SOLITUDINI

SOLITUDINI[pg!3]SORELLA ANNAChiama chiama—ed alcun non le risponde—la Donna prigioniera nella Trappa:dello spiraglio ai ferri ella s'aggrappa,livida tra le sparse ciocche bionde:notte e giorno, alba e vespro, estate e inverno,chiama ed attende, chiama e spera, chiamae piange:—taglia l'aria come lamalo stridor vano del singhiozzo eterno.*«Sorella Anna, tu che insonne veglisulla torre più alta, e conti gli astrie le nuvole in cielo, e i vïolastriveli dell'alba cingi a' tuoi capegli:se è ver che la Speranza t'assomigliae che il tuo sguardo scorge oltre il mistero,mira se lungi appaia un cavalierolanciato a corsa su disciolta briglia.Forse or non è che un punto all'orizzonte,solo un punto: e convien, sì, ch'ei galoppi!...Ma è lui: verrà: l'attendo ormai da troppianni: verrà dal mare, o pur dal monte.La prigion che mi serra ha sette porte,ognuna è chiusa a sette catenacci:Sorella Anna che lassù t'affacci,prima ch'ei venga, ahimè, verrà la morte!Se tu mi chiami, forse io non ti sento,sì concitato è il rombo delle vene.Polsi pieni di battiti, più lenesegnate, in grazia, il ritmo del tormento!S'io mi conficco l'unghie dentro il palmo,mi placo.... Come, là in un canto, il viscidoe cauto ragno a sè tessendo i liscicerchi della sua tela appar sì calmo,io la mia tesserò, con passïonetenace, con fibrille del mio cuore,con sogni e sogni: e per eluder l'oreio farò del mio pianto una canzone....Ma ten prego, se avvien che alcun tu scorga,agita il velo, gridagli che spronila corsa a volo, pria ch'io m'abbandoni,soffocata dal sangue che s'ingorga!...»*.... Il tempo stilla, in fredde gocce.—È mortal'Anima, o sul suo spasmo si rannicchia,muta ascoltando se una nocca picchinel muro, o un pugno scardini una porta?...Il tempo stilla.—Un anno? o dieci? o un'ora?...Non chiave nelle ferree toppe stride.Dall'alta torre che nel ciel s'incideSorella Anna si protende ancora.[pg!7]XXXI DICEMBRETrentun dicembre, mille e novecentoundici, mezzanotte.—Taci e pensa,anima.—Nella vigile ed intensatua fiamma, vivi; ma il Destino è spento.Più non si specchia innanzi a te il domani.Nulla aspetti, nè chiedi. La speranzasparve, col sogno. Il tempo che t'avanzasarà come la sabbia fra le mani.Troncato è il laccio che alle creaturet'avvinse, pel tormento e per l'ebbrezza.—Lontanissima, e sola.—Hai l'aridezzadella rinunzia sulle labbra dure.Nella rigida notte, aspre le stelle,simili a chiodi per martirio infissinelle vôlte dei cieli, entro i tuoi fissiocchi incrociano l'iridi sorelle.Fuor del tempo, del peso e dello spazio,da te sôrta, in te chiusa, in te bastante,stai. Si consunse il corpo palpitantenelle stimmate stesse del suo strazio.Quel che ti scosse, amore, odio, rimorso,quand'eri carne appassionata e cuoreschiavo, e fece di te tutto un dolorevile, in ansia di tregua o di soccorso,or cadde: è cencio a terra, è coccio a mare.Nuda or tu sei fra veli d'aria: fortedi te soltanto: e ignori se sia morteo vita la tua nova alba stellare.Vegli fra due voragini, in oblìo..... Vuoto di solitudini senz'orme,rombar sordo di fiumi, alito enormedi venti, ombre di nubi....Ascolta.—È Dio.—[pg!11]PAROLE NON DETTEParole che la bocca mai non disse,per pietà, per orgoglio o per paura,che ai labbri spinse una demenza oscura,che un più forte volere ivi confisse:parole non di suono ma di palpito,miste al sangue pulsante, alla salivadi che il tacer s'abbevera, alla vivacarne che soffre, al cuor che batte a scalpito:han, nel profondo ove s'accolgon bieche,(e chi dir non le volle in sè le udràsempre) un'allucinante fissitàdi facce spente, di pupille cieche.O creatura dalle chiuse labbra,sulla parte di te che fu soppressail tuo silenzio è pari a una compressagelida su ferita che si slabbra.O creatura che disìo non chiamapiù, che amor più non sveglia!... Un'ora solaa te segnava Iddio per la parolache non dicesti: ed or dentro ti clama.Rannìcchiati in disparte, ingoia il pianto,avvilùppati d'ombra. È tardi adessoper la tua verità. Tu sei già pressola soglia eterna, ove il silenzio è santo.[pg!13]LA CASA DEL SILENZIOCasa ch'io sogno, le tue basse murasoffoca, a spire, l'edera malvagia.D'intorno, ove la piana ampia s'adagia,una quiete millenaria dura.La passïon dell'edera t'allacciatutta, dalle radici alla cimasa.Tu quasi il sol più non iscorgi, o casabruna, nascosta in boschi senza traccia.Attinge l'acqua con antica cordaal pozzo, e coglie l'erbe, e l'acciarinobatte, per suscitar dentro il caminola fiamma, una schiavetta muta e sorda.Nel focolare ardono ceppi enormi,e le mobili lingue azzurre e gialles'inseguono, s'intrecciano, farfallee serpi, in guizzi, in fughe, in nodi informi:l'allegrezza selvaggia della vampasibila, rugge, splende, s'invermigliad'odio e di sangue, e snoda ed attorcigliatentacoli.—E m'esalto, io, della vampa.—D'essa mi nutro, e del mio chiuso cuore.Ho, per la sete, qualche frutto, e il secchio.Ricopersi d'un vel ciascuno specchioper non tremar davanti al mio pallore.Ch'io non ricordi!... Che il passato in torbideacque sprofondi come bestia mortascagliata a fiume lungi dalla portadi casa, a che il suo lezzo non ammorbi!...Ch'io non ti porti più così feritapel mondo, camminando su rasoitaglienti, anima ignuda, che non vuoimorire, e tanto sprezzo hai per la vita!....... Giardin ch'io sogno, i tuoi cancelli spranga.Bizzarri e inestricabili viluppidi tronchi e fronde, e rose e rose a gruppisorgon dal suolo che non sa la vanga.In te il silenzio è cosa viva, ch'iostringo a me come un mazzo di corolle.D'esso mi nutro, e del mio sogno folle.D'esso mi fascio, e son simile a Dio.Che è che romba per gli androni, ed empiedi sè la casa, e palpita e volteggianell'aria?... È il cuore, è il cuor che mi vaneggia,è il sangue che mi batte entro le tempie.Che è che balza su la brage, e nellacappa rugge una sua rossa parola?....... Anima, tu, che esulti d'esser sola,e ardi, e dal tuo rogo esci più bella.[pg!17]LA SOGLIALa soglia è grigia, di corroso sasso.L'erba s'inciuffa tra le fenditure.Offese il tempo un «salve» inciso in purelinee di grazia sul gradino basso.La gran porta di quercia non ha chiaveper aprir, non anello sul battente.Immota, nulla vede e nulla sentedalla prim'alba al palpitar dell'ave.—Pietra, e silenzio.—Investe a vampe il soleil travertino antico, e lo schiaffeggiala pioggia, e in gelidi aliti volteggiala neve ad esso intorno, e le violespuntano tra gli spacchi, e fruga il ventodove può, come può, strisciando al muro:muta la porta sta, quale su durovolto un serrato labbro vïolento.Dietro di sè con spranghe e con uncinidi ferro asserragliandola, gli Amantistanchi del mondo e de' suoi vani incantila sbarrarono un dì contro i destini.Stanchi del mondo e sol di sè beati,l'un sul labbro dell'altra, il verde assenziobevvero dell'esilio e del silenzio,ne l'immemore gaudio avviticchiati.Che fu di loro?... In essi ancor non languela febbre che li fa con torvo acrorecercar coi baci entro la carne il cuore,ed agli amplessi dà sapor di sangue?...O pur la sazietà così li torseche l'un nell'altra incastrò l'ugne a scempio,sibilando, accanendosi nell'empiostrazio, che in arma il pazzo amor ritorse?...O pur, per vie segrete, per recessiopposti, al sol tornarono, alla vastaluce, alla libertà che amor sovrasta,in cerca d'aria, in cerca di se stessi?....... Pietra, e silenzio.—Sulla soglia l'erbacresce, e s'affolta, solo umile accentodi vita; e par che plachi in cento e centopiccoli baci una follia superba.Dice: Perchè?...—Con un aulir selvaggioe dolce, dice: Si trasforma amore.Casa che soffri come un chiuso cuore,perchè non t'apri, ora che torna maggio?...[pg!21]LE DUE SIEPISale a fatica—e come il piè la reggaignora, e come a sè dischiuda il varco—fra i rovi aguzzi di due siepi ad arcola Donna che non ha chi la sorregga.Dalla diritta tunica vermigliaemerge, quale fiamma dalla face,il volto, che un'insonne e pertinacecura protende, solca ed assottiglia.Non più di carne: d'anima è quel voltosenza bellezza, senza gioventù.E pur nessuna donna al mondo piùsuperba apparve, nel suo crin disciolto.Chiude, è vero, le pàlpebre sugli occhitalvolta, stanca; con la floscia piegasui labbri di chi sè da sè rinnega,mal raffrenando il pianto che trabocchi.Si domanda: Perchè?...—Se una parolale alitasse, or, sul collo, e fosse baciopiù che parola!... se, improvviso, un laccioumano le cingesse, ora, la gola!...Ma a un sasso inciampa, a un pruno irto le manipunge. Sovvienle allor del suo destino.Non ha che sè, per compiere il cammino.Non ha che sè, per l'oggi e pel domani.Beve alle pozze d'acqua, strappa morealle due siepi, e cupida le addenta.Sol di questo, e d'un sogno, ella alimentail soffio della vita interïore.Ella sa d'un giardino ove i rosail'attendono, dai calici di fuocol'anima vaporando a poco a pocoverso l'Ignota che non giunge mai.Là, fluir d'acque, murmuri di brezzadensa d'essenze, letti d'erba, auroresacre: là, quella in cui non osa il cuorecullarsi, insostenibile dolcezza....Sorgerà un giorno, per magia, per gioia,nel suo gran verde, a sommo della strada.Purchè l'orme non sien false; e non cadaella contro le siepi, e non vi muoia!....... Giunge.—Ma innanzi al devastato campo,ai mozzi tronchi, ai rami ignudi, serral'unghie nel palmo: poi s'accoscia a terra,come la fiera che non ha più scampo.[pg!25]SERVIREPoi che ogni donna è al mondo per servirecon la carne caduca e l'immortalespirito acceso, docile fra il malee il ben, soggetta in piangere e in gioire:poi che ogni donna è ancella a chi le prendaper vïolenza il palpitante cuore,io riconosco, o Dèspota Dolore,su me la tua sovranità tremenda.Amo il tuo bacio, ch'è morsicaturaperversa, e n'ho sul petto e in faccia i lividi.Tu ti diverti a torturarmi, e i brividimisuri e godi della mia paura.Ti nascondi, talvolta: e allor m'avvedo,ecco, ch'è maggio, e che nel ciel le stelleson come i fiori sulla terra; e dellestelle e dei fiori uguale, ecco, mi credo.Ma tu, ch'eri in agguato, a un tratto l'ugnam'affondi in collo, e sì mi scuoti, e a sanguebaci e maltratti: ed io m'affloscio, esangue,fra le tue braccia molle come spugna.Mi sei buono, talvolta, e suggi lievele mie lacrime calde dalle ciglia;ma io sorrido senza maraviglia,chè troppo so come la sosta è breve.Terribili silenzi son fra noi,talvolta. Immoto, tu somigli a un morto,ma vegli. Immota, perso in te lo smortoviso, nel cuore io medito de' tuoicelati artigli l'azzannar protervo,repente.—Se tu vuoi, potrò domanimorire. Mi sarà, dalle tue mani,dolce. T'amo così. Così ti servo.[pg!29]PÀNICOPaura della vita, a tradimentoor su me piombi, e il tuo nodo scorsoiomi getti al collo; ed in me stessa io muoiosenza morire, diaccia di spavento.Ed i giorni e le notti che verrannom'appaion come maschere impenetra--bili; e con peso di massiccia pietral'ieri e l'oggi sul cuor lividi stanno.Da coloro che un dì chiamai fratellisì lontana mi sento, che a soccorsonon grido: non udrebbero: ahimè!... corsotroppo ho dinanzi a lor, con piè ribelli.Ciò che fu non è più—ciò ch'è presentenon vale—sul futuro c'è una portachiusa, di bronzo.—Io son fra quella portae il mio terrore.—Io son quasi demente.Pure conviene attender l'alba, attenderecon piè fermo, con fisso occhio, il ritornodel sole. E il sol guardare, e il chiaro giornogodere, come un fior—senza comprendere.[pg!31]COMPRENDERENo!... Comprenderti voglio, o vita, o vitache m'attanagli con sì dure branche,e a prova nelle mie viscere stancheprima scavi poi baci la ferita.Io non ho membro che non porti il segnodella tua vïolenza—e il sanguinantemio cor t'ha in sè confitta, rutilantescure che strappa alla radice il legno.Quando comprenderò, forse il tuo giocobarbaro diverrà per la mia menteun nulla, un fior che sboccia, una vanentenube, vermiglia del tramonto al fuoco.Quando comprenderò, ti sarò grataforse del vario strazio che m'infliggi,torturatrice, che unghia e dente figgidove la carne più ti par malata.Dimmi il perchè, se un perchè esiste. Io vogliosaperlo, per gioirne; e del dolorefar delizia pei sensi, urlo d'amoreper l'anima, corona per l'orgoglio.[pg!33]LA COPPIAPassa una coppia, ove non è la luna.Risa sommesse. Aneliti. Carezzesenza pietà, come vendette. Asprezzedi baci folli. Poi, silenzio. È l'una.Si smemora la notte, in un'insaniadolce. È il languor dei grappoli d'acacia.È quella coppia in ombra, che si bacia.È l'aroma del filtro di Brangania.—.... Tu che fai qui?... Rasenta i muri, e asconditiil viso coi tuo vel, tu che sei sola!...No.—Resti.... Non v'ha lacrima o paroladi rimpianto nei calmi occhi profondi.Sola sei, con la nera ombra difformetua, che t'insegue sul pallor sidereodel marciapiede. E fredda, nel cinereovolto di sfinge e dentro il cuor che dorme.Pur ieri ardevi sino alle midolladel fuoco per cui sol bella è la vita.Chi ti strappò l'anello dalle dita?...Chi a te del sogno inaridì la polla?....... Vedesti il teschio nello specchio, tu.Quei felici che passano, non sanno,ma sapranno.—Oh, il gran ghigno dell'ingannoin quella lastra!...—Ora non soffri più.—[pg!35]A UN SUICIDAStolto!... Ed eccoti lì, come uno straccio.Che anima di crusca avevi tumai, che al primo fendente, a mucchio, giùt'è sfuggita?... Sei vuoto, ora. Sei diaccio.Sei una cosa inutile, che il piedegetta da un lato, e terra copre, e crocenon vuole. Non più bocca hai per la voce,nè mano per carezza, e cuor per fede.Ah, sol per questo, vivere era bello,sia pur soffrendo!... Piangere o godere,abbrividir di strazio o di piacere,che importa, pur di esistere, o fratello?...Io non voglio il tuo sonno. Io d'una cosasola ho il ribrezzo: della morte.—Il restoè gioco, anche il dolor più orrendo, questodolor, che tutta m'ha pesta e corrosa:e più esso m'affanna, e più vibrantifiamme attizzo al mio fuoco d'energia:e poi che andar bisogna, e tu la viami sbarri, ti scavalco,—e passo avanti.[pg!37]IL POZZO ABBANDONATOIn fondo al pozzo abbandonato è notte.Muffe rampanti, viscidi lichenibacian, con bocche gonfie di veleni,la scabra pietra e l'ime acque corrotte.Non stridìo di carrucola, non rostrogaio, reggente a grossa corda il secchioche, grondando, risalga, a glauco specchiodel sole. L'acqua, in fondo, è come inchiostro.Vive di sè, della tenace pollache, dal concavo sasso in sue perenniforze fluendo, il sonno dei millennirompe con qualche pullular di bolla.Più non ricorda che una bocca umanadi lei godette, in lei languì, rinacquedal refrigerio limpido dell'acquequale un bel frutto rosso.—Oh, gioia vanaormai, sgorgar da chiara tazza agli avidiaperti labbri, all'arse fauci, ai vivimoti del cuore, in schietti sorsi, in rividi freschezza, in rigurgiti soavi!...Sol ritrova sua vita e sua fortunase, cinta d'astri come d'una retedi gemme, il volto pallido per setespecchi entro il pozzo, alta nel ciel, la luna.Allor ne l'acqua è un'ansia, un brividìotrepido, un riso d'èstasi, un gorgoglioappassionato, un impeto d'orgoglioche la solleva dal malvagio oblìo:fino alle scaturigini tralucedi perle in danza, al magico fulgore:in ogni guizzo, in ogni goccia amorepalpita; ed acqua più non è; ma luce..... Così, così, dal pozzo che scavastitu stessa, anima mia, per esser mortapria di morire, e dove stagni, assortanella rinunzia d'ogni ben che amasti,ti svegli, tutta in fremito, di schianto,nell'inganno d'un sogno; e in quel baglioresommersa, torni luce e torni amore,trasfigurata dal sereno incanto.[pg!41]

SOLITUDINI[pg!3]SORELLA ANNAChiama chiama—ed alcun non le risponde—la Donna prigioniera nella Trappa:dello spiraglio ai ferri ella s'aggrappa,livida tra le sparse ciocche bionde:notte e giorno, alba e vespro, estate e inverno,chiama ed attende, chiama e spera, chiamae piange:—taglia l'aria come lamalo stridor vano del singhiozzo eterno.*«Sorella Anna, tu che insonne veglisulla torre più alta, e conti gli astrie le nuvole in cielo, e i vïolastriveli dell'alba cingi a' tuoi capegli:se è ver che la Speranza t'assomigliae che il tuo sguardo scorge oltre il mistero,mira se lungi appaia un cavalierolanciato a corsa su disciolta briglia.Forse or non è che un punto all'orizzonte,solo un punto: e convien, sì, ch'ei galoppi!...Ma è lui: verrà: l'attendo ormai da troppianni: verrà dal mare, o pur dal monte.La prigion che mi serra ha sette porte,ognuna è chiusa a sette catenacci:Sorella Anna che lassù t'affacci,prima ch'ei venga, ahimè, verrà la morte!Se tu mi chiami, forse io non ti sento,sì concitato è il rombo delle vene.Polsi pieni di battiti, più lenesegnate, in grazia, il ritmo del tormento!S'io mi conficco l'unghie dentro il palmo,mi placo.... Come, là in un canto, il viscidoe cauto ragno a sè tessendo i liscicerchi della sua tela appar sì calmo,io la mia tesserò, con passïonetenace, con fibrille del mio cuore,con sogni e sogni: e per eluder l'oreio farò del mio pianto una canzone....Ma ten prego, se avvien che alcun tu scorga,agita il velo, gridagli che spronila corsa a volo, pria ch'io m'abbandoni,soffocata dal sangue che s'ingorga!...»*.... Il tempo stilla, in fredde gocce.—È mortal'Anima, o sul suo spasmo si rannicchia,muta ascoltando se una nocca picchinel muro, o un pugno scardini una porta?...Il tempo stilla.—Un anno? o dieci? o un'ora?...Non chiave nelle ferree toppe stride.Dall'alta torre che nel ciel s'incideSorella Anna si protende ancora.[pg!7]XXXI DICEMBRETrentun dicembre, mille e novecentoundici, mezzanotte.—Taci e pensa,anima.—Nella vigile ed intensatua fiamma, vivi; ma il Destino è spento.Più non si specchia innanzi a te il domani.Nulla aspetti, nè chiedi. La speranzasparve, col sogno. Il tempo che t'avanzasarà come la sabbia fra le mani.Troncato è il laccio che alle creaturet'avvinse, pel tormento e per l'ebbrezza.—Lontanissima, e sola.—Hai l'aridezzadella rinunzia sulle labbra dure.Nella rigida notte, aspre le stelle,simili a chiodi per martirio infissinelle vôlte dei cieli, entro i tuoi fissiocchi incrociano l'iridi sorelle.Fuor del tempo, del peso e dello spazio,da te sôrta, in te chiusa, in te bastante,stai. Si consunse il corpo palpitantenelle stimmate stesse del suo strazio.Quel che ti scosse, amore, odio, rimorso,quand'eri carne appassionata e cuoreschiavo, e fece di te tutto un dolorevile, in ansia di tregua o di soccorso,or cadde: è cencio a terra, è coccio a mare.Nuda or tu sei fra veli d'aria: fortedi te soltanto: e ignori se sia morteo vita la tua nova alba stellare.Vegli fra due voragini, in oblìo..... Vuoto di solitudini senz'orme,rombar sordo di fiumi, alito enormedi venti, ombre di nubi....Ascolta.—È Dio.—[pg!11]PAROLE NON DETTEParole che la bocca mai non disse,per pietà, per orgoglio o per paura,che ai labbri spinse una demenza oscura,che un più forte volere ivi confisse:parole non di suono ma di palpito,miste al sangue pulsante, alla salivadi che il tacer s'abbevera, alla vivacarne che soffre, al cuor che batte a scalpito:han, nel profondo ove s'accolgon bieche,(e chi dir non le volle in sè le udràsempre) un'allucinante fissitàdi facce spente, di pupille cieche.O creatura dalle chiuse labbra,sulla parte di te che fu soppressail tuo silenzio è pari a una compressagelida su ferita che si slabbra.O creatura che disìo non chiamapiù, che amor più non sveglia!... Un'ora solaa te segnava Iddio per la parolache non dicesti: ed or dentro ti clama.Rannìcchiati in disparte, ingoia il pianto,avvilùppati d'ombra. È tardi adessoper la tua verità. Tu sei già pressola soglia eterna, ove il silenzio è santo.[pg!13]LA CASA DEL SILENZIOCasa ch'io sogno, le tue basse murasoffoca, a spire, l'edera malvagia.D'intorno, ove la piana ampia s'adagia,una quiete millenaria dura.La passïon dell'edera t'allacciatutta, dalle radici alla cimasa.Tu quasi il sol più non iscorgi, o casabruna, nascosta in boschi senza traccia.Attinge l'acqua con antica cordaal pozzo, e coglie l'erbe, e l'acciarinobatte, per suscitar dentro il caminola fiamma, una schiavetta muta e sorda.Nel focolare ardono ceppi enormi,e le mobili lingue azzurre e gialles'inseguono, s'intrecciano, farfallee serpi, in guizzi, in fughe, in nodi informi:l'allegrezza selvaggia della vampasibila, rugge, splende, s'invermigliad'odio e di sangue, e snoda ed attorcigliatentacoli.—E m'esalto, io, della vampa.—D'essa mi nutro, e del mio chiuso cuore.Ho, per la sete, qualche frutto, e il secchio.Ricopersi d'un vel ciascuno specchioper non tremar davanti al mio pallore.Ch'io non ricordi!... Che il passato in torbideacque sprofondi come bestia mortascagliata a fiume lungi dalla portadi casa, a che il suo lezzo non ammorbi!...Ch'io non ti porti più così feritapel mondo, camminando su rasoitaglienti, anima ignuda, che non vuoimorire, e tanto sprezzo hai per la vita!....... Giardin ch'io sogno, i tuoi cancelli spranga.Bizzarri e inestricabili viluppidi tronchi e fronde, e rose e rose a gruppisorgon dal suolo che non sa la vanga.In te il silenzio è cosa viva, ch'iostringo a me come un mazzo di corolle.D'esso mi nutro, e del mio sogno folle.D'esso mi fascio, e son simile a Dio.Che è che romba per gli androni, ed empiedi sè la casa, e palpita e volteggianell'aria?... È il cuore, è il cuor che mi vaneggia,è il sangue che mi batte entro le tempie.Che è che balza su la brage, e nellacappa rugge una sua rossa parola?....... Anima, tu, che esulti d'esser sola,e ardi, e dal tuo rogo esci più bella.[pg!17]LA SOGLIALa soglia è grigia, di corroso sasso.L'erba s'inciuffa tra le fenditure.Offese il tempo un «salve» inciso in purelinee di grazia sul gradino basso.La gran porta di quercia non ha chiaveper aprir, non anello sul battente.Immota, nulla vede e nulla sentedalla prim'alba al palpitar dell'ave.—Pietra, e silenzio.—Investe a vampe il soleil travertino antico, e lo schiaffeggiala pioggia, e in gelidi aliti volteggiala neve ad esso intorno, e le violespuntano tra gli spacchi, e fruga il ventodove può, come può, strisciando al muro:muta la porta sta, quale su durovolto un serrato labbro vïolento.Dietro di sè con spranghe e con uncinidi ferro asserragliandola, gli Amantistanchi del mondo e de' suoi vani incantila sbarrarono un dì contro i destini.Stanchi del mondo e sol di sè beati,l'un sul labbro dell'altra, il verde assenziobevvero dell'esilio e del silenzio,ne l'immemore gaudio avviticchiati.Che fu di loro?... In essi ancor non languela febbre che li fa con torvo acrorecercar coi baci entro la carne il cuore,ed agli amplessi dà sapor di sangue?...O pur la sazietà così li torseche l'un nell'altra incastrò l'ugne a scempio,sibilando, accanendosi nell'empiostrazio, che in arma il pazzo amor ritorse?...O pur, per vie segrete, per recessiopposti, al sol tornarono, alla vastaluce, alla libertà che amor sovrasta,in cerca d'aria, in cerca di se stessi?....... Pietra, e silenzio.—Sulla soglia l'erbacresce, e s'affolta, solo umile accentodi vita; e par che plachi in cento e centopiccoli baci una follia superba.Dice: Perchè?...—Con un aulir selvaggioe dolce, dice: Si trasforma amore.Casa che soffri come un chiuso cuore,perchè non t'apri, ora che torna maggio?...[pg!21]LE DUE SIEPISale a fatica—e come il piè la reggaignora, e come a sè dischiuda il varco—fra i rovi aguzzi di due siepi ad arcola Donna che non ha chi la sorregga.Dalla diritta tunica vermigliaemerge, quale fiamma dalla face,il volto, che un'insonne e pertinacecura protende, solca ed assottiglia.Non più di carne: d'anima è quel voltosenza bellezza, senza gioventù.E pur nessuna donna al mondo piùsuperba apparve, nel suo crin disciolto.Chiude, è vero, le pàlpebre sugli occhitalvolta, stanca; con la floscia piegasui labbri di chi sè da sè rinnega,mal raffrenando il pianto che trabocchi.Si domanda: Perchè?...—Se una parolale alitasse, or, sul collo, e fosse baciopiù che parola!... se, improvviso, un laccioumano le cingesse, ora, la gola!...Ma a un sasso inciampa, a un pruno irto le manipunge. Sovvienle allor del suo destino.Non ha che sè, per compiere il cammino.Non ha che sè, per l'oggi e pel domani.Beve alle pozze d'acqua, strappa morealle due siepi, e cupida le addenta.Sol di questo, e d'un sogno, ella alimentail soffio della vita interïore.Ella sa d'un giardino ove i rosail'attendono, dai calici di fuocol'anima vaporando a poco a pocoverso l'Ignota che non giunge mai.Là, fluir d'acque, murmuri di brezzadensa d'essenze, letti d'erba, auroresacre: là, quella in cui non osa il cuorecullarsi, insostenibile dolcezza....Sorgerà un giorno, per magia, per gioia,nel suo gran verde, a sommo della strada.Purchè l'orme non sien false; e non cadaella contro le siepi, e non vi muoia!....... Giunge.—Ma innanzi al devastato campo,ai mozzi tronchi, ai rami ignudi, serral'unghie nel palmo: poi s'accoscia a terra,come la fiera che non ha più scampo.[pg!25]SERVIREPoi che ogni donna è al mondo per servirecon la carne caduca e l'immortalespirito acceso, docile fra il malee il ben, soggetta in piangere e in gioire:poi che ogni donna è ancella a chi le prendaper vïolenza il palpitante cuore,io riconosco, o Dèspota Dolore,su me la tua sovranità tremenda.Amo il tuo bacio, ch'è morsicaturaperversa, e n'ho sul petto e in faccia i lividi.Tu ti diverti a torturarmi, e i brividimisuri e godi della mia paura.Ti nascondi, talvolta: e allor m'avvedo,ecco, ch'è maggio, e che nel ciel le stelleson come i fiori sulla terra; e dellestelle e dei fiori uguale, ecco, mi credo.Ma tu, ch'eri in agguato, a un tratto l'ugnam'affondi in collo, e sì mi scuoti, e a sanguebaci e maltratti: ed io m'affloscio, esangue,fra le tue braccia molle come spugna.Mi sei buono, talvolta, e suggi lievele mie lacrime calde dalle ciglia;ma io sorrido senza maraviglia,chè troppo so come la sosta è breve.Terribili silenzi son fra noi,talvolta. Immoto, tu somigli a un morto,ma vegli. Immota, perso in te lo smortoviso, nel cuore io medito de' tuoicelati artigli l'azzannar protervo,repente.—Se tu vuoi, potrò domanimorire. Mi sarà, dalle tue mani,dolce. T'amo così. Così ti servo.[pg!29]PÀNICOPaura della vita, a tradimentoor su me piombi, e il tuo nodo scorsoiomi getti al collo; ed in me stessa io muoiosenza morire, diaccia di spavento.Ed i giorni e le notti che verrannom'appaion come maschere impenetra--bili; e con peso di massiccia pietral'ieri e l'oggi sul cuor lividi stanno.Da coloro che un dì chiamai fratellisì lontana mi sento, che a soccorsonon grido: non udrebbero: ahimè!... corsotroppo ho dinanzi a lor, con piè ribelli.Ciò che fu non è più—ciò ch'è presentenon vale—sul futuro c'è una portachiusa, di bronzo.—Io son fra quella portae il mio terrore.—Io son quasi demente.Pure conviene attender l'alba, attenderecon piè fermo, con fisso occhio, il ritornodel sole. E il sol guardare, e il chiaro giornogodere, come un fior—senza comprendere.[pg!31]COMPRENDERENo!... Comprenderti voglio, o vita, o vitache m'attanagli con sì dure branche,e a prova nelle mie viscere stancheprima scavi poi baci la ferita.Io non ho membro che non porti il segnodella tua vïolenza—e il sanguinantemio cor t'ha in sè confitta, rutilantescure che strappa alla radice il legno.Quando comprenderò, forse il tuo giocobarbaro diverrà per la mia menteun nulla, un fior che sboccia, una vanentenube, vermiglia del tramonto al fuoco.Quando comprenderò, ti sarò grataforse del vario strazio che m'infliggi,torturatrice, che unghia e dente figgidove la carne più ti par malata.Dimmi il perchè, se un perchè esiste. Io vogliosaperlo, per gioirne; e del dolorefar delizia pei sensi, urlo d'amoreper l'anima, corona per l'orgoglio.[pg!33]LA COPPIAPassa una coppia, ove non è la luna.Risa sommesse. Aneliti. Carezzesenza pietà, come vendette. Asprezzedi baci folli. Poi, silenzio. È l'una.Si smemora la notte, in un'insaniadolce. È il languor dei grappoli d'acacia.È quella coppia in ombra, che si bacia.È l'aroma del filtro di Brangania.—.... Tu che fai qui?... Rasenta i muri, e asconditiil viso coi tuo vel, tu che sei sola!...No.—Resti.... Non v'ha lacrima o paroladi rimpianto nei calmi occhi profondi.Sola sei, con la nera ombra difformetua, che t'insegue sul pallor sidereodel marciapiede. E fredda, nel cinereovolto di sfinge e dentro il cuor che dorme.Pur ieri ardevi sino alle midolladel fuoco per cui sol bella è la vita.Chi ti strappò l'anello dalle dita?...Chi a te del sogno inaridì la polla?....... Vedesti il teschio nello specchio, tu.Quei felici che passano, non sanno,ma sapranno.—Oh, il gran ghigno dell'ingannoin quella lastra!...—Ora non soffri più.—[pg!35]A UN SUICIDAStolto!... Ed eccoti lì, come uno straccio.Che anima di crusca avevi tumai, che al primo fendente, a mucchio, giùt'è sfuggita?... Sei vuoto, ora. Sei diaccio.Sei una cosa inutile, che il piedegetta da un lato, e terra copre, e crocenon vuole. Non più bocca hai per la voce,nè mano per carezza, e cuor per fede.Ah, sol per questo, vivere era bello,sia pur soffrendo!... Piangere o godere,abbrividir di strazio o di piacere,che importa, pur di esistere, o fratello?...Io non voglio il tuo sonno. Io d'una cosasola ho il ribrezzo: della morte.—Il restoè gioco, anche il dolor più orrendo, questodolor, che tutta m'ha pesta e corrosa:e più esso m'affanna, e più vibrantifiamme attizzo al mio fuoco d'energia:e poi che andar bisogna, e tu la viami sbarri, ti scavalco,—e passo avanti.[pg!37]IL POZZO ABBANDONATOIn fondo al pozzo abbandonato è notte.Muffe rampanti, viscidi lichenibacian, con bocche gonfie di veleni,la scabra pietra e l'ime acque corrotte.Non stridìo di carrucola, non rostrogaio, reggente a grossa corda il secchioche, grondando, risalga, a glauco specchiodel sole. L'acqua, in fondo, è come inchiostro.Vive di sè, della tenace pollache, dal concavo sasso in sue perenniforze fluendo, il sonno dei millennirompe con qualche pullular di bolla.Più non ricorda che una bocca umanadi lei godette, in lei languì, rinacquedal refrigerio limpido dell'acquequale un bel frutto rosso.—Oh, gioia vanaormai, sgorgar da chiara tazza agli avidiaperti labbri, all'arse fauci, ai vivimoti del cuore, in schietti sorsi, in rividi freschezza, in rigurgiti soavi!...Sol ritrova sua vita e sua fortunase, cinta d'astri come d'una retedi gemme, il volto pallido per setespecchi entro il pozzo, alta nel ciel, la luna.Allor ne l'acqua è un'ansia, un brividìotrepido, un riso d'èstasi, un gorgoglioappassionato, un impeto d'orgoglioche la solleva dal malvagio oblìo:fino alle scaturigini tralucedi perle in danza, al magico fulgore:in ogni guizzo, in ogni goccia amorepalpita; ed acqua più non è; ma luce..... Così, così, dal pozzo che scavastitu stessa, anima mia, per esser mortapria di morire, e dove stagni, assortanella rinunzia d'ogni ben che amasti,ti svegli, tutta in fremito, di schianto,nell'inganno d'un sogno; e in quel baglioresommersa, torni luce e torni amore,trasfigurata dal sereno incanto.[pg!41]

[pg!3]

SORELLA ANNAChiama chiama—ed alcun non le risponde—la Donna prigioniera nella Trappa:dello spiraglio ai ferri ella s'aggrappa,livida tra le sparse ciocche bionde:notte e giorno, alba e vespro, estate e inverno,chiama ed attende, chiama e spera, chiamae piange:—taglia l'aria come lamalo stridor vano del singhiozzo eterno.*«Sorella Anna, tu che insonne veglisulla torre più alta, e conti gli astrie le nuvole in cielo, e i vïolastriveli dell'alba cingi a' tuoi capegli:se è ver che la Speranza t'assomigliae che il tuo sguardo scorge oltre il mistero,mira se lungi appaia un cavalierolanciato a corsa su disciolta briglia.Forse or non è che un punto all'orizzonte,solo un punto: e convien, sì, ch'ei galoppi!...Ma è lui: verrà: l'attendo ormai da troppianni: verrà dal mare, o pur dal monte.La prigion che mi serra ha sette porte,ognuna è chiusa a sette catenacci:Sorella Anna che lassù t'affacci,prima ch'ei venga, ahimè, verrà la morte!Se tu mi chiami, forse io non ti sento,sì concitato è il rombo delle vene.Polsi pieni di battiti, più lenesegnate, in grazia, il ritmo del tormento!S'io mi conficco l'unghie dentro il palmo,mi placo.... Come, là in un canto, il viscidoe cauto ragno a sè tessendo i liscicerchi della sua tela appar sì calmo,io la mia tesserò, con passïonetenace, con fibrille del mio cuore,con sogni e sogni: e per eluder l'oreio farò del mio pianto una canzone....Ma ten prego, se avvien che alcun tu scorga,agita il velo, gridagli che spronila corsa a volo, pria ch'io m'abbandoni,soffocata dal sangue che s'ingorga!...»*.... Il tempo stilla, in fredde gocce.—È mortal'Anima, o sul suo spasmo si rannicchia,muta ascoltando se una nocca picchinel muro, o un pugno scardini una porta?...Il tempo stilla.—Un anno? o dieci? o un'ora?...Non chiave nelle ferree toppe stride.Dall'alta torre che nel ciel s'incideSorella Anna si protende ancora.[pg!7]

Chiama chiama—ed alcun non le risponde—la Donna prigioniera nella Trappa:dello spiraglio ai ferri ella s'aggrappa,livida tra le sparse ciocche bionde:notte e giorno, alba e vespro, estate e inverno,chiama ed attende, chiama e spera, chiamae piange:—taglia l'aria come lamalo stridor vano del singhiozzo eterno.*«Sorella Anna, tu che insonne veglisulla torre più alta, e conti gli astrie le nuvole in cielo, e i vïolastriveli dell'alba cingi a' tuoi capegli:se è ver che la Speranza t'assomigliae che il tuo sguardo scorge oltre il mistero,mira se lungi appaia un cavalierolanciato a corsa su disciolta briglia.Forse or non è che un punto all'orizzonte,solo un punto: e convien, sì, ch'ei galoppi!...Ma è lui: verrà: l'attendo ormai da troppianni: verrà dal mare, o pur dal monte.La prigion che mi serra ha sette porte,ognuna è chiusa a sette catenacci:Sorella Anna che lassù t'affacci,prima ch'ei venga, ahimè, verrà la morte!Se tu mi chiami, forse io non ti sento,sì concitato è il rombo delle vene.Polsi pieni di battiti, più lenesegnate, in grazia, il ritmo del tormento!S'io mi conficco l'unghie dentro il palmo,mi placo.... Come, là in un canto, il viscidoe cauto ragno a sè tessendo i liscicerchi della sua tela appar sì calmo,io la mia tesserò, con passïonetenace, con fibrille del mio cuore,con sogni e sogni: e per eluder l'oreio farò del mio pianto una canzone....Ma ten prego, se avvien che alcun tu scorga,agita il velo, gridagli che spronila corsa a volo, pria ch'io m'abbandoni,soffocata dal sangue che s'ingorga!...»*.... Il tempo stilla, in fredde gocce.—È mortal'Anima, o sul suo spasmo si rannicchia,muta ascoltando se una nocca picchinel muro, o un pugno scardini una porta?...Il tempo stilla.—Un anno? o dieci? o un'ora?...Non chiave nelle ferree toppe stride.Dall'alta torre che nel ciel s'incideSorella Anna si protende ancora.

Chiama chiama—ed alcun non le risponde—la Donna prigioniera nella Trappa:dello spiraglio ai ferri ella s'aggrappa,livida tra le sparse ciocche bionde:notte e giorno, alba e vespro, estate e inverno,chiama ed attende, chiama e spera, chiamae piange:—taglia l'aria come lamalo stridor vano del singhiozzo eterno.

Chiama chiama—ed alcun non le risponde—

la Donna prigioniera nella Trappa:

dello spiraglio ai ferri ella s'aggrappa,

livida tra le sparse ciocche bionde:

notte e giorno, alba e vespro, estate e inverno,

chiama ed attende, chiama e spera, chiama

e piange:—taglia l'aria come lama

lo stridor vano del singhiozzo eterno.

*

«Sorella Anna, tu che insonne veglisulla torre più alta, e conti gli astrie le nuvole in cielo, e i vïolastriveli dell'alba cingi a' tuoi capegli:se è ver che la Speranza t'assomigliae che il tuo sguardo scorge oltre il mistero,mira se lungi appaia un cavalierolanciato a corsa su disciolta briglia.Forse or non è che un punto all'orizzonte,solo un punto: e convien, sì, ch'ei galoppi!...Ma è lui: verrà: l'attendo ormai da troppianni: verrà dal mare, o pur dal monte.La prigion che mi serra ha sette porte,ognuna è chiusa a sette catenacci:Sorella Anna che lassù t'affacci,prima ch'ei venga, ahimè, verrà la morte!Se tu mi chiami, forse io non ti sento,sì concitato è il rombo delle vene.Polsi pieni di battiti, più lenesegnate, in grazia, il ritmo del tormento!S'io mi conficco l'unghie dentro il palmo,mi placo.... Come, là in un canto, il viscidoe cauto ragno a sè tessendo i liscicerchi della sua tela appar sì calmo,io la mia tesserò, con passïonetenace, con fibrille del mio cuore,con sogni e sogni: e per eluder l'oreio farò del mio pianto una canzone....Ma ten prego, se avvien che alcun tu scorga,agita il velo, gridagli che spronila corsa a volo, pria ch'io m'abbandoni,soffocata dal sangue che s'ingorga!...»

«Sorella Anna, tu che insonne vegli

sulla torre più alta, e conti gli astri

e le nuvole in cielo, e i vïolastri

veli dell'alba cingi a' tuoi capegli:

se è ver che la Speranza t'assomiglia

e che il tuo sguardo scorge oltre il mistero,

mira se lungi appaia un cavaliero

lanciato a corsa su disciolta briglia.

Forse or non è che un punto all'orizzonte,

solo un punto: e convien, sì, ch'ei galoppi!...

Ma è lui: verrà: l'attendo ormai da troppi

anni: verrà dal mare, o pur dal monte.

La prigion che mi serra ha sette porte,

ognuna è chiusa a sette catenacci:

Sorella Anna che lassù t'affacci,

prima ch'ei venga, ahimè, verrà la morte!

Se tu mi chiami, forse io non ti sento,

sì concitato è il rombo delle vene.

Polsi pieni di battiti, più lene

segnate, in grazia, il ritmo del tormento!

S'io mi conficco l'unghie dentro il palmo,

mi placo.... Come, là in un canto, il viscido

e cauto ragno a sè tessendo i lisci

cerchi della sua tela appar sì calmo,

io la mia tesserò, con passïone

tenace, con fibrille del mio cuore,

con sogni e sogni: e per eluder l'ore

io farò del mio pianto una canzone....

Ma ten prego, se avvien che alcun tu scorga,

agita il velo, gridagli che sproni

la corsa a volo, pria ch'io m'abbandoni,

soffocata dal sangue che s'ingorga!...»

*

.... Il tempo stilla, in fredde gocce.—È mortal'Anima, o sul suo spasmo si rannicchia,muta ascoltando se una nocca picchinel muro, o un pugno scardini una porta?...Il tempo stilla.—Un anno? o dieci? o un'ora?...Non chiave nelle ferree toppe stride.Dall'alta torre che nel ciel s'incideSorella Anna si protende ancora.

.... Il tempo stilla, in fredde gocce.—È morta

l'Anima, o sul suo spasmo si rannicchia,

muta ascoltando se una nocca picchi

nel muro, o un pugno scardini una porta?...

Il tempo stilla.—Un anno? o dieci? o un'ora?...

Non chiave nelle ferree toppe stride.

Dall'alta torre che nel ciel s'incide

Sorella Anna si protende ancora.

[pg!7]

XXXI DICEMBRETrentun dicembre, mille e novecentoundici, mezzanotte.—Taci e pensa,anima.—Nella vigile ed intensatua fiamma, vivi; ma il Destino è spento.Più non si specchia innanzi a te il domani.Nulla aspetti, nè chiedi. La speranzasparve, col sogno. Il tempo che t'avanzasarà come la sabbia fra le mani.Troncato è il laccio che alle creaturet'avvinse, pel tormento e per l'ebbrezza.—Lontanissima, e sola.—Hai l'aridezzadella rinunzia sulle labbra dure.Nella rigida notte, aspre le stelle,simili a chiodi per martirio infissinelle vôlte dei cieli, entro i tuoi fissiocchi incrociano l'iridi sorelle.Fuor del tempo, del peso e dello spazio,da te sôrta, in te chiusa, in te bastante,stai. Si consunse il corpo palpitantenelle stimmate stesse del suo strazio.Quel che ti scosse, amore, odio, rimorso,quand'eri carne appassionata e cuoreschiavo, e fece di te tutto un dolorevile, in ansia di tregua o di soccorso,or cadde: è cencio a terra, è coccio a mare.Nuda or tu sei fra veli d'aria: fortedi te soltanto: e ignori se sia morteo vita la tua nova alba stellare.Vegli fra due voragini, in oblìo..... Vuoto di solitudini senz'orme,rombar sordo di fiumi, alito enormedi venti, ombre di nubi....Ascolta.—È Dio.—[pg!11]

Trentun dicembre, mille e novecentoundici, mezzanotte.—Taci e pensa,anima.—Nella vigile ed intensatua fiamma, vivi; ma il Destino è spento.Più non si specchia innanzi a te il domani.Nulla aspetti, nè chiedi. La speranzasparve, col sogno. Il tempo che t'avanzasarà come la sabbia fra le mani.Troncato è il laccio che alle creaturet'avvinse, pel tormento e per l'ebbrezza.—Lontanissima, e sola.—Hai l'aridezzadella rinunzia sulle labbra dure.Nella rigida notte, aspre le stelle,simili a chiodi per martirio infissinelle vôlte dei cieli, entro i tuoi fissiocchi incrociano l'iridi sorelle.Fuor del tempo, del peso e dello spazio,da te sôrta, in te chiusa, in te bastante,stai. Si consunse il corpo palpitantenelle stimmate stesse del suo strazio.Quel che ti scosse, amore, odio, rimorso,quand'eri carne appassionata e cuoreschiavo, e fece di te tutto un dolorevile, in ansia di tregua o di soccorso,or cadde: è cencio a terra, è coccio a mare.Nuda or tu sei fra veli d'aria: fortedi te soltanto: e ignori se sia morteo vita la tua nova alba stellare.Vegli fra due voragini, in oblìo..... Vuoto di solitudini senz'orme,rombar sordo di fiumi, alito enormedi venti, ombre di nubi....Ascolta.—È Dio.—

Trentun dicembre, mille e novecentoundici, mezzanotte.—Taci e pensa,anima.—Nella vigile ed intensatua fiamma, vivi; ma il Destino è spento.Più non si specchia innanzi a te il domani.Nulla aspetti, nè chiedi. La speranzasparve, col sogno. Il tempo che t'avanzasarà come la sabbia fra le mani.Troncato è il laccio che alle creaturet'avvinse, pel tormento e per l'ebbrezza.—Lontanissima, e sola.—Hai l'aridezzadella rinunzia sulle labbra dure.Nella rigida notte, aspre le stelle,simili a chiodi per martirio infissinelle vôlte dei cieli, entro i tuoi fissiocchi incrociano l'iridi sorelle.Fuor del tempo, del peso e dello spazio,da te sôrta, in te chiusa, in te bastante,stai. Si consunse il corpo palpitantenelle stimmate stesse del suo strazio.Quel che ti scosse, amore, odio, rimorso,quand'eri carne appassionata e cuoreschiavo, e fece di te tutto un dolorevile, in ansia di tregua o di soccorso,or cadde: è cencio a terra, è coccio a mare.Nuda or tu sei fra veli d'aria: fortedi te soltanto: e ignori se sia morteo vita la tua nova alba stellare.Vegli fra due voragini, in oblìo..... Vuoto di solitudini senz'orme,rombar sordo di fiumi, alito enormedi venti, ombre di nubi....Ascolta.—È Dio.—

Trentun dicembre, mille e novecento

undici, mezzanotte.—Taci e pensa,

anima.—Nella vigile ed intensa

tua fiamma, vivi; ma il Destino è spento.

Più non si specchia innanzi a te il domani.

Nulla aspetti, nè chiedi. La speranza

sparve, col sogno. Il tempo che t'avanza

sarà come la sabbia fra le mani.

Troncato è il laccio che alle creature

t'avvinse, pel tormento e per l'ebbrezza.

—Lontanissima, e sola.—Hai l'aridezza

della rinunzia sulle labbra dure.

Nella rigida notte, aspre le stelle,

simili a chiodi per martirio infissi

nelle vôlte dei cieli, entro i tuoi fissi

occhi incrociano l'iridi sorelle.

Fuor del tempo, del peso e dello spazio,

da te sôrta, in te chiusa, in te bastante,

stai. Si consunse il corpo palpitante

nelle stimmate stesse del suo strazio.

Quel che ti scosse, amore, odio, rimorso,

quand'eri carne appassionata e cuore

schiavo, e fece di te tutto un dolore

vile, in ansia di tregua o di soccorso,

or cadde: è cencio a terra, è coccio a mare.

Nuda or tu sei fra veli d'aria: forte

di te soltanto: e ignori se sia morte

o vita la tua nova alba stellare.

Vegli fra due voragini, in oblìo.

.... Vuoto di solitudini senz'orme,

rombar sordo di fiumi, alito enorme

di venti, ombre di nubi....

Ascolta.—È Dio.—

Ascolta.—È Dio.—

[pg!11]

PAROLE NON DETTEParole che la bocca mai non disse,per pietà, per orgoglio o per paura,che ai labbri spinse una demenza oscura,che un più forte volere ivi confisse:parole non di suono ma di palpito,miste al sangue pulsante, alla salivadi che il tacer s'abbevera, alla vivacarne che soffre, al cuor che batte a scalpito:han, nel profondo ove s'accolgon bieche,(e chi dir non le volle in sè le udràsempre) un'allucinante fissitàdi facce spente, di pupille cieche.O creatura dalle chiuse labbra,sulla parte di te che fu soppressail tuo silenzio è pari a una compressagelida su ferita che si slabbra.O creatura che disìo non chiamapiù, che amor più non sveglia!... Un'ora solaa te segnava Iddio per la parolache non dicesti: ed or dentro ti clama.Rannìcchiati in disparte, ingoia il pianto,avvilùppati d'ombra. È tardi adessoper la tua verità. Tu sei già pressola soglia eterna, ove il silenzio è santo.[pg!13]

Parole che la bocca mai non disse,per pietà, per orgoglio o per paura,che ai labbri spinse una demenza oscura,che un più forte volere ivi confisse:parole non di suono ma di palpito,miste al sangue pulsante, alla salivadi che il tacer s'abbevera, alla vivacarne che soffre, al cuor che batte a scalpito:han, nel profondo ove s'accolgon bieche,(e chi dir non le volle in sè le udràsempre) un'allucinante fissitàdi facce spente, di pupille cieche.O creatura dalle chiuse labbra,sulla parte di te che fu soppressail tuo silenzio è pari a una compressagelida su ferita che si slabbra.O creatura che disìo non chiamapiù, che amor più non sveglia!... Un'ora solaa te segnava Iddio per la parolache non dicesti: ed or dentro ti clama.Rannìcchiati in disparte, ingoia il pianto,avvilùppati d'ombra. È tardi adessoper la tua verità. Tu sei già pressola soglia eterna, ove il silenzio è santo.

Parole che la bocca mai non disse,per pietà, per orgoglio o per paura,che ai labbri spinse una demenza oscura,che un più forte volere ivi confisse:parole non di suono ma di palpito,miste al sangue pulsante, alla salivadi che il tacer s'abbevera, alla vivacarne che soffre, al cuor che batte a scalpito:han, nel profondo ove s'accolgon bieche,(e chi dir non le volle in sè le udràsempre) un'allucinante fissitàdi facce spente, di pupille cieche.O creatura dalle chiuse labbra,sulla parte di te che fu soppressail tuo silenzio è pari a una compressagelida su ferita che si slabbra.O creatura che disìo non chiamapiù, che amor più non sveglia!... Un'ora solaa te segnava Iddio per la parolache non dicesti: ed or dentro ti clama.Rannìcchiati in disparte, ingoia il pianto,avvilùppati d'ombra. È tardi adessoper la tua verità. Tu sei già pressola soglia eterna, ove il silenzio è santo.

Parole che la bocca mai non disse,

per pietà, per orgoglio o per paura,

che ai labbri spinse una demenza oscura,

che un più forte volere ivi confisse:

parole non di suono ma di palpito,

miste al sangue pulsante, alla saliva

di che il tacer s'abbevera, alla viva

carne che soffre, al cuor che batte a scalpito:

han, nel profondo ove s'accolgon bieche,

(e chi dir non le volle in sè le udrà

sempre) un'allucinante fissità

di facce spente, di pupille cieche.

O creatura dalle chiuse labbra,

sulla parte di te che fu soppressa

il tuo silenzio è pari a una compressa

gelida su ferita che si slabbra.

O creatura che disìo non chiama

più, che amor più non sveglia!... Un'ora sola

a te segnava Iddio per la parola

che non dicesti: ed or dentro ti clama.

Rannìcchiati in disparte, ingoia il pianto,

avvilùppati d'ombra. È tardi adesso

per la tua verità. Tu sei già presso

la soglia eterna, ove il silenzio è santo.

[pg!13]

LA CASA DEL SILENZIOCasa ch'io sogno, le tue basse murasoffoca, a spire, l'edera malvagia.D'intorno, ove la piana ampia s'adagia,una quiete millenaria dura.La passïon dell'edera t'allacciatutta, dalle radici alla cimasa.Tu quasi il sol più non iscorgi, o casabruna, nascosta in boschi senza traccia.Attinge l'acqua con antica cordaal pozzo, e coglie l'erbe, e l'acciarinobatte, per suscitar dentro il caminola fiamma, una schiavetta muta e sorda.Nel focolare ardono ceppi enormi,e le mobili lingue azzurre e gialles'inseguono, s'intrecciano, farfallee serpi, in guizzi, in fughe, in nodi informi:l'allegrezza selvaggia della vampasibila, rugge, splende, s'invermigliad'odio e di sangue, e snoda ed attorcigliatentacoli.—E m'esalto, io, della vampa.—D'essa mi nutro, e del mio chiuso cuore.Ho, per la sete, qualche frutto, e il secchio.Ricopersi d'un vel ciascuno specchioper non tremar davanti al mio pallore.Ch'io non ricordi!... Che il passato in torbideacque sprofondi come bestia mortascagliata a fiume lungi dalla portadi casa, a che il suo lezzo non ammorbi!...Ch'io non ti porti più così feritapel mondo, camminando su rasoitaglienti, anima ignuda, che non vuoimorire, e tanto sprezzo hai per la vita!....... Giardin ch'io sogno, i tuoi cancelli spranga.Bizzarri e inestricabili viluppidi tronchi e fronde, e rose e rose a gruppisorgon dal suolo che non sa la vanga.In te il silenzio è cosa viva, ch'iostringo a me come un mazzo di corolle.D'esso mi nutro, e del mio sogno folle.D'esso mi fascio, e son simile a Dio.Che è che romba per gli androni, ed empiedi sè la casa, e palpita e volteggianell'aria?... È il cuore, è il cuor che mi vaneggia,è il sangue che mi batte entro le tempie.Che è che balza su la brage, e nellacappa rugge una sua rossa parola?....... Anima, tu, che esulti d'esser sola,e ardi, e dal tuo rogo esci più bella.[pg!17]

Casa ch'io sogno, le tue basse murasoffoca, a spire, l'edera malvagia.D'intorno, ove la piana ampia s'adagia,una quiete millenaria dura.La passïon dell'edera t'allacciatutta, dalle radici alla cimasa.Tu quasi il sol più non iscorgi, o casabruna, nascosta in boschi senza traccia.Attinge l'acqua con antica cordaal pozzo, e coglie l'erbe, e l'acciarinobatte, per suscitar dentro il caminola fiamma, una schiavetta muta e sorda.Nel focolare ardono ceppi enormi,e le mobili lingue azzurre e gialles'inseguono, s'intrecciano, farfallee serpi, in guizzi, in fughe, in nodi informi:l'allegrezza selvaggia della vampasibila, rugge, splende, s'invermigliad'odio e di sangue, e snoda ed attorcigliatentacoli.—E m'esalto, io, della vampa.—D'essa mi nutro, e del mio chiuso cuore.Ho, per la sete, qualche frutto, e il secchio.Ricopersi d'un vel ciascuno specchioper non tremar davanti al mio pallore.Ch'io non ricordi!... Che il passato in torbideacque sprofondi come bestia mortascagliata a fiume lungi dalla portadi casa, a che il suo lezzo non ammorbi!...Ch'io non ti porti più così feritapel mondo, camminando su rasoitaglienti, anima ignuda, che non vuoimorire, e tanto sprezzo hai per la vita!....... Giardin ch'io sogno, i tuoi cancelli spranga.Bizzarri e inestricabili viluppidi tronchi e fronde, e rose e rose a gruppisorgon dal suolo che non sa la vanga.In te il silenzio è cosa viva, ch'iostringo a me come un mazzo di corolle.D'esso mi nutro, e del mio sogno folle.D'esso mi fascio, e son simile a Dio.Che è che romba per gli androni, ed empiedi sè la casa, e palpita e volteggianell'aria?... È il cuore, è il cuor che mi vaneggia,è il sangue che mi batte entro le tempie.Che è che balza su la brage, e nellacappa rugge una sua rossa parola?....... Anima, tu, che esulti d'esser sola,e ardi, e dal tuo rogo esci più bella.

Casa ch'io sogno, le tue basse murasoffoca, a spire, l'edera malvagia.D'intorno, ove la piana ampia s'adagia,una quiete millenaria dura.La passïon dell'edera t'allacciatutta, dalle radici alla cimasa.Tu quasi il sol più non iscorgi, o casabruna, nascosta in boschi senza traccia.Attinge l'acqua con antica cordaal pozzo, e coglie l'erbe, e l'acciarinobatte, per suscitar dentro il caminola fiamma, una schiavetta muta e sorda.Nel focolare ardono ceppi enormi,e le mobili lingue azzurre e gialles'inseguono, s'intrecciano, farfallee serpi, in guizzi, in fughe, in nodi informi:l'allegrezza selvaggia della vampasibila, rugge, splende, s'invermigliad'odio e di sangue, e snoda ed attorcigliatentacoli.—E m'esalto, io, della vampa.—D'essa mi nutro, e del mio chiuso cuore.Ho, per la sete, qualche frutto, e il secchio.Ricopersi d'un vel ciascuno specchioper non tremar davanti al mio pallore.Ch'io non ricordi!... Che il passato in torbideacque sprofondi come bestia mortascagliata a fiume lungi dalla portadi casa, a che il suo lezzo non ammorbi!...Ch'io non ti porti più così feritapel mondo, camminando su rasoitaglienti, anima ignuda, che non vuoimorire, e tanto sprezzo hai per la vita!....... Giardin ch'io sogno, i tuoi cancelli spranga.Bizzarri e inestricabili viluppidi tronchi e fronde, e rose e rose a gruppisorgon dal suolo che non sa la vanga.In te il silenzio è cosa viva, ch'iostringo a me come un mazzo di corolle.D'esso mi nutro, e del mio sogno folle.D'esso mi fascio, e son simile a Dio.Che è che romba per gli androni, ed empiedi sè la casa, e palpita e volteggianell'aria?... È il cuore, è il cuor che mi vaneggia,è il sangue che mi batte entro le tempie.Che è che balza su la brage, e nellacappa rugge una sua rossa parola?....... Anima, tu, che esulti d'esser sola,e ardi, e dal tuo rogo esci più bella.

Casa ch'io sogno, le tue basse mura

soffoca, a spire, l'edera malvagia.

D'intorno, ove la piana ampia s'adagia,

una quiete millenaria dura.

La passïon dell'edera t'allaccia

tutta, dalle radici alla cimasa.

Tu quasi il sol più non iscorgi, o casa

bruna, nascosta in boschi senza traccia.

Attinge l'acqua con antica corda

al pozzo, e coglie l'erbe, e l'acciarino

batte, per suscitar dentro il camino

la fiamma, una schiavetta muta e sorda.

Nel focolare ardono ceppi enormi,

e le mobili lingue azzurre e gialle

s'inseguono, s'intrecciano, farfalle

e serpi, in guizzi, in fughe, in nodi informi:

l'allegrezza selvaggia della vampa

sibila, rugge, splende, s'invermiglia

d'odio e di sangue, e snoda ed attorciglia

tentacoli.—E m'esalto, io, della vampa.—

D'essa mi nutro, e del mio chiuso cuore.

Ho, per la sete, qualche frutto, e il secchio.

Ricopersi d'un vel ciascuno specchio

per non tremar davanti al mio pallore.

Ch'io non ricordi!... Che il passato in torbide

acque sprofondi come bestia morta

scagliata a fiume lungi dalla porta

di casa, a che il suo lezzo non ammorbi!...

Ch'io non ti porti più così ferita

pel mondo, camminando su rasoi

taglienti, anima ignuda, che non vuoi

morire, e tanto sprezzo hai per la vita!...

.... Giardin ch'io sogno, i tuoi cancelli spranga.

Bizzarri e inestricabili viluppi

di tronchi e fronde, e rose e rose a gruppi

sorgon dal suolo che non sa la vanga.

In te il silenzio è cosa viva, ch'io

stringo a me come un mazzo di corolle.

D'esso mi nutro, e del mio sogno folle.

D'esso mi fascio, e son simile a Dio.

Che è che romba per gli androni, ed empie

di sè la casa, e palpita e volteggia

nell'aria?... È il cuore, è il cuor che mi vaneggia,

è il sangue che mi batte entro le tempie.

Che è che balza su la brage, e nella

cappa rugge una sua rossa parola?...

.... Anima, tu, che esulti d'esser sola,

e ardi, e dal tuo rogo esci più bella.

[pg!17]

LA SOGLIALa soglia è grigia, di corroso sasso.L'erba s'inciuffa tra le fenditure.Offese il tempo un «salve» inciso in purelinee di grazia sul gradino basso.La gran porta di quercia non ha chiaveper aprir, non anello sul battente.Immota, nulla vede e nulla sentedalla prim'alba al palpitar dell'ave.—Pietra, e silenzio.—Investe a vampe il soleil travertino antico, e lo schiaffeggiala pioggia, e in gelidi aliti volteggiala neve ad esso intorno, e le violespuntano tra gli spacchi, e fruga il ventodove può, come può, strisciando al muro:muta la porta sta, quale su durovolto un serrato labbro vïolento.Dietro di sè con spranghe e con uncinidi ferro asserragliandola, gli Amantistanchi del mondo e de' suoi vani incantila sbarrarono un dì contro i destini.Stanchi del mondo e sol di sè beati,l'un sul labbro dell'altra, il verde assenziobevvero dell'esilio e del silenzio,ne l'immemore gaudio avviticchiati.Che fu di loro?... In essi ancor non languela febbre che li fa con torvo acrorecercar coi baci entro la carne il cuore,ed agli amplessi dà sapor di sangue?...O pur la sazietà così li torseche l'un nell'altra incastrò l'ugne a scempio,sibilando, accanendosi nell'empiostrazio, che in arma il pazzo amor ritorse?...O pur, per vie segrete, per recessiopposti, al sol tornarono, alla vastaluce, alla libertà che amor sovrasta,in cerca d'aria, in cerca di se stessi?....... Pietra, e silenzio.—Sulla soglia l'erbacresce, e s'affolta, solo umile accentodi vita; e par che plachi in cento e centopiccoli baci una follia superba.Dice: Perchè?...—Con un aulir selvaggioe dolce, dice: Si trasforma amore.Casa che soffri come un chiuso cuore,perchè non t'apri, ora che torna maggio?...[pg!21]

La soglia è grigia, di corroso sasso.L'erba s'inciuffa tra le fenditure.Offese il tempo un «salve» inciso in purelinee di grazia sul gradino basso.La gran porta di quercia non ha chiaveper aprir, non anello sul battente.Immota, nulla vede e nulla sentedalla prim'alba al palpitar dell'ave.—Pietra, e silenzio.—Investe a vampe il soleil travertino antico, e lo schiaffeggiala pioggia, e in gelidi aliti volteggiala neve ad esso intorno, e le violespuntano tra gli spacchi, e fruga il ventodove può, come può, strisciando al muro:muta la porta sta, quale su durovolto un serrato labbro vïolento.Dietro di sè con spranghe e con uncinidi ferro asserragliandola, gli Amantistanchi del mondo e de' suoi vani incantila sbarrarono un dì contro i destini.Stanchi del mondo e sol di sè beati,l'un sul labbro dell'altra, il verde assenziobevvero dell'esilio e del silenzio,ne l'immemore gaudio avviticchiati.Che fu di loro?... In essi ancor non languela febbre che li fa con torvo acrorecercar coi baci entro la carne il cuore,ed agli amplessi dà sapor di sangue?...O pur la sazietà così li torseche l'un nell'altra incastrò l'ugne a scempio,sibilando, accanendosi nell'empiostrazio, che in arma il pazzo amor ritorse?...O pur, per vie segrete, per recessiopposti, al sol tornarono, alla vastaluce, alla libertà che amor sovrasta,in cerca d'aria, in cerca di se stessi?....... Pietra, e silenzio.—Sulla soglia l'erbacresce, e s'affolta, solo umile accentodi vita; e par che plachi in cento e centopiccoli baci una follia superba.Dice: Perchè?...—Con un aulir selvaggioe dolce, dice: Si trasforma amore.Casa che soffri come un chiuso cuore,perchè non t'apri, ora che torna maggio?...

La soglia è grigia, di corroso sasso.L'erba s'inciuffa tra le fenditure.Offese il tempo un «salve» inciso in purelinee di grazia sul gradino basso.La gran porta di quercia non ha chiaveper aprir, non anello sul battente.Immota, nulla vede e nulla sentedalla prim'alba al palpitar dell'ave.—Pietra, e silenzio.—Investe a vampe il soleil travertino antico, e lo schiaffeggiala pioggia, e in gelidi aliti volteggiala neve ad esso intorno, e le violespuntano tra gli spacchi, e fruga il ventodove può, come può, strisciando al muro:muta la porta sta, quale su durovolto un serrato labbro vïolento.Dietro di sè con spranghe e con uncinidi ferro asserragliandola, gli Amantistanchi del mondo e de' suoi vani incantila sbarrarono un dì contro i destini.Stanchi del mondo e sol di sè beati,l'un sul labbro dell'altra, il verde assenziobevvero dell'esilio e del silenzio,ne l'immemore gaudio avviticchiati.Che fu di loro?... In essi ancor non languela febbre che li fa con torvo acrorecercar coi baci entro la carne il cuore,ed agli amplessi dà sapor di sangue?...O pur la sazietà così li torseche l'un nell'altra incastrò l'ugne a scempio,sibilando, accanendosi nell'empiostrazio, che in arma il pazzo amor ritorse?...O pur, per vie segrete, per recessiopposti, al sol tornarono, alla vastaluce, alla libertà che amor sovrasta,in cerca d'aria, in cerca di se stessi?....... Pietra, e silenzio.—Sulla soglia l'erbacresce, e s'affolta, solo umile accentodi vita; e par che plachi in cento e centopiccoli baci una follia superba.Dice: Perchè?...—Con un aulir selvaggioe dolce, dice: Si trasforma amore.Casa che soffri come un chiuso cuore,perchè non t'apri, ora che torna maggio?...

La soglia è grigia, di corroso sasso.

L'erba s'inciuffa tra le fenditure.

Offese il tempo un «salve» inciso in pure

linee di grazia sul gradino basso.

La gran porta di quercia non ha chiave

per aprir, non anello sul battente.

Immota, nulla vede e nulla sente

dalla prim'alba al palpitar dell'ave.

—Pietra, e silenzio.—Investe a vampe il sole

il travertino antico, e lo schiaffeggia

la pioggia, e in gelidi aliti volteggia

la neve ad esso intorno, e le viole

spuntano tra gli spacchi, e fruga il vento

dove può, come può, strisciando al muro:

muta la porta sta, quale su duro

volto un serrato labbro vïolento.

Dietro di sè con spranghe e con uncini

di ferro asserragliandola, gli Amanti

stanchi del mondo e de' suoi vani incanti

la sbarrarono un dì contro i destini.

Stanchi del mondo e sol di sè beati,

l'un sul labbro dell'altra, il verde assenzio

bevvero dell'esilio e del silenzio,

ne l'immemore gaudio avviticchiati.

Che fu di loro?... In essi ancor non langue

la febbre che li fa con torvo acrore

cercar coi baci entro la carne il cuore,

ed agli amplessi dà sapor di sangue?...

O pur la sazietà così li torse

che l'un nell'altra incastrò l'ugne a scempio,

sibilando, accanendosi nell'empio

strazio, che in arma il pazzo amor ritorse?...

O pur, per vie segrete, per recessi

opposti, al sol tornarono, alla vasta

luce, alla libertà che amor sovrasta,

in cerca d'aria, in cerca di se stessi?...

.... Pietra, e silenzio.—Sulla soglia l'erba

cresce, e s'affolta, solo umile accento

di vita; e par che plachi in cento e cento

piccoli baci una follia superba.

Dice: Perchè?...—Con un aulir selvaggio

e dolce, dice: Si trasforma amore.

Casa che soffri come un chiuso cuore,

perchè non t'apri, ora che torna maggio?...

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LE DUE SIEPISale a fatica—e come il piè la reggaignora, e come a sè dischiuda il varco—fra i rovi aguzzi di due siepi ad arcola Donna che non ha chi la sorregga.Dalla diritta tunica vermigliaemerge, quale fiamma dalla face,il volto, che un'insonne e pertinacecura protende, solca ed assottiglia.Non più di carne: d'anima è quel voltosenza bellezza, senza gioventù.E pur nessuna donna al mondo piùsuperba apparve, nel suo crin disciolto.Chiude, è vero, le pàlpebre sugli occhitalvolta, stanca; con la floscia piegasui labbri di chi sè da sè rinnega,mal raffrenando il pianto che trabocchi.Si domanda: Perchè?...—Se una parolale alitasse, or, sul collo, e fosse baciopiù che parola!... se, improvviso, un laccioumano le cingesse, ora, la gola!...Ma a un sasso inciampa, a un pruno irto le manipunge. Sovvienle allor del suo destino.Non ha che sè, per compiere il cammino.Non ha che sè, per l'oggi e pel domani.Beve alle pozze d'acqua, strappa morealle due siepi, e cupida le addenta.Sol di questo, e d'un sogno, ella alimentail soffio della vita interïore.Ella sa d'un giardino ove i rosail'attendono, dai calici di fuocol'anima vaporando a poco a pocoverso l'Ignota che non giunge mai.Là, fluir d'acque, murmuri di brezzadensa d'essenze, letti d'erba, auroresacre: là, quella in cui non osa il cuorecullarsi, insostenibile dolcezza....Sorgerà un giorno, per magia, per gioia,nel suo gran verde, a sommo della strada.Purchè l'orme non sien false; e non cadaella contro le siepi, e non vi muoia!....... Giunge.—Ma innanzi al devastato campo,ai mozzi tronchi, ai rami ignudi, serral'unghie nel palmo: poi s'accoscia a terra,come la fiera che non ha più scampo.[pg!25]

Sale a fatica—e come il piè la reggaignora, e come a sè dischiuda il varco—fra i rovi aguzzi di due siepi ad arcola Donna che non ha chi la sorregga.Dalla diritta tunica vermigliaemerge, quale fiamma dalla face,il volto, che un'insonne e pertinacecura protende, solca ed assottiglia.Non più di carne: d'anima è quel voltosenza bellezza, senza gioventù.E pur nessuna donna al mondo piùsuperba apparve, nel suo crin disciolto.Chiude, è vero, le pàlpebre sugli occhitalvolta, stanca; con la floscia piegasui labbri di chi sè da sè rinnega,mal raffrenando il pianto che trabocchi.Si domanda: Perchè?...—Se una parolale alitasse, or, sul collo, e fosse baciopiù che parola!... se, improvviso, un laccioumano le cingesse, ora, la gola!...Ma a un sasso inciampa, a un pruno irto le manipunge. Sovvienle allor del suo destino.Non ha che sè, per compiere il cammino.Non ha che sè, per l'oggi e pel domani.Beve alle pozze d'acqua, strappa morealle due siepi, e cupida le addenta.Sol di questo, e d'un sogno, ella alimentail soffio della vita interïore.Ella sa d'un giardino ove i rosail'attendono, dai calici di fuocol'anima vaporando a poco a pocoverso l'Ignota che non giunge mai.Là, fluir d'acque, murmuri di brezzadensa d'essenze, letti d'erba, auroresacre: là, quella in cui non osa il cuorecullarsi, insostenibile dolcezza....Sorgerà un giorno, per magia, per gioia,nel suo gran verde, a sommo della strada.Purchè l'orme non sien false; e non cadaella contro le siepi, e non vi muoia!....... Giunge.—Ma innanzi al devastato campo,ai mozzi tronchi, ai rami ignudi, serral'unghie nel palmo: poi s'accoscia a terra,come la fiera che non ha più scampo.

Sale a fatica—e come il piè la reggaignora, e come a sè dischiuda il varco—fra i rovi aguzzi di due siepi ad arcola Donna che non ha chi la sorregga.Dalla diritta tunica vermigliaemerge, quale fiamma dalla face,il volto, che un'insonne e pertinacecura protende, solca ed assottiglia.Non più di carne: d'anima è quel voltosenza bellezza, senza gioventù.E pur nessuna donna al mondo piùsuperba apparve, nel suo crin disciolto.Chiude, è vero, le pàlpebre sugli occhitalvolta, stanca; con la floscia piegasui labbri di chi sè da sè rinnega,mal raffrenando il pianto che trabocchi.Si domanda: Perchè?...—Se una parolale alitasse, or, sul collo, e fosse baciopiù che parola!... se, improvviso, un laccioumano le cingesse, ora, la gola!...Ma a un sasso inciampa, a un pruno irto le manipunge. Sovvienle allor del suo destino.Non ha che sè, per compiere il cammino.Non ha che sè, per l'oggi e pel domani.Beve alle pozze d'acqua, strappa morealle due siepi, e cupida le addenta.Sol di questo, e d'un sogno, ella alimentail soffio della vita interïore.Ella sa d'un giardino ove i rosail'attendono, dai calici di fuocol'anima vaporando a poco a pocoverso l'Ignota che non giunge mai.Là, fluir d'acque, murmuri di brezzadensa d'essenze, letti d'erba, auroresacre: là, quella in cui non osa il cuorecullarsi, insostenibile dolcezza....Sorgerà un giorno, per magia, per gioia,nel suo gran verde, a sommo della strada.Purchè l'orme non sien false; e non cadaella contro le siepi, e non vi muoia!....... Giunge.—Ma innanzi al devastato campo,ai mozzi tronchi, ai rami ignudi, serral'unghie nel palmo: poi s'accoscia a terra,come la fiera che non ha più scampo.

Sale a fatica—e come il piè la regga

ignora, e come a sè dischiuda il varco—

fra i rovi aguzzi di due siepi ad arco

la Donna che non ha chi la sorregga.

Dalla diritta tunica vermiglia

emerge, quale fiamma dalla face,

il volto, che un'insonne e pertinace

cura protende, solca ed assottiglia.

Non più di carne: d'anima è quel volto

senza bellezza, senza gioventù.

E pur nessuna donna al mondo più

superba apparve, nel suo crin disciolto.

Chiude, è vero, le pàlpebre sugli occhi

talvolta, stanca; con la floscia piega

sui labbri di chi sè da sè rinnega,

mal raffrenando il pianto che trabocchi.

Si domanda: Perchè?...—Se una parola

le alitasse, or, sul collo, e fosse bacio

più che parola!... se, improvviso, un laccio

umano le cingesse, ora, la gola!...

Ma a un sasso inciampa, a un pruno irto le mani

punge. Sovvienle allor del suo destino.

Non ha che sè, per compiere il cammino.

Non ha che sè, per l'oggi e pel domani.

Beve alle pozze d'acqua, strappa more

alle due siepi, e cupida le addenta.

Sol di questo, e d'un sogno, ella alimenta

il soffio della vita interïore.

Ella sa d'un giardino ove i rosai

l'attendono, dai calici di fuoco

l'anima vaporando a poco a poco

verso l'Ignota che non giunge mai.

Là, fluir d'acque, murmuri di brezza

densa d'essenze, letti d'erba, aurore

sacre: là, quella in cui non osa il cuore

cullarsi, insostenibile dolcezza....

Sorgerà un giorno, per magia, per gioia,

nel suo gran verde, a sommo della strada.

Purchè l'orme non sien false; e non cada

ella contro le siepi, e non vi muoia!...

.... Giunge.—Ma innanzi al devastato campo,

ai mozzi tronchi, ai rami ignudi, serra

l'unghie nel palmo: poi s'accoscia a terra,

come la fiera che non ha più scampo.

[pg!25]

SERVIREPoi che ogni donna è al mondo per servirecon la carne caduca e l'immortalespirito acceso, docile fra il malee il ben, soggetta in piangere e in gioire:poi che ogni donna è ancella a chi le prendaper vïolenza il palpitante cuore,io riconosco, o Dèspota Dolore,su me la tua sovranità tremenda.Amo il tuo bacio, ch'è morsicaturaperversa, e n'ho sul petto e in faccia i lividi.Tu ti diverti a torturarmi, e i brividimisuri e godi della mia paura.Ti nascondi, talvolta: e allor m'avvedo,ecco, ch'è maggio, e che nel ciel le stelleson come i fiori sulla terra; e dellestelle e dei fiori uguale, ecco, mi credo.Ma tu, ch'eri in agguato, a un tratto l'ugnam'affondi in collo, e sì mi scuoti, e a sanguebaci e maltratti: ed io m'affloscio, esangue,fra le tue braccia molle come spugna.Mi sei buono, talvolta, e suggi lievele mie lacrime calde dalle ciglia;ma io sorrido senza maraviglia,chè troppo so come la sosta è breve.Terribili silenzi son fra noi,talvolta. Immoto, tu somigli a un morto,ma vegli. Immota, perso in te lo smortoviso, nel cuore io medito de' tuoicelati artigli l'azzannar protervo,repente.—Se tu vuoi, potrò domanimorire. Mi sarà, dalle tue mani,dolce. T'amo così. Così ti servo.[pg!29]

Poi che ogni donna è al mondo per servirecon la carne caduca e l'immortalespirito acceso, docile fra il malee il ben, soggetta in piangere e in gioire:poi che ogni donna è ancella a chi le prendaper vïolenza il palpitante cuore,io riconosco, o Dèspota Dolore,su me la tua sovranità tremenda.Amo il tuo bacio, ch'è morsicaturaperversa, e n'ho sul petto e in faccia i lividi.Tu ti diverti a torturarmi, e i brividimisuri e godi della mia paura.Ti nascondi, talvolta: e allor m'avvedo,ecco, ch'è maggio, e che nel ciel le stelleson come i fiori sulla terra; e dellestelle e dei fiori uguale, ecco, mi credo.Ma tu, ch'eri in agguato, a un tratto l'ugnam'affondi in collo, e sì mi scuoti, e a sanguebaci e maltratti: ed io m'affloscio, esangue,fra le tue braccia molle come spugna.Mi sei buono, talvolta, e suggi lievele mie lacrime calde dalle ciglia;ma io sorrido senza maraviglia,chè troppo so come la sosta è breve.Terribili silenzi son fra noi,talvolta. Immoto, tu somigli a un morto,ma vegli. Immota, perso in te lo smortoviso, nel cuore io medito de' tuoicelati artigli l'azzannar protervo,repente.—Se tu vuoi, potrò domanimorire. Mi sarà, dalle tue mani,dolce. T'amo così. Così ti servo.

Poi che ogni donna è al mondo per servirecon la carne caduca e l'immortalespirito acceso, docile fra il malee il ben, soggetta in piangere e in gioire:poi che ogni donna è ancella a chi le prendaper vïolenza il palpitante cuore,io riconosco, o Dèspota Dolore,su me la tua sovranità tremenda.Amo il tuo bacio, ch'è morsicaturaperversa, e n'ho sul petto e in faccia i lividi.Tu ti diverti a torturarmi, e i brividimisuri e godi della mia paura.Ti nascondi, talvolta: e allor m'avvedo,ecco, ch'è maggio, e che nel ciel le stelleson come i fiori sulla terra; e dellestelle e dei fiori uguale, ecco, mi credo.Ma tu, ch'eri in agguato, a un tratto l'ugnam'affondi in collo, e sì mi scuoti, e a sanguebaci e maltratti: ed io m'affloscio, esangue,fra le tue braccia molle come spugna.Mi sei buono, talvolta, e suggi lievele mie lacrime calde dalle ciglia;ma io sorrido senza maraviglia,chè troppo so come la sosta è breve.Terribili silenzi son fra noi,talvolta. Immoto, tu somigli a un morto,ma vegli. Immota, perso in te lo smortoviso, nel cuore io medito de' tuoicelati artigli l'azzannar protervo,repente.—Se tu vuoi, potrò domanimorire. Mi sarà, dalle tue mani,dolce. T'amo così. Così ti servo.

Poi che ogni donna è al mondo per servire

con la carne caduca e l'immortale

spirito acceso, docile fra il male

e il ben, soggetta in piangere e in gioire:

poi che ogni donna è ancella a chi le prenda

per vïolenza il palpitante cuore,

io riconosco, o Dèspota Dolore,

su me la tua sovranità tremenda.

Amo il tuo bacio, ch'è morsicatura

perversa, e n'ho sul petto e in faccia i lividi.

Tu ti diverti a torturarmi, e i brividi

misuri e godi della mia paura.

Ti nascondi, talvolta: e allor m'avvedo,

ecco, ch'è maggio, e che nel ciel le stelle

son come i fiori sulla terra; e delle

stelle e dei fiori uguale, ecco, mi credo.

Ma tu, ch'eri in agguato, a un tratto l'ugna

m'affondi in collo, e sì mi scuoti, e a sangue

baci e maltratti: ed io m'affloscio, esangue,

fra le tue braccia molle come spugna.

Mi sei buono, talvolta, e suggi lieve

le mie lacrime calde dalle ciglia;

ma io sorrido senza maraviglia,

chè troppo so come la sosta è breve.

Terribili silenzi son fra noi,

talvolta. Immoto, tu somigli a un morto,

ma vegli. Immota, perso in te lo smorto

viso, nel cuore io medito de' tuoi

celati artigli l'azzannar protervo,

repente.—Se tu vuoi, potrò domani

morire. Mi sarà, dalle tue mani,

dolce. T'amo così. Così ti servo.

[pg!29]

PÀNICOPaura della vita, a tradimentoor su me piombi, e il tuo nodo scorsoiomi getti al collo; ed in me stessa io muoiosenza morire, diaccia di spavento.Ed i giorni e le notti che verrannom'appaion come maschere impenetra--bili; e con peso di massiccia pietral'ieri e l'oggi sul cuor lividi stanno.Da coloro che un dì chiamai fratellisì lontana mi sento, che a soccorsonon grido: non udrebbero: ahimè!... corsotroppo ho dinanzi a lor, con piè ribelli.Ciò che fu non è più—ciò ch'è presentenon vale—sul futuro c'è una portachiusa, di bronzo.—Io son fra quella portae il mio terrore.—Io son quasi demente.Pure conviene attender l'alba, attenderecon piè fermo, con fisso occhio, il ritornodel sole. E il sol guardare, e il chiaro giornogodere, come un fior—senza comprendere.[pg!31]

Paura della vita, a tradimentoor su me piombi, e il tuo nodo scorsoiomi getti al collo; ed in me stessa io muoiosenza morire, diaccia di spavento.Ed i giorni e le notti che verrannom'appaion come maschere impenetra--bili; e con peso di massiccia pietral'ieri e l'oggi sul cuor lividi stanno.Da coloro che un dì chiamai fratellisì lontana mi sento, che a soccorsonon grido: non udrebbero: ahimè!... corsotroppo ho dinanzi a lor, con piè ribelli.Ciò che fu non è più—ciò ch'è presentenon vale—sul futuro c'è una portachiusa, di bronzo.—Io son fra quella portae il mio terrore.—Io son quasi demente.Pure conviene attender l'alba, attenderecon piè fermo, con fisso occhio, il ritornodel sole. E il sol guardare, e il chiaro giornogodere, come un fior—senza comprendere.

Paura della vita, a tradimentoor su me piombi, e il tuo nodo scorsoiomi getti al collo; ed in me stessa io muoiosenza morire, diaccia di spavento.Ed i giorni e le notti che verrannom'appaion come maschere impenetra--bili; e con peso di massiccia pietral'ieri e l'oggi sul cuor lividi stanno.Da coloro che un dì chiamai fratellisì lontana mi sento, che a soccorsonon grido: non udrebbero: ahimè!... corsotroppo ho dinanzi a lor, con piè ribelli.Ciò che fu non è più—ciò ch'è presentenon vale—sul futuro c'è una portachiusa, di bronzo.—Io son fra quella portae il mio terrore.—Io son quasi demente.Pure conviene attender l'alba, attenderecon piè fermo, con fisso occhio, il ritornodel sole. E il sol guardare, e il chiaro giornogodere, come un fior—senza comprendere.

Paura della vita, a tradimento

or su me piombi, e il tuo nodo scorsoio

mi getti al collo; ed in me stessa io muoio

senza morire, diaccia di spavento.

Ed i giorni e le notti che verranno

m'appaion come maschere impenetra-

-bili; e con peso di massiccia pietra

l'ieri e l'oggi sul cuor lividi stanno.

Da coloro che un dì chiamai fratelli

sì lontana mi sento, che a soccorso

non grido: non udrebbero: ahimè!... corso

troppo ho dinanzi a lor, con piè ribelli.

Ciò che fu non è più—ciò ch'è presente

non vale—sul futuro c'è una porta

chiusa, di bronzo.—Io son fra quella porta

e il mio terrore.—Io son quasi demente.

Pure conviene attender l'alba, attendere

con piè fermo, con fisso occhio, il ritorno

del sole. E il sol guardare, e il chiaro giorno

godere, come un fior—senza comprendere.

[pg!31]

COMPRENDERENo!... Comprenderti voglio, o vita, o vitache m'attanagli con sì dure branche,e a prova nelle mie viscere stancheprima scavi poi baci la ferita.Io non ho membro che non porti il segnodella tua vïolenza—e il sanguinantemio cor t'ha in sè confitta, rutilantescure che strappa alla radice il legno.Quando comprenderò, forse il tuo giocobarbaro diverrà per la mia menteun nulla, un fior che sboccia, una vanentenube, vermiglia del tramonto al fuoco.Quando comprenderò, ti sarò grataforse del vario strazio che m'infliggi,torturatrice, che unghia e dente figgidove la carne più ti par malata.Dimmi il perchè, se un perchè esiste. Io vogliosaperlo, per gioirne; e del dolorefar delizia pei sensi, urlo d'amoreper l'anima, corona per l'orgoglio.[pg!33]

No!... Comprenderti voglio, o vita, o vitache m'attanagli con sì dure branche,e a prova nelle mie viscere stancheprima scavi poi baci la ferita.Io non ho membro che non porti il segnodella tua vïolenza—e il sanguinantemio cor t'ha in sè confitta, rutilantescure che strappa alla radice il legno.Quando comprenderò, forse il tuo giocobarbaro diverrà per la mia menteun nulla, un fior che sboccia, una vanentenube, vermiglia del tramonto al fuoco.Quando comprenderò, ti sarò grataforse del vario strazio che m'infliggi,torturatrice, che unghia e dente figgidove la carne più ti par malata.Dimmi il perchè, se un perchè esiste. Io vogliosaperlo, per gioirne; e del dolorefar delizia pei sensi, urlo d'amoreper l'anima, corona per l'orgoglio.

No!... Comprenderti voglio, o vita, o vitache m'attanagli con sì dure branche,e a prova nelle mie viscere stancheprima scavi poi baci la ferita.Io non ho membro che non porti il segnodella tua vïolenza—e il sanguinantemio cor t'ha in sè confitta, rutilantescure che strappa alla radice il legno.Quando comprenderò, forse il tuo giocobarbaro diverrà per la mia menteun nulla, un fior che sboccia, una vanentenube, vermiglia del tramonto al fuoco.Quando comprenderò, ti sarò grataforse del vario strazio che m'infliggi,torturatrice, che unghia e dente figgidove la carne più ti par malata.Dimmi il perchè, se un perchè esiste. Io vogliosaperlo, per gioirne; e del dolorefar delizia pei sensi, urlo d'amoreper l'anima, corona per l'orgoglio.

No!... Comprenderti voglio, o vita, o vita

che m'attanagli con sì dure branche,

e a prova nelle mie viscere stanche

prima scavi poi baci la ferita.

Io non ho membro che non porti il segno

della tua vïolenza—e il sanguinante

mio cor t'ha in sè confitta, rutilante

scure che strappa alla radice il legno.

Quando comprenderò, forse il tuo gioco

barbaro diverrà per la mia mente

un nulla, un fior che sboccia, una vanente

nube, vermiglia del tramonto al fuoco.

Quando comprenderò, ti sarò grata

forse del vario strazio che m'infliggi,

torturatrice, che unghia e dente figgi

dove la carne più ti par malata.

Dimmi il perchè, se un perchè esiste. Io voglio

saperlo, per gioirne; e del dolore

far delizia pei sensi, urlo d'amore

per l'anima, corona per l'orgoglio.

[pg!33]

LA COPPIAPassa una coppia, ove non è la luna.Risa sommesse. Aneliti. Carezzesenza pietà, come vendette. Asprezzedi baci folli. Poi, silenzio. È l'una.Si smemora la notte, in un'insaniadolce. È il languor dei grappoli d'acacia.È quella coppia in ombra, che si bacia.È l'aroma del filtro di Brangania.—.... Tu che fai qui?... Rasenta i muri, e asconditiil viso coi tuo vel, tu che sei sola!...No.—Resti.... Non v'ha lacrima o paroladi rimpianto nei calmi occhi profondi.Sola sei, con la nera ombra difformetua, che t'insegue sul pallor sidereodel marciapiede. E fredda, nel cinereovolto di sfinge e dentro il cuor che dorme.Pur ieri ardevi sino alle midolladel fuoco per cui sol bella è la vita.Chi ti strappò l'anello dalle dita?...Chi a te del sogno inaridì la polla?....... Vedesti il teschio nello specchio, tu.Quei felici che passano, non sanno,ma sapranno.—Oh, il gran ghigno dell'ingannoin quella lastra!...—Ora non soffri più.—[pg!35]

Passa una coppia, ove non è la luna.Risa sommesse. Aneliti. Carezzesenza pietà, come vendette. Asprezzedi baci folli. Poi, silenzio. È l'una.Si smemora la notte, in un'insaniadolce. È il languor dei grappoli d'acacia.È quella coppia in ombra, che si bacia.È l'aroma del filtro di Brangania.—.... Tu che fai qui?... Rasenta i muri, e asconditiil viso coi tuo vel, tu che sei sola!...No.—Resti.... Non v'ha lacrima o paroladi rimpianto nei calmi occhi profondi.Sola sei, con la nera ombra difformetua, che t'insegue sul pallor sidereodel marciapiede. E fredda, nel cinereovolto di sfinge e dentro il cuor che dorme.Pur ieri ardevi sino alle midolladel fuoco per cui sol bella è la vita.Chi ti strappò l'anello dalle dita?...Chi a te del sogno inaridì la polla?....... Vedesti il teschio nello specchio, tu.Quei felici che passano, non sanno,ma sapranno.—Oh, il gran ghigno dell'ingannoin quella lastra!...—Ora non soffri più.—

Passa una coppia, ove non è la luna.Risa sommesse. Aneliti. Carezzesenza pietà, come vendette. Asprezzedi baci folli. Poi, silenzio. È l'una.Si smemora la notte, in un'insaniadolce. È il languor dei grappoli d'acacia.È quella coppia in ombra, che si bacia.È l'aroma del filtro di Brangania.—.... Tu che fai qui?... Rasenta i muri, e asconditiil viso coi tuo vel, tu che sei sola!...No.—Resti.... Non v'ha lacrima o paroladi rimpianto nei calmi occhi profondi.Sola sei, con la nera ombra difformetua, che t'insegue sul pallor sidereodel marciapiede. E fredda, nel cinereovolto di sfinge e dentro il cuor che dorme.Pur ieri ardevi sino alle midolladel fuoco per cui sol bella è la vita.Chi ti strappò l'anello dalle dita?...Chi a te del sogno inaridì la polla?....... Vedesti il teschio nello specchio, tu.Quei felici che passano, non sanno,ma sapranno.—Oh, il gran ghigno dell'ingannoin quella lastra!...—Ora non soffri più.—

Passa una coppia, ove non è la luna.

Risa sommesse. Aneliti. Carezze

senza pietà, come vendette. Asprezze

di baci folli. Poi, silenzio. È l'una.

Si smemora la notte, in un'insania

dolce. È il languor dei grappoli d'acacia.

È quella coppia in ombra, che si bacia.

È l'aroma del filtro di Brangania.—

.... Tu che fai qui?... Rasenta i muri, e asconditi

il viso coi tuo vel, tu che sei sola!...

No.—Resti.... Non v'ha lacrima o parola

di rimpianto nei calmi occhi profondi.

Sola sei, con la nera ombra difforme

tua, che t'insegue sul pallor sidereo

del marciapiede. E fredda, nel cinereo

volto di sfinge e dentro il cuor che dorme.

Pur ieri ardevi sino alle midolla

del fuoco per cui sol bella è la vita.

Chi ti strappò l'anello dalle dita?...

Chi a te del sogno inaridì la polla?...

.... Vedesti il teschio nello specchio, tu.

Quei felici che passano, non sanno,

ma sapranno.—Oh, il gran ghigno dell'inganno

in quella lastra!...—Ora non soffri più.—

[pg!35]

A UN SUICIDAStolto!... Ed eccoti lì, come uno straccio.Che anima di crusca avevi tumai, che al primo fendente, a mucchio, giùt'è sfuggita?... Sei vuoto, ora. Sei diaccio.Sei una cosa inutile, che il piedegetta da un lato, e terra copre, e crocenon vuole. Non più bocca hai per la voce,nè mano per carezza, e cuor per fede.Ah, sol per questo, vivere era bello,sia pur soffrendo!... Piangere o godere,abbrividir di strazio o di piacere,che importa, pur di esistere, o fratello?...Io non voglio il tuo sonno. Io d'una cosasola ho il ribrezzo: della morte.—Il restoè gioco, anche il dolor più orrendo, questodolor, che tutta m'ha pesta e corrosa:e più esso m'affanna, e più vibrantifiamme attizzo al mio fuoco d'energia:e poi che andar bisogna, e tu la viami sbarri, ti scavalco,—e passo avanti.[pg!37]

Stolto!... Ed eccoti lì, come uno straccio.Che anima di crusca avevi tumai, che al primo fendente, a mucchio, giùt'è sfuggita?... Sei vuoto, ora. Sei diaccio.Sei una cosa inutile, che il piedegetta da un lato, e terra copre, e crocenon vuole. Non più bocca hai per la voce,nè mano per carezza, e cuor per fede.Ah, sol per questo, vivere era bello,sia pur soffrendo!... Piangere o godere,abbrividir di strazio o di piacere,che importa, pur di esistere, o fratello?...Io non voglio il tuo sonno. Io d'una cosasola ho il ribrezzo: della morte.—Il restoè gioco, anche il dolor più orrendo, questodolor, che tutta m'ha pesta e corrosa:e più esso m'affanna, e più vibrantifiamme attizzo al mio fuoco d'energia:e poi che andar bisogna, e tu la viami sbarri, ti scavalco,—e passo avanti.

Stolto!... Ed eccoti lì, come uno straccio.Che anima di crusca avevi tumai, che al primo fendente, a mucchio, giùt'è sfuggita?... Sei vuoto, ora. Sei diaccio.Sei una cosa inutile, che il piedegetta da un lato, e terra copre, e crocenon vuole. Non più bocca hai per la voce,nè mano per carezza, e cuor per fede.Ah, sol per questo, vivere era bello,sia pur soffrendo!... Piangere o godere,abbrividir di strazio o di piacere,che importa, pur di esistere, o fratello?...Io non voglio il tuo sonno. Io d'una cosasola ho il ribrezzo: della morte.—Il restoè gioco, anche il dolor più orrendo, questodolor, che tutta m'ha pesta e corrosa:e più esso m'affanna, e più vibrantifiamme attizzo al mio fuoco d'energia:e poi che andar bisogna, e tu la viami sbarri, ti scavalco,—e passo avanti.

Stolto!... Ed eccoti lì, come uno straccio.

Che anima di crusca avevi tu

mai, che al primo fendente, a mucchio, giù

t'è sfuggita?... Sei vuoto, ora. Sei diaccio.

Sei una cosa inutile, che il piede

getta da un lato, e terra copre, e croce

non vuole. Non più bocca hai per la voce,

nè mano per carezza, e cuor per fede.

Ah, sol per questo, vivere era bello,

sia pur soffrendo!... Piangere o godere,

abbrividir di strazio o di piacere,

che importa, pur di esistere, o fratello?...

Io non voglio il tuo sonno. Io d'una cosa

sola ho il ribrezzo: della morte.—Il resto

è gioco, anche il dolor più orrendo, questo

dolor, che tutta m'ha pesta e corrosa:

e più esso m'affanna, e più vibranti

fiamme attizzo al mio fuoco d'energia:

e poi che andar bisogna, e tu la via

mi sbarri, ti scavalco,—e passo avanti.

[pg!37]

IL POZZO ABBANDONATOIn fondo al pozzo abbandonato è notte.Muffe rampanti, viscidi lichenibacian, con bocche gonfie di veleni,la scabra pietra e l'ime acque corrotte.Non stridìo di carrucola, non rostrogaio, reggente a grossa corda il secchioche, grondando, risalga, a glauco specchiodel sole. L'acqua, in fondo, è come inchiostro.Vive di sè, della tenace pollache, dal concavo sasso in sue perenniforze fluendo, il sonno dei millennirompe con qualche pullular di bolla.Più non ricorda che una bocca umanadi lei godette, in lei languì, rinacquedal refrigerio limpido dell'acquequale un bel frutto rosso.—Oh, gioia vanaormai, sgorgar da chiara tazza agli avidiaperti labbri, all'arse fauci, ai vivimoti del cuore, in schietti sorsi, in rividi freschezza, in rigurgiti soavi!...Sol ritrova sua vita e sua fortunase, cinta d'astri come d'una retedi gemme, il volto pallido per setespecchi entro il pozzo, alta nel ciel, la luna.Allor ne l'acqua è un'ansia, un brividìotrepido, un riso d'èstasi, un gorgoglioappassionato, un impeto d'orgoglioche la solleva dal malvagio oblìo:fino alle scaturigini tralucedi perle in danza, al magico fulgore:in ogni guizzo, in ogni goccia amorepalpita; ed acqua più non è; ma luce..... Così, così, dal pozzo che scavastitu stessa, anima mia, per esser mortapria di morire, e dove stagni, assortanella rinunzia d'ogni ben che amasti,ti svegli, tutta in fremito, di schianto,nell'inganno d'un sogno; e in quel baglioresommersa, torni luce e torni amore,trasfigurata dal sereno incanto.[pg!41]

In fondo al pozzo abbandonato è notte.Muffe rampanti, viscidi lichenibacian, con bocche gonfie di veleni,la scabra pietra e l'ime acque corrotte.Non stridìo di carrucola, non rostrogaio, reggente a grossa corda il secchioche, grondando, risalga, a glauco specchiodel sole. L'acqua, in fondo, è come inchiostro.Vive di sè, della tenace pollache, dal concavo sasso in sue perenniforze fluendo, il sonno dei millennirompe con qualche pullular di bolla.Più non ricorda che una bocca umanadi lei godette, in lei languì, rinacquedal refrigerio limpido dell'acquequale un bel frutto rosso.—Oh, gioia vanaormai, sgorgar da chiara tazza agli avidiaperti labbri, all'arse fauci, ai vivimoti del cuore, in schietti sorsi, in rividi freschezza, in rigurgiti soavi!...Sol ritrova sua vita e sua fortunase, cinta d'astri come d'una retedi gemme, il volto pallido per setespecchi entro il pozzo, alta nel ciel, la luna.Allor ne l'acqua è un'ansia, un brividìotrepido, un riso d'èstasi, un gorgoglioappassionato, un impeto d'orgoglioche la solleva dal malvagio oblìo:fino alle scaturigini tralucedi perle in danza, al magico fulgore:in ogni guizzo, in ogni goccia amorepalpita; ed acqua più non è; ma luce..... Così, così, dal pozzo che scavastitu stessa, anima mia, per esser mortapria di morire, e dove stagni, assortanella rinunzia d'ogni ben che amasti,ti svegli, tutta in fremito, di schianto,nell'inganno d'un sogno; e in quel baglioresommersa, torni luce e torni amore,trasfigurata dal sereno incanto.

In fondo al pozzo abbandonato è notte.Muffe rampanti, viscidi lichenibacian, con bocche gonfie di veleni,la scabra pietra e l'ime acque corrotte.Non stridìo di carrucola, non rostrogaio, reggente a grossa corda il secchioche, grondando, risalga, a glauco specchiodel sole. L'acqua, in fondo, è come inchiostro.Vive di sè, della tenace pollache, dal concavo sasso in sue perenniforze fluendo, il sonno dei millennirompe con qualche pullular di bolla.Più non ricorda che una bocca umanadi lei godette, in lei languì, rinacquedal refrigerio limpido dell'acquequale un bel frutto rosso.—Oh, gioia vanaormai, sgorgar da chiara tazza agli avidiaperti labbri, all'arse fauci, ai vivimoti del cuore, in schietti sorsi, in rividi freschezza, in rigurgiti soavi!...Sol ritrova sua vita e sua fortunase, cinta d'astri come d'una retedi gemme, il volto pallido per setespecchi entro il pozzo, alta nel ciel, la luna.Allor ne l'acqua è un'ansia, un brividìotrepido, un riso d'èstasi, un gorgoglioappassionato, un impeto d'orgoglioche la solleva dal malvagio oblìo:fino alle scaturigini tralucedi perle in danza, al magico fulgore:in ogni guizzo, in ogni goccia amorepalpita; ed acqua più non è; ma luce..... Così, così, dal pozzo che scavastitu stessa, anima mia, per esser mortapria di morire, e dove stagni, assortanella rinunzia d'ogni ben che amasti,ti svegli, tutta in fremito, di schianto,nell'inganno d'un sogno; e in quel baglioresommersa, torni luce e torni amore,trasfigurata dal sereno incanto.

In fondo al pozzo abbandonato è notte.

Muffe rampanti, viscidi licheni

bacian, con bocche gonfie di veleni,

la scabra pietra e l'ime acque corrotte.

Non stridìo di carrucola, non rostro

gaio, reggente a grossa corda il secchio

che, grondando, risalga, a glauco specchio

del sole. L'acqua, in fondo, è come inchiostro.

Vive di sè, della tenace polla

che, dal concavo sasso in sue perenni

forze fluendo, il sonno dei millenni

rompe con qualche pullular di bolla.

Più non ricorda che una bocca umana

di lei godette, in lei languì, rinacque

dal refrigerio limpido dell'acque

quale un bel frutto rosso.—Oh, gioia vana

ormai, sgorgar da chiara tazza agli avidi

aperti labbri, all'arse fauci, ai vivi

moti del cuore, in schietti sorsi, in rivi

di freschezza, in rigurgiti soavi!...

Sol ritrova sua vita e sua fortuna

se, cinta d'astri come d'una rete

di gemme, il volto pallido per sete

specchi entro il pozzo, alta nel ciel, la luna.

Allor ne l'acqua è un'ansia, un brividìo

trepido, un riso d'èstasi, un gorgoglio

appassionato, un impeto d'orgoglio

che la solleva dal malvagio oblìo:

fino alle scaturigini traluce

di perle in danza, al magico fulgore:

in ogni guizzo, in ogni goccia amore

palpita; ed acqua più non è; ma luce.

.... Così, così, dal pozzo che scavasti

tu stessa, anima mia, per esser morta

pria di morire, e dove stagni, assorta

nella rinunzia d'ogni ben che amasti,

ti svegli, tutta in fremito, di schianto,

nell'inganno d'un sogno; e in quel bagliore

sommersa, torni luce e torni amore,

trasfigurata dal sereno incanto.

[pg!41]


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