II.LA FANCIULLEZZA DI FEDERICO
Una vita che si annunziava con questi foschissimi albori non poteva certamente essere la più lieta e felice; e i giorni che seguitarono alla prima infanzia del Lennois non furono che conseguenti nella sventura e nel pianto.
Il fanciullo Augusto, fatto grandetto, rientrò sotto il tetto paterno e fra le braccia dell’affezionatissima sua genitrice. Egli era bello assai di volto, ed era, siccome dicemmo altrove, una miniatura delle sembianze inglesi; ma insin da quella tenerissima età dava manifesti indizii di alterigia e di disprezzo per quelli che non aveano la ventura di nascere in un serico letto.
La Zenaide, quando il figliuolo della Viscontessa fu rientrato nel castello d’Orbeil, non faceva passare un sol giorno senza andare a rivedere il fanciullo che ella aveva allattato con tanto amore. Ella non volea giammai dipartirsi dal sito ov’era quell’angioletto del suo cuore, il suo amatissimo piccolo Augusto: chiedeva in grazia alla Viscontessa di permettere che ella guidasse ancora il fanciullo nelle vaste camere del castello e tra i viali del parco; che nol perdesse giammai di vista; che gli stesse tuttodì addosso cogli occhi e coll’anima. «Imperciocchè, ella diceva, io l’amo tanto, questo fanciullo, più che s’ei fosse figliuol mio, e non so partirmi da lui un sol momento. Quand’io sto dall’altra parte del parco, il mio pensiero è al castello d’Orbeil, e non riposo che quando ritorno qui dove è l’amor mio, il mio piccolo Augusto, tanto caro e leggiadro, con quella faccia di serafino, con quegli occhi di sultano!»
E via via così parlando, la Zenaide dicea tante cose, che erano una maraviglia di amore a sentirla: e la Viscontessa era qualche volta gelosa di queste eccessive dimostrazioni di affetto, avvegnacchè i suoi sensi materni ne fosser lusingati a dismisura. Però ella non sapea vietare all’affettuosa nutrice il giusto sfogo di una tenerezza che suole apprendersi ai cuori di quelle donne che han dato ad un bambino il primo alimento vitale. Se non che, la nobile moglie del Visconte ammiravasi talora chela Zenaide, la quale si sfacea di affezione pel suo figliuolo di latte, abbandonasse il proprio figliuoletto per intiere giornate e non mai ne parlasse, e mai seco nol menasse al castello, o in modo alcuno significasse sollecitudine e attaccamento pel sangue proprio. Di questo la Viscontessa richiedeala sovente, ma la Zenaide parea mal portasse inchieste simiglianti, alle quali dava sempre vaghe risposte, or dicendo che il fanciullo Federico venia su un pessimo furfantello, il quale non madreggiava per niente in quanto al cuore; or certificando che il figliuoletto non pativa di alcuna mancanza per l’assenza di lei, essendo accomandato a buone mani; or, per ultimo, svoltava destramente il discorso e usciva di palo in frasca con istorielle e ciance da nulla.
Ma, vuoi caso o tendenza naturale o altro motivo, il fanciullo Augusto, a seconda che cresceva negli anni, addimostrava un disamore grandissimo per la sua balia, e noia e disgusto per l’affezione di lei. E questo disamore crebbe a modo, che, dispotizzando egli la madre sua, la quale teneramente lo amava, ottenne da lei di non permettere più l’ingresso nel castello amamma Zenaide, essendo ormai indecoroso a un nobil fanciullo il sentirsi stretto al seno di una villica.
È impossibile descrivere l’acerbità del dolore da cui fu presa la Zenaide alla inaspettata nuova del divieto che le veniva inflitto per ricompensa del suo amore. Poco mancò non ne morisse, perciò che tutta l’anima sua erane straziata... Ella pianse a lagrime disperate; si arruffò i capelli, si lacerò le vesti, e per isfogare la rabbia e il dolore, corse... a battere e a tormentare il suo Federico!
Non ci è cosa che più squarci un cuor sensitivo ed ecciti sdegno grandissimo, che l’udire le grida di dolore messe da un fanciullo innocente sottoposto a barbare battiture. La pietà si muove nei petti più feroci, e non vi ha chi non si slanci a togliere quell’innocente dalle mani spietate che il torturano. Ma nella solitaria campagna dove abitava la Zenaide col suo Federico, non era chi udir potesse le alte strida che il miserello spingeva al cielo, allorchè la madre il tempestava di colpi con un grosso randello, non il rilasciando se non quando quell’infelice creatura si accasciava per isfinimento di dolore. Quella disumana era diventata una tigre assetata del sangue proprio; era qualche cosa d’orribile a vedersi!... Quanto più intenso era l’amore di quella iena per Augusto d’Orbeil, tanto più crudele era l’odio suo per Federico Lennois.
Chiediamo perdono a’ nostri lettori, se siamo costretti a porre sotto i loro occhi uno spettacolo disgustante e pietoso a un tempo. Oh come vorremmo, ne’ nostri racconti, evitare di avvenirci in codeste situazioni che fan fremere i cuori ben temperati; ma, nello svariatissimo dramma delle passioni che si agita sulla scena del mondo, la virtù, per mala ventura, non è la felice protagonista; è la scelleratezza quella che più tiene il campo dell’intrigo. Lo spettacolo della umana degradazione ha i suoi effetti salutari come lo spettacolo del più elevato innalzamento dell’anima per grandi e generose virtù.
Ricevuto il divieto di ripresentarsi al castello, la Zenaide, non potea vivere senza rivedere di tempo in tempo il suo Augusto. Perdeva le intere giornate, appiattata in una siepe che divideva il parco dalle circostanticampagne, nella speranza che il fanciullo, nelle sue corse ed emigrazioni, fosse passato per quel sito. Ma il più delle volte, era tempo inutilmente sprecato; perciocchè Augusto prendeva col suo aio altra direzione, sia che scorrazzasse per gli andirivieni del parco, sia che uscisse a cavallo fuori di Auteuil.
Il dolore e la collera di Zenaide in questi casi superavano qualsivoglia immaginazione. Ella ritornava, in sulla sera, alla sua casipola, scapigliata come una furia: i suoi occhi schizzavan fuoco; le sue labbra eran pregne di veleno.
Il primo oggetto che le si offriva alla vista era il suo Federico, il quale tremava tutto nel vedere sulle sembianze della madre la ferocia del dolore. E quest’oggetto non faceva che aizzare la collera di lei a tal punto, che ella scagliavasi come demente sull’infelice creatura, e, quando a questa non riusciva di sottrarsi a’ furori di quella belva, era cosa da pianger di pietà, tante e sì forti erano le battiture che piovevano sul miserello. Alcune volte la ribalda femmina, toltosi dal capo scompigliato uno sdentato pettine di ferro, perseguiva il meschinello in tutt’i versi; e, acchiappatolo, gli conficcava nelle spalle o ne’ reni gli acuminati denti di quello strano supplizio. Altre volte, cacciatosi quel miserello sotto i piedi, gli andava pestando il corpicino, nè più nè meno che se fosse stato un cane o un gatto morto.
Egli è vero che il fanciullo fuggiva molto lungi, allorchè vedea la mamma invasa dalle furie: la notte ei non ritornava sotto il tetto dov’era la sua crudele nemica, e andavasene a dormire sotto un pagliaio che venne poscia addimandato il covile del monello. Quivi il freddo, la paura e la fame torturavano a muta e talvolta tutt’insieme lo sventurato, il quale piangea, piangea di un pianto che avrebbe scosso i fusti degli alberi. Nissuno, nissun vivente, nissun essere umano veniva a sollevare quel povero fanciullo dalle incomprensibili crudeltà della genitrice; nissuno gittava uno sguardo di compassione su quell’innocente che soffriva per una di quelle imperscrutabili ragioni che rimangono ascose nella infinita saggezza della Giustizia Divina.
Iddio solo udiva il pianto e i gemiti dell’infelice, e Dio mandava una consolazione su quel dolore, una gioia su quell’esistenza, un amico a quel derelitto.
In una notte placida e serena, Federico erasi addormentato sulla stoppia del suo covile. Egli avea pianto lungo tempo innanzi di comporre gli occhi al sonno... La stanchezza del dolore lo avea tolto momentaneamente alla sofferenza.... Durante il sonno, ei provava indistintamente una sensazione dolcissima di calore che gli scorrea con tutta soavità per le vene, come se una mano pietosa gli avesse ricoperto il corpo con un grosso panno di lana... Federico sentiva una voluttà che mai non avea gustata nel breve periodo di sua vita, giacchè egli avea dormito sempre in sulla nuda terra o sulla paglia, senza altra coperta che la logora travatura della stanza materna o l’aperto e stellato palco dei cieli... Egli era questa volta così felice nel suo sonno che dormì per lunghe ore, e insino a tanto che i raggi del sol nascente vennero a colpirgli la fronte. Qual fu la sorpresa del fanciullo, allorchè, nello schiudere le palpebre, si vide disteso in sulcorpo un bel cane, di razza inglese, il quale avea gli occhi drizzati verso di lui con tal guardatura, che era ripiena delle più tenere dimostrazioni di affetto!
Federico non potè astenersi dal gittar le braccia attorno al collo del cane e stringerselo al petto, come avrebbe fatto con un caro fratello! Oh come battea di contentezza il cuore di quel fanciullo! Come le lagrime gli sgocciolavano per le guance!... Eppure, in mezzo alla sua gioia, Federico aveva un palpito di timore, che quel cane non fosse appartenuto a qualche vicino abitante del contado, e che però gli venisse tostamente strappato dalle braccia... Onde non si saziava di premerselo al seno, di coprirlo di baci, d’accarezzarne la bionda schiena; e il cane parea sì contento di quella corrispondenza di affetti, da non cessare un momento di agitar la coda in segno di soddisfazione; e guardava sempre negli occhi di Federico con una sì lampante significazione di amore, che meglio non avrebbe saputo un innamorato guardar l’amante.
Il fanciullo temea giustamente che la madre, veggendolo protetto e amato da quella cara bestia, non gliela avesse rapita o uccisa o in altra maniera fatta sparire; però tornando quella mattina con gran batticuore alla casa della mamma, ei tenea sempre l’occhio sul suo amico, quasi che avesse da lui implorato di non abbandonarlo giammai e di proteggerlo dal materno furore. A pochi passi dalla temuta dimora, il miserello gittò un altissimo grido nel veder la mamma che venivagli incontro con baleni di sdegno nelle feroci pupille.
Federico fu, come altre volte lo era stato parimente, ligato a un ginepro e ivi abbandonato dalla spietatissima donna, la quale solea lasciarlo in quel martirio per ventiquattro ore; dopo il quale tempo davagli un boccon di cibo, così per farlo sopravvivere ai tormenti, e per riserbarlo ad altri castighi e vessazioni. Ma questa volta il tapinello non rimase lungo tempo ligato al tronco dell’albero, imperciocchè il cane, con mirabile esempio di fedeltà e di amicizia, tanto si adoperò co’ denti, che pervenne a spezzar la fune e a sciogliere il fanciullo dai barbari ceppi.
Mentre il cane faceva l’estremo di sua possa per islegar Federico, questi piangea di tenerezza; e, quando si vide libero, saltò addosso a quell’impareggiabile amico, e gli disse tante cose e gli dette tanti baci, e si stemperò in tanti affetti che poco mancò non ne svenisse.
A contar da quel giorno, il cane, cui Federico avea dato nome di Astolfo, diventò siffattamente l’amico dello sventurato fanciullo, che questi non ebbe più in certo modo a temere gli strazii che la madre gli facea soffrire. Zenaide era più istizzita dacchè vedeva il figliuol suo spalleggiato dalla bestia, la quale supplivagli di quell’amore, di cui ella avealo defraudato. Non poche volte, la perfida tentò di uccidere il maledetto Astolfo, ma questo parea protetto dal cielo, e scampò alle insidie che tendeagli la malvagità di quella donna, la quale, quanto più sentivasi accrescere i trasporti di amore pel suo figliuol di latte, già fatto grande, altrettanto sentiva ringagliardirsi l’odio per Federico, cui, per altro, ella non aveva il coraggio di uccidere d’un colpo.
Ben presto, a questo nemico possente e incredibile si aggiunsero due altri non meno congiurati a danno dal monello, Augusto d’Orbeil e Giustino Victor.
La fiamma del rossore, dello sdegno e dell’odio incendiava il volto di Augusto, quando gli si diceva che egli era fratello di latte del guitto monello di Auteuil, del figlio di mamma Zenaide. Augusto sentivasi grandemente umiliato da questo confronto, e colpì una mattina la guancia d’un suo domestico per avergli detto, per casualità, quell’amara parola.
Tutte le volte che il nobil giovinetto si avveniva in Federico Lennois, non facea passar l’occasione di mostrargli il suo profondo disprezzo; anzi, sovente andava cercando l’opportunità di far cadere su quel poverino lo sfregio e l’insulto.
E in questo egli avea per complice fedele il fanciullo Giustino, il quale veniva a passar nel castello le vacanze di collegio.
Spesse volte i due giovanetti amici con altri fanciulli compagni di collegio di Giustino Victor traevano appositamente alla volta della casipola di Federico, per prendersi lo spasso di sbeffeggiare ed insultare questo infelice. Con una codardia indegna in un giovinetto, Augusto valendosi dell’ascendente grandissimo che esercitava sull’anima di Zenaide, comandava a costei di applicare al figliuolo una leggieralezione di educazione; com’egli dicea per celia... Allora la perfida, per far piacere al suo caro figliuol di latte, correva addosso a Federico, e, con un ramo d’albero secco, davagli su e giù pel corpo, insin a tanto che la nobil comitiva di fanciulli era sazia di ridere. Alcuna volta riusciva al misero Federico di gittarsi in un fosso, per sottrarsi a queste brutali e proditorie violenze; ma in questo caso ei correva il rischio di rimanere in quel fosso per lunghe ore, aspettando che qualche contadino, il quale si fosse trovato a passar di là, avesselo aiutato a risalire sul terreno.
Menzionammo altrove alcuni dei fatti relativi a quest’odio che il figlio del Visconte e il fanciullo Victor aveano spiegato contro il così detto monello di Auteuil. Dicemmo come un dì la frusta del giovinetto d’Orbeil, tagliò la faccia del Lennois, però che questi non era stato in tempo a scostarsi al passare di quello a cavallo; e come, in altro dì, la parolaladroera uscita dalle labbra di Giustino Victor, e aveva ferito il cuore più che l’orecchio del disgraziato ma onesto figliuol di Zenaide; e da ultimo, accennammo l’inaudita perfidia del Victor e l’immenso dolore del Lennois, quando colui diè morte al carissimo cane che era tutta la vita e lo amore di Federico.
Le battiture, il freddo, la fame, gli strazi corporali di ogni sorta eran da estimarsi un niente a paragone del dolore che provò l’infelice nel veder sotto i suoi occhi il tenerissimo Astolfo battuto a morte da Giustino Victor. E Federico non potea correre in aiuto del suo amico, perciocchè la madre lo avea ligato all’albero di martirio! Oh... Federico da fanciullo divenne uomo in quel momento. L’immensità del dolore avea fatto sparire la fanciullezza! Per la prima volta, un’orrenda bestemmia era corsa sulle sue labbra: egli avea maledetto l’uman genere; erasi vergognato di essere uomo; e il suo cuore formava il giuramento di vendetta...
Questo tristo avvenimento accadeva il dì 7 luglio dell’anno 1815.
E, quattordici anni dopo, il dì 7 luglio 1829, Giustino Victor, mortalmente ferito da Eduardo Horms,cadeva vittima della Giustizia di Dio.
Se l’uomo nel corso di sua vita facesse attenzione a certe maravigliose coincidenze di date, riconoscerebbe sempre più l’opera della Divina Giustizia in quegli avvenimenti che soglionsi credere figli del caso.
Federico guardò per lunga pezza con occhi asciutti e come idiota il cadavere del suo Astolfo; i grandi dolori annientano ogni senso di vitalità e inaridiscono le sorgenti delle lagrime; appunto come le grandi bufere lasciano le campagne in uno stato di stordimento e di stupefazione.
Quella comitiva di nobili fanciulli, non così tosto videro morto il fido compagno di Federico, sciolsero questo disgraziato dal fusto dell’albero, affinchè si fosse a suo bell’agio abbandonato alla tenerezza verso il cane.
E, scioltolo, e veduta la sua faccia stupida e selvaggia, come se non avesse compreso niente di quanto era avvenuto, si diedero a ridere a sganascio, e poi, a pigliarlo, a voltarlo e rivoltarlo in tutt’i versi, a fargli un mondo di sberleffi sul muso; e, da ultimo, poi che se l’ebbero rimandato dall’uno all’altro, come una palla di zimbello, gli dettero una spinta e il fecero cader bocconi sul corpo dell’animale disteso in sul terreno.
Gli occhi della bestia erano aperti in tutta la loro ampiezza, per effetto del supplizio a cui l’aveano sottoposto que’ piccoli manigoldi: quegli occhi pareano affisar Federico con angosciosa espressione, come se avessero voluto dirgli: «Non duolmi della mia morte e del dolore che mi han fatto soffrire; ma soltanto mi accuora di doverti abbandonare e lasciare alla balia de’ tuoi inesorabili nemici. Dio possa aiutarti e confortarti!»
Nel cadere sull’estinto animale, Federico era uscito dallo stato di stupefazione in cui lo avea gittato l’atrocità del dolore: egli aveva abbracciato quel gelido mucchio di carni; e questa volta faceva piovervi sopra un fiume di lagrime: e anch’egli guardava negli occhi immobili del suo amico, e parea comprendere il loro muto linguaggio.
Non sappiam dire quanto tempo quel misero fanciullo rimase a piangere e a singhiozzare amaramente sulle spoglie del suo Astolfo, la cui voce più non risuonava armoniosa e cara agli orecchi di lui.
Che cosa è l’esistenza di un cane pel comune degli uomini? La sua vita non ha più importanza che il passaggio di un’ombra attraverso lo sguardo; e la sua morte non è avvertita dagl’immondi insetti che divoreranno la sua carogna gittata in mezzo alla strada. Eppure l’esistenza di quel cane Astolfo era stata la gioia di quell’esistenza di fanciullo, e la sua morte operava una di quelle crisi che decidono del destino di un uomo. Dal dì della morte del cane, Federico rinnegò ogni buon sentimento nell’anima, e fermò freddamente di essere un malvagio ed un nemico spietato della razza umana, appo la quale, ne’ suoi dieci anni di vita, egli non avea trovato un sol raggio di amore e di carità.
Con grandissimo dolore ei fa d’uopo convenire che la maggior parte degli uomini cattivi e nemici della società non sarebbero stati tali senza un concorso di funeste emergenze che farebbero giurare sulla esistenza del destino se non si conoscesse che, nel mirabile magistero del mondo morale, il male è un elemento indispensabile per la grandezza dell’umana natura, però che è desso quello che rialza agli occhi di Dio l’uomo giusto e virtuoso. Nonpertanto è cosa che richiama la attenzione del pensatore il considerare come un’infinità di circostanze si accumulino intorno ad unuomo per renderlo malvagio: la natura e la società par che si mettano di concerto per fargli rinnegare ogni principio di virtù. Centomila soccombono; un solo trionfa: questo uno è un eroe, un santo.
E questo concorso di circostanze appunto aveva costretto il disgraziato Lennois nell’aurora della sua vita. Qual maraviglia s’ei riuscì cotanto scellerato? Da altra parte, è nostra opinione che l’uom cattivo è talvolta una vittima dall’alto indicata ad espiazione di antichi falli di famiglia; però che è scritto nelle sacre pagine che Iddio punisce ne’ più tardi nepoti i delitti di violenze e d’ingiurie all’altrui stima ed onore. La maldicenza è il vizio più comune e universale della presente società, e massime in Francia, dove il così dettospirito di conversazionealtro non è che una sottile e perpetua guerra all’altrui nome.
Per una parola di offesa all’onore altrui IddioPERSEGUITA LE INTERE FAMIGLIE.
E le sventure onde fu colpita la prima giovinezza di Federico non furono forse che espiazione di vecchie colpe di questo genere.
Dopo essere stato qualche ora a piangere e a gemere sulla compassionevole sorte del cane, Federico scavò profondamente il terreno a poca distanza dal covile ov’egli solea giacere, e seppellì quelle spoglie a piè di un alto frassino. Con cura estrema e con somma amorevolezza ricompose il terreno sul cadavere di Astolfo, come se lo avesse ricoperto di morbida coltre; ne raggiustò la superficie, e v’incastrò solidamente una pietra, sulla quale incise col ferro queste stolte ed empie parole:
«Qui riposa il solo essere che mi ha amato, e il solo che io ho amato ed amerò sulla terra: il mio cane Astolfo. Giuro sulla mia ragione odio irreconciliabile all’uman genere, e giuro di adoperarmi in tutta la mia vita a fargli del male. Giuro ancora sulle ceneri del mio amico di spargere il sangue del suo crudele uccisore. Oggi 7 luglio 1815. Federico Lennois».
Poco altro tempo il figliuol di Zenaide rimase colla madre sua, dopo la morte di Astolfo. Una inaudita crudeltà di lei spinse il giovinetto, già stanco di sofferenze, a fuggire da quel luogo di dolori.
Un giorno la Zenaide era appostata, secondo il solito, alla siepe del parco, aspettando il momento in cui fosse passato il suo caro Augusto in compagnia di Giustino Victor. Volle il caso che Federico si trovasse in sulla via la quale doveva esser battuta dal figlio del Visconte; eglino eran vicini ad incontrarsi. Alla vista dei suoi implacabili nemici, ed in particolar modo di Giustino che gli aveva morto il cane, Federico sentì accendersi di una fiamma di sdegno prepotente. Senza pensare a quel che si facesse, abbrancò da terra il manico di una zappa, e con una benda di furore in su gli occhi, si scagliava contro Giustino: e già era in sul punto di fulminarlo con quel formidabile istrumento, quando la Zenaide, credendo che il figliuolo si avventasse contro Augusto, gittò un alto grido di spavento; saltò come scoiattolo su per la siepe ed il fossato che la circuiva, e piombò su Federico appunto nell’istante in cui gli avversari erano a pochi passi di distanza. La Zenaide afferrò pei capelli il disgraziato giovinetto, e, strascinandoselo quasi bocconi per terra, lo menò sino alla sua casupola. Qui cominciò la più pietosa tragedia. Quella fiera stizzita,dopo aver chiuso tutti gli usci del suo abituro, ritornò ad afferrar pei capelli quel miserello, lo sbattè al suolo, e ivi, balzata in piedi sul corpo di lui, sfogò la sua ferocia di tigre insino a tanto che Federico non gridò più. Il sangue uscivagli in copia dalla bocca!
Questo immanissimo fatto pose il colmo alle sofferenze di Federico: egli era stanco di essere vittima di tanta barbarie.
Fin dal momento che Giustino aveagli detto quelle amare parole da noi menzionate nella prima parte di questo racconto: «Ohè, figlio di mala donna, non rubare le fragole di questo podere, chè te le farem vomitare col sangue», Federico avea messo da banda ogni scrupolosità in quanto ad usurpazione della roba altrui, e si era dato a rubare tutto ciò che gli veniva fatto, non risparmiando la stessa Zenaide, a cui sovente involava qualche coserella (però che molto ricca e avara ella era); la quale, discoperto alcune volte il furto, regalavagli un buon numero di busse e di gastighi di ogni maniera. Laonde, fermato in cuor suo di postergare i luoghi testimonii dei suoi martirii, studiò il modo onde rubare una buona somma di denaro alla perfida madre. Parecchi giorni si adoperò in tale tentativo; e vennegli fatto di scoprire il sito dove colei tenea nascosto del denaro.
Il cimento era terribile, e il rischio mortale. A dispetto di ogni paura il colpo fu tentato e coronato di lieta riuscita, perciocchè in una notte un pesante sacchetto di danaro fu involato dal destro fanciullo.
Alla dimane Federico, senz’altra provvisione che il suo sacchetto, abbandonava Auteuil, mettendosi tra i piedi la via di Parigi.
Ma qual fu la sua dolorosa sorpresa nello schiudere il sacchetto che conteneva il suo tesoro, e trovarlo zeppo di monete di rame!