CAPITOLO DECIMOQUARTO

Il Montanaro di Nesso, apertasi col Sarbelloni e gli altri uomini d'armi Mussiani la strada sino al lago, invece d'unirsi colà, come sperava, a Gabriele, s'avvide con sommo dolore del grave periglio in che desso trovavasi avvolto. Forsennato a tale scoperta cercò colle più energiche parole di rattenere i soldati che, sbandandosi, procuravano fuggendo per la sponda di farsi riprendere dalle navi, e vedendo finalmente vana ogni via di portare utile soccorso a quel giovine che tanto amava, trasportato dall'amore per lui e dal furore contro i nemici: "Io, io solo, gridò, andrò a trarlo un'altra volta dalle unghie di quei demonii!: via, codardi, che lasciate perire sotto i vostri occhi un fratello del Castellano, un giovine tanto valoroso, l'unico tra voi che meriti il nome di soldato; andate, o vili! egli morirà di spada, voi altri di capestro!". Ciò detto, slanciossi tutto solo in un navicello che stava legato presso la sponda, spezzò la catena che lo fermava a terra, nella quale erano infissi i remi, e presi questi, maneggiandoli rapidamente, si spinse verso il luogo della spiaggia ove durava tuttavia la pugna: una grandine di palle venne scagliata a quell'intrepido dal lido, ma nessuna lo colse, ed ei giunto alla riva, balzato appena a terra, udì alzarsi lungo la sponda feroci grida, e intese il rimbombo contemporaneo della scarica di due batterie, per lo che rivolgendo il capo a riguardare il lago, vide una Borbota mussiana zeppa d'uomini che a tutta spinta veniva essa pure audacemente a quella sponda. Lieto di fiera gioia a tal vista, saltò su un sasso, e levando in aria la scure, con voce possente esclamò verso la barca: "Viva Musso! coraggio... venite... non siamo vinti... Gabriele resiste ancora"; e balzando sui cadaveri di che era ingombro il terreno, si spinse al luogo dove durava la mischia. A ripetuti colpi dell'arma ponderosa e tagliente che ruotava con incredibile forza e celerità il fiero Montanaro atterrava da una parte e dall'altra chiunque s'opponeva al suo passaggio, volendo egli giungere là dove combatteva il suo Gabriele, che andava avidamente ricercando dello sguardo fra il balenare delle spade e l'offuscamento prodotto dal fumo e dal polverio. Nol giungendo a ravvisare, egli lo chiama ad alta voce, e sente allora gridarsi alle spalle: "Medici è sul terreno... lo trascinano a Mandello". Cieco di rabbia e d'affanno supera ogni ostacolo, ogni resistenza, si spinge più avanti, e, spettacolo atroce! vede due Ducali che abbrancato ciascuno per un piede il corpo esangue del valoroso giovine lo trascinavano col capo nella polvere fuori del campo. La testa d'un d'essi è spiccata dal busto, la somma destrezza dell'altro può solo salvarlo dall'ira dì Falco, che rialza quella salma da terra, la sostiene col sinistro braccio, e sempre rotando il ferro tenta trasportarla verso il lido. Il capo del giovine estinto sobbalzando grondava sangue sul petto anelante di Falco, quel sangue di cui aveva tutta bagnata e lorda la chioma. Falco, ferito in più parti, impedito da quel peso, non trovava forza per sostenere il combattimento fuor che nell'estrema energia che in lui destavano a vicenda lo sdegno e la pietà.

Andava intanto crescendo intorno a lui il numero de' nemici: nessuno però dei quali ardiva accostarsi di troppo a quel furente che solo collo sguardo e l'aspetto incuteva terrore: in tal modo egli era quasi pervenuto a raggiungere gli altri Mussiani venuti sulla Borbota, che ad onta della resistenza nemica erano scesi a terra e s'andavano avanzando. Allorchè stava per unirsi a loro, un gran colpo che di dietro il colse sul capo, e glielo avrebbe spezzato se non l'avesse avuto saldamente difeso dalla fitta rete d'acciaio, gli fece allentare le braccia, per cui lasciò cadere col cadavere di Gabriele anche il proprio ferro, e vacillando piombò al suolo avendo perduti i sensi. Mentre i Ducali s'assicuravano del caduto Falco, i Mussiani irrompendo tutti ad un tratto pervennero al luogo ove era il corpo di Gabriele, e presolo, retrocedettero rapidamente difendendosi, e risalirono la barca non senza aver sofferta molta strage.

Il Castellano fuggì da quelle acque con poco e lacero navilio: delle navi che formavano la squadra comandata da lui medesimo non rimaneva altro che il Brigantino e la Salvatrice, di cui aveva assunto il comando Achille Sarbelloni, oltre poche Borbote, essendo tutti gli altri legni affondati, o rotti fuor d'uso del navigare. De' suoi capitani, Mandello era ferito, il Negri ucciso, e il Matto che aveva condotta la Borbota al lido di Mandello, colto nel retrocedere da una palla di bombarda in una coscia, era spirante. La squadra capitanata da Pirro Rumo, meno guasta e con minor numero di morti e di feriti, non avendo potuto mai oltrepassare la punta di Mandello per unirsi al Castellano, fu costretta a ritornare a Lecco, ove dovette rendersi prigioniera all'Acursio, che si era impadronito di Malgrate, del Ponte sull'Adda, del Porto e di tutta Lecco, eccetto il Castello che aveva però già circondato di numerosa artiglieria, e di cui breve poteva essere la resistenza.

In cento partiGli aspri monton colla ferrata fronteUrtan, doppiando i colpi, il saldo muro,E ne tremano i boschi, e n'ha spaventoL'onda del Lario e il monte alto ne geme.E di tant'armi il fulminar non lasciaLe conquassate torri e i merli e i tetti,I cari tetti che già volti in fiammePiomban qua e là con subita ruina.GASTONE DELLA TORRE DI REZZONICO,L'eccidio di Como.

Era notte: il Castellano e il suo più fido amico il Pellicione stavano in una stanza appartata del Forte entrambi muti e pensosi seduti ai lati opposti d'una massiccia tavola su cui ardeva una lampada infissa in un lucerniere di bronzo. Medici teneva incrocicchiate le braccia, socchiuse le ciglia e fiso lo sguardo nella parete di contro: portava il corsale di ferro e il rimanente dell'abito stretto al corpo; il suo capo era scoperto, per cui il lume rischiarava liberamente di profilo il suo volto, a cui i neri ricciuti capelli, il pelo del mento e dei mustacchi davano un carattere più deciso e severo. Pellicione vestiva un giustacuore di panno bruno, con maniche larghe listate, serrate al pugno; aveva in testa un cappello alto acuminato, con larghe falde che gli ombreggiavano il volto sostenuto dalla sinistra mano, mentre teneva la destra arrampinata negli intrecciamenti della complicata impugnatura di sua spada che sopravanzava alla tavola.

Sulla faccia del Castellano, di quell'ardito avventuriero la cui sovrana fortuna era prossima al tramonto, si vedevano dipingersi alternativamente ora una dignitosa calma con cui sembrava assopisse tutta la tempesta della mente, ora un lieve sogghigno minaccioso, disfidatore, che tramutavasi in una maestosa guerresca alterezza con cui pareva dire: "Io mi son io ancora: nessuno m'ha interamente vinto o domato". Pellicione alzò gli occhi su di lui nel momento che il suo viso aveva tale impronta, e come se gli avesse letti appunto in cuore quelle parole, gli disse:

"Non è poi la prima volta che noi ci vediamo chiusi dai nostri nemici in questo Castello. Sono trascorsi pochi anni da che i Grigioni venuti a Bongo credevano averci ridotti, come l'orso, all'orlo del precipizio, che è costretto a lasciarsi prendere od a balzarvi da se; pure non solo se ne siamo liberati, ma li ricacciammo lontani, e divorammo assai del loro: e in quel tempo questo Castello non contava la metà dei baluardi da cui è riparato attualmente; nè v'era traccia di questo Forte e del taglio: ora, oltre le difese murali ne possiamo sperare una più efficace nei soccorsi del Conte d'Altemps che non può tardare gran fatto a qui giungere co' suoi Tedeschi".

"Se fosse altri che il conte Volfango, rispose Gian Giacomo i cui pensieri erano già divenuti più tristi, direi che mi ha tradito: ma egli non è di ciò capace; e m'è forza pensare che sia stato incagliato nel viaggio da secreti comandi dell'Imperatore che protegge il Duca. Se ciò non fosse, una parte almeno delle bande Alemanne, in vista delle pressanti istanze da me fatte, e delle sue promesse, doveva essere da più giorni qui pervenuta, e avremmo impedito che ci stringessero d'assedio. Ora che vuoi, mio caro? Abbiamo Grigioni a sinistra, Ducali a destra. Dongo e Musso rigurgitano di soldati della Lega e del Vestarino, che si sono stesi anche in tutto il paese all'intorno:, gli edificii che m'appartengono vennero cangiati per loro in quartieri fortificati, i monti circostanti muniti d'artiglierie, e il lago innanzi a questo Castello coperto dalla loro flotta. Corenno, Gravedona, Rezzonico sono cadute in loro potere, ed oggi si seppe che il Forte di Lecco fu preso esso pure dall'Acursio, il quale vi fece crudelmente appiccare ai merli il nostro Alvarez Carazon, siccome disertore di Spagna".

"Povero Catalano! (esclamò Pellicione lasciando cadere il braccio sul tavolo, e guardando in alto sì che la metà inferiore del volto uscì dall'ombra del suo largo capello.) Un buon compagnone di quella fatta! che non aveva eguale sia colla spada, sia colla tazza in pugno! Dopo essere stato al di là dì tanti mari quasi sin dove termina il mondo, dopo avere incontrato tutti i pericoli del ferro, del fuoco, dell'acqua, finire di corda per man d'un Ducale! Ah per la spada di san Michele! è un insulto che non si può inghiottire!... Tu, sventurato Alvarez, avrai resistito a lungo sperando sempre che noi giungessimo colà ad assalire l'Acursio: sappi che tale appunto era la nostra brama, ma che le maladette bombarde di Mandello ce lo impedirono ostinatamente... quelle... sì quelle cagionarono la tua e la nostra ruina". Stette un momento silenzioso, poi proseguì a mezza voce, come se parlasse tra se e se, contando sulle dita, e facendo pausa ad ogni nome che proferiva: Pirro Rumo prigioniero... il Catalano appiccato: morti di ferite... Mandello,.. Matto... Negri... Falco... e il signor Ga.....!" Non osò pronunciare intero questo nome, perchè il Castellano si scosse:, ed ei, guardandolo, gli vide in faccia l'espressione del più cupo e profondo dolore: i suoi occhi non s'inumidivano, perchè natura l'aveva privato del dono delle lagrime, ma vi si scorgeva per entro una commozione che indicava tutta la costernazione del pianto senza poterne avere il sollievo. "Anch'esso pur troppo! disse, così giovine e dotato di tanto valore! Il minore d'età di noi fratelli, e fu il primo! qual ferita sarebbe al cuore di nostro padre s'ei vivesse ancora! Il buon vecchio lo prediliggeva fra tutti i suoi figli, perchè l'ultimo, e perchè sperava che non inclinasse alla guerra come io, Battista ed Agosto, nè alla Chiesa come Giovan Angelo. Mi fu riferito che quando, io lasciai Milano, e venni a prendere le armi sul lago, egli diceva a Gabriele allor fanciullino: tu solo fra i miei figliuoli sarai sostegno del nome di tua famiglia; tutte le mie speranze sono appoggiate sopra di te, ed ho fiducia di vederti agiato e tranquillo, quando i tuoi fratelli saranno tolti al mondo. Misero padre! egli morì ed io ho già fatto dar sepoltura anche al suo Gabriele... e fu col sacrificio della vita di Falco, di quell'intrepido e generoso montanaro che si giunse a togliere il cadavere di mano ai nemici, che se non era quel mio Capitano, il suo corpo sarebbe stato vituperato, o rimaneva pasto ai corvi sul lido di Mandello!"

"V'ha chi dice, rispose il Pellicione, che Falco non sia perito nella pugna, ma che fatto prigioniero, sia stato poscia ucciso dai Ducali". "Assassini! Io accordai dopo pochi giorni la libertà ai loro soldati che feci prigionieri nella battaglia di Bellaggio; essi scannano i miei da vili e crudeli quali sono. Visitando ieri mia sorella e le cugine, che feci ritirare qui abbasso in Castello, vidi seco loro la moglie e la figlia di Falco: quanto sono desolate quelle donne! Veramente le meschine perdettero tutto perdendo il padre e il marito; ma io non le lascierò mai abbandonate sin che possederò anche il più debole mezzo per sostenerle".

Dopo varii altri ragionamenti intorno l'esito sventurato dell'ultima battaglia, Gian Giacomo considerando le sciagure che a lui sovrastavano non seppe trattenersi dal nuovamente rimprocciare con acri parole al Pellicione il mal consiglio datogli di rifiutare le trattative". A che v'avrebbe giovato, rispose con ira a quei rimproveri il Pellicione, l'essere in pace con quei di Milano, mentre gli Svizzeri, come vedete, stavano già in procinto di piombarci addosso?"

"S'io fossi stato in accordo col Duca, le schiere dell'Altemps non avrebbero trovati ostacoli a scendere in Italia, e con alcune centinaia d'uomini di più mi bastava l'animo di rompere la Lega in modo da levarle ogni forza da potersi riannodare".

"E con che volevate voi pagare le truppe del Conte, quando aveste sborsati i quarantamila scudi, condizione principale del trattato, e si foste rimasto colle casse vuote? Credete voi che senza prontissime paghe quelle bande d'avventurieri v'avrebbero obbedito un sol giorno? Non vi rammentate gli eccessi a cui si abbandonarono in Italia quelli venutivi sette anni sono coll'esercito del Contestabile Borbone, e il saccheggio dato a Roma ad onta dei comandi di Carlo, causato dalla loro insaziabile cupidigia?" Il Castellano fremette, e nulla rispose ingolfandosi in altri pensamenti: Pellicione rimase nella primiera attitudine silenzioso e meditabondo esso pure.

Al suonare che fecero i tamburi indicando l'ora del mutarsi delle sentinelle Pellicione si levò in piedi per partire; Medici, il cui sembiante era ritornato tranquillo, alzatosi d'un tratto, s'accostò a lui, gli prese la destra, e disse: "Ho l'intima persuasione che la sorte non ci sarà tanto nemica da condurci al passo estremo; ma comunque sia, non è agli uomini, la cui mano ha giammai abbandonata la spada, che il morire pugnando reca spavento; e noi siamo in grado di far sentire a molti e molti nemici quanto sia periglioso cimento l'accingersi a penetrare sin dove siam noi. Or va, invigila le scolte, provvedi onde i bombardieri non s'allontanino dalle batterie, desta la vigilanza delle guardie alle vedette, e riconosci tu stesso dai baluardi se il nemico ha prese nuove posizioni: io m'affido interamente a te; tu conosci quanto ti tengo caro, ed io so quanto mi sei fedele".

Pellicione uscì di là compiutamente riconciliato in cuore col Castellano, e si recò alle mura onde osservare se i posti venivano diligentemente guardati e se tutto era disposto alla difesa. Sebbene la notte fosse a mezzo il suo corso, trovò tutti i drappelli d'uomini d'armi vegliare alla custodia del Castello di distanza in distanza come erano stati distribuiti: s'affacciò ai merli del vallo e guardando dalle feritoie, vide splendere abbasso e su pel monte vicino gran numero di fuochi ch'erano accesi dai soldati del Duca commisti agli Svizzeri, di cui s'udiva un lontano e confuso schiamazzare che si confondeva col mormorío delle acque del lago che un notturno venticello rompeva alla sponda: osservato il tutto attentamente, persuaso che il nemico nè pensava nè poteva tentare una sorpresa, ripetè il moto di vigilanza, e si ritrasse a riposo.

I guerrieri, e quasi tutte le poche persone d'altra qualità che si trovavano rinchiuse in quella assediata Fortezza, benchè stordite dal rapido ravvolgimento avvenuto nella fortuna del Castellano, pure siccome legati a lui per tante cause, confidavano ancora ciecamente nella sua indomabile intrepidezza, nella sua avvedutezza ed esperienza somma, di cui avevano avute tante rimarchevoli prove, e si tenevano certi ch'egli sarebbesi sciolto da quella stringente briga, ed avrebbe allontanato il periglio, e restituita a tutti la libertà e la sicurezza ricuperando il pristino potere.

Pei soli cuori d'Orsola e Rina non eravi più sollievo, non eranvi più speranze, e la vita di queste donne infelici dir si poteva una successione di lamenti e di pianti. Quel mattino della partenza delle navi per la battaglia, appena Falco fu uscito con Gabriele dalla propria casa onde recarsi al Porto del Castello, Rina crudelmente desolata dalle dolorose parole dell'amante, pallida, travolta, s'abbandonò nelle braccia della madre a lei con soffocati e rotti accenti palesando i presentimenti funesti di che le si era mostrato ingombro il giovine guerriero unico oggetto di tutte le sue cure: la madre volle riconsolarla tentando di farle sparire dalla mente ogni sinistra aspettativa; ma siccome ella stessa prestava somma fede agli interni presagi, partecipò a poco a poco, riguardo al marito, ai timori della figlia, che nell'animo suo più debole e pregiudicato presero quasi il carattere d'una spaventevole certezza. Passarono le due donne tutto quel giorno in un'angoscia inesprimibile, la quale non si sminuì che vicino a sera quando Rina, non mai staccatasi dalla finestra verso il lago, chiamò precipitosamente la madre facendole vedere in lontananza due legni della flotta del Castellano che ritornavano a Musso. Si fece più oscuro, e la figlia e la moglie di Falco scorsero palpitando que' due legni passare nelle acque innanzi a loro rapide come due nere nubi spinte, dalla tempesta, ed entrare nel Porto della Fortezza. Rina sentì un moto fatale a quella vista, come se una voce misteriosa le avesse mormorato all'orecchio:là sta il cadavere di Gabriele. Nulla poterono penetrare quella notte intorno all'esito del combattimento; ma quanto non s'accrebbe la loro ambascia il mattino quando seppero la notizia, che si sparse prontamente per tutto, della terribile sconfitta ricevuta dai Mussiani a Mandello? Orsola corse alla Fortezza e per Musso richiedendo, implorando da cento persone che le venissero date novelle del marito; ma tra lo spavento e la confusione generale, non raccolse che voci vaghe e contraddittorie, le quali però le lasciarono sussistere in cuore un raggio di speranza, poichè tra le narrative dei più che asserivano essere Falco rimasto ucciso con Gabriele sul campo, v'erano alcuni che narravano essersi invece questi due recati sulle navi col capitano Mandello al soccorso di Lecco, e tale novella era fatta spargere ad arte dal Castellano per tenere sospesi gli animi degli abitanti di quelle borgate e temperare il pernicioso effetto della narrativa della tristissima realtà del fatto.

Due giorni dopo la battaglia essendo giunto l'avviso che i Grigioni avevano preso Sorico, e s'avanzavano dalle Pievi verso Dongo per cingere d'assedio il Castello, e vedendosi ad un tempo apparire alle alture di Varenna la flotta Ducale che veleggiava essa pure verso Musso, Gian Giacomo Medici, conoscendo di non aver forza bastante per opporsi all'aperto ad entrambe quelle armate nemiche, fece incendiare l'arsenale con tutte le barche, e con sommo dolore anche il proprio famoso Brigantino; radunò nel Castello tutti gli uomini d'armi che gli rimanevano, v'invitò i terrazzani de' paesi vicini atti alla difesa, e fattevi entrare le donne che a lui od a' suoi Capitani appartenevano, inchiodati e appuntellati i portoni, calate le saracinesche e muniti di spesse artiglierie i baluardi, attese il nemico.

Orsola e Rina, venute esse pure a chiudersi là dentro, seppero tosto la verità dei fatti, e svanì per tal modo dai loro cuori anche quel lieve dubbio consolatore che le contraddittorie novelle v'avevano lasciato sino a quel momento sussistere. Maestro Lucio Tanaglia la prima volta che discese dal Forte a visitare quelle donne nella Rocca di Sant'Eufemia, ove era stato alle medesime assegnato l'albergo presso quello di Margarita sorella del Medici e delle di lui cugine, narrò ad esse con grave cordoglio d'avere veduto egli stesso, la notte che susseguì la terribile battaglia, a seppellire secretamente Gabriele, il suo giovine alunno, nella Chiesa del Castello.

"Il signor Castellano tre ore dopo circa da che fu ritornato colle poche navi a lui rimaste, salito alla Fortezza, mandò il Pellicione a chiamarmi premurosamente (così diceva il Cancelliere per isfogare il proprio rammarico, senza avvedersi di quali punte mortali le sue parole trafiggevano un cuore già lacerato). Io mi recai tosto nella sua stanza, ove lo trovai che passeggiava a gran passi, e lo vidi sì stravolto in viso e contraffatto, che n'ebbi gran paura, e stava quasi per partirmene, quand'esso rivolto a me, disse con voce rabbiosa, come se io ne avessi colpa: Maestro, i Ducali hanno vinto, e ciò ch'è più essi m'hanno ucciso Gabriele; fra pochi istanti porteranno su il suo corpo nella Chiesa della Rocca: voi assisterete alla sua tumulazione onde tutto proceda con ordine e silenzio. Mi gelò il sangue nelle vene e rimasi come una statua all'udire una sì orrenda sventura: voleva rimproverare a Gian Giacomo la sua caparbietà, voleva... ma egli mi fece cenno che partissi, ed io uscii dalla stanza. Venuto fuori, accesi il mio lanternino e discesi qui giù che era oscuro come in bocca al lupo; mi posi presso la porta della Chiesa, che era aperta e rischiarata da due lampade, attesi quivi un istante sulla soglia, e vidi venire il Vicario, due altri preti, due Capitani e quattro soldati che portavano il corpo sovra una bara avvolta in un drappo nero. Entrarono essi tutti meco in chiesa, posarono la bara su due panche, e mentre noi pronunziavamo le preghiere dei morti, gli uomini d'armi alzarono il coperchio dell'avello su cui v'è disteso quell'uomo di sasso, e che sta sotto il finestrone che guarda la torre, trassero da un lato alcune poche ossa che v'erano dentro, poscia due rimasero là colle fiaccole, e due vennero a prendere Gabriele per collocarvelo. Tolsero il drappo che il ricopriva, il sollevarono dalla bara e là portatolo ve lo calarono dentro. Io che ho sempre avuto gran paura dei morti, era tanto l'amore per quel povero figliuolo che volli accostarmi all'avello per vederlo un'ultima volta prima che vi fosse rinchiuso. Esso era là colle sue mani in croce sulla corazza, aveva l'elmo allacciato sotto il mento e la sua faccia bella ancora...". "Ah Dio!" gridò Rina vinta dalla pena, e cade svenuta: Orsola, che piangeva, la rialzò da terra, chiamando con alte grida soccorso: il Cancelliere, che non s'aspettava quella scena, tutto smarrito corse ad avvertire le altre donne dell'accaduto, e si ritrasse poscia nella propria camera compassionando in suo cuore quella povera fanciulla. Rina tornò in se stessa, ma da quel momento la sua anima non fu occupata che da un solo pensiero, il quale non riguardava l'esistenza, e se pure alcuna volta in lei si mitigava l'ambascia, era quando sul far della sera sola sotto la silenziosa vôlta della chiesa inginocchiata presso l'avello ove giaceva quell'unico oggetto che aveva a lei deliziata la vita, bagnava di sue lagrime quel sasso, e pregava con tutta l'effusione dell'anima appassionata la pace del cielo a lui ed al padre che credeva estinto, e invocava per se stessa d'essere tolta con loro. Margarita Medici e l'altre che seco erano, benchè tristissime esse pure per la perigliosa ed insueta loro situazione, tocche però in cuore dall'affanno profondo di quella giovinetta d'angeliche forme, prodigavanle ogni parola ed ogni cura per riconsolare lei e la madre che era da un forse più cupo dolore martoriata.

Alla metà del ventesimo giorno da che durava l'assedio, il soldato che stava alla vedetta sull'alto della torre del Forte avvertì che giungeva a Musso una barca che veniva dalla parte di Como condotta da sei rematori, e nella quale stava seduto un personaggio che all'abito dovevasi giudicare assai ragguardevole. Un'ora dopo la stessa sentinella diede avviso che un soldato Ducale, il quale portava nella destra una bandiera parlamentaria, uscito dalle trincee degli assedianti s'avanzava verso le mura della Fortezza. Il Castellano a tale annunzio comandò tosto si lasciasse accostare senza offese quel messaggiero, e ordinò al Pellicione andasse ad udire per qual causa fosse stato inviato. Pellicione montato sull'alto del muro a cui erasi approssimato il messaggiero Ducale, gli intimò ad alta voce esponesse l'oggetto di sua venuta. A tale richiesta, quel guerriero si tolse una carta ripiegata e suggellata che teneva riposta nella fascia che il cingeva, e levandola alto disse: "Vengo per ordine del mio Generale a recare questo foglio al signor Gian Giacomo Medici:" Il Pellicione fece subito calare una cordicella, a cui il Messaggiero attaccò la lettera che venne tirata su, ed esso se ne ritornò al proprio accampamento.

Portato il piego a Gian Giacomo, che con grande ansietà attendeva gli fosse riferito lo scopo di quell'ambasciata, l'aprì con premura e lesse in un foglio, che ne conteneva un altro, le seguenti parole:

"Signor Castellano,

"Per comando del Duca mio Signore le spedisco l'inclusa lettera giunta al mio campo da pochi momenti. Quegli che l'ha consegnata a me, ha l'incarico di riportarne a Milano la risposta, onde se le piace trasmettermela faccia innalzare una bandiera bianca sul muro alla seconda Rocca, e spedirò un soldato a prenderla a piedi del baluardo. Dal campo di Musso questo giorno 25 marzo 1532.

Lodovico Vestarino".

Gian Giacomo portò tosto lo sguardo sul foglio che stava in quello rinchiuso, e vedendo nella soprascritta il carattere del proprio fratello Giovan Angelo, l'aprì frettolosamente e vi lesse:

"Amato fratello! Battista, che qui fu condotto ferito e prigioniero nel mese di gennaio, e fu tenuto per volontà del Duca in questo Castello di Porta Giovia, narrommi il triste evento della presa di Monguzzo, e presentommi il quadro esatto di tutte le forze che ti rimanevano sia di uomini, sia di navi e munizioni per far fronte alla guerra inaspettatamente scoppiata. All'udire l'esiguo numero al quale erano ridotte le tue truppe, io esclamai con dolore che vano sarebbe stato per te un più lungo resistere ai nemici per la smisurata loro preponderanza, da cui ogni altro meno eccellente oppositore sarebbe stato da gran tempo vinto e distrutto. Ma Battista mi disse che tu attendevi grosse bande Alemanne che dovevano essere a te condotte da nostro cognato il Conte d'Altemps, col sussidio delle quali tu avevi certezza di respingere il nemico e costringerlo a rispettarti per l'avvenire. Io faceva voti per la tua prosperità e invocai per te giorni di potenza e di pace, allorchè appunto il Cielo mostrò chiaramente di non esaudirmi, poichè giunsero le novelle delle grandi vittorie riportate su di te dal Vestarino e dall'Acursio a Mandello ed a Lecco, che colmarono di gioia questa Corte di Milano, e noi riempirono d'afflizione ed amarezza. A fare più irreparabile il caso noi seppimo cinque giorni sono da certi Tirolesi qui arrivati, che le bande assoldate per te dal conte Volfango, giunte che furono a Trento, quel Vescovo, per comando dell'Imperatore, si oppose al loro passaggio20; onde furono costrette a retrocedere, per la qual cosa ci è fatto evidente esserti omai tolta ogni possibilità di riparare agli assalti delle armi Ducali e della Lega.

Nota 20:(ritorno)Vita di Gian Giac.º Medici.

"Tu sai che io, quantunque caldo amico e fautore della pace fra gli uomini, per l'indole mia propria che abborre dal sangue, e per la venerazione alle sacre e pietose leggi evangeliche di cui sono per mio stato propagatore, non ho mai insinuato a te di desistere dalla guerra sinchè mi parve che essere ti potesse una sicura guida a quella nobile indipendenza ed ingrandimento di stato che le belligere tue virtù sembravano accertarti. Ma ora che chiaramente veggo la Fortuna, dea nemica agli esimii ingegni, avere da te rivolta la volubile sua ruota, il fraterno amore mi move a consigliarti di deporre le armi, mentre fare lo puoi con onorate condizioni, evitando la più funesta sorte che altrimenti operando incontreresti tu non solo, ma i dipendenti tuoi ed i tuoi famigliari. Ho detto che ora fare lo puoi con onorate condizioni, perchè conosco l'animo umano e generoso del magnifico signor Duca, scrivendoti la presente con sua saputa, anzi aggiungerò con suo espresso consentimento e promessa di farla pervenire al tuo assediato Castello, rimettendomi la risposta che non dubito sarai per ispedirmi. E per tutto narrarti, dei sapere che il signor Duca mandò per me, e recatomi io innanzi a lui, mi spiegò lo stato delle cose a tuo riguardo, e soggiunse con molta bontà, che in questa guerra non ha avuto altro di mira che reintegrare il suo dominio, e riprendere quanto ha sempre appartenuto alla Ducale corona, ch'egli è lungi dal bramare di spingere le cose sino al totale tuo sterminio, come vorrebbero gli Svizzeri e gli Spagnuoli, ma che se sapesse da me che tu acconsenti a cedere tostamente il Castello di Musso ed abbandonare il lago, egli solverebbe te e tutti i tuoi da ogni colpa verso di lui, comprerebbe le tue artiglierie, a ti assegnerebbe una rendita vitalizia investendoti del Marchesato di qualche feudo ducale. Resi vive grazie al duca Francesco per tanta sua benignità e indulgenza verso di te, e l'accertai che avrei fatto tutto quanto fosse da me per ottenere l'immediata tua adesione a simiglianti patti, e l'incominciamento delle trattative. Implorai poscia mi concedesse di vedere Battista, il che ottenuto, ripetei ad esso lui le parole del Duca, ed egli medesimo s'unisce a me consigliandoti a volere piegarti di buon grado all'avverso destino, metterti in accordo col Duca, approfittando della sua liberale disposizione, e cedendo volonteroso ciò che cedere dovresti tra poco di forza. Ti muovano, oltre le mie preghiere, il considerare eziandio che prolungheresti e faresti più dura la cattività d'un fratello, che porresti a repentaglio la libertà dell'altro, che trarresti nella tua ruina la sorella, le cugine ed Agosto che sono teco rinchiusi nel tuo Castello, oltre i tanti valorosi che ti furono fedeli per sì lungo spazio di tempo: ti commova lo sventurato fine del nostro Gabriele, caduto vittima del guerreggiare nell'età più verde, e che lasciò in lagrime anche i più lontani congiunti.

"Attendendo ansiosamente una risposta per parteciparla al signor Duca, invoco dall'Altissimo che t'ispiri pel tuo e pel nostro maggior bene, e ti do un amoroso fraterno abbraccio.

"Milano 23 marzo 1532.

Giovan Angelo".

Umiliazione, orgoglio, ira e pietà assalirono a vicenda l'animo di Gian Giacomo alla lettura di questa lettera, ciò però che in essa ferì più vivamente il suo cuore fu la novella relativa alle truppe del Conte d'Altemps. Sebbene avesse da più giorni mostrato di disperare dei soccorsi del Cognato, pure quando lesse la positiva notizia della loro dispersione, tanto più indubitabile, in quanto che coincideva perfettamente co' suoi antecedenti sospetti, gli parve che in quel momento si decidesse contro di lui l'esito della guerra, e sentì allora soltanto che gli sfuggiva di mano il sovrano potere. S'assise, meditò: fece chiamare il Pellicione, gli diede a leggere il foglio, e conchiusero insieme che conveniva piegarsi al potere della contraria fortuna, ed accettare le condizioni che sarebbe per proporre il Duca. Il Castellano rescrisse una tale determinazione al fratello, mostrando di rassegnarsi al destino, ma con tale dignità e fermezza che confinava coll'alterigia d'un vincitore: la lettera fu mandata al Campo del Vestarino, mediante il segnale della bandiera, e dal Vestarino spedita immediatamente a Milano. Pellicione per ordine del Castellano medesimo fece noto la causa di quella corrispondenza a tutti gli altri Capitani ed agli uomini d'armi, dimostrando loro gli svantaggi e l'impossibilità d'una resistenza, e quanto fosse conveniente il trattare della resa, quando si potevano ottenere per tutti larghe ed onorevoli condizioni.

Quattro giorni dopo la spedizione della risposta a Milano giunsero al Campo di Musso Agostino Ferrerio vescovo di Vercelli e messere Galeazzo Messaglia, quali ambasciatori del Duca. Prima di conferire col Medici essi chiamarono ad adunanza i Condottieri principali della Lega Grisa ed esposero loro che era intenzione del duca Francesco Sforza di porre un termine a quella guerra per mezzo d'amichevoli trattative, a cui il nemico comune erasi mostrato disposto ad aderire. Fecero vivo contrasto a simile determinazione i Capi Grigioni, accaniti avversarii del Medici, che vedere lo volevano sterminato, e non vi si piegarono che quando fu fermo il patto che il Castello di Musso, uscitone appena il Castellano, verrebbe demolito da capo a fondo, nè più sarebbe ricostruito onde mai vi stanziasse persona che riuscire potesse molesto vicino a quegli abitatori delle Retiche montagne. Ciò convenuto, venne mandato avviso a Gian Giacomo della venuta degli ambasciatori Ducali. Medici fece tostamente aprire una delle porte della Fortezza, e mandò un suo Capitano con due sergenti d'armi al Campo del Vestarino per concertare il modo ed il luogo in cui dovesse avvenire la conferenza, offrendo di accogliere i due Ambasciatori nel Castello, dando inviolabile parola di rispettarli ed onorarli come al loro sacro carattere si conveniva.

Il Vescovo di Vercelli, già intimo amico della casa Medici, e il Messaglia, altra volta dal Castellano cortesemente ricevuto, non dubitarono d'accettare l'offerta, ed il giorno seguente entrarono col loro seguito nel Castello, e furono condotti nella sala d'armi della Rocca Visconti addobbata con gran pompa, ove stava il Castellano in ricco e completo guerresco abbigliamento circondato da tutti i suoi Capitani. Sedutisi tutti quivi, ed i due Ambasciatori in posto eminente, il Vescovo di Vercelli fece una fina allocuzione a Gian Giacomo sulla convenienza e la giustizia della pace, sulla bontà del Duca, sopra i suoi diritti, e presentò in un foglio in pergamena improntato del ducale suggello i seguenti Capitoli che dovevano tra le parti fermarla:

"Che il Castellano lasciasse Musso e Lecco e tutte le altre Terre che possedeva nello Stato di Milano, con tutte le munizioni da guerra e tutte le vettovaglie;

"Che le artiglierie già tolte a' Veneziani si restituissero loro;

"Che il Duca si obbligava far pagare diecimila scudi del sole in Vercelli in mano di chi piacesse al Medici, e nella detta città dar cauzione per altri venticinquemila scudi da essere pagati in termine di otto mesi in due volte;

"Che l'investiva di Marignano eretto in Marchesato in ampia forma con entrata perpetua di scudi mila, e che se mancava l'entrata di Marignano si obbligava a supplire con altre entrate sopra i dazii di Milano;

"Che il Duca liberava Gian Giacomo Medici, fratelli, soldati e suoi dipendenti da qualsivoglia sorte di eccesso o delitto commesso anche contro la Maestà del Principe;

"Che concedeva a' detti fratelli Medici di potere riscuotere i crediti che avevano nello Stato di Milano, così entrate di beni stabili come entrate pubbliche, e avrebbe fatto che gli ufficiali Ducali non mancassero di render loro buona e sommaria giustizia;

"Che il Duca lascierebbe godere tutti i beni che legittimamente appartenevano a detti Fratelli nei suoi Stati, ovvero in termine di due mesi gliene pagherebbe il valore all'arbitrio del Vescovo di Vercelli, e d'altra persona da nominarsi da essi medesimi;

"Che il modo e il tempo di consegnare il Castello verrebbero amichevolmente stabiliti fra gli ambasciadori Ducali e Gian Giacomo subito dopo la ratifica del trattato".

Letti questi Capitoli da Galeazzo Messaglia ad alta e posata voce, parvero a tutti sì onorevoli e generosi, avuto riguardo allo stato a cui erano ridotte le cose, che nessun d'essi dubitò fosse il Castellano per aderirvi con lieto e volonteroso animo, ed a lui stesso infatti quella larghezza di retribuzione riuscì maggiore assai dell'aspettativa, ma allorquando il Ferrerio ed il Messaglia alzatisi s'accostarono alla tavola ov'era la scrivania e spiegati su quella due esemplari del trattato di pace, invitarono il Medici a sottoscriverli, egli levossi, fece un passo innanzi e con generale sorpresa s'arrestò. I due Ambasciatori e tutti i circostanti rimasero stupiti portando attoniti gli sguardi su di lui: una contrazione di fibre, un pallore improvviso apparvero sul suo volto indicando lo strazio d'un tormentoso pensiero: era l'ultimo saluto ch'egli dava alla bella speranza di regnare. Si scosse, s'avanzò, impugnò la penna e scrisse il nome; un susurro di letizia universale applaudì a quell'atto che molti sospiravano.

Subito dopo fu, senza contrasti, determinato che Gian Giacomo quel giorno stesso farebbe stendere un quadro numerizzato di tutte le armi e le salmerie che si trovavano nel Castello che dovevano passare, com'era convenuto, in proprietà del Duca, e farebbe trasportare tutti quegli oggetti nei cameroni inferiori delle case del Maresciallo, per essere, dopo la consegna, immediatamente caricati sulle navi e portati lontani dal Castello che doveva essere dato in mano ai Grigioni: che il mattino seguente egli farebbe uscire dalla Fortezza i suoi soldati e v'entrerebbero i Ducali e gli Svizzeri a prenderne possesso, eccettuatone però il Forte, in cui Gian Giacomo rimarrebbe sino al terzo giorno, allo spuntare del quale verrebbe su una nave ducale condotto a Lecco con quelle persone e con quegli effetti che stimerebbe meglio, e di là gli sarebbe poscia stato libero recarsi ove più gli piacesse.

Gian Giacomo aveva fatto disporre un sontuoso pranzo, al quale sedettero oltre gli Ambasciatori Ducali anche il Generale Lodovico Vestarino, cui egli mandò cortese invito al campo di Musso. Quei due famosi guerrieri che pochi giorni addietro avevano guidati i loro eserciti ad azzuffarsi con tanto accanimento, quando si videro nelle sale del pacifico desco s'onorarono a vicenda con molte parole, ma non saprebbe dirsi se le espressioni di lode e di stima che suonarono in quell'incontro sulle loro labbra non velassero un astio ed un'invidia profonda, perchè è noto che anche gli uomini dotati di sommo ingegno e valore, allorchè vengono delusi nelle loro ardenti brame, non sanno sottrarsi all'impero delle più basse passioni.

Il giorno seguente, ch'era il primo d'aprile 1532, le truppe del Castellano incominciarono di buon mattino ad uscire dalla Fortezza, e mano mano che giungevano od a Musso od a Dongo, venivano sbandate, recandosi quegli uomini che erano abitatori delle Terre del lago nelle proprie case, e gli altri parte facendosi in drappelli per recarsi come soldati venturieri allo stipendio dei principi d'Italia o d'oltremonte, parte unendosi all'armata Ducale, e parte finalmente scostandosi di là col reo pensiero d'infestare i luoghi difficili delle pubbliche strade.

Usciti questi, e ritiratosi Gian Giacomo con pochi de' suoi più fidi e colle donne nel Forte più eminente del Castello, entrarono in esso i Ducali ed i Grigioni. I primi si diedero tostamente a trasportare sulle navi tutti gli attrezzi di guerra e le munizioni cedute dal Castellano per spedirli a Como. I secondi, quasi forsennati pel contento di quella conquista, fattisi cedere dai Ducali grossa parte della polvere del Castellano medesimo, si misero con gran possa a scavare ampie e profonde mine agli angoli delle rocche, sotto le torri ed i baluardi, caricandole e mettendovi le micce per non perdere punto di tempo a dar opera alla demolizione di quelle per loro sì tremende mura, da cui erano usciti uomini che avevano portato tante volte il terrore sino nel centro delle loro più inospite valli.

I soldati del Duca, che volevano essi pure dare qualche sfogo alla loro vendetta delusa dal trattato di pace, non essendo spinti da alcun impulso a cooperare alla distruzione di quel Castello, fecero il progetto, ancor più barbaro, di trucidare in esso i Mussiani fatti prigionieri nella battaglia di Mandello e che avevano posti sulle navi, tenendovili gelosamente celati, per tema che il Medici ne chiedesse la liberazione.

Verso il cader del giorno li fecero scendere a terra pesantemente incatenati, e fattili entrare dal portone nella Fortezza, li chiusero separatamente in certe casematte sotto i baluardi del Maresciallo, attendendo il mattino per sacrificarli appena Gian Giacomo avesse abbandonato il Castello. Tra que' prigionieri trovavasi Falco, che per sottrarre il cadavere di Gabriele dal furore dei nemici cadde, come narrammo, stordito da un colpo sul cranio, e fu facile preda ai Ducali, che vedutolo inerme ed annodato inferocirono a lungo contro di lui coi fatti e le parole: ma quel guerriero Montanaro, d'animo quanto ardito altrettanto vigoroso e fiero, tutto sostenne con eroica fermezza: e mai un sospiro uscì dal profondo del suo petto, se non quando, tratto dalle navi a terra, passò, stretto in catene, sotto la volta del portone del Castello di Musso che aveva quasi sempre varcato tornando vincitore di quegli stessi che lo trascinavano a morte. Un soldato che Gian Giacomo teneva presso di se come servo, uomo per indole curioso e indagatore, vedendo dal Forte un movimento giù abbasso d'uomini d'armi Ducali dalle navi al Castello, di cui in quell'ora quasi tenebrosa non appariva la causa, s'adombrò d'alcuna trama, e uscito dalla porta, slisciò pian piano lungo le mura, evitando i Grigioni, sino in fondo della Fortezza, ove appiattatosi vide condur dentro i prigionieri Mussiani, e fra essi riconobbe distintamente Falco: ciò scoperto, si rivolse, e su su rientrò nel Forte. S'ignora s'egli palesasse la cosa a Gian Giacomo, e caso che gliene avesse fatto racconto, non si saprebbe comprendere per quali motivi quel Condottiero rimanesse inoperoso, e non tentasse strada alcuna onde salvare la vita a' suoi guerrieri facendoseli ridonare dal Vestarino. Ciò che è certo si è che trascorsa d'assai la mezzanotte, lo stesso soldato battè all'uscio della camera di Orsola chiamandola istantemente, e venuta questa donna ad aprirgli, le narrò a bassa voce che il marito di lei si trovava in quel medesimo Castello in mano dei Ducali. Orsola fu per isvenire a tale notizia, e appena riebbe la parola, pregò ardentemente quel soldato la guidasse tosto al luogo ove stavano i prigionieri, che avrebbe implorato dalla pietà dei custodi di rivedere e favellare al marito. Ella insistette onde ve la conducesse all'istante, perchè allo spuntare dell'aurora Gian Giacomo e tutti gli abitatori del Forte dovevano partire per Lecco, quindi essa stessa con loro, e la propria figlia Rina che si stava nelle stanze di Margarita Medici allestendo con altre donne gli equipaggi per essere disposte alla mattutina partenza: e nel cuore di Orsola sorse sorridente la speranza che Falco le avrebbe dato il desiderato comando di non seguire Gian Giacomo Medici, di ritornare invece a Nesso colla figlia, ove egli, liberato dai Ducali per effetto della celebrata pace, le raggiungerebbe, e condurrebbe con esse una più tranquilla vita.

Il soldato cedendo alle replicate inchieste di Orsola, aderì ad esserle scorta ai baluardi occupati dai Ducali, ed ella allora tutta gioiosa fece rapidamente un involto di sue poche masserizie ed oggetti di vestimento che pose da canto col pensiero di riprenderle quando sarebbe venuta a levare la figlia, e via col soldato alla porta del Forte che questi fece aprire e giù per quelle tenebre di bastione in bastione sino alle case del Maresciallo. Pervenuti colà scorsero un lume dentro un camerone, che era quello da cui si discendeva alle case matte: il soldato fecelo rimarcare ad Orsola e le disse d'avviarsi quivi da sola, ch'egli starebbe ad attenderla più in su al ritorno, e si scostò immediatamente da lei. Orsola, trepidante di tema e di contento, s'avanzò con incerti passi, ed entrò colà: al fosco chiarore d'una lampada vide quattro uomini d'armi che dormivano, due stesi sulle panche e due col capo piegato sulle braccia appoggiate alla tavola. Tremò la meschina non osando risvegliare que' feroci, ma l'un d'essi destato dal rumore de' suoi passi levò la testa e diè un grido d'allarme; balzarono in piedi i tre altri brandendo le armi: allora la donna gettossi ai piedi di quel primo, espose la causa di sua venuta, e colle lagrime agli occhi e le mani giunte implorò la grazia di vedere il marito.

"Al levare del sole, le rispose desso ruvidamente, quando lo condurremo fuori per fargli la festa, potevi vederlo a tuo bell'agio senza che fosti qui venuta a romperci il sonno, che non so come diavolo vi sii riuscita: ma sei fortunata: trovi un uomo di buon cuore che non può vedere a piangere le donne: Tacco, va con Lisca a condurla là giù dove abbiamo messo Falco; ch'egli se la becchi pure prima che gli storciamo il collo".

Quei due uomini d'armi, che s'avevano volti più da sgherri che da soldati, presa una fiaccola per ciascuno, guidarono Orsola da un uscio che s'apriva quivi ad un corritoio, in fondo al quale vedevasi una porta ferrata. Tacco, che portava appeso alla cintola un mazzo di grosse chiavi, ne tentò bestemmiando tre o quattro alla toppa, sin che scontrata la corrispondente, dischiuse, traendo il chiavistello, spinse pesantemente l'imposta, che cigolando s'aprì di poco, e consegnata la sua fiaccola ad Orsola, questa palpitando vi penetrò. Appena ebbe dessa posto il piede là dentro, Tacco richiuse il battente e vi girò la chiave; la donna, oppresso il cuore dal terrore e dall'angoscia mista però alla speranza, discese lentamente una lunga scala, e giuntane in fondo, s'arrestò, temendo inoltrarsi prima di sapere chi vi fosse in quella sotterranea stanza.

Falco, che stava colà seduto su un masso a piedi d'una grossa colonna, colpito da quel lume improvviso, alzò il capo e conobbe egli pel primo la moglie: levossi, e il rumore di sue catene fece di lui avvertita la donna, che, vedutolo, diè un grido, e posta a terra la fiaccola, s'abbandonò quasi svenuta nelle sue braccia. Avevano a Falco strappata d'addosso coll'armi la schiavina e la rete che gli formava berretto, onde non portava sulla persona che il lacerato giaco di maglia, aveva nudo il collo, sparsi i capelli, e pallide oltremodo le guancie pel sangue versato ed i tremendi suoi casi: una pesante e lunga catena lo serrava a mezzo il corpo e metteva capo in un grosso anello di quella colonna.

"Oh, moglie mia! disse egli con voce addolorata, come mai potesti tu penetrare in questo orrido luogo? Come hai avuto il coraggio d'affidarti ai Ducali?"

"E tu me lo domandi? rispose Orsola con flebile ed affannato accento. V'è pericolo, v'è tormento che io non avrei superato o sofferto per venirti a vedere?"

"Ti ringrazio (e la strinse al cuore)! morirò più contento per averti abbracciata! Oh così potessi serrarmi al petto almeno una volta ancora mia figlia: ma dimmi, dove lasciasti Rina? si trova ella in luogo di sicurezza? non v'è possibilità che sia scoperta e rapita? Vorrei provare le pene dell'inferno anzichè sapere che un nemico vituperando mia figlia, dicesse al mirare le sue lagrime, questo è pianto della figlia di Falco, del fiero abitatore della rupe. Ah toglimi, toglimi un tal pugnale dall'anima!"

"Rina è sicura: essa sta nel Forte presso la sorella del signor Castellano, colla quale dovevamo entrambe partire tra poche ore:... ma adesso che felicemente ho scoperto che tu vivi, non lasceremo queste mura se non per venir teco quando sarai liberato, e ritornarcene insieme alla nostra Terra di Nesso".

"Tu partirai con loro e colla figlia (pronunciò Falco in tuono autorevole). Datti pace e ti calma, la mia morte è decisa. Io rendo grazie al Cielo che mi ha concessa quest'ultima consolazione d'udire dalle tue labbra che mia figlia è salva per sempre dall'ira dei nemici, nè più abbisogna con te del mio sostegno.--La mia ora è venuta, è d'uopo partire.--Non è Falco che deve paventare la morte: sai tu chi ho veduto affrontarla intrepidamente e cadere reciso nel più bel fiore della vita?"

"No, no, tu non morrai! (disse Orsola animato il viso di viva gioja): non sai dunque che il Castellano ha fatta la pace coi Ducali, e che tutti i suoi soldati sono usciti di qui liberamente, e si sono recati senza molestia ai loro paesi? Così faranno anche con te: appena Gian Giacomo sarà partito, ti lasceranno andare onde possi condurre tua moglie e tua figlia lontane da questi tristi luoghi".

"Oh quanto t'inganni! (rispose Falco crollando il capo ed abbracciandola con maggiore affetto): noi eravamo creduti estinti e non fummo compresi nel patto della pace. No, per me non vi sono più speranze: è l'ultima volta che ti vedo: fra pochi momenti i Ducali bagneranno le loro mani nel mio sangue".

Orsola impallidì, tremò, e cadeva se Falco non le prestava appoggio. "Non ti uccideranno (singhiozzando esclamò) se hanno una scintilla di pietà nel cuore... pregherò... griderò... stringerò loro le ginocchia sino a che non ti abbiano reso a tua moglie, a tua figlia, a quella povera figlia innocente che morirà di dolore".

"Ah non straziarmi di più! va, torna nel Forte, prendi la figlia e partì: dalle un bacio per me, e non palesarle mai il misero fine di suo padre... Oh cielo!.. esci... corri... fu tratto un colpo... il giorno s'avvicina, Gian Giacomo starà per partire".

S'udì un colpo e due e molti, poscia un gran calpestio al di sopra della vôlta; indi nel corritojo superiore alla carcere, e un trarre e chiudere di catenacci. Orsola si mosse replicate volte per partire, ma sempre retrocesse disperata ad abbracciare il marito: quando alla fine, spinta da lui, stava per salire la scala, spalancossi l'uscio di sopra, e discesero rapidamente molti soldati con faci accese, i quali staccarono la catena di Falco dall'anello, e su il condussero. Orsola lo seguì, afferrando or per le braccia, or per gli abiti quegli armati che la ributtavano, invocando invano da essi pietà.

Venuti allo spianato sul baluardo, qual orrida scena! vi stavano ammucchiati i cadaveri detroncati degli altri prigionieri già trucidati: a tal vista mancò la voce ad Orsola, e cadde tramortita su quei corpi istessi.

Falco non se ne avvide, poichè aveva rivolto lo sguardo al lago, su cui una nave veleggiava spinta lontana da Musso da prospero vento: era il Castellano che abbandonava per sempre quel lido. Il Montanaro di Nesso mandò appena un sospiro e il suo capo spiccò dal tronco, e dall'uno degli sgherri afferrato pei capegli venne squassato in segno di trionfo.

Uno scoppio orrendo ed una pioggia di sassi seguirono d'appresso quell'atroce fatto, e furono i Grigioni che, impazienti di mandare a ruina il Castello, appiccarono il fuoco senza darne avviso alla mina più alta. I Ducali fuggirono di là a rompicollo, nessuno si curando di Orsola, che rimase dagli scagliati massi uccisa e sepolta. Alcun tempo dopo la prima scoppiarono le altre mine, e con rumore infinito si squarciarono le torri, e, crollando, ruinarono sugli altri edifizii e li spaccarono, ed immensi frantumati macigni sollevati dalla potenza del fuoco ripiombarono cagionando nuove ruine. Tremò il lido e rimbombarono i monti a quel fragore smisurato, ed un polverio formando una densa vastissima nube coprì di fitto velo quello spazio: allorquando si diradò, gli attoniti abitatori mirarono in luogo dell'imponente turrito Castello un ammasso di ruine e di macerie spazzate poi dall'ala infaticabile del Tempo.

La bella e sventurata figlia di Falco, condotta ad Arona da Margarita Medici fatta sposa al conte Giberto Borromeo, si chiuse in un chiostro e consunta dalle lagrime incessanti e dai dolore, morì tra quelle mura prima dello spirare di un anno.

Gian Giacomo Medici, divenuto marchese di Marignano, dopo avere assegnato sul proprio feudo un picciol reddito al suo vecchio Cancelliere Maestro Lucio Tanaglia, il quale ritornò come aveva sempre desiderato a terminare i suoi giorni in Milano, si recò in Piemonte agli stipendii del Duca di Savoia. Richiesto poscia dal Marchese Del Vasto che successe al De-Leyva in qualità di Generale supremo, passò al servizio dell'imperatore Carlo Quinto resosi assoluto signore del Ducato di Milano per la morte del duca Francesco Secondo Sforza avvenuta nel 1535. Accusato di fellonia, venne dal Generale Del Vasto fatto imprigionare col fratello Battista: ma protetto da don Alvaro di Luna primo Castellano spagnuolo in Milano, fu liberato e chiamato dal-l'Imperatore presso di lui in Ispagna. Elevato al grado di Generale negli eserciti imperiali, guerreggiò nelle Fiandre, in Ungheria, in Sassonia, in Italia sempre con molta gloria e prospero successo anche nelle più arrischiate intraprese.

Si sposò a Marzia Orsina sorella del conte Francesco di Pitigliano, la quale morì senza lasciargli prole; addolorato di ciò, e desideroso il Marchese di Marignano di mantenere la successione nella propria famiglia, fece dono di gran parte delle sue sostanze al fratello Agosto, consigliandolo ad ammogliarsi. Agosto Medici condusse in isposa Barbara Maina, da cui ebbe un figlio a nome Gian Giacomo che successe allo zio nel Marchesato di Marignano, che tramandò quindi ai proprii discendenti, e fa stipite retto del nobile casato che esiste tuttora con tal nome in Milano.


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