Parte Terza

Parte TerzaI.I DUE BAMBINI

Prima che riprendiamo la nostra narrazione al punto dove la lasciammo alla fine della prima parte, cioè, alla morte del giovin francese Giustino Victor, e pria che proseguiamo a raccontare le tristizie del Lennois, è mestieri che facciam conoscere ai nostri lettori qual si fu la prima giovinezza di questo malvagio, e quali sventure ad un tempo e turpitudini l’accompagnarono.

Lasciamo alquanto avvolta nel mistero la storia della sua nascita. Solamente dir dobbiamo che la natura sembrò aver posto il marchio della sua riprovazione su questo fanciullo, sulla cui schiena era una larga macchia nera, la quale vi restò incancellata; anzi vennesi rabbuiando sempre più a guisa di nero scudo.

Federico era figlio della colpa. La dimora del Baronetto Edmondo Brighton a Parigi, e propriamente nelle vicinanze di Auteuil, non poteva esser feconda che degli stessi errori, i quali avevano contrassegnata la sua permanenza a Cadice, a Siviglia, a Bajona, a Glascovia e a Pisa.

Zenaide era stata la più bella giovinetta dei dintorni di Auteuil. La domenica, quando ella si recava colla mamma alla chiesa, tutti gli scapestratelli del villaggio e tutti i signorotti parigini, che traevano a diporto in quelle amene campagne, avevano qualche alloccheria a rivolgerle, cui ella rispondeva pressocchè sempre regalando un sorrisetto a ciascheduno... Ella si vestiva sempre con un’attillatura superiore al suo stato e alla sua nascita, perciò che suo padre non era stato che un operaio dabbene ma povero, il quale avea per lungo tempo servito, in qualità di scardassiere, in uno dei lanificii di proprietà della famiglia di Orbeil... Zenaide, camminando a fianco della mamma, non facea che voltarsi addietro ogni momento per dare orecchio ai galanti che mai non mancavano di seguitarla... La vanità e per essa la ingordigia del denaro dominavanonel cuore di questa disgraziata fanciulla; ella sognava sempre uno stato che potesse abilitarla a sfoggiar di abiti, una fortuna che le procurasse tutti gli allettamenti della vita... Ella sdegnava di accomunarsi colle altre sue compagne, alle quali si estimava superiore per la sua bellezza e per gli sguardi signorili che questa le attirava. Zenaide avea disprezzato i migliori matrimoni di giovani operai, perchè le sue mire erano più in su... Egli è certo che la sua rara bellezza avrebbe potuto innalzarla; ma il suo cuore non corrispondeva al suo volto; e il grido delle sue male tendenze allontanava ogni buon proponimento.

I giovanotti di Parigi se le faceano d’attorno nel solo intento di burlarsene: i regalucci piovevano, e Zenaide era sempre la più scontenta figliuola del mondo; imperocchè quei piccoli presenti non faceano che darle il gusto dell’ozio senza attutire la sua smodata brama di danaro.

A diciotto anni, quando una donna possiede singolar bellezza, si crede dispensata dal pensare a quelle cose che sole rimangono, quando i diciotto anni e la bellezza saranno passati; e reputa inutili tutte quelle doti morali, senza le quali la donna è debil canna che si piega allo spirar di ogni vento, e si frange all’urto del più lieve uragano. E Zenaide non poteva sfuggire agl’incessanti pericoli, in cui la gittava la sua giovinezza, piena di tristi passioni e sgovernata di freno morale.

La virtù della donna è più fragile del filo d’erba che cresce sull’altezza di un colle esposto al tempestar dei venti... Uno sguardo, una parola, e quella virtù non è più, e una vita d’innocenza è travolta in una vita di rimorsi. Ma Dio pose a guardia di quella virtù uno scudo di adamante, il pudore. Meschina di colei che gittò lungi da sè questo usbergo, e che porse compiacente l’orecchio a’ melliflui detti della seduzione!

Il Baronetto Edmondo Brighton, andando un giorno a caccia con parecchi suoi amici nellaPianura dell’Usignuolo, presso Auteuil, vide la bellissima Zenaide, e fu preso d’amore per questa fanciulla. L’amore nel petto di quest’uomo era odio alla virtù dell’oggetto che egli amava. Edmondo era straricco, e gittava il denaro con una facilità incredibile.

La pioggia d’oro sorprese e ingannò la Danae novella. L’antico mito si riproduceva in una casipola d’Auteuil!

Zenaide non fu veduta per molti mesi ne’ soliti luoghi dov’ella usava, e poi la si vide con un puttino tra le braccia, un bambinello di un mese, così leggiadro e gentile, che le vicine le diceano, in baciandolo su e giù per tutto il volto, ch’ei rassembrava un figliuol di principe, di duca o di altro nobil personaggio. E poi, queste medesime vicine che aveano tante volte baciato e ribaciato il bambinello, e dette le più care parole alla Zenaide, quando la sera raccoglievansi in crocchio, teneano presso a poco questa conversazione:

— Margherita, sai tu donde sia piovuto alla Zenaide quella bella creatura?

— Non farmi mo la stordita, Paolina; non ti ha ella detto che si è maritata?

— È vero, ma che so! cotesto marito, io non l’ho mica veduto; e tu, Margherita?

— Io neanche l’ho veduto... Dio ci guardi dal pensar male del prossimo;ma è noto a tutto il paese che la Zenaide non è poi la più riservata figliuola del mondo.

— Venirci ad imbeccare questa storiella di marito!... Per me, non ne credo niente... E che nome ha cotesto marito di paglia?

— Ella dice che si chiama Francesco Lennois; che è un gran benestante di campagna, e che, dopo averla sposata, l’ha menata non so dove, onde noi non l’abbiam veduta per qualche tempo.. Che te ne pare, eh?

— Gesù e Maria!... che scandalo! Per me, mi guardi il cielo dal pensar male del prossimo; ma voglio mettere su il più bel paio di orecchini che tengo, per sostener che quel bambino...

— Avrà la buona ventura, se è vero quel che dicono, che i bastardelli hanno la miglior sorte in questo mondaccio.

Tali cose buccinavansi tra quelle donne, e di questo passo trottava la conversazione con isvariate annotazioni, chiose e comenti non del tutto conformi a’ precetti della cristiana carità.

La Zenaide intanto avea dato giù a vista, ed il suo volto, per lo addietro vera miniatura leggiadrissima, ora si rassomigliava piuttosto ad una di quelle immagini che veggonsi per istrada e che la pioggia e il tempo hanno tutte scolorate e impallidite.

Ella avea presentato alla gente del paese, in qualità di marito, un certo Francesco Lennois, uomo di circa cinquant’anni, e che alla pronunzia sembrava un Avergnese.

Non sapremmo dire chi fosse questi e che parte rappresentasse nella trista e vergognosa commedia. Si tiri un velo di carità su gli errori delle passioni, e si guardi alle funeste conseguenze cui mena l’obblio de’ più sacri doveri.

Pochissimo tempo dopo la nascita di quel bambinello, cui si era dato il nome di Federico Lennois, un gravissimo avvenimento arrecò sventura nel Castello d’Orbeil. Un arresto politico venne fulminato contro il Visconte: fu un prodigio la sua salvezza. Sotto un abile travestimento, egli era pervenuto a raggiungere la frontiera della Svizzera, per involarsi alla persecuzione del nuovo governo francese. Frattanto, il giorno dopo della fuga di lui, la Viscontessa, che era stata presa da spavento grandissimo per la vita del consorte, fu assalita da dolori di un parto prematuro, e, tra convulsioni che minacciarono di ucciderla, mise al mondo una creatura, alla quale fu imposto il nome di Augusto.

La Viscontessa rimase per oltre un mese in uno stato che fece temere pe’ suoi giorni. Il difficile e intempestivo parto avea necessitato la mano del chirurgo: la vita del figlioletto e della madre fu salva dall’abilità dell’uomo dell’arte.

Il bambinello, tratto a stento dal seno materno, non potea ricevere i primi succhi vitali dalla stessa genitrice, pericolosamente inferma; era mestieri d’una balia... Si sapeva al Castello d’Orbeil che la figliuola dello scardassiere, Zenaide, si era sgravata di fresco: fu però mandata a chiamare e invitata a nutrire il fanciulletto Augusto. Ella accettò subitamente la proposta, e il puttino le venne abbandonato tra le braccia. Ella sel menò seco alla sua dimora, dov’era eziandio il proprio figliuolo.

La prima parola che la Viscontessa pronunziò, dappoi che fu nellostato di esprimere i suoi pensieri, fu il desiderio di vedere il pargoletto suo figliuolo. Fu mandato a chiamar Zenaide col bambino; e costei, dopo un’ora, era con questo al castello d’Orbeil.

La madre si stemperò in baci e in lagrime di tenerezza sul bianco visino della creatura, su cui l’aria pura della campagna aveva operato salutari effetti. E poscia il fanciullo fu riconsegnato alla nutrice, che si affrettò di abbandonare il castello d’Orbeil. Si sarebbe detto che Zenaide avesse fretta di togliere il figlio dalle braccia della madre.

Quando la balia era tornata al Castello per presentare il bambino alla Viscontessa, lasciava leggere sul suo volto un’agitazione e come un sentimento di paura. Ma nissun badò a lei, e tanto meno la madre, che, abbandonandosi alla sua tenerezza inverso quell’angiolo di figlio, era tutta assorta nel piacere di abbracciare e baciare la carissima prole, la quale poco mancò non le avesse costato la vita.

Passò qualche anno — La Zenaide veniva di tempo in tempo al Castello d’Orbeil, e vi s’intrattenea per lo più parecchi giorni col fanciullo Augusto, il quale crescea bello e gentile come un amoretto. La Viscontessa non sapea saziarsi di accarezzarlo, di stringerselo al seno e covrirlo di baci, e largamente ricompensava le cure onde Zenaide circondava quella creaturina, prodigalizzandole, per così dire, gli affetti d’una madre.

E nel fatto, non potea dirsi che i testimonii di amore che la nutrice mostrava inverso il figliuolo del Visconte fossero dettati in lei dal desiderio di lusingare l’amorevolezza della madre e di cattivarsene le buone grazie, profondendo carezze e baci senza numero al piccol pargoletto; imperciocchè bisognava veder la Zenaide quando era sola nella sua abitazione co’ due bambini, di cui l’uno erale figlio e l’altro figliuol di latte.

Torceremmo volentieri i nostri sguardi dallo spettacolo che ci offriva quella donna snaturatissima, se non sentissimo il dovere di non trascurare alcuni fatti che saranno di non poca importanza per la nostra narrazione.

Zenaide viveva sola in una meschina casupola poco discosta dal sito ove scorgemmo il platano della mendica. Dopo che la sciagurata fu caduta ne’ lacci della seduzione del Baronetto Edmondo, la vecchia madre aveala maledetta, e, separatasi da lei, era ita ad abitare in quel tugurio, su cui il gran platano stendea l’ombra della sua vigorosa vegetazione. La buona donna era tutto il giorno occupata a lavorare in una delle fabbriche del castello per trarre innanzi la vita alla meglio.

Zenaide adunque vivea sola co’ due bambini, entrambi sì belli e gentili che i loro visini erano vere calamite di baci. Nati quasi ad un tempo, essi parevano perfetti gemelli, se non che il bambino Augusto avea la fibra più forte e valida del bambino Federico. Ma se poca differenza era tra loro in quanto alle naturali fattezze, grandissima differenza, una inconcepibile barbarie di donna, ponea tra le sorti di que’ due innocenti.

Oh noi non comprendiamo come si possa far del male ad un bambino! Fa d’uopo aver rinunziato alla natura di essere umano, per torturare l’innocenza e la grazia, congiunte alla debolezza e all’impotenza della difesa. Maledetti son da Dio i tiranni dell’infanzia: costoro piangeranno alagrime amare nella loro vecchiezza, e non gusteranno giammai la dolce consolazione di sentire i loro bianchi capelli carezzati dalle vezzose manine di cari pargoli. Dio non concede la soavità di un’amorosa corrispondenza filiale se non a coloro che ebbero viscere di uomini per l’infanzia, e che le prepararono assistenza e piaceri.

Zenaide era tutto amore e sollecitudine pel figlio della Viscontessa, ed era tutto odio e tirannia pel proprio figlio! Con un’atrocità senza esempio, ella lasciava piangere per fame acutissima il piccolo Federico, giacente quasi nudo sul suolo smattonato e umido, mentre nutriva il piccolo Augusto, tenendoselo ben caldo avviluppato nelle proprie vestimenta. Qualche volta la scellerata spingea l’eccesso della crudeltà fino a torsi entrambi i bambini nelle braccia; e allora, dava a poppare al figliuolo di latte sotto gli occhi medesimi dell’affamato figlioletto, che colle manine cercava di strappare Augusto dal seno materno. E quando la perfida Zenaide si stancava di udire gli urli del bambino, lo scagliava lungi da sè sul terreno, dove il meschinello giacea per lunghe ore e finiva coll’addormentarsi con quel sorriso ineffabile che è l’amore degli angeli nel cielo.

L’aspetto di un bambino addormentato ha qualche cosa che accheta le tempestose passioni e parla all’animo un misterioso linguaggio di dolcezza e di carità. Quella certa velleità di dispotismo che è insita a ogni uomo si calma alla vista della più gran debolezza, e sottentra un sentimento di protezione e di aiuto. Il pensare che un bambino abbandonato per poco a sè stesso sarebbe l’essere più infelice e morrebbe per ignoranza de’ pericoli e per mancanza di soccorsi, debbe per necessità muover la pietà e l’affetto.

Ma la vista del suo Federico addormentato non facea che esasperare la ferocia di sua madre, la quale si sdegnava quasi di trovare nelle sembianze del fanciullino la serenità e l’obblio del dolore, congiunte al celeste candore della innocenza.

Una sola volta al giorno, la Zenaide dava a poppare al figliuoletto, mentre ad ogni ora del giorno e della notte porgeva il seno ad Augusto, che però veniva grassotto e vermiglio come que’ putti che si pongono ai canti di un apparato di festa.

La sera, il piccolo Augusto, sazio felice e soddisfatto, si addormentava nello stesso morbido letto, ove dormiva la Zenaide; ed il piccolo Federico, gittato in misera cesta, non potendo, per istimolo di fame e per freddo, prender sonno, assordava l’aria co’ suoi gridi, pei quali la perfida madre, per dormir placidamente, si determinava a ligargli un fazzoletto alla bocca.

Ci piange il cuore a raccontare di simili atrocità senza esempio, e che ripugnano all’umana natura; laonde più non diremo delle incessanti sevizie onde veniva tormentata, nei primi albori della vita, quella esistenza di uomo.

Il tempo ci schiarirà forse il mistero di questa incomprensibile tirannia di madre, come anche ci mostrerà la soluzione del grande assioma morale, nascosto in tutt’i fatti della vita:LA PUNIZIONE ACCANTO ALLA COLPA.


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