro quanto importano le fatture, e che perciò egli non avrá poi la medesima quantitá del puro e fino, come di sopra si è detto. Intorno a ciò dovete considerare che, sebbene tal principe avrá fatto la suddetta spesa in far ridurre il dett'oro o argento in danari, egli perciò non perderá cosa alcuna, anzi ne riporterá alfine utilitá maggiore; conciossiaché, s'egli spenderá i detti danari, cosí a sue spese fatti, nel pigliar poi altri danari, fatti in altri luoghi sotto l'ordine istesso, ovvero de' tassati, egli rimetterá in tesoro altrettanto oro puro o argento fino ridotto in monete quanto era in peso e di valore tutto quello che da lui fu posto in zecca per farlo coniare. Oltre di ciò, che credete voi qual quantitá debba poi essere maggiore: quella dell'oro o argento che il detto principe fará cosí monetare a sue spese, o quella ch'egli riceverá delle sue entrate? Senza dubbio mi direte che sará assai maggiore e di gran lunga quella delle entrate. Il simile ancora avverrá a coloro che si troveranno avere quattro o sei libbre di oro o di argento; perciocché, se essi lo faranno ridurre in danari a loro spese, li spenderanno e ne potranno dappoi anche ricevere da altri in maggior somma di quelli che all'altrui spese saranno stati fatti, ovvero de' tassati sotto l'ordine. E potrebbe essere che alcun principe o altri ancora in vita sua, per una volta sola o due o tre, farebbe cosí ridurre in monete una qualche quantitá del suo oro o argento, e che tal quantitá sarebbe pochissima, avendo riguardo alla gran quantitá di quello che d'altre parti egli piglierebbe mentreché vivesse.

E, per render alquanto piú facile l'intelligenza del detto concetto, ne darò ancora questo piccolo esempio. Sará qualcuno che si troverá avere una libbra d'argento fino, la quale nel monetarla sará apprezzata lire 72 d'imperiali. Queste monete, levate di zecca, ascenderanno alla somma e valore delle dette lire 72; e, se delle istesse monete egli pagherá al zecchiere la sua mercede, vero è che non gli tornerá in mano la sua libbra intiera del detto argento, nemmeno saranno lire 72. Ma qui dovete considerare che, se colui, che avrá pagato la fattura di esse, piglierá poi da altri per qualsivoglia causa delle monete che valeranno lire 72, cioè o delle tassate ovvero di quelle che di nuovo con le loro note impresse saranno state fatte, ancorché di varie leghe e valori, ritroverá che in queste sará una libbra di argento fino, la quale intieramente gli sará rimessa in luogo della sua; ed anche dappoi gli succederá grande utilitá, ogni volta che egli riceverá delle monete che ascenderanno alla somma di lire 72, perciocché sempre si troverá che in quelle sará una libbra di argento fino. Il simile ancora riuscirá per conto delle monete d'oro di qualunque sorta, che saranno state tassate, ovvero che sotto l'ordine si troveranno nuovamente fatte; essendoché in ogni numerata di lire 72 ciascuno saprá e conoscerá che in esse monete veramente si troverá essere un'oncia di oro puro. Questi esempi vi ho cosí proposti, per essere in conformitá del vero e real fondamento di uno per dodici e dodici per uno, cosí de' pesi come de' valori, giá dall'autor nostro per l'argento e per l'oro nominati ed al mondo palesati.


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