Era nel frattempo sopraggiunto colà Gabriele, il quale veduto il brigantino alle prese col legno ammiraglio, spinse addosso a questi la suaIndomabilesì furiosamente, che l'urto ne li fece disgiungere gran tratto. Il brigantino approfittando di quell'intervallo, si mosse subitamente in senso opposto dell'Ammiraglio, e venne a porsi a poppa della nave del Nedena, contro cui gli fu agevole scaricare una salva d'artiglierie traforandola d'entrambi i lati.
Il Gonzaga, cieco di sdegno per l'urto dell'Indomabileche gli toglieva ogni speranza di trionfo, appena vide la propria nave arrestarsi, il che fu appunto a perfetto contatto di quella di Gabriele, comandò venisse tosto arroncigliata e fermata al suo bordo con catene, onde entrarvi immancabilmente e trucidarvi ogni persona. Non s'oppose Gabriele a chè le due navi fossero saldamente congiunte, ma quando fu ciò fatto, balzò egli pel primo sulla ducale, ed affrontò il Gonzaga, che gli si fece incontro ferocemente circondato da' suoi. Gli occhi di Gabriele scintillarono al mirarlo per ardore di vendetta e di gloria: precipitossi ver lui, ed i loro ferri lampeggiarono nello scontrarsi; arse subito la pugna intorno ad essi, e in mezzo a quella tremenda mescolanza d'elmi e di spade, l'elmetto d'argento e l'acciaro del giovinetto Medici vedeansi splendere e vibrarsi con impareggiabile destrezza.
Tutta la squadra dell'Indomabiles'era riversata sull'Ammiraglia, e combatteva con indicibile valore imitando il suo giovine capitano, imprudente però in quel fatto, perchè il numero dei soldati del Gonzaga essendo quivi di quasi una metà superiore al suo, per quanto intrepidamente ciascuno de' suoi pugnasse e vendesse cara la propria vita, ne rimase in poco tempo trucidata una gran parte, e l'altra era prossima a soccombere. Gabriele aveva portato un sì gran colpo di spada tra le ciglia al Gonzaga, che caduto questi immerso nel proprio sangue, era stato tratto fuori della mischia quando mandava gli ultimi aneliti; ma egli stesso vedeasi vicino a subire un'egual sorte, poichè chiuso in mezzo da un drappello d'inferociti Spagnuoli, avendo l'elmo pesto in fronte, rotta la corazza, senza filo la spada, sbalordito dai tanti colpi e lasso per la sproporzionata pugna, sentiva di non poter sostenere il ferro che per pochi istanti, e mancargli la forza a difendersi.
Nel momento però che sembrava più disperata la salvezza di quell'ardimentoso giovine, un grido d'accorrenti al soccorso ridestò il suo quasi spento coraggio. Era laSalvatriceche quivi giungeva: un grand'urto scosse la sanguinosa nave ammiraglia, e tutti gli uomini di quella balzarono in essa, assalendo con furioso impeto i già stanchi Ducali.
"Avanti, avanti; vendetta dei nostri: morte ai nemici, si salvi Gabriele". Così gridò Falco con voce tuonante, scagliandosi al di là del grand'albero al luogo ove pugnava Gabriele, trafiggendo uno dei di lui assalitori col pugnale, atterrandone un altro con un colpo del calcio ferrato del suo moschetto: i quattro superstiti compagni di Falco, seguendolo d'appresso, scagliaronsi sugli altri combattenti e li atterrarono, nel momento istesso che Gabriele, fuori di lena, assalito da subitaneo torpore, colla vista oscurata e vacillante, andò a cadere quasi tramortito nelle braccia di Falco. Questi, gettati tosto al suolo il pugnale e il moschetto, lo raccolse e premurosamente il sostenne, affannato e in ispavento che quel valoroso giovine, per cui gli era nato in cuore un amore quasi paterno, perisse già vittima del ferro nemico: gli slacciò l'elmetto, glielo levò di fronte, e gli ritrasse dal viso e dagli occhi gl'intricati cappelli, che molli di sangue e di sudore gli si erano diffusi per la faccia. Pressochè mortale era il pallore ed il gelo delle membra di Gabriele; ma siccome non aveva riportata alcuna grave ferita, e quel tramortimento non era effetto che di estrema spossatezza, dopo un istante di riposo si riebbe, e tornato ai sensi guardò Falco con occhio in cui tra la più viva riconoscenza appariva un lampo inesprimibile d'affetto. Reggendosi ben presto da sè, mirò d'intorno, e veduti tutti i Ducali od uccisi o coll'armi abbassate al suolo innanzi ai Mussiani: "Fa tosto, disse, o mio Falco, abbassare la bandiera del duca e dare il segno che l'ammiraglia è nostra". Falco ne porse subito il comando a due uomini della sua ciurma che, salito l'albero, staccarono dalla sommità il vessillo Sforzesco, e sventolatolo per porgere indizio della presa, lo calarono sul ponte. Fu quel segnale tostamente inteso, e un grido d'applauso e di gioia partì da tutti i legni medicei. Gian Giacomo avea frattanto disalberata e fatta sua la nave del Nedena, per cui gli otto legni ducali, che soli di tutta la flotta rimanevano, da tante perdite disanimati e smarriti, abbandonarono i Mussiani e precipitosi si diressero alla volta di Bellaggio, onde porsi sotto la guardia delle artiglierie del colle per evitare di essere inseguiti.
Il Castellano vedendo per quella ritirata dell'inimico decisa pienamente per lui la vittoria, scorgendo eziandio assai lacero e scemato anche il suo navilio, non credette opportuno il tentare la presa di quei legni fuggenti. Fece dare alle sue navi il segnale della raccolta e della partenza, e rivolte le prore verso Musso facendo rimorchiare le conquistate navi, verso l'ora terza dopo la metà del giorno abbandonò il luogo del combattimento colla sua trionfante flotta, la quale si ridusse sul far della sera parte a Rezzonico e parte in vicinanza delle basse spiagge di Dervio.
Altri il fianco ristoppa alle sdrusciteNavi, e sarte rintegra e monche antenneE lacerate vele..... Per le vieBrulicanti frattanto e per le prodeTale un gemer di rote, un incessanteIre e redir di ciurme e di soldati,D'armi, di carri e di navali arnesi,Che l'udire e il veder mettean nell'almaDiletto e meraviglia.MONTI.Il Bardo, C. III.
Esploratori spediti sopra battelli, al far del mattino, verso Bellagio riportarono che le navi ducali, in cui erano risaliti gli Spagnuoli che occupavano il colle, avevano di notte tempo abbandonato quel lido veleggiando alla volta di Como: Gian Giacomo dopo tale annunzio fece dar l'ordine che tutti i suoi legni salpassero per Musso. Quando dalle torri del Castello fu scorta la flotta vittoriosa ritornare a' suoi porti, replicati colpi di bombarda la salutarono, ed al rumore di quelle salve tutte le vicine popolazioni accorsero alla spiaggia per ammirare ed accogliere i vincitori.
L'unica nave però che rientrò nel porto della fortezza si fu il Brigantino del Castellano, il quale a fronte d'una tanta sostenuta lotta movevasi ben anco spedito e sicuro, e mostrava di non aver riportata alcuna dannosa frattura: gli altri legni d'ogni grandezza retroceduti dalla battaglia toccarono il lido presso Musso là ove sorgevano i cantieri dell'Arsenale, poichè fra essi alcuni, minacciando d'affondare, necessitavano d'essere prontamente scaricati e tratti a secco, e gli altri s'avevano tutti d'uopo di venire riattati a causa dei gravi sconquassi del combattimento.
Presa terra, discesero tosto dalle navi gli uomini d'armi e le ciurme, e vennero fatti calare i soldati Ducali che stavano prigionieri sui conquistati legni, e tolta ad essi ogni arma, legati due a due, furono col Nedena e gli altri loro Comandanti condotti da una squadra nel Castello, ove si recarono pure i principali guerrieri Mussiani: si trasportarono poscia a terra i feriti, che vennero collocati nelle case e nei quartieri, e per ultimo si tolsero alle navi i corpi dei capitani uccisi e si deposero entro un'antica chiesuola che sorgeva vicina al lido, per recarli poscia coi dovuti onori al Tempio di San-Biagio di Musso, e quivi dar loro convenevole sepoltura.
Al primo rivedersi e rimescolarsi degli uomini d'armi e dei rematori, tanto fra loro che colle donne ed i terrazzani che non avevano presa parte alla sanguinosa azione dell'antecedente giornata, nacque un lungo e clamoroso gratularsi ed esultare per l'ottenuto trionfo, ed insiememente un condolersi e piangere per i perduti e feriti amici o congiunti.
Sulla sera venne dai banditori del Castellano promulgato l'avviso che il domane sarebbonsi celebrate sacre pompe in rendimento di grazie ai Santi protettori e ad invocazione dell'eterna pace agli estinti in battaglia, e che il terzo giorno si sarebbero fatti giuochi e pubblici conviti per festeggiare sì la navale che le altre riportate vittorie.
Rientrato appena nel suo Castello il Medici, aveva con grandissimo contento ricevuta dal fratello Agosto la notizia del felice successo della spedizione del capitano Mattia Rizzo contro i Grigioni. S'erano questi, come ben erasi preveduto, inoltrati strascinando le artiglierie sino alla sommità dei sovrastanti monti, ma appena giunti colà, assaliti imprevedutamente e con gran vigore e coraggio dai cacciatori e dagli uomini d'armi del Rizzo, lasciato un gran numero di morti pei dirupi, dovettero retrocedere precipitosamente abbandonando le artiglierie, che essendo impossibile calarle al Castello, vennero dai guastatori rovesciate nelle macchie e nei burroni, d'onde era assai difficile il trarle intiere o servibili. Mattia Rizzo aveva però creduto prudente partito il rimanere in agguato su pei monti, vegliando alla difesa dei passaggi sin che il nemico non si fosse ritirato per intiero dalla valle Zebiasca, il che però era certo dovere tosto avvenire, giacchè una gran parte delle squadre della Lega Grigia, alla vista dello scompiglio avvenuto pel riurto della loro vanguardia, sorprese da sommo terrore, conoscendo per prova l'attività guerresca del Medici, avevano retrocedendo già oltrepassata Bellinzona e s'avviavano all'interno paese passando per le gole del Gottardo e dello Splugen. Faustissime vennero pure le notizie da Lecco: i Ducali s'erano presentati in poderoso aspetto innanzi a quelle mura; ma l'apparato delle fortificazioni, e il modo con cui furono respinti da Alvarez Carazon i loro primi attacchi, gli aveano fatti desistere dall'assalto, ed anzi con generale sorpresa dei difensori la notte istessa s'erano inopinatamente tutti partiti. Solo da Monguzzo non erano per anco giunte novelle, e siccome Battista Medici, che quivi capitanava, soleva essere solerte e ingegnoso nello spedire messi o corrieri a dare sue nuove al fratello anche frammezzo agli imbarazzi che gli cagionava il nemico, l'attuale ritardo teneva sospeso oltremodo l'animo del Castellano, per cui fece il giorno stesso partire a quella volta due uomini de' più spediti affinchè gli recassero avviso del come quivi andassero le bisogna.
Importava forte a Gian Giacomo di sapere eziandio se i Ducali nell'abbandonare le posizioni di Bellagio non avessero o colà o in altri prossimi luoghi lasciato alcun presidio, per cui sollecitò Falco, già per sè assai desideroso di rivedere il proprio casolare, a recarsi a Nesso, ma con espresso comando ritornasse tostamente al Castello istruito di quanto avessero dopo la sconfitta operato i Ducali. Volendo forzarlo a non procrastinare la tornata, gli fece premurosa istanza riconducesse seco le proprie donne onde fossero spettatrici delle feste che verrebbero nel terzo giorno celebrate: oltre a ciò Gian Giacomo s'aveva in animo di fissare interamente presso di se la dimora di questo suo nuovo Capitano, a cui aggiungeva doppia stima da che l'aveva veduto sostenere nella battaglia una tanta parte, ed a cui sapeva essere singolarmente dovuta la presa della nave ammiraglia ducale, non che la salvezza una seconda volta del troppo intrepido ed arrischievole fratello Gabriele, le quali due circostanze avevano deciso in precipuo modo della vittoria. Per fare adunque completamente suo il valoroso montanaro di Nesso, pensò servirsi della via tenuta nell'arruolarlo alle sue bandiere, cioè mostrare di rimunerarlo, ma facendo ciò in modo che le proprie larghezze estendendosi anche alla di lui famiglia, fosse costretto per giovarsi del dono a trasportare la propria stanza a Musso.
Le sollecitazioni alla partenza e l'invito a ritornare colle donne furono dal Castellano fatti a Falco alla presenza di Gabriele, il quale tutto a que' detti giubilando in cuor suo, già più non sentendo nelle membra il travaglio sopportato sul lago, seguendo Falco al porto, quivi nell'abbraccio del congedo scongiurollo a non mancare alle richieste del fratello, accertandolo ch'egli stesso non avrebbe presa parte alcuna ai pubblici trattenimenti se quivi esso pure non era.
Falco gliene diede fede, e salito sul suo battello partì di là coi quattro compagni, a cui per ordine di Gian Giacomo erano state date alcune dozzine di scudi del sole, il che giovò mirabilmente a far loro perdere la memoria d'alquanti tagli e maccature riportati nel combattere per lui, ed a mitigare il rancore per la morte di due della loro banda rimasti uccisi nell'assalto alla nave del Gonzaga, dell'uno de' quali, ch'era Guazzo, doleva gravemente a Falco, perchè aveva perduto in lui uno de' più fidi ed antichi compagnoni.
Le campane di San-Biagio, di San-Rocco, dei Cappuccini e degli Agostiniani di Musso, quelle di Sant'Eufemia del Castello, di Santo-Stefano e dei Riformati di Dongo e di altri monasteri vicini suonando alla distesa di buon mattino annunziarono che in tutte quelle chiese (nelle quali il Castellano aveva mandato, cogli ordini suoi, doni e monete) si celebravano messe e si cantavano inni sacri in rendimento di grazie all'Altissimo ed ai Santi per il favore accordato ai Mussiani nella battaglia di Bellagio, che così dalla prossimità di quel borgo venne denominato il navale combattimento da noi descritto nell'antecedente capitolo. Accorrevano frettolose alle preci in ciascuno dei nominati templi le popolazioni; ma dove mostravasi maggiore l'affollamento era a San-Biagio, la cattedrale di Musso, che vedevasi addobbata con gran pompa sì nell'esterno che al di dentro con paramenti bruni a fregi d'oro, in trofei d'armi simmetricamente disposti lungo le colonne e le pareti, nei quali riflettevasi la luce d'infiniti cerei collocati sugli altari e sui gradi d'un catafalco erettosi nel mezzo.
Due ore avanti il mezzodì dalle altre chiese di Musso non che da quelle di Dongo tutto il clero secolare coi canonici e vicarii, i frati cogli Abati de' loro monasteri, e le scuole de' disciplini cogli stendardi e le croci s'avviarono processionalmente a San-Biagio.
Gli uomini d'armi del Castellano, i lavoratori dell'arsenale e le ciurme delle navi s'erano adunati essi pure lungo le strade e la piazza di quel tempio, a cui poco dopo recossi Gian Giacomo col seguito de' suoi Capitani, tutti in abito dimesso, poichè cingevano la sola spada, e avevano tolte ben anco ai berretti le piume. Veniva con loro il cancelliere Maestro Lucio Tanaglia che s'aveva poste un paio di calze bigie, le migliori che s'avesse, un giustacuore di velluto nero, un collare a lattuga stirato di fresco, ed era stato quel mattino più d'un'ora sotto le mani di Mastro Pellucca barbiere del Castello per farsi acconciare i capelli e la barba alla spagnuola, poichè doveva pronunciare l'orazione funebre pei guerrieri rimasti estinti in battaglia, che così gli era stato imposto da Gian Giacomo. Tutti i mali che di consueto ei pativa, l'avevano assalito in un punto all'annunzio di quell'inaspettato e difficile incumbente che gli fu dato la sera; ma nel trambusto dello spirito una felice idea che passandogli pel capo gli suggerì un esordio, ridestò il suo pristino vigore d'eloquio, e postosi allo scrittoio, standovi sino ad avanzatissima notte, tanto fece che venne a capo di stendere un discorso ch'ei credeva in ogni parte perfetto. Quando il Cancelliere entrò nella chiesa frammezzo a tanti Capitani d'armi, vedevasi sul suo pallido volto un non so che di baldanzoso, che era a lui ispirato dalla supposizione che profondissimo senso dovevano far i suoi detti su quell'uditorio, e che l'antico mottocedant arma togæsarebbesi nuovamente per lui verificato.
Allorchè il Castellano si fu nel tempio, i Sacerdoti intuonarono alcuni canti Davidici, a cui tutti gli astanti risposero in coro: indi gliAvviatoridella processione fecero sfilare al di fuori, secondo i gradi e la dignità, le compagnie, i frati, i preti, indi Gian Giacomo a capo de' suoi Capitani, poscia i soldati e quindi tutto il popolo d'ambo i sessi. La sacra comitiva s'avviò alla Chiesuola del lido, in cui erano stati depositati i cadaveri dei capitani Borserio e Romeo Casanova, i quali posti in cassa e coperti da ricchi strati vennero levati a spalle da sei soldati, e portati alla Cattedrale dopo una lunga circonflessione dei seguitanti sulla spiaggia, perchè il Castellano volle che quel funebre corteo passasse innanzi alla casa posta poco fuori di Musso, nella quale stavano le sue sorelle Margherita e Clara colle cugine Lucia e Cecilia Sarbelloni, che con alcune matrone milanesi menavano quivi una così severa vita da farle credere soggette all'austerità d'una regola o d'un voto, e non persone libere e secolari siccome esse erano. Uscirono queste nobili donzelle esse pure dalla loro abitazione coperte da fitti veli, e si posero in coda al convoglio entrando in San-Biagio, ove il popolo, che le stimava e riveriva altamente per l'esemplarità dei costumi e la consanguineità col Castellano, benchè stipato oltremodo, fece largo comprimendosi onde lasciare che liberamente si recassero al luogo consueto ad esse prefisso. Deposte sul catafalco l'arche contenenti le mortali spoglie dei due guerrieri, e collocatosi Gian Giacomo in apposita adorna scranna, intorno a cui eranvi quelle de' suoi fratelli Agosto e Gabriele, del Sarbellone, di Volfango d'Altemps, del Pellicione e del Mandello, si diede principio alla solenne funebre messa, giunta la quale alla lezione degli evangelii venne sospesa, ed adagiatisi i Sacerdoti, il Cancelliere Tanaglia salito in eminente posto, non senza qualche veemente batticuore, poichè in quel momento la sua audacia l'aveva abbandonato, fattosi universale silenzio, si diede a recitare con voce cattedratica e un po' nasale il preparato funerale elogio.
Non aveva di certo la sua orazione un nobile incominciamento al pari di quella che venne poco dopo scritta da monsignor Giovanni Della Casa per Carlo Quinto, che così principia:Siccome noi veggiamo intervenire alcuna volta, Sacra Maestà, che quando o cometa o altra nuova luce è apparita nell'aria, il più delle genti rivolte al cielo ecc., la quale orazione non vi sarà alcuno fra' miei lettori (parlo di quelli che sedettero il loro buon paio d'anni sulle panche della rettorica), il quale non l'abbia udita magnificare altamente, e forse senza prendersi poi cura, vedete negligenza! di ponderarla colla dovuta gravità da capo a fondo. Non si potrebbe asserire però che il dire di Maestro Lucio fosse affatto palustre, giacchè oltre la naturale facondia aveva avuto campo di formarsi su ottimi modelli, poichè di que' tempi le belle lettere in Milano s'avevano molti e valenti coltivatori. L'eloquenza era più che mai in fiore, siccome lo prova patentemente un libro impresso in quell'epoca che ha per titolo:Breve tractato de portare il scuffiere sotto la beretta con gratia ed legiadria, composto per me Bernardino Rocca14: nè la poesia tenne mai più elevato seggio, poichè il prete Francesco Tanzio, in una sua prefazione ai componimentidell'arguto et facetopoeta Belinzone dedicati al duca Lodovico Sforza, dovette dire:Che io credo non solo la Cantarana et il Nirone, ma tutti dui i navilii siano diventati de l'acqua di Parnasso15.
Nota 14:(ritorno)Prato.
Nota 15:(ritorno)Cantarana e Nirone, oNilone, così chiamavansi due fosse interne della città, dall'ultima delle quali prese nome una contrada detta tuttoraNirone di San-Francesco, ed è vicina al luogo ove sorgevano la chiesa ed il monastero dedicati a tal santo, ora cangiati in una magnifica caserma.
Pronunciata dal cancelliere l'orazione funebre, venne continuata la celebrazione della messa, terminata la quale fra i canti sacri alla pace degli estinti, si tolsero dal catafalco le bare, ed aperto il sepolcro, che era prossimo ai gradini dell'ara maggiore, vennero in esso calate e chiusevi col pesante cippo: uscirono poscia tutti dalla chiesa attendendo ansiosi quel prossimo dì, in cui un gaio e festevole convegno doveva compensare i tristi ma doverosi e solenni ufficii di quel giorno.
Falco ritornato alla sua rupe mandò i suoi compagni sulle sponde destra e sinistra del lago al di qua di Bellaggio, ordinando loro, ed in ispecie al Negretto il Tornasco, di recarsi in tutte le terre prossime alla spiaggia a spiare se vi fossero rimasi in esse camicioni rossi, come ei diceva, ossiano soldati ducali, e quindi recargliene le nuove il domane in Nesso, ove egli giunto salì bentosto al proprio casolare. La di lui inaspettata comparsa portò somma contentezza all'anima di Orsola e di Rina, che da tre giorni stavano fra la paura e l'angoscia, poichè avendo desse veduto con somma loro sorpresa e spavento passare per quelle acque la numerosa flotta Ducale, e udito il lontano rimbombo e confuse narrative della battaglia datasi presso Bellaggio, non che dell'immensa strage d'ambe le parti ivi commessa, tremavano che Falco, avendovi avuta necessaria parte, non vi fosse rimasto ferito, o prigioniero, o ben anco ucciso. L'ardito guerriero montanaro rimproverò loro que' dubbii e quelle paure, siccome effetto di debole animo femminile, e ripetè per rianimarle in somiglianti casi la massima assai divulgata in quella pregiudicata ignoranza di tempi, e a lui fatta cara e probabile dal trascelto periglioso modo di menare la vita, che, cioè, a ciascuno era prefisso dalla propria costellazione o pianeta il fatale momento, e che alle umane forze non era dato nè anticiparlo nè evitarlo, ed essere quindi vano ogni studio di precauzione e difesa, ed inutile l'angosciarsene. "Per ciò, diceva, vuotando una tazza e prendendo il suo moschetto per ripulirne gli ordigni da fuoco, per ciò anche il povero Guazzo ha seguíto il figlio della vecchia Comare di Palanzo all'altro mondo, mentre io che esposi la testa ed il petto a dugento palle più di lui non ho avuto ben anco la più piccola graffiatura".
"Ne sia ringraziato il Santo Crocifisso! (disse Orsola non istraniera in tutto al fatalismo adottato dal marito, ma la cui molta sensibilità la rendeva incapace dell'apatia che esso voleva ispirarle per farla tranquilla) e possa sempre avvenire così sinchè io sono in vita, e sin che questa nostra figlia non abbia trovata una casa ed il braccio d'un uomo che come il tuo la difenda e sostenga".
Falco a tali detti della moglie, che coincidevano perfettamente co' suoi pensieri, lasciò cadersi a piedi il moschetto, alzò commosso lo sguardo sulla figlia, e tra intenerito e sdegnoso "Per l'anima di mio padre, esclamò, che io dovessi essere pascolo dei pesci o dei vermi pria che questa fanciulla si stesse in un abituro posto frammezzo agli uomini e custodita dai lupi e dai nemici meglio che qui non sia?--No, non sarà.--Ti cercherò io un asilo in luogo tale che si dovranno sfasciare mura e porte di ferro anzichè vi regnino quelli che potrebbero per odio mio godere nel tormentarti".
La sua mente volgevasi nel così parlare al già concepito progetto d'abbandonare la rupe per istabilire sua dimora in Musso, e questa idea richiamógli alla memoria la parola data di quivi condurre le sue donne ond'essere spettatrici delle feste, e parvegli tornasse assai opportuna la loro presenza al suo divisamento. Raccontò quindi ad esse gli eventi e l'esito felice della guerra, soggiungendo che dovendosi per tale prospero successo dare in Musso pubblico spettacolo, aveva divisato che v'avessero ad intervenire, e si disponessero a partire all'alba della posdomane. Tale proposta recò non poco stupore ed imbarazzo ad Orsola, che da molti anni usata a non staccarsi da quel casolare della rupe se non per recarsi alla chiesa di Nesso, alle Terre ed agli abituri delle montagne vicine, ignorava quasi cosa si fossero pubblici spettacoli, specialmente col concorso di uomini ricchi e possenti, come ve ne aveva allora in sì gran numero a Musso; però la brama di seguitare il marito e di conoscere que' luoghi e quelle persone di cui Falco soleva sì frequentemente intrattenerla, le fecero caro quell'invito e sollecita d'acconsentirvi.
Rina a quell'annunzio avea mirata in volto la madre collo sguardo attento, interrogante, di chi udendo cosa straordinaria e nuova, ne chiede conferma a quegli in cui per costume ha intiera fidanza: quando vide la madre dopo un istante di titubamento alzare gli occhi ver' lei con certa espressione di compiacenza, quasi dir volesse che assecondava volenterosa le richieste del marito, ella abbassò i suoi al terreno, suffuse le guancie di un vivo rossore. Il pensiero di rivedere l'oggetto di sue arcane speranze, l'oggetto ch'ella s'aveva sempre presente come l'immagine d'un sogno prediletto che si conosce non potere diventar mai vivo e reale, ma che pure forma la soavità della vita; il convincimento di rinovare quella dolcissima impressione d'un sentimento che, sebbene vago, indefinito, era tutto per lei, abbenchè non le facesse ancor presentire l'appassionamento più positivo, direbbesi, e concreto che nasce dalla lunga contemplazione e dal consorzio dell'essere amato: tutte queste cose scossero l'anima di Rina in sì fatto modo, ch'ella sarebbesi per l'eccesso della gioia slanciata nel seno del padre e della madre sua, se la natura stessa di que' pensieri timidi e peritosi fattala temente di disvelarli, non l'avesse rattenuta e resa muta ed immobile.
Il giorno seguente Falco discese a Nesso, e quivi ritrovati i suoi compagni, seppe da loro che in nessuna delle Terre o dei borghi d'entrambe le sponde del lago i Ducali avevano lasciati presidii, e che anzi que' drappelli e spizzichi di soldati nemici che vi stavano dapprima, udito l'esito della battaglia, temendo di cadere nelle mani del Castellano, s'erano affrettati o pei sentieri del lido o nelle navi a ritornarsene a Como. Avute queste novelle, Falco comandò a due di loro si trovassero allo spuntare del dì venturo ai piedi della sua rupe colla sua barca perchè voleva recarsi a Musso.
All'alba infatti del nuovo giorno Orsola e Rina assettate convenevolmente alla loro foggia le chiome, e indossate le vesti che s'avevano più splendide, chiuso diligentemente il loro casolare, discesero con Falco al lago, ed ivi si posero nel navicello guidato dal Trincone e dal Tornasco, sostituito da Falco per remigante all'estinto Guazzo. Pervenuta la loro barca nelle acque di Bellaggio, Falco ed i rematori indicarono alle donne il luogo della battaglia, distinguendo i siti ove erano accaduti i principali avvenimenti del conflitto sulle navi, i di cui resti erano già stati dalle onde dispersi, gettati al lido, o raccolti dai naviganti e dai pescatori.
"Là, disse Falco accennando col dito verso il promontorio, là le nostre borbote s'ebbero il primo ruvido saluto dalle bombarde che i Ducali postarono sulla collina: qui incominciò l'attacco, e qui, ti sovvieni Trincone, l'Indomabilee laSalvatricemandarono a lavarsi nelle acque non pochi di quegli sporchi camiciotti rossi: qui il bravo capitano Borserio lasciò la vita con tutti i prodi che montavano ilBusto di ferro: là combatteva Gian Giacomo, là fu preso il Nedena, e un poco più in giù il signor Gabriele saltò nella nave dell'ammiraglio Gonzaga. Quanto mi sarebbe doluto se non avessi potuto giungere a tempo di trarlo d'impaccio! Appena fu sbarazzato da quelli che il serravano d'appresso, ei mi cadde nelle braccia bianco, od Orsola, come la tela di tue maniche, e sfinito in tutto di forze: che valente giovine! quanto si dimostrò coraggioso! ei non cessò mai dal combattere sin che la giornata non fu vinta, ed egli stesso, a dirla vera, fu che la vinse, poichè esso fu quello che uccise il Gonzaga, e fu dietro suo ordine ch'io ti comandai, o Tornasco, di salire l'albero della nave, e calare la bandiera ammiraglia".
"Sì è vero, rispose il Tornasco, mi ricordo quand'egli te lo disse, ed io e il Sordo montammo rapidamente per le scale di corda a porre le mani addosso a quel bastardo d'un biscione d'argento16che sventolava là in alto con in bocca un uomo, come se indicasse di voler fare un boccone anche di noi".
Nota 16:(ritorno)Allude allo stemma Visconti che si vedeva negli stendardi sforzeschi.
Orsola udiva ammirata tali e più estesi parlari intorno alla zuffa, prendendovi però in cuor suo pochissimo interessamento, poichè alla fin fine pensava dessa gliene era uscito salvo il marito, e tanto a lei bastava; ma così non avveniva di Rina, a cui que' racconti facevano ora agghiacciare, or ardere il sangue, poichè le parole, l'espressivo gestire del padre e la propria fervente fantasia le mettevano innanzi quadri veri e vivi che le agitavano ogni fibra del cuore. Poco innanzi il finire del loro navigare diede diverso e più dolce e pacato corso allo immaginare della bella montanina l'apparire che le fecero alla vista le torri ed i baluardi del Castello, che s'alzavano a scaglioni sull'erta montagna, e lo sventolare su di esso dei vessilli medicei, il cui purpureo colore e le palle d'oro spiccavano gradevolmente ai fulgidi raggi del sole mattinale. S'era Rina assai volte raffigurata nella propria mente la forma di quel Castello, ma s'accorse al vederlo quanto la fantasia l'avesse condotta lungi dal vero, poichè nulla s'aveva presupposto che ne eguagliasse la vastità, l'imponenza e l'altezza, nulla pure dell'ampia e popolosa borgata che gli stava vicina, onde piena di meraviglia e di segreto contento mirava con occhio attonito quelli eretti edificii che facevano dal lago sì superba mostra.
Procedeva rapida la barca a quella volta scorrendo sulle increspate acque del lago, e non pure le due donne, nuove a quella veduta, ma Falco stesso ed i compagni rematori non poterono astenersi dal riguardare con molta ammirazione le forti e grandiose mura della residenza del Castellano, che sembrava quel giorno aversi un non so quale festivo aspetto, di cui era causa il duplicato numero delle bandiere piantate sulle torri e sui baluardi.
Pervenuti alla sponda, fermarono la barca poco lungi dalla fila dei legni reduci dalla battaglia, tratti per gran parte in secco, e scesi a terra Falco, Orsola e Rina, si volsero ver' Musso per avviarsi di là al Castello. In mezzo al piano formato dal lido, che si stende a mezzodì dalle ultime case del borgo al torrente Carlazzo, era stato costruito uno steccato a foggia di circo, intorno al quale, onde difendere gli spettatori dai cocenti raggi del sole, vedevansi alzati estesi padiglioni, alcuni riccamente addobbati, uno in ispecie con palchi e sedili distinti riserbato al Castellano, altri formati con tele listate in bianco e azzurro, o con vele sostenute da pali, ed altri finalmente con sole frascate di rami d'alberi trecciati insieme. Presso l'entrata di tale steccato sorgevano due grandi tende circolari perfettamente chiuse, guardate da un uomo d'armi ciascuna, poichè quivi entro stava quanto servir doveva allo spettacolo.
D'intorno a questo steccato, lungo il lido, e per le strade di Musso, vedeasi una moltitudine di gente convenuta colà da tutto il circostante paese per aver parte ai pubblici sollazzi indicati a quel giorno. Gli uomini e le donne di ogni condizione mostravansi più ornate del consueto, e miravansi quivi congiunte svariatissime e singolari foggie di montaneschi e civili vestimenti tutti in allora pittoreschi e bizzarri.
Orsola camminava per quella folta a fianco del marito, e Rina di essa lei, che, stordita da tanta varietà di persone e d'oggetti facendo atti di meraviglia ad ogni passo, chiedeva di ciascuna cosa il nome e la ragione, e Falco, tolto alla naturale ruvidezza dall'aspetto di quell'universale tripudio, cordialmente la compiaceva: Rina all'incontro, procedeva raccolta e taciturna. Aveva dessa all'uscire dal navicello tolti gli occhi con libera e pressochè infantile curiosità ai primi guerrieri in cui si scontrò, il cui ferreo abbigliamento riusciva per lei strano a mirarsi, e questi arrestatisi d'un tratto l'avevano fisata in volto con sì spavalda ed eccessiva insistenza, ch'ella dovette ben tosto convincersi non essere a lei convenevole il guardare smodatamente ai passeggieri, e contemplando di preferenza gli ornati delle case, e trovavasi al di fuori di Musso osservando alle navi, al porto, e specialmente al castello, sentissi lo spirito invaso ed occupato da nuove indefinite sensazioni che le tolsero ogni volontà e potere di prestare attenzione agli altri oggetti.
Quando essi tre giunsero a breve distanza dalla gran porta del Castello, udirono un rumoroso eccheggiare di trombe e di tamburi che veniva di là, ed era una banda di suonatori che precedeva due drappelli d'uomini d'armi che, guidati l'uno dal Pellicione, l'altro da Gabriele, erano destinati a guernire lo steccato onde mantenervi la quiete e il buon ordine, ed onde dare certa qual più dignitosa ed armigera apparenza a quella numerosa adunanza, guarentendo ad un tempo la sicurezza e il rispetto che esigeva il Castellano, il quale aveva quel trattenimento ordinato, non senza lo scopo d'intervenirvi ben anco qual sovrano che si reca tra i vassalli a ricevere gli applausi d'un riportato trionfo. Al suono de' militari stromenti che indicava il procedere dei soldati, Falco si ritrasse colle sue donne da un lato della strada, presso la muraglia del porto, divisando di ricondursi dietro di essi allo steccato, poichè era segno che lo spettacolo stava per incominciare. Passarono innanzi a loro i tamburi ed i trombettieri con bianchi pennacchi sugli elmi, lietamente suonando, passò il Pellicione con sua brigata d'archibugieri portanti corazza e celata, e venne alfine Gabriele a capo alla sua squadra d'alabardieri posti in tutta armatura. Il giovine Medici portava un elmetto d'argento liscio, lucido, con una candida penna sul cimiero; aveva il corsale dello stesso metallo profilato in oro, e vestiva il resto del corpo di panno cremisino stretto alle braccia ed alle gambe, ma che s'allargava moderatamente alle spalle ed alle coscie, ove era coltellato con bianche striscie di drappo di seta: portava nuda nella destra la lunga spada, camminava presto al pari degli altri, ma teneva gli occhi al suolo, e gli si leggeva in volto una grave mestizia. Quando fu poco lungi dal luogo ove trovavasi Falco, di cui egli non s'era punto accorto, ascoltò i soldati che marciavano dietro a lui susurrare tra loro:ecco Falco... ecco il capitano della Salvatrice.
Alzò Gabriele subitamente lo sguardo, e quasi trasognando vide quivi accanto al suo valoroso liberatore la figlia di lui, il pensiero della di cui non venuta colà era l'unica causa di sua tristezza. Orsola fu la prima a vedere e riconoscere Gabriele, ed accennandolo a Rina che attenta osservava al passar de' soldati del Pellicione: "Guarda, guarda, esclamò, quel giovine signore che dormì nella nostra capanna!" e non potè trattenersi dall'aggiungere: "oh come sta mai bene! esso mi sembra le cento volte più bello d'allora".
Rina rivolse avidamente il capo ove accennava la madre, ed al distinguere le care forme del giovinetto, al vedere il suo leggiadro sfolgorare nelle armi tremò, impallidì ed appoggiossi al braccio di lei, mal reggendo alla foga dei palpiti violenti. A quella vista Gabriele rimase immobile un istante, ma incalzato dalla sorvegnente colonna de' suoi soldati, fatto colla spada un saluto a Falco, che della mano sorridendo glielo rese, dovette proseguire rapidamente il suo cammino con una gioia in cuore che non avea più freno.
Allo squillo delle trombe, al battere dei tamburi, al vedere i soldati dirigersi verso i padiglioni dello steccato, tutto il popolo s'avviò quivi tosto accorrendo ed affrettando dalle abitazioni più discoste le donne ed i fanciulli. Il Pellicione giunto al circo fece postare la banda de' suonatori in apposito luogo, indi distribuì i suoi archibugieri nella parte esterna delle tende onde sorvegliassero alla quiete ed al convenevole collocamento di ciascuna persona secondo il grado e l'età.
Gabriele pose il maggior numero de' suoi soldati in giro nell'interno dello steccato a proporzionate distanze, e fece rimanere il restante all'ingresso dello steccato medesimo aperto fra le due tende erette di fronte al padiglione del Castellano. Dopo l'uscita delle due squadre d'uomini d'armi della Fortezza ne discese Gian Giacomo seguíto non solo dalla numerosa comitiva de' principali suoi comandanti e cortigiani, ma avente seco eziandio un ospite riguardevolissimo il quale si era il giovine conte Giberto Borromeo signore d'Arona. Arrivato il giorno antecedente a Musso di ritorno d'una gita fatta in lontani paesi, aveva voluto visitare Medici nel suo Castello, poichè da lungo tempo le loro famiglie erano strette in amistà. Non è a dirsi quale onorevole accoglimento venne a lui fatto da Gian Giacomo sì per i pregi personali del conte Giberto, quanto per riguardo alla distinta nobiltà, ricchezza e possanza di sua stirpe. Sottile e pronto com'era il Medici in profittevoli ritrovati, la visita di quel personaggio gli suggerì tostamente un progetto ch'ebbe poscia, sebbene non per lui, un ottimo successo.
Quando il Castellano entrò co' suoi seguaci e s'assise nel padiglione di mezzo s'udì una generale acclamazione e reiterati applausi colle grida diViva Medici--Viva Gian Giacomo--Viva Mussoe gli alabardieri alzarono tutti le lancie e le riposero al suolo. Gabriele, appena ebbe compita la sua fazione del collocamento de' soldati, s'affrettò a ritrovare Achille Sarbelloni, ed a lui confidò per quel giorno l'ulteriore incarico del comando di sua schiera; e corse quindi in cerca di Falco e di sue donne tolti a lui di vista dall'onda del popolo. Stava Falco con esse in una delle ultime baracche tra una turba de' suoi conoscenti, terrazzani di Nesso e d'altri luoghi vicini. Gabriele quando li ebbe veduti s'aprì il passo sino a loro, e con replicati inviti e preghiere costrinse Falco, la moglie e la figlia a togliersi di là e le condusse nel padiglione che stava a fianco a quello di Gian Giacomo; ove, con imperiosa voce fatto sgombrare da chi l'occupava il posto principale, obbligò con dolce forza ad assidervisi Orsola e Rina, entrambe intimidite e riluttanti per rossore a quell'inusato cortese procedere; ed egli rimase presso a loro ed a fianco di Falco, che, lasciato per la prima volta il suo fido moschetto, stava colle braccia incrocicchiate, e gli arditi lineamenti del volto spianati e impressi di contento, aspettando anch'esso non senza qualche ansietà la spettacolosa rappresentanza il cui soggetto gli doveva andare tanto più a genio, in quanto che sentiva d'avere contribuito per quanto era in lui alla vittoria che ne dava cagione.
Vago, diverso, aggradevole era il prospetto della corona di gente che stipata ne' padiglioni circondava quella spaziosa arena: si vedevano ne' varii gruppi spiccare elmi, piume, berretti, cappucci e fratesche coccolle; miravansi donne con abiti a maniche cadenti fregiati e trapunti, altre con cinture nastri e gioielli sparsi per le treccie e sulla persona, ed altre finalmente vestite di semplici tele o panni, ma con vivaci colori e singolari costumanze. Il padiglione del Castellano appariva fra tutti bellissimo: nel mezzo stava seduto egli stesso col berretto piumato, il mantello alla foggia spagnuola sopra un sottabito di raso ricamato in oro; gli pendeva al fianco una spada di brillantata impugnatura con guaina coperta di velluto purpureo e d'aurea frangia: alla sua destra stava il Borromeo, alla sinistra l'Altemps, il fratello Agosto e il Cancelliere, e dietro e dai lati gli altri Capitani.
Datosi il segnale dalle trombe, tutti gli sguardi si conversero alle due serrate tende da cui dovevano uscire gli attori della mimico-sacra rappresentazione, detta in alloraMisterocostituente la parte principale dello spettacolo; il di cui soggetto tolto dalle Scritture, ed allusivo alla circostanza, era il Trionfo di Davide o la Morte del Gigante Golia. Gli attori erano terrazzani di Sala, borgo prossimo all'isola Comacina, esperti nell'eseguire tali specie di drammi perché assueti a rappresentarne ogni anno nella chiesa di San-Giovanni in quell'isola, a cui accorrevano spettatori da tutte le parti del lago, e godevano quindi fama di valenti mimi.
L'azione ebbe principio dall'uscire che fecero dalla tenda sinistra alquanti uomini con certi strani abiti dintorno con che volevano significarsi Ebrei, i quali, fatte varie militari evoluzioni per lo steccato, s'arrestarono dinanzi alla tenda destra gridando e schiamazzando: s'aprì allora anche questa, e ne apparve fuori una figura altissima e voluminosa, era il gigante Filisteo, che indossava una sopravveste rossa stretta al corpo a mo' dei Ducali, e s'aveva sulla smisurata testa un elmo di latta: reggeva a due mani uno spadone lunghissimo con cui avanzandosi a gran passi trinciava l'aria. Gli Ebrei al suo avvicinarsi fuggirono scompigliati in ogni senso, e dopo molto correre inseguiti da lui, rientrarono nella tenda d'onde erano venuti. Allora il Gigante si condusse in mezzo all'arena e quivi si rattenne appoggiato al suo gran ferro volgendo il capo superbamente dintorno. Mentre esso si stava colà, s'aprì di nuovo la sinistra tenda, e ne uscì un giovinetto vestito da pastore, che rappresentava Davide, il quale girò l'arena mostrando di non avvedersi dei Gigante siccome questi di lui, ma venuto al fine nel mezzo di essa il pastorello mirò Golia facendo un atto di soddisfatta meraviglia come di chi trova quel che va cercando. Il Gigante fe' cenno al pastorello s'allontanasse, ma questi all'incontro diedegli segno d'essere venuto a disfidarlo. Golia indispettito alzò la spada andando con ira verso di lui, ma il giovinetto si ritrasse a moderata distanza, inginocchiossi invocando il soccorso del cielo, indi alzatosi sciolse una corda che il cingeva, la quale s'aveva nel mezzo la reticella che servire doveva di fionda, la caricò d'un sasso, e ruotandola slanciò la pietra nella testa al Filisteo, che dopo aver barrollato per alcuni istanti, cadde con gran tonfo riverso al suolo: allora il giovinetto, piegate di nuovo le ginocchia, rese grazie della vittoria al Signore, indi levò di mano al Gigante il ponderoso ferro e con quello gli spiccò il capo, ch'era artefatto e dipinto, e andava unito con cordicelle all'imbusto, entro cui stava un uomo de' più alti e vigorosi che vedeva fuori per due buchi praticati nella sopravveste. Al suo cadere erano accorsi dalla tenda gli Ebrei, che giubilando alla vista della completa vittoria del pastorello, lo levarono in alto sovra un seggio, infissero la testa di Golìa sur una picca, e trascinandone pei piedi il corpo, fecero un giro trionfale per lo steccato al suono di trombe e tamburi, e fra clamorosi applausi e novelle grida di: Viva Musso, viva il Castellano, morte ai Ducali.
In seguito a tale drammatico spettacolo, che ben lungi dal sembrare, come sarebbe avvenuto a' dì nostri, goffo e rozzo, fu tenuto da tutti straordinariamente bello e interessante, si diede principio a giuochi di corsa, d'assalto e di tiro al bersaglio. Primo fra questi fu il correre al pallio, ch'era un'asta a cui stava appesa una collana, un pugnale ed una veste, i quali oggetti dovevano appartenere ai tre primi tra i gareggiatori che dopo varii prefissi giri pervenivano a toccare il pallio. Dopo la corsa al pallio vi fu combattimento di lancia e spada, senza punta e filo, tra varie coppie di disfidatori, e finalmente piantato il bersaglio, fu lecito a ciascuno il trarre ad esso dapprima colle balestre, poscia cogli archibugi, ottenendo i bersaglianti che coglievano in bianco il premio d'uncavallettod'argento.
Gian Giacomo, accommiatando tutti quei che il seguivano, ad eccezione del conte Borromeo, dell'Altemps, del fratello Agosto e del Sarbelloni, uscì dal padiglione e recossi con essi loro nella casa in cui abitavano le di lui sorelle colle cugine, ove per suo comando era stato disposto un sontuoso pranzo.
Diede termine ai giuochi nel circo l'arrivo colà annunziato di quantità di vettovaglie e botti di vino, recate entro barche dal Castello, da cui appena scaricate se ne fece larga e pubblica distribuzione, per il che erettesi prestamente nuove tende per tutto quel lido, nell'interno stesso dello steccato i terrazzani colle loro donne e fanciulle frammisti agli uomini d'armi, ai rematori, seduti in gran numero di distinti crocchii, si diedero lietamente a mangiare e vuotar tazze, con chiasso infinito di grida, di scoppii di risa, di canti e di evviva diretti la maggior parte al Castellano, il cui rimbombare giungeva grato e soddisfacente all'orecchio e scendeva al cuore dell'ambizioso Medici, e si spandeva lontano per le sponde, annunzio ai discosti del festevole universale tripudio che regnava sulla riva di Musso.
S'ei non potesseTutto staccare il suo pensier da un tronoCh'egli alzò dalla polve?...Un Duca ardente di conquiste, inettoA sopportar d'una corazza il peso,Che d'una mano ha d'uopo e d'un consiglio,Al Condottier lo chiede, e gli comandaCiò ch'ei medesmo gl'inspirò.MANZONI.Il Conte di Carmagnola. Att. III.
Nel tempo che durarono i giuochi, Gabriele rimasto sempre al fianco di Falco e presso a Rina s'era beato delle più dolci e delle più soavi sensazioni che sia dato provare all'uman cuore. Egli aveva tenuto tenacemente attaccato lo sguardo alle forme dell'adorata fanciulla e sentito nel contemplarle quel compimento di felicità che l'antecedente vaneggiare di sua mente gli aveva lasciato intravedere possibile.
Meno subitanea per vero nacque la gioia nel seno della bella giovinetta montanina. La novità del luogo, la varietà delle cose, la quantità delle persone quivi raccolte recarono sulle prime somma confusione e divagamento nello spirito di lei, che abituata alla solitaria quiete della sua capanna e de' suoi monti, vedevasi per la prima volta in simile rumorosa adunata. Lo splendore, la ricchezza delle armi e dell'abito del giovine Medici, che tanto lo illeggiadrivano e ne rendevano più nobile e interessante l'aspetto, avevano in essa fatta più eminente l'idea dell'alto suo grado, e resa quindi maggiore una certa impressione non mai cancellata in suo cuore, di vergogna, di soggezione portata quasi sino alla temenza per l'affetto profondo per lui concepito e per le illusioni a cui per esso s'era abbandonata, la qual cosa unita allo sbalordimento cagionatole dal tumulto che la circondava, le teneva l'anima oltremodo angustiata e sospesa. Allorquando però fu principiata la mimica rappresentazione e tutti gli occhi degli spettatori, compresivi quelli di Falco e della propria madre, furono rivolti attentamente agli attori che comparvero nello steccato, Rina s'avvedendo che quei soli di Gabriele stavano fisi immobilmente sovra di lei, provò un sensibile alleggerimento al cuore e non seppe resistere ai desiderio di girare lentamente il capo e sollevare, sebbene con assai di timidezza e trepidazione, su di lui le pupille. Alla vista del fuoco, dell'espansione, della vita di che mirò animati gli occhi ed i lineamenti tutti di quel caro viso, si sciolse ad un tratto, come neve al sole, ogni titubanza e turbamento che le serrava il petto, e rimirandolo una seconda volta meno pavidamente, sentì scorrere più libero per le vene il sangue acceso da quella fiamma che secreta ardeva in lei con tanta forza.
Lunghi e pieni d'inenarrabile dolcezza furono gli sguardi di quegli amanti, che una purissima voluttà invadea, quella tenera voluttà d'amore a fronte a cui è gelido e fosco ogni altro diletto. Belli entrambi a perfezione nelle loro giovanili forme, la varietà del loro vestimento ne faceva più attraente e singolare la prossimità; Gabriele col piumato elmetto d'argento, collo splendido corsaletto e la ricca spada offriva l'immagine della forza ingentilita che contempla la schietta e semplice bellezza rappresentata da Rina, il cui unico adornamento era un nastro purpureo che le serpeggiava nelle nere e lucide treccie trattenuto da uno spillone d'oro.
Terminati i giuochi del circo, Gabriele volle che Falco e le sue donne prendessero ristoro di scelte vivande ad una mensa ch'era stata disposta in uno de' più addobbati padiglioni per esso lui, pel Cancelliere e pei più distinti Capitani d'armi. Colà venuti e sedutisi tutti intorno al desco, nacquero tra i cibi e il vino i più fervorosi colloquii, e rimbombarono là dentro ripetutievvivaal Castellano come risuonavano all'intorno. Falco, cui la vista dei singolari ed armigeri spettacoli poco innanzi rappresentati avevano esaltato lo spirito, trovandosi fra quel crocchio di cospicui guerrieri commensali che giocondamente seco lui s'intrattenevano, vedendosi dalle cordialità del giovine Medici pagato ad usura dell'affetto che per lui nutriva, lieto in cuore ed animato andava esprimendo co' suoi franchi e robusti modi il suo attaccamento alla causa del Castellano e la speranza che nutriva di cooperare per lui a nuove e più clamorose vittorie. Orsola godeva alla contentezza che leggeva in volto al marito, e frammetteva spesso qualche suo motto alle semplici parole che Rina e Gabriele andavano tramutando, e di cui essi soli però sentivano la vera espressione ed il valore.
I raggi del sole, rivolto al declinare, penetrando obbliquamente per le aperture di quel padiglione, spandevano una luce calda rossiccia che riflettevasi pei vasi, le tazze, il metallo dell'armi e degli addobbamenti, e dava singolare risalto alle forme ed agli abiti di tutti quei personaggi assisi quivi alla mensa. Lumeggiati da tal chiarore apparivano più distinti e caratteristici i volti di que' guerrieri, ne' cui pronunciati lineamenti stava improntata la fiera ed audace vivacità dell'indole, fatta ancora più incontinente e decisa dai fumi del vino senza parsimonia tracannato, che rendeva a molti rubiconde le guancie, e faceva ad altri lucide ed ardenti come carbonchi le pupille. Giovin rosa fra rudi arbusti era Rina in quel convegno; ma benchè non pochi dei capitani vibrassero su di lei furtivi sguardi, nessuno ardì far pure un cenno con atti o con parole che al pudore di lei potesse riuscire offensivo, poichè oltre che i più s'erano avveduti dell'interessamento di Gabriele per lei, era dello spirito dei tempi, che dominava anche sugli animi più inverecondi, il non prorompere alla presenza di donne o fanciulle in motti sconci od osceni.
Dopo alcun tempo da che durava quel convito, e da che i commensali, consunte le vivande, non attendevano che al vuotare i calici ed al novellare, s'udì elevarsi al di fuori un gran clamore con ripetuti prolungatievviva. Erano applausi al Castellano che uscito dalla casa delle sorelle si recava col Borromeo ed il rimanente di sua comitiva alla volta dell'arsenale, con che soddisfacendo al desiderio dal Conte enunciato di esaminare partitamente quel vasto edificio, famosa officina d'armi e di navi, assecondava la propria mira che era di far nascere in lui più grande ed energica l'idea della sua potenza per guadagnarne lo spirito interamente.
Riferita nel padiglione di Gabriele la causa di quei clamori, tutti di là si partirono dirigendosi la maggior parte all'arsenale, ove si recarono pure Gabriele medesimo con Falco, Orsola e Rina. Entrati questi colà s'aggirarono buona pezza pei cantieri, per le sale delle arti e degli armaiuoli; ma della vista delle cose ivi esistenti non si compiacque altri che Falco, nella cui mente s'aggiravano di continuo immagini di navi, di spade, di pugnali, d'archibugi: Orsola, troppo semplice ed inesperta, nulla comprendeva intorno ai complicati ordigni d'armamento: Gabriele e Rina, l'un dell'altro indefessamente occupati, poca attenzione prestavano a quegli oggetti che al pari d'ogni altro più prezioso e singolare del mondo non potevano produrre ad essi alcuna impressione aggradevole, poichè ogni loro facoltà era assorta nell'infrenabile sentimento d'amore.
Trascorso tutto l'arsenale, ne riuscirono all'uscita nel momento appunto in cui vi perveniva da un altro lato Gian Giacomo co' suoi nobili seguitanti. Gabriele, rompendo l'ala di popolo che difilata nel cortile attendeva il Castellano al passaggio, si presentò a lui indicandogli essere colà Falco, il quale si rattenne indietro con sue donne compreso da soggezione e rispetto. Gian Giacomo cercò tosto avidamente collo sguardo quel suo valoroso Comandante di nave, e scortolo l'invitò della voce e della destra a farsi innanzi. Non potendo rifiutarsi a tal dimanda, s'avanzò desso, abbandonando però tra la folta le donne; ma Gabriele il quale, benchè si fosse rivolto a complimentare il conte Borromeo, se ne avvide, disse istantaneamente al fratello che col guerriero di Nesso erano venute la di lui moglie e la figlia. Gian Giacomo costrinse Falco a condurgliele davanti, e venute queste pure alla sua presenza, veduta appena la rara beltà della giovinetta, e accortosi dall'arrossire improvviso di Gabriele cosa passasse in lui, vibrò su di esso un rapido sguardo, ma così severamente espressivo e penetrante, che il giovine Medici impallidì di tal maniera, che se non era l'elmetto che gli ombrava parte del viso, sarebbonsi tutti i circostanti accorti di quel subitaneo tramutamento di colore. Si volse però tosto il Castellano con cortese modo alle donne, e dopo averle di nuovo guardate, sorridendo a Falco amichevolmente, disse:
"Tali fiori crescono sulla tua rupe? e tu ne li volevi tenere celati? ma non sai tu che di simiglianti si trovano radamente nelle pianure e nelle città?--Che ve ne pare, Conte d'Arona? (chiese al Borromeo.) Il nostro Luino, l'Oggionno o il Da Vinci non avrebbero ritratta questa fanciulla per farne un'angioletta o un serafino da porre nella gloria sull'alto d'una chiesa?"
"Io ho conosciuto un Gaudenzio da Varallo, rispose il Borromeo, che facendo ottimi dipinti e statue per le sacre cappelle del suo monte soleva prendere a modello le donne Fobellesi, che quanto a perfezione di forme portano il vanto fra le donne italiane, ma son convinto che all'occhio di quel pittore questa fanciulla non sarebbe apparsa punto inferiore alle stesse sue predilette montanine Valsesiane".
"Quant'essa leggiadra, riprese Gian Giacomo, altrettanto valente è il padre suo. Questi è quel Falco abitatore della rupe di Nesso, quello il cui nome suona così terribile ai nostri nemici. Due volte ei sottrasse Gabriele ad imminente pericolo di morte; e fatto comandante d'una nave dell'antiguardo della mia flotta, diede nell'ultima battaglia le più segnalate prove di destrezza e coraggio, per cui l'ho caro e lo stimo siccome uno de' miei più prodi guerrieri".
Il conte Borromeo, come tutti gli altri astanti, andava contemplando curiosamente Falco, a cui l'ardito portamento, la fierezza, sebbene alquanto mitigata, della guardatura e dei lineamenti, il giaco di maglia che portava sotto la schiavina da rematore, i pugnali infissi nella cintura, e la rete d'acciaio che gli copriva il capo davano il più marcato aspetto d'un formidabile pirata. Il Conte s'era maravigliato alle prime nel vedere il Medici accogliere con segni di tanto favore un uomo di quelle sembianze, ma udite quest'ultime parole: "Vi sono anche sul nostro lago Maggiore, disse, molti Locarnesi ed Intraschi che adoperano con somma perizia tanto il remo quanto l'archibugio, ma dirò, o Castellano, che nessuno può stare a petto di costui se giunge a meritare sì aperta lode da un condottiero d'armati come voi siete".
"Egli non è ammirato soltanto da me: tutti quelli che salirono la flotta dovettero palesamente convenire del suo valore. Or permettetemi, nobile Borromeo, che mentre facciamo la via alla zecca di Musso, che mi diceste vi piace vedere, io m'oda da lui la relazione del compimento d'un incarico che gli confidai".
Uscirono così parlando dal cortile dell'arsenale: precedeva il conte Giberto coi principali capitani del Medici, veniva poscia questo stesso avente Falco a sinistra, e dietro Gabriele con Rina e la madre.
"Ebbene, che mi narri dei Ducali?" chiese Gian Giacomo a Falco con bassa ma ansiosa voce.
"Sono tutti accovacciati dentro le mura di Como", rispose questi sommessamente esso pure.
"Non lasciarono presidii? non munirono rocche? non devastarono od incendiarono Terre?"
"No. I colpi che loro appoggiammo presso Bellaggio gli stordirono ed ispaventarono in modo, che fuggendo tutti precipitosamente, non si credettero in luogo di sicurezza che quando videro frapposti tra essi e noi i baluardi e le torri di Como".
"Credi tu, mio Capitano (pronunciò Gian Giacomo abbassando maggiormente la voce e stringendo il braccio a Falco presso la mano) che noi non saressimo capaci di scambiare le nostre palle colle loro sotto le mura stesse di Como? che ci sarebbe impossibile il farli sloggiare anche da quella città? Il Baradello è stato da essi medesimi distrutto, ed i bastioni ora esistenti non sono sì alti e massicci da non potervi far breccia o montare colle scale all'assalto".
"Castellano (rispose Falco, sovrapponendo con calore la sua destra mano a quella del Medici che gli stringeva il braccio, poichè quella proposta fatta in tuono confidenziale infiammandogli la mente, il fece dimentico d'ogni differenza di grado), datemi la vostra parola che il più presto possibile ci condurrete innanzi a Como, ed io vi giuro, che se una palla non mi trapassa il petto, pianterò pel primo la vostra bandiera sul baluardo del porto di quella città".
"Parleremo di ciò in altri momenti", a lui rispose freddamente Gian Giacomo ritraendo la propria mano, poichè gli parve improprio quel calore e quella famigliarità con cui il montanaro s'era espresso: "e appunto affinchè io possa aver agio di favellare con te ogni volta che ne avrò piacimento, tu devi determinarti a rimanere qui meco colla donna e la figlia, e rinunziare alla tua abitazione della rupe. Quella casa che vedi là sulla destra al principiar dell'altura, apparteneva al traditore Filippo Tressano; ora è posseduta da me e trovasi vuota d'abitatori, io te ne faccio un dono; va ad albergarvi con tua famiglia, poichè ho brama decisa che tu non ti discosti mai da Musso se non per mio comando".
Falco, confuso e sorpreso da quel dono inaspettato, rimase alcuni istanti in forse, mal sapendo se dovesse rendergliene grazie, o apertamente rifiutarlo, poichè non fu invaso che dall'idea, occorsagli troppo tardi un'altra volta, del sacrificio della propria indipendenza e dell'amore del luogo natio, e mentre raccozzava parole di scuse per temporeggiare a decidersi, essendo tutta la comitiva pervenuta in Musso alla porta della zecca, il Castellano troncò a lui sulle labbra ogni detto, pronunciando rivolto a Gabriele: "Tu che devi amar Falco, e so che l'ami più che alcun altro dei nostri, tu ti assumerai la cura di provvedere quanta fia d'uopo per rendere abitabile la casa di Tressano che ho data a lui: fa ch'egli vi trovi tostamente quanto può desiderare per rimanervi comodamente con sua famiglia, e quanto può valere a compensarlo dell'abbandono che lo costringo a fare del suo abituro di Nesso.--Addio, Falco... addio voi donne; d'ora innanzi noi ben ci potremo più frequentemente vedere". Così dicendo s'accostò al conte Borromeo e lo scortò nell'entrata dell'edificio ove si coniavano le sue monete.
Falco rimase immobile e pensoso alcun momento presso la porta di quel fabbricato, poscia dirigendo la parola a Gabriele che gli si era accostato premuroso d'udire le sue risoluzioni: "Ho deciso, esclamò: accetto il dono che m'ha voluto fare il signor Castellano: lascierò la mia capanna della rupe e verrò a stabilirmi in Musso. Nessuno osi dire però che io mi sono condotto a questo passo per desiderio di dimorare in una grossa Terra all'ombra d'un potente castello: no, per l'anima mia: se Falco si stacca dal suo vecchio nido, se si decide a non rivedere più mai i sassi e gli alberi della sua montagna, è solo per amor tuo, o Rina (e mirò la figlia con uno sguardo da cui trapelava il vivo paterno affetto frammisto al dolore del sacrificio a cui, in suo pensiero, quell'affetto il forzava); per te soltanto io darò un eterno addio alla mia rupe; rinunzierò interamente alla libera disposizione di me stesso per procurarmi la certezza che il piede d'un ribaldo nemico non possa calcare inosservato il sentiero che guida al casolare dove tu dimori e vendicarsi di me nel tuo sangue".
Invaso Gabriele a tali espressioni da inesprimibile contento: "Così operando, disse, tu confermi e dài finalmente esecuzione a quanto ti eri proposto allorchè mi conducesti libero a Musso: allora dicesti che volevi, prima di chiedere altri favori a Gian Giacomo, aver combattuto e vinto i Ducali; la sorte ci ha assecondati, e come tu bramasti, il dono di mio fratello non è che un premio meritato dal tuo valore. Rimane a me solo l'obbligo presentemente di dimostrarti la mia gratitudine, e il farò occupandomi all'istante del fare addobbare d'ogni arredo la casa dei Tressani, che i nostri soldati spogliarono di tutto nel dì che Filippo ci si chiarì traditore". Ciò detto s'incamminava già frettoloso a ricercare uomini ed artieri onde dessero mano sul momento a disporre alcune camere della casa in modo d'essere quella notte medesima abitabili, riservandosi a procurare con miglior ordine e diligenza le altre cose necessarie nella susseguente giornata. Ma il guerriero montanaro richiamandolo il trattenne, poichè sebbene si fosse risolto di cangiare luogo di dimora, non voleva che tale sua deliberazione avesse sì subito compimento, e "Non v'angustiate, a lui disse, onde far preparare la casa per noi, giacchè debbono passare alquanti giorni prima che io abbia fatto interamente sgombro il mio abituro della rupe per venirmene a stare a Musso: ora dobbiamo ricondurci colà, ed io ritornando poscia a questa Terra recherò la maggior parte di quelle cose che debbono bastare all'ammobigliamento dell'abitazione d'un povero alpigiano: Ora Trincone e il Tornasco ci staranno attendendo; essi avranno già staccata la barca e disposto il tutto pel viaggio, e il sole già calato dietro i monti ci avverte che è d'uopo che ci avviamo al lido per partire".
Gabriele nulla osò rispondere, conoscendo per prova quanto fosse vano il replicare contro le risoluzioni di quell'irremovibile montanaro; diede, benchè molto a malincuore e non senza un interno moto di rabbia, segno d'aderire a' suoi detti e si diresse con lui e colle donne verso la sponda. Siccome il battello di Falco era rimasto sin dal mattino presso l'arsenale a poca distanza dalle navi da guerra, ed il luogo ove essi si trovavano al momento che fu risoluto il partire era in una parte di Musso a quella opposta, Falco condotte alla più vicina riva le donne, accennò loro di colà attenderlo, e recossi al sito ove stava il suo navicello per venire quivi a riprenderle, per il che Gabriele restò da solo con Orsola e Rina.
Era sul principiare della sera: l'ultima purpurea tinta del sole sparita ben anco dall'acuta sommità del Legnone lasciava risplendere in tutta la sua argentina luce la luna che apparsa col colmo disco in cielo, i monti di fianco e di prospetto vestiva di bianco lume, e ne dipingeva come brune macchie le fosche masse selvose: terse e placidissime stendeva le sue acque il lago, solo leggiermente increspate qua e là dalle aurette vespertine che uscendo dalle valli aleggiavano di tratto in tratto su di esso, spandendosi come un alito gentile che appanna la lucida superficie d'un cristallo.
Mentre Orsola s'accostava alle acque inoltrandosi alcun poco pel lido onde spiare se fosse lontano il battello, Rina e Gabriele rimasero soli vicini, e i loro sguardi s'incontrarono e si sostennero fisi, dimentichi nel contemplarsi d'ogni cosa creata, sinchè l'eccesso del sentire li costrinse entrambi a divergere le pupille: la fanciulla abbassandole al suolo, e Gabriele alzandole all'eterea volta ver' la regina della notte, ripetendo più fervido colla mente il voto da lui fatto sul baluardo del Forte d'aver Rina o morire. Una potenza irresistibile però ricondusse a poco a poco lo sguardo di questo ardente amatore al volto dell'adorata giovinetta, e quale non fu il suo affanno e la sorpresa veggendola immobile in un mesto atteggiamento col capo inclinato e le guancie rigate di pianto! non seppe resistere a tal vista Gabriele, e piegandosi verso di lei, serrandole una mano con ambedue le proprie: "Che miro mai! pronunciò con agitata e repressa voce: Voi piangete? voi vi mostrate afflitta, addolorata? per pietà, Rina, spiegatemi la cagione della vostra angoscia; fate ch'io possa rasciugare il vostro pianto: non potrei vivere un istante lontano da voi se vi sapessi dolente e sconsolata".
"Io doveva o non mai qui venire, o scostarmene mai," rispose Rina con voce lenta e interrotta dai sospiri, tenendo sempre lo sguardo rivolto a terra. "Sì, Rina, disse con trasporto d'amore Gabriele: tu qui verrai per sempre, e allora non vi sarà forza d'uomo che potrà mai più staccarti dal mio fianco: la mia vita è sacra a te, e nessuna terrena potenza potrà togliermi ciò che tengo più caro d'ogni tesoro". Levò Rina su di lui teneramente gli occhi: essi erano pieni di lagrime, di quelle lagrime preziose che l'amore elíce dalla regione più pura del cuore: brillavano quelle stille come gemme ai raggi della luna, e facevano più celeste il lievissimo sorriso con che l'innamorata fanciulla rispondeva e il pagava delle sue amorose parole. Il battere dei remi annunziò il giungere della barca: ritto in mezzo ad essa si stava Falco appoggiato al suo moschetto che aveva ripreso: s'accostò il navicello un momento a terra: Gabriele diè mano ad Orsola, poscia a Rina a salirvi, e appena fatto e ricevutone da esse e da Falco un saluto, la barca s'allontanò rapidamente.
Piena l'anima dei più vivi e soavi sentimenti e d'ogni cara speranza, il giovine Medici rimase sul lido per tutto quello spazio di tempo in cui gli fu dato distinguere al lume di luna le forme di chi sedeva in quella barca che vogava al largo; si mosse quindi di là, percorrendo la strada che sulla sponda guidava al Castello.
Il conte Giberto Borromeo, preso congedo da Gian Giacomo quella sera stessa, nel mattino seguente di buon'ora partì con sua comitiva da Musso, avendo contratto l'impegno d'un nodo nuziale che doveva dare a Milano l'uno de' più illustri suoi Arcivescovi, ed alla Chiesa un famosissimo santo, quale si fu Carlo Borromeo, che nacque nel 1538, cioè sette anni dopo l'epoca del nostro racconto, da questo conte Giberto e da Margherita, secondogenita tra le sorelle del Medici, la quale colle germane e le cugine stava allora in quella casa foggiata a monastero, che sorgeva in vicinanza di Musso, ove il giovine Conte era stato condotto a pranzo dal Castellano.
Gian Giacomo, che tutta conosceva la possanza della casa Borromeo, di cui i conti Lodovico, Giberto il senatore, e Pietro Francesco avevano allora recentemente ottenuti tante dignità e favori da Duchi e da Monarchi, calcolò che un'alleanza stretta da legami nuziali con quella stirpe patrizia non poteva che tornargli oltremodo proficua, e pensava che, estendendo coll'aiuto de' Borromei i confini de' proprii dominii sino a congiungerli coi loro feudi, tutto il paese compreso fra il Lario e il Verbano poteva un giorno cessare d'appartenere alla corona Ducale. Come però le vicende facessero vani simiglianti ambiziosi progetti, si vedrà nel seguito di questo racconto.
Alcuni giorni dopo la battaglia discese dai monti Mattia Rizzo colla sua schiera di cacciatori e di uomini d'armi, poichè s'aveva avuta certa notizia che i Grigioni e gli altri Svizzeri della Lega, conosciuto per mezzo dei montanari l'esito infelice del combattimento navale, avevano interamente abbandonate le montagne e le valli circonvicine. Quest'ultimo favorevole avvenimento venne però controbbilanciato in gran parte dalle novelle che recarono i messi spediti a Monguzzo: narrarono essi che Battista Medici nell'assalto tentato dai Ducali contro quel Castello era rimasto gravemente ferito, buon numero di soldati uccisi, e le mura in più luoghi aperte e diroccate in modo, da renderne disastrosissimo e forse impossibile ogni difendimento se il nimico avesse insistito nella sua intrapresa; ma che per buona ventura i Ducali che s'erano duplicati di numero due giorni dopo aver posto l'assedio, al quarto dì scomparvero nel momento appunto che gli assediati si credevano ridotti a disperato partito.
Ecco come era avvenuto il fatto: Rinaldo Lonato, retrocesso da Lecco, ove, veduti gli apparecchi di difesa, aveva considerato vano ogni tentativo d'espugnazione, era venuto a congiungersi sotto Monguzzo col capitano Tridelberg, che in un assalto dato al Castello, sebbene respinto dagli assediati, aveva fatto loro provare gravissima perdita: allorchè questi duci, congiunte le loro forze, stavano per ispingerle ad una più formidabile scalata, dovettero dimetterne ogni pensiero e partirsi frettolosamente colle loro truppe da Monguzzo, chiamati a Como da lettere pressanti dei Commissarii Ducali e del Governatore Pedraria, i quali appena venuti in chiaro, con indescrivibile cordoglio, della sconfitta della flotta e della morte dell'ammiraglio Gonzaga, paventando una sorpresa del Medici in Como stessa, che si trovava affatto sguernita d'armi e di difensori, si affrettarono a richiamarvi le sparse bande d'armati.
Il Castellano quando seppe l'infermità del fratello Battista, spedì tosto a Monguzzo il capitano Mandello con cento uomini d'armi onde rafforzasse il presidio, comandandogli desse prontissima mano a ristaurare e rimettere nel primiero stato le fortificazioni, non perdonando a spesa od a fatica, poichè forte gli premeva il conservarsi in possesso di quel Castello ch'egli considerava come l'antemurale de' suoi dominii del lago. Partito il Mandello e assecurata la difesa di Monguzzo, Gian Giacomo non aveva altro pensiero che il travagliasse, fuorchè quello dello scarso numero a cui trovavansi ridotti i suoi soldati, poichè ben vedeva che i dì delle battaglie non erano tutti trascorsi, e che era per lui urgente necessità di avere a' suoi ordini numerosa gente per sostenere i futuri inevitabili conflitti.
Si compì però di que' giorni un avvenimento che anche a tale bisogno promise certo riparo. Il conte Volfango Teodorico d'Altemps, invaghitosi di Clara la maggiore sorella del Castellano, a lui la richiese in donna, ed esso gliela concedette, a patto però si recasse in Alemagna alla terra di Altemps, possedimento di Marco Sittico suo padre, ed assoldate molte schiere tedesche, inviandole pel Tirolo e pei monti della Valtellina, le facesse prontamente pervenire a lui in Musso. Il conte Volfango aderì alla proposta: vennero celebrate le nozze, e partito colla sposa, giunto in Germania, ove il padre lo accolse con sontuosi festeggiamenti di conviti e tornei, si diede ad adunare bande armate per adempiere alla promessa contratta col Castellano.
Un mese all'incirca dopo il matrimonio del Conte d'Altemps arrivò a Musso un ricco Milanese, feudatario ducale, certo Galeazzo Messaglia, uomo giovialone in apparenza e dato al motteggiare, ma fino ed accorto conducitore di politici negozii: mostrò essere colà venuto per sue private faccende, ed a guarentigia di sua persona offrì commendatizie di Gio. Angelo Medici, fratello di Gian Giacomo, monaco in un convento di Milano.
Il Castellano, già svegliatissimo per natura e allora sempre in sospetto di nemiche macchinazioni, volle subito conoscere dappresso il messere Milanese che gli fu riferito essere arrivato a Musso, e tale per l'appunto era il desiderio del Messaglia, il quale non venne inviato colà per altro fine che per proporre trattative di pace al Medici; secretamente però, e quasi le esponesse in nome proprio in qualità d'intermediario tra il Castellano ed il Duca, senza che ne avessero sentore i Grigioni e senza che in caso di rifiuto il decoro ducale restasse compromesso. Dopo varii colloquii tenutisi da Gian Giacomo col Messaglia, in cui questi seppe destramente cattivarsi l'interesse di lui svelandosi per famigliare e confidente del Duca, venuto un giorno il buon destro, il Milanese gli fece un quadro assai animato dei mali gravissimi che quella guerra partoriva ad ambe le parti, e della carestia che cominciava a regnare d'intorno; parlò poscia della possibilità di porre un termine alle tante tribolazioni dei popoli di queste contrade, e disse che sapeva di certo che il Duca non sarebbe stato lontano dall'accordare la pace sotto certe condizioni: il richiese tosto Gian Giacomo s'ei conosceva quali potevano essere le condizioni assolute sotto le quali lo Sforza segnerebbe un trattato che dovesse mettere un fine alle ostilità. Messaglia rispose ch'egli non poteva asserirle fondatamente, perchè non era munito delle necessarie facoltà per ciò fare, ma che era convinto di non colpire lungi dal vero dicendo essere le seguenti: (erano quelle da lui previamente concertate alia Corte) I.° "Che al Castellano dovesse restare Musso e Lecco colle riviere del lago ed altri luoghi vicini di qualche importanza: II.° Che egli potesse comandare assolutamente senza eccezione di maggior magistrato, ed in somma che potesse nel suo stato tutto ciò che può un principe, solo ch'ei riconoscesse nel Duca il supremo e diretto dominio, sebbene il Duca non potesse sotto qualunque pretesto a lui comandare. III.° Che il Duca si sarebbe obbligato a somministrargli negli anni avvenire senza pagamento di gabelle quella quantità di grano e sale che potesse abbisognare per i suoi paesi. IV.° Che il Duca parimenti darebbe fede di riputare e trattare in ogni circostanza i soldati ed ufficiali del Castellano come suoi proprii. V.° Che il Castellano all'incontro lasciasse Monguzzo con tutto il territorio che possedeva al di là di Lecco, e pagasse al Duca quaranta mille scudi in una o più rate, e nei modi e termini che si sarebbero convenuti". Aggiunse il Messaglia che qualora esso Gian Giacomo fosse disposto ad accettare tali proposizioni, s'assumeva egli medesimo l'incarico di farsi autorizzare dal Duca a proporgliele nella forma più autentica onde venire alla stipulazione solenne d'un trattato di pace. Il Castellano udito il tutto attentamente, a lui rispose che si riservava manifestargli le proprie risoluzioni in altra vicina giornata; e licenziatolo, chiamò intorno a sè il Pellicione cogli altri suoi più fidi, ed espose loro quanto eragli stato proposto da quel segreto Ambasciatore del Duca, che per tale egli bene l'aveva riconosciuto. Ai primi quattro capitoli, come il Medici medesimo, anche i suoi consiglieri opinarono potersi liberamente aderire, perchè il riconoscere nel Duca il supremo dominio, mentre non inceppava affatto la sovranità di Gian Giacomo, dava anzi un carattere di legittimità a quel suo dominio, ch'era ciò appunto che egli maggiormente desiderava: l'ultimo articolo però fu rigettato ad una voce, e Gian Giacomo che pendeva dubbio se dovesse sottoporvisi o rifiutarlo, volle, pria di decidersi, che si sviluppassero estesamente i motivi del negato assentimento: dopo varii ragionamenti fatti sotto diversi aspetti da que' suoi cortigiani contro la pretesa dei quarantamila scudi, che a que' tempi era ingente somma, il Pellicione, balzato in piedi, esclamò: