TRADUTTORE, TRADITORE

TRADUTTORE, TRADITORE(ANDREA MAFFEI)M.DCCC.LXIX.[pg!259]Andrea Maffei, da forse meglio che cinquant'anni, pubblica volgarizzamenti dal tedesco e dall'Inglese, in prosa ed in versi. I suoi componimenti originali hanno incontrato poco; ma le traduzioni, sebbene spesso e' s'arrabattasse intorno ad autori di pochissimo conto, come a dire Salomone Gessner e Gian Ladislao Pyrker, gli han valso fama. Oramai tutti lo stimano conoscitore profondo di quegl'idiomi, interprete felicissimo degli autori stranieri, ottimo verseggiatore. È una riputazione fatta; il pregiudizio sta in favor suo. Il nome di lui raccomanda una scrittura e le assicura spaccio. Il solo, per quanto io mi sappia, che contraddicesse all'opinione universale, fu Giuseppe Mazzini, il quale fin dal M.DCCC.XXXVII s'esprimeva così in un articolo sulMoto letterario in Italia: — «Abbiamo alcune traduzioni di autori stranieri; ma, generalmente, il senso e lo spirito degli originali sono immolati a modi artificiali e di convenzione, nelle traduzioni di Maffei (sic) come in altre». — Se non che, in letteratura ed in politica, il Mazzini persuade il contrario di ciò, che vorrebbe consigliare: è un'autorità alla rovescia. Quindi il suo biasimo, se pur venne letto ed avvertito, giovò all'incremento della [pg!260] celebrità del Maffei. Mi assicurano, anche la Caterina Percoto aver, molti anni fa, rivedute le bucce ad alcune traduzioni del Maffei: ma non nocque alla riputazione di lui; perchè quel lavoro critico è rimasto del tutto ignoto. Chi cura gli scarabocchi femminili?Ed, il confesso ingenuamente, fino all'altrieri, ho creduto anch'io ciecamente non immeritata tanta fama, sebbene poco m'andasse a sangue quel verseggiare fragoroso, che affatica il timpano, non diversamente da un cannoneggiar frequente e vicino: scuola di Vincenzo Monti. Per quanto malvolentieri uno si rassegni a giurare sulla fede altrui, torna impossibile a chiunque il verificare di per sè i titoli d'ogni celebrità. Un esame coscienzioso di qualsivoglia produzioncella artistica richiede tanto tempo e tanto sciupo di pensiero, che, in moltissimi casi, pare opportuno l'accettare indiscussa l'opinion volgare, quantunque volte la responsabilità propria non viene impegnata. Come verificare di per sè i titoli d'ogni celebrità, distinguendo i validi dagl'inammessibili?Ma l'altrieri m'è capitato un volume, che s'intitola:Fausto, tragedia di Wolfango (sic) Goethe, tradotta da Andrea Maffei. Seconda edizione compiuta. Parte seconda. Firenze. Successori Le-Monnier. 1869. (insedicesimo di IV-431 pagg. oltre bottello e frontespizio in principio e l'indice in fine). Parecchi svarioni, che notai scartabellandolo, mi resero attento. Per esempio, il Goethe (nell'atto V) scrive, facendo parlare Fausto de' terreni da lui dissodati ed inferiori al livello del mare: — «che v'è spazio per milioni,Nicht sicher zwar doch thätig-frei zu wohnen(per abitare malsicuri in vero, ma liberi ed operosi).» — Ed il Maffei gli fa dire proprio l'opposto: — «Non sol per abitarvi in sicurezza, Ma in operosa libertà». — Tutto lo squarcio seguente è franteso. Il Goethe scrive:Und so verbringt, umrungen von Gefahr, Hier Kindheit, Mann und Greis sein tüchtig Iahr(e così, fanciulli, uomini e [pg!261] vecchi, passeranno qui il lor buon tempo, cinti da pericolo); ed il Maffei a controsenso: — «Tal che il giovane, il vecchio e l'uom maturo Giorni agiati conduca» — Ora, il pericolo può tornare indifferente e persino aggradevole. Alfredo di Vigny ha scritto un capitolo stupendo sull'amore del pericolo, chiamandolo: — «sorgente di mille voluttà incognite a' più; lotta, che ha trionfi intimi, pieni di magnificenza». — (ConfrontaLeopardi,A un vincitore nel pallone). Ma nessuno al mondo, ch'io sappia, ha mai pensato di chiamar comodo il pericolare. Il Goethe, almeno, di certo no. Nella traduzione del Maffei, trovo in bocca ad un coro questa sentenza: — «Chi posseder la bella Fra le belle pretende, innanzi tutto Armisi di prudenza». — Ma, nell'originale, è detto tutto all'incontrario: — «si provvegga prudentemente di armi». — In un altro punto, secondo il Maffei, Mefistofele esclamerebbe: — «Andiam così, noi sciocchi, Dal palagio alla cieca angusta casa». — Per poco che il traduttore avesse riflettuto, Mefistofele essere il demonio e quindi immortale, avrebbe messo un indeterminatosi vainvece di quella prima persona plurale, che qui riesce assurda e di cui non trovi traccia nell'originale. Subito dopo segue un coro di Lémuri, che il Maffei traduce: — «Poi che la buccia Mi s'aggrinzò, Poi che la gruccia M'appuntellò, Vicino altumuloMi cadde il piè... Perchè dischiudere Doveasi a me?» — Nel testo non è fatta parola di bucce, che s'aggrinzano, nè di grucce, che appuntellano, nè di piedi, che cadono. Vi è detto: — «Ora la perfida vecchiaia mi ha percossa con la sua gruccia; io incespicai sull'uscio dellafossa...... perchè stava appunto aperta?» — O quelfossareso pertumulonon è stupendo? che direbbe un geologo il quale scrivesse ilcratere del Vesuvioe cui stampassero ilcono, sotto pretesto, che, nell'uso volgare, i due termini s'usano promiscuamente? Altrove Fausto insegna all'Elena greca tutto l'incanto della rima; e quindi, essendo il lor castello minacciato dal povero Menelao, infiamma [pg!262] i guerrieri seguaci alla pugna, dividendo loro anticipatamente la Grecia, isminuzzandola loro in tanti feuduzzi, con briose quartine di trocaici rimati. Il Maffei ha la crudeltà di voltare la parlata in isciolti, contro ogni intenzione dell'autore. Altrove inciampo in quest'espressione: — «dall'Hazio all'Ellade». — La mia scienza geografica non bastava ad interpretarla. Sapeva Azio cosa fosse; ma quel promontorio è appunto in Ellade e non prese mai l'H in alcuna lingua. Non potevo supporre unlapsus calamiod uno errore tipografico perdal Lazio all'Ellade, che il nostro sacro Lazio c'entrava come il cavolo a merenda. Riscontro l'originale e trovoHarz, che vale quantoSelva Ercinia. Questo si chiama tradurre ad orecchio; e mi ricorda l'aneddoto volgare, che lessi in una collezione manoscritta di facezie popolari, gentilmente comunicatemi dal dottor Ludovico Paganelli da Castrocaro.Un vescovo visitava la chiesuola del più umile villaggio della diocesi. Sopra l'altarino d'una cappella, pendeva un quadro originale dell'esimio pittore Michelangelo Buonascopa, il più fecondo pennelleggiatore, che mai vivesse, (come dimostrano le opere di lui, sparse pel mondo ed in altri siti), tanto che se n'è fin voluto fare un personaggio mitico, al quale vengono attribuite le fatiche di molti, un Ercole ed un Omero della pittura. Monsignore si fermò a guardare il dipinto, che rappresentava il presepio. Vi vedevi la Vergine, inginocchiata innanzi al Bambino, entrambo con le loro brave corone di rame indorato sul capo; e sopra c'era la scritta:Quem genuit adoravit; che il Manzoni parafraserebbe:E l'adorò; beata!Innanzi al dio prostrata,Che il puro sen le aprì.Monsignore guardava; e lesse la scritta, e ripetè parecchie volte la frase latina a bassa voce, macchinalmente, come suole accadere, pensando forse a [pg!263] tutt'altro. Il secretario di su' Eminenza, stimando per avventura che il padrone non avesse inteso quel latinetto e volendo fare il saputello, scappò fuori a dire con la massima prosopopea: — «Già monsignore,que' di Genova l'indorarono; chè qua, ed in tutta la provincia, non si scavizzolerebbe un operaio capace di far bene di questi lavori. Bisogna ricorrer sempre a' forestieri, quando si vuole un'indoratura ammodo.» — Il povero Vescovo fece bocca da ridere, e si astenne per cristiana carità dal mortificare il prosuntuoso. Ma si persuase d'aver per segretario una gran bestia. I diocesani n'eran già persuasissimi da un pezzo.Insomma, dopo uno studio attento del volume, ho dovuto conchiudere, che la bella fama del Maffei l'è usurpata, giacchè sarebbe malagevole il tradurre con meno intelligenza, con più inesattezza, accumulando più spropositi. Duolmi il profferir queste parole, le quali potrebbero forse contristare una canizie; ma sarei timido amico al vero, se riguardi di tal fatta mi persuadessero di tacere. Della persona del Maffei, potrei astenermi dal parlare ancorchè fosse da dirne ogni male, perchè lo starne zitto non implicherebbe ned ignoranza nè complicità, non nuocerebbe ad alcuno. Delle opere gli è un altro par di maniche. L'interesse de' terzi, cioè degl'Italiani, che, ignorando il tedesco, credon proprio di leggere il Goethe, quando s'inghiottono la traduzione Maffei, mi obbliga a parlare. Del resto, non chieggo di venir creduto senza pruova: tolgo quindi a disaminare la prima scena, paragonando versione e testo. Chi avrà la pazienza di seguirmi, non potrà dissentir meco. Nel giorno di Sant'Andrea pescatore, che pesca l'anime al Signore, in Firenze, le famiglie sogliono giocare a cruscherella. Il babbo getta in un gran monte di crusca, che sta in mezzo al tavolo, intorno cui seggono i giocatori, vi getta una manciata di centesimi. Quindi si rimescola crusca e centesimi, come un popolo in rivoluzione; e poi si divide il gran monte in tanti monticelli quanti sono [pg!264] i ragunati, appunto in quella forma, che alcuni bassi ambiziosi vorrebbero federativamente sminuzzar l'Italia. Ognuno frunga nella crusca, che gli vien assegnata; e que' centesimi, ch'e' vi trova, son suoi; e, se nulla trova, i compagni tel fischiano. Il mio monticello di crusca è la versione del Maffei; i centesimi, che vi cerco, sono gli spropositi; per dio! ne trovo finchè voglio; son più gli errori che i periodi, più i centesimini che i granelli di crusca.Questa scena ha nel testo centoquindici versi, nella traduzione Maffei centrentaquattro: possiamo arguirne un po' di stemperamento, perchè, in regola generale, un verso Italiano analogo riesce più che sufficiente a renderne uno tedesco: se il vocabolo tedesco è di solito più breve dell'Italiano corrispondente, le nostre forme grammaticali sono viceversa più energiche, la nostra conjugazione è più ricca di tempi, le nostre ellissi ed i nostri sottintesi spigliano l'orazione; e d'infinite parole superflue ne facciamo a meno. Lo argomento della scena è presto detto. Ariele esorta sull'alba una torma di spiritelli ad indur pace nell'animo esagitato dello stanco Fausto, a discacciarne il rimorso, ad infondergli l'obblio del passato, l'amor della vita. Spunta il sole; spariscono i silfi. Il dormiente si ridesta, rinfrancato d'anima e di corpo, desideroso di godimento e di azione, convinto che ogni Ideale astratto perdura inasseguibile, e può solo fruirsi nel riflesso variopinto, che ce ne offre la vita. — «L'attività è l'uomo,» — dice il Barrili. — «Fare, fareè l'impresa gentilizia di questo credente nel cuore, scettico nella mente, che il Goethe ha incarnato» — ossia, voluto incarnare — «nel suo Fausto. Fare, fare: ed è perdonato anche l'errore; e i patti col diavolo, anco se scritti col proprio sangue, non tengono. Chi più ha operato, con la coscienza di voler giungere al vero, ha salvata l'anima sua (L'Olmo e l'Edera.X).» — Del resto, questa prima scena della seconda parte delFaustoè fredda: non parla nèd al cuore nèd alla fantasia; punta passione, punto [pg!265] sentimento, punta poesia; Ariele, i silfi; Fausto non sono personalità spiccate e pregnanti, anzi vuote rappresentazioni, portavoci adoperati dall'autore per esprimere un suo concetto; ed i concetti, ch'egli vuole esprimere non sono, come quelli del Voltaire di natura da appassionare per sè stessi, materialmente il lettore. L'intervento fantasmagorico rimane ingiustificato; il monologo del protagonista è rettorico e declamatorio. Ma, numi del cielo! ciò, che bisognava appunto rappresentarmi, era codesta guarigione, codesto incallimento di Fausto, codesto suo lento oblio e riscatto del passato, in tutte le gradazioncelle, che, un attento ed affettuoso esame del problema psicologico avrebbe fatto scoprire. Il mutamento, per tornar poetico, non dovrebb'esser miracoloso ed accadere in virtù de' canti soprannaturali dellesifilidi(come avrebbe detto il Madoj-Albanese); bensì svolgersi sotto i nostri occhi, in modo da capacitarci, da sembrarci, nonchè possibile, necessario. Dovrebbe insomma essere l'argomento non d'una scena, anzi di tutta la seconda parte. Tanto il Goethe non ha visto; ned era forse in grado di eseguire. Ma la fattura e l'armonia de' versi è stupenda: bellezza questa musicale anzichè poetica, però sempre bellezza; e noialtri Italiani, indulgentissimi pe' versi, che suonano e non creano, saremmo ingiusti, rimproverando agli altri popoli di compiacersene. Onomatopea bene intesa, splendore di tropi, studio intelligente de' fenomeni naturali, lingua discretamente pura, finito tecnico, ecco i pregi, che, nell'originale tedesco, compensano in parte l'inane simbolismo e la deficienza di contenuto poetico, che questa scena ha comune con alcuni canti dell'Allighieri, i quali sono disquisizioni teologiche versificate. Difatti, l'opera de' Silfi verso Fausto rimane senza connessione, vuoi con la prima parte della Tragedia, vuoi con tutto il seguito. Convien dunque interpretarla simbolicamente e riferirla alla relazione, che han fra di loro le due parti della favola. Nella prima s'è incarnata l'irrequietezza intellettuale e morale della [pg!266] gioventù del poeta; nella seconda n'è ritratta la vecchiaja, serenamente contemplativa, universale, eclettica. Il Goethe stesso ha detto: — «La prima parte è quasi tutta subjettiva, tutto vi è prodotto d'un uomo appassionato, preoccupato. Nella seconda parte non vi è quasi nulla di subjettivo; vi apparisce un mondo più alto, più vasto, più chiaro, più spassionato; e chi non ha molto visto e molto provato non sa che farsene». — Il Coro de' Silfi rappresenta la virtù poetica, la quale, nella prima parte, evoca le lotte intime delle passioni e della coscienza, e, nella seconda, trasforma ogni cosa in un lieto scherzo della immaginativa. La catarsi e glorificazione, per mezzo degli spiriti della poesia, vuole esprimere una palingenesi poetica, che ci autorizza a prescindere dal precedente o cel mostra da un punto di vista, che la sola seconda parte può spiegarci. Ma tutto questo simbolismo, sempre riferibile alla vita ed alle vicende personali del Goethe, non potrebbe interessarci e commuoversi. L'accompagnamento diarpe eolieal canto di Ariele è cosa stupidamente buffa; è una strampalataggine, che non fa nemmen ridere. Nè mancano i plagi: la idea di far consolare Fausto dormiente dal coro de' silfi è imitata dal Calderon, che fa consolare un suo protagonista svenuto dagli angeli. La pirateria era sistema pel Goethe: tutti sanno, ch'egli osò stampare come cosa propria una canzonetta popolare, mutandovi poche parole. C'è un suo epigramma,Totalità, che viene spesso citato: mi sono accorto, ch'è tolto dalla prosa francese del Beroaldo di Verville. Non la finirei: ma torniamo a bomba.I versi, rimati tutti, appartengono a diversi metri, scelti con accorgimento maestrevole, sempre adatti a' personaggi, alla materia. Giacchè, per dirla con Bione Crateo ossia Vincenzo Gravina: — «il numero ha per primo e maggior vanto suo l'esser conforme ed imitare con la propria armonia il genio e la natura della cosa, che si rappresenta: perchè tanto il numero quanto la locuzione son tolti a fine di [pg!267] ben condurre e di partorir l'espressione, la quale dee essere regola e misura di tutti i colori poetici, che debbono avere stima ed approvazione proporzionata all'aiuto, che prestano alla rassomiglianza». — E Giuseppe Giusti scriveva a Silvio Giannini: — «Questa analogia dei metri col subietto è trascurata e derisa: ma chi la deride e chi la trascura se ne accorgerà. Si può scherzare con tutti gl'istrumenti e sopra tutte le corde; ma l'accompagnarsi una Elegia col sistro e coi timpani è una facezia da carnevale». — Il coro de' Silfi canta strofe di trocaici analoghi a' nostri ottonarî. Ariele dà l'intonazione al coro con una strofa consimile; ha poi un recitativo ne' soliti giambi tragici tedeschi, ed un altro canto di tredici ottonarî irregolarmente rimati. Il monologo di Fausto ridesto è in terzine, imitate dalle italiane, sebbene vi si ripetano le rime senza scrupolo, in opposizione alla: — «Stolta legge, anche io 'l dico, ma pur legge Che il terzinante antico mastro ditta;» — come, a torto, l'Astigiano. Questo metro, introdotto in Germania, nell'ultimo decennio del secolo scorso, da Augusto Guglielmo Schlegel, (che, se non erro, l'adoperò persino in una tragedia, quantunque non ci sia metro meno drammatico, come può convincersene chiunque ha letto anche le favole boscherecce e le tragedie in terzine Italiane, che son parecchie) vi ha poco incontrato: il Goethe non se n'è servito se non qui e nel carme sul Cranio dello Schiller. In Italiano sogliamo chiudere il periodo ad ogni terzina; invece il Goethe fa periodi, che abbracciano più terzetti; e, per lo più, mette il punto fermo dopo il primo verso di una terzina. Il Maffei, non ispirato male nel tradurre gli ottonarî degli spiritelli in decasillabi, e che ha voluto così accrescere od inconsciamente forse solo ne ha cresciuto il suono, non so come possa scolparsi di aver tradotta in altro metro, cioè in settenarî, la strofa d'Ariele. Oltre lo scàpito d'armonia, ne risultano due sconvenienze. In primo luogo, Ariele non prescrive più a' Silfi il [pg!268] tono, in cui debbono cantare; cessa d'esserne il corago; e quindi il metro, adoperato da questi, diventa immotivato, arbitrario. E poi, non s'avverte più distacco sufficiente fra la strofa ed il recitativo, tradotto dal Maffei con un libero intreccio di endecasillabi, settenarî e quinarî, quale usa ne' melodrammi. Come il recitativo di giambi, gli è parso di rendere anche gli ottonarî, che annunziano con armonia imitativa lo spuntare del sole; sicchè quel brano impallidisce al paragone delle strofe precedenti, invece di offuscarle per fragore ed altisonanza. Imperdonabile poi mi sembra, l'aver messo in isciolti le terzine di Fausto: bisognava assolutamente conservare il metro, che il Goethe non avea mica adoperato a casaccio. Lo sciolto qui non va, perchè troppo drammatico, perchè destituito della solennità compassata, serena del terzetto. La bellezza principale della scena, come ho avvertito, è musicale; l'armonia de' metri esprime mirabilmente, meglio delle parole, que' sentimenti, che erano nelle intenzioni dell'Autore. Il Maffei non ha saputo rendersene conto; quindi nella scelta de' metri è stato infelice, lasciandosi determinare dal comodo e dalla facilità, non dalla natura del soggetto.Scendiamo ora all'intelligenza letterale del testo.VERSI I-VIII.Tedesco.Ariele con accompagnamento d'arpe eolie:Wenn der Blüthen Frühlings-RegenUeber alle schwebend sinkt,Wenn der Felder grüner SegenAllen Erdgebornen blinkt,Kleiner Elfen GeistergrösseEilet wo sie helfen kann,Ob er heilig? ob er böse?Iammert sie der Unglücksmann.[pg!269]TRADUZIONE LETTERALEQuando a primavera una pioggia di fiori vien giù librandosi sopra tutti; quando la verde benedizione de' campi splende a tutti i terrigeni; la grandezza spirtale de' piccoli silfi accorre, dove può giovare; o santo o malvagio, (ch'e' sia), compatisce all'uomo della sventura.TRADUZIONE DIAndrea Maffei.Allor che la fecondaPiova di maggio cadeSui campi, e delle biadeLa verde spica imbionda,Picciolo stuol di spiritiVolenteroso accorre,E dove possa, al miseroO buono o reo, soccorre.Il Goethe non parlava degli acquazzoni benefici di maggio, anzi de' fiori, che, a maggio, cadono, piovono dagli alberi. Come va, che il Maffei non ha nè visto nè tradotto quelBlüthen? I versi tedeschi rammentano subito il petrarchesco:Da' be' rami scendea.... Una pioggia di fior sovra 'l suo grembo... con un vago errore, Girando;... e si direbbero tradotti dalla bella canzone di messer Francesco. Girolamo Benivieni nel suoAmore, verso il fine, ha questa ottava sdrucciola a proposito di certi alberi:Da' vivi rami lor sospesi pendono Aurei pomi, onde gli augei si pascono. Poi dolci note al ciel cantando rendono; E quei, pasciuti, subito rinascono. Da le frondose lor chiome discendono. In dolce pioggia fior, che, mentre cascono (sic), Vaghe ghirlande alle fresch'erbe ordiscono, Onde di doppio umor liete fioriscono.Il Marino (AdoneII. 25.) narra, che Amore, chiamato da Venere:Corre ingordo a l'invito; e, colmo un lembo Di fioretti e di fronde in prima coglie; Poi, poggia in aria; e, sul materno grembo, In colorita grandine lo scioglie.[pg!270] Alessandro Guidi in una canzone a Clemente IX (Giovan Francesco Albani) scrive:E la dolce degl'inni aurea famiglia, Quasi d'eterni fior pioggia divina, Discenda in grembo alla città latina.Cito siffatti esempî e ne citerò altri in seguito, ad ogni passo, per mostrare con tutta evidenza, come questa ed altre immagini, adoperate dal Goethe, non abbiano poi nulla d'insolito, di strano, nulla che possa confondere o perturbare un traduttore. Egli s'è avvalso dell'immagine trovata dal Petrarca, a lui ben noto pe' lavori di Carlo Ludovico Fernow, de' quali sappiamo da' dialoghi di Giampietro Eckermann, quanto studio e conto facesse; sebbene sia qui detto per incidenza non valgano agli occhi nostri un fico; ma al Goethe dovea parer diversamente, perchè gli aprivano in qualche modo l'intelligenza della poesia Italiana. E forse gli era nota eziandio la Canzone del Guidi, giacchè in Roma era stato ammesso sotto il nome di Megalio Melpomenio fra gli Arcadi, che veneravano quel gobbetto pavese come inventore d'un nuovo modo di poetare. Il Goethe non parla di messe, che imbionda; siamo in primavera e non in estate. Parla de' verdi campi, che splendono, ridono, suscitano speranze a tutti i terrigeni, tanto a' bruti, quanto agli uomini, quanto agli spiriti elementari, fra' quali sono da noverarsi Ariele ed i silfi. Questo sentimento sparisce nella versione del Maffei. Il Goethe non dice, lo stuolo degli spiritelli esser piccolo, chè anzi da tutta la scena risulta folto. Dice bensì, che i silfi sono nanerottoli; e marca l'antitesi fra la piccolezza delle forme e la grandezza spiritica o spirituale o spiritellesca, come a me parrebbe meglio, per la somiglianza conistenterellesco. Così il Bernia dice del demonio Scarampino:Minuto il ghiottarello e piccolino, Ma bene è grande e grosso di malizia.Così l'Imperiale nelCasalino:Anco statura in noi par, che si vante, Se in vene anguste più, più furia spande; Più coraggio ha quel cor che meno è grande, Ed ha corpo pigmeo spirto gigante.Così il Padre Carlo Casalicchio [pg!271] della Compagnia di Gesù dice (L'Utile nel Dolce.V. I. I.) che Sant'Antonio, vescovo di Firenze era: — «detto così, perchè quanto era grande d'animo, di santità, di dottrina e di prudenza, tanto era piccolo di statura e di corpo». — Così Vittorio Betteloni, dopo aver detto, che il Cavour era piccolo, sclama:Oh fu pur grande il piccioletto conte!La magnanimità de' silfi li fa non solo soccorrere, anzi pur compatire allo infelice; e questo sentimento è significato con energia dallo intraducibilejammern(eccitar compassione) che, avendo per soggetto il compatito e reggendo il compassionante all'accusativo, ci dimostra questi passivo. Ma tutte le siffatte intenzioni e gradazioni spariscono nel Maffei. Altro èmisero, altro èl'uomo della sventura: codesta espressione all'ossianica indica un grande infelice; mentre il vocabolo, che il Maffei v'ha sostituito, s'attaglierebbe ad ogni sventurato volgare, anche ad un povero accattone. Ma probabilmente ned Ariele ned i silfi ned il Goethe si sarebbero tanto curato d'un tapinello qualunque. Le sono minuzie d'espressione, pure vuol dir molto non averle avvertite. Il Berchet ha chiamato i contadini d'Italia;figli dell'affanno: che miseria sarebbe il tradurre o l'interpretare come se dicesse soltantoaffannati! Giorni fa, visitando labella villanelladi Michelangelo, lessi scarabochiati col lapis su d'una lapide que' versi:Amo la tomba, ove si dorme in pace; Ove all'eterno figlio del dolore È pio conforto una solinga face, Una stilla di pianto e un mesto fiore.Sostituire in essiaddoloratoafiglio del dolore, o non sarebbe un'insipienza imperdonabile? Del resto, quasi tutti questi spropositi del Maffei sono ripetizione de' commessi dal prof. Giuseppe Gazzino, che aveva tradotto così:Appena vien, che cada Dal cielo in primavera Su' campi la rugiada; Appena è, che si veggia La messe, che biondeggia; Piccoli Silfi a stuolo Traggon per dare aita, A quanti son, che in duolo Menan quaggiù la vita. Sia tristo od innocente, Se da miseria afflitto, A lor pietade ha dritto.[pg!272] Io non ho qui ad occuparmi de' farfalloni del Gazzino, che, nell'atto quarto, giunge sino a scambiare un paio di stivali con una coppia di rospi; quindi mi basterà di averlo mentovato una volta. E mi asterrò da ulteriori riscontri, che indurrebbero a sospettare, aver tanto egli quanto il Maffei tradotto non dall'originale anzi da una cattiva traduzion francese.VERSI IX-XIII. —Tedesco.Segue Ariele.Die ihr diess Haupt umschwebt im luft'gen Kreise,Erzeigt euch hier nach edler Elfen-Weise,Besänftiget des Herzens grimmen Strauss;Entfernt des Vorwurfs glühend bittre Pfeile,Sein Innres reinigt von erlebtem Graus.TRADUZIONE LETTERALEVoi, che circondate questo capo, librandovi nell'aerea ronda, dimostratevi qui secondo il degno costume de' silfi:sedateil bieco conflitto del cuore; allontanate gli ardenti dardi, ed amari del rimorso; purificate l'animo suo del sostenuto orrore.TRADUZIONE DIAndrea Maffei.Gentile, aereo stuolo,Che vai su quella mestaFronte girando a volo,La virtù consueta or manifesta.Le cure irrequieteIn quell'animo afflitto,Silfidi, raddolcite; e ne svelleteL'igneo stral de' rimorsi ond'è trafitto.Fate che non molesti il suo riposoRicordo tormentoso.Ilmesta, l'afflitto, l'ond'è trafittoson riempiture, imbottiture inutili, che attenuano l'effetto. Del rimanente, [pg!273] sembra, che il Maffei si sia proposto di mitigare le forti e vibrate espressioni dell'originale, di ringentirle. Altro cheraddolcire cure irrequiete! si tratta di calmare le passioni scatenate, che atrocemente combattono fra di loro e contro la coscienza! Altro chericordo tormentoso! si tratta di raccapriccio per la vita vissuta! Fausto ha rinnegato dio; ha patteggiato col diavolo; ha fatto falsa testimonianza intorno alla morte del marito della Marta ed avvelenato la madre della Ghita ed assassinato il fratello ed abbandonata e costretta al delitto quella povera sedotta; la memoria delle iniquità commesse è per lui qualcosa di più che un semplicericordo tormentoso, come ogni galantuomo ne ha. Nè si tratta di far sì, ch'egli abbia un riposo non molestato; anzi si tratta di purificargli l'animo dell'orrenda rimembranza, d'infondergli l'obblio del passato, d'irrorarlo d'acqua di Lete, d'onda letea oletalecom'è meglio specificato in seguito. E perchè tôrre l'amarezzaagli ardenti rimorsi?VERSI XIV-XV. —Tedesco.Segue Ariele.Vier sind die Pausen nächtlicher Weile,Nun ohne Säumen füllt sie freundlich aus.TRADUZIONE LETTERALEQuattro sono gli spazî del tempo notturno (= La notte ha quattro vigilie); riempiteli ora senza indugio benignamente.TRADUZIONE DIAndrea Maffei.Quattro pause ha la notte. A lui tranquilleScorranoLa notte non ha pause, è senza soluzioni di continuità, non si ferma mai. Si tratta distadii, non [pg!274] dipause. Io rendo ilPausencon lospazî, ricordando Tommaso Stigliani da Matera: poetamateriale, come il chiamavano bisticciando i nemici. NelMondo Nuovo, egli dice di Cristoforo Colombo, che, la notte prima d'una battaglia con gli Aitini,Stette egli inginocchiato, infin che il quinto Degli spazî notturni udì finirsi, Seguendo sempre il supplicar non finto Con percuotersi il petto ed empio dirsi. Ben è vero, che da' Romani essa notte partivasi in quattro vigilie, ciascuna di tre ore nostre circa; ed il Goethe rappresenta in esse quattro momenti del sonno, come potrà vedersi. Dapprima lo spirito, appartandosi dal mondo, esterno ambiente, si ritira in sè stesso, si rannicchia,sse requaquiglia(si rinconchiglia) come scrivevano i secentisti napoletaneschi con bel tropo ed energico; ma, quando gli occhi son chiusi e gli oggetti non agiscono più immediatamente sullo spirito, gli emblemi loro echeggiano nella mente e vi si specchiano nelle immagini de' sogni, finchè non illanguidiscano, spariscano e sottentri il vero sonno riparatore, la pace indisturbata dello spirito. Ma, come il sonno non succede immediatamente alla veglia, così pure rientra e si risolve nella veglia mediatamente e solo mediante il sogno: le immagini del mondo esteriore ricominciano a farsi sentire, ridivengono potenti e vivaci, finchè ci riconducano rinvigoriti alla piena coscienza di noi stessi. Sicchè il primo verso è tradotto con un'espressione falsa; ma il secondo poi è tradotto a contrassenso, come se alludesse a Fausto, mentre invece tratta de' silfi, a' quali raccomanda di cominciare senza indugio a spendere le ore notturne in quell'opera di carità.VERSI XVI-XXI. —Tedesco.Segue Ariele.Erst senkt sein Haupt aufs kühle Polster nieder,Dann badet ihn im Thau aus Lethes Fluth;Gelenk sind bald die Krampferstarrten Glieder,[pg!275]Wenn er gestärkt dem Tag entgegen ruht.Vollbringt der Elfen schönste Pflicht,Gebt ihn zurück dem heiligen Licht.TRADUZIONE LETTERALEPrima dechinategli il capo sul fresco guanciale; poscia immergetelo nella rugiada dell'onda letéa. Le membra convulsamente irrigidite si scioglieranno tosto, risponde egli rinvigorito sino al giorno. Compite il più bel dovere de' silfi: restituitelo alla santa luce.TRADUZIONE DIAndrea Maffei.. . . . . Su guancialeMorbido lo adagiate, e colle stilleAttinte alla fataleOnda di Lete,Ne irrorate le membra, e lo vedreteSciogliersi dal letargo in picciol'ora.E poi, quando all'auroraS'appressi, caldo di vigor novello,Degli obblighi il più belloCompite; e dolcementeRiapritegli il ciglio al sol nascente.Ariele non manda mica i silfi in cerca d'un morbido guanciale: i silfi, che albergano nelle scoscenditure de' monti, fra' sassi, sotto le foglie, non hanno nè cuscini, nè materazza, nè coltrici, nè capezzali; Ariele parla delfresco guancialeofferto naturalmente dall'erba. Difatti, Fausto èauf blumigen Rasen gebettet, — «coricato sull'erba fiorita». — Il Marini dice similmente di un suo personaggio:Or, perchè 'l sol già poggia e i poggi inaura, Lascia i riposi de l'erboso letto(Adone XV. 25.) ed anche:Giacea sul piumacciuol d'un violeto Lungo un ruscel freschetto e cristallino, Corcato quasi in morbido tappeto Un pargoletto e tenero bambino(Adone XV. 33.Vedi pure, III. 84:Avventurosi fiori, erba felice, Che dell'Idolo mio languido e stanco, Siete guanciali al volto e piume al fianco) — Aleardo Aleardi [pg!276] ha voluto imitare questa imagine di erboso letto e di giaciglio fiorito, ed, al solito suo, è riuscito a renderla ridicola e grottesca, dicendo alla sua Maria;coi molli Muschi, divelti a le natali ombrie, Farò sponda a la tua splendida testa D'Italiana. Ilfataleè puro riempitivo in grazia della rima: il Goethe non ce l'avea messo; nè l'adoperò il pure ridondante Marini, in un luogo, in cui fa fare al sonno personificato, la parte, che qui fanno i silfi:Già da l'ombrose sue riposte cave De la notte compagno, aprendo l'ali, Con lento e grato furto il sonno grave Tolse la luce ai pigri occhi mortali. E, con dolce tirannide e soave, Sparse le tempie altrui d'acque letali. I tranquilli riposi e lusinghieri S'insignorian de' senni e de' pensieri.(Adone XIV. 43). Bei versi, ma per me guasti da quello equivocissimoletale, che propriamente vuol dirmortale, sebbene il Marino anche altrove ed altri pure l'abbiano adoperato nel senso dileteo; esempligrazia: L'isola d'ogni intorno abbracia e chiude (Come scorger ben puoi) l'onda letale. —Caldo di vigor novelloè una frasca rettorica, un ghirigoro senza scopo, invece del semplice e schiettorinvigoritodel testo.Sciogliersi dal letargo, significa ridestarsi, rinvenire; ma il Goethe non dice mica, che Fausto si sveglierà presto, giacchè vuole, ch'e' dorma tutte l'ore notturne; dice bensì, che, riposando, rinvigorito dall'obblio del passato e del rimorso perturbatore de' sonni e de' sogni, nonchè dalla freschezza del giaciglio (siamo anima e corpo!) cesserà lo spasimo, che gl'irrigidisce le membra, si dileguerà la rigidità spasmodica. Il Maffei ha sbagliata la punteggiatura del tedesco, ponendo dopoGliederil punto, ch'è doporuht. Nella sua traduzione s'impara, che il più bello degli obblighi, assolutamente parlando, è il riaprire gli occhi di uno al sol nascente; sicchè la sora Maddalena, che mi sveglia il mattino, portandomi il caffè, adempirebbe con quest'atto solo alle più alte esigenze morali. Non discuto su codesta teorica: ma il Goethe non l'ha enunciata mai; e dice invece il [pg!277]più bel dovere de' silfi(de' Silfi, si noti) essere il ridare lo sventurato alla santa luce, il ridargli la compiacenza di vivere (e non già, il riaprirne le ciglia al sol novello).VERSI XXII-XXIX. —Tedesco.Coro di Silfi.Wenn sich lau die Lüfte füllenUm dem grünumschränkten Plan,Süsse Düfte, NebelhüllenSenkt die Dämmerung heran;Lispelt leise süssen Frieden,Wiegt das Herz in Kindesruh,Und den Augen dieses MüdenSchliesst des Tages Pforte zu.TRADUZIONE LETTERALE.Quando tepide l'aure si riversano sulla pianura cinta di verde, il crepuscolo diffonde soavi olezzi e velame di nebbia; mormora sommessamente di pace soave; culla il cuore come nel riposo infantile; e chiude innanzi agli occhi di questo stanco la porta del giorno (le ciglia).TRADUZIONE DIAndrea Maffei.Quando l'aura leggera leggeraL'erbe e i fiori al maggese accarezzi,E ne mandi la placida seraOmbre molli, dolcissimi olezzi,Quella calma spiratagli al core,Che il dormente fanciullo conforta:Poi chiudete del giorno, che more,Alle stanche sue ciglia la porta.Curioso è qui lo scambio di alcuni presenti dell'indicativo con altrettanti imperativi. Nella traduzione del Maffei, le silfidi si esortano ad operare ciò, che nell'originale decantano come effetto d'una sera di primavera: sichè l'ultimo distico diventa un logogrifo [pg!278] insolubile. Il Goethe esprime con impareggiabile armonia di verso questo pensiero semplicissimo: che il crepuscolo vespertino suade pace all'animo. Il Maffei si è ricordato del decasillabo del Berchet:Una brezza leggera leggera; ma la reminiscenza è qui inopportuna, trattandosi non di una fresca brezza mattutina e marina, anzi d'un tepido scirocco, grave di odori e di vapori. Quelche moreè un riempitivo inutile, che guasta la metafora:chiudete la porta del giorno, che more, alle ciglia stanche!E, badiamo bene,porte del giorno, chiama il Goethe appunto le ciglia, con metafora imitata da Pitagora, che le addimandavaporte del sole, secondo c'informa Diogene Laerzio (VIII, 29.); perchè, aperte, lasciano entrare in noi il giorno, il sole. Similmenteporte del desioha chiamati gli occhi il de la Fontaine:Que dirais-je des traits, où les ris sont logés? De ceux, que les amours ont entre eux partagés? Des yeux aux brillantes merveilles, Qui sont les portes du désir? Et surtout des lèvres vermeilles, Qui sont les sources du plaisir?Non mi sovviene, qui su due piedi, d'alcuno esempio Italiano di simile metafora, neppure in quel seicento, al quale mi giova ricorrere in questa occasione, perchè il Goethe non è, per lo stile e pe' concetti, se non un mediocre seicentista, e sebbene quell'espressione vi ricorra spesso. Per esempio, il Marino fa chiamar da Venereporte del cielole palpebre di Adone, (III. 89) ma perchè pone il suo paradiso negli occhi di Adone:Sonno, ma tu, s'egli è pur ver, che sei Viva e verace immagine di morte, Anzi, di qualità simile a lei, Suo germano t'appelli e suo consorte; Come, come potesti a' danni miei, Entrar del ciel ne le beate porte? Con che licenza, oltre l'usato ardita, Puoi negli occhi abitar de la mia vita?(Vedi ancheAdone, I, 19). Tommaso Stigliani (Mondo Nuovo, VIII) fa descriver così al Cavalier del Sognola beltà falsa di sognate membra, cioè la donna, per la quale Amore l'avea piagato in sogno: [pg!279]Quei labbri, ch'avrian vinto, o ninfe, e stanco Qual più ardente corallo è nel mar vostro, Con vaghezza chiudean non vista unquanco Quanto oggi ha di gentile il secol nostro. Lasso! chiudean per miei perpetui mali Un bel tesor di perle orientali. Fra le quai se formava ella parola, Vista aperta del ciel la porta avresti.Quiporta del cieloè adoperata metaforicamente per felicità. Ma l'essere insolita tra noi codesta metafora del Goethe, non iscusa il Maffei, che non l'ha intesa.VERSI XXX-XXXVII. —Tedesco.Segue il Coro:Nacht ist schon hereingesunken,Schliesst sich heilig Stern an Stern;Grosse Lichter, kleine Funken,Glitzern nah und glänzen fern:Glitzern hier im See sich spiegelndGlänzen droben klarer Nacht;Tiefsten Ruhens Glück besiegelndHerrscht des Mondes volle Pracht.TRADUZIONE LETTERALE.La notte è già discesa: stella a stella santamente si affianca. Grandi luminari, piccole faville scintillano da presso e splendono da lunge; scintillan qui, specchiandosi nel lago; splendono lassù nella chiara notte. La piena magnificenza della luna regna suggellando la felicità dell'altissima quiete.TRADUZIONE DIAndrea Maffei.Sulla terra son l'ombre cadute,Astro ad astro nel ciel si congiunge;Ampie luci, scintille minuteVan raggiando da presso, da lunge.Splendon là nella notte serena,Guizzan qui nel cristallo dell'onda.E la luna vivissima e pienaÈ suggello alla pace profonda.[pg!280] Non c'è male; malgrado qualche imbellettatura sconveniente, come quel direle ombreinvece del semplicenotte; e sì, che nella strofa precedentemolli ombresignificava i vapori che sorgono a sera. Si vede, che questa parola ed alcune altre, (per esempiociglio,onda) sono predilette dal Maffei, unicamente pel suono armonioso; seicentismo, stile mariniano.Ondapuò essere un fiume, un rivolo, una gora, un mare, un lago, una vasca; può esser l'oceano od una pozzanghera; ma qui il Goethe indica esplicitamente il pelaghetto, ove si raccolgon l'acque della cascata. L'antitesi fra lo splendere da lontano e lo scintillar velatamente dappresso, che poi viene meglio svolto in due versi, sparisce nelVan raggiando da lunge, da presso. E perchè mai togliere quell'avverbiosantamenteopudicamente(come piacerà di rendere loheilig), che attribuisce non so che di umano agli astri del cielo? Il Leopardi ha pur detto:Più che mezze oramai l'ore notturne Eran passate; e il corso all'oceàno, Inchinavan pudiche e taciturne Le stelle, ardendo sul deserto piano.

TRADUTTORE, TRADITORE(ANDREA MAFFEI)M.DCCC.LXIX.[pg!259]Andrea Maffei, da forse meglio che cinquant'anni, pubblica volgarizzamenti dal tedesco e dall'Inglese, in prosa ed in versi. I suoi componimenti originali hanno incontrato poco; ma le traduzioni, sebbene spesso e' s'arrabattasse intorno ad autori di pochissimo conto, come a dire Salomone Gessner e Gian Ladislao Pyrker, gli han valso fama. Oramai tutti lo stimano conoscitore profondo di quegl'idiomi, interprete felicissimo degli autori stranieri, ottimo verseggiatore. È una riputazione fatta; il pregiudizio sta in favor suo. Il nome di lui raccomanda una scrittura e le assicura spaccio. Il solo, per quanto io mi sappia, che contraddicesse all'opinione universale, fu Giuseppe Mazzini, il quale fin dal M.DCCC.XXXVII s'esprimeva così in un articolo sulMoto letterario in Italia: — «Abbiamo alcune traduzioni di autori stranieri; ma, generalmente, il senso e lo spirito degli originali sono immolati a modi artificiali e di convenzione, nelle traduzioni di Maffei (sic) come in altre». — Se non che, in letteratura ed in politica, il Mazzini persuade il contrario di ciò, che vorrebbe consigliare: è un'autorità alla rovescia. Quindi il suo biasimo, se pur venne letto ed avvertito, giovò all'incremento della [pg!260] celebrità del Maffei. Mi assicurano, anche la Caterina Percoto aver, molti anni fa, rivedute le bucce ad alcune traduzioni del Maffei: ma non nocque alla riputazione di lui; perchè quel lavoro critico è rimasto del tutto ignoto. Chi cura gli scarabocchi femminili?Ed, il confesso ingenuamente, fino all'altrieri, ho creduto anch'io ciecamente non immeritata tanta fama, sebbene poco m'andasse a sangue quel verseggiare fragoroso, che affatica il timpano, non diversamente da un cannoneggiar frequente e vicino: scuola di Vincenzo Monti. Per quanto malvolentieri uno si rassegni a giurare sulla fede altrui, torna impossibile a chiunque il verificare di per sè i titoli d'ogni celebrità. Un esame coscienzioso di qualsivoglia produzioncella artistica richiede tanto tempo e tanto sciupo di pensiero, che, in moltissimi casi, pare opportuno l'accettare indiscussa l'opinion volgare, quantunque volte la responsabilità propria non viene impegnata. Come verificare di per sè i titoli d'ogni celebrità, distinguendo i validi dagl'inammessibili?Ma l'altrieri m'è capitato un volume, che s'intitola:Fausto, tragedia di Wolfango (sic) Goethe, tradotta da Andrea Maffei. Seconda edizione compiuta. Parte seconda. Firenze. Successori Le-Monnier. 1869. (insedicesimo di IV-431 pagg. oltre bottello e frontespizio in principio e l'indice in fine). Parecchi svarioni, che notai scartabellandolo, mi resero attento. Per esempio, il Goethe (nell'atto V) scrive, facendo parlare Fausto de' terreni da lui dissodati ed inferiori al livello del mare: — «che v'è spazio per milioni,Nicht sicher zwar doch thätig-frei zu wohnen(per abitare malsicuri in vero, ma liberi ed operosi).» — Ed il Maffei gli fa dire proprio l'opposto: — «Non sol per abitarvi in sicurezza, Ma in operosa libertà». — Tutto lo squarcio seguente è franteso. Il Goethe scrive:Und so verbringt, umrungen von Gefahr, Hier Kindheit, Mann und Greis sein tüchtig Iahr(e così, fanciulli, uomini e [pg!261] vecchi, passeranno qui il lor buon tempo, cinti da pericolo); ed il Maffei a controsenso: — «Tal che il giovane, il vecchio e l'uom maturo Giorni agiati conduca» — Ora, il pericolo può tornare indifferente e persino aggradevole. Alfredo di Vigny ha scritto un capitolo stupendo sull'amore del pericolo, chiamandolo: — «sorgente di mille voluttà incognite a' più; lotta, che ha trionfi intimi, pieni di magnificenza». — (ConfrontaLeopardi,A un vincitore nel pallone). Ma nessuno al mondo, ch'io sappia, ha mai pensato di chiamar comodo il pericolare. Il Goethe, almeno, di certo no. Nella traduzione del Maffei, trovo in bocca ad un coro questa sentenza: — «Chi posseder la bella Fra le belle pretende, innanzi tutto Armisi di prudenza». — Ma, nell'originale, è detto tutto all'incontrario: — «si provvegga prudentemente di armi». — In un altro punto, secondo il Maffei, Mefistofele esclamerebbe: — «Andiam così, noi sciocchi, Dal palagio alla cieca angusta casa». — Per poco che il traduttore avesse riflettuto, Mefistofele essere il demonio e quindi immortale, avrebbe messo un indeterminatosi vainvece di quella prima persona plurale, che qui riesce assurda e di cui non trovi traccia nell'originale. Subito dopo segue un coro di Lémuri, che il Maffei traduce: — «Poi che la buccia Mi s'aggrinzò, Poi che la gruccia M'appuntellò, Vicino altumuloMi cadde il piè... Perchè dischiudere Doveasi a me?» — Nel testo non è fatta parola di bucce, che s'aggrinzano, nè di grucce, che appuntellano, nè di piedi, che cadono. Vi è detto: — «Ora la perfida vecchiaia mi ha percossa con la sua gruccia; io incespicai sull'uscio dellafossa...... perchè stava appunto aperta?» — O quelfossareso pertumulonon è stupendo? che direbbe un geologo il quale scrivesse ilcratere del Vesuvioe cui stampassero ilcono, sotto pretesto, che, nell'uso volgare, i due termini s'usano promiscuamente? Altrove Fausto insegna all'Elena greca tutto l'incanto della rima; e quindi, essendo il lor castello minacciato dal povero Menelao, infiamma [pg!262] i guerrieri seguaci alla pugna, dividendo loro anticipatamente la Grecia, isminuzzandola loro in tanti feuduzzi, con briose quartine di trocaici rimati. Il Maffei ha la crudeltà di voltare la parlata in isciolti, contro ogni intenzione dell'autore. Altrove inciampo in quest'espressione: — «dall'Hazio all'Ellade». — La mia scienza geografica non bastava ad interpretarla. Sapeva Azio cosa fosse; ma quel promontorio è appunto in Ellade e non prese mai l'H in alcuna lingua. Non potevo supporre unlapsus calamiod uno errore tipografico perdal Lazio all'Ellade, che il nostro sacro Lazio c'entrava come il cavolo a merenda. Riscontro l'originale e trovoHarz, che vale quantoSelva Ercinia. Questo si chiama tradurre ad orecchio; e mi ricorda l'aneddoto volgare, che lessi in una collezione manoscritta di facezie popolari, gentilmente comunicatemi dal dottor Ludovico Paganelli da Castrocaro.Un vescovo visitava la chiesuola del più umile villaggio della diocesi. Sopra l'altarino d'una cappella, pendeva un quadro originale dell'esimio pittore Michelangelo Buonascopa, il più fecondo pennelleggiatore, che mai vivesse, (come dimostrano le opere di lui, sparse pel mondo ed in altri siti), tanto che se n'è fin voluto fare un personaggio mitico, al quale vengono attribuite le fatiche di molti, un Ercole ed un Omero della pittura. Monsignore si fermò a guardare il dipinto, che rappresentava il presepio. Vi vedevi la Vergine, inginocchiata innanzi al Bambino, entrambo con le loro brave corone di rame indorato sul capo; e sopra c'era la scritta:Quem genuit adoravit; che il Manzoni parafraserebbe:E l'adorò; beata!Innanzi al dio prostrata,Che il puro sen le aprì.Monsignore guardava; e lesse la scritta, e ripetè parecchie volte la frase latina a bassa voce, macchinalmente, come suole accadere, pensando forse a [pg!263] tutt'altro. Il secretario di su' Eminenza, stimando per avventura che il padrone non avesse inteso quel latinetto e volendo fare il saputello, scappò fuori a dire con la massima prosopopea: — «Già monsignore,que' di Genova l'indorarono; chè qua, ed in tutta la provincia, non si scavizzolerebbe un operaio capace di far bene di questi lavori. Bisogna ricorrer sempre a' forestieri, quando si vuole un'indoratura ammodo.» — Il povero Vescovo fece bocca da ridere, e si astenne per cristiana carità dal mortificare il prosuntuoso. Ma si persuase d'aver per segretario una gran bestia. I diocesani n'eran già persuasissimi da un pezzo.Insomma, dopo uno studio attento del volume, ho dovuto conchiudere, che la bella fama del Maffei l'è usurpata, giacchè sarebbe malagevole il tradurre con meno intelligenza, con più inesattezza, accumulando più spropositi. Duolmi il profferir queste parole, le quali potrebbero forse contristare una canizie; ma sarei timido amico al vero, se riguardi di tal fatta mi persuadessero di tacere. Della persona del Maffei, potrei astenermi dal parlare ancorchè fosse da dirne ogni male, perchè lo starne zitto non implicherebbe ned ignoranza nè complicità, non nuocerebbe ad alcuno. Delle opere gli è un altro par di maniche. L'interesse de' terzi, cioè degl'Italiani, che, ignorando il tedesco, credon proprio di leggere il Goethe, quando s'inghiottono la traduzione Maffei, mi obbliga a parlare. Del resto, non chieggo di venir creduto senza pruova: tolgo quindi a disaminare la prima scena, paragonando versione e testo. Chi avrà la pazienza di seguirmi, non potrà dissentir meco. Nel giorno di Sant'Andrea pescatore, che pesca l'anime al Signore, in Firenze, le famiglie sogliono giocare a cruscherella. Il babbo getta in un gran monte di crusca, che sta in mezzo al tavolo, intorno cui seggono i giocatori, vi getta una manciata di centesimi. Quindi si rimescola crusca e centesimi, come un popolo in rivoluzione; e poi si divide il gran monte in tanti monticelli quanti sono [pg!264] i ragunati, appunto in quella forma, che alcuni bassi ambiziosi vorrebbero federativamente sminuzzar l'Italia. Ognuno frunga nella crusca, che gli vien assegnata; e que' centesimi, ch'e' vi trova, son suoi; e, se nulla trova, i compagni tel fischiano. Il mio monticello di crusca è la versione del Maffei; i centesimi, che vi cerco, sono gli spropositi; per dio! ne trovo finchè voglio; son più gli errori che i periodi, più i centesimini che i granelli di crusca.Questa scena ha nel testo centoquindici versi, nella traduzione Maffei centrentaquattro: possiamo arguirne un po' di stemperamento, perchè, in regola generale, un verso Italiano analogo riesce più che sufficiente a renderne uno tedesco: se il vocabolo tedesco è di solito più breve dell'Italiano corrispondente, le nostre forme grammaticali sono viceversa più energiche, la nostra conjugazione è più ricca di tempi, le nostre ellissi ed i nostri sottintesi spigliano l'orazione; e d'infinite parole superflue ne facciamo a meno. Lo argomento della scena è presto detto. Ariele esorta sull'alba una torma di spiritelli ad indur pace nell'animo esagitato dello stanco Fausto, a discacciarne il rimorso, ad infondergli l'obblio del passato, l'amor della vita. Spunta il sole; spariscono i silfi. Il dormiente si ridesta, rinfrancato d'anima e di corpo, desideroso di godimento e di azione, convinto che ogni Ideale astratto perdura inasseguibile, e può solo fruirsi nel riflesso variopinto, che ce ne offre la vita. — «L'attività è l'uomo,» — dice il Barrili. — «Fare, fareè l'impresa gentilizia di questo credente nel cuore, scettico nella mente, che il Goethe ha incarnato» — ossia, voluto incarnare — «nel suo Fausto. Fare, fare: ed è perdonato anche l'errore; e i patti col diavolo, anco se scritti col proprio sangue, non tengono. Chi più ha operato, con la coscienza di voler giungere al vero, ha salvata l'anima sua (L'Olmo e l'Edera.X).» — Del resto, questa prima scena della seconda parte delFaustoè fredda: non parla nèd al cuore nèd alla fantasia; punta passione, punto [pg!265] sentimento, punta poesia; Ariele, i silfi; Fausto non sono personalità spiccate e pregnanti, anzi vuote rappresentazioni, portavoci adoperati dall'autore per esprimere un suo concetto; ed i concetti, ch'egli vuole esprimere non sono, come quelli del Voltaire di natura da appassionare per sè stessi, materialmente il lettore. L'intervento fantasmagorico rimane ingiustificato; il monologo del protagonista è rettorico e declamatorio. Ma, numi del cielo! ciò, che bisognava appunto rappresentarmi, era codesta guarigione, codesto incallimento di Fausto, codesto suo lento oblio e riscatto del passato, in tutte le gradazioncelle, che, un attento ed affettuoso esame del problema psicologico avrebbe fatto scoprire. Il mutamento, per tornar poetico, non dovrebb'esser miracoloso ed accadere in virtù de' canti soprannaturali dellesifilidi(come avrebbe detto il Madoj-Albanese); bensì svolgersi sotto i nostri occhi, in modo da capacitarci, da sembrarci, nonchè possibile, necessario. Dovrebbe insomma essere l'argomento non d'una scena, anzi di tutta la seconda parte. Tanto il Goethe non ha visto; ned era forse in grado di eseguire. Ma la fattura e l'armonia de' versi è stupenda: bellezza questa musicale anzichè poetica, però sempre bellezza; e noialtri Italiani, indulgentissimi pe' versi, che suonano e non creano, saremmo ingiusti, rimproverando agli altri popoli di compiacersene. Onomatopea bene intesa, splendore di tropi, studio intelligente de' fenomeni naturali, lingua discretamente pura, finito tecnico, ecco i pregi, che, nell'originale tedesco, compensano in parte l'inane simbolismo e la deficienza di contenuto poetico, che questa scena ha comune con alcuni canti dell'Allighieri, i quali sono disquisizioni teologiche versificate. Difatti, l'opera de' Silfi verso Fausto rimane senza connessione, vuoi con la prima parte della Tragedia, vuoi con tutto il seguito. Convien dunque interpretarla simbolicamente e riferirla alla relazione, che han fra di loro le due parti della favola. Nella prima s'è incarnata l'irrequietezza intellettuale e morale della [pg!266] gioventù del poeta; nella seconda n'è ritratta la vecchiaja, serenamente contemplativa, universale, eclettica. Il Goethe stesso ha detto: — «La prima parte è quasi tutta subjettiva, tutto vi è prodotto d'un uomo appassionato, preoccupato. Nella seconda parte non vi è quasi nulla di subjettivo; vi apparisce un mondo più alto, più vasto, più chiaro, più spassionato; e chi non ha molto visto e molto provato non sa che farsene». — Il Coro de' Silfi rappresenta la virtù poetica, la quale, nella prima parte, evoca le lotte intime delle passioni e della coscienza, e, nella seconda, trasforma ogni cosa in un lieto scherzo della immaginativa. La catarsi e glorificazione, per mezzo degli spiriti della poesia, vuole esprimere una palingenesi poetica, che ci autorizza a prescindere dal precedente o cel mostra da un punto di vista, che la sola seconda parte può spiegarci. Ma tutto questo simbolismo, sempre riferibile alla vita ed alle vicende personali del Goethe, non potrebbe interessarci e commuoversi. L'accompagnamento diarpe eolieal canto di Ariele è cosa stupidamente buffa; è una strampalataggine, che non fa nemmen ridere. Nè mancano i plagi: la idea di far consolare Fausto dormiente dal coro de' silfi è imitata dal Calderon, che fa consolare un suo protagonista svenuto dagli angeli. La pirateria era sistema pel Goethe: tutti sanno, ch'egli osò stampare come cosa propria una canzonetta popolare, mutandovi poche parole. C'è un suo epigramma,Totalità, che viene spesso citato: mi sono accorto, ch'è tolto dalla prosa francese del Beroaldo di Verville. Non la finirei: ma torniamo a bomba.I versi, rimati tutti, appartengono a diversi metri, scelti con accorgimento maestrevole, sempre adatti a' personaggi, alla materia. Giacchè, per dirla con Bione Crateo ossia Vincenzo Gravina: — «il numero ha per primo e maggior vanto suo l'esser conforme ed imitare con la propria armonia il genio e la natura della cosa, che si rappresenta: perchè tanto il numero quanto la locuzione son tolti a fine di [pg!267] ben condurre e di partorir l'espressione, la quale dee essere regola e misura di tutti i colori poetici, che debbono avere stima ed approvazione proporzionata all'aiuto, che prestano alla rassomiglianza». — E Giuseppe Giusti scriveva a Silvio Giannini: — «Questa analogia dei metri col subietto è trascurata e derisa: ma chi la deride e chi la trascura se ne accorgerà. Si può scherzare con tutti gl'istrumenti e sopra tutte le corde; ma l'accompagnarsi una Elegia col sistro e coi timpani è una facezia da carnevale». — Il coro de' Silfi canta strofe di trocaici analoghi a' nostri ottonarî. Ariele dà l'intonazione al coro con una strofa consimile; ha poi un recitativo ne' soliti giambi tragici tedeschi, ed un altro canto di tredici ottonarî irregolarmente rimati. Il monologo di Fausto ridesto è in terzine, imitate dalle italiane, sebbene vi si ripetano le rime senza scrupolo, in opposizione alla: — «Stolta legge, anche io 'l dico, ma pur legge Che il terzinante antico mastro ditta;» — come, a torto, l'Astigiano. Questo metro, introdotto in Germania, nell'ultimo decennio del secolo scorso, da Augusto Guglielmo Schlegel, (che, se non erro, l'adoperò persino in una tragedia, quantunque non ci sia metro meno drammatico, come può convincersene chiunque ha letto anche le favole boscherecce e le tragedie in terzine Italiane, che son parecchie) vi ha poco incontrato: il Goethe non se n'è servito se non qui e nel carme sul Cranio dello Schiller. In Italiano sogliamo chiudere il periodo ad ogni terzina; invece il Goethe fa periodi, che abbracciano più terzetti; e, per lo più, mette il punto fermo dopo il primo verso di una terzina. Il Maffei, non ispirato male nel tradurre gli ottonarî degli spiritelli in decasillabi, e che ha voluto così accrescere od inconsciamente forse solo ne ha cresciuto il suono, non so come possa scolparsi di aver tradotta in altro metro, cioè in settenarî, la strofa d'Ariele. Oltre lo scàpito d'armonia, ne risultano due sconvenienze. In primo luogo, Ariele non prescrive più a' Silfi il [pg!268] tono, in cui debbono cantare; cessa d'esserne il corago; e quindi il metro, adoperato da questi, diventa immotivato, arbitrario. E poi, non s'avverte più distacco sufficiente fra la strofa ed il recitativo, tradotto dal Maffei con un libero intreccio di endecasillabi, settenarî e quinarî, quale usa ne' melodrammi. Come il recitativo di giambi, gli è parso di rendere anche gli ottonarî, che annunziano con armonia imitativa lo spuntare del sole; sicchè quel brano impallidisce al paragone delle strofe precedenti, invece di offuscarle per fragore ed altisonanza. Imperdonabile poi mi sembra, l'aver messo in isciolti le terzine di Fausto: bisognava assolutamente conservare il metro, che il Goethe non avea mica adoperato a casaccio. Lo sciolto qui non va, perchè troppo drammatico, perchè destituito della solennità compassata, serena del terzetto. La bellezza principale della scena, come ho avvertito, è musicale; l'armonia de' metri esprime mirabilmente, meglio delle parole, que' sentimenti, che erano nelle intenzioni dell'Autore. Il Maffei non ha saputo rendersene conto; quindi nella scelta de' metri è stato infelice, lasciandosi determinare dal comodo e dalla facilità, non dalla natura del soggetto.Scendiamo ora all'intelligenza letterale del testo.VERSI I-VIII.Tedesco.Ariele con accompagnamento d'arpe eolie:Wenn der Blüthen Frühlings-RegenUeber alle schwebend sinkt,Wenn der Felder grüner SegenAllen Erdgebornen blinkt,Kleiner Elfen GeistergrösseEilet wo sie helfen kann,Ob er heilig? ob er böse?Iammert sie der Unglücksmann.[pg!269]TRADUZIONE LETTERALEQuando a primavera una pioggia di fiori vien giù librandosi sopra tutti; quando la verde benedizione de' campi splende a tutti i terrigeni; la grandezza spirtale de' piccoli silfi accorre, dove può giovare; o santo o malvagio, (ch'e' sia), compatisce all'uomo della sventura.TRADUZIONE DIAndrea Maffei.Allor che la fecondaPiova di maggio cadeSui campi, e delle biadeLa verde spica imbionda,Picciolo stuol di spiritiVolenteroso accorre,E dove possa, al miseroO buono o reo, soccorre.Il Goethe non parlava degli acquazzoni benefici di maggio, anzi de' fiori, che, a maggio, cadono, piovono dagli alberi. Come va, che il Maffei non ha nè visto nè tradotto quelBlüthen? I versi tedeschi rammentano subito il petrarchesco:Da' be' rami scendea.... Una pioggia di fior sovra 'l suo grembo... con un vago errore, Girando;... e si direbbero tradotti dalla bella canzone di messer Francesco. Girolamo Benivieni nel suoAmore, verso il fine, ha questa ottava sdrucciola a proposito di certi alberi:Da' vivi rami lor sospesi pendono Aurei pomi, onde gli augei si pascono. Poi dolci note al ciel cantando rendono; E quei, pasciuti, subito rinascono. Da le frondose lor chiome discendono. In dolce pioggia fior, che, mentre cascono (sic), Vaghe ghirlande alle fresch'erbe ordiscono, Onde di doppio umor liete fioriscono.Il Marino (AdoneII. 25.) narra, che Amore, chiamato da Venere:Corre ingordo a l'invito; e, colmo un lembo Di fioretti e di fronde in prima coglie; Poi, poggia in aria; e, sul materno grembo, In colorita grandine lo scioglie.[pg!270] Alessandro Guidi in una canzone a Clemente IX (Giovan Francesco Albani) scrive:E la dolce degl'inni aurea famiglia, Quasi d'eterni fior pioggia divina, Discenda in grembo alla città latina.Cito siffatti esempî e ne citerò altri in seguito, ad ogni passo, per mostrare con tutta evidenza, come questa ed altre immagini, adoperate dal Goethe, non abbiano poi nulla d'insolito, di strano, nulla che possa confondere o perturbare un traduttore. Egli s'è avvalso dell'immagine trovata dal Petrarca, a lui ben noto pe' lavori di Carlo Ludovico Fernow, de' quali sappiamo da' dialoghi di Giampietro Eckermann, quanto studio e conto facesse; sebbene sia qui detto per incidenza non valgano agli occhi nostri un fico; ma al Goethe dovea parer diversamente, perchè gli aprivano in qualche modo l'intelligenza della poesia Italiana. E forse gli era nota eziandio la Canzone del Guidi, giacchè in Roma era stato ammesso sotto il nome di Megalio Melpomenio fra gli Arcadi, che veneravano quel gobbetto pavese come inventore d'un nuovo modo di poetare. Il Goethe non parla di messe, che imbionda; siamo in primavera e non in estate. Parla de' verdi campi, che splendono, ridono, suscitano speranze a tutti i terrigeni, tanto a' bruti, quanto agli uomini, quanto agli spiriti elementari, fra' quali sono da noverarsi Ariele ed i silfi. Questo sentimento sparisce nella versione del Maffei. Il Goethe non dice, lo stuolo degli spiritelli esser piccolo, chè anzi da tutta la scena risulta folto. Dice bensì, che i silfi sono nanerottoli; e marca l'antitesi fra la piccolezza delle forme e la grandezza spiritica o spirituale o spiritellesca, come a me parrebbe meglio, per la somiglianza conistenterellesco. Così il Bernia dice del demonio Scarampino:Minuto il ghiottarello e piccolino, Ma bene è grande e grosso di malizia.Così l'Imperiale nelCasalino:Anco statura in noi par, che si vante, Se in vene anguste più, più furia spande; Più coraggio ha quel cor che meno è grande, Ed ha corpo pigmeo spirto gigante.Così il Padre Carlo Casalicchio [pg!271] della Compagnia di Gesù dice (L'Utile nel Dolce.V. I. I.) che Sant'Antonio, vescovo di Firenze era: — «detto così, perchè quanto era grande d'animo, di santità, di dottrina e di prudenza, tanto era piccolo di statura e di corpo». — Così Vittorio Betteloni, dopo aver detto, che il Cavour era piccolo, sclama:Oh fu pur grande il piccioletto conte!La magnanimità de' silfi li fa non solo soccorrere, anzi pur compatire allo infelice; e questo sentimento è significato con energia dallo intraducibilejammern(eccitar compassione) che, avendo per soggetto il compatito e reggendo il compassionante all'accusativo, ci dimostra questi passivo. Ma tutte le siffatte intenzioni e gradazioni spariscono nel Maffei. Altro èmisero, altro èl'uomo della sventura: codesta espressione all'ossianica indica un grande infelice; mentre il vocabolo, che il Maffei v'ha sostituito, s'attaglierebbe ad ogni sventurato volgare, anche ad un povero accattone. Ma probabilmente ned Ariele ned i silfi ned il Goethe si sarebbero tanto curato d'un tapinello qualunque. Le sono minuzie d'espressione, pure vuol dir molto non averle avvertite. Il Berchet ha chiamato i contadini d'Italia;figli dell'affanno: che miseria sarebbe il tradurre o l'interpretare come se dicesse soltantoaffannati! Giorni fa, visitando labella villanelladi Michelangelo, lessi scarabochiati col lapis su d'una lapide que' versi:Amo la tomba, ove si dorme in pace; Ove all'eterno figlio del dolore È pio conforto una solinga face, Una stilla di pianto e un mesto fiore.Sostituire in essiaddoloratoafiglio del dolore, o non sarebbe un'insipienza imperdonabile? Del resto, quasi tutti questi spropositi del Maffei sono ripetizione de' commessi dal prof. Giuseppe Gazzino, che aveva tradotto così:Appena vien, che cada Dal cielo in primavera Su' campi la rugiada; Appena è, che si veggia La messe, che biondeggia; Piccoli Silfi a stuolo Traggon per dare aita, A quanti son, che in duolo Menan quaggiù la vita. Sia tristo od innocente, Se da miseria afflitto, A lor pietade ha dritto.[pg!272] Io non ho qui ad occuparmi de' farfalloni del Gazzino, che, nell'atto quarto, giunge sino a scambiare un paio di stivali con una coppia di rospi; quindi mi basterà di averlo mentovato una volta. E mi asterrò da ulteriori riscontri, che indurrebbero a sospettare, aver tanto egli quanto il Maffei tradotto non dall'originale anzi da una cattiva traduzion francese.VERSI IX-XIII. —Tedesco.Segue Ariele.Die ihr diess Haupt umschwebt im luft'gen Kreise,Erzeigt euch hier nach edler Elfen-Weise,Besänftiget des Herzens grimmen Strauss;Entfernt des Vorwurfs glühend bittre Pfeile,Sein Innres reinigt von erlebtem Graus.TRADUZIONE LETTERALEVoi, che circondate questo capo, librandovi nell'aerea ronda, dimostratevi qui secondo il degno costume de' silfi:sedateil bieco conflitto del cuore; allontanate gli ardenti dardi, ed amari del rimorso; purificate l'animo suo del sostenuto orrore.TRADUZIONE DIAndrea Maffei.Gentile, aereo stuolo,Che vai su quella mestaFronte girando a volo,La virtù consueta or manifesta.Le cure irrequieteIn quell'animo afflitto,Silfidi, raddolcite; e ne svelleteL'igneo stral de' rimorsi ond'è trafitto.Fate che non molesti il suo riposoRicordo tormentoso.Ilmesta, l'afflitto, l'ond'è trafittoson riempiture, imbottiture inutili, che attenuano l'effetto. Del rimanente, [pg!273] sembra, che il Maffei si sia proposto di mitigare le forti e vibrate espressioni dell'originale, di ringentirle. Altro cheraddolcire cure irrequiete! si tratta di calmare le passioni scatenate, che atrocemente combattono fra di loro e contro la coscienza! Altro chericordo tormentoso! si tratta di raccapriccio per la vita vissuta! Fausto ha rinnegato dio; ha patteggiato col diavolo; ha fatto falsa testimonianza intorno alla morte del marito della Marta ed avvelenato la madre della Ghita ed assassinato il fratello ed abbandonata e costretta al delitto quella povera sedotta; la memoria delle iniquità commesse è per lui qualcosa di più che un semplicericordo tormentoso, come ogni galantuomo ne ha. Nè si tratta di far sì, ch'egli abbia un riposo non molestato; anzi si tratta di purificargli l'animo dell'orrenda rimembranza, d'infondergli l'obblio del passato, d'irrorarlo d'acqua di Lete, d'onda letea oletalecom'è meglio specificato in seguito. E perchè tôrre l'amarezzaagli ardenti rimorsi?VERSI XIV-XV. —Tedesco.Segue Ariele.Vier sind die Pausen nächtlicher Weile,Nun ohne Säumen füllt sie freundlich aus.TRADUZIONE LETTERALEQuattro sono gli spazî del tempo notturno (= La notte ha quattro vigilie); riempiteli ora senza indugio benignamente.TRADUZIONE DIAndrea Maffei.Quattro pause ha la notte. A lui tranquilleScorranoLa notte non ha pause, è senza soluzioni di continuità, non si ferma mai. Si tratta distadii, non [pg!274] dipause. Io rendo ilPausencon lospazî, ricordando Tommaso Stigliani da Matera: poetamateriale, come il chiamavano bisticciando i nemici. NelMondo Nuovo, egli dice di Cristoforo Colombo, che, la notte prima d'una battaglia con gli Aitini,Stette egli inginocchiato, infin che il quinto Degli spazî notturni udì finirsi, Seguendo sempre il supplicar non finto Con percuotersi il petto ed empio dirsi. Ben è vero, che da' Romani essa notte partivasi in quattro vigilie, ciascuna di tre ore nostre circa; ed il Goethe rappresenta in esse quattro momenti del sonno, come potrà vedersi. Dapprima lo spirito, appartandosi dal mondo, esterno ambiente, si ritira in sè stesso, si rannicchia,sse requaquiglia(si rinconchiglia) come scrivevano i secentisti napoletaneschi con bel tropo ed energico; ma, quando gli occhi son chiusi e gli oggetti non agiscono più immediatamente sullo spirito, gli emblemi loro echeggiano nella mente e vi si specchiano nelle immagini de' sogni, finchè non illanguidiscano, spariscano e sottentri il vero sonno riparatore, la pace indisturbata dello spirito. Ma, come il sonno non succede immediatamente alla veglia, così pure rientra e si risolve nella veglia mediatamente e solo mediante il sogno: le immagini del mondo esteriore ricominciano a farsi sentire, ridivengono potenti e vivaci, finchè ci riconducano rinvigoriti alla piena coscienza di noi stessi. Sicchè il primo verso è tradotto con un'espressione falsa; ma il secondo poi è tradotto a contrassenso, come se alludesse a Fausto, mentre invece tratta de' silfi, a' quali raccomanda di cominciare senza indugio a spendere le ore notturne in quell'opera di carità.VERSI XVI-XXI. —Tedesco.Segue Ariele.Erst senkt sein Haupt aufs kühle Polster nieder,Dann badet ihn im Thau aus Lethes Fluth;Gelenk sind bald die Krampferstarrten Glieder,[pg!275]Wenn er gestärkt dem Tag entgegen ruht.Vollbringt der Elfen schönste Pflicht,Gebt ihn zurück dem heiligen Licht.TRADUZIONE LETTERALEPrima dechinategli il capo sul fresco guanciale; poscia immergetelo nella rugiada dell'onda letéa. Le membra convulsamente irrigidite si scioglieranno tosto, risponde egli rinvigorito sino al giorno. Compite il più bel dovere de' silfi: restituitelo alla santa luce.TRADUZIONE DIAndrea Maffei.. . . . . Su guancialeMorbido lo adagiate, e colle stilleAttinte alla fataleOnda di Lete,Ne irrorate le membra, e lo vedreteSciogliersi dal letargo in picciol'ora.E poi, quando all'auroraS'appressi, caldo di vigor novello,Degli obblighi il più belloCompite; e dolcementeRiapritegli il ciglio al sol nascente.Ariele non manda mica i silfi in cerca d'un morbido guanciale: i silfi, che albergano nelle scoscenditure de' monti, fra' sassi, sotto le foglie, non hanno nè cuscini, nè materazza, nè coltrici, nè capezzali; Ariele parla delfresco guancialeofferto naturalmente dall'erba. Difatti, Fausto èauf blumigen Rasen gebettet, — «coricato sull'erba fiorita». — Il Marini dice similmente di un suo personaggio:Or, perchè 'l sol già poggia e i poggi inaura, Lascia i riposi de l'erboso letto(Adone XV. 25.) ed anche:Giacea sul piumacciuol d'un violeto Lungo un ruscel freschetto e cristallino, Corcato quasi in morbido tappeto Un pargoletto e tenero bambino(Adone XV. 33.Vedi pure, III. 84:Avventurosi fiori, erba felice, Che dell'Idolo mio languido e stanco, Siete guanciali al volto e piume al fianco) — Aleardo Aleardi [pg!276] ha voluto imitare questa imagine di erboso letto e di giaciglio fiorito, ed, al solito suo, è riuscito a renderla ridicola e grottesca, dicendo alla sua Maria;coi molli Muschi, divelti a le natali ombrie, Farò sponda a la tua splendida testa D'Italiana. Ilfataleè puro riempitivo in grazia della rima: il Goethe non ce l'avea messo; nè l'adoperò il pure ridondante Marini, in un luogo, in cui fa fare al sonno personificato, la parte, che qui fanno i silfi:Già da l'ombrose sue riposte cave De la notte compagno, aprendo l'ali, Con lento e grato furto il sonno grave Tolse la luce ai pigri occhi mortali. E, con dolce tirannide e soave, Sparse le tempie altrui d'acque letali. I tranquilli riposi e lusinghieri S'insignorian de' senni e de' pensieri.(Adone XIV. 43). Bei versi, ma per me guasti da quello equivocissimoletale, che propriamente vuol dirmortale, sebbene il Marino anche altrove ed altri pure l'abbiano adoperato nel senso dileteo; esempligrazia: L'isola d'ogni intorno abbracia e chiude (Come scorger ben puoi) l'onda letale. —Caldo di vigor novelloè una frasca rettorica, un ghirigoro senza scopo, invece del semplice e schiettorinvigoritodel testo.Sciogliersi dal letargo, significa ridestarsi, rinvenire; ma il Goethe non dice mica, che Fausto si sveglierà presto, giacchè vuole, ch'e' dorma tutte l'ore notturne; dice bensì, che, riposando, rinvigorito dall'obblio del passato e del rimorso perturbatore de' sonni e de' sogni, nonchè dalla freschezza del giaciglio (siamo anima e corpo!) cesserà lo spasimo, che gl'irrigidisce le membra, si dileguerà la rigidità spasmodica. Il Maffei ha sbagliata la punteggiatura del tedesco, ponendo dopoGliederil punto, ch'è doporuht. Nella sua traduzione s'impara, che il più bello degli obblighi, assolutamente parlando, è il riaprire gli occhi di uno al sol nascente; sicchè la sora Maddalena, che mi sveglia il mattino, portandomi il caffè, adempirebbe con quest'atto solo alle più alte esigenze morali. Non discuto su codesta teorica: ma il Goethe non l'ha enunciata mai; e dice invece il [pg!277]più bel dovere de' silfi(de' Silfi, si noti) essere il ridare lo sventurato alla santa luce, il ridargli la compiacenza di vivere (e non già, il riaprirne le ciglia al sol novello).VERSI XXII-XXIX. —Tedesco.Coro di Silfi.Wenn sich lau die Lüfte füllenUm dem grünumschränkten Plan,Süsse Düfte, NebelhüllenSenkt die Dämmerung heran;Lispelt leise süssen Frieden,Wiegt das Herz in Kindesruh,Und den Augen dieses MüdenSchliesst des Tages Pforte zu.TRADUZIONE LETTERALE.Quando tepide l'aure si riversano sulla pianura cinta di verde, il crepuscolo diffonde soavi olezzi e velame di nebbia; mormora sommessamente di pace soave; culla il cuore come nel riposo infantile; e chiude innanzi agli occhi di questo stanco la porta del giorno (le ciglia).TRADUZIONE DIAndrea Maffei.Quando l'aura leggera leggeraL'erbe e i fiori al maggese accarezzi,E ne mandi la placida seraOmbre molli, dolcissimi olezzi,Quella calma spiratagli al core,Che il dormente fanciullo conforta:Poi chiudete del giorno, che more,Alle stanche sue ciglia la porta.Curioso è qui lo scambio di alcuni presenti dell'indicativo con altrettanti imperativi. Nella traduzione del Maffei, le silfidi si esortano ad operare ciò, che nell'originale decantano come effetto d'una sera di primavera: sichè l'ultimo distico diventa un logogrifo [pg!278] insolubile. Il Goethe esprime con impareggiabile armonia di verso questo pensiero semplicissimo: che il crepuscolo vespertino suade pace all'animo. Il Maffei si è ricordato del decasillabo del Berchet:Una brezza leggera leggera; ma la reminiscenza è qui inopportuna, trattandosi non di una fresca brezza mattutina e marina, anzi d'un tepido scirocco, grave di odori e di vapori. Quelche moreè un riempitivo inutile, che guasta la metafora:chiudete la porta del giorno, che more, alle ciglia stanche!E, badiamo bene,porte del giorno, chiama il Goethe appunto le ciglia, con metafora imitata da Pitagora, che le addimandavaporte del sole, secondo c'informa Diogene Laerzio (VIII, 29.); perchè, aperte, lasciano entrare in noi il giorno, il sole. Similmenteporte del desioha chiamati gli occhi il de la Fontaine:Que dirais-je des traits, où les ris sont logés? De ceux, que les amours ont entre eux partagés? Des yeux aux brillantes merveilles, Qui sont les portes du désir? Et surtout des lèvres vermeilles, Qui sont les sources du plaisir?Non mi sovviene, qui su due piedi, d'alcuno esempio Italiano di simile metafora, neppure in quel seicento, al quale mi giova ricorrere in questa occasione, perchè il Goethe non è, per lo stile e pe' concetti, se non un mediocre seicentista, e sebbene quell'espressione vi ricorra spesso. Per esempio, il Marino fa chiamar da Venereporte del cielole palpebre di Adone, (III. 89) ma perchè pone il suo paradiso negli occhi di Adone:Sonno, ma tu, s'egli è pur ver, che sei Viva e verace immagine di morte, Anzi, di qualità simile a lei, Suo germano t'appelli e suo consorte; Come, come potesti a' danni miei, Entrar del ciel ne le beate porte? Con che licenza, oltre l'usato ardita, Puoi negli occhi abitar de la mia vita?(Vedi ancheAdone, I, 19). Tommaso Stigliani (Mondo Nuovo, VIII) fa descriver così al Cavalier del Sognola beltà falsa di sognate membra, cioè la donna, per la quale Amore l'avea piagato in sogno: [pg!279]Quei labbri, ch'avrian vinto, o ninfe, e stanco Qual più ardente corallo è nel mar vostro, Con vaghezza chiudean non vista unquanco Quanto oggi ha di gentile il secol nostro. Lasso! chiudean per miei perpetui mali Un bel tesor di perle orientali. Fra le quai se formava ella parola, Vista aperta del ciel la porta avresti.Quiporta del cieloè adoperata metaforicamente per felicità. Ma l'essere insolita tra noi codesta metafora del Goethe, non iscusa il Maffei, che non l'ha intesa.VERSI XXX-XXXVII. —Tedesco.Segue il Coro:Nacht ist schon hereingesunken,Schliesst sich heilig Stern an Stern;Grosse Lichter, kleine Funken,Glitzern nah und glänzen fern:Glitzern hier im See sich spiegelndGlänzen droben klarer Nacht;Tiefsten Ruhens Glück besiegelndHerrscht des Mondes volle Pracht.TRADUZIONE LETTERALE.La notte è già discesa: stella a stella santamente si affianca. Grandi luminari, piccole faville scintillano da presso e splendono da lunge; scintillan qui, specchiandosi nel lago; splendono lassù nella chiara notte. La piena magnificenza della luna regna suggellando la felicità dell'altissima quiete.TRADUZIONE DIAndrea Maffei.Sulla terra son l'ombre cadute,Astro ad astro nel ciel si congiunge;Ampie luci, scintille minuteVan raggiando da presso, da lunge.Splendon là nella notte serena,Guizzan qui nel cristallo dell'onda.E la luna vivissima e pienaÈ suggello alla pace profonda.[pg!280] Non c'è male; malgrado qualche imbellettatura sconveniente, come quel direle ombreinvece del semplicenotte; e sì, che nella strofa precedentemolli ombresignificava i vapori che sorgono a sera. Si vede, che questa parola ed alcune altre, (per esempiociglio,onda) sono predilette dal Maffei, unicamente pel suono armonioso; seicentismo, stile mariniano.Ondapuò essere un fiume, un rivolo, una gora, un mare, un lago, una vasca; può esser l'oceano od una pozzanghera; ma qui il Goethe indica esplicitamente il pelaghetto, ove si raccolgon l'acque della cascata. L'antitesi fra lo splendere da lontano e lo scintillar velatamente dappresso, che poi viene meglio svolto in due versi, sparisce nelVan raggiando da lunge, da presso. E perchè mai togliere quell'avverbiosantamenteopudicamente(come piacerà di rendere loheilig), che attribuisce non so che di umano agli astri del cielo? Il Leopardi ha pur detto:Più che mezze oramai l'ore notturne Eran passate; e il corso all'oceàno, Inchinavan pudiche e taciturne Le stelle, ardendo sul deserto piano.

(ANDREA MAFFEI)M.DCCC.LXIX.

(ANDREA MAFFEI)

M.DCCC.LXIX.

[pg!259]

Andrea Maffei, da forse meglio che cinquant'anni, pubblica volgarizzamenti dal tedesco e dall'Inglese, in prosa ed in versi. I suoi componimenti originali hanno incontrato poco; ma le traduzioni, sebbene spesso e' s'arrabattasse intorno ad autori di pochissimo conto, come a dire Salomone Gessner e Gian Ladislao Pyrker, gli han valso fama. Oramai tutti lo stimano conoscitore profondo di quegl'idiomi, interprete felicissimo degli autori stranieri, ottimo verseggiatore. È una riputazione fatta; il pregiudizio sta in favor suo. Il nome di lui raccomanda una scrittura e le assicura spaccio. Il solo, per quanto io mi sappia, che contraddicesse all'opinione universale, fu Giuseppe Mazzini, il quale fin dal M.DCCC.XXXVII s'esprimeva così in un articolo sulMoto letterario in Italia: — «Abbiamo alcune traduzioni di autori stranieri; ma, generalmente, il senso e lo spirito degli originali sono immolati a modi artificiali e di convenzione, nelle traduzioni di Maffei (sic) come in altre». — Se non che, in letteratura ed in politica, il Mazzini persuade il contrario di ciò, che vorrebbe consigliare: è un'autorità alla rovescia. Quindi il suo biasimo, se pur venne letto ed avvertito, giovò all'incremento della [pg!260] celebrità del Maffei. Mi assicurano, anche la Caterina Percoto aver, molti anni fa, rivedute le bucce ad alcune traduzioni del Maffei: ma non nocque alla riputazione di lui; perchè quel lavoro critico è rimasto del tutto ignoto. Chi cura gli scarabocchi femminili?

Ed, il confesso ingenuamente, fino all'altrieri, ho creduto anch'io ciecamente non immeritata tanta fama, sebbene poco m'andasse a sangue quel verseggiare fragoroso, che affatica il timpano, non diversamente da un cannoneggiar frequente e vicino: scuola di Vincenzo Monti. Per quanto malvolentieri uno si rassegni a giurare sulla fede altrui, torna impossibile a chiunque il verificare di per sè i titoli d'ogni celebrità. Un esame coscienzioso di qualsivoglia produzioncella artistica richiede tanto tempo e tanto sciupo di pensiero, che, in moltissimi casi, pare opportuno l'accettare indiscussa l'opinion volgare, quantunque volte la responsabilità propria non viene impegnata. Come verificare di per sè i titoli d'ogni celebrità, distinguendo i validi dagl'inammessibili?

Ma l'altrieri m'è capitato un volume, che s'intitola:Fausto, tragedia di Wolfango (sic) Goethe, tradotta da Andrea Maffei. Seconda edizione compiuta. Parte seconda. Firenze. Successori Le-Monnier. 1869. (insedicesimo di IV-431 pagg. oltre bottello e frontespizio in principio e l'indice in fine). Parecchi svarioni, che notai scartabellandolo, mi resero attento. Per esempio, il Goethe (nell'atto V) scrive, facendo parlare Fausto de' terreni da lui dissodati ed inferiori al livello del mare: — «che v'è spazio per milioni,Nicht sicher zwar doch thätig-frei zu wohnen(per abitare malsicuri in vero, ma liberi ed operosi).» — Ed il Maffei gli fa dire proprio l'opposto: — «Non sol per abitarvi in sicurezza, Ma in operosa libertà». — Tutto lo squarcio seguente è franteso. Il Goethe scrive:Und so verbringt, umrungen von Gefahr, Hier Kindheit, Mann und Greis sein tüchtig Iahr(e così, fanciulli, uomini e [pg!261] vecchi, passeranno qui il lor buon tempo, cinti da pericolo); ed il Maffei a controsenso: — «Tal che il giovane, il vecchio e l'uom maturo Giorni agiati conduca» — Ora, il pericolo può tornare indifferente e persino aggradevole. Alfredo di Vigny ha scritto un capitolo stupendo sull'amore del pericolo, chiamandolo: — «sorgente di mille voluttà incognite a' più; lotta, che ha trionfi intimi, pieni di magnificenza». — (ConfrontaLeopardi,A un vincitore nel pallone). Ma nessuno al mondo, ch'io sappia, ha mai pensato di chiamar comodo il pericolare. Il Goethe, almeno, di certo no. Nella traduzione del Maffei, trovo in bocca ad un coro questa sentenza: — «Chi posseder la bella Fra le belle pretende, innanzi tutto Armisi di prudenza». — Ma, nell'originale, è detto tutto all'incontrario: — «si provvegga prudentemente di armi». — In un altro punto, secondo il Maffei, Mefistofele esclamerebbe: — «Andiam così, noi sciocchi, Dal palagio alla cieca angusta casa». — Per poco che il traduttore avesse riflettuto, Mefistofele essere il demonio e quindi immortale, avrebbe messo un indeterminatosi vainvece di quella prima persona plurale, che qui riesce assurda e di cui non trovi traccia nell'originale. Subito dopo segue un coro di Lémuri, che il Maffei traduce: — «Poi che la buccia Mi s'aggrinzò, Poi che la gruccia M'appuntellò, Vicino altumuloMi cadde il piè... Perchè dischiudere Doveasi a me?» — Nel testo non è fatta parola di bucce, che s'aggrinzano, nè di grucce, che appuntellano, nè di piedi, che cadono. Vi è detto: — «Ora la perfida vecchiaia mi ha percossa con la sua gruccia; io incespicai sull'uscio dellafossa...... perchè stava appunto aperta?» — O quelfossareso pertumulonon è stupendo? che direbbe un geologo il quale scrivesse ilcratere del Vesuvioe cui stampassero ilcono, sotto pretesto, che, nell'uso volgare, i due termini s'usano promiscuamente? Altrove Fausto insegna all'Elena greca tutto l'incanto della rima; e quindi, essendo il lor castello minacciato dal povero Menelao, infiamma [pg!262] i guerrieri seguaci alla pugna, dividendo loro anticipatamente la Grecia, isminuzzandola loro in tanti feuduzzi, con briose quartine di trocaici rimati. Il Maffei ha la crudeltà di voltare la parlata in isciolti, contro ogni intenzione dell'autore. Altrove inciampo in quest'espressione: — «dall'Hazio all'Ellade». — La mia scienza geografica non bastava ad interpretarla. Sapeva Azio cosa fosse; ma quel promontorio è appunto in Ellade e non prese mai l'H in alcuna lingua. Non potevo supporre unlapsus calamiod uno errore tipografico perdal Lazio all'Ellade, che il nostro sacro Lazio c'entrava come il cavolo a merenda. Riscontro l'originale e trovoHarz, che vale quantoSelva Ercinia. Questo si chiama tradurre ad orecchio; e mi ricorda l'aneddoto volgare, che lessi in una collezione manoscritta di facezie popolari, gentilmente comunicatemi dal dottor Ludovico Paganelli da Castrocaro.

Un vescovo visitava la chiesuola del più umile villaggio della diocesi. Sopra l'altarino d'una cappella, pendeva un quadro originale dell'esimio pittore Michelangelo Buonascopa, il più fecondo pennelleggiatore, che mai vivesse, (come dimostrano le opere di lui, sparse pel mondo ed in altri siti), tanto che se n'è fin voluto fare un personaggio mitico, al quale vengono attribuite le fatiche di molti, un Ercole ed un Omero della pittura. Monsignore si fermò a guardare il dipinto, che rappresentava il presepio. Vi vedevi la Vergine, inginocchiata innanzi al Bambino, entrambo con le loro brave corone di rame indorato sul capo; e sopra c'era la scritta:Quem genuit adoravit; che il Manzoni parafraserebbe:

E l'adorò; beata!Innanzi al dio prostrata,Che il puro sen le aprì.

E l'adorò; beata!Innanzi al dio prostrata,Che il puro sen le aprì.

E l'adorò; beata!

Innanzi al dio prostrata,

Che il puro sen le aprì.

Monsignore guardava; e lesse la scritta, e ripetè parecchie volte la frase latina a bassa voce, macchinalmente, come suole accadere, pensando forse a [pg!263] tutt'altro. Il secretario di su' Eminenza, stimando per avventura che il padrone non avesse inteso quel latinetto e volendo fare il saputello, scappò fuori a dire con la massima prosopopea: — «Già monsignore,que' di Genova l'indorarono; chè qua, ed in tutta la provincia, non si scavizzolerebbe un operaio capace di far bene di questi lavori. Bisogna ricorrer sempre a' forestieri, quando si vuole un'indoratura ammodo.» — Il povero Vescovo fece bocca da ridere, e si astenne per cristiana carità dal mortificare il prosuntuoso. Ma si persuase d'aver per segretario una gran bestia. I diocesani n'eran già persuasissimi da un pezzo.

Insomma, dopo uno studio attento del volume, ho dovuto conchiudere, che la bella fama del Maffei l'è usurpata, giacchè sarebbe malagevole il tradurre con meno intelligenza, con più inesattezza, accumulando più spropositi. Duolmi il profferir queste parole, le quali potrebbero forse contristare una canizie; ma sarei timido amico al vero, se riguardi di tal fatta mi persuadessero di tacere. Della persona del Maffei, potrei astenermi dal parlare ancorchè fosse da dirne ogni male, perchè lo starne zitto non implicherebbe ned ignoranza nè complicità, non nuocerebbe ad alcuno. Delle opere gli è un altro par di maniche. L'interesse de' terzi, cioè degl'Italiani, che, ignorando il tedesco, credon proprio di leggere il Goethe, quando s'inghiottono la traduzione Maffei, mi obbliga a parlare. Del resto, non chieggo di venir creduto senza pruova: tolgo quindi a disaminare la prima scena, paragonando versione e testo. Chi avrà la pazienza di seguirmi, non potrà dissentir meco. Nel giorno di Sant'Andrea pescatore, che pesca l'anime al Signore, in Firenze, le famiglie sogliono giocare a cruscherella. Il babbo getta in un gran monte di crusca, che sta in mezzo al tavolo, intorno cui seggono i giocatori, vi getta una manciata di centesimi. Quindi si rimescola crusca e centesimi, come un popolo in rivoluzione; e poi si divide il gran monte in tanti monticelli quanti sono [pg!264] i ragunati, appunto in quella forma, che alcuni bassi ambiziosi vorrebbero federativamente sminuzzar l'Italia. Ognuno frunga nella crusca, che gli vien assegnata; e que' centesimi, ch'e' vi trova, son suoi; e, se nulla trova, i compagni tel fischiano. Il mio monticello di crusca è la versione del Maffei; i centesimi, che vi cerco, sono gli spropositi; per dio! ne trovo finchè voglio; son più gli errori che i periodi, più i centesimini che i granelli di crusca.

Questa scena ha nel testo centoquindici versi, nella traduzione Maffei centrentaquattro: possiamo arguirne un po' di stemperamento, perchè, in regola generale, un verso Italiano analogo riesce più che sufficiente a renderne uno tedesco: se il vocabolo tedesco è di solito più breve dell'Italiano corrispondente, le nostre forme grammaticali sono viceversa più energiche, la nostra conjugazione è più ricca di tempi, le nostre ellissi ed i nostri sottintesi spigliano l'orazione; e d'infinite parole superflue ne facciamo a meno. Lo argomento della scena è presto detto. Ariele esorta sull'alba una torma di spiritelli ad indur pace nell'animo esagitato dello stanco Fausto, a discacciarne il rimorso, ad infondergli l'obblio del passato, l'amor della vita. Spunta il sole; spariscono i silfi. Il dormiente si ridesta, rinfrancato d'anima e di corpo, desideroso di godimento e di azione, convinto che ogni Ideale astratto perdura inasseguibile, e può solo fruirsi nel riflesso variopinto, che ce ne offre la vita. — «L'attività è l'uomo,» — dice il Barrili. — «Fare, fareè l'impresa gentilizia di questo credente nel cuore, scettico nella mente, che il Goethe ha incarnato» — ossia, voluto incarnare — «nel suo Fausto. Fare, fare: ed è perdonato anche l'errore; e i patti col diavolo, anco se scritti col proprio sangue, non tengono. Chi più ha operato, con la coscienza di voler giungere al vero, ha salvata l'anima sua (L'Olmo e l'Edera.X).» — Del resto, questa prima scena della seconda parte delFaustoè fredda: non parla nèd al cuore nèd alla fantasia; punta passione, punto [pg!265] sentimento, punta poesia; Ariele, i silfi; Fausto non sono personalità spiccate e pregnanti, anzi vuote rappresentazioni, portavoci adoperati dall'autore per esprimere un suo concetto; ed i concetti, ch'egli vuole esprimere non sono, come quelli del Voltaire di natura da appassionare per sè stessi, materialmente il lettore. L'intervento fantasmagorico rimane ingiustificato; il monologo del protagonista è rettorico e declamatorio. Ma, numi del cielo! ciò, che bisognava appunto rappresentarmi, era codesta guarigione, codesto incallimento di Fausto, codesto suo lento oblio e riscatto del passato, in tutte le gradazioncelle, che, un attento ed affettuoso esame del problema psicologico avrebbe fatto scoprire. Il mutamento, per tornar poetico, non dovrebb'esser miracoloso ed accadere in virtù de' canti soprannaturali dellesifilidi(come avrebbe detto il Madoj-Albanese); bensì svolgersi sotto i nostri occhi, in modo da capacitarci, da sembrarci, nonchè possibile, necessario. Dovrebbe insomma essere l'argomento non d'una scena, anzi di tutta la seconda parte. Tanto il Goethe non ha visto; ned era forse in grado di eseguire. Ma la fattura e l'armonia de' versi è stupenda: bellezza questa musicale anzichè poetica, però sempre bellezza; e noialtri Italiani, indulgentissimi pe' versi, che suonano e non creano, saremmo ingiusti, rimproverando agli altri popoli di compiacersene. Onomatopea bene intesa, splendore di tropi, studio intelligente de' fenomeni naturali, lingua discretamente pura, finito tecnico, ecco i pregi, che, nell'originale tedesco, compensano in parte l'inane simbolismo e la deficienza di contenuto poetico, che questa scena ha comune con alcuni canti dell'Allighieri, i quali sono disquisizioni teologiche versificate. Difatti, l'opera de' Silfi verso Fausto rimane senza connessione, vuoi con la prima parte della Tragedia, vuoi con tutto il seguito. Convien dunque interpretarla simbolicamente e riferirla alla relazione, che han fra di loro le due parti della favola. Nella prima s'è incarnata l'irrequietezza intellettuale e morale della [pg!266] gioventù del poeta; nella seconda n'è ritratta la vecchiaja, serenamente contemplativa, universale, eclettica. Il Goethe stesso ha detto: — «La prima parte è quasi tutta subjettiva, tutto vi è prodotto d'un uomo appassionato, preoccupato. Nella seconda parte non vi è quasi nulla di subjettivo; vi apparisce un mondo più alto, più vasto, più chiaro, più spassionato; e chi non ha molto visto e molto provato non sa che farsene». — Il Coro de' Silfi rappresenta la virtù poetica, la quale, nella prima parte, evoca le lotte intime delle passioni e della coscienza, e, nella seconda, trasforma ogni cosa in un lieto scherzo della immaginativa. La catarsi e glorificazione, per mezzo degli spiriti della poesia, vuole esprimere una palingenesi poetica, che ci autorizza a prescindere dal precedente o cel mostra da un punto di vista, che la sola seconda parte può spiegarci. Ma tutto questo simbolismo, sempre riferibile alla vita ed alle vicende personali del Goethe, non potrebbe interessarci e commuoversi. L'accompagnamento diarpe eolieal canto di Ariele è cosa stupidamente buffa; è una strampalataggine, che non fa nemmen ridere. Nè mancano i plagi: la idea di far consolare Fausto dormiente dal coro de' silfi è imitata dal Calderon, che fa consolare un suo protagonista svenuto dagli angeli. La pirateria era sistema pel Goethe: tutti sanno, ch'egli osò stampare come cosa propria una canzonetta popolare, mutandovi poche parole. C'è un suo epigramma,Totalità, che viene spesso citato: mi sono accorto, ch'è tolto dalla prosa francese del Beroaldo di Verville. Non la finirei: ma torniamo a bomba.

I versi, rimati tutti, appartengono a diversi metri, scelti con accorgimento maestrevole, sempre adatti a' personaggi, alla materia. Giacchè, per dirla con Bione Crateo ossia Vincenzo Gravina: — «il numero ha per primo e maggior vanto suo l'esser conforme ed imitare con la propria armonia il genio e la natura della cosa, che si rappresenta: perchè tanto il numero quanto la locuzione son tolti a fine di [pg!267] ben condurre e di partorir l'espressione, la quale dee essere regola e misura di tutti i colori poetici, che debbono avere stima ed approvazione proporzionata all'aiuto, che prestano alla rassomiglianza». — E Giuseppe Giusti scriveva a Silvio Giannini: — «Questa analogia dei metri col subietto è trascurata e derisa: ma chi la deride e chi la trascura se ne accorgerà. Si può scherzare con tutti gl'istrumenti e sopra tutte le corde; ma l'accompagnarsi una Elegia col sistro e coi timpani è una facezia da carnevale». — Il coro de' Silfi canta strofe di trocaici analoghi a' nostri ottonarî. Ariele dà l'intonazione al coro con una strofa consimile; ha poi un recitativo ne' soliti giambi tragici tedeschi, ed un altro canto di tredici ottonarî irregolarmente rimati. Il monologo di Fausto ridesto è in terzine, imitate dalle italiane, sebbene vi si ripetano le rime senza scrupolo, in opposizione alla: — «Stolta legge, anche io 'l dico, ma pur legge Che il terzinante antico mastro ditta;» — come, a torto, l'Astigiano. Questo metro, introdotto in Germania, nell'ultimo decennio del secolo scorso, da Augusto Guglielmo Schlegel, (che, se non erro, l'adoperò persino in una tragedia, quantunque non ci sia metro meno drammatico, come può convincersene chiunque ha letto anche le favole boscherecce e le tragedie in terzine Italiane, che son parecchie) vi ha poco incontrato: il Goethe non se n'è servito se non qui e nel carme sul Cranio dello Schiller. In Italiano sogliamo chiudere il periodo ad ogni terzina; invece il Goethe fa periodi, che abbracciano più terzetti; e, per lo più, mette il punto fermo dopo il primo verso di una terzina. Il Maffei, non ispirato male nel tradurre gli ottonarî degli spiritelli in decasillabi, e che ha voluto così accrescere od inconsciamente forse solo ne ha cresciuto il suono, non so come possa scolparsi di aver tradotta in altro metro, cioè in settenarî, la strofa d'Ariele. Oltre lo scàpito d'armonia, ne risultano due sconvenienze. In primo luogo, Ariele non prescrive più a' Silfi il [pg!268] tono, in cui debbono cantare; cessa d'esserne il corago; e quindi il metro, adoperato da questi, diventa immotivato, arbitrario. E poi, non s'avverte più distacco sufficiente fra la strofa ed il recitativo, tradotto dal Maffei con un libero intreccio di endecasillabi, settenarî e quinarî, quale usa ne' melodrammi. Come il recitativo di giambi, gli è parso di rendere anche gli ottonarî, che annunziano con armonia imitativa lo spuntare del sole; sicchè quel brano impallidisce al paragone delle strofe precedenti, invece di offuscarle per fragore ed altisonanza. Imperdonabile poi mi sembra, l'aver messo in isciolti le terzine di Fausto: bisognava assolutamente conservare il metro, che il Goethe non avea mica adoperato a casaccio. Lo sciolto qui non va, perchè troppo drammatico, perchè destituito della solennità compassata, serena del terzetto. La bellezza principale della scena, come ho avvertito, è musicale; l'armonia de' metri esprime mirabilmente, meglio delle parole, que' sentimenti, che erano nelle intenzioni dell'Autore. Il Maffei non ha saputo rendersene conto; quindi nella scelta de' metri è stato infelice, lasciandosi determinare dal comodo e dalla facilità, non dalla natura del soggetto.

Scendiamo ora all'intelligenza letterale del testo.

VERSI I-VIII.Tedesco.Ariele con accompagnamento d'arpe eolie:

VERSI I-VIII.Tedesco.

Ariele con accompagnamento d'arpe eolie:

Wenn der Blüthen Frühlings-RegenUeber alle schwebend sinkt,Wenn der Felder grüner SegenAllen Erdgebornen blinkt,Kleiner Elfen GeistergrösseEilet wo sie helfen kann,Ob er heilig? ob er böse?Iammert sie der Unglücksmann.

Wenn der Blüthen Frühlings-RegenUeber alle schwebend sinkt,Wenn der Felder grüner SegenAllen Erdgebornen blinkt,Kleiner Elfen GeistergrösseEilet wo sie helfen kann,Ob er heilig? ob er böse?Iammert sie der Unglücksmann.

Wenn der Blüthen Frühlings-Regen

Ueber alle schwebend sinkt,

Wenn der Felder grüner Segen

Allen Erdgebornen blinkt,

Kleiner Elfen Geistergrösse

Eilet wo sie helfen kann,

Ob er heilig? ob er böse?

Iammert sie der Unglücksmann.

[pg!269]

TRADUZIONE LETTERALE

TRADUZIONE LETTERALE

Quando a primavera una pioggia di fiori vien giù librandosi sopra tutti; quando la verde benedizione de' campi splende a tutti i terrigeni; la grandezza spirtale de' piccoli silfi accorre, dove può giovare; o santo o malvagio, (ch'e' sia), compatisce all'uomo della sventura.

Quando a primavera una pioggia di fiori vien giù librandosi sopra tutti; quando la verde benedizione de' campi splende a tutti i terrigeni; la grandezza spirtale de' piccoli silfi accorre, dove può giovare; o santo o malvagio, (ch'e' sia), compatisce all'uomo della sventura.

TRADUZIONE DIAndrea Maffei.

TRADUZIONE DIAndrea Maffei.

Allor che la fecondaPiova di maggio cadeSui campi, e delle biadeLa verde spica imbionda,Picciolo stuol di spiritiVolenteroso accorre,E dove possa, al miseroO buono o reo, soccorre.

Allor che la fecondaPiova di maggio cadeSui campi, e delle biadeLa verde spica imbionda,Picciolo stuol di spiritiVolenteroso accorre,E dove possa, al miseroO buono o reo, soccorre.

Allor che la feconda

Piova di maggio cade

Sui campi, e delle biade

La verde spica imbionda,

Picciolo stuol di spiriti

Volenteroso accorre,

E dove possa, al misero

O buono o reo, soccorre.

Il Goethe non parlava degli acquazzoni benefici di maggio, anzi de' fiori, che, a maggio, cadono, piovono dagli alberi. Come va, che il Maffei non ha nè visto nè tradotto quelBlüthen? I versi tedeschi rammentano subito il petrarchesco:Da' be' rami scendea.... Una pioggia di fior sovra 'l suo grembo... con un vago errore, Girando;... e si direbbero tradotti dalla bella canzone di messer Francesco. Girolamo Benivieni nel suoAmore, verso il fine, ha questa ottava sdrucciola a proposito di certi alberi:Da' vivi rami lor sospesi pendono Aurei pomi, onde gli augei si pascono. Poi dolci note al ciel cantando rendono; E quei, pasciuti, subito rinascono. Da le frondose lor chiome discendono. In dolce pioggia fior, che, mentre cascono (sic), Vaghe ghirlande alle fresch'erbe ordiscono, Onde di doppio umor liete fioriscono.Il Marino (AdoneII. 25.) narra, che Amore, chiamato da Venere:Corre ingordo a l'invito; e, colmo un lembo Di fioretti e di fronde in prima coglie; Poi, poggia in aria; e, sul materno grembo, In colorita grandine lo scioglie.[pg!270] Alessandro Guidi in una canzone a Clemente IX (Giovan Francesco Albani) scrive:E la dolce degl'inni aurea famiglia, Quasi d'eterni fior pioggia divina, Discenda in grembo alla città latina.Cito siffatti esempî e ne citerò altri in seguito, ad ogni passo, per mostrare con tutta evidenza, come questa ed altre immagini, adoperate dal Goethe, non abbiano poi nulla d'insolito, di strano, nulla che possa confondere o perturbare un traduttore. Egli s'è avvalso dell'immagine trovata dal Petrarca, a lui ben noto pe' lavori di Carlo Ludovico Fernow, de' quali sappiamo da' dialoghi di Giampietro Eckermann, quanto studio e conto facesse; sebbene sia qui detto per incidenza non valgano agli occhi nostri un fico; ma al Goethe dovea parer diversamente, perchè gli aprivano in qualche modo l'intelligenza della poesia Italiana. E forse gli era nota eziandio la Canzone del Guidi, giacchè in Roma era stato ammesso sotto il nome di Megalio Melpomenio fra gli Arcadi, che veneravano quel gobbetto pavese come inventore d'un nuovo modo di poetare. Il Goethe non parla di messe, che imbionda; siamo in primavera e non in estate. Parla de' verdi campi, che splendono, ridono, suscitano speranze a tutti i terrigeni, tanto a' bruti, quanto agli uomini, quanto agli spiriti elementari, fra' quali sono da noverarsi Ariele ed i silfi. Questo sentimento sparisce nella versione del Maffei. Il Goethe non dice, lo stuolo degli spiritelli esser piccolo, chè anzi da tutta la scena risulta folto. Dice bensì, che i silfi sono nanerottoli; e marca l'antitesi fra la piccolezza delle forme e la grandezza spiritica o spirituale o spiritellesca, come a me parrebbe meglio, per la somiglianza conistenterellesco. Così il Bernia dice del demonio Scarampino:Minuto il ghiottarello e piccolino, Ma bene è grande e grosso di malizia.Così l'Imperiale nelCasalino:Anco statura in noi par, che si vante, Se in vene anguste più, più furia spande; Più coraggio ha quel cor che meno è grande, Ed ha corpo pigmeo spirto gigante.Così il Padre Carlo Casalicchio [pg!271] della Compagnia di Gesù dice (L'Utile nel Dolce.V. I. I.) che Sant'Antonio, vescovo di Firenze era: — «detto così, perchè quanto era grande d'animo, di santità, di dottrina e di prudenza, tanto era piccolo di statura e di corpo». — Così Vittorio Betteloni, dopo aver detto, che il Cavour era piccolo, sclama:Oh fu pur grande il piccioletto conte!La magnanimità de' silfi li fa non solo soccorrere, anzi pur compatire allo infelice; e questo sentimento è significato con energia dallo intraducibilejammern(eccitar compassione) che, avendo per soggetto il compatito e reggendo il compassionante all'accusativo, ci dimostra questi passivo. Ma tutte le siffatte intenzioni e gradazioni spariscono nel Maffei. Altro èmisero, altro èl'uomo della sventura: codesta espressione all'ossianica indica un grande infelice; mentre il vocabolo, che il Maffei v'ha sostituito, s'attaglierebbe ad ogni sventurato volgare, anche ad un povero accattone. Ma probabilmente ned Ariele ned i silfi ned il Goethe si sarebbero tanto curato d'un tapinello qualunque. Le sono minuzie d'espressione, pure vuol dir molto non averle avvertite. Il Berchet ha chiamato i contadini d'Italia;figli dell'affanno: che miseria sarebbe il tradurre o l'interpretare come se dicesse soltantoaffannati! Giorni fa, visitando labella villanelladi Michelangelo, lessi scarabochiati col lapis su d'una lapide que' versi:Amo la tomba, ove si dorme in pace; Ove all'eterno figlio del dolore È pio conforto una solinga face, Una stilla di pianto e un mesto fiore.Sostituire in essiaddoloratoafiglio del dolore, o non sarebbe un'insipienza imperdonabile? Del resto, quasi tutti questi spropositi del Maffei sono ripetizione de' commessi dal prof. Giuseppe Gazzino, che aveva tradotto così:Appena vien, che cada Dal cielo in primavera Su' campi la rugiada; Appena è, che si veggia La messe, che biondeggia; Piccoli Silfi a stuolo Traggon per dare aita, A quanti son, che in duolo Menan quaggiù la vita. Sia tristo od innocente, Se da miseria afflitto, A lor pietade ha dritto.[pg!272] Io non ho qui ad occuparmi de' farfalloni del Gazzino, che, nell'atto quarto, giunge sino a scambiare un paio di stivali con una coppia di rospi; quindi mi basterà di averlo mentovato una volta. E mi asterrò da ulteriori riscontri, che indurrebbero a sospettare, aver tanto egli quanto il Maffei tradotto non dall'originale anzi da una cattiva traduzion francese.

VERSI IX-XIII. —Tedesco.Segue Ariele.

VERSI IX-XIII. —Tedesco.

Segue Ariele.

Die ihr diess Haupt umschwebt im luft'gen Kreise,Erzeigt euch hier nach edler Elfen-Weise,Besänftiget des Herzens grimmen Strauss;Entfernt des Vorwurfs glühend bittre Pfeile,Sein Innres reinigt von erlebtem Graus.

Die ihr diess Haupt umschwebt im luft'gen Kreise,Erzeigt euch hier nach edler Elfen-Weise,Besänftiget des Herzens grimmen Strauss;Entfernt des Vorwurfs glühend bittre Pfeile,Sein Innres reinigt von erlebtem Graus.

Die ihr diess Haupt umschwebt im luft'gen Kreise,

Erzeigt euch hier nach edler Elfen-Weise,

Besänftiget des Herzens grimmen Strauss;

Entfernt des Vorwurfs glühend bittre Pfeile,

Sein Innres reinigt von erlebtem Graus.

TRADUZIONE LETTERALE

TRADUZIONE LETTERALE

Voi, che circondate questo capo, librandovi nell'aerea ronda, dimostratevi qui secondo il degno costume de' silfi:sedateil bieco conflitto del cuore; allontanate gli ardenti dardi, ed amari del rimorso; purificate l'animo suo del sostenuto orrore.

Voi, che circondate questo capo, librandovi nell'aerea ronda, dimostratevi qui secondo il degno costume de' silfi:sedateil bieco conflitto del cuore; allontanate gli ardenti dardi, ed amari del rimorso; purificate l'animo suo del sostenuto orrore.

TRADUZIONE DIAndrea Maffei.

TRADUZIONE DIAndrea Maffei.

Gentile, aereo stuolo,Che vai su quella mestaFronte girando a volo,La virtù consueta or manifesta.Le cure irrequieteIn quell'animo afflitto,Silfidi, raddolcite; e ne svelleteL'igneo stral de' rimorsi ond'è trafitto.Fate che non molesti il suo riposoRicordo tormentoso.

Gentile, aereo stuolo,Che vai su quella mestaFronte girando a volo,La virtù consueta or manifesta.Le cure irrequieteIn quell'animo afflitto,Silfidi, raddolcite; e ne svelleteL'igneo stral de' rimorsi ond'è trafitto.Fate che non molesti il suo riposoRicordo tormentoso.

Gentile, aereo stuolo,

Che vai su quella mesta

Fronte girando a volo,

La virtù consueta or manifesta.

Le cure irrequiete

In quell'animo afflitto,

Silfidi, raddolcite; e ne svellete

L'igneo stral de' rimorsi ond'è trafitto.

Fate che non molesti il suo riposo

Ricordo tormentoso.

Ilmesta, l'afflitto, l'ond'è trafittoson riempiture, imbottiture inutili, che attenuano l'effetto. Del rimanente, [pg!273] sembra, che il Maffei si sia proposto di mitigare le forti e vibrate espressioni dell'originale, di ringentirle. Altro cheraddolcire cure irrequiete! si tratta di calmare le passioni scatenate, che atrocemente combattono fra di loro e contro la coscienza! Altro chericordo tormentoso! si tratta di raccapriccio per la vita vissuta! Fausto ha rinnegato dio; ha patteggiato col diavolo; ha fatto falsa testimonianza intorno alla morte del marito della Marta ed avvelenato la madre della Ghita ed assassinato il fratello ed abbandonata e costretta al delitto quella povera sedotta; la memoria delle iniquità commesse è per lui qualcosa di più che un semplicericordo tormentoso, come ogni galantuomo ne ha. Nè si tratta di far sì, ch'egli abbia un riposo non molestato; anzi si tratta di purificargli l'animo dell'orrenda rimembranza, d'infondergli l'obblio del passato, d'irrorarlo d'acqua di Lete, d'onda letea oletalecom'è meglio specificato in seguito. E perchè tôrre l'amarezzaagli ardenti rimorsi?

VERSI XIV-XV. —Tedesco.Segue Ariele.

VERSI XIV-XV. —Tedesco.

Segue Ariele.

Vier sind die Pausen nächtlicher Weile,Nun ohne Säumen füllt sie freundlich aus.

Vier sind die Pausen nächtlicher Weile,Nun ohne Säumen füllt sie freundlich aus.

Vier sind die Pausen nächtlicher Weile,

Nun ohne Säumen füllt sie freundlich aus.

TRADUZIONE LETTERALE

TRADUZIONE LETTERALE

Quattro sono gli spazî del tempo notturno (= La notte ha quattro vigilie); riempiteli ora senza indugio benignamente.

Quattro sono gli spazî del tempo notturno (= La notte ha quattro vigilie); riempiteli ora senza indugio benignamente.

TRADUZIONE DIAndrea Maffei.

TRADUZIONE DIAndrea Maffei.

Quattro pause ha la notte. A lui tranquilleScorrano

Quattro pause ha la notte. A lui tranquilleScorrano

Quattro pause ha la notte. A lui tranquille

Scorrano

La notte non ha pause, è senza soluzioni di continuità, non si ferma mai. Si tratta distadii, non [pg!274] dipause. Io rendo ilPausencon lospazî, ricordando Tommaso Stigliani da Matera: poetamateriale, come il chiamavano bisticciando i nemici. NelMondo Nuovo, egli dice di Cristoforo Colombo, che, la notte prima d'una battaglia con gli Aitini,Stette egli inginocchiato, infin che il quinto Degli spazî notturni udì finirsi, Seguendo sempre il supplicar non finto Con percuotersi il petto ed empio dirsi. Ben è vero, che da' Romani essa notte partivasi in quattro vigilie, ciascuna di tre ore nostre circa; ed il Goethe rappresenta in esse quattro momenti del sonno, come potrà vedersi. Dapprima lo spirito, appartandosi dal mondo, esterno ambiente, si ritira in sè stesso, si rannicchia,sse requaquiglia(si rinconchiglia) come scrivevano i secentisti napoletaneschi con bel tropo ed energico; ma, quando gli occhi son chiusi e gli oggetti non agiscono più immediatamente sullo spirito, gli emblemi loro echeggiano nella mente e vi si specchiano nelle immagini de' sogni, finchè non illanguidiscano, spariscano e sottentri il vero sonno riparatore, la pace indisturbata dello spirito. Ma, come il sonno non succede immediatamente alla veglia, così pure rientra e si risolve nella veglia mediatamente e solo mediante il sogno: le immagini del mondo esteriore ricominciano a farsi sentire, ridivengono potenti e vivaci, finchè ci riconducano rinvigoriti alla piena coscienza di noi stessi. Sicchè il primo verso è tradotto con un'espressione falsa; ma il secondo poi è tradotto a contrassenso, come se alludesse a Fausto, mentre invece tratta de' silfi, a' quali raccomanda di cominciare senza indugio a spendere le ore notturne in quell'opera di carità.

VERSI XVI-XXI. —Tedesco.Segue Ariele.

VERSI XVI-XXI. —Tedesco.

Segue Ariele.

Erst senkt sein Haupt aufs kühle Polster nieder,Dann badet ihn im Thau aus Lethes Fluth;Gelenk sind bald die Krampferstarrten Glieder,[pg!275]Wenn er gestärkt dem Tag entgegen ruht.Vollbringt der Elfen schönste Pflicht,Gebt ihn zurück dem heiligen Licht.

Erst senkt sein Haupt aufs kühle Polster nieder,Dann badet ihn im Thau aus Lethes Fluth;Gelenk sind bald die Krampferstarrten Glieder,[pg!275]Wenn er gestärkt dem Tag entgegen ruht.Vollbringt der Elfen schönste Pflicht,Gebt ihn zurück dem heiligen Licht.

Erst senkt sein Haupt aufs kühle Polster nieder,

Dann badet ihn im Thau aus Lethes Fluth;

Gelenk sind bald die Krampferstarrten Glieder,

[pg!275]

Wenn er gestärkt dem Tag entgegen ruht.

Vollbringt der Elfen schönste Pflicht,

Gebt ihn zurück dem heiligen Licht.

TRADUZIONE LETTERALE

TRADUZIONE LETTERALE

Prima dechinategli il capo sul fresco guanciale; poscia immergetelo nella rugiada dell'onda letéa. Le membra convulsamente irrigidite si scioglieranno tosto, risponde egli rinvigorito sino al giorno. Compite il più bel dovere de' silfi: restituitelo alla santa luce.

Prima dechinategli il capo sul fresco guanciale; poscia immergetelo nella rugiada dell'onda letéa. Le membra convulsamente irrigidite si scioglieranno tosto, risponde egli rinvigorito sino al giorno. Compite il più bel dovere de' silfi: restituitelo alla santa luce.

TRADUZIONE DIAndrea Maffei.

TRADUZIONE DIAndrea Maffei.

. . . . . Su guancialeMorbido lo adagiate, e colle stilleAttinte alla fataleOnda di Lete,Ne irrorate le membra, e lo vedreteSciogliersi dal letargo in picciol'ora.E poi, quando all'auroraS'appressi, caldo di vigor novello,Degli obblighi il più belloCompite; e dolcementeRiapritegli il ciglio al sol nascente.

. . . . . Su guancialeMorbido lo adagiate, e colle stilleAttinte alla fataleOnda di Lete,Ne irrorate le membra, e lo vedreteSciogliersi dal letargo in picciol'ora.E poi, quando all'auroraS'appressi, caldo di vigor novello,Degli obblighi il più belloCompite; e dolcementeRiapritegli il ciglio al sol nascente.

. . . . . Su guanciale

. . . . . Su guanciale

Morbido lo adagiate, e colle stille

Attinte alla fatale

Onda di Lete,

Ne irrorate le membra, e lo vedrete

Sciogliersi dal letargo in picciol'ora.

E poi, quando all'aurora

S'appressi, caldo di vigor novello,

Degli obblighi il più bello

Compite; e dolcemente

Riapritegli il ciglio al sol nascente.

Ariele non manda mica i silfi in cerca d'un morbido guanciale: i silfi, che albergano nelle scoscenditure de' monti, fra' sassi, sotto le foglie, non hanno nè cuscini, nè materazza, nè coltrici, nè capezzali; Ariele parla delfresco guancialeofferto naturalmente dall'erba. Difatti, Fausto èauf blumigen Rasen gebettet, — «coricato sull'erba fiorita». — Il Marini dice similmente di un suo personaggio:Or, perchè 'l sol già poggia e i poggi inaura, Lascia i riposi de l'erboso letto(Adone XV. 25.) ed anche:Giacea sul piumacciuol d'un violeto Lungo un ruscel freschetto e cristallino, Corcato quasi in morbido tappeto Un pargoletto e tenero bambino(Adone XV. 33.Vedi pure, III. 84:Avventurosi fiori, erba felice, Che dell'Idolo mio languido e stanco, Siete guanciali al volto e piume al fianco) — Aleardo Aleardi [pg!276] ha voluto imitare questa imagine di erboso letto e di giaciglio fiorito, ed, al solito suo, è riuscito a renderla ridicola e grottesca, dicendo alla sua Maria;coi molli Muschi, divelti a le natali ombrie, Farò sponda a la tua splendida testa D'Italiana. Ilfataleè puro riempitivo in grazia della rima: il Goethe non ce l'avea messo; nè l'adoperò il pure ridondante Marini, in un luogo, in cui fa fare al sonno personificato, la parte, che qui fanno i silfi:Già da l'ombrose sue riposte cave De la notte compagno, aprendo l'ali, Con lento e grato furto il sonno grave Tolse la luce ai pigri occhi mortali. E, con dolce tirannide e soave, Sparse le tempie altrui d'acque letali. I tranquilli riposi e lusinghieri S'insignorian de' senni e de' pensieri.(Adone XIV. 43). Bei versi, ma per me guasti da quello equivocissimoletale, che propriamente vuol dirmortale, sebbene il Marino anche altrove ed altri pure l'abbiano adoperato nel senso dileteo; esempligrazia: L'isola d'ogni intorno abbracia e chiude (Come scorger ben puoi) l'onda letale. —Caldo di vigor novelloè una frasca rettorica, un ghirigoro senza scopo, invece del semplice e schiettorinvigoritodel testo.Sciogliersi dal letargo, significa ridestarsi, rinvenire; ma il Goethe non dice mica, che Fausto si sveglierà presto, giacchè vuole, ch'e' dorma tutte l'ore notturne; dice bensì, che, riposando, rinvigorito dall'obblio del passato e del rimorso perturbatore de' sonni e de' sogni, nonchè dalla freschezza del giaciglio (siamo anima e corpo!) cesserà lo spasimo, che gl'irrigidisce le membra, si dileguerà la rigidità spasmodica. Il Maffei ha sbagliata la punteggiatura del tedesco, ponendo dopoGliederil punto, ch'è doporuht. Nella sua traduzione s'impara, che il più bello degli obblighi, assolutamente parlando, è il riaprire gli occhi di uno al sol nascente; sicchè la sora Maddalena, che mi sveglia il mattino, portandomi il caffè, adempirebbe con quest'atto solo alle più alte esigenze morali. Non discuto su codesta teorica: ma il Goethe non l'ha enunciata mai; e dice invece il [pg!277]più bel dovere de' silfi(de' Silfi, si noti) essere il ridare lo sventurato alla santa luce, il ridargli la compiacenza di vivere (e non già, il riaprirne le ciglia al sol novello).

VERSI XXII-XXIX. —Tedesco.Coro di Silfi.

VERSI XXII-XXIX. —Tedesco.

Coro di Silfi.

Wenn sich lau die Lüfte füllenUm dem grünumschränkten Plan,Süsse Düfte, NebelhüllenSenkt die Dämmerung heran;Lispelt leise süssen Frieden,Wiegt das Herz in Kindesruh,Und den Augen dieses MüdenSchliesst des Tages Pforte zu.

Wenn sich lau die Lüfte füllenUm dem grünumschränkten Plan,Süsse Düfte, NebelhüllenSenkt die Dämmerung heran;Lispelt leise süssen Frieden,Wiegt das Herz in Kindesruh,Und den Augen dieses MüdenSchliesst des Tages Pforte zu.

Wenn sich lau die Lüfte füllen

Um dem grünumschränkten Plan,

Süsse Düfte, Nebelhüllen

Senkt die Dämmerung heran;

Lispelt leise süssen Frieden,

Wiegt das Herz in Kindesruh,

Und den Augen dieses Müden

Schliesst des Tages Pforte zu.

TRADUZIONE LETTERALE.

TRADUZIONE LETTERALE.

Quando tepide l'aure si riversano sulla pianura cinta di verde, il crepuscolo diffonde soavi olezzi e velame di nebbia; mormora sommessamente di pace soave; culla il cuore come nel riposo infantile; e chiude innanzi agli occhi di questo stanco la porta del giorno (le ciglia).

Quando tepide l'aure si riversano sulla pianura cinta di verde, il crepuscolo diffonde soavi olezzi e velame di nebbia; mormora sommessamente di pace soave; culla il cuore come nel riposo infantile; e chiude innanzi agli occhi di questo stanco la porta del giorno (le ciglia).

TRADUZIONE DIAndrea Maffei.

TRADUZIONE DIAndrea Maffei.

Quando l'aura leggera leggeraL'erbe e i fiori al maggese accarezzi,E ne mandi la placida seraOmbre molli, dolcissimi olezzi,Quella calma spiratagli al core,Che il dormente fanciullo conforta:Poi chiudete del giorno, che more,Alle stanche sue ciglia la porta.

Quando l'aura leggera leggeraL'erbe e i fiori al maggese accarezzi,E ne mandi la placida seraOmbre molli, dolcissimi olezzi,Quella calma spiratagli al core,Che il dormente fanciullo conforta:Poi chiudete del giorno, che more,Alle stanche sue ciglia la porta.

Quando l'aura leggera leggera

L'erbe e i fiori al maggese accarezzi,

E ne mandi la placida sera

Ombre molli, dolcissimi olezzi,

Quella calma spiratagli al core,

Che il dormente fanciullo conforta:

Poi chiudete del giorno, che more,

Alle stanche sue ciglia la porta.

Curioso è qui lo scambio di alcuni presenti dell'indicativo con altrettanti imperativi. Nella traduzione del Maffei, le silfidi si esortano ad operare ciò, che nell'originale decantano come effetto d'una sera di primavera: sichè l'ultimo distico diventa un logogrifo [pg!278] insolubile. Il Goethe esprime con impareggiabile armonia di verso questo pensiero semplicissimo: che il crepuscolo vespertino suade pace all'animo. Il Maffei si è ricordato del decasillabo del Berchet:Una brezza leggera leggera; ma la reminiscenza è qui inopportuna, trattandosi non di una fresca brezza mattutina e marina, anzi d'un tepido scirocco, grave di odori e di vapori. Quelche moreè un riempitivo inutile, che guasta la metafora:chiudete la porta del giorno, che more, alle ciglia stanche!E, badiamo bene,porte del giorno, chiama il Goethe appunto le ciglia, con metafora imitata da Pitagora, che le addimandavaporte del sole, secondo c'informa Diogene Laerzio (VIII, 29.); perchè, aperte, lasciano entrare in noi il giorno, il sole. Similmenteporte del desioha chiamati gli occhi il de la Fontaine:Que dirais-je des traits, où les ris sont logés? De ceux, que les amours ont entre eux partagés? Des yeux aux brillantes merveilles, Qui sont les portes du désir? Et surtout des lèvres vermeilles, Qui sont les sources du plaisir?Non mi sovviene, qui su due piedi, d'alcuno esempio Italiano di simile metafora, neppure in quel seicento, al quale mi giova ricorrere in questa occasione, perchè il Goethe non è, per lo stile e pe' concetti, se non un mediocre seicentista, e sebbene quell'espressione vi ricorra spesso. Per esempio, il Marino fa chiamar da Venereporte del cielole palpebre di Adone, (III. 89) ma perchè pone il suo paradiso negli occhi di Adone:Sonno, ma tu, s'egli è pur ver, che sei Viva e verace immagine di morte, Anzi, di qualità simile a lei, Suo germano t'appelli e suo consorte; Come, come potesti a' danni miei, Entrar del ciel ne le beate porte? Con che licenza, oltre l'usato ardita, Puoi negli occhi abitar de la mia vita?(Vedi ancheAdone, I, 19). Tommaso Stigliani (Mondo Nuovo, VIII) fa descriver così al Cavalier del Sognola beltà falsa di sognate membra, cioè la donna, per la quale Amore l'avea piagato in sogno: [pg!279]Quei labbri, ch'avrian vinto, o ninfe, e stanco Qual più ardente corallo è nel mar vostro, Con vaghezza chiudean non vista unquanco Quanto oggi ha di gentile il secol nostro. Lasso! chiudean per miei perpetui mali Un bel tesor di perle orientali. Fra le quai se formava ella parola, Vista aperta del ciel la porta avresti.Quiporta del cieloè adoperata metaforicamente per felicità. Ma l'essere insolita tra noi codesta metafora del Goethe, non iscusa il Maffei, che non l'ha intesa.

VERSI XXX-XXXVII. —Tedesco.Segue il Coro:

VERSI XXX-XXXVII. —Tedesco.

Segue il Coro:

Nacht ist schon hereingesunken,Schliesst sich heilig Stern an Stern;Grosse Lichter, kleine Funken,Glitzern nah und glänzen fern:Glitzern hier im See sich spiegelndGlänzen droben klarer Nacht;Tiefsten Ruhens Glück besiegelndHerrscht des Mondes volle Pracht.

Nacht ist schon hereingesunken,Schliesst sich heilig Stern an Stern;Grosse Lichter, kleine Funken,Glitzern nah und glänzen fern:Glitzern hier im See sich spiegelndGlänzen droben klarer Nacht;Tiefsten Ruhens Glück besiegelndHerrscht des Mondes volle Pracht.

Nacht ist schon hereingesunken,

Schliesst sich heilig Stern an Stern;

Grosse Lichter, kleine Funken,

Glitzern nah und glänzen fern:

Glitzern hier im See sich spiegelnd

Glänzen droben klarer Nacht;

Tiefsten Ruhens Glück besiegelnd

Herrscht des Mondes volle Pracht.

TRADUZIONE LETTERALE.

TRADUZIONE LETTERALE.

La notte è già discesa: stella a stella santamente si affianca. Grandi luminari, piccole faville scintillano da presso e splendono da lunge; scintillan qui, specchiandosi nel lago; splendono lassù nella chiara notte. La piena magnificenza della luna regna suggellando la felicità dell'altissima quiete.

La notte è già discesa: stella a stella santamente si affianca. Grandi luminari, piccole faville scintillano da presso e splendono da lunge; scintillan qui, specchiandosi nel lago; splendono lassù nella chiara notte. La piena magnificenza della luna regna suggellando la felicità dell'altissima quiete.

TRADUZIONE DIAndrea Maffei.

TRADUZIONE DIAndrea Maffei.

Sulla terra son l'ombre cadute,Astro ad astro nel ciel si congiunge;Ampie luci, scintille minuteVan raggiando da presso, da lunge.Splendon là nella notte serena,Guizzan qui nel cristallo dell'onda.E la luna vivissima e pienaÈ suggello alla pace profonda.

Sulla terra son l'ombre cadute,Astro ad astro nel ciel si congiunge;Ampie luci, scintille minuteVan raggiando da presso, da lunge.Splendon là nella notte serena,Guizzan qui nel cristallo dell'onda.E la luna vivissima e pienaÈ suggello alla pace profonda.

Sulla terra son l'ombre cadute,

Astro ad astro nel ciel si congiunge;

Ampie luci, scintille minute

Van raggiando da presso, da lunge.

Splendon là nella notte serena,

Guizzan qui nel cristallo dell'onda.

E la luna vivissima e piena

È suggello alla pace profonda.

[pg!280] Non c'è male; malgrado qualche imbellettatura sconveniente, come quel direle ombreinvece del semplicenotte; e sì, che nella strofa precedentemolli ombresignificava i vapori che sorgono a sera. Si vede, che questa parola ed alcune altre, (per esempiociglio,onda) sono predilette dal Maffei, unicamente pel suono armonioso; seicentismo, stile mariniano.Ondapuò essere un fiume, un rivolo, una gora, un mare, un lago, una vasca; può esser l'oceano od una pozzanghera; ma qui il Goethe indica esplicitamente il pelaghetto, ove si raccolgon l'acque della cascata. L'antitesi fra lo splendere da lontano e lo scintillar velatamente dappresso, che poi viene meglio svolto in due versi, sparisce nelVan raggiando da lunge, da presso. E perchè mai togliere quell'avverbiosantamenteopudicamente(come piacerà di rendere loheilig), che attribuisce non so che di umano agli astri del cielo? Il Leopardi ha pur detto:Più che mezze oramai l'ore notturne Eran passate; e il corso all'oceàno, Inchinavan pudiche e taciturne Le stelle, ardendo sul deserto piano.


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