IV.IL CARNEVALE DI PARIGI

IV.IL CARNEVALE DI PARIGI

I tre mesi dell’Esposizione erano passati. Il dì 15 ottobre, le gallerie del Louvre chiudevansi con gran dispiacere del pubblico parigino, il quale parea non sazio ancora di ammirare ed estollere a cielo, con ogni maniera di ovazioni, il dipinto di Ferdinando Ducastel.

S’intende già che il Giurì avea decretato il premio di seimila franchi e la medaglia d’onore al quadro laPreghiera. È noto che il giurì si compone di membri nominati a squittinio segreto dagli artisti che espongono i loro lavori: a quelli aggiungesi dal governo un certo numero di persone appartenenti all’amministrazione delle Belle Arti e all’istituto. Il Giurì a tal modo composto decreta i premii a maggioranza di voti. Per essere eletto membro del Giurì, fa d’uopo non essere compreso nel novero de’ concorrenti; oltre a ciò, è necessario o l’aver ottenuto qualcuno de’ premii delle passate esposizioni, o il formar parte dell’Istituto.

Le altre secondarie ricompense di medaglie di prima, seconda e terza classe furono accordate, pel salone del 1829, al bel quadro del Barone Gérard, che rappresentavala incoronazione del Re Carlo Decimo nella Cattedrale di Reims; al dipinto di Adolfo P..., rappresentantela morte di un monaco; ad unCombattimento navaledel Vernet, e ad un gran numero di paesaggi e dipinture di animali, nel quale genere i Francesi si esercitano con preferenza.

Dietro un magnifico rapporto del direttore delle Belle Arti, il governo accordò a Ferdinando Ducastel la croce del merito come a colui che si aveva ottenuti gli onori del Salone del 1829.

Siccome suole intervenire allo sbucciare d’una inattesa celebrità; le biografie del Ducastel col suo ritratto piovevano ne’ giornali di Parigi. Tuttavolta queste biografie erano foggiate in gran parte dal capo de’ giornalisti i quali creavano su lui romanzi più o meno verosimiglianti. Leggevasi in quelle biografie come il Ducastel avesse arricchito co’ suoi lavorii più famosi templi d’Italia, come il suo nome si fosse già renduto celebre in mezzo a quei tanti valorosi di cui l’Italia va superba; come avesse venduto per istraordinarie somme altri suoi quadri, i quali, se non dello stesso altissimo merito dellaPreghiera, erano parimente preziosi gioielli di arte da estimarsi dagl’intenditori. Su i suoi natali o sulla sua fanciullezza, questi giornali serbavano un discreto silenzio; perocchè il Ducastel non gli avea ragguagliati su questo, per ragioni troppo facili ad esser comprese.

Il compratore intanto del quadro, lo scozzese sir Eduardo Horms, era tuttavia ritenuto sotto il processo dell’assassinio sulla persona di Giustino Victor. La villeggiatura autunnale avea mandato nelle campagne circostanti a Parigi i ministri della giustizia: si aspettava il mese di novembre per la riapertura delle Corti.

Ferdinando Ducastel, ebbro di gloria, più non pensava alla vittima della vendetta, e libava con sommo diletto tutti i piaceri che gli procurava il suo nome. Pertanto, un giorno egli ebbe a fremere allorchè videsi avanti Augusto d’Orbeil, cui a mala pena potè riconoscere, tanto questi parea sopraffatto dal dolore per la perdita del suo amico.

Federico non vedea il figlio del Visconte che dal giorno in cui questi e Giustino erano venuti a fargli visita all’albergo Mirabeau. Non ostante l’assuefazione che egli aveva a dissimulare l’animo suo, Federico non avea potuto nascondere un movimento di spavento alla vista dell’amico di Victor; lo accolse però con alquanto freddezza, e cercava sempre di addentrarsi nei pensieri di lui ed iscoprire se avesse qualche sospetto sul vero autore della morte di Giustino. Ma Augusto se gli mostrò come prima confidente e affezionato: le lagrime gli scorreano in abbondanza dagli occhi udendo a parlare del diletto infelice suo amico. Egli disse al Lennois che tutta la famiglia era tornata a Parigi fin dal principio del mese d’ottobre; che Isalina sua sorella era gravemente inferma per effetto dell’orrendo colpo che aveva straziato il suo cuore; che il Visconte suo padre e la Viscontessa sembravano inconsolabili; e che la voce di un amico, come lui Ducastel, avrebbe potuto scemare l’intensità di quel dolore. Da ultimo, Augusto gli disse che era soprammodo compiaciuto della fama e degli onori che gli avea procacciati il quadro laPreghiera, e il pregava di accettare le sue vive congratulazioni. Federico, rassicurato su i suoi dubbi e sospetti, si abbandonò con più franchezza alle false proteste di amicizia, e promise che sarebbe al più presto andato a riverire la famiglia d’Orbeil.

Nissuna novità avvenne fino allo spirar di quell’anno 1829.

Giungeva intanto il tempo in cui Parigi, zeppa di forestieri e dei suoi più prelibati abitanti di ritorno dalla villeggiatura, sembra più che in ogni altra stagione dell’anno, compresa dal delirio del divertimento. Dal dì delle strenne a quello delle Ceneri è una continuazione di balli, di concerti, di mattinate musicali, di veglie; di mascherate, di feste pubbliche e private, di berlingamenti d’ogni maniera. Tutte le più serie faccende si differiscono a quaresima.

Gli uomini più gravi per età, per senno e per cariche si mettono nel carro dei piaceri e si lasciano strascinare con faciltà e con garbo; la contradanzainvade il regno della politica e dei negozi. Insomma, in fatto di divertimenti, Parigi non si fa pregar due volte.

Carnevale aveva annunziata la sua ricomparsa. Lepetites maitresses, legrisettese lelorettessi accingevano a far valere il loro impero. L’Opéra, la Renaissance, Mabil, Renelagh, Musard, Grignon, Deffieux, Sévres, ed altri cento luoghi pubblici aprivano le loro sale alla matta allegria.

In questo tempo dell’anno Parigi non conta poveri; tutti hanno da spendere per divertirsi; il piacere mette a contribuzione volontaria il milione di abitanti di questa capitale. Nel carnevale, Parigi non si dà tanto pensiero di dettare le solite sue leggi a tutta Europa su le giubbe e sulle cuffie; essa ne lascia la cura ai direttori di giornali di mode, e non s’incarica neanche di far valere la sua supremazia... in materia di pasticci.

Lo sciampagna, di cui la Francia va superba e con ragione (perciocchè è una delle pochissime cose di cui può andar superba) inonda le mense dei ricchi e non isdegna di mostrarsi in su quelle de’ modesti borghesi. Carcerato a piccole frazioni, in milioni di bottiglie, esso rompe i suoi ferrei ceppi, manda ai palchi delle stanze i suoi turaccioli, e caccia fremendo la bianca sua spuma che vien raccolta con delizia dalle labbra delle galanti parigine.

I balli pubblici si aprono alla brillante gioventù francese, che vi accorre in isvariate fogge di travestimenti da maschere, a capo dei quali signoreggia quello prediletto di tutte le prostitute di Parigi, ildébardeur[6].

Non sì tosto il clarinetto o il violoncello fanno udire le prime battute delle quadriglie carnovalesche al Vauxball e al Prado, ildébardeursi abbandona con frenesia alle tante mattezze che lo han renduto sì celebre. La passione della danza è personificata da questo tipo della maschera francese.

Tutti gli stabilimenti pubblici, dove si balla sotto l’ispezione di un sergente di città, sono ingombri da tutti quei che non passano i trent’anni. Due franchi non mancano a nessun parigino di venti anni. A Parigi, un uomo che ha venti anni e una buona salute trova sempre i mezzi di divertirsi; anzi la sua giocondità cresce a ragione inversa del suo denaro. Possedere venti anni a Parigi è lo stesso che possedere ventimila franchi di rendita: gli è vero che i primi, al contrario di ogni altra proprietà, perdono di valore accrescendosi; ma nel momento in cui si posseggono, la felicità non è men positiva e inebbriante di quella che deriva per alcuni dal possedimento di grandi ricchezze.

Nel carnevale, i teatri di Parigi sono assiepati di gente a segno che si vendono a carissimi prezzi i posti nelle quinte; sicchè veggonsi gli uomini della più alta sfera respirare la stessa aria che respirano le cantanti, i mimi, le ballerine e leratus[7].

Sono più di centoquarantasette anni dacchè a Parigi si balla pubblicamente; e ogni anno si è accresciuto il numero dei ballanti e de’ luoghi dove si balla. Nell’anno 1830, a cui siam giunti colla nostra narrazione,Parigi contava all’incirca duecento sale da ballo dove si poteva essere ammesso, pagando.

Il giorno 2 febbraio 1716, per la prima volta il pubblico parigino fu invitato al ballo dell’Opéra. Da quel giorno in poi Parigi ha ballato ogni anno senza interruzione e ogni maniera di danza, da’ passi di grazia a quelli di forza, dalla campestre contradanza[8]allo sfrenatocancan.

La gran sala dell’Opéraera affollatissima oltre l’usato nella sera della penultima domenica di carnevale di quell’anno 1830. Le fulgidissime lumiere gittavano torrenti di luce sulla folla che si agitava nel turbine del piacere.

Era questo il ballo dellabuona societàparigina: banchieri, agenti di cambio, ricchi proprietarii, leoni e leonesse, tigri, colombe esorci[9]pullulavano in quella sala assordata dai melodiosi concerti dell’orchestra.

Non istaremo a descrivere la magnificenza, lo splendore ed il brio di questo ballo pubblico: quelli dei nostri lettori che non sono stati a Parigi in uno di questi incomparabili veglioni non se ne possono giammai formare un’immagine corrispondente alla realtà. Diremo soltanto che colui il quale venisse improvvisamente gittato nel mezzo di una di queste sale nell’ora più allegra e rumorosa, crederebbe certamente di essere il gioco di un sogno ingannatore; imperciocchè tutto ciò che l’umana fantasia può crearsi di più seducente è tradotto alla lettera e realizzato. I racconti delle fate, le maraviglie delle novelle orientali, i delirii di un voluttuoso, le immagini che si affacciano al cervello di un uomo assopito dall’atchicturco, non potrebbero dare un’idea del gran ballo in maschera dell’Opéraa Parigi.

I Francesi ballano con grazia, con disinvoltura; e questo è incontrastabile, ed in questo noi riconosciamo reverenti ed umili la loro superiorità. Ma il più gran poeta epico è italiano, Dante; il primo scultore e architetto in tutto il mondo è italiano, Michelangelo; il più gran ristauratore delle scienze naturali è italiano, Galileo; il più profondo politico de’ mezzi tempi è italiano, Macchiavelli; il primo che abbia rischiarato colla filosofia la storia, è italiano, Vico; quegli che scoprì un nuovo mondo è italiano, Colombo. Ma a qual paese appartiene chi insegnò pel primo all’Europa il vero modo divalsare?

In su la mezzanotte una gran folla verso l’uscio maggiore della sala attestava l’entrare di qualche personaggio ragguardevole. In fatti, l’uomo che da alcuni mesi era sulle labbra di tutt’i Parigini, il già celebre artista Ferdinando Ducastel, era stato incontanente riconosciuto sotto un ricchissimo travestimento orientale. Una schiera di amici e di curiosi lo aveano circondato; un susurro accompagnava i suoi passi attraverso la sala: egli era l’ammirazione degli uomini e il sospiro delle donne.

Ducastel non lasciò verun divertimento che gli offriva l’allegra serata. Circondato, corteggiato, festeggiato, ei nuotava nella felicità e se ne saziava con una specie di avidità, quasi per vendicarsi della nimica sorte che lo avea ricolmo di sventure nella sua prima giovinezza.

Tra le maschere che attorniavano il Ducastel notavasi undèbardeurdi una insolenza incredibile: questi facea sempre tutti gli sforzi possibili e usava benanche di una certa violenza per istar sempre al fianco dell’artista: urtava, premea, tirava gli altri pel braccio; faceva insomma cose da matto per non perdere il suo posto allato al Ducastel: era tollerato, perchè sotto al suo mascherino si vedeva una bocca sì cara ed un mento così pallido e gentile, da non poter appartenere se non ad una leggiadra donnina: e due occhi, neri come le tenebre, lampeggiavano da’ due fori del mascherino.

Ferdinando Ducastel non poteva a lungo rimanere indifferente a questa straordinaria premura e ostinazione deldèbardeura starglisi allato. Allorchè, per l’ora avanzata della notte, si diradò alquanto il cerchio de’ suoi amici, e che gli riusci d’involarsi a’ curiosi che l’assediavano, prese per mano ildèbardeured il menò in disparte. Quella mano era di una morbidezza e di una bianchezza rarissima.

— Vuoi tu dirmi, mia bella, a che debbo attribuire il piacere di averti sempre al mio fianco? chiese Federico al suo grazioso persecutore.

— Non è la prima volta ch’io sono al tuo fianco, rispose questi con voce simulata e in purissimo idioma e accento italiano.

Federico fece un atto di sorpresa, e cercò di riconoscere le sembianze dell’incognita sotto il mascherino.

— Tu non sei francese? dimandò con turbamento e in buon toscano.

— No, io sono italiano, rispose ildèbardeur.

— Tu vorresti darmi a credere di essere un uomo, come se la leggiadria della tua persona non ti tradisse. E dimmi, dove mi hai conosciuto per la prima volta?

— Laggiù, in Italia, disse la maschera.

Federico affissava gli occhi con estrema curiosità su quella parte del volto deldèbardeur, la quale era discoperta; ma quella porzione del viso non gli ricordava nessuna antica fisonomia.

— Quanti anni ha che mi conosci?

— Sono circa tre anni.

Questo breve dialogo fu interrotto dalla folla che venia su a gran flutti. Gli amici di Ducastel lo aveano ritrovato, e questa volta a forza lo strascinavan seco loro. Egli ebbe appena il tempo di dire aldèbardeur,

— Alle cinque in punto da Very; verrai?

— Immancabilmente.

E si perdettero entrambi in mezzo alle maschere.

Alle cinque, in fatti, ildèbardeursi fece trovare alla porta d’ingresso del rinomato trattore Very.

Federico era solo: ei si cacciò il braccio della misteriosa maschera sotto al suo, e chiese a uno de’ garzoni del luogo:

—Un cabinet particulier.

Entrambi furono introdotti in uno di quegli stanzini, dove tanti oltraggi riceve il pudore, e dove un garzone non può entrare senza esser chiamato dalla discreta corda del rispettivo campanello.

Una tavola con due posate era imbandita.

Ildèbardeurera stanco a morte, ma non avea appetito.

Federico mangiò per due.

Il mascherino era sempre sulla faccia del misterioso compagno di cena. A dispetto delle istanze e delle preghiere del Lennois, quegli non avea voluto smascherarsi. Poche parole si erano scambiate tra loro durante la cena.

Federico si versava frequentemente da bere lo sciampagna e il Reno, e offrivane alla sua bella italiana, la quale sfiorava col labbro i bicchieri.

In sul finir del banchetto, Federico avvinacciato si alzò.

— Or voglio assolutamente conoscere chi tu sei, egli disse, e contemplare tutto il tuo leggiadro visino. È inutile ogni tua resistenza, o bella italiana; giù la maschera!

E la sua mano si portava verso il volto deldébardeurper istrappargli il mascherino; ma questi si alzò, afferrò il braccio del Lennois, e pacatamente gli disse:

— Un momento, signore, un sol momento, e il vostro desiderio sarà appagato.

— E che si ha da attendere, vezzosa pallidetta? dicea barcollante il Lennois cercando di svincolarsi per chiudere nelle sue braccia la bella incognita e strapparle il mascherino.

— Ditemi prima: non avevate, voi in Italia nessun amico?

— Che cosa vuoi ch’io mi ricordi ora, rispondeva l’ebbro Lennois. A quest’ora, con tanto sciampagna in testa, e col riverbero dei tuoi occhi che m’incendiano il cuore?

— Non vi ricordate di nessun amico a cui foste ligato per parecchi mesi?

— Al diavolo tu e gli amici! Faresti meglio a dirmi qualche parola di amore, o il più amabile deidébardeurs! E ti ostini sempre a non farmi vedere il tuo volto d’angelo, su cui ardo di stampare i miei baci?

— Or ora farò il tuo volere.... Versami da bere; versami delrosso, che voglio fare un brindisi alla tua salute e alla tua gloria, illustre artista!

— Ben pensato; sì, fammi un brindisi... e poi...

Con mano vacillante per l’ebbrezza versò delbordeauxnel bicchiere deldébardeur, e versò da bere anche per sè.

L’incognito alzò il bicchiero, con ferma voce intuonò questo brindisi già noto a’ nostri lettori:

Per passar lungamente e feliciQuesto sogno che vita si appella,Sempre a mensa restiam cogli amici,Esultiam tra l’amore e il bicchier.Viva il vino e Clorinda la bella;Da noi lungi ogni tristo pensier!

Per passar lungamente e feliciQuesto sogno che vita si appella,Sempre a mensa restiam cogli amici,Esultiam tra l’amore e il bicchier.Viva il vino e Clorinda la bella;Da noi lungi ogni tristo pensier!

Per passar lungamente e felici

Questo sogno che vita si appella,

Sempre a mensa restiam cogli amici,

Esultiam tra l’amore e il bicchier.

Viva il vino e Clorinda la bella;

Da noi lungi ogni tristo pensier!

È impossibile a rendere l’espressione del volto di Federico a seconda che colui pronunziava questi versi. La ebbrezza sembrò sparire in un momento: ei diventò pallido come un morto.

— Come sai tu questi versi? Dove gli hai uditi? chiedeagli con voce soffocata.

— Dalla Valdelli, a Pisa! ti ricordi? rispondeva impassibile la maschera.

— Dalla Valdelli; a Pisa! ripeteva Federico, tu dunque mi conoscesti in casa della Valdelli? Ah? indovino, tu sei sua sorella, la cara Giannina!

E la sua mano si levava di bel nuovo alla maschera deldèbardeur; ma questi afferrò di bel nuovo e con forza quel braccio.

— No, io non sono sua sorella, come tu non sei l’autore del quadro laPreghiera.

A simili parole il viso di Federico diventò come quello di un demente.

— Donna, uomo o demonio, chi sei tu? Parla, o ch’io...

L’incognito si tolse il mascherino e disse:

— Riconoscimi infame; io sono... Ugo Ferraretti!

Federico mise un grido straziante, e cadde sulla sedia come colpito dalla folgore.

Intanto ildèbardeurcanticchiava lentamente:

Viva ilrossoe Clorinda la bella;Vada a monte ogni tristo pensier!

Viva ilrossoe Clorinda la bella;Vada a monte ogni tristo pensier!

Viva ilrossoe Clorinda la bella;

Vada a monte ogni tristo pensier!


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