XII.Conchiudiamo, che n'è tempo. Ho dimostrato, come Aleardo Aleardi non senta in verità gli affetti, che pretende ritrarre; tutto il resto è conseguenza necessaria di codesta premessa. Chi non sente, difficilmente ha grandi concetti; e, se per avventura ne capita uno, non ha virtù d'incarnarlo. E chi, senza proprio concetto e sentimento delle cose, s'incaponisce a scrivere, dovrà prenderli ad accatto: o da una massa comune e casca nel rettorico; e da un altro scrittore e.... ed ha delle reminiscenze. In ambo i casi cercherà di nascondere la sua nullità esagerando, spaccando, sfoggiando meriti non poetici; e le immagini particolari ed i tropi e le figure e la lingua ed il verso dimostreranno di non essere un tutto, l'espressione di un pensiero organico, sibbene un composto artifiziale, senza significato. Ed al critico avanzerà solo da spiegare un fenomeno frequentissimo nella Storia Letteraria: come un retore possa usurpar fama di gran poeta.Nel caso nostro speciale, le cagioni del fenomeno sono due soprattutto: prima la dappocaggine, la pecoraggine della critica ordinaria; e poi, le condizioni [pg!86] politiche, le quali trasformavano le parolepatriaelibertàin parafulmini estetici per le più inette scritture. In Italia, al presente, critica non può dirsi, che ve ne sia: giudichiamo con l'utero, cerebrinamente, per ragioni subjettive e psicologiche, per simpatia ed antipatia, per ispirito di parte, per motivi personali. Si fischia un dramma, perchè il padre dell'autore era poliziotto austriaco; si leva al cielo una colascionata, perchè lo scrittore è stato in carcere a Iosephstadt, o lusinga le passioni popolari (o meglio plebee) piaggiando l'eroe di Caprera, insultando Pio IX. Aveva ragione il De Vigny nel dire. — «che i tempi di rivoluzione sono comodi e propizi alle mediocrità» — ed aveva sovranamente torto il Goethe di affermare: — «che un grande effetto presuppone sempre una gran causa; che una poesia popolare e diffusa deve aver qualità eminenti; che un dramma il quale si mantiene per venti anni ed ha le simpatie del pubblico dev'essere qualcosa in sè.» — Le opere stesse a proposito delle quali parlava così, le poesie dell'Uhland ed i drammi del Kotzebue provano il contrario. Son ormai roba morta e stramorta; e riesce malagevole il comprendere, come incontrasser tanto un tempo. Insomma, il plauso non guarentisce bontà. Pe' versi dell'Aleardi si rinnoverà quel che da Tacito impariamo esser pure avvenuto a' zibaldoni di Vejentone:Nero Vejentonis libros exuri jussit, conquisibos lectitatosque donec cum periculo parabantur; mox licentia habendi oblivionem attulit.Ora Aleardo Aleardi, destituito d'ogni valore intrinseco, è di moda a dispetto della ragione; è un andazzo, che deve finire come tutti i dirizzoni, ma del quale ho stimato utile affrettar la fine: buona cosa è lo accelerar la suppurazione degli ascessi. Non c'è maggior pena per chi si dà all'estetica del lavorare su scrittori d'ultim'ordine e senza importanza; il critico si compiace nell'esporvi perchè i grandi son grandi e non può trovar diletto a dimostrare perchè i piccoli sono piccoli; allo storico letterario giova occuparsi de' protagonisti, non delle comparse. Se non [pg!87] che, spesso bisogna sacrificare le inclinazioni all'utilità comune: l'innalzare una Reggia, un teatro, un arco trionfale è più gradevole, appaga più lo amor proprio, dello scavare una cloaca; ma, quando v'è necessità d'una cloaca, il miglior architetto non le negherà l'opera sua. Era ormai tempo di atterrare un idolo vano; ed io ho studiato e parlato coscienziosamente, senza tacer la lode dove andava amministrata. Spero d'aver convinto chiunque m'ha letto e d'aver dimostrato il mio assunto, cioè, che Aleardo Aleardi:Angosce finse e simulò letizie,Con quell'accento, che non vien dal core.Del rimanente, poichènolenti non fit beneficium, padronissimo pure chiunque di non accettare la mano, ch'io gli offro e porgo per ispastojarsi da una indecorosa ammirazione; e di perseverare nell'errore. Ma mi permetterò di paragonarlo al giudeo, del quale un amico mi raccontò la tragicomica avventura.Poveraccio! Figurarsi un dotto rabbino, esimio talmudista, oracolo delle sinagoghe, arbitro del sinedrio, non so come capitombolato in una fossa piena, colma, riboccante di....... chi m'insegna una circonlocuzione decente? insomma in una fossa simile alla bolgia secondo dell'inferno dantesco, dove stanno e si accasciano Alessio Interminei da Lucca e la Taide; in una fossa — «che con gli occhi e col naso facea zuffa.» — Francamente, non avrei voluto essere ne' panni del meschinello: confitto in quella fetida poltiglia fino al mento, con le braccia impegolate così da non potersi nemmanco schermire dagl'innumerevoli sciami di mosche e tafani, che suscitati da uno splendido sole, gli mangiavano quasi la testa. La bellezza appunto della giornata, aveva indotto Benedetto Spinosa, già combattuto dalla tisi, che doveva ucciderlo l'anno di poi, a fare una passeggiatina in campagna; il caso volle, ch'ei capitasse di lì e scorgesse quel capo, che emergeva dallo sterco. [pg!88] Subito si accinse a cavare il rabbino da quell'angoscia; ma il tentativo non gli riuscì meglio degli altri fatti per isfrancar l'uman genere dalla fogna dell'errore. Lo Spinosa, sceso sul margine della fossa, afferrandosi con la manca ad un salcio, sporse con la destra il bastoncello al talmudista confitto nel giulebbe, gridandogli, che facesse uno sforzo per agguantarlo. Ma quel giudeo non si mosse, non diè crollo: era un sabato e la sacrosanta sua religione, ch'ei ritenea per unica vera, gl'imponeva di astenersi da qualsivoglia lavoro. Serenamente, superbamente, rispose allo Spinosa:Sabbatha sancta coloEt de stercore exire nolo.Ed il filosofo, accortosi d'avere a fare con un individuo da' convincimenti robusti, dalla fede incrollabile, gli replicò non senza l'onesto dispetto di chi suo malgrado si lava le mani dell'altrui sciocchezza:Sabbatha sancta quidemRemanebis ibidem.E ripulitesi le punte delle scarpe, già contaminate alcun poco, nell'erba fresca e folta, s'avviò verso casa, ripensando all'incorregibilità dell'uman genere, che, pur di non contraddire ad un'idea ricevuta, consente a rimaner sepolto vivo nelle chiaviche.[pg!89]
XII.Conchiudiamo, che n'è tempo. Ho dimostrato, come Aleardo Aleardi non senta in verità gli affetti, che pretende ritrarre; tutto il resto è conseguenza necessaria di codesta premessa. Chi non sente, difficilmente ha grandi concetti; e, se per avventura ne capita uno, non ha virtù d'incarnarlo. E chi, senza proprio concetto e sentimento delle cose, s'incaponisce a scrivere, dovrà prenderli ad accatto: o da una massa comune e casca nel rettorico; e da un altro scrittore e.... ed ha delle reminiscenze. In ambo i casi cercherà di nascondere la sua nullità esagerando, spaccando, sfoggiando meriti non poetici; e le immagini particolari ed i tropi e le figure e la lingua ed il verso dimostreranno di non essere un tutto, l'espressione di un pensiero organico, sibbene un composto artifiziale, senza significato. Ed al critico avanzerà solo da spiegare un fenomeno frequentissimo nella Storia Letteraria: come un retore possa usurpar fama di gran poeta.Nel caso nostro speciale, le cagioni del fenomeno sono due soprattutto: prima la dappocaggine, la pecoraggine della critica ordinaria; e poi, le condizioni [pg!86] politiche, le quali trasformavano le parolepatriaelibertàin parafulmini estetici per le più inette scritture. In Italia, al presente, critica non può dirsi, che ve ne sia: giudichiamo con l'utero, cerebrinamente, per ragioni subjettive e psicologiche, per simpatia ed antipatia, per ispirito di parte, per motivi personali. Si fischia un dramma, perchè il padre dell'autore era poliziotto austriaco; si leva al cielo una colascionata, perchè lo scrittore è stato in carcere a Iosephstadt, o lusinga le passioni popolari (o meglio plebee) piaggiando l'eroe di Caprera, insultando Pio IX. Aveva ragione il De Vigny nel dire. — «che i tempi di rivoluzione sono comodi e propizi alle mediocrità» — ed aveva sovranamente torto il Goethe di affermare: — «che un grande effetto presuppone sempre una gran causa; che una poesia popolare e diffusa deve aver qualità eminenti; che un dramma il quale si mantiene per venti anni ed ha le simpatie del pubblico dev'essere qualcosa in sè.» — Le opere stesse a proposito delle quali parlava così, le poesie dell'Uhland ed i drammi del Kotzebue provano il contrario. Son ormai roba morta e stramorta; e riesce malagevole il comprendere, come incontrasser tanto un tempo. Insomma, il plauso non guarentisce bontà. Pe' versi dell'Aleardi si rinnoverà quel che da Tacito impariamo esser pure avvenuto a' zibaldoni di Vejentone:Nero Vejentonis libros exuri jussit, conquisibos lectitatosque donec cum periculo parabantur; mox licentia habendi oblivionem attulit.Ora Aleardo Aleardi, destituito d'ogni valore intrinseco, è di moda a dispetto della ragione; è un andazzo, che deve finire come tutti i dirizzoni, ma del quale ho stimato utile affrettar la fine: buona cosa è lo accelerar la suppurazione degli ascessi. Non c'è maggior pena per chi si dà all'estetica del lavorare su scrittori d'ultim'ordine e senza importanza; il critico si compiace nell'esporvi perchè i grandi son grandi e non può trovar diletto a dimostrare perchè i piccoli sono piccoli; allo storico letterario giova occuparsi de' protagonisti, non delle comparse. Se non [pg!87] che, spesso bisogna sacrificare le inclinazioni all'utilità comune: l'innalzare una Reggia, un teatro, un arco trionfale è più gradevole, appaga più lo amor proprio, dello scavare una cloaca; ma, quando v'è necessità d'una cloaca, il miglior architetto non le negherà l'opera sua. Era ormai tempo di atterrare un idolo vano; ed io ho studiato e parlato coscienziosamente, senza tacer la lode dove andava amministrata. Spero d'aver convinto chiunque m'ha letto e d'aver dimostrato il mio assunto, cioè, che Aleardo Aleardi:Angosce finse e simulò letizie,Con quell'accento, che non vien dal core.Del rimanente, poichènolenti non fit beneficium, padronissimo pure chiunque di non accettare la mano, ch'io gli offro e porgo per ispastojarsi da una indecorosa ammirazione; e di perseverare nell'errore. Ma mi permetterò di paragonarlo al giudeo, del quale un amico mi raccontò la tragicomica avventura.Poveraccio! Figurarsi un dotto rabbino, esimio talmudista, oracolo delle sinagoghe, arbitro del sinedrio, non so come capitombolato in una fossa piena, colma, riboccante di....... chi m'insegna una circonlocuzione decente? insomma in una fossa simile alla bolgia secondo dell'inferno dantesco, dove stanno e si accasciano Alessio Interminei da Lucca e la Taide; in una fossa — «che con gli occhi e col naso facea zuffa.» — Francamente, non avrei voluto essere ne' panni del meschinello: confitto in quella fetida poltiglia fino al mento, con le braccia impegolate così da non potersi nemmanco schermire dagl'innumerevoli sciami di mosche e tafani, che suscitati da uno splendido sole, gli mangiavano quasi la testa. La bellezza appunto della giornata, aveva indotto Benedetto Spinosa, già combattuto dalla tisi, che doveva ucciderlo l'anno di poi, a fare una passeggiatina in campagna; il caso volle, ch'ei capitasse di lì e scorgesse quel capo, che emergeva dallo sterco. [pg!88] Subito si accinse a cavare il rabbino da quell'angoscia; ma il tentativo non gli riuscì meglio degli altri fatti per isfrancar l'uman genere dalla fogna dell'errore. Lo Spinosa, sceso sul margine della fossa, afferrandosi con la manca ad un salcio, sporse con la destra il bastoncello al talmudista confitto nel giulebbe, gridandogli, che facesse uno sforzo per agguantarlo. Ma quel giudeo non si mosse, non diè crollo: era un sabato e la sacrosanta sua religione, ch'ei ritenea per unica vera, gl'imponeva di astenersi da qualsivoglia lavoro. Serenamente, superbamente, rispose allo Spinosa:Sabbatha sancta coloEt de stercore exire nolo.Ed il filosofo, accortosi d'avere a fare con un individuo da' convincimenti robusti, dalla fede incrollabile, gli replicò non senza l'onesto dispetto di chi suo malgrado si lava le mani dell'altrui sciocchezza:Sabbatha sancta quidemRemanebis ibidem.E ripulitesi le punte delle scarpe, già contaminate alcun poco, nell'erba fresca e folta, s'avviò verso casa, ripensando all'incorregibilità dell'uman genere, che, pur di non contraddire ad un'idea ricevuta, consente a rimaner sepolto vivo nelle chiaviche.[pg!89]
XII.Conchiudiamo, che n'è tempo. Ho dimostrato, come Aleardo Aleardi non senta in verità gli affetti, che pretende ritrarre; tutto il resto è conseguenza necessaria di codesta premessa. Chi non sente, difficilmente ha grandi concetti; e, se per avventura ne capita uno, non ha virtù d'incarnarlo. E chi, senza proprio concetto e sentimento delle cose, s'incaponisce a scrivere, dovrà prenderli ad accatto: o da una massa comune e casca nel rettorico; e da un altro scrittore e.... ed ha delle reminiscenze. In ambo i casi cercherà di nascondere la sua nullità esagerando, spaccando, sfoggiando meriti non poetici; e le immagini particolari ed i tropi e le figure e la lingua ed il verso dimostreranno di non essere un tutto, l'espressione di un pensiero organico, sibbene un composto artifiziale, senza significato. Ed al critico avanzerà solo da spiegare un fenomeno frequentissimo nella Storia Letteraria: come un retore possa usurpar fama di gran poeta.Nel caso nostro speciale, le cagioni del fenomeno sono due soprattutto: prima la dappocaggine, la pecoraggine della critica ordinaria; e poi, le condizioni [pg!86] politiche, le quali trasformavano le parolepatriaelibertàin parafulmini estetici per le più inette scritture. In Italia, al presente, critica non può dirsi, che ve ne sia: giudichiamo con l'utero, cerebrinamente, per ragioni subjettive e psicologiche, per simpatia ed antipatia, per ispirito di parte, per motivi personali. Si fischia un dramma, perchè il padre dell'autore era poliziotto austriaco; si leva al cielo una colascionata, perchè lo scrittore è stato in carcere a Iosephstadt, o lusinga le passioni popolari (o meglio plebee) piaggiando l'eroe di Caprera, insultando Pio IX. Aveva ragione il De Vigny nel dire. — «che i tempi di rivoluzione sono comodi e propizi alle mediocrità» — ed aveva sovranamente torto il Goethe di affermare: — «che un grande effetto presuppone sempre una gran causa; che una poesia popolare e diffusa deve aver qualità eminenti; che un dramma il quale si mantiene per venti anni ed ha le simpatie del pubblico dev'essere qualcosa in sè.» — Le opere stesse a proposito delle quali parlava così, le poesie dell'Uhland ed i drammi del Kotzebue provano il contrario. Son ormai roba morta e stramorta; e riesce malagevole il comprendere, come incontrasser tanto un tempo. Insomma, il plauso non guarentisce bontà. Pe' versi dell'Aleardi si rinnoverà quel che da Tacito impariamo esser pure avvenuto a' zibaldoni di Vejentone:Nero Vejentonis libros exuri jussit, conquisibos lectitatosque donec cum periculo parabantur; mox licentia habendi oblivionem attulit.Ora Aleardo Aleardi, destituito d'ogni valore intrinseco, è di moda a dispetto della ragione; è un andazzo, che deve finire come tutti i dirizzoni, ma del quale ho stimato utile affrettar la fine: buona cosa è lo accelerar la suppurazione degli ascessi. Non c'è maggior pena per chi si dà all'estetica del lavorare su scrittori d'ultim'ordine e senza importanza; il critico si compiace nell'esporvi perchè i grandi son grandi e non può trovar diletto a dimostrare perchè i piccoli sono piccoli; allo storico letterario giova occuparsi de' protagonisti, non delle comparse. Se non [pg!87] che, spesso bisogna sacrificare le inclinazioni all'utilità comune: l'innalzare una Reggia, un teatro, un arco trionfale è più gradevole, appaga più lo amor proprio, dello scavare una cloaca; ma, quando v'è necessità d'una cloaca, il miglior architetto non le negherà l'opera sua. Era ormai tempo di atterrare un idolo vano; ed io ho studiato e parlato coscienziosamente, senza tacer la lode dove andava amministrata. Spero d'aver convinto chiunque m'ha letto e d'aver dimostrato il mio assunto, cioè, che Aleardo Aleardi:Angosce finse e simulò letizie,Con quell'accento, che non vien dal core.Del rimanente, poichènolenti non fit beneficium, padronissimo pure chiunque di non accettare la mano, ch'io gli offro e porgo per ispastojarsi da una indecorosa ammirazione; e di perseverare nell'errore. Ma mi permetterò di paragonarlo al giudeo, del quale un amico mi raccontò la tragicomica avventura.Poveraccio! Figurarsi un dotto rabbino, esimio talmudista, oracolo delle sinagoghe, arbitro del sinedrio, non so come capitombolato in una fossa piena, colma, riboccante di....... chi m'insegna una circonlocuzione decente? insomma in una fossa simile alla bolgia secondo dell'inferno dantesco, dove stanno e si accasciano Alessio Interminei da Lucca e la Taide; in una fossa — «che con gli occhi e col naso facea zuffa.» — Francamente, non avrei voluto essere ne' panni del meschinello: confitto in quella fetida poltiglia fino al mento, con le braccia impegolate così da non potersi nemmanco schermire dagl'innumerevoli sciami di mosche e tafani, che suscitati da uno splendido sole, gli mangiavano quasi la testa. La bellezza appunto della giornata, aveva indotto Benedetto Spinosa, già combattuto dalla tisi, che doveva ucciderlo l'anno di poi, a fare una passeggiatina in campagna; il caso volle, ch'ei capitasse di lì e scorgesse quel capo, che emergeva dallo sterco. [pg!88] Subito si accinse a cavare il rabbino da quell'angoscia; ma il tentativo non gli riuscì meglio degli altri fatti per isfrancar l'uman genere dalla fogna dell'errore. Lo Spinosa, sceso sul margine della fossa, afferrandosi con la manca ad un salcio, sporse con la destra il bastoncello al talmudista confitto nel giulebbe, gridandogli, che facesse uno sforzo per agguantarlo. Ma quel giudeo non si mosse, non diè crollo: era un sabato e la sacrosanta sua religione, ch'ei ritenea per unica vera, gl'imponeva di astenersi da qualsivoglia lavoro. Serenamente, superbamente, rispose allo Spinosa:Sabbatha sancta coloEt de stercore exire nolo.Ed il filosofo, accortosi d'avere a fare con un individuo da' convincimenti robusti, dalla fede incrollabile, gli replicò non senza l'onesto dispetto di chi suo malgrado si lava le mani dell'altrui sciocchezza:Sabbatha sancta quidemRemanebis ibidem.E ripulitesi le punte delle scarpe, già contaminate alcun poco, nell'erba fresca e folta, s'avviò verso casa, ripensando all'incorregibilità dell'uman genere, che, pur di non contraddire ad un'idea ricevuta, consente a rimaner sepolto vivo nelle chiaviche.[pg!89]
Conchiudiamo, che n'è tempo. Ho dimostrato, come Aleardo Aleardi non senta in verità gli affetti, che pretende ritrarre; tutto il resto è conseguenza necessaria di codesta premessa. Chi non sente, difficilmente ha grandi concetti; e, se per avventura ne capita uno, non ha virtù d'incarnarlo. E chi, senza proprio concetto e sentimento delle cose, s'incaponisce a scrivere, dovrà prenderli ad accatto: o da una massa comune e casca nel rettorico; e da un altro scrittore e.... ed ha delle reminiscenze. In ambo i casi cercherà di nascondere la sua nullità esagerando, spaccando, sfoggiando meriti non poetici; e le immagini particolari ed i tropi e le figure e la lingua ed il verso dimostreranno di non essere un tutto, l'espressione di un pensiero organico, sibbene un composto artifiziale, senza significato. Ed al critico avanzerà solo da spiegare un fenomeno frequentissimo nella Storia Letteraria: come un retore possa usurpar fama di gran poeta.
Nel caso nostro speciale, le cagioni del fenomeno sono due soprattutto: prima la dappocaggine, la pecoraggine della critica ordinaria; e poi, le condizioni [pg!86] politiche, le quali trasformavano le parolepatriaelibertàin parafulmini estetici per le più inette scritture. In Italia, al presente, critica non può dirsi, che ve ne sia: giudichiamo con l'utero, cerebrinamente, per ragioni subjettive e psicologiche, per simpatia ed antipatia, per ispirito di parte, per motivi personali. Si fischia un dramma, perchè il padre dell'autore era poliziotto austriaco; si leva al cielo una colascionata, perchè lo scrittore è stato in carcere a Iosephstadt, o lusinga le passioni popolari (o meglio plebee) piaggiando l'eroe di Caprera, insultando Pio IX. Aveva ragione il De Vigny nel dire. — «che i tempi di rivoluzione sono comodi e propizi alle mediocrità» — ed aveva sovranamente torto il Goethe di affermare: — «che un grande effetto presuppone sempre una gran causa; che una poesia popolare e diffusa deve aver qualità eminenti; che un dramma il quale si mantiene per venti anni ed ha le simpatie del pubblico dev'essere qualcosa in sè.» — Le opere stesse a proposito delle quali parlava così, le poesie dell'Uhland ed i drammi del Kotzebue provano il contrario. Son ormai roba morta e stramorta; e riesce malagevole il comprendere, come incontrasser tanto un tempo. Insomma, il plauso non guarentisce bontà. Pe' versi dell'Aleardi si rinnoverà quel che da Tacito impariamo esser pure avvenuto a' zibaldoni di Vejentone:Nero Vejentonis libros exuri jussit, conquisibos lectitatosque donec cum periculo parabantur; mox licentia habendi oblivionem attulit.Ora Aleardo Aleardi, destituito d'ogni valore intrinseco, è di moda a dispetto della ragione; è un andazzo, che deve finire come tutti i dirizzoni, ma del quale ho stimato utile affrettar la fine: buona cosa è lo accelerar la suppurazione degli ascessi. Non c'è maggior pena per chi si dà all'estetica del lavorare su scrittori d'ultim'ordine e senza importanza; il critico si compiace nell'esporvi perchè i grandi son grandi e non può trovar diletto a dimostrare perchè i piccoli sono piccoli; allo storico letterario giova occuparsi de' protagonisti, non delle comparse. Se non [pg!87] che, spesso bisogna sacrificare le inclinazioni all'utilità comune: l'innalzare una Reggia, un teatro, un arco trionfale è più gradevole, appaga più lo amor proprio, dello scavare una cloaca; ma, quando v'è necessità d'una cloaca, il miglior architetto non le negherà l'opera sua. Era ormai tempo di atterrare un idolo vano; ed io ho studiato e parlato coscienziosamente, senza tacer la lode dove andava amministrata. Spero d'aver convinto chiunque m'ha letto e d'aver dimostrato il mio assunto, cioè, che Aleardo Aleardi:
Angosce finse e simulò letizie,Con quell'accento, che non vien dal core.
Angosce finse e simulò letizie,Con quell'accento, che non vien dal core.
Angosce finse e simulò letizie,
Con quell'accento, che non vien dal core.
Del rimanente, poichènolenti non fit beneficium, padronissimo pure chiunque di non accettare la mano, ch'io gli offro e porgo per ispastojarsi da una indecorosa ammirazione; e di perseverare nell'errore. Ma mi permetterò di paragonarlo al giudeo, del quale un amico mi raccontò la tragicomica avventura.
Poveraccio! Figurarsi un dotto rabbino, esimio talmudista, oracolo delle sinagoghe, arbitro del sinedrio, non so come capitombolato in una fossa piena, colma, riboccante di....... chi m'insegna una circonlocuzione decente? insomma in una fossa simile alla bolgia secondo dell'inferno dantesco, dove stanno e si accasciano Alessio Interminei da Lucca e la Taide; in una fossa — «che con gli occhi e col naso facea zuffa.» — Francamente, non avrei voluto essere ne' panni del meschinello: confitto in quella fetida poltiglia fino al mento, con le braccia impegolate così da non potersi nemmanco schermire dagl'innumerevoli sciami di mosche e tafani, che suscitati da uno splendido sole, gli mangiavano quasi la testa. La bellezza appunto della giornata, aveva indotto Benedetto Spinosa, già combattuto dalla tisi, che doveva ucciderlo l'anno di poi, a fare una passeggiatina in campagna; il caso volle, ch'ei capitasse di lì e scorgesse quel capo, che emergeva dallo sterco. [pg!88] Subito si accinse a cavare il rabbino da quell'angoscia; ma il tentativo non gli riuscì meglio degli altri fatti per isfrancar l'uman genere dalla fogna dell'errore. Lo Spinosa, sceso sul margine della fossa, afferrandosi con la manca ad un salcio, sporse con la destra il bastoncello al talmudista confitto nel giulebbe, gridandogli, che facesse uno sforzo per agguantarlo. Ma quel giudeo non si mosse, non diè crollo: era un sabato e la sacrosanta sua religione, ch'ei ritenea per unica vera, gl'imponeva di astenersi da qualsivoglia lavoro. Serenamente, superbamente, rispose allo Spinosa:
Sabbatha sancta coloEt de stercore exire nolo.
Sabbatha sancta coloEt de stercore exire nolo.
Sabbatha sancta colo
Et de stercore exire nolo.
Ed il filosofo, accortosi d'avere a fare con un individuo da' convincimenti robusti, dalla fede incrollabile, gli replicò non senza l'onesto dispetto di chi suo malgrado si lava le mani dell'altrui sciocchezza:
Sabbatha sancta quidemRemanebis ibidem.
Sabbatha sancta quidemRemanebis ibidem.
Sabbatha sancta quidem
Remanebis ibidem.
E ripulitesi le punte delle scarpe, già contaminate alcun poco, nell'erba fresca e folta, s'avviò verso casa, ripensando all'incorregibilità dell'uman genere, che, pur di non contraddire ad un'idea ricevuta, consente a rimaner sepolto vivo nelle chiaviche.
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