UN PRETESO POETA(GIACOMO ZANELLA)M.DCCC.LXXI.[pg!225]Angelo Camillo De Meis racconta, in fine del suoDopo la Laurea, delle scoperte paleontologiche, fatte da un certo Peppantonio, in una caverna a pochi passi dal polo australe: — «Scava scava, se n'è venuto via con centoventiquattro sacca, piene piene di pezzettini d'ossi occipitali e frontali e parietali, tutti press'a poco umani; e ne ha formato circa ottocentottantotto generi; ed ha avuto la felice idea di dedicarli a' più eccellenti poeti epici e drammatici contemporanei. C'è laPratia epilepticae laChiossonia paralytica; e, per non far torto a quelli, che si distinguono nel genere lirico, ha formato laVittorhughia atassicae laZanellia superflua». —Queste due ultime parole sembran dapprima solo un frizzo garbato; ma le credo il miglior giudicio possibile su' versi dell'abate Giacomo Zanella, cavaliere dell'ordine de' Santi Maurizio e Lazzaro, uffiziale dell'ordine della Corona d'Italia, professore ordinario di lingua e letteratura Italiana presso lo studio filosofico della R. Università di Padova e condirettore del seminario filologico-storico, nonchè deputato provinciale nel consiglio provinciale per le scuole; e (se non erro) membro effettivo del R. Istituto di Scienze, Lettere ed Arti di Venezia. Quanta roba, eh! Può darsi, che egli sia un egregio sacerdote: bisognerebbe [pg!226] sentir l'opinione del suo vescovo. Può darsi, che riesca, ottimo amministratore: il Ministro della Pubblica Istruzione e gli amministrati sono giudici legittimi se non competenti. Può darsi ancora, ch'egli si dimostri professor valente; sebbene non nasconderò, che mi sorprende il vederlo cattedratico ordinario, senza che sia noto per alcun serio lavoro storico o critico; ma non è il solo in Italia, che non possegga titoli giustificativi, cui possa gridarsi:fuori i libri!Soliti favori! Qui però non dobbiamo occuparci nè dello insegnante, nè dell'accademico, nè dall'amministratore; bensì del verseggiatore. Come tale, è superfluo: non ha una ragion d'essere al mondo. Ed è superfluo, perchè le sue qualità poetiche sono affatte nulle; perchè non arricchisce il nostro mondo fantastico nè d'un concetto, nè d'una immagine. Il dico con dolorosa convinzione e dopo esame accurato del volume, per cui venne acclamato poeta da' birrichini, i quali in Italia fanno mercimonio di lodi e d'encomî. Il Zanella scrive versucciattoli, che in un albo od in occasione d'un onomastico, d'una festicciuola qualunque di famiglia, possono far buona figura; i molti di questo genere, da lui rivolti a' componenti della famiglia Lampertico, lo han fatto chiamare da qualche malevolo:il poeta aulico di casa Lampertico.Ma ben altro è l'ingraziarsi presso una famiglia doviziosa ed il diventarvi ospite desiderato ne' banchetti e nelle feste; e ben altro il segnare, il significare un nuovo passo della fantasia di un gran popolo, e del popolo, che ha, senza dubbio, il maggior passato poetico.Che dico! da pochi, arcipochi si può pretender tanto. Ci contenteremmo, ammireremmo, se il Zanella, anche senz'aprir vie nuove, fosse capace di crear di belle immagini e vivaci, fosse almeno capace di piegare il verso a nuove forme, lasciando pure ad altri di avvalersene a miglior uopo.Nondimeno gli encomiasti non son mancati. Da noi non fa mai difetto una penna compiacente (la parola propria sarebberuffiana; ma non s'ha a dire [pg!227] tra la gente ammodo. Non l'adoperiamo dunque!) che si presti a levare a cielo qualche chiarissimo; massime quando corrono raccomandazioni di persone influenti; quando un Lampertico, per esempio, ed un Giorgini commendano e vogliono. È così facil cosa il lodare a casaccio, l'appiccicare una selva di epiteti gentili a' nomi ed alle cose! il citare alcuni brani d'un autore ed andare in estasi senza dir perchè! Certo, lettori, che gustino così alla cieca, che ammirino senza rendersi e render conto delle ragioni, che li fanno strasecolare, ci vogliono e ce ne voglion molti. E' sono appunto quelli, che si addimandano il volgo; e senza grandi uomini e senza uomini di vaglia si potrebbe stare al mondo; senza volgo, no davvero. Ma uno scrittore, uno, che pretende d'intendersene, uno, che si arroga di spiegare al pubblico cosa debba approvare e biasimare, commette una vera indecenza, schiccherando insulse dicerie encomiastiche. Per articolesse di tal fatta, il gergo de' giornalisti adopera un bel nome: le chiamanosoffietti. I francesi le diconreclames. Ad ogni modo son brutture.Un certo Isidoro Del Lungo... sbaglio: il chiarissimo Isidoro Del Lungo, professore di Letteratura Italiana presso il Regio Liceo Dante di Firenze, cavaliere dell'Ordine de' Santi Maurizio e Lazzaro, Accademico residente della Crusca e di quelli deputati alla compilazione quotidiana del Vocabolario; prese l'assunto di annunziare a' quattro venti, ch'era sortoun nuovo poeta. Impiastricciò un dialogo, che incomincia con una lode all'editore del Zanella, della quale non può discernersi altro approposito od altro motivo, tranne il desiderio, naturalissimo in chi scrive, d'ingraziarsi con un editore accreditato. Prosegue, rivelando il suo dispettuzzo, per non essere stato nominato membro della commissione, che compila il vocabolario giorginiano. Quindi, ingiurie generali a tutti i verseggiatori moderni, perchèverba generalia non sunt appiccicatoria; ed un inchino particolare a' più dappochi, che gli avvenga di nominare. Una [pg!228] scappellata al Carducci, (ch'io non so come possa nominarsi da un galantuomo e da un buon cittadino, senza che l'indignazione morale trabocchi); un sorrisetto al Maccari ed al Castagnola e persino un saluto al Rapisardi ed una reverenza al Ventura. Cita titoli e brani de' componimenti del Zanella e loda e loda, senza ragionar mai le tante lodi; ed appena appena in fine, in via di concessione, ammette che non tutto sia perfetto nel volume; che lapoesiadel Zanella abbiacerti difetti.Veramente io ritengo le coserelle meschinissime del Zanella non meritare il fastidio di una disamina seria. Allorchè il volume venne in luce, gli detti una scorsa, quanto bastava a chiarirmi di che roba si trattasse, ed il buttai lì subito. Leggicchiate le lodi del Del Lungo, risi del maldestro incensatore; su conclusioni motivate in quel modo da un tale avvocato fiscale, stimai che il pubblico dovesse giudicare tutto all'incontrario. Ma il pubblico è pecora: il pubblico accetta i giudizî bell'e formolati, senza criterio, da chiunque gli vengan porti, purchè gli si porgano con improntitudine ed arroganza. Dorme all'udienza e sottoscrive la sentenza, che un qualunque, istituendosi cancelliere di autorità propria, gli pon sotto la penna. In fondo, il male poteva non sembrar grande: che un Zanella di più o di meno, sul falso giuramento d'un criticonzolo qualsiasi, scrocchi per venti o quindici anni un po' di mezza celebrità, non sembra affare capitale. Ma il vedere que' versi, così raccomandati, per le mani di tanti; il vederli studiati ed imparati a memoria; il vedere, in un programma ufficiale, parlato dellaLetteratura Italiana da Dante al Zanella; mi ha fatto impensierire. Il Zanella non appartiene alla storia, anzi alla teratologia letteraria; i suoi componimenti contengono cattiva poesia e concetti immorali; non è forse una cattiva azione tanto il commendarli contro-coscienza, quanto il tacerne un biasimo coscienzioso? — «È insopportabile in un critico la tolleranza di componimenti mediocri,» — scriveva Giovanni Berchet. — «La tolleranza è un dovere [pg!229] religioso, è una virtù sociale, ma in materia poetica non è comandata da nessuna filosofia.» — Ed io posso soggiungere, come lui: — «Eppure, sia detto in buona coscienza, non entra mai ne' disegni nostri una menoma intenzione di pigliare la penna in mano per muovere la bile ad una menoma persona.» — Ma, chi ammira il Zanella, a me sembra aver perduta la intelligenza del bello poetico: chi ne accetta le dottrine, è forza che diventi cattivo cittadino ed uomo di sensi volgari. Il dimostrerò. Inoltre, per me l'arte è cosa seria; e non credo davvero, che intorno ad essa le opinioni sian libere: c'è una opinione giusta e ci ha le false; ed in affare di tanto momento, non saprei ostentare l'apatia, di cui fa mostra a proposito della castità della mogliera, Ulrico, cavalier boemo, appresso il Bandello (Parte I, Novella XXI); nè dirò mai: — «Credete voi ciò, che vi pare, che io non ve lo divieto; e lasciate, che io creda quello, che più m'aggrada e mi cape nella mente; perciocchè il mio credere non vi può annojare, nè il vostro discredere mi reca danno alcuno, essendo libero a ciascuno, in simili avvenimenti, pensare e credere ciò, che più gli va per l'animo!» — Gli àpati son ébeti.Nel MDXCIII, corse voce, che fosse spuntato un dente molare d'oro ad un fanciullo slesiano. Il fatto commosse grandemente i dotti di Lamagna; ed un certo Horstius, professore di medicina in non so quale universitaducola di quel paese lì, in seguito a ricerche profonde, pubblicò, due anni dopo, la storia del dente, dichiarandolo di natura doppia come Gesù Cristo, cioè parte naturale, parte miracoloso; ed assicurando, che domineddio l'aveva collocato nell'alveolo mascellare del ragazzo, per consolare la Cristianità afflitta dalle vittorie turche. Dopo l'Horstius, scrisse sull'argomento il Rullandus; e, due anni dopo, l'Inglosterus (altro dotto alla tedesca d'allora) confutò il Rullandus; dal quale gli fu replicato sapientemente. Un quarto dottorone, in una monografia, raccolse tutte le opinioni già enunciate, aggiungendovi [pg!230] la sua. Sventuratamente capitò un orefice ad esaminare il dente miracoloso; e durò poco ad accorgersi, che non era altrimenti di metallo massiccio; che non era d'oro, anzi solo ad arte dorato, rivestito d'una fogliolina d'oro. Del ser Zanella han parlato gli Horstius, i Rullandus, e gl'Inglosterus; gli è ormai tempo, che un povero orefice lo esamini e dica la sua.L'Italia ha tanti verseggiatori, ch'è uno sgomento. Come distinguersi in mezzo a tal frotta o caterva di mediocrità? Come fare per far chiasso? come acquistare un po' di celebrità senza troppo affacchinarsi? Ecco il problema difficilissimo, che si presenta innanzi ad ogni sedicente poeta Italiano. Chi fosse artista daddovero, chi avesse una potente favoleggiativa, chi avesse qualcosa in corpo, il quesito non gli si affaccerebbe neppure alla mente. Porterebbe in sè un mondo poetico impaziente di esprimersi, di affermarsi. Ma questo è caso raro; i più, senza ispirazione, senza fantasia, non avendo un vero contenuto poetico, non sapendo in sostanza che dirci ed a che applicare la sciagurata facilità, l'improba smania d'imbrattar carte, cercano di essere originali o per qualche bizzarrie d'espressione, o pel tematico. Quindi abbiamo specialità poetiche come specialità mediche. In quella maniera appunto, che ci sono dentisti ed ostetrici ed ortopedisti ed oftalmoiatri; noi troviamo, che, per esempio, un novelliere non mette in iscena se non pupi in uniforme: ha la privativa dei racconti militari; il tale altro parla solo di delitti, di sangue, di stupri e di patiboli: ha la specialità delle storie giudiziarie; Meneghino si aggira sempre tra le tombe e promette di morire ad ogni ottava; il dottor Ballanzoni coltiva unicamente la bestemmia e l'imprecazione; Pulcinella ha il monopolio dell'umanitarietà e della filantropineria; ed un Zanni, ossia il Zanella, si è impossessato della natura e delle scienze naturali; e si è fatto il poeta del positivismo, del positivismo Italiano.Le origini del positivismo Italiano sono le più semplici [pg!231] del mondo. Non è sorto per necessità logica; non proviene da una esigenza del pensiero nazionale, da una evoluzione scientifica, cheh! In quel riffa raffa di cattedre, che ha luogo dal cinquantanove in poi, parecchie cattedre filosofiche vennero agguantate da chi stimo filosofo quanto io mi credo sinologo o jamatologo. Gli è accaduto, per esempio, che al gran lotto della pubblica istruzione guadagnasse l'ambo di una cattedra di Filosofia, chi era cognito soltanto per qualche monografia storica più o meno spropositata, più o meno monca, più o meno male scritta, piaggiando ogni partito. Posizione imbarazzante! ma più d'una volta s'è visto, e fuori e da noi, uomini coscienziosi, costretti dalla fame ad assumere l'insegnamento di materie non per anco da loro studiate, mettendocisi coll'arco della schiena, conchiuder qualcosa, e riuscir valenti; per più d'uno è stato vero, cheinsegnando s'impara. Invece coloro, cui alludo, pe' quali l'importante era lo stipendio, ritennero più comodo il negare la scienza, che venivano chiamati ad insegnare e che avrebber dovuto imparare; il dire: — «La filosofia non c'è, la filosofia è un assurdo; le idee generali son ircocervi anzi ippotragelafi; non vi ha se non fatti singoli; il mondo è essenzialmente frammentario; tutto è accidente, o tutt'al più legge, che regola l'accidente; tutto è empirismo; la cognizione assoluta, il vero assoluto,Di fuor del qual nessun vero si spazia,è un'allucinazione dello intelletto. Limitiamoci alla cognizione di qualche fenomeno, di mille fenomeni, via, d'una serie infinita di fenomeni. Questo è ilnon plus ultradello sforzo intellettuale umano. E se una voce segreta, anzi un bisogno imperioso vi costringe a chieder qualcosaltro alla scienza, a riproporle ostinatamente i quesiti supremi, oggetto della filosofia, saggi mortali, castratevi l'intelletto! E se la ragione vi afferra e vi [pg!232] vuole fare entrare nel suo talamo, o casti Giuseppi del pensiero, lasciatele in mano il mantello e fuggitevene in farsetto, e rimanete involontariamente «ignari!» — Il sacerdote predicava l'ateismo! il professore bandiva l'inesistenza della scienza, per insegnar la quale il pagavamo! Osceno spettacolo! Quando il prete od il maestro dubitano del loro credo o della loro dottrina, se son galantuomini scendano dal pulpito e dalla cattedra ed aprano bottega per conto proprio.E così la gioventù Italiana fece a gara ad evirarsi intellettualmente: e credè che fosse un merito di esser più eunuca. E fu certo un titolo per andare avanti ed aver plauso ed aver guadagno. Povera Italia!Di questa scuola ciarlatanesca è poeta il Zanella.Chi vuol rendersi ben ragione del suo valore artistico, del modo nel quale costui comprende la Natura, mi faccia il piacere di rileggere ilDopo la Laureadel De-Meis; e dico rileggere, perchè non posso ammettere, che una persona colta non abbia letto quel volume. Vi trovi una lettera, la seconda, che, se non fosse stata stampata parecchi anni prima che il Zanella acquistasse qualche notorietà oltre la cerchia de' nobiluzzi veneti, si direbbe una continua allusione al poeta aulico di casa Lampertico. L'argomento della lettera di Giorgio a Filalete è assolutamente lo stesso della lirica zanelliana intitolataNatura e Scienza; ne la direi il miglior commento, se i componimenti del Zanella fossero tra le cose, che si commentano; ed essa ci abiliterà a giudicarne ammodo. Entrambe prendono le mosse dall'intuizione e divinazione ed interpretazione poetica, che l'umanità fanciulla, che la fantasia, fa de' fenomeni naturali. Verseggia così quel di Chiampo:Come ritrosa Vergine, t'involi,Discortese Natura, al guardo umano,Che, pel lento mutar di mille soli,Di cielo in terra t'ha cercato invano.[pg!233]Con giocondo terror vide talvoltaBalenar dall'abisso il tuo sembiante;Ma tosto, di più nere ombre ravvolta,Scese la notte sul deluso amante.E quel di Bucchianico fa scrivere al suo Giorgio: — «Quante volte, prima di abbandonare la mia casa e la mia patria, mentre m'aggirava per l'ameno boschetto, che circonda il mio tetto paterno, io era andato pensando alla mia inutile vita e alla cieca ignoranza, in cui la traeva! E poi, stanco, mi stendeva sopra un praticello smaltato di fiori, all'ombra di un gran mandorlo; e mi metteva a guardare il profondo cielo e i lontani campi; e talvolta mi curvava a terra e guardava lungamente le erbette e i fiorellini, che mi crescevano intorno! Alla vista di quelle cose sì belle, io era a poco a poco commosso. La giovane fantasia mi s'infiammava; ed io vedeva quell'erba animarsi, muoversi e voltare verso di me le loro punte; e da quelle tramandare un oscuro susurro, che mi pareva la voce della Natura e mi faceva palpitare o tremare.O natura, o Natura, io pensava fra me,parla dunque, spiegati chiaro, dimmi chi sei! tu chiudi dentro di te qualche cosa, che i miei occhi non veggono; giacchè non sono quelle deboli foglie e quegli umili fiori, che potrebbero farmi palpitare e tremare; esce da loro una virtù arcana, ci è in loro qualche cosa d'infinito e di divino, cui risponde la mia anima, che in questo momento si sente anche essa infinita ed immortale; ci sei tu, o Natura. Ma io non so, chi tu possa essere: ed io ho bisogno di saperlo, ho bisogno di scuoter questo grave sonno e diradare questa così fitta oscurità, che mi copre la mente. Ma.... non è più il tempo delle rivelazioni, che si fanno al cuore dell'uomo; e cui l'alta fantasia presta le sue forme. Oh no! non è più il tempo dell'ispirato sentimento e della mistica immaginazione. È il tempo della profonda ragione e della severa scienza, alla quale si perviene solo per la via del lungo studio e della grave fatica. Non si ha dunque a fare come il nostro Giacomo,» — [pg!234] Leopardi, veh! non Zanella; — «che aspettava sempre l'ispirazione e stava con l'orecchio teso, se mai la risposta della diva Natura si facesse un giorno sentire dentro al suo cuore; e, non udendo mai nulla, s'affliggeva e si disperava. Io invece studierò; io ti cercherò, o Natura; io t'incalzerò dappertutto; ti frugherò piega per piega; ti rovisterò molecola per molecola. Avrò pazienza, ti starò intorno cinque, sei, otto, dieci anni, finchè non ti avrò strappato il tuo secreto: questo terribile secreto, di cui sei tanto gelosa, e che tieni sepolto, io non so se nel profondo o di te stessa o del mio cuore.» —L'Uomo del Zanella; il Giorgio del De-Meis, simbolo dell'Uomo anch'esso, ambiscono tutt'e due di scoprire il segreto e l'essenza della Natura; e l'uno e l'altro ricorrono alle scienze naturali, sperimentali, empiriche, via. Il Zanella, che non è, come il De-Meis, un naturalista valente, rimpicciolisce il concetto della cosa, riducendola a mero affare di microscopio e telescopio; ma non vuol dire! Ecco l'Uomo dotto in botanica ed in mineralogia ed in zoologia ed in astronomia; eccolo fisico, chimico e meccanico; eccolo cristallografo e fisiologo: — «Il secreto della Natura è scoperto!» — sclama fanciullescamente lieto il Zanella; ed innalza un inno alla potenza dell'ingegno umano. Nondimeno, è costretto a soggiungere:... Fuggon forse le tenebre di priaE palese di dio splende il disegno?è costretto a riproporsi gli antichi interrogativi: — «A che tutto questo? cos'è il mondo? qual è lo scopo dell'Universo? dell'uman genere? ed io che sono?» — E qui si stringe nelle spalle e vi dice tutto ciò essere il secreto di domineddio, e noi non [pg!235] dover presuntuosamente indagarlo. Cos'aveva egli dunque scoperto?Ed ora ascoltiamo Giorgio: — «Mi gittai di lancio e a corpo perduto allo studio di quelle, che chiamano scienze naturali. Io sperava sempre di riudire un giorno la voce della Natura. Io era certo, che uscirebbe più chiara di dentro a que' vaghi cristalli, divenuti il mio più caro trastullo; dall'interno di quelle innumerevoli forme vegetali, con le quali tanto mi divertiva; dall'intimo di quelle ricche forme animali, che io curiosamente ricercava. Io diveniva di mano in mano più avido di farmivi sempre più addentro, per arrivare fino a quel sacro penetrale, dove m'aspettava, che l'oracolo avrebbe parlato. Ma sono dieci anni ed io non ho udito mai nulla.... Talvolta domandava i dotti, che aveva preso a guida in quegli ameni studî, se mai tenessero il grande secreto.... Ma que' grandi uomini non mi davano se non piccole risposte. Essi si ridevano della mia semplicità; o si rammaricavano e mi compiangevano del mio poco progresso nella scienza. Poichè, a sentirli, del vero progresso è segno, quando uno non fa altrui, nè si fa più a sè stesso di sì stolte quistioni, e più non vi pensa.Ille se valde proficisse sciat, quegli solo, che s'è ben finito di persuadere, che non solo non v'è la soluzione, ma non v'è nemmeno la quistione; la quale non è se non una nostra invenzione, una illusione ottica, che succede nel cervello dell'uomo fiacco e ignorante e non ha punto che far con la Natura. E severamente mi ammonivano, se progresso volevo fare e diventar davvero uno scienziato, che fossi ben persuaso e tenessi bene a mente, che quello era tutto: chimica, fisica, meccanica; e che al mondo altro non v'è fuorchè cristalli e cellule; e sì crittogame e fanerogame senza numero; e insetti piccoli e insetti grandi, come sarebbe a dire le scimie, che è quanto dire gli uomini; e che in tutti codesti amminnicoli consiste la scienza.Possibile! io diceva [pg!236] fra me:la scienza della Natura sarebbe dunque la scienza degli amminnicoli!Io era tutt'altro che persuaso. Non era quello il progresso, che io voleva fare; non era il frutto, che io anelava di raccogliere da' miei studii. A quel prezzo io non avrei voluto giammai diventare uno scienziato.» —Un siffatto positivismo può benissimo accordarsi con qualunque e religione e superstizione. Ed invero, quanto è oggetto della religione (prescindendo dalla parte etica) e della vera scienza, rimane escluso dal campo delle investigazioni di questa ignoranza scientifica. Il Zanella vi rappresenta il tipo dello scienziato evirato nel suo Galileo; e gli fa recitare il credo e soggiungere:Tal mi detta una fe'; sull'alto arcanoTace scïenza. Dall'audaci inchieste,Che di qua dell'avel non han risposta,Tempo è ben, che si tolga; e di glossemiPiù non faccia tesoro, a cui (sic) suggelloLegittimo non pose esperïenza,Paragone del vero. Allor ch'io venniNe' suoi giardini, a me disse Sofia:— «Figlio, del mondo le riposte originiNon ricercar, nè a qual lontano termineL'universo si volve; impervie tenebreAll'umana ragion, quando la fiaccolaLa fe' non alzi e l'atro calle illumini.Modesta più, ma men fallace indagineA te fia di Natura il libro svolgere,Che chiuso giace, di secrete sillabeTutto vergato e d'incompresi numeri.» —Appunto la spiegazione di questi numeri e di queste sillabe chiede ansiosamente l'uman genere; la cui semplice cognizione non ha pregio alcuno od importanza. Che importa, che giova, conoscer l'alfabeto d'una lingua, ignorandone la grammatica e le parole, in modo da poter compitare un libro sanscrito o russo, puta, senza capir nulla? A che giova, per esempio, ad un contadino di poter materialmente [pg!237] legger laDivina Comediao gliEroici furori, se non giunge ad afferrarne pure il senso? Questosensodella Natura, la spiegazione delle sillabe secrete e degl'incompresi numeri, il De-Meis la fa chiedere a Giorgio, che lascia l'Italia per la Francia: — «Lì vasti e bene ordinati musei; professori di spirito e scienziati con cervelli chiari e vasti, ben forniti e bene ordinati come i loro musei. Io era bramoso di vedere a qual punto ne fossero; e fin dove con la mente si fossero spinti di là da quell'ordine apparente de' loro due musei; e mi intendo quello del Giardino delle Piante e quell'altro, che se ne portano dentro il capo. Entro nel primo con loro: ed ecco i miei grandi uomini rapiti nella contemplazione di tanti oggetti naturali, convenuti in quel luogo da tutti i punti della terra; e andarne in estasi. — §C'est curieux! c'est singulier! c'est bizarre! c'est étrange! c'est joli! c'est merveilleux!— §Mais quelle est la raison de toutes ces belles choses? qu'est-ce donc que tout cela signifie?— §Monsieur, cela signifie que le bon dieu a voulu que cela fût ainsi; et nous n'avons qu'à dire: ainsi soit-il!— Questo era l'ultimo costrutto, questa la definitiva conchiusione, alla quale i miei grandi naturalisti parevano giunti, e l'alto cacume, cui sembrava, che si fossero elevati. Io però non mi teneva niente soddisfatto di questa nuova e veramente singolare, curiosa e sorprendente scienza. Un buon dio senza ragione, che si mette a fare delle cose curiose e strane, per divertire il prossimo, e farsi particolarmente ammirare della sua abilità da qualche centinaio di naturalisti, che le studiano ne' loro amminnicoli, in verità gli è un dio troppo buono; ma non è cosa, di cui possa restar capace un onest'uomo, che abbia dramma di ragione» —Ma, se i naturalisti oltramontani interrogati da Giorgio, di buona fede si chiudono nelle scienze sperimentali e negano le virtù speculative alla mente umana, pel Zanella non è così in fondo. Egli ha notizia [pg!238] confusa del lavoro intellettuale umano; e ritiene, ch'esso abbia raggiunto la meta. Egli crede, che letenebre di priasiano svanite, che l'uomo non sia più deluso amante del vero, anzi, che lo abbia afferrato. Il crede, senza saper troppo perchè, perchè l'ha sentito dire; questa credenza è un pregiudizio per lui, un preconcetto, ma ce l'ha.Finora, quando veri credenti od ipocriti, apostoli o bacchettoni volevano distogliere dalle investigazionipericolosela mente umana e ricondurla in sacristia od all'ossequio per la rivelazione, cercavano di provare l'incertezza della scienza, l'impotenza dello ingegno nostro, cercavano di convincerci che la ragione e la scienza non valgono ad assodare alcun vero, che sola fonte di verità è la religione. Il Zanella, invece, cinicamente riconosce, che la scienza c'è e che può; confessa, che la ragione ci dà il vero; ma, dice lui, ci tolgon la pace del cuore;ergo, volgiam loro le spalle. La scissura nell'uomo morale moderno non è una scoverta del nostro dabben sacerdote; altri l'hanno cantata prima di lui; altri ha rappresentato il contrasto tra 'l cuore e la fantasia, che si riattaccano alla tradizione, aldolce imaginare, e la mente, la ragione, che impone, deducendole, verità incresciose, che pur non persuadono. Il Leopardi, il Musset hanno scritti versi duraturi:Que me reste-t-il donc? Ma raison tourmentéeEssaye en vain de croire et mon coeur de douter;Le Chrétien m'épouvante; et ce que dit l'Athée,En dépit de mes sens, je ne puis l'écouter.Il Zanella invece vi dirà, che il secolo:Stretti nel pugno i conquistati veriSale superbo incontro al cielo: immensaLuce è ne' suoi pensieri....Qui non vi è più dubbio: certezza piena invece! Il secolo ha conquistato i veri; il secolo ha luce nei [pg!239] pensieri; la gigantomachia moderna, la scalata, che gli eroi del pensiero danno all'Olimpo, non è un atto di levità giovanile, di sconsigliatezza, di presunzione; è, pel Zanella, la pura e semplice estrinsecazione necessaria dell'attività del secolo. Il Musset dubitava de' risultati della scienza; e, dopo ascoltato Aristotele e Platone, diceva:j'applaudis et poursuis mon chemin; e quindi poteva anche tentare di sottrarsi alla filosofia e di ridiventar credenzone; sebbene, appunto perchè aveva saputo qualcosa, imparandola, acquistando quel sapere da sè, non potesse acquetarsi ne' dommi, che ci si presentano bell'e formolati, inassimilabili: la ragione si ribellava. Ma voi, Zanella, non dubitate più; voi, siete tanto XIX secolo (o lode o biasimo, che a voi paja ed altrui) da creder fermamente alla scienza. Perchè dunque mi parlate di notte del cuore, che si fa più densa? Vel dirò! Perchè avete un'anima fiacca e poltrona. Perchè.... dal dì, che lo scettro in sua man tolto,Più non v'ha dio, l'uom disse; e Re si assiseDell'Universo, il voltoScolorato abbassò, nè più sorrise.Vi manca serietà di propositi, forza di carattere, vigoria di mente, amore dello studio! La vostra personalità morale è nulla. Morta la speranza, che riconduce a dio, tutto per voi è notte, a detta vostra. Voi non avete dunque nè famiglia, nè patria, nè Principe? non leggi sacre ed amate? non avete doveri? non credete alla virtù? Avete tanto imparato e dal vostro sapere positivo non rampolla un ideale, un imperativo categorico, che dia norma e scopo al viver vostro! Tutte quelle sante parole per voi sono vuote di senso, se vi manca la speranza d'una ricompensa; e, come diceva l'Hegel allo Heine, vorreste esser premiato di non aver abbandonato la madre vecchia ed inferma e di non avere avvelenato vostro fratello! Delle due l'una: o le speranze, [pg!240] che dite morte, erano ingannevoli e fallaci. E perchè vi fermate a rimpiangerle? Animo, e createvi altre speranze, un altro ideale men fragile, più conforme alla coscienza vostra. O non erano ingannevoli e fallaci. Ed allora bisogna, che ricostruiate con lo studio e la critica la fede scrollata: la vera scienza l'ha a rifare, la vera scienza, che guarda l'essenza delle cose e non gli amminnicoli.Ma la scienza pretesa vostra, onde menate tanto scalpore, non è per voi qualcosa di serio, anzi una ricreazione, un ozio tutto al più; e vi ha momenti, in cui manifestamente l'odiate. Quindi le lodi dell'ignoranza, simboleggiata nella favola della Psiche:O dell'anima umana, a cui (sic) fataleÈ sovente del ver la conoscenza,Immagine gentil, Psiche immortale;O divina farfalla, a cui (sic) l'essenzaDelle cose è nascosta, o sol si svelaQuanto basti al gioir dell'innocenza;Lascia, Psiche, l'improvvida querela,Nè desiar conoscere lo sposo,Che la temuta oscurità ti cela.Men dolce, o semplicetta, è bacio ascoso?Dolci meno gli amplessi e le parole;Onde bea Quel non visto il tuo riposo?Eppure la favola stessa della Psiche, se a forza e' vuol cavarne un epimitio, dovrebbe insegnargli, che non vi ha godimento vero, schietto, sincero, senza conoscenza! Guardate quanto è più morale e gentile il pensiero della plebe pagana che quello di questo mezzoprete semicristiano! Certo di baci, che imitavan le colombe, e di bene scossi congiungimenti, avrebbe potuto appagarsi la Psiche, se... fosse stata contenta alla brutalità. Ma, contentandosene, sarebbe stata solo una meretrice volgarissima, degna che Amore le recesse addosso, come racconta il Machiavelli di aver fatto lui a non so qual vecchia scrofa, che gli si prostituiva al bujo. E finchè la Psiche tollera pazientemente gli amplessi dell'ignoto [pg!241] nume, perchè questi le scuote bene il pelliccione e le procaccia copia di grandi agi e comodi, essa Psiche è ben poco interessante, è una volgarissima mantenuta. Solo allora ci commuove, solo allora la stimiamo, quando prende la fiaccola ed il pugnale, per illuminarsi e distruggere anche le sue gioie ove turpe ne ravvisasse la fonte; quando è perseguitata e raminga ed infelice edamante; ed è divenuta amante, dacchè ha saputo chi giacesse seco, dacchè ha conosciuto il suo rapitore. Solo questi suoi travagli son poetici e commoventi; solo in virtù di essi diventa degna dell'apoteosi. Ma, sacrosanti dei! chi di noi non istima orrendo e turpe, che una donna faccia copia di sè ad uno ignoto, fra le tenebre!Questa lode dell'ignoranza, dell'asinità volontaria, questo inculcar la ciucaggine, che accade metaforicamente qui, è altrove fatto a viso impudentemente scoperto. Leggasi la poesia intitolata: Amia madre, dove il Zanella dichiara di riconoscere, che la mamma gli ha dato ad intender da bimbo un mondo di corbellerie; eppure dichiara di antepor quelle, che e' dichiara falsità, imposture, corbellerie, a' portati della scienza, perchè questinon appagano il core. Insomma, lui alla scienza chiede pace dell'animo e piacere; chiede quel, che la scienza non ha missione di dare; riserbandosi di ripudiarne le conseguenze, ove non gli garbino:Madre! di dotte inchiesteTornan ben lagrimevoli gli allori,Se più crucciose e mesteFansi le vite e più gelati i cori.Se dal ver riedo meno eccelso e puro (!!??)Amo al tuo fianco riposarmi oscuro.Bella tempra d'uomo coscienzioso, il quale può chiudere volontariamente gli occhi al vero! La fede cristiana per lui non è un convincimento, non è una fiaccola potente; egli ha subaperte a mala pena le [pg!242] porte del sapere e ne è uscito un vento, che l'ha spenta: presto, il Zanella ritappa l'uscio e rimane al buio per paura d'infreddarsi. Ahimè! uno può rimpiangere le fedi e le illusioni svanite, ma non può, quando sieno state distrutte da un altro convincimento e più maturo, non può credervi unicamente, perchè fa proposito di credervi. V'è mai toccato d'esser tradito dalla ganza? Dopo le pruove del tradimento, si può fingere di ignorarlo, si può perdonarlo, si può continuare la relazione; una sola cosa è impossibile, credere ancora in colei, che vi ha mentito e che conoscete falsa. A nutrir fede in una persona non basta volere. E molto meno può credersi per un effetto della propria volontà arbitraria, quando il ragionamento e la ragione hanno scosso i vostri primi convincimenti; o discredere ciò, che saldi argomenti e stringenti vi dimostrano. Questo, ben inteso, per le anime oneste; coloro poi, la cui religione è una pura moda ed un semplice mezzo, possono veramente credere quel, che vogliono, pur che vogliano. Ma chiameremo fede la loro?Insomma il Zanella la pensa come Matteo Bandello, e con le parole del grande novelliere potremmo rendere il suo concetto della vita umana (parte I, Novella XXV): — «Io non vo' già dire, che la investigazione della verità non sia cosa lodevolissima, anzi l'affermo e lodo; ma ben vo' dire, che tutti gli atti umani devono esser fatti a luogo e tempo... Noi siamo venuti qui, non per disputare od astrologare o far lite, ma per ricrearci, darci piacere e stare con gioja ed allegrezza.» — Ma il Zanella ha torto marcio: e l'esempio de' secoli passati ci scaltrisce su' dolorosi frutti, che producono simili dottrine. Guai al popolo, che cade nello indifferentismo, nell'apatia filosofica o religiosa; che non pensa più alle dotte inchieste, anzi a ricrearsi e darsi piacere! Il vero è l'unica cosa meritevole d'amore. Non perchè ci possa esser baconianamente utile: anzi quell'idea di servirsene per un qualche scopo meschino e determinato, me lo sfata. Io amo il vero anche [pg!243] insalubre e velenoso; quello, che infelicita ed opprime. Amo quel vero, che mi fa soffrire; ed il preferisco all'errore utile, proficuo. Io ringrazierei colui, che mi provasse con documenti alla mano l'amico venerato essere un malvagio e la donna amata essere venale. Certo, da tali rivelazioni sarei reso infelicissimo e miserrimo più che nol sia ora, ma avrei un errore tolto dalla mia mente. Come dice stupendamente Tommaso Stigliani in principio del XX canto del suoMondo Nuovo:Ben finsero a ragion gli antichi esperti,Che 'l sentier di virtù sia un aspro colle;E quel del vizio, con fioretti inserti,Una pianura delicata e molle:Poichè il volgare stuol de l'alme inertiVive tranquillo e mai noja non tolle;E quei, che ad alte imprese opera dànno,Soggiaccion sempre ad infinito affanno.Ora nessuna impresa v'ha più alta della ricerca disinteressata del vero assoluto.Nel Zanella non c'è alcuna serietà. Questo fabbro di versi non ha ideale alcuno, non ha nulla di generoso. Scommetterei, ch'è un buontempone. Sicuro, qua e là, sotto alla misera porpora di pensieri accattati, trasparisce la natura del beone e del ghiottone, come si scorse l'orecchia dell'asino sotto la spoglia del Leone: sembra poetafamelico, anzi chemelico. Qua e là una immagine gastronomica rivela l'indole vera dello scrittore: il soldato usa sempre immagini guerriere; il marinajo traslati marinareschi; ed il Zanella toglie con predilezione i paragoni e le metafore dal desco e dalla mensa. Parla del taglio dell'istmo di Suez, ne parla in via di paragone e quindi non avrebbe dovuto diffondervisi intorno; eppure egli non sa astenersi dall'aggiungere questi due versi, affatto superflui:E, sul desco de' popoli, il tributoPorran d'avversi climi Orto ed Occaso;[pg!244] sicchè, per lui, l'importante, il caratteristico, nel taglio dell'istmo di Suez, è la maggior facilità di procacciarsi taluni oggetti di buccolica. Altrove fa che Galileo deplori i guai, che accadono... se custode de' celesti veriAutorità non siede; e sola il paneDi sapienza a' parvoli non frange.Quando vuol descrivere l'affratellamento degli uomini, sel raffigura sotto la forma d'un simposio:..... convenutiA banchetto comun da tutti i venti,Varî di volto e d'abito, i mortaliLa prima volta si gridâr fratelli.Questo secolo XIX è grande, secondo lui, perchè migliora ed accresce le risorse culinarie, migliorando ed accrescendo le quali, le anime anch'esse si trovano migliorate:Lode all'età, che, migliorando il vittoE la veste e l'albergo all'umil volgo,L'alme ancor ne migliora....Sapevo, che qualche volta s'insegna a leggere ai bimbi con le chicche; ma, che si migliorasser le anime col buon vitto, mi giunge nuovo. Il contrario è vero: il benessere materiale corrompe, stempra. Lo scopo dell'uman genere, pel Nostro, è il mangiar bene:Or tanta luce di scoperte e tantaFiamma di brame indefinite, immense.All'uom largite non avrebbe iddio;Se del pan, che matura il patrio solco,E del vestir, che la vellosa groppaDi domestica agnella gli consente,Dirsi pago dovea.Dunque, questo bisogno di scienza, che ci travaglia, questa sete misteriosa di sapere, ha per oggetto [pg!245] principale di trovar nuove salse ed intingoli, stoffe più leggiadre per adornarsi! Vergogna, a chi può contentarsi del pane, che matura il patrio sole o come dice il Giusti:del fiasco paesano e del galletto!La nobiltà d'animo sta nel sentire una brama indefinita, immensa di leccornie esotiche e di bottiglie peregrine! Ned Apicio nè Sardanapalo giunsero mai a proclamar dottrine così turpi; e ciò, che vi ha di più turpe, è l'incoscienza, con cui le profferisce il Zanella,sans s'en douter. Anche descrivendo il mattino, la divina bellezza del sole, ispiratrice di tante teogonie a' popoli antichi, suscita nella fantasia del sor Abate idee di pranzo:Nell'umida zolla discende fecondaDel sole la luce, che il germe matura;S'imporpora il grappo: la messe s'imbionda;Il desco a' mortali prepara Natura.Egli trova, che gl'Irlandesi debbono esser lietissimi di lasciar la patria, dove tocca loro (povera gente!) di mangiar solo patate, ossia il.... sordido pomo,Ne' (sic, ahi!) squallidi inverni miserrimo pasto;pe' pingui novali di.... un terreno, che accoglie la greggia,Al gelso benigno, benigno alla vite.Patate in Irlanda, manzo in Australia, c'è da rimaner sospesi forse un istante solo? Curioso, che gl'Irlandesi non emigrino però, se non col pianto agli occhi e col core straziato; e che i più preferiscano la miseria in patria a tanto bene lontano da essa! Tutta la poesiaEgoismo e Caritàè su questo tono. Una madrefamiglia dev'essere, dice il Zanella,... lieta, se miriGiulivo il suo drappello al desco accolto.[pg!246] Cornelia, lei, s'allegrava pensando a' trionfi oratorî futuri de' figliuoli! Un pellegrino va a visitare gli amici esuli, unicamente, dice lui:Per bevere un bicchier del loro vino.Per dio, solo s'io fossi vinattiere avrei gusto d'una visita, fatta con questo scopo dichiarato. Beninteso, che amor di patria nel Zanella non ne trasparisce, non ce n'è: si mangia anche in Australia e forse meglio e certo più mercato che in Italia.Patria est ubi pasco, non ubi nasco, mi diceva il mio primo maestro di matematica, emigrato spagnuolo carlista (valente maestro d'un pessimo scolare). Ed il Zanella:A' greppi divelta dell'Alpe natale,In rive migliori, la pianta si attrista;Ma sotto ogni cielo l'errante mortaleCon vomero e pialla la patria conquista.Il Danton, gran farabutto, ci fa perdonare ogni sua colpa, od almeno si fa compatire, malgrado la sua perversità, quando rifiuta di fuggire per salvar la vita, dicendo la patria non portarsi via attaccata alle suola delle scarpe. Io confesso (anche a rischio d'essere paragonato ad una pianta) di farmi della patria un'idea un po' più alta e spirituale: e di non saper concepire come il vomero e la pialla possano conquistarla ad alcuno. Patria significa leggi, istituzioni, costumi, storia, lingua, abitudini, relazioni, affetti; e tutto ciò concretato in un dato luogo e fra date persone. Amo quest'Italia così fatta, così organata: mutatemela, e chi sa, se continuerei ad amarla ugualmente? Un'Italia repubblicana a me sarebbe ancor qualcosa?Nescio.Ma qual dottrina più immorale di questa, che consiglia e loda di sprezzare e spezzare i doveri, che s'hanno verso lo Stato, i vincoli, che legano alla patria ed al principe, per procacciare alla propria persona un benessere maggiore? [pg!247] Per un vescovado in Istiria od in Ungheria sarebbe dunque divenuto buono Austriaco il Zanella?Abbiamo visto, che la scienza, pel Zanella, è l'amminnicolo. Ma ci è almeno esattezza nelle minute particolarità scientifiche, ch'egli affastella? nel qual caso, i suoi versi, come quelli delloInvito a Lesbia Cidonia, potrebbero avere qualche utilità pedagogica. Niente affatto. Io, che sono pure il grand'asino in tutte le scienze sperimentali, che ne ho soltanto quelle nozioni imperfette e superficiali, le quali oggigiorno son patrimonio universale, io posso pur cogliere ad ogni piè sospinto il Zanella in fallo. Per esempio, scrive il sor abate del sole, chiamandolo:..... l'astro giganteChe indura la quercia sul dorso del monte,Che spento carbone ralluma in diamante.Che il diamante sia puro carbonio, come il carbone stesso, sapevamcelo; ma che il carbone divenga diamante e divenga tale per azione del sole, è falso. Oh, se così fosse, quanti carboni spenti vedremmo esposti al sole su pe' tetti!Manca al Zanella il senso del vero. Udite un po', com'ei descrive Galileo Galilei, che, vecchio e cieco, siede a respirare un po' d'aria verso il tramonto, avendo a fianco una sua figliuola:.... Ei tenea sovra una sferaLa manca mano; e, con la destra, in ariaScrive taciti cerchi...Questa è una mossa, un atteggio, una posa, alla quale il Zanella ha condannato il povero vecchio; non una posizione naturale e spontanea di lui.Sopraggiunge il Milton, chiamato dal Zanella:anglico bardo: il Milton non è mai stato bardo, nè bardato. La Maria Galilei gli chiede:Chi t'ha scorto quassù? che cerchi, incauto?Perchè incauto? perchè tanta rettorica? Sembra di [pg!248] legger le novelle delle balie, quando due incauti picchiano all'uscio dell'Orco e l'Orchessa li ammonisce di fuggir subito, subito, subito.Se il Zanella vuol descrivere le ore notturne, vi dirà:Appena è vespero.E già tranquillaSovra le coltriciPosa la villa.Lasciando che quivillape'villanifa un bruttissimo effetto (la villa, che posa sopra le coltrici!), falso è, che al vespero già si dorma in villa; assolutamente fuor di proposito quelcoltrici, pe' duri letti de' contadini; mera reminiscenza manzoniana:Sulla diserta coltrice, Accanto a lui posò. Ma coltrice è una delle parole predilette dal Zanella, cometransito,sonito. Passiamo oltre: ecco come egli rappresenta una fanciulla, che fa toletta:Scalpita e smaniaLa giovinetta,Che il velo roseoDel ballo aspetta.Che è fatta giumenta? Scalpitare è fuor di posto affatto e smaniare è fuor di luogo. Lassù, nell'Osservatorio:Sbadiglia, abbrivida,Scote di brineVigile astronomoRorido il crine;e questo nel momento in cuiIadi e Pleiadi fansi più chiare. Sbadiglia! è ignobile e comico; perchè cel rappresenta noiato e distratto. Andiamo avanti. Si festeggia l'onomastico d'una signora? La cognata defunta il festeggia in paradiso con gli angeli!Ella non viene. Il biondo capo adornoD'eterni fiori nell'eterna Reggia,Agli angioli confusa, ella festeggiaIl tuo bel giorno.[pg!249] Sudicia adulazione ed empia; come se gli angeli di paradiso dovessero incaricarsi degli onomastici e de' pranzi di famiglia di casa Lampertico! Una suocera decanta al genero la merce, vo' dir la figliuola, ch'ella gli consegna:Fresche ghirlande arrecheratti in donoD'immutabile amore; in sulla seraAttenderà di tue pedate il suono....La seconda immagine è buona; ma che canchero sono le fresche ghirlande d'immutabile amore?Lo esprimere con verità ciò, che veramente si sente, con que' piccoli tratti, che testificano l'impressione originale, fa propriamente il grande scrittore. I volgari si servono sempre di frasi fritte e rifritte, bell'e fatte, senza il conio loro proprio, che somigliano alle vesti accattate da' rigattieri.Quindi tutte le vecchie ciarpe mitologiche, che credevamo da lunga pezza smesse, il Zanella le adopera ancora; e mille cifre morte e per sempre, che esprimono la freddezza assoluta, assiderante della sua mente. Quindi Apollo e Pindo ed Elicona tornano in ballo; quindi fa dire al Milton (che mi diventa un Alpinista)....... In sognoA me spesso venian l'ombre de' vatiE mi dicean: — «Del glorioso monteFiglio, dispera guadagnar la cima...» —Quindi fa, che il Galilei gli risponda:— «Se bramaDel poetico allor, figlio, ti punge,Ben le tue chiome un dì n'andranno altere.» —.... «d'EliconaAlle velate finzïoni avvezzo.» —Quindi, altrove, vi assicurerà, che alcuni, se avessero sortito l'ingegno d'un suo amico:Chiaro di sè, nell'Apollineo Regno,Avrian levato ambizïoso suono.[pg!250] E ci darà la preziosa notizia, che Camillo Benso di Cavour si dedicava occultamente a pratiche di cerimonie pagane:A' cupi genî del Tirren custodiSerti offriva non visto....E parlerà così de' sogni:Con ala nivea,Per l'aure brune,I sogni or piovonoSopra le cune.E, per dare un ultimo esempio di queste ciarpe, ci apprenderà, che la gioventù fuggeSu' veloci del tempo invidi vanni.Il Zanella pretende di essersi formato lo stile, traducendo dagli erotici latini; ed ha voluto comunicare al pubblico alcuni saggi di coteste sue versioni. Egli stima, essergli tornato utilissimo siffatto esercizio, abituandolo a non contentarsi della prima forma; e vuol darci quindi modestamente ad intendere, d'aver acquistate, mercè di esso, tutte le qualità, che ci vogliono per durare immortale: — «Nelle cave di pietra, che sono in Chiampo, mio luogo natale, ho veduto, che i primi strati non hanno valore; come quelli, che facilmente si sfogliano e si sgretolano. Solamente dopo il secondo o il terzo, esce la lastra magnifica, che resiste alla forza dissolvente del sole e del ghiaccio». — Veramente, a me non pare, che lo stile del Zanella valga gran cosa; ma non posso recisamente negare, che l'esercizio di tradurre gli sia tornato giovevole, perchè può benissimo darsi, che prima egli facesse peggio. Quel, che discerno chiaro, è, che i suoi volgarizzamenti sono fatti senza intelligenza poetica del testo, senza gusto alcuno. Prendo a caso qualche esempio. Ecco, mi cade sott'occhi l'Elegia III del Libro I de'Tristi[pg!251] di Publio Ovidio Nasone, voltata dal Zanella in istrofette savioliche. Gli è un metro, che spesso rende ammodo i distici latini, sebbene in questo caso non mi paia indicato, non mi sembri grave abbastanza e solenne; però, non oso biasimarne la scelta, giacchè non saprei proprio quale altro proporne in vece: la terzina, metro forse più acconcio per tradurre i distici, quando trattasi di Ovidio, riesce troppo lunga, perchè già Ovidio è un po' vuoto. Ma che dire del modo di volgarizzare?Cum subit illius tristissima noctis imagoQuae mihi supremum tempus in urbe fuit;Cum repeto noctem, qua tot mihi cara reliqui;Labitur ex oculis nunc quoque gutta meis.Quando alla notte orribileIo col pensier ritorno,Che sotto il ciel romuleoFu l'ultimo mio giorno;Quando cotante io meditoDolcezze, che lasciai;Di subitana lagrimaMolli ancor sento i rai.Una notte, ch'è l'ultimo giorno? O che scempiaggine è codesta? Ovidio ha scrittosupremum tempus, rappresentandola quasi come un'agonia fatale.Il ciel romuleonon vale quell'Urbetanto semplice e tanto eloquente. Non è mica Ovidio, che torna col pensiero alla sua partenza per l'esiglio, oh no! egli vorrebbe dimenticare, se fosse possibile, la ricordanza atroce; anzi l'immagine di quella notte si risveglia da sè nella fantasia di lui, dovunque, fatalmente; vi s'introduce quasi di soppiatto:subiit. Solo quando questa immagine si è già insignorita di lui, egli ne rianda tutti i momenti e l'abbandono di tante care cose. Questo secondo momento è del tutto pretermesso dal Zanella, che invece fa meditare le dilezioni lasciate. Iltot mihi caracomprende mille cose, che non sonodolcezze: i lari, l'esercizio [pg!252] della cittadinanza, eccetera. Sopraffatto dall'amara ricordanza, Ovidio piange. Ma non confessa di piangere il superbo. Una stilla gli discorre dagli occhi. Ed è sorpreso, che ciò accada ancora:nunc quoque, in quella età! dopo tanto tempo del fatto! Dicotanto tempo, perchè il dolore lo ha fatto sembrar lunghissimo. Egli insomma vuol quasi dimostrarsi irresponsabile del pianto: è una cosa, che accade per forza maggiore. Come ci stia a pigione ilsubitanaè evidente; anzi è una lagrima stentata; anzi una stilla: il poeta si vergogna di chiamarla col nome proprio. Che dire poi di quelrai, per occhi! Un uomo, un cavalier romano, chiama raggi i proprî occhi? e quando? appunto quando il dolore li ha abbattuti, quando non hanno più nulla di radiante!Jam prope lux aderat, qua me discedere CaesarFinibus extremae jusserat Ausoniae.Era il mattin già prossimo;E, per regale editto,Io dai confini ItaliciUscir dovea proscritto.Qui è sparita l'antitesi fra l'aderate ildiscedere; fra il reddire della luce, che lascia l'Italia ogni sera per tornare ogni mattina, e la partenza senza reddita del poeta. La luce è giunta:aderat; soprapprende e sorprende l'infelice; la luce, che tutto abbella e che deve far palese a tutti il suo partire! Confesso di non capire ilregale editto. Cesare non era Re: povera storia! Anche più bestiale è quelproscritto. Ovidio non eraproscritto. Si allontanava per un semplice comando di un uomo; non dava noja se non ad un solo nella vasta città: ed il nomina; era mandato a domicilio coatto, via, confinato permisura di polizia, per unprovvedimento economico; soggiaceva ad un arbitrio ed il fa capire senza espressamente dirlo.Uscire da' confini Italiciè frase, che non rende il [pg!253]discedere finibus extremae Ausoniae; queldiscedereci dà lo strazio del distacco; quelfinibus extremae Ausoniaeci rappresenta tutto il dolore, che cresce a mano a mano che il profugo si allontana dalla Città. Vivere relegato in un cantuccio d'Italia, andare a Pianosa od alle Tremiti, sarebbe già duro e crudele; ma Cesare vuol di più: vuole che l'infelice vada tra' barbari. Son queste minuzie, che producono lo effetto poetico.Che dire deltorpuerant longa pectora nostra mora, reso con:....immenso Sbalordimento all'animo Moto avea tolto a senso? Che dire di questa insulsa imitazione del Manzoni:Giacqui, percosso, attonito,Come percosso e domoUom giace dalla folgore:Tronco vital, non uomo;che dovrebbe rendere il celeberrimo distico e citatissimo:Non aliter stupui, quam qui Iovis ignibus ictusVivit; et est vitae nescius ipse suae.Disperato spasimo, non traduce punto l'imbre per indignas usque cadente genas.Fortuna amaraè tutt'altra cosa del fato, che diamine! Cerco invano nel testo latino l'equivalente della zeppa:lungi dal patrio Tevere. Ovidio dice più in là, che ogni angolo della casa avea lagrime; ma gli si fa la parodia scrivendo:Non ha la casa un angolo,Che sia di pianto asciutto.I Lari, non sonle case; e la serie d'idee, che suscitava nel lettore latino l'allusione agli dei domestici, è uccisa dalla espressione sostituita dal Zanella. Ned Ovidio ha mai detto, che la moglie irreligiosamenteassalisse di acre rimprovero i Penati; anzi afferma, che li pregò prolissamente e indarno! Ma basta! Questo saggio è sufficiente per mostrare [pg!254] con quanta intelligenza letterale e poetica del testo e con quanto gusto traduca il Zanella. E si tratta d'Ovidio, vale a dire del più facile scrittore latino! d'uno, che sarei forse forse buono a tradurre anch'io, figuriamoci!So, che a molti queste mie parole sul Zanella sembreranno uno scandalo. So, che s'egli avesse a morire oppure ad impazzare, diranno che ci colpo io e che la mia penna è peggio del pugnale del sicario. Dicano! Sbraitino! Poco male! Padroni! Si servano! Se dovessimo preoccuparci de' falsi giudicî d'ogni dappoco o d'ogni farabutto, che si smaschera; d'ogni manutengolo letterario o politico, che si mette alla berlina, e cui si guastan l'ova nel paniere; d'ogni asino, che diventa nimico giurato di chiunque abbatte quegl'Idoli, ch'egli si compiaceva nell'adorare, si starebbe freschi! Col dimostrare irrazionale un ossequio, spero poco di ritrarne subito il volgo, perchè conosco la pecoraggine umana e l'irragionevolezza; ma voglio lavarmi le mani dello errore de' miei coevi. Ho bandito verità, che mi stavano a cuore, lealmente. E so di poter iscrivere su qualunque cosa mia le parole stesse, che ho lette sul frontespizio d'un manoscritto d'Alchimia mostratomi dal Minieri Riccio:QUI FRAUDEMQUAERIT ETHABET CORIMPURUMA ME RECEDAT.[pg!255]POSCRITTA(Agosto M.DCCC.LXXVI)— «Possibile, possibile, che a' giorni nostri non ci sia più alcuno, capace di scarabocchiar venti versi, senza commettere qualche svarione di prosodia, che farebbe perdere la pazienza a Sant'Ilarione, che farebbe andare Giobbe fuori della grazia di Dio, che farebbe salir la senapa al naso del più mite uomo del mondo?» —Così dicevo dianzi leggendo un componimento del Zanella nell'ultimo fascicolo dellaNuova Antologia, giunto a' versi:E fantasia, coi facili coloriChe l'ïeri (sic) ignorò, veste il domani.— «Ieriè un dissillabo, che diamine! e mai mai e poi mai non si scisse, non potrà scindersi queldittongamentoie, (ch'è semplice rinforzamento ogunad'uneaccentata latina), per farne un trissillabo, corpo di Bacco! come mai non s'è detto, nè mai potrà dirsipïedeinvece dipiede,mïeleinvece dimiele,fïeleinvece difiele, e via discorrendo, santo diavolo!» —E nel dire,santo diavolo!detti un gran pugno sul tavolo e rovesciai malauguratamente il calamaio; cadde sul fascicolo dell'Antologia, che non è mio. La poesia del Zanella ne rimase tutta imbrattata, ed ora non può più leggersi in quell'esemplare. Così almeno chi l'avrà fra le mani, potrà, fingersi, figurarsi, immaginarsi, che la fosse una bella cosa.Si diventa intolleranti, si diventa villani, vedendo l'ignoranza e la ciarlataneria, gonfie, onorate ed applaudite! Ecco qua, un giornale annunzia un'Ode classicaper nozze Papasogli Remaggi, stampata a [pg!256] Pisa dal Nistri, opera — «di N. F. Pelosini, il nome del quale, quando si parla di scrittori, che sanno la lingua e sanno adoperarla come va, non so perchè non venga subito alla mente di tutti gl'Italiani!» — Perchè, caro giornalista? O non ne citi tu questo endecasillabo: DilettePieridi le nuove Furie? E ti pare, che gl'Italiani possan credere, che sappia la lingua loro, chi contrae il quadrisillaboPieridiin un trisillabo, quasi significasse:le figliuole del sior Piero? Oh Zanella, oh Pelosini, se v'accingeste bravamente a rifar gli studî scarsi e sbagliati?Ma che si burla, a stampare di questa robaccia? Dirò con le parole istesse del Zanella e sarà l'ultima frase, che io mai dica o scriva intorno a costui:Orecchie tanto pazïenti il mondoOggi non ha...[pg!257]
UN PRETESO POETA(GIACOMO ZANELLA)M.DCCC.LXXI.[pg!225]Angelo Camillo De Meis racconta, in fine del suoDopo la Laurea, delle scoperte paleontologiche, fatte da un certo Peppantonio, in una caverna a pochi passi dal polo australe: — «Scava scava, se n'è venuto via con centoventiquattro sacca, piene piene di pezzettini d'ossi occipitali e frontali e parietali, tutti press'a poco umani; e ne ha formato circa ottocentottantotto generi; ed ha avuto la felice idea di dedicarli a' più eccellenti poeti epici e drammatici contemporanei. C'è laPratia epilepticae laChiossonia paralytica; e, per non far torto a quelli, che si distinguono nel genere lirico, ha formato laVittorhughia atassicae laZanellia superflua». —Queste due ultime parole sembran dapprima solo un frizzo garbato; ma le credo il miglior giudicio possibile su' versi dell'abate Giacomo Zanella, cavaliere dell'ordine de' Santi Maurizio e Lazzaro, uffiziale dell'ordine della Corona d'Italia, professore ordinario di lingua e letteratura Italiana presso lo studio filosofico della R. Università di Padova e condirettore del seminario filologico-storico, nonchè deputato provinciale nel consiglio provinciale per le scuole; e (se non erro) membro effettivo del R. Istituto di Scienze, Lettere ed Arti di Venezia. Quanta roba, eh! Può darsi, che egli sia un egregio sacerdote: bisognerebbe [pg!226] sentir l'opinione del suo vescovo. Può darsi, che riesca, ottimo amministratore: il Ministro della Pubblica Istruzione e gli amministrati sono giudici legittimi se non competenti. Può darsi ancora, ch'egli si dimostri professor valente; sebbene non nasconderò, che mi sorprende il vederlo cattedratico ordinario, senza che sia noto per alcun serio lavoro storico o critico; ma non è il solo in Italia, che non possegga titoli giustificativi, cui possa gridarsi:fuori i libri!Soliti favori! Qui però non dobbiamo occuparci nè dello insegnante, nè dell'accademico, nè dall'amministratore; bensì del verseggiatore. Come tale, è superfluo: non ha una ragion d'essere al mondo. Ed è superfluo, perchè le sue qualità poetiche sono affatte nulle; perchè non arricchisce il nostro mondo fantastico nè d'un concetto, nè d'una immagine. Il dico con dolorosa convinzione e dopo esame accurato del volume, per cui venne acclamato poeta da' birrichini, i quali in Italia fanno mercimonio di lodi e d'encomî. Il Zanella scrive versucciattoli, che in un albo od in occasione d'un onomastico, d'una festicciuola qualunque di famiglia, possono far buona figura; i molti di questo genere, da lui rivolti a' componenti della famiglia Lampertico, lo han fatto chiamare da qualche malevolo:il poeta aulico di casa Lampertico.Ma ben altro è l'ingraziarsi presso una famiglia doviziosa ed il diventarvi ospite desiderato ne' banchetti e nelle feste; e ben altro il segnare, il significare un nuovo passo della fantasia di un gran popolo, e del popolo, che ha, senza dubbio, il maggior passato poetico.Che dico! da pochi, arcipochi si può pretender tanto. Ci contenteremmo, ammireremmo, se il Zanella, anche senz'aprir vie nuove, fosse capace di crear di belle immagini e vivaci, fosse almeno capace di piegare il verso a nuove forme, lasciando pure ad altri di avvalersene a miglior uopo.Nondimeno gli encomiasti non son mancati. Da noi non fa mai difetto una penna compiacente (la parola propria sarebberuffiana; ma non s'ha a dire [pg!227] tra la gente ammodo. Non l'adoperiamo dunque!) che si presti a levare a cielo qualche chiarissimo; massime quando corrono raccomandazioni di persone influenti; quando un Lampertico, per esempio, ed un Giorgini commendano e vogliono. È così facil cosa il lodare a casaccio, l'appiccicare una selva di epiteti gentili a' nomi ed alle cose! il citare alcuni brani d'un autore ed andare in estasi senza dir perchè! Certo, lettori, che gustino così alla cieca, che ammirino senza rendersi e render conto delle ragioni, che li fanno strasecolare, ci vogliono e ce ne voglion molti. E' sono appunto quelli, che si addimandano il volgo; e senza grandi uomini e senza uomini di vaglia si potrebbe stare al mondo; senza volgo, no davvero. Ma uno scrittore, uno, che pretende d'intendersene, uno, che si arroga di spiegare al pubblico cosa debba approvare e biasimare, commette una vera indecenza, schiccherando insulse dicerie encomiastiche. Per articolesse di tal fatta, il gergo de' giornalisti adopera un bel nome: le chiamanosoffietti. I francesi le diconreclames. Ad ogni modo son brutture.Un certo Isidoro Del Lungo... sbaglio: il chiarissimo Isidoro Del Lungo, professore di Letteratura Italiana presso il Regio Liceo Dante di Firenze, cavaliere dell'Ordine de' Santi Maurizio e Lazzaro, Accademico residente della Crusca e di quelli deputati alla compilazione quotidiana del Vocabolario; prese l'assunto di annunziare a' quattro venti, ch'era sortoun nuovo poeta. Impiastricciò un dialogo, che incomincia con una lode all'editore del Zanella, della quale non può discernersi altro approposito od altro motivo, tranne il desiderio, naturalissimo in chi scrive, d'ingraziarsi con un editore accreditato. Prosegue, rivelando il suo dispettuzzo, per non essere stato nominato membro della commissione, che compila il vocabolario giorginiano. Quindi, ingiurie generali a tutti i verseggiatori moderni, perchèverba generalia non sunt appiccicatoria; ed un inchino particolare a' più dappochi, che gli avvenga di nominare. Una [pg!228] scappellata al Carducci, (ch'io non so come possa nominarsi da un galantuomo e da un buon cittadino, senza che l'indignazione morale trabocchi); un sorrisetto al Maccari ed al Castagnola e persino un saluto al Rapisardi ed una reverenza al Ventura. Cita titoli e brani de' componimenti del Zanella e loda e loda, senza ragionar mai le tante lodi; ed appena appena in fine, in via di concessione, ammette che non tutto sia perfetto nel volume; che lapoesiadel Zanella abbiacerti difetti.Veramente io ritengo le coserelle meschinissime del Zanella non meritare il fastidio di una disamina seria. Allorchè il volume venne in luce, gli detti una scorsa, quanto bastava a chiarirmi di che roba si trattasse, ed il buttai lì subito. Leggicchiate le lodi del Del Lungo, risi del maldestro incensatore; su conclusioni motivate in quel modo da un tale avvocato fiscale, stimai che il pubblico dovesse giudicare tutto all'incontrario. Ma il pubblico è pecora: il pubblico accetta i giudizî bell'e formolati, senza criterio, da chiunque gli vengan porti, purchè gli si porgano con improntitudine ed arroganza. Dorme all'udienza e sottoscrive la sentenza, che un qualunque, istituendosi cancelliere di autorità propria, gli pon sotto la penna. In fondo, il male poteva non sembrar grande: che un Zanella di più o di meno, sul falso giuramento d'un criticonzolo qualsiasi, scrocchi per venti o quindici anni un po' di mezza celebrità, non sembra affare capitale. Ma il vedere que' versi, così raccomandati, per le mani di tanti; il vederli studiati ed imparati a memoria; il vedere, in un programma ufficiale, parlato dellaLetteratura Italiana da Dante al Zanella; mi ha fatto impensierire. Il Zanella non appartiene alla storia, anzi alla teratologia letteraria; i suoi componimenti contengono cattiva poesia e concetti immorali; non è forse una cattiva azione tanto il commendarli contro-coscienza, quanto il tacerne un biasimo coscienzioso? — «È insopportabile in un critico la tolleranza di componimenti mediocri,» — scriveva Giovanni Berchet. — «La tolleranza è un dovere [pg!229] religioso, è una virtù sociale, ma in materia poetica non è comandata da nessuna filosofia.» — Ed io posso soggiungere, come lui: — «Eppure, sia detto in buona coscienza, non entra mai ne' disegni nostri una menoma intenzione di pigliare la penna in mano per muovere la bile ad una menoma persona.» — Ma, chi ammira il Zanella, a me sembra aver perduta la intelligenza del bello poetico: chi ne accetta le dottrine, è forza che diventi cattivo cittadino ed uomo di sensi volgari. Il dimostrerò. Inoltre, per me l'arte è cosa seria; e non credo davvero, che intorno ad essa le opinioni sian libere: c'è una opinione giusta e ci ha le false; ed in affare di tanto momento, non saprei ostentare l'apatia, di cui fa mostra a proposito della castità della mogliera, Ulrico, cavalier boemo, appresso il Bandello (Parte I, Novella XXI); nè dirò mai: — «Credete voi ciò, che vi pare, che io non ve lo divieto; e lasciate, che io creda quello, che più m'aggrada e mi cape nella mente; perciocchè il mio credere non vi può annojare, nè il vostro discredere mi reca danno alcuno, essendo libero a ciascuno, in simili avvenimenti, pensare e credere ciò, che più gli va per l'animo!» — Gli àpati son ébeti.Nel MDXCIII, corse voce, che fosse spuntato un dente molare d'oro ad un fanciullo slesiano. Il fatto commosse grandemente i dotti di Lamagna; ed un certo Horstius, professore di medicina in non so quale universitaducola di quel paese lì, in seguito a ricerche profonde, pubblicò, due anni dopo, la storia del dente, dichiarandolo di natura doppia come Gesù Cristo, cioè parte naturale, parte miracoloso; ed assicurando, che domineddio l'aveva collocato nell'alveolo mascellare del ragazzo, per consolare la Cristianità afflitta dalle vittorie turche. Dopo l'Horstius, scrisse sull'argomento il Rullandus; e, due anni dopo, l'Inglosterus (altro dotto alla tedesca d'allora) confutò il Rullandus; dal quale gli fu replicato sapientemente. Un quarto dottorone, in una monografia, raccolse tutte le opinioni già enunciate, aggiungendovi [pg!230] la sua. Sventuratamente capitò un orefice ad esaminare il dente miracoloso; e durò poco ad accorgersi, che non era altrimenti di metallo massiccio; che non era d'oro, anzi solo ad arte dorato, rivestito d'una fogliolina d'oro. Del ser Zanella han parlato gli Horstius, i Rullandus, e gl'Inglosterus; gli è ormai tempo, che un povero orefice lo esamini e dica la sua.L'Italia ha tanti verseggiatori, ch'è uno sgomento. Come distinguersi in mezzo a tal frotta o caterva di mediocrità? Come fare per far chiasso? come acquistare un po' di celebrità senza troppo affacchinarsi? Ecco il problema difficilissimo, che si presenta innanzi ad ogni sedicente poeta Italiano. Chi fosse artista daddovero, chi avesse una potente favoleggiativa, chi avesse qualcosa in corpo, il quesito non gli si affaccerebbe neppure alla mente. Porterebbe in sè un mondo poetico impaziente di esprimersi, di affermarsi. Ma questo è caso raro; i più, senza ispirazione, senza fantasia, non avendo un vero contenuto poetico, non sapendo in sostanza che dirci ed a che applicare la sciagurata facilità, l'improba smania d'imbrattar carte, cercano di essere originali o per qualche bizzarrie d'espressione, o pel tematico. Quindi abbiamo specialità poetiche come specialità mediche. In quella maniera appunto, che ci sono dentisti ed ostetrici ed ortopedisti ed oftalmoiatri; noi troviamo, che, per esempio, un novelliere non mette in iscena se non pupi in uniforme: ha la privativa dei racconti militari; il tale altro parla solo di delitti, di sangue, di stupri e di patiboli: ha la specialità delle storie giudiziarie; Meneghino si aggira sempre tra le tombe e promette di morire ad ogni ottava; il dottor Ballanzoni coltiva unicamente la bestemmia e l'imprecazione; Pulcinella ha il monopolio dell'umanitarietà e della filantropineria; ed un Zanni, ossia il Zanella, si è impossessato della natura e delle scienze naturali; e si è fatto il poeta del positivismo, del positivismo Italiano.Le origini del positivismo Italiano sono le più semplici [pg!231] del mondo. Non è sorto per necessità logica; non proviene da una esigenza del pensiero nazionale, da una evoluzione scientifica, cheh! In quel riffa raffa di cattedre, che ha luogo dal cinquantanove in poi, parecchie cattedre filosofiche vennero agguantate da chi stimo filosofo quanto io mi credo sinologo o jamatologo. Gli è accaduto, per esempio, che al gran lotto della pubblica istruzione guadagnasse l'ambo di una cattedra di Filosofia, chi era cognito soltanto per qualche monografia storica più o meno spropositata, più o meno monca, più o meno male scritta, piaggiando ogni partito. Posizione imbarazzante! ma più d'una volta s'è visto, e fuori e da noi, uomini coscienziosi, costretti dalla fame ad assumere l'insegnamento di materie non per anco da loro studiate, mettendocisi coll'arco della schiena, conchiuder qualcosa, e riuscir valenti; per più d'uno è stato vero, cheinsegnando s'impara. Invece coloro, cui alludo, pe' quali l'importante era lo stipendio, ritennero più comodo il negare la scienza, che venivano chiamati ad insegnare e che avrebber dovuto imparare; il dire: — «La filosofia non c'è, la filosofia è un assurdo; le idee generali son ircocervi anzi ippotragelafi; non vi ha se non fatti singoli; il mondo è essenzialmente frammentario; tutto è accidente, o tutt'al più legge, che regola l'accidente; tutto è empirismo; la cognizione assoluta, il vero assoluto,Di fuor del qual nessun vero si spazia,è un'allucinazione dello intelletto. Limitiamoci alla cognizione di qualche fenomeno, di mille fenomeni, via, d'una serie infinita di fenomeni. Questo è ilnon plus ultradello sforzo intellettuale umano. E se una voce segreta, anzi un bisogno imperioso vi costringe a chieder qualcosaltro alla scienza, a riproporle ostinatamente i quesiti supremi, oggetto della filosofia, saggi mortali, castratevi l'intelletto! E se la ragione vi afferra e vi [pg!232] vuole fare entrare nel suo talamo, o casti Giuseppi del pensiero, lasciatele in mano il mantello e fuggitevene in farsetto, e rimanete involontariamente «ignari!» — Il sacerdote predicava l'ateismo! il professore bandiva l'inesistenza della scienza, per insegnar la quale il pagavamo! Osceno spettacolo! Quando il prete od il maestro dubitano del loro credo o della loro dottrina, se son galantuomini scendano dal pulpito e dalla cattedra ed aprano bottega per conto proprio.E così la gioventù Italiana fece a gara ad evirarsi intellettualmente: e credè che fosse un merito di esser più eunuca. E fu certo un titolo per andare avanti ed aver plauso ed aver guadagno. Povera Italia!Di questa scuola ciarlatanesca è poeta il Zanella.Chi vuol rendersi ben ragione del suo valore artistico, del modo nel quale costui comprende la Natura, mi faccia il piacere di rileggere ilDopo la Laureadel De-Meis; e dico rileggere, perchè non posso ammettere, che una persona colta non abbia letto quel volume. Vi trovi una lettera, la seconda, che, se non fosse stata stampata parecchi anni prima che il Zanella acquistasse qualche notorietà oltre la cerchia de' nobiluzzi veneti, si direbbe una continua allusione al poeta aulico di casa Lampertico. L'argomento della lettera di Giorgio a Filalete è assolutamente lo stesso della lirica zanelliana intitolataNatura e Scienza; ne la direi il miglior commento, se i componimenti del Zanella fossero tra le cose, che si commentano; ed essa ci abiliterà a giudicarne ammodo. Entrambe prendono le mosse dall'intuizione e divinazione ed interpretazione poetica, che l'umanità fanciulla, che la fantasia, fa de' fenomeni naturali. Verseggia così quel di Chiampo:Come ritrosa Vergine, t'involi,Discortese Natura, al guardo umano,Che, pel lento mutar di mille soli,Di cielo in terra t'ha cercato invano.[pg!233]Con giocondo terror vide talvoltaBalenar dall'abisso il tuo sembiante;Ma tosto, di più nere ombre ravvolta,Scese la notte sul deluso amante.E quel di Bucchianico fa scrivere al suo Giorgio: — «Quante volte, prima di abbandonare la mia casa e la mia patria, mentre m'aggirava per l'ameno boschetto, che circonda il mio tetto paterno, io era andato pensando alla mia inutile vita e alla cieca ignoranza, in cui la traeva! E poi, stanco, mi stendeva sopra un praticello smaltato di fiori, all'ombra di un gran mandorlo; e mi metteva a guardare il profondo cielo e i lontani campi; e talvolta mi curvava a terra e guardava lungamente le erbette e i fiorellini, che mi crescevano intorno! Alla vista di quelle cose sì belle, io era a poco a poco commosso. La giovane fantasia mi s'infiammava; ed io vedeva quell'erba animarsi, muoversi e voltare verso di me le loro punte; e da quelle tramandare un oscuro susurro, che mi pareva la voce della Natura e mi faceva palpitare o tremare.O natura, o Natura, io pensava fra me,parla dunque, spiegati chiaro, dimmi chi sei! tu chiudi dentro di te qualche cosa, che i miei occhi non veggono; giacchè non sono quelle deboli foglie e quegli umili fiori, che potrebbero farmi palpitare e tremare; esce da loro una virtù arcana, ci è in loro qualche cosa d'infinito e di divino, cui risponde la mia anima, che in questo momento si sente anche essa infinita ed immortale; ci sei tu, o Natura. Ma io non so, chi tu possa essere: ed io ho bisogno di saperlo, ho bisogno di scuoter questo grave sonno e diradare questa così fitta oscurità, che mi copre la mente. Ma.... non è più il tempo delle rivelazioni, che si fanno al cuore dell'uomo; e cui l'alta fantasia presta le sue forme. Oh no! non è più il tempo dell'ispirato sentimento e della mistica immaginazione. È il tempo della profonda ragione e della severa scienza, alla quale si perviene solo per la via del lungo studio e della grave fatica. Non si ha dunque a fare come il nostro Giacomo,» — [pg!234] Leopardi, veh! non Zanella; — «che aspettava sempre l'ispirazione e stava con l'orecchio teso, se mai la risposta della diva Natura si facesse un giorno sentire dentro al suo cuore; e, non udendo mai nulla, s'affliggeva e si disperava. Io invece studierò; io ti cercherò, o Natura; io t'incalzerò dappertutto; ti frugherò piega per piega; ti rovisterò molecola per molecola. Avrò pazienza, ti starò intorno cinque, sei, otto, dieci anni, finchè non ti avrò strappato il tuo secreto: questo terribile secreto, di cui sei tanto gelosa, e che tieni sepolto, io non so se nel profondo o di te stessa o del mio cuore.» —L'Uomo del Zanella; il Giorgio del De-Meis, simbolo dell'Uomo anch'esso, ambiscono tutt'e due di scoprire il segreto e l'essenza della Natura; e l'uno e l'altro ricorrono alle scienze naturali, sperimentali, empiriche, via. Il Zanella, che non è, come il De-Meis, un naturalista valente, rimpicciolisce il concetto della cosa, riducendola a mero affare di microscopio e telescopio; ma non vuol dire! Ecco l'Uomo dotto in botanica ed in mineralogia ed in zoologia ed in astronomia; eccolo fisico, chimico e meccanico; eccolo cristallografo e fisiologo: — «Il secreto della Natura è scoperto!» — sclama fanciullescamente lieto il Zanella; ed innalza un inno alla potenza dell'ingegno umano. Nondimeno, è costretto a soggiungere:... Fuggon forse le tenebre di priaE palese di dio splende il disegno?è costretto a riproporsi gli antichi interrogativi: — «A che tutto questo? cos'è il mondo? qual è lo scopo dell'Universo? dell'uman genere? ed io che sono?» — E qui si stringe nelle spalle e vi dice tutto ciò essere il secreto di domineddio, e noi non [pg!235] dover presuntuosamente indagarlo. Cos'aveva egli dunque scoperto?Ed ora ascoltiamo Giorgio: — «Mi gittai di lancio e a corpo perduto allo studio di quelle, che chiamano scienze naturali. Io sperava sempre di riudire un giorno la voce della Natura. Io era certo, che uscirebbe più chiara di dentro a que' vaghi cristalli, divenuti il mio più caro trastullo; dall'interno di quelle innumerevoli forme vegetali, con le quali tanto mi divertiva; dall'intimo di quelle ricche forme animali, che io curiosamente ricercava. Io diveniva di mano in mano più avido di farmivi sempre più addentro, per arrivare fino a quel sacro penetrale, dove m'aspettava, che l'oracolo avrebbe parlato. Ma sono dieci anni ed io non ho udito mai nulla.... Talvolta domandava i dotti, che aveva preso a guida in quegli ameni studî, se mai tenessero il grande secreto.... Ma que' grandi uomini non mi davano se non piccole risposte. Essi si ridevano della mia semplicità; o si rammaricavano e mi compiangevano del mio poco progresso nella scienza. Poichè, a sentirli, del vero progresso è segno, quando uno non fa altrui, nè si fa più a sè stesso di sì stolte quistioni, e più non vi pensa.Ille se valde proficisse sciat, quegli solo, che s'è ben finito di persuadere, che non solo non v'è la soluzione, ma non v'è nemmeno la quistione; la quale non è se non una nostra invenzione, una illusione ottica, che succede nel cervello dell'uomo fiacco e ignorante e non ha punto che far con la Natura. E severamente mi ammonivano, se progresso volevo fare e diventar davvero uno scienziato, che fossi ben persuaso e tenessi bene a mente, che quello era tutto: chimica, fisica, meccanica; e che al mondo altro non v'è fuorchè cristalli e cellule; e sì crittogame e fanerogame senza numero; e insetti piccoli e insetti grandi, come sarebbe a dire le scimie, che è quanto dire gli uomini; e che in tutti codesti amminnicoli consiste la scienza.Possibile! io diceva [pg!236] fra me:la scienza della Natura sarebbe dunque la scienza degli amminnicoli!Io era tutt'altro che persuaso. Non era quello il progresso, che io voleva fare; non era il frutto, che io anelava di raccogliere da' miei studii. A quel prezzo io non avrei voluto giammai diventare uno scienziato.» —Un siffatto positivismo può benissimo accordarsi con qualunque e religione e superstizione. Ed invero, quanto è oggetto della religione (prescindendo dalla parte etica) e della vera scienza, rimane escluso dal campo delle investigazioni di questa ignoranza scientifica. Il Zanella vi rappresenta il tipo dello scienziato evirato nel suo Galileo; e gli fa recitare il credo e soggiungere:Tal mi detta una fe'; sull'alto arcanoTace scïenza. Dall'audaci inchieste,Che di qua dell'avel non han risposta,Tempo è ben, che si tolga; e di glossemiPiù non faccia tesoro, a cui (sic) suggelloLegittimo non pose esperïenza,Paragone del vero. Allor ch'io venniNe' suoi giardini, a me disse Sofia:— «Figlio, del mondo le riposte originiNon ricercar, nè a qual lontano termineL'universo si volve; impervie tenebreAll'umana ragion, quando la fiaccolaLa fe' non alzi e l'atro calle illumini.Modesta più, ma men fallace indagineA te fia di Natura il libro svolgere,Che chiuso giace, di secrete sillabeTutto vergato e d'incompresi numeri.» —Appunto la spiegazione di questi numeri e di queste sillabe chiede ansiosamente l'uman genere; la cui semplice cognizione non ha pregio alcuno od importanza. Che importa, che giova, conoscer l'alfabeto d'una lingua, ignorandone la grammatica e le parole, in modo da poter compitare un libro sanscrito o russo, puta, senza capir nulla? A che giova, per esempio, ad un contadino di poter materialmente [pg!237] legger laDivina Comediao gliEroici furori, se non giunge ad afferrarne pure il senso? Questosensodella Natura, la spiegazione delle sillabe secrete e degl'incompresi numeri, il De-Meis la fa chiedere a Giorgio, che lascia l'Italia per la Francia: — «Lì vasti e bene ordinati musei; professori di spirito e scienziati con cervelli chiari e vasti, ben forniti e bene ordinati come i loro musei. Io era bramoso di vedere a qual punto ne fossero; e fin dove con la mente si fossero spinti di là da quell'ordine apparente de' loro due musei; e mi intendo quello del Giardino delle Piante e quell'altro, che se ne portano dentro il capo. Entro nel primo con loro: ed ecco i miei grandi uomini rapiti nella contemplazione di tanti oggetti naturali, convenuti in quel luogo da tutti i punti della terra; e andarne in estasi. — §C'est curieux! c'est singulier! c'est bizarre! c'est étrange! c'est joli! c'est merveilleux!— §Mais quelle est la raison de toutes ces belles choses? qu'est-ce donc que tout cela signifie?— §Monsieur, cela signifie que le bon dieu a voulu que cela fût ainsi; et nous n'avons qu'à dire: ainsi soit-il!— Questo era l'ultimo costrutto, questa la definitiva conchiusione, alla quale i miei grandi naturalisti parevano giunti, e l'alto cacume, cui sembrava, che si fossero elevati. Io però non mi teneva niente soddisfatto di questa nuova e veramente singolare, curiosa e sorprendente scienza. Un buon dio senza ragione, che si mette a fare delle cose curiose e strane, per divertire il prossimo, e farsi particolarmente ammirare della sua abilità da qualche centinaio di naturalisti, che le studiano ne' loro amminnicoli, in verità gli è un dio troppo buono; ma non è cosa, di cui possa restar capace un onest'uomo, che abbia dramma di ragione» —Ma, se i naturalisti oltramontani interrogati da Giorgio, di buona fede si chiudono nelle scienze sperimentali e negano le virtù speculative alla mente umana, pel Zanella non è così in fondo. Egli ha notizia [pg!238] confusa del lavoro intellettuale umano; e ritiene, ch'esso abbia raggiunto la meta. Egli crede, che letenebre di priasiano svanite, che l'uomo non sia più deluso amante del vero, anzi, che lo abbia afferrato. Il crede, senza saper troppo perchè, perchè l'ha sentito dire; questa credenza è un pregiudizio per lui, un preconcetto, ma ce l'ha.Finora, quando veri credenti od ipocriti, apostoli o bacchettoni volevano distogliere dalle investigazionipericolosela mente umana e ricondurla in sacristia od all'ossequio per la rivelazione, cercavano di provare l'incertezza della scienza, l'impotenza dello ingegno nostro, cercavano di convincerci che la ragione e la scienza non valgono ad assodare alcun vero, che sola fonte di verità è la religione. Il Zanella, invece, cinicamente riconosce, che la scienza c'è e che può; confessa, che la ragione ci dà il vero; ma, dice lui, ci tolgon la pace del cuore;ergo, volgiam loro le spalle. La scissura nell'uomo morale moderno non è una scoverta del nostro dabben sacerdote; altri l'hanno cantata prima di lui; altri ha rappresentato il contrasto tra 'l cuore e la fantasia, che si riattaccano alla tradizione, aldolce imaginare, e la mente, la ragione, che impone, deducendole, verità incresciose, che pur non persuadono. Il Leopardi, il Musset hanno scritti versi duraturi:Que me reste-t-il donc? Ma raison tourmentéeEssaye en vain de croire et mon coeur de douter;Le Chrétien m'épouvante; et ce que dit l'Athée,En dépit de mes sens, je ne puis l'écouter.Il Zanella invece vi dirà, che il secolo:Stretti nel pugno i conquistati veriSale superbo incontro al cielo: immensaLuce è ne' suoi pensieri....Qui non vi è più dubbio: certezza piena invece! Il secolo ha conquistato i veri; il secolo ha luce nei [pg!239] pensieri; la gigantomachia moderna, la scalata, che gli eroi del pensiero danno all'Olimpo, non è un atto di levità giovanile, di sconsigliatezza, di presunzione; è, pel Zanella, la pura e semplice estrinsecazione necessaria dell'attività del secolo. Il Musset dubitava de' risultati della scienza; e, dopo ascoltato Aristotele e Platone, diceva:j'applaudis et poursuis mon chemin; e quindi poteva anche tentare di sottrarsi alla filosofia e di ridiventar credenzone; sebbene, appunto perchè aveva saputo qualcosa, imparandola, acquistando quel sapere da sè, non potesse acquetarsi ne' dommi, che ci si presentano bell'e formolati, inassimilabili: la ragione si ribellava. Ma voi, Zanella, non dubitate più; voi, siete tanto XIX secolo (o lode o biasimo, che a voi paja ed altrui) da creder fermamente alla scienza. Perchè dunque mi parlate di notte del cuore, che si fa più densa? Vel dirò! Perchè avete un'anima fiacca e poltrona. Perchè.... dal dì, che lo scettro in sua man tolto,Più non v'ha dio, l'uom disse; e Re si assiseDell'Universo, il voltoScolorato abbassò, nè più sorrise.Vi manca serietà di propositi, forza di carattere, vigoria di mente, amore dello studio! La vostra personalità morale è nulla. Morta la speranza, che riconduce a dio, tutto per voi è notte, a detta vostra. Voi non avete dunque nè famiglia, nè patria, nè Principe? non leggi sacre ed amate? non avete doveri? non credete alla virtù? Avete tanto imparato e dal vostro sapere positivo non rampolla un ideale, un imperativo categorico, che dia norma e scopo al viver vostro! Tutte quelle sante parole per voi sono vuote di senso, se vi manca la speranza d'una ricompensa; e, come diceva l'Hegel allo Heine, vorreste esser premiato di non aver abbandonato la madre vecchia ed inferma e di non avere avvelenato vostro fratello! Delle due l'una: o le speranze, [pg!240] che dite morte, erano ingannevoli e fallaci. E perchè vi fermate a rimpiangerle? Animo, e createvi altre speranze, un altro ideale men fragile, più conforme alla coscienza vostra. O non erano ingannevoli e fallaci. Ed allora bisogna, che ricostruiate con lo studio e la critica la fede scrollata: la vera scienza l'ha a rifare, la vera scienza, che guarda l'essenza delle cose e non gli amminnicoli.Ma la scienza pretesa vostra, onde menate tanto scalpore, non è per voi qualcosa di serio, anzi una ricreazione, un ozio tutto al più; e vi ha momenti, in cui manifestamente l'odiate. Quindi le lodi dell'ignoranza, simboleggiata nella favola della Psiche:O dell'anima umana, a cui (sic) fataleÈ sovente del ver la conoscenza,Immagine gentil, Psiche immortale;O divina farfalla, a cui (sic) l'essenzaDelle cose è nascosta, o sol si svelaQuanto basti al gioir dell'innocenza;Lascia, Psiche, l'improvvida querela,Nè desiar conoscere lo sposo,Che la temuta oscurità ti cela.Men dolce, o semplicetta, è bacio ascoso?Dolci meno gli amplessi e le parole;Onde bea Quel non visto il tuo riposo?Eppure la favola stessa della Psiche, se a forza e' vuol cavarne un epimitio, dovrebbe insegnargli, che non vi ha godimento vero, schietto, sincero, senza conoscenza! Guardate quanto è più morale e gentile il pensiero della plebe pagana che quello di questo mezzoprete semicristiano! Certo di baci, che imitavan le colombe, e di bene scossi congiungimenti, avrebbe potuto appagarsi la Psiche, se... fosse stata contenta alla brutalità. Ma, contentandosene, sarebbe stata solo una meretrice volgarissima, degna che Amore le recesse addosso, come racconta il Machiavelli di aver fatto lui a non so qual vecchia scrofa, che gli si prostituiva al bujo. E finchè la Psiche tollera pazientemente gli amplessi dell'ignoto [pg!241] nume, perchè questi le scuote bene il pelliccione e le procaccia copia di grandi agi e comodi, essa Psiche è ben poco interessante, è una volgarissima mantenuta. Solo allora ci commuove, solo allora la stimiamo, quando prende la fiaccola ed il pugnale, per illuminarsi e distruggere anche le sue gioie ove turpe ne ravvisasse la fonte; quando è perseguitata e raminga ed infelice edamante; ed è divenuta amante, dacchè ha saputo chi giacesse seco, dacchè ha conosciuto il suo rapitore. Solo questi suoi travagli son poetici e commoventi; solo in virtù di essi diventa degna dell'apoteosi. Ma, sacrosanti dei! chi di noi non istima orrendo e turpe, che una donna faccia copia di sè ad uno ignoto, fra le tenebre!Questa lode dell'ignoranza, dell'asinità volontaria, questo inculcar la ciucaggine, che accade metaforicamente qui, è altrove fatto a viso impudentemente scoperto. Leggasi la poesia intitolata: Amia madre, dove il Zanella dichiara di riconoscere, che la mamma gli ha dato ad intender da bimbo un mondo di corbellerie; eppure dichiara di antepor quelle, che e' dichiara falsità, imposture, corbellerie, a' portati della scienza, perchè questinon appagano il core. Insomma, lui alla scienza chiede pace dell'animo e piacere; chiede quel, che la scienza non ha missione di dare; riserbandosi di ripudiarne le conseguenze, ove non gli garbino:Madre! di dotte inchiesteTornan ben lagrimevoli gli allori,Se più crucciose e mesteFansi le vite e più gelati i cori.Se dal ver riedo meno eccelso e puro (!!??)Amo al tuo fianco riposarmi oscuro.Bella tempra d'uomo coscienzioso, il quale può chiudere volontariamente gli occhi al vero! La fede cristiana per lui non è un convincimento, non è una fiaccola potente; egli ha subaperte a mala pena le [pg!242] porte del sapere e ne è uscito un vento, che l'ha spenta: presto, il Zanella ritappa l'uscio e rimane al buio per paura d'infreddarsi. Ahimè! uno può rimpiangere le fedi e le illusioni svanite, ma non può, quando sieno state distrutte da un altro convincimento e più maturo, non può credervi unicamente, perchè fa proposito di credervi. V'è mai toccato d'esser tradito dalla ganza? Dopo le pruove del tradimento, si può fingere di ignorarlo, si può perdonarlo, si può continuare la relazione; una sola cosa è impossibile, credere ancora in colei, che vi ha mentito e che conoscete falsa. A nutrir fede in una persona non basta volere. E molto meno può credersi per un effetto della propria volontà arbitraria, quando il ragionamento e la ragione hanno scosso i vostri primi convincimenti; o discredere ciò, che saldi argomenti e stringenti vi dimostrano. Questo, ben inteso, per le anime oneste; coloro poi, la cui religione è una pura moda ed un semplice mezzo, possono veramente credere quel, che vogliono, pur che vogliano. Ma chiameremo fede la loro?Insomma il Zanella la pensa come Matteo Bandello, e con le parole del grande novelliere potremmo rendere il suo concetto della vita umana (parte I, Novella XXV): — «Io non vo' già dire, che la investigazione della verità non sia cosa lodevolissima, anzi l'affermo e lodo; ma ben vo' dire, che tutti gli atti umani devono esser fatti a luogo e tempo... Noi siamo venuti qui, non per disputare od astrologare o far lite, ma per ricrearci, darci piacere e stare con gioja ed allegrezza.» — Ma il Zanella ha torto marcio: e l'esempio de' secoli passati ci scaltrisce su' dolorosi frutti, che producono simili dottrine. Guai al popolo, che cade nello indifferentismo, nell'apatia filosofica o religiosa; che non pensa più alle dotte inchieste, anzi a ricrearsi e darsi piacere! Il vero è l'unica cosa meritevole d'amore. Non perchè ci possa esser baconianamente utile: anzi quell'idea di servirsene per un qualche scopo meschino e determinato, me lo sfata. Io amo il vero anche [pg!243] insalubre e velenoso; quello, che infelicita ed opprime. Amo quel vero, che mi fa soffrire; ed il preferisco all'errore utile, proficuo. Io ringrazierei colui, che mi provasse con documenti alla mano l'amico venerato essere un malvagio e la donna amata essere venale. Certo, da tali rivelazioni sarei reso infelicissimo e miserrimo più che nol sia ora, ma avrei un errore tolto dalla mia mente. Come dice stupendamente Tommaso Stigliani in principio del XX canto del suoMondo Nuovo:Ben finsero a ragion gli antichi esperti,Che 'l sentier di virtù sia un aspro colle;E quel del vizio, con fioretti inserti,Una pianura delicata e molle:Poichè il volgare stuol de l'alme inertiVive tranquillo e mai noja non tolle;E quei, che ad alte imprese opera dànno,Soggiaccion sempre ad infinito affanno.Ora nessuna impresa v'ha più alta della ricerca disinteressata del vero assoluto.Nel Zanella non c'è alcuna serietà. Questo fabbro di versi non ha ideale alcuno, non ha nulla di generoso. Scommetterei, ch'è un buontempone. Sicuro, qua e là, sotto alla misera porpora di pensieri accattati, trasparisce la natura del beone e del ghiottone, come si scorse l'orecchia dell'asino sotto la spoglia del Leone: sembra poetafamelico, anzi chemelico. Qua e là una immagine gastronomica rivela l'indole vera dello scrittore: il soldato usa sempre immagini guerriere; il marinajo traslati marinareschi; ed il Zanella toglie con predilezione i paragoni e le metafore dal desco e dalla mensa. Parla del taglio dell'istmo di Suez, ne parla in via di paragone e quindi non avrebbe dovuto diffondervisi intorno; eppure egli non sa astenersi dall'aggiungere questi due versi, affatto superflui:E, sul desco de' popoli, il tributoPorran d'avversi climi Orto ed Occaso;[pg!244] sicchè, per lui, l'importante, il caratteristico, nel taglio dell'istmo di Suez, è la maggior facilità di procacciarsi taluni oggetti di buccolica. Altrove fa che Galileo deplori i guai, che accadono... se custode de' celesti veriAutorità non siede; e sola il paneDi sapienza a' parvoli non frange.Quando vuol descrivere l'affratellamento degli uomini, sel raffigura sotto la forma d'un simposio:..... convenutiA banchetto comun da tutti i venti,Varî di volto e d'abito, i mortaliLa prima volta si gridâr fratelli.Questo secolo XIX è grande, secondo lui, perchè migliora ed accresce le risorse culinarie, migliorando ed accrescendo le quali, le anime anch'esse si trovano migliorate:Lode all'età, che, migliorando il vittoE la veste e l'albergo all'umil volgo,L'alme ancor ne migliora....Sapevo, che qualche volta s'insegna a leggere ai bimbi con le chicche; ma, che si migliorasser le anime col buon vitto, mi giunge nuovo. Il contrario è vero: il benessere materiale corrompe, stempra. Lo scopo dell'uman genere, pel Nostro, è il mangiar bene:Or tanta luce di scoperte e tantaFiamma di brame indefinite, immense.All'uom largite non avrebbe iddio;Se del pan, che matura il patrio solco,E del vestir, che la vellosa groppaDi domestica agnella gli consente,Dirsi pago dovea.Dunque, questo bisogno di scienza, che ci travaglia, questa sete misteriosa di sapere, ha per oggetto [pg!245] principale di trovar nuove salse ed intingoli, stoffe più leggiadre per adornarsi! Vergogna, a chi può contentarsi del pane, che matura il patrio sole o come dice il Giusti:del fiasco paesano e del galletto!La nobiltà d'animo sta nel sentire una brama indefinita, immensa di leccornie esotiche e di bottiglie peregrine! Ned Apicio nè Sardanapalo giunsero mai a proclamar dottrine così turpi; e ciò, che vi ha di più turpe, è l'incoscienza, con cui le profferisce il Zanella,sans s'en douter. Anche descrivendo il mattino, la divina bellezza del sole, ispiratrice di tante teogonie a' popoli antichi, suscita nella fantasia del sor Abate idee di pranzo:Nell'umida zolla discende fecondaDel sole la luce, che il germe matura;S'imporpora il grappo: la messe s'imbionda;Il desco a' mortali prepara Natura.Egli trova, che gl'Irlandesi debbono esser lietissimi di lasciar la patria, dove tocca loro (povera gente!) di mangiar solo patate, ossia il.... sordido pomo,Ne' (sic, ahi!) squallidi inverni miserrimo pasto;pe' pingui novali di.... un terreno, che accoglie la greggia,Al gelso benigno, benigno alla vite.Patate in Irlanda, manzo in Australia, c'è da rimaner sospesi forse un istante solo? Curioso, che gl'Irlandesi non emigrino però, se non col pianto agli occhi e col core straziato; e che i più preferiscano la miseria in patria a tanto bene lontano da essa! Tutta la poesiaEgoismo e Caritàè su questo tono. Una madrefamiglia dev'essere, dice il Zanella,... lieta, se miriGiulivo il suo drappello al desco accolto.[pg!246] Cornelia, lei, s'allegrava pensando a' trionfi oratorî futuri de' figliuoli! Un pellegrino va a visitare gli amici esuli, unicamente, dice lui:Per bevere un bicchier del loro vino.Per dio, solo s'io fossi vinattiere avrei gusto d'una visita, fatta con questo scopo dichiarato. Beninteso, che amor di patria nel Zanella non ne trasparisce, non ce n'è: si mangia anche in Australia e forse meglio e certo più mercato che in Italia.Patria est ubi pasco, non ubi nasco, mi diceva il mio primo maestro di matematica, emigrato spagnuolo carlista (valente maestro d'un pessimo scolare). Ed il Zanella:A' greppi divelta dell'Alpe natale,In rive migliori, la pianta si attrista;Ma sotto ogni cielo l'errante mortaleCon vomero e pialla la patria conquista.Il Danton, gran farabutto, ci fa perdonare ogni sua colpa, od almeno si fa compatire, malgrado la sua perversità, quando rifiuta di fuggire per salvar la vita, dicendo la patria non portarsi via attaccata alle suola delle scarpe. Io confesso (anche a rischio d'essere paragonato ad una pianta) di farmi della patria un'idea un po' più alta e spirituale: e di non saper concepire come il vomero e la pialla possano conquistarla ad alcuno. Patria significa leggi, istituzioni, costumi, storia, lingua, abitudini, relazioni, affetti; e tutto ciò concretato in un dato luogo e fra date persone. Amo quest'Italia così fatta, così organata: mutatemela, e chi sa, se continuerei ad amarla ugualmente? Un'Italia repubblicana a me sarebbe ancor qualcosa?Nescio.Ma qual dottrina più immorale di questa, che consiglia e loda di sprezzare e spezzare i doveri, che s'hanno verso lo Stato, i vincoli, che legano alla patria ed al principe, per procacciare alla propria persona un benessere maggiore? [pg!247] Per un vescovado in Istiria od in Ungheria sarebbe dunque divenuto buono Austriaco il Zanella?Abbiamo visto, che la scienza, pel Zanella, è l'amminnicolo. Ma ci è almeno esattezza nelle minute particolarità scientifiche, ch'egli affastella? nel qual caso, i suoi versi, come quelli delloInvito a Lesbia Cidonia, potrebbero avere qualche utilità pedagogica. Niente affatto. Io, che sono pure il grand'asino in tutte le scienze sperimentali, che ne ho soltanto quelle nozioni imperfette e superficiali, le quali oggigiorno son patrimonio universale, io posso pur cogliere ad ogni piè sospinto il Zanella in fallo. Per esempio, scrive il sor abate del sole, chiamandolo:..... l'astro giganteChe indura la quercia sul dorso del monte,Che spento carbone ralluma in diamante.Che il diamante sia puro carbonio, come il carbone stesso, sapevamcelo; ma che il carbone divenga diamante e divenga tale per azione del sole, è falso. Oh, se così fosse, quanti carboni spenti vedremmo esposti al sole su pe' tetti!Manca al Zanella il senso del vero. Udite un po', com'ei descrive Galileo Galilei, che, vecchio e cieco, siede a respirare un po' d'aria verso il tramonto, avendo a fianco una sua figliuola:.... Ei tenea sovra una sferaLa manca mano; e, con la destra, in ariaScrive taciti cerchi...Questa è una mossa, un atteggio, una posa, alla quale il Zanella ha condannato il povero vecchio; non una posizione naturale e spontanea di lui.Sopraggiunge il Milton, chiamato dal Zanella:anglico bardo: il Milton non è mai stato bardo, nè bardato. La Maria Galilei gli chiede:Chi t'ha scorto quassù? che cerchi, incauto?Perchè incauto? perchè tanta rettorica? Sembra di [pg!248] legger le novelle delle balie, quando due incauti picchiano all'uscio dell'Orco e l'Orchessa li ammonisce di fuggir subito, subito, subito.Se il Zanella vuol descrivere le ore notturne, vi dirà:Appena è vespero.E già tranquillaSovra le coltriciPosa la villa.Lasciando che quivillape'villanifa un bruttissimo effetto (la villa, che posa sopra le coltrici!), falso è, che al vespero già si dorma in villa; assolutamente fuor di proposito quelcoltrici, pe' duri letti de' contadini; mera reminiscenza manzoniana:Sulla diserta coltrice, Accanto a lui posò. Ma coltrice è una delle parole predilette dal Zanella, cometransito,sonito. Passiamo oltre: ecco come egli rappresenta una fanciulla, che fa toletta:Scalpita e smaniaLa giovinetta,Che il velo roseoDel ballo aspetta.Che è fatta giumenta? Scalpitare è fuor di posto affatto e smaniare è fuor di luogo. Lassù, nell'Osservatorio:Sbadiglia, abbrivida,Scote di brineVigile astronomoRorido il crine;e questo nel momento in cuiIadi e Pleiadi fansi più chiare. Sbadiglia! è ignobile e comico; perchè cel rappresenta noiato e distratto. Andiamo avanti. Si festeggia l'onomastico d'una signora? La cognata defunta il festeggia in paradiso con gli angeli!Ella non viene. Il biondo capo adornoD'eterni fiori nell'eterna Reggia,Agli angioli confusa, ella festeggiaIl tuo bel giorno.[pg!249] Sudicia adulazione ed empia; come se gli angeli di paradiso dovessero incaricarsi degli onomastici e de' pranzi di famiglia di casa Lampertico! Una suocera decanta al genero la merce, vo' dir la figliuola, ch'ella gli consegna:Fresche ghirlande arrecheratti in donoD'immutabile amore; in sulla seraAttenderà di tue pedate il suono....La seconda immagine è buona; ma che canchero sono le fresche ghirlande d'immutabile amore?Lo esprimere con verità ciò, che veramente si sente, con que' piccoli tratti, che testificano l'impressione originale, fa propriamente il grande scrittore. I volgari si servono sempre di frasi fritte e rifritte, bell'e fatte, senza il conio loro proprio, che somigliano alle vesti accattate da' rigattieri.Quindi tutte le vecchie ciarpe mitologiche, che credevamo da lunga pezza smesse, il Zanella le adopera ancora; e mille cifre morte e per sempre, che esprimono la freddezza assoluta, assiderante della sua mente. Quindi Apollo e Pindo ed Elicona tornano in ballo; quindi fa dire al Milton (che mi diventa un Alpinista)....... In sognoA me spesso venian l'ombre de' vatiE mi dicean: — «Del glorioso monteFiglio, dispera guadagnar la cima...» —Quindi fa, che il Galilei gli risponda:— «Se bramaDel poetico allor, figlio, ti punge,Ben le tue chiome un dì n'andranno altere.» —.... «d'EliconaAlle velate finzïoni avvezzo.» —Quindi, altrove, vi assicurerà, che alcuni, se avessero sortito l'ingegno d'un suo amico:Chiaro di sè, nell'Apollineo Regno,Avrian levato ambizïoso suono.[pg!250] E ci darà la preziosa notizia, che Camillo Benso di Cavour si dedicava occultamente a pratiche di cerimonie pagane:A' cupi genî del Tirren custodiSerti offriva non visto....E parlerà così de' sogni:Con ala nivea,Per l'aure brune,I sogni or piovonoSopra le cune.E, per dare un ultimo esempio di queste ciarpe, ci apprenderà, che la gioventù fuggeSu' veloci del tempo invidi vanni.Il Zanella pretende di essersi formato lo stile, traducendo dagli erotici latini; ed ha voluto comunicare al pubblico alcuni saggi di coteste sue versioni. Egli stima, essergli tornato utilissimo siffatto esercizio, abituandolo a non contentarsi della prima forma; e vuol darci quindi modestamente ad intendere, d'aver acquistate, mercè di esso, tutte le qualità, che ci vogliono per durare immortale: — «Nelle cave di pietra, che sono in Chiampo, mio luogo natale, ho veduto, che i primi strati non hanno valore; come quelli, che facilmente si sfogliano e si sgretolano. Solamente dopo il secondo o il terzo, esce la lastra magnifica, che resiste alla forza dissolvente del sole e del ghiaccio». — Veramente, a me non pare, che lo stile del Zanella valga gran cosa; ma non posso recisamente negare, che l'esercizio di tradurre gli sia tornato giovevole, perchè può benissimo darsi, che prima egli facesse peggio. Quel, che discerno chiaro, è, che i suoi volgarizzamenti sono fatti senza intelligenza poetica del testo, senza gusto alcuno. Prendo a caso qualche esempio. Ecco, mi cade sott'occhi l'Elegia III del Libro I de'Tristi[pg!251] di Publio Ovidio Nasone, voltata dal Zanella in istrofette savioliche. Gli è un metro, che spesso rende ammodo i distici latini, sebbene in questo caso non mi paia indicato, non mi sembri grave abbastanza e solenne; però, non oso biasimarne la scelta, giacchè non saprei proprio quale altro proporne in vece: la terzina, metro forse più acconcio per tradurre i distici, quando trattasi di Ovidio, riesce troppo lunga, perchè già Ovidio è un po' vuoto. Ma che dire del modo di volgarizzare?Cum subit illius tristissima noctis imagoQuae mihi supremum tempus in urbe fuit;Cum repeto noctem, qua tot mihi cara reliqui;Labitur ex oculis nunc quoque gutta meis.Quando alla notte orribileIo col pensier ritorno,Che sotto il ciel romuleoFu l'ultimo mio giorno;Quando cotante io meditoDolcezze, che lasciai;Di subitana lagrimaMolli ancor sento i rai.Una notte, ch'è l'ultimo giorno? O che scempiaggine è codesta? Ovidio ha scrittosupremum tempus, rappresentandola quasi come un'agonia fatale.Il ciel romuleonon vale quell'Urbetanto semplice e tanto eloquente. Non è mica Ovidio, che torna col pensiero alla sua partenza per l'esiglio, oh no! egli vorrebbe dimenticare, se fosse possibile, la ricordanza atroce; anzi l'immagine di quella notte si risveglia da sè nella fantasia di lui, dovunque, fatalmente; vi s'introduce quasi di soppiatto:subiit. Solo quando questa immagine si è già insignorita di lui, egli ne rianda tutti i momenti e l'abbandono di tante care cose. Questo secondo momento è del tutto pretermesso dal Zanella, che invece fa meditare le dilezioni lasciate. Iltot mihi caracomprende mille cose, che non sonodolcezze: i lari, l'esercizio [pg!252] della cittadinanza, eccetera. Sopraffatto dall'amara ricordanza, Ovidio piange. Ma non confessa di piangere il superbo. Una stilla gli discorre dagli occhi. Ed è sorpreso, che ciò accada ancora:nunc quoque, in quella età! dopo tanto tempo del fatto! Dicotanto tempo, perchè il dolore lo ha fatto sembrar lunghissimo. Egli insomma vuol quasi dimostrarsi irresponsabile del pianto: è una cosa, che accade per forza maggiore. Come ci stia a pigione ilsubitanaè evidente; anzi è una lagrima stentata; anzi una stilla: il poeta si vergogna di chiamarla col nome proprio. Che dire poi di quelrai, per occhi! Un uomo, un cavalier romano, chiama raggi i proprî occhi? e quando? appunto quando il dolore li ha abbattuti, quando non hanno più nulla di radiante!Jam prope lux aderat, qua me discedere CaesarFinibus extremae jusserat Ausoniae.Era il mattin già prossimo;E, per regale editto,Io dai confini ItaliciUscir dovea proscritto.Qui è sparita l'antitesi fra l'aderate ildiscedere; fra il reddire della luce, che lascia l'Italia ogni sera per tornare ogni mattina, e la partenza senza reddita del poeta. La luce è giunta:aderat; soprapprende e sorprende l'infelice; la luce, che tutto abbella e che deve far palese a tutti il suo partire! Confesso di non capire ilregale editto. Cesare non era Re: povera storia! Anche più bestiale è quelproscritto. Ovidio non eraproscritto. Si allontanava per un semplice comando di un uomo; non dava noja se non ad un solo nella vasta città: ed il nomina; era mandato a domicilio coatto, via, confinato permisura di polizia, per unprovvedimento economico; soggiaceva ad un arbitrio ed il fa capire senza espressamente dirlo.Uscire da' confini Italiciè frase, che non rende il [pg!253]discedere finibus extremae Ausoniae; queldiscedereci dà lo strazio del distacco; quelfinibus extremae Ausoniaeci rappresenta tutto il dolore, che cresce a mano a mano che il profugo si allontana dalla Città. Vivere relegato in un cantuccio d'Italia, andare a Pianosa od alle Tremiti, sarebbe già duro e crudele; ma Cesare vuol di più: vuole che l'infelice vada tra' barbari. Son queste minuzie, che producono lo effetto poetico.Che dire deltorpuerant longa pectora nostra mora, reso con:....immenso Sbalordimento all'animo Moto avea tolto a senso? Che dire di questa insulsa imitazione del Manzoni:Giacqui, percosso, attonito,Come percosso e domoUom giace dalla folgore:Tronco vital, non uomo;che dovrebbe rendere il celeberrimo distico e citatissimo:Non aliter stupui, quam qui Iovis ignibus ictusVivit; et est vitae nescius ipse suae.Disperato spasimo, non traduce punto l'imbre per indignas usque cadente genas.Fortuna amaraè tutt'altra cosa del fato, che diamine! Cerco invano nel testo latino l'equivalente della zeppa:lungi dal patrio Tevere. Ovidio dice più in là, che ogni angolo della casa avea lagrime; ma gli si fa la parodia scrivendo:Non ha la casa un angolo,Che sia di pianto asciutto.I Lari, non sonle case; e la serie d'idee, che suscitava nel lettore latino l'allusione agli dei domestici, è uccisa dalla espressione sostituita dal Zanella. Ned Ovidio ha mai detto, che la moglie irreligiosamenteassalisse di acre rimprovero i Penati; anzi afferma, che li pregò prolissamente e indarno! Ma basta! Questo saggio è sufficiente per mostrare [pg!254] con quanta intelligenza letterale e poetica del testo e con quanto gusto traduca il Zanella. E si tratta d'Ovidio, vale a dire del più facile scrittore latino! d'uno, che sarei forse forse buono a tradurre anch'io, figuriamoci!So, che a molti queste mie parole sul Zanella sembreranno uno scandalo. So, che s'egli avesse a morire oppure ad impazzare, diranno che ci colpo io e che la mia penna è peggio del pugnale del sicario. Dicano! Sbraitino! Poco male! Padroni! Si servano! Se dovessimo preoccuparci de' falsi giudicî d'ogni dappoco o d'ogni farabutto, che si smaschera; d'ogni manutengolo letterario o politico, che si mette alla berlina, e cui si guastan l'ova nel paniere; d'ogni asino, che diventa nimico giurato di chiunque abbatte quegl'Idoli, ch'egli si compiaceva nell'adorare, si starebbe freschi! Col dimostrare irrazionale un ossequio, spero poco di ritrarne subito il volgo, perchè conosco la pecoraggine umana e l'irragionevolezza; ma voglio lavarmi le mani dello errore de' miei coevi. Ho bandito verità, che mi stavano a cuore, lealmente. E so di poter iscrivere su qualunque cosa mia le parole stesse, che ho lette sul frontespizio d'un manoscritto d'Alchimia mostratomi dal Minieri Riccio:QUI FRAUDEMQUAERIT ETHABET CORIMPURUMA ME RECEDAT.[pg!255]POSCRITTA(Agosto M.DCCC.LXXVI)— «Possibile, possibile, che a' giorni nostri non ci sia più alcuno, capace di scarabocchiar venti versi, senza commettere qualche svarione di prosodia, che farebbe perdere la pazienza a Sant'Ilarione, che farebbe andare Giobbe fuori della grazia di Dio, che farebbe salir la senapa al naso del più mite uomo del mondo?» —Così dicevo dianzi leggendo un componimento del Zanella nell'ultimo fascicolo dellaNuova Antologia, giunto a' versi:E fantasia, coi facili coloriChe l'ïeri (sic) ignorò, veste il domani.— «Ieriè un dissillabo, che diamine! e mai mai e poi mai non si scisse, non potrà scindersi queldittongamentoie, (ch'è semplice rinforzamento ogunad'uneaccentata latina), per farne un trissillabo, corpo di Bacco! come mai non s'è detto, nè mai potrà dirsipïedeinvece dipiede,mïeleinvece dimiele,fïeleinvece difiele, e via discorrendo, santo diavolo!» —E nel dire,santo diavolo!detti un gran pugno sul tavolo e rovesciai malauguratamente il calamaio; cadde sul fascicolo dell'Antologia, che non è mio. La poesia del Zanella ne rimase tutta imbrattata, ed ora non può più leggersi in quell'esemplare. Così almeno chi l'avrà fra le mani, potrà, fingersi, figurarsi, immaginarsi, che la fosse una bella cosa.Si diventa intolleranti, si diventa villani, vedendo l'ignoranza e la ciarlataneria, gonfie, onorate ed applaudite! Ecco qua, un giornale annunzia un'Ode classicaper nozze Papasogli Remaggi, stampata a [pg!256] Pisa dal Nistri, opera — «di N. F. Pelosini, il nome del quale, quando si parla di scrittori, che sanno la lingua e sanno adoperarla come va, non so perchè non venga subito alla mente di tutti gl'Italiani!» — Perchè, caro giornalista? O non ne citi tu questo endecasillabo: DilettePieridi le nuove Furie? E ti pare, che gl'Italiani possan credere, che sappia la lingua loro, chi contrae il quadrisillaboPieridiin un trisillabo, quasi significasse:le figliuole del sior Piero? Oh Zanella, oh Pelosini, se v'accingeste bravamente a rifar gli studî scarsi e sbagliati?Ma che si burla, a stampare di questa robaccia? Dirò con le parole istesse del Zanella e sarà l'ultima frase, che io mai dica o scriva intorno a costui:Orecchie tanto pazïenti il mondoOggi non ha...[pg!257]
(GIACOMO ZANELLA)M.DCCC.LXXI.
(GIACOMO ZANELLA)
M.DCCC.LXXI.
[pg!225]
Angelo Camillo De Meis racconta, in fine del suoDopo la Laurea, delle scoperte paleontologiche, fatte da un certo Peppantonio, in una caverna a pochi passi dal polo australe: — «Scava scava, se n'è venuto via con centoventiquattro sacca, piene piene di pezzettini d'ossi occipitali e frontali e parietali, tutti press'a poco umani; e ne ha formato circa ottocentottantotto generi; ed ha avuto la felice idea di dedicarli a' più eccellenti poeti epici e drammatici contemporanei. C'è laPratia epilepticae laChiossonia paralytica; e, per non far torto a quelli, che si distinguono nel genere lirico, ha formato laVittorhughia atassicae laZanellia superflua». —
Queste due ultime parole sembran dapprima solo un frizzo garbato; ma le credo il miglior giudicio possibile su' versi dell'abate Giacomo Zanella, cavaliere dell'ordine de' Santi Maurizio e Lazzaro, uffiziale dell'ordine della Corona d'Italia, professore ordinario di lingua e letteratura Italiana presso lo studio filosofico della R. Università di Padova e condirettore del seminario filologico-storico, nonchè deputato provinciale nel consiglio provinciale per le scuole; e (se non erro) membro effettivo del R. Istituto di Scienze, Lettere ed Arti di Venezia. Quanta roba, eh! Può darsi, che egli sia un egregio sacerdote: bisognerebbe [pg!226] sentir l'opinione del suo vescovo. Può darsi, che riesca, ottimo amministratore: il Ministro della Pubblica Istruzione e gli amministrati sono giudici legittimi se non competenti. Può darsi ancora, ch'egli si dimostri professor valente; sebbene non nasconderò, che mi sorprende il vederlo cattedratico ordinario, senza che sia noto per alcun serio lavoro storico o critico; ma non è il solo in Italia, che non possegga titoli giustificativi, cui possa gridarsi:fuori i libri!Soliti favori! Qui però non dobbiamo occuparci nè dello insegnante, nè dell'accademico, nè dall'amministratore; bensì del verseggiatore. Come tale, è superfluo: non ha una ragion d'essere al mondo. Ed è superfluo, perchè le sue qualità poetiche sono affatte nulle; perchè non arricchisce il nostro mondo fantastico nè d'un concetto, nè d'una immagine. Il dico con dolorosa convinzione e dopo esame accurato del volume, per cui venne acclamato poeta da' birrichini, i quali in Italia fanno mercimonio di lodi e d'encomî. Il Zanella scrive versucciattoli, che in un albo od in occasione d'un onomastico, d'una festicciuola qualunque di famiglia, possono far buona figura; i molti di questo genere, da lui rivolti a' componenti della famiglia Lampertico, lo han fatto chiamare da qualche malevolo:il poeta aulico di casa Lampertico.Ma ben altro è l'ingraziarsi presso una famiglia doviziosa ed il diventarvi ospite desiderato ne' banchetti e nelle feste; e ben altro il segnare, il significare un nuovo passo della fantasia di un gran popolo, e del popolo, che ha, senza dubbio, il maggior passato poetico.
Che dico! da pochi, arcipochi si può pretender tanto. Ci contenteremmo, ammireremmo, se il Zanella, anche senz'aprir vie nuove, fosse capace di crear di belle immagini e vivaci, fosse almeno capace di piegare il verso a nuove forme, lasciando pure ad altri di avvalersene a miglior uopo.
Nondimeno gli encomiasti non son mancati. Da noi non fa mai difetto una penna compiacente (la parola propria sarebberuffiana; ma non s'ha a dire [pg!227] tra la gente ammodo. Non l'adoperiamo dunque!) che si presti a levare a cielo qualche chiarissimo; massime quando corrono raccomandazioni di persone influenti; quando un Lampertico, per esempio, ed un Giorgini commendano e vogliono. È così facil cosa il lodare a casaccio, l'appiccicare una selva di epiteti gentili a' nomi ed alle cose! il citare alcuni brani d'un autore ed andare in estasi senza dir perchè! Certo, lettori, che gustino così alla cieca, che ammirino senza rendersi e render conto delle ragioni, che li fanno strasecolare, ci vogliono e ce ne voglion molti. E' sono appunto quelli, che si addimandano il volgo; e senza grandi uomini e senza uomini di vaglia si potrebbe stare al mondo; senza volgo, no davvero. Ma uno scrittore, uno, che pretende d'intendersene, uno, che si arroga di spiegare al pubblico cosa debba approvare e biasimare, commette una vera indecenza, schiccherando insulse dicerie encomiastiche. Per articolesse di tal fatta, il gergo de' giornalisti adopera un bel nome: le chiamanosoffietti. I francesi le diconreclames. Ad ogni modo son brutture.
Un certo Isidoro Del Lungo... sbaglio: il chiarissimo Isidoro Del Lungo, professore di Letteratura Italiana presso il Regio Liceo Dante di Firenze, cavaliere dell'Ordine de' Santi Maurizio e Lazzaro, Accademico residente della Crusca e di quelli deputati alla compilazione quotidiana del Vocabolario; prese l'assunto di annunziare a' quattro venti, ch'era sortoun nuovo poeta. Impiastricciò un dialogo, che incomincia con una lode all'editore del Zanella, della quale non può discernersi altro approposito od altro motivo, tranne il desiderio, naturalissimo in chi scrive, d'ingraziarsi con un editore accreditato. Prosegue, rivelando il suo dispettuzzo, per non essere stato nominato membro della commissione, che compila il vocabolario giorginiano. Quindi, ingiurie generali a tutti i verseggiatori moderni, perchèverba generalia non sunt appiccicatoria; ed un inchino particolare a' più dappochi, che gli avvenga di nominare. Una [pg!228] scappellata al Carducci, (ch'io non so come possa nominarsi da un galantuomo e da un buon cittadino, senza che l'indignazione morale trabocchi); un sorrisetto al Maccari ed al Castagnola e persino un saluto al Rapisardi ed una reverenza al Ventura. Cita titoli e brani de' componimenti del Zanella e loda e loda, senza ragionar mai le tante lodi; ed appena appena in fine, in via di concessione, ammette che non tutto sia perfetto nel volume; che lapoesiadel Zanella abbiacerti difetti.
Veramente io ritengo le coserelle meschinissime del Zanella non meritare il fastidio di una disamina seria. Allorchè il volume venne in luce, gli detti una scorsa, quanto bastava a chiarirmi di che roba si trattasse, ed il buttai lì subito. Leggicchiate le lodi del Del Lungo, risi del maldestro incensatore; su conclusioni motivate in quel modo da un tale avvocato fiscale, stimai che il pubblico dovesse giudicare tutto all'incontrario. Ma il pubblico è pecora: il pubblico accetta i giudizî bell'e formolati, senza criterio, da chiunque gli vengan porti, purchè gli si porgano con improntitudine ed arroganza. Dorme all'udienza e sottoscrive la sentenza, che un qualunque, istituendosi cancelliere di autorità propria, gli pon sotto la penna. In fondo, il male poteva non sembrar grande: che un Zanella di più o di meno, sul falso giuramento d'un criticonzolo qualsiasi, scrocchi per venti o quindici anni un po' di mezza celebrità, non sembra affare capitale. Ma il vedere que' versi, così raccomandati, per le mani di tanti; il vederli studiati ed imparati a memoria; il vedere, in un programma ufficiale, parlato dellaLetteratura Italiana da Dante al Zanella; mi ha fatto impensierire. Il Zanella non appartiene alla storia, anzi alla teratologia letteraria; i suoi componimenti contengono cattiva poesia e concetti immorali; non è forse una cattiva azione tanto il commendarli contro-coscienza, quanto il tacerne un biasimo coscienzioso? — «È insopportabile in un critico la tolleranza di componimenti mediocri,» — scriveva Giovanni Berchet. — «La tolleranza è un dovere [pg!229] religioso, è una virtù sociale, ma in materia poetica non è comandata da nessuna filosofia.» — Ed io posso soggiungere, come lui: — «Eppure, sia detto in buona coscienza, non entra mai ne' disegni nostri una menoma intenzione di pigliare la penna in mano per muovere la bile ad una menoma persona.» — Ma, chi ammira il Zanella, a me sembra aver perduta la intelligenza del bello poetico: chi ne accetta le dottrine, è forza che diventi cattivo cittadino ed uomo di sensi volgari. Il dimostrerò. Inoltre, per me l'arte è cosa seria; e non credo davvero, che intorno ad essa le opinioni sian libere: c'è una opinione giusta e ci ha le false; ed in affare di tanto momento, non saprei ostentare l'apatia, di cui fa mostra a proposito della castità della mogliera, Ulrico, cavalier boemo, appresso il Bandello (Parte I, Novella XXI); nè dirò mai: — «Credete voi ciò, che vi pare, che io non ve lo divieto; e lasciate, che io creda quello, che più m'aggrada e mi cape nella mente; perciocchè il mio credere non vi può annojare, nè il vostro discredere mi reca danno alcuno, essendo libero a ciascuno, in simili avvenimenti, pensare e credere ciò, che più gli va per l'animo!» — Gli àpati son ébeti.
Nel MDXCIII, corse voce, che fosse spuntato un dente molare d'oro ad un fanciullo slesiano. Il fatto commosse grandemente i dotti di Lamagna; ed un certo Horstius, professore di medicina in non so quale universitaducola di quel paese lì, in seguito a ricerche profonde, pubblicò, due anni dopo, la storia del dente, dichiarandolo di natura doppia come Gesù Cristo, cioè parte naturale, parte miracoloso; ed assicurando, che domineddio l'aveva collocato nell'alveolo mascellare del ragazzo, per consolare la Cristianità afflitta dalle vittorie turche. Dopo l'Horstius, scrisse sull'argomento il Rullandus; e, due anni dopo, l'Inglosterus (altro dotto alla tedesca d'allora) confutò il Rullandus; dal quale gli fu replicato sapientemente. Un quarto dottorone, in una monografia, raccolse tutte le opinioni già enunciate, aggiungendovi [pg!230] la sua. Sventuratamente capitò un orefice ad esaminare il dente miracoloso; e durò poco ad accorgersi, che non era altrimenti di metallo massiccio; che non era d'oro, anzi solo ad arte dorato, rivestito d'una fogliolina d'oro. Del ser Zanella han parlato gli Horstius, i Rullandus, e gl'Inglosterus; gli è ormai tempo, che un povero orefice lo esamini e dica la sua.
L'Italia ha tanti verseggiatori, ch'è uno sgomento. Come distinguersi in mezzo a tal frotta o caterva di mediocrità? Come fare per far chiasso? come acquistare un po' di celebrità senza troppo affacchinarsi? Ecco il problema difficilissimo, che si presenta innanzi ad ogni sedicente poeta Italiano. Chi fosse artista daddovero, chi avesse una potente favoleggiativa, chi avesse qualcosa in corpo, il quesito non gli si affaccerebbe neppure alla mente. Porterebbe in sè un mondo poetico impaziente di esprimersi, di affermarsi. Ma questo è caso raro; i più, senza ispirazione, senza fantasia, non avendo un vero contenuto poetico, non sapendo in sostanza che dirci ed a che applicare la sciagurata facilità, l'improba smania d'imbrattar carte, cercano di essere originali o per qualche bizzarrie d'espressione, o pel tematico. Quindi abbiamo specialità poetiche come specialità mediche. In quella maniera appunto, che ci sono dentisti ed ostetrici ed ortopedisti ed oftalmoiatri; noi troviamo, che, per esempio, un novelliere non mette in iscena se non pupi in uniforme: ha la privativa dei racconti militari; il tale altro parla solo di delitti, di sangue, di stupri e di patiboli: ha la specialità delle storie giudiziarie; Meneghino si aggira sempre tra le tombe e promette di morire ad ogni ottava; il dottor Ballanzoni coltiva unicamente la bestemmia e l'imprecazione; Pulcinella ha il monopolio dell'umanitarietà e della filantropineria; ed un Zanni, ossia il Zanella, si è impossessato della natura e delle scienze naturali; e si è fatto il poeta del positivismo, del positivismo Italiano.
Le origini del positivismo Italiano sono le più semplici [pg!231] del mondo. Non è sorto per necessità logica; non proviene da una esigenza del pensiero nazionale, da una evoluzione scientifica, cheh! In quel riffa raffa di cattedre, che ha luogo dal cinquantanove in poi, parecchie cattedre filosofiche vennero agguantate da chi stimo filosofo quanto io mi credo sinologo o jamatologo. Gli è accaduto, per esempio, che al gran lotto della pubblica istruzione guadagnasse l'ambo di una cattedra di Filosofia, chi era cognito soltanto per qualche monografia storica più o meno spropositata, più o meno monca, più o meno male scritta, piaggiando ogni partito. Posizione imbarazzante! ma più d'una volta s'è visto, e fuori e da noi, uomini coscienziosi, costretti dalla fame ad assumere l'insegnamento di materie non per anco da loro studiate, mettendocisi coll'arco della schiena, conchiuder qualcosa, e riuscir valenti; per più d'uno è stato vero, cheinsegnando s'impara. Invece coloro, cui alludo, pe' quali l'importante era lo stipendio, ritennero più comodo il negare la scienza, che venivano chiamati ad insegnare e che avrebber dovuto imparare; il dire: — «La filosofia non c'è, la filosofia è un assurdo; le idee generali son ircocervi anzi ippotragelafi; non vi ha se non fatti singoli; il mondo è essenzialmente frammentario; tutto è accidente, o tutt'al più legge, che regola l'accidente; tutto è empirismo; la cognizione assoluta, il vero assoluto,
Di fuor del qual nessun vero si spazia,
Di fuor del qual nessun vero si spazia,
Di fuor del qual nessun vero si spazia,
è un'allucinazione dello intelletto. Limitiamoci alla cognizione di qualche fenomeno, di mille fenomeni, via, d'una serie infinita di fenomeni. Questo è ilnon plus ultradello sforzo intellettuale umano. E se una voce segreta, anzi un bisogno imperioso vi costringe a chieder qualcosaltro alla scienza, a riproporle ostinatamente i quesiti supremi, oggetto della filosofia, saggi mortali, castratevi l'intelletto! E se la ragione vi afferra e vi [pg!232] vuole fare entrare nel suo talamo, o casti Giuseppi del pensiero, lasciatele in mano il mantello e fuggitevene in farsetto, e rimanete involontariamente «ignari!» — Il sacerdote predicava l'ateismo! il professore bandiva l'inesistenza della scienza, per insegnar la quale il pagavamo! Osceno spettacolo! Quando il prete od il maestro dubitano del loro credo o della loro dottrina, se son galantuomini scendano dal pulpito e dalla cattedra ed aprano bottega per conto proprio.
E così la gioventù Italiana fece a gara ad evirarsi intellettualmente: e credè che fosse un merito di esser più eunuca. E fu certo un titolo per andare avanti ed aver plauso ed aver guadagno. Povera Italia!
Di questa scuola ciarlatanesca è poeta il Zanella.
Chi vuol rendersi ben ragione del suo valore artistico, del modo nel quale costui comprende la Natura, mi faccia il piacere di rileggere ilDopo la Laureadel De-Meis; e dico rileggere, perchè non posso ammettere, che una persona colta non abbia letto quel volume. Vi trovi una lettera, la seconda, che, se non fosse stata stampata parecchi anni prima che il Zanella acquistasse qualche notorietà oltre la cerchia de' nobiluzzi veneti, si direbbe una continua allusione al poeta aulico di casa Lampertico. L'argomento della lettera di Giorgio a Filalete è assolutamente lo stesso della lirica zanelliana intitolataNatura e Scienza; ne la direi il miglior commento, se i componimenti del Zanella fossero tra le cose, che si commentano; ed essa ci abiliterà a giudicarne ammodo. Entrambe prendono le mosse dall'intuizione e divinazione ed interpretazione poetica, che l'umanità fanciulla, che la fantasia, fa de' fenomeni naturali. Verseggia così quel di Chiampo:
Come ritrosa Vergine, t'involi,Discortese Natura, al guardo umano,Che, pel lento mutar di mille soli,Di cielo in terra t'ha cercato invano.[pg!233]Con giocondo terror vide talvoltaBalenar dall'abisso il tuo sembiante;Ma tosto, di più nere ombre ravvolta,Scese la notte sul deluso amante.
Come ritrosa Vergine, t'involi,Discortese Natura, al guardo umano,Che, pel lento mutar di mille soli,Di cielo in terra t'ha cercato invano.[pg!233]Con giocondo terror vide talvoltaBalenar dall'abisso il tuo sembiante;Ma tosto, di più nere ombre ravvolta,Scese la notte sul deluso amante.
Come ritrosa Vergine, t'involi,
Come ritrosa Vergine, t'involi,
Discortese Natura, al guardo umano,
Che, pel lento mutar di mille soli,
Che, pel lento mutar di mille soli,
Di cielo in terra t'ha cercato invano.
[pg!233]
Con giocondo terror vide talvolta
Con giocondo terror vide talvolta
Balenar dall'abisso il tuo sembiante;
Ma tosto, di più nere ombre ravvolta,
Ma tosto, di più nere ombre ravvolta,
Scese la notte sul deluso amante.
E quel di Bucchianico fa scrivere al suo Giorgio: — «Quante volte, prima di abbandonare la mia casa e la mia patria, mentre m'aggirava per l'ameno boschetto, che circonda il mio tetto paterno, io era andato pensando alla mia inutile vita e alla cieca ignoranza, in cui la traeva! E poi, stanco, mi stendeva sopra un praticello smaltato di fiori, all'ombra di un gran mandorlo; e mi metteva a guardare il profondo cielo e i lontani campi; e talvolta mi curvava a terra e guardava lungamente le erbette e i fiorellini, che mi crescevano intorno! Alla vista di quelle cose sì belle, io era a poco a poco commosso. La giovane fantasia mi s'infiammava; ed io vedeva quell'erba animarsi, muoversi e voltare verso di me le loro punte; e da quelle tramandare un oscuro susurro, che mi pareva la voce della Natura e mi faceva palpitare o tremare.O natura, o Natura, io pensava fra me,parla dunque, spiegati chiaro, dimmi chi sei! tu chiudi dentro di te qualche cosa, che i miei occhi non veggono; giacchè non sono quelle deboli foglie e quegli umili fiori, che potrebbero farmi palpitare e tremare; esce da loro una virtù arcana, ci è in loro qualche cosa d'infinito e di divino, cui risponde la mia anima, che in questo momento si sente anche essa infinita ed immortale; ci sei tu, o Natura. Ma io non so, chi tu possa essere: ed io ho bisogno di saperlo, ho bisogno di scuoter questo grave sonno e diradare questa così fitta oscurità, che mi copre la mente. Ma.... non è più il tempo delle rivelazioni, che si fanno al cuore dell'uomo; e cui l'alta fantasia presta le sue forme. Oh no! non è più il tempo dell'ispirato sentimento e della mistica immaginazione. È il tempo della profonda ragione e della severa scienza, alla quale si perviene solo per la via del lungo studio e della grave fatica. Non si ha dunque a fare come il nostro Giacomo,» — [pg!234] Leopardi, veh! non Zanella; — «che aspettava sempre l'ispirazione e stava con l'orecchio teso, se mai la risposta della diva Natura si facesse un giorno sentire dentro al suo cuore; e, non udendo mai nulla, s'affliggeva e si disperava. Io invece studierò; io ti cercherò, o Natura; io t'incalzerò dappertutto; ti frugherò piega per piega; ti rovisterò molecola per molecola. Avrò pazienza, ti starò intorno cinque, sei, otto, dieci anni, finchè non ti avrò strappato il tuo secreto: questo terribile secreto, di cui sei tanto gelosa, e che tieni sepolto, io non so se nel profondo o di te stessa o del mio cuore.» —
L'Uomo del Zanella; il Giorgio del De-Meis, simbolo dell'Uomo anch'esso, ambiscono tutt'e due di scoprire il segreto e l'essenza della Natura; e l'uno e l'altro ricorrono alle scienze naturali, sperimentali, empiriche, via. Il Zanella, che non è, come il De-Meis, un naturalista valente, rimpicciolisce il concetto della cosa, riducendola a mero affare di microscopio e telescopio; ma non vuol dire! Ecco l'Uomo dotto in botanica ed in mineralogia ed in zoologia ed in astronomia; eccolo fisico, chimico e meccanico; eccolo cristallografo e fisiologo: — «Il secreto della Natura è scoperto!» — sclama fanciullescamente lieto il Zanella; ed innalza un inno alla potenza dell'ingegno umano. Nondimeno, è costretto a soggiungere:
... Fuggon forse le tenebre di priaE palese di dio splende il disegno?
... Fuggon forse le tenebre di priaE palese di dio splende il disegno?
... Fuggon forse le tenebre di pria
E palese di dio splende il disegno?
è costretto a riproporsi gli antichi interrogativi: — «A che tutto questo? cos'è il mondo? qual è lo scopo dell'Universo? dell'uman genere? ed io che sono?» — E qui si stringe nelle spalle e vi dice tutto ciò essere il secreto di domineddio, e noi non [pg!235] dover presuntuosamente indagarlo. Cos'aveva egli dunque scoperto?
Ed ora ascoltiamo Giorgio: — «Mi gittai di lancio e a corpo perduto allo studio di quelle, che chiamano scienze naturali. Io sperava sempre di riudire un giorno la voce della Natura. Io era certo, che uscirebbe più chiara di dentro a que' vaghi cristalli, divenuti il mio più caro trastullo; dall'interno di quelle innumerevoli forme vegetali, con le quali tanto mi divertiva; dall'intimo di quelle ricche forme animali, che io curiosamente ricercava. Io diveniva di mano in mano più avido di farmivi sempre più addentro, per arrivare fino a quel sacro penetrale, dove m'aspettava, che l'oracolo avrebbe parlato. Ma sono dieci anni ed io non ho udito mai nulla.... Talvolta domandava i dotti, che aveva preso a guida in quegli ameni studî, se mai tenessero il grande secreto.... Ma que' grandi uomini non mi davano se non piccole risposte. Essi si ridevano della mia semplicità; o si rammaricavano e mi compiangevano del mio poco progresso nella scienza. Poichè, a sentirli, del vero progresso è segno, quando uno non fa altrui, nè si fa più a sè stesso di sì stolte quistioni, e più non vi pensa.Ille se valde proficisse sciat, quegli solo, che s'è ben finito di persuadere, che non solo non v'è la soluzione, ma non v'è nemmeno la quistione; la quale non è se non una nostra invenzione, una illusione ottica, che succede nel cervello dell'uomo fiacco e ignorante e non ha punto che far con la Natura. E severamente mi ammonivano, se progresso volevo fare e diventar davvero uno scienziato, che fossi ben persuaso e tenessi bene a mente, che quello era tutto: chimica, fisica, meccanica; e che al mondo altro non v'è fuorchè cristalli e cellule; e sì crittogame e fanerogame senza numero; e insetti piccoli e insetti grandi, come sarebbe a dire le scimie, che è quanto dire gli uomini; e che in tutti codesti amminnicoli consiste la scienza.Possibile! io diceva [pg!236] fra me:la scienza della Natura sarebbe dunque la scienza degli amminnicoli!Io era tutt'altro che persuaso. Non era quello il progresso, che io voleva fare; non era il frutto, che io anelava di raccogliere da' miei studii. A quel prezzo io non avrei voluto giammai diventare uno scienziato.» —
Un siffatto positivismo può benissimo accordarsi con qualunque e religione e superstizione. Ed invero, quanto è oggetto della religione (prescindendo dalla parte etica) e della vera scienza, rimane escluso dal campo delle investigazioni di questa ignoranza scientifica. Il Zanella vi rappresenta il tipo dello scienziato evirato nel suo Galileo; e gli fa recitare il credo e soggiungere:
Tal mi detta una fe'; sull'alto arcanoTace scïenza. Dall'audaci inchieste,Che di qua dell'avel non han risposta,Tempo è ben, che si tolga; e di glossemiPiù non faccia tesoro, a cui (sic) suggelloLegittimo non pose esperïenza,Paragone del vero. Allor ch'io venniNe' suoi giardini, a me disse Sofia:— «Figlio, del mondo le riposte originiNon ricercar, nè a qual lontano termineL'universo si volve; impervie tenebreAll'umana ragion, quando la fiaccolaLa fe' non alzi e l'atro calle illumini.Modesta più, ma men fallace indagineA te fia di Natura il libro svolgere,Che chiuso giace, di secrete sillabeTutto vergato e d'incompresi numeri.» —
Tal mi detta una fe'; sull'alto arcanoTace scïenza. Dall'audaci inchieste,Che di qua dell'avel non han risposta,Tempo è ben, che si tolga; e di glossemiPiù non faccia tesoro, a cui (sic) suggelloLegittimo non pose esperïenza,Paragone del vero. Allor ch'io venniNe' suoi giardini, a me disse Sofia:— «Figlio, del mondo le riposte originiNon ricercar, nè a qual lontano termineL'universo si volve; impervie tenebreAll'umana ragion, quando la fiaccolaLa fe' non alzi e l'atro calle illumini.Modesta più, ma men fallace indagineA te fia di Natura il libro svolgere,Che chiuso giace, di secrete sillabeTutto vergato e d'incompresi numeri.» —
Tal mi detta una fe'; sull'alto arcano
Tace scïenza. Dall'audaci inchieste,
Che di qua dell'avel non han risposta,
Tempo è ben, che si tolga; e di glossemi
Più non faccia tesoro, a cui (sic) suggello
Legittimo non pose esperïenza,
Paragone del vero. Allor ch'io venni
Ne' suoi giardini, a me disse Sofia:
— «Figlio, del mondo le riposte origini
Non ricercar, nè a qual lontano termine
L'universo si volve; impervie tenebre
All'umana ragion, quando la fiaccola
La fe' non alzi e l'atro calle illumini.
Modesta più, ma men fallace indagine
A te fia di Natura il libro svolgere,
Che chiuso giace, di secrete sillabe
Tutto vergato e d'incompresi numeri.» —
Appunto la spiegazione di questi numeri e di queste sillabe chiede ansiosamente l'uman genere; la cui semplice cognizione non ha pregio alcuno od importanza. Che importa, che giova, conoscer l'alfabeto d'una lingua, ignorandone la grammatica e le parole, in modo da poter compitare un libro sanscrito o russo, puta, senza capir nulla? A che giova, per esempio, ad un contadino di poter materialmente [pg!237] legger laDivina Comediao gliEroici furori, se non giunge ad afferrarne pure il senso? Questosensodella Natura, la spiegazione delle sillabe secrete e degl'incompresi numeri, il De-Meis la fa chiedere a Giorgio, che lascia l'Italia per la Francia: — «Lì vasti e bene ordinati musei; professori di spirito e scienziati con cervelli chiari e vasti, ben forniti e bene ordinati come i loro musei. Io era bramoso di vedere a qual punto ne fossero; e fin dove con la mente si fossero spinti di là da quell'ordine apparente de' loro due musei; e mi intendo quello del Giardino delle Piante e quell'altro, che se ne portano dentro il capo. Entro nel primo con loro: ed ecco i miei grandi uomini rapiti nella contemplazione di tanti oggetti naturali, convenuti in quel luogo da tutti i punti della terra; e andarne in estasi. — §C'est curieux! c'est singulier! c'est bizarre! c'est étrange! c'est joli! c'est merveilleux!— §Mais quelle est la raison de toutes ces belles choses? qu'est-ce donc que tout cela signifie?— §Monsieur, cela signifie que le bon dieu a voulu que cela fût ainsi; et nous n'avons qu'à dire: ainsi soit-il!— Questo era l'ultimo costrutto, questa la definitiva conchiusione, alla quale i miei grandi naturalisti parevano giunti, e l'alto cacume, cui sembrava, che si fossero elevati. Io però non mi teneva niente soddisfatto di questa nuova e veramente singolare, curiosa e sorprendente scienza. Un buon dio senza ragione, che si mette a fare delle cose curiose e strane, per divertire il prossimo, e farsi particolarmente ammirare della sua abilità da qualche centinaio di naturalisti, che le studiano ne' loro amminnicoli, in verità gli è un dio troppo buono; ma non è cosa, di cui possa restar capace un onest'uomo, che abbia dramma di ragione» —
Ma, se i naturalisti oltramontani interrogati da Giorgio, di buona fede si chiudono nelle scienze sperimentali e negano le virtù speculative alla mente umana, pel Zanella non è così in fondo. Egli ha notizia [pg!238] confusa del lavoro intellettuale umano; e ritiene, ch'esso abbia raggiunto la meta. Egli crede, che letenebre di priasiano svanite, che l'uomo non sia più deluso amante del vero, anzi, che lo abbia afferrato. Il crede, senza saper troppo perchè, perchè l'ha sentito dire; questa credenza è un pregiudizio per lui, un preconcetto, ma ce l'ha.
Finora, quando veri credenti od ipocriti, apostoli o bacchettoni volevano distogliere dalle investigazionipericolosela mente umana e ricondurla in sacristia od all'ossequio per la rivelazione, cercavano di provare l'incertezza della scienza, l'impotenza dello ingegno nostro, cercavano di convincerci che la ragione e la scienza non valgono ad assodare alcun vero, che sola fonte di verità è la religione. Il Zanella, invece, cinicamente riconosce, che la scienza c'è e che può; confessa, che la ragione ci dà il vero; ma, dice lui, ci tolgon la pace del cuore;ergo, volgiam loro le spalle. La scissura nell'uomo morale moderno non è una scoverta del nostro dabben sacerdote; altri l'hanno cantata prima di lui; altri ha rappresentato il contrasto tra 'l cuore e la fantasia, che si riattaccano alla tradizione, aldolce imaginare, e la mente, la ragione, che impone, deducendole, verità incresciose, che pur non persuadono. Il Leopardi, il Musset hanno scritti versi duraturi:
Que me reste-t-il donc? Ma raison tourmentéeEssaye en vain de croire et mon coeur de douter;Le Chrétien m'épouvante; et ce que dit l'Athée,En dépit de mes sens, je ne puis l'écouter.
Que me reste-t-il donc? Ma raison tourmentéeEssaye en vain de croire et mon coeur de douter;Le Chrétien m'épouvante; et ce que dit l'Athée,En dépit de mes sens, je ne puis l'écouter.
Que me reste-t-il donc? Ma raison tourmentée
Essaye en vain de croire et mon coeur de douter;
Le Chrétien m'épouvante; et ce que dit l'Athée,
En dépit de mes sens, je ne puis l'écouter.
Il Zanella invece vi dirà, che il secolo:
Stretti nel pugno i conquistati veriSale superbo incontro al cielo: immensaLuce è ne' suoi pensieri....
Stretti nel pugno i conquistati veriSale superbo incontro al cielo: immensaLuce è ne' suoi pensieri....
Stretti nel pugno i conquistati veri
Sale superbo incontro al cielo: immensa
Luce è ne' suoi pensieri....
Qui non vi è più dubbio: certezza piena invece! Il secolo ha conquistato i veri; il secolo ha luce nei [pg!239] pensieri; la gigantomachia moderna, la scalata, che gli eroi del pensiero danno all'Olimpo, non è un atto di levità giovanile, di sconsigliatezza, di presunzione; è, pel Zanella, la pura e semplice estrinsecazione necessaria dell'attività del secolo. Il Musset dubitava de' risultati della scienza; e, dopo ascoltato Aristotele e Platone, diceva:j'applaudis et poursuis mon chemin; e quindi poteva anche tentare di sottrarsi alla filosofia e di ridiventar credenzone; sebbene, appunto perchè aveva saputo qualcosa, imparandola, acquistando quel sapere da sè, non potesse acquetarsi ne' dommi, che ci si presentano bell'e formolati, inassimilabili: la ragione si ribellava. Ma voi, Zanella, non dubitate più; voi, siete tanto XIX secolo (o lode o biasimo, che a voi paja ed altrui) da creder fermamente alla scienza. Perchè dunque mi parlate di notte del cuore, che si fa più densa? Vel dirò! Perchè avete un'anima fiacca e poltrona. Perchè
.... dal dì, che lo scettro in sua man tolto,Più non v'ha dio, l'uom disse; e Re si assiseDell'Universo, il voltoScolorato abbassò, nè più sorrise.
.... dal dì, che lo scettro in sua man tolto,Più non v'ha dio, l'uom disse; e Re si assiseDell'Universo, il voltoScolorato abbassò, nè più sorrise.
.... dal dì, che lo scettro in sua man tolto,
Più non v'ha dio, l'uom disse; e Re si assise
Dell'Universo, il volto
Scolorato abbassò, nè più sorrise.
Vi manca serietà di propositi, forza di carattere, vigoria di mente, amore dello studio! La vostra personalità morale è nulla. Morta la speranza, che riconduce a dio, tutto per voi è notte, a detta vostra. Voi non avete dunque nè famiglia, nè patria, nè Principe? non leggi sacre ed amate? non avete doveri? non credete alla virtù? Avete tanto imparato e dal vostro sapere positivo non rampolla un ideale, un imperativo categorico, che dia norma e scopo al viver vostro! Tutte quelle sante parole per voi sono vuote di senso, se vi manca la speranza d'una ricompensa; e, come diceva l'Hegel allo Heine, vorreste esser premiato di non aver abbandonato la madre vecchia ed inferma e di non avere avvelenato vostro fratello! Delle due l'una: o le speranze, [pg!240] che dite morte, erano ingannevoli e fallaci. E perchè vi fermate a rimpiangerle? Animo, e createvi altre speranze, un altro ideale men fragile, più conforme alla coscienza vostra. O non erano ingannevoli e fallaci. Ed allora bisogna, che ricostruiate con lo studio e la critica la fede scrollata: la vera scienza l'ha a rifare, la vera scienza, che guarda l'essenza delle cose e non gli amminnicoli.
Ma la scienza pretesa vostra, onde menate tanto scalpore, non è per voi qualcosa di serio, anzi una ricreazione, un ozio tutto al più; e vi ha momenti, in cui manifestamente l'odiate. Quindi le lodi dell'ignoranza, simboleggiata nella favola della Psiche:
O dell'anima umana, a cui (sic) fataleÈ sovente del ver la conoscenza,Immagine gentil, Psiche immortale;O divina farfalla, a cui (sic) l'essenzaDelle cose è nascosta, o sol si svelaQuanto basti al gioir dell'innocenza;Lascia, Psiche, l'improvvida querela,Nè desiar conoscere lo sposo,Che la temuta oscurità ti cela.Men dolce, o semplicetta, è bacio ascoso?Dolci meno gli amplessi e le parole;Onde bea Quel non visto il tuo riposo?
O dell'anima umana, a cui (sic) fataleÈ sovente del ver la conoscenza,Immagine gentil, Psiche immortale;O divina farfalla, a cui (sic) l'essenzaDelle cose è nascosta, o sol si svelaQuanto basti al gioir dell'innocenza;Lascia, Psiche, l'improvvida querela,Nè desiar conoscere lo sposo,Che la temuta oscurità ti cela.Men dolce, o semplicetta, è bacio ascoso?Dolci meno gli amplessi e le parole;Onde bea Quel non visto il tuo riposo?
O dell'anima umana, a cui (sic) fatale
O dell'anima umana, a cui (sic) fatale
È sovente del ver la conoscenza,
Immagine gentil, Psiche immortale;
O divina farfalla, a cui (sic) l'essenza
O divina farfalla, a cui (sic) l'essenza
Delle cose è nascosta, o sol si svela
Quanto basti al gioir dell'innocenza;
Lascia, Psiche, l'improvvida querela,
Lascia, Psiche, l'improvvida querela,
Nè desiar conoscere lo sposo,
Che la temuta oscurità ti cela.
Men dolce, o semplicetta, è bacio ascoso?
Men dolce, o semplicetta, è bacio ascoso?
Dolci meno gli amplessi e le parole;
Onde bea Quel non visto il tuo riposo?
Eppure la favola stessa della Psiche, se a forza e' vuol cavarne un epimitio, dovrebbe insegnargli, che non vi ha godimento vero, schietto, sincero, senza conoscenza! Guardate quanto è più morale e gentile il pensiero della plebe pagana che quello di questo mezzoprete semicristiano! Certo di baci, che imitavan le colombe, e di bene scossi congiungimenti, avrebbe potuto appagarsi la Psiche, se... fosse stata contenta alla brutalità. Ma, contentandosene, sarebbe stata solo una meretrice volgarissima, degna che Amore le recesse addosso, come racconta il Machiavelli di aver fatto lui a non so qual vecchia scrofa, che gli si prostituiva al bujo. E finchè la Psiche tollera pazientemente gli amplessi dell'ignoto [pg!241] nume, perchè questi le scuote bene il pelliccione e le procaccia copia di grandi agi e comodi, essa Psiche è ben poco interessante, è una volgarissima mantenuta. Solo allora ci commuove, solo allora la stimiamo, quando prende la fiaccola ed il pugnale, per illuminarsi e distruggere anche le sue gioie ove turpe ne ravvisasse la fonte; quando è perseguitata e raminga ed infelice edamante; ed è divenuta amante, dacchè ha saputo chi giacesse seco, dacchè ha conosciuto il suo rapitore. Solo questi suoi travagli son poetici e commoventi; solo in virtù di essi diventa degna dell'apoteosi. Ma, sacrosanti dei! chi di noi non istima orrendo e turpe, che una donna faccia copia di sè ad uno ignoto, fra le tenebre!
Questa lode dell'ignoranza, dell'asinità volontaria, questo inculcar la ciucaggine, che accade metaforicamente qui, è altrove fatto a viso impudentemente scoperto. Leggasi la poesia intitolata: Amia madre, dove il Zanella dichiara di riconoscere, che la mamma gli ha dato ad intender da bimbo un mondo di corbellerie; eppure dichiara di antepor quelle, che e' dichiara falsità, imposture, corbellerie, a' portati della scienza, perchè questinon appagano il core. Insomma, lui alla scienza chiede pace dell'animo e piacere; chiede quel, che la scienza non ha missione di dare; riserbandosi di ripudiarne le conseguenze, ove non gli garbino:
Madre! di dotte inchiesteTornan ben lagrimevoli gli allori,Se più crucciose e mesteFansi le vite e più gelati i cori.Se dal ver riedo meno eccelso e puro (!!??)Amo al tuo fianco riposarmi oscuro.
Madre! di dotte inchiesteTornan ben lagrimevoli gli allori,Se più crucciose e mesteFansi le vite e più gelati i cori.Se dal ver riedo meno eccelso e puro (!!??)Amo al tuo fianco riposarmi oscuro.
Madre! di dotte inchieste
Madre! di dotte inchieste
Tornan ben lagrimevoli gli allori,
Se più crucciose e meste
Fansi le vite e più gelati i cori.
Se dal ver riedo meno eccelso e puro (!!??)
Amo al tuo fianco riposarmi oscuro.
Bella tempra d'uomo coscienzioso, il quale può chiudere volontariamente gli occhi al vero! La fede cristiana per lui non è un convincimento, non è una fiaccola potente; egli ha subaperte a mala pena le [pg!242] porte del sapere e ne è uscito un vento, che l'ha spenta: presto, il Zanella ritappa l'uscio e rimane al buio per paura d'infreddarsi. Ahimè! uno può rimpiangere le fedi e le illusioni svanite, ma non può, quando sieno state distrutte da un altro convincimento e più maturo, non può credervi unicamente, perchè fa proposito di credervi. V'è mai toccato d'esser tradito dalla ganza? Dopo le pruove del tradimento, si può fingere di ignorarlo, si può perdonarlo, si può continuare la relazione; una sola cosa è impossibile, credere ancora in colei, che vi ha mentito e che conoscete falsa. A nutrir fede in una persona non basta volere. E molto meno può credersi per un effetto della propria volontà arbitraria, quando il ragionamento e la ragione hanno scosso i vostri primi convincimenti; o discredere ciò, che saldi argomenti e stringenti vi dimostrano. Questo, ben inteso, per le anime oneste; coloro poi, la cui religione è una pura moda ed un semplice mezzo, possono veramente credere quel, che vogliono, pur che vogliano. Ma chiameremo fede la loro?
Insomma il Zanella la pensa come Matteo Bandello, e con le parole del grande novelliere potremmo rendere il suo concetto della vita umana (parte I, Novella XXV): — «Io non vo' già dire, che la investigazione della verità non sia cosa lodevolissima, anzi l'affermo e lodo; ma ben vo' dire, che tutti gli atti umani devono esser fatti a luogo e tempo... Noi siamo venuti qui, non per disputare od astrologare o far lite, ma per ricrearci, darci piacere e stare con gioja ed allegrezza.» — Ma il Zanella ha torto marcio: e l'esempio de' secoli passati ci scaltrisce su' dolorosi frutti, che producono simili dottrine. Guai al popolo, che cade nello indifferentismo, nell'apatia filosofica o religiosa; che non pensa più alle dotte inchieste, anzi a ricrearsi e darsi piacere! Il vero è l'unica cosa meritevole d'amore. Non perchè ci possa esser baconianamente utile: anzi quell'idea di servirsene per un qualche scopo meschino e determinato, me lo sfata. Io amo il vero anche [pg!243] insalubre e velenoso; quello, che infelicita ed opprime. Amo quel vero, che mi fa soffrire; ed il preferisco all'errore utile, proficuo. Io ringrazierei colui, che mi provasse con documenti alla mano l'amico venerato essere un malvagio e la donna amata essere venale. Certo, da tali rivelazioni sarei reso infelicissimo e miserrimo più che nol sia ora, ma avrei un errore tolto dalla mia mente. Come dice stupendamente Tommaso Stigliani in principio del XX canto del suoMondo Nuovo:
Ben finsero a ragion gli antichi esperti,Che 'l sentier di virtù sia un aspro colle;E quel del vizio, con fioretti inserti,Una pianura delicata e molle:Poichè il volgare stuol de l'alme inertiVive tranquillo e mai noja non tolle;E quei, che ad alte imprese opera dànno,Soggiaccion sempre ad infinito affanno.
Ben finsero a ragion gli antichi esperti,Che 'l sentier di virtù sia un aspro colle;E quel del vizio, con fioretti inserti,Una pianura delicata e molle:Poichè il volgare stuol de l'alme inertiVive tranquillo e mai noja non tolle;E quei, che ad alte imprese opera dànno,Soggiaccion sempre ad infinito affanno.
Ben finsero a ragion gli antichi esperti,
Ben finsero a ragion gli antichi esperti,
Che 'l sentier di virtù sia un aspro colle;
E quel del vizio, con fioretti inserti,
Una pianura delicata e molle:
Poichè il volgare stuol de l'alme inerti
Vive tranquillo e mai noja non tolle;
E quei, che ad alte imprese opera dànno,
Soggiaccion sempre ad infinito affanno.
Ora nessuna impresa v'ha più alta della ricerca disinteressata del vero assoluto.
Nel Zanella non c'è alcuna serietà. Questo fabbro di versi non ha ideale alcuno, non ha nulla di generoso. Scommetterei, ch'è un buontempone. Sicuro, qua e là, sotto alla misera porpora di pensieri accattati, trasparisce la natura del beone e del ghiottone, come si scorse l'orecchia dell'asino sotto la spoglia del Leone: sembra poetafamelico, anzi chemelico. Qua e là una immagine gastronomica rivela l'indole vera dello scrittore: il soldato usa sempre immagini guerriere; il marinajo traslati marinareschi; ed il Zanella toglie con predilezione i paragoni e le metafore dal desco e dalla mensa. Parla del taglio dell'istmo di Suez, ne parla in via di paragone e quindi non avrebbe dovuto diffondervisi intorno; eppure egli non sa astenersi dall'aggiungere questi due versi, affatto superflui:
E, sul desco de' popoli, il tributoPorran d'avversi climi Orto ed Occaso;
E, sul desco de' popoli, il tributoPorran d'avversi climi Orto ed Occaso;
E, sul desco de' popoli, il tributo
Porran d'avversi climi Orto ed Occaso;
[pg!244] sicchè, per lui, l'importante, il caratteristico, nel taglio dell'istmo di Suez, è la maggior facilità di procacciarsi taluni oggetti di buccolica. Altrove fa che Galileo deplori i guai, che accadono
... se custode de' celesti veriAutorità non siede; e sola il paneDi sapienza a' parvoli non frange.
... se custode de' celesti veriAutorità non siede; e sola il paneDi sapienza a' parvoli non frange.
... se custode de' celesti veri
Autorità non siede; e sola il pane
Di sapienza a' parvoli non frange.
Quando vuol descrivere l'affratellamento degli uomini, sel raffigura sotto la forma d'un simposio:
..... convenutiA banchetto comun da tutti i venti,Varî di volto e d'abito, i mortaliLa prima volta si gridâr fratelli.
..... convenutiA banchetto comun da tutti i venti,Varî di volto e d'abito, i mortaliLa prima volta si gridâr fratelli.
..... convenuti
..... convenuti
A banchetto comun da tutti i venti,
Varî di volto e d'abito, i mortali
La prima volta si gridâr fratelli.
Questo secolo XIX è grande, secondo lui, perchè migliora ed accresce le risorse culinarie, migliorando ed accrescendo le quali, le anime anch'esse si trovano migliorate:
Lode all'età, che, migliorando il vittoE la veste e l'albergo all'umil volgo,L'alme ancor ne migliora....
Lode all'età, che, migliorando il vittoE la veste e l'albergo all'umil volgo,L'alme ancor ne migliora....
Lode all'età, che, migliorando il vitto
E la veste e l'albergo all'umil volgo,
L'alme ancor ne migliora....
Sapevo, che qualche volta s'insegna a leggere ai bimbi con le chicche; ma, che si migliorasser le anime col buon vitto, mi giunge nuovo. Il contrario è vero: il benessere materiale corrompe, stempra. Lo scopo dell'uman genere, pel Nostro, è il mangiar bene:
Or tanta luce di scoperte e tantaFiamma di brame indefinite, immense.All'uom largite non avrebbe iddio;Se del pan, che matura il patrio solco,E del vestir, che la vellosa groppaDi domestica agnella gli consente,Dirsi pago dovea.
Or tanta luce di scoperte e tantaFiamma di brame indefinite, immense.All'uom largite non avrebbe iddio;Se del pan, che matura il patrio solco,E del vestir, che la vellosa groppaDi domestica agnella gli consente,Dirsi pago dovea.
Or tanta luce di scoperte e tanta
Fiamma di brame indefinite, immense.
All'uom largite non avrebbe iddio;
Se del pan, che matura il patrio solco,
E del vestir, che la vellosa groppa
Di domestica agnella gli consente,
Dirsi pago dovea.
Dunque, questo bisogno di scienza, che ci travaglia, questa sete misteriosa di sapere, ha per oggetto [pg!245] principale di trovar nuove salse ed intingoli, stoffe più leggiadre per adornarsi! Vergogna, a chi può contentarsi del pane, che matura il patrio sole o come dice il Giusti:del fiasco paesano e del galletto!La nobiltà d'animo sta nel sentire una brama indefinita, immensa di leccornie esotiche e di bottiglie peregrine! Ned Apicio nè Sardanapalo giunsero mai a proclamar dottrine così turpi; e ciò, che vi ha di più turpe, è l'incoscienza, con cui le profferisce il Zanella,sans s'en douter. Anche descrivendo il mattino, la divina bellezza del sole, ispiratrice di tante teogonie a' popoli antichi, suscita nella fantasia del sor Abate idee di pranzo:
Nell'umida zolla discende fecondaDel sole la luce, che il germe matura;S'imporpora il grappo: la messe s'imbionda;Il desco a' mortali prepara Natura.
Nell'umida zolla discende fecondaDel sole la luce, che il germe matura;S'imporpora il grappo: la messe s'imbionda;Il desco a' mortali prepara Natura.
Nell'umida zolla discende feconda
Nell'umida zolla discende feconda
Del sole la luce, che il germe matura;
S'imporpora il grappo: la messe s'imbionda;
S'imporpora il grappo: la messe s'imbionda;
Il desco a' mortali prepara Natura.
Egli trova, che gl'Irlandesi debbono esser lietissimi di lasciar la patria, dove tocca loro (povera gente!) di mangiar solo patate, ossia il
.... sordido pomo,Ne' (sic, ahi!) squallidi inverni miserrimo pasto;
.... sordido pomo,Ne' (sic, ahi!) squallidi inverni miserrimo pasto;
.... sordido pomo,
Ne' (sic, ahi!) squallidi inverni miserrimo pasto;
pe' pingui novali di
.... un terreno, che accoglie la greggia,Al gelso benigno, benigno alla vite.
.... un terreno, che accoglie la greggia,Al gelso benigno, benigno alla vite.
.... un terreno, che accoglie la greggia,
Al gelso benigno, benigno alla vite.
Patate in Irlanda, manzo in Australia, c'è da rimaner sospesi forse un istante solo? Curioso, che gl'Irlandesi non emigrino però, se non col pianto agli occhi e col core straziato; e che i più preferiscano la miseria in patria a tanto bene lontano da essa! Tutta la poesiaEgoismo e Caritàè su questo tono. Una madrefamiglia dev'essere, dice il Zanella,
... lieta, se miriGiulivo il suo drappello al desco accolto.
... lieta, se miriGiulivo il suo drappello al desco accolto.
... lieta, se miri
... lieta, se miri
Giulivo il suo drappello al desco accolto.
[pg!246] Cornelia, lei, s'allegrava pensando a' trionfi oratorî futuri de' figliuoli! Un pellegrino va a visitare gli amici esuli, unicamente, dice lui:
Per bevere un bicchier del loro vino.
Per bevere un bicchier del loro vino.
Per bevere un bicchier del loro vino.
Per dio, solo s'io fossi vinattiere avrei gusto d'una visita, fatta con questo scopo dichiarato. Beninteso, che amor di patria nel Zanella non ne trasparisce, non ce n'è: si mangia anche in Australia e forse meglio e certo più mercato che in Italia.Patria est ubi pasco, non ubi nasco, mi diceva il mio primo maestro di matematica, emigrato spagnuolo carlista (valente maestro d'un pessimo scolare). Ed il Zanella:
A' greppi divelta dell'Alpe natale,In rive migliori, la pianta si attrista;Ma sotto ogni cielo l'errante mortaleCon vomero e pialla la patria conquista.
A' greppi divelta dell'Alpe natale,In rive migliori, la pianta si attrista;Ma sotto ogni cielo l'errante mortaleCon vomero e pialla la patria conquista.
A' greppi divelta dell'Alpe natale,
A' greppi divelta dell'Alpe natale,
In rive migliori, la pianta si attrista;
Ma sotto ogni cielo l'errante mortale
Ma sotto ogni cielo l'errante mortale
Con vomero e pialla la patria conquista.
Il Danton, gran farabutto, ci fa perdonare ogni sua colpa, od almeno si fa compatire, malgrado la sua perversità, quando rifiuta di fuggire per salvar la vita, dicendo la patria non portarsi via attaccata alle suola delle scarpe. Io confesso (anche a rischio d'essere paragonato ad una pianta) di farmi della patria un'idea un po' più alta e spirituale: e di non saper concepire come il vomero e la pialla possano conquistarla ad alcuno. Patria significa leggi, istituzioni, costumi, storia, lingua, abitudini, relazioni, affetti; e tutto ciò concretato in un dato luogo e fra date persone. Amo quest'Italia così fatta, così organata: mutatemela, e chi sa, se continuerei ad amarla ugualmente? Un'Italia repubblicana a me sarebbe ancor qualcosa?Nescio.Ma qual dottrina più immorale di questa, che consiglia e loda di sprezzare e spezzare i doveri, che s'hanno verso lo Stato, i vincoli, che legano alla patria ed al principe, per procacciare alla propria persona un benessere maggiore? [pg!247] Per un vescovado in Istiria od in Ungheria sarebbe dunque divenuto buono Austriaco il Zanella?
Abbiamo visto, che la scienza, pel Zanella, è l'amminnicolo. Ma ci è almeno esattezza nelle minute particolarità scientifiche, ch'egli affastella? nel qual caso, i suoi versi, come quelli delloInvito a Lesbia Cidonia, potrebbero avere qualche utilità pedagogica. Niente affatto. Io, che sono pure il grand'asino in tutte le scienze sperimentali, che ne ho soltanto quelle nozioni imperfette e superficiali, le quali oggigiorno son patrimonio universale, io posso pur cogliere ad ogni piè sospinto il Zanella in fallo. Per esempio, scrive il sor abate del sole, chiamandolo:
..... l'astro giganteChe indura la quercia sul dorso del monte,Che spento carbone ralluma in diamante.
..... l'astro giganteChe indura la quercia sul dorso del monte,Che spento carbone ralluma in diamante.
..... l'astro gigante
..... l'astro gigante
Che indura la quercia sul dorso del monte,
Che spento carbone ralluma in diamante.
Che il diamante sia puro carbonio, come il carbone stesso, sapevamcelo; ma che il carbone divenga diamante e divenga tale per azione del sole, è falso. Oh, se così fosse, quanti carboni spenti vedremmo esposti al sole su pe' tetti!
Manca al Zanella il senso del vero. Udite un po', com'ei descrive Galileo Galilei, che, vecchio e cieco, siede a respirare un po' d'aria verso il tramonto, avendo a fianco una sua figliuola:
.... Ei tenea sovra una sferaLa manca mano; e, con la destra, in ariaScrive taciti cerchi...
.... Ei tenea sovra una sferaLa manca mano; e, con la destra, in ariaScrive taciti cerchi...
.... Ei tenea sovra una sfera
.... Ei tenea sovra una sfera
La manca mano; e, con la destra, in aria
Scrive taciti cerchi...
Questa è una mossa, un atteggio, una posa, alla quale il Zanella ha condannato il povero vecchio; non una posizione naturale e spontanea di lui.
Sopraggiunge il Milton, chiamato dal Zanella:anglico bardo: il Milton non è mai stato bardo, nè bardato. La Maria Galilei gli chiede:
Chi t'ha scorto quassù? che cerchi, incauto?
Chi t'ha scorto quassù? che cerchi, incauto?
Chi t'ha scorto quassù? che cerchi, incauto?
Perchè incauto? perchè tanta rettorica? Sembra di [pg!248] legger le novelle delle balie, quando due incauti picchiano all'uscio dell'Orco e l'Orchessa li ammonisce di fuggir subito, subito, subito.
Se il Zanella vuol descrivere le ore notturne, vi dirà:
Appena è vespero.E già tranquillaSovra le coltriciPosa la villa.
Appena è vespero.E già tranquillaSovra le coltriciPosa la villa.
Appena è vespero.
Appena è vespero.
E già tranquilla
Sovra le coltrici
Posa la villa.
Lasciando che quivillape'villanifa un bruttissimo effetto (la villa, che posa sopra le coltrici!), falso è, che al vespero già si dorma in villa; assolutamente fuor di proposito quelcoltrici, pe' duri letti de' contadini; mera reminiscenza manzoniana:Sulla diserta coltrice, Accanto a lui posò. Ma coltrice è una delle parole predilette dal Zanella, cometransito,sonito. Passiamo oltre: ecco come egli rappresenta una fanciulla, che fa toletta:
Scalpita e smaniaLa giovinetta,Che il velo roseoDel ballo aspetta.
Scalpita e smaniaLa giovinetta,Che il velo roseoDel ballo aspetta.
Scalpita e smania
Scalpita e smania
La giovinetta,
Che il velo roseo
Del ballo aspetta.
Che è fatta giumenta? Scalpitare è fuor di posto affatto e smaniare è fuor di luogo. Lassù, nell'Osservatorio:
Sbadiglia, abbrivida,Scote di brineVigile astronomoRorido il crine;
Sbadiglia, abbrivida,Scote di brineVigile astronomoRorido il crine;
Sbadiglia, abbrivida,
Sbadiglia, abbrivida,
Scote di brine
Vigile astronomo
Rorido il crine;
e questo nel momento in cuiIadi e Pleiadi fansi più chiare. Sbadiglia! è ignobile e comico; perchè cel rappresenta noiato e distratto. Andiamo avanti. Si festeggia l'onomastico d'una signora? La cognata defunta il festeggia in paradiso con gli angeli!
Ella non viene. Il biondo capo adornoD'eterni fiori nell'eterna Reggia,Agli angioli confusa, ella festeggiaIl tuo bel giorno.
Ella non viene. Il biondo capo adornoD'eterni fiori nell'eterna Reggia,Agli angioli confusa, ella festeggiaIl tuo bel giorno.
Ella non viene. Il biondo capo adorno
D'eterni fiori nell'eterna Reggia,
Agli angioli confusa, ella festeggia
Il tuo bel giorno.
Il tuo bel giorno.
[pg!249] Sudicia adulazione ed empia; come se gli angeli di paradiso dovessero incaricarsi degli onomastici e de' pranzi di famiglia di casa Lampertico! Una suocera decanta al genero la merce, vo' dir la figliuola, ch'ella gli consegna:
Fresche ghirlande arrecheratti in donoD'immutabile amore; in sulla seraAttenderà di tue pedate il suono....
Fresche ghirlande arrecheratti in donoD'immutabile amore; in sulla seraAttenderà di tue pedate il suono....
Fresche ghirlande arrecheratti in dono
Fresche ghirlande arrecheratti in dono
D'immutabile amore; in sulla sera
Attenderà di tue pedate il suono....
Attenderà di tue pedate il suono....
La seconda immagine è buona; ma che canchero sono le fresche ghirlande d'immutabile amore?
Lo esprimere con verità ciò, che veramente si sente, con que' piccoli tratti, che testificano l'impressione originale, fa propriamente il grande scrittore. I volgari si servono sempre di frasi fritte e rifritte, bell'e fatte, senza il conio loro proprio, che somigliano alle vesti accattate da' rigattieri.
Quindi tutte le vecchie ciarpe mitologiche, che credevamo da lunga pezza smesse, il Zanella le adopera ancora; e mille cifre morte e per sempre, che esprimono la freddezza assoluta, assiderante della sua mente. Quindi Apollo e Pindo ed Elicona tornano in ballo; quindi fa dire al Milton (che mi diventa un Alpinista).
...... In sognoA me spesso venian l'ombre de' vatiE mi dicean: — «Del glorioso monteFiglio, dispera guadagnar la cima...» —
...... In sognoA me spesso venian l'ombre de' vatiE mi dicean: — «Del glorioso monteFiglio, dispera guadagnar la cima...» —
...... In sogno
...... In sogno
A me spesso venian l'ombre de' vati
E mi dicean: — «Del glorioso monte
Figlio, dispera guadagnar la cima...» —
Quindi fa, che il Galilei gli risponda:
— «Se bramaDel poetico allor, figlio, ti punge,Ben le tue chiome un dì n'andranno altere.» —.... «d'EliconaAlle velate finzïoni avvezzo.» —
— «Se bramaDel poetico allor, figlio, ti punge,Ben le tue chiome un dì n'andranno altere.» —.... «d'EliconaAlle velate finzïoni avvezzo.» —
— «Se brama
— «Se brama
Del poetico allor, figlio, ti punge,
Ben le tue chiome un dì n'andranno altere.» —
.... «d'Elicona
.... «d'Elicona
Alle velate finzïoni avvezzo.» —
Quindi, altrove, vi assicurerà, che alcuni, se avessero sortito l'ingegno d'un suo amico:
Chiaro di sè, nell'Apollineo Regno,Avrian levato ambizïoso suono.
Chiaro di sè, nell'Apollineo Regno,Avrian levato ambizïoso suono.
Chiaro di sè, nell'Apollineo Regno,
Avrian levato ambizïoso suono.
[pg!250] E ci darà la preziosa notizia, che Camillo Benso di Cavour si dedicava occultamente a pratiche di cerimonie pagane:
A' cupi genî del Tirren custodiSerti offriva non visto....
A' cupi genî del Tirren custodiSerti offriva non visto....
A' cupi genî del Tirren custodi
Serti offriva non visto....
E parlerà così de' sogni:
Con ala nivea,Per l'aure brune,I sogni or piovonoSopra le cune.
Con ala nivea,Per l'aure brune,I sogni or piovonoSopra le cune.
Con ala nivea,
Con ala nivea,
Per l'aure brune,
I sogni or piovono
Sopra le cune.
E, per dare un ultimo esempio di queste ciarpe, ci apprenderà, che la gioventù fugge
Su' veloci del tempo invidi vanni.
Su' veloci del tempo invidi vanni.
Su' veloci del tempo invidi vanni.
Il Zanella pretende di essersi formato lo stile, traducendo dagli erotici latini; ed ha voluto comunicare al pubblico alcuni saggi di coteste sue versioni. Egli stima, essergli tornato utilissimo siffatto esercizio, abituandolo a non contentarsi della prima forma; e vuol darci quindi modestamente ad intendere, d'aver acquistate, mercè di esso, tutte le qualità, che ci vogliono per durare immortale: — «Nelle cave di pietra, che sono in Chiampo, mio luogo natale, ho veduto, che i primi strati non hanno valore; come quelli, che facilmente si sfogliano e si sgretolano. Solamente dopo il secondo o il terzo, esce la lastra magnifica, che resiste alla forza dissolvente del sole e del ghiaccio». — Veramente, a me non pare, che lo stile del Zanella valga gran cosa; ma non posso recisamente negare, che l'esercizio di tradurre gli sia tornato giovevole, perchè può benissimo darsi, che prima egli facesse peggio. Quel, che discerno chiaro, è, che i suoi volgarizzamenti sono fatti senza intelligenza poetica del testo, senza gusto alcuno. Prendo a caso qualche esempio. Ecco, mi cade sott'occhi l'Elegia III del Libro I de'Tristi[pg!251] di Publio Ovidio Nasone, voltata dal Zanella in istrofette savioliche. Gli è un metro, che spesso rende ammodo i distici latini, sebbene in questo caso non mi paia indicato, non mi sembri grave abbastanza e solenne; però, non oso biasimarne la scelta, giacchè non saprei proprio quale altro proporne in vece: la terzina, metro forse più acconcio per tradurre i distici, quando trattasi di Ovidio, riesce troppo lunga, perchè già Ovidio è un po' vuoto. Ma che dire del modo di volgarizzare?
Cum subit illius tristissima noctis imagoQuae mihi supremum tempus in urbe fuit;Cum repeto noctem, qua tot mihi cara reliqui;Labitur ex oculis nunc quoque gutta meis.
Cum subit illius tristissima noctis imagoQuae mihi supremum tempus in urbe fuit;Cum repeto noctem, qua tot mihi cara reliqui;Labitur ex oculis nunc quoque gutta meis.
Cum subit illius tristissima noctis imago
Quae mihi supremum tempus in urbe fuit;
Quae mihi supremum tempus in urbe fuit;
Cum repeto noctem, qua tot mihi cara reliqui;
Labitur ex oculis nunc quoque gutta meis.
Labitur ex oculis nunc quoque gutta meis.
Quando alla notte orribileIo col pensier ritorno,Che sotto il ciel romuleoFu l'ultimo mio giorno;Quando cotante io meditoDolcezze, che lasciai;Di subitana lagrimaMolli ancor sento i rai.
Quando alla notte orribileIo col pensier ritorno,Che sotto il ciel romuleoFu l'ultimo mio giorno;Quando cotante io meditoDolcezze, che lasciai;Di subitana lagrimaMolli ancor sento i rai.
Quando alla notte orribile
Quando alla notte orribile
Io col pensier ritorno,
Che sotto il ciel romuleo
Fu l'ultimo mio giorno;
Quando cotante io medito
Quando cotante io medito
Dolcezze, che lasciai;
Di subitana lagrima
Molli ancor sento i rai.
Una notte, ch'è l'ultimo giorno? O che scempiaggine è codesta? Ovidio ha scrittosupremum tempus, rappresentandola quasi come un'agonia fatale.Il ciel romuleonon vale quell'Urbetanto semplice e tanto eloquente. Non è mica Ovidio, che torna col pensiero alla sua partenza per l'esiglio, oh no! egli vorrebbe dimenticare, se fosse possibile, la ricordanza atroce; anzi l'immagine di quella notte si risveglia da sè nella fantasia di lui, dovunque, fatalmente; vi s'introduce quasi di soppiatto:subiit. Solo quando questa immagine si è già insignorita di lui, egli ne rianda tutti i momenti e l'abbandono di tante care cose. Questo secondo momento è del tutto pretermesso dal Zanella, che invece fa meditare le dilezioni lasciate. Iltot mihi caracomprende mille cose, che non sonodolcezze: i lari, l'esercizio [pg!252] della cittadinanza, eccetera. Sopraffatto dall'amara ricordanza, Ovidio piange. Ma non confessa di piangere il superbo. Una stilla gli discorre dagli occhi. Ed è sorpreso, che ciò accada ancora:nunc quoque, in quella età! dopo tanto tempo del fatto! Dicotanto tempo, perchè il dolore lo ha fatto sembrar lunghissimo. Egli insomma vuol quasi dimostrarsi irresponsabile del pianto: è una cosa, che accade per forza maggiore. Come ci stia a pigione ilsubitanaè evidente; anzi è una lagrima stentata; anzi una stilla: il poeta si vergogna di chiamarla col nome proprio. Che dire poi di quelrai, per occhi! Un uomo, un cavalier romano, chiama raggi i proprî occhi? e quando? appunto quando il dolore li ha abbattuti, quando non hanno più nulla di radiante!
Jam prope lux aderat, qua me discedere CaesarFinibus extremae jusserat Ausoniae.
Jam prope lux aderat, qua me discedere CaesarFinibus extremae jusserat Ausoniae.
Jam prope lux aderat, qua me discedere Caesar
Finibus extremae jusserat Ausoniae.
Finibus extremae jusserat Ausoniae.
Era il mattin già prossimo;E, per regale editto,Io dai confini ItaliciUscir dovea proscritto.
Era il mattin già prossimo;E, per regale editto,Io dai confini ItaliciUscir dovea proscritto.
Era il mattin già prossimo;
Era il mattin già prossimo;
E, per regale editto,
Io dai confini Italici
Uscir dovea proscritto.
Qui è sparita l'antitesi fra l'aderate ildiscedere; fra il reddire della luce, che lascia l'Italia ogni sera per tornare ogni mattina, e la partenza senza reddita del poeta. La luce è giunta:aderat; soprapprende e sorprende l'infelice; la luce, che tutto abbella e che deve far palese a tutti il suo partire! Confesso di non capire ilregale editto. Cesare non era Re: povera storia! Anche più bestiale è quelproscritto. Ovidio non eraproscritto. Si allontanava per un semplice comando di un uomo; non dava noja se non ad un solo nella vasta città: ed il nomina; era mandato a domicilio coatto, via, confinato permisura di polizia, per unprovvedimento economico; soggiaceva ad un arbitrio ed il fa capire senza espressamente dirlo.Uscire da' confini Italiciè frase, che non rende il [pg!253]discedere finibus extremae Ausoniae; queldiscedereci dà lo strazio del distacco; quelfinibus extremae Ausoniaeci rappresenta tutto il dolore, che cresce a mano a mano che il profugo si allontana dalla Città. Vivere relegato in un cantuccio d'Italia, andare a Pianosa od alle Tremiti, sarebbe già duro e crudele; ma Cesare vuol di più: vuole che l'infelice vada tra' barbari. Son queste minuzie, che producono lo effetto poetico.
Che dire deltorpuerant longa pectora nostra mora, reso con:....immenso Sbalordimento all'animo Moto avea tolto a senso? Che dire di questa insulsa imitazione del Manzoni:
Giacqui, percosso, attonito,Come percosso e domoUom giace dalla folgore:Tronco vital, non uomo;
Giacqui, percosso, attonito,Come percosso e domoUom giace dalla folgore:Tronco vital, non uomo;
Giacqui, percosso, attonito,
Giacqui, percosso, attonito,
Come percosso e domo
Uom giace dalla folgore:
Tronco vital, non uomo;
che dovrebbe rendere il celeberrimo distico e citatissimo:
Non aliter stupui, quam qui Iovis ignibus ictusVivit; et est vitae nescius ipse suae.
Non aliter stupui, quam qui Iovis ignibus ictusVivit; et est vitae nescius ipse suae.
Non aliter stupui, quam qui Iovis ignibus ictus
Vivit; et est vitae nescius ipse suae.
Vivit; et est vitae nescius ipse suae.
Disperato spasimo, non traduce punto l'imbre per indignas usque cadente genas.Fortuna amaraè tutt'altra cosa del fato, che diamine! Cerco invano nel testo latino l'equivalente della zeppa:lungi dal patrio Tevere. Ovidio dice più in là, che ogni angolo della casa avea lagrime; ma gli si fa la parodia scrivendo:
Non ha la casa un angolo,Che sia di pianto asciutto.
Non ha la casa un angolo,Che sia di pianto asciutto.
Non ha la casa un angolo,
Che sia di pianto asciutto.
I Lari, non sonle case; e la serie d'idee, che suscitava nel lettore latino l'allusione agli dei domestici, è uccisa dalla espressione sostituita dal Zanella. Ned Ovidio ha mai detto, che la moglie irreligiosamenteassalisse di acre rimprovero i Penati; anzi afferma, che li pregò prolissamente e indarno! Ma basta! Questo saggio è sufficiente per mostrare [pg!254] con quanta intelligenza letterale e poetica del testo e con quanto gusto traduca il Zanella. E si tratta d'Ovidio, vale a dire del più facile scrittore latino! d'uno, che sarei forse forse buono a tradurre anch'io, figuriamoci!
So, che a molti queste mie parole sul Zanella sembreranno uno scandalo. So, che s'egli avesse a morire oppure ad impazzare, diranno che ci colpo io e che la mia penna è peggio del pugnale del sicario. Dicano! Sbraitino! Poco male! Padroni! Si servano! Se dovessimo preoccuparci de' falsi giudicî d'ogni dappoco o d'ogni farabutto, che si smaschera; d'ogni manutengolo letterario o politico, che si mette alla berlina, e cui si guastan l'ova nel paniere; d'ogni asino, che diventa nimico giurato di chiunque abbatte quegl'Idoli, ch'egli si compiaceva nell'adorare, si starebbe freschi! Col dimostrare irrazionale un ossequio, spero poco di ritrarne subito il volgo, perchè conosco la pecoraggine umana e l'irragionevolezza; ma voglio lavarmi le mani dello errore de' miei coevi. Ho bandito verità, che mi stavano a cuore, lealmente. E so di poter iscrivere su qualunque cosa mia le parole stesse, che ho lette sul frontespizio d'un manoscritto d'Alchimia mostratomi dal Minieri Riccio:
QUI FRAUDEMQUAERIT ETHABET CORIMPURUMA ME RECEDAT.
QUI FRAUDEM
QUAERIT ET
HABET COR
IMPURUM
A ME RECEDAT.
[pg!255]
POSCRITTA(Agosto M.DCCC.LXXVI)— «Possibile, possibile, che a' giorni nostri non ci sia più alcuno, capace di scarabocchiar venti versi, senza commettere qualche svarione di prosodia, che farebbe perdere la pazienza a Sant'Ilarione, che farebbe andare Giobbe fuori della grazia di Dio, che farebbe salir la senapa al naso del più mite uomo del mondo?» —Così dicevo dianzi leggendo un componimento del Zanella nell'ultimo fascicolo dellaNuova Antologia, giunto a' versi:E fantasia, coi facili coloriChe l'ïeri (sic) ignorò, veste il domani.— «Ieriè un dissillabo, che diamine! e mai mai e poi mai non si scisse, non potrà scindersi queldittongamentoie, (ch'è semplice rinforzamento ogunad'uneaccentata latina), per farne un trissillabo, corpo di Bacco! come mai non s'è detto, nè mai potrà dirsipïedeinvece dipiede,mïeleinvece dimiele,fïeleinvece difiele, e via discorrendo, santo diavolo!» —E nel dire,santo diavolo!detti un gran pugno sul tavolo e rovesciai malauguratamente il calamaio; cadde sul fascicolo dell'Antologia, che non è mio. La poesia del Zanella ne rimase tutta imbrattata, ed ora non può più leggersi in quell'esemplare. Così almeno chi l'avrà fra le mani, potrà, fingersi, figurarsi, immaginarsi, che la fosse una bella cosa.Si diventa intolleranti, si diventa villani, vedendo l'ignoranza e la ciarlataneria, gonfie, onorate ed applaudite! Ecco qua, un giornale annunzia un'Ode classicaper nozze Papasogli Remaggi, stampata a [pg!256] Pisa dal Nistri, opera — «di N. F. Pelosini, il nome del quale, quando si parla di scrittori, che sanno la lingua e sanno adoperarla come va, non so perchè non venga subito alla mente di tutti gl'Italiani!» — Perchè, caro giornalista? O non ne citi tu questo endecasillabo: DilettePieridi le nuove Furie? E ti pare, che gl'Italiani possan credere, che sappia la lingua loro, chi contrae il quadrisillaboPieridiin un trisillabo, quasi significasse:le figliuole del sior Piero? Oh Zanella, oh Pelosini, se v'accingeste bravamente a rifar gli studî scarsi e sbagliati?Ma che si burla, a stampare di questa robaccia? Dirò con le parole istesse del Zanella e sarà l'ultima frase, che io mai dica o scriva intorno a costui:Orecchie tanto pazïenti il mondoOggi non ha...[pg!257]
(Agosto M.DCCC.LXXVI)
(Agosto M.DCCC.LXXVI)
— «Possibile, possibile, che a' giorni nostri non ci sia più alcuno, capace di scarabocchiar venti versi, senza commettere qualche svarione di prosodia, che farebbe perdere la pazienza a Sant'Ilarione, che farebbe andare Giobbe fuori della grazia di Dio, che farebbe salir la senapa al naso del più mite uomo del mondo?» —
Così dicevo dianzi leggendo un componimento del Zanella nell'ultimo fascicolo dellaNuova Antologia, giunto a' versi:
E fantasia, coi facili coloriChe l'ïeri (sic) ignorò, veste il domani.
E fantasia, coi facili coloriChe l'ïeri (sic) ignorò, veste il domani.
E fantasia, coi facili colori
Che l'ïeri (sic) ignorò, veste il domani.
— «Ieriè un dissillabo, che diamine! e mai mai e poi mai non si scisse, non potrà scindersi queldittongamentoie, (ch'è semplice rinforzamento ogunad'uneaccentata latina), per farne un trissillabo, corpo di Bacco! come mai non s'è detto, nè mai potrà dirsipïedeinvece dipiede,mïeleinvece dimiele,fïeleinvece difiele, e via discorrendo, santo diavolo!» —
E nel dire,santo diavolo!detti un gran pugno sul tavolo e rovesciai malauguratamente il calamaio; cadde sul fascicolo dell'Antologia, che non è mio. La poesia del Zanella ne rimase tutta imbrattata, ed ora non può più leggersi in quell'esemplare. Così almeno chi l'avrà fra le mani, potrà, fingersi, figurarsi, immaginarsi, che la fosse una bella cosa.
Si diventa intolleranti, si diventa villani, vedendo l'ignoranza e la ciarlataneria, gonfie, onorate ed applaudite! Ecco qua, un giornale annunzia un'Ode classicaper nozze Papasogli Remaggi, stampata a [pg!256] Pisa dal Nistri, opera — «di N. F. Pelosini, il nome del quale, quando si parla di scrittori, che sanno la lingua e sanno adoperarla come va, non so perchè non venga subito alla mente di tutti gl'Italiani!» — Perchè, caro giornalista? O non ne citi tu questo endecasillabo: DilettePieridi le nuove Furie? E ti pare, che gl'Italiani possan credere, che sappia la lingua loro, chi contrae il quadrisillaboPieridiin un trisillabo, quasi significasse:le figliuole del sior Piero? Oh Zanella, oh Pelosini, se v'accingeste bravamente a rifar gli studî scarsi e sbagliati?
Ma che si burla, a stampare di questa robaccia? Dirò con le parole istesse del Zanella e sarà l'ultima frase, che io mai dica o scriva intorno a costui:
Orecchie tanto pazïenti il mondoOggi non ha...
Orecchie tanto pazïenti il mondoOggi non ha...
Orecchie tanto pazïenti il mondo
Oggi non ha...
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