CAPITOLO DUODECIMO.

Minacciose le fiaccole ardenti,Son degli astri ne' cieli roventi;Su la nube la nube ricade,Ed i venti--con lunghi lamentiVan dicendo "ritorna chi fu".Tu sei pallida pallida;Tu sei tremante e tacita,Chè l'aleggiar de' spiritiNell'aere già senti,E l'appressar terribileE lo gridar de' spentiDi morte annunziator.DIODATA SALUZZO.Ipazia, poema.

Batte forte il cuore ad entrambi mentre a rapidi passi salgono l'erto sentiero della rupe. Pervengono finalmente sul picciol piano dietro il casolare, s'avvicinano a questo, la porta è chiusa, l'interno è muto, nè luce alcuna trapela dalla finestra e dagli spiragli. Falco bussa la porta; chiama prima sottovoce, poscia chiaramente, ma nessuno risponde; ne scuote i cardini, ma resiste perchè saldamente serrata. Gabriele non sa che pensare; ambedue rimangono silenziosi investigando col pensiero che mai potesse essere avvenuto delle donne.

"Qui i Ducali non sono montati di certo, disse Gabriele, perchè non avrebbero lasciato incolume il tuo abituro: quindi io spero che tua moglie e la figlia alla vista dei nemici e dell'incendio si saranno poste in salvo cercando rifugio in qualche casolare della montagna".

"Le capanne dei pastori, rispose Falco, sono disabitate a cagione delle nevi, ed esse non avevano pratiche colle genti d'intorno. Non so immaginarmi dove mai possono avere rivolti i loro passi... E se mai (aggiunse con fuoco) avessero nel fuggire dato ad essi nelle mani?..."

"Come mai saperlo? esclamò Gabriele: terribile incertezza!... Vedi?...molti Ducali si sono raccolti sul lido; scendiamo giù verso le case dove il fuoco è già spento, e tentiamo spiare se mai le avessero prese, onde adoperare tostamente ogni mezzo per liberarle".

Calarono così dicendo frettolosi dalla rupe al sentiero per entrare nel borgo, quando Falco, guardando verso il ponte del torrente, vide un uomo che cautamente s'avanzava su di esso: s'arrestò, osservò attentamente e disse con ansia a Gabriele: "Quello è Negretto il Tornasco: egli saprà sicuramente darci qualche indizio intorno alle donne". E portando la mano alla bocca per dirigergli la voce, gridò: "Tornasco, Tornasco!" "Falco". "Sei tu?" "Son io". "Sai nulla?" "So tutto". Le mie donne..?" "Son esse che mi mandano: ora ti dirò ogni cosa". S'avvicinarono gli uni all'altro a rapidi passi, e Negretto narrò con spedite parole che trovandosi in Nesso nel momento ch'erano quivi giunti i Ducali, fu de' primi a combattere contro di loro, ma che forzato a cedere fuggì dal Borgo allorquando cominciava l'incendio; che però avendo voluto essere spettatore di ciò che avveniva, s'era postato sul monte poco in su del sentiero che entra nella Valle del Noce; che dopo alcun tempo vide al chiarore delle fiamme due donne che venivano a quella volta, e ch'ei riconobbe per la moglie e la figlia di Falco, onde tosto discese verso di esse, offrendosi a scortarle nella loro fuga; che le medesime lo pregarono invece istantemente andasse per la via de' monti a Bellaggio, perchè sapevano ch'era quivi giunta la nave di Falco, cercasse di lui, e lo avvertisse che per sottrarsi all'imminente periglio esse recavansi, per quella valle alla Cappelletta dell'Eremita nel bosco di Zelbio, che quivi sino al mattino lo avrebbero atteso, e che di là non sarebbero retrocesse se non quando si fossero affatto allontanati i nemici. Falco e Gabriele, respirando contenti, e giubilando per quel fortunato incontro che dissipava il funesto dubbio che aveva sino allora oppresso i loro spiriti, ringraziarono replicatamente il Tornasco, e presero tosto cammino insieme ad esso su per l'erta onde passare il ponte del torrente, vicino a cui s'apre l'ingresso della Valle del Noce.

Pervenuti al ponte, il guerriero Montanaro si rivolse per dare un ultimo doloroso sguardo al suo luogo natío fatto scopo del nemico furore, ed al suo casolare che paventava di non dover più rivedere; ed ecco appunto che scorge in quell'istante un grosso branco di soldati salire con fiaccole accese verso la rupe, gridando, tumultuando, e facendo udire tra infernali grida i nomi diFalco, diPirata, diMusso. Si volsero a quel rumore anche il giovine Medici e il Tornasco, e videro i soldati ascendere al piano della rupe, atterrare a ripetuti colpi di scure la porta dell'abituro, entrarvi ed uscirne caricati d'ogni arnese e masserizia, dividersi le più minute, accatastare il rimanente sul piano stesso e darvi fuoco. Falco, furibondo a quella vista, si slanciò per discendere, scagliarsi in mezzo a que' distruttori di sue cose e vendicarsi; ma Gabriele e il Negretto a tutta possa il trattennero, dissuadendolo da tal atto in cui avrebbe posta a grave repentaglio e vanamente la propria vita. Il Montanaro s'acquetò per un momento, ma allorchè vide un gran fumo uscire a densi globi da tutte le aperture di sua casa, e subito dopo manifestarsi le fiamme ai quattro angoli di essa, non volle lasciare inulta quella barbara intrapresa: discese alquanto pel sentiero, appuntò il suo moschetto, e trasse un colpo su quella turba di Ducali, che, urlando di gioia, pascevano avidamente gli sguardi nelle fiamme divoratrici. Due di essi caddero, ferito l'uno, l'altro ucciso; e mentre tutti gli altri, storditi a quel colpo inaspettato, miravano per iscoprire d'onde fosse partito, Falco riguadagnò il ponte, e salutato di nuovo il Tornasco che si separò da loro, entrò con Gabriele nella Valle del Noce.

Orsola e Rina dopo avere camminato assai per il sentiero che rimonta la valle, e che l'obbliqua posizione, i seni del monte e i rami delle grosse piante che il fiancheggiavano avevano riparato in parte dalla neve, rendendo così meno disastroso il trascorrerlo nel buio della notte a chi com'esse l'aveva tante volte praticato, giunsero finalmente nel bosco di Zelbio, ove internandosi alcun tratto ritrovarono la Cappelletta dell'Eremita, e v'entrarono. Era questa una picciola rotonda aperta sul davanti, guasta allora e spoglia d'ogni arredo, ma dove altre volte si vedeva un altare con varie immagini sculte in legno, custodite e mantenute in venerazione da un Eremita che s'era costrutto in quel bosco una cella. La moglie e la figlia di Falco si assisero colà l'una presso all'altra, cercando col rinserrarsi i panni che avevano indosso di difendersi alla meglio dal rigore del freddo notturno. Oltre lo sgomento che durava nel loro spirito pel funesto avvenimento che le aveva costrette a fuggire fra le tenebre in quella dirupata valle, quando cessarono dal camminare e si videro solinghe sotto quella ristretta volta dentro un antico disabitato bosco, furono assalite altresì da un terrore che aveva più antica origine nei loro cuori. In fondo di quella valle trovansi le vaste e profonde grotte del monte del Tivano, che le popolari tradizioni fecero sempre albergo e convegno di enti spaventosi e malefici19: quivi, secondo l'opinione di que' montanari, recavansi in tregenda dai luoghi più lontani maghe e stregoni, che uniti ai demonii che sbucavano dalla terra, dopo lunghe infernali tresche formavano gli incantesimi, e preparavano filtri e simboli fatali. Le due donne, allorchè concentrate in se stesse cominciarono poco a poco a riflettere che si trovavano in prossimità di quel tremendo luogo, provarono in tutta la forza il sentimento della paura, che è tanto più potente quanto più è indefinito e misterioso il soggetto che lo cagiona. Quell'oscurità, quel silenzio, il fantastico aspetto che prendevano ai loro occhi i neri tronchi delle piante che sorgevano presso il limitare dell'edifizio ove s'erano ricoverate, tutto insomma aumentava in esse l'angustia del cuore e la tema. S'abbracciarono strette l'una l'altra, e "Ohimè, incaute! esclamò Orsola con voce smarrita, perché mai siamo noi venute così presso alla montagna del Tivano? perché non abbiamo scelta un'altra strada meno pericolosa? chi sa cosa avverrà di noi in questo luogo!" Rina, a cui la tenerezza manteneva la mente in uno stato di continua esaltazione, e s'aveva quindi l'immaginazione ardente, e suscettiva di più profonde impressioni, senti a questi accenti della madre frizzarsi una punta al petto, onde serrandosi a lei più strettamente, e nascondendole il volto in seno: "Madre mia, proferì tremando, fuggiamo, retrocediamo, usciamo da questo bosco prima che si avveggano di noi! guai se si accorgano che stiamo qui sole, potrebbero prepararci le più gravi sventure!"

Nota 19:(ritorno)Chiamasi anche al dì d'oggiBuco di Nicolino(sopranome che si dà in que' paesi al Diavolo) una grotta in forma d'un gran pozzo che vaneggia in mezzo al Piano del Tivano, e nell'interno del monte ha molteplici comunicazioni con altre caverne.--Vedi Amoretti,Viaggio ai tre Laghi.

"Ah Santa Vergine, soccorreteci! disse Orsola: fate che presto spunti il giorno, e che noi rimaniamo intanto illese dalla potenza dei nemici infernali, come v'è piaciuto di salvarci da quelli di Como, che l'ira vostra confonda e disperda!... Ma facciamoci coraggio, o Rina: io spero che il Tornasco, che abbiamo incontrato, giungerà prima dell'alba a Bellaggio, e sono certa che se Falco è colà, in poche ore verrà a raggiungerci in questa valle: altrimenti ne usciremo, e cercheremo da noi una strada verso il lago per recarci a Musso".

"A Musso sì!" pronunciò Rina rilevandosi inanimita come da un magico tocco "per rimanere colà, per non più scostarci da quel Castello?-Ma, ohimè! o madre, udite! mi pare d'intendere rumore di pedate: qualcuno di certo s'avanza pel bosco!"

Stettero quasi senza trar fiato ascoltando perché si fece per la selva sentire distintamente un veloce mutare di passi diretti a quella volta; ma ad entrambe fu per balzare dal petto il cuore trasportato dalla gioia improvvisa quando udirono la robusta e sonora voce di Falco far rintuonare la valle dei loro nomi. Esse risposero subitamente alla chiamata affacciandosi unite all'ingresso di quel diroccato edifizio: Falco riuscì in quel punto fuori dall'intricamento delle piante, precedendo Gabriele che lo seguiva per quell'oscurità con un palpito veemente di speranza: le donne gli vennero incontro, non dubitando che la persona che seco era, e che distinsero al suono dei passi, fosse il Tornasco, od altro de' suoi compagni montanari. Quando però furono dappresso, Rina s'accorse tostamente al contorno delle forme che s'intravedevano a quell'ignoto anche nelle tenebre, che esso non era l'uno de' rozzi seguaci del padre; quando poi sentì il di lui respirare gentile e un po' affannoso, un dubbio, un lampo le passò per la mente, e il di lei cuore aveva già sobbalzato ripetutamente prima che Falco dicesse ad Orsola: "È venuto meco il signor Gabriele, che da valente e generoso giovine, com'egli è, allorquando udì il disastro di Nesso, si dispose ad affrontare con me anche i più gravi pericoli, se fosse stato d'uopo, per liberarvi dalle mani feroci dei nostri nemici".

Sparì ogni tenebria dagli occhi di Rina in quell'istante, e le parve vedere come di pieno giorno l'adorato viso del suo guerriero, provando all'anima la dolcezza che dagli sguardi di lui le suoleva immancabilmente derivare; pari fu il contento del giovine Medici, nel cui spirito subentrò all'angosciosa incertezza una tranquillità ed un appagamento inesprimibile.

Il Montanaro di Nesso aveva nell'antecedente cammino convenuto con Gabriele del proprio torto, nell'essersi rifiutato sempre ad andare a prendere dimora in Musso, lo che stabilirono tra loro avrebbe fatto immantinenti: quindi pensando al modo di condurre le donne a Musso senza farle passare vicino ai nemici, Falco disse ch'ei conosceva una strada da cui avrebbero potuto recarsi al lago di Lecco, ove imbarcarsi per Musso, senza retrocedere dalla valle del Noce in cui s'internavano; ma soggiunse che a causa delle alte nevi, era d'uopo passare il monte che chiudeva quella valle per una via inusitata e strana, cioè dentro le profonde caverne che perforavano la montagna stessa. Gabriele rispose che se per le donne non v'erano colà pericoli od oggetti di spavento, s'offriva pronto a seguirlo dovunque. Falco lo accertò che correva bensì voce che quivi apparissero streghe e diavoli, ma ch'egli aveva fatta altre volte co' suoi compagni quella via, e che nulla mai gli era accaduto incontrare che gli recasse danno o terrore. Questa determinazione presa con Gabriele fu da Falco comunicata alla moglie, la quale, restia per alcun poco ad aderirvi, fu finalmente convinta, o piuttosto forzata, dalle parole e dalla volontà del marito, la cui scorta unita a quella del giovine guerriero le temperava in gran parte nell'animo la paura, che a pensare a quel tremendo luogo tutta l'invadeva.

Procedettero tutti insieme, guidando Falco gli altri, per quel bosco, usciti dal quale, e sempre rimontando la valle per via più aspra, e in quell'oscurità difficilissima, vennero in luogo dove restringendosi è chiusa dalle erette spalle del monte, ingombro d'alte piante. Quivi salirono un breve tratto, e trovaronsi alla bocca d'una spaziosa caverna tutta ingombra all'entrata da grossi alberi e sfrondate boscaglie. Le donne si strinsero intimorite a Falco, scongiurandolo a non por piede colà; ma egli cercando con animate parole dì dissipare il loro terrore, raccolse un fascetto di rami, lo strinse insieme, e coll'esca del moschetto, avendolo acceso a guisa di fiaccola, entrò intrepidamente nella grotta obbligando la moglie e la figlia condotte da Gabriele a seguirlo.

Levò alto quel lume, mirò d'intorno, e null'altro si presentò al suo sguardo che lo sterminato masso in che era incavato quell'antro: continuando con vivaci e risoluti detti a togliere dal seno di chi lo seguiva ogni temenza; raccolse molti frantumi d'alberi diseccati che erano sparsi sul suolo, li radunò in una catasta, intorno alla quale fece assidere le donne e Gabriele, e colla fiaccola v'appiccò fuoco.

Splendette ampia la fiamma investendo d'una luce viva il sasso giallo-rossiccio che formava la vôlta e le pareti laterali di quella caverna, riflettendosi sugli ineguali e rotti scaglioni che ne costituivano il fondo, il quale alla superiore estremità s'internava con un nero sprofondamento. Mentre, seduti intorno a quel fuoco sovra pietre dalla vôlta stessa cadute, quei quattro ivi venuti, le cui ombre si proiettavano in gigantesche proporzioni sul pavimento e sulle scabre pareti, stavano ragionando dei tristi avvenimenti di quel giorno, giunse al loro orecchio come un lontano e lieve rumore di pedata che venendo dal fondo dell'antro destava un tenue ma cupo rimbombo. Colpiti da quel suono, divenuti all'istante silenziosi ed immobili, attentamente ascoltarono, ed il rumore di que' lontani passi andava facendosi più distinto, indicando che alcuno dall'interno di que' recessi s'avanzava. Balzarono tutti in piedi, e Falco pel primo, che sollevò il moschetto piantandosi in attitudine di scagliare il colpo; Gabriele gli si pose a lato sguainando rapidamente la spada: dietro a loro rimasero le donne l'una accanto all'altra. Appena s'erano dessi così atteggiati, che ecco sul ciglio del più elevato masso che chiudeva in parte il fondo di quell'antro comparire una figura femminile, appoggiata a due mani ad un bastone, che l'incerto chiarore che là perveniva fuor disegnandola dall'oscura cavità che dietro le stava, davale aspetto di straordinaria e fantastica apparizione. Gelò a quella vista il sangue per terrore anche nelle vene dell'intrepido Montanaro, che come gli altri che seco erano pensò che quello uno si fosse dei tremendi abitatori della caverna comparso a punire gli audaci colà penetrati. Di grado in grado per i rialzi sporgenti negli smisurati scaglioni calò l'apparsa vecchiarda, e giunta al piano della grotta s'avanzò verso il luogo ove quei quattro si stavano immobili ed atterriti. Era dessa Imazza, la vecchia comare di Palanzo, che all'accostarsi dei nemici a quella terra aveva abbandonato anch'ella il proprio abituro, ed era per la Valle del Noce venuta colà, penetrando per un altro ingresso nella caverna, ove soleva frequentemente venire, e dove gli abitatori di que' monti supponevano stesse in consorzio cogli spiriti maligni. Vedendo dalle oscure latebre in cui s'aggirava, splendere lontano il fuoco sotto la più spaziosa vôlta, essendo pressochè intirizzita dal freddo, s'avviò per riscaldarsi verso di quello. Andò dritto colà, e senza nemmeno guardare in volto a chi vi era già vicino, coricò al suolo il suo bastone, e si rannicchiò presso la fiamma stendendo verso di essa ambe le scarne mani.

Allorchè Falco e le donne la riconobbero, sebbene non riuscisse ad essi gradita la sua presenza colà, pure essendo dessa loro comare, mirandola lacera ed abbrividita, lasciarono che s'accostasse a quel fuoco, sembrando troppa crudeltà il non concederle che sgelasse le membra. Gabriele guardava con occhio di meraviglia e di ribrezzo quella vecchia, il di cui strano aspetto annunziava una strega uscita quasi per incanto dal seno del monte, e mirando Falco e le donne, rimise il ferro nella vagina, non sapendo però rendersi ragione nè del loro silenzio, nè della calma ritornata sui loro volti nel momento che la vecchia approssimatasi s'accosciò quivi senza proferire parola.

Falco comprendendo dall'incerto movere degli occhi del giovine Medici chè volesse chiedere, bramando rassicurarlo inclinò il capo verso l'orecchio di lui, e con voce sommessa come di chi parla alla presenza d'uno che sonnecchia o vaneggia, disse:

"Questa è una donna di Palanzo: è la nostra comare Imazza: la madre di quel Grampo che rimase ferito a morte la notte che foste liberato dai Ducali. Essa conosce questa grotta assai meglio di noi, poichè si dice che da anni ed anni vi sia solita venire ogni notte; non vi saprei spiegare da qual parte è ora penetrata, poichè le vie da essa praticate sono ignote a tutti: non vi potrei dire neppure cosa sia qui venuta a fare. Se non vi si è ritirata per fuggire anch'essa i Ducali saliti a Palanzo, sarà venuta per trovarvi certi amici che il Cielo ci guardi dall'incontrare giammai. Comunque sia, noi non dobbiamo prenderne spavento: la lasceremo ben tosto qui sola, poichè l'alba non è lontana, e fa d'uopo mettersi in cammino, attraversando la grotta per riuscire dall'altra parte del monte e proseguire il nostro viaggio".

Mentre Falco così parlava, Gabriele e le donne guardavano attentamente la vecchia, a cui il calore che intiepidiva le carni faceva sparire dal viso e da tutto il corpo le rigide contrazioni prodotte dal freddo, e per la sensazione di quel ristorante tepore vedevansi i suoi lineamenti ricomporsi, gli occhi divenire poco a poco meno stravolti, sino al punto che le riuscì così grato quel sollievo, che mirando la fiamma colle spalancate pupille, sorrise, abbassando replicatamente la testa come salutasse un ente animato che la beneficasse; e benchè quel sorriso e quel moto avessero un indefinito carattere di demenza, si scopriva però che venivano dal cuore. Ad un tratto si fece di nuovo sconvolta in viso, raccolse le braccia al petto, i suoi occhi divennero vitrei ed immoti; stette come aggruppata in se stessa, poscia allungò una mano lentamente; la abbassò al suolo allargata, e fece l'atto di stringere alcun che di morto e resistente e di sollevarlo, aprì poscia le dita ad un colpo e rimase in quell'atteggiamento.

Un tetro pensiero assalì Falco a quell'atto, poichè gli richiamò vivamente alla memoria il moto fatto da lei col braccio di Grampo steso cadavere sul letto nel casolare di Palanzo e le parole che seguirono quel gesto tremendo: i suoi tratti si fecero oscuri e mormorò fra i denti:

"Ah vecchia maga, or ti ricordi del figlio! M'accorgo che ti sta presente come quando lo ricopriva il lenzuolo inzuppato del suo sangue, e tu lo vedi come allora sfigurato e irrigidito... Ma che pretendi? (ed alzò la voce) Hai tu il potere di far risorgere i morti dal luogo ove essi dormono? Puoi tu far apparire gli estinti in queste caverne?... Che guardi?... Che ascolti? forse qualche spirito uscito dalle viscere della terra, non visibile a noi, qui s'aggira e ti parla?"

"È ben la tua voce che io sento, o uomo di Nesso?" pronunciò Imazza in tuono lento e sepolcrale; ma cangiando poscia affatto l'espressione del volto, poichè la voce e la vista di Falco la richiamarono a passate abituali idee, proseguì, con manifesto delirio della mente: "Sì... sei tu... Oh ti conosco!.. è molto tempo che io non ti vedo. Il mio Grampo non viene più con te?... egli non pronuncia mai il tuo nome: ma ora che fa? dove sarà egli andato? oh Dio! non vorrei che s'incontrasse cogli uomini di Como! Che si sia perduto per la valle, o l'hai tu mandato col tuo battello lontano sul lago?"

Il guerriero Montanaro stette muto a tali inchieste; Gabriele stupì, e Orsola disse:

"Il vostro figlio, o Comare, è al sicuro di tutti i pericoli di questa terra: esso si trova certamente in un luogo dove non ha bisogno che delle vostre preghiere, e dove chiede al Signore che vi conceda misericordia".

Imazza non parve punto intendere questi detti, alzò lo sguardo a Gabriele, e dopo averlo considerato a lungo, pronunciò le seguenti parole con voce raddolcita, che annunziava un improvviso commovimento dell'anima, il quale la ritornava alla ragione: "Chi sei tu, o giovine? Tu non abiti certo nel nostro paese? Perche abbandonasti la tua casa? Hai tu colà tua madre? Perchè la lasciasti sola?... Essa ti aspetterà... ti chiamerà... ritorna a lei... fuggi di qui! (aggiunse in tuono più aspro e solturno) Tu non sai con chi ti trovi... Anch'io... anch'io aveva un figlio, giovine, vigoroso come sei tu, e per causa di quest'uomo io l'ho perduto... esso me lo condusse a morire: ed ora son sola..." Qui le mancò la voce, ma subitamente si riaccese in volto, stralunò gli occhi, drizzò verso Falco l'irto capo, contraendo convulse le labbra, protese le braccia con adunche le dita, sì ch'esso e Gabriele arretrarono inorriditi, e le donne si coprirono colle mani il volto, e furibonda esclamò: "Perchè non posso lacerarti il cuore con queste mani; perchè non mi è dato trascinarti con me nel sepolcro? Ma va! che s'anche or ti salvi, tu non vivrai lungamente. Faccia il cielo però che prima di morire ti possi mirare cader estinto dinanzi ciò che tu hai di più caro, che il tuo sangue sia sparso con infamia e che nessuno de' tuoi abbia altro fine che negli strazii e ne' tormenti".

Gabriele strinse tra le braccia Falco bollente d'ira a quell'imprecare della vecchia, e tal atto dell'affettuoso giovine gli temprò lo sdegno, per cui appena il rimbombo della rauca e stridente voce d'Imazza svanì per quell'antro, il fiero Montanaro, fatto mite e calmo, guardolla con occhio di disprezzo e pietà, dicendo: "Misera vecchia! il tuo spirito è dominato da malefiche potenze: tu non sai ciò che dici; io ti perdono!--Andiamo, lasciamola qui da sola a riscaldarsi più agiatamente le membra, che fra poco la morte le gelerà del tutto".

Così detto, Falco accese una fiaccola che aveva contesta con resinosi rami, e gettato a spalle il moschetto, procedette per quell'antro innanzi alle donne seguíte da Gabriele che recava un'altra face; abbandonando per tal modo colà la vecchia Imazza che soprapposte molte legna al fuoco vi si rannicchiò nuovamente dappresso. Giunti al fondo della prima grotta salirono pei dirupati scaglioni formati dal passaggio di voluminose sobbalzanti acque ivi scorrenti la state, e s'internarono nell'andito superiore più oscuro e ristretto. Progredendo per quella via cavernosa che or ritorta or diritta, ma sempre ascendente, cammina per le viscere del monte, udivano il rumore dei loro passi risuonare con cupo e prolungato mormorio, e allo splendore delle loro faci che spesso squassavano per rinvigorirne la fiamma, rompenti quell'eterna tenebria, miravano variarsi la forma, il colore e l'ampiezza dell'antro per cui s'avanzavano. Ora nella vôlta e nelle pareti ristrette e basse nereggiava liscia l'ardesia; ora lo scisto verdastro cilestrino o giallognolo rigato da fili d'acqua offriva l'aspetto d'un drappo steso, di cangiante colore frastagliato da lucide striscie; in alcuni luoghi strati di bianca marna formavano lunghe zone compatte, in altri brillavano al lumeggiare delle faci mille e mille punte argentine nella scabra arenaria: qui miravasi la vôlta vasta e piana formata d'un solo masso di granito che spaccato dai lati in larghe fenditure presentava enormi arcate sostenute da informi colonne fra cui s'apriva il varco ad altri spechi; là perpetue stille gocciavano dalle acute stallatiti pendenti dall'alto.

I quattro che battevano quello strano e cupo calle contemplavano con istupore misto a meraviglia, fatta maggiore dalle tremende idee di che erano stati poco prima agitati, il variato succedersi di tanti ciechi ravvolgimenti, dai quali non avrebbero creduto potere riuscire mai all'aperto, se Falco stesso non avesse assicurato d'averli altre volte percorsi, ed egli medesimo pensando ai timori ed all'esitanza che dovevano naturalmente durare nel cuore di quelli ch'ei conduceva per una sì lunga sotterranea via, rallentò d'alcun poco il passo, e rompendo pel primo il silenzio, disse:

"Se fossimo andati tanto all'ingiù quanto siamo saliti per questa strada, io credo che saressimo già arrivati dove si comincia a vedere il fuoco a trasparire dalle porte della casa dei dannati; ma finalmente per quanto sia grosso il monte dentro cui camminiamo, m'accorgo che l'abbiamo quasi attraversato. Vedete quest'altra grotta che s'interna a destra: essa si apre in forma di pozzo in mezzo al piano del Tivano, da dove entrano le acque quando si sciolgono le nevi, e trascorrendo per queste gole sboccano in parte dalla caverna per cui siamo entrati nella valle del Noce, e in parte nella Valle del Lambro dalla caverna per cui usciremo, ed alla quale ora siamo vicinissimi".

"Perchè non si ponno scavare sì lunghi e profondi i sotterranei dei nostri castelli? pronunciò Gabriele; oh allora daremmo cattivo giuoco all'inimico in caso d'assedio, e se per isventura si cedesse all'assalto, potremmo per tale strada condurre in salvo le persone che non saprebbero aprirsela col ferro alla mano, e serbarci anche nella sconfitta ciò che abbiamo di più caro e prezioso!"

"Ah, rispose Orsola, che la Madonna ci guardi dall'essere mai costretti a praticare simili sorta di cammini! Chi sa chi passa di solito qui dentro; chi sa chi va svolazzando colle ali di pipistrello per i luoghi che abbiamo lasciati dietro a noi e ci segue da lontano spiando i nostri passi! Io per me non mi sento il coraggio di volgere indietro la testa. Avete osservato che qualità di siti? In un luogo è tutto nero, in un altro tutto bianco e giallo, e per sino coperto d'argento. Non ponno essere stati che i demonii e gli stregoni che hanno fatti questi buchi; ed io sceglierei piuttosto di camminare cento anni sulle bragie, anzichè trovarmi da sola nel luogo ove abbiamo acceso il fuoco e dove s'è venuta a sedere la comare di Palanzo, perchè essa sta ora certamente in mezzo un circolo di diavoli. E non sentiste la vecchia strega quali parole pronunciò per rabbia e quali imprecazioni ci ha scagliate perchè stavamo colà a sturbare la sua tresca cogli spiriti maligni a cui ha venduta l'anima sua?"

"Non temete pe' suoi detti, o Madre: la Vergine di Nobiallo ci protegge: Ella che ha fatto giungere prima del tempo da noi sperato le persone che ora sono con noi, saprà pure sventare i nefandi presagi della trista vecchia: io so che a pregarla di cuore quella santa Madonna concede sempre le grazie che le sono richieste". Così disse dolcemente Rina, a cui le parole poco prima proferite da Gabriele avevano recato una consolazione soave, confortatrice, che il tetro luogo in cui si ritrovavano punto non sminuiva; e Gabriele a lei con entusiasmo: "Quando pregano gli angeli, o Rina, sorridono i cieli, e beato chi è l'oggetto dei loro voti". Così pronunciando le si mise accanto, poichè la grotta che s'andava allargando il sofferiva, e posò lo sguardo sul volto di lei nel momento che veniva investito da una luce purissima azzurrina che penetrava dall'ampia apertura della caverna a cui erano finalmente pervenuti.

Falco, gettata al suolo e spenta la fiaccola come fece Gabriele: "No, non mi sono ingannato (disse con voce forte e contenta), benchè siano scorsi molti anni da che feci questa via. Eccoci all'uscita della famosa caverna del Tivano: ora scenderemo nella valle del Lambro, passeremo il monte a Magreglio, e caleremo a Vassenna: questo è il cammino che facevamo prima che il signor Gian Giacomo fosse padrone di Lecco, poichè in quelle acque potevansi gettare le reti a buone tinche; ma era d'uopo tenersi al largo dal capo di Bellaggio e da Limonta, ove stavano sempre appostati i mastini per darci la caccia".

Toccata in questo mentre la soglia della caverna, s'offrì loro innanzi apertissimo il vasto prospetto e della valle e dei monti circostanti, tutti egualmente coperti di neve, e di cui le acute sommità splendevano più abbaglianti disegnandosi nel fondo azzurro del cielo colorate in lieve tinta di rosa dai primi raggi del sole nascente che le investiva. Il gelido spirare della brezza mattinale, che aveva prodotta la serenità dell'aria, recò sulle prime molesta sensazione ad essi loro che si erano per molte ore aggirati entro quelle caverne, in cui, come suole in tutti i sotterranei vacui, l'aere rinchiuso è sempre mite; ma avendo eglino presa tostamente la via a discendere, il rapido mutare dei passi a cui forzavali la pendente balza che al basso della valle declinava, fu bastevole a temperare in loro l'effetto della rigidezza dell'aure.

Snella e leggiera calava Rina da quell'erta innanzi a tutti, l'orme stampando appena sulla congelata nevosa superficie del terreno: quella candidezza, quella luce effusa sfolgorante le destò nello spirito una viva, completa gioia, che l'incendio, i perigli, il terrore e le tristi ombre passate cancellavale interamente dal pensiero. Gabriele, non meno ratto e pronto di lei, le scendeva dappresso; a passi più tardi e alquanto dai giovani discosti discendevano Orsola e Falco impegnati in particolari ragionamenti, battendo però le pedate da essi loro segnate. Il giovine Medici contemplava sempre più rapito la vaga fanciulla che procedeva sì spedita innanzi a lui, e che ad ogni rivolta del sentiero alzava ad esso le pupille, movendo a lei più vicino sì ch'ella intendesse agevolmente le sue parole. "Per voi, bella Rina, disse, i sassi, gli sterpi, le nevi non sono di maggiore ostacolo al camminare velocemente di quello che lo siano ad altri le distese pianure, e son certo che i cacciatori delle nostre montagne potrebbero invidiare la vostra rapidità quando inseguono le camoscie. Io per me non vorrei essere spedito come siete voi ad altro fine che per potere seguirvi sempre dappresso anche tra i ghiacci e le nevi de' più scabri monti".

"Non avreste d'uopo d'affrettarvi per raggiungermi, poichè io rallenterei i miei passi dovunque fossi per attendervi"; rispose Rina suffusa di lieve rossore le guancie: e guardandolo poscia teneramente, aggiunse con ingenua ed animata espressione: "Non solo m'arresterei per aspettarvi, ma appena vi vedessi scenderei a voi incontro colla maggiore rapidità. Oh se la prima volta che veniste al nostro casolare di Nesso non ne foste più partito, vi sareste recato con me ne' bei pascoli della mia montagna: io v'avrei guidato nei tanti ameni luoghi sparsi per la valle ove vanno i pastori, e saremmo andati insieme sull'alto del monte ad una vetta da dove si vede quasi sino al vostro castello: mia madre sarebbe venuta molte volte con noi, perchè vi ha tanto caro anch'essa, e dopo quel giorno che ci foste così cortese nella vostra festa di Musso abbiamo parlato insieme mille volte di voi; e, credetemi, desiderava essa pure che mio padre ci avesse condotte colà, per abitare nella casa ove voi volevate che fossimo andate quella sera. Ah! se ciò avveniva noi si saremmo veduti ogni giorno, e non avrei pianto tante volte, nè sarebbe venuta una notte come quella trascorsa da farci quasi morire di spavento".

"Lasciate che io chiami anzi avventuratissima la passata notte, rispose Gabriele, poichè per gli avvenimenti che sono accaduti ho finalmente certezza che voi non abiterete più lontana dal mio castello, ed oltre che resta così appagata la più ardente brama la quale da che vi conobbi ho costantemente nutrita, sento che si fa più probabile l'adempimento della viva speranza di farvi mia, d'avervi sempre al mio fianco, onorata, adorata come l'oggetto da cui dipende ogni bene della mia vita, la quale apprezzo unicamente per voi".

"Dunque potrei io entrare anche nel vostro castello, venire liberamente in cerca di voi, anzi abitarvi colà sempre insieme?" Così esclamò Rina con trasporto, fermandosi a piè della discesa ove erano giunti, rimirando Gabriele con tutta la commozione d'un tenero abbandono; ma portando lo sguardo sul di lui splendido corsaletto d'acciaio: "Ditemi, aggiunse con mesta e più affabile voce, se il Cielo mi concedesse di divenire vostra, vi mettereste voi ancora d'attorno questo ferro, prendereste sempre le armi per andare e combattere, lasciandomi sola come ci lascia mio padre per tanti e tanti giorni? Ah no! io vorrei piuttosto avere la consolazione di vedervi un istante solo ogni giorno nella mia capanna, che dimorare nel vostro castello coll'angoscia di sapervi lontano ed a fronte dei soldati nemici".

"Se i santi il concederanno, avrà pur fine una volta questa guerra!" le rispose il giovine Medici con melanconico accento, poichè pensò al rinvigorire che anzi faceva più accanita in que' giorni; ma l'angelico sguardo dell'amorosa fanciulla non patì che il suo spirito s'addolorasse, onde tosto riprese con voce d'affettuoso contento: "Sì, deporremo le armi, e liberi e sicuri non attenderemo che ai sollazzi, alle feste, ai tornei, a passar l'ore l'uno all'altro vicino, e a passeggiare insieme pei campi dei colli e sul lago".

"Prendete la via a sinistra, pel calo già fatto nella neve, che andremo a passare il torrente su quel tronco d'albero che ne forma il ponte". Così gridò Falco dall'alto, poichè veduti i due giovani sostare in colloquio, credette il facessero per incertezza del cammino che avessero a prendere: e quelli si misero per l'indicata strada sempre sì dolcemente favellando, che tutta quella via dirotta e disagiata per le nevi e i sassi parve ad essi più deliziosa che i fioriti sentieri d'un ridente giardino.

Tragittato il ponte e fatto gran tratto di cammino per quella valle, costeggiando il fiume Lambro e rimontando verso le sue sorgenti, passarono presso le diroccate mura del Castello di Barni, indi montarono a Magreglio, ove nel casolare d'un povero pastore presero cibo e riposo. Di là per un dirupato sentiero che serpeggiando sul monte s'accosta alla grotta detta la Menaresta, in cui sono le misteriose scaturigini del Lambro, fiume ch'è tutto della bella terra Lombarda, formato dall'acque colà fluenti a brevi intervalli, oltrepassarono la montagna che fiancheggia a ponente il lago di Lecco, e scesi a Vassenna, che era già d'assai inoltrato il giorno, noleggiata una barca, vi salirono, e Falco ordinò ai rematori vogassero alla volta di Musso.

Seppero navigando da uno de' barcaiuoli che quel mattino stesso sull'alba s'era udito dalla parte di Lecco un gran rumore di spari di bombarde che aveva continuato sin presso al mezzodì, dal che Falco e Gabriele arguirono essere accaduto uno scontro tra Gian Giacomo ed i Ducali, onde chiesero premurosamente se si fossero vedute grosse navi retrocedere di là, e se si fosse parimenti inteso in quel giorno rimbombo d'artiglierie dalla parte di Bellaggio. Il Barcajuolo rispose che non eransi veduti passare che pochi battelli provenienti da Lecco, e che s'era ben sentito dire da alcuni pescatori di Menaggio che il giorno antecedente s'erano in quelle sponde azzuffati quei di Musso con quei di Como, ma che nulla s'era quel giorno udito che annunziasse essere avvenuto un combattimento presso Bellaggio: questi detti misero di buon animo tanto il Montanaro di Nesso quanto il giovine Medici, poichè entrambi pensarono che non essendo retrocessa alcuna nave del Castellano da Lecco, fosse indizio che egli avesse riportata vittoria, e sperarono ad un tempo che la sconfitta da essi data nel giorno antecedente al Vestarino sulla sponda di Bellaggio fosse riuscita a lui così funesta da rendergli impossibile un nuovo attacco contro quel punto.

Ciò che avevano immaginato trovarono con sommo giubilo essere il vero appena giunsero al Castello di Musso: colà Gabriele narrò al fratello Agosto rimasto al comando della Fortezza, tutto l'evento, e senza nulla celargli della passione che lo animava per la bella figlia di Falco, raccomandò caldamente essa e la madre alle sue cure. Le due donne presero stanza nella casa di Filippo Tressano, già da Gian Giacomo donata al Comandante montanaro, che Gabriele aveva da gran tempo fatta fornire d'ogni necessario arredo. Vedute allogate in comodo e sicuro albergo Orsola e Rina, il giovine Medici e Falco, completamente ristorati, risalirono sulla barca che li aveva colà condotti, e pervennero a notte avanzata in Bellaggio, ove raccontarono il tutto al capitano Achille Sarbelloni che era stato ansiosamente attendendoli.

Flebil vista a mirarsiSulla terra stillar vile e neglettoIl tronco, onde Ellesponto anco paventa:Atro il bel volto e sparsiI crin fra il sangue, e del feroce aspettoLa bella luce impallidita e spenta!CHIABRERA,Ode in morte di Astore Baglione.

Gian Giacomo Medici aveva riportata una nuova vittoria che poteva riuscire terminativa delle contese se avesse avuto soldati in sufficiente numero da potere conseguire tutti i vantaggi a cui apriva il campo. Venuto colle navi a Lecco, seppe che il nemico erasi già impossessato della prossima terra di Malgrate; prese quindi i necessarii concerti col capitano Alvarez Carazon che comandava il suo presidio di Lecco, ed il secondo mattino da che quivi era giunto s'accostò coi legni a Malgrate, ed assalì quel borgo furiosamente vincendo ogni resistenza a lui opposta dai Ducali. Ricciardo Acursio capitano di questi sostenne con ogni sua possa il combattimento per mantenersi in quella posizione, nutrendo sempre la speranza che fosse da un istante all'altro per sopraggiungere il Vestarino o dal lago o da terra a recargli soccorso colle sue squadre. Ma questo condottiero Ducale avendo tentato invano, come abbiamo narrato, di impadronirsi di Bellaggio occupato dai Mussiani, dai quali anzi venne respinto, non osò nè credette prudente oltrepassare quel punto ed entrare nel lago di Lecco; per cui l'Acursio rimasto solo colà, assalito anche di fianco dal Catalano colla guarnigione di Lecco, fu forzato, dopo grave perdita, a darsi colle sue genti a vergognosa fuga. Se Medici avesse in quel frangente potuto inseguire a lungo i nemici, certa cosa è che avrebbe distrutto interamente l'armata dell'Acursio, ripreso Monguzzo, minacciata Como, e mandati a vuoto tutti i piani ed i progetti del Vestarino; ma nulla di tutto ciò fu dato a lui operare, non avendo esso voluto inoltrarsi dentro terra colle poche bande d'uomini d'armi che si trovava avere, le quali traevano il loro maggior nerbo dall'appoggio delle navi che sfilate alla sponda avevano colle artiglierie tanto coadiuvato all'esito della pugna. Rimase pago però a quanto aveva ottenuto, munì Malgrate, e sapendo dagli esploratori che l'Acursio rientrato in Monguzzo non poteva per lunga pezza essere in grado d'intraprendere alcun fatto offensivo, tornossene sul Brigantino a Musso, onde invigilare alla miglior difesa del Castello e delle prossime sponde e per aumentare le sue bande reclutando uomini per quelle terre.

Quasi contemporaneamente al suo ritorno a Musso giunse la notizia che i Grigioni, eccitati da messi e lettere del Duca e del De-Leyva, incominciavano a muoversi ed adunarsi dandosi posta a Chiavenna: tale novella, sebbene riuscisse grave al cuore di Gian Giacomo, pure non lo fece smarrire, poichè aveva poco addietro ricevuto un foglio da suo cognato il Conte d'Altemps, in cui lo avvisava avere assoldato il numero convenuto di schiere tedesche, ed essere queste pronte a mettersi in cammino alla volta d'Italia al primo aprirsi della stagione onde unirsi a lui. Per tutto ciò il Castellano pensò attenersi frattanto strettamente al sistema di difesa, e lasciare che il nemico agisse: richiamò quindi il Pellicione da Menaggio, in cui s'era tenuto scaramucciando quasi giornalmente col nemico, che occupava da quel lato tutta la Tramezzina sino alla Cadenabbia; richiamò pure da Bellaggio Achille Sarbelloni, Gabriele e Falco, lasciando così libero ai Ducali d'impadronirsi di quel borgo; il che fecero immantinenti. Rafforzò però il presidio di Rezzonico, e mandò Sarbelloni col Mandello a Varenna, tenendo seco gli altri colle navi a Musso.

Trascorse pressochè interamente il febbraio senza che giungesse avviso al Castello d'alcun movimento nemico, talchè sembrava che tanto il Vestarino quanto i Capi della Lega Grisa fossero accordati nell'attendere che al Medici pervenissero gli aspettati soccorsi pria di nuovamente cimentarsi con lui. Il Castellano nel frattempo adoperava ogni mezzo per raccorre soldati dalle tre vicine pievi e dai dintorni, ma l'opera sua e quella de' suoi capitani poco profittava, poichè era già troppo grande il numero di quelli periti in suo servigio, ed i pochi robusti terrazzani che ancora rimanevano si rifiutavano di prender parte ad una guerra che non aveva mai fine, e nella quale s'avevano quasi certezza di dovere rimanere sagrificati. Non potevansi adoperare le lusinghe dell'oro per accrescere la leva, poichè quivi il danaro non soprabbondava in modo da farne scialacquo, tanto più ch'era d'uopo trovarsene ben provveduti pel momento che sarebbero giunte le truppe Alemanne: servirsi della forza e delle minaccie era un mezzo forse vano e certamente pericoloso e provocante le defezioni; onde fu forza a Gian Giacomo lo starsene alle difese e collocare ogni sua speranza nei sussidii del Cognato. Egli rimproverava soventi a se stesso, e nei secreti colloquii anche al Pellicione, il non avere accettato il trattato di pace fattogli proporre dal Duca; ma agli altri suoi Capitani parlava con tanta fiducia di se e di loro, e con tanto dispregio delle armi ducali, che l'eloquente e in apparenza veritiero suo dire manteneva in essi un'audacia ed una sicurezza ch'egli era ben lungi dal dividere.

Trovavasi però in quel Castello una persona sul cui animo le belle parole dinuovo potente esercito, divittoria strepitosa, diconquiste, d'ingrandimenti, proferite ad ogni tratto dal Medici, non producevano alcun salutare effetto, ispirando invece tutt'altro che tranquillità, e questo si era il povero Cancelliere, Maestro Lucio Tanaglia. Ristabilitosi alquanto in salute, non soffriva desso più di convulsioni, e non aveva avuta altra causa di secreto rancore, prima che ricominciasse la guerra, fuorchè il silenzio da tutti serbato intorno all'orazione da lui pronunciata nella chiesa di San-Biagio di Musso per la morte dei capitani Borserio e Casanova. Ogni qual volta frugando nelle sue carte gli venivano sott'occhio i fogli su cui era steso quel discorso che rileggeva a squarci, "Oh! che razza di gente, andava dicendo tra se, oh che ignoranti! un'orazione di questa sorta, degna non di que' due barcaiuoli, ma degli almiranti della flotta genovese e veneziana, beversela su da pappagalli come se fosse stata la storiella d'un pecoraio! Ah se io ne avessi recitata una simile trent'anni addietro in Milano ai tempi del duca Moro! sarei stato chiamato subito a Corte, ed i padri predicatori di tutti i conventi avrebbero fatto a gara per averne una copia; ma sono spariti quei bei tempi: qui poi non se ne parli! in questo luogo l'occuparsi ad esporre cose ornate e belle è veramente unprojicere margaritas ante... (e si guardò d'intorno) sìante porcos!"

Quando seppe che nel fitto verno si rinnovavano le ostilità, ch'egli aveva credute terminate per sempre, sentì rinascere in cuore tutte le passate inquietudini; veggendo poi retrocedere il Castellano da Lecco, e il Pellicione, Gabriele, Falco, Sarbelloni dagli altri punti, istruito che i Ducali trovavansi a Bellaggio e presso Rezzonico, mirando prendersi le più serie misure di difesa in quella medesima Fortezza pel caso d'assedio, le sue ambascie e la sua paura giunsero al colmo "Il signor Castellano, vostro fratello (diceva a Gabriele quando saliva a ritrovarlo nella sua stanzuccia del Forte) va ripetendo che i Ducali sono vigliacchi e buoni da nulla, che perderanno Como, che spariranno dal lago, ed altre novelle di tal natura; ma essi frattanto hanno preso Monguzzo, e non sono che a quattro passi da queste porte: ciò è tanto vero, che si veggono ogni giorno trascinare bombarde sui bastioni del Castello, perchè si teme che ci vengano a fare una visita. Ora come ell'è questa faccenda? In sostanza chi è che vince e chi è che perde? Voi siete un giovine prudente e con voi posso parlare: credetemi, vostro fratello non sarà contento sino a che non ci avrà fatte schiacciare le ossa sotto queste mura. Dovrebbe, per bacco! averla capita una volta, che il Duca è un can grosso, e che quegli altri là su delle montagne non canzonano essi pure: perchè non fare una buona pace, che è la cosa più comoda del mondo? perchè volersi proprio ostinare a trarci tutti nel precipizio?"

Il giovine Medici porgeva disattento l'orecchio alle tristi ripetute elegie del Cancelliere, le quali non producevano altro effetto sull'animo di lui che di passare come una striscia nubilosa sulla serena faccia del cielo. Assorto in un'idea che lo rendeva felice, possibile non era che lo sgomento penetrasse nel suo spirito, improvido d'ogni infausto avvenire: ciascun giorno egli vedeva Rina, ciascun giorno s'intratteneva seco lei lungamente, nella sua nuova abitazione di Musso, e appagamento maggiore ei non sapeva sperare. Falco l'accoglieva colà come proprio figlio, anzi soventi di lui ricercava, perchè nel forzato riposo di quei giorni di tregua, non sentivasi soddisfatto se non quando passava le ore narrando al giovine guerriero le sue passate armigere vicende, e procurando coll'esempio de' proprii fatti di rendere più indomito il di lui coraggio, che già s'aveva esperimentato di sì vigorosa tempra. Orsola rivedeva ognora Gabriele con non minore diletto di quello che lo facesse il marito: l'amabilità, la dolcezza, il rispettoso suo contegno avevano guadagnato tutto l'animo di lei, prima ben anco che si fosse esposto a gravi perigli per la loro salvezza; egli era inoltre l'unica persona con cui dopo la cangiata dimora avesse stretta confidenza; e siccome non ignorava i reciproci sentimenti della propria figlia e di Gabriele, immaginava nei sogni ridenti della sua fantasia compiti i loro ed i proprii voti, ed accertata per la sua casa una splendida sorte, ahi! quanto dalla vicina realtà diversa.

Gabriele soleva, dato termine alle militari faccende, partire ogni mattino dal Castello ed avviarsi là dove la sua venuta era ardentemente sospirata. Appena egli poneva il passo sul punto dove la strada da mezzo ai baluardi della Fortezza ed alle mura del porto sboccava aperta sul lido, sapeva che uno sguardo vigilante riconosceva il suo berretto e il mantello che lo involgeva, ed un cuore batteva con maggiore veemenza. Al primo giungere alla casa di Falco, la vista della fanciulla, la cui beltà riceveva maggiore risalto da un'animata purpurea tinta e dallo sfolgorare delle pupille che svelavano l'interno giubilo di quel momento, recava sempre al giovine amante un'impressione, che quantunque le tante volte sentita e ripensata, sembravagli pur sempre nuova e vivissima, sì che ne addoppiava l'affettuoso trasporto.

Assiso in quella casa presso un gran fuoco, che ardeva entro un cerchio di pietre in mezzo ad una camera adorna delle sole armi del belligero Montanaro, Gabriele ragionava intorno ai nemici, udiva avidamente gli animati racconti delle gesta di Falco, pascendo ad un tempo gli sguardi negli sguardi di Rina, e colmando in tal modo il suo cuore dei due più preziosi alimenti della giovinezza, la gloria e l'amore. Partito di là il mattino, vi ritornava sul cader del giorno, e allora, se era sgombra e temperata l'aria, recavasi con Rina e la madre lungo la sponda del lago, o rimanendo entro la casa stessa, faceva a Rina dai rotondi vetri d'una gotica finestra, contemplare il lento e successivo degradarsi della luce, e ottenebrato il vasto prospetto dei monti e delle acque, miravano insieme il brillare in cielo degli astri scintillanti, frammettendo sommesse parole d'amore, e talora mormoravano colla madre le preci della sera a cui invitava l'interrotto squillare dei bronzi delle torri lontane.

Oh come rapidi trapassarono quei giorni di pura inenarrabile felicità! Venuti i primi di marzo giunse a Gian Giacomo avviso che nuove schiere erano arrivate da Milano in Monguzzo al capitano Acursio, il quale aveva già date tutte le disposizioni per muovere nuovamente contro Lecco, come eragli stato ordinato; che il Vestarino, raccolte tutte le navi presso Bellaggio, disponevasi a salpare alla volta di quella medesima Terra per dar mano alla sua conquista. Il Castellano, sebbene avesse fatto proponimento di non tenersi che sulle difese, pure sedotto dall'occasione che stava per offrirgli il nemico di poterlo attaccare navalmente, nel qual genere di combattimento sentiva quanto fosse superiore ai Ducali, radunò i suoi Capitani, e fece loro aperto il suo progetto che venne accolto con unanime applauso. Fu tosto spedito secreto annunzio di quanto si era per intraprendere ai Capitani che comandavano le navi Mussiane rimaste a Lecco, cogli ordini e le istruzioni intorno ai modi che avessero a tenere onde mettere il Vestarino co' suoi legni fra due fuochi nel momento che meno se lo attendesse. Per poi determinare vie meglio il Comandante ducale ad avviarsi per acqua colle truppe a Lecco, il Castellano comandò al Mandello ed al Sarbelloni abbandonassero Varenna, il che giovavagli eziandio onde accrescere gli equipaggi delle proprie navi cogli uomini d'armi comandati da loro.

Tutto fu allestito in Musso colla massima secretezza, e l'avviso ai soldati di partire sul far del giorno venne dato da Gian Giacomo Medici quella sera stessa che il Vestarino lo diede in Bellaggio alle sue squadre, il che egli seppe per mezzo d'avvedutissimi esploratori colà appositamente mandati.

Gabriele era da poco rientrato nel Castello quando fu a tutti significato il comando della partenza. Tale notizia fu per lui come un colpo di fulmine, un gravissimo turbamento lo assalì, e quasi non potendo persuadersene, corse alle camere del fratello, dalla cui bocca ne ebbe la conferma: si ritrasse allora nella propria stanza di riposo, e dopo essere stato seduto alcun tempo facendo molte amare riflessioni, si diede a pulire le proprie armi e porle in assetto per vestirle il mattino: ma l'elmo, la spada, la corazza che prendeva a vicenda Ira mano, lungi dal risvegliare in lui lo spirito guerresco, gli aumentavano in seno la mestizia e il terrore. Mille tristi presentimenti gli ingombrarono il pensiero: gli si affacciò alla mente quella vecchia donna apparsa in aspetto spaventoso nella caverna del Tivano, e le di lei parole gli risuonarono all'orecchio in tuono magico, funesto: sentiva che le maledizioni scagliate da quell'essere infernale contro Falco e la sua casa involgevano esso pure, che era congiunto col cuore sì strettamente a quella famiglia. Andava crescendo a tali idee il suo tremore, e gli si fece insopportabile l'angoscia di doversi allontanare da Rina, sebbene ciò non fosse che per breve spazio di tempo. Stanco, affannato, appese le ripulite armi presso il capezzale e si sdraiò: il sonno assopì ben tosto profondamente tutte le sue cure. Un fragore lungo indistinto lo risvegliò; levossi esagitato: era il vento che fischiava furioso contro le torri e le mura del Castello. Il suo lume ardeva ancora ed era lontana l'ora del partire, ma esso più non potendo sopportare le piume, pensò mettersi in arnese ed uscire di là. Il languore e la tristezza lo opprimevano, ma alzato lo sguardo alla parete, vedendovi la sua lucida armatura composta a trofeo, sentì rinascere l'usato ardore delle battaglie: vestì l'armi prontamente, s'avvolse nel mantello, e discese nel cortile del Forte. Era oscura affatto la notte, ma pure vide nelle stanze di Gian Giacomo e dentro tutti i quartieri del Castello splendere i lumi che indicavano stare i soldati apprestandosi alla partenza: le sentinelle vegliavano ai loro posti, le porte erano aperte, ond'egli potè senza difficoltà discendere dal Forte agli ultimi baluardi ed uscire dal Castello.

Appena si trovò sulla via dirigendosi all'abitazione di Falco, il suo immaginare cessò dall'essere tetro ed affannoso e benchè non ricuperasse la primiera calma, il suo dolore non era sì cocente come lo era stato poche ore addietro, nè provava sentimento alcuno di terrore, quantunque densa fosse l'oscurità, e il lago agitato da foltissimo vento frangesse sì grosse le onde al lido da farle salire di quando hi quando a bagnare la strada su cui egli camminava. Vide alfine un chiarore splendere anche per entro le finestre della casa di Falco; affrettò ver essa i suoi passi e vi giunse: allorchè poneva il piede sul limitare, gli pervenne all'orecchio il rumoreggiare dei tamburi del Castello chiamanti col primo segno a raccolta; esso battè frettolosamente la porta. Falco, a cui pure era stato comunicato il comando della partenza e aveva già indossato il suo giaco e la schiavina, riconosciutolo, venne ad aprirgli, dicendo: "Ren venuto, signor Gabriele: voi foste più pronto ad alzarvi dei suonatori di tamburo che stanno adesso sui baluardi battendo la diana per farci camminare al porto. Vogliamo correre velocemente sul lago, perchè sento un gran vento, e mi pare che spiri da tramontana: ma lasciamolo fare, questo è il suo mese; andremo però con un sol quarto di vela, perchè lo sbattimento delle acque mi indica che il lago è coperto di montoni". "Dove credi tu che raggiungeremo i Ducali?" richiese Gabriele tosto che fu entrato in casa.

"Se quest'aria si mantiene sempre favorevole, partendo noi subito potremo raggiungerli fra Olcio e Mandello, poichè essi non lasceranno Bellaggio prima che aggiorni perfettamente. Ma voi siete assai pallido, mio signor Gabriele: che avete? forse la brevità del riposo... il vento... il freddo?.. Rina, ove sei? vieni ad accendere il fuoco; e tu, Orsola, reca un vaso di vino. Sedetevi qui: partiremo quando verrà dato il secondo segnale; intanto riscaldatevi e bevete, che fa d'uopo scacciare per tempo il gelo dalle ossa per fare una buona giornata. Sta finalmente per cadere nel laccio anche il Vestarino, quella volpe vecchia che ci aveva presi per tante galline: chi sa che non siate voi destinato anche questa volta a decidere le cose facendogli fare la stessa fine del Gonzaga?"

"Lo volesse il cielo! Il desiderio e l'opera per parte mia non mancheranno; ma temo che non mi si presenti favorevole l'occasione", Così rispose Gabriele a cui brillò sul volto un raggio d'ardimento che dissipò per un istante la grave melanconìa che vi si vedeva impressa. Salutò cortesemente le due donne che dalla stanza vicina entrarono in quel punto colà, e deposto il mantello e su esso l'elmetto, s'assise presso il focolare. Aveva le guance e la fronte coperte d'eccessivo pallore, cui i neri capelli cadenti dai lati davano maggiore risalto; il suo sguardo raccolto ed afflitto non s'animò di tutta la vita che allorquando s'affisò sovra Rina, la quale apparve succintamente vestita, colle rose del viso scolorite essa pure, e la capigliatura rigettata senz'arte dietro le orecchie. Ella fece splendere la fiamma, e ritta presso a quella, al mirare il giovine guerriero, allo scorgerne la pallidezza e il dolore, tutti i suoi lineamenti annunziarono un'interna prorompente ambascia, le di lei pupille s'inumidirono e natarono indi a poco nelle lagrime, che forzavasi invano di trattenere.

Falco prese una delle tazze offerte da Orsola e la presentò a Gabriele, che fingendo di delibarla la ripose; il montanaro tracannò all'incontro la sua d'un sorso solo; riconfortatosi appena con quella bevanda lo stomaco, s'alzò in piedi d'un balzo, perchè s'intesero i tamburi della Fortezza suonare la seconda chiamata: "Oh che fretta! veniamo, veniamo: attendetemi un momento, signor Gabriele: vado a prendere il moschetto e due buoni pugnali e partiremo" Così dicendo recossi nella camera vicina preceduto da Orsola col lume.

Gabriele s'alzò dal sedile lentamente; un freddo sudore gli copriva la fronte, s'accostò a Rina che stava come agghiacciata e immobile, le prese la destra, e guardandola fisamente: "Addio, Rina, le disse, addio! che le vostre labbra invochino dal cielo il favore di poterci ancora rivedere". Diede la fanciulla a tai detti in uno scoppio di piatito sì abbondante, sì rotto, che ben palesò come quelle parole le avessero tocche le fibre più tese e sensibili dei cuore: coprì gli occhi colla mano, che fu tosto inondata di lagrime, e con voce soffocata dai singhiozzi rispose: "Potressimo noi non più rivederci? che dite mai? oh Dio! è ciò possibile? Temete voi di non retrocedere questa sera con mio padre dalla battaglia?"

"No, io non lo temo (rispose Gabriele straziato dal di lei crescente affanno); tutto anzi mi fa sperare, e specialmente la forza delle vostre preghiere...". Ma non potendo mentire al tremendo presentimento che l'ingombrava, strinse a lei fortemente la destra, e coll'accento d'un'angoscia disperata soggiunse: "Ma se mai fosse..? se una spada, un colpo nemico... se io non dovessi insomma far più ritorno a voi?.. vi ricorderete di me? pronuncerete soventi il nome di Gabriele, di quel Gabriele che non sapeva vivere che per voi sola?" Si rizzarono pel terrore a Rina le chiome, e "Oh cielo, gridò, non abbandonarmi! Gabriele, uccidimi piuttosto che dir così". E cadendo con, ambe le ginocchia a terra, esclamò: "Santa Vergine, se questa è l'ultima volta che io lo debbo vedere, fate che prima ch'ei parta io rimanga qui morta". S'alzò, e nel delirio dell'ambascia e dell'amore si slanciò ad abbracciarlo, abbandonandosi colla persona sul petto di lui quasi svenuta: Gabriele mirando lei posare la smarrita faccia sul suo corsaletto d'acciaio, piegò ver quella con trasporto il capo e... il rimbombo d'un colpo di cannone li fece trasalire. Rina rilevatasi corse incontro alla madre che in quel mentre rientrava, frettolosamente nella stanza con Falco che disse: "Presto partiamo: hanno dato l'ultimo segno, è d'uopo affrettarci se non vogliamo essere in ritardo a salire le navi e farci rimproverare dal signor Castellano". Gabriele ripose in capo l'elmetto, si ravvolse nel mantello, pronunciò un addio, nè altro vide nè udì colà eccetto un grido che lo ferì nel momento che oltrepassava la porta.

Soffiava ancora furioso il vento e le acque del lago sospinte ed elevate da esso avevano coperta interamente la strada del lido, per cui Falco e Gabriele dovettero battere altro sentiero più elevato per giungere al Castello. Pervenuti colà, videro, al chiarore delle fiaccole che ardevano presso il porto, che le navi la Donghese e il Brigantino, oltre varie Borbote, avevano già a bordo i rematori e tutti gli uomini d'armi, non mancandovi che i Capitani, i quali stavano col Pellicione a terra intorno al Castellano, che tutto coperto di ferro, ma senza penne sul cimiero, andava comunicando i suoi ordini al fratello Agosto ed al Cancelliere Tanaglia: quest'ultimo l'ascoltava con visibili segni d'impazienza, perchè la zimarra che si serrava con gran cautela d'intorno non valeva a difenderlo dagli acuti soffii del vento. Gabriele e Falco comandarono tosto alle loro squadre salissero sul legno da ciascun di loro capitanato, ch'erano l'Indomabilee laSalvatrice, e quando ciò fu fatto, s'accostarono essi pure come gli altri comandanti a Gian Giacomo attendendo ch'ei si recasse sul Brigantino onde salire anch'essi sulle proprie navi.

Il Castellano andava ripetendo le più precise istruzioni al fratello Agosto che lasciava come di consueto al comando del Castello di Musso, e gliene raccomandava caldamente l'esatto eseguimento: i suoi gesti ed i suoi lineamenti non avevano però quell'impronta decisa, imperante, ardimentosa che era ad esso lui abituale e che pareva s'addoppiasse all'avvicinarsi del cimento: appariva in lui all'incontro un'inquietudine, un'incertezza che sembrava diffondersi anche sugli altri guerrieri che il circondavano. Dopo avere parlato a lungo e ripetute più volte le stesse cose? conchiuse dicendo al fratello Agosto: "Se mentre noi siamo nelle acque di Lecco accadesse mai che il nemico s'approssimasse a questa sponda da qualch'altra parte, fa incendiare l'arsenale, fa entrare i lavoratori nella Fortezza, mettili in armi per servirtene alla difesa; ricordati di tenere, colle artiglierie più basse, sgombre di navi Ducali le acque del porto per agevolare al ritorno il nostro reingresso. Voi poi, Cancelliere, chiamerete a conferenza il Maestro della mia Zecca, gli ordinerete di desistere dal far coniare, rivederete i suoi conti, e farete trasportare tutto l'oro e l'argento nel Forte. Prima però vi recherete alla casa di Musso da mia sorella Margarita onde narrare ad essa la causa della mia partenza, persuadendola a stare di buon animo, e sia vostra cura il far disporre in Castello nella Rocca di Sant'Eufemia un quartiere convenevole a lei e all'altre mie parenti e persone che seco si trovano, ove dovrete condurle in caso di pericolo; e ciò farete pure coll'altre donne che appartengono a' miei Capitani, le quali, abitando in Dongo o in Musso, desiderassero rifuggirvisi".

Ciò detto, s'avviò col Pellicione dal braccio del molo al ponte del Brigantino; gli altri Capitani discesero i gradini del porto e dai battelli montarono alle navi. Gabriele pria di mettersi in acqua abbracciò il fratello Agosto che quivi rimaneva, e strinse senza parlare la mano al Cancelliere, che sbalordito dal vento, e colla mente confusa dalle tante ricevute incumbenze, non s'avvide di lui che quando era già con Falco sul lago, fece ad esso un saluto a due mani, cui il giovine rispose, poscia sì tolse di là, e rientrato nel Castello risalì alle sue stanze del Forte borbottando fra i denti: "L'ho sempre detto io che vogliono finirla male per forza! Dov'è il giudizio a partire con un vento di questa sorta che mette il lago sottosopra come un pentolone che bolle? Di loro veramente non me ne importerebbe gran fatta; sarebbero tanti pazzi furiosi di meno a questo mondo: mi duole per quel povero ragazzo che trascinano alla mala fine: egli è un bravo figliuolo pieno d'ingegno e di buon cuore; peccato che perda il suo tempo dietro la figlia di quel barcaiuolo dalla rete in capo venuto a star là giù! Potrebbe sapere a quest'ora tutto il trattato dell'inquartatura e delle fascie negli stemmi semplici e figurati. Ma pazienza! s'ei trascura d'approfittare de' miei insegnamenti, peggio per lui: non fa però male a nessuno: il male chi lo fa veramente è suo fratello. Ha paura che quei di Como e delle montagne vengano qui, e lui va ad inzigarli a bella posta per farveli venire: tutti pensano che bisognerebbe starsene quatti quatti, attendere ai fatti proprii e lasciar tranquillo il mondo, e il suo bel gusto invece è di stuzzicare il vespaio..! E poi che maniera è questa di far alzare un galantuomo all'ora dei gufi, e tenerlo lì a quel vento che schianta gli alberi, per darci l'incarico di rivedere i conti del Maestro della Zecca, che fa più colonne di numeri che non siano corde in una nave e confonderebbe co' suoi scartafacci il capo ad Archimede? L'andar giù nel monastero delle sue sorelle tanto non mi dispiace: quelle brave signore hanno certe paste dolci, e certe sucomelate eccellenti per lo stomaco... Uf!.. uf! che vento! sta a vedere che mi precipita giù da queste lunghe scale così diritte! Oh! se potessi lasciarti una volta, maledetta montagna, con tutti i tuoi sassi e muraglie e bastioni e torri che ti stanno addosso, e non vedere altre pietre che quelle ammucchiate in Milano per la fabbrica del Duomo, potrei dire almeno di morire contento! ma temo che non ci sarà mai verso, o Tanaglia, che ti possi sconficcare di qui. Eccole là le navi, son già lontane, e vanno che il diavolo se le porta: il lago è tutto bianco di schiuma; manco male che io mi trovo sul sodo: il giorno va spuntando; è meglio che mi ritiri subito nella mia stanza per dormire un paio d'ore, se oggi ho d'avere la forza da fare tante cose".

Veleggiavano i legni del Medici rapidamente, abbenchè sobbalzati dalle onde che scagliavano i loro spruzzi a bagnare per sino la sommità delle vele: correva innanzi a tutti il Brigantino veloce e snello come un generoso destriero che anela ad essere il primo a giungere alla meta. Quel celere moto ridestò tutta la primiera energia nell'animo del Castellano; egli conobbe che l'elemento su cui si trovava, davagli sommo predominio sui Ducali, e ne agognò ardentemente la prova. Oltrepassato Rezzonico, ordinò alle sue navi radessero la sponda destra, per mantenersi a sopravvento di quelle dell'inimico, caso che queste non fossero ancora partite da Bellaggio:, giunto però a chiara vista di quella terra, fatto accorto non esservi più alcun legno Ducale colà, contento di ciò, fece drizzare a mancina le prore, e tagliando ritto, per quanto lo concedeva la forza del vento, entrò a gonfie vele nel lago di Lecco.

Il Vestarino allorchè stabilì il progetto della presa di Lecco, aveva fatto riflessione che nel condurre quell'intrapresa impossibile quasi si era l'evitare una pugna navale, se non con tutta la flotta del Medici, con quella parte almeno che stanziava nel porto di Lecco medesima. Qualunque però fosse la sua ripugnanza ad affrontarsi coi Mussiani sull'acqua, vedendo la necessità di coadiuvare dalla parte del lago il capitano Acursio che doveva agire da terra, determinossi ad esporvisi. Allorchè però ebbe sentore che il Castellano divisava di accorrere cogli altri legni onde prenderlo in mezzo, non volendo pur desistere dall'intrapresa, pensò al modo di togliere ai Mussiani il vantaggio che avevano sull'acqua, combattendoli anche da terra. La notte che precedette il dì della battaglia egli partì con tutta la flotta da Bellaggio alcune ore prima che Gian Giacomo partisse da Musso, benchè avesse fatto spargere la voce che non sarebbesi fatto vela che al mattino: si recò con tutto il navilio a Mandalo, grosso borgo che sorge alla metà circa del ramo di Lecco; quivi fece recare dalle navi a terra il maggior numero delle bombarde, e le fece postare in tre differenti luoghi, formandone altrettante batterie a varie distanze: lasciò quindi dappresso a ciascuna di queste una quantità sufficiente di artiglieri con abbondanti munizioni, e distribuite due schiere d'archibugieri per entro le case di Mandello, si trattenne con tutte le navi sfilate sulla sponda presso quel paese.

Allo spuntar dell'alba seppe da un messo, che venuto per i sentieri dei monti aveva attraversato il lago in faccia a Mandello, che l'armata dell'Acursio, la quale partita il giorno antecedente da Monguzzo aveva accampato la notte a Civate, scendeva a marcia forzata contro Lecco: a tal avviso staccò immediatamente una squadra di cinque legni e la fece inoltrare verso Lecco. Il capitano Pirro Rumo, cui era stato dal Medici affidato il comando supremo delle quattro navi e delle altre barche che stavano nel porto di quel borgo, già istruito da Gian Giacomo di quanto avesse ad operare, trovandosi pronto cogli uomini d'armi sui legni, vedute appena spuntare da lungi le vele Ducali, fece avvertito Alvarez Carazon, che capitanava il presidio, attendesse gelosamente alla difesa, e dati i segnali si mosse incontro alle navi di Como. Il vento quivi era mite, perchè soffiando da tramontana era riparato in gran parte dai monti della Valsasina, per cui i Mussiani, benchè s'avanzassero a forza di remi, molto non istettero a trovarsi a gittata di bombarda dai Ducali, e incominciarono infatti tostamente a fulminarli.

Giungeva Gian Giacomo in quel punto alla vista di Mandello, e mirando da lungi i suoi legni azzuffarsi coll'inimico, e la parte più grossa della flotta del Vestarino ferma innanzi a Mandello, presuppose tostamente qual fosse lo scopo del suo avversario nel tenersi in quella posizione, e calcolò ad un tempo non esservi altro partito da prendere che oltrepassare Mandello, gettarsi sulle poche navi Ducali che stavano combattendo contro le sue, affondarle o trascinarle a forza a Lecco, e quivi scendere a terra per dar mano al Carazon a respingere l'Acursio. Trovavasi, quando concepì tale disegno, ad un tiro e mezzo di cannone superiormente a Mandello: il comunicò sull'istante al Pellicione, il quale fatti dare i segnali alle altre navi che seguissero con somma prontezza il Brigantino, comandò alla ciurma di questo progredisse a tutta spinta di vele e di remi alla volta di Lecco. Inoltraronsi velocemente i legni Medicei per alcuni minuti, ma una colonna di fumo che s'alzò alla sponda di Mandello e una palla che cadde nell'acqua a poche tese dalla prora del Brigantino diede avvertimento ai Mussiani che il passaggio sarebbe stato contrastato. Ciò non per tanto le navi s'avanzavano; allora una seconda scarica, da cui vennero lacerate varie vele, scheggiato il bordo ed uccisi due uomini della nave stessa di Gian Giacomo, persuasero questo intrepido condottiero essere perigliosissimo, e non senza certezza di grave danno, l'arrischiarsi colle navi ad un passaggio sotto il tiro retto e vicino di tante bombarde Ducali, che essendo postate a terra, agevolmente coglievano in pieno, come erane un saggio l'ultima scarica sebbene obbliqua e lontana. Vedendo rotto il suo piano, ordinò si calassero le vele e si retrocedesse lentamente a forza di remi, senza rivolgere le prore per mirare qual esito s'avesse il combattimento dell'altra sua squadra che si trovava al di là di Mandello. Vide esso e tutti i suoi con sommo soddisfacimento, dopo breve spazio di tempo da che durava la pugna, una delle navi Ducali azzuffate colà avvolgersi nelle fiamme e incenerirsi, e poco dopo le altre retrocedere verso la sponda di Mandello, e Pirro Rumo inseguirle.

Essendo per quella fuga dei Ducali cessato il tuonare delle artiglierie sul lago, s'udì un rimbombo lontano bensì e leggiero, ma più pieno e seguito, che annunziava essere incominciata una regolare battaglia anche a Lecco.

Gian Giacomo conoscendo di quanto nocumento gli riusciva il rimanere inoperoso col fiore delle forze che comandava in un momento per lui sì decisivo, stette un istante pensieroso sul ponte del Brigantino, poscia gridò: "A terra, a terra: date i segnali d'avvicinarsi a terra: fa d'uopo sbarazzare ad ogni costo la sponda di quelle batterie, e passar oltre strascinando le loro navi con noi". Quest'ordine fu subitamente comunicato, e tutti i legni del Medici si rivolsero all'istante verso il lido di Mandello, più in qua però di quella Terra un mezzo miglia all'incirca. Le bombarde delle batterie Ducali avevano frattanto diretto il loro fuoco contro i legni di Pirro Rumo, che inseguendo le fuggenti navi era pervenuto dall'altra parte a giusto tiro, ma quegli arditissimo ripostava avanzandosi gradatamente. Il Vestarino scorgendo la flotta del Medici accostarsi a terra, ne penetrò il divisamento, e per opporvisi ordinò fuoco continuo anche da quel lato. Medici si diede a fulminare terribilmente da' suoi legni esso pure, e mentre i Ducali trovavansi in grave confusione perchè molte delle loro barche venivano fracassate dalle palle mussiane contro il lido stesso presso cui erano, Gabriele, Falco e Sarbelloni alla testa delle loro schiere presero terra, istruiti di quanto avessero ad operare, lasciando nelle navi i soli bombardieri, che trattisi al largo, continuarono, siccome il Brigantino, a sostenere il fuoco contro i Ducali.

Le tre bande di soldati Mussiani, appena afferrato il lido, s'avviarono per esso verso Mandello, condotte dai loro capitani, e riuscirono rapidamente nel piano che si stende con lieve declivio dalla alpestre valle di San-Giorgio al lago, sul qual piano sorge il Borgo. Giunti in aperto terreno, i tre Capitani si divisero, Sarbelloni dirigendosi ad espugnare una batteria formata in vicinanza al lago, Falco un'altra postata su un picciolo promontorio più discosto, e Gabriele avviandosi dentro Mandello per recarsi ad assalire quella che era eretta appena al di là delle case. Mentre veniva tentata una tale audace intrapresa, tutti i soldati del Vestarino che stavano sulle navi, vedendo la micidiale ruina che cagionavano ad essi i colpi diretti dalla flotta Medicea, balzavano disordinatamente a terra per trovare difesa dalle palle nemiche dietro le mura delle abitazioni, onde sì grande regnava colà la confusione aumentata dal rumore e dal fumo delle batterie traenti incessantemente contro il Castellano, che i drappelli d'uomini d'armi Mussiani venuti a terra pervennero presso Mandello prima che il Vestarino, che se lì attendeva, fosse avvertito del loro accostarsi.

Piombato inaspettatamente il Sarbelloni addosso agli artiglieri che tenevano vivo il fuoco della batteria più prossima al lago, gran parte ne uccise, gli altri fugò prima che alcun'altra schiera giungesse ad opporglisi; tanta agevolezza non ebbe Falco nel suo conquisto, poichè essendo stato veduto da quelli che stavano in alto, anzichè potesse giungere al luogo ove erano piantate le bombarde, ebbe più colpi tratti a scaglia che diradarono la sua banda; ma pure montando accanitamente all'assalto innanzi a tutti, percosse col suo moschetto i Ducali fra i carri stessi delle artiglierie. Il giovine Medici, giunto co' suoi presso le case di Mandello, si scontrò in varii soldati Ducali che, discesi pei primi dalle navi, venivano disordinatamente per trovare rifugio; non potendoli evitare, piombò loro addosso e ne fece macello.

Più uomini erano corsi intanto frettolosissimi ad annunziare al Vestarino che il nemico stava alle porte di Mandello, e si rendeva padrone delle batterie: il Vestarino fu non poco sorpreso da tanta audacia e prosperità del nemico, ma non si smarrì d'animo: fece suonare a raccolta, e mentre chiamava ad ordinanza i soldati dispersi pel lido, mandò le due schiere d'archibugieri che stavano già disposte in Mandello contro la più vicina truppa de' Mussiani, che era quella comandata da Gabriele. Nacque tosto accanita la pugna, ma il giovine Capitano combattendo da prode qual era, assecondato valorosamente da' suoi, ruppe la schiera nemica e sì spinse dentro le stesse vie del Borgo, ostinato a voler giungere allo scopo che s'era prefisso d'assalire la batteria al di là di quello.

Essendo nel tempo stesso cessato per opera del Sarbelloni e di Falco il fuoco delle due batterie al di quà di Mandello, Gian Giacomo argomentando da tal fatto il trionfo de' suoi, si spinse avanti colle navi e sempre più vicino a terra per compire la distruzione dei legni e ottenere l'intera disfatta dei Ducali. Il Vestarino aveva però nel frattempo riordinati numerosi drappelli, di cui mandò tosto alcuni alla difesa della terza batteria che unica continuava a grandinare i Mussiani, e corse cogli altri a riprendere le perdute. Successe una pugna fierissima fra esso e Sarbelloni, ma il numero la vinse, e i Ducali scacciarono gli oppositori, s'impadronirono di nuovo delle loro bombarde, che assestarono e caricarono immantinenti traendo tosto contro la flotta del Castellano che veniva a tutta voga ed era poco lungi dalla costa, cagionando ad essa gravissimi irreparabili danni. Sarbelloni, respinto dal Vestarino, erasi ritirato colla sua banda verso il picciolo promontorio della batteria di cui s'era impossessato Falco, e quivi unito a questo intrepido guerriero Montanaro, sebbene assalito da un numero quadruplo di nemici, si difese a lungo, sinchè vedendo entrambi che impossibile si era il sostenersi colà, Falco scagliossi come un leone furibondo in mezzo ai nemici, e gettato a terra il moschetto, ruotando una scure che aveva impugnata, si fece largo tra loro, seguíto da Sarbelloni e dai pochi uomini di loro schiere sopravvissuti a quell'assalto. Essi corsero verso il lido col pensiero di ricongiungersi a Gabriele, e ritirarsi tutti unitamente sino ad un luogo propizio a risalire le navi, ma più possibile non era che il valoroso giovine Capitano si unisse a loro. Dopo esser egli riuscito combattendo all'altra parte del villaggio, cacciossi tosto contro la batteria che aveva sempre avuto di mira di conquistare, ma affrontato quivi dal nuovo corpo di Ducali mandato dal Vestarino, dovette impegnarsi nel più ineguale dei combattimenti: quante prove può fare un disperato coraggio per giungere alla prefissa meta, egli tutte le adoperò, ma inutilmente, che soverchiato dalle forze nemiche, e scemata d'una metà la sua schiera, fu troppo tardi persuaso dell'impossibilità di quella intrapresa: tentò allora retrocedere sperando di scontrarsi negli altri amici, e porsi in salvo col loro soccorso, ma ogni via di scampo per esso era chiusa. I Ducali continuavano ad accorrere facendosi più grossi intorno a lui: quando la speranza del sottrarsi fu perduta, udendo intimarsi ad alta voce d'arrendersi prigioniero, alzò uno sguardo al cielo, pronunciò alcuni accenti, e rassicurata nella destra la spada, si scagliò con tutto l'impeto del suo vigore contro il cerchio de' nemici che lo serrava.


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