II

Ed in questo modo e con quest'ordine si ha da intendere che ciascuno, che fará coniare il suo oro o argento a sue spese, si troverá avere la medesima quantitá in peso del puro e del fino, come di sopra vi ho espresso; e ciò sará perché in universale si troverá esser costituito il prezzo fermo e stabile per sempre ad essi preziosi metalli, tanto a quelli che di nuovo si ridurranno in danari, quanto a quelli che si troveranno essere nelle monete giá fatte, che sotto l'ordine reale si tasseranno, ne' valori de' quali verranno affatto ed in effetto escluse le fatture ed anche ogni altro indebito valore.

E, se per le dette ragioni manifestamente si conosce che non tornerá danno alcuno, anzi che apporterá molto utile a' principi ed agli altri che faranno far danari a loro spese, quanta maggiore utilitá sará a que' principi, a quelle repubbliche e ad altri, che non faranno mai spesa alcuna in far danari e che ne piglieranno di continuo, per i loro dazi o entrate, de' tassati ovvero di quelli che all'altrui spese saranno stati fatti e coniati?

Io vado considerando che, se da que' signori leggisti o altri, che consigliarono e proposero che il cavare le fatture dal corpo delle monete doveva essere cosa fatta per pubblica comoditá de' popoli, fossero state sapute queste nuove, vere e concludenti ragioni, essi forse non avrebbono proposti tali loro pareri. E credo che molti sappiano che la professione d'intendersi delle cose dell'oro e dell'argento, ed il farne scrutíni con fuochi e con altre stravaganti maniere, e poi ultimamente con la ragion dell'aritmetica, sia un'azione molto differente dagli altri studi; e perciò sempre si ha da stare al giudizio de' periti nell'arte sua, come cosí è stato quasi sempre osservato.

E, rispondendo a quello che voi dite: che si serrerebbono molte zecche e che si sminuirebbono al mondo le gran quantitá de' danari, dico che questa opposizione è molto frivola e di pochissima considerazione; onde dovete sapere che il mondo non ha di bisogno che di continuo siano rifatte le infinite quantitá e masse grandi di monete giá fatte, ed in particolare di monete fatte nei luoghi piú vicini alle miniere, nelle quali monete (stando gli ordini usati) si trova molto agio nel rifarle in altre sorta di monete in altri paesi, con utile solo di alcuni particolari ed in danno di molti. Egli è ben cosa necessaria che solamente si facciano i danari d'oro e d'argento non coniato, e che li giá fatti si spendano sotto l'ordine della tassa; e, cosí facendo, si ha da tenere per fermo che cresceranno le quantitá de' danari al mondo. E qual di voi sará che voglia credere, senza pensarvi sopra, che, per rifare in ogni poco di tempo le monete giá fatte in altre sorta di monete, abbiano a crescere le quantitá de' danari al mondo? Potranno bensí essere accresciuti di numero, ma o peggiori di leghe o piú leggieri di bontá, restando poi ad essi molte volte fermi i valori di quelli di prima, come per l'esempio dall'autore descritto nel capitolo XLII, cioè, guastando una moneta che prima vaglia soldi dieci, e rifacendola con men fino in essa, per causa delle fatture e dell'alterazione del prezzo dell'argento, parimenti si spenda per altri dieci soldi.

Credo veramente di avervi levata, con queste ragioni, l'opinione che avevate, cioè quella che da voi nella prima conclusione mi è stata scoperta. Mi potreste ancora dire che un qualche potente principe o repubblica forse starebbe su questo punto, allegando:—Noi siamo sempre stati molto stimati, ed abbiamo ancora sempre avuto molto a caro che nella nostra zecca si facciano innumerabili quantitá di monete d'oro e d'argento, affinché siano spese per tutto il mondo, non solo per pubblico comodo e beneficio, ma ancora acciocché siano conosciute da tutti le nostre degne ed illustri imprese: ma, perché dubitiamo che, se si facessero li danari a spese di coloro che li facessero fare, calerebbono le copiosissime faccende nelle loro zecche, per lo che perderessimo poi questa nostra cosí magnifica ed alta riputazione, però non vogliamo in alcun modo a ciò consentire.—Sopra questa proposta io dico che dovete considerare che quel principe o repubblica, che non possiede miniere di oro o di argento, non ha giusta causa di addurre queste cosí fatte ragioni. Perciocché essi preziosi metalli sono come le altre cose, che nascono e si raccolgono piú in una provincia che in un'altra, e vengono dalla natura prodotte piú in un luogo che in un altro; e perciò fa di bisogno che ogni principe ed ogni repubblica si contenti di quelle cose che naturalmente sono prodotte e nascono nello Stato o regno suo, e non occorre che i danari siano fatti se non in que' luoghi ove nasce e si cava l'oro e l'argento, ovvero ne' luoghi alle miniere piú accosti. Io non negherò giá che, se un principe o repubblica volesse far fare alcuna quantitá di monete per sua memoria o per qualche altra sua onorata intenzione, ciò potrebbe fare, ma a spese sue, ovvero che si potrebbe convenire con alcuni mercatanti che avessero ori ed argenti da monetare, con usare ad essi qualche condecente facilitazione ovvero in qualche altra maniera gratificarli e farseli benevoli, affinché li portassero nella sua zecca a farli coniare. E voglio che sappiate che, quando fossero fatti gli ordini universali per conto delle zecche, si troverebbono poi pochissimi mercatanti (eccettuati però quelli delle cittá piú prossime alle miniere) che avessero le grandi quantitá di argenti o di ori grezzi o in massa, come sarebbe a dire le cento e le ducento libbre per ciascuno; e, se di presente se ne trovano di quelli che le abbiano, il piú delle volte, a mio credere, sono di monete fuse per rifarne altre con loro guadagni; e, sebbene se ne trovassero poi alcuni che ne avessero tre o quattro ovvero dieci libbre, essi non resterebbono di farli coniare e ridurre in danari a loro spese, per poterli di poi spendere ne' propri bisogni e negozi.

E, perché anche qualcheduno di voi potrebbe forse dubitare, dicendo che non si ha da presumere che i principi e le repubbliche siano per attendere agli ordini sopra il fatto delle monete dal signor Gasparo nostro descritti, perciocché non vogliono in alcun modo mettersi in obbligo di fare quelle cose nelle quali si trovano particolarmente liberi; a questo dubbio rispondo che, non essendo i principi e le repubbliche finora stati fatti capaci ed avvertiti, col mezzo di una loro pubblica Dieta, di quello che dovrebbono far osservare in universale sopra il maneggio delle monete, pare che per niun modo si convenga dire che ciò non vogliono fare. Ditemi, vi prego, chi potrebbe con ragione essere imputato di non voler fare una cosa, della quale egli non avesse avuto prima qualche notizia, e che anche non vi avesse fatto sopra la detta considerazione? Ben vi concedo che, se dopo una Dieta essi non si convenissero di costituire gli ordini generali sopra ciò, allora si potrebbe poi dire che non si contentassero che in universale vi fosse provveduto, ma che vorrebbono che ciascun principe e ciascuna repubblica restasse nella sua podestá e primiera libertá: onde, se cosí avvenisse, siate pur certi e sicuri ed anche tenete a memoria quello che io vi dico: che al mondo non si sentiranno giammai li maggiori garbugli ed intrighi di quelli che dappoi, per causa della disunione suddetta, con danni eccessivi ed intollerabili di molti, nel maneggio delle monete ne succederebbono.

E, quanto alla seconda vostra proposta, dico che intorno ciò basterebbono le ragioni dall'autore nel capitolo XXIX descritte. Ma, per soddisfarvi alquanto meglio, voglio che sappiate che tutto l'oro e l'argento preso in massa, o che sia stato ridotto in qualche opera, come croci, vasi, collane o altre simili cose, si può con veritá addimandare come corpo morto; e, mentre che sta in tal essere, non è buono da servirsene in cosa alcuna ch'io sappia (intendendo però sanamente), eccetto che da convertirlo in danari o in qualche sorta di opere, come è detto. Ma, quando esso vien ridotto in monete, allora, per trovarsi favorito dall'autoritá del principe o di quella repubblica nella cui zecca vien coniato, si fa spendibile, passando poi per mani di molti senza alcun sospetto; onde per tal azione si può dimandare come corpo vivificato. E, quanto a me, io non posso credere che alcuno volesse, né meno potesse tenere l'oro e l'argento cosí grezzo e non lavorato nella cassa ovvero in altro luogo rinchiuso e nascosto, eccetto però se a questo tale, per essere ricco di danari e trovandosene ancora in molta quantitá, non facesse mai di bisogno di farlo coniare. Né meno si ha da credere che, dopo posti gli ordini universali, cessasse il cavare l'oro e l'argento dalle miniere, per esser la ricchezza di coloro che lo fanno cosí cavare.

Quanto poi che quelli, che si trovassero avere ori ed argenti grezzi e non lavorati, li volessero piuttosto convertire in far vasi, collane o altre opere, eccetto che in danari, vi dico che tutto ciò risulterebbe in loro grandissimo danno, conciossiaché spenderebbono li danari in farli cosí lavorare, e, volendoli di poi contrattare per fare i fatti e negozi loro, come in comprare mercanzie, terreni o case o altre cose ad usi bisognevoli, ora perderebbono le fatture ed ora non si troverebbe chi le comprasse, né meno si troverebbe cosí facilmente chi dasse loro in contraccambio le cose da essi desiderate; e perciò l'uomo il piú delle volte ne resterebbe molto dannificato. Ed avvertir si dee che sempre si troverá essere minore la spesa del far ridurre l'oro e l'argento in danari, che farne fabbricare vasi, collane, anelli o altre simili opere: e che ciò sia il vero, ciascuno, che di tali esercizi ha qualche pratica, ne potrá ancora far giudizio.

Avendo ora levati li dubbi che mi avete proposti nella vostra prima e nella seconda conclusione, state cheti ad udire le ragioni sopra e contro la terza dubitazione. Dovete sapere che i re, i principi e le repubbliche del cristianesimo, i quali sono sempre stati la gloria di tutto il mondo per le loro onoratissime e gloriosissime imprese, e come quelli che portano nei petti loro impressa la regal giustizia, non avranno giammai riguardo a tali quasi illeciti guadagni; prima per non dare danno a se medesimi in particolare, e poi al mondo tutto in universale, ed anco affinché tutto quello, che in una loro Dieta fosse determinato, fosse dappoi ancora inviolabilmente da tutti posto in osservanza. E, quando alcun principe o repubblica si presumesse (il che non credo) di non condiscendere col volere degli altri, alfine sarebbe ancor egli sforzato a rimettersi in ciò agli ordini che nella Dieta fossero stati conclusi e pubblicati; perciocché con giusta ragione tal principe o repubblica potrebbe essere dagli altri re, principi e repubbliche tenuto e giudicato per disamatore della giustizia e per disobbediente al divin precetto nel capitolo primo dellaSacra sapienzadescritto, che cosí dice: «Diligite iustitiam, qui iudicatis terram».

Oltrecché, tal principe o repubblica si dimostrerebbe poco amorevole verso li suoi popoli, essendoché, nel negoziare per conto de' commerci tra mercatanti e mercatanti ed altre sorta di genti, cosí terriere come forastiere, nel fare i loro pagamenti per diverse cause, ne risulterebbe grandissimo danno ai popoli a lui soggetti: e ciò, per causa delle sue monete che si trovassero fatte e che si spendessero in differenza degli ordini universali; perciocché, o che sarebbono ricusate dagli altri popoli, ovvero che sarebbono di subito tassate sotto l'ordine dalla Dieta costituito. Ed ancora tal principe o repubblica non potrebbe in alcun modo resistere alla veritá, la quale dai filosofi vien detta «del tempo essere figliuola».—

E, mentre che noi stavamo su queste nostre quasi dispute, sopravvenne il signor Gasparo, il quale, salutato da noi, ci risalutò con grate accoglienze, e poi si pose anche egli a sedere, come quasi stanco per il caldo. E narrammo cosí succintamente tutto quello che tra noi si era ragionato; ed egli, stando alquanto sopra di sé, ci diede poi questa breve risposta:

—Carissimi come figliuoli, molto mi piacciono gli arguti ed ingegnosi discorsi che tra voi avete fatto; ed io vi dico:

Che a tutti quelli, che ragionar vogliono e discorrere delle cose delle monete, fa di bisogno che prima intendano bene e cerchino di sapere le cause perché dovrebbono essere impresse le tre note su qualunque sorta di monete che di nuovo si facessero, e anche perché dovrebbe esser fatta la tassa universale di tutte le monete finora fatte, dalle quali due azioni dipende tutto l'ordine reale de' danari. Perciocché, se di ciò non avranno cognizione alcuna e desidereranno che in altra maniera vi si provvegga o in particolare o in universale, credete a me che le cose delle monete sempre saranno e resteranno in tutte le parti del mondo instabili, incognite, confuse ed imperfette.—

E, dopo che con tali parole egli ebbe cosí diffinito, ci pigliò per mano e ci condusse nel suo adornato studio, ove viddimo vari e diversi strumenti che si adoprano per le cose che nel maneggio dell'oro e dell'argento occorrono…. Quindi, ringraziandolo della sua amorevolezza, pigliammo da lui buona licenza; e cosí, con lieti baciamani, ci partimmo.

1613

La maraviglia (come affermano li naturali), signore eccellentissimo, può esser prodotta da due cause: overo dall'ignoranza, o che l'intelletto apprenda una cosa per grande. E di questo ultimo modo si maravigliò alcune volte Nostro Signore; ma il primo si può dire quasi commune e generale. E, benché l'ignoranza sia causa e principio d'ogni male, e quanto piú vi concorra malizia tanto maggior possa dirsi ignoranza, ché per questa ragione par che gli effetti causati da quella non possano producere cosa di buono: con tutto ciò, se in ogni altro fusse vero, non è nell'effetto della maraviglia, della quale con veritá s'afferma che abbia di continuo causato e causi in noi grandissimo bene; poiché, eccitando quello innato a tutti desiderio di sapere, scoprendo all'intelletto il velo col quale lo tiene legato l'ignoranza, fa diventare la mente indagatrice delle cause per le quali discorrendo viene a conoscere perfettamente donde e come possano procedere gli effetti delle cause; dal qual modo ebbe principio la filosofia, e in consequenza la veritá che si conosce per quella. Non si deve dunque poner fra numero di cose odiose questa dell'ignoranza figlia, ancorché descenda da matre tanto odiata, e altretanto gli uomini nelli quali si ritrova, si bene in quelli non oprasse il totale effetto di far loro conoscere quel che prima non conosceano, mentre opera almeno che errando s'impara e, a quel che loro non possano arrivare, d'altri l'intendano.

Per questo, avendo considerato piú cittá d'Italia e alcune, ch'appareano dover abbondare, aver penuria, e altre, ch'appareano dover aver penuria, abbondare di moneta, non essercitandosi in nissuna miniera d'oro o argento; e, facendo reflessione in particulare nel nostro Regno, ritrovatolo in grandissima penuria, non obstante che di continuo le robbe sopra abbondanti, che in gran numero vi nascono, vadano fuora, e che si siano fatte diverse provisioni, né mai causato il desiato effetto: mosso da questa maraviglia, ho cercato investigare, in quanto il debole lume del mio picciolo intelletto può arrivare, donde procedano gli effetti predetti. Per li quali conoscere perfettamente, è stato necessario prima intendere le cause, che possano fare abbondare un regno d'oro o d'argento, dove di detti metalli non sia miniera; e dopo, da quelle inferire alla penuria e abbondanza, con le considerazioni delli mezzi e modi dell'operazioni, impedimenti e remedi di quelli, applicandoli al nostro Regno, per saper meglio l'espedienti che si possono per tale effetto tentare. E, si bene non avesse per questo arrivato alla vera cognizione, non restará che almeno errando non impari, e serva per materia e occasione a Vostra Eccellenzia (che è il principale mio intento) di discorrere col suo divino intelletto e arrivare all'intrinseco del vero, per posser dopo con sano conseglio provedere a una infirmitá sí pericolosa del presente Regno. Ché per tal rispetto, trattandosi di materia importante a prencipi pari suoi, e in particulare ritrovandosi nel felice governo del detto Regno, ho preso ardire dedicarli questo mioTrattato delle cause che possono fare abbondare li regni d'oro e d'argento dove non siano miniere, con applicarle al nostro Regno; ché, a rispetto dell'opera e autore, mi avria parso offendere l'orecchie di Vostra Eccellenzia, per ritrovarsi in lei ogni virtú e scienza in quell'eminenza maggiore di tutti suoi illustrissimi antepassati, che senza dubbio fra li prencipi di filosofo e fra filosofi di prencipe deve tenere il nome. E, resplendendo non solo per la sua illustrissima prosapia, ma per le qualitá, accennate fra pari suoi come il sole fra le stelle, meritamente dalla Maestá cattolica se l'è confidato e confidano li piú importanti carrichi che abbia nel suo grandissimo dominio, conoscendo che non solo per quella debba esser mantenuto il retto governo e quiete publica, ma reformato ogni disordine ed errore che si ritrovasse ne' suoi popoli. Cosí come con ogni vigilanza attende che, in quanto si può, si riformi il culto della giustizia, cresca l'abbondanza del vivere, si conservi la pace, svellendo li turbatori di quella, protegendo l'infimi, con il timore ne' grandi, cercando provedere a qualsivoglia disordine picciolo o grande che si ritrovi in detto Regno. Come al presente con esquisita diligenza, congregando consegli ed erigendo nuovi tribunali, cerca di sollevare il povero Regno da quel peso che l'ha posto al fondo e non lo lascia respirare né goder quello che la natura l'ha dato, e fattalo diventare peggiore assai dell'altre parti d'Italia, dico di sollevarlo dall'immenso debito che tengono tutte l'universitá, che per la grandezza di quello par senza remedio, in tanto che d'ogni ora va moltiplicando, e, se non si ripara, bisognará a non poche di dette universitá abbandonar la propria patria e abitare altrove. Qual male non solo si è sparso per tutto il corpo a guisa di lepra, ma maggiormente abbonda nella cittá che ne è capo, al che forse saran gran parte di riparo le provisioni che si aranno da fare, che causaranno l'abbondanza della moneta in detto Regno, che non solo giovaranno per il pericolo predetto, ma ancora che non abbondi di tanti furti e assassinii piú di qualsivoglia parte d'Italia. Restará dunque servita l'Eccellenzia Vostra, con quella solita umanitá, con la quale non sdegna anzi accetta quella picciolissima offerta delli duoi minuti della povera vedova, non sdegnare di legere, qualunque si sia, questa mia opera, la quale trattando materia grande e nuova, per li defetti che vi sono la defenderá l'una e l'altra qualitá. La prima, per non posserla supportare ingegni piccioli, che di sotto non vi caschino; e la seconda, per non permetterli guida, e, bisognandoli farsi essa la strada, non sará maraviglia se si erra. Sia dunque questa mia fatica per abbozzatura dell'imagine, lasciando ch'altri gli donino li perfetti colori e ultimi lineamenti, bastandomi assai far ufficio di cote e ch'il mio pensiero si drizzi a segno di servire in alcun modo il gran zelo di Vostra Eccellenzia. Alla quale, facendo umilissima reverenza, me l'inchino.

Dalle carceri di Vicaria, oggi a 10 di luglio 1613.

Di Vostra Eccellenzia umilissimo servitore ANTONIO SERRA.

Disponere bene una republica overo governar regni e rimediare alli disordini che possono nascere o defetti che vi sono, par sia, quasi e senza quasi, cosa commune a tutti e che ciascuno presuma ciò intendere; di modo che, a qualsivoglia pericolo che li soprastasse e di difficile rimedio, se offereria ritrovar pronto espediente, ancorché rozzo idiota, e diria che si deve far questa provisione, promulgar questa legge e che, si toccasse a lui governare, provederia in quel modo, e cosa simile: soccedendo il contrario in qualsivoglia altra scienzia e arte, che nissuno ardisce trattarne se prima non ha acquistato l'abito o esercizio di quelle in tutto o in parte, come si vede nella filosofia, astrologia, matematica e altre facultá, e cossí in tutte le arti. E quanto si è detto presumersi da ogniuno saper governar regni, nasce in consequenzia dal pretendersi da ciascuno conoscere il giusto da l'ingiusto; ché non solo ogni uomo, quantunque ignorante, professa saper questo, ma insin a' fanciulli, quali ancora non hanno discorso: come si vede per esperienzia che, soccedendo o proponendosi alcun caso a qualsivoglia, e domandandolo:—Qual tiene ragione? Che saria di giustizia?—subito risponderá il suo parere, benché non sia sua professione, dicendo:—Questo ha ragione. Quello vuol la giustizia;—e li fanciulli sogliono far il lor capo e nelle occasioni determinar qual abbia il torto e qual abbia ragione. Lo che professarsi cosí universalmente par debba concludere che tanto governar regni quanto distintamente conoscere l'ingiusto dal giusto sia cosa facilissima, mentre da ogniuno senza impararlo s'intende.

Non è dunque maraviglia se Marco Antonio de Santis, uomo prattichissimo in negozi, con altri si abbia persuaso d'intendere la vera causa perché in questo regno di Napoli vi siano tante poche monete, che si può dire che non ve ne siano, dovendovene essere per necessitá per tanta robba che ogni anno se ne estrae per fuora; applicando questo all'altezza del cambio di Napoli con le altre piazze d'Italia, apportandovi subito il vero remedio a un tanto male potente di causare l'ultima roina del Regno, riformando il cambio a prezzo basso, affermando cosí certo l'uno e l'altro che con maggior certezza non si potria affermare il foco esser caldo, comprobando questa sua sí fatta opinione con tante ragioni colorate, che conforme quella si sia fatta pragmatica sopra la reforma del cambio per questo espediente.

E, benché tanto il saper governar regni quanto conoscere distintamente la giustizia si pretenda intendersi universalmente da tutti, non per questo intendo concedere che in sé siano facili da conoscersi e che si conoscano; ma tutto il contrario: che la conoscenza dell'uno e l'altro sia difficilissima. E, in quanto al sapere governar regni, a me pare con ogni ragione si possa comparare alla difficultá e incertezza della medicina, e che benissimo se li possa appropiare quel che Ippocrate disse di quella: «L'arte lunga, la vita breve, il giudizio difficile, l'esperienzia pericolosa e l'occasione subitanea», come discorrendo ogni savio giudizio può comprendere. E il medesimo conferma la diversitá dell'opinioni sopra questo fra li primi savi del mondo, Platone e Aristotile; e degli antichi, da loro recitate tanto da questo nellaPoliticaquanto da quello nelli libriDe republica; e de' moderni, che han voluto deviare dal parere delli detti, depingendo e approbando il governo tirannico per politico, l'ignoranza de' quali è stata abbracciata da non pochi che governano o consegliano a chi governa. E questo ancora può far chiaro il diverso modo di governar di diverse e medesme nazioni in diversi lochi e tempi, prencipi e signorie, avendo tutte in ogni tempo un medesimo oggetto. Ma la difficultá di conoscere distintamente la giustizia può essere manifesta da questa sola ragione: che la scienzia in sé non ha mezzo certo di conoscere la veritá, né in quella si procede con demostrazione, ma solo con entimemati e argumenti topici: per la quale incertezza Aristotile disse che questa scienzia costava «per posizione e non per natura». Ché se nella filosofia naturale, quale, benché non abbia mezzo tanto certo di conoscere la veritá, avendo quello solo le scienzie matematiche nel primo grado e poche altre, pure si procede con demostrazione, e, con tutto ciò, vi è tanta difficultá intenderla bene da chi la professa; che sará intendere distintamente la giustizia da chi non ha acquistato l'abito? o che l'avesse acquistato, mentre, come si è detto, non vi è mezzo certo, né si procede con demostrazioni? Anzi, professarsi cosí universalmente da tutti e discordar de opinione deve essere segno della gran difficultá, affirmando Platone che quasi dal principio del mondo è stata questa lite di conoscere il giusto da l'ingiusto, e che di tutte guerre successe e discordie ne sia stata causa questa differenzia, non concordandosi in questa determinazione le genti, volendola ognuno intendere a suo modo, discordando l'uno dall'altro, e ancor durare e non aversi possuto decidere, con esser tante volte e fra tanti agitata, e successene tante e tante ruine universali. Il che deve essere certezza della difficultá e importanza grande. Lo che conoscendo benissimo Salamone, essendoli data la elezione da Iddio di chiedere quel che li fosse piaciuto, si elesse domandar la sapienzia, non per altro fine eccetto per posser governar bene il popolo, parendoli la cosa piú importante e piú difficile. Al quale sapere meno avea possuto arrivare perfettamente Moisé, con tutto che fosse l'uomo scientifico e sapiente che da tutti si confessa, e parlasse di continuo col Signore come suo familiare, e potesse con esso consultarsi, e in quel carico fosse suo luocotenente, con esser quasi certo impetrarne qualsivoglia grazia per tal bisogno. E pure da Ietro, suo socero, fu ammaestrato in alcune cose, per toglier alcuni disordini alli quali non sapeva come rimediare, e, nell'acque della contradizione per non sapersi governare, li fu da Iddio negato che introducesse li giudei nella terra di promissione, facendolo morire nel deserto per la diffidenza causata da l'importunitá di detto popolo. E Giustiniano imperatore si gloria piú di aver ridotto in ordine, quale fu un tempo, la legge che di qualsivoglia altra cosa da lui fatta, affermando che non saria bastato saper umano senza il particular favore divino. Il che fu benissimo accennato da Francesco Petrarca in quel sonetto, nell'ultimo terzetto:

Or questo è quel che piú ch'altro n'attrista, che perfetti giudizi son sí rari e d'altrui colpa altrui biasmo s'acquista.

Dove si scorge che per la gran difficultá l'intelletto alle volte si può ingannare, apprendendo per vero il contrario, non pure arrivare vicino al vero o lontano.

E, perché il proposito mio non è di trattar del governo politico in generale, del quale deve bastare quanto si è scritto dagli antichi, essendo bene intesi; né meno del conoscer bene il giusto dall'ingiusto, essendo a sufficienzia provisto a questo da Giustiniano (quando la legge stesse nel stato che la compilò e non nella confusione che si ritrova); ma solo quali siano le cause che possano fare abbondare un regno di monete, non vi essendo miniere di oro e argento, del che né da antichi né da moderni, quali hanno scritto della buona disposizione del stato politico, si è mai trattato cosa alcuna;—né questo l'ha possuto causare la poca importanza o la facilitá della materia, essendo noto a ciascuno quanto possa importare al beneficio publico e particolare del prencipe abbondare il suo Stato di oro e argento o esserne povero; e cosí ancora desiderarsi da tutti e da pochi arrivarsi;—e nel Regno nostro in particolare si sa quante provisioni si siano fatte, esorbitanti ancora, per chi ave avuto cura del governo per tal particolare, per vederlo ognora piú impoverire, conoscendo l'importanza e pericolo grande, e non averne mai giovato alcuna, essendovi causa potentissima, come si è detto, doverne abbondare, che par sia rimedio disperato;—e, benché appara che il detto De Santis abbia trattato, nel suoDiscorso sopra la riforma del cambio, in questa materia, nientedimeno non si può dire che abbia questo trattato, mentre in quello non ha proceduto con metodo di dottrina, né trattato delle cause in generale, ma di un suo pensiero particolare prattico (de quali cose, come dice il filosofo, non è scienzia), immaginandosi che la bassezza del cambio o l'altezza del prezzo della moneta siano l'uniche e sole cause di fare abbondare il Regno di oro e argento, presupponendosi alcuni princípi a suo modo (la veritá della cui opinione si disputerá a pieno nella seconda e terza parte):—perciò, dovendo procedere con ordine, prima si discorrerá delle cause in generale che possono fare abbondare li regni di oro e argento, con applicarle al Regno nostro e altri lochi d'Italia; secondo, si discuterá sopra l'opinione del detto e sue ragioni, se siano vere; e ultimamente si accenneranno alcuni remedi per il Regno nostro per tale effetto.

Delle cause per le quali li regni possano abbondare d'oro e argento.

Quanto importi, cosí a rispetto di popoli come a rispetto di prencipi, un regno abbondare d'oro e argento, e quanto beneficio causi, e che sia occasione potente di non fare commettere molti delitti, ancorché alcuni con loro capricci vogliano il contrario, non mi è parso discorrerlo al presente; e cosí ancora quanto danno apporti esserne povero: parendomi che da ognuno, se non distintamente, almeno in confuso s'intenda. Perciò, avendola per proposizione provata, e che coloro che tengono la contraria opinione debbano essere inviati in Anticira, si tratterá delle cause che ciò possano producere, le quali se divideno in due spezie, cioè naturale e accidentale. La naturale è di una sola maniera, cioè quando nelli regni vi sono miniere d'oro e argento; e, dove è questa causa, bisogna al prencipe fare diversa provisione nel suo regno da quella che faria si non vi fosse. Della quale non intendo trattare, per non esservi detta causa nel nostro Regno, né meno in tutta Italia, dove non si essercita altra miniera di detti metalli, fuorché in Saravez dal granduca di Toscana. Si tratterá dunque de le cause accidentali, per posser quelle applicare principalmente nel nostro Regno e in tutta l'Italia, acciò, data comparazione di cose simili e opposite, nelli medesimi accidenti si vegga meglio la veritá.

Delle cause accidentali e accidenti propri.

Le cause accidentali si subdivideno, ché alcune si diranno di «accidenti propri» e alcune d'«accidenti communi». D'accidenti propri si diranno, quando a quel regno solo e non agli altri accascano o possano accascare; di communi, quando a tutti regni communemente accascano e possano accascare. L'accidenti propri, che possono fare abbondare un regno d'oro e argento, doi sono li principali: la superabondanzia delle robbe, che nel regno nascono superabundanti all'uso necessario e commodo del paese proprio; poiché, portandosi dette robbe in paese dove mancano, o venendosi da detti paesi o altri lochi a comprarle, di necessitá bisogna portarvi oro o argento. E questo accidente si dirá «proprio», perché non ogni regno lo ha o può avere, ed è piú nel nostro Regno che in qualsivoglia altra parte d'Italia, come è noto. L'altro accidente proprio sará il sito, a rispetto d'altri regni e altre parti del mondo; il quale sito, per essere occasione potente e quasi causa del trafico grande di un regno, cosí a rispetto dell'altre parti del mondo come a rispetto di se medesimo, e quella dell'abbondanzia de l'oro e dell'argento, si deve connumerare per uno dell'accidenti propri, del quale si parlerá quando si tratterá dell'accidente commune del trafico. E in questo tiene il primo loco la cittá di Venezia, non solo a rispetto dell'Italia, ma a rispetto dell'Asia ed Europa; come, all'incontro, il Regno è piú d'ogni altra parte privo di questo accidente, come nel loco predetto dell'«accidente del trafico» si dirá appieno.

Dell'accidenti communi.

Gli accidenti communi si divideno in quattro spezie principali, cioè quantitá d'artifici, qualitá de genti, trafico grande de negozi e provisione di quel che governa. E si diranno «accidenti communi», perché possono accascare in qualsivoglia regno; li quali, concorrendo in alcun loco, senza dubbio, quando non vi nascesse cosa alcuna soverchia per uso loro, ma del tutto avessero bisogno provedersi da fuora, senza miniera alcuna d'oro o argento, lo faranno abbondare di detti metalli.

La quantitá dell'artifici fará abbondare un regno o cittá di denari, quando in quelli si essercitano piú e diversi artefíci necessari o commodi o dilettevoli all'uso umano in quantitá grande, che soprabondi al bisogno del paese; quale accidente deve essere non solo posto il primo delli communi, ma per piú respetti preferito a l'accidente proprio della robba soverchia.

Prima, per la maggior certezza che è in quello, poiché è piú sicuro l'artefíce guadagnare mentre si essercita nel suo artificio, che il contadino o altri mentre coltiva o fa industrie nelle sue robbe, dependendo questo guadagno non da la sola opera de l'uomo, ma dalla temperie della stagione, secondo il diverso bisogno della terra, quale in altri tempi desidera piogge, in altri sole, con altre circonstanzie; e, quelle mancando o soccedendo intemperie, non giova cosa alcuna l'opera e, in loco di guadagnare, alcuna volta si perde. Ma nell'artefíci sempre vi è sicuro il lucro, mentre vi si spende l'opera.

Secondo. Nell'artefíci vi può essere moltiplicazione, e per quella moltiplicarsi il guadagno; lo che non può succedere nella robba, non si possendo quella multiplicare, che nissuno, per essempio, se in alcun suo territorio non si può seminare se non cento tomola di frumento, potrá fare che se ne seminino centocinquanta. Ma nell'artifíci è il contrario, che si possano moltiplicare non solo al doppio, ma a cento doppi e con minor proporzione di spesa.

Terzo. Dell'artifici vi è piú sicuro l'esito che delle robbe, e in consequenzia vi è piú sicurezza del guadagno che vi sia piú sicuro l'esito. Per questa sola ragione deve essere chiaro che le robbe difficilmente si possano conservare per alcun tempo, che non si corrompano; e da questo soccede che con il medesimo pericolo se estraano da un paese ad un altro lontano, e, succedendo caso che non si potessero smaltire per il tempo presente, volendole conservare per il futuro, vi succede il detto pericolo. Ma nell'artifici vi è tutto il contrario, ché facilissimamente si conservano non solo per breve, ma per lungo tempo, e per la medesima ragione si estraeno con ogni commoditá per ogni lontanissimo paese. E, essendo al dí d'oggi cosí facilitata l'arte del navigare, che in questo solo li moderni han superato gli antichi, di modo che non solo da levante in ponente e dal mezzogiorno a tramontana, ma insin da un emisferio all'altro si è introdotto il commerzio, che commodamente si portano robbe da questo a quello, chi non concederá per questa ragione esser piú sicuro l'esito dell'artifici che delle robbe, e in consequenzia la certezza del guadagno?

Quarto e ultimo. Al piú delle volte si cava piú dall'arteficio che dalla robba, come si vede dall'arteficio della lana, particolarmente nei panni fini, nell'arteficio de lini, sete, armi, pitture, sculpture, stampe e tutti altri artefici risguardanti drogherie, con altri infiniti, che saria soverchio dirlo; per ogniun de' quali questo accidente deve essere preferito all'accidente della robba soverchia, il quale, quando è in perfezione in alcuna cittá o regno, sará una delle cause potentissime di farlo abbondare d'oro e argento, molto piú della robba soverchia. E nell'Italia terrá il primo luoco la cittá di Venezia, la quale tiene in perfezione questo accidente, della quale se ne cavano tante e tante robbe per gli artifici, e vi entrano, per quelli, denari, come è notorio. Come nell'incontro la cittá di Napoli si metterá per quella nella quale questo accidente sia in nissuna perfezione, poiché non solo non vi sono tutti o la maggior parte d'artefici, ma quelli che vi sono, fuorché gli artifici della seta, non vi sono in quantitá per estraerne fuora, come è necessario per produrre l'effetto predetto, ma neanco per quanto bisognano a essa e al Regno del quale è capo, che non li bisognasse pagare l'arteficio d'altra parte, come, quando si fará comparazione, contraponendola con la cittá di Venezia circa l'abbondar di denari, si dirá a pieno.

De l'accidente commune della qualitá delle genti.

Nel secondo loco deve succedere l'accidente della qualitá delle genti; e si dirá questo accidente essere in alcun regno o cittá, quando li abitatori del paese sono di natura industriosi o diligenti e de invenzioni, che non solo traficano nel medesimo loro paese, ma fuora, e discorrono dove e in che modo possano applicare le loro industrie; per le quali senza dubbio abbonderá la cittá d'oro e argento, poiché non solo caveranno denari dall'industrie che si possono fare nel paese proprio, ma di quelle che si possono fare nel paese d'altri. E questo accidente tiene il primo loco in fare abbondare la cittá o regno di monete in particolare piú che in universale. E a questo rispetto Genova sará la prima cittá in Italia, nella quale sia in perfezione questo accidente, per il quale vi sono tanti denari, che in nissuna cittá d'Italia ve ne sono tanti in particulare; e, dopo quella, Fiorenza, e, dopo, Venezia, nella quale, benché vi sia piú trafico che in tutte le cittá d'Italia insieme, nientedimeno a rispetto di questo accidente terrá lo terzo loco. Come, dall'altra parte, la cittá di Napoli sará quella, insieme col suo Regno, dove il predetto accidente non se ritrova, ma vi è tutto il contrario, poiché l'abitatori del paese sono tanto poch'industriosi, che non traficano fuora del loro proprio paese; e non solo non traficano nell'altre province di Europa, come Spagna, Francia, Alemagna e altre, ma neanco nella propria Italia; né fanno l'industrie del paese loro istesso, e in quello vengono a farle gli abitatori d'altri luoghi, principalmente della loro medesima provinzia, come sono genoesi, fiorentini, bergamaschi, veneziani e altri. E, con tutto che vedeno le predette genti far l'industrie nel loro medesimo paese e per quelle arrichirsi, pure non sono di tanto d'imitarli e seguir l'essempio, fatigando nelle proprie case. L'opposito tutto di genoesi, li quali, non contenti dell'industrie che si possono fare nella loro medesima provinzia, dico Italia, giá che nel proprio paese poche ve ne sono, non sparagnano fatiga o pericolo, peregrinando non solo per ogni provinzia dell'Europa, ma dell'altre parti del mondo, insin nelle Indie nòve, quando possono aver licenzia dalla Maestá cattolica. E da l'effetto si conosce quanto sia importante questo accidente della qualitá delle genti: ché li predetti, con essere il loro paese sterilissimo, abbondano di tanti denari; e li cittadini di Regno, con essere il paese tanto abbondante, sono tanto poveri.

Dell'accidente commune del trafico grande.

Nel terzo loco succederá l'accidente del trafico grande, del quale suole essere potentissima occasione e quasi causa l'accidente proprio del sito del luoco, come s'accennò nel capitoloDell'accidenti propri. E questo accidente del trafico fará abbondare il paese de denari, quando vi è in quantitá, a rispetto delle robbe d'altri luochi che del paese istesso; perché il trafico, che è in alcun loco a rispetto delle estrazioni delle robbe proprie, quali superabbondano al paese, non può essere molto. E li denari, che vengano per tal rispetto, all'accidente proprio della superabbondazia delle robbe si deve dar la causa, e non al trafico; e quel che vi è, a rispetto delle robbe si portano da fuora per bisogno di se medesimo, lo fará impoverire, e non abbondare de denari. Sí che si conclude che in tanto il trafico grande fará il predetto effetto, in quanto sará nel loco a rispetto delle robbe d'altri paesi per altri paesi, e cosí de' negozi, e non a rispetto di esso medesimo; che fa il contrario effetto. Del qual trafico (come si è detto) è occasione potentissima e causa il sito; e che, dove è trafico grande, de necessitá vi debbia essere quantitá di monete, non accade provarlo, poiché il trafico non si può far senza quella, e a tal fine si fa.

E, sí come si disse nel predetto capitolo, la cittá di Venezia tiene il primo luoco in Italia, non solo a rispetto della medesima Italia, ma a rispetto di tutta l'Europa, per ragione del sito: come si vede per esperienzia che tutte le robbe, che vengono d'Asia in Europa, passano in Venezia e di lá si distribuiscono per l'altre parti; e cosí all'incontro le robbe, che vanno da Europa in Asia, similmente da quella se inviano: per il che vi è il trafico grandissimo, mentre da quella in tanti luochi se inviano tante robbe. E in questo non solo giova la commoditá del sito, sí a rispetto dell'Asia per l'Europa e dell'Europa per l'Asia, ma a rispetto dell'Italia medesima, per andare la maggior parte de' fiumi di quella nel suo mare, e questo facilitar la condotta di robbe per diversi lochi; e, oltra ciò, è situata quasi nel fianco dell'Italia e non è lontana né dal capo né dalla coda (il che dona commoditá per la condotta predetta): ma ancora giova la quantitá dell'artefíci che in essa si ritrovano, il cui accidente causa concorso grandissimo di gente, non solo a rispetto dell'artefíci (ché, in tal caso, a quello si attribueria la causa), ma a rispetto del concorso di questi doi accidenti insieme, che l'uno somministra forza all'altro; ché il concorso grande, che vi è a rispetto del trafico, e la ragione del sito cresce per la quantitá dell'artefíci, e la quantitá dell'artefíci cresce per il concorso grande del trafico, che per il concorso predetto diventa maggiore.

All'incontro, la cittá di Napoli e Regno non tengono altro trafico che quello che vi è a rispetto di se medesimo, e non d'altri luochi di fuora, come si vede per esperienzia che, fuorché le robbe che in essa nascono, poche o nulle se ne distribuiscono per alcun loco. E di questo è causa il sito pessimo del Regno, per questo effetto: poiché, estendendosi l'Italia fuor della terra come un braccio fuora del corpo (che per questa causa è stata detta «peninsula»), il Regno è situato nella mano e ultima parte di detto braccio; sí che non torna commodo ad alcuno portar robbe in esso per distribuirle in altri luochi. E in tanto è vero che il sito del Regno per tal rispetto sia pessimo, che non bisogna mai passare per quello ad alcuno per andare ad altro paese. Sia di qualsivoglia parte del mondo, e voglia andare in qualsivoglia altra, non passerá mai per il Regno, se non vi vuol passare per suo gusto e allungare la strada, o che vi vada per negozi propri: per lo che non solo non è commodo a' negozianti portarvi robbe per distribuirle in altri luochi, ma incommodo e danno. E, concorrendo in Regno la detta qualitá del sito con quella della gente senza industria e la povertá dell'artefíci, di necessitá viene a mancare l'accidente del trafico, che non vi può essere si non a rispetto di se medesimo; il che, oltre non possere essere grande, non può causare abbondanzia di denari, ma penuria, fuorché per l'estrazione della robba soverchia, come si è detto.

Dell'accidente commune della provisione di colui che governa.

L'ultima spezie è la provisione di colui che governa, il quale, considerando la disposizione del suo Stato, e li diversi accidenti che in quello si trovano, e delli Stati convicini e lontani con quali si ha o può aver commerzio dal suo regno, discorrendo le cause o occasioni che possono fare abbondare di monete il suo dominio e quelle che possono impedire, applica diverse provisioni, secondo li diversi effetti che vuol causare, rimovendo gl'impedimenti che potriano ostare all'effetto che si desidera. Ma, come si disse nel proemio, non è cosí facile sapere bene disponere questo accidente; e bisogna a quel che governa considerar bene non una cosa sola, ma molte, e aver risguardo all'inconvenienti e altri effetti che possono essere causati dalla provisione e non ingannarsi nei mezzi principali. Giaché, come si è detto, per la difficultá alle volte si piglia dall'intelletto un contrario per l'altro; principalmente in questo particulare, per dependere l'effetto non d'alcuna causa necessaria, ma solamente contingente, che è la volontá dell'uomo, per la quale disponere bisogna avertire a piú d'una cosa, solendo la medesima causa produrre diversi effetti a rispetto di diversi soggetti (come il sole indura il fango e fa diventar molle la cera, e uno leggiero sibilo irrita li cani e quieta li cavalli), dovendo procedere l'osservanza della provisione dalla volontá, come si è detto, degli uomini. E, si bene a rispetto de' suoi sudditi potesse forzare, bisogna avertire per qual altra strada indiretta dalli medesimi si possa impedire, essendovene molte; e non solo questo, ma a rispetto degli uomini che non sono sudditi, quali deve allettare o la provisione che si fa o farsene altra, che per commoditá vi concorrano, con altre infinite considerazioni; e, conosciuto questo, considerare come si possono applicare nel suo Stato: lo che si è detto quanto sia difficile. E molti pochi sono arrivati a questa eccellenza, fra li quali, al mio giudizio, deve essere numerato e posto fra i primi, cosí antichi come moderni, Sisto papa quinto, il quale nel sapere conoscere gli espedienti de' suoi Stati e quel che li possea causare, e che remedi fossero necessari per li defetti, con essere pronta piú l'essecuzione che il discorso, con quanto altro bisognava per la perfetta disposizione del Stato politico, senza forsi deve essere preferito a quanti sono stati nel mondo. Né solo vi è questa difficultá, ma, dopo conosciuta la provisione, non farsi tirare da alcuna passione propria, la quale impedisca il retto discorso e, se non l'impedisce, faccia tenerne poco conto, facendolo condescendere al proprio desiderio e non al publico beneficio. Quale accidente, quando si ritrova perfettamente in alcun regno, non è dubbio che sará il piú potente di tutti farlo abbondare d'oro e argento, poiché si può dire come causa efficiente e agente superiore di tutti gli altri accidenti; ché quelli può causare, con altre infinite occasioni, e conservare nel suo bene essere e rimovere gl'impedimenti e per piú modi fare resultare il medesimo effetto, non solo nelli paesi dove vi è buona disposizione delli predetti accidenti o con effetto vi sono, ma ancora in paesi dove non vi è disposizione, né vi è alcuno delli predetti accidenti.

Come si è visto per esperienzia, nel tempo predetto del pontificato di Sisto quinto, nella cittá di Roma, nella quale non vi è alcuno delli predetti accidenti, né pure in mediocre perfezione, né il loco è disposto; ché li denari, che vi sono, sono per li prencipi forastieri che vi vengono e prencipi di Santa Chiesa e ambasciatori, che vi stanno per la residenza del sommo pontefice, e per quella il concorso di tutta la cristianitá per diversi negozi: cose tutte subalternate all'accidente del trafico, per questo rispetto. E, con tutto ciò, fûrno tante e tali le provisioni del detto pontefice, che, non obstante li tempi calamitosi ne' quali successe al pontificato, oltre di avere in un batter d'occhio ridotto in quiete e abbondanza tutto il Stato di Santa Chiesa, restituita la giustizia in quel vigore che poche volte ha avuto, e magnificata e abbellita Roma con far tante e tante spese come al presente si vede, ridusse millioni cinque d'oro nel castello di Santo Angelo, dove, forsi e senza forsi, per alcune centenaia d'anni non erano stati tanti in tutta Roma, né credo vi siano al presente, giaché per piú occorrenze dopo si sono spesi. Che da questo solo si può considerare quanto possa la provisione di colui che governa.

E in quel tempo produce mirabilmente il suo effetto, quando per la vigilanza del prencipe non si è permesso causare alcun disordine nel suo Stato, contrario a quella disposizione; ché, quando vi è causato disordine, tanto piú si rende la provisione difficile, particolarmente essendo il disordine potente e invecchiato, che non sempre è possibile o presentaneo il rimedio, benché si conosca la causa, se bene il contrario abbia parso al detto De Santis, come si dirá appresso. Dico dunque che questo accidente, quando è nel suo bene essere, è il maggiore che possa essere nelli regni; e, sí come la giustizia contiene in sé l'altre virtú, con esserne patrona, per movere quelle al suo fine, come dice san Tomaso, cosí questo accidente contiene tutti gli altri accidenti, e quelli può causare e movere al suo fine e mantenerli.

E, se mi si dicesse che, essendo vero questo, io ho fatto errore non darli il primo loco, preponendolo alla quantitá degli artefíci, respondo che l'ho fatto avendo risguardo alla certezza di quello e incertezza di questo. Dico «incertezza» non a rispetto di se medesimo, ma a rispetto dell'operante, per la difficultá che si è detta, avendo in questo seguito l'opinione di coloro che preferiscono la certezza della cosa alla nobiltá del soggetto.

Che non vi siano altre cause delle predette.

Altre cause delle predette non vi sono, che non siano o cause o occasioni subalternate a quelle; sí come, se si vuol ponere per occasione d'alcun momento, quando ciò fosse, il prezzo basso del cambio, saria occasione che saria subalternata all'accidente commune del trafico; e cosí ancora l'occasione del prezzo basso dell'entrate, che similmente staria sotto l'accidente predetto del trafico; come ancora il prezzo alto della moneta si porrebbe sotto l'accidente della provisione di colui che governa. Le quali cose e simili non si possono dir «cause» né meno subalternate, ma «occasione», perché non producono l'effetto necessariamente, benché al detto De Santis il solo prezzo basso del cambio gli abbia parso non solo causa principale e potente, ma unica, e cosí il prezzo alto della moneta; del che si ragionerá nella seconda e terza parte. Si conclude, dunque, altre cause che le predette non vi essere, che siano principali; le quali acciò meglio s'intendano e con essempio si conoscano, si fará comparazione della cittá di Napoli con alcune cittá d'Italia, discorrendo d'alcuni accidenti di detta cittá pertinenti a questo proposito.

Comparazione della cittá di Napoli con la cittá di Venezia e Genoa a rispetto delli predetti accidenti.

Essendo queste cittá, Venezia e Genoa, quelle nelle quali non solo non si ritrova l'accidente proprio della superabbondanzia delle robbe, ma de diretto contrarie, che in nisciuna di queste non solo non vi si fa la bastanza, ma neanco parte alcuna si può dire; e all'incontro la cittá di Napoli, quella nella quale si ritrova in perfezione questo accidente, estraendosi dal Regno, come afferma il detto De Santis, circa sei milioni l'anno di valuta di robba (del che poco mi curo se sia cosí o no): le prime cittá sono abbondantissime di moneta e Napoli poverissima. Con ogni ragione mi è parso, dovendosi fare comparazione delle cittá d'Italia con Napoli, a rispetto della abbondanzia delle monete per causa delli predetti accidenti, far comparazione con le predette, essendo de diretto contrarie a Napoli, nell'accidente della superabbondanzia delle robbe, e, quanto all'altri, con discorrere delle cause di detti contrari effetti. Per il che s'intenderá meglio quanto s'è detto di sopra, e ancora parte di quello si ha da dire; e dalla comparazione delle predette cittá con quanto si dirrá sará facile a ciascuno il discorrere e fare comparazione dell'altre cittá d'Italia, giaché questo non si fa per altro che per maggior chiarezza. E, perché la cittá di Venezia maggiormente s'oppone de diretto, nell'accidenti predetti, con Napoli, e in altre qualitá e accidenti, che possono causare gli effetti dell'abbondanza della moneta, sono contrarie, per questo si metteranno tutti gli accidenti dell'una e dell'altra, comparandola prima con la cittá predetta di Venezia, dalla quale comparazione sará chiara ancora la comparazione di Genoa. E, acciò meglio s'intendano, si contraparano le qualitá dell'una e dell'altra.

Condizioni della cittá di Napoli e Venezia per l'effetto predetto.

Napoli tiene nel suo regno non solo quanto li basta per il suo vitto, ma se ne estrae robba per fora di valuta di milioni sei l'anno.

Venezia nel suo dominio non tiene cosa alcuna che sia sufficiente o parte mediocre per il suo vitto, e non se ne estrae fuora cosa alcuna, ma li bisogna spendere ogni anno circa milioni otto per il vitto e piú.

La moneta tanto d'oro quanto d'argento in Napoli è valutata a prezzo alto piú di tutta l'Italia, e in consequenzia di Venezia. Di modo che d'ogni parte d'Italia che si porta moneta in Napoli si guadagna nell'argento circa cinque per cento e piú, e nell'oro, nel quale non è prezzo fermo e si può dire che non corra per moneta, si guadagna molto piú, nel prezzo che correr suole: e all'incontro, portando moneta di Napoli in qualsivoglia parte d'Italia, si perde circa otto per cento. E se ad alcuno paresse il contrario in alcune delle parti predette, cerchi levarsi d'errore con faticarsi conoscere la veritá; e se ne dirá alcuna cosa nella seconda e terza parte.

La moneta in Venezia, a rispetto di Napoli, tanto d'oro quanto d'argento, è valutata a prezzo basso, che, portandone da Venezia in Napoli, nell'argento si guadagna, come si è detto, circa piú di cinque per cento, e nell'oro, secondo il prezzo che corre, piú; e all'incontro, portandosi monete da Napoli in Venezia, si perde, come si è detto, nella condizione di Napoli; e, a rispetto dell'altre parti d'Italia, portandosi moneta da Venezia in altri luochi d'Italia o da quelli in Venezia, si perde la manifattura sola della zecca.

Da Napoli non si possono estraere monete né forastiere né cittadine, né oro né argento, sotto pene gravissime e perdite di dette monete, e al presente si paga triplicatamente.

Da Venezia si può estraere ogni quantitá di monete proprie, ma non di forastiere, e almeno ogni anno se ne estraeno per Levante solo piú di milioni cinque.

In Napoli l'entrate sono valutate a prezzo basso, che si aranno da sette e mezzo, e otto, e insin a diece per cento; che, per li tanti debiti vecchi e penurie di monete, ogni grandissima somma vi si potria impiegare.

In Venezia l'entrate sono valutate a prezzo alto, che non si possono avere piú di quattro o cinque per cento, ché poco conto tornaria a qualsivoglia impiegarvi le sue monete.

In Napoli l'entrate, che vi ha la Maestá cattolica, si spendono tutte e moreno nel medesimo Regno, ché non se ne incascia parte alcuna, e piú volte vi manda milioni di contanti; se bene poche se ne potria incasciare, per essere quasi tutte vendute e convertite in soldo d'avantagiati e milizia per il Regno.

In Venezia non si spendono altrimente tutte l'entrate che tiene la Signoria, ma la maggior parte s'incascia; e, dopo che levôrno il debito fatto l'anno 1570 e 1571 per l'armate per opera del procurator Priuli, nell'officio della depositaria vi si metteno ogni anno ducati circa seicentomilia, oltre di quel che s'incascia nel tesoro in zecca.

Sí che, considerando le condizioni dell'una e dell'altra cittá, quelle di Napoli tutte sono e deveno essere causa e occasione potente di farla abbondare di denari, come all'incontro quelle di Venezia causa e occasione d'impoverire: nientedimeno l'effetto riesce al contrario, ché Venezia abbonda e Napoli è povera di moneta. Si ha da considerare dunque come vi siano questi contrari effetti.

Come, non obstante le condizioni predette, Venezia abbonda d'oro e argento, e perché.

Le condizioni della cittá di Venezia, come si è detto, tutte importano quasi esito, e all'incontro quelle di Napoli introito; per lo che quella povera e questa ricca dovrebbe essere di monete: nientedimeno gli effetti sono contrari, ché quella ricca e questa è povera. Bisogna dunque ritrovar la causa donde nasca questo contrario effetto. E, per incominciar da Venezia, poiché di necessitá l'esito presuppone l'introito (ché altrimenti saria impossibile), la difficultá sará ritrovare l'introito tale, che non solo sia bastante per l'esito, ma lo superi di modo che produca l'abbondanzia che vi è di moneta; quale ritrovato, cessará la maraviglia e contrarietá predetta. E senza dubbio alcuno, ritrovandosi in detta cittá li tre accidenti communi in perfezione, cioè quantitá d'artefíci, trafico grande e provisione di colui che governa, si ha da concludere che dalli predetti accidenti sia causato introito tale, che comporti non solo l'esito predetto, ma faccia l'abbondanzia che vi è.

Che l'accidenti predetti vi siano, per li primi doi non m'occorre fatigare di provarli, per essere noti a chi vi è stato e a chi non vi è stato; e il terzo deve esser noto dall'effetto, poiché, come si è detto, la provisione di chi governa è come causa agente che move, può causare e conserva gli altri accidenti, ed è quella che regge l'ordine, senza il quale non può stare bene cosa alcuna nel mondo, come la confusione, contraria all'ordine, produce ogni cosa mala ed è una delle miserie che si trovano nell'inferno. E di modo stan ben disposti detti accidenti in detta cittá, che somministrano introito tale, che, levatone l'esito predetto, la rendono abbondante piú di qualsivoglia altra cittá, non solo d'Italia, ma d'altri luochi dove sono miniere d'oro e argento. E la disposizione è tale, che l'uno giova e migliora l'altro: poiché il trafico grande aiuta e migliora l'accidente dell'artifíci, quelli moltiplicando; e la multiplicazione e miglioranza dell'artifíci aiuta e migliora il trafico. E cosí la provisione di coloro che governano mantiene e regge in loro bene essere questi accidenti, togliendo l'impedimenti che per l'occorrenze possono succedere, e similmente dando occasione ognora che gli artéfici e mercatanti, che vi sono, continuino li loro artifíci e mercanzie, e ancora dall'altra parte ve ne concorrano, col somministrare loro ogni commoditá, disponendo diverse cose a rispetto cosí dell'uno come dell'altro, con altre provisioni, che possono causare altre e diverse occasioni, secondo le diverse occorrenze.

Se bene, circa l'accidente del trafico e provisione di chi governa, detta cittá tiene alcune specialitá piú degli altri luochi dove si volessero introdurre detti accidenti, avendo, a rispetto del trafico, il sito, come si è detto di sopra, e, a rispetto della provisione de chi governa, vi è questa specialitá: che sempre si può dire il medesimo governo. Lo che non è stato mai in altre signorie e republiche, dove potria succedere questa continuazione: ché nelli regni non può durare un governo medesimo piú d'anni cinquanta incirca, quando vi risiede il prencipe, e che da principio insin al fine fusse stato del medesimo sapere e giudizio e conosciute le medesime esperienzie; ma, dove non risiede il prencipe, tanto dura quanto dura il tempo dell'officio del viceré, come è noto. Poiché tanto può durare in un regno il governo d'un medesimo modo, in quanto vive il re che lo governa: dopo, morendo, o che il successore sia il figlio o altri, il governo che succede non sará il medesimo come quel di prima; e perciò è in proverbio: «Novo re nova legge»: mentre non si conforma in tutto nell'opinione col predecessore, né meno può sapere che cosa il predecessore giudicava per disordine del suo regno, né che provisione avea da fare, né quelle che averá fatte per rimedio delli disordini passati, ché dalle esperienze passate si possa risolvere per li medesimi o novi disordini che succedono; ma, incomminciando a provare a suo modo, non vi è cosí certezza che debbano riuscire. Per la qual cosa li sudditi di Santa Chiesa, per la continua mutazione, non consequiscono quel governo bono, che potriano consequire se il governo fusse stabile.

Ma nel governo di Venezia, essendosi atteso dal principio della sua propagazione a governar bene, avendo per oggetto il beneficio publico, hanno instituito piú e diversi ordini, con farne d'ognora novi, migliorando o togliendo li passati secondo è parso espediente, particolarmente sopra la creazione di magistrati e regimento di quella, che s'è mai ritrovato in altre signorie e republiche simil modo di crear magistrati. E, come l'esperienzia ha dimostrato, non vi è stato dominio o republica al mondo che abbia tanto durato quanto ha durato e dura Venezia, che ancora è vergine, e sono circa mille e ducento anni che è edificata dopo del flagello di Attila. Dico dunque che, essendo l'ordine di creare li magistrati, e in tanta perfezione che è impossibile che alcuno vi si possa creare o per subornazione o compiacenza, come è noto a chi lo sa, né ascende a grado supremo persona che non sia esperimentata, né gli infimi e mediocri, e che in nisciuno di quelli abbia fatto malamente; ed essendo il Conseglio detto de «pregai» il supremo de tutti, come anticamente il senato in Roma, quale ha potestá di fare e disfare legge, guerre e pace (nel quale Conseglio sempre vi sarranno da circa centocinquanta senatori e piú, quali in effetto sono come in vita, e di loro s'è fatta esperienza per li passati magistrati, né vi è magistrato che per un minimo tempo abbia potestá soprema senza il consenso del Conseglio de «pregai»: stando cosí dunque ordinato questo governo, di necessitá séguita che sempre sará un medesimo. Poiché, essendo li senatori di tanto numero e standovi in effetto in vita, non può mai succedere che per morte possano mancare tutti o la maggior parte, sí che quelli che vi entrano, non sapendo quello che li primi teneano per disordine o per rimedio del loro stato, o sapendolo, si vogliano difformare dalla loro opinione. Ma quelli che succedeno sempre ritrovano maggior numero di vecchi senza comparazione, da' quali intendono li disordini passati e presenti e li possibili futuri con li loro remedi; né, volendosi difformare dalla loro opinione, possono fare altra provisione, mentre bisogna che siano in uno concordi, o la maggior parte vinca. E cosí va succedendo da mano in mano; sí che per detta causa sempre si può dire il medesimo governo: lo che importa molto. Come (stando nella comparazione del medico con colui che governa, come si disse di sopra) di piú certa esperienza sará il medico e di migliore riuscita saranno le sue provisioni, quando, avendo governato piú e piú volte un ammalato e conosca la complessione e qualitá di quello, se gli occorrerá governarlo di nuovo; che non sará quel medico che è nuovo circa il governo dell'ammalato, che per coniettura può argomentare la sua complessione e non per esperienza o per la riuscita delli remedi: cosí mi pare che vi sia differenza fra le provisioni che averá da fare uno che governa ed è nuovo nel governo per alcun disordine o nuovo ordine del suo Stato, da quelli che faria uno che è vecchio nel medesimo governo e ha conosciuto li disordini passati e rimedi fatti con gli altri accidenti del suo regno. Sí che, essendosi dechiarato donde procede questo introito e vistosi gli effetti grandi che fa, sará per argomento efficace che non mi sia ingannato doversi preferire questo accidente commune della quantitá degli artifici all'accidente proprio della superabbondanzia della robba. Resta da discorrere sopra l'effetto delle condizioni di Napoli.

Come, stante le condizioni di Napoli, sia quella povera di oro e argento.

Si come le condizioni che si dissero di Venezia si applicano a esito, e si è declarato donde procede l'introito; cosí all'incontro le condizioni di Napoli importano introito senza esito, e perciò bisogna risolvere con difficultá perché non si ritrova né in tutto né in parte detto introito, come è notorio: lo che è di maggior maraviglia della prima. E, per risolverla, bisogna di necessitá una delle due proposizioni esser falsa: o non concedere esito, o negare l'introito, ché altrimenti implicarebbe contradizione. Quale difficultá generando maraviglia a tutti, e non possendo risolverla detto De Santis d'altra maniera, applicò al cambio alto il mancamento dell'introito e l'accrescimento dell'esito. Della cui opinione si dirá nella seconda parte, e allora si fará chiaro come con ragione vi sia questo in Napoli, dechiarando donde procede il poco e nullo introito, dove corra l'esito, senza che il cambio alto o basso sia in considerazione alcuna.

E, volendo ritrovar la veritá, bisogna conoscere che certezza tengono l'una e l'altra proposizione, e non fare supposizione di cosa non certa e propria: si ha da conoscere la veritá dall'introito, il quale, come si è detto di sopra, secondo l'opinione del detto De Santis, dovria essere ogni anno da milioni cinque, dedutte le robbe che da fuora vi bisognassero, la somma delle quali, secondo il suo parere, può ascendere a ducati seicentomilia, e che l'entrate vendute a forastieri importassero altretante, giaché si è concesso essere esito di robbe fuora da milioni sei e piú: che, togliendone il predetto milione e ducentomilia, che importa della robba che bisogna di fuora, e l'entrate vendute, che si contraponeno per esito, ci dovria restare ogni anno milioni cinquanta. E, perché, come si è detto, si è concesso esservi esito di robbe di milioni sei per fuora, quali si pongono per introito, non occorre disputare se sia o non vero, ma solamente se effettivamente l'introito vi viene o, venendovi, bisogna ritrovar l'esito. Perciò il tutto consiste: se è vero che non vi sia altro esito, e se con effetto vi viene il denaro; ma, perché l'esito è di altra quantitá della predetta somma (ché l'entrate e industrie di forastieri, giunte con le robbe che vengono da fuora, superano di gran lunga la quantitá predetta), seque che l'opinione predetta non sia vera. Dal che resta resoluta la difficultá perché Napoli sia povera d'oro e argento, ancorché vi sia esito di robbe per fuora Regno da circa milioni sei l'anno.

E, per conoscere questo, bisogna avertire prima di che robbe tiene bisogno Napoli da fuora, o siano necessarie o commode o dilettevoli agli uomini di Regno, e considerar bene a che somma possano ascendere e che con effetto ci vengono, perché bisogna necessariamente ponerle per esito: altrimente non occorre ponere per introito le robbe che si estraeno, ché saria giudicare una istessa cosa diversamente.

E, incomminciando, cosa chiara è che in Regno non vi è artificio di lana per panni fini e il vestire vien da fuora (come confessa il detto De Santis nel sesto effetto che dice dover far la pragmatica); e (giudicando all'ingrosso), essendo il Regno da circa un milione di fochi con li franchi e fraudati, facendosi il conto delle persone per ogni foco e quanti possono vestir di panni fini, ché, oltre tutti nobili e mercanti e cittadini ricchi, ogni artegiano mediocre tiene vestiti almeno per le feste de detti panni, e vedasi a quanto ascende un vestito e quanto dura: ché, volendo scandagliare bene, arrivará a milioni tre; ma mi contento si ponga questo esito di panni meno di milioni doi. E a questo vi si agiunga preti e fratri con monaci, quali tutti la maggior parte vestono di panni da fuora, che importa alcuna cosa. Sí che la somma, che si è detto, piú presto poca che soverchia si può dire.

Oltre di questo, il Regno tiene di bisogno di tutte cose di speziarie, dico delli principali semplici, come sono reubarbaro, agarico e altri semplici, e d'alcune cose composte, come sono teriache, mitradi e altre, quali quasi tutte vengano da Venezia.

Cosí ancora tutte cose aromatiche, come pepe, cannella, garofani, noci moscate, zenzero, mirra, incenzo, storace, belzui e infinite altre.

Né meno tiene zuccari a sufficienza, ché, considerando, come si è detto, la grandezza del Regno e il numero di dette cose (e in particulare del pepe, che non vi è foco che sottosopra non ne consumi circa mezzo ducato, e il simile di semplici di speziaria), e cosí fare il conto a proporzione dell'altre cose, che forse ascenderá alla somma delli panni o poco meno.

E si ha da considerare ancora che tutte robbe di drogherie, tanto artificiali quanto naturali, tutte vengono da fuora, e la maggior parte e tutte da Venezia, per essere, come si è detto, il Regno poverissimo d'artifici, come sono il vetriolo, argento vivo, solimato, cinabrio, antimonio, arsenio, orpimento, verderame, sale ammoniaco, biacca, minio, tuzia, canfora, alume, verzini, e tutte cose bisognanti a tintori, e tutti colori, con l'altre cose di drogherie, che sono in numero grandissimo. E, si bene pare che di queste cose ogni poco bastasse e che non vi bisognasse quantitá notabile, mentre a tutti non son necessarie, ma a genti particulari, dico, oltre la maggior parte delle cose predette e altre, servire per uso necessario d'arti, per le quali servendo, stante la grandezza del Regno, la quantitá delle cose è d'alcuna considerazione notabile. Ma ancora quelle, che non serveno per arti né per cosa necessaria o commoda fuorché per capriccio, stante la grandezza predetta del Regno, e la quantitá è ancora di considerazione. Ché del solimato, quale principalmente non serve a altro che a stroppiar il viso alle donne, se ne consuma alcuna parte e, come si è detto, non serve a cosa alcuna, facendosi dunque il computo e avendo risguardo alla grandezza del Regno, sará d'alcuna quantitá che forse arrivaria a un milione.

E similmente in Regno non vi è miniera alcuna di metalli, fuorché di ferro; né meno è sufficiente per il suo bisogno e da fuora ne viene gran parte: cosí come viene tutta la rame, tutto il piombo e tutto il stagno (che ognuno può discorrere, considerate le cose predette, la quantitá che può importare, stante l'uso necessario di detti metalli, particolarmente della rame e stagno, per l'uso dell'artegliarie e campane, oltre l'uso di particulari); e cosí ancora vien da fuora tutto l'ottone.

Di piú tiene bisogno di tutti libri per tutte scienzie e arti; ché, si bene in Napoli vi sono stamparie, nientedimeno per questo particulare è come non vi fussero, ché non si stampano detti libri, ma cose di poco momento. E cosí ancora li bisogna tutta la materia di vetri.

E alle volte li bisogna frumento da fuora, come si sa questi anni prossimi che non vi restôrno denari di peso, ché crebbe il loro valore a dieci per cento. Né vi è carta a sufficienza.

E cosí ancora da fuora vengono tutte le tele sottili, come olandre, orlette, cambraie, e ancora tele grosse. E cosí tutte l'armi, si bene al presente si sia introdutto l'artificio d'archibusi, morrioni e corsaletti, ma in poco. E cosí ancora, per la poca diligenza degli abitatori, non solo delle cose predette e altre artificiali tengono bisogno, ma vi son piú cose quali nascono in Regno, e, per non saperle accommodare con l'artificio, bisogna farle venire da fuora e pagare altretanto che vale la robba, come sono i zuccheri raffinati che si dicono «di panetto», quali vengono da Venezia. E pur li zuccheri si fanno in Regno, e in quello si fa l'impresa di cannameli. E sono di tanta poca industria, che non si curano d'imparare l'artificio di raffinarlo, e quelli fan venire da Venezia, pagandoli al doppio. E cosí il bianchire la cera. E, se alcuna volta d'alcuni si è tentato l'uno e l'altro artificio, è stato ad instigazione di forastieri: non ha durato. E, se si volesse discorrere sopra tutte le cose che vengono in Regno da fuora, e in particolare d'artifici, bisognaria un libro, ché, quando per il sottile si volesse pesare, l'esito predetto si contraponeria all'introito.

Ma mi voglio contentare che non si contraponga, e sia l'introito d'alcuna parte di piú: bisogna per questa parte discorrere non solo sopra l'entrate che tengono forastieri in Regno tanto con la Maestá cattolica quanto con particulari privati, e loro robbe, insieme con l'industrie che fanno in Regno, delle quali la maggior parte è in potere di forastieri per la tanta negligenza o, per dir meglio, trascuragine degli abitatori, quali non solo non vanno a fare industrie nei paesi da fuora, ma nello loro istesso non le sanno fare delle istesse loro robbe, con vederle a fare a forastieri. Dico dunque che bisogna considerare tutte queste cose, poiché, tenendo denari in Regno li forastieri d'entrate o d'industrie, non bisogna far venir denari da fuora per estraere robba dal Regno, che con le medesime entrate e industrie le comprano. E, si bene il detto De Santis afferma questa quantitá non ascenda a summa di docati piú di seicentomilia (che, si bene intendesse eccetto delle entrate sole e non di tutte le cose predette, non occorre dir quanto si sia ingannato che di quelle sole parlando, dico dell'entrate), non avertendo a quel che avea detto in questo luoco, trattando dopo perché li forastieri non convertano le terze in capitale, assegna la ragione che non vi è restata robba per obbligarla, avendosi li forastieri sorbito il sangue de tutti particulari di Regno, che non hanno piú vita. Concludasi dunque che, considerando tutte le cose predette, se li forastieri volessero estraere ed estraessero quanto potriano con li medesimi denari d'entrate o industrie che hanno in Regno, arrivaria o supereria l'introito o valuta delli milioni sei della robba che va fuora, tanto maggiormente unendosi con la valuta della robba che li bisogna, che è della quantitá predetta; e, tolto l'introito di detti milioni sei per la robba che si estrae, non vi è causa alcuna che debbano venire denari in Regno. Ma, perché li forastieri non impiegano nell'estrazione delle robbe tutte loro entrate e industrie, e quelle cercano d'impiegarci ancora, e loro torna commodo aver maggiori denari in Regno per maggiormente possere impiegarli o in industrie o in entrate, séguita che il Regno non remanga insin allora in tutto e per tutto essausto di moneta. E con tutto ciò, se, secondo il tempo, dalla Maestá cattolica o da particulari, per loro particulare interesse, per la carestia grande della moneta, non fussero fatte venire alcune quantitá di monete o argenti, saria pure le piú volte remasto essausto in tutto e per tutto. E nell'anno passato particularmente, se da particulari non si fussero fatte venire alcune poche quantitá e di monete e d'argento in massa, giá si saria conosciuto da tutti quanto estrema penuria vi fosse, e da alcuni si sa. Le quali somme, si bene siano state piccole, sono parse grandissime e che abbino reparato alla penuria del Regno: segno evidentissimo della gran povertá. Sí che da quanto si è detto resta resolutissima la detta difficultá, come non si ritrovino denari in Napoli a rispetto delle predette condizioni, anzi esser maraviglia come ve ne sia quel poco che vi è; e che non lo cambio alto o basso sia causa della penuria o della abbondanza, ma le cause predette della penuria, alle quali bisogna ritrovare altro remedio che del cambio predetto; del qual si dirá apieno nella seconda e terza parte.


Back to IndexNext