Parte QuintaI.ET SIC REPENTE PRAECIPITAS ME
Richiamiamo i pensieri de’ nostri lettori a meditar con noi pochi momenti su i terribili versetti delle Sacre Carte. Vuota e sterile è ogni narrazione, quando nessuna utilità ne deriva allo spirito, al cuore, alla ragione.
Noi detestiamo le futili novelle, che altro scopo non si propongono all’infuora di quello di un semplice passatempo. La vita umana è così breve! Il tempo così prezioso!
La pagina che fa ritornare la mente sulle eterne verità della morale non sarà discara, neanche a coloro i quali sono meno avvezzi a meditare. Una segreta e inesplicabile dolcezza è ascosa in quei pensieri che ci ricordano il nulla della vita, l’immancabile punizione della colpa, e la costante verificazione di que’ detti registrati nel Libro della Sapienza.
Che che ne dica l’empio, lo scettico, il mondano, l’anima sente alcune volte un bisogno d’innalzarsi sopra tutte le miserie di ogni maniera che la circondano, l’inceppano e la sviliscono: nobilissima immagine dell’Infinito che la creò, essa avvedesi pure che infinite sono le aspirazioni che l’agitano incessantemente e le danno quello stato d’increscimento, di noia, di tristezza, il quale è il più gran testimonio della sua momentanea soggezione all’argilla ond’è rivestita.
Una delle ragioni per cui il malvagio vive in piena sicurezza dell’impunità, si è perchè egli non comprende in che modo l’occhio di Dio vede tuttoet non intelligit quoniam omnia videt oculus illius. Egli o nol comprende, o nol crede, o giammai non vi ha pensato, o non il ricorda, o giammai non gli fu detto; imperocchè, se innanzi agli occhi della menteegli avesse un tal pensiero o non farebbe il male, o si fermerebbe in mezzo del perverso cammino, o si pentirebbe con salutare ritorno alla virtù. Ma, per trista ventura, egli interviene il più delle volte che le passioni, per la violenza dei loro eccessi, offuschino in tal guisa il lume dell’intelletto, che questo travede le più lucenti verità, e più non ritrova quegli eterni ammaestramenti che rendono l’uomo avveduto sulle conseguenze del mal’operare.
Parimente comune e pernicioso si è ne’ malvagi il credere che Dio non si ricordi de’ loro delitti. Eglino esclamano nel loro cuore: Le tenebre mi circondano; le pareti mi coprono; nessuno mi vede; di chi avrei sospetto? L’Altissimo non si ricorderà de’ miei delitti.Tenebrae circumdant me, et parietes cooperiunt me, et nemo circumspicit me; quem vereor? delictorum meorum non memorabitur Altissimus.
Noi non sapremmo a bastanza richiamare l’attenzione dei nostri lettori sopra alcune verità morali, la cui profonda convinzione allontanerebbe o almeno scemerebbe il numero delle colpe, e massime di quelle che vengono commesse nelle tenebre e nel mistero. In tutte le nostre narrazioni abbiam cercato dimostrare come le medesime fila onde l’empio tesse la sua rete di misfatti, sono quelle appunto di cui si vale l’Altissimo per confonderlo, umiliarlo e punirlo. Abbiam detto, e mai non cesseremo dal ripetere, cheL’IMPUNITÀ SULLA TERRA NON È PER NESSUNO.
A queste considerazioni veniam tratti nel presentare il nostro protagonista Federico Lennois in tutt’altro stato di quello in cui sinora lo abbiam veduto.
Come fugace ed efimera è la felicità del perverso! Come un niente la distrugge! Il mattino egli leva alto il capo e borioso; una turba di parassiti adulatori il circonda, applaude alle sue parole, lo invita a satollarsi di piaceri; il sorriso, la festa e il tripudio lo accompagnano dappertutto: la sanità, la giovinezza, la gioia brillano ne’ suoi sguardi: egli è il padrone e il despota della società; le donne strisciano umili ai suol piedi; diresti che egli abbia in pugno l’avvenire, e che sfidi la più inesorabile delle leggi di natura, la morte. Vedete a vespero questa bella esistenza: l’elce orgogliosa è caduta al suolo schiantata da impetuoso rovaio: il superbo padrone non è che il più umile dei suoi schiavi, l’altiero dominator dei cuori non ha più intorno a sè una voce che il racconsoli: la giustizia di Dio è passata sul suo capo!Vidi impium superexaltatum..... Transivi, et ecce non erat!
La notte stessa in cui Federico Lennois fu trasportato all’albergo Mirabeau quasi privo di vita, una febbre, accompagnata da forte delirio lo avea colto, minacciandolo di una letale malattia di cervello. Non gli mancarono aiuti ed assistenza di ogni maniera: perocchè egli era ancora, per tutta Parigi, il Ferdinando Ducastel, il benemerito e acclamato autore del quadro laPreghiera. Anzi, non sì tosto si fu sparsa, al dì vegnente, la novella del sinistro accidente onde era stato colpito il giovine artista, reduce dal ballo dell’Opéra, una immensa folla fu veduta assiepare il cortile del portone dell’albergo Mirabeau; chè universale era il dolore che si provava da quasi tutti i Parigini nell’udire il Ducastel sì improvvisamente e gravemente ammalato. Nissuno sapeva ancora la finedell’avventura deldébardeur; imperciocchè Luigia Aldinelli, la quale aveva fatto accompagnare il Ducastel alla sua casa, non avea rivelato ad alcuno il segreto che uccideva quel ribaldo.
Intanto, in tutto il rimanente della notte, e in quasi tutta la giornata del domani, Federico, siccome abbiam detto, fu in preda del delirio, durante il quale dicea cose sì strane e maravigliose che tutti gli astanti ne eran sorpresi e addolorati. Egli non facea che nominar sempre Ugo Ferraretti, di cui l’immagine parea perseguitarlo.
Alcune volte egli si poneva a sedere in mezzo al letto; girava intorno alla camera lo sguardo smarrito e demente; i capelli gli si sollevavano sul capo; e gridava si togliesse a viva forza dal suo cospetto Ugo Ferraretti e Giustino Victor; e si ricopriva il volto con ambo le mani per sottrarsi alla vista di quelle due larve implacabili.
Coloro tra i suoi amici, i quali erano stati testimoni di questo inesplicabile delirio, e che poscia lessero l’articolo dellaFrance artistique, ebbero pienamente a convincersi della verità di quell’articolo, il quale, siccome i nostri lettori avran compreso, era stato l’opera di Maurizio Barkley e di Luigia Aldinelli.
In un baleno Ferdinando Ducastel era caduto dal seggio di gloria su cui con tanta albagia si era seduto, usurpandolo al modesto italiano. Parigi disama colla stessa facilità onde ama. Ducastel era gittato nel fango, e non potea dire come Tolomeo agli Ateniesi, i quali ne aveano atterrate le statue: «Voi non potete atterrare le virtù per cui quelle statue mi furono erette».
Quell’articolo dellaFrance artistiquefu riprodotto da quasi tutti gli altri giornali, e da quelli stessi che maggiormente eransi allargati in sulle lodi del Ducastel. La efimera gloria di questo artista e la sua vergognosa caduta formavano il subbietto di tutte le conversazioni. Si dicea tra le altre cose, esser falsa la voce della morte del giovin pittore di Pisa, Ugo Ferraretti; esser costui ricomparso a Parigi, mascherato dadébardeural ballo dell’Opéra; essersi fatto invitare a cena dallo stesso Ducastel, nel mezzo della quale essersi tolto il mascherino ed aver mostrato il suo volto all’artista francese, il quale non avea dovuto al certo provar gran piacere in questo riconoscimento. Diceasi che Ugo Ferraretti erasi recato all’albergo Mirabeau per rinnovare le sueproteste di amiciziaal ladro di quadri. Erano insomma tali e tante le voci e le ciarle che sopra questa singolare avventura buccinavansi in Parigi, che, secondo il solito, moltissima favola vi si innestava; e la verità era soffocata da un diluvio di commenti e di variazioni senza fine.
Intanto, il governo, fatto arrestare il Ducastel, benchè ammalato, procedeva alla disamina di un fatto sì grave; mentre dall’altra parte, il processo sulla morte di Giustino Victor si ricominciava alle Corti con alacrità, e il Lennois era chiamato a comparire in questo novello giudizio; ma lo stato della sua mente non permetteva ch’ei si fosse presentato a’ tribunali, tanto più che, essendo disparsa la febbre, la ragione non gli era tornata.
E col fatto, questi colpi non eran tali da fargli rimanere a sesto il cervello; imputato di due accuse infamanti, arrestato e chiamato a comparirein un doppio giudizio, Federico Lennois non si sentiva neanche la forza di difendersi. Egli era nella certezza che Ugo Ferraretti era ancora vivo, e questo fatto terribile e inesplicabile confondea la sua ragione a tal segno da metterla all’uscio della pazzia.
Accrescea lo scompiglio della sua mente il pensiero del come si fosse potuto discoprire la sua trama su Giustino Victor. Una sola persona era stata complice di questo delitto, Maddalena Bonnefille, la quale non era a Parigi da oltre quattro mesi, essendosi recata col resto della Compagnia in altra città della Francia. Oltre a ciò, perchè tradirlo? In che modo i tribunali aveano potuto venire a conoscenza dell’antica inimicizia che era tra lui Lennois e il Victor?
Certo si è che Federico si vedearepente precipitatoall’imo della sventura e della ignominia! Il suo volto più non era riconoscibile; una pallidezza di morte era sulle sue sembianze abbattute; i suoi occhi scolorati e foschi esprimeano l’incipiente follia.
Nessuno amico era più al suo fianco. Tutti erano spariti giustificando l’unica sentenza del Saggio. Il genere umano, al quale egli aveagiurato odio eterno e irreconciliabile, l’abbandonava e lo lasciava a faccia a faccia colla sua coscienza.
Era scorso qualche mese dacchè Federico Lennois rimanea confinato nella sua prigione, non potendo presentarsi in giudizio per lo stato della sua salute e per la poca connessione che si scorgea nelle sue idee; allorchè un mattino, però che fu trovato un po’ meglio dai medici, ei venne obbligato a comparire alla sbarra dei rei al cospetto della riunita corte Criminale.
Una folla stragrande, ivi attirata dalla singolarità del fatto e dal nome del Ducastel, ormai celebre per l’originalità dei suoi misfatti, ingombrava la sala; e alle tribune destinate al Corpo diplomatico si vedeano moltissime dame cospicue, tra le quali Emma Barkley di Gonzalvo.
Un lungo mormorio annunziò la comparsa dell’accusato.
Egli avea l’aspetto di un cadavere, e non era possibile riconoscere in lui quel giovine che un mese fa, colmo di vita e di gloria, era oggetto di ammirazione e di invidia.
Il suo sguardo era rimasto ostinatamente conficcato al suolo; e soltanto per rispondere ad una interpellazione del Presidente, egli levò gli occhi, e li balestrò attorno a lui.
Sulla medesima scranna ov’egli sedeva, un altro uomo era seduto, le cui sembianze troppo gli eran note.
Questi era Eduardo Horms; il volto del giovine scozzese era smagrato e pallido; ma la nobile rassegnazione della virtù si leggea nel composto raccoglimento del suo sguardo.
Incominciò la discussione sulla morte di Giustino Victor.
Federico rimase stupefatto nel sentir leggere l’atto di accusa, disteso con una sagacia da sbalordire.
Un uomo si alzò a deporre contro di lui.
Era questi di oltre a quarant’anni: una lunga barba tra il biondo e il bianco gli copriva due terzi del volto; era vestito alla maniera degli operai di Parigi, con una di quelle vesti che si domandanoblouses: alto, complesso, di fattezze maschie e vigorose.
Quando il Presidente lo ebbe chiamato per nome, il cuore di Federico Lennois fece un balzo come se avesse voluto scoppiare.
Quel nome era di Paolo Dumourier.
Un’orrenda confusione era nel cervello dello sciagurato Lennois: le idee e le rimembranze vi si sbaragliavano come l’arena mossa dal vento. Egli più non capiva ciò che si diceva dal Presidente e dall’accusatore.
Federico Lennois si credea soggiogato da un sogno crudele.
Maurizio Barkley aveva incontrato nelle strade di Parigi Paolo Dumourier, uscito di carcere per aver compito i suoi anni di pena, ed avea riconosciuto in lui il carcerato, che lo aiutò a scoprire le orme di Federico Lennois. Non fu difficile a Maurizio di farsi riconoscere e d’indurre il Dumourier a venire a dichiarare in tribunale tutto ciò che il Lennois gli disse riguardo a Giustino Victor, non meno che sulla brama immoderata che quegli si avea di rendersi celebre in qualsivoglia maniera. Il Dumourier fece dapprima qualche opposizione, la quale subitamente venne ovviata da generosa ricompensa promessagli da Maurizio, il quale gli avea detto quelle deposizioni esser necessarie per salvare un innocente e restituirlo alla libertà.
La deposizione del Dumourier fu semplice e genuina; ma un grido di sorpresa si levò nella sala, quando si udì che il Ferdinando Ducastel, accusato d’omicidio e di falsità, e nel tempo stesso quegli che avea ripiena la Francia un mese fa col grido della sua fama usurpata, non era altri che un tal Federico Lennois, quattordici anni fa chiuso in carcere come ladruncolo, e scappato per via di travestimento dalla prigione.
Questa rivelazione gettò una luce grandissima su tutte le accuse onde veniva accagionato il Ducastel; i sospetti divenivano certezza, le supposizioni realtà. La lettera anonima scritta a Eduardo Horms, e per la quale questi avea creduta infedele sua moglie, fu trovata dello stesso carattere di Federico Lennois, il quale, per una di quelle cecità di cui Dio si serve per confondere i rei, non avea pensato di fare scrivere quella lettera da altra mano. L’antica nimistà tra Giustino Victor e lui fu comprovata, non solamente dalle sue stesse dichiarazioni fatte a Dumourier, ma da due possenti testimoni, ritrovati dalla sagacia di Maurizio Barkley, vale a dire da Augusto d’Orbeil, che Federico a sua sorpresa vide nel numero degli accusatori, e da una copia del giuramento da lui Lennois segnato sulla tomba del suo cane, e col quale il monello d’Auteuil giurava di spargere il sangue dell’uccisore del suo cane Astolfo, che fu per lo appunto Giustino Victor.
Semplice e naturale era stata l’induzione per la quale Maurizio Barkley, secondo le confessioni da Federico fatte a Dumourier, era andato a ricercare ad Auteuil questa incontrastabile prova della trama del Lennois. Quel giuramento, che noi ponemmo sotto gli occhi dei nostri lettori nella terza parte di questo racconto, era malamente scritto e zeppo di mende ortografiche, dappoichè, sebbene, come dicemmo, Federico apprendesse a leggere e a scrivere da Maddalena Bonnefille, quando era al servizio dell’Inglese, dobbiam peraltro far osservare che ei già quasi da sè solo avea imparato a Auteuil ad accozzar le lettere in modo da potere formare una scritta qualunque.
Schiacciato dal peso delle accuse, Federico non avea risposto una sola parola in difesa, e pareva compiutamente straniero a quel processo che gittava sul suo capo l’infamia e la minaccia di morte.
A questo giudizio vituperante si congiungeva quello del quadro.
Luigia Aldinelli si presentò innanzi ai giudici, terribile accusatrice del Lennois, e vendicatrice del giovine italiano Ugo Ferraretti. Ignara dell’idioma francese, ella si fe’ intendere per via d’interprete, e narrò la trista istoria de’ suoi amori col giovine artista, e i costui lavori; e disse come questi desse opera ad un quadro, su cui facea passare le medesime sembianze di lei e lo stesso vestimento. Dichiarò che il Federico Lennois non l’avea giammai veduta, e che però non gli era possibile il ritrarla sulla tela. Da ultimo narrò l’astuzia di cui si era servita al ballo dell’Opéra, il terrore del Lennois e le parole che questi pronunziava durante il delirio, da cui fu preso per effetto di quella scena rappresentata in casa del ristoratore Very.
Molti altri testimoni vennero a confermare ciò che l’Aldinelli diceva riguardo alle parole del Lennois, quando era colto dal delirio, le quali tutte confermarono il suo delitto.
Parlò da ultimo Eduardo Horms, e, dopo aver difeso la propria causa con l’energia che dà la persuasione del vero, disse come, essendosi recato a Pisa per ritrovare nel Federico Lennois un fratello, questi gli avea mostrato il quadro laPreghiera, vendendoglielo per la somma di cento mila franchi, di cui la metà avea già ricevuta. Non tralasciò di far notare a’ giudici le precauzioni onde quel quadro era conservato dal Lennois, e che attestavano la paura con cui si conserva una cosa rubata.
Straordinaria singolarità offriva in questo processo la presenza di tre figli di uno stesso padre, separati per sì opposte condizioni, e di cui due erano sì forti e terribili accusatori dell’altro.
Una condanna di galera a vita colpiva Federico Lennois nel momento in cui Dio il fulminava in quei mezzi medesimi di cui questi si era servito per oprare il male.
Uno scroscio di risa d’idiota accolse la lettura della terribil condanna.
Federico Lennois era demente!
Egli avea giuratosulla sua ragioneodio irreconciliabile all’uman genere,E LA SUA RAGIONE FU SCHIACCIATA.