III.UN RIVENDUGLIOLO FRANCESE

III.UN RIVENDUGLIOLO FRANCESE

Diluviava che era una pietà. I rigagnoli aveano inondato a segno le vie di Pisa, che pareva il fiume Arno si fosse rovesciato su tutta la città. Rimbombava il tuono, come una immensa palla di piombo rotolata sovra un’immensa lamina di ferro.

Sonava l’Avemmaria, e i tocchi della campana aveano questa volta qualche cosa di più solenne e di più malinconico del solito, imperciocchè erano accompagnati dal fragor del tuono.

E il sig. Paillard, poichè si ebbe anch’egli per divozione segnata la fronte, imboccò saporitamente un pezzo di pollo.

Questo sig. Paillard, rivendugliolo di qualche rinomanza nella piazza de’Cavalieri, insaccato in un pastrano di pelo, che gli scendeva insino alle calcagna, avea pensato bene, per vincere la noia del cattivo tempo, di protrarre il pranzo fino a sera, e, seduto di fronte alla sua grassissima metà, antitesi bizzarra della sua macilenta figura, spolpava, il più garbatamente che fatto gli venisse colle mani e co’ denti, un pollastrello arrostito, il quale metteva una tal fraganza da far venire l’appetito anche ad un morto. E andava così bene levigando le ossa a quell’animaluccio, che pareva avesse avuto in pensiero di farne uno scheletro zoologico. Ma, durante questa lenta operazione, egli scambiava qualche parola colla sua donna:

— Affe’ mia, non ricordo un temporale più insatanassato di questo... Il cielo è scuro come il fondo del mio ventricolo... Carlotta, accendi un altro lume.

— Via mo, non ti basta questo? Devi forse infilzare il refe nella cruna?

E dopo un’altra boccata ben piena:

— Carlotta, con cento diavoli, perchè non mi hai fatto un po’ di fuoco nel braciere? Le ossa mi ballano per la umidità e pel freddo.

— Ora ti scalderai; questo è il freddo della digestione.

— Che diascine dici? Non vedi i cristalli della finestra che piangono dirottamente?... Chiudi, chiudi quelle imposte.

E la povera Carlotta che avrebbe dato volentieri la sua parte di pollastro per non alzarsi, trovò una scusa, e si stette impiombata sulla sedia.

Il signor Paillard brontolò tra i denti qualche parola grassa, che si perdette nella caverna dello stomaco coll’ultimo boccone del pollo.

Egli nettossi le labbra con un tovagliuolo, su cui erano parecchi ricordi di pranzi precedenti, fe’ saltare alla soffitta il turacciolo d’una bottiglia di sciampagna, e, glo glo glo, fece spumeggiare il conico bicchiere. L’accostava con vera delizia alla bocca assetata, quando un suono morto morto del campanello il fe’ ristare.

— Colga il mal sottile a chiunque viene a seccarmi con questo tempaccio. Poffardio, non si può prendere un boccone!!

E qui, per parentesi, bisogna avvertire che il nostro uomo avea mandato giù l’inezia di cinque generose vivande.

— Non andare in bestia, Giacomo: è il vento che ha mossa la corda del campanello.

Giacomo vuotò il bicchiere.

Il campanello suonò un’altra volta, ma con un poco più di forza. Allora Carlotta lasciò la salvietta sulla tavola, nettossi la bocca col dorso della mano, ed andò ad aprire.

— Santa Vergine!... (Era un lampo).

— Perdoni, è in casa il signor Paillard?

Questa dimanda uscia tutta tremula e fioca da una figura sepolcrale, che pareva fosse stata ivi balzata dalla vampa atmosferica, come l’immagine di un estinto cacciata per arte magica dal fornello di un alchimista.

E la donna, tutta spaurata, non badando a quelle parole, si rintasò gli orecchi colle mani per non udire lo strepito del tuono, quasi, che quel turamento dell’organo sensorio dovesse servirle di parafulmine; e accomandossi a Santa Barbara.

Scoppiò il tuono, e di tal fatta, che pareva avesse l’intera città subissata.

— Mille perdoni, signora Carlotta, è in casa il signor Paillard?

— Mio marito?... Ah! siete voi, signor Ferraretti, con questo tempaccio!... Favorisca; noi siamo a pranzo; senza cerimonie... Che ci porta questa sera? Del suo, non è vero? Bravo giovinotto; si fa quel che si può, non è così?... Ma entri pure: qui tira vento.

Ugo era già entrato nella stanza dove pranzavano i coniugi Paillard.

Giacomo si soffiò il naso, solo membro nudo che apparisse della sua pelosa figura, e si strinse nelle spalle, vedendosi dinanzi il miserello, cui avea già visto altre volte in sua casa.

Ugo sembrava lo sfumo d’una forma umana, egli era pallidissimo, inzuppato ben bene e tremante a verghe pel freddo e per l’umido: portava calzoni i quali, essendo stati manomessi tre anni addietro, erano divenuti sì corti, che a mala pena passavano le ginocchia; e aveva addosso una specie di abito grigio, abbottonato fino al collo, intorno al quale attortigliavasi un cencio di cravatta.

— Scusi, sig. Giacomo, se la incomodo a quest’ora...

— Anzi!!.. è un piacere!.. metta il cappello su quel tavolo e si segga... Che comando ha da darmi?

Ugo restò col cappello in mano, ed aprì la bocca senza mettere alcun suono. Fu questo un movimento involontario dei muscoli, come se egli avesse voluto ingoiare un bel boccone, che in quel momento il rivenditore tenea sospeso in su la punta della forchetta. E il tapino inghiottì invece una piena di lagrime, che gli montava agli occhi, stringendogli la gola.

Giacomo era uno di quegli uomini che in tutto il corso del giorno si affaticano, sudano, si ammazzano per le loro faccende; ma, quando sonosi posti al lavoro dei denti, non vogliono essere sturbati neanche dal ronzio d’una mosca. Or si consideri con che buona voglia potea vedersi innanzi quello stordito col cappello in mano, come chi dimanda l’elemosina.

— E così? chiedeva il rivendugliolo di malissimo umore.

— Avrei questo quadretto, si affrettò a dire il giovinetto, il cui viso era divenuto una fiamma di vergogna.

— Capiti in brutto momento, giovinotto mio, disse quell’ebreo, per isgomentare le speranze di lucro del venditore; questi maledetti tempi che corrono fan chiuder bottega; non si compra neanche per un centesimo; le arti vanno giù in modo da far piangere le pietre... Miseria... e poi miseria!... Ho venduto l’altro giorno un Pietro di Cortona per un pugno di fave, come suol dirsi... Ma che volete? Non si posson tener le tele ad impolverarsi nei fondachi; bisogna cacciarle; altrimenti le s’intarlano come panni... Insomma, vediamo la vostra merce, bel fanciullo.

Ugo pose il quadretto nelle mani di lui, e fu come se si avesse strappato dai visceri del petto il proprio cuore.

Nel torre tra le sue mani il quadretto per esaminarlo, Giacomo avea messo un caldo sospirone impregnato di non so quanti profumi di cucina. Ad Ugo le guance si erano intanto colorate per poco: ma tosto subentrò un lividore di morte, quando il miserello vide la faccia di Giacomo contorcersi in tante smorfie, che era proprio una grazia da bertuccia.

— Lo sapea ben io che trattavasi di qualche madonnetta... Se almeno fosse l’Addolorata di Guido Reni!! E che cosa ho da farne io di cotesta vostra meschinità? Roba da sacrestia... Ora si domandano quadri a soggetti, quadri per salotti... Mi duole che per questa io non posso servirti; è cosa che non fa per me... Potete vedere da altrinegozianti.

Il giovinetto non parlò molto, non pregò, non pianse, ma si passò la mano sulla fronte, e zitto zitto spelossi per la rabbia e per dolore un trucioletto di capelli: si cacciò indi il quadretto sotto l’ascella, e si partia, quando Giacomo il richiamò pregandolo di farglielo meglio osservare.

— Orsù, la mi lasci pure questo quadretto, disse il francese rivendugliolo, gittandolo sopra un cassettone senza più riguardarlo; il terrò per non perdere la sua buona grazia... perchè mi dorrebbe assaissimo che fosse qui venuta inutilmente con questa stretta di pioggia... Eccole dieci soldi.

— Dieci soldi! sciamò il giovinetto atterrato dallo avvilimento; oh madre! madre mia!

— E l’assicuro che glielo fo per amicizia: un altro non avrebbe ottenuto tanto da me; ma io fo stima del suo ingegno e dei suoi lavori; e mi sta veramente a cuore di non perdere la suapratica.

Questo terribile gallicismo compì l’opera di carità del signor Paillard, il quale, tratto dai baratri dei suoi tasconi due o tre grosse monete di rame, le mettea gravemente nelle mani del giovine artista, il quale, abbrancolle con una stretta convulsiva di nervi.

Ugo si trovava in tanta prostrazione di animo ed in tanto bisogno di danaro, che non pur quel quadretto, ma per meno di dieci soldi avrebbe sibbene venduta la vita, tutto!

Quel quadretto dell’Addolorata fu poco tempo appresso venduto alla casa Righetti di Livorno per la somma di lire 500.


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