III.LA PRIMA SERA A PARIGI
Quel sacchetto di rame era sempre qualche cosa di meglio che il puro niente, e forse quel denaro era bastante per un paio di mesi.
Giunto in un luogo rimoto, Federico si sedè sovra una grossa pietra di campo: e si pose a numerare i suoi pezzi di rame.
La somma ascendeva a centoventi franchi e cinquanta centesimi.
Era sempre una fortuna pel povero monello di Auteuil.
Nessun accidente era venuto a turbare il pedestre cammino di Federico fino a Parigi. Solamente l’estremo caldo della giornata (che era in su lo scorcio di luglio) avea gittato in uno sfinimento di forze il giovinetto, cui le tante sevizie fattegli soffrire dalla madre aveano già guasta e mal ridotta la salute.
Ciò nulla di meno, noi non tenteremo di dipingere la felicità di Federico nel vedersi libero dai materni furori e padrone di sè medesimo. Egli respirava con gioia l’aria aperta dei campi; non era abbastanza contento di spaziar lo sguardo intorno a sè, sicuro di non aver più a temere la vista della sua tiranna od a rincontrare la comitiva del castello di Auteuil.
Durante il suo lento viaggio, egli si era fermato non poche volte, sia per riposarsi e prender lena a proseguire il lungo cammino, sia per rifocillare lo stomaco, cui la barbara Zenaide aveva assuefatto ad una involontaria dieta, insopportabile a quella età di attività organica e di sviluppo; sia per la natural curiosità che dovevano eccitare in un fanciullo, il quale non si era mosso giammai dal villaggio nativo, la varietà delle amene campestri vedute che circondano la Capitale della Francia.
Strani pensieri e un mondo di visioni passavano pel capo del garzoncello in quel suo solitario viaggio. Poche altre ore, ed egli entrava nella città, di cui nella sua infanzia aveva inteso a parlare come di una regione incantata, dimora di fate e di genii, ed alla porta di ingresso della quale, la Felicità, coronata di fiori, accoglieva e abbracciava i novelli arrivati, ammettendoli alle delizie dei suoi dolcissimi arcani.
Parigi, la bella, la ricca, la splendida, la bianca, la nitida, l’aurea, la serica, la cara Parigi, la città del lusso, delle gioie, dei divertimenti, dell’obblio dei mali, stava per offerire tra poco agli attoniti sguardi del fanciullo le sue centomila maraviglie: i filari dei suoi eleganti e ben costruiti palagi, asili del piacere, del lusso e delle civili maniere; le sue strade, i suoi selciati marciapiedi, iboulevards, specchio di nettezza, formicolari del più giocondo popolo del mondo: le sue piazze di cui ciascheduna racchiude un monumento di storica solennità, i suoi tanti teatri sempre zeppi e affollati da tutte le classi della società; i suoi diciannove ponti, ligamenti che congiungono le diverse membra di quel corpo pieno di vita e rigoglioso d’esuberante salute; le brune acque della Senna, arterie turgide di quella mole di organizzazione architettonica di vari secoli e che sembra l’opera di unfiatistantaneo.
E già, verso il declinar del giorno, Parigi incominciò a far udire agli orecchi di Federico il suo gran mormorio confuso e indistinto, lontano riverbero di centomila cocchi che serpeggiano tra le sue strade, mischiando un popolo di cavalli nella immensa varietà dei loro indifferenti padroni.
È uno spettacolo bizzarro e curioso quello che si osserva nelle strade principali delle primarie capitali di Europa. Una popolazione di nobili e generosi animali strascina sul dorso una infinità di macchine morbidamente imbottite in cui si dondolano un gran numero di esseri umani i quali spesso non hanno altro merito tranne quello che lor deriva dai cavalli che li strascinano. Per una parte delle popolazioni di queste capitali, il moto non ci sarebbe senza i cavalli.
I primi rumori di Parigi colpivano appena le orecchie di Federico, e i primi lumi delle sue stelle di gas si mostravano già nel lontano orizzonte agli occhi di lui, quando egli, che sentivasi battere fortemente il cuore per violente commozioni che gli cagionava l’aspetto della gran città, si mischiò alla folla dei bevitori che sedevano a diversi crocchi presso una bettola di campagna. Era di lunedì, giornata che forma continuazione e appendice della domenica per gli operai di Parigi, i quali traggono in gran folla alle barriere, e si danno, in quelle attigue osterie, ad un rombazzo senza fine nè freno. Federico si sedè anch’egli sovra una panca; fecesi arrecare del pane, del formaggio e del vino, e via via, mangiando, e rimirando da lungi la sospirata capitale, ravvolgea nel suo capo i seguenti pensieri, che la malvagità gli ispirava. La malizia non è forse luce pericolosa?
«Che cosa farò colà? Povero fanciullo di dieci anni, di fiacca salute, senza un parente, un amico, un conoscente, e nella piena ignoranza di tutto? Strana e tremenda posizione! Ma che dico mai, nella piena ignoranza di tutto! Non ho io ricevuta la più valevole ed efficace lezione che può un uomo ricevere entrando nel commercio sociale, la sventura? Che bisogno ho io di saper leggere e scrivere per guardarmi dal mio più feroce nemico, l’uomo? Oh quanto ho imparato nei miei dieci anni di vita! Quanto mi hanno insegnato le mie sofferenze!... Checchè avverrà di me, il terribile mio giuramento emmi ognora presente all’animo... Ogni passo, ogni parola, ogni pensiero sarà volto al male di questo nemico che mi affiancae che si dice mio simile... Ho inteso parecchie volte a parlare di una forza superiore che colpisce il misfatto, che schiude le prigioni a’ perversi, che condanna nel capo gli omicidi, ma... io saprò ridermi di questa forza... L’ipocrisia, l’astuzia, la durezza di cuore, la falsa amicizia, il sorriso traditore non uccidono forse, senza che le leggi possano colpirli?.. Ed io saprò sfuggire ai rigor delle leggi: l’ipocrisia sarà il mio pugnale e il mio usbergo.»
Povero insensato fanciullo! Egli non pensava che l’ipocrisia non può sfuggire all’occhio sempre vigile di chi, dall’alto de’ cieli, scruta i cuori nelle più scure loro latebre! Ma nissuno avea fatto risuonare all’orecchio di lui quella parola che schiude all’anima un mondo mille volte migliore di quello in cui vive materialmente il corpo: quella parola che annienta i sofismi dell’empietà e sperde i mali calcoli del malvagio: nissuno avea susurrato all’animo di quel fanciullo il solenne e immenso NOME DI DIO! È vero che qualche volta, quando il miserello, accovacciato nel suo covile e non potendo abbandonar gli occhi al sonno, vedea, tra le sconnessure del suo pagliaio, rilucere le auree stelle del firmamento, e partire da alcune di esse una luce sì bella, come uno sguardo di pietà sul derelitto da tutti gli esseri, ei sentiva che lassù nel cielo era la protezione a’ deboli, il conforto de’ sofferenti. Ma simiglianti salutari pensieri si perdeano poscia nella fitta notte della sua ignoranza; e l’idea della Divinità era per lui così vaga e confusa come l’idea di morte pe’ bambini di tre o quattro anni.
Le tenebre erano già cadute sulla città dominante; ma gli ultimi riverberi del sole coprivano d’un manto di porpora la collina Rercy, e il giorno durava ancora su i bastioni esterni che sono a fianco e fuori del muro di cinta di Parigi. Federico Lennois si avanzava verso la capitale, facendo strani comenti e chiose a’ pensieri che abbiamo accennati.
Veggendo il flusso e riflusso della gente su i pubblici passeggi esterni, Federico incominciò a sospettar di ladri. Egli aveva sotto al braccio il suo sacchetto di monete, e questo poteva adescare al furto; perciocchè era probabile che si estimasse un sacchetto di monete d’argento. A seconda che si facea bruno nell’aria, più si accresceva la paura di Federico; così che andava guardingo e sospettoso, scansando i crocchi di gente, e tenendosi sempre ad una certa distanza dalle facce dubbiose.
Moltissimi infatti il guardavano con certi occhiacci minacciosi pel piccolo tesoro ch’ei portava. Federico cominciava a temer seriamente: avrebbe volentieri nascosto in qualche parte la sua pesante fortuna: ma dove? Neppure un palmo della terra ch’ei calpestava gli apparteneva; tutto gli era straniero e ignoto.
Era già sera avanzata quando egli entrava in Parigi.
L’estremo caldo cacciava gran parte della popolazione fuori delle case. Avendo camminato senz’alcuna guida o direzione, il garzoncello era entrato nella gran città dalla parte del sud-est. L’aspetto delle vie tortuose, sporche e meschine de’ sobborghi S. Marcello e S. Ettore, rendute anche più tetre per l’elevatezza delle case, non era tale da pareggiar l’altezza e la magnificenza delle immagini che si era formata il monello di Auteuil. Le strade peraltro erano piene di gente, benchè non ancora Federicosi fosse inoltrato nel seno della capitale, nelle strade frequentate delle alte classi, su iboulevards, abbaglianti per mille magazzini.
Tratto da stupore, da curiosità, da vaghezza naturale, il fanciullo Lennois camminava sempre attraverso quella infilzata di stradelle, ristando ad ogni passo, levando il naso in aria; e tenendo sempre stretto in mano il pesante sacchetto pel quale sentiva addolorate le braccia e i polsi. Per mala ventura egli avea preso quel cammino che mena agli accessi meridionali dell’Hotel-Dieu.
Federico avea camminato per molte ore senza che gli fosse accaduto nulla di sinistro. Duravano la folla e il movimento... Ma a poco a poco la gente si diradava; qualche rara bottega era aperta; il rumore delle carrozze diventava rarissimo. Pienamente rassicurato su i suoi timori di ladri, Federico non vi pensava più, nè badava a’ moltissimi che si fermavano mentr’ei passava, e davano uno sguardo d’amore al sacchetto.
Federico si trovava nel centro dell’isola della città, quartieri di operai e di giornalieri di bassa mano. Qui egli cominciò un poco a pensare a quello che si avesse a fare, e al come, al dove passar la notte... Non era prudente l’andare a locanda, dove facilmente la fanciullesca sua età e il benedetto sacchetto avrebbero potuto indurre alcuno a rubarlo; bisognava intanto passar la notte in qualche parte sicura e comoda. A chi rivolgersi? A chi dimandare?
Mentre ei stava pensando a tali cose, si sentì afferrare per la goletta della camicia da una mano ossuta e vigorosa; era un guardia municipale.
— Dove porti cotesto sacchetto, ladroncello? gli chiese questi con modi per niente gentili,
— È roba mia, signor uffiziale.
— È roba tua!! Oh sì davvero, signor milionario, ciò si vede soltanto a guardare i vostri abiti!
Federico non aveva mai pensato che, portando per vestimento un paio di calzoni laceri e di colore interamente perduto, e un cencio di camicia di antico servigio, era ben fondato il sospetto che il denaro ch’ei portava non gli appartenesse. Assorto nell’idea di esser rubato, non avea giammai sospettato che avrebbe potuto egli stesso esser preso per ladro; il che forse era peggio. Nè il meschino, sopraffatto e sbalordito in quel momento, ebbe abbastanza giudizio di rispondere ch’ei recava a qualcuno quel danaro.
— Generale, vi giuro che questo denaro è mio, soggiungeva il poveretto alzando i titoli al guardia municipale per lusingarne la vanità e cattivarsene la benevolenza.
Un poderoso e bene assestato scapezzone fu la risposta delGenerale, il quale, senza tampoco brigarsi di aggiungere un’altra sola parola al già detto, tenendo sempre stretta nel pugno la goletta del monello, gli fece svoltar cammino, e il menò al più vicino posto di guardia.
Prima che si fosse proceduto alle debite interrogazioni sul fanciullo, si aprì il sacchetto per esaminare il contenuto: poscia venne tolto dalla vista del piccolo arrestato.
— Chi sei tu, furfantello? dimandò un uomo di aspetto autorevole.
— Io mi chiamo Federico Lennois.
— Tu dici che quel sacchettoera tuo?
— Mio, illustrissimo signore.
— E dove il portavi a quest’ora?
Era ben difficile rispondere su due piedi a quest’ardua e inaspettata domanda; però Federico si smarrì alquanto e titubò a rispondere.
— E così? Possiamo sapere dove portavi quel rame?
— Il portava meco per ispenderlo qui, a Parigi, e per divertirmi un poco.
Tutta la rispettabile udienza ruppe in uno scroscio di risa impossibile a reprimere. Passò un cinque minuti innanzi che si fosse calmata l’ilarità di quei signori. Il povero Federico non sapea più che contegno assumere, e sperava che quel riso avesse fatto piegare a più miti sentimenti coloro che egli estimava suoi giudici.
— Di dove sei tu?
— Sono di Auteuil, Illustrissimo.
— Che fa tuo padre?
— Non ne ho, Illustrissimo.
— E tua madre?
— Mia madre è la più ricca contadina di quel villaggio.
— Ed ella ti ha dato quel denaro per venire a divertirti a Parigi, non è vero?
— La cosa è appunto siccome voi dite, signore Illustrissimo.
— Va benissimo; noi manderemo ad Auteuil per informarci del vero. Intanto, tu resterai in buona compagnia stanotte, e potrai sollazzarti a tuo bell’agio.
L’uomo che avea parlato fece un cenno, e Federico Lennois tornò ad essere acchiappato per la goletta della camicia da due robuste guardie.
Si camminò per un buon tempo: si svoltarono molte strade e stradelle, per insino a che si giunse ad uno spiazzato ampio e scuro, rischiarato soltanto dalla limpida e stellata volta del cielo. Un vasto edificio di sinistro aspetto terminava l’orizzonte di questa piazza. Qualche fiacco lume vacillava nell’interno di quell’edificio che avea di strani coltrinaggi alle finestre.
Il portone di questo brutto palagio era guardato da sentinelle, siccome il vasto cortile, nel cui mezzo erano varie panchette su cui eran seduti parecchi soldati.
Le due guardie menarono Federico nell’interno del cortile: fu chiamato un uomo, ed indi un altro uomo, e indi un terzo il quale dimandò del nome del garzoncello e lo scrisse sovra un gran libraccio ricoperto da vecchissima carta pecora. Fatta quest’operazione, le due guardie che aveano menato il piccolo Lennois a quel luogo, il consegnarono ad uno grosso e paffuto, il quale non avea del militare che il solo berretto.
— Andiamo, speranza di capestro, disse quest’omaccio a Federico, dandogli una spinta,en avant, marche.
Federico non sapea dove fosse e quel che si volesse da lui: fu spinto a salire alquante branche di scale, a ciascuna delle quali era un cancello e un custode.
— Alla camerata difilosofia[5], disse quell’uomo con un sorrisetto tutto particolare, ad un altro di orribile grugno, il quale afferrò pel braccio il nuovo arrivato, il menò per uno stretto corridoio, e, datogli un urtone alle spalle, il fece entrare in un lungo stanzone, dove erano assiepati un gran numero di lerci fanciulli e giovanetti.
Una sola lampada sospesa alla volta di questo camerone rischiarava le più stupide e feroci sembianze di adolescenti.
Unhourradi saluti osceni accolse il nuovo ospite.
Federico restò immobile allo stesso luogo dove lo avea spinto il suo conduttore, nè sapeva ancora in che mondo si fosse.