III.IL COVILE DEL MONELLO

III.IL COVILE DEL MONELLO

Noi non vorremmo, anzi non sapremmo dire che razza d’uomo è questo Ferdinando Ducastel.

Vi sono alcuni uomini nel mondo, i quali sfuggono destramente ad ogni esame, ad ogni investigazione; tutto il loro studio pongono a non far trapelar di fuora la loro anima: il loro volto di marmo nulla rivela, nulla discopre: l’osservatore perde il tempo e la pazienza appresso a loro, e finisce col confessare di non aver niente osservato. E così farem noi. Confessiamo con ischiettezza d’ignorare onninamente di che tempera è l’anima del personaggio, che accenna di prendere una parte sì importante e forse protagonista nella nostra istoria. Gli avvenimenti e le sue stesse parole ce lo faranno conoscere meglio di quello che noi potremmo fare.

Diremo, intanto, che le sembianze di questo giovine nel suo tutto, dir si possono belle; che qualche cosa di nobile e di gentilesco è nella serietà e nella compostezza de’ suoi lineamenti statuari: ma pare che una nebbia perpetua copra il suo viso, tanta è l’impenetrabilità onde si circonda e si avviluppa. Lo sguardo di questo uomo cade e non si fissa; si direbbe uno sguardo di piombo; i suoi begli occhi non sono mai aperti in tutta la loro ampiezza, e, quando egli affisa qualcuno un leggiero inarcamento di ciglia toglie alla guardatura ogni carattere di dolcezza: quello sguardo annuvolato, incerto, sospettoso è un filo di sole invernale che fende la nube, è il morto raggio d’una lampada sepolcrale. Ferdinando Ducastel non ride mai; parla pochissimo, pensa e medita continuamente. La fosca pallidezza delle sue sembianze, la leggiera ipocondria che si scorge in sulla sua fronte impensierata attestano antiche sofferenze e lo scontento ben radicato nell’anima. A prima vista diresti quest’uomo aver già valicato i trent’anni, quantunque non ne conti più di 24; la freschezza della giovine età è sparita da quella persona, stanca e abbattuta, tuttocchè ancora nel nerbo della vita. Sono vizi o sventure le cagioni di tal deperimento?

Dovendo il novello ospite ritrarre sulla tela le sembianze di Giustino e d’Isalina, fu invitato a rimanere per alquanti giorni nel Castello d’Orbeil. Egli avea fatto una profonda impressione sull’animo del Visconte e della Viscontessa, i quali si aveano palesato scambievolmente la strana sensazione che aveva in lor prodotto il viso dell’amico di Giustino.

Una stanza gli fu assegnata, la quale riusciva sopra un’amena parte del parco.

Il domani della sua presentazione al Visconte, Ducastel levossi a prima ora del giorno, uscì dal casino, e si avviò verso il platano della mendica.

Egli camminava a passi frettolosi, preso da una febbrile agitazione di nervi. Quest’uomo che pel consueto, e quando era in compagnia, era freddo ed impassibile, al presente, solo, e in società de’ proprii pensieri, sembrava commosso da una prepotente passione.

Il platano della mendica era a mezza lega dal castello. Un’aperta e vasta pianura, chiamata dell’Usignuolo, intraversata solamente da qualche viale di nocciuoli e da rigagnoli ricchi delle piogge di primavera, menava a diversi crocicchi, elevandosi il terreno insensibilmente fino alle proporzioni d’una modesta collina; le ineguaglianze del suolo e la purezza dell’aria davano a questo sito di Auteuil qualche cosa dei villaggi italiani o svizzeri.

Nasceva un giorno soavissimo: numerose compagnie di augelli il salutavano co’ loro più ricercati e striduli gorgheggi: alcuni prendean diletto a lambir colle ali l’erbetta freschissima imperlata dalle stille di rugiada: altri amavano a spaziare sull’aperta pianura; altri ad amoreggiare con leggiadria di canto su pei rami degli verbusti: pareano aspettare con ansia la comparsa del sole.

Ducastel battea concentrato e pensieroso il terreno, e il suo sguardo non si levava neanche per un istante a contemplare le bellezze che il circondavano; sembrava che avesse fretta di giungere ad un sito che ei si era prefisso nella mente.

A vederlo camminare con gran sicurezza attraverso i tanti crocicchi di quei campi, senza smarrirsi un istante, e senza ricercar qualche volta cogli occhi la traccia del cammino che aveva da fare, si sarebbe detto che ei conoscesse appuntino ogni zolla di quella campagna, ogni solco di via. Quella vasta pianura era una specie di città dove le strade tortuose non erano altrimenti indicate che da alcune grosse pietre poste a guisa di termini tra i lunghi solchi, ciascuno de’ quali era un sentiero. Eppure Ducastel si voltava e rivoltava per quel laberinto, senza neppur pensarvi e senza stare in forse neanche un attimo sulla via da tenere. Come conosceva egli quella campagna? Quando vi era stato?

A capo di un terzo d’ora, l’artista si fermò dalla precipitata sua corsa; affannoso era il suo respiro, imperciocchè al sito ove era giunto terminava la insensibil gobba del suolo, che per circa un dieci minuti ascendeva sempre... Ducastel aveva innanzi a sè il platano ed il tugurio della mendica.

Egli avea fissato lo sguardo sovra una casupola perduta oggimai tra i lunghi fili di erba, tra le felci, e le semprevive cresciutevi da tutti i lati.Da tanti anni nessuno più abitava in quel solitario ricetto. La gente del paese non avea potuto spogliarsi de’ pregiudizii e delle paure su quella casupola: correa voce che in quell’abituro la notte si udissero certi lamenti strazianti, molti asserivano che sul platano attiguo ogni sera la civetta venisse a fare udire la sua lugubre voce: insomma il tugurio della mendica e la vicina casupola venivano sfuggiti come luoghi maledetti, le donne non li guardavano da lungi che facendosi a più riprese il segno della croce. Poco discosto, stava una specie di capannetta, oggi tutta in rovina, e che a Auteuil veniva addimandata ilCovile del Monello, però che ivi solea giacere e riposare la notte il figliuol di Zenaide, Federico Lennois, il quale avea lasciato in quel villaggio una certa celebrità per gli strani fatti che di lui si narravano.

Ducastel aveva incrociate le braccia ed era rimasto immobile a ragguardare ilCovile del Monello: il suo volto avea preso un carattere straordinario di vivacità febbrile.

— Ecco, diceva tra sè medesimo, riveggo dopo tanti anni i luoghi dove ho sparso tante lagrime in quell’età che per gli altri uomini è la più felice della vita!... Ecco il misero fenile in cui io dormiva col mio cane Astolfo, il quale mi riscaldava col suo fiato e colle sue membra. Orribili notti passate sotto quel mucchio di paglia, la vostra rimembranza mi fa fremere e raccapricciare! Oh! io sarei morto certamente, senza il mio cane! Abbandonato da tutti gli esseri umani, io non trovava un appoggio, un conforto, un compianto che in quella creatura, che, se non aveva il dono della parola, avea la voce del sentimento. Ecco là, al piè di quell’alto frassino, la tomba di quell’unico amico che io mi avessi, del mio diletto Astolfo! Oh! la tua morte fu la più cocente tortura pel povero mio cuore di dieci anni!... Ecco il ginepro al quale spesso io venia ligato per intieri giorni e qualche volta per intiere notti, in preda a’ più atroci tormenti della paura, del freddo e della fame: ecco laggiù il fosso nel quale io era gittato da colei che non oso chiamar mia madre: ecco l’antro nel quale io tante volte ritrovava un rifugio da’ furori di quella donna che per me non aveva le visceri di madre!... O mio destino incomprensibile, o stella crudele insin da’ più teneri anni della mia fanciullezza, tu snaturasti per me il più caro vincolo del sangue; tu mi negasti quel primo bene della vita, di cui godono anche le belve più feroci, l’amor materno! Non vi è uomo sulla terra il quale non abbia trovato nel seno della madre le ineffabili dolcezze di quell’amore che prepara e fortifica l’uomo al martirio della vita, di quell’amore che ne’ suoi infiniti sacrificii di ogni momento attinge novella vita, novella forza, e non vien manco giammai, però che anche quando una madre chiude per sempre gli occhi al mondo, lascia nelle rimembranze un’orma incancellabile, e uno scudo contro i mali dell’esistenza. Ed io solo, non trovai amor materno in mia madre; io solo trovai fiele ed odio in quelle sorgenti cui l’uomo corre con ansia ad abbeverarsi. Oh come avrei amato la madre mia, se costei non fosse stata il più spietato carnefice de’ miei anni infantili! E che colpa era la mia? Io era nato con un cuore amantissimo; ma la natura, la società, tutto parea respingere i miei sensi di amore. Trovai dappertutto durezza di cuore, insensibilità, tradimento. Non ebbiche un solo essere che mi amò; e quest’essere non apparteneva al genere umano. Astolfo, mio dilettissimo Astolfo, ed io ti vidi a morire sotto i colpi di questo Giustino Victor che ti ammazzava sol per vedermi piangere e per far ridere i suoi amici, tra i quali questo imbelle d’Augusto! La tua morte strappò dal mio ciglio le prime e sole lacrime del cuore. Io posi una pietra su la tua tomba e su quella pietra feci un terribile giuramento, il cui adempimento mi viene oggidì favorito da una incredibil casualità!»

Gli angoli del volto di Ducastel si contorsero alquanto e significarono un’odio freddo e feroce. I suoi occhi, che si erano portati sui siti diversi che erano stati il teatro delle sue infantili sofferenze, rimaneano al presente fissi sul terreno: atroci pensieri si aggiravano in quel capo. Ei ripigliava tra sè:

«Sì l’odio ha puranche la sua gioia, la sua voluttà! Oh quanto odio questa famiglia d’Orbeil, e questo felicissimo Giustino Victor, l’assassino del mio Astolfo! La sorte non potea meglio favorirmi che col farmelo incontrare a Tolone!... Il mio giuramento sarà compito... Or più non isfuggirai all’odio mio, alla mia vendetta! Giustino Victor, Augusto d’Orbeil, io era il vostro zimbello, il vostro passatempo! Io aveva l’onore di richiamar le risa sulle vostre gentilesche labbra; io era talvolta onorato da voi col titolo di bruto e peggio; ma questo bruto aveva un cuore altero e superbo, che voi corrompeste, pascendolo dell’odio più nero!... Io mi sentiva propenso al bene, alla virtù, ai più nobili e generosi sentimenti, e voi, per celia, per baia, per non aver che fare, per sollazzarvi un minuto, un istante, gittaste nell’anima mia il seme del vizio e del delitto, soffocaste in me ogni bella e onesta tendenza... Maledetti! Maledetti!! Ma ora la vostra felicità, la vostra gioia, la vostra vita è nelle mie mani... io vi odio, e quest’odio mio non è nato il giorno d’ieri... Ben ricordo le umiliazioni che io pativa alla tua vista, o felice figlio del Visconte, allorchè, in compagnia del tuo aio, percorrevi a cavallo queste campagne: la felicità insomma raggiava sulle tue sembianze: allora tu, Giustino ed io eravamo, fanciulli! Un giorno ti degnasti colpirmi colla frusta, perchè io non mi era scostato a tempo per farti passare col tuo superbo destriero: quel colpo di frusta, Augusto d’Orbeil, non mi è uscito più dal cuore... Un’altra volta tu ridevi mentre mia madre mi bastonava... e, quando ci facemmo più grandetti, spesso tu additavi a’ tuoi allegri compagni me infelice e lacero monello, rannicchiato in fondo alla pianura dell’Usignuolo: e Giustino Victor, una mattina gridando in lontananza mi disse queste parole che mi fecero piangere a lagrime disperate: «Ohè, figlio di mala donna, non rubar le fragole di questo podere, che te le faremo vomitar col sangue.» E quando penso che queste amare parole mi venivano indirizzate nel momento in cui il sereno aspetto della natura disponeva il mio cuore a sentimenti di conciliazione e di amore, nel momento in cui io scopriva nell’anima mia certe ascose corde che la facevano risuonare armoniosamente colla circostante natura ed innalzavano i miei pensieri verso quella regione di luce, d’amore e di pace che si addimanda il cielo; quando penso che quelle parole erano tanto più feroci quanto men da me meritate e ch’io non avea fatto alcun male a colui che me le lanciò sulviso, fremo ancora di rabbia e di vendetta... Rubare una fragola è dunque sì gran delitto! Eppure tante volte io ne aveva avuta l’opportunità e mai non lo aveva fatto! Ma da quel momento io ne rubai tante e tante, e rubai tutto ciò che mi venia fatto di rubare... Io provava una certa soddisfazione, una certa voluttà ad ingannare, a rapire, ingannar gli altri ed essere ingannato, non è forse questo lo spirito della società in cui viviamo?... Ecco... domani sarò ricco: domani il mio nome farà il giro della Francia e forse del mondo, e a che lo dovrò? Domani io sarò ricco, rinomato e vendicato! La vendetta, le ricchezze e la gloria faran tacere per sempre i rimorsi del delitto che ho commesso laggiù, in Italia. Domani più non avrò che desiderare.»

Ducastel fu interrotto nel suo tristo monologo dalla voce di Augusto e di Giustino i quali si erano levati per tempo anch’essi per godere della freschezza del mattino.

— Da bravo, Ferdinando Ducastel, gridò Giustino, ci hai prevenuti. Ma noi abbiamo trovato le tue orme. Sei buon levatore, per bacco! da vero artista! E che ne dici di questi siti?

— Incantevoli, rispose Ducastel, sorridendo a’ due giovani, e dando alla sua fisonomia la più naturale e semplice espressione di ammirazione.

— È la prima volta che vieni a Auteuil?

— No, ci sono stato altra volta, nella mia fanciullezza.

— Guarda, Giustino, disse Augusto che era stato disattento alla conversazione de’ due amici, guarda laggiù il covile di Federico Lennois. Ti ricordi, eh? Quel tristo bastardello che ardì scagliare delle pietre alle tue spalle?

— Se il ricordo! disse Giustino con accento d’ira e di spregio, non potrà mai uscirmi di mente la feroce espressione del volto di quel maledetto monello... E che n’è di lui?

— Sfido a saperlo! O è morto ucciso, o starà covando ancora i suoi furti in prigione... Sai che a Parigi fu gittato in carcere per una gran somma di denaro che avea rubato.

— Eppur ci scommetto che quel diavoletto avrebbe avuto sveltezza d’ingegno... Rammenti le risposte che dava ai contadini di queste campagne che il beffeggiavano, e qualche volta anche a noi, quando ci saltava il capriccio di andarlo ad insultar nella sua tana per ridere un poco!... Ma dimmi, Augusto, com’è che che un bel giorno sparì da Auteuil senza che di lui si fosse saputo niente più?

— Non saprei dirtelo con precisione. Ciò accadde pochi giorni dopo che sua madre lo battè a morte fino a fargli uscir sangue dalla bocca, per punirlo d’una violenza ch’ei stava per commettere su noi. Non si ebbe più di lui altra notizia, tranne che a Parigi era stato arrestato per furto. Di poi non ne intesi più a parlare.

— Sarà crepato come un cane in qualche oscuro angolo del mondo, disse Giustino. A proposito di cani, ti ricordi come sacrificai a colpi di mazza quella povera bestiola tanto cara al Lennois? Fu quello per me un vero divertimento! Io godeva tanto a veder piangere quel briccone!

— Eppur ti confesso, mio caro Giustino, disse Augusto, che, quando io vidi piangere a lagrime di disperazione il povero Federico, che erastato ligato al frassino da quella furia di sua madre, mi pentii quasi dell’amaro scherzo; ed avrei voluto ridonar la vita a quella bestiolina che egli amava tanto! In quel momento ebbi quasi pietà di quella creatura infelice che non avea sulla terra nessuno che lo amasse, neppur la madre!

Ferdinando Ducastel non avea detto un sol motto durante questo colloquio de’ due giovani amici; egli affissava le lontane campagne, e parea che fosse stato disattento a tutto ciò che si era detto: ma alle ultime parole di Augusto, Ducastel si voltò subitamente inverso lui, e lo guardò con singolare espressione. I due giovani non vi badarono.

— Ebbene, Ducastel, si comincerà in giornata il nostro lavoro, n’è vero? dimandò Giustino cercando di finirla con un soggetto di conversazione che non facea troppo onore al suo cuore.

— In giornata, rispose freddamente l’artista, però che io non potrò a lungo aver l’onore di rimanermi a Auteuil; importanti affari mi chiamano a Parigi dove ho lasciato i miei bauli ed i miei quadri.

— Non sai, Augusto? seguitò Giustino; il nostro Ducastel ci farà vedere il suo quadro destinato alla grande Esposizione: rappresenta laPreghiera.

— Sublime soggetto! esclamò Augusto; e quando avremo il piacere di ammirare il vostro lavoro?

— In qualunque giorno vorrete onorarmi all’albergoMirabeau, strada dellaPace, a Parigi.

— Avete idea di vendere il vostro lavoro?

— È già venduto, rispose Ducastel.

— Per qual prezzo?

— Cento mila franchi.

— Cento mila franchi! esclamarono i due giovani compresi di maraviglia estrema; ma questo è dunque un capolavoro!

— Un capolavoro, ripetè Ferdinando Ducastel pallido e distratto.

— E di grazia, a chi lo avete venduto?

Ducastel tentennò alquanto a dire il nome del compratore, abbassò lo sguardo; indi rispose:

— Ad un forestiero che sarà tra giorni a Parigi, al più ricco banchiere di Scozia, a Eduardo Horms, di Glascovia.

Pochi minuti dopo questa conversazione, i tre amici s’incamminavano alla volta del castello d’Orbeil.


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