"Per la spada di san Michele! hanno da venire a chiedere a noi tutto questo danaro per lasciarci quello che non ci possono togliere, e per far terminare una guerra in cui essi hanno sempre avuta la peggio? Ma che dico, terminare la guerra? Chi ci accerta che quando noi avremo comperata la pace dal Duca saremo lasciati tranquilli dalla Lega Grisa? Non è invece più probabile che se gli Svizzeri riportassero nell'avvenire qualche vantaggio sopra di noi, i Ducali, in luogo di soccorrerci, si tornerebbero ad unire ad essi per tentare di compire la nostra ruina? Rammentatevi, Castellano, delle prove che ci hanno già date della loro mala fede: se vogliono monete, mandate ad essi quelle che ancora vi rimangono di cuoio colla effe spezzata17; ma gli scudi lucenti del sole che si coniano ora con buon argento nella zecca di Musso, riserbateli onde comperare botti di vino e cacio per le truppe Tedesche che saranno qui tra poco condotte da vostro cognato il conte Volfango d'Altemps".
Nota 17:(ritorno)Vedi Capitolo III, pag. 83.
Le vittorie recenti, l'aspettativa delle bande ausiliarie indicate dal Pellicione, la supposizione che se il Duca era disceso a tanto da fare pel primo proporre capitoli di accordo doveva essere ridotto a stringente necessità d'aver pace, per la penuria dei viveri che in Milano cominciava a regnare, e che quindi non sarebbe stato restio all'accedere a patti meno vantaggiosi, determinarono Gian Giacomo Medici, richiamato il Messaglia, a rispondere: che se voleva si prendesse a trattare sui capitoli da lui esposti, allorquando presentati verrebbero in nome del Duca medesimo, era d'uopo toglierne l'ultimo interamente, poichè egli intendeva di non sborsare pure un cavallotto: che quanto a Monguzzo, l'avrebbe volontieri cangiato con qualche altra Terra del dominio Ducale, ma che voleva che lo Sforza gli spedisse il diploma che lo investisse della Signoria di Musso e di Lecco. Il Messaglia, da sperimentato ed astuto negoziatore qual era, cercò ogni via di determinare il Medici ad aderire al pagamento dei quarantamila scudi, esponendo l'incertezza della militare fortuna, il bene della patria, la tranquillità del possesso, e proponendo varie altre concessioni in compenso di quella somma, giacchè era stato il solo bisogno di danaro che aveva costretto il Duca a far tentare quell'accordo: ma Gian Giacomo fu irremovibile, e il feudatario Milanese dovette partirsi da Musso senza avere ritratto il più picciolo frutto dalla sua missione.
L'infelice successo di queste trattative portò vivissimo cordoglio nell'animo del duca Francesco Sforza, che tante avversità e proprie e dello Stato tenevano di già in continue agitazioni e tristezze.
Era nell'epoca di cui parliamo prossima a scoccare l'ultim'ora dell'indipendenza del lombardo regime. Dopo il dominio de' Romani, cessato nel quinto secolo dell'era nostra, dopo quello de' Longobardi, de' Franchi e de' Germani, che finì di fatto verso il mille, Milano si resse per tre secoli, sebbene non senza interruzioni, con governo libero municipale; alla metà del secolo decimoterzo i Visconti se ne fecero signori e furono pei maneggi di Giovan Galeazzo nel 1395 investiti dalla Corte imperiale del titolo di Duchi, che serbarono sino al 1447, nel qual anno, morto Filippo Maria Visconte, s'estinse con esso la linea legittima maschile di quella casa e la sua sovrana grandezza. Lungi i Milanesi dal trar profitto da tale favorevole occasione per riassumere gli antichi loro diritti, decaduti pur troppo da quella fama di prodezza e valentía che s'erano acquistata ai tempi del Barbarossa e della Lega Lombarda, giacquero in uno stato d'obbrobriosa anarchia per tre interi anni, nel qual tempo iCapitani del popolooDifensori della libertà di Milano, che così vollero essere denominati quelli che si posero a capo dell'informe governo della città, nulla mai operarono che all'assunto titolo corrispondesse.
Sapendo quanto fosse la città infiacchita, miseri ed impotenti i cittadini, il conte Francesco Attendolo, celebre condottiero d'armati, che dal soprannome di suo padre era detto Sforza, ponendo in campo il pretesto d'aver per moglie una figlia del duca Filippo Maria, la quale pur legittima non era, aspirò alla signoria di Milano, ed assediatola nel 1450 la ridusse ben presto a tale che, prevalendo nel popolo il di lui partito, gli furono aperte le porte, ed accolto con acclamazioni e festeggiamenti, fu proclamato Principe e s'ebbe tosto della ducale corona fregiata la fronte. Il dominio sforzesco giunse al massimo grado di potenza e splendore al cadere del secolo decimoquinto, quando sotto la paterna mano di Lodovico (per la bruna tinta del volto chiamato il Moro) Milano ricca e pacifica vide fiorire in se splendidissime le arti, le lettere e le scienze. Ma, per fatale sventura d'Italia, la Francia e l'Alemagna divenute possenti nazioni trascelsero a campo di loro disfide questo bel paese, da cui sembrava dovesse l'Alpi escluderle per sempre: in breve periodo di anni i monarchi francesi Carlo VIII, Luigi XII, Francesco I visitarono colle loro armate Milano, a vicenda con quelle dei Germanici Imperatori, il più possente dei quali Carlo Quinto vi lasciò finalmente stabili presidii e un Generale supremo.
In mezzo ai tanti e diversi avvenimenti delle guerre che gli stranieri qui combattevano, gli Sforza erano alternamente apparsi e spariti come picciol legno sopra mare in tempesta. Francesco, figlio dello sventurato Lodovico ed unico rampollo della famiglia Sforzesca, per magnanimità e giustizia di Carlo si riassise al fine più stabilmente del fratello Massimiliano, sul lombardo seggio principesco che sostenne lui ultimo Duca, e dappoi si cangiò per sempre in uno sgabello da governatore.
Sebbene però il Germanico Cesare avesse riposto lo scettro nelle mani di Francesco secondo Sforza, non è però a dirsi che questi le tenesse libere e sciolte come a sovrano signore si conveniva. Antonio De-Leyva, che sotto colore di rimanersi a difesa del Ducato pel caso d'una temuta invasione delle armi Francesi si stava a Milano a capo di molte schiere imperiali, teneva il Duca in quasi totale soggezione: era De-Leyva uno spagnuolo vigilante, ardito, prepotente, odiato da tutti per le estorsioni da lui commesse nel suo lungo soggiorno in questo paese, il quale non aveva altro di mira che di affievolire la podestà ducale per estendere la propria.
Il Duca, oltre l'importuna ed imperiosa presenza di questo straniero nella capitale del suo Stato, era angustiato e tenuto in pensiero dalla prossimità delle armate Romagnole e Viniziane, dai moti popolari di varie città e più di tutto dall'usurpazione ch'aveva fatta Gian Giacomo Medici d'una parte importante del ducale dominio, nella quale si manteneva con tanto vigore ed ostinazione e da dove nuove circostanze gli facevano ogni dì più tenui i mezzi per iscacciarnelo. Dopo l'esito infelice della battaglia di Bellaggio, il De-Leyva, che aveva tentato di troncare il male alla radice con un colpo arrischiato per tre soli, e che andò fallito come sanno i nostri lettori, richiamate da Como le sue truppe, dichiarò di non volere più cooperare in modo alcuno alla continuazione di quella guerra, dicendo essere dessa di privato interesse del Duca, per cui non doveva l'Imperatore sagrificare uomini e danari suoi proprii. Questa inaspettata defezione d'un soccorso su cui Francesco Sforza faceva tanto appoggio, riuscì dolorosissima a lui che le avversità avevano reso di cuor timido ed affannoso e fattane cagionevole la salute; poichè sebbene contasse allora soli trentanove anni, aveva perduto il vigore, era pallido e macilente, e ben mostrava non dovere, come avvenne, protrarre in lungo i suoi giorni: appariva di consueto taciturno, ed era dato ad una costante melanconia, abbenchè quelli che l'approssimavano, asserissero essere egli di carattere dolce ed umano.
Abitava allora la Corte Ducale in Milano nel Castello di Porta Giovia18, una parte interna del quale edificio era conformata a sontuosa dimora, siccome si scorge tutto giorno ad onta dei travisamenti, delle mutazioni, delle aggiunte fatte nei secoli posteriori. Poco meno della metà dello spazio ove ora si estende la vastissima piazza d'armi era occupata da una specie di parco che andava unito al Castello, intorno al quale dalla parte della città in luogo dei maestosi viali, dei regolari erbosi tappeti che presentemente fanno colà sì vaga mostra, era tutto un incolto ineguale terreno con qualche rozza o diroccata casupola, e più propinquamente alla Fortezza una gran fossa con barricate e palafitte. Dentro però al Castello era, come dicemmo, una magnifica abitazione con ricchi appartamenti ove albergava lo Sforza colla ducale sua corte, la quale mostravasi splendida e sontuosa come era sempre stata la Corte di Milano, quantunque scarse omai fossero divenute le entrate.
Nota 18:(ritorno)L'attuale Castello.
Allorchè Galeazzo Messaglia ritornò alle soglie ducali narrando essergli andato fallito lo scopo per cui era stato spedito a trattare col dominatore di Musso, fu quivi generale la costernazione, poichè tutti avevano sperato trovare rimedio ai pressanti bisogni nei quarantamila scudi che alcuno non dubitava avrebbe il Medici pagati per mantenersi ed essere legittimato negli usurpati possedimenti. Il Duca, più irritato da quel rifiuto, voleva ad ogni modo domare e punire quel fellone, onde tentò di procacciarsi i modi d'avere soldati e danaro imponendo nuove taglie e gravezze; ma la miseria ch'era grande, e la carestia che s'andava aumentando, fecero non solo inefficaci le gabelle, ma il travagliato popolo eccitarono a turbolenze e sedizioni che costrinsero lo Sforza a deporre ogni pensiero di continuare la guerra.
Ai primi di gennaio del seguente anno 1532, pervenne a Milano la novella che l'imperatore Carlo, per consiglio dei potentati d'Italia, stava trattando le nozze tra sua nipote Cristina figlia del re di Danimarca ed il duca Francesco: una tale notizia ed ordini imponenti venuti dalla Corte d'Alemagna fecero cangiare interamente la condotta del De-Leyva verso il Duca. Recossi incontanente da lui e gli si proferse disposto qual vassallo ad assecondarlo in tutto colle proprie schiere, dichiarandogli ad un tempo che i suoi uomini d'armi verrebbero per lo innanzi assoldati dall'Imperatore, e che cessava per tal modo l'obbligazione al tesoro Ducale di versare le grosse mensili somme che a tal uopo necessitavano.
Consolato da tali esibizioni e proteste, primo pensiero del Duca fu di trarne profitto per riassumere la guerra contro il Medici: rese grazie al De-Leyva di sue offerte, e gli fece tostamente conoscere il proprio desiderio di riprendere le ostilità contro il ribelle Castellano di Musso onde reintegrare in ogni parte il Ducato. Il duce Spagnuolo ripetè non essere altra brama in lui che di favorire con ogni potere la volontà del Duca, e che tutte le truppe imperiali erano a sua disposizione: lo Sforza volle determinassero tostamente insieme la persona che si doveva porre a capo dell'armata da spedirsi a Como, onde i fatti d'armi riuscissero più efficaci e decisivi di quello che non fossero stati per l'addietro.
Trovavasi allora in Milano Lodovico Vestarino, capitano rinomatissimo che aveva battagliato a lungo al soldo dei Veneziani e degli Svizzeri, e s'aveva quindi acquistata somma perizia nei combattimenti navali e nelle guerre pei monti: nessun altro parve al Duca ed al De-Leyva più adatto ad aversi il comando dell'esercito destinato ad agire contro Gian Giacomo Medici. Chiamato a Corte ed affidato a lui l'incarico di quella guerra, prese sotto i suoi ordini numerose colonne d'uomini d'armi; ne mandò notizia alla Lega Grisa; e poco dopo la metà di gennaio mosse alla volta di Como. Il governatore Dom Lorenzo Mugnez Pedraria attendeva quivi ansiosamente quei rinforzi, poichè temeva ad ogni istante venisse la città assalita dal Castellano, divenuto per esso tanto più terribile ed odioso da che un'armata spedita contro di lui per espresso volere dell'Imperatore non aveva potuto nè vincerlo nè domarlo.
Avvolto in mezzo un turbineChe il passo, il fiato aggreva,Di nevi che giù fioccano,Di nevi che sollevaDagli scheggioni il ventoA periglioso eventoAffretta il suo cammin.E che non può l'indomitoChe in altri scontri i luttiDe' suoi compagni esanimiVide con occhi asciutti,Se a disperato scampoContro il nemico inciampoS'avventa battaglier!IL CONTRABBANDIERE.Esper.° di Mel. Liriche.
Era un'invernata delle più rigide e perverse: intenso oltre modo durava il freddo, il cielo mostravasi sempre coperto da fosche nebbie, tutto il piano ed i monti biancheggiavano per alte nevi che frequentissime cadevano e venivano congelate al suolo dai gelidi soffii settentrionali. Sembrava non dovere esservi tempo che meno di quello fosse propizio all'armeggiare, nè più indicato al riposo delle truppe negli alloggiamenti, pure Lodovico Vestarino, sia che avesse sentore che all'aprirsi della stagione giungere dovevano rinforzi di bande tedesche al Castellano, sia che non potesse per altre cause frapporre indugio all'incominciamento delle ostilità, appena giunto in Como dispose quant'era d'uopo per dar principio alle militari operazioni. Egli vedeasi a capo di squadre ben munite e numerose, condotte da capitani sottomessi e preparati alla guerra; era certo di non venire incagliato ne' suoi divisamenti da commissarii e sopraintendenti ducali o spagnuoli, poichè il Duca e il De-Leyva avevano affidato a lui solo il supremo comando, quindi non dubitava punto che con tali mezzi, adoperando eziandio molta cautela e prudenza contro un nemico audacissimo ma affievolito, le sue intraprese fussero per ottenere felice risultamento. Spedì per via sicura un messo ai Capi della Lega Grigia onde interpellarli se intendevano agire subito in quella guerra di concerto colle armi Ducali; ma essi risposero che le profonde nevi, le valanghe, le bufere invernali delle montagne ove abitavano, non concedevano loro d'abbandonare i casolari, nè di raccogliersi in ischiere e discendere a prendere parte ai combattimenti, il che avrebbero effettuato appena i sentieri divenissero praticabili. Il Vestarino s'ebbe più contento che doglia da tale annunzio, poichè, duce accortissimo ed avido di gloria, ardeva di cimentarsi da solo contro il celebrato dominatore di Musso, affinchè se il vinceva, come aveva speranza, nessuno gli contrastasse o pretendesse dividere con lui gli onori della vittoria. A differenza del Gonzaga e dello Speziano che immaginarono complicati piani di battaglia, egli stabilì di non disperdere sopra molti punti le proprie forze, ma di tenerle quanto più poteva concentrate ed unite per assalire con una massa poderosa i singoli luoghi che intendeva combattere.
La prima spedizione che immaginò fu contro Monguzzo: ne serbò il pensiero con gelosa secretezza, e quando tutto fu pronto in Como, un bel mattino fece spargere la voce che, per ordine del Duca, l'esercito doveva ritornarsene la notte a Milano. Comandò si ponessero sopra i carri le artiglierie, si tenessero preparati in duplice numero cavalli e buoi pel traino di quelle, delle bagaglie e delle salmerie; ed i soldati si ponessero in armi sul far della sera. Verso quest'ora, mentre foltamente nevicava, diede l'ordine della partenza, e quando l'ultime schiere, ed egli dietro a tutte, furono usciti da Como, volle se ne chiudessero diligentemente le porte, onde nessuno di quelli che avevano seguíto l'esercito potesse rientrarvi; e lasciato perfettamente oscurare, raggiunto da espertissime guide, abbandonò la via verso Milano, facendo volgere l'armata sulla strada della Brianza per riuscire inaspettatamente al Castello di Monguzzo.
Gian Giacomo dal giorno della partenza dell'Ambasciatore ducale erasi sempre rimasto tranquillo co' suoi nella propria fortezza di Musso, riputandosi sicuro d'ogni nemica molestia per l'inopia in cui sapeva trovarsi il Duca, e pel rifiuto de' nuovi soccorsi che gli venne riferito essere al medesimo stato fatto dal De-Leyva, e specialmente per la crudezza della sopraggiunta stagione che pareva dovesse frapporre ostacoli insormontabili ad ogni movimento d'armata. Cominciò però desso a provare vive inquietudini allorchè ebbe cognizione che la novella giunta a Milano dei meditati sponsali del Duca con Cristina di Danimarca aveva fatta rinascere la primitiva amichevole relazione del Generale spagnuolo collo Sforza, ed i suoi sospetti del prossimo rinnovamento della guerra divennero certezza quando gli fu riferito che s'avviava a Como un forte esercito condotto da un nuovo comandante.
Nondimeno per quanto fosse esercitata ed acuta la sua previdenza, egli non giunse ad immaginarsi che i Ducali moverebbero ad assalirlo nel cuore d'un sì ruvido inverno, e ben lungi dal temerli, considerava che, venuta la primavera, avrebbe recati ad essi gravi nocumenti sia colle schiere tedesche dell'Altemps, sia colla propria flotta assai superiore a quella dei nemici.
Mentre viveva in tale persuasione, ecco giungere a Musso un messaggiero venuto rapidamente da Lecco colla nuova che s'erano vedute numerose squadre Ducali dirigersi alla volta di Monguzzo. Gian Giacomo e la maggior parte de' suoi supposero sulle prime che tale annunzio fosse cagionato da panico terrore o dai falsi rapporti di qualche contadino; ma a togliere loro ogni dubbio ne pervenne indi a poco un altro, narrando che quel Castello, circondato da ogni lato, era aspramente dai nemici combattuto. Il Castellano, benchè sorpreso da simile inaspettato avvenimento, non si perdette d'animo; destò ne' suoi l'usato coraggio, ordinò le difese ne' luoghi della costiera, e prese seco le migliori squadre che gli rimanevano, navigò a Lecco, per di là recarsi a portare soccorso al suo assediato Monguzzo. L'accorrere però ch'egli fece colà riuscì vano, poichè nel mentre ch'approdava coll'armata al porto di Lecco, giungeva al ponte presso quella Terra il capitano Mandello con turbe di soldati fuggenti e sanguinosi, che s'erano colle armi aperta la strada tra le schiere dei Ducali, entrati poche ore prima dalle breccie nel Castello, e fattisine padroni, prendendo prigionieri il rimanente del presidio e lo stesso Battista Medici, il quale mal riavutosi dall'infermità cagionatagli dalle ferite, non ebbe campo in quell'estremo caso di sottrarsi alle mani del nemico.
Non si può descrivere quanto un tal fatto eccitasse lo sdegno e il dolore nell'animo di Gian Giacomo, che, oltre la perdita di quell'importante fortezza, oltre la prigionia del fratello, vedeva a quali progressi con somigliante conquista s'aprivano l'adito i suoi avversarii. Pensò a primo tratto di fare ogni sforzo per cercare di ricuperare Monguzzo, ma lo scarso numero de' proprii soldati a fronte di quello in che trovavansi i Ducali, siccome gli narrò il Mandello, lo persuasero non essere avveduto consiglio l'esporsi nel pian paese a campale giornata. Molti pensamenti e progetti volse egli nello spirito, e comunicò in parte a' suoi Capitani, onde vendicarsi e riparare quella perdita, pensando anche d'assalire la stessa Como, ma dovette convincersi al fine null'altro allora potersi prudentemente disporre che una difesa pronta e generale di tutti i suoi possedimenti del lago. Mandò quindi avviso ad ogni banda lontana de' suoi soldati si radunasse in Lecco, perchè ben previde che i primi tentativi del nemico verrebbero diretti contro questa fortificata Terra; lasciò colà la maggior parte di esse, e il rimanente ricondusse seco sulle navi a Musso, dove fece accelerare l'assestamento della flotta, che accrebbe dei legni presi ai Ducali nella battaglia di Bellaggio.
Il Vestarino, lieto fuor di misura pel felice successo della sua prima intrapresa, ne mandò le novelle alla Corte di Milano, la quale fu tanto più contenta e paga di tale evento, in quanto che lo stimava di decisiva importanza, poichè le dava per prigioniero un fratello stesso del formidabile Castellano, l'avere il quale poteva esserle mezzo d'assicurare il progetto d'una pace più vantaggiosa. Il Vestarino, lasciata metà dell'esercito a stanza nel Castello di Monguzzo sotto il comando del capitano Ricciardo Acursio, ritornò coll'altra a Como, meditando di dar subito mano alla presa di Lecco. Non vide egli un ostacolo alla nuova conquista nella povertà del navilio Comasco; pensava che le otto navi che sole rimanevano tuttora, fossero più che sufficienti al parziale trasporto delle truppe, la maggior parte delle quali voleva marciasse per terra, poichè aveva stabilito di evitare colla massima cura ogni scontro navale. Per dare esecuzione al suo disegno, formò de' suoi uomini d'armi tre distinte schiere: ordinò alla prima di prendere i sentieri che alla sponda destra del lago, partendo da Como, passano per Geno, Blevio, riescono a Torno, e di là, or sull'alto dei monti, or rasente il lido, giungono a Nesso, e pervengono sino all'estrema punta di Bellaggio; comandò alla seconda s'avviasse dal lato opposto per la stradicciuola, più che mai alpestre anch'essa e difficile, che tocca Cernobio, Moltrasio, arriva ad Argegno, e progredisce per la Tramezzina; finalmente si pose egli stesso colla terza sulle navi, ove erano state collocate tutte le artiglierie e le necessarie munizioni da guerra e da bocca, veleggiando alla stessa volta delle truppe di terra. Aveva dato avviso contemporaneamente al capitano Acursio che movesse da Monguzzo per l'alta Brianza, si recasse a prendere posizione presso il lago di Lecco, cercando d'impadronirsi dei paesi più prossimi a quella Terra che si trovavano al di qua del lago, ed in ispecial modo di Malgrate che sta ad essa di fronte. Duplice si era lo scopo cui il Vestarino mirava con que' combinati movimenti d'armate: primo, d'avere in qualunque circostanza soccorso ed appoggio nelle truppe che camminavano su ciascuna delle sponde; secondo, di giungere con grosso numero d'uomini in un momento stesso al promontorio di Bellaggio per impossessarsene, potersi quivi fortificare e discendere più agevolmente verso Lecco a congiungersi coll'Acursio, e così assalire da due parti quel Borgo, la cui conquista era d'alta importanza in quella guerra. Aveva desso pure stabilito che le sue truppe che s'avanzavano sulla riva sinistra del lago, giunte alla punta di Lavedo, dovevano quivi alzare trincee e rimanersi in gran parte per difendere quel passo, proteggere al bisogno la ritirata delle sue navi, e impedire alla flotta nemica d'oltrepassare lo stretto.
Non rimase però questa seconda spedizione del Vestarino celata al Medici come era avvenuto della prima: il mal successo di quella aveva fatto sì ch'egli aumentò con efficaci mezzi la vigilanza e il numero delle sue spie in Como, per cui appena il Vestarino ebbe date le prime disposizioni pel nuovo piano d'attacco, egli ne ricevette a Musso l'esatta novella, e radunati i suoi Capitani la partecipò loro.
"Questo maladetto Vestarino vuole adunque farci a forza mettere i piedi nella neve? È veramente stanco dello starsi ad abbruciar legna sui focolari di Como? Quanta baldanza perchè glie n'è andata una bene! Ma per la spada di san Michele! s'egli ha risoluto di riscaldarsi al fuoco della nostra polvere, può essere che si scotti la pelle in modo da sentirne il bruciore per lungo tempo". Così esclamò con irata voce il Pellicione, acuminandosi i mustacchi all'udire la relazione delle disposizioni guerresche del Vestarino che uno spione venuto da Como andava facendo alla presenza di Gian Giacomo e degli altri Capitani nella sala d'armi del forte più elevato del Castello di Musso.
Gian Giacomo, che stava assiso in mezzo a loro sovra un seggiolone di cuoio, dopo essere rimasto lungo tempo silenzioso, colle braccia incrocicchiate al petto e gli occhi fissi al suolo in atto d'uomo che va profondamente meditando, scosso al suono della voce, anzichè dal significato delle parole del suo Luogotenente, a cui non sembrò punto prestare alcuna attenzione, alzò su di lui lo sguardo con certa espressione di rimprovero e di dispetto che era prodotto dalla serie de' suoi pensieri, e non già da quella subitanea interruzione, e con tuono d'ironia pronunciò:
"Vivremo persuasi tuttavia che sarebbero stati mal impiegati trenta o quarantamila scudi per rimanerci almeno quest'inverno in riposo, e dar tempo, se non altro, alle truppe tedesche di venirci a raggiungere? Se davamo retta alle parole di quell'Ambasciatore del Duca avressimo perduto Monguzzo in sì malo modo, sarebbe Battista prigioniero, e Lecco in periglio? Io doveva sborsare sin l'ultimo mio soldo per istabilirmi fermamente..." Troncò qui ad un tratto gli accenti che tradivano i suoi secreti pensieri ed il suo intimo rancore cagionato dal riflettere a quella nuova guerra che si presentava con sì formidabile apparato, e se l'era tratta addosso per propria ostinazione, resa maggiore dal consiglio de' suoi, e specialmente del Pellicione, a non volere accedere a tutti i capitoli di pace ch'era venuto a proporre il Messaglia.
I marcati e severi lineamenti del volto del Castellano si fecero più oscuri e indegnati, quasi rimproverasse a se stesso quelle imprudenti rivelazioni dell'animo suo, che l'incertezza e il pentimento d'una perduta occasione agitavano; ma ciò non fu che un lampo, e tale che non se ne avvidero i suoi Capitani medesimi, i quali si stavano pensando tra loro stessi con istupore al significato di que' suoi detti che non sapevano comprendere, poichè erano i primi usciti dalla sua bocca che indicavano titubanza, e davano sospetto in lui di timore. Egli balzò subitamente in piedi, scosse il capo quasi volesse dissipare una vertigine che l'avesse assalito, e rianimando il volto coll'usata espressione autorevole e ardimentosa, riponendo sulla fronte il berretto, disse: "Avete tutti, o miei Capitani, inteso quanto ci narrò questo nostro fedele esploratore? Ebbene, che ne dite voi? Dobbiamo attendere il temerario Ducale a piè fermo, oppure credete più utile partito il recarsi ad affrontarlo sul lago e pei monti e respingerlo pria che s'approssimi di più alle mura delle nostre fortezze?"
L'importanza della domanda, il modo confidenziale insieme e imponente con cui fu pronunciata, attirò tutta l'attenzione dei Comandanti d'armi e Consiglieri del Castellano, che compresi dalla gravità dell'inchiesta, stettero qualche istante in silenzio, alcuni col capo piegato al suolo, altri colle mani appoggiate all'impugnatura della spada, altri colle braccia raccolte al petto in atto di meditare una conveniente risposta, e primo di tutti a rompere il silenzio fu il Mandello che così s'espresse: "Io per me porto opinione essere di maggiore convenienza l'attendere il nemico dentro le nostre fortificazioni. Operando in tal modo noi lo costringiamo a sopportare da solo tutta l'inclemenza ed i disagi di questa rigida stagione: esso dovrà rimanersi accampato allo scoperto, dovrà superare immensi ostacoli per cercare d'accostarsi ai nostri baluardi, innanzi ai quali, vanamente tentando di conquistarli, deperirà consumando le sue forze sotto i colpi che noi da luogo comodo e sicuro a lui scaglieremo".
"Pensa, o Mandello, a ciò che dici! rispose a lui il Pellicione: non ti sovvieni di quanto t'accadde a Monguzzo? non eravi colà freddo, neve e quante mai altre intemperie può avere l'inverno, e pure, sebbene essi di fuori, e tu di dentro, dimmi un poco chi è stato il più forte? È ben vero che Monguzzo si può chiamare una bicocca in paragone de' nostri forti del lago; ma, per la spada di san Michele! comunque sia, non bisogna lasciarsi chiudere in gabbia che il più tardi possibile, e prima di concedere loro di guastare colle artiglierie le nostre mura, dobbiamo mostrare che siamo abituati al freddo al pari di essi, e sappiamo camminar per le nevi e pei ghiacci con maggiore prontezza e facilità di loro".
"Sono anch'io del tuo parere, disse Achille Sarbelloni, perchè rifletto che ci sarebbe di vergogna e di danno il lasciar credere ai nemici che noi non abbiamo il coraggio di assalirli, il che darebbe idea d'una diminuzione notevole delle nostre truppe o della svanita nostra prodezza, e se loro concediamo d'accostarsi ai nostri Castelli, essi metteranno a sacco e distruggeranno ben anco le Terre e le case a cui non possiamo prestare difesa".
"E dove lasciate, aggiunse il capitano Domenico Matto, l'inutilità a cui si ridurrebbe, o piuttosto la distruzione a cui verrebbe condannata la nostra flotta, colla quale più che in qualunque altro modo abbiamo tante volte fiaccato l'orgoglio del Duca e de' suoi alleati, e fatta sventolare vittoriosa la vostra bandiera, o Castellano, per sino al cospetto delle mura di Como? Sì: disponete una guerra aperta e decisa nella maniera che i nemici hanno l'ardire di provocarla, e noi dimostreremo che anche trovandoci in poco numero sappiamo affrontarli dovunque, e li prendiamo a scherno se osano venire al paragone sull'acque".
Gli altri Capitani che quivi erano adunati in consiglio, o fossero realmente d'avviso conforme agli ultimi tre, o anche tenendo all'opinione del Mandello non osassero ad essi di contraddire (perchè nelle cose ove havvi rischio e periglio, l'opinare per prudenti partiti ha sempre aspetto di pusillanimità e di vigliaccheria) null'altro esposero che il proprio assentimento in brevi parole; per lo che Gian Giacomo, cui riusciva aggradevole quel fervoroso e franco inclinare alla guerra che lo faceva più certo del coraggio e delle disposizioni de' suoi, e ciò che assai gli importava del non avere ad essi recata sinistra impressione le parole a lui inavvedutamente sfuggite, levò alto la testa, guardò alteramente, e alzando l'indice in atto di minaccia, crollando il capo, così s'espresse, accompagnando i detti con fiero sorriso: "Ah Vestarino, Vestarino! tu non hai bene pensato al passo che movesti, e la tua mente affascinata da una stolta vanagloria t'ha fatto scagliare la pietra al leone in riposo, ed il leone si desta: tu non hai calcolata la velocità de' suoi passi, e la forza delle sue mascelle; ascolta il suo ruggito! guai a te se t'aggiunge! Tu pagherai a caro prezzo la tua temerità! Sì, Capitani, accetto il consiglio del maggior numero di voi: riprenderemo immediatamente le armi; questo è ciò che meglio conviene a uomini nati al combattere come noi siamo. Se col gelo e le nevi escono in campo i Ducali che sono fanciulli a nostro paraggio, che non dobbiamo essere capaci di far noi? Andate, disponete i soldati: darò tosto gli ordini onde sia allestita la flotta e munita di tutto l'occorrente. Domani saprete quali fazioni s'avranno ad intraprendere, e mostrerete ben presto, come il desiderate, all'imprudente comandante nemico chi siamo noi e cosa sappiamo operare".
Usciti di là i Capitani, chiamate a raccolta ciascuno le proprie squadre, che stavano nelle rocche del Castello e ne' quartieri di Dongo e di Musso, esposero i voleri del Castellano facendo che mettessero in pronto l'armi e gli arnesi per partire al primo annunzio: le navi furono tratte dai cantieri e dal porto, fornite d'ogni cosa necessaria al veleggiare ed al combattere, e caricate d'abbondanti vettovaglie. Il dì seguente cominciò il movimento delle schiere secondo i comandi che venivano dati da Gian Giacomo.
Siccome egli aveva certezza che i Grigioni non si sarebbero mossi ad assalirlo perchè conosceva l'impraticabilità delle strade del loro paese in quella stagione, e perchè sapeva positivamente che gli uomini della Lega s'erano ritirati ne' loro casolari delle alpi, non fece appostare che piccoli drappelli a guardia de' luoghi eminenti, e lasciò poche soldatesche a Gravedona, a Sorico, e nell'altra parte allo sbocco della Valtellina per trattenere gli Svizzeri in caso di discesa tutto quel tempo necessario ad accorrere egli stesso al riparo. Mandò di nuovo il capitano Bologna a Rezzonico; spedì il Mandello a Varenna, e diede ad entrambi quel maggior numero d'uomini ohe gli fu possibile nella scarsezza in cui si trovava di truppe, di cui alcune dovette pur lasciare nel Castello di Musso sotto il comando del fratello Agosto. Divise poi il corpo più grosso d'armata in tre schiere: la prima più numerosa montata sopra cinque navi volle condurre egli stesso alla difesa di Lecco; la seconda con tre navi destinolla a presidiare Bellaggio per impedire ai nemici di impossessarsene; mise la terza sotto i comandi del Pellicione, onde per la via di terra che fiancheggiava il lago pervenisse a Menaggio e di là inoltrandosi incontro alla colonna dei Ducali, che veniva sulla strada della Tramezzina, togliesse loro l'avanzarsi e si opponesse al ricongiungimento di quella coll'altra che progrediva sui legni per isbarcare a Bellaggio: delle tre navi destinate a guernire questo paese aveva il comando supremo Achille Sarbelloni che saliva la Donghese; le altre due erano la Salvatrice e l'Indomabile capitanate da Falco e da Gabriele.
Falco, dopo quel dì delle feste per la vittoria, ritornato colla moglie e la figlia alla sua capanna della rupe, aveva durato alcun tempo nella determinazione già fatta, ed espressa a Gabriele, di recarsi a dimorare in Musso; ma poscia veggendo interamente acquetate le cose della guerra, allontanati tutti i nemici, sgombro il lago d'insidie, pensò soprassedere a quella risoluzione, e non abbandonare il suo abituro sino a tanto che non fosse trascorsa l'invernata. Il Castellano l'andò più volte affabilmente rampognando del suo ritardo nel non approfittare del dono della casa a lui fatto, ma veggendo irremovibile la costui ostinazione, e non avendo urgente bisogno dell'opera sua, lo lasciò in pace al fine, concedendogli agisse a suo grado. Invano pure Gabriele lo sollecitò innumerevoli fiate ed in tutti i modi a trasferirsi presso a lui stabilmente, che fermo il Montanaro guerriero nella gelosa custodia della propria indipendenza, e legato di troppo tenace affetto ai siti nativi, non volle cedere mai alle di lui istanze, il cui secreto scopo era, approfittando della prossimità, indurre il fratello ad accordargli Rina. Per lo che irrequieto il giovine Medici, nel quale si faceva ogni dì più ardente la passione che l'infiammava per la bellissima abitatrice della solitaria rupe, avendo avuto il comando da Gian Giacomo di recarsi una fiata a Rezzonico, un'altra a Bellano per militari faccende, non seppe trattenersi dallo spingere la sua corsa ambedue le volte insino a Nesso all'abituro di Falco, poichè quivi soltanto poteva trovare calma e sollievo all'agitato suo cuore. Andando colà s'infingeva cercare di Falco, che aveva quasi certezza di non ritrovare, poichè sul finire dell'autunno, infastidito della tranquillità che regnava d'intorno, andava co' suoi compagni sino nelle acque di Como a molestare i Ducali. Gabriele, accolto ed ospitato cortesemente in quel casolare da Orsola, passava alquante ore felici in compagnia di Rina, ora dentro la casa, ora seduto accanto a lei sotto il fronzuto castagno che ne ombrava la soglia, La leggiadra fanciulla, fatta meno pavida e di meno austero riserbo da poi che aveva più volte seco lui conversato, rispondeva alle sue parole con semplici ma sì vivi ed affettuosi modi, che tutto appalesavano il rapimento soave del suo spirito per la cara presenza del giovine guerriero. Questi, benchè inebriato di gioia, sentivasi commosso sino alle lagrime, quando, coll'accento delle tenere e dolorose memorie, ella gli narrava l'ansia dei lunghi giorni trascorsi in aspettarlo, e la perduta speranza del rivedersi. Oh felici! e si rivedevano ed erano dappresso, e non le sole parole, ma l'anima che traspariva per gli occhi, e l'atteggiarsi spontaneo delle persone, l'una ver' l'altra dolcemente inclinate, era ad entrambi certo e prezioso argomento d'amore, che gli appagava con perfetta inesprimibile delizia.
Venuto il tristissimo verno, Falco era tornato al Castello di Musso quando appunto giunse colà la notizia dei nuovi preparativi di guerra per parte dei nemici e dell'assalto di Monguzzo. Retrocesso colla flotta dall'infruttuosa spedizione fatta a Lecco per accorrere alla difesa di quel Castello, egli accettò con molto contento il comando di recarsi sulla Salvatrice carica di soldati ad impedire al nemico di pervenire a Bellaggio insiememente alle schiere condotte da Gabriele e da Sarbelloni.
Allo spuntare d'un freddo mattino salparono le navi del Castellano dal porto di Musso: era il lago coperto da una folta nebbia che toglieva ai naviganti ogni distinta vista del legno in fuori su cui ciascuno veleggiava e delle acque per poco spazio dintorno; l'altre navi che solcavano di conserva le onde, si scorgevano in forma offuscata e confusa, e le più lontane non si vedevano affatto. I soldati armati grevemente stavano parte raccolti sul cassero cogli archibugi caricati, parte vicini alle bombarde, silenziosi e disposti al combattere ad ogni cenno che indicasse essere prossimo uno scontro col nemico. Alcuni battelli leggieri, su cui stavano uomini espertissimi de' luoghi, correvano a forza di remi dinanzi alle grosse navi e colle grida indiziavano il cammino ai piloti di quelle. Giunta la flotta nelle acque di Varenna, quattro navi col Brigantino e l'altre minori barelle volsero le prore verso Lecco, e i tre prefissi legni vogarono dritto a Bellaggio. Mentre questa squadra s'avanzava all'accennata punta diradossi la nebbia e, sollevandosi, lasciò scorgere il promontorio e gli altri monti che fiancheggiano il lago biancheggianti di neve; le acque apparvero d'un colore più bruno-cilestrino a causa di quella candidezza delle montagne fra cui stavano rinchiuse.
Falco, che incappucciato nella sua schiavina stava ritto sul bordo dellaSalvatrice, la quale veniva innanzi a tutte, mirando attentamente per iscoprire ove si trovasse il nemico, fu il primo a vedere, non senza rabbia e dispetto, le navi Comasche già lontane che si ritiravano dietro il dosso di Lavedo. Egli fece i segnali a Gabriele e ad Achille Sarbelloni che s'avanzassero coll'Indomabilee laDonghesedisponendossi a inseguire il nemico; ma que' due Comandanti gli accennarono di dovere arrestarsi, poichè loro fazione si era non altro che occupare e difendere Bellaggio.
Falco, benchè cupido di combattere, non osò trasgredire gli ordini del Castellano, che tali erano appunto; fece trattenere la nave a poca distanza da terra, e fatto esplorare se vi fossero Ducali pel borgo, saputo che non ve n'erano, discese egli colle proprie schiere, e quindi Gabriele e Sarbelloni sul lido. Gli abitatori, benchè dolenti per quella comparsa d'armati che doveva far scena di battaglia la loro terra, dovettero accoglierli nelle case, ove si distribuirono piantando artiglierie, ed affortificando i siti più eminenti circonvicini, ed in ispecial modo la sommità del colle, ove eravi un palazzo a modo di rocca, di proprietà in allora degli Stampa.
Il dì seguente al sorgere dell'aurora, resa fosca dai nebbioni che ingombravano tutto il lago ed i monti, s'udì un lontano trarre d'archibugi che destò e pose in allarme i Capitani ed i soldati del Medici che stavano in Bellaggio; accorsero le schiere armate alla sponda ed alle navi per vedere che fosse, ma la nebbia, che come un fitto velo copriva ogni cosa, impedì che scoprissero ove precisamente accadeva il combattimento, che ben però arguirono essere ingaggiato sulla sponda di prospetto presso Tramezzo fra la schiera del Pellicione e la colonna nemica. Falco, impaziente di recarsi a combattere, corse in traccia di Gabriele e di Sarbelloni, e trovatili nel palazzo Stampa, dove in una gotica sala stavano deliberando in proposito, disse loro con gran premura: "Udite, udite! i nostri di là del lago danno già la mattinata ai camiciotti rossi; essi rompono loro il digiuno con qualche cosa di più solido che i migliacci e le ricotte: e noi che credete voi che abbiamo a fare? starcene qui colle mani alla cintola ad udire il suono senza prender parte alla festa? No, per l'anima mia! sarebbe questa un'indegna viltà. Voi, signor Capitano (e si volse al Sarbelloni), rimanete qui coi vostri uomini in guardia di Bellaggio; io ed il signor Gabriele passeremo il lago, e favoriti dalla nebbia, giungeremo quando meno se la pensano alle spalle dei Ducali, prestando così una mano al capitano Pellicione a trattare come si merita quella canaglia".
Sarbelloni esitava ad acconsentire a tale proposta, poichè il comando era di mantenersi in quella posizione; e non voleva esporsi al pericolo di perderla dividendo, contro il divieto, le forze: Gabriele aderiva in cuor suo al progetto di Falco, ma non osava proferire un parere contrario a quello che poteva esporre il Sarbelloni, a cui il Castellano gli aveva comandato d'obbedire, siccome più provetto ed esperimentato di lui. Intollerante il belligero Montanaro delle dubitanze e del silenzio di que' due: "A che perdiamo inutilmente il tempo, esclamò battendo focosamente col suo moschetto il suolo: ordiniamo alle truppe d'imbarcarsi, e voghiamo all'altra riva prima che tutto sia finito;... ma che c'è?... ascoltate... colpi... nuovi colpi... vicini... i nemici son qui... assalgono il borgo... presto, corriamo, non c'è tempo da perdere, chiamiamo tutti gli uomini e scendiamo loro incontro".
Queste ultime parole furono pronunciate da Falco pel tuonare improvviso d'una scarica d'archibugi che s'intese tanto fragorosa e distinta che indicava non essere stata fatta più lontana delle ultime case di Bellaggio. I tre Capitani scendendo rapidamente decisero in brevi detti qual ordine ciascuno dovesse tenere. Gabriele cogli armati di sua truppa prese il cammino d'un bosco sul colle superiore alla borgata; Sarbelloni recossi al luogo ove era cominciata la zuffa; e Falco, fatta salire la sua schiera parte sullaSalvatrice, parte sui battelli presi nel porto, costeggiando il lido, si recò a sostenere il combattimento dal lago.
Il Vestarino aveva il giorno antecedente avuta notizia per mezzo di sue spie che la flotta del Medici uscita da Musso s'avanzava verso Bellaggio, per lo che egli, che s'era prefisso d'evitare ogni pugna navale, non avendo potuto a causa della nebbia vedere la direzione presa dalla maggior parte della flotta all'altura di Varenna, s'era ritirato colle proprie navi dietro la punta di Lavedo già antecedentemente da' suoi soldati fortificata: venuto in cognizione però che soli tre legni erano quelli giunti a Bellaggio, benchè sapesse in pari tempo che una divisione di Mussiani si avanzava lungo la sponda dalla parte di Menaggio, pentito di non essersi prima impadronito del promontorio Bellaggiano, pensò di farlo immantinenti. Aveva per ciò ordinato quel mattino ad una squadra d'inoltrarsi per terra contro a quella del Pellicione, e queste si scontrarono presso a Tramezzo, e fece un'altra mettere dalle navi a sponda poco in su della terricciuola di San-Giovanni lungi un miglio da Bellaggio, conducendola egli stesso ad assalire questo borgo. Allorchè sopravvenne Achille Sarbelloni co' suoi guerrieri al luogo della zuffa, i Ducali s'erano già impossessati delle prime case entro le quali erano state poste le sentinelle avanzate dei Mussiani, e vi si erano fatti forti. Sarbelloni gli assalì vigorosamente, ma il sovrabbondante numero dei Ducali lo ributtò uccidendogli coi moschetti alquanti uomini. Gabriele non potè come aveva creduto discendere prontamente in suo soccorso dal bosco in cui s'era cacciato per riuscire celatamente sul fianco del nemico: l'alta neve, gl'incespicamenti e l'incontro che fece dentro la selva d'alcuni Ducali che erano stati mandati innanzi dal Vestarino a modo di bersaglieri, e per uno scopo eguale al suo, contro i quali dovette combattere a lungo per sloggiarli da mezzo quelle piante, il trattennero gran pezza. Falco fu quindi il primo a frenare i progressi del nemico: s'erano dessi appena avveduti dell'accostarsi della Salvatrice, coperta per varii istanti dalla nebbia e dal fumo ai loro sguardi, che provarono gli effetti della sua terribile presenza, poichè vennero fulminati dalle bombarde di questo legno caricate a scheggia con colpi frequentissimi che fecero immensa strage. Difettando essi colà d'artiglierie, e non sapendo come schermirsi da quelle offese, furono costretti parte col Vestarino a retrocedere, parte a cacciarsi tra le case, e parte su pel colle nella selva: questi ultimi s'incontrarono in quelli che retrocedevano respinti da Gabriele, e collegatisi tornarono uniti più furiosi all'assalto contro di lui. Falco veggendo i Ducali sbandarsi, nè potendo più dirigere in pieno i suoi colpi, lasciò alcuni bombardieri sulla nave per trarre al nemico se si presentava allo scoperto, e balzato cogli altri uomini sui battelli, afferrò il lido e, ordinate le schiere, piombò addosso a quelli che s'erano spinti nelle prime abitazioni di Bellaggio.
Durò lunga pezza furiosissimo il combattimento corpo a corpo sulla riva, dentro le case e su pel colle, e siccome anche dall'altra parte del lago continuava la pugna, ambedue quelle sponde risuonavano di spessi colpi e di grida. A poco a poco però il rumore della battaglia s'andò scemando e allontanando dalla riva di Tramezzo, e gli spari d'archibugio rari e dispersi indicarono che era piuttosto un inseguirsi che un combattere regolarmente. Presso Bellaggio i Ducali vennero finalmente ricacciati dalle case di cui s'erano sulle prime impadroniti; e mentre incoraggiati dal Vestarino, ch'era ritornato con fresche truppe presso il borgo, vi si spingevano con nuovo urto, Gabriele, sbaragliati gli oppositori del colle, li prese di fianco e li costrinse a cedere il campo e ritirarsi fuggendo.
Tolse ai Mussiani l'inseguire il nemico la neve che incominciò foltissima a cadere, e il considerare che più oltre potevano essere disposti agguati, per cui i Capitani richiamarono gli uomini d'armi dentro la Terra, ricollocando le sentinelle e facendo formare duplici barricate all'intorno di essa. Falco condusse di nuovo laSalvatricein porto, e poscia recossi cogli altri due Comandanti alla rocca degli Stampa.
Venuta la sera, dopo aver preso abbondante ristoro, si ridussero essi tre presso un gran fuoco, acceso in una spaziosa sala adorna d'armi e dipinti antichi, e quivi Falco e Sarbelloni, vuotando di quando in quando le tazze, riandando gli eventi della pugna, si congratulavano seco medesimi della vittoria, scagliando imprecazioni contro il nemico, e invitando all'allegria Gabriele che si mostrava mesto e pensoso. Quand'erano più caldi in que' ragionamenti s'intese battere a colpi replicati la porta: alcuni uomini d'armi del drappello che stava in un camerone inferiore, accorsi a vedere chi fosse, vennero frettolosi nella sala ad annunziare essere un frate che chiedeva con molta istanza di parlare ai Capitani del Medici. Questi ordinarono entrasse, e Falco, riconosciuto in esso lui frate Andrea della Casa dei Malati in Nesso, sentì un gelo scorrergli per l'ossa, chè paventò un tristo annunzio, e non s'ingannò; poichè appena entrato quel frate, che aveva la barba ed i capegli scarmigliati, lacera e tutta bagnata la tunica, mostrando la spossatezza di chi ha fatto lungo e disastroso cammino, disse con voce tremante agli atterriti Capitani, che una banda di nemici giunti improvvisamente in Nesso aveva cercato di penetrare nella Rocca, al che si opposero a viva forza i terrazzani: ma che comparve colà ben tosto una nave di Ducali, i quali scesi a terra, ed unitisi agli altri assalirono e dispersero i più vigorosi, e penetrarono poscia nelle case uccidendo e ferendo quanti ne trovavano, e incendiando casolari, presepi, masserizie, per cui tutta Nesso era in fiamme; proseguì dicendo che venuti alla Casa dei Malati fecero macello di tutti quelli che vi trovarono, e ch'egli era scampato al loro furore fuggendo per la via dei monti onde ricoverarsi a Bellaggio, essendo il giorno antecedente corsa la voce ch'erano quivi pervenuti i soldati del Castellano.
Tremavano a tale narrazione per convulsi moti di rabbia i muscoli di Falco, le sue labbra s'erano impallidite, e gli occhi di lui tramandavano sinistri lampi: udì tutto, e non osò domandare della sua donna e della figlia; s'alzò d'un balzo; prese il moschetto, indossò la schiavina, e pronunciato unaddio, s'appressò per uscire alla porta: ma s'oppose al suo passaggio Gabriele, che fuori quasi dei sensi, con voce disperatamente sicura disse: "Ecco a che ti condusse l'ostinato tuo resistere alle mie istanze di abbandonare la rupe: essa forse a quest'ora... Ma qualunque sia la sua sorte, aspettami; io debbo esser teco, e perire con lei, o salvarla: così ho giurato irrevocabilmente al Cielo!"
Falco restò muto a tali accenti, guardò quel giovine con occhio di compianto, chè certo non era solo in quel punto che scopriva l'arcano dell'amor suo, e quando Gabriele s'ebbe ricinta la spada che aveva deposta, presolo per mano, uscì di là frettoloso. Achille Sarbelloni non osò impedire nè frapporre indugio a quella dipartita, comprendendo l'imperiosa necessità che l'aveva causata, e accorgendosi dai modi assoluti con che que' due s'erano allontanati l'inutilità del trattenerli.
Era nera la notte, cessato il nevicare, spirava gelido un vento che le acque del lago frangeva alla sponda con reco mormorio: terra terra però scorgevasi un debolissimo chiarore, prodotto dal biancheggiare della neve, che faceva meno incerto il cammino ai due guerrieri, i quali avevano a quell'ora abbandonata la Rocca Stampa. Falco andava innanzi siccome esperto conoscitore di tutte le vie di que' monti, e Gabriele a lui teneva dietro dappresso; camminavano a passi veloci quanto il comportava il terreno, taciturni entrambi ed assorti in tormentosi dubbii che li angosciavano e li affrettavano sempre più a giungere alla meta.
Su per dirupi, giù per vallate, dentro sfrondate selve attraversano macchie e torrenti, ora sostenuti dalla congelata neve, ora per i clivi sprofondando co' piedi in essa, ma destri e infaticabili vincendo mille ostacoli, oltrepassano gli eretti scogli di Grosgaglia, valicano il torrente di Villa, e trascorsa al di fuori Lezzeno occupata dai Ducali, pervengono sul monte all'alto della punta della Cavagnola. Appena giunti al di là del profilo della montagna, da cui si scorgono le acque di Nesso, ferì i loro sguardi un chiarore inusato che illuminava d'una luce rossiccia tutto quello spazio: s'arrestarono essi ad un tratto su quell'eminenza colpiti da terrore a tal vista: ardevano i casolari di Nesso ardevano altre Terre vicine; e le fiamme alte sventolanti, rompendo la tetra oscurità dell'aria, spandevano una tinta di sangue sulla neve dei monti circostanti e facevano rosseggiare le acque in cui si riflettevano, e sulle quali alcuni legni Ducali correvano in diverse direzioni, lumeggiati pur essi da quel lume funesto.
Falco erasi soffermato e stava immobile appoggiato al suo moschetto mirando quel tremendo spettacolo: luccicavano allo splendore dell'incendio il suo giaco di maglia e la rete d'acciaio, ed i suoi lineamenti, improntati d'una selvaggia fierezza, prendevano dal colore delle fiamme un aspetto sì straordinario, che avrebbesi potuto rassembrarli a quelli d'uno spirito infernale apparso a contemplare una scena di desolazione. Splendeva pure la lorica sul petto a Gabriele che s'era arrestato a lui vicino, ma nel suo viso scorgeasi tuttavia un non so che di pietoso ed umano che faceva bello su quel volto il dolore.
"Guardateli, esclamò Falco coll'accento della rabbia più intensa; guardateli quei lupi iracondi e vigliacchi! essi vogano e s'aggirano per queste acque contenti di ciò che hanno fatto. Fuggono la mattina innanzi a noi cacciati dalle nostre palle e dai nostri ferri, e vengono sulla sera ad infuocare le abitazioni senza difesa e ad uccidere le donne e gli inermi terrazzani. Ah sgherri incendiarii, assassini! Ma guai a voi, se avete poste le mani su di esse! Falco respira ancora, e le punte de' suoi pugnali entreranno tante volte ne' vostri cuori quanti capegli avrete torti a loro".
"Il piano della tua rupe è oscuro, disse con ansietà Gabriele; certamente la tua capanna non fu veduta; essa non arde, ed è d'uopo dire che i Ducali non vi pervennero ancora: affrettiamo i nostri passi, e giungeremo a sottrarre le donne prima che i nemici se ne avveggano".
Si mossero immantinenti, e giù per la china del monte, risalirono l'erta al di sopra dell'affuocata Nesso, udendo i gridi ed i lamenti disperati dei miseri abitatori, di cui alcuni vedevansi fuggire pei sentieri del monte sottraendosi così alla rabbia dei soldati, i quali in gran numero coperti di ferro, nude le spade, s'aggiravano, intorno a quelle ardenti e crollanti ruine sterminando chiunque degli abitanti a loro s'affacciava.