IX.IL 7 LUGLIO

IX.IL 7 LUGLIO

Parecchi giorni sono scorsi. Federico Lennois avea presentato il suo quadro alla Commissione incaricata di raccogliere e distribuire le opere di arte nelle sale dell’Esposizione, la quale aprivasi al 15 luglio nelle Gallerie del Louvre.

Nessun incidente era venuto a turbare la quiete che si godeva a Auteuil. Giustino Victor era sempre l’idolo della famiglia d’Orbeil. Isalina lo amava sempre con tenerezza, con passione, con illimitata fiducia. Si appressava il tempo della loro sospirata unione, per la quale si andavano facendo i necessari preparativi. Giustino si era astenuto dal raccontare alla sua fidanzata le scappatelle di Parigi, la conoscenza che avea fatta delle due signore napolitane all’Albergo Mirabeau, nello studio di Ferdinando Ducastel, e l’avventura col marito scozzese: anzi, avea pregato l’amico Augusto non toccasse questo discorso al cospetto della sorella; imperciocchè se Isalina avesse tutto ciò saputo, avrebbene al certo sentito dispiacimento, ed avrebbe potuto impedire che eglino fossero novellamente tornati a Parigi. Augusto, complice de’ divertimenti del suo futuro cognato, avea promesso di serbare il segreto.

Giustino abitava a Auteuil in un piccolo casinetto attiguo al castel d’Orbeil, per modo che si considerava quasi dimorare in casa del Visconte. E nel fatto, tutto il dì egli era nel castello, in compagnia di Augusto: prendeva la colazione e il pranzo colla famiglia della sua fidanzata; e solamente la notte ritraevasi nel suo casinetto, dov’era aspettato da un veterano, che era stato al servizio del colonnello Victor, suo padre.

Dal suo ritorno in Francia, una sola volta Giustino erasi recato a Parigi in compagnia di Augusto, ad oggetto di ammirare il quadro di Ducastel. La sera stessa del giorno in cui i due giovani aveano tormentato di gelosia Eduardo Horms, erano tornati a Auteuil, dopo aver consegnate, per lo Scozzese, le loro cartelline di visita al portinaio dell’Albergodes Princes, e dopo aver raccontato tutto l’accaduto a Ferdinando Ducastel, al quale erano andati a fare altra visita.

Una mattina (qualche settimana dopo la visita a Ducastel) Giustino Victor era ancora in letto, nel suo casino a Auteuil, e il suo veterano gli consegnò una lettera che avea recata un corriere particolare da Parigi.

Giustino l’apri con gran curiosità, gittò lo sguardo sulla firma e rimase attonito leggendo il nome di Lucia Horms. La sua maraviglia si accrebbe a mille doppi, allorchè divorò le seguenti righe.

«Signore — Per quanto strana e inconveniente sembrar possa la mia condotta, una ragione, che non posso confidare alla carta, mi fa ardimentosa a segno d’invitarvi a volervi trovare questa sera, verso le nove, e mezzo, al primo piano della casa n. 8, strada D., dov’io sarò immancabilmente e sola. La tirannia di un marito geloso e barbaro mi costringe a tal passo, che per altro sarà scusato dalla vostra anima generosa e discreta, quando saprete i motivi che mi hanno indotta. Le offensive parole che scagliò contro voi mio marito alla porta dell’Albergodes Princesmi stanno sul cuore, ed ho bisogno che voi stesso mi assicuriate di averle perdonate. È superfluo raccomandarvi la maggior segretezza su questa faccenda, di cui non direte motto neanche al vostro amico d’Orbeil. Comprenderete la mia delicata posizione: rimandatemi però questa lettera con una vostra parola. Addio — Parigi 7 luglio 1829 —Lucia Horms.»

«Signore — Per quanto strana e inconveniente sembrar possa la mia condotta, una ragione, che non posso confidare alla carta, mi fa ardimentosa a segno d’invitarvi a volervi trovare questa sera, verso le nove, e mezzo, al primo piano della casa n. 8, strada D., dov’io sarò immancabilmente e sola. La tirannia di un marito geloso e barbaro mi costringe a tal passo, che per altro sarà scusato dalla vostra anima generosa e discreta, quando saprete i motivi che mi hanno indotta. Le offensive parole che scagliò contro voi mio marito alla porta dell’Albergodes Princesmi stanno sul cuore, ed ho bisogno che voi stesso mi assicuriate di averle perdonate. È superfluo raccomandarvi la maggior segretezza su questa faccenda, di cui non direte motto neanche al vostro amico d’Orbeil. Comprenderete la mia delicata posizione: rimandatemi però questa lettera con una vostra parola. Addio — Parigi 7 luglio 1829 —

Lucia Horms.»

Giustino lesse e rilesse cento volte questa strana lettera fermandosi un minuto su ciascheduna riga. Era la prima volta che un’avventura di questo genere solleticava il suo amor proprio... Quella lettera gl’incendiava il cervello; e tosto gli ricorrevano alla mente ilFaublase iRaccontidiLa Fontaine, libri che non mancano mai di esser divorati dai collegiali, non ostante la severa oculatezza che si pone perchè questi libri non vengano a loro mani... Giustino aveva un batticuore che gli toglieva il sospiro.

Dopo aver bene letta e considerata la lettera della Napolitana, in sino a mandarsela a memoria, Giustino chiamò il suo domestico; si fece recare in letto l’occorrente da scrivere, e sotto la lettera di Lucia pose queste semplici parole:

«Questa sera, alle nove e mezzo, io sarò immancabilmente al primo piano della casa N. 8, strada D... Verrò solo; e giuro che nessuno al mondo saprà quanto io sono felice di avervi ispirato, bella straniera, questa per me lusinghiera confidenza. G. V.».

«Questa sera, alle nove e mezzo, io sarò immancabilmente al primo piano della casa N. 8, strada D... Verrò solo; e giuro che nessuno al mondo saprà quanto io sono felice di avervi ispirato, bella straniera, questa per me lusinghiera confidenza. G. V.».

La lettera fu consegnata al messo che l’avea portata, il quale partì a corsa battuta.

Giustino intanto, abbandonato il capo su i cuscini del suo letto, si piaceva di trasportare il pensiero alla gioia che lo aspettava. Gli parea che da questo giorno ei cominciasse a diventar uomo.

L’idea che quella lettera fosse un agguato non si presentò neppure per un istante al suo pensiero; e, avvegnachè vi avesse pensato, le particolaritàmenzionate nella lettera erano tali da allontanare ogni dubbiezza.

Dopo un quarto d’ora, Giustino, che ormai avea addosso la febbre della primabuona fortuna, siccome si addimandano in Francia le turpitudini, gli adulterii ed altre scostumatezze di questo genere, si gittò dal letto, si vestì e si pose a spasseggiare in lungo e in largo per la sua camera, pensando al modo che dovea tenere per colorare con un pretesto agli occhi d’Isalina e d’Augusto la sua gita a Parigi.

Giustino non si fermò a verun proponimento per sottrarsi alle interrogazioni della sua fidanzata e della famiglia d’Orbeil. Soltanto egli avea fermato di svignarsela dopo il pranzo, adducendo per pretesto una chiamata frettolosa del suo Ammiraglio che era tuttavia a Parigi.

E nel fatto, non sì tosto, verso le sei fu finito il pranzo, il domestico di Giustino, che avea ricevuto l’ordine di ciò fare, venne ad annunziargli che un uomo, espressamente venuto da Parigi, lo aspettava al casino, dovendo dirgli cose della massima urgenza. Giustino dimandò il permesso di allontanarsi per un momento, e, dopo un quarto d’ora tornò e disse che il suo Ammiraglio lo aspettava in quella sera stessa a Parigi, e che però gli era forza di volare, senza perdere un minuto, alla capitale. Fu messo in ordine un buon cavallo. Augusto si offrì di accompagnarlo; ma Giustino si scusò dicendo che egli sarebbe giunto a Parigi prima che annottasse, e che però era affatto inutile, per lui Augusto, di darsi il fastidio di accompagnarlo.

Questa inaspettata chiamata dell’Ammiraglio faceva presagire il prossimo avanzamento di Giustino; onde i voti e gli augurii della famiglia d’Orbeil lo seguitarono.

Giustino si partì, non senza un piccolo rimorso di aver ingannata la sua cara Isalina, la quale avealo accompagnato collo sguardo lunghesso il viale dei nocciuoli. Il giovine sentì una pena nell’anima ch’ei non seppe spiegarsi, e provò un momento di tristezza cupa e profonda; ma tosto il pensiero della felicità che lo aspettava dissipò quella nube dalla sua fronte.

Al cader delle prime ombre, Giustino era a Parigi.

Mentre Giustino leggeva a Auteuil la lettera che abbiam posto sotto gli occhi dei nostri lettori, un’altra lettera era consegnata a Eduardo Horms, a Parigi. Questi usciva per sue faccende, quando il portinaio dell’Albergodes Princespose tra le sue mani il biglietto pocanzi arrecato da uncommissionario.

La lettera consegnata a Eduardo conteneva queste poche parole:

«Signore — Un amico dei più leali e affezionati alla vostra persona, tenerissimo dell’onor vostro, vi avverte che questa sera, alle nove e mezzo, vostra moglie si troverà con Giustino Victor, al primo piano della casa n. 8, strada D... Se volete sorprenderli, sappiate che alle spalle di questa casa ci è un albereto, e che una delle finestre, a cui si abbarbica un grande albero, è dischiusa.»

«Signore — Un amico dei più leali e affezionati alla vostra persona, tenerissimo dell’onor vostro, vi avverte che questa sera, alle nove e mezzo, vostra moglie si troverà con Giustino Victor, al primo piano della casa n. 8, strada D... Se volete sorprenderli, sappiate che alle spalle di questa casa ci è un albereto, e che una delle finestre, a cui si abbarbica un grande albero, è dischiusa.»

Lasciamo immaginare l’effetto che produsse questa scritta sull’animodello Scozzese. Vi sono dolori che per la loro estrema violenza cagionano una specie di stordimento: dapprima par che l’animo non voglia prestarci fede. E in fatto, cinque minuti rimase Eduardo colla carta tra le mani, quasi colpito da idiotaggine. Sulle prime, egli tenne quale infame calunnia la scritta, dimandò al portinaio chi l’avesse recata, e, questi gli ebbe risposto di bel nuovo averla ricevuta da un fanciullo commissionario, il quale non avea indicato donde veniva. Eduardo die’ in accesso orribile di collera, e ruppe in due una bella mazza d’India che avea nelle mani.

Ebbe poscia l’idea di risalir sul suo appartamento, mostrar la lettera alla moglie, e, dalla impressione che le avrebbe fatta, scorgere la verità. Oh! se avesse seguitato questo impulso del suo cuore! Ma il demone della gelosia gli aveva acciuffato il cervello e lo strascinava in sua maledetta balia.

Eduardo si persuase che quel foglio contenesse il vero: uscì, senza dare alcuna direzione ai suoi passi: la testa gli girava come una trottola; le orecchie gli zufolavano; la vista perdeasi: le gambe gli tremavano.

Eduardo era pallido come un cadavere; correva per le strade di Parigi, urtava nei passeggieri, si cacciava tra le carrozze, non ostante le grida dei cocchieri; poco mancò non rimanesse pestato dai cavalli; e correva... correva... correva come un corpo senz’anima, spinto da un soffio violento, tratto da una mano inesorabile.

Eppure quel corpo aveva un’anima troppo bella, troppo nobile, troppo generosa, un’anima che ora venia gittata nella più crudele disperazione, quella della virtù!

Eduardo corse per oltre un’ora lunghesso iboulevards. Le immagini di Lucia, di Marietta, dei suoi cognatini, le ricordanze dei pochi dì passati a fianco della virtuosa consorte, se gli presentavano alla mente come sogni di un’antica felicità ch’ei non doveva più rigustare, come larve adorate le quali ora erano armate di un ghigno laido e feroce.

Eduardo, arrivato sul Ponte Nuovo, si fermò e si lasciò cadere sopra una pietra: egli era spossato, affranto, fulminato dal suo dolore più che dalla corsa disperata che avea fatta. Durante la febbrile agitazione del cammino, egli non aveva avuto, per così dire, una chiara coscienza della orribile crisi che lo colpiva: ma, cessato il movimento, lo stato suo se gli mostrò in tutta la spaventevole sua nudità.

Eduardo avea tenuto sempre stretta convulsivamente nella mano la funesta lettera che divorava il più nobil dei cuori. Egli ritornò a leggerla con quella feroce voluttà, onde un infermo di cangrèna gode a scoprire e a guardar la piaga che lo tragge a inevitabil morte. Ogni parola di quella scritta fatale era un colpo di pugnale vibrato nelle più calde visceri del cuore: ciò non ostante, mille volte quella lettera fu letta, insino a tanto che macchinalmente il poveretto la ripeteva tra i denti, senza più guardare sulla carta.

Eduardo ebbe dunque un momento lucidissimo, in cui tutta la propria situazione presentossegli nella orridezza della sua verità. Allora quel nobil cuore, così vulnerato e tradito nei suoi affetti e nella sua ardente fede alla virtù, sentì torcersi e convellersi e schiantarsi; allora ilmisero abbandonò il capo sulle mani e diè sfogo alle lagrime che sin a quel momento gli aveano pesato sul petto come un mare di piombo. E pensava tra sè: — Qualche ora fa, io era felice, il più felice degli uomini: avevo una moglie amante e virtuosa; le nostre labbra si sono incontrate prima che io fossi uscito; i suoi occhi erano bagnati di tenerezza e di amore per me; tutto ciò era finzione, tradimento, infamia. Questa donna era già adultera nel suo pensiero.

A queste idee Eduardo vedea tinto di rosso il biglietto che avea tra le mani, e la vendetta dava al suo cuore la più violenta reazione.

Eduardo avrebbe dato il resto della sua vita, la quale gli era omai un inutile fardello, perchè si fossero consumate qual polvere al fuoco le ore che lo allontanavano per poco ancora dal momento della vendetta. Egli aveva ormai concentrato tutto il sentimento della vita in questo istante.

Aspettò sul Ponte Nuovo che passasse quella eterna giornata di luglio. Il sole, a perpendicolo sulla sua testa, gli aveva bruciato il corpo; ma egli era freddo, però che la sua anima bruciava di più.

Quando il sole tramontò, Eduardo si mosse dal sito ov’era stato per sì lunghe ore; gittò un’ultima occhiata sul rosso cupo onde si era rivestito l’estremo occidente, e sorrise a questa perfetta immagine dei suoi pensieri. Egli s’incamminò alla fabbrica d’armi di un inglese suo corrispondente; dette al proprio aspetto la maggior serenità che potè, e chiese una delle migliori pistole a due colpi che ci fosse nella fabbrica: pregò non si badasse al prezzo! ne fece cinque o sei volte la pruova; finse di tirare al bersaglio, così per divertimento, e da ultimo, veduto che la pistola non fallava, caricolla solidamente con buone palle, e l’intascò, gittando un pugno d’oro all’armiere.

Le nove suonavano a tutti gli orologi di Parigi. Eduardo s’incamminò alla strada D....

Erano le nove e venticinque minuti, quando il marito si trovò alla casa num. 8. Studiò la posizione dell’edificio, e si accorse in fatti che un albereto era a ridosso della casa. Le tenebre non erano siffattamente dense da non lasciare una trasparenza all’occhio linceo della gelosia.

Tutte le particolarità menzionate nella lettera erano vere; una finestra dischiusa sosteneva quasi in sulla sua soglia un grande albero che vi si abbracciava tra le pannocchie dell’ellera che copriva tutto quel muro scalcinato. Eduardo, a mo’ di ladro, al favor delle ombre, arrampicossi ai rami dell’albero; giunse col capo all’altezza della finestra; diè un’occhiata nella stanza, ma nulla scorse, interamente soffusa di tenebre, non pertanto ei spiccò un salto, e fu colà entro: il suo petto balzava con un urto terribile.

Guidato da un filo di luce che gli veniva dal cielo sereno di una bella sera di està, quasi a tentoni e in punta di piedi avanzossi nelle interne stanze: dappertutto era solitudine e squallore: nessun mobile dava impaccio agl’incerti passi dello Scozzese.

Per un momento, nell’animo di Eduardo si affacciò la speranza cheegli fosse stato ingannato, e che la lettera non fosse altro che un’amara burla. Eduardo fermossi a mezzo del suo sospettoso cammino, temendo che un rumore qualunque, un raggio di luce in qualche stanza venisse a dileguare così cara speranza. Ma poco stante, ei dette altri passi..., un debol lume gli colpì la vista. Eduardo fremè!

Quel lume partiva da una stanza non molto discosta.... Pochi altri passi, e tutta la orrenda verità era per discoprirsi!

Eduardo impugnò la pistola; tenne la mano sinistra sul cuore, e s’incamminò alla volta di quella stanza...

Udì la voce di Giustino... e quindi una voce di donna, ma sì fioca... che appena toccava l’orecchio.

Il lume non era situato propriamente nella stanza dove udivansi le voci....

Eduardo si trovò all’uscio della camera donde sentivasi a parlare.

Egli vide Giustino e.... Lucia! Ma, non appena l’ombra sua si era proiettata sul suolo, la donna mise un gran grido e fuggì, udivasi lo scoppio della pistola...

Un altro grido era messo... grido di morte.

Giustino Victor, ferito al cuore, cadeva immerso nel proprio sangue!

Eduardo si era immantinente involato allo spettacolo della spirata sua vittima; e gittatosi in una carrozza, disse distrattamente al cocchiere: all’Albergodes Princes.

Una voce intanto risuonava sul capo del moribondo ed infelice Victor.

Quella voce dicea lentamente:

— Giustino Victor, oggi è il 7 luglio! Ricordati di Federico Lennois, del monello di Auteuil... Tu ammazzasti in Grecia con un colpo di pistola un Inglese,pregandolo di recare un messaggio a tuo nonno; oggi, con un colpo di pistola, uno Scozzeseti prega di recare un messaggio a suo nonno!

Giustino Victor chiese a Dio perdono... e perdonò anch’egli.

Il lampo della Giustizia di Dio balenò sull’anima del moriente e rischiarò un oceano sterminato di luce: la Misericordia di Dio.

Giustino spirava!!

Eduardo intanto, pallidissimo e stralunato, entrava senza pensarvi, nel cortile dell’Albergodes Princes, e saliva le scale, senz’accorgersi di quel che facesse.

Avea posto il piede sulla prima branca della scalinata, quando una donna che avea pianto assai, corse all’incontro di lui, lo abbracciò piangendo ancora, e teneramente gli disse:

— Star fuori di casa una giornata intiera e senza prevenirmelo! Che è stato? Oh come sei pallido! Eduardo, Eduardo mio, che fu?

Quella donna era Lucia.

Una benda fatale cadde dagli occhi dello sventurato marito.


Back to IndexNext