IX.

Aveva bisogno di correre, di fuggire, preso da una paura intollerabile, non fidandosi di sostenere un istante di più la vista di Massimiliana, temendo che nel prolungarsi di quell'incontro tutto sarebbe stato detto fra loro. Che cosa era dunque avvenuto? Nulla: uno sguardo, la ripetizione di una parola, un silenzio, un turbamento… nulla; ma le loro anime si erano intese; in quell'istante, egli aveva avuto il sentimento di penetrare nel pensiero di Massimiliana, di occuparlo tutto di sè, di essere unito a lei così intimamente come non era possibile più… Come era avvenuto?.. Egli ricostruiva la scena, rapidamente, dall'incontro con la carrozza di Giulio fino alla sosta dinanzi al rustico altare, e ciò che sopra tutto lo colpiva era la semplicità dell'avvenimento, la facilità con cui in pochi minuti i suoi rapporti con la signorina di Charmory avevano fatto un passo che per tanto tempo egli aveva creduto impossibile. Naturalmente, senza nessuna sollecitazione da parte sua, qualche cosa era successo che metteva fra loro come una intesa, che nessun altro sapeva e che non si sarebbe potuto dimenticare. Già quando egli aveva offerto l'appoggio della propria mano alla fanciulla, ella era stata un momento esitante; poi s'era decisa ad appoggiarvisi: una piccola cosa, senza dubbio; ma la prima volta che l'aveva incontrata, al Museo, ella non glie l'aveva accordata; e non erano forse le piccole cose che egli poteva gustare, incapace come era a guardare in faccia ad una più grande felicità?.. No, egli non si fidava di affrettare una spiegazione finale, non aveva il coraggio di pensare al poi, a quel che sarebbe accaduto di loro quando non avrebbero avuto più nulla da dirsi… e intanto egli cercava nella propria mano l'inpercettibile traccia lasciatavi da quella di Massimiliana, e sferzava il proprio cavallo con una ebbrezza crescente… Egli l'amava! l'amava! e avrebbe voluto che il tempo non scorresse più, e che quell'istante di purissima gioia, di emozione ineffabile, quell'unico istante in cui il miraggio, la parvenza, l'illusione secretamente nutrita cominciavano a prendere consistenza, a rivelarsi possibili, si arrestasse, prolungandosi eternamente… La stagione dell'anno che al suo spirito complicato più sorrideva, non era la primavera, la fioritura pomposa di cui egli sentiva la caducità, l'esplosione della vita in cui i germi letali già operavano la loro sinistra bisogna; erano i giorni che il primissimo verde metteva i suoi tenui ricami sul primo fresco celeste. Quell'incanto era scevro d'ogni amaro miscuglio; uscendo dalla bruma assiderata, non restava luogo nel cuore che alla sicura speranza, e la visione del tramonto si perdeva dietro a quella delle lunghe promesse. Di quella stagione spirituale egli aveva ora l'annunzio, ma come dinanzi al prestigioso conseguimento, per opera di qualche potenza soprannaturale, di un voto pazzo di grandezza e di felicità, il trepido smarrimento era in lui più forte del gaudio… Che fare, che dire, quale contegno assumere, in che modo esternare ciò che egli stesso non riusciva a definirsi?.. Ogni ragionamento era abolito, egli non aveva l'agio di riflettere; sentiva solo la necessità di isolarsi, quasi di fuggire quell'emozione che egli portava con sè, e che durava oltre quell'ora. Ma, lontano da Massimiliana, scomparso il pericolo di dover prendere una risoluzione, lo spirito restava libero di contemplare e di sognare. Ora egli non si arrestava agli ostacoli prima temuti, si sentiva come purificato dall'attenzione della fanciulla, come fatto più degno, e non più solo, non più libero di guidarsi a proprio talento. Aveva egli il diritto d'infrangere la delicata catena che stava per legarli reciprocamente? Fin quando egli era stato solo a spasimare, aveva potuto fare di sè tutto lo strazio possibile, ma se anche Massimiliana avrebbe adesso sofferto con lui?..

Egli era ancora sotto l'impero di questi sentimenti quando, ricordatosi, alcuni giorni dopo, dei cortesi rimproveri della contessa, si recò a visitarla. Trovarsi in sua presenza, gli procurava sempre un sereno piacere; la contessa era la sola amica, quasi una sorella di Massimiliana; era, in certo modo, qualche cosa dilei.

Vedendo entrare Ermanno nel suoboudoir, la signora di Verdara aveva leggermente sussultato; ma, scambiati i saluti, la sua conversazione con un'amica che le stava vicina aveva ripreso con una vivacità più grande. Ella parlava continuamente, saltando da uno ad un altro soggetto, rivolgendosi poco verso il giovane, prodigando uncaracontinuo alla sua compagna, come per indurla a non andar via. Sul punto di trovarsi da sola a solo con lui, il coraggio l'abbandonava. Nei giorni trascorsi dall'ultimo incontro, ella aveva molto pensato ed ogni lusinga era caduta per lei. L'imbarazzo sorpreso fra i due giovani quand'ella li aveva raggiunti, la fuga di Ermanno, lo sguardo col quale Massimiliana lo aveva un poco seguito, l'espressione di profondo raccoglimento che le si era dipinta sul viso, non le permettevano più di dubitare che i due giovani si amassero. Eppure, ella aveva aspettato ansiosamente, volendo avere da lui stesso la conferma delle sue apprensioni, volendo sapere fino a che punto fossero giunti… ma nell'ora d'affrontare la prova, una strana esitazione s'impadroniva di lei; avrebbe voluto differirla, si persuadeva che erano preferibili le beate illusioni alla crudele certezza… Con una stretta al cuore ella vide quindi alzarsi l'amica, che accompagnò fino all'anticamera. Però, quel momento di solitudine era bastato a farle riacquistare la padronanza di sè stessa; guardatasi un istante allo specchio, aveva gettata indietro la testa, irrigidendosi contro il pericolo; e rientrata nel salotto dove Ermanno l'aspettava in piedi: «Dunque?…» esclamò, con una espressione indefinibile, abbandonandosi un poco sul divano e fissando un enimmatico sguardo sul giovane. «Eccomi venuto a fare onorevole ammenda!» rispose questi, inchinandosi. «Ho meritato i suoi rimproveri; sia così generosa da perdonarmi…»

La contessa aveva un poco socchiusi gli occhi, immobile nell'angolo del divano, facendo soltanto girare col pollice l'anellino passato al dito più piccolo. Poi, scossa un poco la testa: «No, non la rimprovero,» disse, «non ne avrei il diritto… tanto più che lei, lo so bene, preferisce la solitudine, i suoi studii… E trovo, dopo tutto, che ha ben ragione! Questo mondo dal quale siamo circondati non vale il più piccolo dei sacrifizii che noi gli facciamo…» Suo malgrado, un tono leggermente amaro dava a quelle parole un secondo senso; però, nel timore di lasciarsi scorgere, ella accoglieva adesso con un sorriso più franco il laborioso complimento che Ermanno veniva svolgendo: «Il mondo astrattamente preso, sì; ma lei converrà meco nell'ammettere che il mondo collettivo risulta di tanti piccoli mondi presi insieme, in qualcuno dei quali noi possiamo trovare il nostro proprio simile, vuol dire chi divide le nostre idee, i nostri gusti, le nostre tendenze…»—«Un'astronomia morale, allora?» interruppe la contessa, sorridendo. «Con questo,» replicò Ermanno, «che non occorrono telescopii; le scoperte si fanno ad occhio nudo…»

La signora di Verdara chinò il capo, in atto che poteva parere di adesione a quel modo di vedere, un ringraziamento pel complimento che vi si racchiudeva, o anche il desiderio di mutar discorso. Ella sentiva che era molto più difficile di quanto non avesse pensato il disporre le cose in modo da strappare una confessione ad Ermanno; ma tale difficoltà l'agguerriva, le faceva sostenere con la consueta sicurezza i rischi di quella conversazione. «A parte questa comunicazione… interplanetaria,» riprese, disponendosi meglio nel suo soffice cantuccio, «il così detto consorzio civile non lo seduce punto?»—«Poco, per lo meno…» rispose l'altro, ma aggiungendo tosto, come una protesta: «Io non vorrei, intanto, che lei mi credesse un fatuo…» La contessa Rosalia fece dei segni di denegazione. «Bisognerebbe non conoscerla… Un tempo, viaggiò?..»—«E tornai completamente ricreduto sul conto di questa specie di distrazioni. Ho finito, guardi, per farmi una filosofia mia propria: trovo che il più saggio è di lasciarsi vivere, senza volontà…»—«È già averne una il non volerne avere…»

La contessa tacque un istante, quasi per godere della momentanea superiorità che la sua puntata le dava. Ermanno, inchinatosi, aveva detto, con un discreto sorriso: «Toccato!» trovando in quelle parole dell'amica un'allusione al proprio stato d'animo, alla dolcezza di cui si sentiva pieno, intanto che con un'ipocrisia della quale si rimproverava secretamente, parlava d'indifferenza e di rassegnazione… «Ha visto i d'Archenval?» chiese ad un tratto la contessa, fissandolo. «No, dall'altro giorno che siamo stati insieme.»—«Povera viscontessa!» esclamò la signora di Verdara, guardandosi una mano e riprendendo a far girare l'anellino. «Come fossero poche le sue sofferenze, bisognava che suo marito le desse sempre nuovi motivi di dolore…» Ermanno, il cui interesse era tutto concentrato sugli stranieri dell'Hôtel des Palmes, chiese allora con una certa vivacità: «In che modo?..»

Troppo preoccupata per trovare da sè un artifizio da indurre il giovane a rivelare i proprii sentimenti, la contessa Rosalia si era ricordata a tempo della conversazione avuta col marito. Non era stato all'annunzio della probabile partenza del visconte, che Giulio le aveva fatto nascere i primi dubbii, nella previsione del dolore che la lontananza di Massimiliana avrebbe prodotto in Ermanno? Questa dunque era la riprova migliore e più semplice: all'annunzio di quella partenza Ermanno non avrebbe saputo più padroneggiarsi… Ma, a misura che il momento di mettere in atto il suo disegno si avvicinava, ella sentiva rinascere più forte il proprio imbarazzo. Era la repugnanza di fingere, era la paura di sentire un'amara conferma, era sopra tutto l'intuizione del tormento che avrebbe inflitto ad Ermanno. Egli stava lì, presso di lei, pieno di confidenza, in una intimità dolce, aprendole il proprio pensiero, dandole la prova desiderata di apprezzare la sua amicizia sopra ogni altra; ed ella, freddamente, studiatamente, si sarebbe servita di mezzi inquisitorii per strappargli il suo secreto? L'amore non era dunque principalmente, prima di tutto, tutela della persona amata, cura gelosa di risparmiarla, sacrifizio del proprio interesse all'interesse altrui?.. Poi, che cosa sperava ella? che cosa poteva dargli ed ottenere da lui?.. Quante volte non si era fatta disperatamente quella domanda! La coscienza della perduta sua libertà, degli ostacoli materiali e morali attraverso ai quali avrebbe dovuto passare, si faceva in quel momento più viva; ma, nello stesso tempo, con la certezza della propria inferiorità dinnanzi a Massimiliana, rinasceva la sua gelosia, cadevano i suoi scrupoli, si dissipava la sua ingenua fiducia nella possibilità della sincera amicizia fra l'uomo e la donna… Risolutamente ella quindi rispose: «Il visconte fa un giuoco d'inferno… Ha perduto finora qualche cosa come ottantamila lire, e non ha pagato i suoi debiti…»

Ermanno s'era lasciato sfuggire un moto di stupore. Egli sapeva che d'Archenval era un giuocatore appassionato; non sospettava però che fosse arrivato fino a quel punto, e i vincoli che univano Massimiliana al visconte erano troppo stretti, perchè egli non fosse dolorosamente colpito da quella notizia. «Non ha pagato!..» ripetè; ma, dopo una breve reticenza, aggiunse prontamente: «Il visconte è un gentiluomo; farà onore alla sua parola!»—«Certo!» riprese la contessa; «nessuno ne dubita; ma la perdita non è indifferente e se crescesse… Credo che, per questo, i nostri amici lasceranno presto Palermo…»—«Lasceranno Palermo?…» E le due parole gli erano sfuggite, rapidissime, in un sussulto istintivo di tutta la persona, mentre con le mani contratte egli stringeva il suo cappello fin quasi a piegarlo…

La contessa, che aveva pronunziata l'ultima frase lentamente, quasi tremando, ma studiando, senza averne l'aria, l'espressione di Ermanno, aggiunse con uno stento più grande dopo l'atto sfuggitogli: «Credo anzi che sia una decisione già presa…» Era uno stupore doloroso, una fissità esterrefatta nello sguardo, una sospensione del respiro sulle labbra semiaperte, che si scorgevano in Ermanno; era la conferma fatale, era la certezza che il suo pensiero, il suo cuore, tutto l'essere suo dipendeva oramai da Massimiliana, che la sua vita era indissolubilmente legata a quella di lei, che nulla, null'altro esisteva per lui… Rosalia di Verdara aveva sentito tutto il sangue affluirle con violenza al cuore, le mani aggelarlesi; ed il suo proprio dolore si raddoppiava col rimorso, con la compassione per l'angoscia infinita che infliggeva ad Ermanno. «Le rincresce?..» trovò ancora la forza di aggiungere, stringendo una mano con l'altra. E come egli restava muto, anelante: «È dunque vero… che ama Massimiliana?…»

Era stata lei a dirlo per la prima! Passandosi automaticamente una mano sulla fronte, Ermanno si era finalmente scosso, dicendo, come in sogno, a frasi spezzate e lente: «Oh! signora contessa… Io non lo credevo ancora… cercavo d'illudermi… non volevo crederlo!.. Ma l'idea di perderla… Io le ho mentito, guardi, affermandole poc'anzi di non sperare più nulla, di non aver volontà… Io non potrei, io non posso più vivere senza di lei!…» Egli era stupito del suono della sua voce fattasi a poco a poco animata, con la strana sensazione di uno sdoppiamento interiore, come se l'uomo che parlava a quel modo, che rivelava finalmente la sua passione, che la precisava con parole irrevocabili, non fosse e non potesse essere quello stesso che ascoltava quelle parole. Egli non possedeva più la poca libertà di spirito che la sua natura gli consentiva, era spinto incosciamente da una forza tanto più potente quanto più a lungo compressa; non poteva scorgere la decomposizione che si era fatta nei lineamenti della donna a misura che egli era venuto confessando tutto quel che aveva nell'animo…

E il tormento della contessa era diventato ineffabile. Ella si vedeva dinanzi colui che aveva fatto battere più forte il suo cuore, l'uomo che ella aveva amato, in secreto, come un essere superiore; quell'uomo era chinato verso di lei, con un'espressione supremamente appassionata, nello sguardo, nella voce; dalle sue labbra uscivano parole infiammate… e quelle parole, il fuoco di quella passione, erano per un'altra; egli dichiarava a lei, che era vissuta della sua vita, di non poter vivere senza quell'altra… Era uno spasimo così acuto, che finiva per diventare una specie di voluttà, era una compiacenza ammalata che ella sentiva nascere dentro di sè, di vuotare fino in fondo l'amarocalice, di misurare tutta la profondità della propria disperazione… «Dunque…» riprese, con voce che si studiava invano di parer ferma, ma il cui tremito sfuggiva all'uomo troppo occupato di sè, «dunque, non le ha detto ancora nulla?..»—«Come avrei potuto?» riprese allora Ermanno, rapidamente, quasi ansioso di dir tutto e presto, «come avrei potuto, se io stesso non volevo credere a me stesso? se io non mi credevo degno di lei? se io non ardivo neppure sognare che ella si fosse accorta di me?…»—«E invece?» insisteva la contessa, col feroce bisogno di torturarsi. «Io non so… non posso sapere che cosa pensi di me la signorina di Charmory… So questo… che il pensiero di perderla…»—«Perchè non la sposa?»

Era ancor lei che formulava per la prima quella conclusione imposta dalla logica delle cose; ella ancora che preveniva il pensiero di Ermanno!… A misura che ascoltava la confessione di lui, che le si faceva manifesta l'intensità di quell'amore, ella si sentiva divenire estranea a lui, vedeva abolirsi ogni più ipotetico diritto sull'uomo che amava. Egli non poteva vivere senza la signorina di Charmory, Massimiliana era perfettamente libera di sè; in nome di che cosa poteva ella dunque opporsi alla loro felicità? Tutti i ragionamenti suggeriti dall'amor proprio, tutti i sofismi sostenuti dall'egoismo, cadevano dinanzi a quella persuasione; ella non poteva esser più nulla per Ermanno; era scartata, messa in disparte, annichilita; ma, nel tempo che riconosceva la ragionevolezza di tutto ciò, ella aveva la sensazione d'un peso enorme che gravasse sul suo cuore e che lo stritolasse, lentissimamente…

«Perchè…. infatti….» rispondeva frattanto Ermanno, cercando le parole, «perchè io non ho la forza, il coraggio necessario a parlare, a risolvermi, a credere in me stesso… ma perchè sento pure che se ogni speranza dovesse essermi tolta, io non so che cosa avverrebbe di me…» Un fosco lampo si era acceso nel suo sguardo, mentre egli si prendeva la fronte in una mano. «Mi perdoni, signora contessa!..» riprese dopo un istante, «mi perdoni se io non mi sono saputo frenare, se le ho parlato troppo di me… È che la mia esistenza è molto triste! che ho sofferto tanto! che non ho nessuno a cui confidarmi!..» Rosalia di Verdara aveva sentito passarsi un brivido di commozione per tutto il corpo, intanto che l'altro, con voce rotta, le diceva tutta la solitudine della sua vita, i suoi precoci dolori, le lotte del suo spirito ammalato, la sfiducia da cui si era sentito sempre più vincere, fino al desiderio di sparire, di rientrare nel nulla; e il raggio di speranza che era ad un tratto brillato, il nuovo soffio di vita che gli aveva allargato ad un tratto il petto oppresso, quando aveva cominciato a conoscere la signorina di Charmory. La commozione della contessa si faceva amaramente tenera; ella vedeva che quell'amore era necessario ad Ermanno come la luce, come l'aria, e che sarebbe stato ucciderlo il contrariarlo. Chi poteva dunque volere il suo male?.. Era il suo diritto di vivere, di esser felice dopo una miseria spirituale la cui esistenza ella non sospettava neppure, la cui rivelazione erale causa di un turbamento profondo. Tutta presa dalla pietà, la gran leva del cuore muliebre, ella sentiva spegnersi, soffocarsi, estinguersi la voce che reclamava per lei—in nome del suo amore trascurato, neppure scorto, e colpevole, ed impossibile—con un bisogno crescente di devozione e di sacrifizio, rassegnata all'idea della felicità di lui per opera d'un'altra, ma volendo contribuire al suo conseguimento perchè quello era anche l'unico modo di attaccarsi ad Ermanno, di partecipare alla sua vita, di aver qualche dritto su lui… «L'idea di doverla perdere» continuava il giovane, nella foga della sua confessione, «la possibilità della sua partenza, non mi s'affacciava allo spirito; io vivevo nella tranquilla sicurezza di essere presso di lei, contento di poterla vedere, di poterle parlare, quando avessi voluto… Ed ella parte! ed io non so, mio Dio!…» Come egli s'interrompeva, riprendendosi la testa nella mano: «Io non credo» disse la contessa, con voce ferma, «che lei sia indifferente a Massimiliana…» Facendosi allora più vicino alla sua compagna, pendendo dalle sue labbra, nell'attesa d'una confidenza fattale dalla fanciulla: «Come lo sa?» chiese egli, vivacemente. «Me ne sono accorta…»—«Oh! signora contessa!..»

Con un gesto appassionato, Ermanno le aveva preso una mano. Egli la stringeva con la stessa forza del naufrago che s'afferra ad una tavola, in mezzo al mare. Non era ella la sola amica, la sorella di Massimiliana? Era una sorella anche per lui; per la prima, si era a lei confidato… Egli non pensava più alla stranezza della situazione, non sapeva più come aveva trovata la risoluzione necessaria a parlare; o meglio, lo sapeva fin troppo, nel pericolo ancora soprastantegli di perdere Massimiliana… Egli sapeva però che bisognava uscire da quel limbo d'angoscia, e che per uscire da quel limbo un soccorso impensato gli s'offeriva… «Oh! signora contessa… lei che le vuol bene come una sorella, vorrà domandarle se è vero?… dirle tutto quello che io non saprei… che non potrei dirle ancora io stesso?…»

Nella penombra del salottino, la contessa aveva chiuso gli occhi, abbandonando la sua mano nella mano calda e fremente di Ermanno. Ad un tratto, l'aveva svincolata, alzandosi. «Sì… vedrò… alla prima occasione…»

Egli non si era accorto del suo pallore mortale, del tremito delle sue labbra; non si era neanche accorto che lo congedava. Mentre la contessa cercava istintivamente un appoggio con una mano, egli le stringeva ancora l'altra, dicendo confuse parole di fervida gratitudine e di trepida speranza.

Il quartiere occupato dalla famiglia d'Archenval all'Hôtel des Palmessi componeva di quattro stanze: le camere della viscontessa e della signorina di Charmory, contigue; un salotto intermedio che serviva anche di stanza da pranzo, e la camera del visconte, dal lato opposto. L'ammalata si levava tardi, quando il sole era già alto, e intorno al tocco passava nel salotto, tutte le volte che se ne sentiva la forza, per la colezione. Erano delle sedute per lo più silenziose; la viscontessa reggeva di rado alla fatica di una conversazione; suo marito aveva sempre un'ansia febbrile di far presto e d'uscire; e quanto a Massimiliana, il suo spirito vagava lontano, ella tornava presto alla solitudine della sua camera, dove nulla veniva a disturbare il suo bisogno di raccoglimento, o scendeva nella serra, con un libro in mano, nelle ore in cui il luogo era deserto. Un'intesa, del resto, pareva esser corsa fra gli altri per rispettare la volontà della giovanetta, ed era soltanto quando il male della viscontessa si faceva più grave, che Massimiliana restava a lungo accanto alla zia, compiendo, con una abnegazione assoluta, il suo pietoso ufficio di suora di carità.

A questa enimmatica condizione di cose pensava la contessa Rosalia di Verdara, intanto che la sua carrozza, alcuni giorni dopo la visita di Ermanno Raeli, la trasportava verso l'Hôtel des Palmes. Che cosa andava ella a farvi? Un sorriso fra d'incredulità e di rassegnazione, di scetticismo e di pietà le si disegnava sulle labbra mentre ella si rivolgeva quella domanda. Come stranamente il suo martirio si compiva! Toccava a lei, a lei stessa, di apprestarne lo strumento… Ella non era stramazzata a terra, quando Ermanno l'aveva lasciata; non aveva smarrito i sensi o la ragione, non aveva gridato o pianto: era rimasta immobile, cogli occhi fissi nell'ombra saliente, con l'unica sensazione di un vuoto immenso fattosele intorno, di una solitudine sconfinata in mezzo alla quale era da quel tempo in poi condannata ad aggirarsi… finchè suo marito era sopravvenuto, a infliggerle i suoi insoffribili scherzi per quel romantico amore dell'oscurità… Ella viveva da quel giorno in uno stordimento così completo, da non trovare la forza di ribellarsi alla parte che si era richiesta da lei—che lei stessa aveva pensato di assumersi. Ella andava ora a compirla, trovando infine che non v'era nulla che non fosse giusto… Non era lei quasi una sorella di Massimiliana? Non era lei la solaamicaa cui Ermanno avesse fatto la confidenza dell'amor suo? Era giusto, infine, che ella favorisse gli amori dei due giovani! che contribuisse ad affrettare la loro felicità!.. era quasi il suo dovere, se era una sorella, unaamica!.. aveva quasi avuto torto a non offrirsi prima ella stessa!.. Il suo muto sorriso si faceva più amaro, gli occhi arrossiti le si gonfiavano un poco… Era giusto! Poteva ella aver nulla contro Massimiliana? Era un furto quello che la signorina di Charmory commetteva verso di lei, se il cuore di Ermanno non era, non era mai stato suo?.. Ella non aveva nessun diritto su di nessuno; potevano aver bisogno di lei in quei primi momenti, perchè riuscissero a intendersi; nessuno se ne sarebbe poi curato…

Degli istinti di ribellione, a momenti, le facevano corruscare lo sguardo, deridere il suo buon movimento, stupido come tutti i buoni movimenti; poi, vinta dalla ingrata realtà, si lasciava andare alla forza della corrente. Essi si sarebbero intesi senza di lei; un amore come quello di Ermanno avrebbe presto o tardi trionfato di ogni esitazione; quale ostacolo avrebbe potuto frapporsi?.. Quale?.. E lo spirito della contessa si perdeva dietro a strane induzioni, ad ipotesi assurde, dinnanzi all'enimma che le era parso d'intravedere nell'esistenza di Massimiliana. A quell'ora, la malattia della viscontessa, la lontananza di suo padre, la sregolata condotta del visconte e sopra tutto la misteriosa tristezza della fanciulla, la freddezza osservata nei suoi rapporti coi parenti: tutto prendeva per lei una più profonda significazione. Su quei sintomi, ella imaginava non sapeva ella stessa quali difficoltà, che complicazioni, dalle quali i voti di Ermanno avrebbero potuto essere attraversati. Si compiaceva dunque nella previsione del dolore di lui? non si era dunque rassegnata, aspettava ancora qualche cosa?..

Scendendo dalla sua carrozza, entrando nell'albergo, la contessa aveva bandito dal suo spirito tutte le larve, tutte le preoccupazioni che lo popolavano, agguerrendosi contro la prossima prova. Giusto, la viscontessa d'Archenval riposava quel giorno sopra una sedia lunga, in una fase improvvisa di peggioramento; talchè, dopo essere stata un poco accanto a lei, come l'inferma si assopiva, Rosalia di Verdara potè passare con Massimiliana nella camera di quest'ultima. Anche la signorina di Charmory pareva sofferente, la sua carnagione era d'una tinta malaticcia e gli occhi cerchiati di nero avevano un'espressione d'abbattimento. «Finirete per ammalarvi anche voi, mia povera Maxette!» le aveva detto l'amica, amorevolmente rimproverandola di trascurarsi troppo per curare la zia. «No, io sono molto forte…» rispose la signorina di Charmory; «non mi credete?..» soggiunse, con una reticenza, come se avesse cercato di dare una dimostrazione della sua forza e si fosse ad un tratto pentita. «La vostra partenza è dunque necessariamente rimandata?» chiese però subito la contessa. «Non saremmo partiti egualmente, anche senza questa ricaduta…»

Massimiliana aveva data quella risposta con un tono così evidente di contrarietà, che Rosalia di Verdara notò: «Come lo dite! parrebbe che vi rincresca di restare con noi!..» Ma allora, mormorando qualche parola di affettuosa protesta, la signorina di Charmory aveva passato un braccio attorno alla vita della contessa, chinando un poco la testa sulla spalla di lei. «Il soggiorno di Palermo non vi è dunque gradito?» insisteva ancora l'altra, intanto che prendeva una mano della giovanetta. «Se debbo dirvi tutto il mio pensiero, no…» rispose costei, «o almeno non più. In questa nostra vita instabile, le attrattive di ogni nuovo soggiorno finiscono presto; e non si sta volentieri a lungo dove non si è poi certi di restare…» Massimiliana diceva quelle cose con voce bassa, con un tono di stanchezza, scrollando un poco il capo, e tutta la persona esprimeva una debolezza vinta, un abbandono rassegnato e definitivo. «Così, se voi doveste restare per sempre a Palermo, non direste altrettanto?..» chiese ancora la contessa, esaminando attentamente la fisonomia dell'amica. La signorina di Charmory la guardò a sua volta con un inquieto stupore. Stringendole allora la mano con più forza che la situazione non richiedesse, Rosalia di Verdara cominciò finalmente: «Ebbene, Maxette… voi sapete se a mia volta l'amicizia che ho per voi sia grande, se io desidero sapervi felice. È per questo ch'io vengo oggi a fare presso di voi un passo che, in altre circostanze, avrebbe potuto meravigliarvi…» L'ansia della contessa nel pronunziare quelle parole trovava solo un riscontro in quella con cui la signorina di Charmory ne aspettava la spiegazione… «Non avete dunque notato, mia cara Maxette…» continuava la signora di Verdara, «l'impressione da voi prodotta su… qualcuno che vi sta intorno? Il vostro cuore non vi dice nulla per… questa persona, e non formate voi un voto nel compimento del quale avreste assicurato l'avvenire più lieto?..»

Massimiliana di Charmory si era tratta un poco indietro ed il pallore del suo viso era cresciuto. «Io non so, signora… io non ho nulla notato…» balbettava, contenendo il respiro, con le ciglia abbassate. «Ma la vostra emozione parla per voi!..» esclamò la contessa. «Non siete dunque sincera, Maxette?..» Ad un tratto, il viso della fanciulla si era fatto di porpora, ed i suoi occhi, fissatisi un momento sull'amica, si abbassarono dinnanzi allo sguardo fermo di lei. «Vedete…» riprendeva brevemente quest'ultima, a cui la specie di affermazione letta in quell'imbarazzo dava nuova energia e come un'impazienza di uscire da quell'umiliazione di tutta sè stessa: «Vedete, il signor Raeli vi ama… e dipende solo da voi… che egli faccia presso la vostra famiglia…» Non ebbe il tempo di finire, di trovar le parole da completare il proprio pensiero, che Massimiliana, levandosi in piedi: «Sono molto onorata,» rispose con accento risoluto, «della domanda del signor Raeli; ma non posso accettarla. Vi prego, mia buona amica, di riferirgli questo rifiuto, che non ha nulla di sfavorevole per lui…»

Le ultime parole erano state pronunziate a stento; la voce veniva mancando alla signorina di Charmory, e ad un tratto, ricadendo sul divano, ella aveva cominciato ad ansimare affannosamente, tutta la sua persona era stata scossa da un brivido nervoso come per l'invasione della febbre. «Maxette… Maxette, bambina mia!…» aveva esclamato la contessa, chinandosi premurosamente su di lei, tentando di sollevarla, di sedare quella scossa inattesa.

Se vi è per ogni persona nello stato di calma sicura una punta di crudele compiacenza dinnanzi allo spettacolo dell'ambascia altrui, la contessa di Verdara doveva trovare tanto più giusto che Massimiliana soffrisse, quanto più aveva sofferto lei stessa. Nondimeno, chinata sulla sua giovane amica, le prodigava dolci parole, carezze materne, senza osare di riconoscere quanta parte aveva in quella sua pietà l'egoistica gioia per il rifiuto della fanciulla. «Maxette…» le ripeteva, tenendola amorevolmente abbracciata, «Maxette, ascoltatemi… perchè vi turbate così? Non ve l'ho già detto?.. Tutto dipende da voi; se voi non vorrete, non sarà… Chi potrà forzarvi ad accettare l'offerta di un uomo che non amate?..» Allora soltanto, nascosto il viso tra le mani, Massimiliana era scoppiata in pianto.

Nello stesso tempo che sosteneva la giovanetta, la contessa si guardava intorno, confusa. Ella sentiva tutta l'eloquenza di quel pianto, di quell'unica risposta, ma non arrivava a comprenderne il significato. Allora, se lo amava, che cosa volevano dire le sue parole e perchè si disperava a quel modo?.. In mezzo ai singulti, abbandonata fra le braccia dell'amica, Massimiliana rispondeva: «Non posso… non posso… Mio Dio, dovevo prevederlo!.. Io non ho nulla, voi lo sapete… vivo di elemosina, della carità che mi fanno,..» ma l'accento con cui ella insisteva nel rifiuto non era eguale a quello con cui ne dava la ragione. Ragione o pretesto? Poteva quella essere una difficoltà da arrestare Raeli? Egli era ricco per due… «No,» ripeteva ostinatamente la giovanetta; «io sono una straniera… bisognerà che io parta… debbo partire… ditegli che partirò!..» E una convulsione l'aveva fatta ricadere.

Lo spettacolo di quel dolore si faceva attristante. Rosalia di Verdara aveva dimenticato il proprio interesse che si giuocava in quella partita, per darsi tutta alle cure che lo stato della sua giovane amica richiedeva. Ella sentiva che nessuno di quei pretesti reggeva, comprendeva che sarebbe bastato insistere ancora un poco, perchè Massimiliana le dicesse tutto, le svelasse il secreto che la soffocava; ma la sua lealtà, la sua coscienza l'ammonivano, le dicevano che profittare della debolezza, del dolore di quella creatura per strapparle una confessione della quale avrebbe potuto giovarsi, sarebbe stata una indegnità. Se Massimiliana avesse parlato… ma la signorina di Charmory le si irrigidiva tra le braccia, pareva sul punto di perdere i sensi. «No, è impossibile…» mormorava ancora, «io dovevo prevedere questo momento fatale…»—«Maxette, mia povera Maxette… fatevi animo!..» riprendeva allora Rosalia di Verdara; «sono qua io!.. contate su di me, se avete bisogno d'un aiuto, se avete bisogno d'un appoggio…» Sì, sì, l'altra accennava di sì, passandosi macchinalmente una mano sulla fronte… «Ebbene, innanzi tutto rimettetevi. La domanda per la quale io sono venuta, facciamo conto che non ve l'abbia partecipata. Guadagneremo del tempo. Voi avrete del tempo per considerarla attentamente, per maturare una decisione… Sta bene?.. E se potrò esservi utile… se i miei consigli…»

Ad un tratto, un gemito s'era sentito dall'altra camera; la contessa aveva pòrto l'orecchio, e passata di là, scorgendo la signora d'Archenval svenuta sopra una sedia accanto all'uscio di comunicazione, aveva chiamato: «Maxette, vostra zia!…» La signorina di Charmory, rapidamente ricomponendosi ed asciugate le sue lacrime, era accorsa mettendosi accanto alla tramortita e scostando con un gesto di preghiera l'amica. Ma come Rosalia di Verdara aveva fatto per avvicinarsi al bottone del campanello, per chiamare qualcuno, l'altra aveva scongiurato: «No, di grazia… non occorre…»

Respirando dei sali, sotto l'azione di bagnature fredde sulla fronte e sulle labbra, la sofferente si era scossa dal suo letargo; poi, battute un poco le palpebre, aveva spalancato gli occhi, e scorta Massimiliana curva su di lei, l'aveva stretta a sè con una forza che non si sarebbe sospettata in quel miserabile corpo stremato dal male. Si sentiva una specie di singulto rauco, di querela soffocata ma così lacerante, che la contessa di Verdara ne era rimasta turbata ed oppressa. Ella era nello stesso tempo piena d'imbarazzo, presentendo un secreto fra le due donne, persuasa che nessuna intimità poteva giustificare una sua più lunga presenza. Appena dunque Massimiliana si staccò dalla stretta della zia, ella si avvicinò alle amiche, mormorando un pretesto per ritirarsi. Prese la mano della viscontessa d'Archenval: era di una freddezza cadaverica. Massimiliana, terribilmente pallida, con le labbra quasi scomparse, le porse una mano che scottava; e tenendola a quel modo, la accompagnò fino al salotto.

Non diceva nulla, col respiro quasi spento, la testa china, gli sguardi fissi. E tutt'in una volta, come Rosalia di Verdara, fermandosi innanzi all'uscio, aveva fatto per abbracciarla, ella si era scostata un poco dall'amica, portando le mani alla bocca, come per soffocare il suono delle sue parole. «Ebbene… è una pazzia!.. bisogna, intendete? che tutto finisca!..»—«Massimiliana!» tentò d'interrompere la contessa, spaventata dall'espressione della giovanetta. Ma l'altra, abbassando ancora di più il tono della sua voce e accennando con la mano alla stanza vicina: «Zitta!..» scongiurò; «lasciatemi… Voi non sapete!.. Più tardi… più tardi!..»

La contessa di Verdara, tra riluttante ed insistente, ma comprendendo di non dover chiedere di più, era scomparsa in fondo al corridoio; la signora d'Archenval, accasciata sul suo letto, con la faccia tra le mani, non dava alcun segno di vita—e Massimiliana restava tutta allo schianto che la tragica prova le aveva prodotto.

Vi è una specie di forza tutta negativa, particolare agli spiriti troppo provati dal dolore, la quale consiste, invece che nell'agire sulle circostanze esteriori, come fa la reale energia, nel resistere all'azione di queste medesime circostanze. Una forza di tal genere era quella che la signorina di Charmory aveva spiegata durante il prepararsi del dramma, e che era diventata sforzo doloroso durante il suo colloquio con la contessa. Prevista, affrettata, angosciosamente temuta, scoccava per lei l'ora immancabile in cui la sinistra fatalità della sua vita doveva essere rivelata, da lei stessa, a costo di tutta sè stessa!.. Come lungamente il suo silenzio l'aveva oppressa! ma come studiatamente aveva cercato di prolungarlo—e come il dovere di parlare le si era imposto ogni giorno, a tutti gl'istanti!.. Da quali terrori era stata invasa, ogni volta che aveva creduto di scorgere in quanti la circondavano un'attitudine di sospettosa attenzione! e che violenze aveva dovuto farsi per non gridare il suo secreto all'amica, poichè aveva già cominciato a tradirsi!.. Non aveva ella, infatti, confessato l'amor suo per Ermanno? Sì, ella aveva osato questo… e non aveva avuto il coraggio di compiere la confessione, di soggiungere che ella era indegna di quell'amore, che mai ella avrebbe potuto accostarsi all'altare!.. Ella aveva avuta questa viltà; ma questa viltà era anche l'unico suo sostegno, l'unica ragione, non di sperare, perchè la speranza era morta per lei, ma di resistere—in tale abisso di miseria ella agonizzava!.. Ed era poi tutta colpa o merito suo il silenzio così gelosamente mantenuto, o non vi erano piuttosto delle terribili cose sfuggenti ad ogni espressione, da non potersi tradurre in parole senza che il sangue s'agghiacciasse nelle vene e la ragione si smarrisse?

Erano state le parole che le erano mancate, ogni volta che la sorda voce della coscienza le aveva ingiunto di dir tutto; erano le parole che ella cercava adesso, seduta al suo tavolo, dinnanzi alla carta con l'intestazione azzurra dell'albergo, sulla quale ella scriveva alla contessa, perchè sentiva di non poter durare nel silenzio senza danni più grandi; perchè elladovevaconfessarsi alla donna a cui Ermanno stesso si era confessato, e perchè l'espressione scritta le pareva meno repugnante al pensiero gelosamente pensato… Più nitidamente che mai, a quell'ora che ne subiva le orribili conseguenze, che stava per rivelarla ad un'altra creatura vivente, risorgeva in lei, con tutti i suoi particolari, la storia della sua giovinezza contaminata, della sua vita distrutta. Ella si rivedeva, triste ma rassegnata, nella casa dove era stata raccolta, all'uscir dal collegio, fra quelle persone che le facevano più sensibile la mancanza della famiglia: lo zio, pel quale la famiglia non esisteva; la viscontessa, buona ma travagliata da dolori fisici e morali per la sfrenata condotta del marito e del padre lontano. Ella aveva sentito vagamente parlare dei continui scandali provocati da costui, di famiglie rovinate, di duelli fatali, che lo avevano finalmente costretto ad allontanarsi da Parigi per ricominciare altrove, lasciando alla figlia pietosa e sensibile il rimorso del male ch'egli aveva fatto… Ed un giorno egli era giunto inaspettatamente fra loro. Stanco della sua lunga peregrinazione attraverso i centri della vita internazionale, il duca Gastone di Précourt era stato preso dalla nostalgia deiboulevards; ma, tornato a Parigi, aveva cominciato a frequentare la casa di sua figlia, riconoscendo con lei i suoi torti, facendo proposito di mutar vita, mutandola infatti, e passando il suo tempo in compagnia delle due donne, che trattava non da parenti, ma da amiche a cui si vuol riuscire gradito. La viscontessa si era tutta rallegrata di quella trasformazione, uno dei suoi più grandi motivi di dolore svaniva; ma il visconte, ricorrendo ora all'aiuto del suocero, che non glie lo negava mai, si era dato con maggior foga al suo vizio.

Ricordando tutte le lacrime che il duca aveva fatto versare alla figlia, un'istintiva avversione aveva sulle prime allontanata Massimiliana da quell'uomo, che nulla prendeva sul serio, la cui vita era trascorsa in un'ansiosa febbre di piaceri sempre rinnovati e mai sufficienti ad estinguerla. A poco a poco, però, e dinnanzi a quella specie di conversione che si operava in lui, la diffidenza della fanciulla si era sopita; e come avrebbe ella sospettato di lui, se mai una parola od uno sguardo aveva tradito il disegno che egli aveva concepito?

Il duca Gastone di Précourt era uno di quegli individui che circoscrivono ogni scopo e dirigono ogni attività alla conquista della donna. Vi è però una grande differenza fra un certo tipo diDon Juanche l'enimmatica sfinge femminile attira incessantemente, e che passa di tragica in tragica prova senza penetrarne il mistero—vittima, fino ad un certo punto, più che carnefice—ed il seduttore di mestiere, senza grandezza, senza simpatia, che non cerca se non il piacere e che in breve non lo trova più. Non vi era in lui nè elevatezza d'intelligenza, nè delicatezza di sentimento; egli era solo distinto nell'abito e nelle maniere, e grande unicamente nel modo di profondere il proprio danaro. La sua stessa fisonomia aveva qualche cosa che deponeva contro di lui; non già che si potesse dir brutto; lo si giudicava anzi un bell'uomo e nessuno lo avrebbe creduto padre d'una signora come la d'Archenval; ma il suo sguardo era duro, volontario, uno di quegli sguardi dinnanzi ai quali tutti gli altri si abbassano; e nel suo viso, nell'aggrinzamento frequente delle sopraciglia, nella mobilità delle narici, nell'acutezza del naso e del mento, vi era come un ricordo della classica espressione del fauno.

Vedere la signorina di Charmory e fissar su di lei il proprio desiderio imperioso, era stato tutt'uno. Ma egli aveva ben presto compreso come gli ordinari mezzi d'attacco, la seduzione sentimentale o la bassa corruzione, si sarebbero spuntati contro la diffidenza che aveva letta in Massimiliana, e più contro la serietà triste di quella fanciulla tanto diversa dalle altre. Così, egli si era guardato bene dal commetter l'errore di dirle una sola parola di dubbio senso; l'aveva trattata come una sorella, come una figlia… Era riuscito ad evitare la diffidenza della viscontessa col suo cangiamento di vita, aveva alimentata l'inclinazione del visconte pel giuoco… ed improvvisamente, violentemente, buttata via la sua maschera, senza neppur tentare di coonestare con l'impeto della passione l'iniquo attentato, egli aveva tratto profitto della forza dei suoi muscoli irrigiditi, della potenza magnetica degli sguardi penetranti… Il rauco grido di ribrezzo, di terrore, di raccapriccio che era uscito dalle labbra contratte di Massimiliana, lo aveva fatto avvertito che nulla più egli aveva da sperare; allora, aveva avuto l'accortezza di allontanarsi, di dileguarsi, immediatamente e per sempre…

Egli era scomparso, ma la sua imagine turpemente decomposta non si era cancellata più dagli occhi di Massimiliana. Più che il sentimento della contaminazione subita, era un vaneggiamento dinnanzi all'infamia commessa da quell'uomo che occupava il suo spirito. Ciò a cui ella si ribellava, era il fatto che una simile doppiezza, che tanta perversione, che una iniquità simile fossero possibili. La sua fede, la sua stessa ragione si erano scosse, nella lunga crise che aveva seguita la repentina rivelazione dell'orrore. La sua primitiva tristezza si era complicata d'una profonda misantropia; il suo stesso sistema nervoso si era scosso, esponendola a turbamenti gravi e frequenti.

Bisogna che lo sconforto sia infinitamente grande, che la disperazione non abbia confini, perchè l'anima vi si possa finalmente acquetare e trovarvi una specie di compiacenza al rovescio. Per la signorina di Charmory, l'estremo limite del dolore, della solitudine, dell'impotenza, di tutte le miserie dello spirito era stato raggiunto. Con un carattere più energico, più risoluto del suo, una ribellione sarebbe stata la conseguenza della violenza patita; debole, sfibrata dai primi dolori, le impotenti velleità di rivolta si erano domate in Massimiliana; tutto era finito per comporsi in un accasciamento stanco ed apatico. Ella aveva pensato di fuggire almeno da quella casa, di andarsene non importa dove, di scomparire dai vivi, di mendicare la vita poichè non aveva altre risorse… ed era rimasta. Come non aveva trovato nel suo miserabile corpo la forza di respingere quell'uomo, così non aveva trovato nell'anima vinta dalla sventura la forza di mettere in atto il suo proponimento.

Dapprima, ella aveva coinvolta la viscontessa nell'odio per il padre, quasi anch'ella fosse responsabile dell'infamia commessa da lui; poi anche il suo principio di odio era caduto. Non una parola s'era scambiata fra le due donne, ma la viscontessa aveva tutto saputo, ed era di dolore che ella moriva. Ogni volta che i suoi sguardi si arrestavano su di Massimiliana, una dolente pietà, una specie di rimorso per aver potuto contribuire a quella sciagura, vi si leggeva; la povera donna accusava sè stessa, trovava che era stata sua colpa il non aver vigilato; che, data l'indole del padre, ella avrebbe dovuto prevedere quel che era accaduto—ma nutrire un simile sospetto non sarebbe stato un altro delitto?.. Però, con tutti gli sforzi dei quali, nella sua lenta agonia, era capace, aveva tentato di confortare lo strazio della fanciulla.

Massimiliana aveva rifiutato quei conforti; ella non domandava la pietà di nessuno. Aveva trascinata la sua esistenza sopportando da sola, in silenzio, il peso del suo destino, comprendendo che nessuno poteva nulla per lei, cercando e trovando solo nello studio un sollievo efficace. Quando il rapido deperire della salute della viscontessa aveva reso necessario quel continuo peregrinaggio che era finito in Sicilia, Massimiliana aveva dapprima temuto il cambiamento di vita, come temeva tutto quello che la togliesse alla sua concentrazione; ma, nell'errare di luogo in luogo, il suo spirito si era un poco distratto; in quella mancanza di stabilità, in quel rapido cambiare di orizzonti e di ambienti, ella aveva cominciato a trovare un'intima convenienza con lo stato dell'animo suo, che a nulla oramai poteva afferrarsi… Allora, un'altra triste esperienza era venuta a confermarla nel suo sconforto: nella promiscuità, di quella vita instabile, nella facilità con cui i rapporti si creavano e si rompevano in quel mondo raccogliticcio popolante gli alberghi e le case di salute, i freni morali erano aboliti; ed ella aveva saputo, spettatrice riluttante, confidente disgustata, i compromessi delleflirtations, le vergogne dei falsi legami, le miserie degli intrighi quotidiani, tutte le sozzure di una società accozzata, senza casa, senza rispetto… Ah, di quel mondo miserabile ella era degna! In nome di che cosa avrebbe potuto farsene giudice? Non si sarebbe parlato di lei, a bassa voce, con dei sorrisi d'intelligenza, come si parlava di tante altre sciagurate?.. Esisteva un altro mondo per lei?..

Lasciando tratto tratto di scrivere, Massimiliana si prendeva la testa fra le mani, atterrita dalle visioni che le sfilavano dinnanzi. Un altro mondo esisteva! ed ella ne aveva adesso la rivelazione, per sentirne l'incauto ma per apprezzarne anche l'impenetrabilità!.. Il suo primo turbamento aveva preceduto l'incontro di Ermanno Raeli; si era prodotto allo stesso annunzio della partenza per Palermo. Ella sapeva di trovarvi Rosalia di Verdara, e l'idea di rivedere un'amica che aveva conosciutaprima, l'aveva sgominata. Con una muta e quasi fatidica stretta al cuore, ella aveva contemplata la terra di Sicilia, vaporosa all'orizzonte, dal bordo della nave che ve la trasportava, rapidissimamente; e poco tempo dopo il suo arrivo, la vaga minaccia aveva subito preso corpo… La prima volta che aveva incontrato Ermanno Raeli, durante la visita al Museo nazionale, ella aveva evitato di guardarlo, di stringere la sua mano…. ma non ostante il suo partito preso di sottrarsi a tutto ciò che potesse attaccarla al mondo, ella aveva pur dovuto avvertire il senso delle parole del giovane e l'espressione che le coloriva. Era stata come una rispondenza secreta, fatale, come l'imprevedibile incontro di due note tratte da strumenti diversi… Fin da quel primo istante, la visione del futuro a cui andava incontro le era balenata alla mente; ed ella aveva combattuto, a palmo a palmo, contro di sè stessa; poichè ella non aveva il diritto di amare, poichè non poteva essere amata… E come più conosceva la nobiltà, la bontà, la gentilezza, tutte le doti del cuore e dello spirito di quell'uomo, l'affinità della sua indole con la propria, più ella si agguerriva contro la passione nascente… o credeva d'agguerrirsi; perchè quelle ragioni di evitarla erano nello stesso tempo delle ragioni—le più potenti!—di farla gigante. Ella aveva anche sperato di illudersi sul significato della riserva di Ermanno, cercando di attribuirla a indifferenza, piuttosto che a timida e delicata discretezza… e nel risveglio di tutti i suoi dolori, aveva sperato di esser la sola a sacrificarsi…

Ora, l'inganno non era più permesso. Si era rotto il giorno che i loro sguardi eransi incontrati, come i loro pensieri, sotto la rustica imagine del Salvatore; si dissipava, svaniva dinnanzi alla rivelazione della contessa. Egli l'amava, le tendeva la mano leale, e non sapeva che la mano di lei era indegna di posarsi sulla sua! Una voce interiore la rimordeva, l'accusava di perfidia, poichè ella non aveva fatto nulla per evitare l'inganno, e delle vampe di vergogna le salivano al viso… Bisognava che tutto finisse, o sarebbe stata senza scusa; bisognava che essi ridiventassero estranei l'una all'altro, come prima e senza ritorno. Ma nel punto che quella necessità le s'imponeva, inevitabile, ella sentiva che qualche cosa le si spezzava nel petto. Ella non sapeva dove avrebbe trovata la forza di rassegnarsi a quella necessità, perchè anch'ella lo amava, perchè la sua lotta era stata inutile, perchè ad ogni giorno, ad ogni ora, ella si era sentita avvincere a lui; e le prove ne erano l'illusione che si era fatta, tutte le transazioni per le quali era arrivata a quel punto… Aveva creduto distogliere la propria attenzione da quel sentimento, aveva quasi perduta la coscienza del suo stato, e ad un tratto la più formidabile delle alternative le si presentava: o ingannare ancora quell'uomo che aveva riposto in lei la sua fede e diventare in certo modo complice di sè stessa, o spezzare col cuore di quell'uomo anche il suo proprio… Vi era un'altra soluzione? Poteva ella andare da lui, e rivelargli tutto, ed aspettare la sentenza che egli avrebbe pronunziata?.. E sarebbe poi stata una soluzione diversa, o non si sarebbe risolta in una delle due che più l'atterrivano? Vincere Ermanno con le proprie lacrime, con la confessione del proprio amore, non sarebbe stato ancora ingannarlo? Ma l'orribile verità non avrebbe piuttosto tutto distrutto?..

Ella teneva per sè il dilemma angoscioso, intanto che finiva di rivelar tutto all'amica e che, atterrita dalla propria risoluzione, sicura che un istante di esitazione avrebbe fatto sorgere il pentimento col corteo di nuove lusinghe, chiudeva la lettera senza osar di rileggerla…

Prima ancora che la lunga e scomposta lettera di Massimiliana, nelle cui frasi spezzate e contorte si traduceva lo spasimo della scrittrice, avesse rivelato il secreto dell'amica alla contessa, costei aveva già compreso il genere d'ostacolo da cui quella era stata arrestata. Poichè la giovanetta amava Raeli—e l'attitudine di lei non ammetteva alcun dubbio su questo—poichè ella non poteva cedere alla persuasione dell'amore, poichè la viscontessa aveva tradito il sentimento di dolorosa pietà che la nipote le ispirava, non vi era, per uno spirito femminile acuto come il suo, da esitar molto sulla natura di quel secreto, specialmente in presenza di tutti gli altri piccoli dati che la signora di Verdara era venuta mano mano accertando… La lettera di Massimiliana confermava e spiegava ora tutto più chiaramente; però, se il suo primo movimento di Rosalia era stato di compassione verso la giovanetta, ella cercava inutilmente di nascondersi che una specie di egoistica soddisfazione lo aveva seguito per quell'ostacolo sorto contro la felicità della rivale. Aveva avuto un bel persuadersi di non poter nulla sperare per sè, aveva potuto ben consentire di fare un passo che si risolveva nella mortificazione del suo proprio amore… ma una compiacenza di cui ella sentiva la malvagità, poichè tentava di negarla, sorgeva in lei dinnanzi alla rivelazione di Massimiliana. Prima che la sua coscienza le rimproverasse quel movimento, l'idea del dolore che Ermanno avrebbe provato lo aveva distrutto. Se il suo interesse le dimostrava che il riferire al giovane il contenuto di quella lettera era uno stretto dovere, se le ragioni dell'egoismo le consigliavano di servirsi di quell'arma che le era venuta in mano, la visione del male che quell'arma a doppio taglio avrebbe fatto l'arrestava ad un tratto. E mentre una sorda voce di gelosia le veniva dimostrando che ella non doveva nulla a Massimiliana, la naturale sua rettitudine le rappresentava come un'indegnità il trarre profitto per sè, pei suoi fini inconfessabili, della confidenza che un momento di terribile angoscia aveva strappato alla disgraziata…. Presto o tardi, i due giovani non si sarebbero direttamente spiegati? ed anche senza di ciò, era possibile che Ermanno non fosse messo alla lunga in sospetto, in modo da evitare a lei l'odiosità di un atto che poteva parere una denunzia?…

In quel contrasto interiore, ella non aveva trovato di meglio che allontanare il momento in cui avrebbe dovuto render conto della missione compiuta; nè, da parte sua, Ermanno pareva volerlo affrettare. Lo sforzo che egli era riuscito a fare su di sè stesso, rivelando alla contessa l'amor suo per Massimiliana, aveva esaurita la sua iniziativa. In quella risoluzione, che solo il pericolo di non veder più la signorina di Charmory aveva determinata, egli si era acquetato, aspettando in una calma relativa l'esito che avrebbero avute le pratiche dell'amica. Non si sentiva oramai più libero di sè, si vedeva in balìa di circostanze sulle quali non avrebbe potuto spiegare nessuna influenza, che avrebbero deciso della sua vita, irrevocabilmente. Tutti i suoi dubbii, le sue indecisioni, i suoi timori, i suoi scrupoli, le sue aspettazioni si confondevano insieme, come se una piena contro cui le sue braccia nulla potessero lo travolgesse verso una meta ignorata ma infallibile. La sensazione non aveva nulla di penoso; tormentatore era per lui tutto ciò che sollecitava un impulso decisivo; l'abbandono, l'attesa, non avevano nulla di repugnante al suo modo d'essere naturale.

In tale stato di spirito, egli non aveva fatto nulla per affrettare la risposta della contessa; ancora più avrebbe aspettato senza l'inquietudine che una lunga clausura di Massimiliana e della signora d'Archenval gli aveva fatto nutrire. Ma questa circostanza appunto aveva suggerito a Rosalia di Verdara un pretesto per evitare di prendere un partito. Come Ermanno aveva cominciato a chiederle un giorno notizie delle ospiti dellePalme, ella gli aveva risposto che nelle peggiorate condizioni di salute della viscontessa non era stato possibile veder da sola Massimiliana; ma che, per ciò stesso, la partenza dei d'Archenval restava indefinitamente rimandata. Questa certezza bastava ad Ermanno. Se la previsione d'un rifiuto era per lui così penosa che il suo stesso senso della vita ne restava menomato, l'idea del conseguimento del suo sogno lo riempiva di turbamento fino all'intime fibre. Per le nature contemplative, il tradursi in atto di ciò che si è vagheggiato idealmente, in secreto, senza confessarlo a sè stessi, si accompagna ordinariamente con un senso d'intimo sgomento, per l'esagerata coscienza della propria inettitudine dinnanzi alla realtà. Amando Massimiliana come non credeva possibile che si amasse di più al mondo, concentrando in lei tutta la poesia della vita, riconciliandosi per lei con quella vita della quale aveva disperato, le difficoltà materiali di un accordo, della domanda, di tutti gli atti, di tutte le pratiche necessarie al conseguimento del sogno, lo arrestavano, gli parevano insormontabili ostacoli. E col pensiero unicamente occupato da una imagine, egli non poteva essere indotto, come sperava la contessa, a concepir dei sospetti. Le più grandi come le più semplici scoperte sono il risultato dell'associazione delle idee; ma egli era troppo pieno di una, perchè restasse posto ad un'altra qualsiasi. Se avesse potuto notare l'imbarazzo di Rosalia di Verdara, la paura di Massimiliana, tutte le circostanze che avevano destato i sospetti della sua amica, anch'egli ne avrebbe cercata la causa; ma per uno spirito tuttoin dentrocome il suo, ed occupato da un unico oggetto, un tal senso d'osservazione era impossibile.

Massimiliana di Charmory aveva dovuto finalmente strapparsi al conforto del suo isolamento e ritrovarsi in presenza della contessa e di Ermanno. Se l'acuto della sua ambascia era passato, lo spirito e la stessa persona ne portavano ancora le traccie, nello stordimento a cui era in preda, nella sofferenza che la sua tinta emaciata tradiva. E neppur lei aveva nulla risolto, occupata come era di sapere se la contessa avesse parlato ad Ermanno. L'attitudine dell'amica e del giovane le avevano ben presto dimostrato che questi non era stato messo a parte di nulla. Non una parola di Rosalia di Verdara aveva accennato a quel che era successo tra loro, e quanto ad Ermanno, la stessa timida riserva, la stessa delicatezza discreta si leggeva nei suoi occhi e nelle sue parole. La situazione restava quindi impregiudicata; ma i contrarii impulsi che dilaniavano l'anima di lei nel considerarla, la vertigine che la prendeva non sì tosto arrestavasi ad una soluzione, le facevano accettare come un bene insperato quel periodo di sosta in cui, acquetata la sua coscienza con la confessione fatta all'amica, nessuno le chiedeva nulla. Sotto l'impero di diverse lusinghe, tutti e tre cospiravano reciprocamente a prolungare uno stato d'incertezza, quasi a cancellare il ricordo di ciò che sapevano. Una specie di nuova fiducia cominciava a rinascere in loro, intanto che riprendevano l'intimità serena, la vita di prima, come se nulla fosse sopravvenuto a cambiare le loro relazioni. In quella incoscienza, per una parte voluta, per un'altra naturale—poichè una legge benefica fa perdere in durata alle scosse dello spirito ciò che esse guadagnano in intensità—l'amore della signorina di Charmory per Ermanno si faceva più profondo ed esclusivo. Era come se un raggio di luce brillasse nel grigio del suo cielo, come se qualche cosa le si schiudesse nell'anima che la trasformava; quasi in un ritorno alla salute dopo i travagli del male, ella assaporava mille sensazioni nuove, una dolcezza di vivere—la prima, la sola… Dei brividi la scuotevano, quando ella si sorprendeva abbandonata a quella nuova persuasione; fuggiva allora la compagnia degli uomini e restava lungamente inabissata in un muto terrore. Quelle uniche ore di sogno volavano, e come rapidamente!… Il risveglio non era lontano.

Fu in un freddo pomeriggio di febbraio, con un cielo bianco per gli alti turbini di neve qua e là squarciati sull'azzurro, e un sole senza raggi, che Ermanno erasi recato all'Hôtel des Palmes. Egli aveva trovata la signora d'Archenval nella serra, sopra una seggiola a ruote, con un plaid sulle ginocchia, circondata da alcune altre signore della colonia russa ed inglese. Massimiliana era alcun poco discosta, accanto a un tavolo di ferro; teneva in mano un libro dalla rilegatura rossa e i caratteri d'oro, ma conversava col generale von Koptleben, un vecchio tedesco che pagava ora, con una lenta malattia, i trionfi del 1870. La viscontessa aveva accolto coi segni della più viva premura Ermanno Raeli. Spirito ingenuo, che le prove dell'esperienza colpivano senza ammaestrarlo, ella si era persuasa che l'amore avrebbe finito per essere la salvezza di Massimiliana. Lo spettacolo dello strazio sofferto dalla giovanetta, sorpreso da lei il giorno della visita di Rosalia di Verdara, le era stato causa d'una commozione violenta, tradottasi nell'abbraccio doloroso e convulsivo che aveva dato a Massimiliana in presenza dell'amica; più tardi, la ripresa dei rapporti fra i due giovani, l'aria di calma diffusasi sulla fisonomia della nipote, le attenzioni delicate di cui Ermanno la faceva sempre oggetto, le avevano fatto sperare che quell'amore sarebbe riuscito a trionfare di tutti gli ostacoli, che per esso Massimiliana avrebbe visti compensati ed aboliti i suoi antichi dolori. Come dunque Ermanno, dopo essersi intrattenuto un poco con lei, le chiedeva il permesso di andare a salutare la signorina di Charmory ella aveva seguito il giovane con un lungo sguardo di compiacente fiducia.

Massimiliana, stretta la mano ad Ermanno, lo aveva presentato al militare, conoscendo la nazionalità del quale, il giovane aveva fatto notare la sua qualità di mezzo tedesco. La conversazione si era subito intavolata in questa lingua, e negli acuti sguardi del vecchio uomo di guerra si leggeva il piacere d'aver trovato quasi un compatriotta, che lo trasportava con lo spirito verso la patria lontana. Però, parlando della Germania col generale, Ermanno era tutto al novissimo incanto di sentire la signorina di Charmory prender parte al discorso nella lingua di sua madre. Era una grazia dolce che quegli aspri incontri di consonanti, quelle forti aspirazioni, prendevano sulle labbra di Massimiliana; era una specie di nuova, più grande intimità che lo stringeva a lei. Ermanno si sentiva intensamente felice, come poche volte era stato, e la sua simpatia si riverberava sul generale che, con la sua stessa presenza, rendeva impossibile ciò che egli temeva—desiderandolo:—una spiegazione suprema… Un secreto timore s'impadronì quindi di lui, allorchè, al sopravvenire d'un cameriere il quale annunziava l'arrivo del dottore, egli lo vide allontanarsi. «Se non le rincresce» disse a Massimiliana quando furono soli, e vincendo il turbamento che lo guadagnava sempre che restava in presenza di lei, «se non le rincresce, vuole che la nostra conversazione segua in tedesco? Io sono molto felice di sentir parlare questa mia lingua materna così bene come da lei…»—«Volentieri,» rispose la signorina di Charmory; «tanto più che, comunque parliamo, uno di noi dovrebbe adoperare una lingua non propria…»

Ermanno non aveva lo spirito così libero da notare l'espressione con la quale Massimiliana, anch'essa invasa da un intimo sgomento in vicinanza di Ermanno, aveva pronunziate quelle parole, la specie d'insistenza che ella aveva messa nel notare quella originaria diversità, quasi una barriera esistente fra loro. Superato il primo istante d'imbarazzo, egli si era abbandonato all'incanto di trovarsi presso a Massimiliana, ma ancora sotto gli occhi di altra gente dalla quale si sentiva assicurato contro le sue istintive paure. La soavità dell'ora in quell'ambiente tiepido e profumato era tanta, che tutto acquistava una straordinaria importanza per lui, anche l'argomento insignificante sul quale si aggirava la conversazione: la società che in quella stagione occupava l'Hôtel des Palmes…. «Una società cosmopolita» diceva la signorina di Charmory, rassicurata da quel tema su cui si avviava la conversazione; «la stessa a Palermo come a Nizza o ad Ostenda… Dei tipi sempre eguali, abitudini comuni e perfino uno stesso modo di vedere e di giudicare…» Anch'egli l'aveva conosciuta, quella società: «E non so se lei risenta lo stesso effetto di freddezza,» diceva alla signorina di Charmory, «che essa produce in me; il lamentevole effetto di queste relazioni strette con la stessa facilità con cui si rompono; delle quali nulla resta, altro che un nome ricordato, qualche volta…» Ermanno s'accorgeva, soltanto dopo averle pronunziate, che le sue parole potevano sembrar calcolate in vista di un effetto da produrre; egli che aveva parlato d'istinto, come il pensiero dettava, non era però pentito di averle pronunziate; cercava anzi di leggere nella fisonomia della signorina di Charmory l'impressione che l'accenno alla instabilità di quelle relazioni, al genere delle quali la loro propria apparteneva, avrebbe prodotto… Facendosi forza per non dimostrare la sua preoccupazione dinnanzi alla piega che prendeva il colloquio, Massimiliana aveva tentato di dare alle parole di Ermanno un significato diverso da quello che ella sentiva bene essere il proprio. «Sì,» rispose, «io divido il suo modo di pensare; è una vita affrettata, che finisce per produrre una vera stanchezza…»—«E un bisogno di quiete, di riposo, d'intimità vera ed esclusiva… Non pensa anche lei così?… Spesso i nostri giudizii s'incontrano…»

Ella scosse un poco la testa, senza dir nulla. Sentiva delle lacrime salirle agli occhi, che evitavano quelli di Ermanno e si rivolgevano verso i gruppi sparsi per il giardino, senza fissarsi in alcun luogo. Subitamente, la contenuta letizia di Ermanno era scomparsa. La tacita denegazione della signorina di Charmory, quasi ella disperasse di conseguir mai quell'ideale di vita al quale egli aveva fatto allusione, la vaga espressione di dolore composto e rassegnato che si era dipinta nei suoi lineamenti, gli avevano data come una trafittura acuta e rapidissima. Ma erano gli occhi di lei che egli voleva vedere, i suoi occhi profondi che si distoglievano dai suoi e con quella persistenza nell'evitarlo gli davano quasi una materiale impressione d'un distacco irreparabile. Egli si era un poco chinato verso di lei, appoggiando il braccio sul proprio ginocchio, ed aveva ripreso: «Non ha dunque pensato alle seduzioni di questa intimità?… Non la crede possibile?…» La signorina di Charmory rispose con fermo accento, subitamente scuotendosi: «No.»—«E non crede che qualcuno abbia potuto pensarvi per lei?… sognarla come la sola cosa degna di esser sognata?…»

Egli aveva parlato molto piano, con la stessa intonazione di prima, nell'attitudine in cui si trovava, fissando la mano bianca e diafana di Massimiliana. Egli non aveva sostenuto nessuno sforzo su di sè stesso; le parole gli erano subito venute una dopo l'altra alle labbra, come l'unica, la necessaria espressione del suo pensiero; egli non era più stupito di aver parlato, soltanto la percezione del mondo circostante si era abolita dalla sua coscienza.

Dischiuso il libro che teneva ancora in mano, la signorina di Charmory vi aveva rifugiato lo sguardo. La precisa sensazione che ella provava in quell'istante, era di naufragare, in un mare tranquillo, sotto un sole ridente, dinnanzi alla riva; ma di naufragare senza speranza di aiuto, sentendo già l'acqua alla gola. Rapidamente, prima che ella avesse avuto il tempo di prevederla, di prepararvisi, l'ora temuta della prova ultima era suonata, e una mano di ferro le aveva stretto il cuore, e un soffio di morte le aveva inaridite le labbra. Come, come superarla?… «Sapevo,» disse con voce che si sentiva appena, «che questo momento sarebbe arrivato… la signora contessa mi aveva già detto…» Allora, con uno slancio contenuto: «No, lasci dire a me!…» riprese Ermanno; «mi lasci dire tutto quello che ho in cuore, se pure sarà possibile…. È la mia vita che è legata alla sua… io ho creduto di morire quando mi hanno fatto temere che non l'avrei più riveduta… Si ricorda il giorno che c'incontrammo a Pallavicino? Come era piena la mia felicità!.. Non le avevo detto mai nulla… non sapevo, non potevo… guardi, avevo paura!…» Ad ognuna di quelle frasi roventi del giovane, la signorina di Charmory aveva un poco abbassato il capo, cogli occhi fissi in un punto, come ammaliata da una qualche visione che ella sola poteva mirare: ad un tratto si era scossa da quella contemplazione ed aveva fissato in viso il suo compagno… «Se vuole essere felice, rinunzii a me» disse, lentamente, cercando ad una ad una le parole, sentendo che una sola parola, che la sola intonazione della voce avrebbe potuto tradirla, toglierle le poche forze che chiamava a raccolta. «Io ho risoluto di non lasciare il mio stato… È una risoluzione antica, che non ha nulla contro di lei… Vi sono dei destini irrevocabili…»

Tacque ad un tratto, per paura di mentire, di ricorrere, come aveva fatto con la contessa, a pretesti che avrebbero detto il contrario di ciò che ella voleva significare. E appunto in quelle parole, in quell'accento, Ermanno Raeli sentiva che il pensiero di Massimiliana non era intero, che quella risposta non era completa. Non era possibile che ella avesse ascoltato la sua confessione, con quell'ansia nel respiro, con quella fissità negli sguardi, per rispondere a quel modo; non era possibile che tutto dovesse finire tra loro così, che una risoluzione antica ostacolasse la presente felicità. «Allora» riprese, con nuovo calore, «crede che questi nostri rapporti… che questo nostro incontro debba finire, come gli altri, senza che nulla ne resti?… Noi ci saremo conosciuti e compresi… per diventare di nuovo due estranei; come tutta questa gente che oggi conviene qui, intimamente, e che sarà domani dispersa pel mondo, e che non si rivedrà probabilmente più mai?…»

Nuove persone erano discese nella serra, in attesa dell'ora del pranzo; col rapido corso delle nuvole la luce si velava e tornava a splendere istantaneamente; le conversazioni tutt'intorno s'intrecciavano; ogni tanto si udivano dei piccoli colpi di tosse a stento repressi, e nulla era più strano di quella spiegazione decisiva, in cui i due giovani trattavano del loro avvenire, tra l'indifferenza dei propositi che si tenevano a distanza di pochi passi. Entrambi però, in presenza di quegli spettatori, si contenevano; trovavano in quel pubblico una specie di soccorso contro i pericoli dei quali l'argomento della loro conversazione era pieno… Alle ultime parole di Ermanno, la signorina di Charmory aveva chiuso un poco gli occhi; si leggeva nell'imbarazzo con cui cercava di darsi un'attitudine, nell'amarezza espressa dall'increspamento di un angolo del labbro, la lotta interiore che si combatteva in lei. Ella sentiva il cuore palpitarle in petto così forte come se fosse sul punto d'infrangersi. In quel suo lento naufragio, mentre le sue braccia si dibattevano istintivamente in cerca d'un appoggio impossibile, ecco un'altra mano distendersi verso la sua. Afferrarla, aggrapparvisi: questo diceva l'istinto della salute… ma perchè poi, se non per trascinare con sè un'altra vittima al fondo?.. Ella aveva nuovamente rivolto lo sguardo sul giovane. Come quell'incostante giornata, a momenti intensamente luminosa e ad un tratto oscurantesi, la fisonomia di lui si era trasformata: gli occhi splendevano di luce sul viso leggermente impallidito nell'emozione; una luce ed un pallore che erano l'espressione dell'estasi, d'una sublime speranza…. «Mi dica» continuava egli, con forza rinnovellata da quello sguardo profondo, «mi dica che non sente nulla per me… che non m'ama!.. Io non potrò replicare… accetterò la sua dichiarazione come una sentenza…. Non mi dica che aveva presa una risoluzione prima d'incontrarmi!.. Anch'io, prima di conoscerla, credevo che tutto fosse finito nel mondo; non speravo, non aspettavo più nulla… Se sapesse quale tristezza!… Ebbene, è bastato vederla… Anch'io tentai dapprima di resistere… io non mi credevo, io non ero degno di lei…» Massimiliana si era fatta, a misura che egli parlava, sempre più bianca; strette le mani da ultimo, le aveva appoggiate un momento contro il fianco, come per comprimere il cuore sanguinante a quel crudele scambio di parti, a quell'accusa d'indegnità che Ermanno rivolgeva contro di sè, mentre ella era straziata dalla coscienza dell'inguaribile indegnità sua… «Di grazia, signor Raeli!… mi risparmii, di grazia…» supplicò, scomposta dall'ambascia; ed a bassa voce, dolorosamente, notata la rapida alterazione dei lineamenti di lei: «Massimiliana!…» aveva esclamato Ermanno, «mi perdoni!… io le giuro che non sentirà più da me una sola parola, fin quando…»

Egli tacque un momento, titubante. Spiegando il contrasto a cui si dimostrava in preda la signorina di Charmory col fatto che, non essendole indifferente, ella non voleva o non poteva abbandonarsi al proprio sentimento, stava per aggiungere che avrebbe aspettato da lei stessa un'ultima parola, quale e quando che fosse… ma in quella brevissima pausa l'energia interiore che lo aveva sostenuto cadeva e il contrasto che era in Massimiliana si propagava, per una specie di contagio simpatico, in lui, occupando il suo spirito di mille opposte tendenze. In quel silenzio penoso che era seguito, il ritorno del generale von Koptleben lo aveva sollevato, e profittando del primo momento in cui la conversazione, per quel reciproco imbarazzo non più animata come prima, era languita, aveva preso congedo. Nel lasciare la tiepida atmosfera della serra, era stato sorpreso dal freddo dell'aria esterna, un freddo pungente che gli aveva fatto battere i denti e che aveva accresciuto il senso penoso col quale usciva da quella spiegazione da tanto aspettata, che gli era stata argomento di tante imaginazioni e che adesso era irrevocabilmente passata. Una specie di scontentezza della cui ragione non si rendeva ben conto, ma che si originava forse più dalla disproporzione tra la fantasticante aspettativa e la realtà che dall'attitudine di Massimiliana, lo guadagnava, deprimeva a poco a poco il suo spirito. Esaurendo, infatti, la serie delle interpretazioni di cui le risposte di Massimiliana erano suscettibili, il ragionamento gli dimostrava che ella lo amava. Se non lo avesse amato, ella non avrebbe ascoltato così a lungo la confessione dell'amor suo, non gli avrebbe detto di rinunziare a lei,se voleva esser felice… Felice, avrebbe egli potuto mai essere senza di lei?… Ella lo amava; più che il suo contegno glie lo diceva qualche cosa che gli parlava dentro, un'intuizione misteriosa, quella chiaroveggente prescienza che ogni cuore innamorato ha del destino del proprio sentimento… Se dunque lo amava, che cosa avrebbe potuto opporsi alla loro felicità? Ah, sì; l'ostacolo v'era; ma era in lui, nel sùbito risveglio di tutti i suoi timori, di tutti i suoi sconforti che lo avevano arrestato sul punto di domandarle quell'unica concessione: del tempo… Con la sua natura eccessivamente impressionabile, la più piccola circostanza bastava a determinare un volta-faccia degli stati d'animo più profondi. La vista del dolore di Massimiliana, la stessa idea che qualche cosa d'immutabile si era compita fra loro aveva radicalmente cangiata la disposizione dell'animo suo, e tutto: il suo amore, la creatura amata, il suo destino, gli era subito apparso simpaticamente attraverso una nebbia di tristezza che gli guadagnava ogni parte dell'essere, come il nevischio di quella triste sera invernale…

Col tempo, l'impressione si andò dileguando; ma la reazione determinatasi in lui lo mantenne lungamente sotto l'influenza di tristi pensieri. Se egli non tentava ora, dopo la scena della serra, di riparlare a Massimiliana della propria passione, era meno per obbedire alla promessa fattale che per il rinato sentimento della propria incapacità a farla felice. Arrivava talvolta persino ad accusarsi di egoismo, di voler sedurre la signorina di Charmory per rifarsi con l'amore di lei una fede, un coraggio, un'energia che non aveva, simile ai fattucchieri che del sangue di fanciulli e di vergini compongono un elisir di vita. Allora una tenerezza, una carità lo prendevano per lei; Massimiliana ridiventava una cosa sacra, intangibile; e più acuto di prima si ridestava il timore di farle del male, di macchiarla con lo stesso pensiero… Ricordava di aver sentito parlare talvolta di sposi che, tornando dalla cerimonia nuziale, erano scomparsi abbandonando la donna a cui si erano, un istante prima, legati. Egli aveva il pentimento anticipato; ma la causa ne era in lui stesso, nelle disposizioni contradittorie del suo spirito e nei risultati amari della sua esperienza. Sì, egli sarebbe stato capace di lasciare l'Eletta, per custodirne solo l'idea imperitura, per non profanarla….. Poi ancora un'altra persuasione contribuiva ad arrestarlo, la persuasione particolare agli individui la cui imaginazione è esuberante: che l'attesa della gioia è più grande della gioia stessa…

Tutto questo complesso di desiderii e di paure lo mantenevano in uno stato d'irresolutezza che era per la signorina di Charmory una nuova e meno sperata tregua. Più d'una volta, dopo quella spiegazione, ella era stata sul punto di scrivere tutto ad Ermanno, per non più mantenerlo colpevolmente in una lusinga fatale: tutte le volte non era riuscita a concretare le sue idee in una forma possibile. Ogni volta che vedeva Rosalia di Verdara, faceva il proposito di ottenere da lei che gli rivelasse tutto quel che sapeva; ma, dopo che Ermanno le si era confidato, non poteva fermarsi all'idea di fargli apprendere da un'altra ciò che toccava a lei stessa di rivelargli. E nei loro incontri, che adesso erano più frequenti di prima, nelle loro conversazioni che erano scambii di idee sempre più intimi, i silenzii avevano per lei la terribilità di quelli che si fanno intorno alle agonie. Ma se il loro pensiero era occupato da uno stesso oggetto, se il loro destino era il formidabile tema che entrambi consideravano, non una parola di Ermanno vi faceva allusione. Ella dunque aspettava, finiva per cullarsi in una effimera tranquillità. Ella sperava, per quella facilità che noi abbiamo ad accogliere le illusioni propizie, che quello stato durasse, che non si parlasse più del loro amore, ma che continuassero ad amarsi, a comprendersi. Nell'impossibilità in cui ella era di appartenere a nessun uomo, non era forse quello l'unico modo di appartenere alui?…


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