III.SOSPETTI
Mentre il nome di Ferdinando Ducastel menava tanto rumore a Parigi e fuora; mentre il trionfo, i plausi e la gloria gli sollevavano il cuore per troppa felicità, le tre famiglie che egli aveva immerse nel dolore e nel lutto rimanevano tuttavia sconsolate e misere. Riserbandoci di occuparci in appresso della famiglia di Orbeil a Auteuil, gittiamo uno sguardo all’Albergodes Princesdove abbiam lasciata la sventurata Lucia, piangente sulla sorte del marito.
È il dopo pranzo di un giorno di settembre. La famiglia è raccolta in quel salotto in cui la prima volta Federico Lennois fu presentato alla moglie di sir Eduardo.
Ad un sofà, situato colla spalliera all’uscio del salotto, sono sedute due giovani donne, sulle cui sembianze si legge il dolore di una sventura scemata pertanto dal piacere di ritrovarsi assieme. Queste due giovani donne sono Lucia Horms e Emma Barkley di Gonzalvo.
Costei è tutta vestita a lutto per la morte del padre. L’abito nero rialza vieppiù la bianchezza abbagliante della sua carnagione: la sua veste, di un tessuto di estremo lusso, è ricoperta di punte d’Inghilterra, i suoi capelli le caggiono ancora in ricciaie di fulgido ebano sulle spalle e sembrano mal sopportare un piccolo cappello a larghi nastri ondati. La sua maravigliosa bellezza sembra accresciuta in grazia di un leggier pallore che le copre il viso.
Niente di più bello a riguardarsi che queste due giovani amiche. La più leggiadra pagina di un albo artistico sarebbe stata quella in cui fossero state riprodotte quelle due persone, le quali alla beltà naturale congiungeano tutto ciò che la eleganza e la ricchezza del vestimento possono aggiungere alle attrattive di una donna.
Alla dritta di questo sofà era un’ampia poltrona di raso cremisi, sulla cui morbida spalliera era disteso un uomo di circa trentaquattro anni. Una lunga barba gli rivestiva la mascella inferiore rafforzando la nobile e maschia serietà del bruno suo volto. Egli era vestito alla foggiainglese, ed anche tutto a nero: i suoi occhi, che avevano una forza straordinaria di sguardo e una espressione di profondo sentimento, erano fissi su Lucia Horms.
Quest’uomo era l’esquireMaurizio Barkley.
Più lungi da questi tre personaggi, era un crocchio di donne e di fanciulli, Marietta e i suoi fratelli erano bellamente intrattenuti da alcune signore fiorentine che erano nello stesso albergodes Princes. Marietta, supponendo che Maurizio, Emma e Lucia avessero a parlare di cose importanti e segrete relative allo sventurato Eduardo, avea, sotto un pretesto, allontanato le signore forestiere, ed avea fatto il sacrificio della propria premura e curiosità di sentire quello che si diceva da quei tre.
S’immagini dunque ognuno su quali spine dovesse stare la vispa fanciulla, sendo costretta a far compagnia a quelle dame, mentre il suo pensiero era tutto ai ragionamenti a bassa voce che si teneano dalla sorella e dai due amici.
Innanzi tutto, fa d’uopo osservare che Maurizio e sua moglie si trovavano a Parigi da qualche mese, e quando le gallerie del Louvre erano già state aperte alla esposizione di arti belle. Non diremo dello smisurato dolore da cui furono compresi quei due nobili e generosi animi alla trista nuova dell’accaduto del 7 luglio, di cui Lucia avea scritto loro, e che gli aveva indotti a recarsi a Parigi, affin di mitigare l’acerbità del duolo di lei, e di cooperarsi al discoprimento dell’autore della lettera anonima, per cui il misero Eduardo era stato menato a bruttarsi di sangue, e trovavasi al presente segregato dalla cara famiglia.
— È strano! esclamava Maurizio, affissando al suolo lo sguardo con leggiero inarcamento di ciglia, e in sembiante di gran concentrazione mentale. È strano, ma è pur tal cosa da rafforzare i nostri sospetti. La malvagità umana scava profondamente nelle tenebre le sue male opere, e cova i più neri disegni. Da quanto voi mi dite, mistress Horms, e da quanto io mi accingo a dirvi, avremo forse da poggiare solidamente le nostre congetture, e potremo forse arrivare a discoprire un attentato dei più infernali. Indarno il perverso annoda le sue fila nel buio e nel mistero; la Giustizia, che veglia dall’alto a punire le colpe, fa lampeggiare alcuni fatti particolari che menano in sul cammino del vero. Quel che mi avete accennato, o Lucia, sulla prima visita del Lennois in questo albergo mi ha aperta la mente... Ascoltatemi bene.
Maurizio trasse la sua poltrona più dappresso al sofà, su cui eran sedute le due dame, e si chinò verso di loro, quasi per far velo del suo corpo alle sue parole, a fin di non esser udito dal crocchio di donne e di fanciulli poco discosto. La curiosità e la brama di scoprire qualche cosa che avesse potuto salvare Eduardo si leggeano sulle belle sembianze di Lucia e di Emma.
Marietta era su i carboni ardenti; non sapea che contegno prendere; bruciavala una voglia grandissima di andare a sentire quel che si diceva da Maurizio; era distratta, alienata, di pessimo umore; e, se non fosse stata trattenuta dal pensiero di dispiacere alla sorella, avrebbe piantato lì le vicine di albergo, i fratelli e la noiosa conversazione, e sarebbe andata a sedersi in terzo sul sofà che l’attirava. Ella dava gli occhi alledame presso cui era seduta, e gli orecchi spingeva, appuntava dalla banda del sofà, per carpire almeno un brano di quei parlari, che le importavano molto più di tutte le frivolezze le quali formavano il subbietto dei discorsi del crocchio in cui si trovava.
— Quando io fui incaricato, diceva Maurizio, dal mio signore il Conte di Sierra Blonda a pormi sulle tracce del suo figliuol naturale Federico Lennois, cominciai, come dovete supporre, le mie visite dal sito ove questi era nato in povera culla: trassi però a Auteuil, fornito di tutte quelle indicazioni, datemi dal Conte, e che doveano servirmi a ritrovare il giovinetto. Quando io giunsi ad Auteuil, la madre di Federico non vi era più, nè si sapea di lei altro, tranne che la era sparita da quel circondario, dopo la morte della vecchia sua madre che l’avea maledetta. Nulla si sapea del giovinetto Lennois, e, per quante ricerche avessi fatte, non mi era riuscito di conoscere, se non che da vari anni egli era fuggito una notte dal tetto materno, menando seco un sacchetto di denaro che apparteneva alla madre. Questi indizi erano un niente per farmi rinvenire le orme del figliuolo del Conte; però pensai di fare una visita al Castello d’Orbeil, sapendo che la Zenaide era stata la nutrice del bambino Augusto d’Orbeil, figlio del Visconte. La famiglia d’Orbeil era a Parigi, perocchè essa non dimorava a Auteuil che nel tempo della bella stagione; ed allora eravamo nel mese di marzo. Ciò nondimeno la mia gita al castello non fu infruttuosa; dappoichè dalla gente ivi rimasta seppi che il monello Federico Lennois, fratello di latte del signorino Augusto d’Orbeil, era stato arrestato a Parigi come ladro e menato in una prigione di quella città. Ciò era quanto mi bisognava: non posi tempo in mezzo: animato dal piacere di compiere la mia dilicata incombenza, e di rendere più lieve il peso dei rimorsi al mio signore, volai di botto a Parigi, trassi a tutte le prigioni, dimandai di Federico Lennois, e, dopo non pochi stenti e indagini, giunsi a sapere che il nominato Lennois era fuggito dalla prigione dopo alquanti mesi, mercè un abile travestimento, e mercè l’aiuto di un suo compagno di carcere, cui si era accresciuta la durata della pena per una simile cooperazione ad isventare il castigo della giustizia.
Mi venne un pensiero; chiesi di parlare a questo delinquente; gittai dell’oro e tosto fui introdotto nella specie di tomba ove giacea questo sciagurato a nome Paolo Dumourier. È incredibile l’ostinazione che costui pose per molto tempo nel non voler rispondermi: le più larghe promesse e le offerte più generose non valevano a fargli rompere un silenzio che distruggea tutte le mie speranze di riuscita. Benchè da molti anni il Lennois fosse fuggito da quella prigione, quell’uomo straordinario, temendo forse non saprei quali pericoli pel giovinetto da lui salvato, si tenea chiuso nella sua taciturnità; sicchè io disperava di piegarlo giammai al mio volere. Quel giorno e molti altri appresso io spesi in visite infruttuose al Dumourier; il quale, per altro, sebbene ostinato a tacersi su quanto concernevasi al Lennois, parea non mi guardasse più col sospetto di prima e collo stesso grugno. Credetti necessario rivelargli la mia incumbenza, tacendo sempre il nome del Baronetto. Sembrò non dubitare di quanto io diceva; mi diresse varie interrogazioni, come per iscandagliare l’animo mio; mi affissava sempre con certi occhi che pareanovolessero iscavare nel fondo della mia coscienza; e, alla fine, un bel giorno, mi ebbi il piacere di sentir da lui raccontata filo per filo la storia della fuga del giovinetto. Allora egli non credè dover porre più limite alla sua confidenza, e, stimandomi uomo sincero e leale, mi disse che Federico Lennois avea tolto in appresso il nome di Ferdinando Ducastel; aver saputo, da una lettera di lui, essere egli in Italia al servigio di un nobile Inglese. Questi ragguagli erano più che bastanti per darmi nelle mani il filo del laberinto; e col fatto, mercè di essi, io pervenni a ritrovare in Roma il figlio del Conte nell’artista Ferdinando Ducastel, che oggi ha ripiena la Francia col suo nome. Ma quello che ora serve grandemente a noi, sono le confidenze che il giovinetto Lennois facea nella carcere a Paolo Dumourier, e che questi mi comunicava fedelmente, ispirato forse da Dio, il quale sa così bene far servire le azioni e le parole degli uomini al compimento dei suoi imprescrutabili disegni. Il Dumourier mi disse adunque che Federico Lennois gli avea rivelata la storia de’ suoi primi anni passati a Auteuil, delle sue sofferenze fanciullesche, de’ tormenti fattigli patire da una madre snaturata, e della guerra dichiarata tra lui, Augusto d’Orbeil e Giustino Victor.
A questo nome Lucia mise un piccol grido di sorpresa: i suoi occhi scintillarono; il cuore le batteva con estrema violenza. Maurizio parea sempre concentrato nelle sue reminiscenze. Emma sembrava prendere viva premura al discorso del marito, ed aveva appoggiato il suo braccio al collo della diletta amica.
— Sì, me ne ricordo perfettamente; questi erano i nomi pronunziati da Paolo Dumourier; i nomi de’ due nemici del fanciullo Lennois. Uditemi, uditemi attentamente. Giustino Victor ammazzava un giorno per mera libidine di odio verso il Lennois, il costui cane, sola creatura che erasi mostrata con visceri umane verso quel misero fanciullo. Giustino Victor ammazzava quella cara bestia nel momento in cui Federico, ligato ad un albero, non potea sottrarlo a que’ barbari colpi. Il Lennois, siccome egli stesso confessò a Dumourier, vergava sulla tomba del suo cane un terribile giuramento di vendetta contro Giustino Victor.
Il volto di Lucia era divenuto ardente brace; il piacere di poter salvare l’amato consorte e smascherare l’iniqua trama del Lennois, le davano sussulti di gioia irrefrenabile.
— Basta, basta, esclamava ella, or tutto è chiaro; ben lo diceva il mio cuore no, non m’inganno: Federico Lennois è il reo: le sue parole, le sue occhiate, tutto conferma quello che ora voi avete palesato. E voi, Maurizio, voi siete sempre il mio salvatore, l’amico che la Provvidenza mi ha dato a conforto di tutte le mie sciagure. Io lo diceva alla sorella: Scriveremo a Maurizio Barkley, ed egli salverà Eduardo, salverà noi scoprirà il colpevole autore della lettera anonima diretta a mio marito. Sì, io lo diceva che voi Maurizio, giungete sempre in tempo nelle grandi sventure; non è vero, Marietta?
A questo nome la giovinetta balzò dal sito ove era, e, contentissima di essere interpellata e tolta alla noia di una conversazione che la teneva su gli spinai, volò presso la sorella maggiore, e si sedè al fianco di Emma.
— Verissimo, ella rispose incontanente e senza sapere di che si trattasse; che ci è sorella?
— Ci è, mia cara Marietta, che Eduardo è salvo.
— Salvo! gridò costei battendo le palme per un moto di gioia infantile. E i suoi begli occhi si riempirono tostamente di lagrime; e più non potè dir parola per la contentezza che l’affogava.
— Non ci abbandoniamo ancora alle nostre speranze, disse compostamente Maurizio; è un barlume che forse ci menerà allo scoprimento del vero; mi recherò a Auteuil; ho un’idea, ma niente è ancor certo, e Ducastel è oggi l’occhio dritto della nazione francese e del governo.
— Ferdinando Ducastel è un infame impostore, un assassino della gloria italiana, gridò una voce di donna che nissuno avea veduta starsi all’impiedi presso al sofà.
Non diremo la sorpresa da cui furon colti tutti gli astanti.
— Luigia Aldinelli, sclamò Maurizio, e corse incontro a lei: io vi aspettava qui, a Parigi; ma in quale stato!
In effetti: la misera giovine era sì bianca in volto e parea soffrir tanto, che Emma, Lucia e Marietta se le strinsero attorno, e circondaronla co’ segni della più sentita pietà.
Luigia Aldinelli era la donna che abbiam veduta restare immobile innanzi al quadro del Ducastel, e gittarsi quindi in una carrozza per trarre all’albergodes Princes.
Ella sapea che Maurizio Barkley era ivi.