V.LUIGIA ALDINELLI
Ildébardeuraltri non era che Luigia Aldinelli.
Pria che spieghiamo un tal mistero a’ nostri lettori, sentiamo il dovere di rischiarare alcuni particolari della vita di questa giovinetta, la quale occupa di presente un posto così importante nella nostra narrazione.
Luigia Aldinelli, siccome è noto a’ nostri lettori, era figlia naturale del Baronetto Edmondo Brighton. Non è nostro intendimento il tesser la storia di quest’altra seduzione, dappoichè abbiam già raccontato altri traviamenti di questo genere, e ne abbiam vedute le molte funeste conseguenze. È mestieri tuttavolta, per la chiarezza del nostro racconto, far conoscere in che modo la sventura travagliò fin da’ primi anni la vita di Luigia, e come su lei sembrava che il cielo avesse voluto far cadere la espiazione della colpa de’ suoi genitori. E questo non è mica raro nel mezzo degli uomini; e non pochi fatti della storia umana ne confermano in questa verità, che spesso hanno i figliuoli a patire le pene meritate da’ falli dei padri.
L’origine della famiglia Aldinelli rimonta agli sventurati tempi delle civili discordie dei Guelfi e Ghibellini. Nota è la storia di Antonio Bandinelli in Firenze, barbaro guelfo, il quale perseguitava con odio inflessibile il nominato Lanucci non pur per ispirito di parte politica, ma per altre particolari ragioni, cui per brevità tralasciamo di menzionare. Costretto a difendere la propria vita contro un impensato assalto del Bandinelli, il Lanucci era rifuggiato a Pisa, dopo aver lasciato immerso nel proprio sangue il suo avversario. Ma il guelfo non era morto; e un giorno il Lanucci si vide fulminato da una sentenza di bando e di confisca di tutti i suoi beni. Non potendo più rientrare nella sua patria, Firenze, il Lanucci continuò a starsene a Pisa, presso un suo affezionato amico per nome Belfiore, il quale aveagli offerto la propria casa ad asilo di sicurezza. Una breve sala divideva le camere da letto dei due amici. Una notte un fioco gemito partì dalla stanza ove dormiva il Belfiore. Il Lanucci accorre, edoh spettacolo d’orrore! un pugnale era conficcato nel seno dello sventurato: pochi istanti ei visse e non ebbe nè il tempo nè la forza di rivelare il suo assassino. Il Lanucci, compreso da pietà e da dolore senza fine, cadde sulle spoglie esanimi del diletto amico, e quivi rimase lungo tempo privo di sensi. Trovato sul cadavere dell’estinto, egli ne vien creduto l’assassino, e menato in carcere, non ostante le più alte proteste d’innocenza. Un processo s’istituisce contro di lui; la sua disperazione vien creduta un’astuzia per farsi credere innocente; tutto ciò ch’ei dice non distrugge le prove del supposto delitto. Una condanna di morte è pronunziata sul suo capo. Rassegnato a’ voleri del cielo, lo sventurato Lanucci si prepara all’estremo supplizio. Suona l’ora di morte: egli avanza con maestà verso il palco di esecuzione; la scure è per troncar la sua vita, quando un alto mormorio e grida di letizia fermano il colpo fatale. Un corriere è giunto da Firenze a briglia sciolta: l’assassino di Belfiore è stato scoperto: egli era uno scellerato emissario del Baldinelli il quale, essendosi, di soppiatto e col favor delle tenebre, introdotto nella dimora della sua vittima, avea scambiato le stanze, e, cacciatosi in quella in cui dormiva il Belfiore, aveva immerso un pugnale nel petto di costui, credendo immergerlo in quello del Lanucci. Lo stesso Bandinelli avea confessato il delitto e dichiarata l’innocenza dei suo avversario.
Da quel tempo in poi esecrato fu in tutta la toscana il nome de’ Bandinelli, i quali, per quest’odio che un tal nome attirava loro addosso, si videro costretti alla più deplorabile miseria; ed uno di essi, per isfuggire alla sorte comune, ritiratosi in un villaggio sulle sponde dell’Arno, aveva cambiato il suo nome in quello di Aldinelli, togliendo e sostituendo alcune lettere.
E questa fu l’origine della novella famiglia toscana, ultimo rampollo della quale era Luigia. Sua madre fu vittima del più sleale tradimento fattole dal milionario Conte di Sierra Blonda. Una funesta casualità avea fatto incontrare Stefania Aldinelli col ricco Inglese. Bella sovra modo, ella gli avea ispirato una di quelle passioni le quali ne’ cuori depravati fruttano le più nefande opere. Ahi! perchè la virtù deve esser tante volte posta al cimento dalla luce dell’oro! perchè questo metallo ha tanta possanza di rendere ribelli ad ogni legge ad ogni dovere i cuori meglio formati! Il Conte avea giurato di sposar Stefania; ma un tal giuramento non servì che a compiere la seduzione obbrobriosa sulla sventurata e onesta donzella.
Poco tempo dopo del segreto nascimento di Luigia, Stefania maritossi con un Ridolfi di Firenze, e die’ alla luce un altro figlio, il quale ebbesi nome Carlo. Il marito di Stefania morì alcuni anni dopo la nascita di questo fanciullo. La madre amava di pari amore entrambi i suoi figlioli; ma non così il fratello amava la Luigia, cui egli opprimea co’ più rozzi mali trattamenti. Non ostante la viva tenerezza materna, che le facea scudo, Luigia vivea la più sventurata fanciulla del mondo, in conseguenza di quest’odio fraterno che pesava su lei, e che ogni dì vieppiù si accresceva, a seconda che la ragione e le passioni di Carlo si sviluppavano.
Venne a porre il colmo alla sventura di Luigia la morte di sua madre Stefania. Strazianti di tenerezza furono gli addio di queste due donneche tanto si amavano: Addolorava le ultime ore di quella vita di madre il pensiero che la diletta figliuola sarebbe rimasta quindi innanzi sotto il potere dello snaturato fratello, il quale dameno di una schiava trattavala. Il perfido Ridolfi promise alla moribonda genitrice di avere per la sorella sensi più umani: ma il suo cuore smentiva ciò che il suo labbro pronunziava, e l’avvenire giustificò le giuste materne apprensioni. Innanzi di spirare, l’amantissima madre donava alla figlia un prezioso anello, antica ed unica eredità della famiglia Bandinelli, trasmessa da padre in figlio; e le soggiunse di non mai dipartirsi da quell’anello, il quale rappresentava in terra il legame che dovea ricongiungerle in cielo. Luigia il baciò mille volte e sel pose al dito per non più separarsene. I nostri lettori han già veduto questo anello al dito della figura inginocchiata dipinta nel quadro del Ferraretti.
Luigia restò sola col fratello, il quale possedeva alla Cascina, poco discosto da Pisa, alcuni poderi lasciatigli dal padre. Non avendo alcun negozio che l’obbligasse a rimanersene a Pisa, egli volle ritirarsi alla Cascina, e seco menò la disgraziata Luigia, alla quale ingiunse di lavorare per procacciarsi il pane; che egli intendeva darle solamente il tetto sotto cui dormiva; ma che, in quanto alle altre necessità della vita, ella dovea provvedersene colle proprie fatiche.
La fanciulla si pose al duro stato cui dannavala il cielo. Umile, dolce, rassegnata, ella non proferì giammai una parola di sdegno contro il suo tiranno, e accettò con cristiana virtù la croce che le veniva imposta. A Pisa, per natural talento, e quando ancor vivea la madre, ella solea prendere sommo diletto a formare immaginette di cera, le quali spesso riuscivano sì gentili e perfette, che sua madre ne iva superba; e le amiche e le vicine pregavanla sovente di regalar loro qualcuna di queste fatture della Luigia; al che costei, dolce e amorevole quanto fosse mai fanciulla al mondo, prestavasi con buonissima voglia, e porgeva a dritta e a manca tutto ciò che le venia richiesto.
E via via lavorando sempre per diletto, ella giunse a tal perfezione di artista, che molte cospicue donne pisane la fecero pregare di voler far loro il piacere di ornare i loro salotti con qualcuna delle sue belle immaginette; e queste commissioni non finiron per qualche tempo, e con esse di bei regalucci che rendevano la sua sorte alquanto meno trista.
Or di questa sua virtù l’onesta fanciulla si valse per lucrarsi il pane che il sordido fratello le dinegava. Ella lavorava alla Cascina le sue immaginette di cera, le quali eran poscia vendute a Pisa, a Livorno, a Firenze, ed in altre città della Toscana. Nè del prodotto delle sue fatiche ella era padrona; imperciocchè suo fratello mettea le mani sul denaro che le proveniva, sotto il pretesto che egli spendea di bei quattrini per alimentarla e vestirla. Con tutto questo, non cessavano i disumani trattamenti verso di lei: anzi, quando più ella mostravasi buona, ubbidiente, rassegnata, tanto più il Ridolfi la caricava di asprezze tali, che peggiori non ne avrebbe sofferte una schiava in una delle piantagioni dell’America meridionale.
Luigia era venuta a quella età, in cui la donna non ha d’uopo soltanto di esser nutrita e ricoperta di panni; bensì sente un bisogno nelcuore, il quale, ove rimanga non soddisfatto, sparge un velo di malinconia sull’anima, intristisce la vita e rendela quasi importabile; massimamente quando nella prima età le dolcezze d’un affetto materno sono state all’improvviso tronche dalla mano di morte. Luigia videsi abbandonata nella più tetra solitudine del cuore; e però a Dio si volse quell’anima candida, e, spesse volte, nelle sue notti lagrimose, sognò la ineffabile quiete del chiostro. Ed un bel dì ebbe il coraggio di aprire l’animo suo al fratello, e rivelargli la tendenza ch’ella sentivasi per la vita monastica. Si crederà impossibile che a questa semplice manifestazione di un sì pio desiderio, il ribaldo avesse risposto portando la scellerata sua mano sulla guancia della misera, e soggiungendole che, se una altra volta simigliante idea le fosse venuta nel capo, ed ella avesse ardito palesarla, egli avrebbela sottoposta a così severo castigo da farnela pentire per sempre e da cacciarle dal capo la voglia di prendere il velo. Si capisce che non era mica avversione al chiostro che spingeva il Ridolfi a mostrare tanta asprezza alla sorella, ma sì bene l’interesse e la brama di non perdere il considerabile profitto che traeva dalle fatiche di lei. La Luigia intanto, comechè sofferente e misera, cresceva sì bella che il suo viso rassembrava a quello di una madonnetta, e di quelle che han renduto sì celebre il pennello del Leonardo da Vinci. Le sue sembianze pallide e fine, i suoi occhi neri a forma di mandorle, la folta massa dei suoi capelli di ebano le davano tanta poesia; che al vederla si sarebbe detto esser nata quella donna per ispirare le più grandi passioni.
Un avvenimento sopraggiunse, il quale, invece di rendere meno trista e dura la sorte di Luigia, non fece che accrescerne i triboli e la schiavitù. Questo avvenimento fu la venuta di Maurizio Barkley a Pisa, apportatore del tardo frutto del pentimento del Baronetto Brighton. Il Barkley ignorava in quali mani stesse la sventurata figliuola di Stefania Aldinelli; epperò si rivolse primamente al Ridolfi per aver contezza di lei. S’immagini ognuno il contento che dovè provare quell’ingordo al sentire che indi innanzi l’Aldinelli non era più povera, e nel vedersi tra mani una polizza di duemila scudi. Essendo Luigia minore di età, il Ridolfi amministrar doveva ciò che le apparteneva: egli adunque firmò le ricevute e incassò il denaro. Maurizio vide l’Aldinelli; e il costei dolcissimo aspetto il commosse; chiese al fratello minuta relazione della vita di lei; e questi improvvisò un tenor di vita come giammai non fu goduto da donna nel mondo. Ciò non di meno, l’aria di mestizia che copriva le sembianze della fanciulla smentiva le bugiarde parole del Ridolfi, e Maurizio non istette lungo tempo ad accorgersi che l’Aldinelli soffocava nella più umile rassegnazione i più crudeli trattamenti.
Ed ora più che mai la tapinella non potea neanche sognare la vita del chiostro: imperocchè sapeva che il fratello aveva ora più che mai interesse a ritenerla presso di sè, a cagione della nuova fortuna che le era sopraggiunta, e di cui ella non godea che poco o niente.
Carlo Ridolfi non tanto temea le tendenze di lei a chiudersi in un convento, quanto un matrimonio che avrebbela per sempre tolta alla sua tutela, ed avrebbe fatto passare ad altri i begli scudi che una incognita e misteriosa mano non mancava di mandarle ogni mese. Laonde non è adire con qual severità egli guardassela, e come le proibisse di cacciare il piede fuori delle mura della casa, per tema che la bellezza di lei non avesse attirata l’attenzione di qualcuno e lo avesse indotto a sposarla.
Un marito, come vogliasi brutale e geloso, non avrebbe usate maggiori violenze e crudeltà sulla persona della moglie, di quelle che usava il Ridolfi in sulla infelice sua sorella uterina. Ogni dì era lo scoppio d’un insano furore, che veniva cagionato da’ sospetti di lui; e ogni dì crescevano le contumelie, le sofferenze, i rigori a tal termine che la vita della meschina ivasi rendendo insoffribile; quando, a sopraccarico di sventure, un giorno il fratello le dichiarò di averle trovato un marito, e che si fosse apprestata ad accogliere ledolcicatene del matrimonio. Questo marito che il Ridolfi le proponeva altri non era che un suo compagno di dissolutezze, ruinato da debiti, e con cui il Ridolfi, volendo assicurar per sempre i suoi vantaggi sull’assegnamento della sorella, avea patteggiato di dividerne gli scudi mensuali. Luigia si armò del più gran coraggio, e solennemente significò che sarebbe morta piuttosto anzi di accondiscendere a così fatta unione. Ingiurie, violenze, battiture furono la natural conseguenza di questo suo ardimento, per cui maggiormente si ribadirono le catene della sua schiavitù.
Oh! la trista condizione, a cui la società pone la donna! Il servaggio è tutto ciò che le si concede sotto sembiante di protezione! Le leggi, fatte dagli uomini, non hanno occhi per le domestiche tirannie; e la donna, questo essere così caro, capace di tanto amore e di tanti nobili e ignoti sacrifici, non è spesse volte che la più misera delle creature, senza ricevere neanche il premio di un compianto.
I tesori di sensibilità che erano sepolti nel cuor di Luigia erano serbati a spendersi in un amore nobilissimo e puro. Spesso Iddio riunisce sulla terra la sventura e il genio, e Luigia rappresentava la prima, come Ugo Ferraretti il secondo.
Alcun tempo dopo la morte della madre del Ferraretti, Ugo si piaceva a vagare nelle più solitarie campagne, ove il traeva natural vaghezza di malinconici pensieri, e quel rincrescimento di ogni umano consorzio, il quale suol tener dietro alle grandi pene del cuore. E gli intervenne però che, avendo un bel dì protratta la sua passeggiata insino a poche miglia da Pisa, trovossi in quella parte della campagna che si domanda la Cascina. Vinto dalla stanchezza, egli si era seduto sovra una specie di collina rivestita della più fresca vegetazione, quando, volgendo a caso gli occhi attorno a sè, ebbe veduta non molto lungi, in sul terrazzo di una sottoposta casina, una fanciulla, la cui pallidezza, congiunta a beltà singolare, fecegli battere il cuore a tal modo, che mai per lo addietro non avea provato. Ed allorchè l’Aldinelli, chè era dessa per lo appunto la fanciulla, ebbe levati gli occhi, quasi chiamata da misteriosa voce, Ugo Ferraretti restò compreso di sommo piacere e maraviglia dall’angelica espressione di quello sguardo, il quale era tutta una storia di virtù e di pianto. La sventura riunisce presto i cuori e forma quelle prepotenti passioni, cui niuna forza basta a distruggere.
Da quel dì Luigia ed Ugo si amarono, e segretamente sel confessarono: le loro notti furono visitate da immagini di paradiso; i loro giorninon furono contati che dalle ore in cui si vedeano. Luigia sapeva, con quell’astuzia che dà l’amore, ingannare la vigilanza del suo tiranno: pertanto alcune volte ella era costretta a nascondersi agli occhi del suo diletto, ovvero a mostrarglisi a traverso il breve spiraglio d’una maniera di carcere, sottoposto al rialto su cui veniva il Ferraretti a passar le lunghe ore, le quali eran per lui rapidissimi istanti. Ben si comprende che un tale amore, nutrito soltanto dalla simpatia di quelle anime, dovea restare nelle più fitte tenebre; ed ecco perchè la Luigia aveva richiesto al suo innamorato di non palesare ad anima viva la loro corrispondenza, per tema che la voce non fosse arrivata agli orecchi del Ridolfi, e avesse costui distrutto per loro ogni speranza di più rivedersi.
Ugo, come altrove dicemmo, non avea detto giammai parola a Luigia del quadro cui lavorava, e che era il più schietto ritratto delle adorate sembianze di lei. E mai nol mostrò a nissuno, temendo che il segreto del loro amore venisse discoperto, a grande offesa della pace dell’Aldinelli.
Vittima del disegno infernale di Federico Lennois, il Ferraretti, immerso con lui in ogni maniera di svagamenti e di piaceri, aveva, se non dimenticata, abbandonata la sua Luigia, la quale quanto di ciò dovesse soffrire, ben può immaginarsi. Supponendo da prima che il giovine artista fosse travagliato da qualche malattia, aspettava con impazienza angosciosa alcuna novella di lui; ma non tardò ad assicurarsi che, ben lungi dall’esser confinato a letto, egli scorrazzava per la città, in cerca di biscazze, di osterie e di altri simiglianti luoghi di dissipazioni: seppe altresì che a compagno di divertimenti egli aveva un tal Ferdinando Ducastel, anche pittore e francese.
Luigia Aldinelli avea subornata una di lui fantesca, la quale in ogni due giorni rendevale conto di quanto operava il Ferraretti; ed una sera, ella veniva informata che, vestiti da maschere, i due compagni traevano alla festa della Valdelli, la cui pessima riputazione fece raccapricciare il cuore dell’onesta donzella. Il dolore e la disperazione le dettarono un proposito ardito, e di cui non son capaci che le donne le quali amano profondamente. Verso le quattr’ore della notte, ella avea fatto sembiante di dormire per illudere la vigilanza del suo Argo, si gitta dal letto, si veste in fretta, e al buio perfetto esce dalla sua casa, corre attraverso i campi, giunge a Pisa un po’ prima della mezza notte, si provvede dell’abito di un dominò, e si caccia in mezzo alla folla che ingombrava le sale della Valdelli. Il suo cuore fu lacerato dalla gelosia veggendo il suo amante non dipartirsi un momento dal fianco di quella donna. Un quarto d’ora di valzer ballò il Ferraretti con la bella cantante, e quell’ora fu un ora d’inferno per la misera Luigia. Ella vide poscia entrar la coppia nel salotto dov’era imbandita la cena; e, gittatasi sovra un sofà il quale aderiva con la spalliera ad un coltrinaggio del salotto, udiva ogni cosa e vedeva tutto ciò che ivi accadeva. Ella fu testimone della orribile crisi sopravvenuta al suo amante, e i nostri lettori ricorderanno il grido straziante che fu messo da lei nel momento che il Ferraretti soccombeva all’eccesso dell’eccitamento del valzer.
È noto il rimanente di quello che operò l’Aldinelli alla morte delsuo amante. La maschera di cera che ella traeva dal volto del cadavere, a ricordo del più sventurato amore, dovea servirle a strumento di vendetta contro il perfido Lennois. I nostri lettori avranno compreso che sotto il mascherino deldébardeurera la maschera di Ugo Ferraretti, da cui era interamente coperto il volto dell’Aldinelli.
Or più non ci rimane a dire tranne che, minacciata di morte dal perfido Ridolfi, e stanca di mali trattamenti e di violenze, ella si era sottratta dalla casa del fratello, ed era venuta a Parigi, ove sperava trovare in Maurizio Barkley consiglio e protezione.
Diremo ciò che ella fece a Parigi, e la ragione per cui, veduto il quadro all’Esposizione del Louvre, e riconosciute le sue sembianze nella creduta opera del Ducastel, ella non avesse indugiato a far palese la nera falsità di cui si era renduto colpevole l’artista francese.