II.IL SALONE DEL 1829
Ogni anno Parigi invita i suoi abitanti ad ammirare le opere di pittura e di scultura, le quali sono credute degne di essere presentate agli sguardi d’una colta nazione. Ogni anno il giurì decreta il premio al migliore de’ lavori esposti, e distribuisce gran numero di medaglie a’ più valorosi concorrenti. Per tre mesi consecutivi il pubblico parigino accorre in folla, sia nelle Gallerie del Louvre, dove per lo passato si tenea l’esposizione, sia nel Conservatorio, alla sala de’Minuti-Piaceri, sia al palazzo delle Tuillerie, sia al palazzo Reale. I parigini accorrono sempre in folla dovunque li chiama un novello spettacolo, di qualunque maniera si sia; e per essi è indifferente lo assistere così ad una di quelle scene che si chiamanosommosse, come trarre ad una pubblica mostra di belle arti.
L’annuale Esposizione è dunque pe’ Parigini uno spettacolo come ogni altro, un divertimento come qualunque altro, un motivo per aggrumolarsi in un luogo e far folla e rumore, per vedere ed essere veduti, per avere di che discorrere par qualche giornata.
Ma queste pubbliche esposizioni, comecchè incuoranti gli artisti e feconde di belle opere, quantunque commendevoli sotto ogni aspetto e onorevoli per lo Stato, che schiude il campo a nobil gara d’ingegni, non potranno giammai far nascere sul suolo della Francia quella scintilla divina che crea i Raffaelli, i Michelangeli, i Tiziani.
Le sublimi arti della pittura e della scultura non si innalzano che coll’innalzamento dell’anima sul plasticismo della creta. Quanto più il pensiero dell’artista si sublima e sorvola alla terra, tanto più il suo concepimento è ispirato, e l’opera sua è immortale.
La Fede innalza l’anima e crea il genio.
La storia e i misteri della religione di Cristo aprono il campo alla vasta ispirazione, e fanno scaturire dall’argilla tesori di celesti bellezze che sfidano il soffio onnipossente dei secoli.
Gli artisti italiani sono grandi e immortali perchè ispirati.
Iddio ha benedetto e fecondato di genii le terre della penisola. Ma che diremo della Francia? Essa non ebbe mai sommi artisti ed opere di arte veramente grandi e immortali.
I soggetti storici profani, le imitazioni mitologiche, le dipinture erotiche non innalzarono giammai un nome al di sopra della mezzanità. Tutto ciò che tende a corrompere la morale e i costumi non vive che una vita efimera; imperocchè dal fondo dell’umana coscienza si leva sempre un grido di riprovazione e di biasimo su tutto ciò che non è conforme a’ dettami della eterna legge di virtù.
Un vasto ingegno del nostro secolo, cosmopolita più che francese, il signor di Chateaubriand imprendeva in ampie proporzioni nel suo Genio del Cristianesimo a far rilevare la superiorità degli autori e artisti cristiani su i profani. Il libro del signor di Chateaubriand è un monumento onorevole innalzato alle bellezze della poesia cristiana, in un tempo in cui la tirannide sacerdotale e gli eccessi della corte papale aveano scrollata e fatta cader la fede da’ cuori. D’altra parte, l’Enciclopedia e le empie sette dell’ateismo beffardo aveano preteso dimostrare la sterilità del dogma cristiano e la sua impossanza a fecondare il genio. Ciò fu solennemente smentito, dapprima dal ragionar matematico del gran Pascal, cui Voltaire avea regalato il nome dipazzo sublime, non potendogli contrastare la elevatezza della mente, e quindi dal signor Chateaubriand, il quale trasportò nel secolo decimonono, purificate dalla luce cristiana, le forme antiche e la poesia di Omero.
È indubitato che l’arte e la poesia profana mancano di una delle più grandi bellezze, di cui son ricche l’arte e la poesia cristiane, quella cioè dell’ineffabile incanto che spargon sull’anima i pensieri della sua immortale natura, d’una vita migliore dopo il passeggiero esilio in questa valle di lagrime, d’una Provvidenza che regge con eque mani le sorti degli uomini. Il vago dell’infinito predomina nella poesia cristiana: la mente è sollevata dalle basse regioni del fango della terra: l’uomo chiamato ad alti e nobili destini, sembra sdegnare tutto ciò che lo assimila al bruto. La sventura e la morte stessa sorridono e si cingono il capo di rose imperiture. Non vi ha che la religione cristiana la quale sparga un incanto fin sul sepolcro.
Il filosofo di Ferney scrisse mille volumi; e una sola volta egli fu sublime, quando accattò un subietto di tragedia a quella religione, che egli avea schernita. LaZairadi Voltaire è la più grande confutazione delle opere di questo autore.
Le grandi bellezze de’ nostri poeti, le opere immortali de’ pittori e degli scultori italiani, i poemi che hanno illustrato la letteratura tedesca e slava, van debitori al genio e alle credenze della nostra religione, feconda madre e ispiratrice di tutte le fonti del vero e del bello.
Il genio artistico è soltanto italiano e cristiano.
Le gallerie del Louvre si aprivano, il 15 luglio, alla grande Esposizione di belle arti. Il così detto Salone del 1829, siccome suolsi dimandare l’annuale Esposizione, fu uno dei più splendidi e ricchi di opere di pregio. I più abili e rinomati dipintori e scultori francesi mandarono alLouvre i prodotti di lunghi mesi di studi e di meditazioni. Ogni genere vi facea sua mostra: ma il paesaggio la vincea sulla figura istorica.
Non faremo una minuta disamina dei lavori che erano esposti nelle sale del Museo: tardo e superfluo ciò sarebbe, dappoichè nei giornali di quel tempo si parlò a lungo di questa Esposizione, il cui grido (esempio raro) valicò le Alpi e si fece udire in Italia. Gli è vero che il Salone del 1829 non menò questo rumore che per un quadro, LaPreghiera(opera di genio italiano) e pe’ fatti singolari che questo quadro fe’ nascere, i quali verremo esponendo nella nostra presente narrazione. Ciò non di meno, il riverbero di quella gran luce, la quale venne soffusa dal sublime concepimento del Ferraretti, miseramente spogliato dell’opera sua, rischiarò parecchi altri corpi opachi, i quali, senza quello, sarebbero rimasti nelle più dense tenebre. Come sarebbero eziandio rimasti ottenebrati i creduti capilavori nascosti dalla fittizia muraglia che li copre in tempo di esposizione. Bensì, la figura istorica e fantastica fu interamente ecclissata e scombuiata; e a mala pena vien ricordato il quadro dellaMorte di un Monacodel pittore Adolfo P..... il quale lavoro avrebbe forse richiamata l’attenzione del pubblico parigino, se laPreghieranon avesse esaurito le sorgenti dell’universale ammirazione.
E questo è, a nostro credere, il più grande elogio che far si possa, in questa occasione, a’ Parigini: l’aver saputo estimare al suo vero punto di altezza un’opera italiana. È vero che essi credevanla francese, credendola prodotta dal pennello del Ducastel.
Non sì tosto furono schiuse le porte delle Gallerie del Museo artistico, una folla stragrande vi si precipitava, fermandosi poco alle prime tele e stivando fino alla soffocazione quella dov’era la tela rappresentante, laPreghiera. Già la voce di questo capolavoro era corsa in Parigi, precedentemente all’apertura dell’Esposizione: e tutti i cultori e dilettanti di pittura erano venuti ad ammirare l’opera del giovine artista, il cui nome era già sulle labbra di tutti.
Il Giurì avea fatto situare il quadro del Ducastel nelle più favorevoli condizioni di spazio e di luce. Tutte le altre tele di soggetti storici che erano nella medesima sala pareano fulminate dalla grandezza e sublimità del concepimento dellaPreghiera.
Un grido d’irrefrenabile ammirazione scappava dall’anima di tutti i riguardanti, non appena i loro occhi si portavano sulla singolar dipintura. E poscia era un susurro che non terminava mai, un mormorio di elogi infiniti che eran trovati sempre inferiori al merito del lavoro, il quale veniva esaminato con iscrupolosa attenzione in tutte le sue minute bellezze. La lingua francese, tanto ampollosa e esagerata nei suoi avverbi ed aggiunti, si trovava povera e meschina nello esaltare quell’opera maravigliosa. La Francia non avea veduto giammai un simile prodigio della arte: era la prima volta che il genio riempiva di luce inusitata le Gallerie del Louvre.... Quel quadro era un’emanazione dell’essenza purissima dell’anima prigioniera della vita, era una rivelazione della possanza della Fede a circondare una creatura di raggi immortali, e a torle dalla fronte tutto ciò che vi pone di scuro e di tristo l’umana fralezza.
Durante i primi giorni dell’Esposizione ci fu bisogno della forza armataper impedire che un disordine accadesse per l’immensa quantità di gente che fluiva da tutt’i quartieri di Parigi per la curiosità di vedere il già famoso dipinto. Quelli che erano una volta entrati, non volevano più uscire, incantati e rapiti in cielo dalle bellezze del quadro, e, anche volendo, non potevano tornar fuori, essendo stretti e pigiati in tutt’i versi. Intanto l’impazienza vincea quelli che aspettavano di fuora, i quali bruciavano dal desiderio di trovarsi al cospetto della magnifica tela.
I forestieri, ed in particolar modo gl’Italiani che erano a Parigi, mandavano già in tutta fretta ai loro rispettivi paesi la notizia del capolavoro di cui la Francia andava superba; e i fogli di tutta Europa consegnavano il nome di Ferdinando Ducastel alla venerazione dei contemporanei e dei posteri.
Tutta Parigi era ripiena di quel nome. Nei caffè, nei teatri, nelle case private, alla Corte, non si parlava che di Ferdinando Ducastel: e da tutti si chiedea con premura chi fosse costui, dove avesse studiato, quali le sue aderenze; se avesse fatto altri lavori, ed esposto altri quadri negli anni scorsi.
In un baleno si seppe che il quadrola Preghieraera venduto allo scozzese Eduardo Horms, uccisore del giovine uffiziale Giustino Victor, avvenimento che pochi giorni addietro avea desto tanto rumore a Parigi. Il prezzo del quadro era portato alle stelle. Chi asseriva essere stato venduto per un magnifico feudo di Edimburgo, chi per un castello baronale con parco e poderi d’immensa estensione, e chi pel prezzo di un milione di lire sterline.
Il nome di Ferdinando Ducastel diventò alla moda: estimavasi felice chi poteva avvicinar questo artista, parlargli, stringergli la mano. L’albergo Mirabeau era giorno e sera assediato da visitatori.
Un’altra delle detestabili passioni del Lennois era appagata! Egli otteneva quel trionfo e quel grido ch’erano stati sempre nei sogni della sua vita.
Due mesi all’incirca erano passati dacchè il quadrola Preghieraera esposto nei lunghi corridoi del Louvre, quando una mattina, una donna, giovine e bella, tutta vestita a bruno, restava lunghe ore al cospetto della tela del Ducastel, senza avvedersi di essere fatta segno alla universale attenzione: È impossibile rendere l’espressione delle sue sembianze: la sorpresa e il dolore si leggeano su quella bianchissima faccia.
Ella era rimasta gran tempo immobile dinanzi al quadro, immersa nei suoi pensieri. Urtata, stretta, sospinta dalla gente che traeva sempre in gran folla ad ammirare il gran dipinto, parea che niente avvertisse, e che il movimento che si faceva intorno a lei non colpisse i suoi sensi.
Questa donna si partìa poscia dal Louvre in gran fretta: sembrava uscita di senno: nei suoi begli occhi lampeggiava un’estrema risoluzione. Ella fermossi alla Piazza del Carrousel, e fece un passo come se avesse voluto ritornare indietro; ma questo pensiero durò un istante: attraversò correndo le Tuillerie, e, arrivata alla porta del Giardino, fe’ ristare una carrozza da nolo, vi si gittò dentro, e disse al cocchiere:
— Albergodes Princes.