II.IL MANICOMIO DI BICETRE
L’inatteso discoprimento del vero essere che si nascondea sotto il nome di Ferdinando Ducastel; lo strepitoso giudizio sul quadro laPreghiera, e quello su la morte del giovine uffiziale Giustino Victor; la condanna fulminata contro l’autore del doppio tradimento; e da ultimo la demenza che avea colpito il Ducastel, formavano ampio soggetto di ragionamenti nella capitale della Francia, mentre, dopo esatta verifica della follia, il Lennois era stato trasportato al Manicomio di Bicètre.
È noto che, prima del regno di Luigi Filippo, l’ospizio di Bicètre era quello che raccoglieva, oltre i dementi, i condannati di ogni maniera. Oggi sembra che l’ospizio di Charenton sia più specialmente destinato a ricettare i condannati, innanzi di trarre a patire la pena loro inflitta. Tuttavia Bicètre è stimato il miglior manicomio per gli uomini, siccome la Salpetrière per le donne: salubrità di aria, di spazio, esimii professori addetti alla cura de’ maniaci, e ottimo trattamento rendono questi luoghi fecondissimi di felici risultati a pro dei miseri sofferenti.
Pochi giorni addietro Federico, ora forsennato, avea riuniti in sè tutti gli elementi della felicità: giovinezza, salute, dovizie e gloria; ciò non pertanto, siffatti elementi appoggiati sulla colpa, eran rovinati con un sol soffio di Dio, e l’uomo che li possedea, fatto segno primamente all’invidia di tutti, or più non era che un misero oggetto di pietà. Forse il Lennois condannato ai ferri non avrebbe desta quella commiserazione che destava il Lennois pazzo; perciocchè le sventure che vengono dal cielo soglion muovere l’altrui compassione più di quelle che son prodotte dagli uomini.
A qual genere di follia apparteneva la sua? Noi cercheremo di darne una rapida e precisa idea. Lo stato di fiaccamento nervoso a cui lo avea ridotto l’ultima infermità sofferta, l’avvicendarsi di tante impensate accuse, il veder quasi risorti gli estinti che si levavano per lacerargli la coscienza e per ismascherare i suoi delitti alla Giustizia; la certezzad’una irreparabile ruina e di una vergogna incancellabile; tutto ciò avea cagionato quello sconcerto d’idee, il quale si era venuto accrescendo poco a poco, ed avea preso l’aspetto ed il carattere di follia, nel momento in cui la sentenza venia letta e che il condannava alla catena de’ galeotti.
Lo scroscio di risa che era scoppiato sulle labbra del Lennois quando il Cancelliere ebbe posto fine alla lettura della sentenza, avea fatto fremere e raccapricciare gli astanti.
E quello scroscio di risa non si era estinto che dopo un bel pezzo; egli rideva ancora, quasi di un riso di convulsione, quando, ammanettato, era messo in una carrozza e trasportato provvisoriamente all’ospizio dei folli.
Molte accurate disamine furono fatte dalle autorità per accertarsi che il Lennois non avesse usato un’astuzia per sottrarsi alla pena cui era condannato; e queste disamine, eseguite dai più abili professori della Facoltà di Parigi, avevano comprovato la realtà del fatto, dichiarando che positiva era la demenza del condannato, ma che essa non apparteneva a quella specie che dir si può incurabile: essere però suscettivo di guarigione il caso del Lennois. Questo avea determinato le Autorità a mandarlo all’ospizio di Bicètre, affinchè, guarito, avesse potuto scontar la pena, inflittagli dalle leggi.
Il Manicomio di Bicètre dir si può uno dei migliori ospizii di folli che vanti l’Europa. E qui ci è forza di riconoscere il progresso che la scienza ha fatto in talune sue branche sul suolo della Francia, ed in particolare la scienza medica. La facoltà di Parigi e l’Accademia delle scienze hanno dato pressocchè in tutti gli anni insigni nomi che l’Europa ha rispettato, e i quali lustro hanno accresciuto al lor paese e molto lume alla scienza. Epperò gli stabilimenti sottoposti alla intelligenza ed alla filantropia di uomini dotti e filosofi, van commendati pe’ lieti risultamenti che vi si ottengono: ed in ispecialità i Manicomii, i quali, più che in ogni altra parte di Europa, si riempiono ogni anno di vittime infelici, sia di eccessi di passioni, sia d’immoderata ambizione, sia di abuso di piaceri, sia di disillusioni politiche, rendono in pari tempo bella testimonianza delle cure e delle sollecitudini con che son assistiti i dementi, di cui gran numero vengono restituiti, nel pieno uso delle loro facoltà intellettuali, alle riconoscenti famiglie. Abbiam detto che in Francia, più che in ogni altra parte di Europa, grande è il numero dei dementi.
Uno degli spettacoli più tristi ed avvilienti si è senza alcun dubbio quello delle misere creatureche han perduto lo ben dell’intelletto; è questo uno degli argomenti più validi e atti a dimostrare l’umana fralezza e miseria: l’essere intelligente, che ragiona, che analizza, che comprende ed ama, che si ricorda e spera, che si spazia col pensiero nelle astruse regioni del calcolo astronomico, e che discopre i più riposti segreti di natura; l’ente sublime, perfezione del creato, immagine di Dio; eccolo messo a livello del bruto, eccolo caduto al di sotto di quegli animali su cui dianzi imperava col divino raggio della ragione. Il capo de’ dementi è come se fosse di continuo sottoposto all’impero de’ sogni, i quali non si aggirano che sovra sensazioni e non mai sovra idee: l’idea del tempo non è più ne’ dementi; siccome avviene ne’ sogni; qualche voltaneanche l’idea del luogo. Ei parla senza intendere il significato delle proprie parole; ode sulle altrui labbra la lingua nativa e non la comprende, come se fosse uno straniero idioma; ei riguarda e più non riconosce quelle persone che poco prima, quando egli era ancora sano di mente, gli facean battere il cuore per piacere ed amore: le care ed ineffabili parole disposo, padre, figlio e fratello, parole che eran tutta una vita di tenerezza, una storia di dolcissimi affetti, ora più non risuonano agli orecchi di lui che come suoni vuoti di sentimento. La sua vita non ha più nè passato nè avvenire; il sogno delle reminiscenze, sì caro all’anima, è finito! Ei più non ritroverà nella schiacciata memoria i giorni soavissimi della giovinezza, le immagini di quelle persone che gittavano nei suo cuore fiumi di amore: tutto, tutto è finito; il passato non è più per lui che uno sconcerto, un caos orribile; è l’immagine di una casa ricca di suppellettili e per dove è passato l’incendio: non vi è più che ceneri e tenebre.
L’insano non ha più avvenire: egli più non conta gli anni, le stagioni, i mesi, i giorni, le ore: a simiglianza di un lugubre sonno, la sua vita trascorre avvertita soltanto da una molesta sensazione al cervello e da un fuoco interno che gli serpeggia pe’ nervi. Solo, sempre solo, il demente non aspetta nessuno, nè è aspettato da alcuno; non pur la ragione questo misero ha perduto, ma il cuore eziandio con tutte le sue care affezioni di famiglia e di amici: la stessa voce dei figliuoli, che fa scuotere anche il cuor d’un cadavere, non tocca più quel muscolo cavo e inerte: il tenero padre, lo sposo amantissimo, il figlio affettuoso, lo sviscerato fratello, più non è che un bruto. La sua forza fisica si sviluppa, però che il morale è schiacciato: i muscoli guadagnano quello che perdono i nervi, l’animale acquista ciò che l’uomo abbandona. Gli è però che sovente la mazza del custode, il letto di forza, il bagno di sorpresa, la camicia di ferro, debbono inceppare l’esagerazione della forza muscolare che minaccia irrompere e scoppiare come ardente caldaia.
L’incessante avvicendarsi di prosperi e lagrimevoli casi, l’eccesso delle passioni, favorito da un’ardenza di temperamento, la mancanza del sentimento religioso nelle grandi sventure, il veder ruinata l’una dopo l’altra tutte le speranze di avvenire, la perdita di qualche troppo cara persona, la vergognosa caduta dalla stima de’ concittadini, un’amara ingiustizia sofferta, e tante altre innumerevoli cagioni possono determinare lo stato dell’insania più o meno intenso, più o meno capace di guarigione. La specie umana offre sì perpetuo contrasto di gioie e di dolori; l’avvenire si burla in tante guise della sorte degli uomini, che non sempre la loro ragione può resistere a’ colpi impensati: talvolta essa combatte con coraggio e con vittoria contro un improvviso assalto di mali, e poi soccombe alla durata di questi.
Abbiam detto che la demenza di Federico Lennois non era stata trovata incurabile, perciocchè sono da estimarsi generalmente incurabili quelle infermità in cui un organo è leso in modo da non poter più adempiere al suo particolare officio vitale. Ora, uno de’ pregiudizii più funesti all’umanità, osserva il profondo Pinel[10], e che è forse la deplorevolecagione dello stato di abbandono in cui vengon lasciati quasi dappertutto i dementi, è il risguardarsi il loro male come incurabile, e di riferirlo ad una lesione organica nel cervello o in qualche altra parte del capo.
«Io posso assicurare, soggiugne lo stesso autore, che nel più gran numero di fatti che ho raccolti sulla mania delirante divenuta incurabile e terminata da altra funesta malattia, tutt’i risultati dell’apertura dei cadaveri, comparati a’ sintomi che si sono manifestati, provano che questa alienazione ha in generale un carattere puramente nervoso, e non è l’effetto di nessun vizio organico della sostanza del cervello. Anzi, tutto annunzia in questi alienati un forte eccitamento nervoso, un nuovo sviluppo di energia vitale; la loro continua agitazione, le loro grida talvolta furibonde, la loro tendenza ad atti violenti, le loro veglie ostinate, lo sguardo animato, la loro petulanza, le loro vive risposte, un certo sentimento di superiorità nelle loro forze e nelle loro facoltà morali, dal che nasce un ordine novello d’idee indipendenti dalle impressioni de’ sensi, nuove emozioni senza nessuna cagione positiva, ed ogni specie d’illusioni e di prestigi».
La follia di Federico apparteneva a questa specie che vien detta puramente nervosa: egli ebbe nei primi giorni non pochi momenti di furore, i quali eran seguiti da una tristezza e da una immobilità spaventevole. Alcune volte egli si ostinava tenacemente a non prender cibo veruno di qualunque maniera, la qual cosa non fa che esasperare e prolungare gli accessi di mania: altre volte si gittava con avidità sul pasto e il divorava con tanta fretta che ad ogni boccone correa pericolo di strozzarsi. Era pertanto più frequente il caso in cui Federico rifiutasse con forza incredibile ogni maniera di alimenti. Questa ripugnanza era forse fondata sul sospetto che volessero avvelenarlo. Egli chiudeva ermeticamente la bocca, serrava i denti, e rendea vani tutti gli sforzi che si facevano per introdurre nel suo stomaco qualche sostanza alimentare. Ciò non pertanto, raramente finiva una giornata, senza che egli avesse mangiata la minestra della sera[11].
Tra le altre singolarità di questa mania era quella che il Lennois spingeva gridi altissimi ogni qual volta sentiva pronunziar la parolaferro, sia che questa parola avesse analogia col cognome Ferraretti, di cui l’immagine rediviva tanto lo avea perseguitato, sia che egli ricordasse la pena infamante, alla quale era stato condannato. I medici dell’Ospizio che conoscevano la sua storia, avean proibita l’applicazione assurda e pericolosa della catena, e si erano limitati a prescrivere per Federico il semplice corpetto di forza nei momenti dell’effervescenza del suo furore. La sola vista della catena destava tanta rabbia in quel misero che la sua vita ne era minacciata, per un colpo di apoplessia.
Tristo in vero era il caso di questo sciagurato; pel quale non si sapea se dovesse desiderarsi la guarigione o la continuazione della follia; imperocchè la prima il consegnava alla pena cui era stato condannato. Pazzo o galeotto; ecco il terribil dilemma a cui lo avevano ridotto le sue tristizie!
Oh se coloro i quali avean veduto un mese prima questo giovine in tutto lo splendore dell’umana felicità, lo avessero riguardato nella sua cella di Bicètre! Qual tremenda lezione per quelli che si coricano sulle rose dei piaceri comperati a prezzo d’ingiustizia, di tradimenti e di sangue! Collo sguardo fosco, bieco ed incerto, co’ capelli scompigliati, colla barba incolta e rozza, Federico si aggirava nella sua cella, come una belva nella stia, or parlando tra sè a voce bassa, or camminando, o fermandosi a vicenda, or mettendo alte grida di spavento e rincantucciandosi in uno spigolo della sua stanzetta. Gli abiti della demenza coprivano le sue membra; il capo era sempre piegato sul petto, le labbra semiaperte, le mani penzoloni, le ciglia aggrottate. La sua fisonomia era seria, ma non di quella serietà figlia del pensiero; sibbene di quella immobilità d’idiota. Federico Lennois, che era stato oggetto di ammirazione e di curiosità, ora era anche oggetto di curiosità, ma quale differenza! Prima, egli era additato come un figlio prediletto del genio, ed ora come uno strano fenomeno di umana miseria; prima egli era contemplato come un uomo raro, oggi come una rara belva.
Molte persone erano andate a visitarlo durante la sua trista infermità: non diremo che queste visite fossero dettate da premura di amicizia, da ricordo affettuoso, o da altra nobile e generosa cagione. Federico Lennois non aveva più amici; la curiosità, la semplice curiosità, mista forse ad un segreto compiacimento, richiamava quella gente intorno alla sua stia.
Era già passato un mese all’incirca ch’egli era a Bicètre, sottoposto ad un regime di cura di cui si aspettavano i più felici risultati, allorchè un avvenimento impensato sopraggiunse, il quale gittò l’intera Parigi nello stupore, per uno dei più strani casi che fosse mai avvenuto nella commedia della umana vita.