UNA SEPARAZIONE DI LETTO E DI MENSA

A Donato riesce di ridere, e l'altro «non rida, è un canone dell'arte.»

Intanto il signor Asdrubale ha sbottonato il farsettone, ha cavato di tasca il taccuino, e si è riabbottonato da cima a fondo. Il giovane leva anch'esso il taccuino ed estrae un biglietto di cinquanta lire che porge all'avversario.

Ricomincia la partita. Questa volta è il signor Asdrubale che mesce, ma è ancora Donato che perde.

Fa caldo—Donato suda; l'altro, impassibile, offre la rivincita… guadagna ancora. Fa un caldo orribile.

Non rimangono più che centoquarantanove lire nel taccuino dello studente, il resto si è sprofondato nella voragine di pelle di bulgaro del signor Asdrubale. Poco stante la voragine si apre un'ultima volta e le centoquarantanove vanno a raggiungere le compagne.

A Donato casca di bocca il mozzicone d'avana che gli è costato trecentocinquanta lire; le forze lo abbandonano, goccioloni di sudore gl'imperlano la fronte e gli rigano le guancie. La sciagura dovrebbe venir raffigurata in quell'atto.

Che fare ora, poichè non gli rimane nemmeno il tanto da ritentare la sorte?

Il signor Asdrubale finisce appunto di raccogliere il suo denaro, leva la faccia sorridente e porge le carte al giovine, dicendogli con una monotonia d'accento che parrebbe feroce: «La rivincita?»

Quale fortuna! Quell'ottimo signore si fida; è disposto a giocare a credito, si adatta a riperdere il denaro vinto ed a lasciarsene guadagnare dell'altro!…

Donato non ha forza di rispondere, ma l'avversario ne indovina gli scrupoli e lo previene:

«So quel che mi faccio, dice socchiudendo un occhio furbescamente, so quanto vale il signor Donato, so fin dove posso arrivare senza rischio.

E ripete colla stessa dolcissima monotonia:

«La rivincita?…

Donato ci pensa, ha paura.

«Cento lire!…

Questa volta vince, e si arrabbia di non aver arrischiato di più.

«Dugento cinquanta.»

«Dugento cinquanta,» ripete il signor Asdrubale come un eco, intanto che distribuisce le carte; e non faccia complimenti, caso mai il fante di picche non le accomodasse… scelga lei…

Ma Donato crede di udire una voce che gli grida di no, e risponde che il fante di picche gli accomoda, e lo cerca baldanzoso fra le proprie carte, sicuro come è di trovarlo. Quella voce ha mentito, Donato perde; il signor Asdrubale apre il taccuino e segna colla matita centocinquana lire a suo credito.

Un mutamento avviene nello spirito di Donato.

Quanto poc'anzi era pauroso, altrettanto ora è arrischiato; l'intrepidezza della prima audacia è sempre poca cosa appetto dell'intrepidezza che succede allo sgomento; il signor Asdrubale dice di sapere dove e quando si fermerà, Donato invece non sa nulla, è sulla via della rovina (questo lo sospetta), ma è disposto a correre ad occhi chiusi. Il terribile gioco incomincia ora; finchè il magro taccuino dello studente di matematica stava di fronte a quello ben pasciuto dell'uomo di affari, il pericolo della scaramuccia era determinato e palese come la posta; or si acciuffano le cifre, si fa posta di parole, si fa battaglia campale di numeri.

Le carte passano da una mano all'altra, una volta, due, tre; ma il fante di picche è sempre fedele al signor Asdrubale. Ah! il brutto pensiero che attraversa la mente di Donato! si prova a respingerlo, scrolla il capo e getta indietro i capelli, ma quel pensiero buio non se ne va.

«Badi, dice l'avversario guardandolo fisso, il fante di picche quest'oggi mi vuol bene, scelga un'altra carta.

Donato si sente smascherato e si fa di porpora… ma che colpa ne ha egli se ha pensato male? Ne ha inteso dir tante! Vi è della gente così destra, dicono!… Il meno che possa fare per rattoppare il sospetto è di dichiarare, come dichiara:

«Nossignore, nel gioco bisogna essere ostinati…

Vince, si rianima, raddoppia, perde un'altra volta. Assolutamente il signor Asdrubale tiene la fortuna per le briglie e la mena come vuole.

«Accetto il suo consiglio, balbetta lo studente, scelgo l'asso di denari e raddoppio la posta.

L'ometto fa un cenno affermativo, e si curva a notare sul taccuino la nuova vincita. Si ridanno le carte… Amara beffa della sorte! Ecco Donato in contemplazione innanzi al fante di picche.

Pare al giovane che la carta fatale obbedisca ad un occulto nemico, che prima gli ha conteso la fortuna ed ora gli reca la beffa. La guarda intento, si sente voglia di stropicciarla, di morderla. Gli passano strane idee nella mente sbalordita, ha una visione; fissando l'occhio nel corpicciatolo meschino di quel fanticello, ci vede come una somiglianza di famiglia col suo avversario fortunato; se prova a levare il casco metallico all'uno, od a mettere un casco metallico all'altro, i due si confondono in un solo; hanno entrambi una faccetta asciutta e petulantella, ammiccano entrambi dell'occhio, ed il farsettone abbottonato dell'uno par tagliato dalla stessa mano che ha fatto il giustacuore nero dell'altro.

La visione, che va a poco a poco acquistando caratteri d'evidenza, è interrotta sul meglio da un'esclamazione del signor Asdrubale, il quale si ricorda d'aver viscere di misericordia, come tutti i giocatori fortunati, e compone il volto, i modi e l'accento ad una tenerezza compassionevole.

«È una vena sciagurata la sua, egli dice, mostrando l'asso di denari, non ho mai visto scirocco più ostinato, parola d'onore non ne ho mai visto.

Non so per quale fascino occulto le parole che celebrano la disgrazia d'un giocatore faccian l'effetto d'un balsamo sulle ferite della borsa, pur nissuno a mente fredda vorrebbe dare un quattrino della compassione nuda e cruda d'un che gli avesse levato di tasca gli scudi.

In tutti i modi Donato è riconoscente all'avversario, e nella sua miseria trova ancora un sorriso da spendere; l'altro prosegue:

«Ecco, se mai volesse aspettare un altro giorno fortuna migliore, ed intanto desistere, perchè non è forse prudente quanto immagina l'ostinarsi, anzi nossignore, non è prudente niente affatto… io s'intende, sarò a sua disposizione domani, doman l'altro, quando crede….

Donato si scolora in volto, trema, ha paura che l'avversario cerchi una scappatoia, ed interrompe la melliflua proposta ripigliando il mazzo e dicendo:

«Ancora una prova; torniamo al fante di picche.

L'ometto ammutolisce, riaccomoda le pieghe della giubba ed il nodo della cravatta, si rimette in positura perpendicolare e dà un'occhiata di sbieco alle annotazioni dell'enorme taccuino.

Quell'occhiata ha un significato, ed il giovine lo comprende. Ma che importa? Non è più ora di calcoli, di ritegni, di titubanze; ha perduto molto, troppo, perderà ancora; uscito dai confini delle sue proprie forze, una sola è la rovina, si chiami dieci mila o cento mila. Perde, raddoppia, riperde, raddoppia ancora, senza tremito, senza ansia, quasi indifferente. Una cosa sola lo inquieta, il timore che l'avversario, ad un dato momento, si levi dal tavoliere e dica col suo sorriso mefistofelico: «Mi basta.» La speranza, se ne rimane una palese a Donato, conta sull'ostinazione; un soffio favorevole può cancellare in dieci minuti tutte le paurose cifre messe in fila sul taccuino e rendere l'infausta partita un trastullo da bimbi, feroce trastullo, ma vano.

Per la prima volta, dacchè si è seduto in faccia al signor Asdrubale, Donato gira l'occhio intorno; l'ampia sala brulica di gente affannosa; dal tavoliere di Valente si stacca ogni tanto uno che si rasciuga la fronte e stropiccia la pezzuola, e stringe le labbra nascondendo male il dispetto. Nè Donato scampa a quella miserabile vanità di giocatore; se qualcuno si accosta a lui, e lo interroga sulla sua fortuna, rizza il capo, sorride nel rispondere: «Perdo.»

E perde; la sorte implacabile non si stanca.

Gli passano innanzi, come fantasmi benigni che invano cerca di trattenere nell'afa della sala da gioco, il babbo canuto, la sorellina gentile, Costanza innamorata. Col pensiero abbandona un istante quelle pareti fatali, torna a vagar pei campi inaffiati dal Lambro, risale l'erta faticosa del boschetto e ricompone innanzi agli occhi tutte le note sembianze di quel notturno paesaggio. Ecco i bruni alberi dondolanti, ecco le lunghe schiere d'acacie e la via maestra che si allunga come un nastro bigio nelle tenebre, le stelle che ammiccano in un cielo nero, i nugoli che viaggiano lentamente e l'anfiteatro di montagne appena disegnato nell'oscurità. A quel quadro vivo nulla manca, nemmeno il coro intermittente delle rane beffarde.

E perde; la sorte non si placa; gli sorride un istante, gli fa balenare una speranza che lo rende più audace, poi s'invola beffandolo.

Il signor Asdrubale, finora impettito ed abbottonato, comincia a muoversi sulla seggiola, a guardarsi intorno, a mostrarsi inquieto; ha l'aria di voler dire qualche cosa e di non sapervisi indurre, finalmente si sbottona, trae dall'ampia tasca, tirandola per un capo, una pezzuola di seta non mai finita e si asciuga il sudore ipotetico della fronte. A vederlo in quell'atto pare un uomo che abbia fatto un'improba fatica; è invece semplicemente un uomo in imbarazzo.

«Oh! senta, dice finalmente, stringendo fra le due mani la pezzuola per farsi forza; devo proprio dirglielo; non posso andare innanzi; ella ha perduto tutto quanto poteva perdere; non dico già che la non abbia ad esseresolvibileanche per il doppio, anche per il triplo, non dico questo, ella è giovane, è quasi ingegnere, e gl'ingegneri di talento… come dice Martino Bruscoli… tutto questo è probabile, è probabilissimo, ma è l'avvenire nudo nudo… senza altro fondamento.

S'interrompe perchè Donato dica qualche cosa, ma Donato guarda istupidito e non dice nulla; ed allora riattacca il filo a bassa voce come facendogli una confidenza:

«Ho voluto porgerle modo di rifarsi, ho giocato la sua eredità futura, e mi sono messo a rischio, perchè ella potrebbe, Dio la conservi, invertire l'ordine naturale delle cose, buscarsi un malanno, mi capisce; ma se non altro ci è un… fondamento; ora siamo arrivati al limite massimo, e se persistessimo a giocare sarebbe far le cose in aria… senza fondamento.

Ancora s'interrompe, ed ancora ripiglia con accento misericordioso:

«Ah! creda che mi duole vederla perdere così, è una disgrazia senza esempio, senza esempio… Ebbene senta, per mostrarle che non voglio abusare della sua situazione, accetterò ancora una posta, una sola; se la fortuna vuoi favorirlo e rifare la strada fatta, la non dirà almeno che io le ho sbarrato il passo.

Ah! Si allarga il cuore a Donato.

«Accetto, dice egli, e soggiunge come obbedendo ad un'ispirazione: ma questa volta chi ha il fante di picche perde.

È l'ultima posta, ansiosa come la prima; è la minaccia d'un male senza rimedio, è l'estrema parola della sciagura.

Il giovine mesce, taglia, fa tutto da sè; l'avversario lascia fare.

«Povero signore! dice poco dopo il signor Asdrubale, non ne imbrocca uno, non ne imbrocca; io non ce l'ho proprio il fante di picche, lo cerco… ma non ce l'ho proprio; povero signore!

E dette queste parole, nota nel taccuino il nuovo guadagno, raduna le proprie carte, nasconde il tutto nella giubba e si abbottona da cima a fondo per l'ultima volta.

Donato non lo intende, non lo vede neppure; rimane immobile, istupidito, cogli occhi negli occhi di quel fanticello di picche dalla faccetta petulante, dal giustacuore nero e dal casco metallico.

Il pendolo della sala da gioco segna le undici da tempo immemorabile; ma porgendo l'orecchio, in un intervallo di profondo silenzio, si odono le voci variamente fioche degli orologi lontani. Sono le due dopo mezzanotte.

La fortuna di Valente ha stancato gli avversarii che ad uno ad uno sono scomparsi; rimangono un paio di testerecci, ed una mezza dozzina di scioperati, i quali, non avendo un quattrino per pagarsi vizii proprii, campano sulle bricciole dei vizii degli altri. Costoro non se ne andranno che dopo l'ultima partita.

Donato, col capo curvo sul petto, sembra estraneo a quanto succede tutt'intorno, ed il signor Asdrubale, dopo essere stato un pezzo in silenzio, si decide a rammentare la sua presenza con un sospirone lungo lungo. Lo studente si scuote, si leva in piedi, e come colto da un improvviso pensiero, ricade sulla seggiola balbettando:

«Sono agli ordini suoi.

—Agli ordini miei, dice l'ometto con accento di evangelica pietà; agli ordini miei! ma io non ho ordini da darle, caro signore; il suo debito, ella sa benissimo che ascende a… ecco… lo dicevo, ella lo sa benissimo; dunque non ne parliamo altro; quanto al termine ed al modo di pagamento, io… (ah! le giuro che mi duole di aver guadagnato, non dico che preferirei aver perduto perchè non mi crederebbe e non sarebbe vero, ma in coscienza mi duole,)… quanto al termine nè io nè lei non ne sappiamo nulla, dipende dal cielo, il meno che posso fare per dimostrarle il mio… la mia… i miei, insomma il meno che posso fare è di augurare a quell'ottimo signor Norberto gli anni di Matusalemme.

Donato si fa forza per chiudere l'uscita ad un'onda amara di lagrime, ed arriva appena in tempo a trattener coi denti un singhiozzo che si perde in un mugolio lamentevole.

Il signor Asdrubale sembra proprio alla tortura

«Non ne parliamo più, egli dice; e se può, se ne dimentichi ella stessa, veda, io me ne sono bell'e scordato; la cosa è semplicissima, e deve passare fra noi due soltanto; anima viva non l'ha a sapere; di questo fatto doloroso nissuno avrà dolore, eccettuato lei ed… io. A suo tempo, fra venti anni, fra trenta, salderemo i nostri conti senza amarezze soverchie.

Bisogna dire che l'ometto trovi proprio irresistibile la sua eloquenza, perchè, interrompendosi un istante, ripiglia fiato così:

«Allora ella sarà in grado di non avvedersi nemmeno di questa piccola sventura… perchè è giovane, ha talento, buona volontà, ed i giovani ingegneri di talento, se lo lasci dire ancora una volta, hanno sempre una miniera sotto i piedi; un bel giorno battono il tacco e trovano il filone buono, afferrano la fortuna per i capelli d'oro e non la lasciano più scappare. Così farà lei; è il solo rimedio al suo male, è la sola via onesta…

Alla parolaonesta, Donato rialza vivamente il capo; senza rendersene conto, ha una voglia pazza di regalare un paio d'impertinenze al suo avversario. Il quale interpreta quell'atto a modo suo e tira innanzi senza fermarsi:

«Bravissimo; così mi piace. Un uomo volgare, dopo una brutta notte come questa, penserebbe a mille corbellerie, a disperarsi, ad impazzire, a pigliare un semicupo nel naviglio, od a cacciarsi in corpo una palla, che spesso va di sghimbescio e ti inchioda a letto un paio di mesi… che so io; un giovane volenteroso e savio, come lei, medita invece una partita coraggiosa colla fortuna, combatte col lavoro e coll'ingegno, si piglia una rivincita solenne e fa onore ai propri impegni e paga i proprii debiti… Le ho detto che mi sono scordato del mio credito… sarò sincero, ci penso invece, e sono sicuro che ella non mi farà aspettare un pezzo.

Donato si rizza in piedi, finge di ravviarsi i capelli innanzi allo specchio, abbozza un sorriso a due o tre camerati, esce a passo fermo colla desolazione nel cuore—ed il signor Asdrubale dietro.

Uno degli orologi più frettolosi di Milano batte la mezz'ora, un altro gli risponde e dieci altri.

Donato cammina un breve tratto a gran passi, poi rallenta l'andatura.

E la voce fessa dell'ometto dal farsettone nero ripiglia a dire, mutando accento:

«Un istante di torpore è necessario a preparare le nobili cose; il filugello s'intorpidisce quattro volte prima di farsi il bozzolo; anche lei si farà il bozzolo, sissignore, se lo farà anche lei, se Dio le conserva questo tesoro di salute. Ed io spero di sì, perchè se ella morisse prima del tempo sarebbe una sciagura per tutti…

Donato si ferma nel mezzo della via, ed alla luce d'un lampione guarda la faccia contrita del suo compagno.

«Sissignore, per tutti, soggiunge costui, e prima di tutti per lei… poi per Martino Bruscoli,idestper la signorina Costanza, e in fine per il signor Asdrubale suo umilissimo servitore. Badi un po' quanto la sua vita è preziosa: morendo lei, l'eredità del signor Norberto toccherebbe tutta alla sorellina, ed addio crediti; la signorina Costanza non potrebbe nemmeno farsi i ricciolini colla sua obbigazione, perchè non porta ricciolini, mi pare, ed il signor Asdrubale non potrebbe nemmeno accendere la pipa colla obbligazione che ella gli farà… perchè non fuma; veda un po' se la sua vita è preziosa! E veda quanto è facile pagare i debiti quando non si ha coscienza, e veda che rischio si corre di appaiare in un istante di debolezza una corbelleria irrimediabile ed una cattiva azione…

Qui le intenzioni del vincitore cominciano a farsi palesi anche aDonato, il quale si arresta di botto e dice:

«La ringrazio del consiglio; so i miei doveri; domani venga da me, le scriverò l'obbligazione.

Lo studente di matematica, ciò detto, volta a mancina, ma il signorAsdrubale non lo lascia.

«Come mai da quella parte? non va dunque a casa?

—Non ho sonno, non dormirei stanotte…

—To'! anch'io non ho sonno…. e non dormirei; non le duole già che l'accompagni?… quanto all'obbligazione non ci è tutta la premura che ella immagina… ed è una cosa subito fatta, quattro parole sopra un foglio di carta bollata… vorrei che fosse già aperto uno spaccio di tabacchi che si leverebbe la seccatura subito… abbia pazienza fino a domattina. E dica… non vuole che andiamo al caffè a prendere una chicchera di latte caldo? Fa bene il latte caldo dopo una notte vegliata… pago io, s'intende, poichè, salvo errore…

L'oscurità non permette a Donato di vedere l'occhiata che il suo compagno gli lancia dal basso in alto con un occhio solo; ma nondimeno l'indovina, come l'altro indovina che lo studente si fa rosso in viso.

«Non ci è da arrossire; ella ha perduto tutto quanto aveva, e non ha più un soldo; ma sono qua io per lei; dica che cosa le occorre per i bisogni più urgenti e faremo un conto solo…

Suonano le tre, quando il signor Asdrubale spinge con lieve violenza il giovane nel caffè della stazione.

Non vi è anima viva, tranne due camerieri ed un grosso micio che sonnecchiano.

Vedendosi ancora faccia a faccia col suo avversario, col suo nemico, Donato sente come un impeto d'odio, come un'amarezza nuova, come uno spasimo indefinibile. Quella faccetta asciutta, quell'occhio che ammicca, quel labbro che sorride e par che ghigni, quel farsettone chiuso come una cassa forte dopo di aver inghiottito ogni sua ricchezza, quella voce monotona, uguale, stridula, quella disinvoltura provinciale, non vi è dubbio tutto ciò è lui—il fante di picche!

Non pensa, solo gli sta innanzi la fatale visione; non ragiona, ma sente un bisogno irresistibile: allontanarsi da quell'uomo.

Si alza bruscamente, e dice con voce rotta dallo sforzo che fa per contenersi:

«Ho bisogno d'esser solo, venga domani; come le ho detto, le farò la sua obbligazione.

Ma il signor Asdrubale non sembra avvedersi di quei modi nè di quell'accento, afferra il giovine per la falda dell'abito e lo costringe a sedersi, picchiando sul tavolino coll'altra mano per chiamare un cameriere.

«Due chicchere di latte caldo, ben caldo… Veda, caro signor Donato, come le dicevo, io non ho premura; fra un'ora albeggia, e se ha tanta fretta faremo subito l'atto; intanto eccole qui trecentocinquanta lire… le bastano?… non faccio che pigliarne nota e sono sue…

Tanta sicurezza dà l'ultimo crollo al giovine studente, il quale per la prima volta fissa gli occhi in faccia del compagno importuno; ma costui non batte palpebra, sorride bonariamente ed insiste per fargli accettare il denaro.

Sotto quelle sembianze di cortesia e di buona fede è un'ansia paurosa che non inganna nemmeno Donato.

«Ha paura che gli scappi!» pensa il giovane, «diffida di me.»

E ne ha ragione, figliuol mio; e che farnetica la tua mente scombuiata se non il modo di fuggirgli di mano? Non sai perchè, non immagini che farai, non vedi nulla oltre il bisogno del momento, perchè le tenebre ti si stringono intorno al cervello; ma questo tuo bisogno prepotente, l'hai pur detto, è sempre lo stesso—rimaner solo. E che farai quando sarai solo?

Così sembrano parlargli il sorriso bonario e la dolce insistenza del signor Asdrubale per fargli accettare il denaro.

E Donato accetta, beve il latte caldo, risponde a monosillabi alle chiacchiere del compagno, spinge l'occhio nel buio della sua mente quanto più gli riesce, cerca un'idea. Non trova; in quella ridda di fantasie strambe—carte, tavolieri, debiti, sorrisi di Costanza, lagrime del vecchio padre, carezze melanconiche di Mariuccia e quesiti di meccanica applicata—non vi è nulla che abbia l'aria d'un pensiero proprio.

Pure il bisogno di togliersi la seccatura del suo compagno ha preso a poco a poco il carattere di mania; cominciano a venirgli alcune idee di evasioni impossibili; pensa al conte di Montecristo, una delle poche reminiscenze romantiche della sua vita numerica; si guarda intorno cercando uno scampo; fa disegni insensati; fugge in cento mila modi, e invano, chè il signor Asdrubale gli è sempre alle calcagna come un'ombra.

E il tempo passa.

«Chi parte per Sesto, Monza, Seregno, Camerlata?» grida all'improvviso una voce stentorea nella sala.

Ah! ecco finalmente un'idea!

«Pagherò io, dice Donato levandosi di botto ed accostandosi al banco.

—Oibò, ribatte l'altro, è già pagato, e chiama a sè col gesto un cameriere.

Ma il giovine non gli bada e tira dritto, piglia l'altro cameriere in disparte e gli dice sommessamente mettendogli in mano cinque lire: «Un bigliettosecondi postiper Seregno; spicciati, il resto è per te.»

Cinque minuti dopo la voce stentorea ripete: «Chi parte per Sesto,Monza, Seregno, Camerlata?»

E la campana annunzia la partenza.

Donato guarda attorno ansiosamente, non badando al signor Asdrubale, il quale per la ventesima volta ripete: «Ah! triste cosa il giuoco, non è contento chi perde, e non è nemmeno contento chi vince… Creda…

Il cameriere arriva, Donato scatta in piedi senza dir parola, afferra il biglietto ed infila l'uscio che gli sta in faccia.

Due minuti dopo il convoglio si muove, parte… lo studente di matematica respira.

È solo. Può ora sprofondare l'occhio nell'abisso in cui è caduto, misurare l'immensità della sua sciagura. Ma che vale? Tutto quanto può dire il pentimento egli l'ha inteso altra volta—e nulla valse. Allora come oggi si trovava solo, faccia a faccia con un pauroso fantasma; allora come oggi lamentava nella sua colpa non la rovina propria, ma il dolore affannoso del vecchio padre—e nulla valse.

Or si aggiunge allo stesso strazio la morte della sua più cara speranza, un amore non pur confessato e già gigante, e già perduto per sempre; e su quel cumulo di sciagure—sciagura maggiore di ogni altra, perchè gli toglie anco il conforto delle lagrime—una sfiducia profonda di sè medesimo.

Ricercherà egli nelle voci della natura, nelle immagini de' suoi cari, nei mille vaneggiamenti febbrili, un alimento al rimorso, se già ebbe tutto questo e invano? Si farà zimbello di un giuoco bambinesco, e pur d'incrudelire contro sè medesimo, ripeterà ancora una volta il vacuo frasario della coscienza di che ha fatto inutile esperimento?

No, anche la coscienza tace; uno squallido silenzio è intorno all'anima sua; quel raggio di sole che percuote la pianura, illumina la morta calma d'un cuore che si disprezza.

La sua condizione è palese; ha giocato, ha perduto; ha perduto Costanza, la stima d'altrui e di sè stesso, il diritto di lasciarsi amare dal vecchio babbo e dalla sorellina, la fede nell'avvenire; era questa la posta, egli lo sapeva ed ha giocato—ed ha perduto. Non gli rimane nemmeno più il diritto di morire; uccidersi ora sarebbe «un troppo facile modo di pagare i proprii debiti»—il signor Asdrubale lo ha detto.

La mattina è splendida di luce, puro il cielo, l'aria fresca e carezzevole. La morta calma del cuore di Donato gli si riflette nell'occhio intorpidito che si arresta in una inconsapevole contemplazione. I pali del telegrafo gli passano dinanzi vertiginosamente in prima linea, le acacie delle siepi procedono più lente, e i gelsi più lenti; tutta la pianura scintillante se ne va; solo gli orizzonti rimangono immobili, anzi le vette delle montagne, con movimento opposto, par che lo seguano nel viaggio.

Così fugge il presente, così non possiamo staccarci dal nostro tempo lontano—dal passato che ci accompagna, dall'avvenire che ci aspetta.

Una volta, due, tre il convoglio si è arrestato; finalmente al noto fischio succede una monotona voce: «Seregno!»

Donato si scuote, balza fuori dal carrozzone, e si arrende all'invito del primo monello che, schioccando la frusta, offre un calessino sconquassato. La rozza, educata alla identica scuola del Morello famoso, attraversa come un fulmine o poco meno le vie di Seregno, poi strascica gli zoccoli nella polvere della via maestra.

Che fa lo sciagurato? Che propone?

Non lo sa egli stesso; ha bisogno di rivedere la casa dove fu tanto lieto, di sentirsi vicino, per l'ultima volta forse, a coloro che ama, di respirar l'aria della felicità di cui ora è immeritevole, poi… Poi fuggirà, e se non gli è lecito togliersi la vita, andrà in cerca di morte, domandandola agli uomini ed alla natura.

Attraversa i paeselli, osserva le case meschine, i villini eleganti, le fontane pubbliche, guarda a tutte quelle note fisonomie, che, alla tetra luce della nuova sventura, gli paion nuove e non più care come prima. Per tutta la via s'incontra in contadinelle che, canticchiando sommessamente, levano la bruna testa di mezzo all'immenso biondeggiare delle spighe mature… ecco l'ultima salita, ecco il colle, ecco Inverigo coi suoi viali di cipressi, colle sue casette bianche, col suo campanile scintillante al sole, ecco il tranquillo sentieruolo ombreggiato d'acacie, l'ultimo…

Donato fa arrestare il calesse, scende, rimane un istante immobile, poi si avvia a passo lento… e si trattiene innanzi al muricciolo di cinta del giardino, del babbo; gli batte il cuore, sente rumore di passi, si nasconde, ha paura di esser visto; poi si appressa, si arrampica d'un balzo allo sporto del muro, getta, spenzolandosi, un'occhiata di baleno nel giardino e si lascia ricadere a terra palpitante. Quante cose ha visto! la casetta bianca, le finestre dischiuse, non ancora baciate dal sole, il viale, il padiglione di glicinie, la quercia superba… Ascolta, gli par di udire una voce, è lei… no, sì, sono due voci note, la sorellina e Costanza. Le care creature hanno l'anima lieta come il limpido mattino che le ha destate, ridono… se salissero sullamontagnuolae si affacciassero al muricciuolo!… ecco si accostano, si allontanano, ridono ancora… se sapessero!…

Ah! questa volta Donato non regge più, una lagrima gli riga le guancie e, dietro a quell'una, mille.

Un rumore di passi nel sentiero lo toglie al sua affanno; vuol fuggire, vuol nascondere il proprio dolore alla stupida curiosità d'un contadino indifferente… troppo tardi, appena ha il tempo di celare la faccia lagrimosa fra le mani. Ma il passante si è fermato, non se ne va, e Donato ne sente lo sguardo curioso ed indagatore.

Allora si leva in piedi, guarda innanzi a sè e rimane come istupidito.È lui, ancora e sempre lui—il fante di picche!

Il signor Asdrubale, col pugno sull'anca, colla faccetta petulante, se non ha un aspetto odioso, come pare a Donato, ha certo una gran voglia di ridere. A momenti spalanca la bocca sorridente e se la lascia scappare la sonora risata di soddisfazione che gli spira da tutti i pori.

«Come ho fatto? Mi domandi come ho fatto, e si dia per vinto. Vede bene che io sono nato prima. «Uno secondi posti per Seregno;» ho l'orecchio fino io ed ho fatto il papagallo… «uno secondi posti per Seregno» ed ho viaggiato con lei, separato solo da un tramezzo, ed ho inghiottito la polvere del suo calesse, ed eccomi… Così ho fatto.

Questa volta non resiste più e dà in una risata che fa ammutolire i grilli mattinieri.

Donato si ricompone, fa un passo innanzi, si ferma e dice:

«Ignoro le sue intenzioni; le mie sono da galantuomo, non ho avuto in mente di sottrarmi alla mia sciagura, ma alla sua presenza odiosa che me la fa parere cento volte più amara.

Che ci è da ridere in queste parole, pronunziate con una solennità dignitosa?

Pure il signor Asdrubale minaccia di far saltare i quattro bottoni della giubba e si stringe i fianchi con tutte e due le mani. Finalmente si rifà serio, e risponde in falsetto:

«Non dirà sempre così, non dirà sempre così.

Certo l'eco della risata ha passato il muricciuolo ed è entrato in giardino, perchè lassù, sulla montagnuola, di mezzo alle foglie della vite ed ai grappoli immaturi, si affaccia una figurina gentile, e poi un'altra. Due esclamazioni di gioia, ed un replicato batter di palme e due voci amorose che gridano:

«Donato!

«Lo zio!

L'ometto dal farsettone nero leva il capo in alto e dice senza turbarsi:

«Sì, piccina mia! siamo noi; arrivati a piedi come due studenti; buon giorno, signorina Mariuccia.

Mariuccia non risponde nemmeno, è la prima a sparire, Costanza l'accompagna; si odono le loro voci fresche e festose che si allontanano gridando la buona novella; Donato non ha parole, si crede beffato da un'illusione, guarda l'ometto a bocca aperta, e l'ometto guarda lui con un sorriso incoraggiante.

«Il signor Martino Bruscoli? balbetta il giovane.

—Sono io per fortuna… perchè potrei anche essere il signorAsdrubale.

Lo studente non ha tempo di domandare spiegazioni delle parole incomprensibili, che dall'estremo punto del sentieruolo appariscono Costanza e Mariuccia, tenendosi per mano, ansimando e ridendo.

Eccoli stretti in un amplesso; fratello e sorella, zio e nipote. Poco stante apparisce il signor Norberto, col volto pieno di rughe e d'amore, coi capelli canuti accarezzati dalla brezza del mattino. Donato si stacca dalla sorella e corre a buttarsi nelle braccia del padre, lagrimando.

Ma Martino Bruscoli accorre, stringe la mano al vecchio e spiega l'improvviso arrivo e le lagrime così:

«Fra quattro giorni Donato incomincia gli esami; tutta la settimana ha studiato, ha studiato, ha studiato, ci ha voluto rimetter gli occhi questo bravo figliuolo; sono stato a Milano per certe mie faccenduole, ho visto una nuova macchina per la Filanda, ed ho parlato coi professori della Scuola d'applicazione… Fra un mese suo figlio è ingegnere. Ha voluto venire a salutarla un'ultima volta prima degli esami, ma questa sera stessa partirà, perchè non ha tempo da perdere, e, come vede, è soverchiamente impressionabile; ha torto, gliel'ho detto, ha torto!

Il tempo passa veloce; non anco sì è arrivati, che già è l'ora della colazione. Donato ha sempre Camillo Bruscoli alle costole; non se lo può levare d'attorno. Pure, non sa bene perchè, nella sua miseria gli par d'essere tanto felice, tanto felice!…

«Signor Martino, egli dice quando per la prima volta si trova con lui, se le ho mancato di rispetto, mi perdoni; io non sapeva che ella fosse lo zio della signora Costanza.

—Non mi basta, risponde l'ometto, tu devi (ti do del tu perchè mi piaci e ti voglio bene, e se vuoi fare altrettanto accomodati) tu devi prima fare ammenda di tutte le ingiurie che mi hai detto o che hai pensato.

—Io?

—Sta zitto… cioè che ho una figura odiosa; questo l'hai detto; guardami bene, ti pare proprio che io abbia una figura odiosa?

Donato ride.

«Hai sospettato che io fossi un usuraio; non è forse vero?

—È vero.

—E che ti rubassi al gioco?

—Questo poi…

—È vero o no?

—Ma perchè non darsi a conoscere?

—Oh! bella, perchè volevo conoscere te, e ti ho conosciuto.

Donato china gli occhi, e si perde in un labirinto di congetture… finalmente trova il bandolo e ne esce con un sospiro.

«Quando vuol che le faccia l'obbligazione… dice poi, cambiando tono di voce.

L'ometto leva le braccia in alto invocando la misericordia del cielo su quell'ingenuo, e risponde:

«Che obbligazione d'Egitto! Oh! non capisci dunque che ho fatto per ridere?

Donato sbarra tanto d'occhi e non trova parole; alla fine balbetta:

«Ma io ho fatto sul serio, ho perduto e devo pagare… il denaro del gioco è sacrosanto.

Martino Bruscoli scatta come una molla e tappa la bocca allo studente.

«Non mi ripetere queste corbellerie; non pretendere d'impormene con queste sentenze virtuosissime che escono dal tribunale della bisca, con questi postulati che non hanno altro valore se non di dare prestigio al vizio; le son ciancie che stanno bene in bocca al signor Asdrubale; ma io mi chiamo Martino Bruscoli, per grazia di Dio, e Martino Bruscoli non conosce altro denaro sacrosanto fuor quello che si è guadagnato col proprio lavoro. Tu non mi devi nulla, ti ripeto, ho fatto per guarirti in tempo da un brutto male; tocca il polso alla tua coscienza e se ti senti proprio sano, non ho perduto la notte. E fammi il famoso piacere di non fiatare nemmeno.

—Ma se avesse perduto lei?

—Se avessi perduto io, ti avrei fermato sulle sei mila lire, e ti avrei detto: «Figliuolo mio, hai riguadagnato il tuo denaro; il signor Asdrubale pagherà a Martino Bruscoli la somma che la signorina Costanza ti ha dato in prestito, eccoti l'obbligazione; non devi più nulla, bada che hai talento, hai cuore, ed eri sulla via di diventare un cattivo soggetto. Piglia la laurea d'ingegnere, fa felice il vecchio babbo, lavora, poi innamorati sul serio di una qualche bella ragazza e valla a domandare allo zio…»

L'ometto si tappa la bocca, ma oramai è scappata… conchiude: «Verrai a vedere la mia filanda; imparerai qualche cosa, perchè già la vita è una scuola d'applicazione, e ci è da imparare da per tutto; i bachi da seta, per esempio, t'insegneranno che prima di farsi il bozzolo prezioso bisogna intorpidirsi; tu ti sei intorpidito due volte; non pigliare alla lettera il sistema dei bachi, va e fatti il bozzolo.»

Che ore veloci! Donato ha appena avuto il tempo di gettare un'occhiata fuggitiva nella sua immensa felicità, ha appena specchiato il suo sorriso negli occhi di Costanza, le ha detto solo che le vuole tanto bene, ed ha paura di non essersi spiegato abbastanza chiaro—e già il focoso Morello scalpita impaziente sul lastrico, e l'oste afferra le redini e la frusta. Bisogna partire; replicati baci a tutti, perfino sulla faccetta petulante di Martino Bruscoli, ma non sulle guancie brune e vellutate di Costanza. Si parte.

Per via Donato fa come gli ha detto l'amico Martino, tocca il polso alla propria coscienza… è sano; or che ha visto la rovina da vicino, è sicuro di non giocar più, e lo dice a sè stesso senza l'inquietudine dei propositi malfermi.

I giorni passano, anche quelli terribili della meccanica e delle costruzioni; vengono e passano allegramente; e giunge il giorno famoso—Donato si copre di gloria; nulla più lo separa da una nuova rete di ferrovie o da una miniera… è ingegnere!

Uscendo dall'aula scolastica per lanciarsi nel mondo, chi lo accoglie a braccia aperte?… Martino Bruscoli, col farsettone nero abbottonato, colla cravatta a sghimbescio. Avesse anche in testa, invece del cappello a tubo, un casco metallico, la sua faccetta asciutta, la sua voce fessa, i suoi sguardi d'economia, fatti con un occhio solo, non avrebbero nulla di pauroso. Oggi Martino Bruscoli raffigura la bonarietà, la cordialità, tutti gli astratti onesti del vocabolario.

«Te lo leggo in faccia, tu sei ingegnere! Tutti gl'ingegneri appena sgusciati hanno la faccia che hai tu….

—Sono ingegnere! sì, sono ingegnere! risponde Donato… e il babbo, eMariuccia… e Costanza?

La famigliarità con cui egli domanda della nipote non offende lo zio, il quale piglia il giovane a braccetto, lo sottrae con lieve violenza ai baci ed alle strette di mano dei compagni, esce dalla Scuola. d'Applicazione, volta a dritta, ed infila a passo di carica il portone del vicino Albergo Cavour.

In un salone deserto, Donato trova il mondo che l'aspetta a braccia aperte, il suo mondo che si chiama, Norberto, Mariuccia e Costanza. Questa volta inaugura la carriera d'ingegnere con un atto d'audacia; dopo aver baciato i suoi parenti, bacia anche Costanza. E nissuno ci trova a ridire.

In un cantuccio dell'ampia sala è preparata una mensa per cinque.

Martino Bruscoli da il segnale; seggono: il vecchio babbo a capo di mensa, Donato accanto a Costanza ed in faccia al… fante di picche. Ah! chi gli avrebbe detto allora che la partita formidabile doveva andare a finire così!

La sala si popola di forestieri, di comitive ciarliere o taciturne; bisogna essere felici a bassa voce, perchè della tranquilla gioia non esali nulla, non si perda un bricciolo.

Il desinare è splendido; alle frutta, Martino Bruscoli fa un brindisi all'ingegnere, ma l'ingegnere è distratto; protetto dalla complicità della tovaglia, egli si è impadronito colla destra della manina manca di Costanza, e tutta l'anima sua è sotto la tavola.

Alla sera si parte insieme; e giunti a Romanò, il signor Martino sbottona il farsettone, leva una busta chiusa e la dà a Donato, dicendogli:

«È un regalo per la laurea.

Donato rompe il suggello ed estrae dalla busta un omicciatolo magro e nervoso, con un giustacuore nero ed un casco metallico.

«Lo serberò prezioso, dice egli arditamente, ma non mi basta: signorMartino Bruscoli, le domando la mano di sua nipote…

E il signor Martino Bruscoli esce a ridere, chiude un occhio e risponde:

«Mariuolo d'un ingegnere… non hai fatto i tuoi comodi, non te la sei presa?… O credi che non ti abbia visto perchè ci era di mezzo la tovaglia?

La camera che io abitava allora in via Bagutta era veramente in alto più del bisogno. Lo dicevo a me stesso quattro volte al giorno, sempre che salivo i cento e dodici gradini che mi separavano dalla folla, ma siccome quando si era su si godeva dalla finestra un magnifico panorama di tegole e di fumaioli, ci rimanevo. E poi in quattro mesi avevo fatto la conoscenza di tutti i vicini, e di solito fra i vicini d'uno scapolo ve n'è sempre qualcuno da cui dorrebbe esser lontani.

Fu là ch'io conobbi la più bizzarra coppia coniugale che si possa immaginare. Dire che il signor Sulpicio e la signora Concetta erano la legittima metà l'uno dell'altro non sarebbe una metafora, che tra tutti e due non so bene se avessero il tanto di polpe e di muscoli necessario a formare una sola creatura umana mediocremente pasciuta. Ponendo però insieme i loro annetti passavano il secolo e mezzo un bel tratto, e se coll'immaginazione (il decoro non consentiva altrimenti) collocavo la signora Concetta ritta in piedi sul cranio del signor Sulpicio, mi conveniva rassegnarmi a veder la testa della veneranda moglie sfondare il soffitto e passare dall'altra parte. Ora il soffitto della mia camera distava dal pavimento tre metri e mezzo.

Quando uno abbia sciolto tutti questi quesiti aritmetici si troverà, credo, innanzi il più preciso ritratto dei due coniugi, e li vedrà come io li vedo nel mio pensiero, lunghi, esili, allampanati, colle teste incanutite, coi volti tagliuzzati dalle rughe, cogli occhi sprofondati e lucenti.

Vivevano insieme dividendo il letto e la mensa e le tribolazioni da cinquantacinque anni, e s'erano tanto guardati nel bianco dell'occhio, che a poco a poco i due volti avevano come fatto la smorfia l'uno all'altro, e se non erano i nasi, si avrebbe detto che Sulpicio e Concetta fossero fratello e sorella. Ma i nasi, non ci era verso, avevano voluto rimaner tal quali, ed io dico che di nasi più in antitesi non mi toccò mai di vederne in vita; quello del marito, incurvato a becco d'aquila, come un curioso che guarda a tutto ciò che entra in bocca, quello della signora Concetta, rivolto in su, come un prudente che si tira indietro quanto può per non dar soggezione ai buoni bocconi. Le due similitudini non le ho fatte io, ma avevano avuto origine alla mensa dei due sposi, cinquantaquattro anni e undici mesi innanzi, in un momento di collera reciproca prodotta da non so quale intingolo che sapeva di fumo.

Fu la prima nuvola del loro azzurro, ma fu un nuvolone brutto, che come dall'intingolo si era passato ai nasi, così dai nasi si passò alle abitudini e dalle abitudini agli umori. Si finì a conchiudere che la catena del matrimonio non aveva mai appaiato due che la portassero insieme così di malavoglia; Concetta parlò di ritornare ai parenti e Sulpicio voleva che ci ritornasse subito, ma si considerò che, siccome viaggiavano per le nozze, i parenti di Concetta si trovavano a dugento miglia dal luogo della prima catastrofe matrimoniale, e si differì la cosa.

La gran parola era stata pronunciata «separazione di letto e di mensa!»

Al giorno dopo Sulpicio pensò che a lui era stato affidato il verginale tesoro della sua compagna, ricordò le parole d'un commovente discorsetto che gli aveva rivolto il suocero, ricordò d'aver giurato difarla felice, ricordò un mondo di oneste ricordanze, pensò un mondo di savii pensieri e conchiuse che gli bisognava indurre Concetta a rimanere nel tetto coniugale.

Dal canto suo Concetta, donna giudiziosa se mai ve n'ebbe, s'era tirata in mente i consigli della mamma, il sì pronunziato all'altare, l'invidia delle amiche rimaste zitellone, aveva pensato al dolore dei suoi, alla segreta gioia ed alla falsa compassione delle compagne e conchiuso che forse dopo tutto Sulpicio non era cattivo, e che se non fosse stato quel disgraziato intingolo che sapeva di fumo… Quando Sulpicio venne col suo più bel sorriso, Concetta aveva anch'essa il suo più bello, si strinsero le mani, si abbracciarono stretti e fecero la pace.

In fondo però rimaneva inteso che si davano l'uno all'altro in prova.

Quella prova era, per mille burrasche della stessa natura, giunta fino al quarto piano di via Bagutta, e durava ancora.

A volte il vicinato era messo improvvisamente sossopra da uno strillo acuto.

«È Concetta!» si diceva.

Era Concetta. La disgraziata vittima, dopo di aver lanciato al suo tiranno tutti gli epiteti graziosi ammucchiati in cinquantacinque anni di ricerche, senza riuscire a debellare il dizionario del marito, gli gettava finalmente uno strillo formidabile. Si accorreva e si trovava che il vecchio Sulpicio si era posto in salvo giù per le scale e che Concetta gli avventava un ultimo aggettivo qualificativo dal pianerottolo.

I primi uffizi di buon vicinato venivano prodigati a Concetta, e si sapeva a memoria che dovevano consistere nel lasciarla dire fino a tanto le fosse sbollita la collera. Guai a compiangerla o a dirle che non meritava la sua sorte e che suo marito era un disgraziato: anche quando pareva spenta, ripigliava fuoco come un fiammifero a protestare che il suo Sulpicio se l'era voluto lei e se l'avrebbe tenuto, che quello che era il suo Sulpicio lo sapeva lei sola e non doveva saperlo altri, e nessuno venisse ad insegnarle a leggere nel cuore del suo Sulpicio, e che essa da un pezzo lo sapeva a memoria e che in fondoluivaleva meglio di tanti.

Cessato l'impeto, e quando il pianerottolo era ridiventato solitario, la vecchia usciva di soppiatto dalle proprie camere, si guardava intorno colla testa tremante entro la larga cuffia di seta nera, scendeva due scalinate ed andava a picchiare all'uscio, della signora Nina, una giovine vedova che viveva con uno zio pieno di acciacchi, amico di Sulpicio. Concetta sapeva che il suouomovoleva un gran bene a quella giovane donna e non solo non era gelosa, ma ne invocava l'intercessione per farle fare la pace.

Press'a poco nello stesso tempo il fuggitivo marito ritornava furtivamente in casa, saliva le scale ansando e faceva irruzione nella mia camera.

Sapeva che Concetta mi voleva bene come ad un figliuolo, che una mia parola poteva molto sull'animo di lei, e mi affidava il carico di ridargli la sua domestica tranquillità.

A me la parte di conciliatore non costava gran fatto, e non credo che alla signora Nina contasse di più.

Quando Concetta mi vedeva, non mi lasciava proferir verbo dell'imbasciata, stringeva fra i nodi di ambe le mani la mia destra, e con un muto tentennar del capo e un levar d'occhi al soffitto, mi dimostrava tutto il suo dolore dell'accaduto, l'intenzione di ritornare nel talamo, la gratitudine per la mia buona opera.

In fondo era evidente che Concetta non poteva vivere separata dal suo Sulpicio, e che pensava nemmeno Sulpicio potesse stare senza la sua Concetta. Si amavano come si erano sempre amati, alla loro guisa battagliera, ma si amavano quanto è possibile che due si amino in terra.

Quando il convertito Sulpicio, il quale non aspettava altro, riappariva nel vano dell'uscio, dandosi un contegno sbadato ed indifferente per non parere commosso alla mia presenza, Concetta si ricordava non so qual rammendatura che doveva fare, e frugava in fondo alle tascaccie per trovare il ditale e l'agoraio.

Allora o infilavo l'uscio, o mettevo il capo ai vetri della finestra, o mi correvano gli occhi ad un libro o ad un quadro.

Sulpicio si accostava a Concetta, e Concetta si volgeva un pochino verso Sulpicio, ed entrambi un altro poco; poi vedevo colla coda dell'occhio stringersi due mani tremanti, ed avvicinarsi due volti illuminati da un magnifico sorriso, e due lagrime scendere incanalate lungo i solchi delle rughe…. Finalmente si abbracciavano stretti. Ed io continuava a guardare altrove, o mi voltavo sbadato, o dicevo che faceva un magnifico sole quando non faceva una pioggia diluviana, pensando dentro di me che quelle lagrime erano giovani e quei sorrisi in tutto degni della primavera di due volti rosati.

Una volta però la burrasca fu così tremenda, che prima che le due navi entrassero d'accordo nel porto matrimoniale ci vollero parecchie ore e molte ambascerie. La parolaseparazione di letto e di mensaera stata pronunziata da tutti e due, e nissuno voleva essere il primo a disdirsi.

A sgominare la vicendevole diplomazia, i due coniugi erano andati fuori di casa da due parti opposte. La domestica, una fanciullona mezzo scimunita che i due vecchi avevano raccolto, non capiva nulla di nulla, fuor che i suoi padroni erano usciti uno dopo l'altro. Mi sedetti innanzi al caminetto, attizzai il fuoco ed aspettai. Era una magnifica giornata d'inverno; il sole dardeggiava sui vetri, ed i tizzoni scoppiettavano allegri.

I miei pensieri erano giocondi.

Cercavo d'indovinare quale dei due dovesse ritornare primo al letto coniugale… Quale? Concetta senza dubbio. In quella appunto udii un fruscio di abiti, mi alzai, mi volsi… e mi trovai faccia a faccia colla signora Nina, la giovane vedova del terzo piano.

La signora parve meravigliata di vedermi e si mostrava imbarazzatissima, tanto più che, essendo entrata colla dimestichezza consueta, voleva non aver l'aria, d'aver commesso una indiscrezione, e si guardava intorno per vedere se qualcuno giungesse ad apprendermi indirettamente che ella usava d'un vecchio diritto.

Intanto io m'era inchinato a salutarla, ed aveva fatto per parlare.

Ella mi prevenne.

«La signora Concetta non è in casa? mi disse.

—Nè il signor Sulpicio, aspetto l'una o l'altro.

—Ed io cercava dell'uno o dell'altra, ritornerò…

Ma l'apprendere che i due coniugi erano entrambi fuor di casa pareva inquietarla e non si muoveva.

«Se desidera attendere qui, ritornerò io…

—Grazie… ella viene probabilmente per…

—Per lo stesso motivo…

Così dicendo mi trassi in disparte come per invitarla ad inoltrarsi, e un minuto dopo ella era seduta al mio posto in faccia al camino, ed io non me ne andava.

La signora Nina non mi conosceva, ma io conoscevo benissimo la signora Nina; molte volte, dalla mia finestra posta sopra la sua, avevo studiato a memoria il colore dei suoi capelli sperando invano che ella mi desse occasione di apprendere il colore delle sue pupille; una volta l'avevo posta in fuga tossendo, e d'allora in poi non avevo mai più tossito alla finestra. Ora quelle manine candide, che avevo visto battere la solfa sul davanzale, tenevano le molle innanzi al camino, e quel volto, che era quasi tuttavia un mistero per me, mi si mostrava aperto.

Ah! la signora Nina era bella, o almeno mi piaceva tanto!

Vedendo che mi stavo ritto, mi fe' un cenno cortese; sedetti; aspettammo alcuni momenti in silenzio; nessuno veniva.

A poco a poco quel silenzio ci pesò, e per uscirne ella mi parlò diSulpicio, ed io le parlai di Concetta.

Quando seppe l'ufficio che io compiva dacchè avevo la fortuna d'essere il vicino dei due coniugi, la vedova sorrise lievemente. Che bel sorriso! Che magnifici denti!

«Quale disgrazia! uscì a dire poco dopo; passare cinquantacinque anni insieme senza riuscire ad intendersi!

—Debbe essere uno spasimo, osservai; ma in fondo si vogliono bene.

La vedova fe' una smorfietta e non rispose.

«Quei contrasti sono per essi come i venti che separano onda da onda e le avventano, per ritornarle, passata la burrasca, la superficie d'uno stesso mare. Non credo che due possano vivere insieme gran pezzo senza incollerire.

Assolutamente la vedova non voleva rispondere; crollò il capo e si die' a frugare impaziente nelle ceneri.

Tacqui.

«Quante ore sono? mi chiese avvedendosi che il suo silenzio mi offendeva.

—Le quattro.

—È tardi; bisogna che me ne vada; ritornerò…

—Mancano veramente tredici minuti alle quattro…

La signora Nina sorrise e non se ne andò. Io non comprendeva perchè, ma il cuore scampanava a festa…

Quand'ecco venire Sulpicio e Concetta, tutti due, tenendosi per mano.

«La pace è fatta? interrogammo coll'occhio la signora Nina ed io.

—Sissignori, ci risposero i due coniugi alla stessa maniera.

—Ero venuto per salutarla, disse forte la vedova a Concetta; ora è tardi e me ne vado.

Concetta era di buon umore; le sue rughe avevano la mobilità delle grandi gioie e gli occhietti mandavano lampi.

«Meno male che il signor Carlo le ha tenuto compagnia.

A quel riavvicinamento io sentii che il cuore picchiava più forte, e mi avvidi che la vedova arrossiva.

Se ne andò; me ne andai subito dopo…

E tutto il giorno pensai alla signora Nina, e la sognai tutta notte, e al giorno successivo stetti alla finestra l'intero mattino per vederla, e fui così fortunato che mi vide e si volse e la salutai, e per un mese non lasciai di andare alle stesse ore alla finestra, sempre colla stessa fortuna, e una volta ardii sorriderle, e un'altra volta ardì sorridermi… e cinque mesi e otto giorni dopo, io mi stringeva legittimamente al cuore la signora Nina… non più vedova.

Eravamo felici. Abitavamo una casicciola molto lontana dal chiasso e dalla baraonda cittadina; le nostre finestre non guardavano in casa d'incomodi vicini; il sole ci veniva a trovare ogni giorno all'alba e ci lasciava dopo mezzodì, e la luce dava colori di festa ai nostri mobili nuovi.

Il vecchio zio di Nina non aveva voluto assolutamente, come egli diceva, porre i suoi acciacchi in comune per fare una casa sola, e se n'era andato a stare con una sorella la quale viveva in villa.

La compagnia dei nostri sogni, dei propositi nostri, bastava a tutto; qualunque altro sarebbe stato un importuno. Le nostre stanze color di rosa erano popolate di care fantasime dello stesso colore. L'avvenire ci appariva nei sogni, e ne facevano di così leggiadri! Bisogna dire che Nina aveva una rara squisitezza di maniere, un sorriso dolcissimo, uno sguardo sereno come un raggio di luna, una voce armoniosa come una parola di conforto, e una tal maniera vezzosa di appressarmisi, di pormi le mani sugli omeri e dirmi «ti voglio bene» senza dirmi nulla, che io avrei passato le ore intere a divorarmela cogli occhi.

Aveva un solo difetto: nell'andare da una stanza all'altra si tirava dietro gli usci con violenza. Molte volte, strappato alle mie fantasticherie dallo sbattere d'una porta, avrei ceduto ad un movimento dispettoso se subito dopo non mi fosse apparso il suo viso rosato.

Ciò nondimeno il cuore continuava a trotterellare allegro e non mi sarebbe riuscito di fargli prendere un'andatura più ragionevole.

Bisogna anche dire che io era per Nina un marito poco men che perfetto. Non la lasciavo sola mai, o più raramente e più brevemente che poteva, non la contraddiceva in nulla, prevenivo i suoi desideri, non le dicevo che parole buone, facevo cento fanciullaggini per tenerla di buon umore. Avevo però anch'io un diffettaccio: mi distraeva orribilmente; a certi momenti, per tener dietro ad una sciocca fantasia, non mi accorgevo che ella, sorridendo, mi domandava un sorriso, o rispondevo con un cenno serio del capo ad una proposta burlesca.

Certo la sorte non accoppia due colpe così nere per dare l'immagine della pace coniugale.

Venne il giorno in cui io mi mostrai più distratto del solito, ed ella sbattè gli usci più forte. Mi sfuggì unoh! ed ella l'intese, ed io me ne pentii. Inutilmente. Un'altra volta Nina mi lasciò pensoso, camminando sulle punte dei piedi, e chiuse l'uscio con mille precauzioni per non far rumore… Il frastuono delle fucine d'averno non mi avrebbe fatto dare un balzo più ratto dalla seggiola. La raggiunsi, l'abbracciai, e ridemmo insieme di gran cuore.

Ma il ghiaccio era rotto; ci avevamo detto in viso il pensiero nostro: non eravamo perfetti!

Per quanti sforzi facesse, Nina non riusciva a correggersi; solo quando aveva peccato, pigliava una certa aria tra il dolente e lo scherzoso che la faceva più bella.

Quanto a me avevo un gran scrollare il capo, o spalancar tanto d'occhi quando ero colto col cervello in processione—non ci guadagnavo nulla, assolutamente.

La luna di miele durava da molte lune, senza che la più lieve ombra avesse mai oscurato i nostri volti innamorati.

Fu un giorno, un brutto giorno di quel dispettoso mese di luglio, in cui il sole è così beffardo e il caldo così crudele… Ella giura d'essere stata la prima a dirmi: «vorrei un po' sapere a che pensi sempre col capo nelle nuvole, vorrei proprio saperlo…;» ma non le credete; la prima offesa uscì proprio dalle mie labbra in forma d'un piccolo sacramento che non mi riesci d'afferrare coi denti se non quand'era venuto fuori più di mezzo. Comunque sia, un di noi rispose con una lieve impertinenza, e l'altro con una meno lieve, e poi con un'ironia, e con un'altra ironia, e infine Nina colle lagrime agli occhi ed io col cuore gonfio.

Un'altra volta lo stesso esordio ci portò alla stessa conclusione, ed un'altra più in là,

—Questa vita non è più sopportabile, disse lei.

—Davvero! dissi io per farle dispetto.

—Davvero! Ah! davvero! Eh! lo sapeva io che sei già stanco di me: è quasi un anno che sei alla catena.

—Dieci mesi, risposi.

—Che ti sono parsi dieci anni; me ne sono accorta già da un pezzo; la nostra felicità ha già troppo durato; ah! come sono disgraziata! Finirai per odiarmi, se pure non mi odii fin d'ora; ma finirò anch'io per odiarti.

Mi struggevo di voglia di pigliarmela fra le braccia e di portarla in giro perle stanze, lei e tutta la sua collera insieme, sino a tanto che dicesse:bastaridendo; mi veniva voglia di buttarmele ai piedi ginocchioni e dire le mie orazioni maritali, di allacciarle il collo e rubarle tanti baci finchè lo sgomento me l'avesse rifatta docile—mi venivano in mente tutti i propositi buoni che possono venire alla miglior pasta di marito. La guardai sott'occhi, vide il mio sguardo e mi volse le spalle, mossi un passo verso di lei, ed ella via in un'altra camera… ed io dispettoso, via dalla parte opposta, e giù per le scale, pieno di rimorsi già prima di porre in atto la terribile vendetta,

Gironzai un pezzo, non mi potendo staccare dal vicinato e volgendomi ogni tanto a guardare la casicciola dov'era la mia felicità.

Mi tornavano al pensiero Concetta e Sulpicio, i buoni amici d'una volta, e dicevo a me stesso che io non aveva chi compiesse presso la mia Nina i buoni uffizii di paciere, e che dopo tutto non avrei patito di affidarli a chicchessia.

Pensavo: «È la prima volta, ma chi sa se non faremo più! Bisogna ritornare a lei, toglierla quanto è possibile alla sua pena, e confortarla, e dirle che non avremo più a bisticciarci mai… Ma se, invece di ascoltarmi benignamente, fa la ritrosa?… Ah! che non darei perchè alla prima parola buona rispondesse con un bacio saporito! E non se ne parlasse più e si piangesse e si ridesse insieme!» Tutte queste riflessioni, mi portarono due o tre volte sulla soglia di casa, ed altrettante me ne ritrassero; finalmente mi riuscì di rompere il fascino, infilai il portone d'un balzo, salii gli scalini a quattro a quattro, ed in un attimo fui innanzi a lei che mi era venuta incontro lagrimosa sul pianerottolo.

Nascondeva il viso fra le mani e non mi diceva nulla. Le cinsi il corpo con un braccio e la trassi nel salotto; me la feci sedere sulle ginocchia, le scostai con dolce violenza le mani dagli occhi, posi il mio volto sotto al suo, e le chiesi perdono. Ma invece di perdonarmi scoppiò in un altro singhiozzo, e mi buttò le braccia al collo, ed appoggiò la testina sul mio omero.

Mi batteva il cuore forte; gli atti di Nina esprimevano una disgrazia. Che era dunque avvenuto nella mia assenza? Di nuovo carezze di baci e di parole, e cento interrogazioni paurose e finalmente un altro singhiozzo più forte:

«È morta!

—Chi?

—Concetta, la povera Concetta!

Ammutolii. Se devo dire il vero, non me ne doleva moltissimo; la buona donna trotterellava giù dalla settantina da un pezzo, e il Paradiso aveva aspettato molto per avere una pergamena di più; ma rispettavo la sensibilità di Nina. Quando ebbe cessato di lagrimare, tentennò il capo e mi disse con un filo di voce melanconica:

«Eccoli separati di letto e di mensa!

—E chi ti ha dato questa notizia?…

—Un'amica che è venuta a trovarmi; la povera Concetta è mancata ieri l'altro quasi improvvisamente.

—E Sulpicio?

—È disperato; non dice parola, sembra sbigottito.

—Bisognerà andare a trovarlo,

—Amico mio, vacci subito.

Vi andai.

Oimè! Il povero cuore del vecchio non aveva potuto resistere agli affanni della solitudine, e nella notte, poche ore dopo che gli fu portata via la sua compagna, s'era posto nel vedovo letto colla sicurezza di non vedere un altro mattino.

Il cadaverico volto pareva sorridermi tristamente e dirmi che neppure la morte li aveva voluti divisi.

Ritornando a casa col cuore mesto, ma d'una mestizia dolce che mi faceva bene, non volli dire nulla alla mia compagna. La quale seppe la cosa da altri alla mia presenza, e come fummo soli mi si strinse paurosamente al petto…

«Carlo!

—Nina!

Levò gli occhi come per leggermi nel pensiero, e mormorò lentamente queste parole:

«Anche noi, non è vero?»


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