IV.IL CAMPOSANTO DI PISA
LaTorre pendente, la Cattedrale ed il Camposanto sono i tre edificii che richiamano la curiosità dei viaggiatori, che visitano la celebre città del Conte Ugolino contro la quale con tanta stizza fulminava le sue imprecazioni il gran poeta ghibellino. Ed in vero, questi tre edifizii; per magnificenza di costruzione, per importanza di storiche memorie, pel gran numero di preziosi monumenti d’arte, sono a giusto titolo da porsi tra i più considerabili delle città della penisola, e non è maraviglia se in ogni stagion dell’anno un numeroso concorso di visitatori vengono a tributare un saluto e un omaggio a quei luoghi e a quei marmi.
Ma, sopra tutto, grandioso e solenne è il Camposanto, ove riposano le ossa dei Pisani. Se quello di Napoli è più bello per l’amenità del sito e per isvariata magnificenza di mausolei, quello di Pisa ha un carattere più maestoso e più grave, ed ispira più tristezza e raccoglimento. La sua forma è un gran quadrato, circuito da portici, e rivestito di marmo alla faccia esterna ed interna. Antichi e pregevolissimi quadri adornano tutto il sacro recinto, tra i quali le sei classiche dipinture del Giotto, rappresentanti la storia di Giobbe. Avvi eziandio il quadro delGiudizio finale, tratto da Orgagna: allato di questo quadro è dipinta la morte dell’uomo e lo stato a che riducesi il suo corpo divenuto cadavere. Veggonsi perfettamente effigiate tre tombe dischiuse, in una delle quali è un corpo che incomincia a corrompersi; nell’altra, un corpo già quasi interamente spoglio di carni; e nella terza, uno scheletro. Queste dipinture allogate presso al luogo dello sfacimento dell’organismo umano producono un’impressione profonda e terribile.
Tra i più notevoli mausolei di questo Camposanto osservasi la tomba del giureconsulto Decio, ornata di bassorilievi e arabeschi, lavorati secondo il gusto antico; quello di Matteo Curzio, filosofo e medico, opera di Artolfo Lorenzi, ottimo allievo della scuola di Michelangelo, ed altro con epitaffi ed iscrizioni del tempo in cui la città di Pisa governavasi a repubblica.
Tre modeste croci sovra tre fosse, poste a pochi passi di distanza l’una dall’altra, indicano l’ultimo asilo di Luigi Ferraretti e dei suoi figliuoli. Tre cerchi di mortelle assiepano le tre fosse. Alle due punte delle sbarre trasversali delle croci sono le iniziali dei nomi degli estinti. Queste iniziali rappresentano tre ricordanze tenerissime e tre mucchi di ceneri. Quasi una volta al mese, Ugo visitava questo recinto di morte, per deporre tre sorti di rose su quelle tre fosse. Ed ogni volta che i suoi passi avvicinavansi a quella muta città dei defunti, il giovinetto era preso da tale batticuore che non potea respirare. Ma, piuttosto che aggravare la sua tristezza, queste visite periodiche al Camposanto versavano un’arcana dolcezza sull’anima sua: la morte perdeva in qualche modo, agli occhi di lui, l’orrore della sua solitudine, però che, quando a Dio piacesse di chiamare al cielo lo spirito immortale, il suo corpo avrebbe avuto anch’esso una croce, simbolo della clemenza di Dio verso l’uomo, simbolo di pace, di carità e di amore. Le fresche e odorose aurette del cielo, la pura e serena luce del sole rischiaravano quei filari di fosse, ognuna delle quali avea forse al di là di que’ portici un rimpianto carissimo, un desiderio perenne e inconsolabile, una vita di reminiscenze, e un mondo di affetti nel cuore di qualche superstite. La dolce serenità di quel campo di ossami parlava all’anima un linguaggio misterioso, e le rivelava, al di là dell’azzurra volta del cielo, la immarcescibile corona dei Giusti e la felicità senza fine.
Talvolta la luce del giorno, abbattendosi su quelle tombe, sorprendeva il giovinetto artista nelle sue malinconiche meditazioni. La luna si alzava dietro un ceppo di mausolei, come la pallida faccia d’una vergine estinta, e covriva colla sua antica luce quei sarcofaghi di marmo bianco e nero. Allora i cipressi prendeano figure fantastiche e rassembravano alle ombre dei morti ritti su i loro sepolcri. E, quando la sera si avanzava, il maestoso campanile torreggiava nel cielo, come un sublime pensiero di religione che nascesse da quegli avelli.
Nudrito fin da fanciullo nella lettura delle Sacre Pagine, Ugo avea sulle labbra e nel cuore le racconsolanti parole dei sacri salmi dei morti, che egli mormorava a suffragio delle anime dei suoi, i quali dai loro sepolcri pareano dirgli:Figlio, fratello, prega pe’ tuoi cari: partiti, ma non estinti siamo.
È indicibile la soavità che piovea sull’anima di Ugo, dopo aver recitate fervide preci su le fosse de’ suoi. Le lagrime abbondanti che gli scorreano dalle ciglia erano rugiada dolcissima al suo cuore. Egli pensava con estrema tenerezza alla cara madre sua, che un giorno sarebbe forse venuta a piangere e a pregare su la tomba di lui; il suo amore gli creava questa dolcissima illusione; imperochè egli era ben sicuro di morire pria di lei. Ei ricoglieva un fiore nato il mattino su la fossa del padre, il baciava bagnandolo di lagrime, e caramente il conservava per recarlo alla mamma che lo aspettava. Quel fiore, comecchè sbucciato su la terra dei morti; dava olezzi del cielo, siccome le speranze che nascono da’ sepolcri.
Ugo ripeteva i bei versi di un giovine poeta napolitano, rapito nella età di anni 21 all’amore, all’amicizia, alla gloria[3]:
«Dolce alle scompagnate alme è la paceDe’ patrii cimiteri,E quando l’armonia del giorno taceCo’ torbidi pensieri,E quando vien da una chiesa lontanaUn lamentar di salmi o di campana.«È dolce, dove un nero arbor su i mortiLa molle ombra protende,E dove annunziar sinistre sortiLa civetta s’intende,Con lagrime educar rose leggiadreSopra una fossa, e dir: qui dorme il padre!«E allor che su la pigra aura notturnaVoce non vola o canto,Alla madre reddir, che taciturnaAl focolare accantoPensa de’ corsi tempi, e offrirle un fioreRicolto nel giardino del dolore.»
«Dolce alle scompagnate alme è la paceDe’ patrii cimiteri,E quando l’armonia del giorno taceCo’ torbidi pensieri,E quando vien da una chiesa lontanaUn lamentar di salmi o di campana.
«Dolce alle scompagnate alme è la pace
De’ patrii cimiteri,
E quando l’armonia del giorno tace
Co’ torbidi pensieri,
E quando vien da una chiesa lontana
Un lamentar di salmi o di campana.
«È dolce, dove un nero arbor su i mortiLa molle ombra protende,E dove annunziar sinistre sortiLa civetta s’intende,Con lagrime educar rose leggiadreSopra una fossa, e dir: qui dorme il padre!
«È dolce, dove un nero arbor su i morti
La molle ombra protende,
E dove annunziar sinistre sorti
La civetta s’intende,
Con lagrime educar rose leggiadre
Sopra una fossa, e dir: qui dorme il padre!
«E allor che su la pigra aura notturnaVoce non vola o canto,Alla madre reddir, che taciturnaAl focolare accantoPensa de’ corsi tempi, e offrirle un fioreRicolto nel giardino del dolore.»
«E allor che su la pigra aura notturna
Voce non vola o canto,
Alla madre reddir, che taciturna
Al focolare accanto
Pensa de’ corsi tempi, e offrirle un fiore
Ricolto nel giardino del dolore.»