XVI. —Incertezze.

XVI. —Incertezze.Le menti grandi si limitano, le limitate si gonfiano; machi troppo abbraccia nulla stringe. Il Goethe, come non ha saputo scegliere fra leggenda, epopea e novella, (anzi, volendo conservarle tutte, ha soffocate le tre teste di questa tragedia-cerbero, a mo' di chi per voler far allevar tutti i micini alla su' povera gatta li facesse morir di fameen bloc;) così pure non gli diè il cuore di sacrificare un solo di mille concetti, che poteva incarnare nel suo lavoro. Ognuno è stato ammesso ad inspirare un verso, una parlata, una scena, un avvenimento, secondo che una impressione od un affetto qualunque il suscitava; quindi appicco agli scoliasti per vederci quanto loro aggrada e ragion per noi di dire:dov'è tutto, non è nulla.Malgrado l'affezione, con cui il Goethe ha lavorato e rilavorato per anni ed anni i frammenti delFausto, aggiungendone sempre di nuovi, non sembra prender tanto sul serio il lavoro, che non gli venga arcispesso il ghiribizzo di contemplarlo ironicamente, di satireggiarlo e parodiarlo. Ora, non c'è che ridire sul suo pieno, pienissimo diritto, di foggiare, come più gli andasse a sangue, il mito popolare; di ritrattarlo a suo piacimento; d'imporgli insomma lo stampo, che meglio a lui gradisse. Al poeta non è ristretta in modo alcuno la facoltà di concepire a suo beneplacito. Ma sapete perchè? Perchè non è nel suo arbitrio il far nulla d'arbitrario, anzi, se egli è poeta, non può concepire senza conformarsi alle necessità psicologiche e storiche. Assoluta libertà significa assoluta servitù, giacchè vuol dire essere soggetto, soggiacere piena ed esclusivamente alle determinazioni [pg!194] intrinseche, ciò sono le più necessarie e fatali. Ora, messer Goethe avea piena facoltà di scegliere fra ciò, che chiamerei il metodo umido, e ciò, che potrebbe dirsi il metodo secco della letteratura, fra 'l pianto ed il riso, fra 'l tragico e l'umoristico; nulla ostava a che trattasse quell'argomento, che riassume in sè tutti i miti stregoneschi, come appunto Michele di Cervantes-Saavedra ed assai meglio e prima Ludovico Ariosto, avevano bistrattato il ciclo cavalleresco; o farne la caricatura esterna o svolgerne l'interna ironia. Poteva anche prenderlo sul serio (perchè no, gua'? c'è gente, che prende sul serio roba anche più bislacca!) e rinsanguinare la forma vuota oramai, riversandovi un concetto nuovo. Ma quel, che non potea far lui, che nessun poeta al mondo potrebbe mai fare, implicando inconcettosità,id estmancanza d'un concetto definito, (ch'è in poesia quel medesimo, che la sprincipiatezza sarebbe in morale); quel che non era in poter del Goethe di fare, gli era appunto quel, ch'egli ha preteso fare: l'oscillare fral sublime ed il comico, fral tragico e l'umoristico, fra lo spiritoso e l'appassionato, fral buffonesco ed il dignitoso; e pretendere, che il lettore s'immedesimi talmente, non con l'andamento dell'opera, anzi con la capestreria dello scrittore, da seguirlo compiacentemente in tutte le disposizioni d'animo, in cui gli piace ingolfarsi per sue ragioni subjettive, che non c'entrano con le necessità e le determinazioni dello scritto. Ora, in Arte, il capriccio è inammessibile; ed ecco forse perchè le donne non sanno concludervi mai null'altro se non che fiaschi, per quanto la generosità virile le degni talora di plauso. Adottato un modo di vedere per un lavoro qualunque, il modo di trattare ne deriva con ferrea necessità: l'umore stesso, l'umore, scherzo supremo e sovrano con ogni objetto, sbrigliato è soltanto in apparenza; in fatto, ha norme invalicabili, nè può mai sconfinare da quel conflitto interno, da quella contraddizione sentita fra la forma tiranna e l'idea rubella, che ne costituiscono il fondo. [pg!195] (Sconfinare da un conflitto! Che frase! Non diròIntendami chi può che m'intend'io; perchè so, che il lettore m'ha capito. Nè d'altro ho cura).Ma che? seil prologo celestedelFaustomi fa supporre un'opera ironica, volto poi la facciata ed incontro l'arcisublime (almanco nell'intenzione) monologo del protagonista. A quale impressione dovrò confidarmi? a nessuna delle due: aspetterò, che una altra scena m'illumini sul carattere del lavoro. Ed avrò un bell'aspettare, si!Sperando meglio, si divien veglio, dice l'adagio toscano. Durante l'intero dramma, osserviamo un parallelismo incessante del sublime col comico: stanno lì eretti, l'uno a fronte dell'altro, l'uno accanto all'altro, ignorandosi e distruggendosi a vicenda, nello stess'atto, nella stessa scena, spesso nella parlata medesima, nel periodo medesimo, e presso ch'io non dissi nel vocabolo medesimo: non c'è mediazione fra' due termini, non c'è soluzione del contrasto crudissimo. L'onesto lettore non sa dove sbatter col capo, vedendo le scene dileggiar le scene, le parlate caricatureggiar le parlate, ed i personaggi fare perpetuamente le fiche ai personaggi; e rimane sbalordito, infraddue, senza sapere, se abbia da sciogliersi in lacrime o da smammarsi di risa.Mi rammento una serata, che io trascorsi non ha guari in campagna. Avevo pranzato non malaccio, e tutte le mie facoltà fisiche ed intellettuali erano assorbite dalle funzioni digestive. Mi trovava in uno di que' momenti d'apatia somma, ne' quali proprio l'uomo è materia inerte, non ha più sentimenti, non ha più pensieri suoi; in cui la mente sonnecchia, e le fibre si lasciano animalescamente andare. Dice il proverbio:uomo solitario o bestia o angelo...(Nota, lettore, che l'angelo e la bestia hanno di comune la loro inferiorità estetica rispetto all'uomo; anzi l'angelo, poeticamente, artisticamente, è al di sotto assai della bestia; perchè questa possiede l'istinto almeno e l'individualità; mentre il signor angelo è pura neutralità, acqua fresca mera, carta bianca e [pg!196] non ha personalità). Dunque, ripeto, o bestia od angelo, ch'io mi fossi in quel punto, appartato dagli amici, percoreva su e giù al bujo una filza di stanze. In fondo, v'era una finestra, che affacciava sur un piazzale; e di lì sentivo risa lietissime ed il tintinnio d'un cembalo ed il tripudio d'una tarantella prolungata. Dirimpetto, si usciva sur una loggia; e di lì potevo ascoltar le grida disperate, che venivano da una casupola poco discosta, d'una madre, che frai singhiozzi ed il pianto, malgrado le vane ciance delle vicine, sclamava ogni tratto: — «Povera Carmela mia! povera Carmela!» — Se avessi sentito solo le risa od il pianto, l'impressione mi avrebbe trascinato ad un corso di pensieri o mestissimi o giulivi; ma così giungevano semplicemente a neutralizzarsi nell'animo ed a lasciarlo immerso nell'apatia poltrona digestivaut supra.Appunto così rimane il lettore delFausto; manca il tono generale, difetta il sentimento dominante. Non c'è scampo, mi bisogna ripeterlo tautologicamente su tutti i toni, a rischio di diventare importuno. Povero lettor mio, scusami; io mi raccomando all'indulgenza tua con le parole, che Piero, nelConvitato di pietradel Molière, dice alla sua Carlottina in francese contadinesco:Je te dis toujou la même chose, par ce que c'est toujou la même chose; et si ce n'était pas toujou la même chose, je ne te dirais pas toujou la même chose.Subito dopo che Fausto ha evocato il demonio, ecco Mefistofele, evocando il Re de' ratti, far la parodia della propria precedente incantazione. Nella scena del giardino, le conversazioni buffonesche di Mefistofele e della Marta, tramezzando i ragionari amorosamente idillici del protagonista, e della Margherita, li rendono burleschi: il poeta, intendendo augumentar l'effetto colla contrapposizione, non si avvide, che, ravvicinato il sentimentalismo dell'una coppia alla comica brutalità dell'altra, il momento più forte ed intenso dovea necessariamente distruggere ed assorbire il più fiacco. Il riso è un acido [pg!197] corrosivo, che non lascia intatto nulla, che tutto intacca: la negazione è da più della semplice affermazione. Così pure il Wagner ecclissa ed annulla Fausto. Così la scena dell'abbindolamento dello studente è il punto culminante della metà leggendaria della prima parte. Così, per finirla, Fausto e Mefistofele sono solo due semicaratteri, di qua tutto il sublime, di là tutto il comico, che si trovano composti e combinati normalmente nella stessa persona bella o poetica, ma che qui stanno disgiunti in due personaggi, rimasi imperfetti, invece di fondersi a monade in personalità viva ed intera.

XVI. —Incertezze.Le menti grandi si limitano, le limitate si gonfiano; machi troppo abbraccia nulla stringe. Il Goethe, come non ha saputo scegliere fra leggenda, epopea e novella, (anzi, volendo conservarle tutte, ha soffocate le tre teste di questa tragedia-cerbero, a mo' di chi per voler far allevar tutti i micini alla su' povera gatta li facesse morir di fameen bloc;) così pure non gli diè il cuore di sacrificare un solo di mille concetti, che poteva incarnare nel suo lavoro. Ognuno è stato ammesso ad inspirare un verso, una parlata, una scena, un avvenimento, secondo che una impressione od un affetto qualunque il suscitava; quindi appicco agli scoliasti per vederci quanto loro aggrada e ragion per noi di dire:dov'è tutto, non è nulla.Malgrado l'affezione, con cui il Goethe ha lavorato e rilavorato per anni ed anni i frammenti delFausto, aggiungendone sempre di nuovi, non sembra prender tanto sul serio il lavoro, che non gli venga arcispesso il ghiribizzo di contemplarlo ironicamente, di satireggiarlo e parodiarlo. Ora, non c'è che ridire sul suo pieno, pienissimo diritto, di foggiare, come più gli andasse a sangue, il mito popolare; di ritrattarlo a suo piacimento; d'imporgli insomma lo stampo, che meglio a lui gradisse. Al poeta non è ristretta in modo alcuno la facoltà di concepire a suo beneplacito. Ma sapete perchè? Perchè non è nel suo arbitrio il far nulla d'arbitrario, anzi, se egli è poeta, non può concepire senza conformarsi alle necessità psicologiche e storiche. Assoluta libertà significa assoluta servitù, giacchè vuol dire essere soggetto, soggiacere piena ed esclusivamente alle determinazioni [pg!194] intrinseche, ciò sono le più necessarie e fatali. Ora, messer Goethe avea piena facoltà di scegliere fra ciò, che chiamerei il metodo umido, e ciò, che potrebbe dirsi il metodo secco della letteratura, fra 'l pianto ed il riso, fra 'l tragico e l'umoristico; nulla ostava a che trattasse quell'argomento, che riassume in sè tutti i miti stregoneschi, come appunto Michele di Cervantes-Saavedra ed assai meglio e prima Ludovico Ariosto, avevano bistrattato il ciclo cavalleresco; o farne la caricatura esterna o svolgerne l'interna ironia. Poteva anche prenderlo sul serio (perchè no, gua'? c'è gente, che prende sul serio roba anche più bislacca!) e rinsanguinare la forma vuota oramai, riversandovi un concetto nuovo. Ma quel, che non potea far lui, che nessun poeta al mondo potrebbe mai fare, implicando inconcettosità,id estmancanza d'un concetto definito, (ch'è in poesia quel medesimo, che la sprincipiatezza sarebbe in morale); quel che non era in poter del Goethe di fare, gli era appunto quel, ch'egli ha preteso fare: l'oscillare fral sublime ed il comico, fral tragico e l'umoristico, fra lo spiritoso e l'appassionato, fral buffonesco ed il dignitoso; e pretendere, che il lettore s'immedesimi talmente, non con l'andamento dell'opera, anzi con la capestreria dello scrittore, da seguirlo compiacentemente in tutte le disposizioni d'animo, in cui gli piace ingolfarsi per sue ragioni subjettive, che non c'entrano con le necessità e le determinazioni dello scritto. Ora, in Arte, il capriccio è inammessibile; ed ecco forse perchè le donne non sanno concludervi mai null'altro se non che fiaschi, per quanto la generosità virile le degni talora di plauso. Adottato un modo di vedere per un lavoro qualunque, il modo di trattare ne deriva con ferrea necessità: l'umore stesso, l'umore, scherzo supremo e sovrano con ogni objetto, sbrigliato è soltanto in apparenza; in fatto, ha norme invalicabili, nè può mai sconfinare da quel conflitto interno, da quella contraddizione sentita fra la forma tiranna e l'idea rubella, che ne costituiscono il fondo. [pg!195] (Sconfinare da un conflitto! Che frase! Non diròIntendami chi può che m'intend'io; perchè so, che il lettore m'ha capito. Nè d'altro ho cura).Ma che? seil prologo celestedelFaustomi fa supporre un'opera ironica, volto poi la facciata ed incontro l'arcisublime (almanco nell'intenzione) monologo del protagonista. A quale impressione dovrò confidarmi? a nessuna delle due: aspetterò, che una altra scena m'illumini sul carattere del lavoro. Ed avrò un bell'aspettare, si!Sperando meglio, si divien veglio, dice l'adagio toscano. Durante l'intero dramma, osserviamo un parallelismo incessante del sublime col comico: stanno lì eretti, l'uno a fronte dell'altro, l'uno accanto all'altro, ignorandosi e distruggendosi a vicenda, nello stess'atto, nella stessa scena, spesso nella parlata medesima, nel periodo medesimo, e presso ch'io non dissi nel vocabolo medesimo: non c'è mediazione fra' due termini, non c'è soluzione del contrasto crudissimo. L'onesto lettore non sa dove sbatter col capo, vedendo le scene dileggiar le scene, le parlate caricatureggiar le parlate, ed i personaggi fare perpetuamente le fiche ai personaggi; e rimane sbalordito, infraddue, senza sapere, se abbia da sciogliersi in lacrime o da smammarsi di risa.Mi rammento una serata, che io trascorsi non ha guari in campagna. Avevo pranzato non malaccio, e tutte le mie facoltà fisiche ed intellettuali erano assorbite dalle funzioni digestive. Mi trovava in uno di que' momenti d'apatia somma, ne' quali proprio l'uomo è materia inerte, non ha più sentimenti, non ha più pensieri suoi; in cui la mente sonnecchia, e le fibre si lasciano animalescamente andare. Dice il proverbio:uomo solitario o bestia o angelo...(Nota, lettore, che l'angelo e la bestia hanno di comune la loro inferiorità estetica rispetto all'uomo; anzi l'angelo, poeticamente, artisticamente, è al di sotto assai della bestia; perchè questa possiede l'istinto almeno e l'individualità; mentre il signor angelo è pura neutralità, acqua fresca mera, carta bianca e [pg!196] non ha personalità). Dunque, ripeto, o bestia od angelo, ch'io mi fossi in quel punto, appartato dagli amici, percoreva su e giù al bujo una filza di stanze. In fondo, v'era una finestra, che affacciava sur un piazzale; e di lì sentivo risa lietissime ed il tintinnio d'un cembalo ed il tripudio d'una tarantella prolungata. Dirimpetto, si usciva sur una loggia; e di lì potevo ascoltar le grida disperate, che venivano da una casupola poco discosta, d'una madre, che frai singhiozzi ed il pianto, malgrado le vane ciance delle vicine, sclamava ogni tratto: — «Povera Carmela mia! povera Carmela!» — Se avessi sentito solo le risa od il pianto, l'impressione mi avrebbe trascinato ad un corso di pensieri o mestissimi o giulivi; ma così giungevano semplicemente a neutralizzarsi nell'animo ed a lasciarlo immerso nell'apatia poltrona digestivaut supra.Appunto così rimane il lettore delFausto; manca il tono generale, difetta il sentimento dominante. Non c'è scampo, mi bisogna ripeterlo tautologicamente su tutti i toni, a rischio di diventare importuno. Povero lettor mio, scusami; io mi raccomando all'indulgenza tua con le parole, che Piero, nelConvitato di pietradel Molière, dice alla sua Carlottina in francese contadinesco:Je te dis toujou la même chose, par ce que c'est toujou la même chose; et si ce n'était pas toujou la même chose, je ne te dirais pas toujou la même chose.Subito dopo che Fausto ha evocato il demonio, ecco Mefistofele, evocando il Re de' ratti, far la parodia della propria precedente incantazione. Nella scena del giardino, le conversazioni buffonesche di Mefistofele e della Marta, tramezzando i ragionari amorosamente idillici del protagonista, e della Margherita, li rendono burleschi: il poeta, intendendo augumentar l'effetto colla contrapposizione, non si avvide, che, ravvicinato il sentimentalismo dell'una coppia alla comica brutalità dell'altra, il momento più forte ed intenso dovea necessariamente distruggere ed assorbire il più fiacco. Il riso è un acido [pg!197] corrosivo, che non lascia intatto nulla, che tutto intacca: la negazione è da più della semplice affermazione. Così pure il Wagner ecclissa ed annulla Fausto. Così la scena dell'abbindolamento dello studente è il punto culminante della metà leggendaria della prima parte. Così, per finirla, Fausto e Mefistofele sono solo due semicaratteri, di qua tutto il sublime, di là tutto il comico, che si trovano composti e combinati normalmente nella stessa persona bella o poetica, ma che qui stanno disgiunti in due personaggi, rimasi imperfetti, invece di fondersi a monade in personalità viva ed intera.

XVI. —Incertezze.Le menti grandi si limitano, le limitate si gonfiano; machi troppo abbraccia nulla stringe. Il Goethe, come non ha saputo scegliere fra leggenda, epopea e novella, (anzi, volendo conservarle tutte, ha soffocate le tre teste di questa tragedia-cerbero, a mo' di chi per voler far allevar tutti i micini alla su' povera gatta li facesse morir di fameen bloc;) così pure non gli diè il cuore di sacrificare un solo di mille concetti, che poteva incarnare nel suo lavoro. Ognuno è stato ammesso ad inspirare un verso, una parlata, una scena, un avvenimento, secondo che una impressione od un affetto qualunque il suscitava; quindi appicco agli scoliasti per vederci quanto loro aggrada e ragion per noi di dire:dov'è tutto, non è nulla.Malgrado l'affezione, con cui il Goethe ha lavorato e rilavorato per anni ed anni i frammenti delFausto, aggiungendone sempre di nuovi, non sembra prender tanto sul serio il lavoro, che non gli venga arcispesso il ghiribizzo di contemplarlo ironicamente, di satireggiarlo e parodiarlo. Ora, non c'è che ridire sul suo pieno, pienissimo diritto, di foggiare, come più gli andasse a sangue, il mito popolare; di ritrattarlo a suo piacimento; d'imporgli insomma lo stampo, che meglio a lui gradisse. Al poeta non è ristretta in modo alcuno la facoltà di concepire a suo beneplacito. Ma sapete perchè? Perchè non è nel suo arbitrio il far nulla d'arbitrario, anzi, se egli è poeta, non può concepire senza conformarsi alle necessità psicologiche e storiche. Assoluta libertà significa assoluta servitù, giacchè vuol dire essere soggetto, soggiacere piena ed esclusivamente alle determinazioni [pg!194] intrinseche, ciò sono le più necessarie e fatali. Ora, messer Goethe avea piena facoltà di scegliere fra ciò, che chiamerei il metodo umido, e ciò, che potrebbe dirsi il metodo secco della letteratura, fra 'l pianto ed il riso, fra 'l tragico e l'umoristico; nulla ostava a che trattasse quell'argomento, che riassume in sè tutti i miti stregoneschi, come appunto Michele di Cervantes-Saavedra ed assai meglio e prima Ludovico Ariosto, avevano bistrattato il ciclo cavalleresco; o farne la caricatura esterna o svolgerne l'interna ironia. Poteva anche prenderlo sul serio (perchè no, gua'? c'è gente, che prende sul serio roba anche più bislacca!) e rinsanguinare la forma vuota oramai, riversandovi un concetto nuovo. Ma quel, che non potea far lui, che nessun poeta al mondo potrebbe mai fare, implicando inconcettosità,id estmancanza d'un concetto definito, (ch'è in poesia quel medesimo, che la sprincipiatezza sarebbe in morale); quel che non era in poter del Goethe di fare, gli era appunto quel, ch'egli ha preteso fare: l'oscillare fral sublime ed il comico, fral tragico e l'umoristico, fra lo spiritoso e l'appassionato, fral buffonesco ed il dignitoso; e pretendere, che il lettore s'immedesimi talmente, non con l'andamento dell'opera, anzi con la capestreria dello scrittore, da seguirlo compiacentemente in tutte le disposizioni d'animo, in cui gli piace ingolfarsi per sue ragioni subjettive, che non c'entrano con le necessità e le determinazioni dello scritto. Ora, in Arte, il capriccio è inammessibile; ed ecco forse perchè le donne non sanno concludervi mai null'altro se non che fiaschi, per quanto la generosità virile le degni talora di plauso. Adottato un modo di vedere per un lavoro qualunque, il modo di trattare ne deriva con ferrea necessità: l'umore stesso, l'umore, scherzo supremo e sovrano con ogni objetto, sbrigliato è soltanto in apparenza; in fatto, ha norme invalicabili, nè può mai sconfinare da quel conflitto interno, da quella contraddizione sentita fra la forma tiranna e l'idea rubella, che ne costituiscono il fondo. [pg!195] (Sconfinare da un conflitto! Che frase! Non diròIntendami chi può che m'intend'io; perchè so, che il lettore m'ha capito. Nè d'altro ho cura).Ma che? seil prologo celestedelFaustomi fa supporre un'opera ironica, volto poi la facciata ed incontro l'arcisublime (almanco nell'intenzione) monologo del protagonista. A quale impressione dovrò confidarmi? a nessuna delle due: aspetterò, che una altra scena m'illumini sul carattere del lavoro. Ed avrò un bell'aspettare, si!Sperando meglio, si divien veglio, dice l'adagio toscano. Durante l'intero dramma, osserviamo un parallelismo incessante del sublime col comico: stanno lì eretti, l'uno a fronte dell'altro, l'uno accanto all'altro, ignorandosi e distruggendosi a vicenda, nello stess'atto, nella stessa scena, spesso nella parlata medesima, nel periodo medesimo, e presso ch'io non dissi nel vocabolo medesimo: non c'è mediazione fra' due termini, non c'è soluzione del contrasto crudissimo. L'onesto lettore non sa dove sbatter col capo, vedendo le scene dileggiar le scene, le parlate caricatureggiar le parlate, ed i personaggi fare perpetuamente le fiche ai personaggi; e rimane sbalordito, infraddue, senza sapere, se abbia da sciogliersi in lacrime o da smammarsi di risa.Mi rammento una serata, che io trascorsi non ha guari in campagna. Avevo pranzato non malaccio, e tutte le mie facoltà fisiche ed intellettuali erano assorbite dalle funzioni digestive. Mi trovava in uno di que' momenti d'apatia somma, ne' quali proprio l'uomo è materia inerte, non ha più sentimenti, non ha più pensieri suoi; in cui la mente sonnecchia, e le fibre si lasciano animalescamente andare. Dice il proverbio:uomo solitario o bestia o angelo...(Nota, lettore, che l'angelo e la bestia hanno di comune la loro inferiorità estetica rispetto all'uomo; anzi l'angelo, poeticamente, artisticamente, è al di sotto assai della bestia; perchè questa possiede l'istinto almeno e l'individualità; mentre il signor angelo è pura neutralità, acqua fresca mera, carta bianca e [pg!196] non ha personalità). Dunque, ripeto, o bestia od angelo, ch'io mi fossi in quel punto, appartato dagli amici, percoreva su e giù al bujo una filza di stanze. In fondo, v'era una finestra, che affacciava sur un piazzale; e di lì sentivo risa lietissime ed il tintinnio d'un cembalo ed il tripudio d'una tarantella prolungata. Dirimpetto, si usciva sur una loggia; e di lì potevo ascoltar le grida disperate, che venivano da una casupola poco discosta, d'una madre, che frai singhiozzi ed il pianto, malgrado le vane ciance delle vicine, sclamava ogni tratto: — «Povera Carmela mia! povera Carmela!» — Se avessi sentito solo le risa od il pianto, l'impressione mi avrebbe trascinato ad un corso di pensieri o mestissimi o giulivi; ma così giungevano semplicemente a neutralizzarsi nell'animo ed a lasciarlo immerso nell'apatia poltrona digestivaut supra.Appunto così rimane il lettore delFausto; manca il tono generale, difetta il sentimento dominante. Non c'è scampo, mi bisogna ripeterlo tautologicamente su tutti i toni, a rischio di diventare importuno. Povero lettor mio, scusami; io mi raccomando all'indulgenza tua con le parole, che Piero, nelConvitato di pietradel Molière, dice alla sua Carlottina in francese contadinesco:Je te dis toujou la même chose, par ce que c'est toujou la même chose; et si ce n'était pas toujou la même chose, je ne te dirais pas toujou la même chose.Subito dopo che Fausto ha evocato il demonio, ecco Mefistofele, evocando il Re de' ratti, far la parodia della propria precedente incantazione. Nella scena del giardino, le conversazioni buffonesche di Mefistofele e della Marta, tramezzando i ragionari amorosamente idillici del protagonista, e della Margherita, li rendono burleschi: il poeta, intendendo augumentar l'effetto colla contrapposizione, non si avvide, che, ravvicinato il sentimentalismo dell'una coppia alla comica brutalità dell'altra, il momento più forte ed intenso dovea necessariamente distruggere ed assorbire il più fiacco. Il riso è un acido [pg!197] corrosivo, che non lascia intatto nulla, che tutto intacca: la negazione è da più della semplice affermazione. Così pure il Wagner ecclissa ed annulla Fausto. Così la scena dell'abbindolamento dello studente è il punto culminante della metà leggendaria della prima parte. Così, per finirla, Fausto e Mefistofele sono solo due semicaratteri, di qua tutto il sublime, di là tutto il comico, che si trovano composti e combinati normalmente nella stessa persona bella o poetica, ma che qui stanno disgiunti in due personaggi, rimasi imperfetti, invece di fondersi a monade in personalità viva ed intera.

Le menti grandi si limitano, le limitate si gonfiano; machi troppo abbraccia nulla stringe. Il Goethe, come non ha saputo scegliere fra leggenda, epopea e novella, (anzi, volendo conservarle tutte, ha soffocate le tre teste di questa tragedia-cerbero, a mo' di chi per voler far allevar tutti i micini alla su' povera gatta li facesse morir di fameen bloc;) così pure non gli diè il cuore di sacrificare un solo di mille concetti, che poteva incarnare nel suo lavoro. Ognuno è stato ammesso ad inspirare un verso, una parlata, una scena, un avvenimento, secondo che una impressione od un affetto qualunque il suscitava; quindi appicco agli scoliasti per vederci quanto loro aggrada e ragion per noi di dire:dov'è tutto, non è nulla.Malgrado l'affezione, con cui il Goethe ha lavorato e rilavorato per anni ed anni i frammenti delFausto, aggiungendone sempre di nuovi, non sembra prender tanto sul serio il lavoro, che non gli venga arcispesso il ghiribizzo di contemplarlo ironicamente, di satireggiarlo e parodiarlo. Ora, non c'è che ridire sul suo pieno, pienissimo diritto, di foggiare, come più gli andasse a sangue, il mito popolare; di ritrattarlo a suo piacimento; d'imporgli insomma lo stampo, che meglio a lui gradisse. Al poeta non è ristretta in modo alcuno la facoltà di concepire a suo beneplacito. Ma sapete perchè? Perchè non è nel suo arbitrio il far nulla d'arbitrario, anzi, se egli è poeta, non può concepire senza conformarsi alle necessità psicologiche e storiche. Assoluta libertà significa assoluta servitù, giacchè vuol dire essere soggetto, soggiacere piena ed esclusivamente alle determinazioni [pg!194] intrinseche, ciò sono le più necessarie e fatali. Ora, messer Goethe avea piena facoltà di scegliere fra ciò, che chiamerei il metodo umido, e ciò, che potrebbe dirsi il metodo secco della letteratura, fra 'l pianto ed il riso, fra 'l tragico e l'umoristico; nulla ostava a che trattasse quell'argomento, che riassume in sè tutti i miti stregoneschi, come appunto Michele di Cervantes-Saavedra ed assai meglio e prima Ludovico Ariosto, avevano bistrattato il ciclo cavalleresco; o farne la caricatura esterna o svolgerne l'interna ironia. Poteva anche prenderlo sul serio (perchè no, gua'? c'è gente, che prende sul serio roba anche più bislacca!) e rinsanguinare la forma vuota oramai, riversandovi un concetto nuovo. Ma quel, che non potea far lui, che nessun poeta al mondo potrebbe mai fare, implicando inconcettosità,id estmancanza d'un concetto definito, (ch'è in poesia quel medesimo, che la sprincipiatezza sarebbe in morale); quel che non era in poter del Goethe di fare, gli era appunto quel, ch'egli ha preteso fare: l'oscillare fral sublime ed il comico, fral tragico e l'umoristico, fra lo spiritoso e l'appassionato, fral buffonesco ed il dignitoso; e pretendere, che il lettore s'immedesimi talmente, non con l'andamento dell'opera, anzi con la capestreria dello scrittore, da seguirlo compiacentemente in tutte le disposizioni d'animo, in cui gli piace ingolfarsi per sue ragioni subjettive, che non c'entrano con le necessità e le determinazioni dello scritto. Ora, in Arte, il capriccio è inammessibile; ed ecco forse perchè le donne non sanno concludervi mai null'altro se non che fiaschi, per quanto la generosità virile le degni talora di plauso. Adottato un modo di vedere per un lavoro qualunque, il modo di trattare ne deriva con ferrea necessità: l'umore stesso, l'umore, scherzo supremo e sovrano con ogni objetto, sbrigliato è soltanto in apparenza; in fatto, ha norme invalicabili, nè può mai sconfinare da quel conflitto interno, da quella contraddizione sentita fra la forma tiranna e l'idea rubella, che ne costituiscono il fondo. [pg!195] (Sconfinare da un conflitto! Che frase! Non diròIntendami chi può che m'intend'io; perchè so, che il lettore m'ha capito. Nè d'altro ho cura).

Ma che? seil prologo celestedelFaustomi fa supporre un'opera ironica, volto poi la facciata ed incontro l'arcisublime (almanco nell'intenzione) monologo del protagonista. A quale impressione dovrò confidarmi? a nessuna delle due: aspetterò, che una altra scena m'illumini sul carattere del lavoro. Ed avrò un bell'aspettare, si!Sperando meglio, si divien veglio, dice l'adagio toscano. Durante l'intero dramma, osserviamo un parallelismo incessante del sublime col comico: stanno lì eretti, l'uno a fronte dell'altro, l'uno accanto all'altro, ignorandosi e distruggendosi a vicenda, nello stess'atto, nella stessa scena, spesso nella parlata medesima, nel periodo medesimo, e presso ch'io non dissi nel vocabolo medesimo: non c'è mediazione fra' due termini, non c'è soluzione del contrasto crudissimo. L'onesto lettore non sa dove sbatter col capo, vedendo le scene dileggiar le scene, le parlate caricatureggiar le parlate, ed i personaggi fare perpetuamente le fiche ai personaggi; e rimane sbalordito, infraddue, senza sapere, se abbia da sciogliersi in lacrime o da smammarsi di risa.

Mi rammento una serata, che io trascorsi non ha guari in campagna. Avevo pranzato non malaccio, e tutte le mie facoltà fisiche ed intellettuali erano assorbite dalle funzioni digestive. Mi trovava in uno di que' momenti d'apatia somma, ne' quali proprio l'uomo è materia inerte, non ha più sentimenti, non ha più pensieri suoi; in cui la mente sonnecchia, e le fibre si lasciano animalescamente andare. Dice il proverbio:uomo solitario o bestia o angelo...(Nota, lettore, che l'angelo e la bestia hanno di comune la loro inferiorità estetica rispetto all'uomo; anzi l'angelo, poeticamente, artisticamente, è al di sotto assai della bestia; perchè questa possiede l'istinto almeno e l'individualità; mentre il signor angelo è pura neutralità, acqua fresca mera, carta bianca e [pg!196] non ha personalità). Dunque, ripeto, o bestia od angelo, ch'io mi fossi in quel punto, appartato dagli amici, percoreva su e giù al bujo una filza di stanze. In fondo, v'era una finestra, che affacciava sur un piazzale; e di lì sentivo risa lietissime ed il tintinnio d'un cembalo ed il tripudio d'una tarantella prolungata. Dirimpetto, si usciva sur una loggia; e di lì potevo ascoltar le grida disperate, che venivano da una casupola poco discosta, d'una madre, che frai singhiozzi ed il pianto, malgrado le vane ciance delle vicine, sclamava ogni tratto: — «Povera Carmela mia! povera Carmela!» — Se avessi sentito solo le risa od il pianto, l'impressione mi avrebbe trascinato ad un corso di pensieri o mestissimi o giulivi; ma così giungevano semplicemente a neutralizzarsi nell'animo ed a lasciarlo immerso nell'apatia poltrona digestivaut supra.

Appunto così rimane il lettore delFausto; manca il tono generale, difetta il sentimento dominante. Non c'è scampo, mi bisogna ripeterlo tautologicamente su tutti i toni, a rischio di diventare importuno. Povero lettor mio, scusami; io mi raccomando all'indulgenza tua con le parole, che Piero, nelConvitato di pietradel Molière, dice alla sua Carlottina in francese contadinesco:Je te dis toujou la même chose, par ce que c'est toujou la même chose; et si ce n'était pas toujou la même chose, je ne te dirais pas toujou la même chose.

Subito dopo che Fausto ha evocato il demonio, ecco Mefistofele, evocando il Re de' ratti, far la parodia della propria precedente incantazione. Nella scena del giardino, le conversazioni buffonesche di Mefistofele e della Marta, tramezzando i ragionari amorosamente idillici del protagonista, e della Margherita, li rendono burleschi: il poeta, intendendo augumentar l'effetto colla contrapposizione, non si avvide, che, ravvicinato il sentimentalismo dell'una coppia alla comica brutalità dell'altra, il momento più forte ed intenso dovea necessariamente distruggere ed assorbire il più fiacco. Il riso è un acido [pg!197] corrosivo, che non lascia intatto nulla, che tutto intacca: la negazione è da più della semplice affermazione. Così pure il Wagner ecclissa ed annulla Fausto. Così la scena dell'abbindolamento dello studente è il punto culminante della metà leggendaria della prima parte. Così, per finirla, Fausto e Mefistofele sono solo due semicaratteri, di qua tutto il sublime, di là tutto il comico, che si trovano composti e combinati normalmente nella stessa persona bella o poetica, ma che qui stanno disgiunti in due personaggi, rimasi imperfetti, invece di fondersi a monade in personalità viva ed intera.


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